Diapositiva 1 - Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale

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Diapositiva 1 - Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale

Eroi del quotidiano.

Laici, irregolari, profeti (dis)armati


“Felice il paese che non ha bisogno di eroi”

Bertolt Brecht, Vita di Galileo

“In una democrazia rispettabile, per essere buoni

cittadini non si deve esercitare nessun atto

di coraggio”

Giorgio Napolitano


“Non c'è stato un uomo che abbia collezionato più sconfitte di

Falcone […] la sua breve esistenza, come oggi la sua memoria, è

stata sempre schiacciata dal paradosso. Bocciato come

consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo.

Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche

come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.

Dieci anni fa, per dar conto delle sue sconfitte, Mario Pirani

dovette ricorrere a un personaggio letterario, l'Aureliano Buendìa

di Cent'anni di solitudine che dette trentadue battaglie e le

perdette tutte: ancora oggi, non c'è similitudine migliore.

Eppure, nonostante le ripetute “sconfitte", ogni anno si celebra

l'esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici

riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro

paradosso. Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata

tradita con più determinazione e malignità.”

Ilda Boccassini su Giovanni Falcone


I quattro livelli del rapporto

intellettuali-industria culturale

Primo livello

Gestito dai gruppi intellettuali che, in posizione esterna,

giudicano e sanzionano i prodotti dell’industria culturale

Secondo livello

Occupa l’area di lavoro intellettuale impegnato negli apparati di

produzione e distribuzione dell’industria culturale

frizione tra lavoro intellettuale e routine produttive

l’intellettuale si trasforma in creativo

A. Abruzzese, Intellettuali e industria culturale,

in M. Morcellini (a cura di), Il mediaevo italiano, Carocci, Roma 2005, p. 125


I quattro livelli del rapporto

intellettuali-industria culturale

Terzo livello

Occupa la zona del consumo produttivo,

virtualmente estesa alla totalità di quasi tutti i

consumatori

Quarto livello

L’identità dell’intellettuale viene assorbita dai vasti processi di

disidentificazione messi in opera dal cyber-space

relazioni tra la persona e il mondo delle sue stesse

rappresentazioni

A. Abruzzese, Intellettuali e industria culturale,

in M. Morcellini (a cura di), Il mediaevo italiano, Carocci, Roma 2005, p. 125


Laico: una definizione

Deriva dal

latino laicus

greco λαϊκός (laikós): uno del popolo

la cui radice è λαός (laós): popolo

Il laico è:

1. colui che non appartiene al clero

2. religioso, sacerdote non ordinato, che all’interno di una

comunità monastica svolge specifiche attività manuali e

profane

3. chi dichiara programmaticamente la propria autonomia

rispetto a qualsiasi dogmatismo ideologico

Dizionario De Mauro


Il rifugio nelle “patrie” ideologiche e protettive

Alla certezza che per noi italiani non esiste una “patria”

si arriva direttamente a partire da mille abitudini, attitudini,

comportamenti.

Tutto può essere spiegato con l’assenza di un forte e durevole vincolo

di appartenenza:

così si spiega la forza del partito comunista più votato dell’Occidente

(una vera patria),

l’influenza della Chiesa (un’altra patria),

il potere di tutti i Partiti al di sopra dello Stato,

l’interesse privato in atti pubblici comunemente perseguito,

la pervasività delle organizzazioni criminali come la mafia e affini,

la naturalezza con cui ogni tipo di illegalità prende possesso della vita

quotidiana di tutti noi.

A. Berardinelli,

Autoritratto italiano. Un dossier letterario 1945-1998,

Donzelli, Roma 1998, p. 25


I sintomi della laicità

1. Contributo ai processi di modernizzazione

- innovazione

- dinamismo

- progettualità

- intelligenza collettiva

2. Impiego nell’industria (culturale)

- centralità produttiva e creativa

- meta-analisi (riflessione sulla propria attività)

3. Tematiche e/o attività di interesse nazionale

- identità nazionale (questione meridionale, problema linguistico etc.)

- liberalizzazione costumi

- illegalità e stereotipia

4. Autonomia dalle “patrie” ideologiche e protettive


Antonio Gramsci:

un intellettuale “in”


“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni,

per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a

stare in prigione, vorrei consolarti di questo dispiacere

che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La

vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono

dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono

conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”

Antonio Gramsci, Lettera alla madre, 10 maggio 1928


Antonio Gramsci: un intellettuale “in”

1908-1911 partecipa al movimento socialista.

Nel 1910 pubblica il suo primo articolo sul giornale

di Cagliari “L’Unione sarda”

Nel 1915

entra a far parte della redazione torinese dell’Avanti!

E’ impegnato in una intensa attività giornalistica come

cronista teatrale

Nel 1917 In alcuni articoli esalta la figura di Lenin

e sottolinea le finalità socialiste della Rivoluzione

russa

Dal 1921 è direttore de L’Ordine Nuovo


Antonio Gramsci: un intellettuale “in”

Nel 1926,

viene arrestato e rinchiuso a Regina

Coeli

Dal 1928,

viene assegnato alla Casa penale speciale di Turi

(Bari)

Nel 1933,

viene trasferito a Formia

Nel 1937,

muore nella clinica Quisisana di Roma


Gramsci e la rivoluzione dal basso

Uno degli aspetti centrali della

riflessione gramsciana

storico distanziamento dal popolo di quei soggetti

che hanno una funzione regolatrice nell’ambito della

vita culturale-nazionale:

risorgimento

questione meridionale

classe dirigente

casta degli intellettuali

americanismo e fordismo


Gramsci e il carattere degli italiani

Sentimento nazionale, non popolare-nazionale,

un sentimento puramente “soggettivo”,

non legato a realtà, a fattori, a istituzioni oggettive

“Non partecipare attivamente alla vita collettiva,

cioè alla vita statale significa forse non appartenere

a nessun gruppo costituito?”

