Musica, cinema e video 2005 Pitecantropi eretti Quest'anno si è ...

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Musica, cinema e video 2005

Pitecantropi eretti

Quest’anno si è organizzato un unico concerto che è rientrato nella rassegna di cinema

“Venerdì nero”.

25.11.05 Amato jazz trio

Elio Amato, trombone, pianoforte, flicorno contralto

Alberto Amato, contrabbasso

Loris Amato, batteria

Grazie alla versatilità di Elio Amato, che si trova egualmente a proprio agio al

pianoforte, al flicorno e al trombone, la configurazione strumentale dell’amato jazz trio

è variabile. L’organico, piuttosto insolito, si distingue per la ricchezza timbrica e per

l’assenza del condizionamento armonico, anche nei frangenti in cui è presente il

pianoforte. Ciò permette ai singoli strumenti di conservare pari importanza e centralità

e ai tre musicisti di muoversi sullo sfondo di ricchi paesaggi sonori, nei quali l’apertura

alle inflessioni free e la dichiarata ammirazione per Igor Stravinskij, Ornette Coleman e

Lennie Tristano si mescolano a sonorità più funky e ad aperture swing. Non si può parlare

di vere e proprie composizioni, ma piuttosto di conversazioni. Fin dalla sua nascita nel

1979, il gruppo utilizza una particolare forma di interplay fatta di cellule melodicoarmoniche,

che circolano all’interno del trio, si propongono come poli di riferimento e

caricano le interpretazioni di un’evidente e palpabile tensione melodica.

Improvvisazione e composizione si confondono in un linguaggio al contempo complesso e

scorrevole, aspro e cantabile, secondo un procedimento collettivo che ha i suoi punti di

forza nella disinvoltura esecutiva, nella capacità dialogica e nel coraggio

dell’astrazione. Nel 2004 l’etichetta discografica Via Veneto Jazz ha pubblicato il doppio

CDTristano, che è valso all’amato jazz trio il titolo di formazione dell’anno nel Top Jazz

2004, l’annuale referendum indetto dalla rivista specializzata Musica Jazz.

Venerdì nero – itinerario nel cinema poliziesco francese degli anni ’50 e ’60 –

proiezioni DVD musica e letture

Dopo la rassegna sul noir americano dell’anno scorso, in autunno abbiamo riproposto, in

collaborazione con il Cineclub del Mendrisiotto la rassegna Venerdì nero – itinerario nel

cinema poliziesco francese degli anni ’50 e ’60 – proiezioni DVD musica e letture,

presentando un itinerario con alcuni capolavori di rara bellezza (e visione) e incontri con

ospiti d’eccezione. Un cinema da riscoprire e apprezzare nell’intimità della sala ACP di

Balerna dove le proiezioni dvd nella versione originale francese sono state

accompagnate da letture, incontri e musica d’epoca.

Con questa rassegna abbiamo voluto presentare una selezione di film che non hanno

quasi mai occasione di passare nei circuiti commerciali e di cui la televisione ha perso

memoria, ma che sanno sorprenderci vividamente per lo sguardo irriverente, moderno e

scarno che gettano su di un’esistenza presentata senza fronzoli, nella sua cruda verità di

“vuoto a perdere”.

Si tratta di un cinema che è l’essenza stessa del cinema francese. È un cinema fatto di

grandi attori come Jean Gabin, Alain Delon, Lino Ventura, Jeanne Moreau; registi geniali

come Jacques Becker, Jules Dassin, Jean-Pierre Melville; personaggi cult come l’agente


speciale Lemmy Caution interpretato da Eddie Constantine; dialoghi al fulmicotone di

Michel Audiard & Co.; storie dure - “che più dure non si può” - tratte dai romanzi della

Série noire dei vari Albert Simonin e Auguste Le Breton, ma soprattutto …atmosfera,

quella tipica atmosfera avvolgente e maledettamente poetica dei sobborghi parigini, tra

hotel meublés, vicoli squallidi, marciapiedi brumosi e cabaret lustrinati.

