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Corbis/Bettmann<br />
Dietro quella caduta<br />
c’era molta intelligence<br />
di Fernando Orlandi<br />
Un anno dopo l’insediamento di Gorbaciov, la Cia, pur valutando che i<br />
provvedimenti adottati dalla dirigenza sovietica erano delle “mezze<br />
misure”, riteneva che le spese militari non sarebbero aumentate nei<br />
quindici anni successivi. Era un deciso distacco dal passato: ora si<br />
valutava che a Mosca c’era un leader intenzionato a contenere le spese<br />
militari per far fronte ai problemi economici. MacEachin e altri alti<br />
funzionari della Cia spiegarono questa analisi a Shultz e al segretario<br />
alla Difesa Caspar Weinberger. Ma quest’ultimo…<br />
Il viaggio che Mikhail Gorbaciov effettua negli Stati Uniti<br />
all’inizio di dicembre 1988 ha due obiettivi: annunciare alle<br />
Nazioni Unite una significativa riduzione unilaterale di spese e<br />
presenza militare e cercare di fare assumere degli impegni al<br />
vicepresidente uscente e presidente eletto George Bush. Da mesi<br />
il Cremlino segnala aperture, compresa la possibilità di firmare<br />
rapidamente il trattato Start, ma la disponibilità del segretario di<br />
Stato George Shultz viene contrastata nell’amministrazione. Si è<br />
alla fine del secondo mandato di Ronald Reagan e Washington<br />
non è reattiva. Non potendo attendere, i sovietici decidono di<br />
prendere l’iniziativa. Per proseguire nel cammino intrapreso e<br />
rivitalizzare l’economia, Gorbaciov deve ridurre il gravoso<br />
fardello costituito dalle spese militari. Da tempo riflette sul<br />
LA REAZIONE CINESE<br />
PASSA DA PARIGI<br />
La questione tedesca, il destino della politica<br />
dei blocchi e le conseguenze economiche per il<br />
mondo occidentale sono temi trattati più o<br />
meno dettagliatamente da tutti gli altri<br />
principali quotidiani europei, ognuno però<br />
conserva la propria lente d’ingrandimento<br />
anche per mettere a fuoco aspetti poco<br />
dibattuti ma non privi d’interesse. Su «Le<br />
Monde» del 27 ottobre, in un fondo dal titolo Le<br />
troisième socialisme, Maurice Duverger<br />
constata come, nonostante Polonia e Ungheria<br />
siano già a buon punto, l’evoluzione dei Paesi<br />
comunisti verso la democrazia dipenda<br />
soprattutto dall’Unione Sovietica, non tanto sul<br />
piano politico, dove la perestrojka ha già avuto<br />
effetti benefici, quanto su quello economico.<br />
Ma servono nuovi modelli, tanto più che il<br />
“gigante rosso” è alle prese con una paurosa<br />
stagnazione. Dopo lo Stato-produttore creato<br />
dal comunismo e lo Stato-protettore stabilito<br />
dalla social-democrazia, secondo Duverger<br />
sembra quindi giunto il tempo di uno Statopromotore<br />
incarnato da un “terzo socialismo”,<br />
ovvero un sistema dove il denaro delle imprese<br />
possa venire non solo dalle banche e da altre<br />
istituzioni private ma anche dalle imposte<br />
versate sotto il controllo di un parlamento<br />
121
122<br />
Corbis_R. Maiman/Sygma<br />
problema. Già nell’ottobre 1986 aveva chiaro come il Paese non<br />
fosse in grado di reggere la competizione con Washington:<br />
“Saremo trascinati in una corsa agli armamenti che è al di là delle<br />
nostre capacità, e la perderemo, perché siamo al limite delle nostre<br />
capacità”. Se non si tagliano le spese militari, sono le progettate<br />
riforme a essere minacciate.<br />
IL FALLIMENTO DI GOVERNORS ISLAND<br />
Da parte sua, Gorbaciov ha già rotto psicologicamente con la<br />
consolidata posizione sovietica: in ottobre ha deciso una riduzione<br />
unilaterale delle truppe di stanza in Europa (l’annuncio sarà fatto<br />
due mesi dopo). Della nuova posizione sovietica nulla è trapelato a<br />
Washington, né al Dipartimento di Stato né alla Cia. L’incontro di<br />
Gorbaciov con Reagan e Bush a Governors Island costituisce una<br />