“Significa lo splendido isolamento del singolo individuo,

che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica

e morale?”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (6), p. 815


Gramsci e il carattere degli italiani

“Significa che si preferiscono forme

organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo

“malavita”, quindi le cricche, le mafie, sia popolari,

sia legate alle classi alte.”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (6), p. 815


Gramsci e il carattere degli italiani: proposte

Gramsci è ben consapevole della difficoltà di costruire un

coscienza collettiva unitaria in un contesto fortemente

differenziato al suo interno

Data la ricchissima varietà di tradizioni locali, molti gruppi sociali sono

caratterizzati da motivi ideologici e psicologici propri

L’elaborazione unitaria di una coscienza collettiva richiede

condizioni e iniziative molteplici

La diffusione da un centro omogeneo di un modo di pensare e di

operare omogeneo è la condizione principale, non l’unica

La ripetizione paziente e sistematica è il principio metodico

fondamentale

A. Gramsci, Quaderni del carcere (1), p. 33


Gramsci e il carattere degli italiani: proposte

La nuova costruzione deve sorgere dal basso attraverso

il coinvolgimento dello strato nazionale più basso, da un punto

di vista economico e culturale,

la partecipazione collettiva ad un fatto storico radicale che

investa tutta la vita del popolo,

l’assunzione delle proprie responsabilità inderogabili

da parte di ogni singolo soggetto.

“Il torto storico della classe dirigente è stato quello

di aver impedito sistematicamente che un tale fenomeno avvenisse nel

periodo del Risorgimento”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (6), p. 816


Il meta-Gramsci: la cultura socializzata

“Creare una nuova cultura non

significa solo fare individualmente delle

scoperte originali, significa anche e

specialmente diffondere criticamente

delle verità già scoperte, socializzarle

per così dire e pertanto farle diventare

base di azioni vitali”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (11), p. 1377


Gramsci e il ruolo degli intellettuali

“In Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo,

cioè dalla nazione e sono legati ad una

tradizione di casta”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (3), p. 343

“Gli intellettuali non escono dal popolo,

non si sentono legati ad esso, non ne

conoscono e non ne sentono i bisogni,

le aspirazioni”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (21), p. 2117

“Tale questione si è posta sin dalla fondazione dello

stato italiano”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (3), p. 344


Gramsci e il ruolo degli intellettuali

“Il rapporto tra gli intellettuali e il mondo della produzione non è immediato,

come avviene per i gruppi sociali fondamentali, ma è mediato, in diverso

grado, da tutto il tessuto sociale, dal complesso delle superstrutture, di cui

appunto gli intellettuali sono i funzionari”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (12), p. 1518

Gli intellettuali percepiscono la letteratura come una professione a sé, che

dovrebbe rendere anche quando non si produce nulla

Questo modo di pensare è legato al mecenatismo delle corti, male interpretato

in realtà, perché i grandi letterati del Rinascimento, oltre a scrivere,

svolgevano attività di tipo lavorativo

“La funzione intellettuale non può essere staccata dal lavoro produttivo

generale neanche per gli artisti”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (6), p. 708


Gramsci e il ruolo degli intellettuali

“Non c’è attività umana da cui si possa escludere

ogni intervento intellettuale, non si può separare

l’homo faber dall’homo sapiens”

A. Gramsci, Quaderni del carcere (12), p. 1550

Gramsci ipotizza una particolare geografia della classe

intellettuale:

nel mezzogiorno domina ancora il tipo del curiale che pone

a contatto la massa contadina con quella dei proprietari

fondiari e con l’apparato statale

nel nord domina il tipo del tecnico d’officina che serve da

collegamento tra la massa operaia e la classe capitalistica


Gramsci e la letteratura nazional-popolare

La letteratura italiana non è nazionale proprio perchè

non è popolare

Ci vuole un contenuto umano e morale che sia l’espressione

elaborata e compiuta delle aspirazioni del pubblico

A. Gramsci, Quaderni del carcere (1), p. 86

Il valore “artisticamente” popolare di un’opera d’arte è

dato dall’adesione:

alla moralità, alla cultura, ai sentimenti nazionali del suo

contenuto morale, culturale, sentimentale


Gramsci e la letteratura nazional-popolare

Fattori di disturbo

1. Persistenza di concetti estetici di origine crociana:

“moralismo” dell’arte

“contenuto estrinseco” dell’arte

2. Mancata esistenza di “romanzi d’appendice” e di

letteratura per l’infanzia

romanzi d’avventura

romanzi scientifici

romanzi polizieschi


Elio Vittorini ,

l’americano


“L’errore principale è di ritenere il Politecnico

comunista per il fatto di essere diretto da un comunista.

Il nostro lavoro non può certo ignorare il marxismo, perché

nessun lavoro culturale può ignorarlo […] il piano su cui

si svolge non può, perciò, essere marxista, o può essere

marxista solo nella misura e nel modo in cui il marxismo

è positivo anche per i non marxisti, come accade che il

cristianesimo sia positivo anche per chi non crede in Cristo”

E. Vittorini, “Politica e cultura”,

in Il Politecnico (31-32), luglio-agosto 1946


Vittorini, un intellettuale “americano”

Nel 1929

inizia a collaborare alla rivista "Solaria" e pubblica sull'"Italia Letteraria"

un articolo, Scarico di coscienza, in cui accusa la letteratura italiana di

provincialismo

Nel 1939

riceve da Bompiani un incarico editoriale e si trasferisce a Milano dove

dirige la collana "La Corona“. Diviene curatore dell'antologia di scrittori

statunitensi Americana che, sempre a causa della censura fascista, viene

pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell'autore soppresse

(l'edizione integrale viene pubblicata solamente nel 1968).