Il primo appuntamento è stato il

7.10.05 IL MILIEU NELLA SÉRIE NOIRE

Touchez pas au grisbi (Grisbi)

Francia/Italia, 1954, b/n, 92’, v.o. sottotitoli in inglese

Regia: Jacques Becker; sceneggiatura: Jacques Becker, Albert Simonin, Maurice Griffe

dal romanzo omonimo di Albert Simonin; dialoghi: Albert Simonin; fotografia: Pierre

Montazel; musica: Jean Wiener; montaggio: Margherite Renoir; produzione: Robert

Dorfmann; interpreti: Jean Gabin, René Dary, Lino Ventura, Jeanne Moreau, Gaby

Basset, Paul Frankeur, Daniel Cauchy, Delia Scala, Dora Doll.

Max (Gabin), un vecchio truand che vorrebbe uscire dal giro, progetta l’ultimo colpo

della sua carriera: il furto di 50 milioni di franchi in lingotti d’oro all’aeroporto di Orly.

Le difficoltà iniziano al momento di riciclare la refurtiva: il suo braccio destro, Riton

(Dary), si confida con l’amante, Josy (Moreau), che a sua volta ne parla al capobanda

rivale, Angelo (Ventura), con cui ha una relazione. Riton viene fatto prigioniero e Max

deve decidere se accettare la trattativa per liberarlo. La caccia al grisbi (“bottino”)

scatenerà inevitabilmente lo scontro a fuoco definitivo tra le due gang.

“Uno dei migliori film francesi mai realizzati” (Mereghetti), il film è tratto dal romanzo

del 1953 di Albert Simonin per la Série Noire. Più che l’azione, contano l’atmosfera

crepuscolare e le psicologie. Come ha detto Truffaut, il vero tema di Grisbi sono

l’invecchiamento e l’amicizia. La trama è lineare, quasi hawskiana, i personaggi

caratterizzati con pochi tocchi sono ripresi nel loro quotidiano, lo stile è da entomologo:

secco, sobrio, attento ai minimi, in apparenza insignificanti, dettagli. Il film determina

la mitologia del gangster alla francese: amicizia virile, solidarietà di clan, violenza

bruta, scaltrezza e omertà, riflessi di un’etica immorale, forse più immaginata che

avvenuta, di cui il film rappresenta al contempo lo svelamento e l’elegia. I toni realistici

e le atmosfere notturne da cronaca nera sono accesi dall’argot verace e pittoresco, che

Simonin conosceva bene avendo lavorato anche come taxista. Grande il clamore (e il

successo di pubblico e di critica) del romanzo e, successivamente, del film. Emozionante

il confronto tra il mitico Gabin (di nuovo in auge dopo il contrastato rientro in patria al

termine dell’occupazione) e l’emergente Ventura, mentre la Moreau è una donna fatale

stilizzata, ma efficace.

Du rififi chez les hommes (Rififi)

Francia, 1955, b/n, 118’, v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Jules Dassin; sceneggiatura: Jacques Becker, René Wheeler, Auguste Le Breton,

dal romanzo omonimo di Auguste Le Breton; dialoghi: Auguste Le Breton; fotografia:

Philippe Agostini; musica: Georges Auric (la canzone “Rifif” - parole di Jacques Larue,

musica di Philippe-Gérard - è cantata da Magali Noël); montaggio: Roger Dwire;

scenografia: Alexandre Trauner, Auguste Capelier; produzione: René Gaston Vuattoux;

interpreti: Jean Servais, Carl Möhner, Robert Manuel, Perlo Vita (Jules Dassin), Marie

Sabouret, Janine Darcey, Marcel Lupovici, Pierre Grasset, Robert Hossein, Magali Noël.


Uscito di prigione, Tony il Lionese (Servais) viene convinto da due giovani complici, Jo lo

Svedese (Carl Möhner) e Mario Ferrati (Robert Manuel), a fare il colpo della vita: un

furto in una gioielleria nella modaiola Rue de la Paix. Tony accetta e nella gang viene

arruolato anche un esperto scassinatore italiano, Cesare il Milanese (interpretato dal

regista). Dopo aver riconquistato la sua donna, Mado (Marie Sabouret), che durante la

sua reclusione aveva bazzicato il gangster rivale, Tony e i suoi uomini portano a termine

il colpo. Ma il bottino fa gola a tanti. E per le strade di Parigi si scatena il rififi: la guerra

tra gang senza esclusione di colpi.

