Rapporto ENERGIA EOLICA E SVILUPPO LOCALE - Corrente - Gse

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Rapporto ENERGIA EOLICA E SVILUPPO LOCALE - Corrente - Gse

Energia

eolica

e

sviluppo

locale

Territori, green economy e processi partecipativi


Energia eolica e sviluppo locale

Territori, green economy e processi partecipativi

ART srl – Analisi e Ricerche Territoriali

Roma & Modena

Realizzato per conto

di Ricerca Sistema Energetico - RSE SpA

Analisi & Ricerche Territoriali srl


Progetto grafico e impaginazione: Fralerighe, Tivoli

© Copyright 2011 Ricerca sul Sistema Energetico - RSE S.p.A.

Finito di stampare nel mese di giugno 2011

La riproduzione e/o diffusione parziale o totale dei contenuti del presente volume è consentita esclusivamente

con la citazione completa “Ricerca sul Sistema Energetico - RSE S.p.A., Energia eolica e sviluppo locale”.


Sommario

INTRODUZIONE 5

1. LO SCENARIO GENERALE 11

2. LA PRODUZIONE DI ENERGIA EOLICA IN ITALIA 15

3. LA PRODUZIONE DI SISTEMI EOLICI IN ITALIA 25

4. IL QUADRO NORMATIVO NAZIONALE 31

4.1 La prima fase (1988-1997) 32

4.2 La seconda fase (1998-2002) 32

4.3 La terza fase (2003-presente) 34

5. IL RUOLO DEL SISTEMA FINANZIARIO 49

6. GLI ELEMENTI DI CRITICITÀ 55

6.1 Le difficoltà tecniche 55

6.2 Procedure amministrative 58

6.3 La carenza di una informazione corretta 66

7. IMPATTO AMBIENTALE E PAESAGGISTICO 73

7.1 Impatto visivo 84

7.2 Impatto su flora, fauna e avifauna 88

7.3 Impatto acustico ed elettromagnetico 89

7.4 Criteri per una corretta progettazione delle centrali eoliche 90

8. RICADUTE TERRITORIALI E BUONE PRATICHE 95

8.1 Piccole e grandi royalties 95

8.2. Alcune esperienze del rapporto tra grande eolico e territorio 103

9. APRIRE UNA SECONDA FASE: RINNOVABILI E SVILUPPO LOCALE 125

9.1 Rinnovabili e sviluppo locale 127

9.2 Rinnovabili e agricoltura 141

9.3 Rinnovabili e aggregazioni territoriali 146

9.4 Rinnovabili, multiutilities e smart grid 151

TESTIMONI PRIVILEGIATI 157

BIBLIOGRAFIA 159


Introduzione

Se c’è un’immagine che, meglio di altre, connota la grande transizione dell’economia e

della società dei paesi avanzati questa è certamente la pala di un generatore a vento.

Simbolo e paradigma della green economy, dell’affermarsi di una via “alta” dello sviluppo

che sappia incorporare e valorizzare una crescita sostenibile e compatibile con le risorse finite

del pianeta, la turbina eolica prefigura una ridefinizione dei rapporti che collegano l’uomo

con l’ambiente, il paesaggio, le fonti di energia, la società, l’economia, il consumo, la cultura.

Se il grande impianto di produzione energetica a combustibili fossili con le sue ciminiere

fumanti, localizzato in prossimità dell’area urbana ed industriale, costituisce una delle icone

del ‘900, negli ultimi anni si sono affermati - grazie allo sviluppo tecnologico, alla crescente

consapevolezza dei problemi connessi con i cambiamenti climatici in atto, al diffondersi di

processi e di dinamiche di cittadinanza attiva etc. - modelli di produzione energetica sostenibili

e connessi all’utilizzo di fonti rinnovabili.

Un aspetto rilevante per un paese come l’Italia caratterizzato da forti squilibri socioeconomici

territoriali, proprio perché “modulabili”, gli impianti ad energie rinnovabili - ed in

particolare quelli che utilizzano la risorsa anemologica - possono essere localizzati ovunque,

anche in siti montani lungo il crinale appenninico, ovvero in quelle aree interne del sistemapaese

che sono rimaste ai margini del processo di civilizzazione industriale e che hanno

subìto, più che vissuto, i processi di modernizzazione.

Pertanto, ragionare sul tema dell’impatto sociale, dell’accettabilità culturale rispetto alla

realizzazione di questi impianti di produzione energetica, significa misurarsi con l’insieme

delle problematiche e delle opportunità connesse ai temi dello sviluppo locale in aree difficili,

in contesti socio-economici in deficit di sviluppo.

Noi abbiamo delle zone interne che sono abbandonate o in via di abbandono: allora l’eolico e le

altre energie rinnovabili potrebbero essere un’opportunità di ripresa. Energie rinnovabili, agricoltura

di qualità, turismo rurale, un po’ di manifatturiero leggero e servizi, potrebbero benissimo

essere queste le basi economiche di una ripresa di queste aree più interne dell’Appennino

(Paolo Berdini, Università di Roma Tor Vergata).

* * *

Non che la soft economy non sia già presente in questi luoghi, tutt’altro. Le produzioni

agroalimentari identitarie, il turismo outdoor, il neo-borghigianesimo connesso al recupero

5


Energia eolica e sviluppo locale

di cascinali, casali, borghi e centri storici, la risalita “a salmone” delle piccole imprese, la

“parchizzazione” del territorio, sono alcuni (e forse i principali) indicatori del processo di terziarizzazione

e di globalizzazione anche di queste economie territoriali marginali. È casomai

il mix tra queste nuove e diverse funzioni territoriali, i collegamenti che si vengono (o che si

potrebbero) stabilire tra produzioni tipiche, servizi identitari, qualità del sistema territoriale,

e flussi della modernità a determinare il diverso grado di accettabilità socio-culturale di impianti

eolici sul territorio.

* * *

L’eolico e, più in generale, le energie rinnovabili si stanno sviluppando in Italia, diffondendosi

sui territori locali a ritmi inimmaginabili solo 10 anni fa, nonostante fattori che

incidono negativamente come:

• le difficoltà tecniche dovute alla complessità orografica del territorio italiano ed in particolare

alla scarsa accessibilità delle aree interne dell’Appennino centro-meridionale dotate

di un buon regime anemologico;

• l’inadeguato potenziamento e sviluppo della rete elettrica;

• le difficoltà sia da parte del governo centrale che delle singole regioni – in presenza del

processo di liberalizzazione del mercato energetico e del trasferimento dei poteri di programmazione

energetica e di approvazione dei progetti alle regioni - ad arrivare a definire regole

certe e omogenee, con una conseguente complessità e farraginosità degli iter autorizzativi;

• la carenza di una informazione corretta rispetto all’energia eolica e, più in generale, alle

fonti rinnovabili, sia da parte delle pubbliche amministrazioni che dei mezzi di comunicazione.

Attualmente, sono circa 6 mila gli aerogeneratori installati in Italia, mentre i Comuni, che

hanno centrali eoliche nel loro territorio a inizio del 2011 sono 374 (erano 118 nel 2006), per

una potenza installata pari a 5.758 MW (610 MW in più rispetto al 2009). Gli impianti eolici,

che per anni si sono concentrati soprattutto nell’Appennino meridionale, tra Puglia, Campania

e Basilicata, e in Sicilia e Sardegna, si stanno diffondendo anche in aree del Centro-Nord.

Nel 2010, gli impianti eolici hanno permesso di produrre 8.374 GWh di energia pulita,

pari ai fabbisogni elettrici di oltre 3,5 milioni famiglie (Legambiente, 2011:5-6). Impianti di

grande taglia sono presenti in 260 dei 374 Comuni dell’eolico, mentre sono 123 i Comuni che

possiedono nel proprio territorio impianti minieolici, installazioni con potenza inferiore ai

200 kW, per una potenza complessiva di 4,2 MW.

I 5.758 MW eolici installati sono divisi tra 220 “Piccoli Comuni” con 3.940 MW di potenza

installata e 145 con più di 5.000 abitanti e una potenza di circa 1.817 MW. In una logica di

sviluppo locale, sempre maggiore attenzione dovrà essere dedicata dagli amministratori locali

all’integrazione tra più fonti sul territorio, come già succede in molti Comuni per ottimizzare

le caratteristiche del territorio e dare spazio adeguato, oltre all’eolico e al fotovoltaico, anche

alle biomasse e in generale alle agro-energie. Secondo Legambiente (2011), oggi sono 7.661 i

Comuni in Italia dove è installato almeno un impianto di fonte energetica rinnovabile. Erano

6.993 nel 2010, 5.580 nel 2009, 3.190 nel 2008. In pratica le fonti pulite che fino a 10 anni

fa interessavano con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne, e comunque una

porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nell’94% dei Comuni. Sono 7.273 i

Comuni del solare, 374 quelli dell’eolico, 946 quelli del mini idroelettrico, 290 i comuni della

geotermia e 1.033 quelli che utilizzano biomasse e biogas. In particolare, escludendo i grandi

impianti idroelettrici, sono 964 (circa il 12%) i Comuni 100% rinnovabili, cioè che grazie ad

una sola fonte rinnovabile (mini-idroelettrica, eolica, fotovoltaica, da biomasse o geotermi-

6


Introduzione

ca) producono più energia elettrica di quanta ne consumano, mentre sono 274 i Comuni che

grazie a impianti di teleriscaldamento collegati a impianti biomassa o da geotermia superano

il proprio fabbisogno, e 27 quelli che superano sia il fabbisogno elettrico che termico.

* * *

L’interesse sviluppatosi attorno agli investimenti nei grandi impianti eolici industriali

pone il problema di quali siano le ricadute sulle comunità locali che vivono nei territori dove

si collocano gli impianti. Sentendo propria la “risorsa vento”, come un bene comune del territorio,

appare più che legittima l’attesa delle popolazioni locali che iniziative a carattere

economico apportino vantaggi tangibili là dove la risorsa viene sfruttata. Se l’ostilità delle

popolazioni locali alla localizzazione di parchi eolici nel loro territorio sta cominciando a

condizionare lo sviluppo di questi impianti energetici da fonte rinnovabile, spesso questa

ostilità non è motivata soltanto sulla base di percezioni e valutazioni negative in termini di

un temuto impatto paesaggistico e/o ambientale, ma anche (e soprattutto) sulla convinzione

che il valore aggiunto della produzione degli impianti realizzati con i benefici dell’incentivazione

pubblica esce quasi totalmente dal circuito locale di produzione e di distribuzione della

ricchezza. Assai diffusa, infatti, è la percezione che ci siano “tanti interessi che passano sopra

le teste degli amministratori locali e dei cittadini” e che alla fine “chi fa gli affari sono solo i

gestori dei parchi eolici e le banche che li finanziano”.

Da un punto di vista dell’analisi territoriale, sulla base delle conoscenze in essere si

possono riconoscere tre diversi atteggiamenti in relazione al tema della valutazione delle

ricadute degli impianti eolici sulle comunità locali:

• di resistenza difensiva al cambiamento, che si esprime in quelle aree dell’”osso” appenninico

meridionale che subiscono, più che vivere in maniera attiva e da protagoniste, i processi

di modernizzazione dell’economia e della società: luoghi oggi interessati da processi di

invecchiamento, spopolamento, perdita di identità, ed al contempo dalla presenza di nuova

residenzialità immigrata di origine straniera che pone sotto minaccia la tenuta della comunità

locale. Sono i luoghi dove è prevalente il “rancore” verso chi e verso ciò che determina

discontinuità e innovazione;

• di apertura, come risultato del processo di interconnessione di queste aree con i centri

capoluogo e/o di fondovalle, le aree distrettuali, le nuovi cattedrali del consumo costituite

da centri commerciali, outlet, centri residenziali, cinema multisala, stazioni di servizio, etc.

Qui, meglio che altrove, si evidenzia una capacità di comprendere le potenzialità economiche,

culturali, socio-professionali ed imprenditoriali che possono scaturire a livello locale

dalla realizzazioni di impianti eolici. Di fatto, vi è una maggiore consapevolezza della questione

energetica;

• di sospensione, sono le aree che necessitano, a differenza delle prime due, di un intenso

e specifico progetto di accompagnamento delle comunità locali. Sono quei luoghi che meglio

di altri, hanno avuto la capacità di mettere a valore la propria distintività in termini di turismo

ambientale, di ricerca di eccellenze gastronomiche ed agroalimentari, di specificità territoriali

e che di conseguenza possono mettere meglio a valore anche una distintività legata

ai temi delle energie rinnovabili, della qualità ambientale e del green marketing nella promozione

del territorio e dei suoi prodotti/servizi, come leva per sfruttare nuove opportunità

di crescita e per rinforzare la posizione competitiva del tessuto imprenditoriale territoriale.

* * *

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Energia eolica e sviluppo locale

Il settore eolico si è andato costruendo nel tempo, anche con accelerazioni e contraddizioni

locali, per cui ci sono molti impianti realizzati senza alcun confronto con il territorio,

ce ne sono altri in cui invece gli imprenditori hanno avuto in effetti qualche attenzione, ma

il tutto è avvenuto in modo assolutamente casuale, non essendoci stata mai una regola o

premialità rispetto al ruolo di interlocuzione con il territorio.

In questi anni, le principali ricadute in termini di benefici per i territori locali sono state

le seguenti:

• il ricorso, non sempre garantito, a imprese e a manodopera locale per la realizzazione

delle parti più convenzionali dell’impianto (tipicamente le opere civili: movimento terra,

scavi e sbancamenti, realizzazione di strade, fondazioni e piazzole, etc.), per la manutenzione

ordinaria e la sorveglianza;

• qualche realizzazione infrastrutturale, generalmente legata al miglioramento della viabilità;

• i fitti dei terreni interessati dalle installazioni (anche se sovente il soggetto realizzatore

acquista, perché altrimenti non riesce a concludere le operazioni di project leasing o di

project financing);

• qualche forma di partecipazione marginale da parte degli enti locali ai ricavi prodotti

(con variazioni dall’1,5% al 5%).

Più analiticamente, dal punto di vista dell’impatto economico, un impianto eolico è in

grado di offrire alle casse dei Comuni, spesso piccoli e con bilanci esigui, un gettito annuo di

alcune centinaia di migliaia di euro (utile sulla produzione, corrispettivo di potenza, canoni

di affitto terreni). Oggi, i comuni dell’eolico in Italia sono 374 e nei casi più virtuosi questo

introito viene generalmente utilizzato per interventi di compensazione ambientale, di miglioramento

della qualità dei servizi, per realizzare infrastrutture ambientali.

* * *

Negli ultimi 15 anni sono state condotte esperienze importanti da parte di alcune realtà

territoriali che hanno compreso la necessità di un protagonismo locale per rendere l’eolico

una opportunità di sviluppo e valorizzazione del territorio. Le situazioni di maggiore successo

- dove cioè si registra un alto grado di accettabilità e protagonismo sociale da parte della popolazione

e del territorio locale verso l’eolico e le altre rinnovabili - sono quelli in cui gli enti

locali (Comuni, Comunità Montane e Province) hanno svolto un ruolo come co-proponente o

comunque un ruolo molto attivo. Pertanto, la possibilità che lo sviluppo dell’eolico avvenga

in maniera equilibrata e condivisa sembra passare attraverso un forte e convinto coinvolgimento

da parte della pubblica amministrazione e, soprattutto, dei Comuni, cioè del livello

istituzionale più vicino ai problemi, alle attese e alle domande dei cittadini.

In tal senso, lungi dal viziare la concorrenza nel settore energetico, si evidenzia come

l’ente locale può avere un ruolo fondamentale di regolamentazione, di funzione esemplare

verso la cittadinanza e gli attori che insistono sul territorio, di guida e stimolo della filiera

locale delle rinnovabili. Per questo l’ANCI ha sottolineato più volte al Governo la necessità di

introdurre tra le deroghe già previste all’applicazione di sanzioni in caso di mancato rispetto

del Patto di Stabilità anche quella inerente i diversi proventi e incentivi percepibili dagli enti

locali tramite l’utilizzo di fonti rinnovabili ed efficientamento energetico.

Oggi, inoltre, non viene operata alcuna distinzione tra spese correnti e investimenti sostenuti

dai Comuni: ai fini del patto di stabilità valgono allo stesso modo. Così, si penalizzano

i Comuni che investono, soffocando le potenzialità e le capacità degli enti locali.

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Introduzione

Purtroppo, in altri casi, i Comuni, sopraffatti da tagli e da vincoli, sono stati tentati di

utilizzare l’eolico e le altre fonti rinnovabili per “fare cassa” per pagare le spese correnti,

con molta attenzione agli incentivi e alle cosiddette royalties/ristori una tantum e poca al

risparmio in termini di consumo proprio e della collettività, spesso in balia di soggetti non

qualificati, correndo il rischio di “svendere il territorio”. Stretti tra svuotamento delle casse

comunali e mancanza di personale in grado di analizzare con la dovuta competenza le proposte,

troppo spesso i sindaci, inseguendo il bisogno di nuovi introiti, non si trovano nelle

condizioni e con i giusti rapporti di forza per governare il fenomeno e chiedere sostanziali

modifiche e diversificazioni.

Certamente, l’eolico e le altre fonti di energia rinnovabili possono avere un impatto

positivo importante a livello economico per l’ente locale comunale, ma questo può essere

la risultante dell’integrazione di una molteplicità di fattori: il risparmio, i costi sociali e

ambientali, le entrate da investimenti diretti nella produzione energetica rinnovabile e da

servizi aggiuntivi, etc., e non il primo o l’unico obiettivo dell’ente locale. A livello di metodo,

il Comune dovrebbe innanzitutto conoscere le potenzialità e le opportunità energetiche del

proprio territorio, per poter utilizzare tutte le leve tutelandolo, migliorando la qualità dei

servizi e della vita dei propri cittadini. Ora, le Linee guida per l’autorizzazione degli impianti

alimentati da fonti rinnovabili 1 hanno regolamentato la materia, prevedendo la possibilità

di misure compensative adeguate, sebbene non monetarie, dirette ad attivare investimenti

coerenti con gli interventi sostenuti sul territorio stesso.

* * *

Queste misure mirano a stimolare la pratica virtuosa nel considerare in modo integrato

la comunità e il territorio, con i suoi bisogni, i suoi consumi complessivi e le sue potenzialità

complessive in termini energetici, focalizzando sulla concomitanza di produzione ed

incremento dell’efficienza energetica, stressando la componente di risparmio, e valorizzando

al massimo la distribuzione e l’autonomia energetica, a partire dal patrimonio immobiliare

pubblico. Molto deve e potrà essere fatto in questa direzione da parte degli enti locali nel

prossimo futuro.

Altre questioni aperte sono ancora:

• la possibilità di andare oltre al modello dei grandi impianti industriali, attraverso una

diffusione anche di micro e mini impianti, più facilmente integrabili nel paesaggio, nelle

aree agricole estensive e anche negli insediamenti artigianali/industriali, arrivando così a

sviluppare un modello energetico innovativo, che in parte utilizza/consuma direttamente sul

posto l’energia prodotta e in parte la interscambia in rete (riducendo la necessità di grandi

reti di distribuzione);

• la possibilità di collegare in modo sinergico lo sviluppo dell’eolico e delle altre fonti

rinnovabili con le dinamiche di sviluppo locale dei territori, nell’ipotesi che l’accettabilità

sociale di questi impianti dipenda dalla capacità che hanno di integrarsi con le specificità,

le vocazioni e i settori produttivi territoriali. Ragionare in modo integrato può consentire

di andare nella direzione dello sviluppo locale, ovvero di considerare il territorio come un

patrimonio energetico di aria, acqua, suolo, culture produttive, agricolture, cioè di tutti gli

aspetti che connotano un modello integrato di sviluppo locale, inserendo all’interno un driver

energetico. Risulta, dunque, evidente che poiché gli impianti eolici si possono realizzare

1 Approvate con Decreto 10 settembre 2010 del Ministero dello Sviluppo Economico.

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Energia eolica e sviluppo locale

laddove il vento soffia davvero, che non è ovunque, il futuro di questa fonte energetica sta

nel concorrere insieme alle altre fonti rinnovabili in un processo di riconversione energetica

e non nel rappresentare, da sola, l’alternativa al petrolio;

• la possibilità che nascano modalità di coordinamento tra gli enti locali di “ambiti ottimali”

(ad esempio, sul modello dei Consorzi dei Bacini Imbriferi Montani) come modalità per

programmare e fare massa critica;

• la possibilità che nascano nuove multiutilities locali (a capitale misto pubblico-privato,

anche con un azionariato diffuso tra i cittadini), attori della governance in grado di contribuire

alla modernizzazione della rete elettrica nazionale attraverso la costruzione e gestione di

smart grids (reti/apparati intelligenti capaci di bilanciare e ridistribuire i flussi di produzione

delle diverse fonti) e di servizi di accumulo dell’energia elettrica prodotta e non immettibile

in rete, cioè di infrastrutture e modalità di gestione “attive”, intelligenti e customer centric,

sviluppate tenendo conto dell’energy modeling di ciascun territorio (cioè aderenti alle peculiarità

del mix energetico territoriale e in grado di ottimizzare il rapporto tra la capacità

produttiva e la capacità di consumo), e adeguate al nuovo scenario caratterizzato da un’ampia

diffusione degli impianti a fonti rinnovabili tipicamente caratterizzati da discontinuità

produttiva (poco programmabile, ancorché prevedibile in una certa misura), piccole taglie,

carichi modesti e localizzazioni decentrate.

* * *

La ricerca è stata coordinata per conto di RSE SpA dalla Dottoressa Cristina Cavicchioli

di RSE SpA ed è stata realizzata da ART Srl nel periodo compreso tra ottobre 2010 e febbraio

2011. In questo lasso temporale sono state realizzate:

• 25 interviste semistrutturate a testimoni privilegiati;

• 1 focus group territoriale con testimoni privilegiati;

• 1 focus group nazionale con testimoni privilegiati;

Il rapporto è stato scritto da Alessandro Scassellati, che insieme a GianMario Folini, ha

anche realizzato le interviste e condotto i focus group.

La ricerca è stata coordinata per conto di RSE SpA dalla Dottoressa Cristina Cavicchioli

di RSE SpA e finanziata dal Fondo di Ricerca per il Sistema Elettrico nell’ambito dell’Accordo

di Programma tra ERSE (ora RSE SpA) ed il Ministero dello Sviluppo Economico - D.G.E.R.M.

stipulato in data 29 luglio 2009 in ottemperanza del DM, 19 marzo 2009.

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1. Lo scenario generale

Lo sviluppo delle energie rinnovabili è una delle sfide più importanti che abbiamo di

fronte. La qualità dell’aria, la salute delle persone e i segnali di cambiamenti climatici in atto

sono, infatti, strettamente legati al modello di produzione energetica e di sviluppo economico

attualmente incentrato sull’utilizzo dei combustibili fossili. Pertanto, per affrontare i

cambiamenti climatici occorre perseguire una strategia capace di porsi un insieme di obiettivi

nel breve e nel medio termine:

• un aumento dell’efficienza energetica in tutti i settori della domanda, nonché nella

generazione, nella distribuzione e nella trasmissione di energia elettrica;

• un progressivo passaggio a combustibili a più basso contenuto di carbonio;

• una forte crescita dell’utilizzo delle fonti rinnovabili.

A questo proposito, un passo fondamentale è stato compiuto dalla Commissione Europea

che, con la direttiva n. 28 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, ha

indicato ai paesi membri un obiettivo al 2020 per la quota di energia da fonti rinnovabili sul

consumo energetico finale lordo; tale obiettivo per l’Italia è fissato al 17%. Coerentemente

a quanto previsto dell’art. 4 della Direttiva, il 31 luglio 2010 lo Stato Italiano ha presentato

alla Commissione europea il Piano Azione Nazionale per lo sviluppo delle fonti rinnovabili

(PAN 1 ), in cui si definiscono gli obiettivi e le misure per contenere i consumi finali e sviluppare

fonti rinnovabili, nonché le traiettorie per assicurare il raggiungimento degli impegni

al 2020.

Storicamente in Italia l’asse portante dello sviluppo delle fonti rinnovabili è il settore

della produzione elettrica e, infatti, il PAN prevede al 2020 uno sviluppo della produzione

elettrica da fonti rinnovabili sino a 8,5 Mtep (98,9 TWh), con un significativo sviluppo delle

seguenti fonti:

• eolico - con l’obiettivo di quasi decuplicare la produzione rispetto al 2005;

• solare - con l’obiettivo di arrivare a 366 volte la produzione del 2005;

• biomasse - con l’obiettivo di quasi quintuplicare la produzione rispetto al 2005.

Guardando anche oltre il PAN, la sfida dei prossimi due decenni è quella di strutturare

l’attuale sistema energetico, facendo sì che l’eolico, insieme alle altre fonti rinnovabili, possa

contribuire alla copertura dei crescenti consumi del nostro paese. Ciò dovrebbe portare entro

1 http://ec.europa.eu/energy/renewables/transparency_platform/action_plan_en.htm

11


Energia eolica e sviluppo locale

la metà del secolo ad una riconversione economica e tecnologica fondata sull’utilizzo delle

fonti energetiche rinnovabili.

Le fonti rinnovabili, considerate marginali fino a poco tempo fa, stanno crescendo a ritmi imprevedibili

e i loro costi si stanno rapidamente riducendo. L’elettricità producibile dagli impianti

eolici e solari installati nel mondo tra il 2005 e il 2010 è tre volte maggiore rispetto a quella dei

reattori nucleari entrati in servizio negli stessi anni. La metà della potenza elettrica installata

in Europa lo scorso decennio è rinnovabile. E l’accelerazione della crescita è formidabile. La

potenza fotovoltaica globale installata nel 2010 è ad esempio, aumentata del 120% rispetto

all’anno prima (Silvestrini, 2011).

D’altra parte, oggi l’Italia è importatrice di energia elettrica per oltre il 13% del proprio

fabbisogno e per oltre l’80% delle materie prime (gas, metano, carbone,…) per la produzione

di energia elettrica (nel 2010 il costo pagato dall’Italia per importare energia ha raggiunto il

primato di 51,7 miliardi di euro e per l’Unione Petrolifera il 2011 sarà peggio: 60,4 miliardi),

pertanto l’apporto crescente in termini di produzione dell’eolico e delle altre fonti rinnovabili

può aiutare la diminuzione di questo deficit che, a livello mondiale, è tra i più elevati. Un

ricorso deciso alle fonti rinnovabili può consentire di:

• ridurre le emissioni inquinanti;

• aumentare la scurezza energetica;

• ridurre la dipendenza dall’estero;

• avere una minore fluttuazione dei prezzi;

• ridurre il rischio geopolitico;

• migliorare la bilancia commerciale del nostro Paese;

• sviluppare occupazione e innovazione tecnologica.

Le fonti rinnovabili di energia sono quelle fonti che, a differenza dei combustibili fossili

e nucleari destinati ad esaurirsi in un tempo definito, possono essere considerate inesauribili.

La direttiva 2009/28/CE definisce quale è il beneficio generale degli impianti da fonti rinnovabili.

Su una scala di medio termine il fatto di produrre il 40% in punte da fotovoltaico ed

eolico, a parità di consumi, fa sì che non lo si produce con carbone, gas o metano. Questo è un

elemento di fondo che va preso i considerazione. Al di là di due altri elementi di fondo: il contributo

ai cambianti climatici e quello alla sicurezza degli approvvigionamenti, perché quando

ho l’85% del mio sistema elettrico che va a metano o carbone e poi c’è uno shock petrolifero

in qualche parte del mondo, se sono la Norvegia che fa il 75% con l’idroelettrico, me ne sbatto,

per usare una espressione un po’ volgare, quando invece sono legato ad un approvvigionamento

estero diventa complicato perché soffro di una fluttuazione delle commodity energetiche che va

ad impattare su tutta la produzione. Oggi, la Spagna, che ha spinto molto più di noi in questi

ultimi 3-4 anni su queste tecnologie, in alcuni momenti della giornata ha il 45-50% di produzione

da fonti rinnovabili – che chiaramente non è il monte complessivo delle produzioni -, ma

in quel momento è alimentata da una fetta straordinaria di energia da vento, soprattutto, e in

parte da fotovoltaico (Mario Gamberale, Kyoto Club).

In pochi anni, il settore delle energie rinnovabili ha avuto un’esplosione. Nel 2011 sono

7.661 i Comuni con almeno un impianto installato – pari all’94% dei Comuni -, arrivando a

coprire il 22,1% del consumo lordo di energia elettrica (importazioni e pompaggi inclusi),

nel 2008 erano solo 3.190 (Legambiente, 2011). Nel triennio 2008-2010, il settore delle

rinnovabili ha registrato un trend altamente positivo: per l’eolico sono stati installati circa

3.100 MW, per il fotovoltaico circa 2.200 MW e per le biomasse circa 900 MW; considerato poi

12


1. Lo scenario generale

il geotermico, l’idroelettrico e altre fonti minori di energia rinnovabile, si è assistito a una

crescita anticiclica che ha comportato l’installazione di circa 6.600 MW e investimenti per

oltre 15 miliardi euro, totalmente finanziati dal settore privato.

Come già ricordato, il PAN richiede che nei prossimi anni lo sviluppo dell’eolico e delle

altre fonti rinnovabili in Italia sia finalizzato al raggiungimento di obiettivi vincolanti e

sanzionati in sede europea, quantificati nel 17% di penetrazione sul consumo finale lordo di

energia e una riduzione del 13,5% delle emissioni rispetto al 2005. Questi obiettivi impongono

alle amministrazioni – Stato centrale e Regioni – di definire delle strategie puntuali di

diffusione e sviluppo delle rinnovabili, altrimenti si dovranno pagare delle pesanti sanzioni.

A tal fine, la legge n. 13 del 27 febbraio 2009, all’art. 8-bis, dispone che gli obiettivi nazionali

siano ripartiti a livello regionale. I decreti relativi dovranno tener conto dei seguenti

aspetti:

• della definizione dei potenziali regionali tenendo conto dell’attuale livello di produzione

delle fonti rinnovabili;

• dell’introduzione di obiettivi intermedi al 2012, 2014, 2016 e 2018 calcolati coerentemente

con gli obiettivi intermedi nazionali concordati a livello comunitario;

• della determinazione delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo ai

sensi dell’articolo 120 della Costituzione nei casi di inadempienza delle Regioni per il raggiungimento

degli obiettivi individuati.

Da quanto sopra esposto, si evince come il processo che porterà all’individuazione degli

obiettivi da assegnare alle singole Regioni (detto Burden Sharing) dovrà tener conto di diverse

esigenze, tra le quali alcune di carattere non strettamente tecnico.

Il 17% si applica al consumo interno lordo generale e può essere raggiunto con la somma

di rinnovabili elettriche e termiche e/o con interventi di risparmio energetico. 2 Per raggiungere

l’obiettivo del 17% sarà necessario raggiungere quasi il 30% di penetrazione delle rinnovabili

elettriche sui consumi elettrici, in sostanza occorrerà raddoppiare la parte elettrica

della produzione di energia da fonte rinnovabile. Si tratta di un obiettivo raggiungibile, ma

molto ambizioso, 3 anche perché le fonti idroelettrica, geotermica e marina (maree e moto

ondoso) potranno contribuire in minima parte all’incremento della produzione da fonti rinnovabili:

per esse il PAN prevede al 2012 una produzione totale sostanzialmente equivalente a

quella rilevata nel 2005 (circa 49 TWh).

Pertanto, le uniche tre fonti rinnovabili che possono registrare un incremento sostanziale

della produzione di elettricità sono: biomasse o biocombustibili in genere, solare ed

eolico. Incrementi di produzione elettrica si potranno certamente ottenere con l’utilizzo

delle biomasse, ad esempio, attraverso un migliore utilizzo della produzione forestale e degli

scarti delle produzioni agricole, ma incrementi significativi si potranno avere solo attraverso

2 Oggi, la quota delle rinnovabili sul mix elettrico è pari circa al 22% e secondo il Piano Nazionale dovrà arrivare al 28,97%

per poter raggiungere l’obiettivo del 17% di penetrazione delle rinnovabili sul consumo finale lordo di energia. L’eolico può

contribuire per una percentuale del 25%. Al recente Decreto Legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE viene riconosciuto

il merito di incentivare fonti rinnovabili fino ad oggi meno promosse, quali la generazione termica e gli interventi in

favore dell’efficienza energetica per l’edilizia. La direttiva ha definito una via e l’Italia la sta recependo, mettendo una tariffa

per il calore ceduto da rinnovabili a terzi, per cui solare termico, geotermia, biomasse, biocarburanti in cogenerazione potranno

accedere a questo meccanismo. In più ci sono i titoli di efficienza energetica che sono in via di potenziamento. C’è, quindi, uno

quadro di sostegno, sia per l’energia termica prodotta da rinnovabili sia per l’efficientamento/risparmio energetico, anche se più

blando rispetto alla produzione di energia elettrica.

3 Anche se va considerato che l’impatto della crisi economica ha portato a ritarare i valori dei consumi energetici finali

italiani ed europei rispetto alle stime effettuate nel 2005. Secondo le nuove elaborazioni, nel 2020 – anche senza i nuovi interventi

–, la domanda di energia si posizionerebbe al di sotto dei livelli del 2005. Il nuovo quadro rende quindi molto più agevole

l’ottenimento dei tre obiettivi sull’efficienza energetica, sulle rinnovabili e sulle emissioni climalteranti al 2020.

13


Energia eolica e sviluppo locale

rilevanti importazioni di biomasse. 4 Quindi, eolico e solare sono sostanzialmente le fonti

rinnovabili che hanno il potenziale più importante, ma serviranno impianti di grande taglia

dell’una e dell’altra per poter raggiungere l’obiettivo del 17%, perché è un obiettivo di raddoppio

in 9 anni di tutto quello che è stato fatto fino adesso, tenendo presente che la quota

attuale del fabbisogno energetico coperta dalla produzione di energia da fonte rinnovabile è

pari all’11% ed in gran parte è dovuta agli impianti idroelettrici che sono stati realizzati nella

prima metà del secolo scorso. 5 Il potenziale tecnico stimato per l’eolico dal governo è intorno

ai 16 mila MW, quindi più o meno si dovrebbe quasi triplicare l’attuale patrimonio, con una

crescita annuale della potenza installata intorno ai mille MW, per passare dagli 8.500 GWh annui

di produzione nel 2010 a 24.095 GWh nel 2020. 6 Secondo l’Anev (Associazione Nazionale

Energia del Vento) il raggiungimento di tale obiettivo porterebbe con sé risultati importanti,

coprendo non solo il fabbisogno di energia elettrica di circa 12 milioni di famiglie, ma anche

migliorando la qualità dell’aria attraverso un risparmio di 23,4 milioni di tonnellate di CO2,

53.326 tonnellate di NOx, oltre 38 mila tonnellate di SO2 e circa 6 mila tonnellate di polveri

sottili.

4 La generazione elettrica da biomassa in impianti di grandi dimensioni si scontra con barriere non tecniche piuttosto serie

come l’assimilazione presso l’opinione pubblica di questi impianti ad inceneritori di rifiuti, l’indisponibilità di biomassa a buon

mercato, la competizione sul mercato del legno da parte dell’industria del mobile. Si pensi, ad esempio, che il 29 ottobre 2010 i

21 produttori italiani di semilavorati in legno hanno scioperato per due ore contro “le lobby dell’energia e le sovvenzioni pubbliche

per le rinnovabili”, in particolare “contro gli incentivi per le centrali a biomassa che utilizzano il legno e fanno così schizzare i

prezzi della materia prima” (Di Vico, 2010). Più in generale, i biocombustibili e gli impianti a biomassa sono sotto accusa per gli

effetti che su scala internazionale provocano in termini di deforestazione e di aumento dei prezzi dei prodotti agricoli; aumenti

che sarebbero tali da ridurre alla fame le popolazioni più povere del pianeta.

5 Il contributo rispetto ai consumi elettrici complessivi delle diverse fonti rinnovabili vede nel 2010 l’idroelettrico al 15,1%,

l’eolico come le biomasse al 2,5%, la geotermia all’1,5%, il fotovoltaico allo 0,5%.

6 Analizzando i Piani nazionali per le rinnovabili degli Stati membri dell’UE emerge che l’eolico sarà la fonte su cui si punterà

di più: Germania in testa (a livello di valore assoluto) con una previsione al 2020 di oltre 100mila GW annui di produzione dal

vento (partendo da 44.780), seguita da Spagna e Gran Bretagna (che prevede di decuplicare l’offshore, passando da 1,4 a 13

GW), ognuna con 78 mila GWh/anno ciascuna e partendo rispettivamente da 40.978 e da 14.150.

14


2. La produzione

di energia eolica in Italia

Anche nel 2010 l’energia eolica istallata in Italia è cresciuta, raggiungendo 5.758 MW, ma,

per la prima volta, questa crescita è stata rallentata, registrando un 16%, a fronte di un trend

che si stava stabilizzando attorno al 30% 7 . Nel 2010, infatti, in Italia sono stati installati 948

MW di energia eolica, contro i 1.160 del 2009 e i 1.055 del 2008. L’Italia è terza in Europa,

dopo Germania e Spagna e sesta al mondo per capacità eolica installata. 8

I 5.758 MW di eolico installato in Italia producono energia elettrica per quasi 8.500 GWh

all’anno, pari al fabbisogno di circa 3,5 milioni di famiglie evitando di immettere in atmosfera

circa 5 milioni di tonnellate di CO2. La parte del leone – per ragioni naturali: c’è vento 9

– la fanno il Sud e le isole che da sole detengono il 98% della potenza installata e dove la

maggior parte delle installazioni riguardano siti montani su crinale appenninico 10 . In Puglia

7 L’andamento della crescita del settore eolico ha avuto un carattere quasi esponenziale ed ha assunto risultati significativi

a partire dal 1996, anno in cui è stata realizzata la prima installazione di una centrale commerciale. Secondo l’Anev (l’associazione

che rappresenta gli oltre 2 mila soggetti del comparto eolico), il rallentamento della crescita dell’eolico nel 2010 vede come

causa principale il crollo del 40% del valore dei certificati verdi (cioè dell’incentivo), avvenuto in questi anni ad un ritmo del

10% all’anno (a fine 2006 valeva 140 €/MWh, mentre a fine 2010 era a 80 €/MWh), scendendo nel 2010 sotto il livello minimo

necessario a consentire la remuneratività degli investimenti.

8 Secondo il Global Wind Energy Council, attualmente, con 194.400 MW di potenza installata (+35.800 MW, ovvero un +

22,5% di incremento rispetto all’installato 2009), è quella eolica la fonte energetica da fonti rinnovabili meglio piazzata nella

gara per sostituire i combustibili fossili. Il 2010 è stato l’anno del sorpasso degli Stati Uniti da parte della Cina che ha conquistato

il primo posto assoluto per l’energia eolica installata, raggiungendo 42 mila MW, contro i 20 mila MW degli Stati Uniti. La

rincorsa della Cina è stata straordinaria, se si pensa che in 2 anni ha annullato il ritardo e scavalcato gli Stati Uniti. A fine 2009

la Cina era ancora ben distaccata, a soli 25 mila MW, mentre gli Stati Uniti svettavano a 35 mila. Dopo Cina e Stati Uniti viene

l’India seguita dalla Germania (27 mila MW) e dalla Spagna (20 mila MW). Nel 2010 Francia (5,7 mila MW) e Gran Bretagna (5,2

mila MW) hanno corso più dell’Italia.

9 I siti più interessanti ai fini energetici sono quelli soggetti a venti forti e costanti. Soprattutto per le zone centrosettentrionali,

non esiste una direzione di provenienza del vento prevalente in quanto la direzione predominante del vento varia

da stazione a stazione anche quando queste sono poco distanti tra loro, oppure perché tutti gli otto settori si equivalgono.

L’Italia meridionale, invece, presenta una ventosità molto alta con direzioni predominanti piuttosto nette, a seconda che ci si

trovi nella fascia adriatica e ionica o nella fascia tirrenica. Di conseguenza, in Italia condizioni di elevata ventosità (dove si

hanno più di 2.000 ore utili alla produzione di energia eolica nell’arco di un anno), sono disponibili sulle creste dell’Appennino

centro-meridionale (soprattutto a cavallo tra le province di Campobasso, Foggia, Benevento, Avellino e Potenza) e sui rilievi

delle isole maggiori, Sicilia e Sardegna.

10 Questo anche se negli ultimi anni le turbine eoliche sono cresciute in dimensioni, potenza ed efficienza, anche con bassi

regimi di vento, e dunque oggi si potrebbe pensare di sfruttare anche le aree pianeggianti. La localizzazione in contesti montani

costituisce una rilevante peculiarità italiana rispetto ai paesi del Nord Europa, dove le applicazioni eoliche hanno interessato

aree in genere pianeggianti, peculiarità che ha fra l’altro, generato non poche ripercussioni sul versante dell’impatto paesaggistico.

L’alterazione del paesaggio è data non solo dalla presenza di macchine che negli ultimi anni hanno raggiunto potenze di

2-3 MW con torri alte 90 metri, ma anche dalle strade di accesso che, se possono risultare comode agli agricoltori locali, rappresentano

comunque una modificazione dei terreni. Nella valutazione complessiva degli impatti che tale tecnologia può provocare

sul paesaggio, bisogna tener conto dei diversi impatti provocati sull’ecosistema e sul suolo nelle diverse fasi di costruzione,

mantenimento e dismissione dell’impianto. Inoltre, spesso viene tralasciato l’aspetto della sua limitata occupazione temporale.

15


Energia eolica e sviluppo locale

(916 aerogeneratori), in Campania (809) e in Sicilia (977) si concentrava a fine 2009 il 64%

degli impianti eolici, anche se il tasso di crescita più interessante fra 2008 e 2009 è stato

quello della Calabria con un +131,8%. 11 Significativi anche quelli di Molise (+45%), 12 Sicilia

(44,5%), Puglia e Sardegna (entrambe +33,7%).

Le collocazioni delle centrali eoliche riguardano prevalentemente le zone interne dell’Appennino

e del Sub-Appennino delle regioni centro-meridionali (vedi box), nonché quelle

insulari, ossia territori rimasti fino ad oggi ai margini dello sviluppo, quelle aree interne più

deboli e povere del Sud che nelle descrizioni di Manlio Rossi Doria (1948, 1968, 1982, 2003,

2005) degli anni ’40 e ’50 erano l’ “osso”, mentre la “polpa” erano quelle di pianura dove

era possibile ipotizzare una moderna agricoltura e attività industriali. 13 Si tratta di territori

collinari e montani dove prevalgono i piccoli e piccolissimi comuni (sotto i 5 mila abitanti)

e un’economia ancora fortemente improntata alla ruralità. Aree interne povere dal punto di

vista del reddito e delle iniziative imprenditoriali, spesso spopolate e in declino demografico,

perché investite da un invecchiamento della popolazione, una riduzione dei nuclei familiari e

del saldo naturale della popolazione, e quindi in cui l’interesse naturalistico e paesaggistico

deve conciliarsi con le necessità di sviluppo socio-economico delle comunità locali. Soven-

Le torri del vento sono, infatti, strutture temporanee; le concessioni di uso del terreno sono spesso ventennali e gli operatori si

impegnano entro tale data al decomissionig dell’intera area, ed al suo completo ripristino nelle condizioni iniziali.

11 In Calabria sono stati presentati alla Regione progetti per impianti eolici per una potenza complessiva di oltre 30 mila

MW, cioè per il doppio della potenzialità nazionale, stimata da Anev in 16.200 MW.

12 A fine 2010, in Molise risultavano installati 373 aerogeneratori, altri 155 erano stati autorizzati, mentre in Regione c’erano

domande in attesa di essere esaminate per altri 1.340 aerogeneratori. Secondo gli oppositori dell’eolico “selvaggio”, già oggi

il Molise sarebbe in grado di produrre fino al 72% del suo fabbisogno elettrico grazie all’eolico. Aggiungendo l’energia prodotta

da fotovoltaico, idroelettrico, biomasse si arriverebbe al 110%. Se questi numeri fossero veri, permetterebbero al Molise di essere

una regione all’assoluta avanguardia in Europa. “Il Molise in questo è surreale. La Navarra rivendica che vuole raggiungere il

70% con l’eolico, il Molise forse lo ha anche raggiunto, ma lo tratta come fosse la peste. L’eolico si può guardare in modo positivo

se l’amministrazione regionale dice che è la nostra idea di futuro, di energia pulita per i nostri figli. In Italia, invece, si subisce e

questa è una grande differenza con il resto d’Europa” (Edoardo Zanchini, Legambiente).

13 L’economista agrario e sociologo Manlio Rossi Doria fu il primo a distinguere - limitatamente al settore agricolo, dove

le colture erano condizionate dalla fertilità del territorio sulla quale influiva l’altimetria - due diverse realtà socio-economiche

territoriali nel Mezzogiorno italiano: la “polpa” e l’”osso”. Per Rossi Doria, la “polpa” comprendeva il Sud “alberato” - diffuso

nella Terra di Bari, la Terra d’Otranto e la regione etnea della Sicilia - con agricoltura intensiva basata su colture ortive, vigne,

agrumeti, alberi da frutto e oliveti. L’”osso”, invece, comprendeva il sud “nudo”, dominato dal latifondo capitalistico/padronale

e contadino, terra di pascolo e di agricoltura estensiva di cereali che occupava circa il 90% della superficie coltivabile. Le condizioni

di vita e le prospettive di sviluppo socio-economico nella prima area erano assai migliori rispetto a quelle della seconda

le cui possibilità di sviluppo apparivano assai diverse. Secondo Rossi Doria, nelle aree della “polpa” esisteva la possibilità di

un vero e proprio sviluppo interno che riposava su un razionale sfruttamento delle risorse e su una legislazione incentivante

presso l’imprenditoria locale volta all’affrancamento da un tipo di gestione ormai superato. Nelle aree dell’“osso”, invece, solo

interventi esterni (industrializzazione, turismo) avrebbero potuto dare il via a un progresso legato, però, alla diminuzione della

popolazione conseguenza della emigrazione. Tale impostazione - una volta estesa dal settore agricolo all’economia in generale

– ha anticipato le linee del futuro intervento programmatico nel Mezzogiorno, istituzionalizzando la divisione tra le due realtà

meridionali e consigliando una distribuzione eterogenea degli investimenti sul territorio. Di conseguenza, a partire dai primi

anni ’60 si è scelta la via di concentrare gli sforzi (attraverso il modello di sviluppo per poli agricoli, industriali ed urbani)

sulla “polpa”, lasciando all’”osso” la esclusiva risorsa dell’emigrazione per i più qualificati, un livello minimo di occupazione e

di sussistenza per gli emigrati potenziali, qualche miglioramento per i servizi e le infrastrutture nella lunga e difficile attesa di

convincere qualche imprenditore ad investire capitali in quelle zone in cambio di particolari agevolazioni. Queste politiche di

sviluppo territoriale hanno contribuito ad allargare il gap tra aree “polpa” e aree “osso”. In Campania, ad esempio, allo sviluppo

di parte della province di Napoli, Caserta e Salerno ha corrisposto il sottosviluppo di Avellino e Benevento e di larghe zone nelle

stesse province relativamente più avanzate; lo stesso fenomeno si è notato in Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia. Verso la fine

degli anni ’70, ad individuare a livello provinciale ciò che costituiva la “polpa” rispetto a tutto il resto del territorio meridionale

che restava “l’osso”, erano le carte del prodotto lordo e della densità della popolazione costruite dalla Cao Pinna (1979). La “polpa”

era rappresentata dall’area che si sviluppa lungo le fasce costiere e pianeggianti delle Regioni meridionali (Caserta, Napoli e

Salerno nella pianura campana, Bari, Brindisi e Taranto nel Tavolato Pugliese, Siracusa, Catania, Messina e Reggio Calabria, nella

Sicilia ionica e nella contigua estremità meridionale della Calabria), corrispondente ad 11 delle 34 province del Sud, pari a circa

un terzo della superficie complessiva ed in cui viveva ben il 60% della popolazione (20 mln/ab.) con buoni tassi di sviluppo

economico. L’”osso” corrispondeva, invece, al Mezzogiorno interno, cioè in parte al sistema delle province delle fasce collinari

che fiancheggiano l’Appennino ed in cui vive un ulteriore 28% della popolazione del Sud (5,7 mln/ab.), ed in parte al sistema

delle province interne appenniniche (l’Aquila in Abruzzo, Campobasso ed Isernia nel Molise, Matera e Potenza in Basilicata, Enna

in Sicilia, Nuoro, Oristano e Sassari in Sardegna) in cui risiedeva il restante 12% della popolazione del Sud (2,3 mln/ab.) in una

condizione di forte arretratezza economica.

16


2. La produzione di energia eolica in Italia

te tali zone interne sono anche deficitarie nel bilancio di produzione e consumo di energia

elettrica, il che, insieme all’interesse per la costruzione di centrali eoliche localmente, dà

un’ulteriore spinta verso lo sviluppo di tale fonte. In qualche modo, la diffusione degli impianti

di energia eolica è andata a incrociare una questione irrisolta del processo di sviluppo

socio-economico a livello territoriale in Italia.

Intorno all’eolico e alle energie rinnovabili molto è quello che è stato fatto in queste aree, in

questo nostro pezzo di Mezzogiorno d’Italia, molte sono state le attività messe in campo dai

Comuni in sinergia con le rinnovabili e molte sono le opportunità che si stanno creando. C’è

la necessità di spiegare anche al governo nazionale e alle Regioni il bisogno di avere una seria

politica industriale in materia di energia, per fare in modo che questa grossa opportunità

diventi nei fatti azione concreta per lo sviluppo dei territori e per creare delle opportunità per

i cittadini. Spesso si è dato alla pubblica opinione un’idea sbagliata di questa opportunità,

che rischia di far perdere soprattutto al Sud, l’ennesimo treno. Questa è una straordinaria

occasione, che non va persa, soprattutto per il Sud e per queste aree marginali. C’è un dato

significativo: se questi Comuni dell’Appennino Fortorino oggi sono in grado di mantenere i

servizi fondamentali di base, se non consegnano “le chiavi” per manifesto fallimento, probabilmente

è anche grazie a queste forme economiche riferibili alla rinnovabili e alle opportunità

che si mettono in campo. Se sul tetto della sede del Comune e della scuola, oggi abbiamo

un impianto fotovoltaico che consentirà non solo di produrre energia, ma di dare risorse alle

attività didattiche, è perché c’è stata una intuizione a monte. Se i ragazzi che vivono in

questo comune, come in altre comunità dei nostri territori, possono avere oggi un campo da

calcio vero e non un campo di patate è grazie alle fonti rinnovabili. Se i nostri centri storici

tornano ad avere lo splendore di un tempo, è perché le risorse arrivano da quelle energie.

Se possiamo immaginare la creazione di “alberghi diffusi”, di attività economiche legate al

Progetto “Borgo di Eolo”, alle vie del vento, è perché c’è questa opportunità. Allora, bisogna

dire al Governo nazionale e alle Regioni che non ci può essere una “pausa” su questo, non

ci può essere un momento di riflessione se non positivo e propositivo perché non possiamo

negare al Mezzogiorno questa grande opportunità. Non è vero come sostengono alcuni “soloni”

che siamo alla fine, siamo soltanto all’inizio di questa splendida avventura, e solo una

minima parte della risorsa in campo è stata utilizzata. Noi stiamo pensando ad un progetto

di filiera per realizzare nei nostri territori la produzione delle torri per gli aerogeneratori. Si

sta facendo un ragionamento sulla ricerca, vi è un rapporto con l’Università, c’è tutto un

mondo che si muove nelle istituzioni locali di questo pezzo di Puglia, Campania e Basilicata

che intorno alle rinnovabili costruisce un’opportunità. E posso dire anche un progetto pilota

da consegnare al Paese, perché qui stanno veramente nascendo delle esperienze significative,

concrete, che ci permetteranno di poter dare una parola di speranza alle nostre future generazioni

(Virgilio Caivano, Piccoli Centri Europei).

Il Sud e le isole continuano ad attrarre investimenti, nonostante lentezze legislative e ritardi

delle burocrazie regionali che rischiano di allontanare l’Italia dall’obiettivo di 16 mila MW

al 2020 indicato nel piano di azione nazionale inviato alla Commissione europea (impegno

che va tassativamente rispettato se si vogliono evitare pesanti penali). Per soddisfare questo

obiettivo sarà necessario l’impegno di tutte le regioni, mentre fino ad oggi, ad esempio, tutte

le amministrazioni regionali del Centro Italia (con l‘eccezione, in parte, dell’Abruzzo e della

Toscana) hanno colpevolmente trascurato il potenziale dell’energia eolica. A prevederlo è il

Decreto legislativo 387/2003, emesso in ottemperanza alla direttiva comunitaria 2001/77/

CE che è ancora in attesa dell’attuazione dell’articolo 10 (successivamente reiterato nella

17


Energia eolica e sviluppo locale

Le caratteristiche dei siti dove sono collocate le centrali eoliche italiane

Attualmente, in Italia sono circa 6 mila gli aerogeneratori installati, mentre i comuni che hanno centrali

eoliche nel loro territorio a inizio del 2011 sono 374 (erano 118 nel 2006), per una potenza installata

pari a 5.758 MW (610 MW in più rispetto al 2009). Nel 2010, gli impianti eolici hanno permesso di

produrre 8.374 GWh di energia pulita, pari al fabbisogno elettrico di oltre 3,5 milioni famiglie (Legambiente,

2011:5-6). Sono 221 i Comuni che si possono considerare autonomi dal punto di vista elettrico,

poiché si produce più energia di quanta ne viene consumata. I 5.758 MW eolici installati sono divisi tra

220 “Piccoli Comuni” con 3.940 MW di potenza installata e 145 con più di 5.000 abitanti e una potenza

di circa 1.817 MW. Gli impianti eolici, che per anni si sono concentrati soprattutto nell’Appennino

meridionale, tra Puglia, Campania e Basilicata, e in Sicilia e Sardegna, si stanno diffondendo anche in

aree del Centro-Nord. I Comuni con il più alto numero di MW installati sono quasi tutti pugliesi: quello

che risulta avere la maggiore potenza installata è Troia (FG), con i suoi 171,9 MW, seguito da Minervino

Murge (BT) con 116,4 MW, dal Comune di Bisaccia (AV) con 101,9 MW, dal Comune di Sant’Agata di

Puglia (FG) con 97,2 MW e dal Comune di Rocchetta S. Antonio (FG) con 89 MW.

Volendo descrivere un tipico sito dove si realizza una centrale eolica in Italia si dovrebbero fornire

le seguenti specifiche o si registrerebbero le seguenti peculiarità (Cfr. Gargani e De Pratti, 2008:138-

140):

1. sito montano o pedemontano o collinare (in area appenninica), su rilevato (in area costiera, anche

se arretrata rispetto alla costa, o sub-marina);

2. orografia mediamente complessa, con rugosità tale da garantire una quota geostrofica dell’ordine

di non meno di 500 metri sulla quota del sito (o misurata dal piano di campagna di questo);

3. ventosità caratterizzata da una media annua compresa fra 6,2 e 7,5 m/s (con punte che in alcuni casi

arrivano fino a 8,5 m/s). Il funzionamento annuo di un impianto eolico è discontinuo e dipende dalla

ventosità del sito. La produzione viene espressa attraverso il parametro “ore equivalenti”, che indica

le ore equivalenti annue di produzione a piena potenza o tramite il fattore d’impianto (uguale alle ore

equivalenti diviso le ore dell’anno). In Italia, nei siti normalmente sfruttati, le ore equivalenti assumono

valori tra 1.500 e 3.000;

4. quota s.l.m. da 700 a 1.500 metri (con possibile insorgenza di formazione di ghiaccio durante i

più ventosi mesi invernali a quota superiore ai 800-900 m s.l.m. in funzione della diversa esposizione

del sito);

5. area di installazione posta su plateau (Sardegna) o su crinali più o meno appiattiti e colline ondulate

(regioni centro-meridionali);

6. presenza di vegetazione di tipo boschivo o di coltivazioni (Appennini centrali e meridionali), bosco infoltito

(Calabria), macchia mediterranea (Sicilia e Sardegna), rimboschimento e cantieri forestali in pieno

sviluppo (Abruzzi) sia nelle vicinanze che su crinali opposti (con possibile creazione di scie di disturbo al

rotore); installazioni sono previste nell’Appennino centro-settentrionale (Emilia-Romagna, Liguria e Piemonte)

a quote cariabili tra i 1.000 e 1.500 m s.l.m. (in aree montane più o meno foltamente boscate);

7. area caratterizzata da pregio paesistico e/o paesaggistico più o meno rilevante, posta in vicinanza o

al confine o, ancora, interessata dalla presenza di SIC o di ZPS e, quindi, parchi o riserve naturalistiche

di altro genere (aree interessate dalla presenza di relitti mediterranei);

8. area interessata da uso civico (con eventuali presenze di direttrici tratturali) e da sorvoli a bassa quota

di avioleggeri e, a quote maggiori, da velivoli dell’aviazione generale e militare; talvolta si riscontra la

presenza di antiche servitù militari (poligoni in campo aperto) più o meno abbandonate (soprattutto

nelle regioni centrali e centro-meridionali);

9. area caratterizzata dalla presenza di specie avifaunistiche di vario pregio e, solo più limitatamente,

interessata da corridoi ecologici e flussi migratori;

10. distanza dalla rete elettrica in alta tensione compresa tra 500 m e 2-3 km al massimo;

11. tasso di guasto della rete elettrica locale in alta e media tensione tale da poter essere rappresentata

da un valore MTBF (Mean Time Between Failure – tempo medio fra i guasti) pari a 2.000-3.250 ore/

anno (valore più basso tipico dell’Abruzzo più interno, come, ad esempio, nella Piana del Fucino);

18


2. La produzione di energia eolica in Italia

12. esistenza di un buon collegamento con strade la cui larghezza sia tale da consentire il transito ad

automezzi capaci di trasportare le navicelle e le torri delle turbine di nuovo tipo e maggiore potenza

(da 1,3 MW a 2,5 MW, con pesi compresi fra 36 e 57 t);

13. visibilità del sito abbastanza estesa (per i crinali) e assai più limitata per le aree rilevate e a forma

di plateau oppure per aree vallive;

14. copertura del deficit locale tra produzione e consumo di energia elettrica. Le realtà locali che hanno visto

e vedono l’installazione di parchi eolici normalmente soffrono di un deficit pesante (alle volte sono

totalmente dipendenti dall’esterno). La presenza di una centrale eolica permette di ribaltare a situazione

o, quanto meno, di mitigarla, consentendo di produrre energia elettrica localmente in modo relativamente

abbondante (una centrale eolica da 10 MW di potenza, in una zona mediamente ventosa, può

produrre circa 25 milioni di kWh di energia elettrica all’anno, quanto basta per almeno 5.000 famiglie;

15. reddito pro-capite locale in genere basso e bilanci comunali spesso non superiori a 1,5-2 milioni

di euro/anno;

16. risorsa eolica quale fonte sfruttabile dal punto di vista economico, capace di fornire alle casse dei

Comuni un gettito annuale e ragionevolmente costante e dell’ordine di 100 mila-500 mila euro/anno,

tenendo presente l’apporto per i canoni di affitto dei terreni (quota marginale) e quello, ben più consistente,

derivante dal corrispettivo di potenza (che in genere costituisce la quota minima corrisposta

anche in assenza di produzione) e l’utile sulla produzione (dall’1 al 3% del ricavo lordo incassato dal

gestore dell’impianto). I comuni interessati dall’installazione di centrali eoliche sono normalmente

piccoli, con entrate piuttosto modeste. La presenza di campi eolici permette a queste piccole realtà

locali di aumentare il loro budget in modo rilevante e senza pesare sulla collettività, in quanto tale

gettito deriva da un’attività produttiva che si basa su una fonte come il vento non sfruttata in altro

modo. Gli amministratori locali, quindi, hanno a disposizione più risorse da destinare a beneficio

della comunità, promuovendo anche una maggiore coscienza/conoscenza dei problemi ambientali ed

energetici locali.

Legge Finanziaria 2008) relativo alle ripartizioni (il cosiddetto burden-sharing) 14 regionali che

responsabilizzino a pieno le regioni, definendo il contributo che queste devono dare per il

raggiungimento degli obiettivi energetici del paese al 2020. Sono passaggi legislativi necessari

che potrebbero sbloccare la situazione.

Intanto, un segnale positivo è arrivato sul fronte autorizzativo nel 2010. Infatti, sono

state definite le “Linee guida per l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di impianti di

produzione di elettricità da fonti rinnovabili nonché linee guida tecniche per gli impianti stessi”,

previste in base all’art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 e approvate in

Conferenza Unificata l’8 luglio scorso. Tali Linee guida sono finalizzate ad armonizzare un

quadro regolatorio e normativo fino a questo momento frammentato e disomogeneo a livello

regionale, e stabiliscono i processi autorizzatori per le diverse tipologie e grandezze di

impianto considerato, oltre che le misure di mitigazione e quelle compensative per gli enti

locali ospitanti l’impianto. Le Linee guida dovrebbero contribuire ad accelerare l’iter burocratico

soprattutto perché danno finalmente il via libera alla autorizzazione unica: tutti gli enti

preposti a dare il via libera per gli impianti a fonti rinnovabili sono riuniti in una conferenza

di servizi. Chi chiederà un’autorizzazione non deve più sottoporsi allo sfibrante gioco delle

14 Le Regioni sono chiamate a mettere in atto le opportune azioni per il raggiungimento degli obiettivi a livello regionale

(che verranno istituiti per mezzo di un apposito decreto), suddivisi per tipologia di fonti (meccanismo del burden sharing) e a

identificare in ciascun territorio le zone non idonee all’installazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili, differenziate

per fonte utilizzata.

19


Energia eolica e sviluppo locale

cosiddette “sette chiese”, ma dovrebbe avere in tempi certi (180 giorni) un parere positivo o

negativo al proprio progetto, con enormi vantaggi su tempi di realizzazione.

Quello che ci si può augurare ora è che con le Linee guida nazionali qualcosa cambi, dentro un

quadro comunque che ha velocità diverse, perché ci sono alcuni territori italiani dove l’eolico

deve ancora essere realizzato, dove cioè proprio non è ancora conosciuto. Ci sono anche delle

potenzialità importanti al Centro-Nord, però ci si è andati con i piedi di piombo. Anzi, si può

dire che nelle Regioni del Centro-Nord c’è un’attenzione all’impatto ambientale dell’eolico che

non si ha per nessun altro tipo di opera. Penso che in Liguria, Emilia-Romagna, Marche ci sia

una attenzione ambientale da parte delle amministrazioni regionali che non si ha per nessun

altro intervento di tipo infrastrutturale, come se, addirittura, con le analisi ambientali che si

fanno per l’eolico ci si costruisse quasi una dignità che si è persa sulla valutazione di impatto

ambientale per tutto il resto. Se uno va a vedere l’atteggiamento tenuto dalla Regione Toscana

nei confronti dell’autostrada tirrenica o della TAV, questo è stato totalmente “sdraiato” nei

confronti di opere che andavano fatte e in cui nessun ruolo ha giocato la Regione in questi

anni. Se uno va a vedere l’approccio che le stesse persone che hanno fatto la valutazione di

impatto ambientale della TAV o dell’autostrada tirrenica, hanno nei confronti degli impianti

eolici, è come se fossero Dr. Jekyll e Mr. Hide. Per l’eolico si fanno fare delle analisi e c’è un

tipo di attenzioni…, appunto, per fermarlo. Stesso atteggiamento si ha da parte della Regione

Emilia-Romagna. In Liguria non ne parliamo. Regioni in cui l’eolico ha delle potenzialità. Solo

in Toscana sta andando avanti, ma perché invece c’è anche chi, un assessore e un governo regionale,

che spinge sulle energie rinnovabili. Però, c’è proprio una contraddizione di fondo, come se

in qualche modo ci fosse un problema di capire il ruolo che ha la valutazione ambientale. Come

se la valutazione ambientale dipendesse dal tipo di opera e dal tipo di pressione. È abbastanza

evidente che l’eolico è una fonte energica che è spinta da gruppi imprenditoriali in parte nuovi

e in parte da investimenti ambientali di grandi gruppi energetici italiani, tutti soggetti che sono

indubbiamente deboli nei confronti dei governi regionali, soprattutto dei governi regionali organizzati.

È il caso della Liguria, dell’Emilia-Romagna e della Toscana. Dove il governo regionale è

organizzato, l’eolico risulta essere un settore industriale debole. Dove il governo regionale non

è organizzato – e parliamo di tutto il Centro-Sud – invece scatta un altro tipo di meccanismo

che è quello per cui intorno all’eolico e alle sue potenzialità, c’è una totale disorganizzazione

del governo regionale, per cui si è nelle mani della capacità che hanno i Comuni di organizzare

dei percorsi trasparenti oppure della lungimiranza degli imprenditori. Questa è oggi la realtà

italiana (Zanchini, Legambiente).

Comunque, nonostante le carenze normative e le farraginosità burocratiche, il volume d’affari

dell’energia eolica in Italia ha raggiunto livelli sempre più elevati, alla luce degli investimenti

in corso e di quelli programmati nella realizzazione di nuove centrali eoliche. Se si considerano

i circa 1.000 MW installati nel solo 2010, in termini finanziari gli investimenti – tra capitali

privati e bancari – hanno raggiunto la cifra di 4,5 miliardi di euro, quasi esclusivamente

destinati alla realizzazione di centrali eoliche nel Mezzogiorno e nelle isole. 15

15 Purtroppo, questi rilevanti investimenti hanno destato l’interesse per il settore eolico anche di affaristi e prestanome

delle diverse organizzazioni criminali (mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita) che controllano ampie porzioni del territorio

meridionale e che operano come “sviluppatori” che ricercano i siti di potenziale interesse, elaborano progetti preliminari

e, una volta ottenuta l’autorizzazione dalla burocrazia regionale, con in mano un progetto cantierabile, passano la collocazione

sul mercato, realizzando così notevoli plusvalenze.

20


2. La produzione di energia eolica in Italia

Velocità media annua del vento a 25 m s.l.t./s.l.m.

da 3 a 4 m/s

< 3 m/s

da 4 a 5 m/s

da 5 a 6 m/s

da 6 a 7 m/s

da 7 a 8 m/s

da 8 a 9 m/s

da 9 a 10 m/s

da 10 a 11 m/s

> da 11 m/s

Fonte: http://atlanteeolico.rse-web.it/viewer.htm

21


Energia eolica e sviluppo locale

Potenza eolica installata sul territorio nazionale

Nessuna installazione

251 ÷ 500 MW

< 100 MW

501 ÷ 750 MW

100 ÷ 250 MW

> 750 MW

Regione

MW installati

Regione

MW installati

Sicilia 1.449

Puglia 1.286

Campania 814

Sardegna 674

Calabria 589

Molise 372

Basilicata 279

Abruzzo 225

Toscana 45

Liguria 21

Emilia Romagna 16

Piemonte 13

Lazio 9

Trentino Alto Adige 3

Umbria 2

Veneto 1

Marche -

Valle d’Aosta -

Friuli Venezia Giulia -

Lombardia -

TOTALE 5.797

Fonte: ANEV - Associazione Nazionale Energia del Vento, 2011

22


2. La produzione di energia eolica in Italia

Localizzazione dei Parchi eolici

Fonte: ANEV - Associazione Nazionale Energia del Vento, 2011

23


Energia eolica e sviluppo locale

Aerogeneratori installati sul territorio nazionale e prospettive di crescita al 2020

Nessuna installazione

< 50

50 ÷ 500

500 ÷ 750

750 ÷ 1.000

> 1.000

Regione

Aerogeneratori Potenziale Crescita %

2010 rispetto

MW N° MW* Occupati** al 2009

KW per

abitante

KW per km 2

Sicilia 1.449 1.245 1.900 7.537 30,0 0,287 56,362

Puglia 1.286 997 2.070 11.714 11,1 0,315 66,446

Campania 814 765 1.915 8.738 0,6 0,140 59,897

Sardegna 673 565 1.750 6.334 15,0 0,403 27,956

Calabria 589 342 1.250 4.484 47,3 0,293 39,056

Molise 372 307 635 2.289 53,9 1,161 83,758

Basilicata 279 244 760 2.675 22,8 0,474 27,940

Abruzzo 225 279 900 3.166 9,7 0,168 20,944

Toscana 45 30 600 2.114 0,0 0,012 1,957

Liguria 21 26 280 1.061 12,9 0,013 3,873

Emilia Romagna 16 26 200 771 0,0 0,004 0,726

Lazio 9 15 900 3.741 0,0 0,002 0,522

Umbria 2 2 1.090 3.868 0,0 0,002 0,177

Altre 16 8 1.750 7.518 0,0 0,001 0,161

Offshore 0 0 200 1.000 0,0 0,000 0,000

TOTALE 5.797 4.851 16.200 67.010 19,6 0,096 19,239

* Studio ANEV ** Studio UIL-ANEV

Fonte: ANEV - Associazione Nazionale Energia del Vento, 2011

24


3. La produzione

di sistemi eolici in Italia

Gli aerogeneratori effettuano la conversione dell’energia cinetica del vento in energia meccanica

dell’asse di rotazione, e, da questa, in elettrica continua o alternata mediante l’impiego

di un generatore; possono essere ad asse orizzontale o verticale; possono essere isolati o in

cluster e, ancora, essere collegati ad utenze isolate, piccole reti locali o alle reti nazionali

(Battisti, 2008; Caffarelli e De Simone, 2010; Gargini e De Pratti, 2008). Dal punto di vista

della potenza, oggi sul mercato ci sono diverse tipologie di aerogeneratori:

• macchine progettate per la produzione e vendita di elettricità, il cosiddetto eolico

industriale. Si tratta di aerogeneratori di potenza compresa tra i 500 kW e i 3,5 MW connessi

alla rete in media o alta tensione, macchine di grande potenza per la produzione industriale

di energia eolica che richiedono grandi investimenti (da 1 a 2,5 milioni di euro), ma il cui

costo diminuisce in proporzione al crescere della potenza e che sono state finora al centro

del processo di evoluzione tecnologica. Un indicatore significativo dell’evoluzione tecnologica

dell’eolico, infatti, è la crescita della taglia degli aerogeneratori installati, accompagnata

anche dall’aumento della loro affidabilità ed efficienza. Se nel 1995, la taglia media delle

macchine installate in Italia era di appena 260 kW di potenza per unità, nel 2003 era di

561kW, oggi la taglia media delle turbine che vengono installate è di 2,5 MW. 16 Queste macchine

possono essere installate singolarmente o in centrali di produzione, sulla terra ferma

o in mare (offshore); 17

16 Le prime macchine eoliche industriali erano alte 82 metri, quelle attuali 93 metri. La vera differenza è che 10 anni fa

una macchina industriale da 660-850 kW occupava a terra 100 metri quadrati e aveva una dimensione di navicella di 6mx3m.