Nel 1945

diviene direttore, per un certo periodo, dell'edizione milanese

dell'"Unità", pubblica presso Bompiani il romanzo Uomini e no e fonda la

rivista di cultura contemporanea "Il Politecnico".


Il Politecnico

Il Politecnico si ispira alla rivista omonima fondata e

diretta un secolo prima da Carlo Cattaneo

Il termine Politecnico sta ad indicare l’interesse per tutte

le tecniche sottintendendo che sia tecnica ogni attività culturale

quando si presenti come ricerca della verità e non come

predicazione di una verità. Noi cerchiamo di riportare le varie

tecniche ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine

[…] in modo che il problema posto da un chimico, non interessi

soltanto chi si occupa dell’argomento, ma interessi anche

chi si occupa di teatro e viceversa.

La parola Politecnico ha inoltre il significato di un invito ad

uscire dai compartimenti stagni dei singoli tecnicismi.

E. Vittorini in Il Politecnico (2), 6 ottobre 1945


Il Politecnico e il Pci

Pci

(in particolare Togliatti)

contro

Politecnico

Intellettuali e politici del partito

si opponevano ad un tipo di cultura

che si occupava del personale,

della vita privata interiore, di

fantasia e non del sociale.

Simpatia nei confronti

delle avanguardie

europee e americane e

della filosofia

razionalista moderna,

in opposizione al

realismo storico.


Il Politecnico e il Pci

La polemica in realtà è nata da una nota di Mario Alicata, che

attaccava il linguaggio del “Politecnico” in particolare per la

pubblicazione di Per chi suona la campana di Hemingway e i Dieci

giorni che sconvolsero il mondo di John Reed.

In che misura è viva e moderna una letteratura

che ha, fra gli altri come portabandiera, uno

Hemingway?

Ci può essere un’arte “umana”, che non abbia

come obiettivo una conquista di verità? E che

bisogno abbiamo noi, oggi, di un’arte che non sia

“umana”, cioè non aiuti gli uomini in una lotta

conseguente per la giustizia e per la libertà?

M. Alicata, La corrente “Politecnico”,

in Rinascita, 1946, pp. 5-6.


Il Politecnico e il Pci

Molto più vicino al cuore della questione

andava Togliatti rigettando la vittoriniana

identificazione della politica con la cronaca

e della cultura con la storia.

“A parte il fatto che qualcuno di noi possa

anche come uomo di cultura essere

interessato alle cose, tu non vorrai negare

che proprio come uomini politici essa può

e deve starci a cuore.”

P. Togliatti,

lettera riportata da Vittorini su “Il Politecnico”,

settembre/dicembre 1946.


Il Politecnico: il pensiero di Vittorini

La politica:

è parte della cultura;

è cultura diventata azione.

La cultura:

ha sempre un valore anche politico

nella misura in cui diviene azione

La politica, se volesse dirigere la cultura,

non farebbe che tentare di chiuderla nella

parte già trovata della verità.


Il Politecnico: una nuova cultura

La cultura ha predicato, ha insegnato, ha elaborato principi e valori, ha

scoperto continenti e costruito macchine, ma non si è identificata con

la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti

per la società.

La cultura non è società perché i suoi principi sono soltanto consolatori,

perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente

attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive.

Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell’anima. Mentre

non volere occuparsi che dell’anima lasciando a Cesare di occuparsi

come gli fa comodo del pane e del lavoro, è limitarsi ad avere una

funzione intellettuale, e dar modo a Cesare di avere una funzione di

dominio sull’anima dell’uomo.

E. Vittorini, “Una nuova cultura”, in Il Politecnico (1), 29 settembre 1945


G. Bollati, Peripezie italiane di politica e cultura,

in L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione,

Einaudi, Torino 1983, p. 199

La polemica “Politecnico”

“La polemica tra Elio Vittorini, direttore di “Politecnico”,

e Palmiro Togliatti, troppe volte citata per denunciare il

veto posto dai politici all’”autonomia della cultura”, vuol

dire in realtà qualcosa di molto peggio, cioè che i politici

declinarono le offerte della cultura e la lasciarono

libera di continuare i suoi esercizi dove e come

meglio credesse. A cambiare il mondo avrebbero

pensato loro, anche se la cosa non appariva né facile né

rapida. Fu così che la cultura venne restituita alla sua

splendida separatezza.”


Adriano Olivetti:

l’imprenditore rosso


Adriano Olivetti: l’imprenditore rosso

Nel 1945, Olivetti pubblica L'ordine politico delle Comunità,

ritenuto il fondamento teorico per una idea federalista

dello Stato basata sulle comunità: unità territoriali

omogenee da un punto di vista culturale e autonome

sul piano economico.

Nel 1948, fonda a Torino il "Movimento

Comunità“ (unione dell'ala socialista

con quella liberale), anticipando quella prospettiva

progressista che diventerà realtà con il primo governo di

centro-sinistra.


Olivetti e il Movimento Comunità

Negli anni ‘50, Ivrea sotto l'impulso dei

successi della Olivetti e dei suoi ideali

comunitari, raggruppa una quantità

straordinaria di intellettuali che opera

(chi in azienda chi dentro il Movimento

Comunità) all’interno di differenti campi

disciplinari, perseguendo quel progetto

di vittoriniana memoria di sintesi tra la

cultura tecnico-scientifica e la cultura

umanistica


Olivetti e l’elettronica

“Nel campo dell’elettronica, ove soltanto le più

grandi fabbriche americane hanno da anni la

precedenza, lavoriamo metodicamente da quattro

anni dedicandoci a un ramo nuovo. Una nuova

sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni

per sviluppare gli aspetti scientifici dell’elettronica,

poiché questa rapidamente condiziona nel bene e

nel male l’ansia di progresso della civiltà di oggi.

