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stabiliti dalle normative vigenti, o comunque senza l’osservanza delle condizioni e delle modalità

da esse descritte, sono da considerarsi nulli, ferma restando la facoltà del Ministero per i

Beni e le attività culturali di esercitare il diritto di prelazione a norma delle disposizioni di legge

[art. 136, D. Lgs. 490/1999]. La questione delle espropriazioni [art. 91-97, D. Lgs. 490-1999],

in riferimento alla quale anche gli archivi e i singoli documenti valutati di notevole interesse

storico possono essere espropriati per causa di pubblica utilità, allorché l’espropriazione risulti

effettivamente finalizzata a migliorare le condizioni di tutela in vista di un più efficace godimento

pubblico dei beni. La dichiarazione di pubblica utilità è resa con apposito provvedimento

ministeriale e l’espropriazione, che avviene mediante indennizzo [inteso come il “giusto

prezzo che il bene avrebbe in una libera contrattazione di compravendita all’interno dello

Stato”, ai sensi dell’art. 95 del D. Lgs. 490/1999], “può essere disposta a favore delle Regioni,

delle Province, dei Comuni, di altro ente pubblico o di persona giuridica privata senza fine di

lucro”.

La legislazione italiana, inoltre, proibisce di far uscire dal territorio italiano i beni

archivistici nella misura in cui ciò costituisca un danno per il patrimonio storico e culturale della

nazione. Coloro i quali intendono esportarli devono farne denuncia e presentarli ai competenti

uffici di esportazione, provvedendo a indicare, per ciascuno di essi, il valore venale, allo scopo

di ottenere l’attestato di libera circolazione [art. 66, D. Lgs. 490/1999].

L’attestato, che ha validità triennale, è redatto in tre originali, nel caso esso non

venisse ottenuto, l’interessato può presentare ricorso, entro i successivi trenta giorni, al direttore

generale, a sua volta chiamato a prendere una decisione entro novanta giorni dalla presentazione

del ricorso. Se quest’ultimo viene accolto, l’ufficio di esportazione rilascia l’attestato

nei venti giorni successivi, a meno che ritenga di proporre al Ministero l’acquisto coattivo del

bene [provvedendo ad avvertire l’interessato]: in tal caso, il termine per il rilascio dell’attestato

è prorogato ed entro novanta giorni dalla denuncia il Ministero ha facoltà di acquistare il bene

per il valore indicato nella denuncia.

I beni archivistici, per i quali operi il divieto di uscita dal territorio nazionale, possono

comunque uscirne temporaneamente per manifestazioni, mostre o esposizioni d’arte di elevato

interesse culturale, a patto che l’interessato ne garantisca l’integrità e la sicurezza ed a condizione

che il termine massimo per il rientro del bene non superi i dodici mesi. Non possono uscire:

- i beni suscettibili di subire danni nel trasporto o nella permanenza in condizioni ambientali

sfavorevoli;

- i beni che costituiscono il fondo principale o una determinata ed organica sezione di un

archivio.

Nell’eventualità in cui l’uscita dei documenti riguardi un caso di esportazione dal

territorio dell’Unione europea, la licenza di esportazione, che può anche riferirsi ad un’uscita

temporanea, viene rilasciata dall’ufficio di esportazione contestualmente all’attestato di libera

circolazione e ha una validità di sei mesi. “Ai fini del regolamento CEE gli uffici di

esportazione del Ministero sono autorità competenti per il rilascio delle licenze di esportazione

di beni culturali. Il Ministero ne forma e conserva l’elenco, comunicando alla Commissione

delle Comunità europee eventuali aggiornamenti entro due mesi dalla loro effettuazione” [art.

72, comma 5, D. Lgs. 490/1999].

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