Torinoquidomani - Torino Strategica

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Torinoquidomani

COMITATO SCIENTIFICO / 8.4.2008

RELAZIONE DI ARNALDO BAGNASCO


Questa è una riunione allargata del Comitato scientifico di Torino Internazionale. Nella sua riunione

precedente il Comitato scientifico aveva deciso di affidarmi questa relazione che, nella Conferenza di giugno,

dopo l’intervento del Sindaco, aprirà i lavori della giornata. Avevo accettato con l’idea che il Comitato

scientifico mi avrebbe aiutato a prepararla, in modo che ci fosse sintonia, all’interno dell’Associazione, sulle

cose che dirò quel giorno. Quindi non sono qui a tenere una conferenza o un seminario su Torino, ma a

svolgere questo lavoro. Atteggiamento pragmatico, che mi pare in questo momento stia animando

fortemente il rapporto tra Associazione, soci e città, che ritroviamo anche in quello che adesso faremo

insieme.

Mi propongo di fissare un quadro di argomenti, dai quali discenderanno alcune domande che porrò e che mi

aspetto possano avere risposta nella discussione. Il quadro è organizzato in tre parti. La prima riguarda la

tonalità della Conferenza: che tonalità vogliamo scegliere Che cosa faremo esattamente e che cosa ci

aspettiamo La seconda è lo sfondo più generale nel quale collocare l’osservazione di Torino durante la

Conferenza: evidentemente Torino si colloca in un mondo complicato e, anche solo per qualche piccolo

aspetto, bisognerà toccare lo sfondo. Terzo punto: che cosa abbiamo capitalizzato in questi ultimi dieci anni

di esperienza e di cambiamento sociale nella città Da tutto ciò discenderanno ulteriori domande sullo stato

delle risorse: questo mi sembra un punto importante, perché lo stato delle risorse è forse la parte che

dobbiamo ancora attrezzare.

Tonalità. Ho appena detto ultimi dieci anni, perché sono i dieci anni di Torino Internazionale. Torino

Internazionale si è costituita nel 1998; ed è Torino Internazionale che organizza la Conferenza per verificare

nel concreto, con questa azione e con i risultati che porterà, la sua stessa ragion d’essere, la sua ragione di

continuare a esistere come associazione. Credo – e mi pare di capire che questa è un’idea condivisa – che la

Conferenza sia l’occasione per una specie di rifondazione di Torino Internazionale, nata da un patto

associativo. Dal mio punto di vista, e detto in modo un po’ provocatorio, Torino Internazionale, vale a dire

l’associazione, è più importante del Piano strategico. Ma su questo punto tornerò dopo.

Lo sfondo. Dieci anni fa si apriva una finestra politico-economica favorevole a sperimentare l’idea di un

Piano strategico a Torino. Ed è stata giocata opportunamente. C’erano dei precedenti, adesso non è il caso di

rifare questa storia, per quanto sia una storia importante, ma Torino è stata la prima città che, in Italia, ha

provato a sperimentare le metodiche che altre città europee avevano seguito. In particolare eravamo stati

aiutati da Barcellona; ricordiamo il giorno in cui è venuto Maragall qui a parlare con noi, proprio la prima

volta in cui si presentò il Piano. Allora c’erano dei problemi, ma c’era una finestra interessante da

sperimentare ed è stata sperimentata. Oggi, senza dubbio, lo sfondo è più complicato. Sul piano economico

in particolare, non sappiamo ancora quanto delle difficoltà attuali derivi dalla congiuntura, certamente

difficile, oppure da cambiamenti strutturali giganteschi. Tra qualche anno saremo certamente scesi nella

classifica dei paesi più industrializzati, perché ne emergeranno altri che ci supereranno: è un mondo che sta

cambiando profondamente da questo punto di vista. Però, quando parlo di sfondo, non mi riferisco a questo:

ci porterebbe troppo lontano e, forse, sarebbe perfino inutile. Invece vengo più a ridosso delle nostre

questioni e suggerisco alcuni elementi di riflessione.

