Quando si dice Medio Oriente - Dedalo

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Quando si dice Medio Oriente - Dedalo

Editoriale

Quarant’anni fa la Populorum Progressio 2

Luciano Caimi

Primo Piano

Famiglia e dintorni 6

Giorgio Campanini

Dossier: Quali virtù?

Le virtù desiderabili

Pina De Simone

18

Il diritto, i giuristi e la misura del vivere

Fabio Macioce

26

Giovani e adulti: una pacificazione tra mondi separati

Elena Besozzi

34

Vivere autentica/mente

Lucio Pinkus

44

Le donne, le virtù e l’umano divenire

Laura Boella

52

Cinema e tivù, maestri di virtù?

Paola Braga

62

Le domande del domani

Pier Marco Aroldi

70

SOMMARIO

Eventi e Idee

Il popolo congolese sfida la sua storia

Maurizio Marmo

74

Giorgio La Pira e il governo della «città»

Marco Paolino

79

L’intenzionalità educativa di fronte alle sostanze

Cristian Vecchiet

83

Per una scuola “I care”

Daniele Barzaghi

88

Il Libro e i Libri

Quando si dice Medio Oriente

Federico Skodler

92

Per una sfera pubblica polifonica

Luca Alici

96

Profili

Don Lorenzo Milani. La scuola come un “ottavo sacramento”

Domenico Simeone

100

dialoghi n. 2 giugno 2007

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IL LIBRO&I LIBRI

IL LIBRO & I LIBRI - QUANDO SI DICE MEDIO ORIENTE

Un viaggio nella storia contemporanea di ciò che chiamiamo

Medio Oriente, l’insieme di territori che vanno dal Marocco

all’Iran. Elemento unificante di un’area così variegata per

lingue e popolazioni è l’Islam, di cui il libro segue l’evoluzione

nella sua costante dialettica con il mondo occidentale.

Quando si dice

Medio Oriente

Federico Skodler

Non si riflette mai abbastanza sul fatto che è stata la cultura europea a

definirsi “occidentale”, identificandosi con ciò stesso in qualcosa di

“diverso” rispetto ai popoli arabo-islamici, che a loro volta hanno visto

l’Occidente come “altro” rispetto a sé. Questo gioco di riflessi ha inaugurato

una serie di distorsioni delle immagini reciproche, provocando tensioni che

oggi sono sotto gli occhi di tutti. È a partire da queste considerazioni che

prende avvio il volume di Massimo Campanini Storia del Medio Oriente

1798-2005, una preziosa carrellata che percorre gli ultimi due secoli per

giungere fino ai giorni nostri. Si tratta di un riuscito tentativo, esplicitamente

pensato per una fruizione universitaria, di leggere e interpretare la segmentata

realtà politico-religiosa del “Medio

Oriente”, inteso, in senso lato, come

comprensivo di tutti i territori dall’Iran

al Marocco. L’esposizione è di tipo

sincronico, ma non impedisce, grazie

ad una sapiente distinzione in paragrafi,

una lettura diacronica al lettore che

volesse reperire informazioni sulla storia

di un solo Paese.

Vanno senz’altro segnalati alcuni

tra i numerosi pregi del libro.

Innanzitutto la costante preoccupazione

a rintracciare nel passato le

origini degli attuali contrasti interna-

Federico Skodler

è laureato in filosofia presso l’Universi

degli Studi di Trieste e svolge attività di

ricerca presso il Centro Studi Veneto

Jacques Maritain. Tra le sue

pubblicazioni: “Il rapporto Maritain-

Šestov: traccie biografiche e possibili

affinità intellettuali”, in Breztalnosti: Lev

Šestov med literaturo, religijo in filozofijo,

Kud-logos, Ljubljana, 2005, 187-198;

Religioni e allargamento europeo (a c.

di), Regione Autonoma Friuli-Venezia

Giulia, Trieste 2005.