Oggi, una macchina industriale è da 3,5 MW, cioè sei volte più potente della precedente, a terra occupa 150 metri quadrati,

mentre la navicella è di 12x6m. “Le dimensioni delle macchine sono in costante crescita, perché la capacità di sfruttare il vento

è strettamente legata al diametro del rotore. Più è grande il diametro e più si riesce a installare anche in aree dove una volta non

si poteva installare perché le condizioni del vento erano basse e, quindi, non lo permettevano. Aumentando il diametro del rotore,

aumenta la potenza generata e, quindi, c’è una corsa ad installare turbine sempre più grandi che si riflette in termini positivi anche

sull’ambiente. Questo perché con macchine di questa potenza si riesce a fare un parco eolico significativo con 10 aerogeneratori,

mentre in passato per avere la stessa potenza si dovevano installare dalle 30 alle 40 pale. Una pala grande si vede certamente di

più, ma quello che probabilmente dà più fastidio è “l’effetto selva”, quindi tante turbine, pale, e torri” (Schiapparelli, REpower).

17 In Italia, e più in generale nel Mediterraneo, le installazioni offshore tardano a manifestarsi, nonostante che in ambiente

marino sia presente una gran disponibilità di vento (e quindi sia possibile installare macchine di grande potenza come la

turbina REpower da 6,15 MW con 126 m di diametro) e che la distanza dalla terraferma consenta una naturale mitigazione sia

dell’impatto acustico delle turbine per la lontananza sia di quello paesaggistico in virtù della curvatura terrestre. Quella offshore

rappresenta, dunque, un’opzione che nel medio-lungo termine potrebbe consentire notevoli produzioni di energia (Cesari e

Taraborrelli, 2008). In Italia, l’iter autorizzativo per gli impianti offshore è diverso da quello per gli impianti sulla terraferma:

l’autorizzazione, infatti, è rilasciata dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, sentiti il Ministero dello sviluppo economico

e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, con le modalità di cui all’art. 12, comma 4, del decreto

25


Energia eolica e sviluppo locale

• macchine per la produzione di energia ad uso di utenza isolata o con allacciamento alla

rete in bassa tensione. Sono macchine caratterizzate da una potenza limitata (sotto i 200kW)

che spesso sono affiancate ad altre fonti di produzione di energia (mini idrico, fotovoltaico

o convenzionale). Nel caso di utenza isolata rappresentano una risorsa in zone difficilmente

raggiungibili dalla rete come località montane o comunità agricole. È un segmento di mercato

che in Italia si sta aprendo solo ora e che, soprattutto per le macchine di piccola taglia

– turbine per uso domestico (da 1 a oltre 20 kW), miniturbine (0,50-060 kW) e microturbine

(0,02-0,12 kW) – sembra avere interessanti possibilità di sviluppo. Si tratta, comunque, di

macchine che per operare al meglio della loro efficienza vanno installate in torri di almeno

12 metri, meglio se più alte, e non troppo vicine all’edificato, per evitare possibili turbolenze,

ma l’industria sta lavorando (insieme ad alcuni grandi architetti e designer internazionali

come Renzo Piano e Philippe Starck) per mettere a punto delle turbine di piccola taglia (sia

ad asse orizzontale che verticale) che possano essere montate sui tetti delle case anche in

ambiente urbano.

Le macchine eoliche in Italia lavorano mediamente per 1.800–2.000 ore equivalenti a pieno regime.

Vale a dire che una macchina lavora magari per 2 giorni a metà della massima potenza, 2

giorni che quindi equivalgono a 24 ore alla massima potenza. Però, durane la giornata e anche

per più giorni, si può verificare la bonaccia perché non c’è vento. Questo fa parte del progetto e

del funzionamento. Ci sta che il vento può o non può esserci. La macchina eolica lavora sopra

una certa quantità di vento, il cut in, mentre il cut out è sui 25-30 metri al secondo. Per cui, la

macchina viene messa in stallo sopra il cut out, perché il vento è troppo forte per poter funzionare.

In fase di progetto, le caratteristiche tecnologiche delle macchine vengono scelte in base

alle caratteristiche del vento. È molto importante caratterizzare il sito dal punto di vita del vento.

Le misure di un anno o di due anni dell’anemometro, non danno solo l’informazione relativa

al fatto se c’è vento, ma anche che c’è tot vento con alcune caratteristiche e quale è la velocità

predominante. Questo porta alla scelta migliore delle macchine che è un elemento importante

perché l’impianto deve essere produttivo, anche perché, per come sono strutturati gli incentivi,

o si è produttivi o si perdono le risorse investite o si allungano i tempi di ammortamento. Il

parco deve essere efficiente. Posso avere delle macchine funzionanti, ma ferme, non perché

sono rotte o non connesse alla rete, ma perché o non c’è vento sufficiente o il vento è troppo

forte. Certo, le 2.000 ore equivalenti sono poche rispetto all’arco temporale di un anno. Dipende

dagli andamenti stagionali, per cui ad esempio nei mesi primaverili la ventosità è bassa. Poi, ci

sono siti più lo meno ventosi. Il vento c’è soprattutto al Sud, mentre è scarso al Nord. Poi, c’è

la manutenzione delle macchine. Le macchine eoliche si rompono. C’è la rottura e c’è il tempo

legislativo 387/2003 e previa concessione d’uso del demanio marittimo da parte della competente autorità marittima. Quindi,

l’autorizzazione è solo ministeriale, mente i Comuni e gli altri enti locali non hanno nessun titolo/competenza, possono partecipare

alla Conferenza dei servizi, ma solo a titolo consultivo. Al momento mancano ancora delle Linee Guida per gli impianti

offshore (quelle emanate a settembre 2010 riguardano solo per gli impianti onshore). Emblematico di quanto sia confusa la

situazione e dei problemi che si creano è il caso di un progetto per un parco eolico offshore a 6-8 km dalla costa del Molise, a

largo di Termoli, al quale si oppongono la Regione, la Provincia e tutti i Comuni, avendo fatto ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato

contro l’autorizzazione. “Quell’impianto è emblematico, perché la Regione e i Comuni approvano porticcioli, case, villaggi vacanza,

alberghi, etc. sulla costa e poi se la prendono con l’impianto eolico che sta a 8 km di distanza dalla linea di costa. Sull’eolico ci si

fa una sorta di verginità ambientale che non esiste. Su questo noi siamo andati fino in fondo, facendo ora pure ricorso al Tar ad

iuvandum di quell’impresa. Noi all’impresa abbiamo dato su questo una mano, spingendola a rispondere a tutte le osservazioni che

erano state fatte dal punto di vista ambientale. I punti critici erano due:

• la presenza di una duna sommersa tutelata – una SIC ZPS – e siccome il cavodotto deve arrivare a terra, hanno modificato il

percorso, aggirando la duna;

• il MiBAC gli ha chiesto di allontanare un po’ le pale e loro hanno spostato indietro, a 8 km dalla costa, la prima fila di pale.

Hanno fatto fare uno studio paesaggistico ad una paesaggista che gli abbiamo suggerito. Gli abbiamo dato una mano per cercare

di presentare un buon progetto. Nonostante questo, le amministrazioni locali hanno fatto ricorso al Tar e al Consiglio di Stato. In

questo atteggiamento da parte dei Comuni c’è la vera ambiguità dell’eolico. Il punto problematico dell’offshore è che nessuno prende

delle royalties perché il mare non è territorio comunale, provinciale o regionale, ma dello Stato. Quindi, sull’offshore da parte dei

Comuni c’è battaglia, mentre poi sui progetti a terra non fanno la stessa resistenza” (Edoardo Zanchini, Legambiente).

26


3. La produzione di sistemi eolici in Italia

di riparazione. Come tutte le macchine hanno la manutenzione ordinaria che viene fatta ogni

sei mesi, preferibilmente nei periodi in cui c’è meno ventosità. Sono 1 o 2 giorni per macchina.

Bisogna ingrassare la macchina e controllare gli apparati, i circuiti dell’olio. Va fatto un check,

un po’ come il tagliando per le automobili. Le macchine sono controllate in remoto e qualsiasi

anomalia all’interno della macchina viene segnalata in tempo reale. La macchina si mette in

sicurezza da sola, si autogestisce, spegnendosi e mettendosi di taglio al vento, di modo che va

in stallo, in attesa dell’intervento della manutenzione (Roberto Refrigeri, Enel Green Power).

In Italia la fase dello sviluppo commerciale dell’eolico è partita in ritardo rispetto ad

altri paesi europei come la Germania, la Danimarca o la Spagna (Pirazzi, 2008). 18 Di questo

ritardo hanno sofferto anche le nascenti industrie di produzione di aerogeneratori e di

componentistica (torri, quadri elettrici, motoriduttori, elettronica di potenza), che si sono

trovate a competere con delle realtà industriali europee e americane ormai agguerrite e in

rapida crescita. In questo senso, si può dire che da parte delle amministrazioni nazionali e

regionali sono mancate delle scelte consapevoli di politica industriale in grado di promuovere

lo sviluppo del comparto industriale, incrementando così i benefici economici per il territorio

derivanti dalla diffusione delle rinnovabili. Emblematica in questo senso è l’esperienza della

Spagna, dove lo sfruttamento del vento è stato condizionato da parte delle singole regioni

al coinvolgimento dell’imprenditorialità e manodopera locale, tanto che ora questo paese è

diventato un esportatore di tecnologia eolica in tutto il mondo.

Sul rapporto tra sviluppo delle energie rinnovabili e sviluppo della filiera industriale a livello

locale, forse l’esperienza di maggiore successo è quella fatta dagli spagnoli che 10-15 anni fa

hanno promosso gli investimenti in parchi eolici, invitando ad investire anche negli impianti

produttivi della filiera industriale. La Spagna ha creato una sua base industriale, grazie al fatto

che le regioni hanno adottato delle politiche industriali favorevoli, in un momento in cui era

possibile farlo. Ad esempio, la Gamesa è nata dalla Vestas e poi si è resa autonoma, cosa che

non ha fatto da noi la IWT. Questo perchè da noi è mancata la logica della politica industriale.

Oramai, il baricentro delle grandi tecnologie è tutto spostato sulla Cina e sull’India (Silvestrini,

Kyoto Club).

Lo sviluppo del mercato nazionale è iniziato dapprima con l’installazione di macchine da

200-350 kW di produzione italiana mono e bipala (Riva Wind Turbines del Gruppo Riva Fire

SpA e West, del gruppo Ansaldo), per continuare poi con la messa in servizio di aerogeneratori

di media taglia da 500 a 850 kW dotati di rotore tripala (Vestas-IWT, Enercon, Bonus,

18 Nel 1996, nelle province di Foggia e Benevento, sono state installate le prime centrali eoliche commerciali ad opera

dell’Italian Vento Power (IVPC), una società privata costituita ad Avellino nel 1993, che ha avuto l’intuizione di utilizzare al

meglio lo strumento legislativo del CIP 6/92, e le conoscenze di sitologia maturate dagli americani in California. Altre centrali

eoliche sono state realizzate anche nella provincia di Avellino e sui crinali appenninici delle regioni circostanti. A queste prime

iniziative ne sono seguite altre da parte di operatori come Edison Energie Speciali, ENEL Green Power, Sanseverino ed altri che,

nel volgere di pochi anni, hanno permesso all’Italia – con circa 700 MW installati alla fine del 2001 – di conseguire il primo

obiettivo del Libro Bianco sulle rinnovabili e di raggiungere la quarta posizione a livello europeo, la sesta a livello mondiale,

in termini di potenza eolica. Negli ultimi 10 anni la progressione della potenza eolica installata è stata la seguente: 797 MW

al 2002, 913 MW al 2003, 1.255 MW al 2004, 1.718 MW al 2005, 2.123 MW al 2006, 2.726 MW al 2007, 3.736 MW al 2008,

4.849 MW al 2009, 5.758 MW al 2010. L’incremento della potenza eolica installata, nel contesto di un mercato della produzione

elettrica liberalizzato ormai da più di 10 anni, riflette anche la crescita del numero di operatori elettrici specializzati nella progettazione

e gestione di impianti eolici di grandi dimensioni. Il mercato è ancora molto frazionato tra una pluralità di operatori

(alcuni controllati da grandi gruppi multinazionali del settore elettrico convenzionale) che hanno in media tra i 100 e i 400 MW

di potenza installata (quindi, più parchi eolici ciascuno): il Gruppo IVPC, Enel Green Power, Edison Energie Speciali (EDENS), Fri-

El, E.ON Italia, Moncada Energy Group, Asja Ambiente Abn Windenergy, Inergia, FERA-Fabbrica Energie Rinnovabili Alternative,

AceaElectrabel Produzione, Lucky Wind, Veronagest, Tozzi Sud, IVPC Eolica, Gruppo ICQ, ERG Renew, Fortore Energia, Gruppo

Gamesa, Sorgenia, Api Nova Energia, GE Energy. La stretta creditizia sta consolidando la presenza delle maggiori compagnie

energetiche a spese dei produttori indipendenti di minori dimensioni che, in alcuni casi, hanno dovuto cedere parte delle proprie

attività.

27


Energia eolica e sviluppo locale

Neg Micon, etc.) e arrivare successivamente alle macchine di grande taglia da 1 a 3 MW

(Fuhrlander, REpower, GE Wind, Vestas, Gamesa, Enercon, Suzlon, Siemens Wind Power, Acciona,

Ecotecnia e Nordex). Gli aerogeneratori attualmente realizzati in Italia, dopo la fine poco

gloriosa di quelli progettati, costruiti e sperimentati all’inizio degli anni ’90, si collocano in

tutte le fasce della tecnologia. Infatti, alle macchine di piccola taglia, da centinaia di watt

sino a 20 kW, prodotte da società come Salini, Ropatec, Jonica Impianti, Enerclean, Terom,

Badgir, BluMini Power, Windesign e Dealer Tecno, dalla metà degli anni 2000 se ne sono

aggiunte altre di media e grande taglia prodotte da Vestas Italia (ex West/IWT) di Taranto,

Gruppo Leitner di Vipiteno, Moncada Costruzioni di Agrigento.

Inoltre, occorre considerare che le attività di installazione di aerogeneratori – dalla costruzione

all’avviamento, sino alla fase di esercizio – richiedono molteplici interventi da parte

di una serie di imprese coinvolte nell’assemblaggio della macchina e nella fornitura dei singoli

componenti (generatore, moltiplicatore di giri, riduttore, torre, mozzo, impianti elettrici ed

idraulici, lavorazioni metalliche, forniture industriali, sensori, etc.). Oltre alla realizzazione di

tali componenti si deve ricordare l’insieme delle opere civili (strade, piazzole e scavi, edifici,

fondazioni), le opere elettriche (cavi, quadri, trasformatori, sottostazioni), la realizzazione

delle torri, i trasporti, nonché le apparecchiature di sollevamento e le gru.

Se per la macchina intera, il sistema completo, credo che ormai sia troppo tardi, salvo casi

del tutto eccezionali e di nicchia, invece la componentistica è un’area in cui le imprese italiane

possono ancora giocare un ruolo molto interessante, perché in Italia c’è una importante

componente di industria meccanica ed elettromeccanica. So che ci sono delle importanti realtà

industriali italiane che fanno parte delle filiere industriali internazionali dei prodotti per le

energie rinnovabili. Pertanto, non darei per persa la battaglia sul campo industriale. Certo, che

bisognerebbe fare quello che prevedeva il Piano Industria 2015, mettendo insieme grandi, medie

e piccole imprese, con università, centri di ricerca su alcuni grandi progetti obiettivo, dando

una spinta allo sviluppo tecnologico del settore industriale. Questo, purtroppo, si è sfilacciato

(Silvestrini, Kyoto Club).

Secondo le stime Anev-UIL, negli ultimi anni in Italia il settore eolico ha creato 8.200 nuovi

posti di lavoro diretti, mentre comprendendo l’indotto si arriva ad oltre 28mila. Inoltre, se si

raggiungerà il potenziale nazionale di circa 16mila MW al 2020, in numero totale di addetti

potrebbe salire ad oltre 67mila.

Un primo ragionamento nel rapporto tra sviluppo locale ed energie rinnovabili, riguarda il

mercato locale del lavoro. Per quanto riguarda la Puglia, sono tanti i professionisti che da 6-8-

10anni lavorano quasi esclusivamente sulle fonti rinnovabili a vario livello. Poi, ci sono aziende

che sono nate ad hoc: società che montano, assemblano, producono. C’è un movimento enorme

che non saprei quantificare. Non so se qualcuno si è mai preso l’impegno di fare una specie di

censimento, di quanti soggetti sono occupati dalla filiera diretta. Qui, secondo me, si superano

tranquillamente le 10mila persone. Si parla sempre di aziende, operai, etc., però i professionisti

sono una categoria che non nomina nessuno. Professionisti che operano sul mercato in qualità

di lavoratori autonomi. Sono giovani laureati, o laureati da tempo, hanno un’età compresa

tra i 25 ai 40anni, e che normalmente in questi territori non hanno nessuna possibilità professionale

e che normalmente qui dovrebbe fare “le valigie”. Quindi, questo è un settore che

può “tenere” sul territorio tantissimi professionisti, professionalità qualificate. Qui, in Fortore

Energia, ad esempio, c’è un geologo che ha lavorato 4anni sulle piattaforme petrolifere in Africa,

e che grazie a questa attività lavora a casa sua, in un settore che altrimenti non avrebbe

spazio. Ci sono centinaia di persone che lavorano oggi su questi temi. Qui, in Fortore Energia,

28


3. La produzione di sistemi eolici in Italia

solo di professionisti ci sono 60-70 persone. Sono tanti, sono numeri e stiamo parlando solo di

questa realtà. Poi ci sono una serie di altre aziende che conosciamo e che hanno 10, 40, 100

persone. Se sommiamo tutte queste professionalità intellettuali, stiamo parlando di migliaia di

persone. Poi ci sono i settori collegati: i montaggi, i trasporti, i noleggi, le imprese che lavorano

alla costruzione, le società di manutenzione, di gestione, il controllo della sicurezza negli

impianti realizzati, quindi le cooperative di vigilanza, gli archeologi. L’impulso che hanno dato

le rinnovabili al settore dell’archeologia è enorme. In un primo momento c’erano solo pareri

molto negativi sugli impianti. A un certo punto l’impostazione del Ministero è stata diversa, la

Sopraintendenza Archeologica della Puglia non dice più no a nessuno, salvo prescrivere delle

procedure obbligatorie. È il caso della costruzione di una carta del rischio archeologico preventiva,

che impegna, pagate dalle società proponenti, cooperative di archeologi che sono in un

elenco accettato dalla Sopraintendenza. Fanno una ricognizione dell’area e isolano i rilievi. A

fronte di questa prima attività ricognitiva, se ci sono delle evidenze archeologiche, in fase di

cantiere la Sopraintendenza impone lo scavo sistematico con l’assistenza fissa di imprese specializzate

a carico del proponente. Tutto questo per dire che ci sono una serie di collegamenti

infiniti, un movimento intellettuale che lavora sulle rinnovabili, e che questo “movimento” è

enorme. Quello che manca è che non si è riusciti a creare le condizioni per fare gran parte delle

tecnologie qui in Puglia, e ci sarebbero le condizioni. Oggi, l’80% della ricchezza prodotta dalle

rinnovabili va a finire fuori, perché le macchine e i principali componenti vengono da fuori. Noi

abbiamo tentato di fare qui delle attività importanti. Le torri in cemento per Enercon si fanno

in Puglia, altre cose si fanno, ma si potrebbe fare tantissimo di più se ci fosse un minimo di

garanzia da parte delle istituzioni e mi riferisco al garantire una certa massa critica di interventi

(Giovanni Alessandro Selano, Holding Fortore Energia SpA).

Nei prossimi anni, la crescita dell’industria italiana e del suo indotto potrà contare, oltre

che sull’ulteriore sviluppo del mercato interno, anche sulla diffusione dell’energia eolica nei

paesi balcanici e in quelli della sponda meridionale del Mediterraneo che, per la maggior

parte, sono zone ad elevata potenzialità di vento.

29


4. Il quadro normativo nazionale

Dalle interviste condotte con i testimoni privilegiati nel corso della ricerca emerge che per

quanto riguarda l’eolico e, più in generale, le fonti da energie rinnovabili è successo quello

che in Italia spesso succede rispetto alle grandi innovazioni tecnologiche e produttive:

il mercato, l’economia reale, si è mosso più velocemente rispetto alla capacità dei poteri

pubblici di fornire un quadro di regole omogeneo, sensato e trasparente. Questo è avvenuto

nonostante che in Italia uno sviluppo consistente dei diversi settori delle energie da fonti

rinnovabili si sia verificato in ritardo rispetto ad altri paesi europei, come la Germania, la

Spagna e la Danimarca. L’Italia non è stata certo tra i primi paesi a muoversi nel campo delle

energie alternative. La differenza è che altrove in Europa questa dinamica di sviluppo delle

rinnovabili è partita insieme allo sforzo da parte dello Stato, sia in termini legislativi, sia in

termini amministrativi, di accompagnarlo. Questo da noi non è successo o è successo solo

parzialmente e, quindi, la crescita delle energie a fonte rinnovabile ha camminato a lungo,

e in parte sta camminando ancora, su una base di un quadro di regole inadeguato, incerto,

spesso contraddittorio e in alcuni casi perfino paradossale. Per quanto riguarda l’eolico, ma

non solo, le procedure autorizzative fino adesso sono state assolutamente variabili da Regione

e Regione. Spesso addirittura all’interno di una stessa Regione non c’è stata certezza sugli

gli standard delle procedure di autorizzazione.

L’incapacità da parte della pubblica amministrazione – centrale e locale – di accompagnare

adeguatamente il processo rappresenta il maggiore ostacolo ad uno sviluppo equilibrato

e dinamico delle energie rinnovabili. Naturalmente, quando l’economia si muove in assenza

di regole certe, trasparenti e omogenee, la possibilità che anche i fenomeni più virtuosi

diventino occasione per comportamenti e vicende invece poco trasparenti è reale. Questo

sicuramente in qualche caso è avvenuto e sta avvenendo, e purtroppo poi questo getta una

luce molto sfavorevole, almeno dal punto di vista di alcuni media, su tutto il fenomeno.

Le direttive europee, le leggi e i meccanismi nazionali di incentivazione per la produzione

di energia elettrica da fonte rinnovabile hanno ragion d’essere per il costo ancora elevato

del kWh generato da queste fonti non inquinanti. I meccanismi di supporto per le rinnovabili

rappresentano per la comunità un investimento per il futuro, in quanto un ricorso sempre più

esteso a tali fonti di energia permetterà di evitare costi sociali ed ambientali ingenti.

La legislazione nazionale in merito alle fonti da energie rinnovabili, ed in particolare

all’eolico, ha visto in Italia il succedersi di tre fasi temporali distinte, in ognuna delle quali

si è avuto un ampliamento e rafforzamento delle misure normative di sostegno allo sfrutta-

31


Energia eolica e sviluppo locale

mento di tali fonti (Cfr. Togni, 2008). Di seguito, si delineano le caratteristiche salienti di

ciascuna fase.

4.1 La prima fase (1988-1997)

Nella prima fase compaiono i primi strumenti governativi di un certo rilievo a sostegno

delle fonti rinnovabili in generale e dell’eolico in particolare. Tali strumenti sono stati il Piano

energetico nazionale del 1988, che stabilisce un obiettivo di 300-600 MW di eolico installati

nel 2000, le leggi 9/91 19 e 10/91, quest’ultima che prevede dei contributi a fondo perduto

erogati dalle Regioni per studi di fattibilità in materia di energie rinnovabili e per l’insediamento

di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. 20

Ma, soprattutto il successivo provvedimento CIP 6/92, che stabilisce prezzi incentivanti

per la cessione all’ENEL di energia elettrica prodotta con impianti a fonti rinnovabili

o “assimilate”. 21 Quest’ultimo provvedimento determina, per l’energia eolico, un prezzo di

cessione composto da due voci:

• voce 1: costi evitati (di esercizio, di manutenzione e spese generali, di combustibile)

dall’ENEL e riconosciuti per l’intera vita dell’impianto;

• voce 2: sovraccosti correlati ai maggiori costi della specifica tipologia di impianto a

carico del produttore, riconosciuti soltanto per i primi 8 anni.

Tra le altre prescrizioni, vi sono gli oneri di allacciamento che, per le fonti rinnovabili e

nelle regioni con deficit energetico, sono fissati nella misura di 1/3 a carico dell’autoproduttore

e per 2/3 a carico dell’ENEL.

Successivamente, con due decreti del Ministero dell’Industria (luglio 1996 e gennaio

1997) è stato confermato che i prezzi di cessione del provvedimento CIP 6/92 devono essere

pagati per gli impianti già realizzati, in corso di realizzazione, o inclusi sino alla sesta graduatoria

al 30 giugno 1995. Gli impianti eolici potenzialmente beneficiari della tariffa CIP

6/92 assommano così ad una potenza complessiva di poco superiore ai 700 MW.

4.2 La seconda fase (1998-2002)

Nella seconda fase, il quadro normativo italiano a sostegno delle fonti rinnovabili ha

subito profonde modifiche originate dalla necessità di rispettare gli impegni presi nelle sedi

internazionali e di trovare delle misure di incentivazione che fossero sostenibili per le casse

dello Stato. Le principali tappe sono state:

• la Delibera CIPE del 19.11.1998 “Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione

delle emissioni di gas serra” adottata con l’obiettivo di avviare le azioni necessarie

a rispettare gli impegni internazionali nel settore dell’ambiente, che sono in particolare

19 La Legge 9/91, Norme per l’attivazione del nuovo piano energetico nazionale. Aspetti istituzionali, centrali idroelettriche ed

elettrodotti, idrocarburi, geotermia, autoproduzione e disposizioni fiscali, definisce le modalità di immissione di energia prodotta

da fonti rinnovabili (trasporto, scambio, cessione totale, cessione di eccedenza) e, soprattutto, stabilisce con l’art. 22 che la

produzione di energia da fonte rinnovabile non sia più sottoposta a riserva di esclusiva a favore dell’ENEL, che allora era ancora

un ente pubblico economico.

20 La legge 10/91, Attuazione del piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico

e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia, consente l’esproprio per causa di pubblica utilità delle aree sulle quali insediare

impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, in quanto considerate “opere di pubblico interesse e di pubblica

utilità” e, quindi, prioritarie anche dal punto di vista dell’applicazione delle leggi sulle opere pubbliche.

21 Il CIP 6/92 ha stimolato la diffusione delle fonti rinnovabili, ma i benefici maggiori sono stati appannaggio delle cosiddette

“assimilate” (tra queste il processo di cogenerazione ha assorbito una quota rilevante delle risorse economiche disponibili),

che di fatto hanno ridotto i finanziamenti disponibili e, successivamente hanno portato al blocco del provvedimento stesso per

mancanza di fondi (Cfr. Pirazzi e Garribba, 2004:41).

32


4. Il quadro normativo nazionale

connessi con il Protocollo di Kyoto. La delibera indica sei azioni nazionali, tra le quali una

riguarda la produzione di energia da fonti rinnovabili. Il CIPE stima di ottenere al 2008-2012

una riduzione delle emissioni di 95-112 Mt di CO2, di cui 18-20 Mt attraverso il contributo

delle fonti rinnovabili;

• il Decreto legislativo 79/99 (cosiddetto “Decreto Bersani”) inerente il recepimento della

Direttiva europea 96/92/CE sul mercato interno dell’elettricità che definisce le linee generali

del riassetto del settore elettrico in Italia. Al fine di avviare una graduale liberalizzazione

del mercato elettrico italiano, stabilisce importanti innovazioni nei settori della produzione,

della trasmissione e della distribuzione dell’energia elettrica, nelle attività di importazione

ed esportazione, nelle fonti rinnovabili, nelle concessioni idroelettriche, e nel nuovo assetto

societario dell’ENEL. Viene stabilita la creazione di tre figure istituzionali: Gestore della

Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN), Gestore del Mercato Elettrico (GME) e l’Acquirente

Unico (AU). Ai produttori di energia elettrica convenzionale (da combustibili fossili) viene

fatto obbligo di immettere nella rete elettrica nazionale, fino dal 2001, la quota del 2%

di energia da fonti rinnovabili, e in attuazione delle disposizioni dell’art. 11, in data 11

novembre 1999 è emanato un decreto del Ministro dell’Industria recante le “Direttive per

l’attuazione delle norme in materia di energia elettrica da fonti rinnovabili di cui ai commi

1, 2 e 3 dell’articolo11 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79”. L’aspetto principale

riguarda l’introduzione del meccanismo dei certificati verdi per colmare la differenza tra il

prezzo di produzione degli impianti eolici e da altre fonti rinnovabili e il prezzo riconosciuto

dal mercato. Tale meccanismo è sorretto dalla domanda obbligatoria imposta ai produttori

e importatori di energia elettrica convenzionale. I proprietari degli impianti energetici certificati

dal GRTN come impianti alimentati da fonti rinnovabili (IAFR), per i primi 8 anni

di esercizio successivi al periodo di collaudo e di avviamento, hanno diritto ai certificati

verdi, di valore pari o multiplo di 100 MWh. 22 Tali titoli rappresentano una certificazione di

produzione da fonti rinnovabili e sono emessi dal gestore della rete elettrica nazionale. Per

quanto riguarda la contrattazione dei certificati verdi, il gestore del mercato, di cui all’art.

5 del decreto legislativo 79/99, nell’ambio della contrattazione nel mercato elettrico,

organizza il loro scambio nella sede predisposta. Questi sono oggetto di libero mercato tra

soggetti detentori degli stessi e i produttori-importatori, soggetti all’obbligo di cui all’art.

11, commi 1 e 2 del decreto legislativo 79/99 (immissione nella rete elettrica nazionale

del 2% di energia da fonti rinnovabili) anche al di fuori della sede suddetta. In caso di

impossibilità di immettere energia elettrica da fonti rinnovabili in quantità sufficiente, i

produttori possono assolvere l’obbligo comprando ed annullando certificati verdi prodotti

da terzi per un pari quantitativo. In sintesi, i produttori di energia da fonti convenzionali

(fossili) che non riescono a produrre energia da fonti rinnovabili con impianti propri in

quantità pari o superiore ai propri obblighi possono acquistarla, sotto forma di certificati

verdi, da altri produttori sulla borsa del gestore del mercato elettrico o tramite contratti

bilaterali. Gli impianti incentivati dal CIP 6/92, che entrano in servizio dopo il 1° aprile

1999, hanno diritto ai certificati verdi, il proprietario dei quali è il GRTN, 23 che li immette

sul mercato a un prezzo corrispondente, grosso modo, alla differenza tra il costo d’acquisto

e quello di vendita della relativa energia;

22 La Legge 239/04 (Legge Marzano) ha poi ridotto a 50 MWh la taglia del certificato verde., mentre la Legge 244/07 (Legge

Finanziaria 2008) la porta a 1 MWh.

23 Le cui competenze oggi sono assolte da Terna SpA e dal Gestore dei Servizi Elettrici (GSE). A quest’ultimo è affidato il

compito di gestire il sistema di incentivazione.

33


Energia eolica e sviluppo locale

• la Conferenza nazionale energia e ambiente, organizzata dall’ENEA (Roma, novembre

1998) ha costituito un momento di riflessione e revisione delle politiche energetiche in corso

nel paese, fissando innanzitutto l’imprescindibilità dello sviluppo energetico dalla sostenibilità

ambientale. Tra le iniziative di maggior rilievo, intraprese dal governo nell’ambito di tale

conferenza, si deve annoverare la sottoscrizione del Patto per l’energia e l’ambiente. Il patto,

che ha come interlocutori le amministrazioni centrali e locali, le parti sociali, gli operatori

e gli utenti, fissa le regole e gli obiettivi generali di un costruttivo e innovativo rapporto

tra le parti. È la necessaria premessa per la sottoscrizione di accordi volontari, settoriali o

specifici. In questo contesto si colloca l’Accordo di programma per la realizzazione delle iniziative

sulle fonti rinnovabili incluse nelle prime sei graduatorie del provvedimento CIP 6/92.

Il primo pacchetto di tale Accordo diviene operativo ed è riferito all’eolico;

• l’approvazione da parte del CIPE, del Libro bianco per la valorizzazione energetica delle

fonti rinnovabili (6 agosto 1999), documento che testimonia l’importanza attribuita dal

governo allo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili. Il Libro bianco individua, per ciascuna

fonte rinnovabile, gli obiettivi che devono essere conseguiti per ottenere le riduzioni

di gas serra, indicate dal CIPE grazie alle energie rinnovabili, indicando le strategie e gli

strumenti necessari per raggiungere lo scopo. Per l’eolico, l’obiettivo fissato al 2008-2012 è

la potenza installata di 2.500 MW. Inoltre, tale documento recepisce appieno le indicazioni

espresse nel Libro bianco dell’UE: “Il ruolo degli Stati membri nell’attuazione dei piani d’azione

(indicati nel documento europeo) è cruciale. Essi devono decidere i loro obiettivi specifici

nell’ambito del quadro più generale ed elaborare le proprie strategie nazionali per conseguirli”;

• il Parlamento italiano, con Legge 120 del 1° giugno 2002, ha ratificato il Protocollo di

Kyoto sul cambiamento climatico. Il Ministero dell’Ambiente ha emanato un “Piano nazionale

per la riduzione del gas serra”, approvato anche dal CIPE nel dicembre 2002, con l’obiettivo di

ridurre gradualmente l’emissione dei gas serra in Italia. Nell’agosto del 2002 il CIPE ha anche

approvato il documento per lo sviluppo sostenibile, nel quale si annette grande importanza

alle azioni che verranno intraprese dalle singole Regioni per promuovere sul territorio nazionale

lo sviluppo delle centrali da fonti rinnovabili. Con questa operazione di decentramento

si intendono favorire interventi zona per zona mirati allo sviluppo della produzione di energia

da fonte rinnovabile.

4.3 La terza fase (2003-presente)

La terza fase inizia con l’approvazione del Decreto legislativo 383/2003 in recepimento

della direttiva 2001/77/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 settembre 2001 sulla

promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno

dell’elettricità. 24 Nel Decreto legislativo 387 vengono univocamente definite ed elencate

le fonti rinnovabili, dette anche “non fossili”. Al fine di controllare l’evoluzione del mercato

delle fonti rinnovabili, entro il 30 giugno 2005 e di seguito ogni due anni, il Ministero delle

24 Con la Direttiva 2001/77/CE l’Europa sancisce la necessità di sviluppare in via prioritaria la promozione di energie rinnovabili,

per favorire la sostenibilità ambientale, per avvicinarsi agli obiettivi di Kyoto e per la consapevolezza che in questo modo

si possa contribuire allo sviluppo locale, creando occupazione e coesione sociale. Con prima scadenza il 27 ottobre 2002, e in

seguito ogni 5 anni, gli Stati membri si impegnano a contribuire allo sviluppo sostenibile attraverso una sorta di dichiarazione

di intenti con la quale si intende stabilire gli obiettivi per i 10 anni successivi, che ogni Stato si propone di raggiungere in

termini di consumi di elettricità prodotta da fonti rinnovabili. La stessa Direttiva prevedeva che entro il 2003 gli Stati membri

definissero criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori per garantire l’origine dell’elettricità prodotta da fonte energetiche

rinnovabili, e le misure necessarie ad assicurare che i gestori delle reti di trasmissione e di distribuzione garantissero la trasmissione

e la distribuzione dell’elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili.

34


4. Il quadro normativo nazionale

Attività Produttive (oggi Ministero dello Sviluppo Economico), di concerto con il Ministero

dell’Ambiente, col Ministero dell’Economia e delle Finanze e la Conferenza Unificata, dovrà

presentare una relazione al Parlamento, sulla base dei dati del Gestore della rete e dell’Osservatorio

nazionale sulle fonti rinnovabili (istituito dallo stesso decreto, ma poi chiuso nel

2005).

Nel decreto 387 viene stabilito, inoltre, che la quota di energia da fonti rinnovabili deve

crescere dello 0,35% all’anno nel periodo 2004-2006, disponendo che gli incrementi annuali

per i periodi 2007-2009 e 2010-2012 vengano emanati dal Ministero dell’Ambiente, sentita

la Conferenza Unificata. 25

Altro aspetto importante riveste l’istituzione della Garanzia di origine dell’energia, rilasciata

dal Gestore della rete, su richiesta del produttore, a garanzia della provenienza da fonte

rinnovabile dell’elettricità prodotta. 26

Al fine di semplificare l’iter autorizzativo degli impianti a fonte rinnovabile, l’art. 12

del decreto 387 stabilisce un’autorizzazione unica rilasciata dalla Regione o da altro ente

indicato dalla stessa che deve prevedere anche il ripristino dello stato dei luoghi una volta

che l’impianto non sia più produttivo. 27 All’autorizzazione unica si arriva attraverso un

procedimento unico convocato dalla Regione, al quale partecipano tutte le amministrazioni

coinvolte, al fine di snellire, semplificare ed accorciare i tempi delle autorizzazioni. Il procedimento

unico deve terminare entro 180 giorni dall’inizio dell’iter autorizzativo. Le procedure

di approvazione degli impianti devono però sottostare alle Linee guida redatte in Conferenza

Unificata dai ministri delle Attività Produttive (oggi Sviluppo Economico), dell’Ambiente e

dei Beni Culturali, i quali dovranno definire le modalità di coretto inserimento degli impianti,

con specifico riguardo agli impianti eolici, nel paesaggio. 28 In funzione di tali Linee guida

le Regioni possono procedere all’indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di

specifiche tipologie di produzione. L’articolo prevede, inoltre, che le opere per la realizzazione

degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e le opere connesse, come le infrastrutture

necessarie alla costruzione e all’esercizio degli impianti, debbano considerarsi di pubblica

utilità, indifferibili ed urgenti.

Le condizioni di vendita dell’energia al Gestore della rete per impianti a fonti rinnovabili

con potenza fino a 10 MVA, viene stabilita dalla delibera n. 34 del 2005 dell’AEEG (Autorità

per l’Energia Elettrica e il Gas). In particolare, all’art. 4 viene stabilito che a tali impianti

viene garantito un prezzo dell’elettricità pari al prezzo di cessione dall’Acquirente unico alle

imprese distributrici di energia per la vendita al mercato vincolato, come definito dall’art.

30 comma 30.1, lettera a), del Testo integrato. Su richiesta del produttore, all’atto della stipula

della convenzione, viene riconosciuto un prezzo unico indifferenziato per fasce orarie,

25 La Legge Finanziaria 2008 (L. 244/07), con riferimento alla produzione energetica degli anni 2007-2012, ha incrementato

a 0,75 punti percentuali la quota parte di incremento annuale di produzione da rinnovabili rispetto all’anno precedente.

26 La Garanzia di origine prende il posto della certificazione di provenienza dell’energia prodotta da fonti rinnovabili prevista

dall’art. 5 comma 9 del DM 11 novembre 1999.

27 Per i parchi eolici, la Legge Finanziaria 2008 (L. 244/07) prevede che l’approvazione unica costituisca, ove necessario,

variante allo strumento urbanistico. Inoltre, per impianti di potenza inferiore ai 60 kW si applica la procedura di Dichiarazione

di Inizio Attività (DIA).

28 Tali Linee guida nazionali sono state emanate soltanto nella seconda metà del 2010. Nel dicembre 2006 sono state redatte

delle Linee guida unicamente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in risposta alla ratifica da parte del governo della

Convenzione europea del paesaggio, firmata il 14 gennaio 2006. Pertanto per quasi sette anni le Regioni non hanno potuto

disporre di un chiaro indirizzo condiviso, con evidenti conseguenze nel mancato coordinamento e nella chiarezza dei procedimenti

autorizzativi relativi agli impianti di produzione di energia eolica. Ad esempio, spesso alle aree definite non idonee non

ha corrisposto un’individuazione dei vincoli che ne stabilivano la non idoneità, aumentando lo stato di indeterminatezza del

settore. Da notare che le linee guida approvate prima del 2010 dalle Regioni Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna e Molise sono

state dichiarate, in parte o in toto, illegittime da sentenze della Corte Costituzionale.

35


Energia eolica e sviluppo locale

determinato dall’Acquirente unico. Nella stessa delibera, vengono definiti dei prezzi minimi

garantiti per l’elettricità prodotta da impianti con potenza fino a 1 MW, stabiliti per scaglioni

di produttività.

La delibera n. 281 del 2005 dell’AEEG stabilisce le regole per la connessione degli impianti

alla rete elettrica. Tale delibera contempla le regole per la connessione alla rete elettrica di

clienti finali consumatori di energia, di centrali elettriche convenzionali e da fonti rinnovabili.

Il proponente dell’impianto di produzione a fonte rinnovabile fa richiesta di connessione al

gestore di rete (che può essere il gestore locale fino a 10 MVA o Terna per potenze superiori).

Il gestore ha l’obbligo di connessione e propone una soluzione tecnica minima. Se accettata

dal proponente l’opera, questi dovrà pagare al gestore un corrispettivo stabilito dal gestore

stesso, che per gli impianti da fonte rinnovabile è ridotto del 50%. Se il proponente l’impianto

a fonte rinnovabile realizza a proprie spese l’impianto di connessione alla rete (rispettando

i requisiti tecnici per favorire a sicurezza e la continuità del servizio elettrico), il corrispettivo

da versare al gestore di rete è pari a zero.

I rapporti tra il gestore di rete ed il proponente l’impianto vengono regolati mediante

apposito contratto di connessione, redatto sulla base delle condizioni elencate nella delibera

281. La convenzione riguardante connessioni di impianti a fonti rinnovabili ha la priorità

sulle altre e deve concludersi entro 180 giorni.

Il decreto del 24 ottobre 2005 del Ministero delle Attività Produttive, aggiorna le direttive

per l’incentivazione dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. 29 È stabilito che la produzione

netta di elettricità da fonti rinnovabili ha diritto, per i primi 8 anni di esercizio successivi

all’entrata in esercizio commerciale, ai certificati verdi. 30 Il certificato verde ha un valore

unitario di 50 MWh, viene emesso dal gestore di rete entro 30 giorni, su comunicazione del

produttore relativamente alla produzione netta da fonte rinnovabile imputata all’anno precedente.

La produzione è arrotondata al 50 MWh con criterio commerciale. Su richiesta del produttore,

sono emessi certificati verdi sulla producibilità 31 attesa dell’anno in corso e dell’anno

successivo. Il Gestore di rete provvede, con cadenza triennale, alla verifica di congruità tra

valori di produzione attesi ed i valori dichiarati dai produttori e certificati dall’Ufficio tecnico

di finanza (Utf). I certificati verdi sono oggetto di libero mercato sia all’interno della sede

prevista e preparata dal Gestore di rete, sia al di fuori di tale sede.

Il Gestore della rete pubblica, con cadenza annuale, un bollettino informativo contenente

l’elenco degli impianti a fonti rinnovabili in esercizio, in costruzione ed in progetto con

qualifica delle garanzie di origine emesse e dei certificati verdi emessi. 32

Successivamente, il sistema dei certificati verdi è stato modificato dalla Legge 244/07

Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge Finanziaria

2008), da un Decreto ministeriale collegato del 12.12.2008 33 e dalla legge 99/09. Il Decreto

Bersani del 1999 imponeva un obbligo agli operatori che immettono in rete più di 100 GWhe/

29 Il decreto stabilisce anche che tutti i produttori e gli importatori di elettricità devono autocertificare le importazioni di

energia non rinnovabile al gestore di rete. Per la quota parte di energia importata di provenienza rinnovabile, il soggetto può

chiederne l’esenzione dal conteggio relativo alla quota di energia da bilanciare con fonti rinnovabili, come stabilito dal D.lgs. 387.

30 Dall’attribuzione dei certificati verdi sono esclusi gli impianti alimentati da fonti assimilate.

31 La producibilità di un aerogeneratore viene espressa in MWh e va intesa come numero di ore annue di funzionamento alla

piena potenza nominale (espressa in MW).

32 Nel novembre 2005, il gestore di rete ha pubblicato la Procedura di qualificazione degli impianti alimentati a fonti rinnovabili.

Edizione n. 2. In tale documento, sono sinteticamente riportati i passi che i proponenti devono intraprendere per arrivare

alla qualifica dei propri impianti alimentati a fonti rinnovabili (IAFR). Nella procedura sono previsti sia gli impianti nuovi che i

rifacimenti parziali e totali, nonché le riattivazioni di vecchi impianti, riguardanti tutte le tipologie di impianti da fonti rinnovabili.

33 Il decreto “Incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ai sensi dell’articolo 2, comma 150, della

legge 24 dicembre 2007, n. 244” è stato adottato il 18 dicembre 2008 dal Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto col

36


4. Il quadro normativo nazionale

anno che almeno il 2% dell’elettricità provenisse da impianti a fonti rinnovabili entrati in

esercizio o ripotenziati, limitatamente alla producibilità aggiuntiva, in data successiva al

1/4/99. Tale obbligo è stato incrementato dello 0,35% dal 2004 al 2006 e dello 0,75% dal

2007 al 2012. La Legge 99/09 trasferisce tale obbligo sui soggetti che concludono con Terna

contratti di dispacciamento di energia elettrica in prelievo.

Alla produzione degli impianti alimentati da fonte rinnovabile entrati in esercizio prima

del 2008, che abbiano ottenuto la qualifica IAFR, viene associato un certificato verde ogni

MWhe/anno prodotto (in caso di nuova costruzione, rifacimento o riattivazione). I certificati

verdi vengono emessi, ai fini dei riconoscimenti previsti dal Decreto Bersani, per:

• 12 anni in base all’art. 267 comma 4 lettera D del D.lgs. 152/06, per tutti gli impianti

alimentati da fonti rinnovabili, entrati in esercizio dal 1-4-99 al 31-12-07;

• 15 anni per gli impianti alimentati da fonti rinnovabili entrati in esercizio dal 2008. 34

Gli impianti a fonte rinnovabile entrati in esercizio dal 2008 a seguito di nuova costruzione,

rifacimento o potenziamento, riceveranno per 15 anni certificati verdi pari al

prodotto della produzione netta di energia elettrica da fonti rinnovabili moltiplicata per un

coefficiente, riferito alla tipologia della fonte. Per questa tipologia di impianti viene inoltre

riconosciuta una tariffa fissa omnicomprensiva stabilita in funzione della potenza nominale

dell’impianto e variabile a seconda della fonte utilizzata. La tariffa fissa viene riconosciuta

in alternativa al sistema dei certificati verdi e dello scambio sul posto (accessibile, per impianti

entrati in esercizio dal 2008, per taglie di potenza comprese tra 20 kW e 200 kW) per

gli impianti alimentati da fonti rinnovabili di potenza non superiore ad 1 MW (200 kW per

gli impianti da fonte eolica), entrati in esercizio dal 2008. Il coefficiente moltiplicativo e

la tariffa fissa potranno essere rivisti ogni 3 anni, con Decreto Ministeriale, assicurando la

congruità della remunerazione ai fini dell’incentivazione dello sviluppo delle fonti energetiche

rinnovabili.

Il produttore può decidere di utilizzare i certificati verdi per assolvere al suo obbligo

ovvero di cederli a terzi secondo le seguenti modalità:

1. cessione diretta tramite contratto bilaterale;

2. cessione ad un intermediario;

3. vendita sulla piattaforma della Borsa dei certificati verdi;

4. cessione al GSE al prezzo pieno di riferimento.

Di norma la cessione avviene per i casi 1. e 2. al prezzo di riferimento del GSE con uno

sconto di qualche punto percentuale, per la vendita in borsa ad uno sconto ancora inferiore

ed al GSE al prezzo pieno. I certificati verdi rilasciati per le produzioni riferite agli anni fino

a tutto il 2010, vengono ritirati su richiesta dei detentori nel triennio 2009-2011, dal GSE,

ad un prezzo pari al prezzo medio di mercato del triennio precedente all’anno nel quale viene

presentata la richiesta di ritiro. 35

In sintesi, in base alla Finanziaria 2008, entro il mese di giugno di ciascun anno, fino al

raggiungimento dell’obiettivo minimo della copertura del 25% del consumo interno di ener-

Ministro dell’Ambiente, e dà attuazione ai meccanismi di incentivazione già introdotti dalla Legge 24 dicembre 2007, n. 244

(Legge Finanziaria 2008) e dalla Legge 29 novembre 2007, n. 222 (Collegato alla Finanziaria 2008).

34 I certificati verdi vengono anche emessi per 8 anni per impianti alimentati da rifiuti non biodegradabili, qualificati ed

entrati in esercizio entro il 31 dicembre 2006 e impianti di cogenerazione abbinata a teleriscaldamento alimentati da fonte non

rinnovabile. Inoltre, sono riconosciuti ulteriori 4 anni al 60% agli impianti alimentati da biomasse da filiera entrati in funzione

prima del 2008 o da rifiuti non biodegradabili entrati in esercizio da febbraio 2004 e dicembre 2006. Si segnala infine che il D.L.

78/09 come convertito dalla Legge 102/09 prevede il rilascio di certificati verdi per l’energia elettrica associata a calore utile

prodotta da impianti di cogenerazione “connessi ad ambienti agricoli”.

35 Così come previsto dall’art. 2, comma 149, della legge n. 244 del 24 dicembre 2007 e dall’art. 15, comma 1, del decreto

del Ministro dello sviluppo economico 18 dicembre 2008.

37


Energia eolica e sviluppo locale

gia elettrica con fonti rinnovabili (e di successivi aggiornamenti derivanti dalla normativa

dell’Unione Europea), il GSE è tenuto a ritirare, su richiesta del produttore, i certificati verdi

in scadenza nell’anno in eccesso rispetto a quelli necessari per assolvere all’obbligo dell’anno

precedente a un prezzo pari al prezzo medio riconosciuto ai certificati verdi registrato nell’anno

precedente dal gestore del mercato elettrico. 36

Inoltre, ai fini di garantire la transizione tra il vecchio e il nuovo sistema di incentivazione

introdotto dalla Finanziaria 2008, il D.M. 18 dicembre 2008 ha obbligato il GSE a ritirare,

fino al 2011, tutti i certificati verdi rilasciati per le produzioni fino al 2010 di cui i detentori

richiedevano il ritiro in alternativa alla vendita sul mercato. In questo caso, il prezzo di ritiro

era pari al prezzo medio di mercato del triennio precedente.

Nel corso del 2010 il governo ha elaborato e inviato a Bruxelles il Piano di Azione Nazionale

per le fonti rinnovabili (PAN) che rappresenta uno tassello molto importante verso la costruzione

di una strategia in grado di raggiungere l’obiettivo generale di un apporto del 17%

delle fonti a energie rinnovabili ai consumi finali lordi nel 2020 e gli altri obiettivi specifici

posti all’Italia dalla direttiva 2009/28/CE.

Intanto, un segnale positivo è arrivato sul fronte autorizzativi nel 2010. Infatti, sono

state definite le “Linee guida per l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di impianti di

produzione di elettricità da fonti rinnovabili nonché linee guida tecniche per gli impianti stessi”,

previste in base all’art. 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 e approvate in

Conferenza Unificata l’8 luglio scorso. 37 Tali Linee guida sono finalizzate ad armonizzare un

quadro regolatorio e normativo fino a questo momento frammentato e disomogeneo a livello

regionale, e stabiliscono i processi autorizzatori per le diverse tipologie e grandezze di

impianto considerato, oltre che le misure di mitigazione e quelle compensative per gli enti

locali ospitanti l’impianto. Le Linee guida dovrebbero contribuire ad accelerare l’iter burocratico

soprattutto perché danno finalmente il via libera alla autorizzazione unica: tutti gli enti

preposti a dare il via libera per gli impianti a fonti rinnovabili sono riuniti in una conferenza

di servizi. Chi chiederà un’autorizzazione non deve più sottoporsi allo sfibrante gioco delle

cosiddette sette chiese, ma dovrebbe avere in tempi certi (180 giorni) un parere positivo o

negativo al proprio progetto, con enormi vantaggi su tempi di realizzazione.

Rispetto agli impianti eolici, l’elemento di maggiore interesse contenuto nelle Linee

guida sono le indicazioni da seguire per assicurare il corretto inserimento nel paesaggio e

nell’ambiente naturale degli impianti, oggetto di uno specifico allegato. È indubbio che in un

paese, come l’Italia, ad alta intensità abitativa e varietà naturale del paesaggio, il territorio

è un bene prezioso, sia per la sua relativa scarsità per gli usi primari, agricoli, silvicoli e

zootecnici, sia per la conservazione di habitat necessari alla biodiversità. Per tale motivo l’attenzione

principale è posta sull’impatto paesaggistico dell’impianto eolico, la cui “visibilità”

si estende ben oltre il territorio impattato direttamente o indirettamente per l’installazione

delle torri. In particolare, le linee guida stabiliscono che per l’eolico che il Ministero dei

beni culturali e la soprintendenza partecipa sia nell’ambito di istruttoria di VIA per impianti

superiori ad 1 MW anche non vincolati, sia per impianti inferiori alla soglia precedente, ma

ricadenti in aree sottoposte a tutela.

36 In sostanza, il prezzo riferito all’acquisto dei certificati verdi da parte del GSE è il risultato della differenza tra il valore

di riferimento pari a 180 euro/MWh e il valore medio annuo del prezzo di cessione dell’energia. L’AEEG con Delibera 24/2008 ha

determinato tale valore di cessione in 67,12 euro/MWh, che detratto dai 180 euro dà il prezzo dei certificati verdi emessi dal

GSE, ovvero 112,88 euro/MWh.

37 In questi anni, in mancanza di Linee guida nazionali, si è prodotta una proliferazione di Linee guida regionali disomogenee

che hanno reso difficoltoso operare in un panorama nazionale contraddistinto da atteggiamenti e prescrizioni estremamente

diversificate.

38


4. Il quadro normativo nazionale

Line Guida nazionali e regionali e l’individuazione dei siti non idonei

Al fine di accelerare l’iter di autorizzazione alla costruzione e all’esercizio degli impianti alimentati

da fonti rinnovabili, in attuazione delle disposizioni delle Linee guida nazionali, le Regioni e le

Province autonome possono procedere alla indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di

specifiche tipologie di impianti secondo le modalità e sulla base dei criteri previsti dalle Linee guida

stesse. L’individuazione della non idoneità dell’area è operata dalle Regioni attraverso un’apposita

istruttoria avente ad oggetto la ricognizione delle disposizioni volte alla tutela dell’ambiente, del

paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, della biodiversità

e del paesaggio rurale che identificano obiettivi di protezione non compatibili con l’insediamento,

in determinate aree, di specifiche tipologie e/o dimensioni di impianti, i quali determinerebbero,

pertanto, una elevata probabilità di esito negativo delle valutazioni, in sede di autorizzazione. Gli

esiti dell’istruttoria dovranno contenere, in relazione a ciascuna area individuata come non idonea

in relazione a specifiche tipologie e/o dimensioni di impianti, la descrizione delle incompatibilità

riscontrate con gli obiettivi di protezione individuati nelle disposizioni esaminate. Tra i siti che sono

dichiarati non idonei per la localizzazione di impianti eolici da parte delle Linee guida nazionali

figurano tra gli altri:

• i siti inseriti nel patrimonio mondiale dell’Unesco e le aree ed i beni di notevole interesse culturale

e pubblico;

• zone all’interno di coni visuali la cui immagine è storicizzata e identifica i luoghi anche in termini

di notorietà internazionale di attrattività turistica;

• zone situate in prossimità di parchi archeologici e nelle aree contermini ad emergenze di particolare

interesse culturale, storico e/o religioso;

• le aree naturali protette ai diversi livelli (nazionale, regionale, locale);

• le zone umide di importanza internazionale designate a i sensi della Convenzione di Ramsar;

• i siti che fanno parte della rete Natura 2000 istituiti ai sensi dell’art. 6 della direttiva 92/43/

CE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali nonché della flora e della fauna

selvatiche, recepita nell’ordinamento italiano con l’art. 5 del Regolamento di attuazione DPR 357/97

e successive modificazioni. Tali siti sono costituiti dalla ZPS (Zone di Protezione Speciale) dedicate

alla protezione dell’avifauna, che derivano dall’applicazione della direttiva 79/409/CE, e dai SIC (Siti

di Importanza Comunitaria) che derivano dalla applicazione della direttiva 92/43/CE e che sono designati

come ZSC (Zona Speciale di Conservazione) dal ministero dell’Ambiente, d’intesa con ciascuna

Regione interessata;

• le Important Bird Areas (IBA);

• le aree agricole interessate da produzioni agricolo-alimentari di qualità (produzioni biologiche,

produzioni DOP, IGP, STG, DOC, DOCG, produzioni tradizionali) e/o di particolare pregio rispetto al

contesto paesaggistico-culturale.

Infine, è importante sottolineare che il sistema dei certificati verdi introdotto dalla Finanziaria

2008 è stato messo in discussione dall’articolo 45 Decreto Legge 31 maggio 2010,

n. 78, rubricato “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività

economica” e pubblicato in G.U. 31 maggio 2010, n. 125, S.O (cd. “Manovra Economica”), che

prevedeva l’abolizione dell’obbligo da parte del GSE di ritirare, ogni anno, i certificati verdi

prodotti in eccesso rispetto alla quantità che i produttori di energia convenzionale sono tenuti

ad acquistare. Il provvedimento ha scatenato l’immediata reazione da parte del settore

della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. La maggior parte degli operatori

riteneva che il sistema istituito per il triennio 2009-2011 sarebbe stato prorogato almeno

per un altro triennio, oppure reso stabile con qualche meccanismo di verifica e valutazione

39


Energia eolica e sviluppo locale

permanente per il suo adeguamento (anche in considerazione delle dinamiche di riduzione

dei costi delle tecnologie), in modo da dare maggiore certezza e continuità agli investimenti,

mentre nessuno certamente aveva previsto che potesse essere abrogato.

Negli ultimi anni, i produttori di energia rinnovabile sono diventati sempre più numerosi,

incoraggiati dal generoso sistema di incentivi, tanto che l’offerta di energia rinnovabile (e

quindi di certificati verdi) è divenuta superiore agli obblighi di acquisto, imposti ai produttori

da fonti convenzionali. 38 Per questo motivo, la Finanziaria 2008 ha introdotto l’obbligo

per il GSE di ritirare l’eccesso di certificati venduti in Borsa. La sovrapproduzione di certificati

verdi ad opera dei produttori di energia da fonti rinnovabili è un problema perché aumentando

l’offerta fa calare i prezzi di vendita dei certificati e, quindi, la redditività degli investimenti.

Trattandosi inoltre di beni non indefinitamente tesaurizzabili (devono essere utilizzati

entro tre anni dalla emissione), i produttori che non riescano a venderli sono ancor più penalizzati

rispetto a quelli che li hanno venduti a prezzi resi bassi da un mercato “lungo”. La

scelta operata dal legislatore nella Finanziaria 2008 è stata quella di istituire un meccanismo

di acquisto dei certificati rimasti invenduti ed in scadenza, da parte del GSE, ad un prezzo

fisso. Tale meccanismo, secondo l’AEEG, avrebbe avuto un costo, per il solo anno 2009, pari a

630 milioni di euro. Fra l’altro, tale costo non è sostenuto dalle casse dello Stato, in quanto

le risorse in oggetto sono ricavate dalla componente tariffaria A3 della bolletta elettrica, a

carico della generalità degli utenti, mentre, invece, il provvedimento avrebbe potuto causare

addirittura minori entrate di IVA dai mancati investimenti. C’è anche da considerare il fatto

che il settore bancario ha investito circa 6,8 miliardi di euro per finanziare le centrali eoliche

in esercizio ed un’eventuale crollo del prezzo dei certificati verdi metterebbe in difficoltà anche

questi affidamenti in essere. 39 Da ultimo, è stato sottolineato come il freno agli incentivi

sulle rinnovabili, come disposto dalla manovra, avrebbe esposto l’Italia al rischio probabile

di future sanzioni.

Le alternative per ristabilire un riequilibrio dei fondamentali (domanda e offerta), tale da

consentire lo sviluppo delle iniziative necessarie al raggiungimento dell’obiettivo del settore

elettrico al 2020 – da alcune parti caldeggiate – sarebbero quelle di agire sulla parte di costi

relativa al finanziamento “CIP 6”, che prevede, ancora oggi, ingenti finanziamenti alle fonti

assimilate, 40 peraltro già assegnati in anni in cui era necessario aumentare la produzione di

energia in Italia e nuovamente ampliati in tempi recenti (si pensi, ad esempio, che gli impianti

che bruciano rifiuti potrebbero essere finanziati dal CIP 6 anche per la parte non biodegradabile),

o di allargare la base di calcolo dell’obbligo di restituzione dei certificati verdi

(cancellando per esempio alcune delle molte esclusioni) o di aumentare la quota di obbligo

38 A metà 2010, i certificati emessi dal GSE erano circa 11 TWh a fronte di una domanda dei soggetti obbligati di circa 7 TWh

all’anno, quindi con uno scarto tra domanda e offerta pari a 3 TWh.

39 Altri 5,6 miliardi di euro sono stati impegnati da banche italiane ed estere nel settore fotovoltaico.

40 Secondo i dati forniti dall’AEEG, gli incentivi per le rinnovabili, infatti, pesano per meno della metà del totale degli oneri

di sistema caricati sulle bollette elettriche degli italiani: nel 2010 circa 2,7 miliardi di euro (69% della componente A3) su un

totale di oltre 5,8 miliardi di euro. Gli oneri per le rinnovabili nel 2010 sono stati distribuii nel modo seguente:

• 940 milioni di euro (34%) per i certificati verdi ritirati dal GSE;

• 777 milioni di euro (28%) per il CIP 6 (impianti effettivamente rinnovabili);

• 826 milioni di euro (30%) per il fotovoltaico;

• 213 milioni di euro (8%) per l tariffa omnicomprensiva.

Tra gli oltre 3 miliardi di euro non destinati alle rinnovabili nel 2010 ci sono stati:

• oltre 1,2 miliardi di euro (31% della componente A3) per il CIP 6, che seppure in esaurimento incentiva le assimilate, un

incentivo al fossile, in verità;

• 285 milioni di euro (5% sul totale degli oneri) destinati all’eredità nucleare;

• 355 milioni di euro (6% sul totale degli oneri) le agevolazioni che riguardano le Ferrovie dello Stato.

Infine, c’è da considerare che su tali oneri i consumatori elettici che ne sostengono il peso, debbono pagarci anche l’IVA come

se acquistassero un bene o un servizio: un miliardo di euro nel 2010 (17% sul totale degli oneri).

40


4. Il quadro normativo nazionale

(6,80% per il 2011) da parte dei soggetti obbligati (produttori e importatori da fonti convenzionali).

In tal modo si ripartirebbe l’onere sulle imprese obbligate alla restituzione, cosa

che permetterebbe di regolare il mercato in modo più naturale senza “drogare” la domanda.

I commenti all’art. 45 del Decreto Legge contenente la Manovra Economica sono stati da

subito accesi e contrari all’intervento. Associazioni di categoria ed imprenditori del settore

del rinnovabili hanno espresso la loro forte perplessità, sostenendo che in ogni caso qualsiasi

aggiornamento del sistema di incentivazione dovrebbe avere una durata almeno quinquennale

ed essere pubblicato con un congruo anticipo che tenga conto del time-to-market delle

iniziative rispetto al momento dell’applicazione, tale da consentire l’adeguamento delle strategie

degli operatori coinvolti. Le stesse istituzioni (GSE in testa) hanno palesato una certa

difficoltà ad ipotizzare le conseguenze sul mercato dei certificati verdi. Anche i lavori parlamentari

per l’approvazione della Legge di conversione del D.L. 78/2010 hanno evidenziato

tale spaesamento. Dopo varie ipotesi di emendamento la soluzione è stata trovata all’interno

del maxi emendamento adottato in Senato e confermato alla Camera con il ricorso alla fiducia

il 28 luglio scorso. Il Disegno di Legge S. 2228, di “Conversione in legge, con modificazioni,

del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione

finanziaria e di competitività economica”, è stato infatti definitivamente approvato alla Camera

il 29 luglio e il testo dell’art. 45 “Disposizioni in materia di certificati verdi e di convenzioni

CIP6/92” è il seguente:

[…] 3. All’articolo 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, dopo il comma 149 è inserito il

seguente: «149-bis. Al fine di contenere gli oneri generali di sistema gravanti sulla spesa energetica

di famiglie ed imprese e di promuovere le fonti rinnovabili che maggiormente contribuiscono

al raggiungimento degli obiettivi europei, coerentemente con l’attuazione della direttiva

2009/28/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 aprile 2009, con decreto del Ministro

dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita

l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, da emanare entro il 31 dicembre 2010, si assicura che

l’importo complessivo derivante dal ritiro, da parte del GSE, dei certificati verdi di cui al comma

149, a decorrere dalle competenze dell’anno 2011, sia inferiore del 30 per cento rispetto a

quello relativo alle competenze dell’anno 2010, prevedendo che almeno l’80 per cento di tale

riduzione derivi dal contenimento della quantità di certificati verdi in eccesso».

La soluzione è stata quindi quella di prevedere un taglio del 30% del valore dei certificati

verdi rispetto a quello fissato nel 2007. Taglio successivamente (3 marzo 2011) ridotto al

22% con il Decreto Legislativo che dà attuazione ad una direttiva del Parlamento Europeo e

del Consiglio, la 2009/28/CE del 23 aprile 2009 relativa alla promozione dell’uso dell’energia

elettrica prodotta da fonti rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità, recante modifica

e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE. 41 Il decreto, infatti,

prevede che fino alla fine del 2015 il GSE acquisti dal mercato il surplus di certificati verdi

invenduti ad un prezzo pari al 78% di quello massimo di riferimento.

Inoltre, tale provvedimento prevede la definizione di un nuovo sistema di incentivi per

gli impianti da fonti rinnovabili che entrano in esercizio dal 1° gennaio 2013, differenziato

per gli impianti di taglia minore e maggiore. L’art. 22 introduce un meccanismo con aste

competitive al ribasso (per le cui modalità di funzionamento, però si rimanda ai decreti

41 Da notare che il Capo dello Stato ha firmato il decreto con qualche riserva e con l’auspicio che si proceda in tempi brevi

ad aggiustare e correggere/integrare per quanto possibile il decreto stesso attraverso i decreti attuativi che il governo si è

impegnato a varare entro la fine di aprile.

41


Energia eolica e sviluppo locale

attuativi) 42 per la definizione del parametri del “regime di sostegno” per impianti con potenza

superiore ai 5 MW a partire dal 2013, mentre per quelli fino a 5 MW il meccanismo del feed

in (tutto riconosciuto in tariffa) prenderà il posto dei certificati verdi e sarà differenziato per

fonte e scaglione di potenza. Tale articolo avrebbe impatti negativi sul sistema dei certificati

verdi. Infatti, fra il 2012 e il 2015 la quota d’obbligo di ritiro da parte di produttori da fonti

convenzionali e da importatori verrà ridotta gradualmente e dalla base d’obbligo verrà esclusa

l’energia elettrica importata, con il risultato di ridurne il prezzo sul mercato. Nel complesso,

questo provvedimento - secondo le associazioni e gli operatori del settore – ha creato un

regime di incertezza che mette a rischio la fattibilità e bancabilità di investimenti già decisi

e in fase di progettazione.

Io ho chiesto spesso alla casa madre tedesca di potermi occupare degli altri Paesi del Mediterraneo

perché, secondo me, c’è molto da fare. Il vero salto di qualità sarebbe di poter aprire una

fabbrica in Italia. Ma, come si fa ad aprire una fabbrica se non c’è visione e se non c’è chiarezza

su quello che l’Italia vorrà fare nei prossimi anni? Come si fa ad investire qui se dall’oggi al

domani approvano un Decreto che assolutamente non dà chiarezza sul futuro delle rinnovabili,

in particolare su quello dell’eolico? Le “non scelte” sono un freno economico allo sviluppo. Ci

sono molti investitori che hanno deciso che in Italia non ci vengono perché è troppo complicato.