Accusato di simpatie comuniste dal comitato di Joseph McCarthy, Jules Dassin trova

rifugio in Europa, dove continua ad essere vittima dell’ostracismo degli istigatori della

Lista Nera, che arriva sino al divieto di distribuzione dei suoi film sul suolo americano.

Nonostante l’avversione per il romanzo originale di Le Breton, di cui criticava gli accenti

misogini e xenofobi (nel film non a caso la gang rivale perde la connotazione araba),

Dassin accetta di girare il film, “rubandolo” a Melville a cui sembra fosse stato promesso

(e che gliene vorrà per diversi anni). Il budget ammonta a soli 200'000 dollari e gli attori

vengono scelti tra professionisti di secondo piano come il belga Jean Servais, attore

dallo sguardo scavato e dal passato segnato dall’alcol, che ci regala un’interpretazione

essenziale e intensa. Lo stile di Dassin, ispirato ai maestri del noir e al precipitato

drammatico delle foto di Wegee, è asciutto, diretto e sincopato. Rififi costituisce la

punta di contatto tra il noir americano (in cui Dassin già eccelleva) e la sua variante

francese, certamente più romantica. Il film alterna sequenze brutali e senza fronzoli

(come la scena della rapina alla gioielleria con 30 minuti di pura suspense in assoluto

mutismo che hanno fatto scuola) ad altre più liriche, dando vita ad un’originale poetica

urbana, che fa della città la tela di fondo di quella che è stata definita “una tragedia

greca a Pigalle”. L’oscillazione stilistica diventa la cifra per marcare il contrasto tra la

vecchia criminalità del milieu con il proprio codice d’onore e la nuova generazione di

truand pronta a tutto, incarnata dal junkie Rémi (un già convincente Robert Hossein).

Splendide la fotografia di Agostini e le scenografie di Trauner (insuperabile collaboratore

di Buñuel, Carné e Wilder). Dassin vinse con Rififi il premio della miglior regia al festival

di Cannes del 1955.

Il secondo appuntamento il 21.10.05 Simenon: Maigret e altrove

Maigret tend un piège (Il commissario Maigret)

Francia/Italia, 1958, b/n, 116', v.o. sottotitoli in italiano

Regia: Jean Delannoy; sceneggiatura: Jean Delannoy, Rodolphe-Maurice Arlaud, Michel

Audiard, dal romanzo di George Simenon; dialoghi: Michel Audiard; fotografia: Louis

Pager; musica: Paul Misraki; montaggio: Henri Taverna; scenografia: René Renoux;

produzione: Jean Paul Guibert; Interpreti: Jean Gabin, Annie Girardot; Jean Desailly;

Jeanne Boitel, Olivier Hussenot, Lino Ventura.

In una Parigi soffocata dall'afa, quattro donne vengono brutalmente assassinate nel

quartiere di Place des Vosges. Maigret (Gabin) si lancia alla ricerca di quello che ormai

sembra essere un serial killer e prova ad attirarlo allo scoperto giocando sulla sua

vanità.

L’annuncio sul giornale che il presunto assassino è stato arrestato farà vacillare la

sicumera del vero assassino. Per Maigret sarà sufficiente. Tra l'assassino e il commissario

inizia una sfida di nervi, con ingente dispiegamento di mezzi, pedinamenti e

interrogatori, mentre la trappola si chiude sempre più…

Il film segna l'esordio di Gabin nei panni di Maigret ed è uno dei migliori adattamenti


cinematografici della serie (in precedenza il ruolo era stato tenuto da altri attori come

Abel Tarride, Pierre Renoir e Michel Simon). Nonostante la diffidenza iniziale di Simenon

che non lo riteneva adatto ("non ha mai visto un commissario in azione ed è un po'

troppo trasandato nel portamento, con quella cravatta sempre di traverso"), la

sovrapposizione tra attore e personaggio è totale e, nelle tre pellicole realizzate,

rimane memorabile: più in linea con il mito che con la figura creata dallo scrittore. Il

film si apre con l'inquadratura di una cartina di Parigi, in cui si conficca un coltello e a

cui si sovrappone l'ombra di una pipa.

