introduzione - Consiglio Regionale della Basilicata

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introduzione - Consiglio Regionale della Basilicata

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introduzione

Vito De Filippo

Presidente

Consiglio

Regionale

della Basilicata

G L I A T T I D E L C O N V E G N O


Innanzi tutto rivolgo un saluto a tutte le autorità e agli amici presenti.

Sono contento perché vedo che l’appello lanciato dal Consiglio Regionale

ha trovato tantissimi sostenitori, che non solo dalla nostra regione, ma anche

da altre, hanno voluto partecipare a questa cerimonia di commemorazione.

Come avrete notato dall’invito l’iniziativa è stata organizzata per

avviare anche una riflessione sul profilo umano, politico ed anche tecnico-professionale,

di una personalità che sicuramente continua ad essere

ancora protagonista della nostra regione.

Decio Scardaccione si è conquistato uno spazio non soltanto nelle opere

e nelle rassegne che si occupano di storia del Mezzogiorno e sopratutto

di agricoltura, ma il suo insegnamento ed il suo pensiero continuano ad

essere vivi nel dibatitto politico-istituzionale della Basilicata.

Devo salutare innanzi tutto i familiari di Decio Scardaccione, che sono seduti

in seconda fila, a cominciare dai nipoti che, con mio grande piacere,

prendono parte a questa nostra iniziativa.

Saluto poi il senatore Mancino, che è un ospite assolutamente di riguardo

e che credo sia una delle personalità che più ha interloquito, anche nel

corso della sua vita politica ed istituzionale e nella sua lunga permanenza

nel Senato della Repubblica, con il senatore Scardaccione. In ogni circostanza

in cui ci sono stati accadimenti importanti o anche avvicendamenti

nella vita politica del senatore Scardaccione, il senatore Mancino è

stato sempre uno dei grandi amici che non ha fatto mancare suggerimenti,

consigli e solidarietà.

Ringrazio poi i tantissimi Parlamentari, il Prefetto di Potenza, i Consiglieri

Regionali, i Consiglieri Provinciali, che non cito perché sarei sicuramente

manchevole nell’elenco e quindi farei qualche errore anche di protocollo,

ma sono lieto che siano qui con noi.

Saluto il tavolo della Presidenza, al quale sono seduti il dottor Delfino e

il dottor Damiano, che si sono occupati di programmazione nella nostra

regione e che terranno una relazione di tipo più tecnico; vi è poi il consigliere

Melfi, che è Capogruppo dell’UDC in Consiglio Regionale e che ha

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mantenuto nel corso della sua vita politica sempre un rapporto molto costante,

anche di interlocuzione, pur nella diversità delle posizioni politiche,

con il senatore Scardaccione; Giampaolo D’Andrea è poi qui presente

nella sua duplice funzione di persona impegnata in politica e di studioso

di storia della Basilicata e soprattutto negli ultimi tempi si è occupato

di storia contemporanea a partire dalla Costituente fino ad oggi (1) ; infine

vi è il presidente Bubbico, che è testimone autorevolissimo della vita

della nostra regione e che incrocia, credo quotidianamente, anche nell’attività

di programmazione, il pensiero di Decio Scardaccione.

Io mi limiterò a fare una brevissima introduzione prima delle relazioni che

saranno precedute da un video che abbiamo recuperato e ricostruito, di

una quindicina di anni fa, girato quando il senatore Scardaccione era Presidente

dell’Ente di Sviluppo; in questo filmato Scardaccione si propone, come al

solito con genialità, ingegno e prorompenza nella descrizione del settore

agricolo della nostra terra.

Una delle lezioni di Decio Scardaccione è stata proprio quella dell’approfondimento,

dello studio del merito delle questioni che ha sempre saputo

proporre con grande intelligenza e con grande lungimiranza, molte

volte anche con qualche elemento di radicalismo. La “tecnica” come

strumento fondamentale per costruire politiche di sviluppo. E siccome credo

che non solo la forza del pensiero, ma proprio la durata dei grandi sentimenti

fa grandi gli uomini, proprio questa durata fa notare come sia ancora

vivo nelle scelte di programmazione che in qualche modo vedono realizzate

alcune intuizioni che sono state elaborate negli anni da questo impareggiabile

economista agrario.