delusione. Più una “rimpatriata”, con scambi di battute sul passato,<br />
che altro. Bush comunque assicura che proseguirà il cammino di<br />
Reagan; solo, aggiunge, gli servirà un po’ di tempo per riesaminare<br />
le questioni aperte. Il tentativo di coinvolgere Bush è un<br />
fallimento. I due si ritroveranno faccia a faccia solo un anno dopo,<br />
a Malta, ma in quei dodici mesi il mondo ha già subito una<br />
trasformazione epocale: è caduto il muro di Berlino, i sistemi<br />
socialisti in Europa centro-orientale si sono dissolti come la neve<br />
primaverile al sole e la guerra fredda è terminata.<br />
Quando la presidenza di Bush si insedia formalmente alla fine<br />
di gennaio 1989 nei confronti di Mosca prevale la cautela. Il<br />
discorso pronunciato da Gorbaciov il 7 dicembre alle Nazioni<br />
Unite ha diviso la nuova amministrazione (riduzione unilaterale<br />
delle forze armate sovietiche di mezzo milione di uomini, un taglio<br />
agli armamenti e alle truppe di stanza in Europa centro-orientale e<br />
rinuncia all’impiego della forza nella politica estera di Mosca).<br />
Alcuni dubitano della sua sincerità, ritenendolo un tentativo di<br />
dividere l’alleanza transatlantica, mentre la potenza militare<br />
sovietica continua a essere una minaccia concreta. La scelta di Bush<br />
è quella di far decantare l’ardore reaganiano dell’ultimo anno e<br />
contestualmente procedere a una rivalutazione complessiva della<br />
politica statunitense.<br />
LA CIA ARRANCA<br />
In quel periodo anche la Cia, peraltro in passato diretta proprio<br />
da Bush, è in sofferenza per quanto riguarda l’Unione Sovietica.<br />
Paga la politicizzazione degli anni in cui è stata guidata da William<br />
Casey, mentre il servizio clandestino ha perso tutte le sue spie.<br />
Uno dopo l’altro i suoi agenti sono stati arrestati e condannati a<br />
morte, e fra questi Adolf Tolkachev, una delle fonti maggiormente<br />
produttive. Le stazioni di Berlino Est e Mosca non funzionano più<br />
e le loro operazioni sono distrutte: “Nel 1986 e 1987 la divisione<br />
stava collassando come l’esplosione di un edificio minato ripresa al<br />
rallentatore”, ha scritto Tim Weiner nel recente Legacy of Ashes.<br />
Il danno cagionato dal tradimento di Aldrich Ames è devastante.<br />
La Cia arranca anche nella raccolta delle informazioni politiche e<br />
militari: non riesce ad apprendere subito, ad esempio, che alla<br />
riunione di Mosca dei Capi di Stato maggiore del Patto di Varsavia<br />
(maggio 1987) si passa dalla dottrina offensiva a quella difensiva.<br />
Allo stesso modo, non viene a conoscenza che qualche giorno dopo<br />
Gorbaciov, alla riunione di Berlino del Comitato politico consultivo
del Patto di Varsavia, ha fatto sapere che Mosca non sarebbe più<br />
intervenuta militarmente nei Paesi del blocco.<br />
Non si tratta del lavoro dei singoli analisti. A non essere<br />
all’altezza dei tempi sono le analisi quadro che la Cia produce, le<br />
cosiddette intelligence “nazionali”. Negli anni in cui la Cia è stata<br />
diretta da Casey si sono accumulate tensioni fra i vertici<br />
dell’Agenzia e le varie strutture che si occupano dell’Unione<br />
Sovietica, in particolare l’Office of Soviet Analisys (Sova), accusato<br />
di avere una posizione troppo “debole”. Racconterà poi Douglas<br />
MacEachin, direttore del Sova negli anni 1984-1989: “Era una<br />
specie di guerra con l’amministrazione; ci trattavano come fossimo<br />
il nemico”. Si era venuta a creare una situazione paradossale: i<br />
migliori analisti della Cia erano negletti dai falchi<br />
dell’amministrazione perché le loro valutazioni erano meno<br />
stridenti di quelle di Casey. Nello stesso i tempo, i loro potenziali<br />
alleati, ad esempio il segretario di Stato Shultz, non si fidavano dei<br />
loro documenti perché pensavano che fossero influenzati da Casey.<br />
Una delle linee di frattura stava nel fatto che diversi esponenti del<br />
