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I messaggi dei Papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. La ... - Dedalo

I messaggi dei Papi, da Paolo VI a Benedetto XVI. La ... - Dedalo

saggi su Est-Ovest, ma

saggi su Est-Ovest, ma anche Nord-Sud (1986) sullo sviluppo, sulla libertà religiosa e il rispetto delle minoranze, sul rispetto della coscienza di ogni uomo, sull’unità dei credenti di ogni religione per arrivare alla pace, sul dialogo tra le culture. C’è tutto il Vangelo nei C’è tutto il Vangelo nei messaggi di Wojtyla. Ne scrive 27 dicendo in pratica che la pace è una conquista collettiva delle nazioni, ma anche una responsabilità personale. messaggi di Wojtyla. Ne scrive 27 dicendo in pratica che la pace è una conquista collettiva delle nazioni, ma anche una responsabilità personale. Anzi, se manca la seconda, la pace non regge. Ecco perché nessuno è esente dall’impegno per la pace. La pace è una necessità permanente e non va invocata solo quando vi sono guerre “guerreggiate”. Wojtyla si è trovato solo nel 1991 al tempo della prima guerra del Golfo. Solo contro tutto il mondo, perché allora non c’era la “coalizione dei volonterosi” guidata dal condottiero a stelle e strisce e formata dai suoi fedeli scudieri. C’era l’Onu contro Saddam, che il Papa e sotto i riflettori apocalittico”, passando attraverso le critiche coraggiose di alcuni cattolici isolati (si pensi all’effetto dirompente del mazzolariano Tu non uccidere, uscito anonimo nel 1955), messi alle strette dalla difesa del principio svolta da padre Messineo sull’autorevole La Civiltà cattolica. Ci è voluta poi la stagione conciliare per la costruzione di un dibattito articolato e sofferto (lo scontro di don Milani con i cappellani militari) che ha però permesso di ridefinire significativamente nell’immaginario cattolico i termini e limiti della liceità della guerra. Marce per la pace. A partire dalla fine degli anni ’50 divennero uno dei più dinamici e interessanti canali di mobilitazione pacifista popolare, nonché forma di partecipazione civile alla politica internazionale. Il prototipo di marcia della pace fu quello Londra-Aldermaston nella Pasqua del 1958. Molti osservatori definirono quell’evento la prima manifestazione di massa pacifista dell’era atomica, segnale di una penetrazione della paura nucleare nell’immaginario collettivo ma anche di un significativo dinamismo delle forme di mobilitazione civile. A quella marcia ne seguirono altre, a cominciare dalle Marce contro la morte atomica tedesche per arrivare alle mobilitazioni di Pax Christi in Francia e di una galassia pacifista che negli anni successivi si sarebbe fatta sempre più composita e articolata. La Prima marcia della pace italiana, la Perugia-Assisi, fu organizzata da Aldo Capitini nell’autunno del 1961, e nonostante una partecipazione ancora limitata segnò un primo tentativo di svincolarsi dal controllo partitico dei movimenti pacifisti. Da allora le marce sono divenuto un canale cruciale della mobilitazione civile, come dimostra l’impressionante mobilitazione che ha toccato le principali piazze del mondo (da Madrid a Città del Messico, da Roma a Londra) in occasione della guerra preventiva in Iraq. Multilateralismo. Fin dalla Conferenza dell’Aja del 1907 e dalla creazione della Società delle Nazioni nel 1918, la comunità internazionale ha collegato la questione del mantenimento della pace e del controllo degli armamenti al necessario consolidamento di una cultura politica multilaterale. I faticosi progressi del diritto internazionale nel corso del XX secolo sono legati indubbiamente a questo processo, pur in presenza di forti e a volte drammatici paradossi (la crescita percentuale costante di morti civili nelle guerre). La nascita delle Nazioni Unite alla fine della seconda guerra mondiale ha segnato un importante passo in avanti ma ha dovuto subire per una lunga stagione le limitazioni imposte dalla guerra fredda, con il suo portato culturale, militare e strategico. L’europeismo e altri difficili processi d’integrazione, insieme all’azione di alcune agenzie Onu (Undp e Unesco su tutte) hanno comunque contribuito a valorizzare l’idea di una cultura multilaterale di pace. Paradossalmente negli anni ’90 il multilateralismo ha faticato a^^ Segno I 012007 7