Adesso si sa, ad esempio, quanto varranno i certificati verdi fino alla fine del 2015, dopo non

si sa. Dal momento che tutti i progetti sono in project financing e la banca per definizione è

“conservativa”, come può finanziare un progetto in cui si sa che si ha il ritorno garantito solo

fino al 2015? Allora, c’è chi va avanti e chi decide di no. REpower ha firmato l’ultimo progetto

nel luglio del 2009, poi ne ha firmati degli altri che però non sono ancora partiti, perché sono

in attesa di finanziamento. E non è che noi andiamo male rispetto agli altri. I nostri concorrenti

sono nella stessa nostra situazione. I tempi di finanziamento si sono allungati. Quando

ho iniziato io nel 2005, erano di quattro mesi, poi sono diventati otto, adesso da quando si

inizia a parlare con la Banca a quando si arriva alla delibera passa un anno. Si tratta di progetti

economicamente rilevanti, di diverse decine di milioni di euro, quindi non c’è solo una banca a

finanziare, ma un pool di banche. C’è una banca “capogruppo” che poi distribuisce il debito ad

altre banche. Quindi, un progetto “medio” oggi è finanziato da almeno tre banche. Ci vogliono

tre delibere, tre assessment, e ogni banca si adegua alle condizioni “più conservative”. Quindi,

anche per i nostri clienti il processo si presenta difficilissimo. Una volta le banche erano contente

di finanziare un parco eolico perché non c’era questa incertezza normativa che oggi invece

c’è (Carlo Schiapparelli, REpower).

Le tensioni che si sono scatenate prima e dopo l’emanazione del Decreto legislativo

hanno fatto emergere posizioni e interessi assai diversi all’interno del mondo industriale e associativo

(Cfr. Cianciullo 2011b; Gervasio, 2011; Giliberto, 2011a/b/c/d; Giliberto e Rendina,

2011; Picchio, 2011; Rendina 2011a/b; Savioli, 2011, Valentini, 2011), evidenziando come

attualmente in Italia il peso politico ed economico dell’imprenditoria del settore delle rinnovabili

sia ancora molto debole rispetto a quello di altri settori industriali più tradizionali.

Il problema del nostro paese – a differenza di quanto è avvenuto in questi anni con sistemi

di incentivazione tedeschi e spagnoli – è che non si è ancora vista la nascita di una vera filiera

industriale delle rinnovabili “nostrana”. Mentre in Germania e Spagna, gli incentivi hanno portato

a costruire aziende grandi locali che oggi comandano il mercato mondiale – a parte i grandi

produttori cinesi -, per l’Italia questo non è successo o quanto meno è successo solo in minima

42 Fin da ora, però, appare chiaro che nell’ambito di un sistema di aste competitive al ribasso, a ottenere il bonus saranno

solo gli impianti che chiederanno al governo incentivi più leggeri.

42


4. Il quadro normativo nazionale

parte. Non abbiamo molti casi. Abbiamo delle piccole e medie realtà produttive che cominciano

ad essere interessanti, però parliamo di alcuni settori specifici, quasi di nicchia. Ad esempio,

nel micro/minieolico ci sono delle realtà industriali che sono dei leader a livello mondiale. Sul

solare termico abbiamo creato una filiera industriale nazionale grazie ad alcuni gruppi industriali

come la Merloni. Sul fotovoltaico e sull’eolico industriale questo non è successo. Abbiamo

importato competenze su cui si è innestata qualche possibilità nostrana. Penso, ad esempio,

allo stabilimento di Vestas a Taranto con circa 1.000 persone che ci lavorano. È un impianto

nazionale, ma la Vestas è danese, anche se opera in Italia dal 1968. Lo stabilimento di Taranto

segue i parchi eolici in Italia e quelli situati nell’ambito del Nord Africa e sud dei Balcani. Ci

sono alcune realtà industriali di media grandezza che stanno nascendo in Italia. Nel fotovoltaico,

ad esempio, non c’è un’industria italiana. Sta nascendo ora qualche azienda, ma si tratta di

aziende di assemblaggio. Sharp e Enel faranno una filiera più sostanziale, ma parliamo di pochi

megawatt rispetto ai grandi numeri di altri paesi. Il problema più grosso è che non c’è una

filiera industriale di livello pesante, in grado di fare pressione e di evitare che venga emanata

questa normativa negativa. Quando c’è una lobby industriale potente, come c’è in Germania, il

governo non si azzarda a fare cose di questo tipo. Dentro Confindustria, il comparto delle rinnovabili

c’è e funziona, però non ha ancora una vera capacità di incidere. Abbiamo un sistema di

PMI interessante, dinamico, attivo, ma non abbiamo i grandi players industriali in grado di dare

sostanza. Questo è un dato oggettivo. Di sicuro, è mancata una politica industriale, ma d’altra

parte questo è un governo che si distingue per l’assenza di politiche industriali per qualsiasi

settore. La mancanza di un Piano Energetico Nazionale è una delle facce di questa assenza.

Gli incentivi per l’industria 2015, messi in piedi dal governo precedente, tenevano a creare una

politica industriale, mentre ora manca un indirizzo in questo senso. Dall’altro, c’è da dire che

forse i nostri industriali non hanno brillato e non hanno compreso l’importanza di creare una

filiera industriale nazionale di grosse dimensioni. Confindustria ha discusso a lungo su questo

tema, ma poi ha fatto poco in questo senso (Domenico Belli, Greenpeace).

Da un lato, le associazioni dei comparti delle rinnovabili – APER, ANEV, Assosolare,

Assoenergie future, GIFI-ANIE, ISES, Grid Parity Project, insieme a quelle ambientaliste prorinnovabili

(Legambiente, WWF, Greenpeace, Kyoto Club) e a Rete Imprese Italia, hanno

definito il decreto, “ammazza rinnovabili”, annunciando un’ondata di ricorsi contro il provvedimento

e paventando il blocco degli investimenti e la conseguente perdita di migliaia di

posti di lavoro.

Malumori sono stati espressi anche dai dirigenti delle grandi banche italiane (Unicredit,

Banca Intesa San Paolo, Montepaschi, etc.) più esposte nel finanziamento di progetti di centrali

rinnovabili, ma soprattutto dall’Associazione delle banche estere in Italia (AIBE) che ha

messo in guardia il governo: se il testo non sarà modificato, risulteranno a rischio non solo

gli investimenti sulle rinnovabili, ma tutti gli investimenti esteri nelle infrastrutture (strade,

autostrade, ospedali) cambiando le regole del gioco in corsa si confermerebbe “un rischio di

inaffidabilità del legislatore italiano, già oggetto di attenzione da parte delle agenzie di rating”

(Lonardi, 2011).

A fronte delle proteste degli operatori delle sole rinnovabili e delle banche, fanno riscontro

le posizioni, ben diverse, di molte associazioni dei consumatori e degli stessi operatori

energetici tradizionali, anche quelli che hanno una quota crescente di energie rinnovabili.

Emblematica la posizione espressa dall’amministratore delegato dell’ENEL, Fulvio Conti: il decreto

è “positivo, perché sostanzialmente spinge allo sviluppo della tecnologia che progredisce”

(Rendina, 2011a). 43

43 Mentre Piero Gnudi, presidente dell’ENEL, ha ricordato che le rinnovabili sono importanti, ma che il posto ideale per

produrle è l’Africa Settentrionale, mentre “il nucleare, se ci fosse stato, ci avrebbe dato una maggiore indipendenza” (Giliberto,

43


Energia eolica e sviluppo locale

La Confindustria ha espresso “viva soddisfazione per la posizione di equilibrio” del governo

perché “le rinnovabili sono un’opportunità di crescita importante per il paese, ma è necessario

evitare inefficienze e distorsioni del mercato”. La razionalizzazione “avrà una ricaduta positiva

sul costo dell’energia, fattore determinante per un paese ad alta vocazione manifatturiera”.

Poche le posizioni dissonanti rispetto a questa posizione ufficiale dell’associazione 44 e

all’interno di Confindustria sono soprattutto i comparti industriali energivori, rappresentati

dal Comitato energia e mercato (il Tavolo della domanda dei consumatori industriali), il cui

vicepresidente Agostino Conte (presidente è la Marcegaglia che ha tenuto per sé la delega

sull’energia) ha espresso apprezzamento per la “una scelta equilibrata, una strada improntata

alla razionalità e all’efficienza, evitando sovraincentivzioni perniciose…”. Ora, i grandi consumatori

industriali di energia si attendono che la riduzione degli incentivi alleggerisca le

bollette elettriche.

In un intervento su Il Sole 24 Ore il presidente del Consorzio Grandi Industriali Energivori

45 e di Assocarta, Paolo Culicchi (2011), dopo aver dato un giudizio positivo sul decreto

approvato, perché “si avvia un percorso che coniuga efficienza e sviluppo, con una grande

attenzione ai passi da gigante della tecnologia che garantisce un continuo miglioramento delle

performance ed una costante riduzione dei costi delle fonti incentivate”, esprime invece

… preoccupazione per il passo indietro operato con il ritocco del prezzo di ritiro del Certificato

Verde: il ritocco del parametro dal 70% al 78% rappresenta un aumento del costo del 10%,

aumento che si somma alla incentivazione in essere e che è comunque la più alta d’Europa, non

certo una minore diminuzione del certificato, come sembrano avvalorare giornalisti poco attenti

al corretto riscontro delle affermazioni (Culicchi, 2011).

Culicchi riconosce che grandi sono gli interessi in gioco anche all’interno del mondo

industriale “dove è sempre più difficile superare le contrapposizioni alimentate dalle lobby interessate

al mantenimento di queste ingiustificate e deleterie rendite”. Per i grandi industriali

energivori, l’energia è un fattore di competitività, un driver della crescita, e quindi c’è bisogno

di costi ragionevoli. Le fonti rinnovabili di energia sono molto importanti ed è giusto

incentivarle finché gli aiuti non creano “distorsioni” e “ingiustificate rendite con un forte aggravio

di costi in capo alla nostra industria”. 46 Soprattutto va rafforzato l’intervento in materia

di efficienza energetica, un settore che secondo uno studio di Confindustria vede la presenza

di una filiera tecnologica di 400 mila aziende con quasi 3 milioni di addetti, dall’edilizia

all’automotive, all’elettronica.

2011d).

44 A parte le posizioni espresse dalle associazioni dei comparti rinnovabili aderenti a Confindustria, si segnala il giudizio

negativo del vicepresidente di Confindustria e presidente del Comitato per la sicurezza, Samuele Gattegno, che ha sostenuto

che “il decreto, in assenza di correttivi, rischia di produrre un effetto catastrofico” (Cianciullo, 2011b), per poi rettificare che si

trattava solo di una sua “opinione personale”.

45 Del consorzio fanno parte le seguenti associazioni settoriali di Confindustria: Andil, Assocarta, Assofond, Assomet, Assovetro,

Cagema, Confindustria Ceramica e Federacciai.

46 Posizioni analoghe hanno espresso anche Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica, Giusepe Pasini, industriale

siderurgico e presidente di Federacciai, Vincenzo Boccia, presidente di Piccola industria di Confindustria, e Federchimica:

il sistema annullato dal decreto avrebbe fatto rincarare le bollette elettriche in modo pesante, aggravando in modo insostenibile

il divario di competitività sui costi energetici che soffrono le imprese italiane (Gervasio, 2011; Giliberto, 2011c/d). Manfredini

stima in 30 milioni di euro il sovraccarico dell’incentivo all’energia pulita per il settore delle piastrelle e della ceramica. Per

Pasini si rischia “l’insostenibilità del carico sulla bolletta energetica delle aziende che dovranno subire ricarichi importanti, 20% e

oltre, che rischiano di mettere fuori competitività interi settori energivori, come quello siderurgico ma non solo, esposti alla concorrenza

internazionale”. Secondo Boccia, la spesa potrebbe arrivare a 3,7 miliardi: “è impensabile che tale aumento possa gravare

principalmente sulle PMI che già pagano l’energia elettrica circa il 37% in più dei principali competitor europei”. Infine, secondo

Federchimica: “i settori industriali, che consumano circa il 47% del totale consumo nazionale, non possono sopportare un ulteriore

aggravio di 25 euro/MWh, che si vanno ad aggiungere al nostro costo dell’energia all’ingrosso, già più alto in Europa”.

44


4. Il quadro normativo nazionale

Dovremmo invece focalizzare sull’efficienza energetica, laddove l’Italia è portatrice di tecnologie

di avanguardia, in grado di migrare con successo all’estero. È qui che dobbiamo impegnarci,

in un campo che ci può vedere vincenti in Europa e nel mondo e che può contribuire molto al

raggiungimento degli obiettivi tramite la contrazione del denominatore, i consumi da ridurre, e

non solo sul costoso numeratore (Culicchi, 2011).

Al fine di cercare di mediare tra le diverse posizioni emerse all’interno del mondo confindustriale,

la presidente Marcegaglia ha proposto un regime transitorio con un “leggerissimo”

calo degli incentivi per le rinnovabili nel 2011 (dall’1% di luglio per arrivare al 5% a novembre

e al 10% a novembre) e una graduale diminuzione dal 2012 (partendo con un 15% per

arrivare al 30% in meno nel 2016), per avere uno stop degli aiuti dal 2017 in poi, prevedendo

anche un cap alla spesa complessiva 47 (Picchio, 2011).

47 L’ipotesi di Confindustria prevede che il valore complessivo cumulato degli incentivi per il fotovoltaico non superi i 6 miliardi

di euro a decorrere dal 1° gennaio 2017. Altro elemento suggerito da Confindustria, al fine di contrastare le speculazioni,

è che a partire dal 31 gennaio 2011 la priorità di accesso agli incentivi sia stabilita da una graduatoria temporale tramite un

registro informatico presso il GSE. Requisito per la registrazione sarà l’obbligo di deposito di una fideiussione proporzionale alla

potenza nominale dell’impianto, a garanzia dell’effettiva realizzazione.

45


Energia eolica e sviluppo locale

Quadro di sintesi sul percorso normativo in tema di certificati verdi

Normativa

Effetto

Introduzione sistema “quota system”: obbligo di

Dir. CE 96/92/CE

immettere in rete una quota minima di energia

rinnovabile

D.Lgs. 16 marzo 1999, n. 79 – art.11. c.1-c.2-c.3 Quota d’obbligo pari al 2% energia immessa

DM 11 novembre 1999

Dir. CE 2001/77/CE

DM 18 marzo 2002

D.Lgs. 29 dicembre 2003, n. 387

Incremento della quota d’obbligo dello 0,35% annuo.

Periodo di riconoscimento dei CV per 8 anni.

DM 24 ottobre 2005 – art. 9

D.Lgs. 3 aprile 2006, n.152

L. 27dicembre 2006, n.296 Periodo di riconoscimento da 8 a 12 anni

L. 29 novembre 2007, n.222

DM 21 dicembre 2007

Incentivi solo per IAFR, esclude la parte non biodegradabile

dei rifiuti

Approvazione procedura tecnica di qualifica.

Il valore del CV non è più indipendente dalla relativa

FR (si agevola il moto ondoso, si penalizza

il gas di discarica e la geotermica). Modifica del

sistema di determinazione del prezzo di riferimento

dei CV. Introduzione di un sistema “feed-in

L. 24 dicembre 2007, n.244

tariff”:tariffa fissa omnicomprensiva alternativa

ai CV. Estensione periodo di riconoscimento a 15

anni. Incremento quota d’obbligo di 0,75%. Fa salvi

finanziamenti ed incentivi per gli impianti che

utilizzano i rifiuti (per emergenza rifiuti)

L. 2 agosto 2008, n.129

DM 17 settembre 2008

Proroghe di termini

DM 18 dicembre 2008

Il GME diviene controparte per gli scambi

Il GSE deve ritirare, su richiesta, i CV fino a tutto

il 2010 al prezzo medio di mercato del triennio

L. 30 dicembre 2008, n.210

precedente. Applica le misure previste dalla Finanziaria

2008 (es. periodo=15 anni)

Dir. CE 2009/28/CE

L. 23 luglio 2009, n.99 Incentivi agli inceneritori (emergenza rifiuti)

La direttiva a cui darebbe attuazione lo schema di

D.Lgs. in esame

L.30 luglio 2010, n.122

D.Lgs 3 marzo 2011

CV: certificati verdi

FR: fonti rinnovabili

IAFR: impianti alimentati da fonti rinnovabili

Aggiornamento tabella per differenziazione valore

CV in base alla FR

La spesa annuale del GSE per il riacquisto dei CV

dovrà essere ridotta del 30%

La spesa annuale del GSE per il riacquisto dei CV

dovrà essere ridotta del 22%

46


4. Il quadro normativo nazionale

Costi e sovracosti dell’eolico in Italia

È senz’altro vero che gli incentivi per l’eolico in Italia sono più alti se comparati con gi altri Paesi, ma

secondo l’Anev e gli operatori in Italia ci sono degli extracosti dovuto soprattutto a delle inefficienze

del nostro Paese (barriere amministrative, economiche e tecnologiche) che vanno ad incidere sul costo

degli impianti e che rendono l’eolico più caro che nel resto d’Europa. Secondo l’Anev oggi il costo

medio di un impianto è di 1,59 milioni a MW e con una azione di semplificazione si potrebbe scendere

a 1,25 milioni a MW, consentendo di far scendere l’incentivo da 159 €/MWh i oggi a 119,30 €/MWh.

“Quando si fanno i confronti si dice che in Germania l’incentivo è il 20% in meno che in Italia. Grazie,

in Germania non si pagano:

• i 3 milioni di euro per impianto eolico per la connessione alla rete Terna;

• il 5% che in media viene dato ai comuni, calcolato sulla produzione/sul fatturato. Su questo noi siamo

intervenuti affinché nelle Linee Guida nazionali si stabilisse un tetto uniformato del 3% per quanto

riguarda ciò che viene dato ai Comuni;

• l’ICI, perché anche gli impianti eolici pagano l’ICI;

• l’affitto dei terreni (100-150 mq) su cui si mettono le pale, mediamente intorno ai 5 mila euro a

MW/a palo all’anno, per cui se il generatore è di 3 MW paga 15 mila euro all’anno.

Se si sommano tutti questi costi e poi si analizza il livello di incentivazione in Italia e nel resto d’Europa,

ci si rende conto che è vero che l’incentivazione nel resto d’Europa è pari al 20% in meno dell’Italia, ma

in Europa hanno mediamente il 30-40% di spese in meno” (Simone Togni, ANEV).

Di seguito si riportano le voci di spesa per un impianto eolico che l’Anev identifica come gli extra

costi dell’eolico in Italia rispetto al resto d’Europa:

€/MWh % su ricavo

Sviluppo del progetto* 9,26 5,79

Instabilità regolatoria 1,30 0,81

Costi finanziari 4,54 2,84

ICI 1,39 0,87

Royalties Comuni 8,00 5,00

Connessione alla rete 0,93 0,58

Fidejussioni

a) connessioni 0,01 0,01

b) smantellamento fine vita 0,01 0,01

c) certificati verdi a preventivo 1,28 0,80

Sottostazione elettrica 3,70 2,31

Mortalità progetti 2,59 1,62

Modulazione – mancato riconoscimento dei certificati verdi 2,55 1,59

Affitto terreni 2,78 1,74

Assicurazioni 1,39 0,87

TOTALE 39,7 24,0

* in Italia durano in media 4 anni a fronte dei 5 mesi della media europea

47


5. Il ruolo del sistema finanziario

Un impianto eolico industriale, mediamente, costa 1 milione e 800 mila euro a MW installato,

per cui ad esempio un parco eolico industriale di medie dimensioni da 10 MW costa tra

i 17 e i 20 milioni di euro. Generalmente, il soggetto che realizza un parco eolico industriale

ricorre al finanziamento bancario o al project leasing o al project financing. Banche italiane

ed estere hanno sino ad oggi finanziato progetti su base no-recourse (quindi con il massimo

livello di rischio e facendo affidamento sul regime incentivante) per complessivi circa 6,8

miliardi di euro nel settore eolico.

Le istituzioni finanziarie (banche, società finanziarie, istituti di credito internazionali,

fondi di investimento) entrano in partecipazione con chi realizza il progetto, mettendo parte

delle risorse finanziarie, normalmente il 75-80% del capitale di rischio complessivo, recuperandole

poi nel corso dei 15-20 anni in cui l’impianto è destinato a generare reddito. Le

istituzioni finanziarie entrano in scena quando il progetto del parco eolico è nella fase finale,

cioè quando viene emessa e pubblicata l’autorizzazione unica. Mediamente per realizzare un

parco eolico ci vogliono dai 12 ai 18-24 mesi. Per le torri eoliche ci vogliono circa 12 mesi per

la consegna, a cui è necessario aggiungere il tempo occorrente alla realizzazione della cabina

primaria e degli allacciamenti alla rete. L’istituzione finanziaria interviene a stato avanzamento

lavori, finanziando insieme all’investitore il progetto, dall’inizio alla fine.

Gli impianti si realizzano in project leasing o financing e questo significa che l’imprenditore

privato si espone per 20 milioni di euro, facendo ricorso alla finanza di progetto, con cui compra

i macchinari da chi li vende, affitta il terreno, fa la convenzione con l’ente locale, realizza

un’opera, dà lavoro a delle persone – la UIL stima che oggi in Italia sono 29 mila persone che

lavorano nel settore eolico – e, quindi, nel complesso, fa un investimento. Dove lo fa? Dove c’è

vento perché altrimenti non potrà mai remunerarlo, dato che la legge prevede che non vi può

essere nessun altro tipo di ritorno se non la produzione elettrica certificata dal contatore Utf,

dalla quale dipende anche l’accesso ai certificati verdi (Simone Togni, Anev).

È importante sottolineare che le istituzioni finanziarie non entrano nel merito degli

aspetti tecnici connessi al rischio industriale del progetto, anche perché il parco eolico deve

essere realizzato secondo quanto è stato previsto nel progetto autorizzato.

L’attività che noi possiamo fare di consulenza è “post”. Se un progetto “non performa”, tramite

studi tecnici esterni, possiamo andare a dare un consiglio, ma andarlo a dare preventivamente su

49


Energia eolica e sviluppo locale

come fare un impianto, poi corriamo il rischio di essere accusati del perché non funziona. Molto

spesso un cliente decide, ad esempio, di comperare la pale da Vestas, la piazzola da un’impresa

locale, l’installazione elettrica da un altro fornitore, etc.. Laddove i progetti richiedono degli

investimenti rilevanti, chiediamo che ci sia un contratto unico. La più grossa difficoltà che può

emergere è che nascano dei conflitti tra imprese, per cui “la colpa” è sempre degli altri. Quindi,

noi diamo assistenza anche nella fase di cantiere, nella fase di analisi, in quella progettuale

ed esecutiva, perché tramite società esterne andiamo ad analizzare le problematiche insieme

a loro. Diamo delle indicazioni di merito che sono strettamente rapportate al finanziamento.

Però, sulla tecnologia, sulla scelta delle pale, dei rotori o delle navicelle, non interveniamo. Noi

andiamo a discutere con il fornitore le garanzie, i pagamenti, però sulla scelta delle macchine

non interveniamo, perchè è un tema delicato. Anche nella scelta del notaio sceglie il cliente.

Certamente noi andiamo a verificare se quel fornitore di fiducia è per noi “bancabile”, però le

figure professionali le sceglie il cliente, in modo che siano univoche le scelte. In questo modo,

evitiamo contestazioni. La scelta è sempre quella di “andare sul cliente” (Alberto Lincetti,

Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Il project leasing e il project financing sono operazioni di finanza strutturata in cui entità

e durata del finanziamento dipendono dall’esistenza di flussi di cassa sufficienti a ripagare i

costi di gestione e del servizio del debito durante la vita operativa del progetto. Per contro,

sempre ai fini del finanziamento, l’insieme delle attività e dei beni dell’iniziativa da finanziare

– il parco eolico nel suo complesso – costituiscono una garanzia collaterale del prestito.

Se guardo al panorama italiano l’alternativa al leasing è il finanziamento. Sono prodotti concorrenti

e in linea di massima hanno le stesse caratteristiche. Uno può essere più conveniente

in quel momento perché la banca spinge sul leasing piuttosto che sul finanziamento. In linea

di massima hanno caratteristiche di garanzia e di costi abbastanza allineate. Sulla scelta dello

“strumento”, se uno guarda all’aspetto fiscale, probabilmente il leasing permette una fiscalità

migliore perché può permettere di abbattere l’investimento in 18 anni. Come tempi di delibera,

su progetti fino ai 5-10 milioni di Euro sono similari tra finanziamento e leasing. Se andiamo

su un project di 20-30 milioni, i tempi leasing sono probabilmente, quando c’è un pool, più

lunghi. Il project non entra mai in operazioni sotto i 25-30 milioni, perché ci sono tempi di

delibera tra i 5 e i 6 mesi e costi più alti della media di mercato; questo perché il project è

un’operazione abbastanza particolare. Nella fascia intermedia tra i 20 e i 30 milioni, probabilmente

il leasing riesce a spuntarla perché come tempi di delibera è leggermente più veloce ed

ha una facilitazione maggiore sull’aspetto Iva che è il 10% dell’investimento e che nel leasing è

una partita di giro. Ci sono piccoli aspetti di diversità però in realtà è sempre l’imprenditore che

decide; se vuole fare il project è difficile fargli cambiare idea. Non dimentichiamo che la banca

ha anche il credito al consumo e alle imprese fino ad un valore di 2,5 milioni di Euro (Alberto

Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

L’elemento distintivo delle operazioni di project leasing e project financing consiste nella

circostanza secondo cui, nella valutazione della capacità di rimborso del debito, le prospettive

che hanno rilevanza riguardano principalmente le previsioni di reddito dell’iniziativa e

non l’affidabilità economico-patrimoniale dei promotori. Le tecniche del project leasing e del

project financing consentono la realizzazione e la gestione di opere complesse e di grande impegno

finanziario, come i grandi parchi eolici industriali, aggregando e coinvolgendo, ognuno

per le sue specifiche caratteristiche, fornitori di macchinari e servizi, operatori finanziari,

compagnie di assicurazione, produttori ed utenti, con l’obiettivo di massimizzare il rendimento

e di distribuire in proporzione, in base ad impegni assunti, i rischi e le responsabilità tra

50


5. Il ruolo del sistema finanziario

i partecipanti. La condivisione diretta dei rischi costituisce la garanzia che la realizzazione

dell’opera avvenga nei limiti di tempo e spesa previsti.

A meno che non si tratti di progetti di natura corporate, cioè che chi investe sia una grande

azienda del settore come, ad esempio, ENEL SpA attraverso ENEL Green Power, lo sviluppo

del parco eolico è affidato ad una società, appositamente costituita (una società di scopo, di

norma creata dai promotori), il cui oggetto sociale esclusivo è la realizzazione e a gestione

dell’iniziativa. Ad essa fanno riferimento tutti i diritti e gli obblighi relativi all’investimento.

Se l’investimento viene fatto da una società di scopo, in cui sappiamo che all’interno c’è un

sponsor che ha le capacità e che è valido, però è un’operazione no recourse al 100% e, quindi,

l’imprenditore dice: “voglio che il progetto si regga con la sola operatività”. Nel caso del

project leasing, la società di scopo è il soggetto gestore del parco eolico nei confronti del GSE,

mentre la proprietà è della società di leasing. Le linee guida della nostra società prevedono

un equity 20 – 80 e parlo delle energie rinnovabili “tradizionali” che sono il fotovoltaico e le

biomasse fino ad 1 MW. Su impianti di più grosse dimensioni, mediamente l’equity richiesta è

di 25-30%. Questo dipende dall’incertezza della tariffa incentivante. L’eolico è 25% (Alberto

Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Sul mercato nazionale le due soggetti leader del mercato finanziario nel settore delle

energie rinnovabili sono il Gruppo Intesa San Paolo e il Gruppo Unicredit, ma altre realtà

finanziarie importanti sono anche UBI e Montepaschi. Nel caso di progetti che richiedono un

investimento superiore ai 50 milioni di euro si costituiscono dei pool bancari e IntesaSanPaolo

o Unicredit fanno generalmente da capofila.

La difficoltà tra questi attori principali è di dividere le quote, perché rischi di dividere quote da

5 – 6 milioni. Quando parliamo di in investimento da 100 milioni, se il Gruppo Intesa ci mette

30 milioni, 30 li mette Unicredit, se devo andare a intermediare gli altri 40 milioni su 8 società

diventa difficile costituire un pool. Molto spesso si cerca di arrivare a 2 – 3 finanziatori, perché

coordinare 4 – 5 società diventa difficile anche perché ognuno, anche se ha una quota minoritaria,

vuole una garanzia in più (Alberto Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Inoltre, a sostegno del settore delle energie rinnovabili interviene la Banca Europea per

gli Investimenti (BEI) che fornisce alle banche delle linee di credito agevolato.

La Bei non interviene sul singolo progetto, mette a disposizione una somma per le rinnovabili a

una “provvista” di 20 centesimi più bassa rispetto a quella del mercato. Loro si fanno garantire

dai flussi dei progetti e poi si fanno garantire dalla banca. Il rimborso alla BEI è assicurato dalla

banca in primis. Quindi, io non vado a fare “provvista” sul mercato, vado a fare “provvista”

sul fondo BEI e invece di pagare un tasso di mercato, pago un determinato a monte. Più che

un effetto “leva”, c’è un effetto “prezzo”. Il 25-75 di rapporto base resta, ma per effetto di

una provvista fatta ad hoc posso fare a quel cliente anziché il 4%, il 3,50%. Questo per effetto

di quella parte di “provvista” agevolata che ricevo per progetti di energie rinnovabili da BEI.

L’anno scorso su 1,2 miliardi di Euro erogati da noi, probabilmente avevamo 200-300 milioni di

euro di fondi BEI; quindi un rapporto di 1 a 5, 1 a 4. Anche perché i Fondi Bei hanno una struttura

complessa per l’agevolazione. Vi accede chi è maggiormente organizzato perché è richiesta

tutta una serie di documenti che il piccolo imprenditore quasi sempre non riesce a predisporre.

Lo “stock” fondamentale è l’analisi, è la VIA non tecnica che solo il grosso imprenditore si può

permettere (Alberto Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

51


Energia eolica e sviluppo locale

Negli ultimi tempi si sono avvicinati all’eolico e alle altre rinnovabili delle nuove categorie

di investitori: da un lato, i piccoli e medi investitori alla ricerca di settori alternativi

al tradizionale investimento nel settore immobiliare, dall’altro, i grandi fondi pensionistici,

assicurativi e istituzionali nazionali ed internazionali alla ricerca di investimenti di medio e

lungo termine.

Negli ultimi tempi, vedo effervescente il mercato dei progetti di piccola dimensione fino ad 1

MW sia perché dovrebbero rientrare in un progetto di DIA, per cui l’iter autorizzativo da sei anni

potrebbe scendere ad 1 anno, un anno e mezzo, sia perché ci credono alcuni produttori di aerogeneratori

come il Gruppo Leitner 48 di Vipiteno. Se riuscisse a dare una sistemazione adeguata

e certa al quadro normativo credo che questo sia un settore che ci darà soddisfazione ancora per

molti anni, anche perché c’è un mondo che sta affrontando questi investimenti che è il mondo

imprenditoriale medio-piccolo: dal notaio al professionista che ha dei soldi da investire. Questa

categoria di investitori non va a investire sul mega parco eolico da 10–20 MW, il loro sogno è di

avere la pala eolica massimo da 1 MW, investendo 500–600mila euro. Questa assicura 15 anni

di rendita per quell’investimento. Perché c’è tanto interesse intorno alle energie rinnovabili?

Perché crollato il mito dell’investimento immobiliare, fermo il mondo del mercato immobiliare

industriale, commerciale, residenziale, chi investiva prima nel mattone, oggi sta cercando la differenziazione.

Quindi, qual è il prodotto che può dare un minimo di rendimento? È il “prodotto”

delle energie rinnovabili. Abbiamo passato la fase degli investitori che lo facevano in termini

speculativi, oggi si stanno avvicinando al mondi delle rinnovabili i grossi fondi internazionali,

sia “private” sia istituzionali, quindi fondi assicurativi, pensionistici e istituzionali che devono

investire parte della raccolta. Adesso in Italia ci sono 3-4 fondi nati sulle energie rinnovabili.

Una caratteristica di questi investitori è di intervenire ad investimento esaurito, perché non

vogliono il rischio industriale: vogliono qualcuno che produca l’investimento, “chiavi in mano”,

una volta connesso, ottenuto i contributi e tutto perfezionato. Vogliono intervenire e avere la

remunerazione da investitori (Alberto Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Anche per le banche i maggiori problemi che incontrano nelle loro attività di finanziamento

si riferiscono soprattutto all’incertezza e farraginosità del quadro normativo e di

incentivazione che negli ultimi mesi hanno contribuito a ritardare l’avvio e, addirittura, a

bloccare nuove operazioni di finanziamento o la sospensione delle erogazioni di finanziamenti

già deliberati, con impatto sui nuovi investimenti e sulla liquidità dei produttori.

Partecipo spesso a convegni, in particolare laddove ci sono investitori esteri, e non è facile

andare a specificare che abbiamo la normativa regionale che viene resa incostituzionale dalla

Stato e che poi lo Stato rimanda alle Regioni per impianti entro 1 MW o che abbiamo lo strumento

della DIA, del permesso a costruire, e quello della SCIA. Non è facile avere chiarezza.

Poi ci sono certe province dove se anche faccio l’autorizzazione unica però non richiedo la VIA

perché non c’è bisogno, e quindi l’impianto viene declassato ad avere la DIA e non ha più l’autorizzazione

unica….. Non è facile in Italia. L’iter autorizzativo allunga notevolmente i tempi.

Ogni provincia che vai trovi un documento diverso che ti richiedono. Questo è un male atavico.

Poi, ad esempio, per il fotovoltaico abbiamo anche i problemi fiscali con l’Ufficio del Registro

quando vai a registrare un impianto, perché il Ministero delle Finanze non ha ancora deciso

se è strumentale o immobiliare, se va tassato nel primo o nel secondo caso. Paga o non paga

l’ICI? L’Ufficio delle Entrate dichiara che quell’impianto è strumentale, mentre l’Ufficio del Territorio,

che fa sempre parte del Ministero della Finanze, dichiara che è un progetto immobiliare.

Quando l’Ufficio delle Entrate nei convegni dà dei chiarimenti ovviamente per non smentire sé

48 http://it.leitwind.com/

52


5. Il ruolo del sistema finanziario

stesso dice: ”per me è strumentale, però laddove siano rilevanti i costi di trasferimento di un

impianto, questo per me è di natura immobiliare”. Quando un progetto diventa strumentale?

Ovviamente, l’Agenzia ha risposto ai convegni dicendo: ”analizziamo caso per caso e vi diremo

se è assoggettabile all’imposta strumentale o immobiliare”. Questo perché? È chiaro che laddove

ci sia un interesse a tassarlo più lungamente, è meglio che sia un impianto “immobiliare”,

perché il cliente ha utili ed è meglio che paghi le tasse subito; laddove non c’è un interesse particolare

l’impianto è “strumentale”. Sull’ICI; ufficialmente se seguiamo la normativa, l’impianto

è assoggettabile ad ICI. Noi ci muoviamo con progetti che riguardo ai terreni su cui sorgono le

torri eoliche prevedono l’acquisto o della piena proprietà o del diritto di superficie pagato in 20-

25 anni, quindi con un diritto reale…. Comunque, la normativa fiscale che non ci dà chiarezza:

se è immobiliare deve andare a ICI, però c’è la diatriba che gli impianti che producono energia

sono impianti che svolgono un’attività di interesse pubblico, e se c’è interesse pubblico non può

essere tassato a ICI. Qualcuno ha fatto ricorso, qualcuno ha aspettato le cartelle esattoriali

e ha fatto ricorso… e come al solito siamo in Italia e quindi, ad esempio, a Bologna danno

ragione al ricorrente, in Puglia gli hanno dato torto e gli hanno fatto pagare l’ICI. Non c’è

certezza di nulla. C’è poca chiarezza, o quanto meno un’incertezza perché se si dà un consiglio

in un senso e poi il cliente riceve altre indicazioni…. Quello che noi diciamo al cliente si basa

sul parere dei nostri fiscalisti, poi il cliente è libero di pagare l’ICI, di ricorrere, etc. Ma, come

fai a fare un business plan di un progetto o a chiedere la giusta equity, se ogni quattro mesi

cambia il quadro tariffario e normativo? (Alberto Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Il crollo del 40% del valore dei certificati verdi registrato nel corso dell’ultimo anno e il

taglio del 22% del valore dei certificati verdi introdotto dal D.lgs di recepimento della Direttiva

2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili hanno determinato

incertezza, apprensione e sfiducia sia degli investitori che del sistema finanziario, poco

propensi a investire e finanziare ingenti risorse in un settore che fino all’anno scorso aveva

potuto contare su un sistema incentivante funzionale con determinati punti di riferimento

che garantivano agli operatori il ritorno degli investimenti effettuati, ma che ora si trova a

confrontarsi con un quadro di grande incertezza e preoccupazione sui prossimi provvedimenti.

53


6. Gli elementi di criticità

Diversi sono gli ostacoli che sinora hanno impedito o ritardato la realizzazione di centrali

eoliche in Italia. Si tratta di barriere che non vanno sottovalutate, che occorre affrontare

seriamente e che vanno risolte se si intende permettere la diffusione degli impianti eolici

nel nostro paese, povero di risorse fossili endogene, ma dotato in buona misura di vento e di

altre fonti rinnovabili.

6.1 Le difficoltà tecniche

Occorre tenere presente che l’Italia è caratterizzata da un’orografia complessa, in particolare

nelle aree interne dell’Appennino centro-meridionale dotate di un buon regime anemologico,

con siti talvolta difficilmente raggiungibili dai mezzi pesanti, necessari per il

trasporto dei componenti degli aerogeneratori non sezionabili, come la navicella e le pale.

Una ulteriore difficoltà, collegata alla conformazione fisica del territorio, è rappresentata

talvolta dall’assenza di linee elettriche adeguate nelle aree montane marginali o nelle zone

rurali, lontane dai grandi centri abitati, generalmente prescelte come sede di localizzazione

degli impianti eolici. Negli ultimi anni, la sostenuta crescita dell’eolico e del fotovoltaico

ha posto in risalto i problemi legati all’inadeguatezza dell’infrastruttura elettrica. 49 Questo

inconveniente comporta tempi lunghi per le realizzazioni di elettrodotti ad alta tensione e

cavidotti di collegamento di media tensione, con conseguenti dilatazioni dei costi che, nei

casi peggiori, possono determinare anche l’abbandono del progetto.

Si verificano situazioni molto penalizzanti per chi realizza gli impianti quando il gestore della

rete ci mette molto tempo a garantire la connessione. L’autorizzazione è unica per la realizzazione

e la connessione. Ma, se poi uno l’impianto lo realizza in 6 mesi, mentre chi deve venire

per fare l’allacciamento alla rete ci mette un anno e mezzo… È come se uno compra casa e

inizia a pagare le rate del mutuo, ma poi l’Enel o l’Acea non arrivano a portare l’elettricità, per

il proprietario sta un anno nella casa al freddo, senza elettricità e contatore. Chi realizza un

impianto eolico spende i soldi, fa tutto in regola, ha la banca che gli chiede il pagamento delle

49 Il riconoscimento di questa inadeguatezza della rete ha di recente portato all’intesa tra Ministero dello Sviluppo Economico,

quattro regioni del Mezzogiorno – Calabria, Campania, Puglia e Sicilia – e l’ENEL Distribuzione che gestisce le reti di media

e bassa tensione, per 123 milioni di euro di investimenti (risorse del POI Energia). In particolare, sono stati individuati gli

interventi (comprese le cabine primarie e gli elettrodotti di raccordo alla rete di distribuzione di media tensione e alla rete di

trasmissione nazionale) da realizzare nei prossimi 4 anni per rendere più facile la costruzione e l’allacciamento di nuove centrali

elettriche alimentate da fonti rinnovabili di energia.

55


Energia eolica e sviluppo locale

rate del mutuo, anche se poi Terna non gli fa l’allacciamento alla rete e, quindi, è costretto a

tenere fermo l’impianto (Simone Togni, ANEV).

Inoltre, alcune linee della rete elettrica in alta tensione hanno dimostrato di non essere

più dotate di sufficiente capacità di trasporto per garantire il dispacciamento di energia

prodotta dagli impianti eolici negli intervalli di tempo caratterizzati da ventosità sostenuta.

Ciò conduce a frequenti congestioni di rete che si traducono per gli impianti eolici necessariamente

in interventi di riduzione di potenza (mediamente intorno al 7%) che TERNA ha

facoltà di imporre per garantire la sicurezza della rete. Le direttrici più colpite sono Andria-

Foggia, Campobasso-Benevento e Benvenuto-Montecorvino, sulle quali insistono più di 1.500

MW eolici. La causa principale di questa situazione risiede nel ritardo con cui si sono avviati

i piani di potenziamento della rete di fronte a previsioni di sviluppo dei soli impianti eolici,

già valutabile dopo i primi anni di avvio del CIP 6 e localizzabile sulla base dell’Atlante Eolico

del nostro Paese. Viceversa gli investimenti di TERNA sono stati dell’ordine delle centinaia di

milioni di euro fino al 2004, quando, con eccessivo ritardo, sono passati ai miliardi di euro,

finalmente congrui con le esigenze di potenziamento a seguito dello sviluppo delle fonti a

energia rinnovabile.

La rete elettrica è dello Stato che l’ha data in concessione per un certo numero di anni a Terna

che la deve esercire secondo dei criteri:

• tutti si possono allacciare perché è un servizio pubblico;

• se c’è richiesta di domande di concessione da una certa parte, il soggetto che la gestisce

deve costruire delle linee.

Questo, in 15 anni, per quanto riguarda l’eolico non è avvenuto, perché, anche dando le scusanti

del caso a Terna, non hanno mai ritenuto affidabili le domande presentate per gli impianti

eolici e, più in generale, da fonti rinnovabili. Ancora pochissimi anni fa le rinnovabili erano

viste come un qualcosa che probabilmente non si sarebbe mai fatto… Per cui, gli arrivavano le

domande per gli allacci degli impianti eolici, fotovoltaici, etc., ma loro non hanno mai creduto

che questi impianti si facessero sul serio e, quindi, non hanno investito nello sviluppo della rete.

Che poi l’abbiano fatto coscientemente o meno, che ci abbiano giocato perché le rinnovabili

danno fastidio ai grossi operatori o ai gestori della rete, questo non lo so. So soltanto che in

questi 15 anni Terna non ha sviluppato la rete sulla base delle domande di impianti presentate,

disattendendo il mandato statutario. Questo comporta che nelle aree dell’Appennino meridionale,

dove c’è vento, almeno fino a 3 anni fa, quando c’è stato un cambio di faccia, Terna non

ha investito nel potenziamento della rete in queste aree. Ora, chi realizza un impianto che deve

fare? Ha fatto domanda 5 anni fa dicendo a Terna che avrebbe fatto l’impianto in un determinato

sito, ora la sua colpa quale è? Che ha fatto sul serio l’impianto? (Simone Togni, ANEV).

L’incremento della produzione elettrica da fonte eolica pone numerose e complesse sfide

alla pianificazione e all’esercizio dei sistemi elettrici, chiamando in causa aspetti tecnici ed

economici. Infatti la generazione eolica è fortemente variabile (in particolare sulle scale

temporali delle ore e dei giorni), e questa variabilità deve essere compensata dalla generazione

convenzionale se si vuole alimentare il carico senza interruzioni: ciò comporta che i

gruppi di generazione convenzionale siano sempre più utilizzati per prestare questo servizio

anziché coprire il “carico di base”. Inoltre, poiché le previsioni meteo del vento sono affette

da errori, anche le previsioni di produzione eolica presentano incertezze: per questo occorre

predisporre maggiori margini di riserva da parte dei gruppi convenzionali. Tutti questi fattori

comportano costi aggiuntivi per la gestione del sistema elettrico. Ad essi si aggiungono gli

oneri necessari per potenziare il sistema di trasmissione, al fine di facilitare l’immissione in

56


6. Gli elementi di criticità

La rete e il dispacciamento

Se da un lato, in virtù dei vantaggi legati allo sfruttamento delle fonti rinnovabili, la produzione

elettroeolica gode della “priorità di dispacciamento”, dall’altro è comunque necessario che ciò avvenga

nel rispetto del corretto funzionamento della rete, la cui gestione è affidata a TERNA che, nel

contempo, si fa garante della sicurezza del sistema. In sostanza, la necessità di una massimizzazione

del dispacciamento in rete dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili è una condizione necessaria

per il raggiungimento degli obiettivi 2020, ma al momento deve fare i conti con le frequenti

congestioni e criticità della rete elettrica esistente. Peraltro, le recenti imposizioni di limiti al dispacciamento

(e, quindi, alla produzione) dell’energia eolica da parte del Gestore, attraverso ordini di

dispacciamento impartiti ai produttori durante lo svolgersi del normale esercizio dell’impianto, sono

prevalentemente dovuti alla carenza infrastrutturale delle reti elettriche che, nelle aree ventose del

Centro-Sud e delle isole, presentano un basso grado di magliatura e di interconnessione, divenendo

inadatte al sostentamento di fonti primarie non programmabili, quali l’eolico e il fotovoltaico.

Le centrali eoliche, per quanto piccole, hanno comunque delle potenze significative ed è, quindi,

sempre necessaria un’attenta valutazione sul possibile comportamento della rete elettrica locale soggetta

all’immissione dell’energia (oltre tutto variabile nel tempo) prodotta da fonte eolica. Le centrali

con potenza installata superiore ai 10 MW sono normalmente collegate ad una rete di trasmissione

o distribuzione ad alta tensione. Oltre alla maggiore capacità di trasporto di energia, una tale rete è

caratterizzata da una maggiore stabilità e, soprattutto, da una minore frequenza di interruzioni. Si

possono riscontrare centinaia di interruzioni su una rete a media tensione, mentre quelle di una linea

ad alta tensione sono nell’ordine della decina all’anno. Quest’ultimo fatto è di particolare importanza

perché gli aerogeneratori, almeno fino ad oggi, sono stati fatti funzionare secondo una logica che

si limita, da un lato, ad accettare in rete tutta la produzione eolica senza modulazioni e, dall’altro

lato, a comandare l’immediato distacco dell’impianto eolico non appena si verifica un guasto non solo

all’impianto stesso, ma anche sulla rete esterna. È evidente che, se gli aerogeneratori si fermano dopo

ogni interruzione sulla rete, si hanno frequenti perdite di produzione elettrica, oltre che maggiori

sollecitazioni strutturali sulle turbine stesse.

“C’è un problema di portata e di gestione della portata, delle caratteristiche dell’energia da immettere

nella rete che riguarda Terna e GSE. Ci danno delle indicazioni e può capitare, ad esempio, che la Sicilia

entra in isola perché non ha più la connessione con il continente. La gestione della sicurezza della rete,

tenerla stabile, evitare il black out, gestirla in modo corretto, vuol dire avere conoscenze, istante per

istante, di chi sta apportando energia alla rete. E’ importante, perché se io immetto energia, ma poi

non ho possibilità di esportarla, creo delle perturbazioni di rete che possono o non essere tollerate,

gestite o non gestite. Più si è a conoscenza di ciò che sta accadendo, di chi sta apportando energia

e con quali caratteristiche, e più si è nelle condizioni di poterla gestire. Nel momento in cui si creano

delle condizioni di non tollerabilità dell’impianto, chi gestisce la rete ha priorità ed è giusto che sia così

perché alla fine sono loro che devono garantire il funzionamento dell’intero sistema. Terna dà un ordine

di dispacciamento per cui l’impianto deve essere limitato a un tot, non può produrre più di un tot.

Questo avviene raramente e in zone diverse del paese. Dove la rete è interconnessa, come in continente,

ha più possibilità di accettare e, quindi, succede molto di rado. Le isole, invece, hanno meno capacità

di connessione e, quindi, di esportare, pertanto sono soggette ad un controllo più severo e agli ordini

di dispacciamento. Sono anche territori dove l’eolico è molto presente” (Refrigeri, Enel Green Power).

Le tematiche del dispacciamento e dei servizi di rete richiesti agli impianti eolici sono state oggetto

di studi, norme e atti di regolamentazione da parte di diversi enti del settore. Attualmente, dal punto

di vista tecnico, il riferimento nazionale è la norma CEI 11-32 (Allegato 6), recepita all’interno del

Codice della Rete di TERNA (Allegato A17) nella sua versione modificata e approvata dall’AEEG. Essa

si riferisce ai nuovi impianti sul territorio nazionale e riconosce che comunque eventuali riduzioni di

potenza possano essere richieste in situazioni di criticità del sistema elettrico. * Tale misura, ad ogni

modo, attribuisce ai produttori il carico e l’onere di far fronte all’incapacità della rete elettrica di

accogliere l’immissione di energia elettrica proveniente da fonti non programmabili. Recentemente,

57


Energia eolica e sviluppo locale

l’AEEG ha inoltre previsto, sulla base del Codice di Rete, una compensazione di carattere economico

relativamente alla mancata energia prodotta e valorizzata a prezzi di mercato perchè non immessa

in rete per congestioni di rete. Con la delibera 330/07 dell’AEEG, infatti, è stato introdotto un meccanismo

di indennizzo dei produttori per la mancata produzione dovuta a limitazioni di potenza.

Inizialmente, però, tale meccanismo ha mostrato notevoli lacune, non garantendo di fatto un riconoscimento

adeguato dell’effettiva energia perduta. L’AEEG ha quindi provveduto a riformare il sistema

di indennizzo per l’energia producibile, ma persa per effetto delle limitazioni attraverso la Delibera

ARG/elt 5/10, affidando al GSE il compito di predisporre un sistema di stima della mancata produzione

di energia più aderente alla realtà.

* In caso di criticità e congestioni della rete, soprattutto quando c’è molta produzione eolica, si è costretti ad intervenire,

a seguito di un ordine di dispacciamento da parte di Terna, staccando la produzione e mettendo le pale in stallo. La limitazione

del dispacciamento è un fenomeno che coinvolge regolarmente gli impianti convenzionali programmabili. Per legge, infatti,

prima di limitare/staccare gli impianti eolici e da altre rinnovabili, si devono limitare/staccare gli impianti da combustibili

fossili, poi ridurre al minimo quelli tecnici e, infine, si possono limitare/staccare quelli da rinnovabili. Per l’eolico la limitazione

del dispacciamento significa una perdita pari al 7% della producibilità complessiva di energia elettrica, un dato enorme

per il settore, ma che è molto più contenuto rispetto a quello delle centrali convenzionali e a cicli combinati che arrivano a

perdere il 20-30%.

rete della potenza eolica evitando “congestioni” dei collegamenti: spesso, infatti, la fonte

eolica è disponibile in zone lontane dai nodi principali della rete. L’accesso alla rete elettrica

è in effetti una questione vitale per lo sviluppo dell’eolico.

Pertanto, vanno potenziati gli interventi mirati per rendere più sopportabile l’inserzione

delle centrali eoliche in zone che prima erano solo passive ed ora possono diventare attive,

almeno localmente. Lo sviluppo delle reti elettriche andrebbe ridefinito in modo ben diverso

da quello adottato sino a pochissimo tempo fa: è necessario pensare a un sistema che sostenga

le fonti rinnovabili e la generazione distribuita, differente da quello implementato negli

anni passati e che era pensato per trasportare energia dalle grandi unità produttive a carichi

distribuiti sul territorio. Va rapidamente implementato il programma, avviato con il Ministero

dello sviluppo economico, sulle 4 regioni convergenza (Puglia, Calabria, Campania e Sicilia)

sia per irrobustire le reti elettriche e insieme la larga banda digitale, dato che la loro integrazione

è alla base della smart grid. In Puglia si stanno iniziando ad installare nuove cabine

dotate di intelligenza interna e connessione in fibra ottica, in grado di fornire istantaneamente

ai centri di controllo i dati sull’attività delle centrali eoliche e dei campi fotovoltaici,

e di regolarne l’interazione con la rete. Al tempo stesso, Terna ha in programma lo sviluppo

di nuove e più robuste dorsali elettriche, come quella prevista al centro della Sicilia e i nuovi

cavi sottomarini nello Stretto di Messina. 50

6.2 Procedure amministrative

In questi anni, c’è stata una carenza di buona politica e buona amministrazione pubblica

sia a livello centrale che locale, basti dire che ci sono voluti 7 anni per avere delle regole nazionali

- le Linee guida previste dal Decreto 287/2003 - per l’approvazione e valutazione dei

progetti, e che manca ancora la ripartizione (burden sharing) da parte del governo centrale

50 Il collegamento della Sicilia con il resto del Paese dovrebbe avvenire entro il 2013 con la realizzazione di un cavo di 105

chilometri, con un costo previsto di 700 milioni di euro. Mentre di recente è stato inaugurato il collegamento sottomarino via

cavo ad alta potenza (1.000 MW), lungo oltre 450 chilometri e costato 750 milioni di euro, tra la penisola e la Sardegna (Borgo

Sabotino, provincia di Latina-Flumesanto, provincia di Sassari).

58


6. Gli elementi di criticità

delle quote di produzione di energia rinnovabile – diviso in funzione delle differenti tipologie

di rinnovabili, in accordo con le naturali vocazioni delle diverse realtà territoriali – di cui

ogni Regione deve farsi carico per raggiungere gli obiettivi europei. Inoltre, larga parte delle

regole approvate dalle Regioni propongono un approccio cautelativo nei confronti dell’eolico

senza alcuna idea proiettata nel rapporto con il territorio, le sue risorse e il suo sviluppo.

Nel complesso, si può affermare che, salvo alcune eccezioni, in questi anni le Regioni sono

state le grandi assenti nel processo di diffusione dell’eolico in Italia, lasciando i Comuni come

deboli solitari protagonisti. 51

Nel resto d’Europa c’è un sistema-Paese più forte che da noi. C’è una forte integrazione tra le

imprese, gli enti locali autorizzativi, lo Stato, che marciano molto compatti verso gli obiettivi.

Qui, da noi, arriva una legge statale che chiede alle Regioni di intervenire, le Regioni intervengono

e il Governo fa ricorso al Tar e al Consiglio di Stato per azzerare la legge regionale. Sette

leggi regionali sono state distrutte negli ultimi 3 anni. Con le nostre norme sulle autorizzazioni

degli impianti ci vogliono più avvocati che ingegneri per andare a dirimere il problema (Mario

Gamberale, Kyoto Club).

Una ragione di queste difficoltà sta nel fatto che gli impianti eolici hanno fatto da apripista

nel complicato, e spesso contraddittorio, processo di liberalizzazione del mercato energetico

e di trasferimento dei poteri di programmazione energetica e approvazione dei progetti

alle Regioni, che certamente non hanno brillato per efficacia e coerenza.

Se c’è stato un difetto originario in tutta la partita delle rinnovabili è che non ha certo giovato

la deregulation del mercato energetico. Deregulation che nel caso delle energie rinnovabili, anche

sulla base di quanto è avvenuto in altri paesi del Nord Europa, è stata adottata in maniera

molto cruda, senza considerare che gli altri paesi nordeuropei hanno un diverso concetto del

bene comune. La Germania, ad esempio, è piena di torri eoliche, però loro hanno un diverso

approccio al bene comune, lo difendono fino allo stremo. Se uno parcheggia male, sul marciapiede,

subito chiamano la polizia e quella viene e fa la multa. Da noi, non solo nessuno chiama

la polizia, ma anche se questa fosse chiamata, non verrebbe e non farebbe la multa. Quando

ho chiesto alla signora perché avesse chiamato la polizia, mi ha risposto che il marciapiede è

anche suo. Quindi, lì c’è la cultura del rispetto della regola, cosa che da noi non c’è. Quando

loro hanno detto che incentivavano i privati a fare quello che già facevano, anche i privati che

operano in Germania hanno il senso del bene comune, e quindi lo hanno fatto con un approccio

molto diverso da quello che c’è stato in Italia. In Italia, quello che è mancato è stato proprio

il peso delle istituzioni. Anche qui a Roma, quando hanno voluto fare i parcheggi hanno detto:

“chiunque è interessato a fare un parcheggio secondo la Legge Tognoli, alzi il dito e mi dica

dove vuole farlo”. Ognuno si è accaparrato lo spazio dove andarlo a fare e, poi, se il parcheggio

serve o non serve o se la sua realizzazione sia compatibile con la staticità dei palazzi esistenti,

sono tutte domande che nessuno si è posto seriamente. Il pubblico ha delegato al privato una

programmazione su questa tematica, mentre invece prima il pubblico avrebbe dovuto fare una

seria programmazione per poter poi dare degli indirizzi ai privati. Quindi, abbiamo da una parte

un scarsa presenza da parte delle istituzioni a governare i fenomeni a tutti i livelli e dall’altra

51 Anche a proposito delle Linee guida, ora che sono state emanate quelle nazionali, di tratta di vedere quali saranno gli

indirizzi programmatori concreti che daranno le Regioni. Alcuni primi segnali non sembrano essere molto confortanti: “Il Lazio

ha cominciato male, perché ha semplicemente recepito le Linee Guida nazionali con una delibera della Giunta regionale, revocando

quelle precedenti, senza però fare quello che è previsto dalle Linee Guida nazionali, cioè fare un’analisi delle aree dove non è possibile

installare impianti eolici. Oggi, di fatto, nel Lazio è possibile fare impianti ovunque perché manca una espressa individuazione delle

aree dove non è possibile fare impianti. Secondo me, non se ne sono neanche accorti, perché hanno pensato che bastasse recepire

le Linee Guida nazionali per individuare automaticamente le aree dove non sarà possibile fare l’eolico. Non è così perché ci vuole

un’analisi di scouting per identificare concretamente i luoghi non idonei. Questo non è stato fatto.” (Domenico Belli, Greenpeace).

59


Energia eolica e sviluppo locale

parte abbiamo anche un certo timore da parte del mondo imprenditoriale a investire con un programma

che sia non solamente speculativo, che massimizzi adesso il profitto, ma che sia qualcosa

che vada a mettere radici un poco più profonde (Stefano Leoni, presidente WWF Italia).

Anche quando presenti, non sempre i piani energetici regionali (ma anche provinciali e

comunali) sono risultati e risultano adeguati alle nuove funzioni che sono loro richieste e che

derivano da due fondamentali innovazioni introdotte nell’ultimo quindicennio: la modifica

del Titolo V della Costituzione e la liberalizzazione del mercato dell’energia. Due innovazioni

apparentemente contraddittorie perché:

• la prima ha caricato Regioni ed enti locali di responsabilità normative e regolamentari;

• la seconda sottrae potere programmatorio sia allo Stato che alle Regioni.

Il discorso relativo alla pianificazione/programmazione è reso difficile dal fatto che siamo

in un mercato elettrico liberalizzato e in un sistema burocratico che impiega 5-6 anni per

autorizzare un progetto. 52 I piani energetici quando sono stati fatti sono rimasti nei cassetti.

In materia energetica il soggetto privato, l’imprenditore, ha spesso una capacità di azione che

sovrasta le possibilità di governo del processo da parte dell’ente locale. Le amministrazioni

locali non hanno validi strumenti programmatori perchè la disciplina statale delle rinnovabili

dà a queste ultime una priorità assoluta su tutto, in quanto sono considerate di pubblica utilità,

indifferibili ed urgenti, per cui non ci si può appellare con motivazioni ambientali se non

in sede di valutazione di impatto ambientale e non ci si può appellare a motivazioni di tipo

urbanistico a meno di non fare delle forzature, ad esempio, rendendo tutte le aree edificabili

e vincolandole a parco, e quindi, rendendole non idonee per l’insediamento di parchi eolici.

Comunque, anche i vincoli alla destinazione d’uso non sono efficaci perché la legge dice che

un parco eolico si può fare in qualunque tipo di terreno e non cambia la destinazione d’uso

dell’area. In sostanza, è il privato che liberamente sceglie sito, potenza, modalità realizzative,

senza che ci sia una vera politica di indirizzo dei Governi regionali, con individuazione

delle aree disponibili, delle compatibilità ambientali e delle tipologie costruttive. In questa

situazione, la capacità negoziale dei territori locali sta solo nella loro capacità di fare interdizione,

producendo lungaggini, carte che si perdono, autorizzazioni che non vengono mai

concesse, campagne di stampa, sit-in e proteste da parte della cittadinanza, etc.

Faccio parte di una commissione di valutazione sull’energia in provincia di Foggia e poso testimoniare

che la Provincia ha fatto un ottimo lavoro di screening di tutte le richieste di impianti

eolici e fotovoltaici sul territorio, andando a vedere quello che è il realizzato e i progetti in

autorizzazione dal 2004 ad oggi. Il quadro è il seguente: ci sono tanti progetti realizzati e,

52 La lentezza dell’iter amministrativo fa sì che il progetto che viene approvato è di fatto obsoleto. In 5-6 anni nel settore

eolico la tecnologia fa degli enormi passi avanti abbassando drasticamente i costi in rapporto alla potenza, Ma, il progetto

autorizzato non può essere modificato. “Un progetto viene realizzato tenendo conto della tecnologia del momento. Non è possibile

inserire in un progetto per un iter autorizzativi una tecnologia che non esiste. La tecnologia del momento prevede macchine con

determinate altezze, dimensioni delle pale, potenze. Tutti elementi che sono importanti per la valutazione e le analisi di impatto

ambientale. Una macchina di 50 metri e una di 80 hanno impatti ambienti diversi, ad esempio, in relazione alle rotte migratorie

dell’avifauna. Quindi, se un progetto parte con una certa tipologia di macchine e arriva in fondo, non è possibile cambiare. Si deve

procedere soltanto con la realizzazione delle caratteristiche originaria che sono state analizzate ed autorizzate. Se si dovesse cambiare

macchina è corretto ri-iniziare l’iter per verificare se le nuove dimensioni e caratteristiche sono in linea con tutte quelle che

sono le necessità del sito, quindi, le varie criticità e caratteristiche che si trovano nella comunità locale. La visibilità da lontano può

aumentare perché le torre sbuca fuori dalla collina e quando di guarda la chiesa o il duomo c’è la pala che è visibile, se si alza di

5-10 metri la torre. La lentezza dell’iter autorizzativi crea degli inconvenienti, ma il progetto non può essere modificato anche se la

tecnologia in 3-4 anni va avanti molto velocemente. Questo è un settore in cui la tecnologia ha subito delle evoluzioni rapidissime,

perché il mercato ha imposto dei ritmi velocissimi. Pertanto, un iter lento rischia di far sì che le soluzioni tecnologiche adottate

siano superate dalla evoluzione della tecnologia. Però, se consideriamo che la vita utile di un parco deve essere di circa 15-20 anni.

Dal punto di vista dell’incentivazione oggi sono 15 anni, questo come vita finanziaria di un parco, dal punto di vista della tecnica/

tecnologica, la vita di un parco è intorno ai 20 anni. È chiaro che ci troviamo davanti a dei parchi eolici che dal punto di vista

tecnologico vengono superati facilmente in questo momento” (Roberto Refrigeri, Enel Green Power).

60


6. Gli elementi di criticità

aggiungendo gli impianti in autorizzazione, sostanzialmente, esce fuori che tutto il territorio è

coperto, al netto delle case e delle strade. Non ci sarebbero più spazi liberi, incluse le aree di

espansione della rete elettrica. Oggi, se Terna dovesse fare un elettrodotto, in alcuni comuni

della provincia di Foggia, non potrebbe farlo perché tutto è già coperto da un diritto di richiesta

di autorizzazione di grandi impianti eolici e fotovoltaici. Come si affronta questo problema? Il

fatto è che l’accerchiamento, in realtà, è sostanzialmente sulla carta, perché la stragrande maggioranza

di questi progetti non verrà mai realizzata. Le istituzioni soffrono terribilmente per il

fatto di trovarsi, a causa della loro stessa complessità burocratica, a dover accumulare dal 2005

al 2011 centinaia di progetti che non riescono a valutare e che non riescono ad approvare o bocciare.

Il problema c’è pure in Germania, ma in misura enormemente ridotta. Perché un progetto

lo proponi, lo guardo e in 60 giorni è approvato e al 61° giorno cantieri. Quando arriva quello

dopo di te, che mi chiede di realizzarlo nella stessa area, io lo boccio semplicemente perché sta

là, perché già se ne sta realizzando uno. Se invece ho un sistema che mi genera centinaia di

puntini sul territorio continuamente ad una velocità spaventosa, allora si ha:

• un proliferare di carte e di costi generati, assolutamente inutile, perché non porteranno poi

kWh;

• un senso si oppressione sulle istituzioni locali;

• un senso di inadeguatezza della rete elettrica, la quale su quei numeri non sarebbe mai in

grado di programmare gli interventi.

Per cui, cosa succede a Foggia? L’accerchiamento è tale che alla fine la Regione insabbia tutto,

blocca ogni tipo di procedimento e tu aspetti. Prima di rinunciare, dopo aver magari già speso

un milione di euro di progettazione e consulenze, accetti di partecipare ad un tavolo di negoziazione,

in cui tutti gli operatori, di fronte all’evidenza dell’ingessamento della situazione,

si riducono il numero degli aerogeneratori previsti nei progetti e tutti accettano e presentano

la variante di progetto. Questa è una sorta di “pianificazione da concertazione”, con spazio

ovviamente per mille tipi di pressioni politiche, perché tutto si risolve non per via normativa,

ma per decisione discrezionale (Mario Gamberale, Kyoto Club).

Tre appaiono le strade possibili per cercare di sbloccare la situazione:

• abbandonare il regime di liberalizzazione del mercato elettrico per tornare ad un regime

di pianificazione, ipotesi resa difficile o addirittura impraticabile se non altro perché le

direttive comunitarie recepite dall’Italia in questi ultimi 15 anni lo impediscono;

• avviare una drastica azione di sburocratizzazione, con un azzeramento della situazione,

ma anche questa è una strada difficile da percorrere perché ci sono i diritti acquisiti;

• fare in modo che le Regioni si diano uno strumento di programmazione che dimensioni

la quantità di sviluppo di eolico verso cui si vuole tendere e fissi con chiarezza i criteri dal

punto di vista territoriale, e poi prendere delle risorse finanziarie dalla tariffa elettrica per

destinarle a pagare dei professionisti o gli stessi funzionari dell’ente locale per espletare la

valutazione dei progetti nei tempi previsti dalla legge.

Se l’impianto è compatibile, domani cantieri, se non è compatibile, perché c’è ne è già uno

attaccato o sulla stessa area, lo boccio. A quel punto ci sarebbe una regolazione sull’evidenza

degli impianti autorizzati e realizzati (Mario Gamberale, Kyoto Club).

Inoltre, rispetto alla governance istituzionale, sebbene alle Regioni sia affidata la competenza

amministrativa sulle fonti rinnovabili, appare troppo debole e lacunoso il raccordo con

i livelli amministrativi sottostanti quello regionale. La condivisone con gli enti locali diventa

pertanto fondamentale e condizionante il processo di attuazione, specie per quanto riguarda

azioni che intercettano le competenze dei Comuni e la loro potestà di governo del territorio

e regolamentare, anche in virtù dell’adeguamento e dell’adozione di strumenti e norme inno-

61


Energia eolica e sviluppo locale

vativi, come nel rispetto degli impegni presi aderendo al Patto dei Sindaci (programmazione

territoriale e regolamentazione locale edilizia, pianificazione urbanistica integrata con le reti

energetiche - teleriscaldamento, mobilità, etc.).

Per quanto riguarda le procedure amministrative per la formazione dei titoli abilitativi

alla costruzione ed esercizio degli impianti di produzione di energia eolica e più in generale

da fonte rinnovabile, diverse sono le criticità che fino ad oggi si sono manifestate:

1. Il mancato rispetto del termine di 180 giorni per la conclusione del procedimento di autorizzazione

unica appare essere ormai sistematico. Sono eccezionali, infatti, i casi in cui il titolo

Il Patto dei Sindaci

Circa 2000 sono le città europee, di cui oltre 500 quelle italiane, aderenti al Patto dei Sindaci e che

hanno preso l’impegno di ridurre le proprie emissioni di gas climalteranti di almeno il 20% entro il

2020. Da questo punto di vista il Patto dei Sindaci rappresenta l’azione più forte attualmente in atto

per coinvolgere i governi locali nella lotta ai cambiamenti climatici. Il Piano di azione nazionale italiano

per le fonti rinnovabili indica la campagna SEE (www.campagnaSEEitalia.it), e il patto dei Sindaci

che opera al suo interno, come una delle principali iniziative di sensibilizzazione in atto nel nostro

Paese. Le singole città aderenti al Patto si impegnano a redigere, sulla base di apposite linee guida, un

Piano di Azione per l’Energia Sostenibile (PAES), documento programmatico (da presentare in Consiglio

Comunale, nonché alla Commissione Europea) per descrivere il percorso e le azioni che seguiranno da

qui al 2020 per ridurre le proprie emissioni di gas climalteranti. In Italia, la prima città ad aver approvato

il proprio PAES in Consiglio Comunale è stata Avigliana, seguita da Torino, Udine, Verona. La Fondazione

Cariplo ha emesso un bando che mette a disposizione 2 milioni di euro proprio per sostenere

i comuni nella redazione dei PAES. Diverse Regioni e Province stanno mettendo in sinergia le proprie

attività proprio al fine di convogliare risorse economiche, derivanti ad esempio dai Fondi Strutturali,

verso azioni propedeutiche all’attuazione del Patto dei Sindaci. A livello europeo, è possibile accedere

a risorse finanziarie attraverso il fondo ELENA, gestito dalla BEI e il bando comunitario Energia Intelligente

per l’Europa (EIE). Dal punto di vista operativo, il PAES si compone di tre parti ben distinte:

• una prima parte riguarda la creazione di una strategia generale di lungo termine del singolo Comune

(o del gruppo di Comuni associati allo stesso PAES), con l’identificazione di adeguate strutture

amministrative con adeguate risorse umane e finanziarie all’interno dei singoli Comuni, del target

di riduzione al 2020, delle azioni prioritarie da perseguire, delle tendenze in atto e delle principali

opportunità. Per quanto riguarda il target di riduzione delle emissioni, esso può essere calcolato in

valori assoluti o pro-capite, cioè per numero di abitanti;

• una seconda parte riguarda l’analisi dello stato dell’arte in termini di emissioni, cioè la preparazione

dell’inventario delle emissioni della città nell’anno riferimento, per poi analizzare il trend

delle emissioni da qui al 2020 al fine di stimare le emissioni attese al 2020 e programmare quindi

le azioni di riduzione in sintonia con lo sviluppo della città. Infine, in questa fase si analizza anche

la produzione di energia a livello locale, in particolare valorizzando gli impianti a fonte di energia

rinnovabile. I settori principali sui quali si pone l’attenzione sono quelli relativi agli edifici, strutture

e industrie locali, nonché quello dei trasporti, sia pubblici che privati;

• la terza fase riguarda l’individuazione dei settori sui quali intervenire e, quindi, le azioni da

mettere in campo per tipologia e fonte di energia utilizzata. Il consumo di energia riguarda tutti i

settori del vivere quotidiano nelle città: trasporti, residenziale, piccola e media industria, agricoltura,

terziario e, al loro interno, la tipologia di energia utilizzata (termica, elettrica, carburanti) e la fonte

di provenienza (fossile o rinnovabile). Questa fase deve veder coinvolta la società civile al fine di

condividere insieme le scelte strategiche per lo sviluppo sostenibile della città.