gabinetto di Reagan ritenevano che Gorbaciov stesse applicando a<br />
Nato e Stati Uniti la tattica del divide et impera. Venuta meno la<br />
coesione dell’alleanza transatlantica, allettata da apparenti<br />
concessioni, avrebbe ripreso il sopravvento la tradizionale<br />
posizione di forza sovietica. Altri, invece, concedevano a Gorbaciov<br />
il “beneficio del dubbio”, aspettando di vedere nei fatti se era<br />
effettivamente un riformatore.<br />
Questa linea di frattura si era riverberata anche all’interno<br />
delle strutture della Cia: gli analisti avevano delle idee precise sui<br />
processi in corso e sulle difficoltà che Gorbaciov incontrava, ma<br />
queste valutazioni non riuscivano a essere recepite nelle grandi<br />
analisi quadro dell’intelligence. La Cia scontava inoltre una scarsa<br />
elasticità negli approcci: solo nel 1984 venne costituito un nuovo<br />
settore analitico, chiamato Societal Issues, dedicato all’esame degli<br />
sviluppi sociali e politici all’interno dell’Unione Sovietica. Fino a<br />
quel momento praticamente tutte le risorse erano state dedicate<br />
alle attività di Mosca nel Terzo mondo, allo stato dell’economia e ai<br />
programmi bellici.<br />
SEGNALI DI NOVITÀ ALLA CIA<br />
Un anno dopo l’insediamento di Gorbaciov, la Cia, pur<br />
valutando che i provvedimenti adottati dalla dirigenza sovietica<br />
erano delle “mezze misure”, riteneva che le spese militari non<br />
sarebbero aumentate nei quindici anni successivi. Era un deciso<br />
distacco dal passato: ora si valutava che a Mosca c’era un leader<br />
intenzionato a contenere le spese militari per far fronte ai<br />
problemi economici. MacEachin e alcuni altri alti funzionari della<br />
Cia spiegarono personalmente questa analisi a Shultz e al<br />
segretario alla Difesa Caspar Weinberger. Ma la reazione di<br />
quest’ultimo non si discostò dal passato: se i sovietici mettevano<br />
ordine nella loro economia, sarebbero poi stati maggiormente<br />
attrezzati nell’investire nuovamente nel complesso militareindustriale.<br />
Ne conseguiva che la debolezza di Mosca non<br />
giustificava la riduzione delle spese militari statunitensi.<br />
Le analisi della Societal Issues portarono comunque delle<br />
importanti novità. Un importante documento, redatto sotto la<br />
direzione di Fritz Ermarth e George Kolt, ben fotografava tutti i<br />
democratico o dal risparmio dei cittadini<br />
raccolto dalle organizzazioni statali e dalle<br />
collettività locali. Dentro questo quadro le<br />
aziende nazionalizzate o le casse ufficiali<br />
analoghe alla cassa dei depositi francese<br />
possono avere una influenza importante per<br />
entrare nei meccanismi del mercato alla<br />
stessa stregua delle aziende capitalistiche.<br />
L’11 novembre Daniel Vernet è l’autore di De la<br />
réforme à la révolution, un’analisi delle<br />
condizioni della Ddr in cui riconosce alla<br />
Chiesa protestante tedesco-orientale il merito<br />
di aver fornito alla popolazione un luogo di<br />
libertà. Il paragone con la Polonia è allettante<br />
ma al contempo fuorviante poiché la Chiesa<br />
polacca è stata un rifugio per la fede dei<br />
polacchi e un bastione della resistenza<br />
all’ideologia comunista, mentre la Chiesa<br />
protestante nella Ddr ha ritrovato la sua<br />
vocazione alla Riforma e ha dato il coraggio<br />
necessario alla popolazione per non aver più<br />
paura delle autorità.<br />
Il quotidiano francese è anche l’unico tra i big<br />
dell’informazione occidentale a riportare la<br />
reazione cinese. Il titolo che compare il 14<br />
novembre è esplicito: Pekin, mutisme. Per il<br />
partito comunista più numeroso del mondo,<br />
per il «Quotidiano del Popolo» e per la<br />
televisione cinese a Berlino non è successo<br />
nulla di particolare. E «Le Monde» parla di<br />
colossale menzogna per omissione. Lo stesso<br />
