Le ricadute negative dello tsunami rifiuti sulle ... - Porto & diporto

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Le ricadute negative dello tsunami

rifiuti sulle eccellenze campane

Prodotto laziale, mozzarella di bufala pugliese, o calabrese.

Sono alcuni dei cartelli che si possono trovare

sui banchi di supermercati di mezzo Sud.

Dalla Puglia alla Calabria il “made in Campania”

è considerato poco sano e poco gradito.

Causa lo “tsunami rifiuti”. L’ostracismo

delle eccellenze campane si riscontra anche

al Nord e all’estero. In Germania e Inghilterra

fioccano gli avvisi “mozzarella non napoletana”, “prodotto

non campano”, mentre dagli Stati Uniti arrivano

disdette e richieste di rassicurazioni. Una multinazionale

anglo-giapponese ha ordinato a due pastifici gragnanesi

di eliminare dall’etichetta il nome di Napoli. Le cose

non vanno meglio in regione dove un supermercato napoletano

ha esposto un manifesto con su scritto “non

vendiamo prodotti napoletani”. C’è da chiedersi dove

porterà la psicosi collettiva che colpisce, da qualche

mese, la Campania Felix e le sue produzioni tipiche da

secoli apprezzate in tutto il mondo. Dalle associazioni

degli agricoltori si fa la conta dei danni. Gli allarmismi,

scaturiti dalle immagini dei rifiuti trasmesse in tv e dalla

paura di contaminazione da diossina, hanno fatto crollare

le vendite di latte (-20%), formaggi e mozzarella di

bufala (-40%), olio e vino (-25%), mentre sugli ordinativi

di ortaggi si registra un calo del 32% (dati Cia). Fra

le produzioni a rischio ci sono le fragole prodotte in serra

e gli sparagi. Francesco Fiore, direttore dell’Unione agricoltori

della provincia di Napoli, parla di paralisi della

commercializzazione dei prodotti ortivi e di speculazione

commerciale. “E’ una situazione che preoccupa – spiega

– gli agricoltori, impegnati nella programmazione per i

prossimi mesi, sono disorientati. Alcuni stanno pensando

di sostituire le coltivazioni frutticole e ortive con quelle

floro-vivaistiche”. Per rassicurare i consumatori sulla

sicurezza delle tipicità, Confagricoltura ha chiesto alla

Camera di commercio di Napoli di attrezzare il proprio

laboratorio merceologico per effettuare esami gratuiti

sui livelli di diossina dei prodotti. Molte aziende agricole

hanno aderito all’iniziativa. “A Berlino, in alcuni supermercati

del centro, ci si può imbattere in cartelli del tipo

“mozzarella non napoletana” – aggiunge – ma questo

vale anche per il nord Italia: a Verona assicurano di non

vendere prodotti campani. Non mi sento di biasimare

questi commercianti, almeno fin quando in tv passeranno

immagini di città sommerse dalla spazzatura. E’

necessario ripulire le strade e avviare – con il contributo

di autorevoli professori universitari – una campagna di

comunicazione volta a rilanciare, a tutela di consumatori

e imprese, l’immagine e la genuinità delle produzioni

agro-alimentari. Al Governo chiediamo la sospensione

temporanea o la dilazione nel tempo dei versamenti

degli oneri previdenziali e fiscali a carico delle aziende

agricole che hanno visto le produzioni invendute o

quasi”. Per Vito Amendolara, direttore di Coldiretti Campania

e di Ismecert “bisogna accelerare i tempi contro

i devastanti effetti del consolidarsi di una catastrofica,

quanto infondata convinzione, che accomuna in maniera

generalizzata e indistinta produzioni di pregio nutrizionale

e di sapore con i rifiuti, con l’effetto di far disdire

sui mercati nazionali e internazionali accordi di forniture

di prodotti agro-alimentari conformi ai requisiti di qualità

delle più severe norme europee; d’altra parte gli imprenditori

scontano il dramma di non poter onorare gli

impegni economici e dell’incertezza sulla programmazione

delle semine”. I condizionamenti di natura psicologica

sui comportamenti di acquisto penalizzano soprattutto

l’ortofrutta. Nelle scorse settimane da Usa e Ue (Grecia,

Inghilterra e Germania), sono arrivate notizie di clienti

che non gradiscono i prodotti campani fino alla quarta

gamma. “C’è un supermercato, in provincia di Napoli,

che ha esposto un manifesto che dice non vendiamo prodotti

napoletani – rincara il direttore – è una cosa grave

che mi lascia allibito, perché allarma ancor più i consumatori”.

Uno dei settori più colpiti è quello lattiero-caseario, a

causa della psicosi diossina. Sul banco degli imputati è

finita la mozzarella di bufala dop.

Eppure le associazioni di categoria, dati “scientifici”

alla mano, non hanno dubbi: i controlli sanitari quasi

giornalieri rassicurano sulla bontà del made in Campania.

Anche il Ministero della salute e gli esperti del

commissario De Gennaro hanno escluso la presenza di

diossina nei prodotti. “Fortunatamente – dice Vincenzo

Oliviero, direttore del Consorzio di tutela della mozzarella

di bufala campana dop – l’effetto mediatico negativo

si è fermato, anche perché non c’è una sola mozzarella

che superi i valori di legge sulle diossine. Siamo tranquilli

e vigili. Da quando ci fu l’emergenza nel 2003 le Asl

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hanno imposto alle aziende un piano di autocontrollo

per le diossine nel latte e nelle mozzarelle che i nostri associati

svolgono regolarmente in laboratori privati certificati”.