62


6. Gli elementi di criticità

autorizzatorio viene rilasciato entro 180 giorni. Tale termine costituisce principio fondamentale

della materia ed è volto a garantire la celere conclusione del procedimento su tutto il

territorio nazionale. Oggi, la media dei tempi di autorizzazione di un impianto eolico è di

3-5 anni, poiché sono aggravati spesso da ingiustificati oneri ed atteggiamenti discrezionali

da parte delle amministrazioni e degli preposti a dare l’assenso al progetto. L’omesso rispetto

del termine costringe gli operatori a rivolgersi all’autorità giudiziaria per obbligare l’amministrazione

competente a pronunciarsi entro un termine fissato in sede giurisdizionale. Con

ciò, tra l’altro, gravando le corti amministrative – ma anche le stesse amministrazioni coinvolte

nei procedimenti, con i conseguenti costi – di contenziosi che potrebbero essere evitati

se l’amministrazione improntasse l’azione amministrativa al principio del buon andamento.

2. Le discipline regionali adottate nelle more dell’adozione delle Linee guida nazionali, non

solo hanno creato un panorama normativo assai disomogeneo, ingenerando grave disorientamento

tra gli operatori interessati ad operare in più territori regionali, ma hanno provocato

un nocumento ben maggiore al settore. Spesso, infatti, le discipline adottate dalle Regioni si

sono poste in aperto contrasto con i principi giuridici in materia di energia dettati a livello

nazionale e comunitario. Si tratta, ad esempio, di disposizioni di contingentamento della

potenza o del numero o della tipologia di impianti installabili, della sospensione a tempo

indeterminato dei procedimenti autorizzativi (le cosiddette moratorie), dell’introduzione di

requisiti di accesso al procedimento non previsti dalla disciplina nazionale di principio, della

individuazione di aree aprioristicamente non idonee alla installazione di impianti, della creazione

di società energetiche regionali a partecipazione pubblica idonee a competere direttamente

con i potenziali produttori privati. Tali discipline, da un lato, hanno avuto l’effetto di

rendere particolarmente gravosa o addirittura di paralizzare l’installazione di potenza eolica/

rinnovabile sul territorio. Dall’altro, esse si sono tradotte in barriere all’accesso al mercato

di produzione di energia da fonte rinnovabile, nonché, in ingiustificate distorsioni della

concorrenza tra operatori localizzati in differenti zone del territorio nazionale.

3. Le informazioni e le condizioni di accesso alle stesse sono tutt’altro che definite. Basti

pensare che non esiste, salvo qualche caso isolato, un elenco chiaro, completo e univoco:

• della documentazione da allegare all’istanza di autorizzazione unica o alla denuncia di

inizio attività edilizia;

• degli enti coinvolti nel procedimento;

• dei pareri che essi devono rendere e dei termini entro cui essi devono esprimersi;

• del ruolo e del peso che hanno i singoli enti (soprattutto i Comuni) all’interno del procedimento.

Ciò ha sino a ora reso scarsamente trasparenti le procedure autorizzative. Se, da un lato,

si auspica, quindi, che le Linee guida effettivamente introducano l’obbligo, per le amministrazioni

competenti, di rendere disponibili e facilmente accessibili le informazioni elencate,

nondimeno si ritiene necessario che tale obbligo venga esteso anche ai Comuni che si renderanno

destinatari di un numero sempre maggiore di istanze (D.I.A. e comunicazioni) per la

installazione di impianti di piccola taglia.

4. Il collegamento tra amministrazioni dovrebbe avvenire nell’ambito del modulo procedimentale

della conferenza di servizi (che ha natura istruttoria) attraverso il responsabile del

procedimento, unico tramite tra il proponente e le amministrazioni interessate. In concreto,

ciò avviene raramente. Sono assai frequenti, infatti, i casi in cui le amministrazioni coinvolte

63


Energia eolica e sviluppo locale

nel procedimento si pronunciano al di fuori della conferenza di servizi, snaturandone così lo

scopo cui essa tende: raccogliere gli enti attorno a un tavolo per valutare contestualmente e

in modo integrato il progetto sottoposto alla loro attenzione. Analogamente, le amministrazioni

spesso si rivolgono direttamente al proponente, anziché veicolare le proprie richieste

attraverso il responsabile del procedimento che non è più in grado di operare quel necessario

coordinamento tra enti e proponente. Sarebbe pertanto necessario rafforzare il ruolo del

responsabile del procedimento.

5. Le procedure semplificate sino a oggi introdotte per rendere più celere l’installazione degli

impianti a fonti rinnovabili sono costituite dalla denuncia di inizio attività edilizia prevista

per impianti al di sotto di una certa soglia di potenza, nonché dalla mera comunicazione

contemplata per gli interventi minori. Tuttavia, si segnala che, ai sensi della disciplina

di principio (articolo 12, D.Lgs. 387/2003), il procedimento ordinario di autorizzazione è

necessario, non solo per la realizzazione di nuovi impianti, ma anche per le ipotesi di modifica,

rifacimento totale o parziale (re-powering) e riattivazione di impianti già esistenti. A tal

proposito, da parte degli operatori si suggerisce l’introduzione di procedure semplificate per

queste tipologie di lavori, anche allo scopo di rendere la disciplina abilitativa coerente con

quella incentivante che favorisce la realizzazione dei citati interventi. La semplificazione

potrebbe consistere nell’introduzione di ulteriori fattispecie da assoggettare a denuncia di

inizio attività, ovvero nella previsione di un procedimento autorizzatorio snello cui partecipano

solo le amministrazioni che si devono esprimere sugli interventi e che si conclude

entro un termine breve.

6. Le spese di istruttoria relative allo svolgimento dei procedimenti di autorizzazione unica

e/o degli endoprocedimenti (ad esempio, di natura ambientale) necessari hanno costituito

spesso un ostacolo alla massima diffusione degli impianti a fonti rinnovabili. Sotto un profilo

meramente formale, esse sono state spesso introdotte da disposizioni non di rango legislativo,

in violazione dell’articolo 23 della Costituzione. Dal punto di vista dei contenuti poi,

esse sono spesso apparse esorbitanti e, più in generale, si sono tradotte, di fatto, in misure

di compensazione (vietate dall’ordinamento) in quanto, tra l’altro:

Il re-powering

L’obsolescenza di molti impianti eolici presenti sul territorio è tale da rendere necessario lo smantellamento

e la sostituzione degli aerogeneratori. In questi casi si procede al re-powering o re-wamping,

sostituendo le macchine – in genere da 200-350-800 kW – con macchine da 800 kW-2,5 MW, che vengono

installate con un rapporto di 1 ogni 2-3 macchine smantellate, in funzione delle caratteristiche

del luogo. Ciò consente un incremento della producibilità, a parità di territorio occupato, di circa il

20-40%, e altezza delle torri di sostegno compresa tra i 50 e i 100 metri, diminuendo sensibilmente

l’affollamento delle unità presenti, a parità di potenza installata.

Si segnala che, ai sensi della disciplina dell’articolo 12, D.Lgs. 387/2003, il procedimento ordinario di

autorizzazione è necessario, non solo per la realizzazione di nuovi impianti, ma altresì per le ipotesi

di modifica, rifacimento totale o parziale e riattivazione di impianti già esistenti. Dato che questa

evenienza si presenta in modo spiccato nel caso di impianti eolici, andrebbero pertanto introdotte

procedure semplificate per tali lavori e meccanismi che permettano una migliore efficienza e rendimento

delle apparecchiature da sostituire, prevedendo la possibilità di aumentare la potenza della

macchina a fronte di una (eventuale) riduzione nel numero delle stesse.

64


6. Gli elementi di criticità

• erano imposte quale conseguenza automatica della installazione di impianti a fonti

rinnovabili;

• venivano previste a favore delle Regioni;

• avevano natura meramente economica.

Occorre aprire una nuova fase dello sviluppo eolico in Italia, nella quale vi siano finalmente

regole chiare per la valutazione e approvazione dei progetti. Servono regole chiare e

procedure trasparenti per poter interloquire in modo attivo con le imprese e per valutare nel

tempo la diffusione dell’eolico e delle altre fonti rinnovabili, con una programmazione che

consenta alle amministrazioni di valutare la compatibilità dell’insieme dei progetti rispetto

ai territori.

La questione delle royalty e delle misure compensative per i Comuni

Le Linee guida nazionali stabiliscono i criteri per l’eventuale fissazione di misure compensative per i

Comuni. Innanzitutto, le Linee guida (sulla base del parere del Consiglio di Stato n. 2849 del 14 ottobre

2008) stabiliscono il criterio che la semplice circostanza che venga realizzato un impianto di produzione

di energia da fonti rinnovabili, a prescindere da ogni considerazione sulle sue caratteristiche e dimensioni

e dal suo impatto sull’ambiente, non dà luogo a misure compensative. Fermo restando, quindi,

che per l’attività di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili non è dovuto alcun corrispettivo

monetario in favore dei Comuni, l’autorizzazione unica può prevedere l‘individuazione di misure compensative*,

a carattere ambientale e territoriale e non meramente patrimoniale, a favore degli stessi

Comuni e da orientare su interventi di miglioramento ambientale correlati alla mitigazione degli impatti

riconducibili al progetto, ad interventi di efficienza energetica, di diffusione di installazioni di impianti

a fonti rinnovabili e di sensibilizzazione della cittadinanza sui tali temi. Le “misure di compensazione e

di riequilibrio ambientale e territoriale” sono determinate in riferimento a “concentrazioni territoriali di

attività, impianti ed infrastrutture ad elevato impatto territoriale”, con specifico riguardo alle opere in

questione**. Devono essere “concrete e realistiche”, cioè determinate tenendo conto delle specifiche

caratteristiche dell’impianto e del suo specifico impatto ambientale e territoriale. Sono solo “eventuali”,

e correlate alla circostanza che esigenze connesse agli indirizzi strategici nazionali richiedano concentrazioni

territoriali di attività, impianti e infrastrutture ad elevato impatto territoriale. Non possono

comunque essere superiori al 2% dei proventi, comprensivi degli incentivi vigenti, derivanti dalla valorizzazione

dell’energia elettrica prodotta annualmente dall’impianto. Ovviamente, questa limitazione

non è vista di buon occhio da parte di molti dei sindaci dei piccoli comuni dove sono localizzati gli

impianti eolici industriali. “Accadia è stato il primo comune che ha fatto una convenzione 20 anni fa

pensando che avremmo tracciato una via “industriale”. In realtà, è tutto un fallimento. L’ultima è stata

la telefonata del gestore di un parco eolico che mi ha detto: “vi abbiamo foraggiati”. Per loro foraggiati

significa l’1,50%, cioè briciole che a noi sono servite per devastare un territorio che è l’unico patrimonio

di bellezza del Sub-Appennino. In realtà, le società che vengono ad installare i parchi eolici, colonizzano,

fanno quello che vogliono e se ne vanno. E se qualcuno pretende qualcosa in più rischia di essere querelato

e mandato sotto processo. La realtà è che c’è un connubio, una connivenza di interessi tra la politica a

livello centrale e il mondo industriale, altrimenti non si spiegherebbe questa colonizzazione sul territorio

senza nessuna ricaduta reale. Quando poi ci vengono ad imporre che non ci devono essere le royalty, perché

il Governo dice che le royalty non sono legali, vuol dire una cosa: che i grossi gruppi industriali, hanno fatto

accordi con la politica centrale” (Pasquale Murgante, Accadia).

* Le misure compensative sono definite in sede di conferenza di servizi, sentiti i Comuni interessati, anche sulla base di

quanto stabilito da eventuali provvedimenti regionali e non possono unilateralmente essere fissate da un singolo Comune. Nella

definizione delle misure compensative si tiene conto dell’applicazione delle misure di mitigazione in concreto già previste, anche

in sede di valutazione di impatto ambientale. A tal fine, con specifico riguardo agli impianti eolici, l’esecuzione delle misure di

mitigazione di cui all’allegato 4 delle Linee guida, costituiscono, di per sé, azioni di parziale riequilibrio ambientale e territoriale.

** Sentenze Corte cost. n. 383/2005 e n. 248/2006 in riferimento all’articolo 1, comma 4, lettera f), della legge 239/2004.

65


Energia eolica e sviluppo locale

Ora, che finalmente ci sono le Linee guida nazionali per i progetti che fissano i riferimenti

che devono valere in tutta Italia rispetto alle rotte di migrazione dell’avifauna e alle

attenzioni da avere rispetto agli impatti, le Regioni, che hanno la responsabilità di valutare

ed approvare i progetti, devono calare nella propria realtà le indicazioni di tutela (ossia

dove i grandi impianti eolici non devono essere realizzati perché in presenza di aree di pregio

naturalistico come SIC e ZPS, rotte di migrazione di avifauna e fauna, paesaggi unitari e

riconosciuti) e indicare dove e con quali attenzioni, studi, valutazioni degli impatti invece

realizzarlo in modo migliore e in tempi certi in tutte la altre aree.

Alle amministrazioni comunali spetta, invece, il compito di verificare le condizioni locali

di realizzazione, le opportunità di valorizzazione del territorio locale, l’informazione dei cittadini.

La trasparenza delle procedure e la partecipazione dei cittadini alla costruzione delle

decisioni risulta decisiva propria per anticipare e comprendere i motivi di timore, valorizzare

nei progetti le potenzialità dei luoghi.

6.3 La carenza di una informazione corretta

Tra gli elementi di criticità va considerata anche la carenza di una informazione corretta

rispetto all’energia eolica e, più in generale, alle fonti rinnovabili, con le maggiori responsabilità

attribuibili alle pubbliche amministrazioni, ma anche ai mezzi di comunicazione, che non

sempre hanno illustrato e illustrano nel modo dovuto lo scenario energetico italiano di liberalizzazione

e concorrenza tra operatori, le caratteristiche delle tecnologie rinnovabili e, soprattutto,

i loro benefici effetti sull’ambiente e le ricadute positive in termini occupazionali. 53

Stando alla lettura che sempre più spesso danno i mass media dello sviluppo delle rinnovabili

in Italia, fotovoltaico a terra, eolico on/off shore, centrali a biomasse, sembrano essere

diventati i nuovi nemici dell’ambiente e della legalità. Da una parte, i difensori integerrimi

della bellezza del paesaggio rurale, dall’altra, i nuovi affaristi delle rinnovabili favoriti da un

sistema degli incentivi troppo generoso, 54 con gli “sviluppatori”, le infiltrazioni mafiose, la

corruzione, il malaffare, gli sfregi al paesaggio, i facili guadagni e gli impianti costruiti e

mai collegati alla rete. Ma, rappresentare l’eolico come un’attività in mano alla mafia e alla

‘ndrangheta nel Mezzogiorno o alla P3 in Sardegna, sostenere che gli impianti beneficiano di

incentivi anche se sono fermi, che si sta rischiando di riempire l’Italia di migliaia di impianti

per produrre pochissima energia elettrica significa offrire una rappresentazione falsa, alimentando

insinuazioni, allarmismi e la ricerca esasperata della polemica a ogni costo. 55

In primo luogo, perché è la mafia il problema del Mezzogiorno e l’eolico casomai è

vittima, come tutte le attività imprenditoriali, del controllo del territorio da parte della

53 In questo senso, va sottolineate l’attenzione che il Decreto Legislativo che dà attuazione alla direttiva 2009/28/CE dedica

al tema dell’informazione, attraverso:

• la realizzazione da parte del GSE di un portale informatico;

• accordi del GSE con le autorità locali e regionali, per elaborare programmi di informazione, sensibilizzazione, orientamento

o formazione al fine di informare i cittadini sui benefici e sugli aspetti pratici dello sviluppo e dell’impiego di energia da fonti

rinnovabili;

• modalità con cui i fornitori o installatori dovranno informare i clienti sui costi e le prestazioni degli impianti.

Il ruolo fondamentale assegnato al GSE è di per sé una garanzia, purché gli siano fornite le risorse necessarie, onde evitare che

il nuovo impegno vada a detrimento di quelli già in essere.

54 È senz’altro vero che gli incentivi in Italia sono più alti se comparati con gi altri Paesi, ma questo è un problema e una

responsabilità di Governo e Parlamento. Come abbiamo visto in precedenza, gli incentivi per l’eolico sono gli stessi delle altre

fonti rinnovabili – solare escluso che finora ne ha avuti di ben più vantaggiosi – e non sono in concorrenza, per cui non esiste

una maggiore generosità verso l’eolico o la possibilità che si sottraggano risorse.

55 A questo proposito, si vedano, ad esempio, gli articoli comparsi nell’ultimo anno su grandi quotidiani nazionali come Il

Sole 24 Ore (Amadore, 2010; Galullo, 2010; Giliberto e Rendina, 2011), Il Messaggero (Cirillo, 2010a/b/c/d/e), La Repubblica

(Casacci, 2010a; Pirani, 2010, 2011) e Il Corriere della Sera (Rizzo, 2011). Si veda anche la puntata dedicata all’eolico del programma

televisivo Report di RAI 3 del 28 novembre 2010.

66


6. Gli elementi di criticità

criminalità organizzata. A nessuno viene in mente di sostenere che i centri commerciali o la

costruzione di ospedali e strade, o i rifiuti siano settori “intrinsecamente” mafiosi, perché in

alcuni territori sono in mano alle mafie.

Dove c’è attività imprenditoriale c’è sempre il rischio che ci sia infiltrazione da parte di soggetti

malavitosi di vario genere. Si legge da qualche parte che non bisogna fare più le autostrade o

costruire palazzi o fare pizzerie perché c’è la mafia che ci si infila dentro, chiede il pizzo o si

pagano le tangenti? No, semmai si deve combattere il rischio, che peraltro nell’eolico c’è, ma

molto marginale, come certificato anche da un recente rapporto sulla legalità di Legambiente.

Premesso che il rischio che la malavita organizzata entri nella realizzazione degli impianti

eolici è di per sé molto basso perchè questi impianti sono realizzati per il tramite del project

financing. Dato che anche la eventuale proprietà del parco non garantisce la banca di poter

poi recuperare il capitale investito, la banca entra in partnership con l’operatore, cioè diventa

suo socio. Quindi, è evidente che vengono fatte delle verifiche antimafia sulle persone fisiche e

sulle società. Ci può essere un problema sulla parte delle opere civili, cioè le piccole costruzioni,

il movimento terra, il cemento, etc. Su questo, noi come associazione abbiamo seguito dei

percorsi che ci sembrava necessario seguire per evitare che anche in questo potesse succedere

qualcosa. Abbiamo fatto dei protocolli da sempre con Legambiente, WWF e Greenpeace sul corretto

inserimento degli impianti nel paesaggio, per la minimizzazione degli impatti. Abbiamo

delle linee guida interne e un codice deontologico che vietano una serie di comportamenti illeciti

o addirittura semplicemente poco corretti. E in più abbiamo sottoscritto il protocollo sulla

legalità Ministro degli Interni-Confindustria e l’abbiamo reso obbligatorio per i nostri associati.

La realtà è che la mafia non ci riesce ad entrare, dato che il project financing è uno schema

che ti blocca dai grossi ricavi. La mafia ha i soldi in contanti. La domanda ultima è – dato che

uno legge questi articoli su Il Sole 24 Ore 56 e sente le accuse del ministro Tremonti all’eolico

– se uno legge che sono stati sequestrati beni pari a 1,5 miliardi di euro al “re dell’eolico”.

Lei ed io, quando abbiamo letto questo articolo abbiamo pensato che Vito Nicastri di Alcamo

(Trapani), il “re dell’eolico”, fosse stato arrestato e gli avessero sequestrato i beni. Lei sa che

Vito Nicastri in questo tipo di operazioni non ha subito nessun tipo di restrizione personale?

Non lo sapevo neanche io, ma l’ho viso successivamente e mi sono domandato come fosse

possibile. Se gli hanno sequestrato i beni, fa il mafioso e manco l’arrestano? È strana questa

cosa. Dopo di che mi sono chiesto: se gli sono stati sequestrati beni per 1,5 miliardi di euro,

facendo un rapido calcolo, mi sono immaginato che siano stati sequestrati quantomeno tutti i

parchi eolici della Sicilia. Invece, non hanno sequestrato neanche un aerogeneratore. Premesso

che questo non è un imprenditore dell’eolico, né un nostro associato, ma è uno che sviluppava

progetti, lei lo sa a chi li vendeva questi progetti? Ad Enel, Edison, E.ON. Quindi, dato che lui

non era proprietario di impianti eolici – e questo è quello che mi ha fatto riflettere e indagare

sulla cosa – ho chiamato Enel, Edison ed E.ON per chiedere loro se gli avevano sequestrato gli

impianti eolici in Sicilia. No, no, no. Perché se fosse stato così Maroni avrebbe detto che Enel,

Edison ed E.ON erano mafiose. Cosa gli hanno sequestrato a questo Vito Nicastri? Progetti, cioè

carta. 1,5 miliardi di euro di progetti… Ma su quali basi si arriva a questa valutazione? Tutto

questo è significativo del fatto che c’è una attenzione a far uscire le cose sull’eolico in un certo

modo (Simone Togni, Anev).

Per fare chiarezza sulla situazione dell’eolico, Legambiente ha presentato nell’estate

del 2010 un dossier con l’obiettivo di mettere in luce il quadro delle inchieste in corso e la

situazione dell’eolico in Italia. La fotografia dell’eolico che ne esce fuori restituisce un settore

sano, fatto in stragrande maggioranza di imprese serie e di progetti che hanno trovato

56 Il riferimento è agli articoli di Amadore, 2010 e di Galullo, 2010.

67


Energia eolica e sviluppo locale

il consenso del territorio, perché ben integrati nel paesaggio. Insomma, i numeri sembrano

smentire le accuse circolate negli ultimi tempi riguardo alla permeabilità di questo settore

rispetto alla criminalità. 57

Legambiente ha voluto mettere in evidenza le sette inchieste, condotte dal 2006 ad oggi, che

riguardano l’eolico. Si tratta di indagini che hanno conosciuto un’accelerazione dal 2009 e

che riguardano in particolare cinque Regioni: Sardegna, Sicilia, Campania, Puglia e Calabria.

Eppure, nonostante la presenza invasiva in queste Regioni delle organizzazioni mafiose e gli

ovvi interessi di chi cerca ogni occasione utile per ottenere illegalmente facili profitti, l’eolico

è di gran lunga il settore economico meno condizionato da fenomeni criminali e d’illegalità in

genere. Basta confrontare questi numeri con quelli del traffico illecito di rifiuti oppure con quelli

del ciclo illegale del cemento. Nel periodo gennaio 2006-luglio 2010 sono state compiute in

Italia 111 operazioni contro i trafficanti di rifiuti con 69 arresti e 360 aziende coinvolte. Vale

la pena sottolineare, peraltro, che delle indagini in corso soltanto una si è già conclusa con

una sentenza di condanna in primo grado – l’operazione Eolo -, mentre diverse non sono ancora

arrivate alla fase del rinvio a giudizio. Inoltre, provvedimenti cautelari scaturiti dalle inchieste,

sequestri, denunce, arresti. Sono quasi sempre stati emessi durante le fasi di progettazione

e autorizzazione, bloccando cioè gli impianti ancora sulla carta, prima che si realizzassero le

opere e che i parchi cominciassero a produrre energia. Il che significa che grazie all’attività degli

investigatori oggi non c’è pressoché traccia di energia eolica “illegale” che viaggi nella rete

elettrica (Zanchini, 2010a:60-61).

In secondo luogo, non è vero che chi investe nell’eolico possa beneficiare di fondi europei

o pubblici per la realizzazione degli impianti. Da tempo in Italia gli incentivi vengono

concessi solo per l’energia elettrica effettivamente prodotta. Proprio per questo, se le pale

sono in aree dove non c’è vento e rimangono ferme l’investimento è un totale fallimento che

nessuno farebbe.

Oggi, dal punto di vista degli incentivi l’Italia ha una quadro di norme relativamente avanzato

che è stato costruito dal governo Prodi sul modello prevalente in Europa del conto energia. Questo

modello ha eliminato alcune delle principali distorsioni. In assenza di questo tipo di sistema

di incentivazione era effettivamente possibile che chi decidesse di realizzare, ad esempio, un

parco eolico potesse ottenere delle incentivazioni a prescindere dal fatto che quel parco eolico

immettesse energia in rete. Questo dal 2004 non è più così, nel senso che un impianto eolico è

incentivato nella misura in cui produce elettricità. 58 La favola che continua ad essere raccontata,

che uno possa prendere dei soldi per realizzare l’impianto a prescindere dal fatto che il parco

eolico produca effettivamente della elettricità (cioè che le pale girino), non è stata una favola

in passato (prima del 2004), ma oggi non corrisponde alla realtà dei fatti. Se un mafioso, per

essere chiari, vuole speculare sull’eolico non può farlo se non produce elettricità. La possibilità

che questi incentivi siano fasulli e che non incentivino altro che speculazioni private, oggi non

esiste più (Roberto Della Seta, senatore).

57 Anev ha lanciato un segnale preciso in proposito, firmando il Protocollo di legalità tra Confindustria e Ministero dell’Ambiente.

58 Fino al 2004 era possibile avere diritto all’incentivazione sull’energia prodotta, usufruendo al contempo di contributi pubblici

previsti dalla Legge 488/92, destinati alle aree depresse del Paese. Va comunque segnalato che detti finanziamenti erano

erogati solo a fine costruzione e raggiungevano l massimo il 10% del costo documentato dell’investimento. Alcune inchieste

della magistratura indagano sull’eventualità che, per l’installazione di pochi impianti diversi anni fa, siano stati ottenuti illecitamente

tali fondi.

68


6. Gli elementi di criticità

Infine, poiché gli impianti eolici si possono realizzare laddove il vento soffia davvero,

che non è ovunque, il futuro di questa fonte energetica sta nel concorrere insieme alle altre

rinnovabili in un processo di riconversione energetica e non di rappresentare l’alternativa, da

sola, al petrolio.

Certamente, non si devono nascondere errori e sottacere speculazioni da parte di alcuni

imprenditori o l’assenza di regole e controlli nazionali che ha fatto sì che in questi anni in

ogni territorio si è andati in ordine sparso.

Bisogna partire dalla consapevolezza di chi disegna scenari di devastazione per le montagne

dell’Appennino ha gioco facile nell’indicare l’area dei rilievi tra Puglia, Campania e Abruzzo

dove sono concentrati due terzi dei MW installati in Italia. Strutture a volte intrusive rispetto

ai caratteri del paesaggio italiano e spesso realizzate in assenza di qualsiasi programmazione

o regola di inserimento in territori rimasti fino ad oggi ai margini dello sviluppo. Impianti

“infelici” (come a Castiglione Messer Marino), o addirittura fermi (come a Collarmele) prestano

il fianco alle polemiche, come prova che l’eolico rappresenti una ferita per il paesaggio e

che si stia diffondendo solo grazie ad incentivi e contributi pubblici senza dare un contributo

energetico significativo. In alcune parti dell’Appennino troviamo anche situazioni paradossali

da stigmatizzare: chilometri di torri differenti per dimensione, colore e forma, che chiudono

completamente i crinali e il paesaggio, realizzati da aziende diverse proprio sui confini amministrativi

dei comuni (Zanchini, 2004:162).

Rimane un elemento distorsivo che è la tendenza, l’inflazione della figura dell’intermediario,

di chi non avendo la vocazione poi a gestire l’impianto, producendo elettricità, ricopre semplicemente

il ruolo dello “sviluppatore”, di attraversare tutte le fasi dell’iter autorizzato, per poi

consegnare il progetto autorizzato chiavi in mano a chi poi lo deve concretamente realizzare e

gestire. Ora, di per sé, questa è una figura che potrebbe anche starci in un sistema efficiente

e trasparente. Certamente, in Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno, lo spazio di questo tipo di

azione è molto grande e ogni tanto si presta anche a degenerazioni. Dal punto di vista legislativo/normativo

un intervento lo vedrei soprattutto in questa direzione, nel limitare lo spazio,

il peso di questa figura, o se non altro di renderla il più possibile trasparente e controllata.

Però, questo riguarda l’eolico, ma anche tutti gli altri settori delle politiche ambientali, come

ad esempio lo smaltimento dei rifiuti, dove c’è un problema di intermediazione che spesso

diventa il modo per riuscire e sottrarsi ai controlli democratici di trasparenza (Roberto Della

Seta, senatore).

Quello che ha fatto male all’eolico è che tanti senza avere le competenze tecniche e finanziarie

per fare progetti, chiedevano l’autorizzazione e poi se la vendevano. Questo ha creato un

mercato delle autorizzazioni dove poi ci si è infilata anche la camorra, la mafia, la malavita, e

sono venuti fuori dei parchi eolici che avevano come “peccato originale” quello di essere stati

avviati da gente assolutamente incompetente, purissimi speculatori….. Forse bisognerebbe

combattere questi fenomeni più che l’eolico. In Italia stanno riuscendo a fermare l’eolico, ma

la malavita va avanti lo stesso, trova altre strade, altri investimenti. Anche noi abbiamo delle

responsabilità. Se in Italia ci fossero delle regole chiare non ci sarebbe la necessità di prendere

delle scorciatoie, invece non è così. Ci vogliono 4–5 anni per ottenere un autorizzazione, quindi

è chiaro che qualcuno viene “tentato” (Schiapparelli, REpower).

Secondo gli ambientalisti più favorevoli allo sviluppo delle rinnovabili, le criticità e le

distorsioni che si stanno palesando nei territori sono la risultante della mancanza di regole

semplici e valide per tutti che ha fatto impazzire il mercato:

69


Energia eolica e sviluppo locale

• favorendo le figure di intermediari, gli “sviluppatori”, primo luogo di infiltrazione della

corruzione e della moltiplicazione delle offerte; 59

• rendendo deboli i Comuni nella trattativa con le aziende proponenti, così che hanno

trovato cittadinanza progetti insulsi e dannosi;

• costruendo delle procedure estremamente complesse con poteri tutti centralizzati presso

i ministeri per l’eolico offshore.

Eventuali infiltrazioni criminali e comportamenti speculativi trovano origine proprio

nell’interstizio di arbitrarietà e incertezza che deriva dalla continua stratificazione normativa

e dall’onerosità e discrezionalità delle procedure.

Da più parti viene avanzato il sospetto che dietro le polemiche e le deformazioni informative

sull’eolico e sulle altre rinnovabili da parte dei mass-media ci siano dei precisi

interessi – i settori energetici concorrenti, a cominciare dai petrolieri e dai nuclearisti – che

si avvantaggiano dalla confusione creata, mentre si diffonde un atteggiamento secondo cui

non ci sono fonti energetiche buone o cattive, ma tutte hanno qualche scheletro nell’armadio

da nascondere.

A leggere le prime pagine dei giornali o i commenti autorevoli che accompagnano le inchieste

della magistratura, sembra quasi che oggi in Italia l’installazione di torri eoliche sia in cima alle

attività criminali condotte in danno dell’ambiente. Non è così. Questa distorsione della realtà

è il frutto, da un lato, di un meccanismo di comunicazione comprensibile: l’energia eolica, rinnovabile

pulita, fa notizia quando attira affari sporchi (un po’ sulla falsariga del “padrone che

morde i cane”). E dietro la rappresentazione di una “battaglia sull’eolico” ci sono spesso ragioni

di interesse o di ricerca di visibilità mediatici evidenti in alcuni protagonisti. Ma, dall’altro,

si avverte il rischio di una strumentalizzazione che, partendo da fatti ed episodi anche gravi,

su cui la magistratura e le forze dell’ordine sono impegnate a fare la massima chiarezza, arrivi

a mettere sotto accusa, in maniera del tutto immotivata, una fonte di energia che già rappresenta

(e ancora meglio potrà farlo in futuro) una delle risposte più efficaci a disposizione del

nostro Paese, per rendere più moderno e pulito il proprio sistema energetico, nonché rispettare

gli obiettivi fissati dall’Unione Europea nella lotta ai cambiamenti climatici. … Dietro queste

posizioni, a spiegare l’incedibile spazio mediatico che spesso trovano, ci sono anche i solidi interessi

di chi ha da guadagnare dalle polemiche intorno alle rinnovabili e punta ad evidenziarne

i limiti. E che oggi guarda con preoccupazione come questo processo stia dando risultati reali

e rischi di mandare in crisi la campagna mediatica sui vantaggi dell’atomo o del carbone per le

famiglie italiane (Zanchini, 201:62, 63).

La diffusione di false rappresentazioni dell’energia eolica, basate su insinuazioni, allarmismi

e la ricerca esasperata della polemica ad ogni costo, contribuisce talvolta ad alimentare

movimenti di opposizione, piuttosto che stimolare il dialogo e ricercare il confronto

tra favorevoli e contrari, precludendo la ricerca di soluzioni soddisfacenti o per lo meno

accettabili dalle popolazioni coinvolte. Il problema dei gruppi di persone e dei comitati

locali che si oppongono all’installazione di parchi eolici è, quindi, riconducibile, in parte,

59 Uno dei principali bersagli delle polemiche contro l’eolico è la figura, considerata anomala (ma, in realtà, tipica del capitalismo

relazionale all’italiana, tradizionalmente povero di capitali e di specifiche competenze tecnologiche ed innovative),

dello sviluppatore, ovvero quel soggetto che, spesso senza alcuna competenza specifica, ma grazie alla propria conoscenze del

territorio, “cura” i rapporti con il territorio stesso, propone progetti pur non avendo le risorse necessarie, definisce accordi con

le amministrazioni locali e, solo alla fine, cede l’affare, il progetto autorizzato, alle imprese vere e proprie che realizzano l’impianto.

Gli sviluppatori sono considerati i maggiori responsabili della bolla speculativa che negli ultimi anni ha investito l’eolico

(ma anche il fotovoltaico) che ha fatto sì che a fronte di un potenziale eolico stimato dal governo in 16 mila MW al 2020, siano

state presentate domande di autorizzazione di impianti eolici per una potenza complessiva di 94 mila MW. Moltissime di queste

domande si sovrappongono, per cui per uno stesso territorio/sito/crinale sono stati presentati più progetti di impianti. È chiaro

a tutti, quindi, che solo una piccola parte di questi progetti potrà essere effettivamente autorizzata dalle Regioni.

70


6. Gli elementi di criticità

alla confusione determinata dalla mancanza di conoscenza specifica del settore e di studi

approfonditi sull’impatto locale di una centrale elettrica eolica. Questo aspetto rappresenta

un passaggio molto delicato nell’acquisizione del consenso generale all’iniziativa nella fase

di pianificazione. Per questo occorre una maggiore collaborazione tra enti governativi, pubbliche

amministrazioni, associazioni ambientaliste ed aziende del settore per promuovere una

cultura dell’energia da fonte rinnovabile in generale e dal vento in particolare, che consenta

di stabilire un dialogo sereno tra gli operatori del settore e la società civile. Occorre uno

sforzo da parte di tutti i soggetti interessati per far accettare quella che, allo stato attuale,

è la fonte rinnovabile più matura che già consente di evitare di bruciare ingenti quantità di

combustibili fossili, a tutto vantaggio dell’ambiente e della salute umana.

71


7. Impatto ambientale e paesaggistico

Se da un parte è ormai assodato che gli impianti eolici sono, al momento, insieme a quelli

fotovoltaici, gli impianti a fonti rinnovabili che possono sostituire quote significative di carico

elettrico, abitualmente prodotto con fonti fossili, con una importante quota di emissioni

inquinanti evitate (anidride carbonica, anidride solforosa, ossidi di azoto), 60 dall’altra, tali

impianti producono un impatto ambientale e paesaggistico che può essere più o meno evidente.

Qualsiasi intervento dell’uomo sull’ambiente determina, infatti, un impatto.

Si riconoscono le seguenti tipologie di impatto paesaggistico/ambientale:

• impatto visivo;

• impatto su flora, fauna e avifauna;

• impatto acustico ed elettromagnetico.

L’inserimento in un contesto paesaggistico di un impianto eolico, sia esso di tipo industriale

o di tipo mini o microeolico, determina certamente un impatto che a livello percettivo

può risultare più o meno significativo in funzione della sensibilità del soggetto che subisce

nel proprio habitat l’installazione delle pale eoliche ed in funzione della qualità oggettiva

dell’inserimento. Molte persone definiscono i moderni aerogeneratori come valore aggiunto

ai propri territori grazie alla loro eleganza e bellezza, rappresentando anche il simbolo di una

vita di maggiore qualità ambientale (testimonianza ne è il fatto che sempre più spesso anche

nelle pubblicità si scelgano come paesaggio proprio le centrali eoliche).

L’eolico lo si può vedere non come un tema infrastrutturale, ma culturale. L’eolico è un “paesaggio

culturale” come le colline della Toscana. Paesaggi che non sono naturali, ma culturali,

costruiti, e questo è un punto di vista interessante. Chi si oppone all’eolico, molto spesso,

“sta fuori” al territorio, sono dei “cittadini” che vogliono vedere un paesaggio, ma che non si

occupano della crescita sociale di quei luoghi. Sono luoghi spopolati, assolutamente depressi,

quindi l’opposizione all’eolico è una critica snobistica, non viene da chi vive il territorio (Daniela

Moderini, architetto del paesaggio).

60 Per ogni kWh elettrico non prodotto dal mix di centrali elettriche convenzionali, ma da impianti eolici, viene evitata

l’emissione in aria in Italia di circa 0,51 kg di anidride carbonica e di altri agenti inquinanti. Altri benefici fondamentali dell’eolico

sono:

• la riduzione della dipendenza dall’estero;

• la diversificazione delle fonti energetiche;

• la regionalizzazione della produzione.

73


Energia eolica e sviluppo locale

Ci sono realtà in cui i parchi eolici sono meta di visite turistiche e didattiche e altrove

dove una ferma opposizione ha bloccato la installazione degli impianti. Generalmente, le

maggiori resistenze alla localizzazioni dei parchi eolici sono esercitate da chi ritiene che

questi impianti costituiscano elementi detrattori del paesaggio, un’insopportabile intrusione.

Chi mette al centro delle propri preoccupazioni il paesaggio così com’è (a volte bellissimo,

altre con minor pregio estetico) è preoccupato dalle alterazioni del territorio. Non serve far

osservare che altre intrusioni sono avvenute e avvengono senza che si noti un altrettanto

organizzato e diffuso dissenso. Ci sono in Italia 55.000 piloni di elettrodotti, per non parlare

delle migliaia di antenne televisive o per la telefonia. … Il nostro territorio presenta un abusivismo

edilizio che grida vendetta, parabole e condizionatori d’aria sono appesi ovunque….

(Silvestrini, 2004:24).

Gli impianti eolici, dovendo essere collocati in siti ad elevata ventosità, sono, per forza

di cose, ben visibili e rappresentano un segno innovativo rispetto ai caratteri di molti paesaggi

e per questo possono non piacere. Il cuore della polemica e della resistenza nei confronti

degli impianti eolici è l’estetica. Chi si batte contro l’eolico lo fa innanzitutto perché

ritiene quegli impianti un rischio di trasformazione irreversibile e in negativo del paesaggio

e del territorio agricolo.

I conflitti creati dall’installazione delle centrali eoliche sono generati da una sostanziale incapacità

di interpretare il paesaggio come un elemento dinamico nel quale identificarsi attraverso

una consapevole costruzione di nuovi simboli. Si è di fronte ad una sorta di terrore dell’ignoto,

del non conosciuto, la paura dell’errore che conduce all’immobilità (Battistella, 2010:216).

L’impatto paesaggistico è uno degli ostacoli maggiori da superare visto il grande patrimonio

naturale, storico ed artistico presente in Italia che, a detta di alcune associazioni

ambientaliste, renderebbe inadeguata l’installazione delle centrali eoliche. 61 L’eolico è una

tecnologia che va utilizzata in altri paesi, perché l’Italia è troppo pregiata e il contributo

energetico è limitato; oppure, al contrario, che si può utilizzare, ma in quantità limitate e,

quindi, con una produzione marginale. 62

Vale davvero la pena imbracciare le armi contro l’eolico, come qualche novello Don Chisciotte

propone, per salvare il paesaggio italiano dai pericoli portati da questi “smisurati giganti”? 63

61 Tra le associazioni che si battono contro “l’eolico selvaggio” si segnalano: il Comitato Nazionale per il Paesaggio (www.

comitatonazionalepaesaggio.it), Via dal Vento (www.viadalvento.org), Italia Nostra (www.italianostra.org), Amici della Terra

(www.amicidellaterra.it), Mountain Wilderness, LIPU (www.lipu.it), il blog www.infiltrato.it. Contro i parchi eolici industriali si

sono dichiarate anche la Coldiretti e il CAI - Club Alpino Italiano (CAI, 2008; Salsa, 2010).

62 Inoltre, questi oppositori dell’eolico ritengono che il meccanismo di incentivazione delle rinnovabili sia profondamente

sbilanciato a favore dell’eolico e tale squilibrio toglie spazio alle altre rinnovabili. Secondo loro, l’Italia può e deve imboccare

una strada diversa: rifiutare l’eolico e puntare decisamente sul solare (ma non sul fotovoltaico a terra) e sulle fonti rinnovabili

termiche; tale scelta, insieme ad un maggiore risparmio ed efficientamento energetico, dovrebbe poter consentire ugualmente

di raggiungere gli obiettivi nazionali di riduzioni delle emissioni e di diversificazione dell’approvvigionamento energetico. La

posizione più estrema è quella di Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato Nazionale per il Paesaggio che nega il problema

dell’accelerazione dei cambiamenti climatici, sostenendo che c’è troppo allarmismo, e preferisce il nucleare all’eolico (www.

comitatonazionalepaesaggio.it).

63 Il riferimento è al Don Chisciotte della Mancia di Miguel Cervantes, laddove (Parte I, VIII) il testo recita: “La fortuna

guida le nostre cose meglio di quel che potremmo desiderare; perché guarda lì amico Sancho Panza, dove si scorgono trenta,

o poco più, smisurati giganti con i quali mi propongo di venire a battaglia e di ucciderli tutti, in modo che con le loro spoglie

cominceremo ad arricchirci, che questa è un buona guerra, ed è rendere un gran servigio a Dio togliere questa mala semenza

dalla faccia della terra.” “Che giganti?” domandò Sancho Panza. “Quelli che vedi lì” rispose il suo padrone ”dalle lunghe braccia,

che alcuni possono averle di quasi due leghe.” “Badi signoria vostra” replicò Sancho “che quelli che si vedono là non son giganti,

ma mulini a vento, e ciò che in essi sembrano braccia solo le pale che, girate dal vento, fanno andare la pietra del mulino.” “È

74


7. Impatto ambientale e paesaggistico

Pochi temi come l’eolico sollecitano discussioni, dividono i giudizi e muovono passioni in

uno scontro che raccoglie grande attenzione da parte dei media. Ad alcuni secoli di distanza,

l’intrusione nel paesaggio di una delle immagini più efficaci del fascino e della modernità del

nuovo scenario delle fonti rinnovabili (basta guardare il largo uso che si fa delle pale eoliche

nelle campagne pubblicitarie) provoca discussioni confuse e a volte violente. Diventa dunque

importante capire le ragioni profonde dietro questa situazione, i motivi per cui all’ampio consenso

con cui i cittadini guardano allo sviluppo delle fonti rinnovabili seguano poi convulse

polemiche sugli interventi. Perché dietro la rappresentazione di una “battaglia sull’eolico” non

ci sono solo ragioni di interesse o di visibilità mediatici – che pure sono evidenti in alcuni

protagonisti – ma anche questioni ineludibili che occorre affrontare se si vuole coltivare una

prospettiva di cambiamento del modello energetico e di sviluppo incentrato sulle fonti rinnovabili.

Una prima questione riguarda l’Italia e il tipo di discussione che si svolge nel nostro Paese

sull’eolico. … Contro i mulini a vento si sono organizzati comitati, arruolati testimonial famosi,

promossi referendum comunali. L’eolico viene accusato di sottrarre risorse alle altre fonti

rinnovabili, in particolare al solare, di dare un apporto energetico inutile a fronte di incentivi

milionari, e da qualcuno addirittura si rappresentare il maggiore pericolo per il paesaggio

italiano. Eppure se si vuole restare nell’ambito di una discussione che guardi al rapporto con

il territorio, gli impianti eolici installati in Italia interessano una porzione di spazio limitata

(meno del 3% dei Comuni). I numeri e gli impatti non sono poi lontanamente paragonabili

con quelli delle cave (18 mila tra attive e abbandonate) o con quelli che ogni anno determina

nel nostro Paese la piaga dell’abusivismo edilizio (30 mila abitazioni realizzate ogni anno).

Perché allora nei confronti dell’eolico si levano maggiori polemiche e una apparente più forte

indignazione? … Una seconda riflessione riguarda in particolare l’ambientalismo che sembra

vivere un insanabile conflitto tra due ragioni fondanti del suo messaggio: da un lato la tutela

del territorio e dall’altro la ricerca di un diverso modello energetico per salvare il pianeta dai

cambiamenti climatici. Proprio nel momento in cui le politiche pubbliche e gli investimenti

privati vanno nella direzione, per tanti anni sospirata, delle fonti rinnovabili si evidenzia una

fragilità della spinta ambientalista proprio intorno alla tecnologia in maggiore diffusione

(Zanchini, 2010a:3-4).

Altre associazioni del mondo ambientalista, 64 invece, considerano centrali le preoccupazioni

per le alterazioni climatiche che rischiano di devastare il pianeta nel corso dei

prossimi decenni e, di conseguenza, ritengono decisivo il contributo dell’eolico e delle

altre fonti rinnovabili per la costruzione di un diverso modello energetico. Considerano le

energie rinnovabili come strumento per contrastare i cambiamenti climatici e, quindi, sono

aperte verso l’eolico, pur sostenendo con forza la necessità di escludere l’installazione degli

impianti dai parchi e riserve nazionali e regionali, dalle aree della Rete Natura 2000, dalle

rotte di migrazione degli uccelli e così via. Queste posizioni si coniugano con l’impegno

da parte di queste associazioni affinché a livello locale lo sviluppo delle energie rinnovabili

avvenga in modo corretto, attraverso scelte in armonia con il territorio, nel rispetto

del paesaggio, della flora, dell’avifauna e fauna e consenta di innescare forme positive di

sviluppo sostenibile.

chiaro” disse don Chisciotte “che non te ne intendi di avventure; quelli sono giganti; e se hai paura togliti da qui e mettiti a

pregare, mente io combatterò con essi un’aspra e impari battaglia”.

64 Tra le associazioni che esprimono posizioni favorevoli all’eolico si segnalano: Greenpeace, Legambiente e WWF.

75


Energia eolica e sviluppo locale

Il concetto di paesaggio

Attraverso l’evoluzione giurisprudenziale la nozione di paesaggio ha subito rilevanti modifiche, passando

da un’originaria concezione meramente culturale ed estetica per giungere ad una elaborazione

più complessa, che include elementi naturali (foreste, coste, laghi, fiumi, etc.) e le relazioni con le

comunità locali.

A livello europeo, il paesaggio è così definito: “Il paesaggio designa una determinata parte di territorio,

così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali

e/o umani e dalle loro interrelazioni” (art. 1 della Convenzione Europea sul Paesaggio, sottoscritta

a Firenze il 20 ottobre del 2000). La connotazione di questo concetto è quindi chiaramente, ed in

maniera assai circonstanziata, legata al paesaggio come prodotto dell’interpretazione che la specie

umana ne può dare e che essa stessa ha contribuito a modellare. La Convenzione Europea sul Paesaggio

impegna gli Stati firmatari ad adottare politiche volte alla promozione e alla tutela della qualità

del paesaggio estesa all’intero territorio nazionale, coinvolgendo le popolazioni locali nei processi

decisionali ed attuativi. Come ampiamente argomentato dalla letteratura di settore, la questione del

paesaggio è affermazione del diritto delle popolazioni alla qualità di tutti i luoghi di vita, sia straordinari

sia ordinari, attraverso la tutela/costruzione della loro identità storica e culturale.

L’art 9, comma 2 della Costituzione italiana recita: La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio

storico e artistico della Nazione. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, approvato con D.lgs

42/2004, è oggi la legge fondamentale di tutela. Beni culturali e beni paesaggistici costituiscono nel

Codice un insieme denominato “patrimonio culturale”, con espresso riferimento all’art. 9 Cost: ad esso

riferiscono le definizioni di tutela e valorizzazione, due aspetti che “concorrono a preservare la memoria

della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura”.

In un territorio come l’Italia, che conosce la presenza umana da decine di migliaia di anni, l’evoluzione

del paesaggio non può assolutamente prescindere dall’opera dell’uomo. Masserie fortificate,

cascinali isolati, abbazie e monasteri, torri costiere, castelli e fortezze, stazioni di posta e ponti,

stalle e fienili, malghe e masi, baite e stazzi, blockhaus contro i briganti ottocenteschi e ricoveri per

il bestiame, muretti a secco e basolati, silos e capanne votive, mulini e fornaci, rappresentano fli

immobili e multiformi sigilli creati dall’uomo per marcare il suo dominio sul territorio e sull’ambiente

naturale, spesso inospitale e temuto. Questo almeno fino ad un secolo fa, prima che l’uso del cemento

armato e di altre tecniche costruttive moderne si diffondesse con imperiosa invadenza.

La nostra posizione sull’eolico discende da quella del WWF internazionale che ha fissato una

mission del WWF che è legata soprattutto a due grandi tematiche che sono:

• lotta ai cambiamenti climatici;

• lotta alla perdita di biodiversità.

Queste sono le due grandi emergenze ambientali che vengono a definire i nostri programmi. Il

tema della produzione di energia è incluso nel tema della lotta ai cambiamenti climatici, anche

se tangenzialmente può avere una ricaduta sul tema della lotta alla perdita di biodiversità. In

generale, la produzione di energia da petrolio, con la ricaduta della contaminazione può generare

poi una ricaduta anche sulla produttività dei sistemi e quindi una perdita di servizi ai sistemi

stessi e una conseguente perdita di biodiveristà. Sappiamo bene che, se non si frena l’eccesso di

velocità verso i cambiamenti climatici, poi quello che noi vogliamo tutelare, ovvero la biodiversità,

è destinata a scomparire, perché cambia proprio il ciclo della vita nel nostro pianeta. Noi,

in questa posizione, riteniamo che l’eolico sia una fonte rinnovabile e come tale debba essere

promossa e sostenuta. Ovviamente, quella italiana non è una realtà vergine e occorre disciplinare

questo settore, quindi, la costruzione, la manutenzione, e lo smontaggio, e così via, ma

anche il posizionamento degli aerogeneratori. L’eolico funziona se c’è vento, per cui sappiamo

benissimo che in Italia si può fare solo in alcune parti. Ora, esiste anche un uso concomitante

76


7. Impatto ambientale e paesaggistico

del vento da parte di alcune specie migratorie. Questo è un elemento che per noi aggiunge delle

difficoltà, perché l’Italia è un paese di transito per alcune specie di volatili. La migrazione già

di per sé comporta rilevanti perdite per lo stress della stessa e per cause naturali, poi ci sono

anche i cacciatori che li aspettano al varco. Il problema che temiamo è che il posizionamento

delle torri eoliche venga a turbare questo processo naturale a due livelli:

• in quanto si aggiunge come minaccia suppletiva rispetto a quelle che ho già citato;

• che addirittura possa turbare il flusso migratorio in quanto tale e quindi costringere i migratori

ad evitare certe parti del territorio.

Per questi motivi, noi abbiamo sviluppato un documento con delle linee guida, in cui abbiamo

indicato quali potrebbero essere i criteri con cui andare ad autorizzare gli impianti eolici in

Italia. Mettendo dei paletti, dicendo no in certe parti, soprattutto in quelle che sono tutelate

da un vincolo che non è di natura paesaggistica, ma proprio legata a classificazioni di aree

naturali, come ad esempio i SIC e soprattutto le ZPS, che sono quelle fatte grazie alla direttiva

comunitaria 407/79/CE sulle rotte migratorie. Come c’è la mappa del vento, c’è la mappa delle

grandi rotte migratorie. In sostanza, noi vogliamo inquadrare il tema dell’eolico da un punto

di vista strettamente scientifico, perché non siamo i tutori del paesaggio. Il paesaggio è qualcosa

di antropico ed è anche un po’ soggettivo, può piacere o no. Ha un valore attributivo e,

in quanto valore, ognuno li vede soggettivamente. Quindi, non ci interessa tanto il paesaggio,

perché non è possibile legittimarlo su una base e in un ambito prettamente scientifico, anche se

come concetto può essere utile quando per paesaggio si intende una vocazione (Stefano Leoni,

presidente WWF Italia).

Secondo queste associazioni, in Italia non si corre il rischio di intaccare la naturalità dei

siti per il semplice fatto che gli attuali paesaggi sono stati costruiti dall’uomo nel corso dei

secoli, trasformazione dopo trasformazione. Gli stessi che si scandalizzano per una fila di torri

eoliche nulla dicono su altre ben più pesanti trasformazioni, come i centri commerciali che

guidano l’urbanizzazione selvaggia consumando nuovo suolo, o le cave, che punteggiano il

Bel Paese; tutti interventi irreversibili. Inoltre, la bellezza del paesaggio è un fattore storico

e con forti elementi di soggettività, da cui è difficile evadere. 65 Gli impianti eolici, se ben inseriti,

possono rappresentare un’ulteriore evoluzione del paesaggio italiano, perché l’identità

non si dà una volta per tutte, ma continuamente si evolve.

Noi come Greenpeace siamo assolutamente a favore dell’eolico. Alcune associazioni ambientaliste

la pensano diversamente da noi, mentre noi crediamo che l’eolico sia necessario per

raggiungere gli obiettivi per il 2020. Crediamo che l’eolico comporti una alterazione paesaggistica

accettabile rispetto agli obiettivi che ci si propone e anche paragonato a quegli impianti

ad energia fossile che sono stati realizzati anche di recente che erano e sono dannosi sia per

l’impatto paesaggistico sia per la salute umana, l’eolico ha quantomeno il pregio di non essere

dannoso per la salute. Non crediamo che l’eolico cambi la visibilità e la bellezza del paesaggio,

anzi, dal nostro punto di vista, l’eolico spesso migliora pure il paesaggio…. Poi, siamo d’accordo

che ci sia bisogno di una regolamentazione, ad esempio, delle aree dove vietare l’installazione

di impianti eolici: i parchi nazionali, le aree protette, i SIC, le ZPS, le montagne sopra i

1.600 metri (Domenico Belli, Greenpeace).

La grande confusione in ambito normativo che ha caratterizzato, e in parte ancora caratterizza,

le procedure di approvazione degli impianti eolici ha fatto sì che molti di questi

65 Basti, per tutti, l’esempio della Tour Eiffel, ferocemente contestata al momento della sua costruzione per l’Esposizione

Universale del 1900, tanto che per mettere a tacere le polemiche si decise di smontarla alla fine dell’evento; dopo 110 anni la

Tour Eiffel è lì, simbolo di Parigi, segno indelebile dello skyline parigino.

77


Energia eolica e sviluppo locale

venissero costruiti in assenza di un’appropriata valutazione di impatto ambientale e con una

forte disattenzione alla progettazione e all’estetica del paesaggio, con la conseguenza di

consolidare le resistenze esercitate oggi nei confronti di tali impianti. Ad esempio, l’assenza

di regole per una corretta ed efficace programmazione territoriale ha portato a realizzare in

alcune parti dell’Appennino tra Puglia, Campania e Molise chilometri di torri differenti per

dimensione, colore e forma, che chiudono completamente i crinali e il paesaggio, realizzati

da aziende diverse proprio sui confini amministrativi dei Comuni.

Da quando sono stati introdotti gli incentivi volti a favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili,

e in particolare quelle da fonte eolica, ci siamo trovati di fronte a una serie frammentata di

aggressioni al territorio agricolo, in particolare nelle regioni del Sud. Vittima di questo processo

è rimasto il territorio agricolo. Dico vittima, perché noi abbiamo registrato una sufficiente

arroganza e prepotenza di tutte le imprese che in prevalenza investono nell’energia eolica. Ci

sono importanti soggetti che hanno ritenuto di occupare questo spazio di mercato garantito

senza monitorare eventuali impatti o conseguenze che l’economia locale ne poteva subire. Dico

l’economia locale, perché il territorio agricolo, cioè dove si svolge la vita rurale, è sicuramente

complesso, è anche un tessuto sociale e oggi molte imprese investono anche nell’economia

dei servizi. Inoltre, la qualità dei luoghi costituisce un elemento di competitività: c’è la logica

della multifunzionalità, c’è l’ospitalità, l’esplorazione del territorio da parte di flussi di cittadini

consumatori che nei loro viaggi e nelle soste conoscono il territorio e acquistano prodotti. Per

cui, in alcune aree la visione di un ambiente conservato, oggetto di una manutenzione molto

attenta da parte delle imprese, si è trovato di fronte a progetti di inserimento diffuso, molto

spesso irrazionale – irrazionale, perché magari alcuni comuni assentivano alla iniziativa e altri

ai confini la escludevano – e, quindi, la perimetrazione dei parchi eolici è risultata asimmetrica

rispetto ad uno svolgimento ponderato. Questo ha determinato una serie notevole di frizioni.

Abbiamo partecipato, organizzato e condiviso molte iniziative sul territorio di lettura critica di

questi interventi (Stefano Masini, Coldiretti).

L’attuale tendenza di semplificare le procedure – ribadita dall’emanazione delle Linee

Guida nazionali nel 2010 - demanda alle Regioni o ad altri soggetti istituzionali (le Province)

designati da queste, la responsabilità delle autorizzazioni per la costruzione e l’esercizio degli

impianti di produzione di energia rinnovabile. Ma, per essere efficace, questa semplificazione

delle procedure autorizzative dovrebbe essere accompagnata dalla previsione di:

• modalità di gestione degli eventuali conflitti emergenti, ogni qual volta si intenda

costruire un nuovo impianto, attraverso il coinvolgimento attivo degli abitanti dei luoghi

che si vanno a trasformare con l’inserimento delle centrali eoliche;

• predisposizione di uno specifico progetto architettonico e paesaggistico, in grado di

determinare una trasformazione di qualità del paesaggio. 66

Le Linee Guida sono fatte da persone che non hanno mai fatto un progetto. Per ogni luogo devi

“inventarti” un procedimento diverso. Noi abbiamo lavorato sui Pirenei, in Puglia, in Romania,

in Armenia, però pur avendo fatto decine di progetti non c’è un criterio. Anzi, c’è un criterio

che è quello di elaborare un progetto fatto coerentemente con il territorio. Devi prima saperlo

66 A questo proposito, si veda più avanti e l’Allegato 4 Impianti eolici: elementi per il corretto inserimento nel paesaggio e sul

territorio delle Line guida nazionali. Nel dicembre 2006 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) ha pubblicato delle

linee guida per l’inserimento di impianti eolici nel paesaggio, in risposta alla ratifica da parte del governo della Convenzione

europea del paesaggio, firmata il 14 gennaio 2006 (si veda il manuale Gli impianti eolici: suggerimenti per la progettazione e la

valutazione paesaggistica che fa parte della collana Linee guida per l’inserimento paesaggistico degli interventi di trasformazione

territoriale, a cura della Direzione generale per i beni architettonici e paesaggistici del MiBAC ed è frutto di un lavoro congiunto

tra il MiBAC e il Politecnico di Milano).

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7. Impatto ambientale e paesaggistico

“leggere” e sono tutti diversi e questo è il problema. Quindi la generalizzazione diventa sterile

(Daniela Moderini, architetto del paesaggio).

Lo sviluppo dell’energia eolica può innescare processi virtuosi se i progetti sono capaci

di legarsi alle risorse locali, se risultano attenti ai problemi del paesaggio e delle attività

economiche. Serve per questo una chiave di attenzione locale capace si ragionare sui territori

e le prospettive di riqualificazione, ma anche una forte attenzione al consenso, alla diffusione

di informazioni e di partecipazione attiva alle scelte.

Per avere un parco, e arrivare alla sua gestione, è importante avere l’accettazione sociale. Gestire

un parco nella prospettiva di essere presente per 20–25 anni su quel territorio, significa

che sia vissuto bene dalla popolazione. Nel nostro caso, il fatto di avere una filiera che parte

dallo scouting e dalla misurazione anemometrica dei siti e arriva alla gestione del parco, fa sì

che ci poniamo non da “speculatori”, ma come “attori” che iniziano a vivere un pezzo di storia

del territorio. Ci siamo resi conto che è importante calarsi nel territorio e, di conseguenza,

puntiamo a sviluppare l’eolico cercando di capire quali sono le esigenze del territorio, anche in

funzione di quali opere di compensazione, mitigazione e di valorizzazione territoriale c’è bisogno.

Quindi non solo l’eolico che porta ricchezza in quanto royalty, prassi normale nel settore,

ma per cercare di portare “valore aggiunto”. Ad esempio, a Stella, 67 ci siamo accorti. Quindi,

abbiamo pensato di fare dei tabelloni per le famiglie, perché ci siamo accorti frequentando il

sito che lì che il sabato e la domenica era tipico per la gente del paese fare una scampagnata in

quei posti. Altri siti hanno bisogno di altre cose. Il Parco lo cuciamo sulle necessità del paese.

Quindi, là dove si fa eolico è fondamentale cercare di capire qual è esigenza territoriale principale

e, in questo senso, è importante è avere l’appoggio dell’amministrazione locale. Alla fine,

i nostri parchi sono effettivamente tra i più produttivi d’Italia, perché abbiamo un interesse

principale e cioè nel fare parchi là dove servono (Giulia Canavero, FERA Srl).

C’è una grossa differenza fra l’energia eolica come idea generale e le turbine a vento

come strutture accettabili nel paesaggio. Nei sondaggi realizzati a livello nazionale, le persone

sostengono l’idea generale delle energie rinnovabili e di quella eolica. 68 Ma, quando si

passa a progetti concreti per il territorio locale, l’accettazione sembra spesso scomparire.

Questo è definito la sindrome del Not in my back yard o, in breve, la sindrome Nimby. 69 La

teoria di base è che le persone sostengono l’energia eolica a livello astratto (nei sondaggi,

circa l’80% dei cittadini italiani ed europei è favorevole all’eolico), ma mettono in discus-

67 Il parco eolico di Stella (SV), inaugurato nel Giugno del 2007 e composto da tre aerogeneratori da 800 kW per complessivi

2,4 MW. A testimonianza della cura messa nella progettazione e costruzione del parco eolico, il Comune di Stella è stato

premiato nel 2007 attraverso il Premio Pimby: “Per aver contribuito a dimostrare come infrastrutture e tutela dell’ambiente si

possono conciliare quando si tengono in particolare considerazione gli equilibri ambientali e l’armonia del paesaggio”. Attenti

studi di integrazione paesaggistica e di mitigazione degli impatti hanno permesso di ridurre le trasformazioni dei siti. Inoltre,

sono stati effettuati monitoraggi dell’avifauna sia prima che dopo la realizzazione del parco eolico, e percorsi per i cittadini

che accompagnano il visitatore alla scoperta del parco. L’impianto è in grado di produrre 6.000 MWh/anno, pari al fabbisogno

energetico di circa 1.500 nuclei domestici, pari al 100% del fabbisogno elettrico delle famiglie residenti.

68 Ogni sondaggio sull’eolico mostra come i cittadini italiani siano in nettissima maggioranza favorevoli all’eolico. In merito

alla accettabilità della tecnologia eolica, una recente (giugno 2010) indagine demoscopica della società ISPO commissionata

da APER indica nell’80% il consenso per l’eolico sul campione nazionale, dato che scende di poco, al 71%, negli intervistati dei

comuni ove i parchi eolici esistono.

69 Questa etichetta della sindrome Nimby è un po’ malevola perché suggerisce che gli oppositori locali siano mossi da interessi

spregevoli, egoistici e particolaristici. E tuttavia, se ragioniamo a mente fredda, dobbiamo riconoscere che le comunità

interessate possono avere ottime ragioni per non sobbarcarsi una servitù a vantaggio dell’intera collettività. E infatti esse tendono

ad usare un argomento cui è molto difficile controbattere: “perché proprio qui?”, “perché deve toccare proprio a noi?”. Le

comunità locali sono quasi sempre in grado di difendersi efficacemente. Si formano comitati spontanei di cittadini. Si tengono

assemblee popolari affollate. Si organizzano proteste. È probabile che qualche politico sia tentato appoggiare (qualcuno potrebbe

dire: strumentalizzare) la protesta e finisca così per incrinare la compattezza delle istituzioni. Gli esempi di queste evoluzioni

sono ormai innumerevoli.

79


Energia eolica e sviluppo locale

sione specifici progetti locali a causa delle temute conseguenze riguardo principalmente agli

impatti visivi e al rumore.

La sindrome Nimby non è caratteristica degli impianti eolici. Si verifica in molte altre

situazioni. Nuove strade, ponti, gallerie, ospedali, aeroporti, impianti nucleari e altre strutture

per la produzione di energia, tutti incontrano resistenze a livello delle comunità locali.

Gli studi su questi fenomeni concludono che sull’atteggiamento del pubblico nei confronti

di un progetto, più degli impatti reali legati alle dimensioni dell’impianto, come le trasformazioni

del paesaggio, pesano altri fattori, come: chi lo realizza, il ruolo dei decisori locali, le

modalità in cui si struttura il processo complessivo di decisione (Ammassari e Palleschi, 2007;

Bobbio, 2004; EWEA, 2009b:399-411; Oteri, 2009; Wolsink, 2007). L’opposizione locale è spesso

basata sulla sfiducia, sulle reazioni negative verso coloro (gli sviluppatori, le autorità e gli

operatori energetici) che cercano di realizzare gli impianti, e sulle modalità con cui vengono

pianificati e gestiti i progetti, e non tanto sul rifiuto degli aerogeneratori in sé stessi.

Sento anche dalla nostra base, dai nostri volontari sul territorio che localmente si trovano dei

comitati “contro” se non vedono la finalità positiva del progetto. Noi di comitati viviamo, per

cui sappiamo che con loro ci vuole una grande pazienza. In realtà, i comitati sono una forma

di partecipazione che non deve essere sottovalutata. Se si arriva al comitato qualcosa ha fallito

prima, nella capacità di presentare un progetto. Poi, c’è il comitato “strumentale” o il caso

politico, ma sono 5–10, mentre gli altri 150, 200, 300, sono indicatori che qualcosa c’è, che è

mancato un passaggio: è mancata la capacità di far partecipare le popolazioni ad una scelta

di trasformazione territoriale (Costanza Pratesi, FAI).

Pertanto, gli studi suggeriscono che un approccio partecipativo al progetto di localizzazione

ha effetti positivi sull’opinione pubblica e conduce a una diminuzione delle resistenze.

Come afferma Wolsink (2007:1204):

the best way to facilitate the development of wind projects is to build institutional capital

(knowledge resources, relational resources and the capacity for mobilisation) through collaborative

approaches to planning.

Quello che conta è coinvolgere la popolazione locale nella procedura di localizzazione,

entro processi di piano trasparenti e con un alto livello informativo (assemblee pubbliche,

seminari, sportelli informativi, etc.). Se si vogliono ridurre al minimo le opposizioni, tutte le

parti in causa devono avere effettiva opportunità di influenzare un progetto.

Le decisioni prese sopra la testa delle popolazioni locali sono il modo più diretto per generare

proteste. La carenza di comunicazione fra chi abita dove sarà realizzato un impianto e

chi lo vuole realizzare, le burocrazie locali, l’ambito della decisione politica, diviene un catalizzatore

perfetto per trasformare lo scetticismo locale in azioni concrete contro progetti specifici.

Al contrario, informazione, dialogo e partecipazione sono la strada per l’accettazione.