Oggi il Mezzogiorno ha bisogno nuovamente di ritornare al merito delle

questioni, di approfondire e di partire dai dati concreti al di là di una pu-

(1)

si veda G. D’Andrea, Dal Governo di Salerno alla crisi della prima Repubblica; in Storia

della Basilicata, IV L’età contemporanea, Ed. LATERZA,2002, pp.265 e segg.


e efficace attività di rivendicazione. Anche nel dibattito politico-istituzionale,

quando si approfondiscono le questioni partendo dal merito è molto più

facile convincere e vincere alcune battaglie.

Si sente la necessità di riportare la discussione sul Mezzogiorno su questo

terreno, riformando innanzi tutto lo sguardo, come dice genialmente

Franco Cassano, un sociologo e filosofo che negli ultimi tempi ha analizzato

da una prospettiva assolutamente interessante il Mezzogiorno (2) .

Bisogna riformare lo sguardo e bisogna sconfiggere una sorta di lobby delle

cartine geografiche, che ogni volta che descrivono, anche visivamente

il Mezzogiorno, lo pongono comunque al sud di qualche ipotetico nord.

Invece, se si riforma lo sguardo, probabilmente il Mezzogiorno è collocato

in una dimensione assolutamente interessate, che è quella del

Mediterraneo, che è un crocevia non solo di civiltà, ma anche di grande

opportunità.

Quindi, capovolgendo il vecchio assunto, se nord corrisponde ad opportunità

e sviluppo, riformando lo sguardo, proprio il Mezzogiorno potrebbe

essere il nord del futuro, come ormai dicono in tanti. Un luogo ricco

di risorse e di intelligenze che sono i veri “talenti” dello sviluppo.

Di Decio Scardaccione noi dobbiamo ricordare il profilo del tecnico, del grande

amministratore ed anche del politico. Qualche tempo fa ricordavo soprattutto

il suo atteggiamento popolare, la sua attitudine al rapporto con

la gente e la vocazione anche in termini pedagogici, molte volte didascalici,

di trasferire le sue intuizioni programmatorie, che erano anche frutto di un’elaborazione

tecnica molte volte complicata e difficile. Scardaccione si poneva

anche il problema della divulgazione del pensiero programmatorio,

perché se non c’è questa consapevolezza ed approfondimento da parte

dei gruppi dirigenti, che non sono soltanto gli amministratori, ma che pos-

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(2)

F. Cassano, Il pensiero meridiano, Ed. LATERZA 1996, ed anche dello stesso autore: Paeninsula,

l’Italia da ritrovare, Ed. LATERZA, 1998.


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sono essere anche gli imprenditori agricoli e i dirigenti anche della

Pubblica Amministrazione, se non maturano e non diventano consapevoli

delle intuizioni programmatorie nuove ed innovative, probabilmente il

Mezzogiorno non ce la fa. È evidente che senza una profonda fase di apprendimento

ogni progetto per il Sud è di corto respiro.

È un po’ il self governement o l’autopropulsione di cui parlava Guido Dorso.

Un concetto che abbiamo utilizzato anche in tante altre pagine della storia

della programmazione. L’autopropulsione e il self governement nel

Mezzogiorno in qualche modo si determina quando c’è questa maturazione

e questa consapevolezza e quando è più diffuso e penetrante nella comunità

un pensiero nuovo anche in termini di programmazione.

E Decio Scardaccione, con le sue cartine e con le descrizioni che faceva molte

volte anche in termini pedagogici e didascalici, utilizzando anche un linguaggio

efficacemente metaforico, mutuando sostanzialmente ritmi retorici

che erano propri della cultura contadina, diffondeva intuizioni di tipo

economico ed agrario di grandissimo interesse rendendole meno ostiche.