Noi non potremo essere assenti da questo

settore per molti aspetti decisivo” [1955]

A. Olivetti, Città dell’uomo, Comunità, Milano 2001 [1960], p. 106


Olivetti e l’elettronica: le fasi di un’intesa

1952

Olivetti istituisce un osservatorio a New Canaan,

Connecticut, al fine di seguire da vicino,

con un gruppo di giovani tecnici, gli

sviluppi negli Stati Uniti del calcolo

elettronico

1954

Accordo con l’Università di Pisa per

costruire un calcolatore elettronico

1955

Apertura di un proprio laboratorio di

ricerche elettroniche a Barbaricina, vicino Pisa


Olivetti e l’elettronica: le fasi di un’intesa

Nel 1959,

dal laboratorio di Borgolombardo esce l’Elea 9003, il primo

calcolatore elettronico interamente progettato e costruito in Italia

Con la Elea la Olivetti si inserisce autorevolmente nella mezza dozzina

di produttori di mainframes che si spartisce il mercato mondiale

La Elea viene acquistata da una azienda del ramo tessile, la Marzotto

di Valdagno, seguita dal Monte dei Paschi di Siena, la Fiat, la Cogne

Nel 1961,

lancia un modello più leggero e di minor costo, il 6001, concepito

per le esigenze delle piccole e medie aziende

L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino 2003


Adriano Olivetti e il “caso italiano”

Differenza tra il caso italiano e quello americano

L’Ibm riceve cospicue e mirate commesse

dell’amministrazione federale Usa

Il ministro del tesoro italiano installa una Elea 9003 subito

dopo la sua comparsa sul mercato

“Non si trattava di un acquisto, ma di un dono

di Adriano Olivetti” (sic)

L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino 2003


G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005, p. 39

Olivetti e i diritti dei lavoratori

Negli anni ’50, in Italia diverse aziende operano strategie di

licenziamento “preventivo” di tipo politico

Tale misure colpiscono coloro che rivelano la

propria appartenenza comunista o condividono

i valori comunisti

Sino all’entrata in vigore dello Statuto dei diritti

dei lavoratori (1970), i licenziamenti politici per

rappresaglia sono stati non meno di 40.000

“L’ambasciatore americano Clare Boothe Luce

ancora nel 1954 preme nei confronti di Vittorio Valletta per un

inasprimento dell’azione anti-comunista alla Fiat, minacciando il ritiro

di commesse e aiuti americani”


Olivetti e i diritti dei lavoratori

“In questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno

a quale fede religiosa credesse, in quale partito militasse”

A. Olivetti, Città dell’uomo, Comunità, Milano 2001 [1960], p. 177

“Quando uno proprio non ce la faceva più per i ritmi troppo veloci, si

imbarcava […] Imbarcarsi vuol dire, in catena di montaggio, perdere il

tuo posto di lavoro e andare sempre più avanti sulla linea in movimento

dietro ai pezzi su cui devi lavorare. Vuol dire che pianti un casino tale

che gli altri non riescono più a lavorare […]. Quando però si arrivava

all’esasperazione, succedeva che la maggior parte piangevano. Ho visto

gli operai piangere, battere la testa e i pugni, buttarsi per terra, proprio

crisi isteriche”

Da Valletta a piazza Statuto, intervista a Luciano Parlanti,

in “Primo Maggio”, inverno 1977-78

L’impoliticità di Olivetti sta proprio nel

“rifiuto di fare i conti con tutto quello che si opponeva, o non era ancora

parte dell’epoca nuova”

G. Berta, Le idee al potere, Milano 1980, p. 8


Olivetti e la fabbrica a misura d’uomo

La fabbrica pensata da Olivetti è improntata sull’uomo

reale, lontano dall’uomo disumanizzato della catena

di montaggio

Vengono abbandonate le linee

di montaggio a favore della

realizzazione di “isole”:

nelle quali un gruppo di operai specializzati è in grado di

montare, controllare e riparare un prodotto finito o una

parte completa di esso


Olivetti e la fabbrica a misura d’uomo

La fabbrica viene anche dotata di diverse strutture ricreative e

assistenziali: biblioteche, mense, ambulatori medici, asili nido

L’idea di Olivetti è che l’incremento della produttività sia legato

alla motivazione personale del lavoratore e alla

partecipazione degli operai alla vita dell’azienda.

Il modello Olivetti vede la produttività crescere, in poco più di un

decennio, del 500% e il volume delle vendite del 1300%


Enrico Mattei:

il nuovo manager


Enrico Mattei: il nuovo manager

Mattei è il simbolo di una nuova classe dirigente capace di

fare uscire il capitalismo italiano dalla crisi e di trasformarlo,

modernizzarlo

“Mattei looks like a Civil Servant, which

he is, and acts like a big businessman,

which he was never meant to be. One of

his many achievements has been to show

that a State concern can be as

prosperous and aggressive as private industry”

The Observer,

Enrico Mattei: new-style oilman, 14

maggio 1961, p. 12


Enrico Mattei: il nuovo manager

Nel 1945,

si insedia all’Agip

Nel 1948,

Mattei ha il suo primo successo: a Ripalta,

nel cremasco, viene scoperto un giacimento

di gas naturale. Un inconsueto risultato per

un ente che ufficialmente

stava per essere venduto


Enrico Mattei: il nuovo manager

Dal 1953,

Mattei si prepara ad assumere il ruolo di

responsabile nazionale delle politiche energetiche,

governando il neonato organismo (Eni) prima

da presidente, poi anche da direttore generale

1956

L’Eni è dietro il quotidiano Il Giorno

Fine ’50 – inizi ‘60

Entra in conflitto con le

famose “sette sorelle”

petrolifere


La modernizzazione industriale in Italia

1953

Nascita dell’Eni cui è affidato lo

sfruttamento dei giacimenti di metano

da poco scoperti nella valle del Po

Investimento di trecento miliardi della

Fiat per la costruzione del nuovo

stabilimento di Mirafiori

Approvazione della legge per lo

sviluppo del credito industriale

nell’Italia meridionale e insulare

G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005, pp. 117-118


Il manager Mattei Forte opposizione dei petrolieri

americani, specialmente da parte della

Gulf Oil Company che mira alla Sicilia e

della Standard Oil che spera di fare

investimenti nell’Italia centrale e

settentrionale.