Le Linee guida nazionali prevedono che “il coinvolgimento dei cittadini in un processo di

comunicazione e informazione preliminare all’autorizzazione e realizzazione degli impianti o di

formazione per personale e maestranze future” sia uno dei requisiti per la valutazione positiva

dei progetti. 70

70 Le Linee guida, da una parte si rivolgono ai progettisti che si applicano ad un nuovo progetto di realizzazione di un impianto

eolico di qualsiasi dimensione, perchè prendano coscienza dell’opportunità di un’integrazione del punto di vista paesaggistico/ambientale,

a partire dalle prime fasi di progettazione. Ma, sono rivolte anche ai valutatori, ai quali spetta il compito di

verificare le compatibilità degli interventi dal punto di vista paesaggistico/ambientale, affinché abbiano gli strumenti necessari

80


7. Impatto ambientale e paesaggistico

La partecipazione del pubblico è espressamente richiesta nelle direttive UE 85/337, come modificata

dalla direttiva 97/11 relativa alla VIA e 2001/42 relativa alla VAS. Entrambe, infatti,

impegnano gli Stati membri ad attivare strumenti di libera e facile informazione sui dati ambientali,

anche quelli non sistematici o riservati. A questo proposito vi è una specifica direttiva,

la 90/313, che stabilisce il libero accesso alle informazioni ambientali, recepita ormai da quasi

tutti gli Stati, Italia compresa. … In Italia, tuttavia, nonostante la tendenza positiva verso

una maggiore partecipazione nei processi di valutazione e un miglioramento della comunicazione

ambientale, gli sforzi fatti in questa direzione da parte dei promotori dei progetti e dei piani

sono ancora insufficienti. Le autorità pubbliche ambientali non hanno dedicato abbastanza

tempo e risorse in questa direzione, così che la problematica rimane ancora affrontata in modo

inadeguato. … I promotori dei progetti e dei piani non vedono con favore la partecipazione

del pubblico nei processi decisionali riguardanti le opere, per diversi motivi legati al rischio di

vedere aumentare i costi, di protrarre indefinitamente - per interessi e priorità dei diversi gruppi

che si esprimono sul progetto stesso - i tempi di attesa prima di decidere la realizzazione di un

progetto e alla preoccupazione che la decisione possa essere influenzata più da gruppi locali

molto attivi, piuttosto che sollecitata da interessi più generali. Per questi motivi i proponenti

non utilizzano positivamente le relazioni con il pubblico, limitandole agli obblighi procedurali e

considerandole un inevitabile ulteriore problema da risolvere per ottenere l’approvazione del loro

progetto. D’altra parte, la partecipazione del pubblico ha avuto spesso connotati di sola opposizione

ai progetti o ai piani, anche perché l’esperienza è sostanzialmente limitata alla VIA. In

questo caso la procedura ha avuto, fino ad oggi, uno specifico momento per la partecipazione,

quello delle così dette “osservazioni del pubblico”, limitandone quindi oggettivamente il contributo

ai soli aspetti critici, in quanto unico momento per poter esprimere una opinione contraria

alla proposta. Anche da parte delle autorità ambientali che si esprimono sulla compatibilità dei

progetti, o che dovranno farlo sui Piani/Programmi, l’apporto del pubblico è raramente visto

in una ottica costruttiva; anche quando l’informazione è effettivamente garantita, questa non

assume quasi mai il carattere di una partecipazione alle scelte o alle soluzioni quanto bensì di

un condizionamento, più o meno forte alla decisione finale. Questo limite, che potrebbe essere

meno forte nella VAS rispetto alla VIA, per il carattere di processo della procedura e quindi più

adatto alle interazioni e retroazioni, potrebbe trovare una soluzione qualora la partecipazione

del pubblico non fosse limitata ad una fase specifica del processo decisionale (Ammassari e

Palleschi, 2007:45-46).

Anche il Protocollo d’intesa Anev-Legambiente-WWF-Greenpeace prevede che vengano

definite prioritariamente azioni di informazione e sensibilizzazione per la condivisione del

progetto da parte delle popolazioni e delle autorità locali. Spesso i conflitti intorno alle

proposte di impianti eolici nascono da forzature, da impianti sovradimensionati con una

impronta “speculativa”.

Dove dissensi e conflitti sono stati gestiti bene, nel quadro di un confronto trasparente

e chiaro con il territorio sulle scelte, questo ha portato ad una modifica dei progetti in base

alle proposte fatte dal territorio, ma i parchi eolici si sono installati e l’ostilità pregressa si è

trasformata in molti casi in una benevola accettazione determinata non solo dalla constatazione

di potere convivere con gli aerogeneratori, ma anche dal fatto che quelle torri entrano

a far parte del paesaggio esattamente come è successo per le modifiche apportate dall’uomo

al contesto naturale nel corso dei secoli. Alcuni sondaggi hanno evidenziato come il parere

positivo degli abitanti si sia incrementato dopo la realizzazione dei parchi eolici.

ad una valutazione ponderata, nel merito delle proposte progettuali. Secondo le Linee guida il processo di progettazione deve

partire dall’analisi attenta dei luoghi con la consapevolezza che gli interventi eolici possono portare un grande cambiamento al

territorio e, quindi, è necessario intervenire in maniera compatibile, appropriata e condivisa.

81


Energia eolica e sviluppo locale

Dove tale conflitto è stato ben gestito si è rilevata non solo una buona assimilazione nell’ambiente

antropizzato delle centrali, ma anche una consapevole presa d’atto che gli aerogeneratori

sono espressione di una naturale evoluzione che vede l’uomo come artefice della costruzione di

nuovi paesaggi. Gli esempi di maggiore successo mostrano che, oltre a considerare gli aspetti

prettamente tecnici, è necessario prevedere un impegno nella consultazione delle amministrazioni

locali e nell’instaurare un rapporto diretto con i residenti, informandoli sulle reali conseguenze

dell’operazione (Battistella, 2010:22).

Interventi territoriali e processi partecipativi

Negli ultimi due decenni in Italia e in Europa sono state realizzate diverse esperienze di sviluppo

locale (dai Patti territoriali ai Contratti di quartiere, agli Accordi di programma, dalle Conferenze di

servizi ai Comitati locali per l’educazione degli adulti, ai Piani sociali di zona), incentrate sul coinvolgimento

degli attori locali e dei cittadini nelle scelte che li riguardano. Lo sviluppo dei processi

partecipativi/inclusivi (processi di concertazione, partenariato, partecipazione, consultazione, negoziazione,

accordi, intese) deriva dalla convergenza di motivazioni ideali e pressioni pratiche molto

diverse tra di loro e, in parte, anche contraddittorie. Il principale banco di prova di queste esperienze

sono state le politiche di rigenerazione/riqualificazione urbana. I governi locali hanno cominciato a

rendersi conto che non potevano procedere dall’alto con i loro progetti di sviluppo, senza offrire ai

cittadini coinvolti la possibilità di interloquire con l’amministrazione e di negoziare soluzioni accettabili.

Il problema non si è posto soltanto per progetti immobiliari di tipo speculativo, che miravano

ad eliminare le abitazioni di tipo popolare (e i loro abitanti). Anche i progetti nati con le migliori

intenzioni per migliorare le condizioni di vita dei residenti hanno finito per incontrare opposizioni e

resistenze da parte dei loro potenziali beneficiari, scatenando la cosiddetta sindrome Nimby. Quello

che gli urbanisti o i pianificatori consideravano come un “miglioramento” non era necessariamente

percepito come tale dai diretti interessati. Hanno, quindi, cominciato a diffondersi, tra le amministrazioni,

pratiche di ascolto e di negoziazione con i comitati degli inquilini e i comitati di quartiere,

grazie anche alle elaborazioni sviluppate da parte di sociologi urbani, architetti e urbanisti impegnati

nel “lavoro di comunità” in stretto contatto con i leader locali della protesta. Dall’Inghilterra, dove

è nata, l’”urbanistica partecipata” si è diffusa in tutte le grandi città europee.

L’idea di fondo, che ha cominciato a circolare tra i governi locali, è che non si tratta semplicemente

di offrire servizi ai propri cittadini secondo buoni standard tecnici e di qualità decisi dall’alto, ma il

problema è quello di favorire l’empowerment dei cittadini stessi, ossia di accrescere i loro poteri, la loro

capacità di incidere sul loro stesso futuro. Le pratiche di partecipazione si sono estese anche ad altri

settori, per esempio nel campo delle politiche sociali, economiche o sanitarie, allo scopo di ottenere

una percezione più precisa dei bisogni (sempre più personalizzati) e di incoraggiare i cittadini stessi

nella autonoma ricerca di soluzioni.

A spingere in questa direzione è stata anche la diffusione e la frammentazione dei movimenti di

protesta condotti da micro-comunità per la difesa, poniamo, di un parco pubblico o contro un insediamento

giudicato sgradevole per i cittadini, che dovevano subirlo (l’apertura di un centro commerciale,

l’allargamento di un aeroporto, l’installazione di un impianto per lo smaltimento rifiuti). Di

fronte a queste reazioni, di piccola scala, ma assai energiche, le amministrazioni locali hanno dovuto

aprirsi a qualche forma di dialogo con i cittadini coinvolti, allo scopo di concordare la ridefinizione

dei progetti, l’introduzione di mitigazioni o l’elargizione di compensazioni.

“La partecipazione del pubblico, come anche provato dall’esperienza, permette di condividere le informazioni

su un progetto o un piano, chiarire gli equivoci, ottenere una migliore comprensione delle

questioni di rilievo, sviluppare le precedenti problematiche sulla valutazione, individuare e approfondire

gli aspetti conflittuali quando la proposta progettuale è ancora in fase iniziale. Le considerazioni e le

risposte suscitate dalle osservazioni del pubblico sono un contributo unico in grado di suggerire al pro-

82


7. Impatto ambientale e paesaggistico

gettista misure fondamentali per evitare le opposizioni locali e alcuni problemi ambientali. Le misure

che derivano dall’interazione col pubblico possono essere probabilmente più innovative, percorribili e

accettabili di quelle proponibili solo dai progettisti in base a considerazioni meramente tecniche. Le

modifiche ai progetti, effettuate nelle fasi iniziali della pianificazione e della progettazione, sono più

facili e economicamente meno rilevanti di quelle effettuate in una fase avanzata della progettazione

o addirittura in corso d’opera. I Progetti, i Piani e i Programmi che non devono essere modificati sono

infatti molto più economici, efficaci e tempestivi. Una partecipazione fin dalle prime fasi è efficace e

previene il crescendo di frustrazioni e contrapposizioni che si manifesta quando le decisioni sono prese

ignorando le istanze locali, evitando quindi la successiva partecipazione forzata che si ha quando le

posizioni sono ormai radicalizzate. La realizzazione di un progetto procede di solito con costi più contenuti

e senza particolari asprezze se i residenti locali sono d’accordo con la proposta. Le proteste sono

minori, gli sforzi più costruttivi e alcuni impatti possono essere evitati o sensibilmente ridotti. Ricerche

anche recenti hanno dimostrato come il giudizio del pubblico, e le pressioni che eventualmente possono

essere esercitate, siano considerate tra i fattori più importanti nella preparazione degli studi di impatto

ambientale, determinandone la qualità. L’esperienza ormai acquisita dimostra, quindi, che i benefici

complessivi superano di gran lunga i costi della partecipazione, nonostante le spese e l’impegno che un

processo partecipativo completo, integrato in tutte le fasi della pianificazione e progettazione, potrà

avere” (Ammassari e Palleschi, 2007:47).

Indubbiamente, il coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte di governo resta un’esperienza

minoritaria, punteggiata da un crescente numero di “buone pratiche”, riconosciute e incentivate

dall’Unione Europea oltre che dalle politiche urbane e di sviluppo locale degli stati nazionali, ma non

si configura ancora come una prassi consolidata e indiscussa. Si tratta, comunque, di un campo di

sperimentazione che riguarda in modo più specifico i governi locali, contribuendo così a distinguerli

dalle amministrazioni di rango nazionale e segnando la più netta rottura rispetto alle pratiche delle

amministrazioni burocratiche del ‘900.

All’interno di un approccio partecipativo, si possono trovare metodi e tecniche diversi per raggiungere

gli obiettivi proposti. I metodi rappresentano diverse e alternative interpretazioni operazionali

degli approcci, ed individuano puntualmente come preparare e condurre un processo partecipativo

nel suo complesso. Le tecniche sono strumenti con fini conoscitivi, analitici, rappresentativi, comunicativi

e così via, mirati a risolvere singoli passaggi operativi all’interno dell’approccio metodologico

scelto. Metodi diversi usano spesso tecniche simili, ad esempio per raccogliere informazioni, preferenze

o giungere a decisioni condivise. Molte delle tecniche - quali quelle sulla gestione di dinamiche

di gruppo - vengono da campi anche molto lontani dalla pianificazione e progettazione di interventi

di sviluppo locale, come la psicologia, applicata a contesti di promozione del cambiamento nei contesti

più diversi, compresi quelli del settore privato.

Gli approcci possono essere distinti sulla base dei gradini della scala di Arnstein (1969) della partecipazione

(vedi tabella): egli ha messo in luce non solo che esistono vari livelli di partecipazione,

ma anche che “poca partecipazione” può significare “falsa partecipazione” (tokenism, cioè “dare un

contentino”).

Potere ai cittadini

Partecipazione irrisoria

Non partecipazione

Controllo ai cittadini – autoproduzione/autogestione

Potere delegato

Partenariato – collaborazione/coinvolgimento

Consultazione

Informazione/comunicazione

Smorzamento

Trattamento terapeutico

Manipolazione

83


Energia eolica e sviluppo locale

Gli approcci vengono distinti prendendo in considerazione i gradini della partecipazione al di sopra

del livello della non-partecipazione, ossia:

• informazione/comunicazione (passiva e/o interattiva): attraverso la presentazione della proposta,

la pubblicizzazione tramite i media e la raccolta delle osservazioni del pubblico; vi è scambio d’informazioni,

ma non partecipazione diretta all’elaborazione progettuale;

• consultazione (raccolta aperta di opinioni/preferenze e ascolto strutturato su alternative definite):

attraverso udienze pubbliche di presentazione e discussione; a questo livello il pubblico, sebbene

informato e ascoltato, ancora non partecipa direttamente all’elaborazione della proposta;

• collaborazione/coinvolgimento attivo (ad esempio, attraverso approcci che mirano a: creare visioni/strategie

comuni, progettare a scala urbana, progettare a scala edilizia, conoscere/valutare,

educare/esplorare): si svolge con commissioni consultive, gruppi di lavoro organizzati; il pubblico

partecipa direttamente all’elaborazione della proposta;

• autoproduzione/autogestione: con organismi delegati, commissioni e gruppi di lavoro; in questo

caso è lo stesso pubblico, con un’assistenza tecnica, che elabora la proposta progettuale.

Ognuno degli approcci, inoltre, si distinguono oltre che per alcuni presupposti concettuali anche per

il modo in cui si affrontano una serie di questioni, quali:

• chi promuove la partecipazione;

• a quale scopo viene promossa;

• come è strutturato il processo di partecipazione (metodo);

• quale è l’ampiezza dell’ambito di partecipazione.

Infine, i diversi approcci possono essere raggruppati in tre famiglie principali, a seconda dei problemi

che essi si propongono di affrontare, distinguendo tra:

• tecniche per l’ascolto, ossia metodi che aiutano a capire come i problemi sono percepiti dagli stakeholders

e dai comuni cittadini. Possono essere impiegati soprattutto nella fase preliminare, quando

si tratta di avviare un processo inclusivo, individuare i possibili interlocutori e capire quali sono i

temi su cui lavorare;

• tecniche per l’interazione costruttiva, ossia metodi che aiutano i partecipanti a interloquire tra

di loro e a produrre conclusioni interessanti. Possono essere impiegati per organizzare e gestire il

processo decisionale inclusivo;

• tecniche per la risoluzione dei conflitti, ossia metodi che aiutano ad affrontare questioni controverse.

Possono essere impiegati quando sorge un conflitto.

7.1 Impatto visivo

Non si può prescindere dal fatto che gli aerogeneratori sono strutture che si evidenziano

nel paesaggio e vanno a relazionarsi e ad interagire con altri elementi territoriali. È pressoché

impossibile nascondere un parco eolico, con torri alte 90 metri, perché per funzionare al meglio

deve essere esposto il più possibile al vento. 71 Le odierne turbine eoliche sono macchine

di grandi dimensioni, questo è dovuto al fatto che esse debbono generare discrete quantità

di energia elettrica da una fonte (il vento) a bassa densità di potenza. La turbina eolica tipo

è una macchina che ha una torre dai 70 ai 90 metri ed un rotore tra i 60 e gli 80 metri di

diametro. Volendo produrre una quantità significativa di energia sarà necessario installare tra

i 10 e i 40 aerogeneratori ed interessare un vasta porzione di territorio. Gli aerogeneratori

con le loro strutture di sostegno, le cabine di trasformazione, le strade che mettono in collegamento

tra loro le torri eoliche e gli apparati di consegna dell’energia prodotta, compresi

71 È proprio la visibilità degli impianti eolici, la loro distribuzione decentrata sul territorio e la loro prossimità alla vita

quotidiana dei cittadini, che differenzia questi impianti da fonte rinnovabile da quelli convenzionali a fonti fossili che hanno

un carattere centralizzato, distante, separato e “sotterraneo”.

84


7. Impatto ambientale e paesaggistico

gli elettrodotti di connessione alla rete, concorrono a determinare l’impatto sul territorio. Le

strade di accesso, ad esempio, possono risultare comode agli agricoltori locali, ma rappresentano

comunque una modifica dei terreni.

Il vero impatto dell’eolico riguarda il progetto “a terra”. Chiaramente l’aspetto visivo è fondamentale

e genera un nuovo orizzonte, però come si struttura il progetto a terra ha a che fare

con l’acqua, con le divisioni catastali, con i campi, con la morfologia, con le frane…. Ho visto

progetti ad elevato impatto: grandi sbancamenti, strade che non hanno nessuna coerenza con

il territorio e così via. Alla fine, quelli sì che sono veramente dei lavori irreversibili, al contrario

delle torri che prima o poi verranno smontate. Anche il fatto di saper lavorare sul territorio è

una cosa che fanno veramente in pochi. Seguire le linee catastali, seguire le proprietà diventa

quasi automatico, però vedo che non c’è molta attenzione sul fatto di sbancare, di rilevare, di

modificare completamente la morfologia, piuttosto che allungare una strada preesistente o fare

un progetto più accurato (Daniela Moderini, architetto del paesaggio).

Noi ci preoccupiamo di un problema ambientale che è quello della perdita della superficie agricola,

del suolo, a cui annettiamo una grande importanza non soltanto sul piano economico, ma

anche su quello ambientale, per quanto riguarda le funzioni che il suolo assolve più in generale.

Nella programmazione energetica noi non abbiamo costruito attraverso un piano, ma sono stati

gli incentivi a guidare gli industriali nell’investimento nel settore. Nel caso di nuovi impianti la

presenza in aree anche fragili sul piano economico determina delle conseguenze che non sono

state soppesate. Noi dobbiamo fare attenzione a quello che è succede, perchè ho visto casi - ad

esempio, a Volterra, nell’Alta Val di Cecina, in aree dove la forestale eleva contravvenzioni ai

nostri agricoltori per il taglio irregolare di fustaie o di vecchi cedui -di sbancamenti che lasciano

perplessi per l’assoluta mancanza di rispetto dei luoghi. C’è qualcosa che non va in questo e

credo che questa sia stata la forza degli incentivi cha ha portato a delle situazioni che abbiamo

anche denunciato. Ora, perché in questo paese, che coltiva una economia della qualità, non si

debba pensare ad inserire in modo tecnologicamente più adeguato le torri, in un contesto economico

diverso da quello dell’Olanda o della Germania. Noi, è vero che prendiamo a riferimento

alcuni paesi, ma questi paesi con noi non spartiscono, almeno per quanto riguarda il sistema

agroalimentare, le stesse caratteristiche di qualità. Nei settori dell’alta tecnologia il nostro paese

molto spesso non è il riferimento, ma nell’alimentare credo che il made in Italy sia un valore

che oggi esprime tante componenti immateriali. Se non toviamo il giusto equilibrio tra bellezza

ed efficienza, alcune parti dei nostri settori economici non riescono a trovare quelle condizioni

per poter poi esprimere i loro asset più profondi. Oggi, ad esempio, il vino ha bisogno di essere

venduto in America in relazione all’idea che si ha di un certo paesaggio. Ma, se quel paesaggio

diventa uguale a quello dell’Olanda o della Germania, non è più qualcosa di unico e irripetibile,

come sono le nostre colline toscane, ad esempio (Stefano Masini, Coldiretti).

Attraverso accorte scelte e tecniche progettuali paesaggistiche che permettono di controllare

il valore della emergenza visiva 72 o della capacità di assorbimento visuale, impiegate

come parametro e criteri di progetto, è possibile mitigare e mantenere basso il disturbo al

paesaggio. Inserire le macchine in modo che la variazione di forma e di altezza non disturbi

la lettura scenica del paesaggio può essere estremamente utile e funzionale. Deve essere per-

72 L’emergenza visiva viene definita (Serecchia, 2008:235) come la variazione locale dell’altezza media degli oggetti visibili,

dal punto di stazione su giro d’orizzonte di 360° compiuto in ciascuna delle direzioni dei 4 settori cardinali e comprendenti

l’impianto in progetto, il tutto mediato con peso individuato sulla base degli sfondi, della illuminazione e delle condizioni

meteorologiche prevalenti. Il punto di stazione è costituito da un punto di osservazione coincidente con un luogo scenicamente,

naturalisticamente o socialmente importante dal punto di vista dell’interesse da salvaguardare. Così come è stata definita,

l’emergenza visiva permette di valutare le modifiche tridimensionali provocate al paesaggio dall’inserimento di una centrale

eolica.

85


Energia eolica e sviluppo locale

seguito il mantenimento del disegno geometrico territoriale originario, cercando di ottenere

continuità tra disposizione delle macchine e territorio. Eseguire installazioni lungo le linee

dei crinali delle colline oppure entro valli è una prassi legata alla necessità di sfruttare siti

con più elevate velocità medie annuali. L’impatto visivo che ne consegue può essere validamente

contenuto mediante il ricorso a diverse tecniche di progettazione del paesaggio e

del territorio (Amadio, 2004; Battistella, 2010; Serrecchia, 2008; Zanchini, 2010a/b, 2004,

2002).

Utilizzando adeguati metodi di inserimento, attraverso corrette procedure di disegno del

paesaggio, infatti, si possono minimizzare gli effetti intrusivi e, in alcuni casi, arrivare addirittura

a una sottolineatura di alcuni elementi paesistici e paesaggisticamente interessanti,

dovuta proprio alla presenza di queste macchine.

Per quanto riguarda la localizzazione dei parchi eolici caratterizzati da un notevole impegno

territoriale, l’inevitabile modificazione della configurazione fisica dei luoghi e della percezione

dei valori ad essa associati, tenuto conto dell’inefficacia di misure volte al mascheramento,

la scelta della localizzazione e la configurazione progettuale, ove possibile, dovrebbero essere

volte, in via prioritaria, al recupero di aree degradate laddove compatibile con la risorsa eolica

e alla creazione di nuovi valori coerenti con il contesto paesaggistico. L’impianto eolico dovrebbe

diventare una caratteristica stessa del paesaggio, contribuendo al riconoscimento delle sue

specificità attraverso un rapporto coerente con il contesto. In questo senso l’impianto eolico

determinerà il progetto di un nuovo paesaggio (Linee guida, 2010:44).

Si possono elaborare progetti che non cerchino di nascondere, di far apparire le cose

come non sono, ma che, al contrario, sappiano interpretare le nuove condizioni e sappiano

esprimerne le potenziali risorse estetiche, paesistiche ed urbanistiche. Questa possibilità è

stata dimostrata sia in Italia che altrove, in aree di rilievo paesaggistico, nelle quali, attuando

specifici criteri di ingegneria naturalistica, di architettura del paesaggio e del territorio,

si sono potuti ottenere risultati veramente brillanti.

… le centrali eoliche sono in grado di costruire nuovi paesaggi con una forte dignità, rappresentativa

dei valori della nostra epoca. … Le centrali eoliche non solo sono in grado di integrarsi

nel paesaggio, ma sono anche in grado di valorizzarlo, rivalutarlo e farsi portatrici di nuovi

contenuti formali, simbolici ed estetici, rappresentativi dei luoghi e del tempo che li ospitano.

Quindi, trattandosi di simboli che uniscono alla produzione la rappresentatività di una società,

è lecito non cercare una progettazione che miri alla semplice mitigazione ma, al contrario, che

dichiari i propri valori attraverso la ricerca formale che trova nell’architettura e nel paesaggismo

le discipline di riferimento (Battistella, 2010:11).

In generale, l’inserimento in linea su singola fila degli aerogeneratori risulta essere il

meno impattante dal punto di vista visivo, con l’accortezza di posizionare le macchine assecondando

le conformazioni topografiche del luogo e seguendo i profili territoriali più evidenti,

ad esempio, le linee dei crinali. 73 Il problema è che, nella stragrande maggioranza dei casi,

le zone migliori per l’inserimento in linea risultano essere le sommità dei crinali.

Nell’eventualità che il crinale domini un centro abitato sottostante, l’inserimento degli

aerogeneratori sulla cima del crinale ha sicuramente un impatto significativo a livello di

73 Esistono sostanzialmente tre forme possibili di configurare una centrale eolica: rettangolare, a gruppi, attraverso allineamenti.

Analisi condotte per mezzo di sondaggi hanno assegnato a quest’ultima la preferenza da parte della maggioranza

degli intervistati. Preso atto delle possibili preferenze da parte delle persone, tale preferenza va interpretata in funzione delle

contingenze morfologiche e anemologiche del luogo.

86


7. Impatto ambientale e paesaggistico

disturbo percepito. Una soluzione pratica comunemente adottata per questa problematica,

è quella di collocare le pale eoliche sui fianchi del crinale in prossimità della cima. Tale

modalità di mitigazione dell’impatto visivo comporta però una riduzione della producibilità

(espressa in ore equivalenti annue) energetica dell’impianto.

Nel caso di una centrale eolica realizzata su plateau, un corretto inserimento nel paesaggio

da un punto di vista strettamente visivo è più facile, perché l’impianto non domina un

intera vallata, bensì risulta inserito all’interno di una piana, generalmente con vegetazione

boschiva o a macchia mediterranea nelle aree attigue agli impianti, che permette di evitare

un impatto visivo troppo accentuato finché non si è in prossimità degli aerogeneratori.

Occorre sottolineare che l’impatto visivo non è sempre proporzionale al numero o all’altezza

delle macchine. Valutare l’emergenza visiva significa misurare la variazione di altezza,

la variazione di forma, la variazione di colore, le diverse condizioni di illuminazione, le condizioni

meteorologiche prevalenti, tenere presente lo sfondo e altre caratteristiche. 74

La centrale, in funzione della densità delle macchine (numero di aerogeneratori rispetto alla

potenza totale installata) e dell’affollamento relativo (numero di aerogeneratori per cluster), a

sua volta, risulta più o meno invasiva rispetto al territorio anche in dipendenza dell’orografia

dello stesso e della tipologia del suo sviluppo planimetrico. Pertanto, la maggiore o minore

visibilità di una centrale e, più in generale degli aerogeneratori che la compongono, è influenzata

innanzitutto dalla posizione assoluta delle macchine e poi dalla loro posizione relativa.

Ovviamente, tutto ciò a prescindere dalle condizioni atmosferiche che influenzano la visibilità

in misura determinante. Ad esempio, un controluce al tramonto o a mezzogiorno forniranno

un effetto diverso in funzione di altri parametri quali la distanza tra osservatore e oggetti

osservati. La presenza di bruma o di caligine o, ancora, di foschia possono esaltare talune macchine

oppure farle sparire sullo sfondo a seconda se, questo, è costituito dal cielo oppure dalle

montagne. In una giornata tersa e soleggiata, magari in inverno, macchine disposte su una

cresta in piena illuminazione, sia diffusa che concentrata possono essere più o meno evidenti in

funzione della distanza, del tipo di torre (traliccio meno visibile, cilindrica un po’ più evidente)

e della maggiore o minore sottolineatura dovuta alla esistenza di altri punti di riferimento nella

vista ed entro l’angolo d’abbraccio. L’affollamento relativo, in quest’ultimo caso, gioca un ruolo

determinante come mostrano molte delle ben note immagini sul Altamont Pass, Tehachapi e

San Gorgonio in California (Gargini e De Pratti, 2008:133).

Alcuni criteri sono comunque ormai prassi consolidata come, ad esempio, la distanza minima

tra le macchine: in genere, di 3-5 diametri sulla stessa fila e di 5-7 diametri sulle file parallele.

Questo perché installare macchine troppo vicine può causare due ordini di problemi:

• si possono determinare interferenze aerodinamiche che portano anche a riduzioni del

50% della producibilità;

• una centrale eolica “affollata”, dovuta all’inserimento di un numero consistente di

aerogeneratori in un’area ridotta, causerebbe un impatto visivo particolarmente rilevante,

creando il cosiddetto “effetto barriera” o “effetto selva”.

74 La normativa di sicurezza aeronautica prevede un disegno a strisce di colore rosso da realizzarsi sull’estremità superiore del

pilone di sostegno dell’aerogeneratore o sulle estremità delle pale. L’introduzione della livrea strisciata, in genere, è limitata alle

macchine eoliche collocate nei punti più alti della centrale eolica. Vengono, inoltre, utilizzati apparati luminosi lampeggianti

collocati al vertice dei piloni di sostegno per la segnalazione notturna. Le colorazioni più idonee alla mitigazione dell’impatto

paesaggistico sono quelle neutre come il bianco o il grigio chiaro, ma anche il verde se lo sfondo è la vegetazione o l’azzurro se

lo sfondo è il cielo, con l’utilizzo di vernici antiriflesso. Per la base dei piloni, al fine di non interrompere la continuità con la

linea di orizzonte, è possibile prevedere una colorazione simile al tipo di terreno su cui poggiano le torri eoliche (diverse tonalità

di verde e/o marrone).

87


Energia eolica e sviluppo locale

L’impatto dovuto all’occupazione territoriale da parte di una centrale eolica (turbine e

opere accessorie) è assai basso, con valori non maggiori del 2-3% dell’area di riferimento.

Quasi sempre l’area circostante mantiene le funzioni precedenti all’installazione, come, ad

esempio il suo utilizzo per il pascolo di animali e per i seminativi. Questo dato di fatto consente,

quindi, di considerare la fonte eolica come quella fonte energetica che occupa meno

terreno rispetto a qualsiasi altra.

7.2 Impatto su flora, fauna e avifauna

Gli impianti eolici possono avere delle possibili interazioni con la flora, la fauna e soprattutto

con l’avifauna, sia quella di tipo stanziale che quella migratoria. Pertanto, la presenza

degli impianti eolici deve necessariamente conciliarsi con la conservazione della biodiversità,

i cui valori sono diffusi nel nostro paese con una concentrazione superiore al resto d’Europa.

75 Molte sono le specie che trovano rifugio stanziale o stagionale proprio nella zona

Appenninica, interessata dallo sviluppo delle installazioni eoliche (La Mantia et alter, 2004).

L’impatto sulla flora è connesso alla realizzazione di elettrodotti, strade di accesso e di

servizio interne alla centrale eolica, ai plinti di fondazione della struttura di sostegno della

turbina elica, alle opere di sbancamento e di cantierizzazione, in generale necessarie alla realizzazione

di questi interventi, possono determinare un calo demografico delle specie floristiche

presenti in sito, causandone nel breve periodo la scomparsa. Un’adeguata progettazione,

a partire da un’attenta fase di cantierizzazione è l’unica risorsa disponibile per mitigare gli

effetti impattanti sulla flora. A valle della chiusura del cantiere, deve essere prevista la ricostruzione

della cotica erbosa nel rispetto del germoplasma locale originario senza far ricorso

a germoplasmi provenienti da realtà ecologiche diverse. Nella fase di smantellamento, a valle

del fine vita dell’impianto, occorre prevedere un tipo di recupero che dovrà necessariamente

tener conto degli ambienti e delle specie presenti localmente.

Per quanto riguarda la fauna, è la fase di cantierizzazione di un impianto eolico quella

che determina un disturbo in termini di riduzione dell’habitat originario per le specie faunistiche

presenti in loco. Questo tipo di impatto può essere comunque mitigato mediante

un’attenta organizzazione del cantiere ed è, comunque, una fase impattante reversibile, annullandosi

alla chiusura del cantiere.

Per quanto riguarda l’avifauna stanziale e migratoria, alla luce delle rilevazioni e degli

studi effettuati, risulta che la frequenza delle collisioni degli uccelli e dei chirotteri con gli

aerogeneratori è estremamente ridotta. 76 Il problema potrebbe divenire reale solo nei casi in

cui il parco eolico si trovi lungo le rotte migratorie e nei pressi delle aree utilizzate dall’avifauna

durante gli spostamenti stagionali. È da specificare che tali zone sono ormai da tempo

ritenute zone di esclusione per le installazioni eoliche, per cui il rischio di interazione con

l’avifauna è per certi versi più teorico che pratico. Ad ogni modo, si parla spesso di corridoi

avifaunistici, di aree di nidificazione o di caccia per i rapaci e di flussi migratori di uccelli

che possono impattare sui rotori. La quota geostrofica su un ambiente a orografia complessa

come quello italiano è di circa 500-600 metri sul piano della campagna e i flussi migratori,

secondo gli zoologi e gli ornitologi, seguono tale quota. Quindi, la distanza dalle turbine eoliche

(anche quelle di tagli maggiore con altezze vicino ai 100 metri) resta sufficientemente

75 A questo proposito, è importante sottolineare l’importante contributo fornito dal WWF Italia con il documento Eolico &

Biodiversità (2009) che contiene delle linee guida rispetto al tema dell’impatto sulla biodiversità da parte degli impianti eolici

industriali. Il documento fornisce indicazioni e prescrizioni affinché la realizzazione di impianti eolici industriali possa essere

subordinata alla corretta e rigorosa valutazione degli impatti sulle componenti della biodiversità presenti a scala locale.

76 Vari studi hanno rilevato che gli uccelli sono in grado di notare le nuove strutture eoliche e di conseguenza imparare ad

aggirarle senza incorrere in una collisione accidentale con la macchina.

88


7. Impatto ambientale e paesaggistico

ampia. Le soluzioni che sembrano concorrere positivamente alla prevenzione degli urti con i

volatili, anche ai fini della individuazione visiva per i sorvoli a bassa quota, sono:

• un opportuno distanziamento tra una turbina e l’altra (per le turbine di grande dimensione

si va da un minimo di 3-5 volte il diametro del rotore tra le file perpendicolari alla

direzione del vento ad un massimo di 5-7 diametri tra quelle poste sulla direzione del vento);

• la creazione di corridoi di passaggio tra un gruppo di turbine e l’altro (da 250 a 800

metri in funzione delle dimensioni delle turbine e delle condizioni topo-morfologiche del

sito, soprattutto in passaggi obbligati (gole, valichi o corridoi) interessati dalle migrazioni

primaverili e autunnali;

• una buona segnalazione della macchine (con colori per il giorno, con luci per la notte,

quando pare sia maggiore il pericolo di collisioni)

• l’emissione di segnalazioni acustiche nel campo degli ultrasuoni disturbanti, nello specifico,

l’avifauna ed altri animali in genere.

Resta tuttavia una certa carenza di studi di settore condotti sul territorio italiano e

nella più vasta gamma di situazioni possibili. In effetti, ogni porzione di territorio è caratterizzata

da aspetti assolutamente particolari che devono essere analizzati direttamente sul

luogo, caso per caso (anche in relazione a fattori quali il numero delle turbine installate o da

installare, la posizione, la concentrazione, etc.), con strumenti idonei e con le conoscenze

specifiche del settore.

7.3 Impatto acustico ed elettromagnetico

Per quanto riguarda il rumore prodotto dalle turbine eoliche, si può affermare che i costanti

progressi tecnologici che hanno visto una grande evoluzione sia nei singoli componenti

sia nel loro assemblaggio, nonché l’insonorizzazione della navicella contenente alcuni degli

elementi fonte di rumore, fanno sì che oggi l’impatto acustico sia tollerabile. 77 Pertanto, a

distanza di 200 metri, il rumore prodotto dalla turbina (di 40-50 dB) è sostanzialmente poco

distinguibile dal rumore di fondo di una zona ventosa. Comunque, la rotazione delle pale di

una turbina eolica crea un’alterazione del campo del flusso atmosferico, generando regioni

di scie e di turbolenza connesse con variazioni locali della velocità e della pressione statica

dell’aria. Viene così a crearsi un campo sonoro libero, che si sovrappone a quello preesistente

a causa del flusso atmosferico e della sua interferenza con le strutture naturali dell’ambiente,

quali la vegetazione e l’orografia del territorio.

Le moderne tecnologie hanno consentito notevoli progressi nella riduzione del rumore

emesso dagli aerogeneratori e molte turbine consentono di regolare il livello di emissione

acustica intervenendo sulla velocità di rotazione della macchina. 78 Questo permette di ridurre

i giri del rotore quando il vento è più debole e consente velocità lineari delle estremità delle

pale più contenute, a tutto vantaggio dell’abbattimento del rumore.

In generale, la riduzione dei livelli di emissione acustica comporta una riduzione delle

caratteristiche prestazionali dell’aerogeneratore con conseguente minore produzione di

energia. È dunque fondamentale una corretta analisi previsionale dell’impatto acustico, oltre

77 Per quanto riguarda l’impatto acustico, la normativa italiana di riferimento è rappresentata dal DPCM 14 novembre 1997,

Determinazione dei valori limite delle sorgenti sonore, che riunisce integrandoli, il DPCM 1 marzo 1991 e la Legge quadro

447/95.

78 Esistono macchine a velocità fissa e macchine a velocità variabile. La prima conformazione è rappresentata da macchine

che raggiungono le condizioni ottimali di rendimento solo a determinate condizioni. Le macchine a velocità variabile, invece,

sono in grado di adattarsi a diverse condizioni del vento, in quanto il rotore può funzionare ad altri valori di efficienza per

un ampio intervallo di velocità del vento, con effetti positivi anche sulla rumorosità dovuti al fatto che è possibile regolare la

velocità di rotazione del rotore, abbattendo il rumore in condizioni di bassa ventosità.

89


Energia eolica e sviluppo locale

che per la verifica dei limiti di legge, anche al fine di determinare il corretto settaggio della

macchina (miglioramento della linea d’assi), così da provvedere ad un corretto inserimento

ambientale nel rispetto dei ricettori sensibili e, contemporaneamente, non penalizzare eccessivamente

le performance dell’impianto.

D’altra parte, il fatto che la maggior parte dei siti siano localizzati in aree agricole con

scarsa densità abitativa consente di affermare la scarsa rilevanza del disturbo alla quiete

pubblica causato dagli aerogeneratori in funzione.

Le interferenze elettromagnetiche a bassa frequenza (frequenza industriale 50 Hz) sono

di rilevanza ridotta, riguardano essenzialmente l’interferenza con onde radio e sono determinate

dalla componentistica elettrica delle turbine eoliche e, comunque, gli effetti risultano

di gran lunga inferiori rispetto a quelli dovuti alle installazioni di antenne radiotelevisive e

telefoniche o a quelli provocati dagli elettrodotti. 79 Si tratta, comunque, di valori sempre al

di sotto della normativa vigente. Le turbine sono comunque schermate per limitare l’inquinamento

elettromagnetico. Ad impatto zero sono i sistemi micro-minieolici.

7.4 Criteri per una corretta progettazione delle centrali eoliche

Per arrivare ad una corretta ed efficace progettazione delle centrali eoliche è necessario

un approccio interdisciplinare. Da un approccio che finora ha spesso visto la progettazione

delle centrale eoliche orientata quasi esclusivamente da priorità tecnico-ingegneristiche, occorre

volgere l’attenzione anche ad aspetti, linguaggi, strumenti e modi di lettura del territorio

di carattere urbanistico, architettonico, paesaggistico e sociale.

Il vento occorre imbrigliarlo, domarlo, incanalarlo: noi ingegneri sappiamo bene come farlo,

conosciamo la fisica e la tecnica; ma spuntano torri, cabine di controllo, strade nuove, strutture

di supporto che prima non esistevano, quasi sempre in luoghi belli e incontaminati. Una gara

rivolta anche agli architetti ci ha dato la possibilità di sviluppare quel lato della progettazione

più sensibile all’inserimento armonico delle strutture nel paesaggio. Paesaggi del vento, appunto:

l’equilibrio tra ambiente, panorama, utilizzo della risorsa energetica e tecnologia avanzata

finalmente raggiunto. … La gara di idee ha indicato la via per una nuova metodologia di lavoro,

evidenziando il grande potenziale di ricerca ancora inesplorato e di conseguenza gli ampi spazi

di crescita del settore, non solo eolico (Pietrogrande in Zanchini, 2002:8). 80

Ferma restando l’adesione alle recenti Linee guida nazionali e regionali e alle norme

vigenti in materia di tutela paesaggistica e ambientale e alle distanze e fasce di rispetto,

per una corretta progettazione delle centrali eoliche, sulla base delle buone pratiche ricavate

79 L’effetto sulle telecomunicazioni in termini di interferenze prodotte dal sistema di aerogeneratori non è classificabile

come un impatto paesaggistico-ambientale, ma piuttosto come un impatto di tipo operativo-funzionale. La torre eolica, come

qualsiasi ostacolo, può influenzare le caratteristiche di propagazione delle telecomunicazioni in termini di forma e di qualità del

segnale, generando una perdita o alterazione dell’informazione trasportata dal segnale steso. Si può porre rimedio a questo tipo

di inconveniente distanziando opportunamente tra loro le torri eoliche. Infine, è da sottolineare come gli accorgimenti imposti

dal Protocollo di intesa Anev-Legambiente-WWF-Greenpeace siano una garanzia per quanto riguarda il controllo e l’eliminazione

di questo tipo di interferenza. Nello specifico è richiesto il totale interramento dei cavidotti interni al parco e di collegamento

dello stesso alla rete di trasmissione nazionale.

80 Prefazione di Paolo Pietrogrande, all’epoca amministratore delegato di ENEL Green Power, al volume curato da Zanchini

(2002) di presentazione dei progetti presentati per il bando di concorso di idee Paesaggi del vento, indetto da Erga (Gruppo

ENEL) e Legambiente, uno strumento operativo fino ad allora mai usato per le centrali eoliche, con l’esplicito obiettivo di

“coinvolgere il mondo dell’architettura per affrontare una delle sfide più difficili e affascinanti data la qualità del paesaggio italiano.

L’inserimento di infrastrutture sul territorio per la produzione di Energia da Fonti Rinnovabili rappresenta infatti una della

priorità strategiche per ridefinire un corretto rapporto dell’uomo con l’ambiente e uno sviluppo equilibrato del territorio” (Zanchini,

2002:23). Si veda anche Pietrogrande, 2003.

90


7. Impatto ambientale e paesaggistico

dalle esperienze fatte in questi anni e della letteratura specialistica, 81 occorre prestare attenzione

ai seguenti aspetti:

• le caratteristiche orografiche, geo-morfologiche storici, culturali e simbolici del sito, con

particolare riguardo ai sistemi che compongono il paesaggio (acqua, vegetazione, uso del

suolo, viabilità carrabile e percorsi pedonali, conformazione del terreno, colori);

• la disposizione degli aerogeneratori sul territorio, lo studio della loro percezione e

dell’impatto visivo rispetto a punti di vista prioritari (insediamenti concentrati o isolati), a

visioni in movimento (strade e ferrovie);

• i caratteri delle strutture, le torri, con indicazioni riguardanti materiali, colori, forma,

etc. e con particolare attenzione alla manutenzione ed alla curabilità;

• la qualità del paesaggio, i caratteri del territorio e le trasformazioni proposte (interventi

di rimodellazione dei terreni, di ingegneria naturalistica, di inserimento delle nuove strade

e strutture secondarie, etc.), la gestione delle aree e degli impianti, i collegamenti tra le

strutture;

• le forme e i sistemi di valorizzazione e fruizione pubblica delle aree e dei beni paesaggistici

(accessibilità, percorsi e aree di fruizione, servizi, etc.). Uno degli aspetti che può contribuire

all’inserimento dell’intervento nel territorio riguarda il passaggio da una percezione

odierna di un paesaggio sostanzialmente integro, ma inaccessibile, ad una nuova immagine

del territorio con le nuove strutture eoliche integrate nel paesaggio;

• le indicazioni per l’uso del materiali meno invasivi possibile o innovativi (ad esempio,

ghiaia stabilizzata, resine colorate, cemento ecologico) nella realizzazione dei diversi interventi

previsti dal progetto (percorsi, aree funzionali, strutture), degli impianti arborei e

vegetazionali (con indicazione delle specie autoctone previste), eventuali illuminazioni delle

aree e delle strutture per la loro valorizzazione nel paesaggio.

Il progetto, come una nuova traccia calligrafica scaturisce dall’incrocio di numerose componenti

geomorfologiche, anemometriche, vincolistiche e proprietarie, ed una profonda lettura della

spazialità del sito, interpretato e decodificato nella sua essenza nell’intento di sottolineare la

singolarità. Il layout deve aspirare ad essere la migliore combinazione tra ottimizzazione produttiva

ed una combinazione tra ottimizzazione produttiva ed una composizione paesaggistica

che ricerchi costantemente una nuova proporzione tra il luogo e la nuova infrastruttura, una

relazione tra i vecchi e nuovi segni. Consapevoli della profonda (anche se temporanea) trasformazione

spaziale che un parco eolico apporta. Il forte vento, le caratteristiche geomorfologiche

e le evidenti tracce del paesaggio storico e agricolo, suggeriscono in forma paradigmatica

i temi per strutturare un impianto eolico di contemporanea concezione. La conformazione

morfologica, la struttura particellare del terreno, i colori, i sentieri e le strade, la vegetazione,

possono suggerire le modalità per realizzare le infrastrutture servizio dell’impianto. La ricerca

dei giusti rapporti ed equilibri tra il nuovo sistema di segni costituito dall’impianto eolico ed

i valori storici, culturali e paesaggistici di un luogo, diventa quindi tema prioritario all’interno

della questione progettuale legata agli impianti eolici ed è determinante nella costruzione di un

nuovo paesaggio. Il progetto va allora considerato come uno strumento fondamentale che può

indagare con grande attenzione le reali implicazioni e i rapporti complessi che possono intercorrere

tra un’infrastruttura di produzione energetica da fonte eolica e il territorio che l’accoglie;

81 Si vedano anche i protocolli tra le associazioni ambientaliste Legambiente, WWF e Greenpeace e l’ANEV che hanno fissato

dei criteri per la progettazione e un corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio e puntato ad allargare l’informazione

nei territori sull’eolico. Attraverso questi protocolli sono state fissate le analisi e le attenzioni che i progetti devono sviluppare,

in modo da rendere chiari gli effetti degli impianti sul paesaggio, valutarli e limitarli, ma anche gli ambiti dove non realizzare

parchi eolici; individuando una delle chiavi proprio nella ricerca sulla percezione, sulla disposizione nel paesaggio, sulle soluzioni

cromatiche.

91


Energia eolica e sviluppo locale

quello che necessita è dare spazio ad una progettazione attenta a sensibile, l’unica condizione

che può garantire la compatibilità paesaggistica degli impianti e determinare elementi di valore

aggiunto anche in termini esattici e di promozione e valorizzazione dei luoghi. Attraverso una

progettazione capace di controllare contemporaneamente più scale, adottando precisi allineamenti

e dispositivi compositivi si introducono nuove forme di relazione tra luoghi distanti tra

loro. Sono aspetti che attengono alle tecniche proprie dell’architettura del paesaggio e alla sua

specificità disciplinare basata sulla ricerca di nuove qualità nel dialogo tra il nuovo e l’esistente,

e il parco eolico può essere intesa come struttura di riferimento a scala territoriale che, data la

posizione dominante rispetto all’intorno, può trasformarsi in un prezioso dispositivo segnaletico

e di conoscenza. Sotto questa ottica, assume un significato diverso anche il tema dell’impatto

visivo (Moderini, 2010:10-11).

Con riferimento agli obiettivi e ai criteri di valutazione individuati, i criteri di base che

dovrebbero essere utilizzati nella scelta delle diverse soluzioni progettuali e realizzative, al fine

di migliorare l’inserimento dell’infrastruttura nel territorio, senza tuttavia trascurare i criteri di

rendimento energetico determinati dalle migliori condizioni anemometriche, sono i seguenti:

• rispetto dell’orografia del terreno (limitazione delle opere di scavo/riporto);

• massimo riutilizzo della viabilità esistente e realizzazione della nuova viabilità rispettando

l’orografia del terreno e secondo la tipologia esistente in zona o attraverso modalità

di realizzazione che tengono conto delle caratteristiche percettive generali del sito;

• impiego di materiali che favoriscano l’integrazione con il paesaggio dell’area per tutti

gli interventi che riguardino manufatti (strade, cabine, muri di contenimento, etc.) e sistemi

vegetazionali;

• attenzione alle condizioni determinate dai cantieri e ripristino della situazione ex ante

con particolare riguardo alla reversibilità e rinaturalizzazione delle aree occupate temporaneamente

da camion e autogrù nella fase di montaggio degli aerogeneratori.

Le attenzioni progettuali previste dal Protocollo d’intesa Anev-Legambiente-WWF-

Greenpeace

Nella realizzazione di nuovi impianti da parte degli associati Anev è stato preso l’impegno di seguire

delle attenzioni progettuali che possono garantire delle attenzioni progettuali che possano garantire

un controllo degli impatti su territorio, ambiente e paesaggio.

A. Per minimizzare l’impatto sul territorio e sull’ambiente:

L’obiettivo è di controllare e minimizzare attraverso il progetto gli impatti, di far tornare alle attività

preesistenti il territorio non occupato dalle macchine, e eventualmente di verificare le forme di fruizione

delle aree inserite in contesti panoramici.

Attenzioni progettuali:

• Minimizzazione delle modifiche dell’habitat in fase di cantiere e di esercizio, e ripristino della

eventuale flora eliminata nel corso dei lavori di costruzione e restituzione alla destinazione originaria

delle aree di cantiere.

• Attenzione alla stabilità dei pendii evitando pendenze in cui si possono innescare fenomeni di

erosione.

• Utilizzo dei percorsi di accesso presenti se tecnicamente possibile ed adeguamento dei nuovi

eventualmente necessari alle tipologie esistenti se pienamente integrate nel paesaggio.

92


7. Impatto ambientale e paesaggistico

Aree dove escludere la realizzazione di impianti

• Aree di nidificazione di rapaci o uccelli che utilizzano pareti rocciose e a grotte utilizzate da

popolazioni di chirotteri.

• Aree corridoio per l’avifauna migratoria interessate da flussi costanti nei periodi primaverili e

autunnali.

• Aree con presenza di alberi ad alto fusto.

• Zone A di parchi regionali e nazionali.

• Aree archeologiche.

• Ambiti con insediamenti posti ad una distanza inferiore ai 300 metri dagli impianti.

B. Per minimizzare l’impatto visivo e paesaggistico

Obiettivo è di tenere conto nel progetto dell’impatto prodotto dall’impianto, limitando l’interferenza

sul contesto e intervenendo in forma consapevole nel modificare una porzione del paesaggio, per

quanto possibile arricchendola di un nuovo elemento culturale antropico.

Attenzioni progettuali

• Limitare l’interferenza visiva degli impianti considerando i punti di vista prioritari della porzione

di territorio da cui l’impianto è chiaramente visibile.

• Limitare e impedire l’alterazione del valore panoramico del sito oggetto dell’installazione ossia del

quadro dei centri abitati e delle principali emergenze storiche, architettoniche, naturalistiche e dei

punti di vista panoramici da cui l’impianto è chiaramente visibile.

• Riduzione degli effetti visivi negativi dovuti all’addensamento di impianti dai punti di vista più

sensibili, in particolare dai limitrofi centri abitati.

• Utilizzo di torri tubolari o eventualmente a traliccio, per questi ultimi deve essere dimostrato,

attraverso un apposito studio, la migliore compatibilità paesaggistica rispetto al paesaggio oggetto

di intervento.

• Utilizzo di soluzioni cromatiche neutre e di vernici antiriflettenti.

• Interramento dei cavidotti a media e bassa tensione, propri dell’impianto e di collegamento alla

rete elettrica.

A tutto questo vanno aggiunte alcune considerazioni più generali legate alla natura

stessa del fenomeno ventoso e alla conseguente caratterizzazione dei siti idonei per lo sfruttamento

di energia eolica. Tali considerazioni costituiscono la base per una ricerca delle più

avanzate modalità di approccio al tema complesso del rapporto tra infrastruttura e paesaggio,

intendendo quest’ultimo come spazio complesso di relazioni.

Tema prioritario per la progettazione di impianti eolici è la ricerca dei giusti rapporti ed equilibri

tra approcci apparentemente antitetici, quali lo sfruttamento di una forma di energia pulita

ed inesauribile e una relazione con il territorio improntata all’innovazione e ai valori storici,

culturali e paesaggistici. Il tema dell’inserimento paesaggistico degli impianti eolici e pertanto

fatto assai più complesso e radicale del semplice impatto visivo, poiché coinvolge la struttura

sociale dei territori, interviene all’interno di un sistema di segni e trasformazioni, anche fisiche,

che vanno oltre al stessa vita stimata di un impianto. In tale senso il termine paesaggio va

espresso nella più ampia accezione possibile, intendendo per esso la stratificazione di tracce,

forme, strutture sociali e testimonianze di passati più o meno prossimi che ne hanno determinato

l’attuale configurazione, e le cui tracce possono risultare elementi guida e per ulteriori

trasformazioni. Questo, infatti, è il punto di partenza per affrontare la progettazione di tali

93


Energia eolica e sviluppo locale

infrastrutture nel territorio, pensandole come capaci di inserirsi all’interno del significato specifico

dei luoghi (Moderini, 2010:10).

Scientificamente il vento, come spostamento prevalentemente orizzontale delle masse

d’aria tra zone di differente pressione, caratterizza luoghi connotati dall’evidenza dei fenomeni

ad esso associati. Il vento erode e disegna i profili e i rilievi, alimenta percezioni visive

legate al movimento (dell’acqua, della vegetazione, delle nuvole), genera e propaga i suoni

(assumendo un ruolo fondamentale nella costruzione del paesaggio sonoro).

Per lo stesso motivo, come tutti i fenomeni naturali che producono effetti facilmente

percepibili, ha sviluppato nel tempo una grande carica simbolica. I luoghi ventosi idonei per

l’utilizzo dell’energia eolica presentano aspetti geografici simili: situati su crinali che quasi

sempre coincidono con i confini amministrativi o su pianori in leggero declivio, si distinguono

per analoghe caratteristiche geomorfologiche e vegetazionali. La direzione e l’intensità del

vento e le curve della “vena fluida” della massa d’aria che definisce lo spazio vuoto ricco di

energia disegnano una mappa che si intreccia con quella geografica e topografica, che evoca

nelle sue tracce il racconto di un paesaggio, stratificazione di eventi naturali e artificiali,

di storia dell’uomo, di miti, di leggende. È possibile allora strutturare un impianto eolico

riappropriandosi di un concetto più vasto di energia associata al vento, utilizzando le tracce

topografiche, gli antichi percorsi, esaltando gli elementi paesaggistici, facendo emergere gli

aspetti simbolici e i culti arcaici, giocando con il movimento e l’intensità delle correnti d’aria,

con la vegetazione, con i suoni, modulando le caratteristiche percettive (visive e sonore)

prodotte dagli stessi aerogeneratori.

Questi straordinari oggetti tecnologici in movimento e dall’accurato design, possono far parte

a pieno titolo dell’estetica del “paesaggio del vento”; la loro valenza segnaletica può essere

utilizzata come un formidabile strumento di riconoscibilità dei luoghi (Moderini, 2010:10).

L’asse tecnologico e infrastrutturale dell’impianto eolico, ubicato nei punti con migliori

condizioni anemometriche e geotecniche, incrociandosi con le altre trame, diventa occasione

per far emergere e sottolineare le caratteristiche peculiari di un sito. Dare un nuovo senso

all’infrastruttura tecnica può calamitare nuove attenzioni sui territori facenti parte del bacino

eolico: un nuovo paesaggio, il paesaggio del vento e nuovi itinerari, le strade del vento, si

incrociano con quelli archeologici, monumentali, storici, naturalistici, enogastronomici già

da tempo consolidati.

Quello che l’esperienza di questi anni ha mostrato è che nelle storie di successo i progetti eolici

hanno avuto una chiave di attenzione locale, che ha permesso di innescare processi virtuosi,

attenti a inserirsi rispetto ai crateri del paesaggio e a mantenere gli usi presenti nelle aree, ma

anche a riportare servizi, attività e lavoro in molte realtà interne (Zanchini, 2010a:6).

94


8. Ricadute territoriali

e buone pratiche

8.1 Piccole e grandi royalties

L’interesse sviluppatosi attorno agli investimenti nei grandi impianti eolici industriali

pone il problema di quali siano le ricadute sulle comunità locali che vivono nei territori dove

si collocano gli impianti. Sentendo propria la “risorsa vento”, come un bene comune del territorio,

appare più che legittima l’attesa delle popolazioni locali che iniziative a carattere

economico apportino vantaggi tangibili là dove la risorsa viene sfruttata. Se l’ostilità delle

popolazioni locali alla localizzazione di parchi eolici nel loro territorio sta cominciando a

condizionare lo sviluppo di questa energia da fonte rinnovabile, spesso questa ostilità non è

motivata soltanto sulla base di percezioni e valutazioni negative in termini di un temuto impatto

paesaggistico e/o ambientale, ma anche (e soprattutto) sulla convinzione che il valore

aggiunto della produzione degli impianti realizzati con i benefici dell’incentivazione pubblica

esce quasi totalmente dal circuito locale di produzione e di distribuzione della ricchezza.

Assai diffusa, infatti, è la percezione che ci siano “tanti interessi che passano sopra le teste

degli amministratori locali e dei cittadini” e che alla fine “chi fa gli affari sono solo i gestori dei

parchi eolici e le banche che li finanziano”.

Da un punto di vista dell’analisi territoriale, si possono riconoscere tre diversi atteggiamenti

in relazione al tema della valutazione delle ricadute degli impianti eolici sulle comunità

locali:

• di resistenza difensiva al cambiamento, che si esprime in quelle aree dell’”osso” appenninico

meridionale che subiscono, più che vivere in maniera attiva e da protagoniste, i processi

di modernizzazione dell’economia e della società: luoghi oggi interessati da processi di

invecchiamento, spopolamento, perdita di identità, ed al contempo dalla presenza di nuova

residenzialità immigrata di origine straniera che pone sotto minaccia la tenuta della comunità

locale. Sono i luoghi dove è prevalente il “rancore” verso chi e verso ciò che determina

discontinuità e innovazione;

• di apertura, come risultato del processo di interconnessione di queste aree con i centri

capoluogo e/o di fondovalle, le aree distrettuali, le nuovi cattedrali del consumo costituite

da centri commerciali, outlet, centri residenziali, cinema multisala, stazioni di servizio, etc.

Qui, meglio che altrove, si evidenzia una capacità di comprendere le potenzialità economiche,

culturali, socio-professionali ed imprenditoriali che possono scaturire a livello locale

dalla realizzazioni di impianti eolici. Di fatto, vi è una maggiore consapevolezza della questione

energetica;

95


Energia eolica e sviluppo locale

• di sospensione, sono le aree che necessitano, a differenza delle prime due, di un intenso

e specifico progetto di accompagnamento delle comunità locali. Sono quei luoghi che meglio

di altri, hanno avuto la capacità di mettere a valore la propria distintività in termini di turismo

ambientale, di ricerca di eccellenze gastronomiche ed agroalimentari, di specificità territoriali

e che di conseguenza possono mettere meglio a valore anche una distintività legata

ai temi delle energie rinnovabili, della qualità ambientale e del green marketing nella promozione

del territorio e dei suoi prodotti/servizi, come leva per sfruttare nuove opportunità di

crescita e per rinforzare la posizione competitiva del tessuto imprenditoriale territoriale.

Il settore eolico si è andato costruendo nel tempo, anche con accelerazioni e contraddizioni

locali, per cui ci sono tanti impianti realizzati senza alcun confronto con il territorio

e ce ne sono molti altri in cui invece gli imprenditori hanno avuto qualche attenzione, ma

il tutto è avvenuto in modo assolutamente casuale, non essendoci stata mai una regola o

premialità rispetto al ruolo di interlocuzione con il territorio.

Siccome la materia dell’energia non è molto diffusa e penetrata nel contesto sociale – perché,

altrimenti, non avremmo conosciuto in questo paese il CIP6 in componente A3 – credo che sia

importante che un progetto di sviluppo energetico, anche per il comune più piccolo, sia esposto

e sia resa edotta la comunità di cosa si vuol fare. Da questo punto di vista, nella mia esperienza

di lavoro negli ultimi 3-4 anni, non mi sono mai trovato nella condizione di trovare delle “best

practices” da citare come elemento di avvio di un progetto di sviluppo sul territorio adeguato

e credibile (Stefano Masini, Coldiretti).

Tutto è dipeso dalle capacità dei territori. Ci sono stati alcuni Comuni che hanno cercato

di costruire un percorso, obbligando le aziende a lasciare qualcosa nel territorio anche in

termini di investimenti in rapporto alla redditività dell’impianto realizzato. Altri che invece

hanno pensato solo a fare cassa.

In questi anni, le principali ricadute in termini di benefici per i territori locali sono state

le seguenti:

• il ricorso, non sempre garantito, a imprese e a manodopera locale per la realizzazione

delle parti più convenzionali dell’impianto (tipicamente le opere civili: movimento terra,

scavi e sbancamenti, realizzazione di strade, fondazioni e piazzole, etc.), per la manutenzione

ordinaria e la sorveglianza; 82

• qualche realizzazione infrastrutturale, generalmente legata al miglioramento della viabilità;

82 Generalmente la manutenzione degli aerogeneratori è di competenza dell’impresa costruttrice. “Chi compra le turbine REpower,

firma con noi due contratti. Il primo per la fornitura e l’installazione delle macchine, l’altro per l’assistenza e la manutenzione

che ha una durata variabile tra gli 8-10-12 anni. Adesso, ci chiedono anche 15 anni di manutenzione. Noi ci prendiamo in carico il

parco eolico, lo gestiamo in maniera completa, diamo delle garanzie di disponibilità, garantendo che il parco eolico sarà disponibile

a produrre per il 97% del tempo. Abbiamo del personale dedicato e abbiamo una squadra di due persone ogni 20 turbine più il

personale indiretto. Quindi, facciamo tre persone ogni 20 turbine. Il nostro personale deve avere tre caratteristiche: deve capire l’inglese,

capire di elettrotecnica ed essere piuttosto giovane e fisicamente a posto per salire dentro il “fusto”. In REpower siamo in 55

persone, di cui 30 fanno lavori di global service. Diamo la precedenza al personale locale che però è difficilissimo da trovare perché

si tratta di trovare del personale disponibile a mettersi la tuta, a fare l’operaio ed avere delle competenze tecniche e linguistiche

che in genere ti portano ad avere altre ambizioni. Abbiamo un rapporto costante con due società di ricerca del personale, quando ci

trovano le persone le prendiamo, le formiamo, anche se non ne abbiamo bisogno subito le prendiamo lo stesso. Facciamo un anno

di formazione e appena assunti vanno in Germania. Qualcuno viene assunto, qualcuno viene con contratti tramite ManPower, però

non prolunghiamo il contratto oltre un anno. Dopo un anno entrano in REpower. Entrano, fanno un periodo in Germania, fanno

prima un introduction week, che qui dentro abbiamo fatto tutti, dove spiegano le “basi” del vento. Da che cos’è un anemometro,

fino al mercato del vento. Poi. dopo escono con le squadre tedesche, fanno un periodo di training presso i nostri principali fornitori.

Alternano un po’ di presenza a Foggia e nell’area dove poi dovranno lavorare e dopo un anno sono considerati “maturi”, i più bravi

diventano già caposquadra. L’altra caratteristica di questi lavoratori e che devono avere la disponibilità a rimanere fuori casa, questo

soprattutto il primo anno. È un mestiere difficile perché bisogna garantire la reperibilità visto che anche il sabato e la domenica ci

sono delle squadre pronte ad intervenire” (Carlo Schiapparelli, REpower).

96


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

• i fitti dei terreni interessati dalle installazioni (anche se sovente il soggetto realizzatore

acquista, perché altrimenti non riesce a concludere le operazioni di project leasing o di

project financing);

• qualche forma di partecipazione marginale da parte degli enti locali ai ricavi prodotti

(con variazioni dall’1,5% al 5%). 83

Sull’eolico c’è un certo ritorno e si può promettere una certa ricaduta sul territorio, perché

l’ENEL pensa sempre alle compensazioni ambientali in senso lato, come ricaduta occupazionale,

industriale, economica dell’indotto diretto e indiretto. Spesso nell’eolico quello che ci chiedono

i Comuni è una ricaduta in termini di compensazione ambientale con la realizzazione di un

impianto fotovoltaico sopra il tetto della scuola o sull’edificio del comune per pagare le utenze.

Questo noi lo facciamo e già questo è un segno di integrazione. Poi, ovvio, se possiamo permetterci

di fare anche un altro impianto può essere possibile fare anche una strada o altro. Se

possiamo fare 2-3 impianti su un Comune, a quel Comune possiamo promettere molto di più

e possiamo veramente risollevare in maniera sensibile lo stato economico di un Comune. Se si

riesce magari a fare un impianto da 20 MW di eolico e due impianti da 10 MW da fotovoltaico,

magari in quel comune si può aprire una sede dell’ENEL. Le rinnovabili sono tecnologie anche

complementari. Eolico e solare sono entrambe fonti non programmabili, ma dissociate: il solare

funziona solo di giorno e, quindi, va bene per sopperire la produzione elettrica di giorno, l’eolico

quando c’è vento. Potrebbe esserci vento e sole di giorno, ma anche vento di notte. Per cui, se

lì mettiamo solo l’impianto fotovoltaico sappiamo che d’inverno lavora tot ore, d’estate altre

e comunque nella curva di massimo impiego. Se a questo ci associamo un impianto eolico,

potremmo sopperire alla necessità di energia anche la notte. Le due cose fanno sì che essendo

due fenomeni statisticamente indipendenti – perché sole e vento non sono strettamente correlati

– potremmo sopperire meglio alle necessità energetiche. La stessa cosa con l’idroelettrico.

Se tutte queste fonti sono singolarmente difficilmente programmabili, questo non vuol dire che

il mix delle 3 non sia più facilmente programmabile, perché quando non c’è una, c’è l’altra e

facendo i controlli alla rete possiamo, con un mix energetico, garantire maggiore erogazione di

energia alla comunità. Noi abbiamo tutto l’interesse a tenere un rapporto diretto con i piccoli

Comuni che sono quelli più favorevoli. Sono quelli in cui gli impianti “danno meno fastidio”,

perché essendoci una densità demografica più bassa, l’impatto sulle persone è minore e dove

la ricaduta occupazionale ed economica è sentita come un valore aggiunto addizionale. Quindi,

questa è una strada che perseguiamo, perché è una sinergia economica, anche dal punto di

vista di esercizio ed è anche più facile da gestire dal punto di vista istituzionale. E ci dà anche

più soddisfazione, perché andiamo in un posto dove siamo più apprezzati (Ivano Bruni, Enel

Green Power).

Dal punto di vista dell’impatto economico, un impianto eolico è in grado di offrire alle

casse dei Comuni, spesso piccoli e con bilanci esigui, un gettito annuo di alcune centinaia

di migliaia di euro (utile sulla produzione, corrispettivo di potenza, canoni di affitto terreni).

Oggi, i comuni dell’eolico in Italia sono 374 e nei casi più virtuosi questo introito viene

generalmente utilizzato per interventi di compensazione ambientale, di miglioramento della

qualità dei servizi, per realizzare infrastrutture ambientali: in questo modo può divenire evi-

83 Tra l’altro le Linee guida previste dal D.lgs. 387/03 ed emanate solo di recente di fatto vietano qualsiasi forma di royalties

e misura compensativa in denaro. Oggi, nel distretto eolico del Fortore (province di Foggia, Benevento e Avellino) ci

sono comuni come Roseto Valfortore (1.205 abitanti) che con 6 parchi eolici – 60 aerogeneratori per una potenza complessiva

installata di 76,9 MW – incassa 350 mila euro di royalty, con un bilancio comunale di 1.670 mila euro; Rocchetta S. Antonio (2

mila abitanti), 4 parchi eolici (43 aerogeneratori per 90 MW) e royalties di 800.000-1.000.000 euro, con un bilancio comunale

di 2.100.000-2.300.000 euro; Monteverde (903 abitanti), 1 parco eolico (9 aerogeneratori, 6 MW) e una royalty di 12 mila euro,

con un bilancio comunale di 450 mila euro.

97


Energia eolica e sviluppo locale

dente ai cittadini l’impatto positivo degli impianti eolici anche a livello locale. 84 Può risultare

chiaro come l’opzione eolica possa essere una scelta non solo responsabile per la salvaguardia

del pianeta, ma anche per lo sviluppo sostenibile locale.