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Prima di tutto un giudizio di conferma di quanto pensavamo dieci anni fa: le città ridiventano attori strategici

nel quadro economico e sociale dei diversi Paesi. Questo vale per tutto il mondo. Sappiamo che gli Stati

nazionali hanno delle difficoltà, si ridefiniscono i quadri internazionali; soprattutto che i sistemi locali, sia dal

punto di vista politico sia da quello economico, stanno ridiventando attori relativamente unitari sulle scene

economiche e politiche esterne. È un dato sul quale riflettere, anche perché non significa necessariamente

che questo punto sia stato colto dalla politica. Questa intuizione di dieci anni fa, che abbiamo colto

rapidamente a Torino, mi sembra ampiamente confermata. Avevamo capito che il gioco di squadra era il

giusto modo di fare, eppure la gran parte degli economisti italiani non lo ha ancora capito. Esiste uno spazio

della politica locale, della politica delle varie società locali, che è decisivo per l’economia nazionale oltre che

per le singole città. A questo riguardo, ritengo abbastanza interessante sottolineare termini come città e

sistemi locali. Intendo dire che certamente gli stati nazionali hanno i loro problemi, stanno ridefinendo i loro

poteri, e continuano ad essere importanti perché stabiliscono regole, controlli, e hanno le loro politiche

complessive, sulle grandi infrastrutture e così via. Allo stesso modo le Regioni stanno acquistando uno

spazio, per certi versi, di stati regionali. Sosterrei però l’affermazione che lo Stato e le Regioni sono degli

organizzatori di terreni da gioco, con le loro regole e i loro controlli, ma chi gioca sono le imprese e le città,

le imprese e i sistemi locali. È straordinariamente importante fare della buona politica regionale, che

consiste nello stabilire, con intelligenza, un grande terreno di gioco, ma se non ci sono i giocatori, la

macchina non funziona. Imprese e sistemi locali sono i due grandi attori dell’economia e della società

contemporanea. Questa è una affermazione che avevamo considerato in precedenza, e che mi sembra oggi

confermata dai fatti.

Viceversa, c’è una relativa novità – relativa perché in passato ci sono già state esperienze di questo genere,

ma mi sembrano in aumento – e cioè che in dieci anni è aumentata la connessione fra città. Vengono stretti

sempre più accordi per ragioni diverse e si generano piattaforme più vaste, subregionali o transregionali,

dove s’infittiscono relazioni di industrie e servizi fra loro connessi. Questo aspetto è molto più evidente di

dieci anni fa, quando era passato di moda parlare di MiTo o di cose di questo genere. Pochi giorni fa, su

iniziativa della Regione Piemone e dell’Ires, abbiamo assistito alla presentazione del Progetto Nord, un

progetto essenzialmente di ricerca e di mobilitazione di idee, sostenuto da varie istituzioni e orientato a

pensare il Nord nel suo insieme. Non si sta con questo progettando una nuova unità politica, ci si propone

semplicemente di vedere cosa ci sfugge, cosa non consideriamo nelle nostre statistiche, nei nostri modi di

ragionare, nelle nostre valutazioni, relativamente all’infittirsi di reti di relazioni visibili nell’insieme del Nord.

Noi sappiamo quanto sia importante il tema del Nord-Ovest: dovremo ragionare in questi modi allargati

anche nel portare avanti le idee del Piano strategico.

Nello sfondo in cui si muove il Piano comprendo anche qualcosa sui cambiamenti della società che mi pare

una modificazione molto profonda. L’area metropolitana – lo sappiamo – torna leggermente a crescere come

popolazione, siamo sul milione e settecentomila abitanti. Ma soprattutto voglio attirare l’attenzione sui

cambiamenti di struttura che sono visibili su un periodo più lungo. Mi riferisco, per esempio, ai dati sulla

provincia (una buona proxi dell’area metropolitana): nel 1961 gli operai dell’industria e del terziario erano il

61 per cento, nel 2006 il 33 per cento. Impiegati e dirigenti – in pratica in gran parte impiegati – erano il

16,6 per cento e sono diventati il 42 per cento. È evidente che in questi anni la città ha cambiato la sua

struttura sociale, la maggioranza oggi è composta da quelli che chiamiamo ceti medi, categoria complicata, e

difficile da studiare anche per noi sociologi. Da questo punto di vista possiamo dire che Torino è una città

ormai fortemente connotata da ceti medi anche se continua a esserci un terzo di operai, e questa

osservazione si presta a molte considerazioni.