I gruppi dirigenti, gli imprenditori, gli agricoltori del Mezzogiorno hanno

bisogno di questa missione ed anche di questa capacità di divulgazione

e sperimentazione delle grandi idee dello sviluppo.

Un secondo punto che io segnalavo e che vorrei riproporre era proprio il

piacere che aveva Decio Scardaccione di veder accrescere il benessere nelle

comunità, anche le più interne della nostra terra. Un vero e proprio gusto

per l’emancipazione sociale. Si notava nella sua azione una sorta di

appagamento quotidiano quando riusciva a collocare una famiglia, anche

contadina di piccoli quotisti, in una dimensione di benessere e di opportunità

di sviluppo.

L’azione molte volte su questo versante, devo dire, era dirompente, altre

volte è sembrata scomposta per la politica ufficiale, carica anche di qualche

radicalismo. E perché non ricordare, anche per somiglianza, gli sbocchi

del pensiero di un grande meridionalista, che ho già citato, Guido Dorso,

che arrivò a pensare al Partito Meridionale d’Azione?


Era questa a volte la reazione del Mezzogiorno, che in alcune fasi difficili

della vita del nostro Paese pretendeva sostanzialmente azioni radicali,

“rivoluzionarie”, e infatti il più importante volume di Dorso ha per titolo

“La rivoluzione del Mezzogiorno” arrivando a risultati che erano quelli del

Partito Meridionale d’Azione.

Il Mezzogiorno, al di là di questi radicalismi, rischia negli ultimi tempi di

non sapersi rappresentare. È molto scomposta la sua raffigurazione e viene

percepito disarticolato nella dinamica nazionale. Molti sforzi stanno facendo

le Regioni e la nostra, probabilmente per la dimensione e perché

crocevia fondamentale della vita del sud, sta assumendo questa funzione

importante e credo che il presidente Bubbico ci ricorderà sicuramente

delle iniziative intraprese negli ultimi tempi per tentare di riaccordare

anche, in una sintonia e in una rappresentazione unitaria, i temi del

Mezzogiorno, come nella Conferenza di Napoli sulla formazione e sull’innovazione

ed anche sull’Università, per il ruolo fondamentale che questi

settori hanno nella vita sociale del Mezzogiorno.

Oggi però, dobbiamo riconoscerlo, c’è una rappresentazione abbastanza

diversificata e si preferisce molte volte un protagonismo apparentemente

appagante in termini immediati, che è quello delle singole Regioni. La

Puglia, ad esempio, molte volte ragiona come un piccolo grande Stato e

non pensa che, misurando la sua funzione con le altre Regioni del

Mezzogiorno, può ricavare di più. Rischiamo, quindi, di non saperci adeguatamente

rappresentare.

Aconclusione della mia introduzione, vi faccio solo un esempio che è ricavato

da uno dei tantissimi scritti di Scardaccione e anzi credo che col

tempo dovremmo recuperare sia i suoi interventi in Parlamento e sia gli

scritti che sono distribuiti in tantissimi volumi, in tante miscellanee, in tanti

rapporti che sono ricavabili anche dalle biblioteche nazionali del nostro

Paese e non solo.

Siamo nel 1963 il Presidente dell’Ente Irrigazione era Aldo Ramadoro, mentre

Decio Scardaccione era il Direttore. Era l’epoca dei grandi interventi del-

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Vito De Filippo con il Senatore Scardaccione


Inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Bari 1965.

Il Senatore Scardaccione con il Rettore, prof. Del Prete

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la Cassa per il Mezzogiorno, quando per l’irrigazione nelle regioni del sud

arrivarono decine di miliardi, anche con una certa efficacia di realizzazione,

perché a rileggere con serenità storica questi fatti, probabilmente vi si

individuano effetti positivi molto più consistenti di quanto si immagina.