Nel bene, conosco dei sindaci interessati all’eolico e alle energie rinnovabili, perché in alcune

aree interne l’energia viene vista come uno degli ultimi vagoni per lo sviluppo territoriale.

Sindaci in buona fede, in questo caso, pensano che questa sia un occasione utile per il loro

comune. Vedo che questa parte che recitano è legata proprio all’inserimento in un’economia

nuova, moderna (Stefano Masini, Coldiretti).

Nel comune di Stella il parco eolico è accettato, è proprio parte della comunità e le persone

sono contente. Poi, la bravura del sindaco di Stella è quella di sfruttare i proventi per opere intelligenti

ed interessanti. A Stella c’è lo scuolabus gratuito, ad esempio. Inoltre, si è avviato un

meccanismo virtuoso perché gli abitanti hanno iniziato a fare degli impianti di mini eolico. Ci

avevano chiesto cosa fare e avevamo organizzato un convegno per spiegare la tecnologia mini

eolica anche coinvolgendo l’APER. Il Comune si è fatto garante presso le banche delle iniziative

dei singoli e l’agriturismo che c’è sotto il nostro impianto ha messo il mini eolico.

A Santa Luce in Provincia di Pisa, c’è un nostro progetto non ancora realizzato, però approvato

dalla Regione. Qui, il sindaco è molto attivo, sta facendo delle politiche integrate per portare

avanti su più fronti il tema delle rinnovabili. Sta sponsorizzando la produzione locale di biodisel

per alimentare i trattori e le macchine comunali, sta portando avanti un discorso con le cooperative

locali per produrre biomassa “a km. 0” con gli scarti dei residui agricoli per alimentare

un piccola centrale locale, ha istallato i pannelli fotovoltaici sul tetto della scuola, e l’eolico

entra attraverso un bando in questo grande progetto ecosostenibile del Comune. Con i proventi

dell’eolico il Comune vuole fare la mensa gratuita, lo scuolabus, istituire delle borse di studio

per i ragazzi meritevoli. Ha inserito la mensa biologica nella scuola, sta facendo una serie di

attività e l’eolico è una di quelle attività che può portare delle risorse finanziarie per fare tutto

questo. L’eolico serve un po’ come “cassa” per finanziare servizi innovativi per la comunità

locale (Giulia Canavero, FERA Srl).

In tal senso, lungi dal viziare la concorrenza nel settore energetico, si evidenzia come

l’ente locale può avere un ruolo fondamentale di regolamentazione, di funzione esemplare

verso la cittadinanza e gli attori che insistono sul territorio, di guida e stimolo della filiera

locale delle rinnovabili. Per questo l’ANCI ha sottolineato più volte al Governo la necessità di

introdurre tra le deroghe già previste all’applicazione di sanzioni in caso di mancato rispetto

del Patto di Stabilità anche quella inerente i diversi proventi e incentivi percepibili dagli enti

locali tramite l’utilizzo di fonti rinnovabili ed efficientamento energetico. 85 Oggi, inoltre, non

84 In molti dei comuni dove sono installati dei parchi eolici ci sono dei programmi didattici e delle giornate di sensibilizzazione

e informazione organizzati da enti locali, associazioni ambientaliste, scuole del territorio e operatori eolici, in cui le centrali

sono aperte, per cui chiunque può accedere agli impianti. In questo modo, si vuole far conoscere la tecnologia e far vedere

cosa si sta facendo, soprattutto coinvolgendo le scuole. “Si cerca di far conoscere gli impianti a chi vive sul territorio o anche a

chi viene da fuori, in modo da favorire la conoscenza e fare in modo che ci sia un impatto positivo in relazione all’eolico, cercando

anche di abbattere quelli che sono gli eventuali stereotipi e pregiudizi negativi verso queste tecnologie ed impianti. Le persone

possono tranquillamente passeggiare all’interno di un parco eolico. La strada di accesso viene sistemata e si cerca di ottimizzare il

sito” (Roberto Refrigeri, Enel Green Power).

85 Inoltre l’ANCI ha siglato un protocollo d’intesa con l’ACRI, l’associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di

origine bancaria, a favore della tutela e della valorizzazione dell’ambiente. Si intende così stimolare presso le rispettive compagini

associative lo sviluppo di progetti e di iniziative per l’educazione e la formazione ambientale, la tutela e la valorizzazione

delle biodiversità, la promozione del risparmio energetico e dell’utilizzo di fonti di energia rinnovabili. Le due associazioni si

impegnano a divulgare e a diffondere presso i propri associati le conoscenze e le modalità operative individualmente sviluppate,

ma anche a stimolare la realizzazione di attività congiunte. In particolare l’ACRI si impegna a sollecitare le Fondazioni associate,

già fortemente impegnate sul fronte della salvaguardia del territorio e dell’ambiente con erogazioni filantropiche che superano

i 40 milioni di euro all’anno, a mettere a disposizione dell’ANCI informazioni sulle proprie attività in questo comparto, raccolte

98


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

viene operata alcuna distinzione tra spese correnti e investimenti sostenuti dai Comuni: ai

fini del patto di stabilità valgono allo stesso modo. Così, si penalizzano i Comuni che investono,

soffocando le potenzialità e le capacità degli enti locali.

Il problema vero per gli enti pubblici è lo stesso che hanno anche i privati. I privati non hanno

i soldi e nessuno glieli dà. Gli enti pubblici non hanno i soldi o se li hanno non li possono

spendere per il vincolo del patto di stabilità. D’accordo non andare ad incrementare il debito

pubblico, ma un conto è fare un investimento che produce reddito per un comune e un conto è

fare un investimento che richiede reddito per il suo esercizio. Fare una scuola significa che poi

questa deve essere manutenuta, che bisogna fare la strada per arrivarci, le fogne, etc. Fare un

parco eolico per un comune significa, invece, avere ogni anno qualche milione di euro di reddito

da poter reinvestire. Sono due cose diverse. Basterebbe che il nostro ministro Tremonti facesse

2+2 come gli viene richiesto dall’ANCI. Non capisco perché non lo faccia… È il ragionamento più

sbagliato del mondo, perché da una parte si fa una manovra finanziaria dove i Comuni vengono

penalizzati e dall’altro si pensa di risolvere i problemi finanziari dei Comuni con un finto federalismo

fiscale e ancora non gli si consente neanche di avere delle risorse che sono a loro portata

di mano, immediata. Credo che sia una politica sbagliata, qualsiasi governo – di centrodestra o

di centrosinistra – che questo faccia. Oggi, purtroppo non esiste una vera contabilizzazione di

quello che ci costerà in futuro il non avere delle massicce installazioni di impianti da energie

rinnovabili sul territorio. Questo perché noi facciamo solo i conti con quanto ci costa non rispettare

il Protocollo di Kyoto entro il 2012 – 46 centesimi al secondo, ovvero 4 miliardi di euro

l’anno -, ma se non rispettiamo i limiti per lo smog? Altri 2 miliardi di euro all’anno. E l’85% di

energia che importiamo dall’estero ai prezzi che decidono loro? Ci costerà. E tutti quelli che ogni

anno si ammalano per lo smog per malattia ai polmoni, dovuta all’inalazione di PM10, come

vengono contabilizzati? Non ci sono nella contabilizzazione. Quindi, non abbiamo una vera

contabilizzazione della quantità di danni causati dall’innalzamento globale della temperatura

di quel grado, grado e mezzo, come si è verificato negli ultimi anni. Allora, bisogna incominciare

a ragionare che, investire risorse in questo da parte del governo centrale e consentire la

liberalizzazione delle procedure anche per i Comuni, è fondamentale per l’economia italiana.

È chiaro che un costo basso dell’energia è anche un costo minore per l’imprenditore che deve

investire nel nostro paese (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

Fino all’anno scorso i Comuni ottenevano delle tariffe più elevate se investivano e diventavano

loro gestori e, quindi, qualcosa hanno tentato di fare. Ma, i Comuni devono rispettare il patto

di stabilità, per cui molti comuni non hanno una finanza sufficiente per poter fare questi investimenti.

Fanno un impianto fotovoltaico nel parcheggio del cimitero o sul tetto della scuola….

sono impianti medio-piccoli da 200 mila euro di investimento con una valenza sociale. Il GSE

voleva premiare il comune “virtuoso” che fa l’impianto e che quindi utilizza energia auto prodotta.

L’idea non è malvagia, però poi ci sono tutte le distorsioni del caso. Faccio un esempio:

c’è la giunta che vuole essere pagata in contanti tutto e subito perché è in scadenza elettorale,

piuttosto che fare un impianto che mi produca una redditività per 20 anni. Poi, c’è una difficoltà

ricorrente: quando si emettono i bandi, il Comune mischia sempre quello che è l’investimento

industriale con l’investimento finanziario. Cosa che non siamo mai riusciti a far capire al mondo

“del pubblico”. Se intervengo, lo faccio con un finanziamento, non posso avere la responsabilità

e coordinate da un’apposita Commissione ambiente creata in ambito ACRI, e a destinare risorse economiche a iniziative da realizzare

congiuntamente con i Comuni. Per quanto riguarda l’ANCI, essa si impegna a sensibilizzare i Comuni alla buona gestione

degli edifici pubblici di pertinenza e all’adozione di condotte di risparmio energetico, di riduzione delle emissioni climalteranti e

di incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Sollecita, inoltre i propri associati all’assunzione di investimenti

per il settore ambientale, alla destinazione ad esso di quote delle proprie disponibilità economiche, nonché allo sviluppo di progetti

e di iniziative congiunti con le Fondazioni, mettendo a disposizione le dovute risorse umane (da ACRI Notizie, 22/06/2010,

n. 159: 3).

99


Energia eolica e sviluppo locale

di chi realizza l’impianto, non può essere chiamata in causa la società di leasing o la banca per

quello che è l’impianto fatto. Se mi devo prendere il rischio industriale faccio un altro tipo di

scelta. Lo dico sempre agli amministratori: “se devo rischiare il 100%, se mi devo anche assumere

il rischio industriale non è che ho bisogno del Comune per fare l’investimento”. Per questo

dico che il mondo “del pubblico” è sempre stato un mondo particolare. L’altra “diatriba” è che

molto spesso, se il terreno è di proprietà comunale, il Comune lo dà in comodato, e questo è un

diritto reale che non posso accatastare e se lo accatasto perdo la proprietà del bene e, quindi,

anche in questo caso le società di leasing sono un po’ limitate nell’intervenire. Comunque,

queste iniziative sono molto interessanti, sono difficoltose da realizzare perché: primo devi fare

l’accordo con ENEL perché sia disposta a fare l’auto consumo o lo scambio sul posto (Alberto

Lincetti, Leasint-Gruppo Intesa San Paolo).

Purtroppo, in altri casi i Comuni, sopraffatti da tagli e da vincoli, sono stati tentati di

utilizzare l’eolico e le altre fonti rinnovabili per “fare cassa” per pagare le spese correnti,

con molta attenzione agli incentivi e alle cosiddette royalties/ristori una tantum e poca al

risparmio in termini di consumo proprio e della collettività, spesso in balia di soggetti non

qualificati, correndo il rischio di “svendere il territorio”.

Negli anni il nostro territorio è stato deturpato dalle pale eoliche. Gli effetti prodotti sono

stati un “litigio” nelle comunità per la localizzazione delle pale. Queste vicende hanno creato

divisioni all’interno della comunità. Alla fine, si é giocato sul Comune che prendeva più royalty

di un altro Comune, pensando che con quei soldi si risolvessero i problemi di una comunità. In

cinque anni che sono sindaco ho sentito un bel po’ di colleghi che dicevano: “ho fatto questo e

questo…”, ma alla fine si trattava sempre di manifestazione nel sociale e di qualche servizio

in più alla comunità. A questo siamo finora. Fino ad oggi le società che hanno impiantato i

parchi eolici nei nostri territori si sono sostituiti in parte ai trasferimenti pubblici dello Stato

che nel frattempo sono diminuiti. Ogni Comune pensava di aver fatto un buon affare a fare la

convenzione – al 2-3% negli ultimi anni e all’1,5% dieci anni fa che sembrava già una manna.

Se leggete i verbali dei Consigli comunali sulle prime convenzioni che ogni comune stipulava,

sembrava che tutti i problemi del Meridione si sarebbero risolti con 10 torri eoliche. Ma, le pale

non hanno prodotto questo effetto. Scuole chiuse. Ogni anno negoziamo con i direttori regionali

per non farci chiudere le scuole. Non so fino a quando, perché se abbiamo 5–6 bambini forse

si riesce a fare qualche cosa, però siamo quasi a nascita zero. Non so negli altri Comuni, ma nel

mio sono anni che ne nasce 1 o 2, a volte 0. Quindi, teniamo nascita zero ed è improponibile

andare a difendere una scuola senza alunni. La popolazione diventa sempre più anziana. Fino

ad oggi, tutti questi discorsi sulle rinnovabili sono stati infruttuosi per i nostri territori. Teniamo

un territorio che prima veniva apprezzato per l’aria buona, il paesaggio, e adesso teniamo

tutte queste pale che girano e che, fortunatamente, non producono danni. A me le pale non

danno fastidio se servono per investire sui nostri giovani, per fare in modo che non se ne vadano.

Ma, se servono solo per fare la festa patronale o per dare qualche servizio in più alle nostre

comunità, mi danno fastidio. Dovrebbero servire per fare accordi con l’Università per realizzare

dei centri di ricerca o per mettere in piedi una filiera produttiva che poi darebbe opportunità a

tutti. Noi dei miliardi di euro spessi per i parchi eolici abbiamo visto solo le briciole. Abbiamo

migliorato in ogni comune le feste patronali, abbiamo preso cantanti a 40mila euro, però di

ritorno “di sviluppo” non ce ne è stato. Non è che teniamo molto margine per contrastare il

potere degli operatori, anche se poi i cittadini ci accusano di non essere in grado di contrastarli.

Il futuro sono i giovani, non gli anziani, e i giovani se ne vanno, e tutti i discorsi che facciamo

non servono a niente. Non so chi sarà il Sindaco che sfortunatamente dovrà chiudere le porte

perché non ci sono più abitanti (Francesco Ricciardi, Monteverde).

100


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

Stretti tra svuotamento delle casse comunali e mancanza di personale in grado di analizzare

con la dovuta competenza le proposte, troppo spesso i sindaci, inseguendo il bisogno di

nuovi introiti, non si trovano nelle condizioni e con i giusti rapporti di forza per governare il

fenomeno e chiedere sostanziali modifiche e diversificazioni.

Le amministrazioni pubbliche dovrebbero iniziare a costruire delle richieste concrete sui temi

della green economy. Le amministrazioni locali, soprattutto i piccoli comuni, hanno poca

progettualità, non hanno finanza, non hanno persone. Trovi qualche società che propone al

Comune qualche beneficio di qualche genere, però sono pochi i Comuni in grado di sviluppare

una programmazione. Le società danno le royalty, però in alcuni casi questi soldi non sono

spesi in modo intelligente (Daniela Moderini, architetto del paesaggio).

In Puglia vedo una difficoltà rispetto ad altre regioni dove lo sviluppo locale ha una maggiore

solidità come in Toscana, che è quella di avere un’economia “dipendente” e la mancanza di

filiere agroalimentari, di produzioni di qualità. In Puglia, il discorso sullo sviluppo locale è reso

più difficile dal fatto che ci sono poche filiere agricole ed alimentari di qualità rispetto alle

grande distese “del granaio”. La dipendenza è tale che bisogna passare attraverso la costruzione

di un’imprenditoria locale soprattutto nella filiera agroalimentare, nella multifunzionalità

dell’agricoltura, nella policoltura, nell’introdurre una maggiore complessità di produzione.

L’energetica potrebbe essere un elemento che contribuisce, ma adesso l’energetica è vissuta

esattamente come la “dipendenza dal Regno di Napoli”. Il vento dell’Appennino Dauno non

ha reso un tubo agli abitanti e non possono più mettere capre e pecore. In Puglia siamo di

fronte a questa difficoltà: da una parte una società locale “debole”, perché abituata ad una

storia di dipendenza economica e abusivismo e dall’altra la presenza di questi “grandi poteri”

rappresentati da ditte spagnole, tedesche, olandesi che hanno scoperto che il vento pugliese è

il migliore del bacino del Mediterraneo. Il Sindaco di Avetrana si è presentato con dei tedeschi

dicendo che aveva venduto e cercavano l’assenso del Piano Paesaggistico (Alberto Magnaghi,

Università di Firenze).

Le amministrazioni locali interessate dalla localizzazione di grandi centrali eoliche industriali

sono tra quelle più disperate, povere e spesso non in grado di garantire una buona gestione

della cosa pubblica. Il meccanismo, favorito anche da norme del “paternalismo autocratico”

coltivato fino ad adesso, in base al quale il sindaco di un piccolo comune non avendo nessuna

competenza si trova di fronte il grande player globale come Gamesa che gli promette straordinarie

royalty in una fase in cui i trasferimenti sono venuti meno e la finanza comunale è

in condizioni drammatiche, ovviamente rende il piccolo comune la preda ideale, favorendo il

fatto che queste amministrazioni si siano poste in una condizione di sostanziale conflitto di

interesse con le iniziative che venivano realizzate sul territorio. Questo meccanismo è perverso

di per sé e non c’è da scandalizzarsi che poi si sia sviluppato in una certa maniera in assenza

totale di una programmazione nazionale e meno ancora della capacità di sviluppare meccanismi

di programmazione e di pianificazione “locali”. Va anche detto che questi soldi finiscono nelle

mani delle Amministrazioni e non della collettività e questo è un guaio enorme perché l’amministrazione

ne fa un uso che nel “breve” paga, però nel lungo periodo è difficilissimo valutarlo.

Invito spesso ad andare a vedere il rapporto della Banca d’Italia sull’utilizzo dei 140milioni di

euro all’anno di royalty che l’ENI paga ai territori della Basilicata, in parte alle Regione e in

parte direttamente ai Comuni, che poi vengono distribuiti sul bacino petrolifero, per guardare

quanto questi soldi sono entrati nel circuito dello sviluppo locale. La verità è che un comune

come quello di Viggiano 86 con poco più di 3mila abitanti incassa 15 milioni di euro l’anno e

86 Si veda http://www.comuneviggiano.it/petrolio/estrazione_petrolifera.htm#royaltyes. A Viaggiano, in Val d’Agri, L’ENI

sfrutta i pozzi petroliferi dalla fine degli anni ’90. Oggi, vengono estratti 80 mila barili al giorno e l’accordo con gli enti locali

101


Energia eolica e sviluppo locale

quest’anno si fa la piscina olimpionica, quando ha lastricato d’oro i marciapiedi che cosa altro

può fare? Il tema delle linee guida riguarda non solamente l’eolico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili

e del sistema energetico, ma riguarda, più in generale, i problemi dello sviluppo locale

in questo Paese soprattutto nelle aree rurali e ancora di più in quelle montane, per uscire dalla

logica dello “svantaggio” compensato “paternalisticamente” (Tommaso Dal Bosco, Uncem).

Certamente, l’eolico e le altre fonti di energia rinnovabili possono avere un impatto

positivo importante a livello economico per l’ente locale comunale, ma questo dovrebbe

essere la risultante di una molteplicità di fattori come il risparmio, i costi sociali e ambientali,

l’entrate da investimenti diretti nella produzione energetica rinnovabile e da servizi

aggiuntivi, etc., e non il primo o l’unico obiettivo dell’ente locale. Il Comune dovrebbe

innanzitutto conoscere le potenzialità e le opportunità energetiche del proprio territorio,

utilizzare tutte le leve tutelandolo, migliorando la qualità dei servizi e della vita dei propri

cittadini. Ora, le Linee guida dispongono che siano previste misure compensative adeguate,

sebbene non monetarie, dirette ad attivare investimenti coerenti con gli interventi sostenuti

sul territorio stesso. Questa misura mira a stimolare la pratica virtuosa nel considerare

in modo integrato la comunità e il territorio, con i suoi bisogni, i suoi consumi complessivi

e le sue potenzialità complessive in termini energetici, focalizzando sulla concomitanza di

produzione ed incremento dell’efficienza energetica, stressando la componente di risparmio,

e valorizzando al massimo la distribuzione e l’autonomia energetica, a partire dal patrimonio

immobiliare pubblico. Molto deve e potrà essere fatto in questa direzione da parte degli enti

locali nel prossimo futuro.

L’installazione di impianti da fonti rinnovabili va avanti ed è fondamentale, ma va abbinata

alla risorsa vera della nostra nazione che è l’efficientamento energetico degli edifici. L’Istituto

Mondiale per l’Energia stima che entro il 2030 il 55% del recupero e risparmio di emissioni deriverà

dall’efficientamento energetico degli edifici. Questo edificio dove siamo adesso, consuma

circa 250 kW calorici a metro quadro. Se fosse efficientato con una serie di interventi che vanno

dagli infissi all’impianto a pavimento, all’alimentazione di un certo tipo all’involucro/copertura,

questo edificio potrebbe consumare 60-70 kW calorici a metro quadro. Siccome il 35% dell’energia

è consumato da edifici come questo in Italia, se si riuscisse a ridurre questa incidenza di

4 volte, si recupererebbe un 15-20% dell’energia consumata. Questo sarebbe un risparmio vero

che metterebbe in azione una economia locale… (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

Una ricaduta per la quale si erano create grandi aspettative nei “territori del vento” e

che invece oggi, a 15 anni dalle prime installazioni di parchi eolici commerciali, si ritiene

sia ormai andata persa era quella relativa alla nascita di filiere industriali locali legate alla

produzione di componenti e sistemi eolici.

Da diversi anni abbiamo prodotto una serie di iniziative per sollecitare, sostenere e anche

supportare la Regione su delle scelte che hanno consentito di realizzare una serie di progetti

sul nostro territorio. In questo momento, queste iniziative si portano con sé i tanti problemi

che sono stati evidenziati dalla stampa, dai mezzi di comunicazione. Un’idea del malaffare,

consentirebbe all’ENI di salire solo a 104 mila. Ora, l’ENI ha chiesto di aumentare a 120-130 mila barili al giorno l’estrazione.

Naturalmente, più barili si estraggono e più royalties finiscono nelle casse del Comune di Viggiano e della Regione (di recente,

con una legge il governo le ha aumentate dal 7 al 10% del valore della produzione, per finanziare una sorta di petrocard riservata

ai soli patentati della Basilicata), ma, almeno da parte della presidenza regionale, la richiesta non è tanto di più soldi, quanto di

posti di lavoro (in Basilicata il tasso di disoccupazione medio è del 12%, ma tra i giovani è molto più alto). Oggi, il petrolio dà

lavoro a 500 persone in Val d’Agri. Il numero potrebbe forse raddoppiare calcolando l’indotto, ma è chiaro che in questo settore

l’aumento della produzione non corrispose ad un aumento degli occupati.

102


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

dell’interesse criminoso, un’idea di distruzione del territorio, un’idea in generale molto negativa

che è passata solo dal punto di vista mediatico, ma poi in realtà se si osservano i dati sulle

ricerche condotte sull’accettazione da parte delle Comunità delle iniziative, in realtà le risposte

sono molto più confortanti. Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad una situazione in cui

non c’è affatto chiarezza, c’è difficoltà a realizzare. Una montagna di problemi che inizia con

le procedure, gli iter amministrativi, e poi ci si scontra con i problemi tecnici per realizzare

queste iniziative. Sicuramente, credo che l’occasione si sia un po’ persa, perché non c’è stata

una reale possibilità di fare sviluppo della filiera. Su questo noi amministratori locali ci siamo

molto impegnati e appassionati, perché convinti che quello sarebbe stato il vero ritorno per

questi territori. Ma, questo sviluppo non c’è stato e credo che con l’andar del tempo diventerà

sempre più difficile poter immaginare di realizzarlo in modo certo, coinvolgendo i principali interlocutori

come le aziende leader locali, nazionali ed internazionali. Credo che questa idea di

cercare di costruire una filiera su questi territori si sia appannata, sia andata un po’ smarrita.

La frammentazione decisionale e il pasticcio delle leggi e leggine fatte negli anni passati con

le bocciature della Corte Costituzionale hanno evidenziato la difficoltà che c’è a capire l’importanza

delle energie rinnovabili, di questa vera rivoluzione che solo in parte si è realizzata, e

questo forse ha fatto perdere il treno su cui tutti un po’ avevamo puntato. Certamente, i ritorni

alle comunità, le risorse derivate dalle rinnovabili sono sicuramente positive, ma ci sono stati

in questi anni tutta una serie di aspetti che hanno condizionato, bloccato, limitato, le possibilità

di crescita, di sviluppo delle fonti rinnovabili in questi nostri territori come “motori” di

crescita di ricchezze, di opportunità vere (Ranieri Castelli, Rocchetta Sant’Antonio).

8.2. Alcune esperienze del rapporto tra grande eolico e territorio

Negli ultimi 15 anni sono state realizzate esperienze importanti, da cui prendere spunto,

da parte di alcune realtà territoriali che hanno compreso la necessità di un protagonismo

locale per rendere l’eolico una opportunità di sviluppo e valorizzazione del territorio. Le

situazioni di maggiore successo, dove cioè si registra un alto grado di accettabilità e protagonismo

sociale da parte della popolazione e del territorio locale verso l’eolico e le altre

rinnovabili sono quelli in cui gli enti locali (Comuni, Comunità Montane e Province) hanno

svolto un ruolo come co-proponente o comunque un ruolo molto attivo. Pertanto, la possibilità

che lo sviluppo dell’eolico avvenga in maniera equilibrata e condivisa sembra passare

attraverso un forte e convinto coinvolgimento da parte della pubblica amministrazione e,

soprattutto, dei Comuni, cioè del livello istituzionale più vicino ai problemi, alle attese e alle

domande dei cittadini.

Se c’è una caratteristica dell’economia energetica basata sulle rinnovabili è nel suo carattere distribuito.

L’economia e l’energia delle rinnovabili si basa su una produzione distribuita, capillare

che inevitabilmente deve nascere non solo dalla condivisione, ma anche dal protagonismo delle

comunità. Non è solo un fatto energetico, ma anche di democrazia e di evoluzione dell’idea di

come si produce e si consuma energia. Questa esigenza è ancora più spinta per il fotovoltaico,

perché è fatto di taglie ancora più piccole dell’eolico, ma credo che valga anche per l’eolico

(Roberto Della Seta, senatore).

Di seguito, si presentano alcuni casi territoriali che nel corso della ricerca sono stati

segnalati dai testimoni privilegiati intervistati in quanto considerati delle rappresentazioni

di esperienze significative in grado di fornire supporti esemplificativi alle riflessione per

quanto riguarda le dinamiche di partecipazione e coinvolgimento attivo degli attori locali,

l’attenzione alla qualità del progetto, le ricadute economiche e sociali sul territorio locale.

103


Energia eolica e sviluppo locale

* * *

Santa Luce (PI)

Il Comune di Santa Luce (1.800 abitanti) in Bassa Val di Cecina ha compiuto in questi

ultimi anni un interessante percorso sulle energie rinnovabili che lo ha portato ad avere sul

territorio una serie di impianti (per un investimento complessivo di circa 50 milioni di euro,

una ventina di posti di lavoro e positive ricadute anche sulle finanze del Comune) che sono

strettamente collegati alla vocazione agricola del territorio secondo una logica che mira a

sviluppare una green economy a livello locale, cioè un’agricoltura multifunzionale di qualità.

Fa piacere raccontare quello che è stato un po’ un sogno nostro che si è concretizzato negli

ultimi 4 anni. A maggio ci sono le elezioni e tutto quello che abbiamo fatto l’abbiamo fatto in

questa legislatura. Siamo partiti dal non avere alcuna attenzione per la green economy, al fatto

che nel nostro territorio c’è stato un fiorire di attività. Sabato prossimo andiamo a presentare

l’utilizzo di una stalla per l’allevamento di bovini che viene “convertita” al biogas e ha i tetti

fotovoltaici. È l’ultimo tassello di un percorso che abbiamo fatto sulle rinnovabili e che è partito

dall’eolico, ma poi ha abbracciato tanti altri settori. Questo perché investimento chiama investimento,

ma soprattutto perché il nostro comune si è connotato con l’immagine di un territorio

che avendo una vocazione agricola importante, aveva la voglia di investire sul proprio futuro

legandolo alle energie rinnovabili, all’utilizzo del suo territorio e, quindi, delle sue risorse, siano

esse le risorse del vento, da biomassa o dall’agricoltura. Un sistema che dovrebbe nella logica

del nostro “sogno” mettere insieme quella che è una sostenibilità di attività nel nostro comune

con le nuove tecnologie, su un futuro a energia pulita, con investimenti che porteranno nuove

attività e alla possibilità di creare tante micro attività collegate alle rinnovabili. Questo potrà

consentire a chi vive in questo comune di viverci stabilmente e di impiantare la propria attività.

Poi ci siamo posti traguardi sempre più importanti: entro il 2011 vogliamo firmare il Patto dei

Sindaci per poi lavorare ad un Piano Energetico Comunale per il recupero delle risorse per la

ristrutturazione degli edifici (Federico Pennesi, Santa Luce).

Il punto di avvio di questo percorso è stata la decisione di realizzare un impianto di

eolico industriale da 26 MW distribuiti su 13 aerogeneratori (si stima che a regime l’impianto

produrrà 58 mila MWh/anno, ovvero energia pulita corrispondente al fabbisogno di 19.500

famiglie). In questo percorso, l’ente locale, pur non avendo investito direttamente proprie

risorse nella realizzazione degli impianti, ha giocato un ruolo fondamentale, perché è riuscito

ad imporre “un metodo” di condivisione delle scelte con la popolazione locale, promuovendo

la partecipazione dei cittadini e coinvolgendo anche del Dipartimento di Energetica “Lorenzo

Poggi” e del Dipartimento di Ingegneria Civile “Laboratorio di Ingegneria dei Sistemi Territoriale

e Ambientale” dell’Università di Pisa.

L’eolico è stata l’iniziativa “forte”. Siamo partiti a luglio 2006 coinvolgendo la popolazione su

una proposta che ci arrivò da un privato. Quello che abbiamo fatto in questi anni, è stato di

elaborare ”un metodo” con cui abbiamo condiviso le nostre scelte con la popolazione. Questo è

l’unico modo per far passare qualsiasi tipo di progetto importante per un territorio al vaglio del

consenso sociale. Quello che abbiamo fatto da subito è stato quello di presentare i progetti alla

popolazione, di discutere con loro della proposta, approfondire vari aspetti e, quindi, coinvolgerli

nella scelta. Oggi, la chiamano partecipazione, ma è un modo di condividere le scelte con

chi vive in un territorio. Noi l’abbiamo fatto e questo ha pagato. Noi abbiamo fatto un referendum

dopo pochi mesi dalla presentazione della proposta di realizzare un parco eolico e ci fu un

plebiscito per l’iniziativa. Tutti quanti erano d’accordo. A questo referendum partecipò quasi il

104


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

90% degli aventi diritto. Fu una cosa piacevole perché si era creato un clima di aspettativa, una

voglia anche di pensare a qualcosa di diverso per il nostro comune. Avevamo coinvolto l’Università

di Pisa perché volevamo un parere di un soggetto terzo e in tutti questi anni l’Università è

stato per noi un partner importante. Ci ha assistito in tutte le scelte e ci ha anche indirizzato

nella decisione più “utile” per il nostro territorio. Sul parco eolico l’Università ci ha dato un

supporto sulle scelte di carattere ambientale, su come minimizzare l’impatto ambientale, sul

fatto che la produttività di un impianto dipende dalla sua collocazione, etc. Una serie di scelte

e di parametri che è stato frutto di un lungo lavoro da parte loro. Questo, abbinato al fatto che

abbiamo sempre informato la popolazione dei risultati del lavoro tra Comune e Università, ha

consentito di condividere la scelta. Tutte le nostre scelte sulle energie rinnovabili del Comune di

Santa Luce sono sempre state prese all’unanimità in Consiglio Comunale, caso abbastanza raro

nella realtà italiana, perché queste sono scelte politicamente importanti per un comune. Nel

nostro caso non c’è stata divisione proprio perché il coinvolgimento, la discussione, il dibattito

sulle varie scelte è sempre avvenuto con serietà, con approfondimenti dei soggetti responsabili

e con il fatto di chiedere fin dall’inizio alla popolazione cosa ne pensava dell’intervento. È vero

anche che siamo un comune di 1.800 abitanti per cui la partecipazione e il coinvolgimento

diventa anche più semplice, mentre forse, quello che abbiamo fatto noi è difficilmente “esportabile”

in un comune più grande. È vero che se il metodo è quello di partire coinvolgendo i

cittadini in un percorso, il cittadino poi dopo do il suo supporto anche nelle scelte successive.

Anche il passaggio che facciamo sabato per l’ultimo impianto, un impianto da biogas e 1 MW di

fotovoltaico sul tetto della stalla, viene da una scelta di un imprenditore privato che vedendo

il favore con cui vengono accolte sul territorio certe iniziative, si è convinto nel fare un investimento

che sfiora i 10 milioni di euro. Investimenti che nel nostro comune non si registravano

da decenni. Passare da zero a quasi 100 milioni di investimento in rinnovabili in 4 anni per noi

è stato un boom incredibile, quasi un Piano Marshall. Sono tutti investimenti privati (Federico

Pennesi, Santa Luce).

La proposta del parco eolico è stata fatta al Comune da un privato che avrebbe voluto

realizzarlo su un terreno del demanio forestale regionale denominato “Bosco di Santa Luce”. 87

Il Comune, con la consulenza dell’Università di Pisa (che ha realizzato uno “Studio per la localizzazione

di un parco eolico nel territorio del Comune di Santa Luce”), ha verificato alcuni

aspetti tecnici, normativi e giuridici e ha deciso di fare una gara pubblica per l’affidamento

del terreno per il parco eolico.

Era un bando abbastanza innovativo, perché avevamo messo in evidenza pubblica l’utilizzo di

un’area per scopi energetici legati all’eolico. Quindi, in base a questo chiedevamo tutta una

serie di parametri, in modo da avere un progetto importante, ma che tenesse conto di tutta

una serie di attenzioni ambientali per minimizzare l’impatto sul nostro territorio. Con quello

che abbiamo definito con l’Università di Pisa abbiamo avuto una base per chiedere alle aziende

concorrenti determinate caratteristiche nella realizzazione del parco eolico e siamo stati anche

nella condizione di poter valutare quello che di migliorativo ci veniva proposto dai partecipanti

al bando. La FERA, che è l’azienda che ha vinto il bando, ha fatto una proposta che abbiamo

giudicato molto interessante e che poi ha avuto anche l’autorizzazione regionale per la realizzazione

dell’impianto. Noi, come ente locale gli abbiamo dato il terreno su cui fare questo

investimento (Federico Pennesi, Santa Luce).

87 Questo risulta essere il primo esempio in Italia di parco eolico realizzato in area demaniale regionale, pertanto l’iniziativa

avrà ricadute economiche non solo sul Comune di Santa Luce, ma in parte anche sulla Regione Toscana.

105


Energia eolica e sviluppo locale

Il percorso autorizzativo per il parco eolico è durato 4 anni. I lavori di costruzione

sono iniziati nel 2011 e dureranno fino all’estate 2012. Grazie alle nuove risorse derivanti

dalla realizzazione del parco eolico il Comune vuole assicurare ai cittadini servizi gratuiti e

promuovere iniziative volte alla promozione di uno sviluppo sostenibile tra cui, ad esempio:

• bonus ADSL;

• bonus scuolabus (dalla materna alle superiori);

• bonus bebè (1.000 euro per ogni nuovo nato);

• abbattimento dei costi dell’asilo.

Parallelamente, si è avviato anche un altro impianto eolico più piccolo. Un progetto di

parco eolico realizzato su un terreno privato, sempre nell’area dove è in essere il progetto

della FERA, a cavallo del confine con il comune confinante di Casciana Terme (una parte del

parco è sul territorio di Santa Luce e una parte su quello di Casciana Terme).

Inoltre, è stato avviato un progetto legato alle biomasse che si lega alla ripresa di un

gestione attiva dell’esteso patrimonio boschivo esistente sul territorio. Il progetto, studiato

dalla società Ago Energia Srl, prevede un impianto di cogenerazione acqua/vapore che in

parte produrrà elettricità (7.000 MWh/anno, pari al fabbisogno di circa 2.000 famiglie),

in parte calore per l’essiccazione della biomassa combustibile e in parte realizzerà pellet

che sarà venduto a prezzi politici ai cittadini del comune per l’alimentazione delle proprie

caldaie domestiche. Il carico complessivo dovrebbe essere di 40-50 mila tonnellate annuo

di biomasse. Alle cooperative agricole della zona è affidato il compito di “nutrire” la centrale

secondo il meccanismo della filiera verde. Vale a dire che il mondo agricolo, senza

cambiare il ciclo di produzione, ma semplicemente recuperando gli scarti della lavorazione,

delle potature e del taglio programmato dei boschi, potrebbe mantenere l’industria in un

sistema-terrtiorio basato sulle biomasse vergini raccolte entro 70 chilometri di distanza

dall’impianto. La localizzazione nella zona industriale dovrebbe poi garantire un rifornimento

di energia pulita per le industrie locali che attualmente non hanno il collegamento con

il metanodotto.

Abbiamo portato avanti un progetto legato alle biomasse perché è una delle nostre vocazioni

territoriali in quanto il nostro territorio presenta estese superfici boschive. Negli ultimi 60 anni

erano state abbandonate, per cui l’idea di utilizzarle anche per utilizzare questo materiale a

fini energetici è una scelta che riteniamo importante. Sempre con l’Università di Pisa abbiamo

fatto una serie di analisi e abbiamo cercato nel panorama italiano ed europeo, le aziende e le

tecnologie che potevano essere adatte alla nostra realtà. Anche qui, l’investimento sarà realizzato

a partire da marzo 2011 da un privato che costruirà un impianto di cogenerazione da

1 MW elettrico e utilizzerà il calore per produrre circa 30mila tonnellate di pallet. Trasformerà

le biomasse del bosco in combustibile alternativo al petrolio (Federico Pennesi, Santa Luce).

Il percorso di condivisione con i cittadini ha avuto una rilevanza pubblica che ha contribuito

a modificare l’immagine di Santa Luce e a far nascere altre iniziative in campo energetico

da rinnovabili e, più in generale, in campo ambientale. Tra le altre cose, il Comune

sta supportando due cooperative locali che stanno pianificando la coltivazione di piante

oleaginose adatte ai terreni di Santa Luce e la costruzione e messa in funzione di un frantoio

per la realizzazione di biocarburanti a partire dai semi. Il biocarburante prodotto andrà ad

alimentare sia il parco macchine agricole degli agricoltori che quello del Comune. Si sta anche

valutando la possibilità di effettuare il riscaldamento dell’ostello, degli edifici scolatici e

comunali attraverso questo combustibile.

106


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

Dal momento che tutte queste attività sono state oggetto di convegni, serate, approfondimenti,

dibattiti pubblici, incontri con l’Università dove facevamo i vari passaggi con i cittadini, con la

stampa, tutti sanno cosa sta facendo il Comune di Santa Luce. La stampa locale ci ha sempre

tenuto d’occhio anche perché queste tecnologie sono vendibili dal punto di vista giornalistico.

Santa Luce è diventato il comune da seguire sulle energie rinnovabili e la gestione del territorio.

Questo ci ha fatto conoscere in un contesto più ampio del nostro ambito locale. Da lì poi

sono nate tutta una serie di iniziative che coinvolgono le cooperative locali, attività legate al

mondo dell’agricoltura che negli ultimi anni ha visto decrescere la propria capacità di produrre

reddito e che quindi ha necessità di differenziare il reddito anche attraverso nuove attività. Ci

sono aziende che hanno differenziato l’attività agricola con impianti fotovoltaici a terra dentro

la soglia “accettabile” dei 200 kW stabilita dalle Linee guida regionali. Poi, c’è stata una

cooperativa che ha investito nella produzione di carburanti e di olii al fine di commercializzali

per i certificati verdi. Questa cooperativa è impegnata da qualche anno nella coltivazione di

colture oleose per estrarre olio. Ora, stanno realizzando un frantoio per produrre direttamente e

commercializzare l’olio, invece che vendere i semi, con l’idea di poter realizzare un impianto di

cogenerazione per bruciare l’olio e i derivati dei semi. Per il momento stanno mettendo in piedi

il frantoio per la trasformazione dei semi in olio. Questa realtà è nata sull’onda del movimento

creato dalle due iniziative più importanti nell’eolico e nella biomassa. Ci sono due iniziative

legate al fotovoltaico. La prima, riguarda un progetto comunale che prevede l’installazione di

pannelli sul tetto del complesso scolastico per una potenza di 18 kW. La seconda, invece noi la

consideriamo abbastanza marginale perché non è mai stata una scelta che ci ha entusiasmato

più di tanto. Noi pensavamo di utilizzare le risorse del territorio in funzione di quelle che sono

le esigenze dell’agricoltura e di chi ci vive. Il fotovoltaico, soprattutto a raso, sui terreni agricoli

è una scelta non condivisa nè da noi amministrazioni nè dalla popolazione. Questo fondamentalmente

perché ha un impatto paesaggistico importante e non genera posti di lavoro, in

definitiva c’è solo un investimento molto limitato alla singola realtà e non coinvolge nemmeno

l’azienda agricola, perché le aziende agricole locali non sono interessate ad affittare terreni per

realizzare questi impianti. Sul fotovoltaico abbiamo sempre tirato i freni anche perché siamo

in Toscana e l’impatto visivo sul paesaggio è un elemento importante. Invece, dalle biomasse

avremo 25 posti di lavoro diretti nell’impianto di produzione di pellet. È nata una cooperativa

composta da tre cooperative di Santa Luce più altri operatori che gestiranno tutta la movimentazione

del materiale intorno all’impianto. Abbiamo quindi coinvolto tutto un tessuto di

persone e di realtà aziendali che hanno forti aspettative verso questo movimento che si crea

dagli investimenti sulle rinnovabili. Stessa cosa per l’impianto a biogas della stalla perché crea

un indotto dai trasporti, al concime, a tutta una serie di prodotti che entreranno nell’impianto

stesso. Ridendo e scherzando negli ultimi 2 anni sono nate una decina di aziende legate alle

rinnovabili. La green economy ha portato un’idea forte. Siamo partiti dall’eolico e a catena

sono uscite tutta una serie di attività satellite. Queste nuove aziende produrranno reddito e

creeranno posti di lavoro sul territorio. Si tratta d scelte che derivano da un’idea iniziale che

si è venuta perfezionando e che porterà, ne sono convinto, ad ulteriori sviluppi. È un mondo

che si apre e che potrà portare interessanti sviluppi sia in termini di economia, ma anche di

occupazione, investimenti, di capacità di migliorare l’ambiente e il territorio. È una sequenza

di attività che vanno perfezionando l’idea iniziale legata alla realizzazione di un parco eolico a

Santa Luce. Qui, abbiamo anche discusso di royalty. Noi abbiamo sempre detto che se ci sarà

un ritorno economico per il nostro Comune, questo sarà investito in servizi al cittadini (Federico

Pennesi, Santa Luce).

Il Comune di Santa Luce ha privilegiato un approccio “privato” al tema delle rinnovabili.

Questa è stata una scelta che è stata discussa con la cittadinanza, valutandone i pro e i

contro.

107


Energia eolica e sviluppo locale

Quella di un azionariato misto pubblico-privato e di un azionariato diffuso è una scelta che

abbiamo preso in considerazione e che abbiamo affrontato anche con i concittadini. In vari

passaggi che abbiamo fatto - non tanto per il parco eolico che effettivamente è un investimento

fuori dalla nostra portata - sull’impianto a biomasse avevamo pensato che poteva essere l’ente

pubblico comunale e un gruppo di azionisti–cittadini a poter finanziare l’investimento. Abbiamo

scelto la “concretezza del fare” che veniva da aziende che facevano investimenti e avevano

i loro ritorni economici. Però, abbiamo “preteso” per il territorio dei “ritorni” importanti e li

abbiamo ottenuti anche perché avevamo già fatto tutto il processo di approfondimento. Solo

sulle biomasse, le due aziende vinicole locali hanno stipulato dei contratti di fornitura dei

sottoprodotti a prezzi doppi rispetto al valore di mercato. Domani questo valore, chiamiamolo,

“politico”, chiesto e mediato dall’amministrazione, ricadrà su tutte le attività agricole del

territorio. Abbiamo cercato di fare gli interessi di chi vive nel territorio in rapporto a chi viene

a fare investimenti. Sicuramente sarebbe stato “più nobile” come intento e ci sarebbero stati

dei ritorni importanti per l’amministrazione nel caso dell’azionariato, ma dovevamo impegnare

l’amministrazione in scelte importanti, forse anche difficili da sostenere per il nostro ente. Noi

non siamo operatori che lavorano nel settore e, quindi, avremmo potuto anche sbagliare e sbagliare

in maniera importante. Abbiamo fatto i dovuti approfondimenti vedendo le possibilità di

aprire un mercato nuovo, con tutta una serie di possibilità di investimenti e poi abbiamo deciso

concretamente di far sì che queste investimenti li facesse chi era un operatore del settore. C’è

un problema di “taglia” del Comune, ma fondamentalmente c’è un problema di gestione, perché

noi abbiamo visto altri esempi in Italia di impianti a biomasse fatte dai Comuni. Quando

siamo andati a visitarli erano fermi da mesi, perché non avevano l’operatore che era qualificato

per far funzionare l’impianto. Quesiti impianti hanno anche beneficiato di contributi regionali

pubblici in maniera importante, però fai un investimento, metti un impianto e magari non lo

tieni acceso perché non riesci a gestirlo e hai tutta una serie di difficoltà. Fino a che punto ne

vale la pena? Forse è meglio farlo gestire a qualcun altro in modo che vi siano dei benefici in

termini economici e ambientali per tutto il territorio. Quando crei un’economia le ricadute vanno

a finire sui tutti i vari settori. È vero che quelli che potevano essere i benefici economici per

l’amministrazione potevano essere molto più alti, ma alla fin fine non ci interessava diventare

“la Montecarlo” delle rinnovabili, ma avere la sostenibilità che significa avere e mantenere dei

servizi in grado di creare anche altre attività. Abbiamo fatto la scelta politica di far partire le

attività nei tempi minori possibili (Federico Pennesi, Santa Luce).

* * *

Fortore Energia

L’area compresa tra la Campania e la Puglia attraversata dal fiume Fortore (che funge

anche da confine tra la Puglia e il Molise), che coincide con i territori delle Comunità Montane

dei Monti Dauni Settentrionali (FG) e del Fortore (BN) che accorpano ventotto Comuni

Appenninici, a cavallo delle province di Foggia e Benevento, già nel 2000 ospitava il distretto

eolico italiano: dei circa 700 MW installati in Italia, sull’Appennino Appulo-Campano erano

in produzione impianti per una potenza complessiva di circa 500 MW, quasi tutti installati

a partire dal 1996. Tale distretto era destinato a crescere ulteriormente, proprio grazie alle

innovazioni normative introdotte a partire dal Decreto legislativo 79/99 (cosiddetto “Decreto

Bersani”) inerente il recepimento della Direttiva europea 96/92/CE sul mercato interno

dell’elettricità che ha definito le linee generali del riassetto del settore elettrico in Italia.

Inoltre, accanto all’eolico, il territorio disponeva di risorse per favorire lo sviluppo di altre

fonti rinnovabili: la produzione di biomassa, l’acqua, il sole. Dalla trasposizione dei dati del

Libro bianco per la valorizzazione energetica delle fonti rinnovabili (6 agosto 1999), Libro Bianco

Italiano riferiti a tutte le fonti rinnovabili - con l’esclusione dell’idro medio e grande - per

108


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

le province di Campobasso, Benevento, Avellino, Potenza e Foggia – emergevano i seguenti

dati indicativi:

• la potenza installabile potenziale delle varie fonti era di circa 1.000 MW, che corrispondeva

a circa il 20% del potenziale delle fonti rinnovabili in Italia nell’anno 2006;

• l’ammontare totale degli investimenti era equivalente a circa 1.000 milioni di euro, che

corrispondevano a circa il 15% dell’ammontare totale degli investimenti attesi per l’Italia nel

2006;

• rispetto all’impatto occupazionale degli investimenti previsti si poteva prevedere, al

2010, un aumento di circa 1.000-2.000 posti nuovi di lavoro netti;

• la riduzione annuale totale di CO2 prodotta sarebbe stata uguale a 1,6 milioni di tonnellate/anno

che corrispondeva a circa il 15% del contributo italiano previsto per le fonti

rinnovabili;

• l’energia risparmiata in fonti primarie sarebbe stata uguale a 0,51 milioni di TEP, pari al

14,5% del risparmio totale ottenibile dalle fonti rinnovabili in Italia.

Nell’ambito di riferimento sopra accennato le Comunità Montane dei Monti Dauni Settentrionali

(FG) e del Fortore (BN) e il CODIF (Consorzio per la DIFfusione dell’uso razionale

dell’energia e delle fonti rinnovabili, composto da Enea e da alcune tra le più importanti

imprese di Pubblici Servizi italiane) hanno promosso il Progetto integrato Energie Rinnovabili

per lo Sviluppo Ecocompatibile dell’Appennino (P.E.R.S.E.A.), con lo scopo di sollecitare uno

sviluppo economico e sociale del territorio dell’Appennino Appulo-Sannitico:

• compatibile con le esigenze di rispetto dell’ambiente;

• coerente con gli obiettivi nazionali di riduzione dei gas serra;

• attento alle aspettative delle popolazioni locali;

• capace di creare nuove occasioni di lavoro e di sviluppo in un contesto disagiato.

Le due Comunità Montane e il CODIF, titolare di un Progetto di Iniziativa Comunitaria

(PIC) finanziato dalla Unione Europea, hanno sviluppato quanto previsto in un Patto promosso

a valle della Conferenza Nazionale per l’Energia e l’Ambiente (novembre 1998), attraverso una

serie di seminari informativi e di work-shop, tenuti nei Comuni della Daunia e del Fortore.

Questi attori hanno, in sintesi, verificato il livello di attenzione degli attori locali (amministratori,

imprenditori e cittadini) verso un nuovo modello di partecipazione al business della

produzione di energia da fonti rinnovabili, nel quale essi potessero essere “soggetti attivi”,

capaci di determinare e di condizionare le scelte imprenditoriali. Avuto un forte riscontro

positivo, le azioni sono state portate dal piano istituzionale a quello imprenditoriale e sono

entrate in gioco le imprese “ex municipalizzate” socie del CODIF, gli imprenditori locali e alcuni

loro partners tecnologici provenienti da altre regioni. Le associazioni datoriali (Confservizi

Cispel, Federelettrica) e di rappresentanza dei lavoratori (CGIL, CISL, UIL) e Legambiente hanno

partecipato ai diversi incontri/seminari, fornendo elementi importanti per lo sviluppo del

progetto e hanno partecipato alla sottoscrizione dell’accordo volontario nazionale P.E.R.S.E.A.

Il Progetto P.E.R.S.E.A. è stato avviato e sviluppato su due livelli.

Un primo livello, di carattere istituzionale ha previsto:

• la sottoscrizione di un Patto promosso da Enea e dalle Comunità Montane dei Monti

Dauni Settentrionali e del Fortore nell’ambito della Conferenza Nazionale per l’Energia e

l’Ambiente (novembre 1998);

• la sottoscrizione di un accordo volontario nazionale nell’ambito delle attività della

Commissione Bicamerale Affari Regionali (2000);

• la sottoscrizione tra le Comunità Montane dei Monti Dauni Settentrionali (FG) e del

Fortore (BN) di un protocollo di intesa per la redazione di uno studio di fattibilità per la

109


Energia eolica e sviluppo locale

valutazione delle potenzialità dell’area e la costituzione di una società mista, pubblicoprivata,

per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Un secondo livello, di carattere imprenditoriale, ha previsto la costituzione per pubblica

sottoscrizione di una società per azioni conformata ai principi di una public company. Essendo

chiaro che i benefici maggiori sarebbero stati assegnati a coloro che sarebbero stati capaci

di promuovere e di realizzare gli investimenti, le Comunità Montane hanno:

• sottoscritto un accordo con il Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di uno studio

di fattibilità sociale, tecnico, economico, finanziario e amministrativo di sviluppo della produzione

di energia da fonti rinnovabili;

• avviato una serie di contatti con imprese di pubblici servizi (le ex municipalizzate) e

con imprese private potenzialmente interessate a partecipare ad una public company (nessun

socio avrebbe potuto avere più del 25% del capitale, né si sarebbero potuti fare patti di

sindacato superiori a tale percentuale);

• promosso la costituzione, per pubblica sottoscrizione, di una società per azioni, Fortore

Energia SpA.

La Fortore Energia SpA, costituita ad ottobre 2002 per pubblica sottoscrizione presso

un notaio di Lucera (FG), ha stabilito la propria sede legale a Volturara Appula (FG), il paese

più piccolo delle due Comunità Montane. I soci promotori sono stati: Comunità Montana dei

Monti Dauni Settentrionali (10%), Comunità Montana del Fortore (10%), Fen Energia SpA di

Brescia (25%), Soluzioni Scarl di San Giorgio del Sannio (BN) (20%). 88 I soci sottoscrittori

sono stati 3 multitutility del Centro-Nord: Meta SpA di Modena (10%), AGSM SpA di Verona

(10%), Sageter Energia SpA di Rovato (BS) (15%).

Iscritta nel registro delle imprese, la Fortore Energia SpA, ha sottoscritto, con le due

Comunità Montane, una convenzione per la realizzazione di uno studio di fattibilità, cofinanziato

dal Ministero dell’Ambiente e denominato “Energia da fonti rinnovabili: un volano

per lo sviluppo locale auto-sostenibile” (Soluzioni Società Cooperativa, 2033). Lo studio ha

riguardato l’Appennino Appulo-Sannitico e, in particolare, direttamente le Comunità Montane

promotrici dei Monti Dauni Settentrionali e del Fortore e indirettamente quelle aree per le

quali è presumibile un’espansione del progetto di promozione della produzione di energia da

Fonti Rinnovabili (Gargano - FG; Monti Dauni Meridionali - FG; Tammaro - BN; Riccia - CB).

All’interno di questi territori sono stati individuati dei bacini omogenei composti dai territori

dei Comuni nei quali sono stati realizzati approfondimenti specifici. Nella individuazione dei

bacini si è tenuto conto delle installazioni di impianti da fonti rinnovabili, soprattutto eolici,

già realizzati e della volontà dei Comuni di aderire ufficialmente e di contribuire alla realizzazione

dello studio di fattibilità. Questo ultimo si è articolato in cinque fasi:

1. Raccordo con gli attori locali: sono stati organizzati, in ciascun bacino, dei seminari ai

quali hanno partecipato: amministratori, imprenditori, rappresentanti delle associazioni e

dei cittadini. L’obiettivo è stato quello di coinvolgere i diversi attori sociali - con i loro specifici

bagagli di competenze, professionalità ed esperienze - nelle azioni da intraprendere in

considerazione delle opportunità e dei problemi che le realtà locali devono affrontare. Sono

stati, altresì, promossi accordi e convenzioni tra i Comuni che avrebbero composto ciascun

bacino e la società che avrebbe realizzato il programma imprenditoriale (Fortore Energia

SpA). Gli accordi hanno previsto:

88 A parte le due Comunità montane, in realtà i soci locali erano tre: il commercialista Michele Raffa di San Giorgio del Sannio

(BN), Antonio Salandra di Biccari (FG) e Riccardo Ducoli, l’unico che già lavorava nel settore energia con la Fen Energia di

Brescia. A loro si è aggiunto Pietro Stampone di Biccari (FG) nel 2002 (Borrillo, 2009).

110


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

• l’adesione allo studio di fattibilità per la realizzazione di impianti per la produzione di

energia da fonti rinnovabili;

• la promozione di progetti e programmi integrati e multisettoriali per la valorizzazione

delle risorse naturali, umane e finanziarie locali.

2. Valutazione delle potenzialità delle fonti di energia rinnovabili: sono stati effettuati lavori

di definizione delle potenzialità nei diversi settori di riferimento delle fonti rinnovabili

(tecnologia eolica, biomasse, solare termico, solare fotovoltaico, miniidro). Le analisi sono

state effettuate mediante tre livelli di approfondimento:

• macro (livello provinciale);

• medio (livelli di Comunità Montana);

• micro (aree omogenee di aggregati di Comuni).

Sulla base dei dati territoriali è stata effettuata una valutazione con metodo “swap” per

valutare le potenzialità sui tre livelli di approfondimento sulla tecnologia eolica. In base ai

dati territoriali dell’ISTAT è stata effettuata una valutazione con indicatori specifici per la

definizione delle potenzialità sui tre livelli di approfondimento per le tecnologie biomasse,

solare termico, fotovoltaico, minidro.

3. Promozione di iniziative di business: è stato realizzato un piano di marketing territoriale

che, tenendo conto delle caratteristiche peculiari del territorio delle Comunità Montane,

caratterizzate da uno sviluppo assai contenuto di attività produttive, ha illustrato una ipotesi

di sviluppo centrata sul settore energetico, come settore portante per una pianificazione

integrata multisettoriale in grado di coinvolgere, oltre all’indotto (componenti impianti da

fonti rinnovabili e servizi), i sistemi produttivi tradizionali locali e cioè l’agricoltura, le PMI e

gli artigiani locali e il turismo (rurale, ambientale, culturale). Sono stati, inoltre, predisposti

e definiti i business plan degli impianti da fonti rinnovabili da realizzare nei diversi bacini,

le iniziative dell’indotto, di produzione e di servizi, potenzialmente attivabili nell’area e le

iniziative dei settori tradizionali che avrebbero potuto trovare beneficio dal volano delle

energie rinnovabili. Una particolare attenzione è stata posta in questo ultimo caso alla

definizione delle opportunità per le imprese agricole di diventare agri-energetiche (ovvero

imprese agricole con piccoli impianti da rinnovabili costruiti ad hoc per le singole esigenze),

per le PMI di utilizzare “kW Verdi”, per il turismo di utilizzare “le strade del vento”.

4. Studio degli strumenti finanziari: è stato caratterizzato dalla ricerca, lo sviluppo e la

promozione degli strumenti finanziari più qualificati per il finanziamento: dagli investimenti

diretti (impianti da rinnovabili), a quelli dell’indotto (produzione e servizi) fino a quelli

dei settori tradizionali (agricoltura; PMI; turismo). Il lavoro svolto ha riguardato, quindi,

l’individuazione dei programmi generali di sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, specifici

di agevolazione e di finanziamento degli impianti, di agevolazione e di finanziamento

dell’indotto, di agevolazione e di finanziamento dell’azienda agri-energetica e di qualità, di

agevolazione e di finanziamento delle PMI “verdi” e di agevolazione e di finanziamento del

turismo rurale. Un’attenzione particolare è stata posta al tema della raccolta del risparmio

da orientare al finanziamento delle iniziative imprenditoriali da implementare nella fase di

attuazione dello studio e da remunerare con tassi mediamente più elevati di quelli del mercato,

anche evidenziando, da un lato, una elevata propensione al risparmio da parte della

popolazione nell’area locale, dall’altro, una bassissimo rapporto tra raccolta e impieghi delle

istituzioni bancarie e finanziarie.

111


Energia eolica e sviluppo locale

5. Definizione dei percorsi autorizzativi: sono state definite la contrattualistica e la modulistica

per le convenzioni con gli enti locali e i privati, le procedure necessarie per le autorizzazioni

e le concessioni per ciascuna fonte rinnovabile, nonché quelle per il funzionamento

degli sportelli unici dei Comuni e/o delle Comunità Montane.

Costituita la Fortore Energia SpA con un capitale sociale di 7,5 milioni di euro raccolti

con la modalità della “pubblica sottoscrizione”, realizzato lo studio di fattibilità che ha

evidenziato le possibilità di promuovere investimenti per oltre 500 milioni di euro con notevoli

riflessi occupazionali diretti nel settore energetico ed indiretti in quelli delle attività

tradizionali dell’area (agricolo, alimentare; turistico, artigianale; etc.) e avendo raggiunto

l’obiettivo di dare un chiaro indirizzo al progetto di sviluppo dei propri territori, le due Comunità

Montane non hanno più partecipato agli aumenti di capitale che hanno portato alla

realizzazione dei campi eolici.

I primi progetti di parchi eolici vengono presentati nel 2002, ma il primo che viene

portato in cantiere è del 2005: il parco da 22 MW (11 aerogeneratori Enercon da 2 MW ciascuno)

di San Chirico nel comune di Roseto Valfortore (FG). Nel 2005 si è avuto, altresì, un

turnover tra gli azionisti: le “ex Municipalizzate” Meta SpA di Modena, AGSM SpA di Verona,

Sageter Energia SpA di Rovato, detentrici del 35% del capitale della società, prese da problemi

interni di riorganizzazione ed esterni di aggregazione, hanno lasciato il posto al Consorzio

Romagna Energia di Cesena, formato da un gruppo di imprese agroalimentari guidato

da Amadori, Orogel e Conserve Italia che avevano investito in Capitanata (Amadori per gli

allevamenti dei polli) e avevano interesse ad acquistare energia “pulita”. 89 Sono state queste

importanti realtà imprenditoriali che hanno fornito risorse finanziarie sia per gli investimenti

diretti (realizzazione dei parchi eolici), sia per quelli indiretti (aziende agri-energetiche).

Viene così costituita la Holding Fortore Energia (prima Srl e poi SpA) che rileva il 98,5% di

Fortore Energia SpA. Il 50% della nuova società viene rilevato dai soci romagnoli, mentre il

rimanente 50% va a Wind Farm Fortore Energia di San Giorgio del Sannio (BN) che raccoglie i

soci appulo-campani (Fen Energia, ETS e Dear). Inoltre, viene stabilito che l’intera produzione

elettrica di Fortore Energia sia commercializzata attraverso il Consorzio Romagna Energia.

Noi siamo partiti da uno studio di fattibilità: come orientare lo sviluppo di un territorio usando

come volano le energie rinnovabili. Un lavoro che è stato fatto prima che nascesse la società.

Uno studio co-finanziato dal Ministero dell’Ambiente che aveva diversi capitoli. Uno dei

capitoli diceva: “premesso i benefici che può portare il settore delle energie rinnovabili… per

avere una ricaduta sul territorio è importante che ci sia una realtà territoriale che copre buona

parte della filiera, tranne la produzione dei componenti”, anche se, in un capitolo successivo

dello studio si ragionava anche sulla componentistica e sulla strutturazione di un distretto

industriale. Il primo passaggio era quello di costituire una società che progettasse, realizzasse

89 Romagna Energia è nata come consorzio il 22 Dicembre 1999, in concomitanza con la liberalizzazione del mercato elettrico,

dall’associazione di grandi aziende della Romagna, in particolare del settore agro-alimentare; nel 2008, a seguito di un

enorme sviluppo sia in termini di volume che, conseguentemente, di bilancio, è divenuta Romagna Energia Società Consortile.

Romagna Energia è un fornitore di energia elettrica e di gas naturale, si rivolge a tutte le imprese esistenti sul territorio italiano,

alle cosiddette utenze “non civili”. Ad oggi è uno dei principali player del mercato energetico nazionale con 500 consorziati e

oltre 2000 siti in fornitura (alta, media e bassa tensione), 1,5 miliardi di KWh di energia elettrica dispacciata e un fatturato

di circa 191 milioni di euro (anno 2009). Romagna Energia è il primo consorzio associativo italiano per punti di prelievo e il

secondo per volumi di energia; è presente in tutte le regioni d’Italia ed è in continua crescita. La società è senza scopo di lucro

con obiettivo di bilancio zero attraverso ristorni sulla tariffa dell’ energia. I soci sono rappresentati dai consumatori stessi, a differenza

della maggior parte delle società di vendita presenti sul mercato; l’utente finale non rappresenta solamente un semplice

cliente, ma diventa socio di un progetto per fornire energia e servizi di elevata qualità, utilizzando le tecnologie più efficienti e

compatibili con l’ambiente. L’attività di Romagna Energia in ambito energetico non si limita alla sola fornitura di energia e gas,

ma offre anche capacità e conoscenze in ambito di fonti rinnovabili, autoproduzione, certificati verdi, etc.

112


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

e gestisse impianti e possibilmente nella compagine societaria dovevano esserci anche delle

realtà locali che furono identificate nelle Comunità Montane. Quindi, è nata Fortore Energia

come realizzazione dell’ultimo capitolo e cioè “facciamo una società che lavora con il territorio

e per il territorio”. In questa prima fase, eravamo quattro gatti, le Comunità Montane avevano

una piccola partecipazione insieme con alcuni soggetti locali e alcune multitutility pubbliche

del Centro-Nord. Chiaramente non c’erano soldi e quindi il coinvolgimento dei professionisti,

me compreso, è avvenuto sull’ipotesi di realizzazione del progetto. Sono state fatte una serie

di progettazioni dove vi era un collegamento con i sindaci “amici” cioè che aderivano al progetto

perché interessati. Abbiamo sviluppato dei progetti in questi Comuni. Questi progetti

hanno seguito un iter lunghissimo di autorizzazioni perchè “di sconti” non ne sono stati fatti

a nessuno e poi si è passati alla fase successiva perché alcuni progetti sono stati approvati e,

quindi, potevano essere messi in cantiere. A quel punto è cambiato tutto perché una società

locale, sostenuta da dei partner locali, non ha la forza per accedere “al debito”, cioè di accedere

al sistema di credito bancario. Questo è un punto importante. Perché una società piccola

con un progetto così ambizioso, così legato al territorio, deve necessariamente e lentamente

andare con soggetti esterni al territorio che ti portano dalle banche? Qui, c’è un problema di

accesso al credito, e questo è il primo tema. Per accedere al credito abbiamo scelto un gruppo

di appoggio che non fosse una multinazionale, ma un gruppo che in qualche modo aveva un

collegamento con il territorio. Abbiamo individuato il gruppo romagnolo formato da Amadori,

Orogel e Conserve Italia di Cesena che hanno diversi soci in Puglia legati agli allevamenti. Loro

sono entrati in società con una quota maggioritaria. Il Gruppo Amadori con tutte le società

collegate ci ha consentito di realizzare il primo parco eolico, cioè ci hanno accompagnato in

banca, la banca ci ha dato il finanziamento e loro ci hanno messo quella parte di equity che

serviva. L’altro aspetto interessante è che l’energia prodotta è stata conferita non a ENEL, ma

al Consorzio Romagna Energia che acquista direttamente l’energia. Quindi, nel 2005 c’è stato

già un primo scollamento dal locale “stretto”: dato che non c’era un sistema finanziario locale

adeguato, abbiamo dovuto per forza allearci con soggetti esterni. In un progetto di filiera questo

passaggio poteva non esserci, se c’era un sistema “a monte” che capiva il valore di questa

iniziativa. Tutto questo nonostante la Puglia sia anche piena di banche locali. Il problema è

che i soldi che servono a fare un parco eolico sono tanti (Giovanni Alessandro Selano, Holding

Fortore Energia SpA).

Negli anni successivi vengono rapidamente realizzati altri sette impianti eolici nell’area

Fortorina:

• il parco da 18 MW (9 aerogeneratori Enercon da 2 MW) di Spina nel Comune di Roseto

Valfortore (FG) nel 2006; 90

• il parco da 12,3 MW (6 aerogeneratori REpower da 2,05 MW) di Monticelli nel Comune

di Roseto Valfortore (FG) nel 2007;

• il parco da 20 MW (10 aerogeneratori Enercon da 2 MW) di Buglia nel Comune di

Rocchetta S. Antonio (FG) nel 2007;

• il parco da 29,9 MW (13 aerogeneratori Enercon da 2,3 MW) di Franciosa nel Comune di

Rocchetta S. Antonio (FG) nel 2007;

• il parco da 26 MW (13 aerogeneratori Enercon da 2 MW) di Alberona nel Comune di

Alberona (FG) nel 2008;

• il parco da 12 MW (6 aerogeneratori Enercon da 2 MW) di Biccari nel Comune di Biccari

(FG) nel 2009;

90 Nel dicembre 2006, in occasione del 28° anniversario della nascita della Comunità Emmaus di Foggia, c’è stata anche

l’inaugurazione di una torre eolica nel Villaggio-comunità di accoglienza Emmaus di Foggia, realizzata con il supporto finanziario

della Banca Popolare Etica. La Comunità può così risparmiare sui costi dell’energia elettrica e in pochi anni ottenere un introito

della vendita dell’energia prodotta in eccedenza.

113


Energia eolica e sviluppo locale

• il parco da 40 MW (20 aerogeneratori Enercon da 2 MW) di Serro di Luca nel Comune di

Rocchetta S. Antonio (FG) nel 2010.

Nel 2009-2010 Fortore Energia arriva ad avere 8 impianti in esercizio con una potenza

installata di 180,2 MW, ma altri 7 impianti sono in costruzione per complessivi 175 MW e altri

7 sono in sviluppo per complessivi 396,8 MW.

