L'Italia che ha in mente (da Linus no. 8, 2001) Frittata Totale Globale ...

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L'Italia che ha in mente (da Linus no. 8, 2001) Frittata Totale Globale ...

L'Italia che ha in mente (da Linus no. 8, 2001)

Frittata Totale Globale. Così, parafrasando Caccamo/Teocoli (Frittura Totale Globale,

Baldini&Castoldi, 1994), potremmo commentare l'esito del G8 genovese. Se le violenze e

la morte del giovane Carlo Giuliani non avessero colorato di tragico quelle giornate,

saremmo infatti qui a ricordare il ridicolo di cui il governo Berlusconi si è coperto a

luglio di fronte a tutto il mondo. La colossale frittata è frutto della

sproporzione abissale tra le ambizioni berlusconiane (mostrare ai Grandi e al globo

tutto com'è smagliante l'Italia che ha in mente) e le capacità reali dello statista di

Arcore di esserne all'altezza. In realtà, però, non è neanche questo il problema. Il

problema è proprio l'Italia che Berlusconi ha in mente: un paese irreale, dove le cose si

sistemano coi limoni appesi col nylon alle piante (un trucco da set di quarta serie), o con

un fondale falso, a nascondere una facciata vecchiotta (come ci si copre le rughe col

cerone), o invitando a ritirare le mutande appese (con un'idea di "decoro" che più

puerilmente piccolo-borghese non si può). Un paese dove i drammi e i conflitti vengono

nascosti, goffamente o con gli effetti speciali e l'effetto flou, rassicurante, kitsch. Il

mondo e la vita reali non sono tuttavia impacchettabili e a Genova Berlusconi ha

dimostrato la propria idiosincrasia di fronte alle situazioni

complesse e la propria incapacità di affrontarle. Qui, e nei trucchetti dozzinali per

mascherare questa incapacità, sta il ridicolo. Ma nel passo ulteriore compiuto dal

governo sta invece il rischio, esattamente e tragicamente denunciato dal sangue sparso:

i potenti che non sanno misurarsi razionalmente con le situazioni complesse e

conflittuali tentano, sempre, di semplificarle brutalmente, autoritariamente. È quello

che ha fatto il governo quando ha verificato il fallimento della propria strategia, che era

di pura immagine fin dall'inizio. Berlusconi non si era ancora insediato e già diceva che

ci sarebbero stati problemi. Mancavano quasi due mesi al G8 e già, tra un sopralluogo e

l'altro a occhieggiare mutande e fontane, dava la colpa ai predecessori dell'Ulivo!

Ostentando disponibilità al dialogo con i contestatori, pensava intanto che se,

inopinatamente, le quattro chiacchiere di Ruggiero con il Social Forum non avessero

cloroformizzato il movimento, si sarebbe pur sempre potuta estrarre la vecchia e cara

carta della criminalizzazione. Per questo, per coprire il fallimento e per l'incapacità

culturale e, direi, psicologica, di stare in una dimensione di complessità, il governo non

ha visto per tempo il rischio "tute nere", o peggio ne ha strumentalizzato la violenza

distruttrice in chiave anti Social Forum, scegliendo come bersaglio quest'ultimo e, in

particolare, le Tute Bianche (il solo movimento radicale che abbia tentato davvero,

dall'interno di un'area difficile e magmatica ma sicuramente rappresentativa di una

vasta area sociale e generazionale, di trasformare tendenze estreme e violente in forme

di disobbedienza capaci di darsi un limite e, in molti casi, una capacità di dialogo e di

mediazione). Anche questo impedisce di fermarsi al ridicolo della "frittata": ma vi si

deve aggiungere, infine, lo stesso esito sul piano dei risultati concreti del G8. Gli otto

(presunti) Grandi non sono riusciti a trarre dai loro conciliaboli tra la nave superlusso e

Palazzo Ducale che l'aria fritta (ancora!) di qualche buon proposito e l'insultante

elemosina di qualche dollaro per i poveri e gli ammalati della Terra, oltre che per la

Terra medesima. Per questo il movimento che ha dato vita al Genoa Social Forum e che,

in circostanze difficilissime, ha prodotto, infine, la più grande manifestazione da molti

anni in qua, ha una responsabilità in più oggi: quella di vivere oltre Genova, di darsi un

respiro e un'intelligenza ancora maggiori, capaci di varcare il cerchio di fuoco e di

sangue in cui l'hanno cacciato un ceto politico indegno, un governo non si sa se più

cinico o incapace (o entrambe le cose), e forse anche la propria sottovalutazione di un

nemico che certamente non è interno (il "blocco nero" è quanto di più lontano si possa

immaginare dall'arcipelago della contestazione alla globalizzazione neoliberista) ma che

cerca di usare il movimento per i propri giochi di guerra. Ho visto, a Genova, molte Tute


Bianche prendere a calci in culo le Tute Nere che gli arrivavano a tiro. Ho sentito le

riflessioni e le proposte che nel controvertice ci sono state per affrontare i problemi del

mondo attuale, assai più consapevoli di quelle dei cosiddetti Grandi. Ho visto molta

gente di Genova capire chi erano davvero i responsabili della pazzesca situazione in cui

la città si è trovata. Nella fusione di queste diverse esperienze - linearità e solidità del

movimento, consapevolezza culturale e politica, legame con la comunità più vasta - c'è

forse la chiave per la durata, per la nascita di un permanente Social Forum italiano

capace di andare oltre le stesse forme tradizionali della partecipazione politica. E di

risospingere il governo nell'angolo ridicolo in cui merita di stare.

di Gianfranco Bettin

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