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Strumenti per la formazione 10 - Trentino Salute

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Capitolo 13 Analizzando

Capitolo 13 Analizzando la curva di distribuzione del colesterolo nella popolazione generale in funzione dell’età, si osserva una crescita graduale che raggiunge il suo picco massimo intorno ai 60 anni dopo i quali i valori tendono a scendere. Il declino della curva sembra associabile a quei cambiamenti che generalmente si manifestano superata la soglia dei 75 anni: da un lato una minore assunzione dell’apporto di grassi con la dieta e dall’altro una riduzione dell’assorbimento di colesterolo. Rispetto al govane-adulto, le attuali conoscenze scientifiche sono concordi nell’affermare che un anziano con un basso livello di colesterolo buono (HDL) è un soggetto a maggior rischio rispetto ad uno stesso di pari età con alti valori di colesterolo cattivo (LDL). Con il passare degli anni, infatti, l’HDL resta sostanzialmente stabile ma diminuisce la sua attività antiossidante, che ha effetto protettivo per la salute della parete arteriosa. Relativamente alla terapia “abbassa colesterolo” possiamo affermare che anche nell’anziano essa ha importanti vantaggi sulla sopravvivenza. Tuttavia, poiché con i principali farmaci utilizzati - le statine - a parità di dosaggio la riduzione dei valori di LDL nell’anziano è maggiore di quella riscontrata nelle classi di età più giovani, bisogna porre particolare attenzione agli eventi avversi che sono più frequenti in questa classe di pazienti, soprattutto nelle donne che hanno superato i 65 anni. Prima di prescrive le statine a un paziente con più di 80 anni è prioritario valutare attentamente tutti i farmaci che sta assumendo alla luce delle malattie che presenta e, una volta avviata la terapia, diventa fondamentale un attento monitoraggio epatico, renale e degli enzimi muscolari. Nonostante vi siano importanti conferme dal mondo scientifico circa il beneficio dell’impiego delle statine nell’anziano si è osservato in recenti indagini un ridotto uso della terapia anti-colesterolo in questa classe d’età. 13.8. Approccio all’ipercolesterolemia nel bambino e nell’adolescente L’ipercolesterolemia non rappresenta un problema esclusivo dell’adulto e dell’anziano. Alcuni studi eseguiti durante le autopsie hanno evidenziato lesioni aterosclerotiche precoci in molti adolescenti e giovani adulti. Addirittura i depositi di grasso sulla parte delle arterie, considerati precursori dell’aterosclerosi, compaiono già nei primi anni di vita. Il problema della prevenzione dell’aterosclerosi in età pediatrica è ampiamente dibattuto: numerosi studi indicano che il processo aterosclerotico inizia in età pediatrica ed è correlato ai valori di colesterolemia, che valori elevati di colesterolo in età pediatrica sono predittivi di valori elevati in età adulta ed infine che i valori di colesterolemia sono correlati all’assunzione di grassi saturi e di colesterolo. É stato osservato che il lattante alimentato al seno assume dosi superiori di grassi saturi e colesterolo, possiede una sintesi di colesterolo epatico inferiore 148

Capitolo 13 e presenta livelli di colesterolemia superiori rispetto al lattante alimentato con latte artificiale, contenente quantitativi di colesterolo inferiori (pari al 25% del quantitativo presente nel latte materno). Se queste differenze biochimiche e metaboliche possano costituire vantaggio o svantaggio in epoche successive della vita è oggetto di dibattito attuale. Come sappiamo, però, i vantaggi dell’allattamento al seno sono innumerevoli e ciò non va mai dimenticato. Non esistono tuttavia, fatta eccezione per le forme genetiche più gravi di dislipidemia, evidenze dirette che un intervento volto alla riduzione dei valori di colesterolemia a partire dall’età pediatrica possa ridurre l’aterosclerosi in età adulta. Il trattamento più sicuro consiste nell'incrementare gradualmente il quantitativo di fibra nella dieta. 13.9. Colesterolo e Sindrome Metabolica L’Organizzazione mondiale della Sanità già da alcuni anni ha posto l’attenzione su quella che ormai è riconosciuta come una vera e propria epidemia di obesità e diabete - per gli anglosassoni la cosiddetta globesity o diabesity - da cui purtroppo neppure l’Italia, un tempo patria della dieta mediterranea, è immune. Alle basi di tale epidemia troviamo un’alimentazione ricca di grassi saturi, zuccheri semplici e sale, cui si aggiunge una sempre minore attitudine al movimento e all’attività fisica. La conseguenza è che oltre la metà della popolazione italiana è in sovrappeso, mentre ben quattro milioni di persone risultano obese. Nel nostro Paese, anche la presenza di casi di diabete insulino-resistente è raddoppiata (prevalenza 6-8%), mentre i decessi per malattie cardiovascolari risultano ancora la prima causa di morte (35-40% del totale). Se si aggiunge poi che un italiano su tre soffre di ipertensione arteriosa e uno su cinque di ipercolesterolemia, emerge il quadro clinico di quella che da circa 40 anni viene definita sindrome metabolica (SM), nota anche come Sindrome X o sindrome da insulino-resistenza. Un Europeo su sei soffre di SM, una condizione che aumenta moltissimo il rischio di diabete mellito non insulino-dipendente, malattie cardiovascolari e ictus, e può portare a morte prematura. La causa della diffusione di questa sindrome è legata all’aumento della prevalenza di sovrappeso e obesità anche in fasce di età sempre più giovani e in aree geografiche tradizionalmente protette da una dieta e uno stile di vita sano, la cosiddetta dieta mediterranea, come la Grecia. L’impatto sociale della SM è fortissimo, tanto che viene stimato che nei prossimi anni in Europa aumenteranno i costi dell’assistenza pubblica sociale e sanitaria. La SM si manifesta con obesità a livello addominale, elevate concentrazioni di trigliceridi e bassi livelli di colesterolo buono o HDL, aumento della pressione arteriosa ed alti valori di glicemia, in altre parole i più potenti fattori di rischio predisponenti agli eventi cardiovascolari. 149

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