D'emblée viene marcato il tema centrale dell'opera: la sfida tra l'ostinato detective e il

serial killer. Ma sarà anche la sfida con l'ambiente piccolo borghese che ha trasformato

un uomo qualunque in uno psicopatico assassino: "Alla fine, se si percepisce l'indulgenza

dello sbirro nei confronti del killer, si ha la certezza che la sua condanna per il milieu

meschino e benpensante della Parigi borghese sia senza appello" (Gervasini). Eccezionali

le atmosfere urbane - la Parigi quotidiana dei bottegai, dei vicoli sgualciti, dei vicini

curiosi - evocate e sottolineate dalla sobria messa in scena che lascia parlare

simenonamente le piccole cose. Felici i dialoghi di un inspirato Audiard: "On a pas de

mandat, vous connaissez la loi. – Moi oui, mais c'est pas chez moi qu'on monte".

Alla serata era presente Goffredo Fofi (1937), saggista, critico cinematografico e

teatrale, osservatore politico, ha fondato e diretto le riviste “Linea d’ombra” e “La

terra vista dalla luna”, e dirige attualmente il mensile “Lo straniero. Arte Cultura

Società”. Autore di saggi e inchieste sulla società italiana, tra i suoi libri più recenti ha

pubblicato Come in uno specchio. I grandi registi della storia del cinema e Strade

maestre. Ritratti di scrittori italiani. Ha scritto inoltre, in collaborazione con Morando

Morandini e Gianni Volpi, la Storia del cinema (1988-1990, in cinque volumi) e con Gianni

Da Campo e Claudio G. Fava Simenon, l’uomo nudo.

il terzo appuntamento il 11.11.05 Filosofia del crimine

Le deuxième souffle (Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide!)

Francia, 1966, b/n, 140’, v.o.

Regia: Jean-Pierre Melville; sceneggiatura di Jean-Pierre Melville, dall'omonimo romanzo

di José Giovanni (accreditato come co-sceneggiatore); fotografia: Marcel Combes;

scenografia: Jean-Jacques Fabre; montaggio: Michèle Bohème; musica: Bernard Gérard;

produttore: Charles Lumbroso; interpreti: Lino Ventura, Paul Meurisse, Raymond

Pellegrin, Christine Fabrega, Pierre Zimmer, Michel Constantin, Marcel Bozzuffi, Paul

Frankeur.

Evaso di galera, Gu Minda (Ventura), temutissimo caïd del milieu parigino, raggiunge i

suoi vecchi complici impegnati in una guerra tra gang per il controllo del mercato delle

sigarette. Fuggito a Marsiglia per procurarsi documenti falsi e organizzare un veloce

espatrio, viene coinvolto da Orloff (Zimmer), un criminale indipendente, in una

sanguinosa rapina ad un furgone portavalori. Ma il commissario Blot (Meurisse) tende la

sua trappola e lo arresta con uno stratagemma. Fardiano, un suo sottoposto, lo fa

passare per un informatore. Evadere e vendicare il suo onore per Gu diventa più

importante della vita stessa.

Tratto da un romanzo di Giovanni, con cui Melville manifesta ben presto

un'incompatibilità di carattere colossale, il film è l'epicentro della cinematografia di

Melville, vero nome Grumbach (il nome d'arte ispirato al celebre romanziere lo assume

negli anni della Resistenza). "È il punto di non ritorno di una poetica che ruota attorno a

un codice morale espresso non soltanto dai protagonisti ma dalla stessa messa in scena"


(Gervasini). I confini tra bene e male non corrispondono più a quelli tra difensori della

legge e criminali. In un mondo senza requie, dove ogni possibilità di riscatto sembra

negata, la differenza è piuttosto tra tigri - o samurai - (Blot, Gu, Orloff) e sciacalli