Le mosse di Mattei

consentono all’Eni di

garantirsi, mediante la

legge del 1956 che limita

la partecipazione delle

compagnie straniere, il

controllo del mercato

italiano


Il manager Mattei

Nel 1957, Mattei stipula un accordo l’Iran per

la creazione della Sirip

(Società italo iraniana dei petroli)

Un accordo eccezionale:

l’Italia anticipa le spese e i proventi

non saranno più divisi secondo la

formula 50-50 dei petrolieri

americani, ma nella proporzione

del 75 a 25:

in quanto stato sovrano, l’Iran

riscuote il 50% tradizionale e, in

quanto associato, gli tocca

ancora la metà del rimanente, cioè il 25%


Il manager Mattei

“Questo nuovo tipo di rapporti apre l’epoca

del neocolonialismo che sostituisce ai

rapporti di dominio rapporti di egemonia.

Mattei d’altra parte seguirà questa stessa

politica nei confronti di un certo numero di altri

paesi: il Marocco, il Sudan, la Libia […] penserà

anche all’Algeria.”

R. Romano, C. Vivanti (a cura di),

Enrico Mattei e il nuovo tipo dell’italiano, in “Storia d’Italia (8).

Dall’Unità ad oggi”, Einaudi, Torino 2005, p. 787


Il manager Mattei

All’inizio degli anni ’60,

Mattei indirizza la propria attività

verso l’Urss, in quanto vittima di

un certo boicottaggio da parte

delle grandi compagnie petrolifere.

L’accordo con l’Urss irrita la Esso e

la Royal Dutch.

In Italia, Mattei ha già abbassato i

prezzi del petrolio e le compagnie

private hanno dovuto allinearsi


Il manager Mattei

Nella costruzione del metanodotto L’vov-Trieste,

la partecipazione dell’Eni consiste in un prestito

considerevole alla Russia di circa 130-150 miliardi di lire

(il prestito Fiat è di 228 miliardi, Olivetti 30-40 miliardi).

Ciò rappresenta una novità rispetto a quello che era stata,

fino ad allora, la politica economica italiana:

non più esportazione della forza-lavoro o dei modelli

politici, ma l’esportazione dei capitali


Mattei e l’esperienza de Il Giorno

Il Giorno esce in edicola la prima volta il 21 aprile 1956

(per almeno tre anni non è nota la sua

appartenenza all’Eni)

La sua posizione riflette le strategie dell’Eni

sganciamento dal centrismo in politica

interna;

sganciamento dalla dipendenza dagli Usa

in politica estera;

attenzione alla società, al paese reale;

impostazione progressista

G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005, p. 150


Mattei e l’esperienza de Il Giorno

“Abbiamo sul tavolo migliaia di lettere, molti

dicono press’a poco così: aiutateci ad uscire

dalla situazione presente, che è di paura e di

mezze verità. L’italiano medio ogni mattina

quando esce di casa non sa bene cosa potrà

capitargli come cittadino. Un sopruso nuovo[…]

Egli sa che nessuno lo protegge. Lo stato, la

legge, il diritto non hanno senso quando

ubbidiscono, come spesso in Italia, ad altre

istanze.”

G. Baldacci, Situazione. Quella degli italiani, in “Il Giorno”, 27 aprile 1956


Mattei e l’esperienza de Il Giorno

I punti di forza del nuovo quotidiano sono:

le inchieste e i servizi in “presa diretta” sulle

trasformazioni del paese

Innovazioni nei contenuti e nella forma:

prima pagina “a vetrina”;

novità nella titolazione;

inserto in rotocalco con servizi fotografici;

ampio spazio a fumetti e giochi


Mattei e l’esperienza de Il Giorno

Altrettanto importante è la pagina culturale, curata

da Paolo Murialdi

Il 4 novembre 1960 prende avvio un’iniziativa

rilevante, Cento libri in ogni casa: Citati, Garboli e

Manganelli propongono “La biblioteca che la scuola

non vi ha suggerito”

Cento schede presentano ai lettori altrettanti grandi

libri degli ultimi due secoli: romanzi, opere di teatro,

poesia, saggi

G. Crainz, Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2005, p. 151


Antonio Gramsci

Elio Vittorini

Adriano Olivetti

Enrico Mattei

Ennio Flaiano

Luigi Tenco

Meta-cultura,

intellettuali e politica

Cultura imprenditoriale

e processo di

modernizzazione

Costumi degli italiani e

trauma culturale

Dal periodo fascista

alla ricostruzione

(anni ’30 – metà ’40)

Verso il boom

(anni ’50)

La fine dell’illusione

(anni ’60)


Ennio Flaiano,

un moralista laico


Flaiano: un moralista laico

Negli anni ‘30 inizia a collaborare con le riviste Oggi e

Il Mondo

Nel 1947 vince il premio Strega con

“Tempo di uccidere”

Sviluppa una formazione di impronta

liberale non solo in antitesi col fascismo,

ma anche in aperta polemica sia col PCI

che con la DC subito dopo la guerra.

