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La cultura

«La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico

più vasto, è quell’insieme complesso che include le

conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il

costume e qualsiasi altra capacità e abitudine che

l’uomo acquisisce come membro di una società».

Primitive Culture, 1871


I concetti che stanno alla base dello sviluppo dell’antropologia

contengono un potente enzima egualitario. La comune matrice

biologica dell’essere umano viene inizialmente “triturata” dalle

differenze di tipo culturale, ma anche in questo caso la ricerca

di una cifra unitaria riemerge sottotraccia, stabilendo un

continuum metodologico e classificatorio e facendo a pezzi nel

tempo l’insostenibile rigidità del discrimine civiltà

europea/mondo primitivo.


La cultura

Tylor è considerato il primo

antropologo ad accostarsi ai

fatti culturali con intento

generale e sistematico e a

dedicarsi allo studio della

cultura in tutti i tipi di

società e in tutti i suoi

aspetti, materiali e simbolici,

sostenendo che il termine

«cultura» va applicato alle

pratiche sociali quotidiane di

ogni comunità.

Edward Burnett Tylor

(1832-1917)


Edward Burnett Tylor (1832-1917) proviene da un’agiata

famiglia quacchera. Educato in casa e cagionevole di salute,

viene esonerato dagli affari. Nel 1855 compie un viaggio in

Messico con un collega antiquario, Henry Christy. Al suo ritorno

in Inghilterra, nel 1858 sposa Anna Fox e nel 1861 pubblica

Anahuac, opera dedicata all’antica civiltà messicana. Associato

alla Royal Anthropological Society, si dedica allo studio delle

società primitive, giungendo nel 1871 al saggio Primitive

Culture, opera di immediata risonanza, che gli apre le porte

della Royal Society. Nel 1883 diventa custode del Museo

dell’Università di Oxford, dove tiene conferenze su temi

antropologici, ottenendo nel 1896 la prima cattedra di

antropologia del mondo anglo-sassone, incarico mantenuto fino

al pensionamento, nel 1909.


Gli anni della maturità non vedono molte pubblicazioni né

significative modifiche delle posizioni iniziali. Tylor è stato un

antropologo d poltrona, appassionato ai risultati delle indagini

altrui ma alieno dal lavoro sul campo. Per lui il progresso si

collega con il razionalismo e l’antropologia serve a correggere

le aberrazioni del genere umano segnalando le sopravvivenze

irrazionali rispetto al comportamento sociale “moderno”. Tylor

ha usato la ricostruzione storica del passato, assimilando le

società primitive a quelle preistoriche, non tanto per dimostrare

la ricca varietà delle culture umane quanto per comprendere la

natura del progresso ed espellere dalla vita sociale gli elementi

primitivi e irrazionali.


La modalità antropologica

Nel 1895 Tylor, che già aveva tenuto un corso ad

Aberdeen nel 1888, ottiene il primo insegnamento di

antropologia culturale a Oxford.

La sua definizione di cultura ha soprattutto

un significato etnografico e include tutte le

competenze acquisite dall’uomo quale membro della

società, annullando tendenzialmente l’antinomia tra

cultura e civiltà, che diventano concetti isomorfi.


La cultura

La cultura in Tylor viene a

designare due fenomeni

distinti:

• il soggetto storico, il criterio

cardine e la chiave di lettura

dell’evoluzione umana;

• Il particolare patrimonio

collettivo di un gruppo

umano che ne configura e

descrive le peculiarità.


La cultura

Per designare l’evoluzione

culturale dell’umanità, che ha

il suo fondamento nell’idea

spenceriana di uno sviluppo

unilineare dal semplice al

complesso - viene ancora

preferibilmente utilizzato il

termine civiltà (processo di

civilizzazione).


L’osservazione dei vari popoli e culture (prevalentemente operata

su dati di seconda mano poiché Tylor, tranne rari viaggi, fu quello

che oggi si definirebbe un “antropologo da poltrona”) confluisce in

un sistema di classificazione universale dei fenomeni culturali

attraverso le somiglianze fra i tratti e le istituzioni delle diverse

culture. La comparazione ovviamente privilegia le uniformità sulle

differenze, cercando poi di disporle per stadi, «in ordine probabile

di evoluzione». Al vertice della graduatoria siede naturalmente la

Gran Bretagna dell’età vittoriana.