Una prima considerazione è il tema che qualche volta abbiamo definito della de-industrializzazione. È

sempre stato un modo un po’ rischioso di etichettare la questione, perché dà l’idea che l’industria sparisca.

Vi posso assicurare che, in tutti i lavori fatti dall’inizio del Piano strategico, nessuno ha mai pensato che

l’industria sarebbe scomparsa da Torino o che non avrebbe continuato ad avere un posto rilevante; abbiamo

sempre pensato il contrario, rimandandolo nelle immagini della città che producevamo. Su questo punto

credo che non abbiamo sbagliato. Posso aggiungere un’affermazione un po’ polemica: si è spesso esagerato

nelle polemiche politiche o sui media sostenendo che qualche responsabile del governo locale o delle classi

dirigenti della città pensasse che l’economia alla quale puntare sarebbe stata solo terziaria. Nessuno ha in

realtà mai pensato seriamente che l’industria non avrebbe continuato ad avere un posto, perché è la nostra

fondamentale risorsa. Questa è stata da sempre la linea maturata in Torino Internazionale, come

associazione di operatori autorevoli della società civile e istituzionali locali, sostenuta nel 1° Piano strategico

e nelle sue successive modifiche. Certamente l’industria deve rinnovarsi e lo sta facendo, in un modo che è

stato anche monitorato dal Piano strategico.

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Una seconda considerazione è che abbiamo un conto aperto con la questione degli operai. Quello che

abbiamo di fronte è uno spazio sociale, economico, culturale da ridefinire: gli operai ci sono e continueranno

a esserci, ma non hanno più rappresentanza e non si sa più bene quale sia il loro posto nella società. Che

questa sia una questione seria lo abbiamo visto di recente, e abbiamo avuto un esempio dei problemi che

possono nascere. D’altro canto, dovremo capire meglio questa nuova città in buona parte di ceto medio,

etichetta che può significare troppe cose diverse; ci sono ceti medi che continuano a stare bene e altri che

hanno seri problemi. Tenere conto di questa grande trasformazione è importante e non abbiamo ancora le

idee chiare su che cosa significhi. Mi spiego con un esempio: sono convinto che, nella recente discussione

sull’opportunità o meno del progetto del grattacielo di Renzo Piano, ci fossero buone ragioni da dibattere a

proposito di estetica e funzionalità. Tuttavia voglio rilevare come i torinesi si siano appassionati in modo a

volte persino esasperato alla discussione, ci abbiano messo molta tensione, si siano radicalizzati. Allora

credo che in tutto questo c’entri un fattore che potremmo dire di psicanalisi sociale, che possiamo spiegare

impiegando appunto l’immagine della fabbrica e del grattacielo, dove la fabbrica di ieri era la città degli

operai e il grattacielo è la città che sarà riempita di impiegati, dirigenti e funzionari. In definitiva ho

l’impressione che la discussione sia stata accesa e alimentata anche e molto da un elemento inconsapevole

sottostante, che ha a che fare con la profonda trasformazione sociale di questa città, le sue difficoltà, i

problemi non ancora bene risolti, in un misto percepito di incertezze e percezione di grandi opportunità.

Perciò dobbiamo aspettarci altri scontri di questo tipo, traslati su temi diversi, finché non avremo regolato la

nostra comprensione di come sta cambiando la struttura sociale della città.

Nonostante questi problemi aperti, abbiamo dati confortanti. La ricerca promossa recentemente dall’Urban

Center Metropolitano dice che, per il 56 per cento dei cittadini, i servizi pubblici sono migliorati negli ultimi

dieci anni. L’87 per cento è soddisfatto di vivere in questa città. Molto soddisfatto il 40,6 per cento, con

percentuali grosso modo simili per l’area metropolitana. È un dato che dimostra come, in qualche modo, si

tiene una linea di marcia che viene compresa dalla popolazione. Vengo allo stato delle risorse e alle questioni

relative, che sintetizzo in un’unica domanda: che cosa abbiamo capitalizzato in questi anni da poter

reinvestire Suggerisco di ragionare su tre temi corrispondenti a tre tipi di capitale.