Fortore Energia nasce con una partecipazione di sue Comunità Montane locali, ma oggi è una

società privata. È comunque una società nata sul territorio e, quindi, diventa quasi automatico

lavorare in un certo modo, perché altrimenti se l’ambiente ti è ostile non si lavora più. Visto

che è tutta gente del posto, dal presidente ai responsabili di progetto, necessariamente devi

operare in una certa maniera. In più, ci sono una centinaio tra dipendenti, consulenti, giovani

che lavorano lì e che altrimenti sarebbero in giro per l’Italia, se non per il mondo, perché in

realtà come quelle un geologo, un ingegnere meccanico o un laureato in economia non hanno

nulla da fare. Questo è un altro aspetto che sicuramente dà forza alla struttura. Non è una

società che viene da “altrove” e che trova il posto più conveniente dove lavorare. Nei principi

della società c’è sempre stato quello di non fare esclusivamente la produzione, ma di trovare

sempre formule per cui si traino anche altre economie. Michele Raffa è stato il fondatore della

Fortore Energia SpA ed è uno dei soci principali. Lui, dieci anni fa, ha realizzato uno studio

di fattibilità attraverso la sua società, la Soluzioni Scarl, che è una realtà collocata a San

Giorgio del Sannio (BN) che si occupa di studi economici e di sviluppo locale. La Fortore è

stata fondata attraverso uno studio di fattibilità su tutta la valle del Fortore, indagando tutte

le potenzialità in relazione alle energie rinnovabili, per capire il nuovo marketing del territorio

legato all’energia, a come tutte queste “nuove economie” potevano essere strutturate in materia

organica. È una cosa interessante perché si è preso un territorio e si sono analizzate le

potenzialità energetiche. Da questo, si partiva con l’idea di coinvolgere le comunità locali, ma

soprattutto portare uno sviluppo territoriale attraverso un’economia “di punta”. Il tema è anche

che “l’economia di punta” non rimanga isolata, che ci sia una crescita di vario tipo: turistica,

occupazionale, di benessere generale. Il problema della “non accettazione” alla fin fine è più

prodotto “dall’esterno” che da chi vive il territorio perché comunque ci sono dei vantaggi. A

parte gli affitti dei terreni, c’è stata una crescita sia in termini di occupazione che di imprese.

In alcuni casi, c’è stato un miglioramento della qualità dei paesi, dei servizi o anche degli sgravi

fiscali. Raffa è stato il primo ad avere questa visione, adesso è necessità avere una visione di

questo tipo. Una necessità perché intanto bisogna organizzare quello che c’è e in più capire

come andare avanti, cosa fare, ma in una visione più globale. Alla fine, l’intervento sull’energia

è quello che può trainare altre economie meno forti. Quindi, lo start up di tante altre attività

può essere fatto con un’economia dell’energia. Tutto questo è un tema sociale importante, ma

funziona anche dal punto di vista economico. Se viceversa prevale un atteggiamento molto

“industriale”, spesso non c’è l’appoggio delle popolazioni locali, non c’è l’appoggio della società

che deve sostenere l’iniziativa e poi si ferma lì, non cresce, non evolve (Daniela Moderini,

architetto del paesaggio).

Nello statuto di Fortore Energia SpA è stabilito che parte degli utili realizzati deve essere

reinvestito per lo sviluppo locale e nella implementazione dei risultati dello studio di

fattibilità, per rafforzare il rapporto con gli enti locali e i cittadini, la società - oltre a un

significativo aumento delle royalties pagate ai Comuni e i fitti/diritti di superficie riconosciuti

ai privati (scelte che hanno “smosso” il mercato dello sviluppo dei campi eolici, regolato fino

ad allora da un oligopolio di fatto) – ha cercato di promuovere una ipotesi di sviluppo del

territorio centrata sulla produzione di energia da tutte le fonti rinnovabili (quindi non solo

ed esclusivamente dal vento, ma anche da biomassa, dal sole, dal mini-idro), come volano

per una pianificazione integrata multisettoriale dello sviluppo locale auto-sostenibile (risorse

114


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

naturali, umane e finanziarie endogene) per cercare di coinvolgere, oltre all’indotto (componenti

impianti da rinnovabili e servizi), i sistemi produttivi tradizionali locali:

• l’agricoltura con le “fattorie del vento”:

L’incontro del sistema di qualità agro-alimentare con l’utilizzo delle energie rinnovabili in un

contesto di sapori e di saperi tipici dell’Italia minore può far fare il salto di qualità a questi

territori. Il raggiungimento della “competitività territoriale” costituisce uno degli obiettivi

prioritari di un programma di sviluppo rurale. Un territorio diviene competitivo non soltanto

quando produce materie prime agricole a buon mercato, ma quando è in grado di affrontare la

concorrenza del mercato garantendo, al tempo stesso, una sostenibilità ambientale, economica,

sociale e culturale basata sull’organizzazione e su forme di articolazione inter-territoriale. Le

Fattorie del Vento sono una nuova formula imprenditoriale che unisce la vocazione agricola

delle aree interne collinari e montane con la crescente affermazione della produzione di energia

da fonti rinnovabili. Fondere in questi territori la tematica dello sviluppo rurale con il concetto

della multifunzionalità, attraverso la produzione e l’utilizzo delle energie rinnovabili, costituisce

una grande opportunità (Raffa, 2007:103-104).

• le PMI e gli artigiani locali con l’eco-distretto:

Enti pubblici, imprese e cittadini possono richiedere di acquistare tanta energia prodotta da

fonti energetiche rinnovabili, quanti sono i loro consumi annui, a dimostrazione che non tutta

l’energia disponibile ai propri contatori è uguale, bensì può essere differenziata e frutto di

un’attenta scelta. Chi sceglie di certificare l’origine della energia consumata compie un’azione

che ha diversi riflessi:

• introduce il fattore “scelta” nell’ambito del consumo di energia;

• contribuisce a creare un “movimento” a favore della domanda di rinnovabili.

La diffusione della scelta attraverso un “movimento” consente di riconoscere un “valore aggiunto”

ai prodotti e ai servizi ottenuti, contribuendo alla soluzione di emergenze globali.

La partecipazione ai programmi da parte di imprese, oltre a rappresentare una precisa scelta

nella direzione della sostenibilità energetica, costituisce un vantaggio commerciale perché si

ha la possibilità di poter usufruire del relativo logo o label per certificare i prodotti /servizi

che vengono offerti. Inoltre, al di là della produzione e del consumo di kWh verdi, le soluzioni

di intervento ambientale più innovative (produzione di eco-combustibili; recupero ambientale;

riduzione impatti) - che puntano al risparmio, al recupero e alla salvaguardia di risorse ambientali

- sono sicuramente quelle che avranno, in prospettiva, il più alto valore, sia in termini

di ritorno degli investimenti (sottoforma di nuovi ricavi e/o di minori costi), sia in termini di

comunicazione (Raffa, 2007:104).

• il turismo (rurale, ambientale, culturale) con le “strade del vento”.

Si tratta di un progetto che sta promuovendo Fortore Energia Spa in collaborazione con i Comuni

nei quali sta realizzando gli impianti eolici. Si sviluppa lungo la dorsale pre-appenninica

meridionale parallelamente alle linee di costa adriatica e tirrenica, prevalentemente in direzione

nordovest sud-est. Le “Strade del Vento” consentono di dare un nuovo senso alle infrastrutture

tecniche eoliche e agli altri interventi nel campo delle Fonti Energetiche Rinnovabili e potrà

calamitare nuove attenzioni sui territori facenti parte dei bacini eolici. I nuovi itinerari “Strade

del Vento”, si potranno incrociare con quelli archeologici, monumentali, storici, naturalistici,

enogastronomici che potranno essere creati o legati ad essi. Più che un itinerario in senso

stretto, le “Strade del Vento” possono intendersi come una linea che collega luoghi straordinari

per caratteristiche geografiche, ambientali, paesaggistiche e storico culturali dalle grandi

115


Energia eolica e sviluppo locale

potenzialità turistiche: crinali, pianori, leggeri insellamenti garantiscono le migliori condizioni

per utilizzare al massimo l’energia generata dal vento e al tempo stesso rappresentano possibili

mete di escursioni o punti mediani all’interno di itinerari di altissimo livello. A completare

l’elencazione dei caratteri dominanti è compreso il vento, il principale fenomeno percepibile,

che insieme alla luce forte e abbagliante da sempre accompagna i viaggiatori e gli abitanti di

queste terre (Raffa, 2007:104-105).

A partire dal 2008 inizia la transizione da una struttura organizzativa basata sulla centralità

di Fortore Energia SpA, la società operativa proprietaria dei campi eolici in esercizio,

di quelli in costruzione e di quelli in sviluppo, a una struttura “satellitare” di “Gruppo”, che

evidenzia le centralità della Holding Fortore Energia. Ad essa già faceva capo la stessa Fortore

Energia SpA; ad essa fanno capo anche alcune società (sub-holdings) che dovrebbero consentire

una diversificazione territoriale, settoriale e dimensionale dei business. Territoriale,

perchè a Fortore Energia SpA fanno capo solo iniziative eoliche in Puglia, Campania, Basilicata

e Molise, in esercizio e in costruzione. Settoriale, perchè a Fortore Energia SpA fanno

capo solo iniziative nel settore eolico. Dimensionale, perchè a Fortore Energia fanno capo gli

impianti “industriali” di produzione di energia eolica. Per la diversificazione territoriale viene

costituita la sub-holding Fortore Energie Rinnovabili. Ad essa fanno capo, nel settore eolico:

• i progetti in iter autorizzativi e in sviluppo;

• la società CRETA Energie Speciali (35% di proprietà di un Consorzio di Comuni, prevalentemente

della Calabria);

• la new-co che sarà costituita con GENCO Srl (50% di proprietà di un gruppo di sviluppatori

campani, titolari di una pipeline di circa 200 MW);

• tutte le altre società costituite con altri sviluppatori.

Per la diversificazione territoriale è stata costituita per le attività all’estero (avviate dal

2007), ENDE:

• proprietaria dell’80% di Enerce, una società che opera in Brasile;

• il 100% di Eoliana, per la Romania;

• l’80% di Arenergy, per l’Armenia;

• tutte le altre partecipazioni in società estere (Turchia, Grecia, Albania e Montenegro).

Per la diversificazione settoriale per la produzione di energia sono state costituite: 91

• Fortore Biomasse, per la realizzazione degli impianti di produzione di energia e calore

alimentati da biomasse vegetali;

• Fortore Fotovoltaico, per la realizzazione degli impianti di produzione di energia dal sole

(a inizio 2009 entrano in funzione tre impianti realizzati sui tetti delle grandi unità produttive

del Gruppo Amadori a Sogliano e Santa Maria in provincia di Forlì-Cesena e a Notaresco

e Mosciano in provincia di Teramo);

• Fortore Idro, per la realizzazione degli impianti di produzione di energia da mini-idro;

• Fortore Agroenergie Srl che si occupa della realizzazione di progetti finalizzati allo

sviluppo dei piccoli Comuni attraverso la valorizzazione delle risorse energetiche locali, in

particolare attraverso l’iniziativa “Borghi di Eolo” per il recupero dei borghi in disuso che

vede la partecipazione della energy service company Innesco della Banca Popolare Etica.

Gli elementi “chiave” del progetto “Borghi di Eolo” sono:

• la disponibilità della risorsa eolica e l’attenzione per la realizzazione del campo eolico

91 Nel 2009, la Encap Srl, società attiva nelle rinnovabili, di cui Fortore Energia detiene il 30% del capitale, ha sottoscritto

l’aumento di capitale della società KR Energy quotata in Borsa, acquisendo in portafoglio un pacchetto pari al 4,3% del capitale

per 10 milioni di euro.

116


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

“dimensionato” al progetto di recupero del patrimonio immobiliare;

• la disponibilità almeno trentennale del patrimonio immobiliare (proprietà, concessione,

fitto, altro) e delle autorizzazioni necessarie per il recupero.

I soggetti “chiave” del progetto sono:

• Gruppo Fortore Energia: garantisce il know how necessario per la progettazione, la realizzazione

e la gestione del progetto di sviluppo locale e degli impianti FER;

• Comune: garantisce la disponibilità degli immobili e il supporto negli iter autorizzativi degli

impianti FER e di recupero degli immobili;

• Cittadini residenti ed emigrati: partecipano, eventualmente, al progetto con l’ottica di creare

un moltiplicatore di opportunità;

• Società di Gestione (cooperativa o società locale, nuova o esistente): fornisce le competenze

per la gestione dell’albergo/villaggio o del parco (http://www.soluzioni-net.it/fortore2/

iborghidieolo/default.asp).

È utile ricordare ciò che si è realizzato in termini di parchi eolici a Roseto. Questo significa che

l’amministrazione ci ha creduto fin dall’inizio, non soltanto come parte finanziaria - le quote

che entrano nelle casse comunali -, ma anche e soprattutto per quello che poteva essere l’indotto.

Usando per quanto riguarda gli introiti, lo sviluppo del sociale, la nascita di iniziative verso

le attività produttive, il turismo, l’occupazione. La cosa importante è quello che siamo riusciti

negli anni a fare con Fortore Energia. Mancano pochi giorni all’avvio dei lavori di un parco eolico

di due torri comunali in partnership con la Fortore. Si tratta di due aerogeneratori per una potenza

totale di 4,6 MW. Ma, la cosa più importante è che, anche grazie al supporto della Banca

Popolare Etica, ci sarà una parte di azionariato diffuso e quindi la partecipazione anche dei

cittadini. Questa parte si deve ancora fare, però è stata fatta una convenzione, il grosso è già

in campo, gli atti sono stati portati avanti, dobbiamo solo realizzare le torri. Una percentuale

di utile andrà a beneficio di chi vuole investire nell’eolico. Intorno a questo progetto ci sono

anche altre cose: la realizzazione del Borgo di Eolo per il rifacimento ed il recupero di tutti gli

alloggi abbandonati. Appartenevano a persone che hanno lasciato il paese di origine, e quindi

il recupero di case e appartamenti abbandonati, il patrimonio urbanistico del centro storico.

Ancora, la realizzazione di una struttura per l’attività didattica aperta alle scolaresche, non solo

classi di scuole medie ed elementari, ma anche e soprattutto verso gli universitari, e quindi un

motivo di attrazione culturale verso il nostro territorio. Si tratta di un Parco Ecodidattico, che

attraverso un percorso che parte dal centro storico si sviluppa sul fiume Calore attraverso il recupero

di alcuni mulini, si arriva al centro che è composto da una serra fotovoltaica, un piccolo

impianto a biomasse e poi un sentiero che arriva sopra ai campi eolici. Questo centro costituisce

un momento di collegamento tra attività turistica e attività didattica. Il Comune di Roseto ha

già un Osservatorio Ecologico Appenninico e un centro di accoglienza ambientale che durante

il periodo delle gite scolastiche funziona molto. In due anni abbiamo registrato più di 7mila

presenze legate ad attività di didattica con le scuole. In questi anni, con le royalty dei parchi

eolici, Roseto non ha migliorato solo la festa patronale. Da 4-5 anni, a Roseto nascono da 6 a

12 bambini l’anno, che non compensano le morti, però sono un segno di vitalità per un paese

che ha 1.200 abitanti. Nell’indotto dell’eolico lavorano più di 30 ragazzi, sono giovani che sono

rimasti in paese, diversamente sarebbero andati via, coppie che si sono sposate (Lucilla Parisi,

Roseto Valfortore).

Alla riorganizzazione in una struttura di Gruppo viene impressa un’accelerazione improvvisa

a partire dal giugno 2009, allorquando dal Gruppo Holding Fortore Energia SpA viene creata

Fortore Wind Srl alla quale vengono trasferiti tutti i 7 impianti eolici all’epoca in esercizio

e i 15 in costruzione e in sviluppo. Il 33% del capitale di Fortore Wind Srl viene rilevato dalla

117


Energia eolica e sviluppo locale

BKW Italia SpA, 92 controllata italiana del Gruppo Svizzero BKW FMB Energie SA (controllato

dal cantone di Berna e partecipato al 20% da E.On).

Questo accordo viene presentato da entrambe le parti come una “partnership strategica”

finalizzata alla crescita, all’espansione e a nuovi massicci investimenti (Borrillo, 2009).

Entrambi i gruppi, infatti dichiarano che l’accordo di collaborazione ha come obiettivo 600

MW eolici entro il 2016. Fortore Wind dispone di impianti eolici in esercizio per un totale

di 140 MW (che ne fanno il 5° operatore in Italia dopo i gruppi Ivpc, Edens, e International

Power), di impianti eolici in costruzione e prossimi al completamento entro l’anno 2011 per

un totale di 190 MW, nonché di un portafoglio progetti eolici in sviluppo per un totale di 360

MW che verranno completati per almeno 275 MW entro l’anno 2016. L’investimento complessivo

di Fortore Wind per il completamento degli impianti in costruzione e la realizzazione dei

progetti in portafoglio è stimato in oltre 1.000 milioni di euro nel periodo 2009/2016. Ma,

l’ambizione è anche quella di chiudere il ciclo dell’eolico, entrando anche nella produzione

industriale di componenti e aerogeneratori.

Il gruppo Fortore sta promuovendo la realizzazione della “filiera eolica” tra le regioni della Puglia

e della Campania. Una filiera che prevede la realizzazione di impianti produttivi per sviluppo e

produzione di semilavorati e/o finiti per il settore eolico; assemblaggio aerogeneratori; installazione

e manutenzione impianti. Abbiamo cominciato come sviluppatori per progettare impianti,

poi realizzatori con l’ingresso di Amadori e Lucchi, poi abbiamo proseguito con la costruzione

degli impianti fino alla costituzione di un consorzio per la commercializzazione. Per chiudere la

filiera siamo infine passati alla realizzazione di progetti di componenti industriali: il risultato più

importante consisterà nella realizzazione di un aerogeneratore di marchio italiano: “Wind Italia”.

Vogliamo costruire noi le pale, i tempi sono maturi, ci sono le figure professionali e le esperienze

necessarie per questo salto di qualità. Noi le torri in cemento già le facciamo con un’azienda barese

di Modugno: basta guardare ai parchi di Alberona e Biccari. Adesso come gruppo puntiamo a

creare un’atra unità operativa per la produzione delle torri: una unità per assemblaggio e manutenzione

degli aerogeneratori e altre unità per la realizzazione di parti meccaniche. Abbiamo acquisito

sette ettari a Macchia sui suoli ex Sindyal, ottenendo anche l’okay dell’ASI. L’idea è quella

di utilizzare Bicccari (dal prossimo autunno) per costruire torri in cemento. Lacedonia, Candela

e Ascoli per la realizzazione di parti meccaniche delle pale e Manfredonia-Macchia per l’assemblaggio.

A regime l’operazione darà lavoro a non meno di 400 unità direttamente impegnate e

altre 400 nell’indotto. Il sistema entro il 2015 dovrebbe consentire al territorio di produrre ogni

anno una ricchezza pari 3-400 milioni di euro parte dei quali resteranno sul territorio (Antonio

Salandra, presidente della Holding Fortore Energia SpA, citato in Borrillo, 2009).

Ma, questi ambiziosi piani devono fare i conti con gli effetti negativi della crisi economica

internazionale che contribuisce a mettere a nudo la debolezza finanziaria dell’intero gruppo.

Per fare fronte alle difficoltà finanziarie, infatti, nel dicembre 2010, per la prima volta il

gruppo è costretto a vendere 4 dei parchi eolici in esercizio (San Chirico, Spina, Monticelli e

Franciosa) con una potenza complessiva di 82 MW (che producono elettricità per un totale

di oltre 160 GWh) alla BKW Italia SpA che nel quadro di questa operazione cede a Fortore

92 La capacità di generazione elettrica della BKW Italia SpA in Italia comprende otto impianti idroelettrici ad acqua fluente

in Lombardia per un totale di 42 MW nominali, una partecipazione del 33% in Fortore Wind Srl (140 MW di impianti eolici in

esercizio), una partecipazione del 25% in E.ON Produzione Centrale Livorno Ferraris SpA (centrale a ciclo combinato da 800 MW)

ed ulteriori partecipazioni di minoranza in impianti a biomasse. BKW Italia SpA dispone inoltre di una partecipazione pari al 48%

in Tamarete Energia Srl (centrale a ciclo combinato di picco da 104 MW) ed il controllo del 100% della Volturino Wind Srl (parco

eolico da 25 MW) entrambi in fase di realizzazione. La strategia di BKW in Italia è quella di sostenere i propri volumi di vendita

di energia elettrica anche attraverso il progressivo incremento della propria capacità di generazione da fonti convenzionali e

rinnovabili, pertanto oggi la società è fortemente impegnata nella finalizzazione dei progetti attualmente in sviluppo e nella

ricerca di ulteriori opportunità sul territorio italiano.

118


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

Energia la sua quota (33%) di partecipazione in Fortore Wind. I costi della transazione non

sono stati resi noti.

Fatto il primo parco eolico, abbiamo realizzato il secondo, poi il terzo e così via. La Fortore Energia

non ha mai venduto, ha sempre operato per svilupparsi, ma a un certo punto ha dovuto vendere

una parte dei suoi parchi perché non poteva più sostenere finanziariamente la crescita. Nel frattempo,

intorno al gruppo Fortore Energia, si è creata la possibilità di lavorare, per cui da 5 persone

siamo diventati tantissimi, più di 130 persone tecnici ed ingegneri tra le sedi di Lucera e San

Giorgio del Sannio che fanno tutte le attività dalla misurazione al progetto, al progetto esecutivo,

etc.. Nel frattempo è stata creata anche una società collegata che costruisce parchi eolici. Quindi,

dalla progettazione alla gestione. Poi, che cosa è successo? Quando realizzi qualcosa ti vengono a

cercare, e quindi si sono aperte tantissime opportunità, e abbiamo iniziato ad elaborare progetti

ovunque. Poi, alla fine capisci che non puoi andare avanti su tutto, alcune cose le devi valorizzare

e, quindi, alcuni dei parchi eolici già in funzione sono stati ceduti alla società svizzera BKW. Sono

stati passaggi obbligati perché tantissima progettazione non è andata a buon fine, è rimasta

“impelagata” negli iter burocratici che non si sono chiusi, e comunque c’era tantissima gente a

lavorare che non puoi mandare a casa il giorno dopo. Purtroppo, i tempi di approvazione dei progetti

sono molto lunghi. Su questo c’è da dire che il sistema istituzionale “non segue”, anzi tende

a rallentare piuttosto che …. non dico a favorire. Sulla carta loro avevano i 180 giorni per fare le

cose e invece sono diventati tempi biblici. Tempi segnati da dei contrasti tra Ufficio Ambiente e

Ufficio Industria, tra Ufficio Industria e Ufficio Urbanistica. In sostanza, la Regione ha dimostrato

di non essere all’altezza, e sto parlando degli uffici e non del governo. Uffici che non avevano le

competenze e che quindi non erano in grado di gestire le autorizzazioni. Nel frattempo, l’eolico

era un “business”, e di conseguenza qui in molti si sono lanciati a fare progetti. Sono arrivati

sui tavoli della Regione centinaia e centinaia di progetti. La Regione ha tentato di regolamentare

queste iniziative, ma alcuni articoli sono stati dichiarati anticostituzionali. Insomma, c’è stato un

pasticcio e alla fine una società come la nostra subisce anche l’onta di avere il via libera per dei

parchi eolici e poi ottenere un’autotutela della Regione che revoca l’autorizzazione unica. Questo

ha bloccato i finanziamenti delle banche, ma si dovevano pagare i fornitori, il che ha comportato

che parte delle attività di proprietà di una società locale come la nostra sono dovute essere cedute

ad una società che con la Puglia e con l’Italia non c’entra nulla, Alla fine anche queste attività

della Regione “non coordinate” portano dei danni: non ti rendi conto che una decisione non la

puoi prendere “ a cuor leggero” perché metti in crisi un meccanismo (Giovanni Alessandro Selano,

Holding Fortore Energia SpA).

Comunque, i piani ambiziosi non vengono abbandonati, cercando di raggiungerli attraverso

una nuova “alleanza strategica” con Epuron (www.epuron.de), società del Gruppo

Conergy (www.conergy.it) leader in Europa nello sviluppo e nel finanziamento dei progetti

eolici, fotovoltaici e bio-energia, che porta alla nascita di Forturon, nuovo marchio che unisce

Fortore Energia a Epuron al fine di progettare, finanziare, costruire, gestire e manutenere

impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. 93 In occasione dell’annuncio della

partnership viene presentato il progetto per un nuovo aerogeneratore che dovrebbe essere

prodotto negli stabilimenti di San Bartolomeo in Galdo. La filosofia di Forturon è coerente

con la storia di Fortore Energia: la società realizza impianti eolici per promuovere lo sviluppo

auto-sostenibile del territorio, promuovendo la costruzione di società miste per i comuni. La

93 Forturon installa impianti prodotti da società controllate. In particolare opera con un suo aerogeneratore assemblato nella

fabbrica di San Bartolomeo in Galdo (BN). Forturon realizza gli impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile utilizzando

servizi, impianti e componenti prodotti da società del gruppo Conergy e Fortore: Fotovoltaico (Inverters, Sistemi di voltaggio,

Trackers, Sistemi di monitoraggio e misurazione), Solare termico (Sistemi completi solare termico), Eolico (Turbine per mini

eolico da 8kW)

119


Energia eolica e sviluppo locale

proposta prevede la realizzazione di una società a responsabilità limitata per la realizzazione

del campo eolico: il 51% della società posseduta dal comune e il 49% viene acquistato dal

socio privato operativo di minoranza. Il socio operativo di minoranza provvede a finanziare

l’intero investimento impegnandosi a ricercare sia il debito che a procurare l’intera equity.

* * *

Tocco da Casauria (PE)

Tocco da Casauria è un piccolo comune (2.700 abitanti) delle montagne d’Abruzzo (vicino

al Parco della Majella), in provincia di Pescara, 94 che di recente è stato oggetto di un servizio

da parte del New York Times (2010) per la sua politica ambientale ed energetica. Oggi, Tocco

produce tutta l’energia elettrica di cui ha bisogno (con un surplus del 30%) con un impianto

eolico (realizzato e gestito da FERA) da 3,2 MW, composto da 4 aerogeneratori tripala Enercon

E48 da 800 kW ciascuno (per un investimento complessivo di circa 4,5 milioni di euro)

per una produzione elettrica annua di circa 7.200 MWh, con un impianto fotovoltaico da 24

kW installato sul magazzino del cimitero e alcuni grandi impianti idroelettrici (Salvia, 2010).

L’impianto è inserito in modo armonioso nel paesaggio: gli aerogeneratori non spiccano sul

crinale della montagna, come spesso succede, ma si trovano su un pendio in un uliveto secolare,

con vista sul castello ducale del XIII sec.

A Tocco, il nostro parco è inserito in un uliveto. Abbiamo comperato i terreni vicini al parco

eolico, per cui siamo proprietari di alcuni ulivi. Tutti gli anni nel “ponte dei morti”, andiamo a

raccogliere le olive e facciamo la vita dei Toccolani: prendiamo le olive, le portiamo al frantoio

e lì incontriamo la comunità e vedono che anche noi siamo legati al territorio. Tutti gli anni andiamo

a raccogliere le olive perché è un momento di team bulding per l’azienda, ma anche “di

vivere il territorio”. Il nostro olio fa parte dei gadget aziendali. È ovviamente biologico, perché

oltre alla potatura canonica non facciamo niente, se non raccogliere le olive (Canavero, FERA).

Nel 1989 il paese venne scelto dall’Unione Europea come sede per un progetto dimostrativo

sull’energia eolica, per cui nel 1992 furono installati 2 aerogeneratori monopala M30 da

200 kW ciascuno che producevano al massimo il 25% dell’energia necessaria per far fronte ai

consumi di elettricità del paese e che soprattutto facevano un gran rumore. Tale impianto è

stato smantellato nel 2006, mentre nel 2007 sono stati installati i primi due nuovi aerogeneratori

(gli altri due sono attivi dal 2009). 95

Oggi, il Comune di Tocco di Casauria incassa circa 170 mila euro all’anno dalle royalties del

campo eolico, il 7% dell’inero bilancio comunale. Soldi che sono serviti per abolire le imposte

locali, nonché la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e per assumere due spazzini

in più, 96 per rimettere a posto prima il castello (Gervasio, 2007) e poi la scuola danneggiata

dal terremoto dell’Aquila, e per tenere bassa la retta della mensa scolastica. L’impianto fotovoltaico

è costato 21 mila euro, tra sette anni il comune inizierà a guadagnare, mentre già

oggi gli abitanti ne beneficiano, dato che non pagano più i 15 euro all’anno per la corrente del

94 Tocco da Casauria fa parte della Comunità montana della Maiella e del Morrone. Il paese sorge su un colle nella valle del

fiume Pescara, a circa 40 km dal capoluogo di provincia, lungo la strada che la collega a Roma, poco prima delle Gole di Popoli.

95 In sostanza, nel caso del nuovo impianto si è trattato di un progetto di re-powering.

96 Per “Comuni Ricicloni 2010”, il rapporto di Legambiente sulla gestione dei rifiuti e la raccolta differenziata in Italia, Tocco

da Casauria è al 57esimo posto nella graduatoria di categoria: secondo tra i comuni della Regione Abruzzo e primo nella Provincia

di Pescara. Un risultato che è frutto anche di piccole, ma significative attenzioni, dalla raccolta porta a porta al sistema di

raccolta degli olii esausti e di frittura, all’utilizzo di materiale biodegradabile nella mensa scolastica.

120


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

lumino. Inoltre, in paese sono già 13 le famiglie che hanno messo i pannelli sul tetto della loro

casa, mentre un allevatore di pecore e capre li ha montati sul tetto della sua stalla. 97

Attualmente, il Comune sta studiando la costruzione di un quinto aerogeneratore gestito

direttamente dal comune che raccoglierebbe i soldi dai cittadini con l’azionariato popolare.

Inoltre, il Comune è impegnato nello sviluppo di un programma di abbattimento dei

quantitativi di rifiuti che ancora oggi vengono destinati alla discarica. Due sono i progetti

in programma. Innanzitutto, un incentivo economico alle famiglie che affrontano l’avventura

della nascita di un bimbo, alle quali saranno rimborsati 300 € qualora decidessero di

sostituire (almeno in parte) l’uso dei pannolini usa e getta con quello di pannolini lavabili,

ormai in commercio da anni. Il secondo passo è quello di aderire alla campagna europea per

l’abolizione dell’uso dei sacchi in plastica. Infine a gennaio 2010 è stato approvato il nuovo

regolamento per l’edilizia sostenibile che introduce obblighi per l’isolamento termico e orientamento

dei nuovi edifici, per la riduzione dei consumi idrici nonché introduce una serie di

incentivi a favore dell’installazione delle fonti di energia rinnovabili.

* * *

Scansano (GR)

La centrale eolica di Scansano (Grosseto) è formata da 10 aerogenertori della spagnola

Gamesa per un capacità totale di 20 MW, in grado di produrre elettricità per 22 mila famiglie.

Nel corso degli ultimi 10 anni questo impianto è stato uno di quelli maggiormente al centro

delle polemiche tra associazioni che difendono il paesaggio e associazioni ambientaliste.

La campagna mediatica contro l’eolico è un attacco scientifico finalizzato a creare il mostro. In

questi anni, il mostro è stato l’impianto di Scansano in Toscana che è stato etichettato come

tale. Mario Pirani ne ha parlato tante volte su La Repubblica. Mi ricordo interventi di Fulco

Pratesi a convegni e in Tv in cui diceva: “si rischia di creare degli ecomostri come Scansano”.

Pratesi non l’aveva neanche visto il progetto di Scansano, perché io glielo ho chiesto. In questi

casi si entra dentro un loop per cui si nomina sempre un progetto. L’impianto di Scansano è

un bellissimo progetto. Se oggi si va a Scansano e si dice ai cittadini di toglierlo ti dicono:

“ma di che stai parlando?”, perché è un impianto che sta in una zona in cui uno solo lo vede,

il Biondi Santi (importante produttore di vino Montalcino e Morellino, ndr), che è quello che,

insieme ad Italia Nostra, ha fatto i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato per bloccarlo. Noi, come

Legambiente, abbiamo pure giocato un ruolo in questo caso. Quando all’inizio il progetto era in

fase di impostazione, ci sono state le polemiche, e noi abbiamo detto alla Gamesa e al Comune

di cercare di costruire un percorso di partecipazione e di informazione e poi di investire in un

percorso in loco dato che si tratta di un posto particolarmente bello dal punto di vista panoramico,

perché si vede dall’Amiata fino al mare. Questo è stato realizzato, con pochi soldi, perché

le aziende tendono sempre a mettere pochi soldi in questi aspetti del progetto, però questo

oggi permette di far diventare quello un posto che le persone vanno a visitare, a vedere. Oggi, è

un nuovo paesaggio, anche vissuto, mentre prima era una zona dove non ci andava nessuno. Il

motivo per cui è stato fatto lì l’impianto di Scansano è stato perché c’era un mega elettrodotto,

per cui è stato detto a Gamesa di farlo lì in modo da eliminare quell’infrastruttura fortemente

impattante. Però, si è preferito creare il mostro (Edoardo Zanchini, Legambiente).

97 Tocco è noto anche per la Centerba, un liquore ricavato dalla distillazione di diverse piante della Maiella, inventato dal

farmacista Beniamino Toro come medicamento. Nel 1817 diviene prodotto di consumo. Per quanto riguarda l’olio d’oliva, la

provincia di Pescara, e quindi Tocco, è stata tra le prime in Italia ad ottenere il riconoscimento ufficiale da parte dell’Unione

europea per la denominazione di origine protetta (D.O.P.) del suo Olio di Oliva Extravergine “Aprutino Pescarese”; questo marchio

certifica l’alta qualità dell’olio extravergine prodotto in questa zona. Il vino prodotto è di ottima qualità ed è quello tipico della

cultura abruzzese: Montepulciano, Cerasuolo e Trebbiano con ottime caratteristiche organolettiche, di gusto e retrogusto.

121


Energia eolica e sviluppo locale

Conosco molto bene, perché l’ho seguito, un caso che riguarda il Comune toscano di Scansano,

dove l’amministrazione comunale, il sindaco in particolare, Flavio Morini, sono stati i principali

fautori di questa scelta. Una scelta che ha anche provocato l’opposizione di Biondi Santi. Questo

è un caso tipico in cui l’opposizione che è stata presentata come l’opposizione della comunità era,

assolutamente legittima dal suo punto di vista, di un signore al quale le pale eoliche rompevano

le scatole perché le vedeva dalla finestra della sua tenuta. È un caso tipico in cui il problema

dell’accettazione sociale è stata molto ingigantita, ma è anche un caso tipico in cui la comunità

ha accettato questa scelta e anzi l’ha sentita come una scelta propria, vedendo in questa scelta la

possibilità anche di un modello di produzione di energia non solo meno impattante da un punto

di vista ambientale, ma anche conveniente per quel territorio. Per cui credo che un modello come

questo, poi ce ne sono altri in giro per l’Italia, ma questo di Scansano è quello che ho seguito

di più e, quindi, conosco meglio, sia un modello di successo perché il controllo democratico,

pubblico, sulle scelte, non avviene soltanto nelle forme di contrasto, di dialettica, per cui nasce il

comitato, ma avviene dall’inizio, nella misura in cui un Comune – una amministrazione che poi

come hanno dimostrato le elezioni gode della fiducia dei cittadini – non solo è il proponente di

quella iniziativa, ma ne diventa anche il garante (Roberto Della Seta, senatore).

L’impianto è stato completato nel 2006, ma nel 2007 è stato bloccato dal Tar, mentre

nel 2008 una sentenza del Consiglio di Stato ha sbloccato definitivamente la situazione, respingendo

tra l’altro le osservazioni dei ricorrenti, l’azienda agraria Montepò di Jacopo Biondi

Santi e Italia Nostra, in merito all’inquinamento acustico, all’altezza massima delle torri e ad

altre obiezioni sull’iter amministrativo. Veniva anche sollevata l’incompatibilità dell’impianto

con le vigne da cui si ricavano il Brunello e il Morellino e che tappezzano le vallate circostanti.

Le motivazioni sono state ritenute tutte prive di fondamento dal Consiglio di Stato, tranne

una: l’aver affidato il monitoraggio dell’impatto degli aerogeneratori sull’avifauna all’azienda

titolare. Una decisione ritenuta “contraddittoria” nell’iter stabilito dalla Regione.

Il parco eolico di Scansano è da 20 MW e soddisfa circa 22 mila famiglie come fabbisogno. È composto

da 10 aereogeneratori da 2 MW ciascuno, per un investimento di circa 30 milioni di euro.

Perché è importante questo parco? Dopo tutte le vicende giudiziarie che ha avuto, adesso funziona

e funzione per come era stato progettato, cioè produce energia per quelle 22 mila famiglie,

anzi quest’anno, rispetto alle 1.600 ore programmate di vento, ne ha fatte 1.800, perché tutti e

10 gli aereogeneratori funzionano. Perché è importante questo parco rispetto ad altri parchi eolici,

anche più grandi? È importante perché se un parco eolico, così contestualizzato nel paesaggio,

diventa un parco didattico per i ragazzi che, oltre a produrre energia, spiega come funziona l’energia

rinnovabile e viene così ben inserito nel paesaggio agrario toscano, dove ci sono quei bocage

di siepi, per cui diventa chiaramente un fuori scala rispetto all’aereogeneratore alto 90 metri, vuol

dire che il grande eolico, se fatto bene, può essere fatto chiaramente dove c’è vento, ma anche

rispettando criteri di buon inserimento nel paesaggio esistente (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

In questi anni, il sindaco di Scansano è riuscito, con successo, anche ricontrattare i termini

della convenzione tra il Comune e l’operatore del parco, riuscendo ad alzare le royalties

per che vanno all’amministrazione comunale.

Quando è stata fatta la convenzione per il parco eolico il sindaco di Scansano non ero io. Noi

avevamo una convenzione assurda. Non so come mai sia stata firmata. Io non l’avrei mai

firmata. Una convenzione fatta al contrario, per due motivi. Il primo, si basava su una percentuale

a decrescere. Per assurdo, il parco produce poco all’inizio e tanto dopo, quindi tu fai

una convenzione a crescere, anche perché le spese all’inizio si ammortizzano meno per cui si

pagano più volentieri a crescere che a decrescere. Probabilmente, il sindaco precedente l’aveva

122


8. Ricadute territoriali e buone pratiche

fatta secondo il suo mandato. Peraltro, recuperava una percentuale bassissima perché alcune

opere – come la strada e altre infrastrutture – venivano fatte nella sua legislatura, ma quelle le

fanno comunque tutti. La storicizzazione della royalty era: il 2% per i primi 5 anni, l’1,8% dal

5° all’8° anno e l’1,5% dall’8° anno in poi. E purtroppo questo solo sulla produzione di energia,

mente, come si sa, la vera rendita dei parchi eolici oggi è la vendita dei certificati verdi, più

che la produzione di energia. Tant’è che allora la produzione di energia stava a 40 euro a MW,

mentre i certificati verdi stavano a 170 euro. Praticamente, questo parco per il Comune produceva

un introito quasi nullo – circa 20 mila euro all’anno. Una vergogna! Quando sono diventato

sindaco, sono andato dall’operatore che prima era la società spagnola Gamesa, poi diventata

Endesa, e poi E.On, sostenendo che questa convenzione era ridicola. Era la più bassa in tutta

Italia. Loro hanno annuito, ma mi hanno anche detto che noi l’avevamo firmata e che non avevano

intenzione di ritoccarla. Allora, io dissi che voleva dire che quando avrei parlato di E.On ne

avrei parlato male. Loro si sono dimostrati disponibili a parlarne e l’abbiamo rivista. Abbiamo

rifatto una convenzione che non è l’ottimale che si sarebbe potuto fare all’inizio, ma è 4-5 volte

superiore alla precedente. Abbiamo stabilito delle percentuali in base alle condizioni di vento.

Minimo dell’1,6%, sia sulla produzione di energia che sui certificati verdi. L’1,8% se si sta tra

le 1.700 e le 1.800 ore, l’1,8% se si sta tra le 1.800 e le 2.000 ore, il 2% se è oltre le 2.000, e

sopra le 2.100 è il 2,2%. Quindi, siamo arrivati ad una percentuale che si è avvicinata a quella

che si sarebbe potuto fare normalmente intorno al 2,5-3%. Le pale funzionano dal 2006, però

ci sono state delle sentenze con problemi giuridici, per cui non si poteva fare la manutenzione.

Si diceva che il parco di Scansano non produceva. Chiaro, se di 10 pale, 7 erano ferme! Ora che

ne funzionano 10, il parco quest’anno ha prodotto per 1.800 ore di vento. Quindi, il parco è

andato a regime solo nel 2010, dopo 4 anni di tribolazioni giudiziarie. Tenga conto che io sono

l’architetto di Biondi Santi e gli ho fatto la cantina. Lui, quando mi vede, mi dà una pacca

sulla spalla, perché mi vuole bene, e poi mi dice un po’ di ingiurie, perché ho contribuito alla

realizzazione del parco. Non me ne pento e rimprovero a lui un fatto: invece di dire che il parco

non lo voglio, fa schifo e non lo voglio vedere, perché non dice che il suo vino è più buono perché

viene prodotto in un territorio dove ci sono le energie rinnovabile, sfruttando questo come

marketing territoriale. Cosa che altri hanno fatto. La popolazione locale è felicissima del parco

eolico, È fondamentale, quando si fanno questi impianti, non agire da soli, come sindaci e amministratori,

perché se no vieni massacrato. Bisogna sempre coinvolgere la popolazione locale,

chiedendogli che ne pensa e soprattutto far capire il prima e il dopo cosa può comportare sotto

vari aspetti. Nel nostro caso, oltre ad avere circa 3 mila persone l’anno, Murci, che è la frazione

dove è il parco, si sta popolando di attori, proprio perchè un posto bellissimo, ottocentesco,

con una natura incontaminata. Nel mio comune ci sono solo 16 abitanti per kmq. La gente

viene a stare lì e non solo non gli dà fastidio il parco, ma gli fa piacere perché vuol dire che un

ente pubblico si è mosso nella direzione della sostenibilità (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

Le royalties che il Comune di Scansano incassa dall’operatore in base alla produzione

di energia elettrica del parco eolico vengono reinvestiti in progetti legati alle rinnovabili e

all’educazione ambientale.

Quello che la politica deve fare, cosa è? È fare in modo che si crei una filiera anche dove si fanno

in grandi impianti. Un grande impianto si può fare. A Scansano è stato fatto un parco eolico,

ma cosa è stato fatto con i proventi del parco eolico? Sono stati reinvestiti per fare fotovoltaico

sulle scuole, per fare educazione ambientale per i cittadini, è stato creato un centro didatticoambientale

dove si parla di energie rinnovabili. Lì c’è un parco che viene visitati da circa 3 mila

persone all’anno, dove si spiega tutto il percorso dell’eolico, ci sono delle altane da dove si può

osservare il paesaggio, dove si illustra la flora e la fauna presente. Quindi, il parco eolico è diventato

per il territorio un punto di riferimento. Nessuna di quelle 3 mila persone sarebbe andata

sul quel territorio. Ha riaperto il piccolo bar, ha riaperto il piccolo ristorante, l’agriturismo lavora

123


Energia eolica e sviluppo locale

di più. Quindi, legato al mondo del parco eolico c’è un altro mondo. Non è che queste cose sono

necessariamente negative, dipende da come le si fa (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

* * *

Peglio (PU)

Il piccolo Comune di Peglio (PU) è stato tra i comuni premiati da Legambiente nel 2011

per la realizzazione di un parco minieolico (inaugurato il 10 ottobre 2010). L’impianto, situato

nell’area degli impianti sportivi, è formato da due torri da 50 kW ciascuna con una produzione

netta di 162 MWh annui in grado di coprire da soli il 21% dei consumi elettrici domestici

dell’intero Comune. L’intervento è costato circa 228.000 euro ed è stato finanziato dalla

Comunità Montana dell’Alto e Medio Metauro di cui il Comune di Peglio fa parte. L’impianto

permette di evitare l’emissione di oltre 90 tonnellate di CO2 l’anno. Il Comune di Peglio è

interessante anche per gli obiettivi energetico-ambientali che si è proposto di raggiungere

entro il 2014, che riguardano lo sviluppo di impianti da fonti rinnovabili in edifici pubblici e

privati, e di sistemi per il risparmio energetico. Tra le realizzazioni in corso si può segnalare

il nuovo impianto fotovoltaico da 19,44 kW di potenza installato sulle coperture del centro

polifunzionale, a cui si affiancherà un impianto fotovoltaico da 36 kW che verrà installato

sulle coperture del cimitero. Per quanto riguarda il solare termico si segnala l’installazione di

15 mq di pannelli per la produzione di acqua calda sanitaria necessaria al centro sportivo. Tra

i progetti in corso, c’è il piano strategico per l’illuminazione pubblica che prevede la sostituzione

delle lampade meno efficienti con un risparmio di 13.000 kWh annui, mentre il Comune

ha in programma la realizzazione di una centrale a biomassa da cippato di piccole dimensioni

(500 kW) alla quale verrà collegata una piccola rete di teleriscaldamento.

* * *

Mammola (RC)

Un altro caso interessante è quello del parco eolico di 11 aerogeneratori della potenza

di 9,35 MW attualmente in corso di realizzazione (dovrebbe entrare in funzione nel 2011) di

Piano di Canolo nel territorio del comune di Mammola. La vicenda da cui è nata l’idea risale

al lontano 2003. Dopo vari sopralluoghi di agenti di imprese nazionali ed internazionali, i

quali avevano intuito le grandi potenzialità che l’Aspromonte poteva offrire in fatto di energie

rinnovabili, l’allora presidente del Parco d’Aspromonte, Tonino Perna, aveva convocato diversi

sindaci dell’area aspromontana. Nacque inizialmente un patto tra quindici comuni ed il Parco

chiamato “Alleanza dei figli di Eolo”. Nello stesso periodo, all’interno del Consiglio direttivo

del Parco, alcuni consiglieri avevano espresso il desiderio di occuparsi seriamente della questione

delle energie rinnovabili. Maturò così l’idea di dar vita ad una società denominata Eolo

21 SpA dal sindaco di Mammola Antonio Longo. 98 La società, inizialmente, era formata da

sette comuni (Mammola, Canolo, Cittanova e San Giorgio Morgeto) ed il Parco d’Aspromonte

che allora aveva la quota maggioritaria poi venduta al Gruppo ICQ di Roma (che ora ha una

partecipazione del 49%). Canolo, Cittanova e San Giorgio Morgeto. L’attuale obiettivo della

società la realizzazione di circa 180 MWe eolici e 10 MW alimentati a biomasse e piccoli idroelettrici

per un investimento previsto di euro 120.000.000,00.

98 Da notare che Mammola è stato uno dei pochi comuni che ha fatto tesoro dei finanziamenti dei POR Calabria 2000/2006

che riguardavano il risparmio energetico, con cui il comune ha portato avanti dei lavori di ammodernamento della rete di illuminazione

pubblica, sostituendo tutti gli apparecchi illuminanti con altri a basso consumo energetico.

124


9. Aprire una seconda fase:

rinnovabili e sviluppo locale

In questi 15 anni, lo sviluppo dell’energia eolica e delle altre rinnovabili è avvenuto quasi

esclusivamente a seguito della diffusione sul territorio di grandi impianti industriali. Impianti

di grande taglia sono presenti in 260 dei 374 Comuni dell’eolico. Oggi, aprire una seconda

fase della diffusione dell’eolico e delle altre rinnovabili, significa avviare una programmazione

capace di disegnare un modello che non sia costituito esclusivamente da impianti di grandi

dimensioni.

Il modello di energia verso il quale dobbiamo tendere è quello di un modello energetico distribuito,

non fatto solo da grandi impianti, ma anche da piccoli impianti distribuiti sul territorio.

La tecnologia ci aiuta in questo, perché ormai oggi esistono degli aereogeneratori altri 1 metro

e ½ - 2 metri che si possono montare sul tetto di casa, sulla terrazza o lungo le nostre vie.

L’evoluzione tecnologica va avanti e il modello deve essere distribuito perché l’energia prodotta,

se consumata sul posto, elimina tutta una serie di problemi: dalla perdita di carica dovuta al

trasporto, al sovraccarico della rete e, quindi, allo stand by degli impianti e al dispacciamento.

Ma, soprattutto, consente due fattori importanti:

1. che si muove tutta un’attività economica intorno a questo tipo di energia distribuita sul

territorio;

2. che gli incentivi che ci sono possono essere messi a frutto in un quadro più ampio, mi riferisco

ad esempio agli imprenditori agricoli che in questo momento hanno necessità anche di

poche migliaia di euro all’anno per mantenere il paesaggio e le aziende agricole in esercizio.

La politica per essere saggia per il nostro territorio dovrebbe favorire l’installazione massiccia

delle rinnovabili a basso impatto, quindi di piccole dimensioni, distribuite al massimo sul

territorio. La politica dovrebbe consentire, attraverso accordi fatti con il credito, attraverso un

fondo di rotazione o comunque uno strumento finanziario, agli agricoltori di avere un prestito

a basso tasso o a tasso quasi nullo, per installare impianti eolici o fotovoltaici, in modo che lo

possano restituire nel momento in cui il GSE gli ridà il contributo, dal momento che l’impianto

è entrato in funzione. Chiaramente, questi sono soldi che passano attraverso gli incentivi e che

derivano dalla bolletta dei cittadini e che sarebbe corretto che venissero reimpiegati per queste

questioni (Flavio Morini, ANCI e Scansano).

È, dunque, importante proprio per le caratteristiche del territorio italiano, approfondire

anche l’opportunità di aerogneratori di dimensione ridotta, che risultano più facilmente in-

125


Energia eolica e sviluppo locale

tegrabili rispetto a quelli di grande taglia in aree agricole estensive ed anche insediamenti

artigianali/industriali. 99

È pensabile un coinvolgimento attivo con una ricaduta che non sia solo sui proprietari dei

terreni come avviene adesso, nel caso del mini eolico, che potrebbe avere un certo sviluppo e

soddisfare delle esigenze locali. C’è un incentivo molto buono e siamo solo agli inizi di questa

tecnologia. Per questo si potrebbe vedere un ruolo attivo perché consentirebbe di produrre energia

a coloro che la consumano direttamente, come realtà dell’agricoltura o della piccola e media

industria (Gianni Silvestrini, Kyoto Club).

Oggi, sono 123 i Comuni che possiedono nel proprio territorio impianti minieolici, cioè

torri di potenza sotto i 200 kW, per una potenza complessiva di 4,2 MW (Legambiente,

2011:63-64). I notevoli progressi nella sperimentazione realizzati nel Nord Europa hanno

permesso di verificare la fattibilità tecnico-economica anche in aree con condizioni di vento

medie, dove si può soddisfare il fabbisogno di una domanda di energia diffusa nel territorio,

con investimenti che in pochi anni diventano competitivi e la possibilità di creare una filiera

di aziende agroenergetiche e artigianali. Per arrivare così a sviluppare un modello energetico

innovativo, che in parte utilizza/consuma direttamente sul posto l’energia prodotta e in parte

la interscambia in rete.

Per quanto riguarda l’estero: in Germania si fanno molti più parchi eolico, ma più piccoli e

quasi mai in project financing. Vanno in banca, chiedono il prestito, non devono costituire una

società dedicata a quel parco eolico. Ad esempio, un grosso consorzio agricolo che decide di

installare tre turbine, va in banca e si fa finanziare. Siccome c’è certezza di quanto guadagneranno

per i prossimi 15 anni, la banca li finanzia perché c’è stabilità. I parchi eolici in Germania

sono più piccoli perché ci sono anche degli investitori privati che lo fanno, che vedono una

convenienza nel fare questo. In Germana ci sono parecchi agricoltori che si consorziano per

costruire un parco eolico. Le banche locali tedesche certamente supportano il business (Carlo

Schiapparelli, REpower).

A noi piacerebbe avere tante piccole torri eoliche – minieolico – disseminate nelle nostre imprese

oppure disseminate sul territorio per creare energia spendibile localmente per lo scambio sul

posto o attraverso delle reti che guidino delle possibilità di uso. Anzi, questo potrebbe essere un

elemento apprezzabile di valorizzazione dell’insediamento sul territorio. Abbiamo anche cercato

in qualche occasione di costruire qualche buon rapporto con dei soggetti disponibili. Magari

poter sviluppare questa tecnologia nelle imprese agricole o comunque sul territorio (Stefano

Masini, Coldiretti).

Nel caso del mini e micro eolico, i vantaggi di integrazione nel paesaggio sono evidenti,

perché stiamo parlando di una o due torri di piccole e medie dimensioni integrate all’interno

di attività compatibili. Chiari sono anche i vantaggi energetici, legati ad un approvvigionamento

rinnovabile e diffuso, riducendo così la produzione da fonti fossili, ma anche la necessità

di grandi reti di distribuzione.

99 In Italia, dall’inizio del 2009 (Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 18/12/2008), è stato introdotto l’incentivo

di € 0,30/kwh (tariffa onnicomprenisva) per l’energia messa in rete dagli impianti eolici fino a 200kW (mini-eolici), entrati

in esercizio dopo il 31 dicembre 2007. L’incentivo, la cui durata è di 15 anni, è un’alternativa ai certificati verdi e allo scambio

sul posto. Al termine di questo periodo, l’energia elettrica prodotta sarà remunerata alle condizioni economiche previste dall’art.

13 del Decreto Legislativo 387/03. Per mantenere la congruità della remunerazione, la tariffa onnicomprensiva potrà essere

variata ogni 3 anni tramite decreto del Ministero dello Sviluppo Economico.

126


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

Noi siamo convinti che nell’eolico la fase dei grandi impianti finirà. Era ed è una fase necessaria

perché ha consentito una industrializzazione massiccia dell’eolico, del fotovoltaico e delle altre

energie rinnovabili. Oggi, se un pannello costa il 50% in meno rispetto ad un anno fa, è perché

la produzione è aumentata del 100%. Quest’anno avremo quasi 15 GWh di potenza prodotta,

15 volte tanto rispetto a 4 anni fa. I costi si sono abbassati. Questa fase dei grandi impianti

era necessaria. A breve questa fase andrà a scemare, se non a terminare, anche perché in tutti

i paesi gli incentivi per i grandi impianti andranno a declinare, mentre il privato sarà sempre

più incentivato a fare piccoli impianti. Quindi, noi diciamo: bene i grandi impianti, grazie agli

incentivi, ma ora iniziamo anche ad orientare gli investimenti verso questo tipo di impianti,

orientando maggiormente gli incentivi verso i piccoli impianti. Questo è sicuramente il futuro

che noi ci aspettiamo. Minieolico, minifotovoltaico, la biomassa da filiera corta, i piccolissimi

impianti da biogas che hanno un futuro enorme anche per il disinquinamento delle aree. Tutte

le fonti hanno le potenzialità per i piccoli impianti. Oramai i piccoli motori Sterling ad alto

rendimento da 3-5 kW condominiali sono una realtà e saranno il prossimo passo. Ad oggi, per

i condomini si è fatto poco e il nuovo conto energia prevede degli incentivi per i condomini,

anche se non sarà facile, ci vorranno anni, perché sappiamo le difficoltà con cui si prendono le

decisioni a livello condominiale. Però, ad esempio, le caldaie a condensazione per il riscaldamento

centralizzato. Comunque, la tecnologia sta andando verso una miniaturizzazione degli

impianti, per cui di sicuro arriveremo ad una generazione distribuita molto facile da fare (Domenico

Belli, Greenpeace).

Ma, aprire una seconda fase dello sviluppo dell’eolico e delle altre rinnovabili non significa

soltanto promuovere la diffusione capillare di micro e mini impianti, ma soprattutto

cercare di collegare in modo veramente sinergico lo sviluppo di queste tecnologie con le

dinamiche di sviluppo locale dei territori, nella convinzione che l’accettabilità sociale delle

rinnovabili dipenda dalla capacità che queste hanno di integrarsi con le specificità, le vocazioni

e i settori produttivi territoriali.

L’energia eolica svolge un ruolo decisivo… ma proprio perché stiamo ragionando di impianti

che hanno un impatto sul paesaggio dobbiamo individuare soluzioni efficaci per integrare gli

impianti nel territorio, capire le accortezze e i limiti nelle aree più delicate. Sono proprio le

aree interne montane, i centri cosiddetti minori, i piccoli comuni, gli ambiti dove questa sfida

è più delicata e avvincente. È infatti necessario dialogare e interagire con le realtà territoriali,

perché lo sviluppo di impianti eolici può essere una concreta opportunità per riportare servizi e

far sopravvivere usi e culture agricole, ma può rivelarsi anche un rischio e un impatto gravissimo

per il paesaggio. Per questo occorre superare i limiti di questa prima fase “pionieristica” del

processo di diffusione dell’eolico in Italia e evitare errori dovuti alla mancanza di regole e alla

forza degli interessi economici (Realacci, in Zanchini, 2002:9).

9.1 Rinnovabili e sviluppo locale

Il concetto di “sviluppo locale” e, parallelamente, di “buone pratiche” per lo sviluppo

locale è entrato ormai a far parte del linguaggio corrente. La letteratura in materia ha individuato

diversi “modelli” di sviluppo, sovente interrelati tra loro: tra i principali è possibile

ricordare lo “sviluppo economico sostenibile” o “autosostenibile”, lo “sviluppo endogeno”,

lo “sviluppo integrato”, lo “sviluppo sociale”, lo “sviluppo dall’alto” (top down) e lo sviluppo

dal basso (bottom up), ovvero, per l’appunto, lo sviluppo locale in senso proprio. In quest’ultimo

caso è di norma prevista la partecipazione e/o il coinvolgimento di una pluralità di

attori pubblici e privati, partecipazione finalizzata alla individuazione di percorsi di sviluppo

integrati (e relativi strumenti di attuazione), ovvero coerenti con le potenzialità e le risorse

127


Energia eolica e sviluppo locale

locali, siano esse economiche, naturali, umane e, in generale, territoriali. Lo sviluppo locale,

per essere sostenibile, duraturo ed effettivo deve nascere dal pensiero, dalla scelta partecipe

e dal coinvolgimento attivo delle popolazioni locali, delle comunità locali, che si prendono

nelle mani – attraverso la scelta consapevole di gestire le proprie risorse – il proprio futuro.

In questo senso, un progetto di sviluppo locale deve saper cucire con il filo della specificità

territoriale materie diverse fra loro come l’agricoltura e il turismo, l’industria e i cambiamenti

climatici, le energie rinnovabili e la biodiversità, l’accessibilità locale e i servizi di interesse

generale, l’interconnessione con le reti e l’innovazione, la formazione e la ricerca, la diversità

culturale e la capacità di connettersi con il mondo globale.

Lo sviluppo diffuso sul territorio dell’eolico e delle altre rinnovabili, quindi, può collegarsi

in maniera stretta con lo sviluppo locale, può esserne una delle leve, dei driver, ma occorre

innanzitutto che il territorio sia considerato come un giacimento patrimoniale a molti livelli:

ambientale, territoriale, energetico, produttivo e culturale. In questo modo, può risultare

evidente che le caratteristiche e le potenzialità dei mix energetici dei territori sono differenti

a seconda delle specifiche condizioni ambientali di contesto, della composizione sociale, del

sistema produttivo e dei consumi.

Quello che cerchiamo di segnalare – in perfetto accordo con UNCEM – è che occorre creare delle

reti/sinergie locali, perché sappiamo che il territorio ha delle specificità diverse anche a soli

pochi chilometri di distanza. Quindi, è giusto creare delle aree, anche non omogenee territorialmente,

ma di compensazione e di fruizione in loco del consumo energetico. Noi proponiamo un

mix energetico con impianti distribuiti sul territorio, stressando la componente di distribuzione

(Giada Maio, ANCI).

L’Italia è un paese fatto anzitutto, e soprattutto, di montagne, di coste, di isole, di

ruralità, oltre che di città medie e di città grandi. E, quindi, di diversità, di complessità, di

esigenza di analisi e comprensione mirata alle specificità territoriali, che tenga conto delle

reali vocazioni e delle potenzialità delle diverse fonti rinnovabili presenti su ciascun territorio

e suscettibili di sfruttamento (valutazione e definizione delle potenzialità energetiche

territoriali e identificazione degli ambiti territoriali). Purtroppo, al momento mancano studi

locali, infraregionali, in grado di individuare i bacini territoriali alla scala giusta (non può

essere dato per scontato che sia quella del singolo comune) per capire quale può essere il mix

energetico (energy modeling o diagnosi energetica del territorio) di ciascun bacino. 100

I bacini sono tutti diversi. In uno c’è il mare, in un altro la montagna, in un altro ci sono i

boschi, l’altro ha le città. Ho lavorato un po’ di anni fa per il Contratto di Fiume dell’Olona, e

facendo gli studi per un progetto di riqualificazione del fiume, del sistema fluviale, è venuto

fuori che la metà della portata che riguarda il deflusso vitale minimo in estate è data dai reflui

urbani. Questo vuol dire che se tolgo i reflui urbani il fiume non esiste. Di conseguenza, devo

pensare ad un sistema di depurazione che non sia composto dai grandi depuratori, ma da una

piattaforma di quartiere tra Varese e Milano in cui io costruisco un sistema “di digestione” dei

reflui. Bisogna iniziare a pensare al territorio come ad un produttore di energia. Una cosa che

non si può fare in astratto, in astratto si può fare una centrale nucleare, così come una centrale

eolica, cioè posso fare un qualcosa in astratto che mi mette in rete l’energia e poi la distribuisce

ai vari territori. Se io devo pensare ad una produzione “locale” di energia, soprattutto legata ad

100 L’UNCEM sta accompagnando alcune comunità montane locali nell’elaborazione delle linee guida per lo sviluppo sostenibile

che riguardino le funzioni fondamentali di gestione e valorizzazione del territorio, dentro le quali la partita energetica è un

driver fondamentale, coniugata al tema dei servizi ambientali.

128


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

un tema di sviluppo locale, devo innanzitutto modificare l’analisi territoriale, integrandola con

un’analisi delle potenzialità energetiche viste in modo integrato (Alberto Magnaghi, Università

di Firenze).

In questi ultimi 10 anni, lo sviluppo delle rinnovabili è stato guidato dal mercato, cioè

da investitori e gruppi imprenditoriali privati che liberamente hanno scelto siti, potenze,

modalità realizzative, senza che ci sia stata una vera politica di indirizzo e di pianificazione

territoriale da parte degli enti locali (Regione, Province, Comunità Montane, Unioni dei Comuni

e Comuni), con l’individuazione delle aree-bacino ottimali, delle compatibilità ambientali

o delle tipologie costruttive degli impianti.

Di fronte a noi c’è un campo completamente libero, per cui arriva l’imprenditore e presenta

un progetto per un parco eolico nel mio comune e mi trovo a prendere quello che mi vuol dare

perché altrimenti se ne va. Quindi, devo stare al “buon cuore” dell’imprenditore, se ci tiene o

meno al territorio e ha voglia di sviluppare qualcosa insieme “ai locali”. Non c’è una legge che

tutela i nostri territori. La Regione in qualche modo con i PRIE aveva dato almeno la facoltà di

scegliere se fare o non fare eolico. Tutto questo è venuto meno, perché la Corte Costituzionale

ha detto che quella legge regionale è nulla. E ripartiamo. La Regione ha fatto le linee guida

nuove che alcuni imprenditori hanno già contestato. Ci rimettiamo a giocare un’altra volta, ma

intanto il tempo passa e il metro di valutazione se funziona l’eolico al Sud, è vedere a Rocchetta,

piuttosto che a Roseto o a Bovino, l’andamento demografico nell’anno 2010. Se questi

comuni continuano a perdere abitanti, vuol dire che con tutta la buona volontà che ci stiamo

mettendo, la gente continua ad andarsene e, quindi, grossi frutti non ne abbiamo portati. Questo

è il nocciolo della questione. Siamo partiti con delle buone intenzioni, ma alla fine stiamo

rimasti con il 3–4 % di royalty al Comune. Questa grossa opportunità che aveva l’Appennino

Meridionale la vedo persa, ma non l’ha presa neanche la nazione, perché chi produce le pale

viene da fuori e la maggior parte dei fondi di investimento sono stranieri. Quindi, a noi che

rimane? (Michele Dedda, Bovino).

Il punto di caduta di tutta questa situazione, è che l’ente locale – se anche si svincola

da situazioni poco lineari e assume su di sé il giusto ruolo di programmazione e controllo del

territorio, ma anche di utilizzo delle opportunità che il territorio ha, magari dimensionandolo

con altre amministrazioni locali limitrofe e/o sovraordinate - oggi si trova nelle condizioni di

non conoscere quali sono le progettualità che insistono sul proprio territorio o cosa la Regione

decide o cosa decide e presenta il privato, e molto spesso si scopre privo, oltre che di competenze

tecniche, anche di reali poteri decisionali in materia di programmazione territoriale.

Secondo me, al di là delle esperienze più o meno “virtuose” di tutti i Comuni, e dei rapporti problematici

con le società, credo che noi, in quanto sindaci, dovremmo recuperare intanto un ruolo.

Tutti frequentiamo dei partiti, abbiamo rapporti con rappresentanti degli enti sovraordinati,

presenziamo in organismi di rappresentanza come l’ANCI, ebbene oggi non riusciamo, al di là di

alcuni sfoghi che facciamo, ad incidere sugli aspetti fondamentali di questa materia. Questa è

una cosa che dovremmo almeno tentare di fare. È probabile che nelle “alte sfere” non si terrebbe

conto di questo tentativo, però il dato di fondo è che noi non lo facciamo. Il primo grosso

problema del nostro territorio non è il rapporto con gli operatori, ma che ci mancano gli strumenti

normativi per poter incidere in questa vicenda. I Comuni non rilasciano le autorizzazioni,

partecipano alle Conferenze di Servizio, ma soltanto per esprimere dei pareri non vincolanti.

Non hanno più nemmeno la facoltà e la capacità di programmare il proprio sviluppo territoriale

perché se prima questo avveniva attraverso i PIR e i PRIA, adesso è stata superata pure questa

fase. Oggi, le decisioni sono sempre più complesse e noi non possiamo decidere dove vogliamo

129


Energia eolica e sviluppo locale

che le torri vengano installate e dove invece vogliamo che il nostro territorio abbia un’altra

vocazione. Tutti quanti possiamo fare i piani regolatori e decidere la direzione di sviluppo del

territorio, ma nel caso dell’energia non lo possiamo fare. Il fatto che non si possa pensare “oltre”

è un’assurdità. Quando qualcuno parla della nostra posizione di svantaggio contrattuale

nei confronti di chi vuole fare eolico nel nostro territorio, non si riferisce soltanto all’aspetto

economico, si riferisce anche all’aspetto funzionale delle competenze. Ad esempio, non c’è un

canale privilegiato nel caso in cui il proponente di una iniziativa eolica fosse un ente pubblico.

Addirittura, oggi si sostiene che i Comuni non possono più fare energia. Non possiamo decidere

la nostra pianificazione territoriale, ci hanno ridotto o negato la possibilità di fare società miste

che potevano essere una soluzione per fare energia e scegliere l’operatore. Se fai un bando per

cercare un partner privato, puoi promuovere lo sviluppo territoriale con il coinvolgimento di un

soggetto che presenta delle caratteristiche e dei requisiti che scegli, il quale giocoforza deve

anche condividere le finalità di pubblico interesse. Ma, nemmeno questo si può fare. Avremmo

bisogno di consulenti e di energy mananger nei nostri comuni, ma noi non abbiamo piante

organiche che sono in grado di poter gestire questo fenomeno. I nostri uffici tecnici fino a 5-6

anni fa facevano permessi “a costruire” per abitazioni, molto spesso non superiori ai due piani

e si sono ritrovati di fronte a fenomeni che non hanno la possibilità di governare. Ammesso che

abbiamo le risorse, non possiamo dotarci di consulenti perché la normativa lo vieta o riduce

questa possibilità ad un massimo del 20% della spesa pregressa. Quindi, innanzitutto dobbiamo

evidenziare queste problematiche che attengono ai poteri dell’ente locale per poi recuperare

un ruolo politico nei confronti di chi le norme le deve fare. Ad esempio, le ultime Linee guida

regionali sono state fatte in fretta perché c’era la scadenza del 31 dicembre dettata dalle linee

guida nazionali, però sono state fatte in maniera unilaterale. Non sono stati sentiti né l’ANCI

né i Comuni. Il governo regionale non vuole che si faccia più eolico e non a caso le linee guida

vanno in senso restrittivo, bypassando anche il volere delle amministrazioni locali. In questo

modo, siamo esposti al solito ricatto per cui dobbiamo cercare di prendere quello che si può e

non fare quello che invece vorremmo (Gianfilippo Mignogna, Biccari).

È chiaro che in queste condizioni la diffusione dell’eolico e delle altre rinnovabili sul

territorio non si è realizzata sulla base di un’analisi integrata delle potenzialità locali collegate

alle caratteristiche e dinamiche dello sviluppo locale. Le decisioni territoriali sono

state governate esclusivamente dalle imprese attive nella produzione di energia. Sui territori

sono arrivati dei soggetti esterni, in molti casi imprese multinazionali, attratti dalla possibilità

di sfruttare la disponibilità di vento e di incentivi generosi, realizzando un impianto

eolico industriale. Pertanto in questi ultimi 15 anni nell’eolico (ma, spesso anche nelle altre

rinnovabili, si pensi, ad esempio, al fotovoltaico 101 , alle grandi dighe idroelettriche) è stata

privilegiata la dimensione del grande investimento industriale, in sostanziale continuità con

il modello energetico fordista basato su un sistema centralizzato, verticale e polarizzato in

pochi grandi/mega impianti. 102

Finora il modello applicativo delle rinnovabili è stato deficitario rispetto alle premesse per un

mancanza di governance. Dai territori arrivano al FAI, come alle altre associazioni di tutela,

esposti da parte di cittadini che si difendono “contro” l’impianto sia di eolico sia di fotovoltai-

101 In Italia gli incentivi del conto energia sono stati distribuiti quasi per il 90% a grandi impianti fotovoltaici a terra di

potenza superiore ai 20 kWp, quindi esclusi dallo scambio sul posto, che molto spesso hanno devastato il paesaggio o addirittura

provocato l’espianto di vigneti e oliveti. “Gli incentivi, tra le difficoltà burocratiche, le complicazioni sul consenso sociale,

sono andati solo a favorire i grandi gruppi che avevano il tempo e la capacità di supportare investimenti per 4-5 anni in attesa di

un’autorizzazione, di ungere e ruote, perché dopo c’erano incentivi straordinari. Invece, hanno scoraggiato i piccoli” (Tommaso Dal

Bosco, UNCEM).