Fino all’inizio degli anni ’70 collaborerà

attivamente con il mondo cinematografico (Fellini, Antonioni,

Monicelli)


Flaiano, un marziano a Roma

12 ottobre

Un marziano scende con la sua aeronave a Villa Borghese:

“la curiosità è mista in tutti ad una speranza che poteva

sembrare assurda ieri e che di ora in ora si va invece facendo

più viva. La speranza che tutto cambierà.”

13 ottobre

Il marziano viene ricevuto dal Presidente della Repubblica:

“è solo turbata, questa attesa, dai facili profeti, da coloro

che l’avevano sempre detto e che ora sono pronti alla nuova

prova; dai comunisti, che hanno già tentato di accaparrarsi il

marziano; dai fascisti, che avanzano il dubbio della razza.”

E. Flaiano, Un marziano a Roma (1954)


Flaiano, un marziano a Roma

19 ottobre

“Al Campidoglio, il sindaco di Roma si

è coperto di ridicolo parlando di Roma

maestra di civiltà. Ci sono stati dei

colpi di tosse. La gaffe era ormai

irreparabile e il Sindaco non ha

proseguito sull’argomento, limitandosi

ad elogiare il sistema planetario, alla

cui scoperta ha contribuito l’italiano Galilei con il suo

cannocchiale.”


Flaiano, un marziano a Roma

8 novembre

“Il marziano ha accettato di far parte di una giuria di

artisti e di scrittori per l’elezione di Miss Vie Nuove. […]

Il marziano, seduto tra Carlo Levi e Alberto Moravia,

non ha detto una parola. […] La sera incontro Carlo

Levi, mi accodo per sentire le sue impressioni sul

marziano. Favorevoli. Il marziano conosce la questione

meridionale […] è un uomo intelligente, benché la sua

formazione risenta le lacune dell’insegnamento

marziano […] Carlo Levi gli ha dato dei libri da leggere

e, tra questi, Cristo si è fermato ad Eboli, che il

marziano conosceva nella edizione americana.”

E. Flaiano, Un marziano a Roma, pp. 277-278


Flaiano, un marziano a Roma

20 novembre

“I fotografi non si sono lasciati sfuggire l’occasione di riprendere

il marziano che ingolla spaghetti, imboccato dall’attore. I

giornali del pomeriggio riportano le fotografie. Il senso dei

volgari commenti è questo: il marziano apprezza molto la cucina

romana, ed è contento di vivere a Roma, dove la vita è migliore

che in ogni altra città del pianeta.”

6 gennaio

“Tornando a casa ho visto Kunt che si dirigeva verso Villa

Borghese, e si è messo a guardare Marte. Si parla di una sua

prossima partenza, sempre se riuscirà a riavere l’aeronave, che

gli albergatori hanno fatto, si dice, pignorare.”


Flaiano, un marziano a Roma

Critica nei confronti della società dello spettacolo

- autorità politiche

- intellettuali

- mezzi di comunicazione

Il marziano è una figura anonima, che paga il fatto di essere

privo di una qualche virtù


La dolce vita secondo Flaiano

Nel giugno del 1958, scrive il bozzetto di quello che sarà

l’episodio più straziante del film e la nascita di un

personaggio poi diventato mitico, il paparazzo:

“Una società sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di

vivere più esibendosi che godendo realmente la vita, merita

fotografi petulanti. Via Veneto è invasa da questi fotografi.

Nel nostro film ce ne sarà uno, compagno indivisibile del

protagonista.”

E. Flaiano, La solitudine del satiro


“Guardando quel grande affresco

sull’Italia fra gli anni ‘50 e ‘60 capisco

il paese che mi circonda. Resto anche

stupito, ma sono grato a Fellini: per

me che non avevo capito niente, lui

aveva già capito tutto […] ero un

ragazzo di provincia che credeva che

l’Italia stesse vivendo una specie di

Risorgimento. Mi sbagliavo, quella era

la decadenza […] Fellini aveva già

intuito dove saremmo andati a parare: i

media, i finti scoop, la

spettacolarizzazione del niente.”

A. Tabucchi, La mia storia comincia dalla Dolce Vita, intervista di

R. Polese, in “Il Corriere della Sera”, 7 agosto 1994.


E. Flaiano, La solitudine del satiro

Flaiano e la verità italiana

“L'età mi ha portato la certezza che niente si può

chiarire: in questo paese che amo non

esiste semplicemente la verità […] noi ne

abbiamo infinite versioni.

Le cause? […]

io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri:

perché quasi tutti hanno una soluzione da

proporci: la loro verità, cioè qualcosa che

non contrasti i loro interessi. Alla tavola

rotonda bisognerà anche invitare uno storico

dell'arte per fargli dire quale influenza può

avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.

In Italia infatti la linea più breve tra due

punti è l'arabesco. Viviamo in una rete

d'arabeschi.”


Flaiano e la verità italiana

“In Italia non è possibile scrivere romanzi polizieschi.

Negli altri paesi, il romanzo poliziesco

è letteratura diversiva, qui diverrebbe

engagée. Non si tratterebbe mai di

scoprire il colpevole ma di capire chi

è che lo nasconde, come e perché,

insomma di fare ogni volta un

processo a noi stessi […] Sherlock

Holmes, che in Inghilterra è finito

nelle edizioni di Oxford, qui finirebbe

al Parlamento, a capo di una

commissione per la riforma di qualcosa, o finirebbe nel

ridicolo, annegando nella vastità dell’indagine.”

E. Flaiano, Fine di un caso (1955), p. 297


Luigi Tenco,

il cantautore dei costumi


Tenco, il cantautore dei costumi

“Io sono uno

che non nasconde le sue idee,

questo è vero perchè non mi

piacciono quelli che vogliono

andar d'accordo con tutti e che

cambiano ogni volta bandiera

per tirare a campare.”