Ebbene, alla Fiera di Foggia, occasione importante di dibattiti sul settore

primario, si tenne un convegno, i cui atti sono stati poi raccolti in un

volume dal titolo “L’avvenire delle terre di nuova irrigazione”. Nel corso

dell’incontro si tentò di offrire strumentazioni di tipo programmatorio, ed

anche organizzativo al settore agricolo in una vasta area del Mezzogiorno,

che era la Capitanata e il Tavoliere, che si apprestava a ricevere investimenti

per decine di miliardi, che avrebbero trasformato centinaia di ettari.

In quell’area si sentiva l’esigenza di organizzare una “nuova agricoltura”.

Ebbene, i due relatori di questo convegno erano Manlio Rossi Doria e Decio

Scardaccione: il primo si occupò del mercato ortofrutticolo e del suo avvenire

e sarebbe veramente interessante rilevare da questa relazione, che

io ho avuto la possibilità di leggere nei giorni scorsi, quanto fosse anticipatore

il pensiero di Rossi Doria. Sono arrivato ad una conclusione che

potrebbe sembrare culturalmente “eterodossa”, ma così non è, credo che è

quella di superare una vecchia diatriba storiografica che vede Scardaccione

e Rossi Doria sempre contrapposti. Il dibattito, poi, si incaricherà di verificare

se è troppo forzata.

Come dicevo, leggendo questa relazione, si potrebbero ricavare elementi

puntuali rispetto a quello che è successo nella politica agricola comunitaria

negli ultimi tempi e che già nel 1963 sostanzialmente questo straordinario

pensatore aveva in qualche modo elaborato. Mi riferisco all’esigenza

di creare servizi collettivi, di avviare campagne di sperimentazione nelle

aziende, di organizzare la contabilità aziendale in termini consortili, di incentivare

l’associazionismo. Tutte indicazioni che vanno oggi sotto la voce

di “Organizzazioni Comuni di Mercato”, che costituiscono lo strumento

programmatorio sul quale ha puntato e sta puntando da qualche anno la

Comunità Economica Europea per sostenere questo tipo di agricoltura in-


tensiva, capace di strutturarsi nei mercati nazionali, europei ed internazionali.

Queste osservazioni di Manlio Rossi Doria furono poi recuperate con ulteriori

approfondimenti nel testo fondamentale di questo pensatore, che

sono gli “Scritti del Mezzogiorno” pubblicati qualche anno dopo dall’editore

Einaudi (3) .

Decio Scardaccione si occupò invece di orientamenti della produzione nelle

terre di nuova irrigazione e l’analisi è ancora una volta lucidissima. Aveva

poco più di 40 anni il Direttore dell’Ente Irrigazione, ma la sua mentalità

in qualche modo “rivoluzionaria” già era evidente e in quelle pagine vi sono

già chiaramente gli elementi costitutivi del pensiero di Scardaccione.

È interessante notare quando fa l’esempio dei cavamonti del Leccese, i quali

erano legati a questa attività, che era anche remunerativa, e fecero una

grande rivoluzione perché quando arrivarono le seghe elettriche per tagliare

il tufo queste misero in crisi il vecchio produttivo sistema. E lui ci

fa capire con puntualità che dopo qualche mese, dopo qualche anno, i cavamonti

diventarono altro e furono, in una modernizzazione necessaria ed opportuna

in qualche modo riutilizzati. In quell’area si sono moltiplicate le

opportunità e possibilità e il territorio, spiegava Scardaccione, ne ha ricavato

un generale beneficio.

Le analisi di Manlio Rossi Doria e quella di Decio Scardaccione su queste

questioni erano perfettamente e totalmente uguali. Potrebbe sembrare una

forzatura, così non è. In questi anni nella nostra regione, anche il dibattito

su questi argomenti, è stato molte volte condizionato dalla politica.

Anche il frastuono, l’invadenza della polemica politica non ha consentito

un approfondimento sereno e di merito.