Il primo è un capitale che chiamerei d’infrastruttura: è l’ossatura urbana, sono le comunicazioni, le utilities, i

grandi servizi, l’efficienza burocratica, la fornitura di servizi pubblici e privati. I cittadini ci fanno sapere (in

quel sondaggio) che sono consapevoli di molte mancanze, ma che riconoscono anche come in complesso le

infrastrutture sono effettivamente migliorate; dobbiamo comunque studiare accuratamente che cosa

funziona e che cosa non funziona, perché evidentemente l’infrastrutturazione della società è decisiva.

Il secondo è il capitale umano, su cui abbiamo insistito molto in tutti i lavori di questi dieci anni. All’inizio del

Novecento, Torino nell’ Ottocento era la grande città italiana con la scolarità più alta; nel dopoguerra è

diventata una di quelle con il livello più basso. Ce ne vuole per risalire la china e Torino è una città che ha

dovuto affrontare problemi veramente grandi. Ora la situazione sta migliorando, quindi noi puntiamo molto

sul capitale umano. Giuseppe Berta ha ricordato che non è soltanto una questione di alto capitale umano,

quale può essere quello prodotto dalle istituzioni universitarie, ma è anche un problema di capitale umano

diffuso. Per quanto riguarda Università e Politecnico abbiamo indicatori che ci dicono che siamo sulla strada

giusta, ma in generale dobbiamo chiederci se stiamo facendo veramente tutto ciò che dobbiamo fare, se

stiamo puntando sulle direttrici e sulle risorse veramente necessarie per lo sviluppo di questa città, se a

volte non facciamo quadri troppo ottimistici delle nostre risorse in questo campo. Su questi punti dobbiamo

essere inflessibili, la critica deve essere molto attenta.

Dopo il capitale di infrastrutture e il capitale umano, la terza risorsa è il capitale sociale. Questa parola, che

è diventata di moda negli ultimi anni, si riferisce ai tessuti di relazione nei rapporti di base e nelle

organizzazioni che facilitano la cooperazione. Ma qual è lo stato dell’organizzazione sociale a Torino Anche

qui abbiamo buoni indicatori che concernono la relativa facilità con cui si realizzano a Torino cose anche

complicate, tuttavia abbiamo dei problemi da sondare bene anche per quanto riguarda il consolidamento nel

futuro. Per esempio, qual è lo stato della rappresentanza degli interessi nella città Siamo in grado di fare

emergere interessi nuovi che non si vedono Sono rappresentate certe fasce di popolazione Per quel che

riguarda Torino Internazionale l’operazione di “stanare” nuovi attori ha anche questa funzione: individuare

nuovi attori sociali che non hanno ancora rappresentanza.

Del resto, il tema del capitale sociale, ovvero la facilità a intraprendere azioni cooperative, individua una

questione e un problema di rilevanza nazionale. Ci sono dei segni positivi, per cui basta ricordare la vicenda

delle Olimpiadi: non soltanto siamo stati capaci di organizzarle bene, ma vorrei sottolineare un aspetto meno

evidente e cioè la straordinaria mobilitazione della città intorno a questo evento. Non si è trattato soltanto di

un effetto mediatico, vedevamo persone di tutte le categorie sociali offrirsi per lavorare gratuitamente:

questo significa che, per un buon obiettivo, in questa città c’è molta gente capace di mobilitarsi con

un’azione collettiva. Questo è un interessante segnale dell’esistenza del capitale sociale.

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Torno a Torino Internazionale, perché l’Associazione è stata un grande generatore di capitale sociale, un

grande tessitore di fiducia reciproca e di relazioni cooperative, una risorsa per la governance della città. Mi

scuso per usare questa parola diventata antipatica, lo faccio perché dobbiamo capire bene la distinzione tra

governanc e governo: qui, infatti, c’è un importante nodo che ha a che fare anche con la democrazia. Il

governo continua a essere il governo, con le sue responsabilità, i suoi responsabili e i suoi compiti.