(Fardiano, Antoine, Jo Ricci). Storia corale, il film ha la struttura e la levigatezza della

tragedia, con in primo piano il personaggio di Gu che incarna l'archetipo dell'uomo "in

lotta con sé stesso e con un'identità spesso scomoda ma vissuta sino alle estreme

conseguenze" (Gaeta). Melville supera i riferimenti al noir americano, trasgredendone i

codici, e al polar francese, abbandonandone il romanticismo e la mitologia del

fallimento. Ormai ha il suo stile: affilato, ellittico e definitivo. Diverse le scene da

antologia, come la rapina al furgone in cui i tempi vengono dilatati all'inverosimile in un

crescendo di suspense o come il celebre insolito gesto finale dell'ispettore Blot. Grande

merito anche al cast tutt’altro che di contorno (Melville era un direttore d'attori

sublime), dove giganteggia l'asprezza tormentata e impassibile di Lino Ventura nei panni

indimenticabili di Gu. Bellissima la fotografia in un gelido bianco e nero che contribuisce

all’astrazione dei personaggi. Melville sulla malavita: "È il veicolo narrativo più pratico

che abbia trovato, ma la mia malavita non è la vera teppa. Viene trasposta come le corti

europee o gli ambienti borghesi di cui Shakespeare si serviva per raccontare le sue

storie"

Alla serata è intervenuto Claude Lucas (1943), cresciuto con la nonna a Saint-Malo, dopo

il suicidio dei genitori, passa da vari collegi e case di rieducazione entrando ben presto

in contatto col mondo del crimine. A 19 anni uccide un prosseneta e vive di “espedienti

incoffessabili” come lui stesso dirà. Una rapina ad un negozio di diamanti gli vale una

condanna ad 8 anni di carcere a cui faranno seguito altre condanne per rapina a mano

armata in Francia e Spagna. In carcere, si laurea in filosofia ed inizia a scrivere. Con

“Suerte”, l’opera autobiografica con cui fa i conti con le proprie esperienze di

“esclusione volontaria”, ottiene un largo successo di pubblico e critica, che gli varrà il

Prix Littéraire 1996 de France-Culture. Oggi è un affermato scrittore e autore di pièces

teatrali.

il quarto appuntamento il 25.11.05 Notturno jazz

Amato jazz trio

Elio Amato, trombone, pianoforte, flicorno contralto

Alberto Amato, contrabbasso

Loris Amato, batteria

Le désordre et la nuit (Il vizio e la notte)

Francia, 1958, b/n, 93’, v.o.

Regia: Gilles Grangier; sceneggiatura: Gilles Grangier, Jacques Robert, dal suo romanzo;

dialoghi: Michel Audiard; fotografia: Louis Page; musica: Henri Contet, Jean Yatove;

produttore: Lucien Viard; assistente di produzione: Jacques Deray; interpreti: Jean

Gabin, Nadja Tiller, Danielle Darrieux, Paul Frankeur, Hazel Scott, Robert Manuel, Robert

Berri, Harald Wolff, Roger Hanin.

L'ispettore Vallois (Gabin) ha il compito di scoprire chi ha ammazzato Simoni (Hanin) il

proprietario di un night club. Durante l'indagine si invaghisce di Lucky Fridel, giovane

ragazza tedesca di buona famiglia amante di Simoni, che si prostituisce per procurarsi la


droga. Mentre l'indagine procede, la ragazza dallo charme tenebroso lo introduce al

torbido mondo dei locali notturni abitato da pupe, ruffiani, musicisti di jazz e da

un'intrigante farmacista di turno.

Il film è tra i migliori e meno conosciuti della decennale collaborazione tra il regista e la

star Gabin, (I giganti, Il re dei falsari). "Bel noir con un'ottima descrizione d'ambiente e -

per l'epoca - una dura franchezza con poche conciliazioni nel trattare certi argomenti"

(Mereghetti allude a tossicodipendenza, omosessualità e prostituzione…). L'indagine

poliziesca lascia il posto ben presto al confronto tra due mondi, quello monolitico e

vecchio stile del poliziotto e quello moderno ma vacuo della giovane.

L'interpretazione di Gabin dell'ispettore cinico-ma-dal-cuore-tenero è un grand cru, che

non lo fa sfigurare nonostante la vistosa differenza d'età con la protagonista. Entrambi i

ruoli femminili, per niente scontati, sono interpretati con classe dalla Tiller nei panni

languidi dell’aspirante cantante e dalla Darrieux in quelli ambigui della farmacista.