sotto i riflettori la Santa Sede criticano duramente perché, scrisse la Civiltà Cattolica, si è lasciato «trascinare nella logica della guerra». Mai Wojtyla, nemmeno per la Polonia, interviene con tanta insistenza come sulla guerra del Golfo. Ed è lui a usare la frase più radicale e coerentemente ispirata al Vangelo che mai fino ad allora un Papa aveva usato, parlando di «assoluta prescrizione della guerra» al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano. Ma non lo ascoltano e fanno la guerra. Sono nazioni diverse, dove la religione ha un posto, ma i credenti sembravano essere in difficoltà e alcuni avevano addirittura giustificato la guerra. Lui, l’anno dopo, rilancia: «I credenti uniti nella costruzione della pace». L’ultimo messaggio di Wojtyla è insieme un’invocazione e un’invettiva: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». Benedetto XVI conferma le intuizioni dei suoi predecessori e nel suo primo messaggio mette in relazione pace e verità, cioè riferita a un ordine superiore. Ma sbaglia chi crede che il Papa teologo sia venuto per attenuare il significato anche geopolitico di quel Messaggio, perché verità vuol dire giustizia, perdono e amore. ■g Il messaggio 2007. Difendere la persona umana e i suoi diritti «Rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono le premesse per un autentico umanesimo integrale. È così che si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni». Così Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale della pace 2007, che ha per tema Persona umana, cuore della pace. Nel messaggio, reso noto il 12 dicembre, il Papa tratta vari aspetti: la persona umana e la pace: dono e compito; il diritto alla vita e alla libertà religiosa; l’uguaglianza di natura di tutte le persone; l’ecologia della pace; visioni riduttive dell’uomo; diritti umani e organizzazioni internazionali; diritto internazionale umanitario e diritto interno degli Stati; la Chiesa a tutela della trascendenza della persona umana. «Ogni cristiano – ha scritto Ratzinger nel messaggio – si senta impegnato a essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti». Di qui l’invito affinché «non venga mai meno il contributo di ogni credente alla promozione di un vero umanesimo integrale secondo gli insegnamenti delle lettere encicliche Popolorum progressio e Sollecitudo rei socialis, delle quali ci apprestiamo a celebrare proprio quest’anno il 40° e il 20° anniversario». imporsi, nonostante la sperimentazione (molte volte fallimentare) di missioni di peace-keeping, rapido intervento e stabilizzazione. Torna alla mente la proposta di alcuni pacifisti degli anni ’50 della necessità e urgenza di costruire un multilateralismo “dal basso”, una “Onu integrale” o “dei popoli”, investendo sulla cultura, sull’educazione, sulla conoscenza, sulla ridefinizione del rapporto locale-globale e sul rispetto tra “diversi” come presupposti di una costruzione di pace che si rifletta anche negli istituti sovranazionali. Nonviolenza. Il tema delicato della nonviolenza ha solcato in modo, spesso sotterraneo ma cruciale, la storia del pacifismo, in particolare nel contraddittorio XX secolo. Il pacifismo “combattivo” messo in mostra da personaggi di inizio secolo, come il dimenticato premio Nobel per la pace italiano Teodoro Moneta o dall’internazionale socialista riunita in congresso a Zimmerwald alle soglie della prima guerra mondiale, sembra infatti assai lontano dal modello gandhiano. Questa dicotomia tra pacifisti “puri” e non, si sarebbe ritrovata negli anni della guerra fredda, solcando movimenti come i Partigiani della pace e in seguito anche diverse organizzazioni contro il disarmo, fino ad approdare oggi nella complessità del movimento new global. La tradizione della nonviolenza ha faticato a imporsi anche in Italia, scontrandosi con il pacifismo istituzionale cattolico e delle sinistre. I due più famosi interpreti del pensiero gandhiano furono indubbiamente Lanza del Vasto, fondatore della comunità di Arché e protagonista di alcuni famosi digiuni e proteste per la fame, e Aldo Capitini, l’animatore dei circoli nonviolenti e delle scuole per la pace di Assisi. Sul fronte cattolico la costruzione di una cultura nonviolenta è stata fortemente condizionata dal dibattito sulla guerra giusta e dalla pervasività politica della guerra fredda, incarnata nella contrapposizione Dc-Pci. Ciononostante la maturazione di un dibattito sull’obiezione di coscienza ha prodotto effetti dirompenti in particolare nella stagione postconciliare, grazie alle aperture di Giovanni XXIII e alle iniziative dei vari La Pira, Milani e Balducci. Sviluppo. Sul fronte cattolico cruciale al riguardo è stata l’esperienza conciliare e la stagione dei pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI, dalla Pacem in terris alla Populorum progressio che hanno conciliato il tema della pace e della lotta alla fame alla grande questione della dottrina sociale della Chiesa. Il tema del nesso nonviolenza-giustizia sociale, incarnato nell’esperienza di personaggi come Helder Câmara, Oscar Romero, Desmond Tutu è al centro dei criteri di scelta anche di molti dei premi Nobel insigniti nell’ultimo ventennio, dalla maya Rigoberta Menchú al bengladese Mohamed Yunus. Questo sembra voler essere un segnale emblematico ai sostenitori delle visioni unilaterali, belliciste e schematizzanti, quanto mai essenziale in questa stagione segnata dalla violenza del terrorismo integralista e delle guerre preventive. 8 Segno I 012007

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