Un’associazione non può sostituirsi a queste funzioni. I soci di un’associazione di pianificazone strategica,

come Torino Internazionale, non hanno alcuna delega per progettare il futuro della città, semplicemente

sperimentano la possibilità di trovare strade che attori diversi, pubblici e privati, ritengono ragionevole

percorrere ognuno nell’ambito delle proprie responsabilità. Ciò che in apparenza è la fragilità

dell’Associazione e del Piano strategico, costituisce in realtà la loro forza straordinaria, fatta dalla possibilità

di convincersi reciprocamente su determinate strade e strategie, in cui una serie di cose devono arrivare

tutte all’appuntamento prefissato se si vuole che la macchina funzioni. Questo è il punto di vista di Torino

Internazionale e, in generale, dei più interessanti Piani strategici con i quali possiamo confrontarci. In tutti

questi anni, Torino Internazionale è stata una risorsa per il governo locale in quanto risorsa di governance,

cioè di attrezzatura delle decisioni. E questa è la differenza fra governance e government: la prima attrezza

le decisioni, aiuta a prenderle, perché oggi, in una società complicata, le decisioni, anche sulle politiche

pubbliche, si prendono con il concorso di attori pubblici e privati, istituti di ricerca, università, e

naturalmente con tutta la responsabilità e la necessità di un’importante e forte leadership politica.

Torino Internazionale ha prodotto un vocabolario, ha aiutato a far sì che ci capissimo meglio, anche

provenendo da esperienze e da mondi diversi, ha prodotto idee ricomposte e relativamente condivise della

città e delle sue possibilità, ha aiutato strategie coordinate. Il punto fondamentale, che vale sia per i politici

sia per tutti gli attori sociali di una città, il vero problema del governo o – meglio – della governance di una

città è convincere attori, che in ogni momento possono rivolgersi all’esterno o andarsene, a prendere parte

fra loro a giochi cooperativi di lungo periodo. Questo è l’imperativo fondamentale della politica di oggi, e

allora inventare strumenti come Torino Internazionale, per aiutare a sviluppare una filosofia e una pratica di

questo genere, è quello che abbiamo provato a fare in questi dieci anni. Dovremo allargare l’accesso a

questa opportunità e aumentarne la comunicazione; si è cominciato a farlo e la stessa Conferenza va in

questa direzione.

Concludo con un richiamo a quella che Ralf Dahrendorf chiama la quadratura del cerchio delle società di

oggi, perché possiamo riportare quel suo schema anche alle prospettive e ai problemi di Torino

Internazionale. Dice Dahrendorf che le società contemporanee hanno un problema: non riescono a

massimizzare insieme efficienza economica, coesione sociale e democrazia. Magari realizzano uno o due di

questi elementi, ma il terzo o gli altri due sono sacrificati. L’obiettivo di uno sviluppo equilibrato, invece, è

provare a tenere insieme un ragionevole tasso di efficienza economica, di coesione sociale e di democrazia. È

la filosofia che, anche senza esprimerla con la formula di Dahrendorf, abbiamo adottato fin dall’inizio. Il

Piano strategico non è solo un piano dell’economia e nemmeno un’operazione di city marketing; Piano

strategico è qualcosa di molto più complicato che spendere all’estero l’immagine della città. Piuttosto, è

tenere insieme le cose che ho detto: coesione sociale – o se volete equità –, sviluppo economico e

democrazia. Qualcuno potrebbe pensare che il Piano strategico sia una specie di club, ma è esattamente il

contrario: se bene adoperato, è una risorsa di democrazia, perché fa sì che discussioni, possibilità, visioni sul

futuro della città escano dai salotti. Il Piano strategico offre un’occasione per la discussione pubblica e aiuta

la democrazia, senza sostituirsi ai compiti e alle responsabilità del government, vale a dire delle istituzioni

politiche. In questo senso credo che la Conferenza possa essere giocata come una riconferma dell’idea di


Torino Internazionale, ancora prima che del Piano strategico.

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