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METODO STORICO E RUOLO DELL’ARCHIVISTA

di Maurizio Sgroi

1. La struttura degli archivi, quale risulta dai modi in cui ciascun archivio si è formato

e dalle trasformazioni che ha subìto nel tempo, e le relazioni che intercorrono tra gli archivi

degli enti operanti nei diversi periodi storici costituiscono l’oggetto di studio dell’archivistica,

che è andata acquistando carattere di disciplina autonoma, man mano che le diverse tendenze

storiografiche hanno cercato di definire criticamente le proprie fonti.

Gli archivi vengono aperti al pubblico, nella prima metà del sec. XIX, per effetto delle

riforme napoleoniche, che estendevano all’Italia il principio, affermatosi con la rivoluzione

francese, della pubblicità degli archivi, o nei successivi governi della Restaurazione. Ma l’interesse

per i documenti d’archivio si era delineato con la storiografia umanistica e con

l’erudizione storica dell’età moderna. Il tema della conservazione e dell’inventarizione degli

archivi cominciava a venire trattato fin dal sec. XVII come oggetto di disciplina, sia pure diretta

soltanto a chi deteneva gli archivi ed ai pochi eruditi che potevano aver accesso ad essi.

L’attenzione degli eruditi si concentra sui sistemi di riordinamento, per lo più per materia, e

sulla compilazione di repertori, per reperire più facilmente i documenti, questo nuovo tipo di

attenzione ha riflessi sulla conservazione delle carte già prodotte e influisce anche sui criteri di

organizzazione degli archivi in formazione. Tuttavia l’archivistica resta in genere ancora

subordinata alla diplomatica.

L’erudizione storica trionfa tra il sec. XVII e il XVIII soprattutto con Ludovico

Antonio Muratori, la cui opera, volta all’accertamento dei fatti attraverso l’esame delle fonti e

l’edizione dei testi, si risolve in vera e propria storiografia. E’ tuttavia nella prima metà del sec.

XIX che in Italia gli storici si rivolgono alle fonti archivistiche; si affinano i criteri per l’edizione

di testi e documenti e si sviluppa, nella linea iniziata nel Rinascimento, la trattazione critica

delle fonti, soprattutto per verificarne l’autenticità. L’affermazione del metodo filologico

genera però una diffusa fiducia nella coincidenza tra accertamento dei fatti ed opera storiografica,

cui reagiranno la critica idealistica e la concezione materialistica della storia.

La fiducia che dalla ricostruzione dei fatti scaturisca un’interpretazione obiettiva della

realtà, tende a conferire all’autenticità dell’informazione, che si ricava dalle fonti documentarie,

un valore assoluto che prescinde da ogni esigenza di interpretazione; eppure fin dalla metà del

secolo le riflessioni di alcuni archivisti, avevano individuato il rapporto tra l’ente e il proprio

archivio e da questo rapporto si poteva dedurre che le fonti sono già di per sé interpretazioni e

perciò debbono a loro volta essere interpretate.

L’atteggiamento degli storici riguardo alle fonti scritte è diverso in considerazione del

fatto che la funzione riconosciuta alle fonti, ai fini dell’interpretazione della realtà, varia col

variare dei presupposti teoretici dello storico; ed è diverso anche perché varia, secondo i criteri

metodologici adottati, la rilevanza che lo storico attribuisce alle fonti archivistiche in relazione

a tutte le altre fonti cui egli possa ricorrere.

Comunque, l’esigenza di verificare l’attendibilità dei fatti, che è possibile attraverso le

fonti scritte, è sentita come un dovere morale. Gli storici per la ricostruzione dei fatti prendono

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