102 Anche l’energia nucleare, fattore rischio a parte, è ancora legata a una fonte destinata a un rapido esaurimento (come

petrolio e metano) e a un impianto ipercentralizzato, che richiede addirittura una militarizzazione preventiva del territorio.

130


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

co, quando si tratta di impianti abbastanza estesi. Questa è una sconfitta da registrare, perché

è evidente il fatto che non sia riusciti a far passare, a governare, questa grande novità e oggi

si arrivi ad avere invece l’opposizione da parte delle popolazioni. Questo vuol dire che qualcosa

non ha funzionato. Noi che cosa vediamo non di buon occhio? Il fatto che il modello dell’eolico

che ha la meglio sia “fordista”, quindi fatto di grandi impianti industriali. Questa, però, è

la stessa politica di qualsiasi altro impianto, cioè di un progetto avulso dal suo territorio che

per motivi strettamente economici viene insediato, ma che rispetto ad altri impianti produttivi

non ha neanche il “plus” della forza lavoro. Crediamo invece che sia su un modello diverso

che si dovrebbe iniziare a procedere. Un modello che parta dalle popolazioni locali, lavori sulla

progettazione, sulla qualità del progetto e sul buon senso di avere o non avere un impianto, e

di quale tipo, in quella località. Una prospettiva che rimanda al “tema del progetto” e di non

avere un corpo estraneo sul territorio (Costanza Pratesi, FAI).

Ancora quasi del tutto inesplorata è la possibilità di applicare all’eolico e alle altre rinnovabili

il modello postfordista dello sviluppo locale, della specializzazione flessibile e del

sistema a rete basato su una molteplicità di piccoli e medi impianti diffusi e distribuiti sul

territorio laddove sono disponibili le risorse energetiche.

Il passaggio dall’era dei combustibili fossili a quella delle energie rinnovabili, o anche solo la

sua promozione, impongono un cambio di paradigma. L’economia degli idrocarburi è un sistema

centralizzato. È fatto di campi petroliferi e pozzi minerari distanti migliaia di chilometri dai suoi

utilizzatori finali, di oleodotti e gasdotti, di grandi petroliere, di convogli giganteschi e di navi

carboniere e metaniere, di raffinerie e centrali di generazione elettrica di grande taglia, di grandi

kombinat industriali, di elettrodotti ad alta tensione, di società di prospezione, di gestione e di

distribuzione, pubbliche e private, di dimensioni mondiali e di capitali proporzionati: un sistema

che produce sempre più centralizzazione, dispotismo e guerre; il trasporto e i suoi impatti costituiscono

una quota crescente dei costi ambientali ed economici della filiera. La logica di un’economia

delle fonti rinnovabili richiede invece un sistema distribuito, che migliora la sua efficienza quanto

più è decentrato. Ogni comunità dovrà produrre, attraverso mix di fonti che variano da un contesto

all’altro, la maggior parte dell’energia che consuma e le reti di vettoriamento dell’energia elettrica

saranno asservite esclusivamente al riequilibrio tra le diverse utenze (Viale, 2011:10).

Il nostro auspicio è che si riesca a garantire attraverso le diverse fonti rinnovabili l’effettiva autosufficienza

dei piccoli nuclei, perché il problema energetico è dato anche dalla perdita di energia

nella sua distribuzione. Quindi, la capacità, di volta in volta, di autolimentarsi consentendo una

efficienza nella produzione di energia. Per questo noi siamo favorevoli al micro-eolico o a impianti

di misura mediana. Mi ricordo di aver visto in altri paesi europei, in Baviera, ad esempio,

quelle che sono chiamate centrali diffuse, ma questo modello può funzionare solo se è articolato

su più fonti di energia. L’eolico è un fonte di energia non continua e, quindi, non offre da sola

determinate sicurezza, ma all’interno di un sistema integrato di fonti rinnovabili può funzionare.

Attualmente, nelle rinnovabili l’iniziativa sta in capo al privato che va giù, progetta, negozia

realizza e gestisce. Investire sulla popolazione, costa. Quindi, non lo fa. Questo è un compito

che dovrebbe assumere il pubblico che dovrebbe aprire una discussione pubblica – un forum – su

quello che si vuole e si deve fare. Credo che l’ente locale possa assumere il ruolo di soggetto

catalizzatore in questa direzione, un po’ perché la dimensione comunale corrisponde anche a

quella della gestione del territorio e un po’ perché è più controllabile politicamente dato che il

sindaco è nominato ed eletto da chi sta sul territorio. Credo che si possa ragionare con sindaci

e amministratori locali illuminati su un piano di lavoro per riuscire a far sì che su un contesto

locale si possa andare a produrre energie da diversi tipi di fonte. Ad esempio, nelle zone agricole

si può utilizzare il biogas, riutilizzando i liquami degli allevamenti. Il modello italiano di centrale

diffusa ancora non si ancora visto perché purtroppo, soprattutto sul fotovoltaico c’è sempre

131


Energia eolica e sviluppo locale

il problema legale della proprietà del terreno o della superficie su cui viene ad inserirsi e della

titolarità del soggetto che gestisce per conto di tutti il sistema (Stefano Leoni, presidente WWF).

Nel processo di riconversione da un’economia dipendente dalle risorse energetiche fossili

a un sistema maggiormente sostenibile, fondato sull’utilizzo crescente delle risorse locali, una

delle maggiori riserve energetiche a disposizione di una comunità, unitamente allo sfruttamento

delle fonti energetiche rinnovabili presenti sul territorio medesimo, è costituita dall’efficienza,

ovvero dall’uso razionale dell’energia. In questo senso le politiche nazionali ed internazionali

supportano l’uso combinato delle due strategie - efficienza consumi e fonti rinnovabili - per il

raggiungimento degli obiettivi di contenimento degli impatti sul clima dell’effetto serra.

Scenari di riduzione del contenuto di CO2 in emissioni correlate ala produzione

di energia

Fonte: OECD/IEA, 2008.

La transizione verso una produzione energetica maggiormente sostenibile è un obiettivo

strategico planetario, ma è materia complessa: le fonti energetiche fossili (carbone, petrolio

e metano) non sono facilmente sostituibili con nessuna delle fonti rinnovabili singolarmente

prese, la cui introduzione andrebbe collocata nel territorio, attraverso una corretta modulazione

delle risorse e dei fabbisogni.

In questo quadro il nuovo concetto di l’interconnessione a livello locale con reti intelligenti

e interattive, risulta un tassello fondamentale.

Un modello di questo genere può consentire effettivamente di legare lo sviluppo delle

rinnovabili allo sviluppo del territorio, favorendo anche l’integrazione della produzione di

energia con la “chiusura” dei cicli locali, incrementando così il livello di sostenibilità dello

stile di vita complessivo.

Investire in efficienza energetica e rinnovabili, oltretutto, costituisce una buona politica,

che può avere ripercussioni su diversi ambiti: può essere una risposta alla crisi economica,

non solo per le nuove filiere industriali, ma anche per ridurre la dipendenza dall’estero per

l’approvvigionamento energetico.


132


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

E se fosse proprio il territorio il laboratorio di una rivoluzione energetica incentrata sulle fonti

rinnovabili? A guardare quello che sta accadendo nei Comuni italiani sembrerebbe proprio di sì,

sono decine di migliaia gli impianti installati negli ultimi anni – piccoli, grandi, da fonti diverse

–, migliaia i progetti in corso di realizzazione, che stanno dando forma a un nuovo modello di

generazione distribuita. Impianti solari fotovoltaici, solari termici, mini idro-elettrici, geotermici

ad alta e bassa entalpia, da biomasse e biogas, integrati con reti di teleriscaldamento e

pompe di calore: lo scenario cambia completamente rispetto al modo tradizionale di guardare

all’energia e al rapporto con il territorio. Ed è diverso perfino dalle “vecchie” rinnovabili italiane,

il grande idroelettrico e la geotermia, quelle che dalla fine del 1800 hanno accompagnato la

prima industrializzazione del Paese. Eppure il dibattito pubblico sull’energia non sembra ancora

aver compreso la portata di questo processo e l’importanza di guardare al territorio per capire

come sviluppare le fonti rinnovabili. Per un riflesso condizionato qualsiasi ragionamento sembra

non poter prescindere da un approccio centralizzato e quantitativo, fatto di MW installati per

impianto. Ma questo modo di ragionare di energia risulta inevitabilmente datato, inadeguato

rispetto a un processo che apre delle strade assolutamente nuove. Se si ragiona delle attuali

tecnologie rinnovabili occorre partire dalle risorse presenti nei diversi territori, guardare alla

domanda di energia di case, uffici e aziende, per capire come soddisfare con le soluzioni più

adatte ed efficienti utenze collegate da una rete moderna che permette di scambiare energia

(Legambiente, 2010:4),

Per quanto riguarda il fotovoltaico sociale si stanno facendo alcune esperienze. Le amministrazioni

locali mettono a disposizione delle aree loro, raccolgono le adesioni e i finanziamenti

dei privati, costruendo l’impianto fotovoltaico, la cui quota azionaria è divisa tra i cittadini.

Ad esempio, uno che vive in un centro storico non può farsi un impianto fotovoltaico sul tetto

di casa, ma può dare la sua quota parte equivalente a 3 kW al Comune che quando costruisce

l’impianto fotovoltaico a 10 km di distanza, gli gira l’1%, il 3% o il 5% di introito di quell’impianto.

Ci sono un paio di comuni che stanno facendo questo. Anche Frosinone ci sta lavorando,

sta preparando il bando. Queste iniziative permettono a persone che vivono in contesti come i

centri storici di poter partecipare allo sviluppo e alla redditività dell’energia fotovoltaica. Queste

sono iniziative che ci piacciono molto perché noi come Greenpeace sosteniamo come principio

la generazione distribuita di energia, una capillarità nella produzione di energia. Questa è per

noi la vera rivoluzione energetica (Domenico Belli, Greenpeace).

In una logica di sviluppo locale, sempre maggiore attenzione deve essere dedicata dagli

amministratori locali all’integrazione tra più fonti sul territorio, come già succede in molti

Comuni per ottimizzare le caratteristiche del territorio e dare spazio adeguato, oltre all’eolico

e al fotovoltaico, anche alle biomasse e in generale alle agroenergie. Secondo Legambiente

(2011), oggi sono 7.661 i Comuni in Italia dove è installato almeno un impianto da fonte

energetica rinnovabile. Erano 6.993 nel 2010, 5.580 nel 2009, 3.190 nel 2008. In pratica le

fonti pulite che fino a 10 anni fa interessavano con il grande idroelettrico e la geotermia le

aree più interne, e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti

nell’94% dei Comuni. Sono 7.273 i Comuni del solare, 374 quelli dell’eolico, 946 quelli del

mini idroelettrico, 290 i comuni della geotermia e 1.033 quelli che utilizzano biomasse e

biogas. In particolare, escludendo i grandi impianti idroelettrici, sono 964 (circa il 12%) i

Comuni 100% rinnovabili, cioè che grazie ad una sola fonte rinnovabile (mini-idroelettrica,

eolica, fotovoltaica, da biomasse o geotermica) producono più energia elettrica di quanta ne

consumano, mentre sono 274 i Comuni che grazie a impianti di teleriscaldamento collegati a

impianti biomassa o da geotermia superano il proprio fabbisogno, e 27 quelli che superano

sia il fabbisogno elettrico che termico.

133


Energia eolica e sviluppo locale

Il contesto di intervento non deve essere solo un piano energetico tout court, ma un piano

territoriale che possa mettere in moto delle valenze positive, il cui impatto, cioè, è che si hanno

degli attori territoriali che diventano molto attivi per sostenerlo. Voglio dire che il piccolo

comune determina un circolo virtuoso che va dai rifiuti all’energia, e questo lo fa diventare

un comune d’eccellenza. Dentro un contesto del genere, certamente le esperienze di energie

rinnovabili hanno un impatto di racconto e di sopportabilità più forte rispetto a “piazzarle lì”

senza un contesto. Se operi dentro il contesto è molto più facile ottenerne il consenso e magari

hai il comitato “pro” e non “contro”. Occorre tenere conto che l’obiettivo 20-20-20 impone un

richiamo ad una comunità nel creare una reazione o un’azione. Non può essere solo un ambito

che viene toccato, ma uno deve cercare di mettere in moto più elementi. C’è un problema

anche di efficienze. Se in un Comune si apre la sfida di utilizzare il 30% dell’energia da fonti

rinnovabili, non si può non avere la raccolta differenziata dei rifiuti e così via. Quella comunità,

quella realtà locale deve mettere in moto diverse cose per avere un’accettabilità forte, per

avere il comitato “pro” e non “contro”. Il tema, a mio avviso, è quello di riuscire a coinvolgere

le realtà, le comunità, le imprese di quel” territorio. Che cosa vuol dire coinvolgere una realtà

territoriale? Ad esempio, che quel Comune abbia non solo una ricaduta nel fare il marciapiede,

ma che si sappia che può spendersi”, perché usa energie rinnovabili. Bisogna mettere nella

“carta d’identità” di quella realtà comunale o intercomunale che le pale hanno una virtuosità

di ricaduta. Devono balzare ai primi posti nella classifica dei comuni dove si utilizzano energie

alternative. Però, non devono fare solo questa cosa. Se ci sono le pale bisogna fare in modo

che quel territorio possa essere spendibile perché ha una serie di altre azioni coerenti con lo

“sforzo” dell’eolico che sono degli indicatori dell’impresa virtuosa e di una storia comunitaria

virtuosa. Se si fa questo si può vendere il prodotto, l’abitare e tutto quello che si vuole in un

modo diverso con una ricaduta economica diretta e vera sugli attori di quel territorio, perché

l’energia costa meno, perché si creano dei nuovi posti di lavoro, perché dà una classificazione

al tuo prodotto che può andare meglio sul mercato. Se però questo non si fa, si avrà sempre un

conflitto forte con questi impianti (Franco Pasquali, Coldiretti).

Allo stesso tempo, però, occorre ricordare che i processi che concorrono a una riconversione

del sistema economico in grado di portare il pianeta fuori dall’era dei combustibili fossili

non si limitano al ricorso alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica. Ne comprendono

molti altri, tra cui la dematerializzazione dei consumi, l’agricoltura biologica, la mobilità

flessibile, la cultura della manutenzione, etc.

Sono tutti l’esatto contrario delle “grandi opere” e delle produzioni di massa di tipo fordista

a cui i governi di tutto il mondo hanno cercato di affidare l’”uscita dalla crisi”; e richiedono

tutti un diverso tipo di regia. Perché sono interventi distribuiti e diffusi sul territorio, altamente

differenziati, legati alla specificità degli ambienti e dei contesti sociali; per essere efficaci

richiedono, sì, risorse cognitive specialistiche – ormai largamente diffuse in segmenti specifici

di ogni comunità – ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali: conoscenze che solo

chi vive e opera al loro interno può avere. Richiedono informazioni e tecnologie disponibili a

livello globale, ma sono tanto più efficaci quanto più sanno adeguarsi alla dimensione locale

della produzione e del consumo (Viale, 2011:12).

Ragionare in modo integrato può consentire di andare nella direzione dello sviluppo locale,

ovvero di considerare il territorio come un patrimonio energetico, di aria, acqua, suolo,

culture produttive, agricolture, cioè di tutti gli aspetti che connotano un modello integrato

di sviluppo locale, inserendo all’interno un driver energetico. In questo senso risulta evidente

che poiché gli impianti eolici si possono realizzare laddove il vento soffia davvero, che non è

ovunque, il futuro di questa fonte energetica sta nel concorrere insieme alle altre rinnovabili

134


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

in un processo di riconversione energetica e non nel rappresentare l’alternativa, da sola, al

petrolio. Un’analisi integrata del potenziale energetico territoriale dovrebbe essere richiesta

alle Regioni, Province e Comuni, perché la loro risposta alla diffusione delle rinnovabili non

può continuare ad essere solo “difensiva”, tutta giocata sull’introduzione di sempre maggiori

vincoli all’interno di linee guida che identificano le aree non idonee, in modo da cercare di

limitare la libertà di fare impianti ovunque e di qualsiasi dimensione. Bisognerebbe superare

la visione “vincolistica” per andare verso una visione “progettuale”. Una visione che deve essere

condivisa dalla platea dei portatori di interessi territoriali (autonomie locali e funzionali,

rappresentanze degli interessi, associazioni, imprese, istituzioni finanziarie, saperi e cittadini),

mentre il vincolo lo fissa la Sopraintendenza.

In Puglia si disattende completamente l’obiettivo della VIA. Nella VIA, uno dei temi è l’aspetto

socioeconomico. Qui, viene fatta solamente sugli aspetti ambientali, sul vincolo. È ovvio che

un progetto sull’eolico industriale ha un peso socioeconomico, ma questo non viene per niente

valutato. Dire che un impianto eolico si vede è dire un’ovvietà, però dire che è ben fatto e in

più porta dei vantaggi, permette di introdurre dei “pesi”. La valutazione “ambientale” si fa

solo su aspetti “ambientali”. Liberi da vincoli sono dei territori che invece avrebbero necessità

di interventi molto più strutturati. In questa situazione, succede che tutti gli operatori si sono

concentrati su queste aree che già erano degradate e dequalificate, e le hanno ricoperte con

centinaia di impianti fatti per la sola ragione che lì si potevano fare. Questi territori hanno

la “fortuna” di non avere vincoli, e la sfortuna che per lo stesso motivo, nessuno li ha messi

“al centro” di un ragionamento. Comuni come San Severo, che sono privi di vincoli, e hanno

produzioni vinicole importanti, si trovano sommersi da centinaia di iniziative per il solo fatto

che sono un’area bianca in mezzo ad aree vincolate. Che senso ha? Se si lascia alle imprese la

totale libertà di presentare progetti nelle “aree bianche”, e chi arriva prima realizza, così si fa

un danno, perché lì non si avrà nessun vantaggio, perchè quel territorio non è stato veramente

coinvolto. La programmazione non si fa sui vincoli. Oltretutto una torre eolica è alta 100metri,

e allora che senso ha salvaguardare un’area a ridosso? Produci solo una “sperequazione”. Il

rischio è che tu posizioni le torri nei posti sbagliati, e penalizzi il comune vicino che è vincolato

(Giovanni Alessandro Selano, Holding Fortore Energia SpA).

Sull’eolico posso agire in due modi. O come abbiamo fatto la Puglia giocoforza, cioè fare delle

Linee Guida che dicono “qui no, qui no, qui no, restano queste aree, fate quello che volete”.

Lo stesso stanno facendo in Toscana, cioè prendono le Linee Guida nazionali e le specificano,

sottraendo una serie di aree di pregio, come le aree protette, alla localizzazione dell’eolico. Va

già meglio che dire “liberi tutti, mettetele dove volete”, però è chiaro che questo è un atteggiamento

“difensivo” e non è programmatorio, non è progettuale rispetto al territorio. Il progettuale

richiederebbe un ragionamento integrato sulle potenzialità di un mix energetico per micro

regioni. Qui abbiamo le valli appenniniche, le pianure, il mare. Non possiamo dire “la Toscana”,

la Toscana è tante cose, sono 52 i sistemi territoriali riconosciuti dalla Regione, ognuno dei

quali è diverso dal punto di vista delle potenzialità energetiche e soprattutto di come trattare

“il mix” (Alberto Magnaghi, Università di Firenze).

È necessario innescare un processo di condivisione delle scelte che miri al potenziamento delle

risorse locali attraverso il consenso. E per fare questo il primo passo da compiere è quello di

definire un quadro di conoscenze da trasmettere ad amministrazioni e a gente comune sulle

relazioni tra energia, ambiente e territorio nel nuovo contesto del libero mercato dell’energia.

In questo modo sarà possibile sviluppare al meglio le peculiarità dei luoghi nello sfruttamento

delle rinnovabili, dando vita ad una nuova identità ad antichi luoghi. Chi avrebbe detto, infatti,

fino a pochi anni fa, che un elemento naturale come il vento, così caratterizzante per alcune

135


Energia eolica e sviluppo locale

aree d’Italia, potesse divenire una risorsa economica? La storia ci sta offrendo la possibilità di

valorizzare la vocazione di aree spesso contraddistinte da una forte povertà, sviluppando un

nuovo senso di appartenenza. Ma per fare questo occorre un serio progetto di coordinamento del

territorio (a scala nazionale e regionale) che veda un’organica diffusione delle fonti rinnovabili

(Battistella, 201:71).

Mix vuol dire creare dei circuiti di produzione e consumo che sono adatti al territorio,

quindi più aderenti, sia come capacità produttiva che come consumo, alle peculiarità di ogni

sistema territoriale. E’ chiaro che costruire un sistema di produzione e consumo nel Tavoliere

Pugliese è diverso che sull’Appennino Dauno o sulla piana di Bari. Questo è ovvio per tutti,

però attualmente non si ragiona così. Il non affrontare il problema in questo modo, rende

impotenti tutti gli enti pubblici che hanno interesse a qualche forma di sviluppo locale. Se

non sono individuate, area per area, quali sono le ottimizzazioni possibili del mix, arrivano

le ditte che “comperano” i Comuni che magari sono in crisi perché devono pagare le spese

correnti e, quindi, tutto avviene in forme “pre-pianificatorie”.

Il petrolio non è diverso dal vento, però noi abbiamo le società spagnole che vengono qui, mettono

le pale e se ne vanno. In realtà, il 70-80% degli impianti è un tentativo di corruttela verso

gli amministratori per poter far sì che l’autorizzazione riguardi una società piuttosto che un’altra.

Per fortuna penso che gli amministratori siano abbastanza onesti e corretti da non cadere

in questo tipo di trappole. Ma, c’è un’arroganza fondata sull’uso delle leggi, per cui vengono a

mettere quello che vogliono. Quando c’è questo tipo di atteggiamento nei riguardi delle nostre

comunità, che è di emarginazione psicologica, politica, industriale, di che parliamo? È ora che

ci svegliamo e iniziamo a dire che qui c’è in atto un’emarginazione verso le nostre comunità che

sono già emarginate da secoli (Pasquale Murgante, Accadia).

Posso arrivare all’assurdo, come in Toscana, che a Pontedera essendo il vento sotto i 4ms, danno

al Comune il 2% in royalty, mentre se vanno un po’ più in alto lungo la valle gli danno il 7%.

Questo per dire che questa vicenda di Pontedera è simbolica per il Comune (Alberto Magnaghi,

Università di Firenze).

Occorre partire da un progetto di sviluppo socio-economico del territorio e deve essere

questo a guidare le scelte di settore nei vari ambiti. Altrimenti, se non si ha questo progetto

non si hanno neanche i parametri valutativi. Le Linee guida hanno dei parametri valutativi di

settore: quali sono le disponibilità di suolo, le quantità che si possono installare e poco altro.

Ma se si ragiona in questo modo non si riesce a riportare il ragionamento allo sviluppo locale.

Muoversi all’interno di una visione “progettuale” dello sviluppo delle rinnovabili in rapporto

allo sviluppo locale comporta il trasferimento, a territori più o meno circoscritti e alle

comunità che li abitano, di larga parte delle responsabilità di governo dei processi economici

attualmente consegnate all’impresa e finanza privata. Questo, per un Comune o un gruppo di

Comuni significa dover svolgere un ruolo molteplice:

• svolgere servizi animazione socio-culturale e di supporto informativo, diffondendo le

informazioni sulle evoluzioni tecnologiche e sugli indirizzi politici e normativi in vigore

riguardanti lo svolgimento di attività economiche (dirette e indirette) per la produzione

di energia da fonti rinnovabili, le modalità autorizzative e di accesso alle agevolazioni, la

struttura produttiva del territorio locale; 103

103 Concretamente, i comuni possono organizzare attività e iniziative finalizzate a coinvolgere la popolazione nelle operazioni

di trasformazione del territorio: convegni, escursioni nelle aree di trasformazione, stabilire punti di ascolto e di informazione

136


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

• essere un canale per veicolare e garantire risorse finanziarie altrimenti non mobilitabili;

• svolgere un ruolo di garante della trasparenza dell’iter di riferito a ciascuna domanda di

autorizzazione di nuovi insediamenti produttivi;

• essere un volano per promuovere nuove iniziative imprenditoriali attraverso la trasformazione

del proprio modo di operare e di gestire il proprio patrimonio;

• essere fonte di legittimazione di nuove pratiche agli occhi della cittadinanza;

• essere nodo del coordinamento e della diffusione di pratiche replicabili, ancorché nate in

contesti locali e specifici, nei confronti degli altri territori o all’interno del territorio stesso;

• affiancare alle funzioni tradizionali della pubblica amministrazione quelle relative alle

politiche di sviluppo locale, promuovendo la partecipazione integrata di tutti gli attori del

territorio (autonomie locali e funzionali, rappresentanze degli interessi, istituzioni finanziarie,

associazioni, imprese, saperi e cittadini).

Soprattutto, significa non “svendere il territorio” per “quattro soldi” di royalty/compensazioni,

per provare a costruire dei progetti di impianti rinnovabili a capitale misto pubblicoprivato

e/o con forme di azionariato diffuso tra i cittadini. Un forte radicamento pubblicoprivato

della proprietà degli impianti consentirebbe di sviluppare politiche di sviluppo delle

rinnovabili molto attente alle potenzialità e ai bisogni del territorio. Per operare ci vogliono

imprese, vecchie o nuove, pubbliche o private, o miste, o cooperative, o sociali. In questa

dimensione, il carattere locale dell’impresa – o un suo radicamento a livello locale, ancorché

nel quadro di una rete a filiera lunga – è molto più importante delle dimensioni e per questo

può ritrovarsi in vantaggio.

Ma, il “terzo attore” di una redistribuzione del potere di governo dell’economia a livello

locale è la comunità stessa o, meglio, la “cittadinanza attiva”, attraverso le sue espressioni

organizzate – università e centri di ricerca, sindacati, associazioni professionali, scuole, parrocchie,

volontariato, comitati civici, etc. – e il suo coinvolgimento diretto nelle iniziative

intraprese. È a questo livello che risiedono quei saperi diffusi di cui la popolazione è depositaria

e sempre più, anche, fonte di elaborazione. 104 Occorre cercare di esplorare strade nuove

e avanzate, promuovendo la crescita di un desiderio di auto-organizzazione delle istituzioni

locali e delle popolazioni, destinato ad alimentare una sempre più forte e impegnativa forma

di “imprenditorialità collettiva”. In questo senso, la costruzione di forme di partenariato

esprime:

• un’assunzione di responsabilità da parte dei gestori (enti o privati) degli impianti, delle

imprese del territorio e delle collettività locali;

• la volontà di ripartire in modo migliore i benefici della produzione energetica da fonti

rinnovabili sul territorio;

sui progetti in atto e sulle energie rinnovabili e sullo scenario energetico generale, mostrare possibili simulazioni di come può

apparire il progetto della centrale una volta realizzato.

104 Il modello oggi più diffuso di questo “trasferimento di poteri”, ancorché di dimensioni minime e di valore quasi esclusivamente

esemplare, è forse rappresentato dai GAS: Gruppi di acquisto solidale. Sono associazioni volontarie di cittadini attivi

che si organizzano per saltare l’intermediazione commerciale – e i suoi costi – e per accedere in modo diretto ad acquisti di

qualità controllata: prevalentemente, ma non solo, in campo alimentare (prodotti dell’agricoltura biologica o di lavorazioni tradizionali).

Nel promuovere la loro pratica mettono al lavoro e sviluppano nuovi saperi: quelli che permettono loro di esercitare

un controllo sulla qualità di ciò che comprano. Ma, al tempo stesso, stimolano un numero crescente in imprese agricole e di

trasformazione ad adeguarsi agli standard richiesti e, quindi, ad imboccare la strada di una riconversione ambientale. In questo

processo lo stimolo è reciproco: il produttore che apre la sua azienda alla verifica del consumatore, gli trasmette – trasmette

ad alcuni, i più disponibili a farsene coinvolgere - i suoi saperi e ne riceve a sua volta nuovi stimoli. Manca ancora, in questo

intreccio, il terzo attore: l’amministrazione locale. In alcuni, rari, casi comincia a fare la sua comparsa. Per esempio con i

farmers market e con la diffusione degli orti urbani. Ma se la promozione dei GAS, da iniziativa spontanea di gruppi ristretti di

cittadini attivi, venisse adottata da un’amministrazione locale, garantendo il coinvolgimento organizzato degli utenti, potrebbe

gradualmente coinvolgere un numero crescente di cittadini, favorire una vera riconversione del territorio agricolo circostante,

investire progressivamente altre produzioni: non solo, necessariamente, locali ma sempre caratterizzate da un rapporto diretto

con interlocutori che esprimono le esigenze di una comunità.

137


Energia eolica e sviluppo locale

• la volontà di trovare soluzioni adeguate per favorire una più equa distribuzione della

ricchezza prodotta;

• la volontà di una più capillare diffusione delle innovazioni.

Sulle rinnovabili il ragionamento che si dovrebbe fare è quello più complessivo dello sviluppo

locale, per ricondurre il loro sviluppo sul territorio all’interno di un progetto più complessivo di

sviluppo locale. In questo modo, si dà la possibilità alle popolazioni locali di prendere parte

effettivamente al processo, al limite solo in termini di distribuzione dei benefici economici

dell’iniziativa. Il problema è che ormai c’è una finanziarizzazione esasperata in tutti i settori.

L’altro giorno sono andato da un sindaco che ha avuto una proposta, perché qualcuno ha saputo

che dovevano ampliare il cimitero. Unicredit gli ha detto che glielo fanno loro, basta che il Comune

sottoscrive un mutuo ventennale. Questo sindaco, con tutti i parametri di stabilità, non

può accendere mutui, però quelli di Unicredit gli hanno detto che loro una soluzione la trovano.

La sesta potenza del mondo deve fare i cimiteri in project financing? Qui, c’è il buco nella vasca

e i fa finta che non c’è… Nelle valli del Tirolo hanno fatto degli interventi molto piccoli per la

produzione di energia idraulica che sono stati finanziati attraverso l’azionariato popolare. Quindi,

ci sono cittadini che non solo non pagano la bolletta, ma a fine anno ricevono anche un dividendo.

Questa è una logica che va nella direzione dello sviluppo locale. Se deve esserci sviluppo

locale è chiaro che innanzitutto deve essere la popolazione locale a trarre vantaggio da queste

operazioni. Giustamente, chi fa tecnologia deve avere il suo ritorno, però anche la popolazione

non può non avere il suo. Questo, secondo me, è il problema, perché qua non scatta la molla?

Non c’è dubbio che questo è un affare e che per alcuni diventa anche l’affare del secolo, ma

vogliamo distribuirlo in maniera più diffusa? Oppure stiamo sempre tra i Guelfi e i Ghibellini. Non

sono d’accordo con i Ripa di Meana nel merito – loro sono dei fondamentalisti perchè dicono no

a priori -, però il ragionamento dietro c’è. Perché mai in questa operazione deve guadagnarci uno

solo, l’operatore economico? Bisognerebbe fare un ragionamento di questo tipo. Se riusciamo a

fare questo saltino si riuscirebbe davvero a mettere in moto un percorso che riterrei accettabile.

Bisogna, però, coinvolgere veramente la popolazione e non mettere in piedi dei finti processi

partecipativi solo per far ingoiare quello che è già deciso. Mi rendo conto che una partecipazione

vera fa perdere tempo all’operatore economico, però questo può essere messo nel bilancio

d’azienda, tenendolo in conto dall’inizio. Con il consenso si può andare pure più lontano, col

tempo si può aumentare la potenza dell’impianto, altrimenti comincia una guerriglia che secondo

me non ci porta più da nessuna parte. In questo senso prevedere anche forme di azionariato

popolare può essere buona soluzione (Paolo Berdini, Università di Roma Tor Vergata).

Ci sono esperienze di azionariato popolare. Ad esempio, c’è il Comune di Peccioli (PI), in Val

d’Era, che ha fatto una società pubblico-privata con azionariato popolare e l’ha fatta per l’uso

di una tecnologia di recupero di gas da una discarica e adesso pensano di trasferirlo sul fotovoltaico,

sull’eolico, etc. Quasi tutte le iniziative energetiche “sono “esogene” nel senso che il

territorio prende dei soldi, ma poi non decide nulla, non ha possibilità di governo. Qui si sta

riproducendo quello che è stato in Italia la follia delle Aree di Sviluppo Industriale (ASI) dove

ogni comune ha voluto la sua per incamerare gli oneri di urbanizzazione. Che cosa abbiamo

creato? Un disastro, un’occupazione di suolo pazzesca, diseconomie perché queste aree si devono

poi collegare all’autostrada, superstrade, cioè delle diseconomie di lungo periodo. Sulle

energie rinnovabili stiamo andando nella stessa identica direzione e cioè ogni Comune contratta

o viene contrattato dalle ditte e ogni comune ha il suo impianto eolico. In Val D’Era una unione

di Comuni sta tentando di ragionare - essendoci questa esperienza di Peccioli sull’azionariato

popolare - a livello di valle sia per la localizzazione ottimale e sia per la redistribuzione dei

vantaggi. Però se non c’è una proprietà dei Comuni degli impianti, un meccanismo diverso da

quello della ditta che tratta con il singolo comune e con il singolo agricoltore, tutto questo

meccanismo non si riesce a mettere in piedi (Alberto Magnaghi, Università di Firenze).

138


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

Se il meccanismo è esclusivamente quello delle royalties, è evidente che il singolo Comune

(salvo casi eccezionali) non è in grado di incidere veramente o riuscire a fare un suo

piano. Ci vuole un progetto in cui il Comune o un gruppo di Comuni predispone un piano energetico

territoriale complessivo, anche introducendo degli elementi di innovazione rispetto a

piano regionale e provinciale sulla base delle potenzialità che possono emergere dallo studio

del mix locale e che il piano regionale/provinciale può non aver considerato del tutto o in

parte. Il territorio locale - e la sua filiera istituzionale fatta di Comune, Comunità Montana e

Provincia - può cercare di “governare” il processo solo se riesce a riportare la produzione di

energia all’interno del progetto di sviluppo locale. Un approccio “progettuale” da parte del

territorio locale può essere la chiave per un “risveglio dell’economia margine che scopre la sua

modernità” (Rullani, 2009). Grazie a questa forza, e non solo alle opportunità (contingenti)

del mercato, si può avviare un processo di innovazione diffusa in territori marginali, che in

precedenza potevano essere al massimo considerati aree deboli, l’”osso”, appunto: da sostenere

in base a criteri perequativi assistenziali, rispetto alle aree “centrali” più produttive (la

Il progetto di distretto energetico vento-legno della Comunità Montana di Camerino

Il PEAR (Piano Energetico Ambientale della Regione Marche) nel differenziare in modo oggettivo

(tecnico-economico) l’effettivo contributo delle varie fonti energetiche rinnovabili, reputa le biomasse

e la fonte eolica tra quelle in grado di incidere a breve sul bilancio energetico regionale, favorendo

peraltro le aree interne, rispetto a quelle che invece, seppur considerate strategiche, necessitano di

tempi attuativi più lunghi come l’energia solare-fotovoltaica e la geotermia b-t più adatte a contesti

agricoli e/o urbani. La Comunità Montana di Camerino, in conformità con tali obiettivi di pianificazione

regionale, ha quindi individuato nella valorizzazione diretta e integrata delle fonti energetiche

rinnovabili disponibili sul territorio, principalmente vento (con un parco eolico da 34 MW) e

biomasse, il fattore di “volano” per realizzare un proprio modello di nuovo sviluppo auto-sostenibile

in termini di miglioramento ambientale e e progresso socio-economico locale. “In effetti, l’intuizione

e la volontà di rilanciare generiche e indebolite competenze di valorizzazione socio-economica e

ambientale del proprio ambito grazie alla sopraggiunta vocazione energetica dello stesso intermini di

fonte eolica (ventosità idonea oltre i 900 m slm) e di biomassa agro-forestale (la superficie a boscopascolo-seminativo

è pari al 90% del totale), stanno ridisegnando per questo Ente montano un ruolo

istituzionale e una strategia d’azione davvero al passo coi tempi e con le sopravvenute esigenze locali e

non” (Marchetti, 2009:257). I benefici attesi dalla realizzazione del progetto di distretto energetico

montano sono così sintetizzabili:

• presidio e manutenzione permanenti dell’ecosistema montano e forestale con riduzione e prevenzione

del rischio incendi, del dissesto idrogeologico e del degrado ambientale;

• creazione/riconversione occupazione locale connessa con le attività economiche di filiera e con

l’indotto ad esse collegato (multifunzionalità in agricoltura, ecoturismo, turismo didattico e congressuale,

certificazione ambientale del patrimonio boschivo, del processo e dei prodotti di filiera);

• formazione e informazione/sensibilizzazione sulla filiera agro-energetica nei confronti degli attori

locali pubblici e imprenditoriali;

• trasformazione per l’utilizzo energetico in loco dei residui da a attività agro-silvicole, di matrici

organici preselezionate (raccolte differenziate di sfalci e potature da utenze private e pubbliche),

dei reflui zootecnici eccedenti le esigenze locali di fertilizzazione;

• risparmio energetico per autoconsumo in impianti termici a biomasse, riduzione dell’utilizzo di

combustibili fossili e dell’emissione di gas serra;

• sussidiarietà e integrazione tra le fonti energetiche rinnovabili tradizionali (biomasse) e tecnologiche

(eolico) implementabili nel territorio con queste ultime, in quanto più immediatamente praticabili

e remunerative, sostenere lo sviluppo dell’intera filiera energetica da incentrare sulle prime.

139


Energia eolica e sviluppo locale

Nel progetto è stata coinvolta anche l’Università di Camerino e Ancona, per le competenze e le ricerche

connesse, ma soprattutto sono state mobilitate le risorse di imprenditorialità collettiva locali, sia

sul piano degli enti e delle comunità coinvolte, che su quello delle imprese e delle loro associazioni.

Ma, l’implementazione pratica del progetto non è stata affatto facile. Nonostante le cautele impiegate

per ridurre l’impatto ambientale, e l’esito positivo del processo autorizzatorio (VIA, conferenza

dei servizi, autorizzazione regionale) ha suscitato l’opposizione della Sovrintendenza ai Beni Architettonici

e Paesaggio delle Marche, aprendo una vertenza dagli esiti ancora incerti.

“polpa”), ma non da valorizzare come luoghi che si pongono – nel campo prescelto – all’avanguardia

nell’esplorazione del nuovo.

I territori non vanno lasciati soli nello studio di queste politiche e d interventi nel

campo energetico, anche perché possono essere preda di attori “egoisti” che in realtà non

hanno alcun interesse all’esito collettivo di queste politiche e interventi, ma hanno fini solo

speculativi. Pertanto, anche considerata la grande distanza che c’è tra la realtà attuale e la

possibilità di fare un ragionamento sullo sviluppo delle rinnovabili in relazione allo sviluppo

locale, sarebbe importante realizzare un’azione di sistema per provare ad accompagnare con

un approccio sperimentale qualche territorio che volesse affrontare il tema delle energie rinnovabili

in modo integrato attraverso una valutazione dei mix energetici, arrivando a definire

dei piani energetici locali con un obiettivo di autosufficienza energetica.

La domanda che ci si deve porre è se è possibile, partendo dalle aree che hanno delle rinnovabili

insediate attraverso l’eolico, immaginare che quei territori possano diventare in modo consapevole

delle comunità integralmente sostenibili? A questa domanda è difficile rispondere, ma è

una buona sfida. Noi abbiamo dei territori in cui è già significativa “la buona pratica” rispetto

ad un tema di sostenibilità e di fronte a processi innovativi come questi bisogna “accompagnare”

(Antonio Saturnino, Formez).

Buoni segnali che arrivano dal territorio noi li abbiamo dalla Campania, in tutta la zona

dell’Agro Nocerino Sarnese, dove ci sono dei comuni lungimiranti, che magari compaiono poco

nelle classifiche, ma che manifestano una buona predisposizione fare governance. Hanno

una buona classe di amministratori e una immensa potenzialità di risorse sul territorio. Loro,

ad esempio, hanno tutto il sistema legato alle biomasse e alla quota idrica che non è da sottovalutare.

Quello potrebbe essere un esempio di ecosistema che potrebbe utilizzare le leve

programmatiche sull’energia per potenziare quella filiera, anche con la partecipazione privata e

utilizzare poi anche la leva dei beni e delle risorse culturali che sarebbe una naturale sinergia,

anche come sbocco occupazionale e di visibilità. Questo potrebbe essere un modello di integrazione,

di mix (Giada Maio, ANCI).

Ci vuole un accompagnamento istituzionale e tecnico dei territori. A noi questo sembra giusto e

ragionevole, anche perché le strade che abbiamo percorso fino ad adesso non hanno funzionato.

La programmazione nazionale e regionale non esiste e dove c’è è fallace o sbagliata. Bisogna

provare a prendere il problema da un altro lato. Quello che abbiamo cercato di fare in questi

anni è stato di coltivare il rapporto con il territorio. Ci sono almeno 5-6 punti diversi, sparsi

dal Veneto, al Trentino, alla Basilicata, alla Campania, alla Calabria, alla Sicilia, dove noi facciamo

questo ragionamento della comunità sostenibile in cui il driver fondamentale è l’utilizzo

energetico in forma sostenibile delle risorse del territorio. Ce li abbiamo a non faccio fatica a

dire che è difficile coltivarli, perché cerchiamo di farlo in una maniera che poi lasci a loro la

capacità di alzarsi sui pedali e di fare la propria strada, cercando la loro identità, coltivando un

140


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

proprio progetto di sviluppo. Fare questo lavoro di scouting, di valutazione del potenziale delle

risorse, è faticoso, difficile e presuppone poi anche la capacità di tenersi fuori, di non andare

ad asfaltare, anche concettualmente, il pensiero (Tommaso Dal Bosco, UNCEM).

9.2 Rinnovabili e agricoltura

All’interno di una prospettiva di sviluppo locale, una diffusione sul territorio degli impianti

di energia da fonti rinnovabili deve mirare a produrre effetti moltiplicativi in diversi

campi. Innanzitutto, in campo ambientale, attraverso il contenimento dei fenomeni di

inquinamento, con particolare riferimento alle emissioni di gas serra. Inoltre, nel campo

dello sviluppo locale, attraverso la valorizzazione delle risorse presenti in maniera diffusa

sul territorio, spesso in aree marginali con scarsità di prospettive di sviluppo economico, e

attraverso lo sviluppo integrato del territorio - ad esempio, con il collegamento dell’uso delle

fonti rinnovabili (anche per la forza comunicazionale che oggi ha la leva ambientale) con lo

sviluppo del sistema agro-alimentare, del sistema delle piccole e medie imprese artigianali ed

industriali, col turismo, con la produzione artistica e culturale, etc. - e la creazione di nuove

opportunità di lavoro e d’impresa.

In questa visione multisettoriale integrata, particolare importanza e complessità riveste il

rapporto tra la diffusione delle rinnovabili e l’agricoltura. Le attività agricole e forestali, infatti,

assumono funzioni complesse di produzione anche di beni pubblici. Con la produzione agricola

si svolgono funzioni di: salvaguardia idrogeologica, conservazione della fertilità dei suoli e

della complessità ecosistemica (biodiversità), valorizzazione del paesaggio agrario, sostenibilità

complessiva dello sviluppo. Anche il bosco rientra nella visione integrata dello sviluppo e,

quindi, viene considerato come “sistema forestale integrato” che vede nel piano di forestazione

il suo strumento privilegiato in grado di: organizzare l’attività di forestazione e di taglio nonché

tutte le attività produttive connesse, di sviluppare le interazioni sinergiche con l’occupazione,

il turismo e l’ambiente. In agricoltura, l’offerta non solo del prodotto (di qualità) ma anche del

suo sistema (ambientale, storico, culturale) produce ricadute positive sullo stesso mercato del

settore a fronte dell’evoluzione della domanda e dell’importanza del turismo.

L’agricoltura oggi, almeno nel nostro Paese, non si presenta competitiva in termini di rendimenti

di scala, di grandezze, in termini di rendimenti produttivi, ma in termini di qualità, la somma

delle qualità: paesaggio, ambiente, natura, cultura, mestieri, tradizioni, storia, bellezza, luoghi

che vengono messi dentro la cassetta di vino o di olio che rappresentano quei valori immateriali

che fanno si che il nostro prodotto possa essere molto competitivo se dotato di informazioni

lungo la catena alimentare e presso il punto vendita (Stefano Masini, Coldiretti).

La definizione e la costruzione di questa visione sistemica comporta per la produzione

agricola una trasformazione radicale del peso economico, culturale e sociale del mondo rurale

rispetto a quello (marginale) attribuitogli dalla società industriale. Le innovazioni (metodologiche,

di atteggiamento scientifico, di sensibilità ecologica e sociale) portano nel territorio

agricolo la voglia di fondare nuove comunità, il gusto della sperimentazione (biologica, 105

105 L’agricoltura biologica costituisce una reale risposta alle problematiche poste dal riorientamento dell’attività agricola ed

in particolare della diversificazione colturale collocate nel contesto più generale della conservazione ambientale. Si qualificano

biologici, infatti, quei prodotti che derivano da una agricoltura ecologicamente sostenibile e che utilizza sistemi di produzione

naturali, senza aggiunta di agenti chimici, che evita ogni forma di inquinamento, che riduce al minimo l’impatto sull’ambiente

e sulla vita animale, che valorizza il potenziale dei cicli biologici e che ha un approccio globale alla produzione. In tal senso

l’agricoltura biologica, da un lato, offre prodotti sani e privi di residui di origine chimica e, dall’altro, elimina i rischi di contaminazione

ed inquinamento dell’ambiente naturale. Obiettivo dell’agricoltura biologica non è l’ottenimento di elevate rese produttive

pur richiedendo di norma un maggior impiego di manodopera, bensì il raggiungimento di obiettivi: di carattere ambientale

(impiego meno intensivo del terreno e dei fattori produttivi, conservazione degli insediamenti umani nell’ambiente rurale, tutela

141


Energia eolica e sviluppo locale

biodinamica), il tentativo di arricchire il complesso delle attività che si svolgono nella campagna

di funzioni terziarie alte, e così via. L’agricoltura sostenibile richiede inoltre la ripresa

e o il rafforzamento delle attività di manutenzione attiva del territorio. La riqualificazione

del paesaggio, la sua difesa, l’intervento nel caso di disastri naturali o artificiali (alluvioni,

incendi, erosione, frane, siccità, etc.) richiedono una osservazione continua del territorio, un

monitoraggio sensibile delle trasformazioni ambientali, una partecipazione consapevole, anche

collettivamente organizzata, alla gestione del patrimonio naturale e paesistico. La manutenzione

del territorio richiede uno stile di vita individuale sensibile verso la terra, uno stile

di vita della collettività basato sulla cooperazione e l’aiuto reciproco, una partecipazione

diretta e sapiente alle vicende del suolo e dell’ambiente, una collaborazione con gli organismi

istituzionali di pianificazione e di gestione. Da qui, la rivalutazione dell’agricoltore in rapporto

all’evoluzione dei bisogni reali e alla costante ricerca di risposte adeguate, all’interno

di una rete di relazioni complesse con il territorio di cui fa parte e ha cura. La stessa azienda

agricola si configura come una struttura complessa (agroterziaria), che fa riferimento a reti

territoriali dense ed estese nell’attivare finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità.

Su questa base lo sviluppo agricolo del territorio deve concorrere a: migliorare la qualità

dell’ambiente divenendo elemento propulsivo per il riassetto idrogeologico, sviluppare la

produttività del terreno contro la perdita costante di potenzialità e la desertificazione progressiva,

sviluppare la diversificazione produttiva caratterizzando le diverse produzioni fino

alla costituzione di marchi, sviluppare le filiere produttive per l’integrazione di produzione

- processi di lavorazione e trasformativi - commercializzazione. In relazione a ciò, le politiche

per lo sviluppo delle aree rurali non sono più limitate alle tradizionali politiche agrarie,

ma sono un “mix” delle politiche dello sviluppo quali, quelle dell’artigianato, del turismo,

dell’ambiente, dell’agricoltura, etc. Si tratta di politiche indirizzate a tutto ciò che non è

soltanto agricolo, ma rurale.

Pertanto, la diffusione della produzione di energia da fonti rinnovabili da parte delle

imprese agricole rappresenta una sfida importante e di sicuro interesse, soprattutto se interpretata

in chiave multifunzionale. L’agricoltura, infatti, può contribuire in maniera significativa

al raggiungimento degli obiettivi di produzione di energia da fonti rinnovabili stabiliti a

livello internazionale, nell’ambito delle strategie di mitigazione del cambiamento climatico.

L’interesse del settore agricolo allo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili

si evince, ad esempio, dal sostegno dato dalle organizzazioni di rappresentanza all’adozione

dell’articolo 1, comma 423 della legge n. 266/05 (Legge Finanziaria 2006), mediante il quale,

è stata riconosciuta la qualifica di attività connessa alla produzione ed alla cessione di energia

elettrica e calore da fonti agroforestali e fotovoltaiche. Da qui, il diffondersi del modello

dell’azienda agri-energetica, cioè di un’azienda agricola che può ricoprire un ruolo molto importante:

nel mercato locale delle piccole applicazioni per la produzione di energia da fonti

rinnovabili, nella produzione, soprattutto, di reddito incrementale per le aziende stesse e il

sistema agricolo nel suo complesso.

In questi ultimi anni è cresciuto rapidamente il numero imprese agricole che hanno visto

la realizzazione di impianti (propri o di terzi) di produzione da energia rinnovabile sui propri

terreni. In questo modo, il reddito prodotto da queste installazioni va ad integrare quello

delle attività agricole primarie e collegate, sostenendole, sia dal punto di vista finanziario

sia dell’immagine.

e salvaguardia del territorio), di carattere agricolo (economia di gestione aziendale, valorizzazione delle produzioni, garanzia di

reddito degli operatori), di carattere alimentare (prodotti con tecniche a ridotti “input” e qualità certificata), di riequilibrio dei

mercati (riavvicinamento della domanda e dell’offerta), di tutela del consumatore.

142


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

L’energia rinnovabile non deve essere vista come in competizione con l’agricoltura, ma ad interazione

di questa, come quell’elemento che può rilanciare l’agricoltura, dandogli un reddito fisso,

stabile, senza oscillazioni che dipendono dalle variazioni nel prezzo del grano o della carne

o delle condizioni climatiche stagionali, e magari permettono di fare uno sviluppo agricolo di

qualità. Se uno ha già una rendita può fare anche un investimento su una serra per fare una

primizia (Ivano Bruni, Enel Green Power).

Ci sono delle piccole aziende che iniziano a dire: ”il nostro prodotto è realizzato con energia

da fonti rinnovabili”. È un segnale anche piccolo, ma c’è. Ci sono dei segmenti che cominciano

a trovare una risposta nella certificazione di qualità. Comincia ad esserci un’attenzione e

disponibilità in questo senso anche all’interno delle nostre comunità (Virgilio Caivano, Piccoli

Centri Europei).

Tuttavia, le associazioni di rappresentanza del mondo agricolo guardano con crescente

preoccupazione alla diffusione di grandi impianti eolici e fotovoltaici su suolo agricolo, perché

ritengono che queste grandi strutture (e le necessarie infrastrutture di contorno) finiscano

per danneggiare l’esercizio dell’attività agricola stessa, oltre che la qualità del territorio.

C’è una certa “antipatia” per gli impianti eolici che conosciamo oggi – perché poi possiamo anche

parlare di quelli che vorremmo conoscere – perchè si tratta di iniziative che, a differenza di

altre rinnovabili, non vedono protagonista l’imprenditore agricolo. In fondo, l’imprenditore cede

il terreno per una iniziativa imprenditoriale di terzi. Nel momento in cui si instaurano contratti

di filiera per le biomasse o il biogas, lo sfruttamento del legname, il recupero e la valorizzazione

dei residui, l’imprenditore agricolo con la sua struttura aziendale è coinvolto, cioè partecipa ad

un progetto di sviluppo energetico, diventa attore del territorio, anche attraverso la eventuale

creazione di piccoli consorzi di produttori. Invece, gli impianti eolici industriali sono apparsi

come un qualcosa che cala dall’alto – e lo sono oggi soprattutto dopo che si sono costruiti dei

percorsi di accesso ad aree svantaggiate, in cui c’è la traccia paesistica di una strada e di un

percorso di torri -, e molto spesso il territorio non ha una vera ricaduta occupazionale, non c’è

economia locale, si è creato un investimento che dà i suoi frutti distribuiti in dividendo in società,

che è qualcosa di molto diverso dal nostro modello di compartecipazione nello sviluppo delle

energie. Da questo punto di vista, lo sviluppo dell’energia fotovoltaica, per quanto in alcuni

casi si registrano le medesime finalità speculative, consente di rendere partecipi gli agricoltori.

È chiaro che in questo caso noi siamo di fronte ad ettari di terreno investito a tetti fotovoltaici.

L’agricoltore cede il fondo, si abbandona il presidio di una determinata area, lo sviluppo

prende una direzione diversa e cosa rimane? Rimane l’alterazione del mercato fondiario, perché

in quell’area i prezzi dei terreni a quel punto oscillano su valori che non corrispondono a quelli

tradizionali legati alla produzione di foraggio. Il problema è che bisogna rendersi conto che il

concetto di sviluppo in rete delle microenergie deve pure trovare una logica di componimento

sul territorio altrimenti si ha solo un irradiamento in maniera frazionata sul territorio che determina

molti scompensi nell’economia agricola (Stefano Masini, Coldiretti).

Secondo le rappresentanze agricole, tale tipologia di impianti può determinare impatti

ambientali rilevanti, anche in virtù degli effetti cumulativi, come, ad esempio, la perdita

di permeabilità del suolo, disequilibri idrogeologici, fenomeni alluvionali, di erosione e

desertificazione, danni alla biodiversità, alterazioni microclimatiche, produzione di ingenti

quantitativi di rifiuti nelle fasi di smantellamento, effetti negativi legati alla necessaria infrastrutturazione

di trasporto dell’energia.

In particolare, per quanto riguarda la diffusione di grandi impianti fotovoltaici sul suolo,

si evidenzia come questi abbiano una potenza tale da dover impegnare ampie superfici

143


Energia eolica e sviluppo locale

agricole, nonostante l’uso dei terreni dovesse rappresentare – nelle intenzioni del legislatore

– una alternativa secondaria rispetto all’uso di superfici più idonee, come i capannoni industriali

e le discariche in fase post operativa. A ciò si lega, inoltre, la preoccupante diffusione

del fenomeno dell’affitto di terreni agricoli da parte di soggetti estranei al settore, spesso

con manifesti fini speculativi. Tutto ciò comporta il rischio di una ulteriore riduzione della

superficie agricola disponibile.

Per avere un’idea della portata del fenomeno si deve pensare che il 64% degli impianti fotovoltaici

installati in Italia ha una taglia superiore a 20 kW ed il 44% della potenza installata non

è integrata. Si pensi, ad esempio, che nel Comune di Canaro, in Provincia di Rovigo, sono stati

occupati ben 120 ettari di terreno per un totale di 240.000 pannelli di una dimensione pari

ad 80x100 centimetri. Inoltre, in Puglia, l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione

dell’Ambiente ha comunicato ai competenti uffici regionali di formulare “parere contrario” ad

ogni nuovo insediamento di impianti di generazione di energia da fonte solare in ambito agricolo,

almeno fino a quando non siano stati definiti approfonditi ed esaustivi studi di valutazione

di alcuni elementi di forte criticità e l’autorità competente non abbia provveduto ad una programmazione

attenta in questo ambito. Le stime fornite dall’Arpa Puglia relative alla potenza

installata e alla superficie agricola regionale occupata (nel 2009: 738,323 MW installati per

una superficie agricola totale di 2.214 ettari) dimostrano l’assoluta rilevanza del fenomeno.

Per quanto riguarda, poi, la diffusione di grandi impianti eolici, si evidenzia come la maggior

parte delle torri eoliche siano alte fino a 100 metri, con pale di 30 metri di diametro, con un

area di assoggettamento, per ognuna, calcolata in circa 400 metri quadri, cosa che comporta,

ad oggi, la perdita di circa 25.000 ettari di territorio, con effetti paesaggistici, ambientali ed

economici che si estendono, peraltro, in una area molto più vasta e che potrebbero presto moltiplicarsi,

visti i 10.000 MW di energia eolica già autorizzati e gli oltre 40.000 MW in istruttoria

(Stefano Masini, Coldiretti).

Per tutti questi motivi, la Coldiretti ha accolto con soddisfazione le linee guida nazionali

per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti da fonti rinnovabili, sulla base delle

quali le Regioni possono individuare le aree del proprio territorio non idonee alla loro realizzazione.

Tali aree sono identificabili, in particolare, in quelle agricole di pregio e nelle aree

protette a livello regionale, nazionale ed internazionale.

La produzione di energia rinnovabile deve sempre avvenire nel rispetto di alcuni principi generali,

quali, proprio, un ridotto consumo di suolo, il riutilizzo di aree già degradate da attività

antropiche, come i siti industriali o contaminati, ed una progettazione legata alle specificità

dell’area. Nell’autorizzare progetti localizzati in zone agricole caratterizzate da produzioni

agro-alimentari di qualità e/o di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico-culturale,

ad esempio, è necessario verificare che non compromettano o interferiscano negativamente

con la valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, la tutela della biodiversità, del

patrimonio culturale e del paesaggio rurale. La preoccupazione di Coldiretti circa una diffusione

indiscriminata degli impianti eolici e fotovoltaici di grossa taglia nasce dal timore

che, nel promuovere questi impianti, non si proceda alle opportune valutazioni degli impatti

paesaggistici ed economici, rischiando, così, di compromettere gli investimenti delle imprese

agricole finalizzati a rendere il territorio un vero e proprio fattore produttivo, cui legare le

produzioni tipiche, di qualità ed identitarie, così come le attività agrituristiche e ricreative,

che rappresentano strumenti capaci di garantire la vitalità e la competitività di un’agricoltura,

oggi, indissolubilmente legata al territorio di appartenenza. Nella valutazione di impatto degli

impianti energetici, anche quando si tratti di fonti rinnovabili, non si può prescindere, quindi,

da un’analisi circostanziata dei costi-benefici, che tenga in debito conto quale reale valore

144


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

abbia l’integrità ambientale, territoriale e paesaggistica per le imprese agricole. L’impatto

della diffusione delle centrali di energia sul territorio, con la facile compromissione dei valori

del suo paesaggio, rischia di indebolire l’importante processo di rigenerazione dell’agricoltura,

non più finalizzato a produrre in termini quantitativi, ma mirato alla qualità e, sempre con

maggiore convinzione, alla valorizzazione del territorio. Auspichiamo che le linee guida possano

costituire effettivamente uno strumento adeguato, capace di contribuire alla definizione di

politiche territoriali, che sono efficaci nella misura in cui ricercano ed attuano idonei strumenti

normativi di regolazione dei processi economici e di salvaguardia del territorio e dei segni della

sua identità (Stefano Masini, Coldiretti).

Infine, c’è da considerare la possibilità che l’installazione dei parchi eolici e degli altri

impianti da fonti rinnovabili può essere anche un’opportunità per incrementare i flussi del

turismo rurale. Negli ultimi anni si è enormemente sviluppata, in Italia, l’offerta e la fruizione

del cosiddetto turismo enogastronomico, che punta alla valorizzazione dei territori rurali

attraverso la conoscenza e la promozione di produzioni vitivinicole, olearie ed alimentari

tipiche e tradizionali di alta qualità. Oggi, è possibile partire dalle grandi aree metropolitane

e avventurarsi nelle aree rurali alla scoperta di luoghi di interesse storico, artistico, ambientale.

Ai movimenti come Slow Food, il Touring Club, oltre che ai più specializzati come

il Movimento del Turismo del Vino o l’Associazione Città dell’Olio, supportati anche dagli

incentivi europei e dalle conseguenti legislazioni italiane in materia, va il merito di aver

introdotto nuove abitudini, nuove curiosità, nuovi ritmi tra i turisti che attraversano la penisola.

Si sono moltiplicate in tutte le regioni le “Strade del Vino”, “Strade dell’Olio”, “Strade

dei Sapori” e “dei prodotti tipici”. In questa accezione, le “strade” sono percorsi segnalati e

pubblicizzati con appositi cartelli, caratterizzati da particolare interesse sotto diversi punti

di vista: naturale, culturale e ambientale. Questi percorsi si snodano lungo vigneti, cantine,

aziende agricole aperte al pubblico, che costituiscono strumento attraverso il quale i territori

e le relative produzioni possono essere divulgati, commercializzati e fruiti in forma di offerta

turistica. Si sviluppano così attività di ricezione e di ospitalità, compresa la degustazione dei

prodotti aziendali e l’organizzazione di attività ricreative, culturali e didattiche.

A questa tipologia turistica potrebbero fare riferimento nei territori dove già oggi c’è una

forte concentrazione di parchi eolici installati, la creazione di “Strade del Vento”, con l’intento

di valorizzare di percorsi, interni, longitudinali e trasversali che seguono o incrociano

le dorsali appenniniche e pre-appeniniche meridionali. Itinerari che possono riservare grandi

sorprese dal punto di vista paesaggistico e che possono far conoscere le potenzialità di sviluppo

di questi territori. Un intervento di questo tipo potrebbe contribuire a dare impulso

a una zona a tradizionale vocazione rurale non più (non solo) attraverso le sue produzioni

agricole tipiche, ma attraverso la scoperta delle sue potenzialità energetiche, che sfruttano

un elemento altamente caratterizzante di questi luoghi: il vento. È un filo conduttore poetico

e potente, che può articolarsi, analogamente ai modelli sperimentati per le altre “strade”,

secondo diversi punti di vista. Primo tra tutti la conoscenza del tipo di produzione, che può

concretizzarsi in questo caso con la visita agli impianti eolici, con lo scopo della divulgazione

della tematica dell’utilizzazione delle fonti di energia rinnovabile, anche per sgombrare

il campo da tanti equivoci ambientalistici che rendono alcuni tendenzialmente diffidenti dal

ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Le piccole aziende agricole potrebbero essere visitate

con occhio diverso, come strutture autosufficienti dal punto di vista energetico, luoghi

idonei allo sviluppo di progetti-pilota per l’impianto di aerogeneratori di piccola taglia. La

sensibilità al mondo del biologico nella sua accezione più ampia, che i movimenti turistici

sopra ricordati hanno ampiamente contribuito a radicare, favorisce senz’altro un approccio

145


Energia eolica e sviluppo locale

interessato a tali argomenti. All’aspetto “didattico” si può affiancare quello tradizionalmente

culturale, per la presenza di centri piccoli e poco conosciuti, ma ricchi di storia e di testimonianze

artistiche, archeologiche e medioevali.

9.3 Rinnovabili e aggregazioni territoriali

Spesso oggi dietro l’opposizione di comuni adiacenti a quello su cui insiste un impianto

eolico vi è non tanto una questione estetica e/o ambientale, quanto un comprensibile malumore

per il mancato coinvolgimento ai benefici economici di quella attività, al punto che,

probabilmente, ove fosse stata prevista una ripartizione degli utili su scala territoriale più

ampia rispetto a quella comunale in alcuni casi si sarebbero potute superare le resistenze.

Tempo fa avevamo fatto un progetto nel comune di Delicato in provincia di Foggia per iniziare

a capire quali erano le aree potenzialmente interessanti e che problematiche ognuna di queste

avesse. In quel caso vi era una collina che volevamo diventasse una specie di “distretto”

energetico, quindi eolico, piantagioni da biomasse, etc. Insomma, abbiamo lavorato per creare

una “collina energetica”, coinvolgendo tutti. Questo per provare a capire se tutti i proprietari

della zona potevano entrare nel progetto e non solamente chi aveva “la torre” nel suo campo.

Questo è un grosso problema perché chi si ritrova la “torre” ha l’affitto annuale e quello a un

metro di distanza non ha nulla. Questo problema si supererebbe facendo “dei comparti” come

si fa in edilizia, per cui tutti quanti partecipano e non solamente pochi fortunati. È una cosa

complicata, non ci sono i meccanismi. Molto spesso i crinali sono sui confini comunali per cui

può succedere che il maggiore impatto visivo c’è l’ha il comune limitrofo che però non ha nessun

beneficio. Queste cose non hanno senso, andrebbero trovate delle formule diverse (Daniela

Moderini, architetto del paesaggio).

Per questo c’è chi pensa che ci sia bisogno di una regia di area, di un coordinamento tra

gli Enti locali, anche attraverso la gestione associata o l’obbligo di formare dei consorzi tra

comuni limitrofi. 106 In questo modo si può effettuare una valutazione dei progetti considerando

un ambito sovra comunale per capire dove le torri si vanno a collocare e verificare come

si relazionano rispetto a progetti già realizzati o in corso di approvazione o realizzazione, e

per introdurre così correttivi e adattamenti.

Il comune che chiede il 10% di royalty monetarie, che adesso chiaramente con le Linee Guida

non sono più possibili, perché lo fa? Perché c’è qualcuno che dall’altra parte bussa alla porta del

sindaco e gli propone alcune cose, assicurando che si possono fare. Non può essere altrimenti,

perché il comune non ha ancora questa capacità su questi settori. Sono pochi i comuni che

hanno un energy manager o altre figure competenti. La percentuale di competenza comunale

è ancora bassissima anche perché la maggior parte dei comuni italiani sono dimensionati in

modo tale da non avere una struttura dedicata. Qua, sarebbe importante il ruolo delle Province o

106 Un caso di successo è senz’altro il Consorzio CeV di Verona (ww.consorziocev.it), un Consorzio di 1.001 enti pubblici,

costituito in base al codice civile, che si sono uniti per abbattere tutti i costi dell’energia, per usufruire gratuitamente di importanti

servizi che ne semplificano la gestione, ma soprattutto per costruire, insieme, una nuova cultura dell’energia all’interno ed

all’esterno dell’ente e nella comunità. Da sempre attento alle tematiche dell’ambiente, che oggi con grande enfasi coinvolgono

istituzioni ed opinione pubblica, CeV rappresenta una realtà unica, competente ed affermata nel panorama nazionale, in grado

di garantire un supporto concreto all’ente:

• risparmiare sui costi d’acquisto dell’energia garantendosi una fornitura 100% proveniente da fonti rinnovabili;

• gestire al meglio tutti gli aspetti tecnici dell’energia;

• produrre energia da fonti rinnovabili senza costi per l’ente;

• formare del personale esperto per gestire le complessità e le opportunità della liberalizzazione.

In costante ascesa, il Consorzio CeV ha fatto dello spirito di aggregazione un meccanismo virtuoso che sino ad oggi ha garantito

un risparmio complessivo di 14 milioni di Euro ad esclusivo vantaggio dei soci. Tutti i Comuni possono aderire a CeV, poiché

l’adesione non è in contrasto con le limitazioni previste dall’art. 2 della finanziaria 2008.

146


9. Aprire una seconda fase: rinnovabili e sviluppo locale

comunque di una gestione associata. Noi, la gestione associata di molti processi l’abbiamo proposta

anche come emendamento alla bozza di decreto di recepimento della direttiva 28. Si vuole

la procedura semplificata, va bene, ma è un altro titolo di inizio che è la procedura semplificata

per gli impianti da energie rinnovabili. Noi abbiamo accettato, perché è meglio che reintrodurre

la vecchia Scia che ci toglie il potere di controllo sul territorio. Però, abbiamo detto che occorreva

dare al comune di mille abitanti almeno la possibilità di farlo in gestione associata, al di là che ci

sia una delega alla Provincia, perché sappiamo che purtroppo oggi pochi sono i territori dove c’è

una cooperazione tra i diversi livelli della filiera istituzionale-amministativa (Giada Maio, ANCI).

Mi pare che in Italia le condizioni per uno sviluppo forte di forme vere e proprie di azionariato

popolare siano ancora assenti o molto, molto deboli. Invece, c’è la possibilità che i Comuni si

consorzino per progetti di questo tipo. È una possibilità che in qualche misura viene praticata

ed è assolutamente positiva perché ovviamente se a promuovere progetti di produzione energetica

da fonti rinnovabili sono i comuni, l’attenzione ai dati legati all’impatto paesaggistico e in

generale all’accettazione sociale è inevitabilmente più grande, più spiccata. Quindi, credo che

forme di questo tipo, con il coinvolgimento dei comuni nei progetti, naturalmente se avviene in

forme trasparenti, credo che sia un fatto assolutamente positivo e che può anche ridurre i rischi

di accettazione sociale degli impianti (Roberto Della Seta, senatore).

In questa direzione le Regioni dovrebbero spingere progetti che coinvolgano, anche nelle

procedure di approvazione, un bacino più ampio di Comuni, in modo da evitare speculazioni

e permettere una valutazione che aiuti l’integrazione nel paesaggio e nel contesto socio-economico

locale. La direz