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dialoghi n. 2 giugno 2007


IL LIBRO&I LIBRI

zionali, proponendo una serie di utili periodizzazioni. L’autore individua

infatti alcune date quali veri e propri spartiacque nel rapporto tra

“Occidente” e “Oriente”: se, a partire dal XV secolo e fino alla fine del

XVIII secolo, le loro storie si erano intersecate in casi sporadici e poco

importanti, un primo momento di svolta si verifica nel 1798 con la

spedizione napoleonica in Egitto. Un evento forse meno simbolico, ma

ancor più gravido di effetti è la prima autentica colonizzazione di un

territorio arabo-islamico: quella francese in Algeria nel 1830. Se a metà

dell’800 l’Europa era ancora considerata un bene dai mediorientali, «è a

partire dagli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento [cfr. occupazioni di

Tunisia ed Egitto] che la percezione cambia»; fino ad aggravarsi con la

Prima Guerra Mondiale, quando, in seguito al tramonto dell’Impero

Ottomano, gli inglesi stipulano con gli arabi degli accordi diplomatici

(Sykes-Picot, 1916) che sanno di non rispettare: è a partire da questo

momento che gli arabi apprendono che non è possibile fidarsi degli

europei! Nel ’17 l’Intesa dichiarava di voler scacciare dall’Europa, in

quanto estraneo alla civiltà occidentale, l’Impero Ottomano: pochi anni

dopo il suo crollo, la laica Turchia avrebbe abolito il califfato spirituale

(1924), punto di riferimento per il mondo islamico. Sarà l’Egitto (liberale

fino agli anni ’50) a proporsi con un ruolo egemone attraverso il progetto

politico nazionalista e socialista-arabo di Nasser. Più che le prime due

guerre arabo-israeliane (1948 e 1956), è forse la “guerra dei Sei giorni”

(1967) a rappresentare lo spartiacque fondamentale della storia

contemporanea del Medio Oriente, perché, oltre a provocare la crisi sul

piano interno e internazionale del nasserismo (che aveva ispirato le

rivoluzioni yemenita, algerina e libica), «costrinse il mondo arabo a

riesaminare la propria identità e il proprio rapporto con l’“altro”, cioè

l’Occidente e Israele», determinando l’incancrenirsi della situazione

palestinese e alimentando, quale nuovo fattore identitario, l’estremismo

islamico degli anni ’70 (sarà nel contempo l’Arabia Saudita ad atteggiarsi

quale “erede” del ruolo egemonico egiziano). Il secondo spartiacque

contemporaneo sarebbe invece la rivoluzione iraniana del ’79, la prima e

unica rivoluzione islamica che abbia avuto successo.

«Le nuove interazioni dei popoli arabi e islamici del M.O. con i grandi

protagonisti della storia mondiale vennero mediate dall’occupazione

coloniale e dalle grandi potenze europee. Si trattò perciò di un ritorno

mediato dalla violenza e dalla crisi [...] Il condizionamento del

colonialismo deve dunque essere giudicato come essenziale per

comprendere, nel bene e nel male, gli sviluppi successivi». Per quanto

riguarda l’Iraq, ad esempio, la “data di nascita” è il 1921, anno in cui gli

inglesi imposero dall’esterno un sovrano (re Faysal) a una realtà per nulla

compatta: le tre antiche province ottomane di Mosul (curdi sunniti),

FEDERICO SKODLER

dialoghi n. 2 giugno 2007

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IL LIBRO&I LIBRI

IL LIBRO & I LIBRI - QUANDO SI DICE MEDIO ORIENTE

Baghdad (arabi sunniti) e Bassora (arabi sciiti), ponendo così le premesse

delle attuali rivalità interne (religiose, settarie ed etniche). Un primo

momento di svolta di quell’eterogeneo e travagliato Paese fu il 1958,

quando il generale Kassem rovesciò la monarchia hashimita, prima di

esser a sua volta deposto nel 1963 dal colpo di stato dei baathisti. Un

secondo colpo di stato baathista nel 1968 avrebbe fatto emergere la figura

di Saddam Hussein.

Campanini ha anche cura di sfatare alcuni luoghi comuni: anzitutto «È

luogo comune affermare che l’Islam sia teocratico e che si sia data sempre

una inevitabile commistione tra potere politico e potere religioso. In

realtà, è vero il contrario [...] I dottori della Legge musulmani, gli “ulama”,

non hanno mai (è forse davvero possibile qui usare un termine così

assertivo) preteso, in quanto rappresentanti della religione, di gestire il

potere politico». E a loro volta «i capi di stato, califfi o sultani o emiri, non

si sono intromessi negli affari religiosi, non fosse’altro perché la dottrina

prevede che il capo dello stato detenga un potere esclusivamente esecutivo

e non legislativo». Sarebbe stato Khomeini il primo a rivendicare ai

giurisperiti un ruolo attivo nella vita politica. Inoltre, anche «il concetto di

stato islamico è tutt’affatto moderno poiché né la pratica né la dottrina

classiche lo hanno mai realizzato o concepito: mai realizzato perché nella

sostanza nessuno stato dopo la Medina del Profeta [...] si è effettivamente

retto sulla shari‘a». L’idea dello stato islamico non sarebbe altro, quindi,

che un prodotto delle tensioni e delle crisi contemporanee.

