Porto Alegre, città africana di Mario Pianta Porto Alegre. Il continente ...

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Porto Alegre, città africana

di Mario Pianta

Porto Alegre. Il continente perduto, l'Africa, è riemerso a Porto Alegre. Ha rivendicato la

sua identità, stretto i contatti con la cultura brasiliana, ridiscusso della schiavitù,

chiesto la cancellazione del debito, con il tribunale d'opinione organizzato da Jubilee

Sud, denunciato lo sterminio prodotto dall'Aids, che ucciderà nei prossimi anni la metà

dei maschi di particolari fasce d'età in paesi come Sudafrica e Zimbabwe.

A fare tutto questo sono soprattutto le donne, articolate, esperte di mille questioni,

protagoniste dei movimenti locali, che vengono a raccontare qui, con i coloratissimi

vestiti tradizionali, nella babele delle lingue dei paesi colonizzatori.

Come Aminata Traorè, ex ministra del Mali, che alla conferenza afro-brasiliana ha

ricordato che "l'Africa ha bisogno della sua memoria, ma la sua memoria è fuori

dall'Africa", dialogando con le organizzazioni di neri brasiliani e degli Stati Uniti.

L'analisi del presidente nigeriano della federazione dei sindacati africani è impeccabile.

Mette in fila le origini del neoliberismo, il fallimento dello sviluppo, i meccanismi del

debito, le decine di milioni di posti di lavoro perduti con la distruzione delle industrie

nazionali prodotta dall'apertura dei mercati e dalla privatizzazione delle imprese, e

propone alternative sociali, uno sviluppo con al centro le persone, più democrazia,

poteri internazionali che tornino nell'unica sede legittima, gli organismi delle Nazioni

Unite, naturalmente da riformare.

Il linguaggio di tutti è lo stesso dei movimenti degli altri continenti. Democrazia e diritti

di cittadinanza, autonomia della società civile, rapporto con lo stato. Una matrona

senegalese cita Sartre sul ruolo degli intellettuali e sul fare politica fuori dalle

istituzioni. Di donne se ne parla di continuo. Per una giovane ivoriana non devono più

essere le "guardiane della tradizione" ma protagoniste del cambiamento, sfidare l'ordine

patriarcale, controllare le reti di economia solidale, con un’analisi che unisce

femminismo storico e attenzione all'importanza delle culture.

Mbeko, una donna sudafricana, sottolinea l'ambivalenza del rapporto con lo stato. "Ne

abbiamo bisogno, per realizzare quello che vogliamo, ma dobbiamo superarlo per non

esserne prigionieri, ora che i governi fuggono dalla politica e abbracciano il settore

privato nella morsa della corruzione".

Un guineano, in un francese impeccabile, fa la radiografia dei conflitti africani. "Ci sono

i conflitti storici ed etnici, radicati nei legami dei popoli con le diverse potenze coloniali

e che si aggravano, come in Ruanda, dopo le crisi economiche e alimentari. Ci sono i

conflitti politici e tribali, che hanno per oggetto il controllo del potere degli stati. E ci

sono i conflitti economici, per il petrolio e i diamanti, come in Angola e Sierra Leone,

che sono in realtà guerre tra grandi imprese occidentali per interposta persona".

Si mescola la consapevolezza della propria impotenza con la determinazione a "rompere

la dipendenza da forze esterne ereditata e imposta all'Africa". "Non è sempre colpa degli

altri", sottolinea un sindacalista della Costa d'Avorio, costringiamo i nostri stati a

rispettare le regole, la democrazia, le convenzioni dell'Ilo sul lavoro. E critica i giovani

delle élite africane che una volta laureati emigrano in Europa, o gli intellettuali che non

vivono insieme al popolo.

Tutti denunciano il tradimento dei governi nati dalle lotte di liberazione nazionale,

Sudafrica compreso, e la debolezza dei poteri statali esistenti. "Non ci interessa

prendere il potere statale" è il ritornello che si sente ovunque tra gli africani come in

tutto il Forum.

Sofisticata nelle analisi e attiva nelle campagne, la società civile africana è una vera

rivelazione del Forum di Porto Alegre. I controvertici si moltiplicano anche in Africa: nel

settembre scorso la conferenza Onu sul razzismo ha portato 6000 delegati a Durban,


centinaia erano alla conferenza di Goree che ha condannato la schiavitù come crimine

contro l'umanità, diecimila persone saranno alla conferenza di Johannesburg

sull'ambiente dell'estate prossima.

E l'appuntamento più recente è stato il Forum sociale africano che si è riunito dal 5 al 9

gennaio scorso a Bamako, in Mali, con duecento organizzazioni di 43 paesi. A Porto

Alegre stato presentato il documento finale che parla dell'11 settembre e della guerra

Usa in Afghanistan, delle guerre africane in Ruanda, Somalia, Sierra Leone e Ciad, del

flagello dell'Aids e del ruolo dell'Europa. Ma, soprattutto, si parla di economia. "L'Africa

dovrebbe chiedere la cancellazione immediata del debito - afferma il documento - Non

solo l'Africa ha già pagato molte volte il debito, ma sono i paesi dell'occidente che hanno

un debito con l'Africa, contratto con la schiavitù e il colonialismo. L'Africa chiede che la

questione delle riparazioni sia affrontata seriamente alla conferenza di Monterey in

Messico sulla finanza per lo sviluppo" organizzata nel prossimo marzo dalle Nazioni

Unite. Il testo chiede ai governi africani di "sviluppare sistemi di regole nazionali e

regionali per controllare i movimenti di capitale" e denuncia - un tema ricorrente negli

interventi africani - l'illegittimità dei risultati del vertice di Doha, in Qatar,

dell'Organizzazione mondiale per il commercio. Qui i paesi africani, che erano contrari

ad accettare un nuovo ciclo di negoziati per la liberalizzazione, sono stati costretti da

durissime pressioni ad accettare all'ultimo momento.

Questa ripresa di parola dell'Africa ha già cambiato l'agenda dei movimenti globali, sul

debito ad esempio, lanciando la più radicale richiesta di cancellazione. Pone i problemi

del razzismo e delle riparazioni per la schiavitù, dà voce alle vittime concrete delle

guerre e del sottosviluppo, una voce che i movimenti del Nord dovranno ascoltare

sempre più.

il manifesto, 4 febbraio 2002

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