Oliviero parla di sciacallaggio commerciale, riferendosi

alla mozzarella di bufala campana spacciata per

pugliese o calabrese nei supermercati del Sud. In gioco

c’è la sopravvivenza di un settore vitale per l’economia

regionale. “Con il calo vertiginoso dei prodotti finiti derivati

dal latte di bufala a percentuali che oscillano dal

40 al 60% - interviene Giuseppe Mandara, presidente

delle industrie casearie di Confindustria Caserta - il livello

di stoccaggio del latte inutilizzato è arrivato a un

livello alto. A febbraio i magazzini frigoriferi autorizzati

al congelamento e allo stoccaggio hanno segnalato giacenze

pari a 40 milioni di litri di latte, con il conseguente

crollo dei prezzi a danno di produttori e prodotti finiti. La

situazione è insostenibile, lo Stato deve ritirare il latte in

eccesso. Il nostro settore per la Campania e, in particolare,

per la provincia, rappresenta quello che la Fiat è per

l’Italia. E lo Stato non può volgere lo sguardo dall’altra

parte”. La preoccupazione resta alta per l’effetto sull’immagine

di un’economia che fa leva sulle eccellenze alimentari,

a partire dalla pizza che sta per ottenere dall’Ue

il riconoscimento della sgt (specialità tradizionale garantita).

Ma qual è lo stato di salute di pomodoro, pasta

e vino? “Il pomodoro, oramai inscatolato, non ha subito

alcun riflesso negativo dall’emergenza – commenta Pasquale

D’Acunzi, presidente del Consorzio per la tutela

del San Marzano dell’Agro sarnese-nocerino dop – le

difficoltà interessano i prodotti freschi, come verdura,

finocchi, cavolfiori. C’è però disorientamento tra i nostri

clienti statunitensi, europei e giapponesi, a cui abbiamo

dovuto spiegare che il pomodoro che trasformiamo

è sicuro perché viene coltivato in aree dove non vi sono

le discariche, o in altre regioni, come Puglia, Toscana

ed Emilia Romagna, non interessate dall’emergenza”. La

crisi ha intaccato solo leggermente il settore vino, come

sostengono Sandro Acunzo e Adriano Russo, responsabili

di due cantine vinicole con sedi a Trecase (Na) e Grottolella

(Av). Salvi i prodotti tipici della costiera amalfitana

e sorrentina: agrumi e derivati, come il limoncello.

E la pasta? “Una multinazionale anglo-giapponese

– afferma il sindaco di Gragnano, Michele Serrapica –

ha chiesto a due pastifici di eliminare la parola Napoli

dall’etichetta apposta sui pacchi. Gli imprenditori si sono

dovuti adeguare, anche perché l’80% del mercato inglese

è coperto dalla nostra pasta; ogni giorno mille quintali

sbarcano in Inghilterra”. Per salvaguardare il made in

Gragnano, il Comune ha promosso la nascita del museo

e della cittadella della pasta, e partecipa a fiere a New

York e S. Pietroburgo. Il Comune di Capaccio-Paestum,

per tutelare le eccellenze locali (olio, carciofi, mozzarella)

da un lato ha fatto della città dei Templi la sede

nazionale del forum “città dei sapori”, dall’altro parteciperà

a quattro eventi a Stoccarda (aprile) e Bucarest

(giugno), in Svezia (settembre) e Danimarca (novembre).

Intanto si susseguono le iniziative per recuperare l’immagine

della Campania. Coldiretti e Camera di commercio

di Napoli hanno promosso una cena al Fairmont Grand

Hotel di Montecarlo a base di tipicità locali. “La cena -

spiega Amendolara - è una provocazione lanciata per

far emergere la verità sui prodotti ortofrutticoli campani,

danneggiati dall’immagine veicolata dai media”. A

Portici, presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale del

Mezzogiorno, è stato inaugurato l’Osservatorio regionale

per la sicurezza alimentare (Orsa). Il sito di e-commerce,

www.youbuy.it - con sede a Santa Maria Capua Vetere

- ha invece inviato alle redazioni giornalistiche locali

un sacchetto di plastica nero, come quelli contenenti i

rifiuti, da cui a sorpresa è spuntata una t-shirt bianca

con la scritta: “M’hanno fatt’o pacco?”.

Basilio Puoti

Oggi il sistema Campania è costituito da 14

prodotti a denominazione o ad indicazione di

origine protetta (dop/igp), 29 vini docg, doc e igt,

329 prodotti tradizionali censiti dalla Regione, il

cui 25 per cento di superficie è protetta da parchi,

dove sono presenti 13 città del biologico, 40

del vino, 30 dell’olio e 4 del pane, oltre a sedicimila

ettari di territorio coltivati a biologico e 734

agriturismi. Attualmente sono 135mila le imprese

campane, mentre il valore della produzione

agricola in Campania si aggira sui 10 miliardi di

euro (dati Coldiretti). In Campania (zona casertana

e piana del Sele) il comparto lattiero-caseario

raggruppa 130 caseifici dop, duemila allevamenti,

300 mila capi che producono 40 mila tonnellate

di mozzarella all’anno, per un fatturato alla

produzione di 300 milioni di euro annui. Circa 20

mila sono i posti di lavoro tra allevamento e trasformazione.

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