Un secondo luogo comune è quello che tende a contrapporre,

schematicamente, gli stati islamici “moderati” a quelli “radicali”.

Campanini ci invita invece a non identificare l’Islam “moderato” con certi

regimi attualmente al potere, quanto piuttosto con la società civile

presente in questi Stati. Spesso, infatti, sono stati proprio i cosiddetti

regimi “moderati” a reprimere organizzazioni islamiche che poi, per

reazione, hanno scelto la radicalizzazione violenta. Allo stesso modo il

nostro autore ci sollecita a sciogliere le ambiguità legate ad alcuni terminichiave,

primo fra tutti il concetto di “democrazia”, in contesto

mediorentale. In questo caso, ad esempio, la sua debolezza deriverebbe

non tanto da cause “islamiche”, ma dal fatto che i Paesi del Medio Oriente

si sono spesso avviati all’indipendenza grazie a regimi di tipo militare,

oltre che dalla diffusa patrimonializzazione del potere dovuta all’arcaicità

delle strutture statali mediorientali. D’altronde, anche nel caso di

autocrazie legittimate islamicamente, «non sarà casuale forse che proprio

negli stati a legittimazione monarchico-religiosa, come il Marocco o la

Giordania, dove, evidentemente, si è lasciato più spazio alle

organizzazioni religiose tradizionali, in sostanza non si sia sviluppata

un’ala islamica armata volta al terrorismo».

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dialoghi n. 2 giugno 2007


IL LIBRO&I LIBRI

Accanto a quest’opera di chiarificazione (e di contestualizzazione),

Campanini si impegna poi in una lettura del mondo islamico per certi

apsetti dissonante rispetto alla pubblicistica oggi prevalente. Lo fa

indicando gli aspetti positivi di organizzazioni spesso mal viste, come i

Fratelli Musulmani (a cui pure si ispirarono le organizzazioni islamiche

radicali che operarono dagli anni Settanta); lo fa ricordando guerre

“dimenticate” dagli organi di informazione (la questione dell’ex Sahara

spagnolo, anesso al Marocco, che per questo è avversato dal Fronte

Polisario); lo fa ancora ricordando l’esistenza di organizzazioni

terroristiche di controguerriglia occidentale (Mano Rossa negli anni ’50 in

Tunisia) o sbagli di strategia di cui si rese colpevole l’estremismo

colonialista (ad esempio, sempre negli anni ’50, con la cattura e

l’uccisione dell’intellighenzia degli insorti algerini, lasciando così mano

libera all’ala militare).

Particolare attenzione viene inoltre riservata dall’autore alle risoluzioni

ONU tuttora valide sul piano del diritto, anche se inapplicate: la 181 (che

prevederebbe uno status internazionale per Gerusalemme) e la 242 (“che

rappresenta tutt’oggi l’unica base reale di discussione” per cercare di

risolvere la questione palestinese). La questione palestinese, secondo

Capanini, resta un punto imprecindibile col quale fare i conti: l’Islam

“deterritorializzato” rischia infatti, soprattutto in Occidente, di

trasformarsi in brodo di coltura per la formazione di guppi islamici

radicali, specie qualora questi ultimi si vedessero contrapposta una

mentalità macatamente islamofobica.

A fronte della complesità del quadro descritto, l’autore individua nella

corretta informazione un possibile antidoto al radicalizzarsi delle posizioni

in campo. Anche in qusto caso, però, egli non si nasconde l’ambiguità dei

mezzi di informazione, internet in primis: la diffusione della rete può

infatti favorire sia correnti di opposizione a regimi autoritari, sia la

propaganda del radicalismo islamico. Di qui il suo sforzo per una

recensione attenta di quelli che sono i testi classici della storiografia

mediorientale (tramite i quali si può accedere alle fonti in lingua araba,

persiana o turca).

FEDERICO SKODLER

Il libro

M. Campanini, Storia del Medio Oriente 1798-2005,

il Mulino, Bologna 2006.

dialoghi n. 2 giugno 2007

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