Io sono uno (1967)


“Da Tenco si è formato un movimento intellettuale e artistico

che ha trovato nel Club Tenco il suo principale ma non unico

catalizzatore. Da allora festival, rassegne, mostre, libri, premi e

rubriche sono state dedicate ai cantautori e alla canzone

d'autore, una categoria estetica che è stata letteralmente

inventata a partire da quegli anni. Il risultato è che in Italia si

parla tranquillamente di "canzone d'autore", quando nel

resto del mondo semplicemente non si usa questa espressione

e non si classificano così i cantanti o le canzoni. Con Tenco è

nata una categoria originale di interpretazione estetica, che

funziona ancora oggi.”

Intervista a Marco Santoro su Effetto Tenco


Tenco, il cantautore dei costumi

“Mio buon curato,

dicevi che la chiesa è la

casa dei poveri,

della povera gente.

Però hai rivestito la tua

chiesa di tende d'oro e

marmi colorati:

come può adesso un

povero che entra sentirsi

come fosse a casa sua?”

Cara maestra (1962)


Tenco, il cantautore dei costumi

Io sì,

t'avrei fatto capire che il bello della sera

non è soltanto uscire.

Io sì,

io t'avrei insegnato che si comincia a vivere

quando lui vuol dormire, ma ormai...

Io sì,

che t'avrei insegnato qualcosa dell'amore

che per lui è peccato.

Io sì,

t'avrei fatto sapere quante cose tu hai che mi

fanno impazzire, ma ormai...

Io sì (1963)


Tenco, il cantautore dei costumi

“Se tu fossi una brava ragazza,

la ragazza che sognavo d'incontrare,

probabilmente, ora,

invece di volerti bene,

sarei altrove,

perché dopo il nostro primo incontro

t'avrei lasciata...”

Se tu fossi una brava ragazza (1963)


“Il suo suicidio […] un trauma "culturale" perché capace di

sconvolgere, o almeno mettere in seria discussione categorie

interpretative e schemi di analisi consolidati. Il mondo della musica

leggera, della canzonetta, non poteva più essere lo stesso dopo

questa tragedia, che introduceva la cosa più seria della vita, cioè la

morte, in una sfera considerata sino a quel momento di mera

evasione, e di scarso valore culturale (e morale) oltre che estetico.”

Intervista a Marco Santoro su Effetto Tenco


Antonio Gramsci

Elio Vittorini

Adriano Olivetti

Enrico Mattei

Ennio Flaiano

Luigi Tenco

Leonardo Sciascia

Peppino Impastato

Giancarlo Siani

Meta-cultura,

intellettuali e politica

Cultura imprenditoriale

e processo di

modernizzazione

Costumi degli italiani e

trauma culturale

L’affaire Italia:

resilienza e autonomia

dalle “mafie”

Dal periodo fascista

alla ricostruzione

(anni ’30 – metà ’40)

Verso il boom

(anni ’50)

La fine dell’illusione

(anni ’60)

Gli anni di fango

(anni ’70 – metà ’80)


Leonardo Sciascia:

l’affaire Italia


Lo stile di Sciascia

“Leonardo Sciascia ha percorso

sempre incomode vie. Nei suoi libri

che ripropongono il tema dei rapporti

fra gli occulti meccanismi del

potere e la coscienza del singolo,

fra la responsabilità individuale e

il decorso della storia, la sua

finzione letteraria può apparire

prima estraniante e incredibile,

deformata ed estrema sino

all’inverosimile, per finire poi imitata o

addirittura superata dalla realtà.”

L. Ritter Santini, Uno strappo nel cielo di carta,

in L. Sciascia, La scomparsa di Majorana,

Adelphi, Milano 2006, p. 100


Leonardo Sciascia: l’affaire Italia

Nel 1961,

esce “Il giorno della civetta” con il quale lo scrittore indica

nel giallo il genere di riferimento delle sue opere. Al

romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano

Damiani uscito nel 1968

Nel 1975,

pubblica “La scomparsa di Majorana”, una indagine sulla

scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni

'30

All'inizio del 1977,

Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del P.C.I.


Leonardo Sciascia: l’affaire Italia

Nel 1978,

pubblica “L'affaire Moro” sul sequestro e il processo nella

cosiddetta "prigione del popolo" ad Aldo Moro organizzato

dalle Brigate Rosse

Nel 1979,

accetta la proposta dei radicali e

si candida sia al Parlamento

europeo che alla Camera

Nel 1987,

pubblica sul Corriere della Sera l'articolo "I professionisti

dell'antimafia", che scatena numerose polemiche


Sciascia e la mafia: il giorno della civetta

Il protagonista del racconto non è

semplicemente il “sentire mafioso”, ma

la mafia come sistema che si muove

all’interno dello Stato

“La mafia insomma altro non è che una

borghesia parassitaria, una borghesia

che non imprende ma soltanto sfrutta.

Il giorno della civetta, in effetti, non

è che un "per esempio" di questa

definizione. Cioè: l'ho scritto, allora, con

questa intenzione.

Ma forse è anche un buon racconto”


Sciascia e la mafia

“Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo

dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non

soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto

qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle

banche; mettere le mani esperte nelle contabilità,

generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole

aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie

e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe

meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le

automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari

e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne

il giusto senso”

L. Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961


Sciascia, la Sicilia e l’antimafia

La pubblicazione dell’articolo sul Corriere della Sera

“I professionisti dell’antimafia” scatena numerose critiche, in quanto l’autore sostiene che,

per far carriera nella magistratura, basta prendere parte a processi di mafia

“L'attenzione è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a

quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale,

ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere,

meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e

non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo

momento del problema della mafia si bea come prima si beava

di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di

un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica.

Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile

senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale

indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso

risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si

ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare

non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.”