Ottima la colonna sonora jazz che domina i primi venti minuti quasi esclusivamente

strumentali e dove risplende la misconosciuta cantante afro-americana Hazel Scott,

fuoriuscita dagli States a causa delle sue opinioni politiche poche gradite a McCarthy &

Co. La sceneggiatura e i dialoghi strepitosi sono di un Michel Audiard in gran spolvero:

"J'ai 23 ans, des yeux noirs, la forme du visage ovale. Je ne suis plus vierge mais mon

casier judiciaire l'est encore. Tu sauras le début en regardant mon passeport et les reste

en me prenant dans tes bras. C'est tout simple, non?"

L’ultimo appuntamento il 9.12.05 Che tipo quel Caution!

La môme vert-de-gris (F.B.I. Divisione criminale)

Francia, 1953, b/n, 95’, v.o.

Regia: Bernard Borderie; sceneggiatura: Bernard Borderie, dal romanzo omonimo (Poison

Ivy, in inglese) di Peter Cheyney; dialoghi: Jacques Berland; fotografia: Jacques Lemare;

musica: Guy Lafarge; montaggio: Jean Feyte, produzione: Bernard Borderie, interpreti:

Eddie Constantine, Dominique Wilms, Howard Vernon, Philippe Hersent, Jean-Marc

Tennberg, Dario Moreno, Maurice Ronet, Gaston Modot.

L'agente americano Lemmy Caution viene inviato a Casablanca per indagare sulla morte

del collega Mickey. Qui ne conosce la sorella, la conturbante Carlotta de la Rue (Wilms),

cantante e donna del gangster Rudy Saltierra (Vernon), proprietario del locale notturno

dove la donna si esibisce. Saltierra e i suoi sgherri vogliono impossessarsi di una

spedizione d'oro del Tesoro americano. Caution lo sospetta d'essere il mandante

dell'assassinio di Mickey. Dopo aver rischiato più di una volta la vita riesce a sgominare

tutta l'organizzazione e a smascherare chi la protegge.

È il primo film in cui Constantine veste i panni dell'agente federale Lemmy Caution, il

personaggio creato dallo scrittore inglese Peter Cheyney nel 1936. Il romanzo omonimo

da cui è tratto il film inaugura nel 1945 la Série Noire, la collezione di polizieschi di

Gallimard, diretta da Marcel Duhamel e il cui nome venne inventato da Jacques Prévert.

Avrà sette seguiti, tra cui il godardiano Agente Lemmy Caution, missione Alphaville del

1965. "A metà tra l'avventura e la parodia pura, il film riflette l'ambigua attrazione dei

francesi per il cinema americano, divisa tra la fascinazione e un certo snobistico senso di

superiorità" (Mereghetti). Vero e proprio oggetto di culto, il film si fa apprezzare

soprattutto per le scene rocambolesche e i dialoghi dallo humour devastante.

Constantine è un cantante americano giunto a Parigi nel 1949, amico di Edith Piaf, che lo

avvia alla carriera. Comincia a farsi conoscere per diversi successi in stile "bulli & pupe"

("Certains courent après les filles/Moi les filles me courent après" recita il testo di una

sua canzone). Grazie al physique du rôle e alla parlata perfetta, un francese

americanizzato ribattezzato amerloque, il ritratto di Caution è insuperabile: ghigno


perennemente orlato da una sigaretta, battuta più rapida e caustica di una colt,

castagna facile come un bicchiere di whisky e stuolo di donne ai piedi o meglio alle

calcagna (tra cui spicca l'ex-modella Dominique Wilms, notevole bionda laccata). A

proposito di colori: vert-de-gris è la patina verdastra che viene applicata alle statue per

proteggerle dalla corrosione. Negli anni dell'occupazione era il soprannome peggiorativo

dato ai militari tedeschi a causa del colore dell'uniforme. Nel film si riferisce

verosimilmente all'avvenenza… nordica della protagonista.

Questa rassegna è stata seguita da circa 150 persone.

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