Rileggendo, a freddo, queste osservazioni, si notano, invece, coincidenze

sorprendenti. Sul versante del settore primario e della differenza del-

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(3)

M. Rossi Doria, Scritti sul Mezzogiorno, Ed. EINAUDI,1982. Dello stesso autore si veda anche

Riforme agrarie e azione meridionalista, ed. L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003


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le “agricolture intensive” e non; fu proprio in quella circostanza, credo, che

per la prima volta Decio Scardaccione elaborò un pensiero che poi è ritornante

nella sua attività, cioè quello di distinguere le cosiddette quattro

tipologie di imprese agricole: quella a carattere familiare, quella capitalistica,

l’impresa part-time e l’impresa hobby come la definiva efficacemente.

La prima e la seconda erano quelle fondamentali; in quella a carattere familiare

era importantissima la mano d’opera e i processi di meccanizzazione

erano meno incisivi e meno necessari per l’attività dell’azienda.

Ma l’una e l’altra relazione, che descrivono con grande anticipo quello che

è successo nella politica agricola comunitaria, sono sostanzialmente coincidenti

anche sulle indicazioni che vollero dare agli agricoltori di quei

territori, alle aziende, che ricevendo la grande opportunità dell’irrigazione,

dovevano necessariamente modificare e rimodellare la strumentazione

ed anche l’organizzazione gestionale.

In alcuni passaggi queste relazioni significano sostanzialmente l’indicazione

di un metodo. Il Mezzogiorno, che analizza e non reclama soltanto, probabilmente

produce fatti più interessanti, il pensiero meridionale, anche

con qualche diversità, si esemplifica in questi due economisti per la capacità

di approfondimento e di analisi.

In conclusione, vorrei ricordare un meridionalista che stiamo oggi celebrando,

Francesco Saverio Nitti, che sull’approfondimento tecnico ha puntato

molto, e credo che sia giunto il momento che le amministrazioni e gli amministratori

si riapproprino sostanzialmente del merito, perché partendo

da lì è molto più facile azzerare polemiche ed è anche molto più facile organizzarci

in maniera unitaria e forse è anche più facile vincere battaglie

difficili, anche in una dimensione istituzionale quale è quella di oggi, che

vede il Mezzogiorno sicuramente emarginato nella storia e nel dibattito

del nostro Paese.

La lezione di Nitti sostanzialmente è molto simile a quella di Decio

Scardaccione, nel senso che si appuntava molto sulle cifre e i dati e Mario

Trufelli che è presente e saluto ha fatto una descrizione di questo racco-


glitore di cifre segnalando la testardaggine su questi temi di Nitti (4) .

Quindi ripartendo dalle cifre, dal metodo, dal merito delle questioni, sarebbe

facile confermare quello che dice Gabriele De Rosa nell’introduzione

del volume sulla Storia della Basilicata (5) , cioè che c’è una tradizione

meridionalista che è la più profonda, la più incisiva alla quale bisogna ritornare,

che parte da Nitti e vede protagonisti Rossi Doria, Azimonti, oppure

tecnici di orientamento più cattolico, come Gioacchino Viggiani e lo

stesso Decio Scardaccione.

Credo che in questa tradizione sia giusto e necessario collocare il senatore

Scardaccione e oggi che lo possiamo rappresentare nella sua dimensione

più profonda, potremo leggere i suoi scritti senza pensare che era il capo

della corrente di Base e ci renderemmo conto di quanti Lucani, di qualsiasi

ispirazione, e molte volte quanti amministratori che lo hanno anche

contestato, si ritroverebbero facilmente sulle sue intuizioni.

Io mi fermo qui, vi ringrazio per la partecipazione e diamo inizio ai lavori

con la proiezione di un video ricostruito con cura, che non è perfetto

in termini tecnici, ma è assolutamente efficace per le cose che Decio

Scardaccione dice.

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(4)

M. Trufelli; L’ombra del Barone, Ed. OSANNA, 2003

(5)

G. De Rosa in Storia della Basilicata, cit., p.XXXII

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