Come altri studiosi suoi contemporanei, Tylor crede

nell’esistenza di diversi stadi di sviluppo e nella loro

evoluzione unilineare. Quanto più una società si rivela

complessa (presenta cioè un livello di conoscenze acquisite

molto strutturato), tanto più va collocata in una fase

avanzata del suo sviluppo. Per Tylor la conoscenza è

sempre di tipo cumulativo e, anche se ammette possibili

forme di regressione culturale, è convinto che il progresso

sia la norma, e che la cultura sia dotata di potenti strumenti

per sopravvivere alle vicende storiche.


Come prova dell’esistenza di “sequenze evolutive”

Tylor utilizza il concetto di “sopravvivenze”, cioè

considera quegli aspetti della cultura che perdurano

oltre lo stadio di evoluzione sociale in cui hanno

origine e che, secondo lui, dimostrano l’evoluzione

degli stadi culturali attuali da quelli precedenti.

L’evoluzionismo di Tylor si concentra, molto più che

in Spencer o in Morgan, sull’evoluzione degli aspetti

mentali e ideativi della vita sociale, e specialmente

sulla religione.


Quando invece il riferimento è limitato a scenari locali e ristretti,

come una tribù o un popolo, assume maggior rilievo il termine

cultura, la cui concezione di “patrimonio della comunità” scardina

l’impostazione classica, pescando nel romanticismo più

sospettoso verso gli ideali illuministici di civiltà e civilizzazione (fu

Gustav Klemm il primo a usare il termine cultura nel significato di

insieme di costumi e credenze).


La concezione Tyloriana di cultura giunge a

costituire un ambiente culturale che preesiste

all’individuo e lo condiziona.

• la cultura è in primo luogo il patrimonio di una società e

non l’elaborazione personale ed esclusiva di individui;

• la cultura coincide con tutti gli aspetti del comportamento

che vengano trasmessi mediante la vita sociale;

• la cultura implica un meccanismo di trasmissione che si

differenzia tanto dall’eredità biologica, quanto

dall’elaborazione individuale.


La definizione di Tylor sottolinea il ruolo dei costumi e

delle abitudini (che sono quanto di più particolare e

locale esista) rispetto alla concezione illuminista di un

insieme di conoscenze tendenzialmente universali

come l’arte e la morale.


L’opera di Tylor evidenzia costantemente come la cultura sia il

risultato di un trasferimento sociale: ogni individuo apprende un

insieme di norme e comportamenti trasmessi attraverso le

generazioni. L’accento sul termine “acquisito” da un lato

comporta che, più o meno implicitamente, ogni comportamento

deve essere compreso entro il contesto della cultura di

appartenenza e dall’altro rinvia a un rapporto di mutua esclusione

tra natura e cultura: il patrimonio biologico è ereditario e

trasmesso geneticamente, mentre la cultura viene appresa dagli

individui nel corso della loro vita.


La concezione di Tylor - che la circoscrive a un modo di essere

collettivo - tende a estromettere dalla “cultura” quel dover

essere che resta invece intrinseco al concetto di civiltà. Su

questo versante la cultura come indagine del particolare si

oppone al concetto di natura, che rappresenta l’universale,

essendo la base dell’uguaglianza di tutti gli uomini, che

appunto condividono patrimonio genetico e destino biologico.


Nella sua definizione, infine, Tylor introduce

una nozione importante, quella cioè di insieme

complesso. Ciò significa che gli elementi citati

(costume, morale, credenze, arte, ecc.) non

sono slegati ma sfociano in una totalità

organizzata, per cui la cultura è un tutto diverso

dalla somma delle parti che la compongono.


La definizione di Tylor sembra

voler sostantivizzare la cultura

facendone qualcosa dotato di

una propria realtà empirica; la

sua vicinanza al positivismo

sembra portarlo a vedere nella

“cultura” quello status di “fatto

sociale” che Durkheim

teorizzerà poco più tardi.

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