L’affaire Moro

L’affaire Moro

Sciascia ricostruisce il “clima” del rapimento Moro, attraverso le

lettere inviate dall’“altro Moro”: ovvero, privo del senso dello

Stato e portato a negoziare con i brigatisti

Quel che emerge è un elemento sconvolgente:

se i brigatisti avessero liberato Moro, invece di ucciderlo,

avrebbero sferrato un colpo durissimo allo Stato e alla

Democrazia Cristiana


Peppino Impastato e Giancarlo Siani,

la forza della resilienza


Peppino Impastato nasce nel 1948 in una famiglia e in una città (Cinisi) mafiosa

Ciò che li accomuna è la resilienza, la

capacità di resistere alle forze contrarie

Etimologicamente,

la parola può essere fatta

risalire dal latino “resalio”, che connotava

il gesto di risalire sulla barca capovolta dalla forza del

mare

Giancarlo Siani nasce nel 1959 a Napoli in una famiglia borghese e in una città camorrista


Antonio Gramsci

Elio Vittorini

Adriano Olivetti

Enrico Mattei

Ennio Flaiano

Luigi Tenco

Leonardo Sciascia

Peppino Impastato

Giancarlo Siani

Marco Paolini

Roberto Saviano

Meta-cultura,

intellettuali e politica

Cultura imprenditoriale

e processo di

modernizzazione

Costumi degli italiani e

trauma culturale

L’affaire Italia:

resilienza e autonomia

dalle “mafie”

Memoria civile e

narrazione

Dal periodo fascista

alla ricostruzione

(anni ’30 – metà ’40)

Verso il boom

(anni ’50)

La fine dell’illusione

(anni ’60)

Gli anni di fango

(anni ’70 – metà ’80)

Un Paese… a parole

(anni ’90 – 2010)


Marco Paolini,

il teatro civile


Marco Paolini: il teatro civile

Paolini sviluppa i suoi spettacoli in monologhi spesso

in lingua veneta

Viene considerato uno dei massimi

esponenti della cosiddetta "prima

generazione" di quel "quasi-genere"

solitamente definito come teatro di

narrazione:

un teatro che, sulla scia della

lezione del Mistero Buffo di Dario

Fo, si fonda sul racconto di un

performer che assume la funzione

di narratore, senza interpretare un personaggio.


Marco Paolini: il Vajont (1963)

L’anno è quello che comunemente viene considerato

l’ultimo del boom economico

“[…] con i suoi duemila morti e con le pesantissime colpe della

Sade (responsabile della costruzione della diga) e delle autorità

pubbliche. Le immagini che la televisione porta allora nelle

case, la disperata denuncia dei superstiti […] ricordano al paese

un’altra Italia. Un’Italia da rimuovere.”

Giovanni Leone, capo del governo, accorre sui luoghi del

disastro promettendo giustizia: come avvocato lavorerà al

processo dalla parte degli imputati, non dei superstiti.

G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma 2003, p. 7


Marco Paolini: il Vajont (1963)

Edicola della stazione. Giallo Mondadori: mai piaciuti. Urania: già letto. Sulla

pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont.

Vajont? Mi interessa? Non c’è altro..." E' in partenza dal primo binario ... ". Dai,

dai, compra il libro, parte il treno... Tutuntutun... Leggi il libro... Sulla pelle

viva...

Tutun-tutun...Come si costruisce una catastrofe... Tutun-tutun...

Tutun-tutun...Come si costruisce una catastrofe? Ma non hanno costruito una

diga?

Tutun-tutun...E la diga non era costruita bene? A regola d’arte?

Tutun-tutun...La diga del Vajont era ed è un capolavoro...

Tutun-tutun...Nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si

potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo

le mani...

Tutun-tutun... Tutto fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma

indifferente...

"Longaroneeee!".

M. Paolini, G. Vacis, Il racconto del Vajont, Garzanti, Milano 1997, p. 13


Roberto Saviano,

il laico meridionale


Roberto Saviano: il laico meridionale

Laureato in Filosofia all’Università

degli Studi di Napoli “Federico II”

Allievo dello storico meridionalista

Francesco Barbagallo

Collabora con l’Espresso e la Repubblica

Autore nel 2006 di Gomorra

Dopo il successo dell’opera subisce

minacce dal clan dei Casalesi,

oggetto del suo libro, che lo

costringono ad essere protetto

da una scorta


Roberto Saviano e il caso Gomorra

Questione meridionale

Camorra e legalità

- il sistema

- questione economica (il porto, il cemento, la droga etc.)

Immaginario cinematografico

- Scarface

- Il Padrino

Problema dei rifiuti

- questione nazionale

Riferimenti

- Pasolini, Bianciardi, Sciascia


Roberto Saviano e il caso Gomorra

“Le prove non sono nascoste in

nessuna pen-drive celata in buche sotto terra.

Non ho video compromettenti in garage nascosti

in inaccessibili paesi di montagna.

Le prove sono inconfutabili perché parziali,

riprese con le iridi, raccontate con le parole

e temprate con le emozioni rimbalzate su

ferri e legni”

R. Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano 2006, p. 234


Io so

“Io so.

Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo

costruisce anche adesso.

So che stanotte parte un treno da Reggio

Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e

un quarto e sarà diretto a Milano […]

Un’emigrazione senza residenza che nessuno

studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme

della polvere di calce e solo lì […]

Io so in che misura ogni pilastro è il sangue

degli altri. Io so e ho le prove.

Non faccio prigionieri.”

R. Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano 2006, pp. 239-240


“La società ideale non è al di fuori della

società reale; essa ne fa parte. Lungi

dall’essere suddivisi fra di esse come tra

due poli che si respingono, noi non

possiamo appartenere all’una senza

appartenere anche all’altra”

E. Durkheim, Forme elementari

della vita religiosa, p. 462

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