giorno da Gerusalemme arrivano sulle colonne<br />
francesi gli echi di inquietudine delle prime<br />
pagine della stampa israeliana e l’apprensione<br />
per la resurrezione di un colosso di 80 milioni<br />
di abitanti, “ben lontano dall’essere<br />
denazificato”.<br />
OMBRE SULL’EUROPA<br />
A DUE VELOCITÁ<br />
La reazione israeliana è ripresa il 17<br />
novembre anche dal «Financial Times», il<br />
quale peraltro già a inizio ottobre aveva messo<br />
in risalto la preoccupazione delle autorità<br />
tedesco-orientali circa il crescente<br />
neonazismo nella Ddr: “I neonazisti sono<br />
responsabili di danni nei cimiteri ebraici,<br />
violenze negli stadi e attacchi a lavoratori non<br />
bianchi dal Vietnam o dall’Africa. Il problema<br />
deve essere visto in prospettiva. Gli analisti<br />
temono che il numero di neonazisti nella<br />
Germania democratica possa crescere come<br />
perversa forma di movimento di protesta,<br />
promossa da un sistema che crea personalità<br />
di tipo autoritario”. Il quotidiano londinese si<br />
123
DOSSIER<br />
chiede quindi se la Germania Est ammetterà<br />
che esistono persone che non dovrebbero<br />
esistere in uno stato antifascista. “Venti anni<br />
fa affermavano che la criminalità era<br />
inesistente, oggi le autorità non si<br />
preoccupano più di negare che effettivamente<br />
c’è un problema di delinquenza nell’ambito del<br />
socialismo reale, ma arrivare ad ammettere<br />
che esiste un neonazismo fatto in casa può<br />
essere più dura”.<br />
In ottobre il «Financial Times» pubblica anche<br />
un editoriale dal titolo emblematico (Unloved<br />
but still needed) per sottolineare che il Muro<br />
della divisione è parte integrante dell’ordine<br />
postbellico e che ha mantenuto la pace per<br />
quarant’anni, una pietra miliare che non può<br />
essere improvvisamente rimossa se non al<br />
termine di un lungo processo di<br />
trasformazione nell’intera Europa. Smentito<br />
dai fatti, il giornale prova a rifarsi l’11<br />
novembre (A concert of Europe) prevedendo<br />
una Comunità europea su due livelli, uno<br />
costituito dai Paesi avanzati, l’altro da quelli<br />
meno sviluppati. Pur evidenziando le<br />
prevedibili difficoltà preconizzate dagli altri<br />
membri del Patto di Varsavia, il quotidiano<br />
nota come la Germania Est potrebbe essere<br />
coinvolta nella Comunità europea in virtù di<br />
un’economia meno disastrata di quelle degli<br />
altri Paesi del blocco filosovietico.<br />
LE ANALISI DI VIA SOLFERINO<br />
Il 25 ottobre anche il «Il Corriere della Sera»<br />
dedica un approfondimento ai nuovi orizzonti<br />
problemi e i malanni della società sovietica, un Paese “molto stabile”<br />
nel contesto internazionale, ma il cui sistema politico ora costituiva<br />
un ostacolo a riforme e sviluppo. Ma quando questo documento si<br />
avvicinò alla stesura finale, giunsero obiezioni e riserve: il<br />
Pentagono non condivideva la valutazione di un Gorbaciov<br />
intenzionato alla distensione con l’Occidente per potersi così<br />
dedicare ai problemi interni; per i militari Mosca continuava invece<br />
a perseguire i tradizionali obiettivi strategici e di politica estera.<br />
Anni dopo Ermarth ricorderà che quell’analisi fu monca, non<br />
giungendo alle conclusioni sul sistema sovietico implicite nella<br />
premessa, proprio per l’opposizione delle altre agenzie con cui<br />
doveva essere coordinata prima della sua approvazione. Ma<br />
quell’analisi conteneva anche un’altra novità: ammetteva che la<br />
Cia non possedeva una “buona teoria sociale”, in grado di<br />
descrivere adeguatamente il comportamento della società sovietica,<br />
oramai non più quella del “modello totalitario”, ma ancora<br />
governata da un regime che manteneva molte delle caratteristiche<br />
di quel modello.<br />
CRESCE IL PESSIMISMO<br />
Con il passare del tempo, all’interno della comunità<br />
dell’intelligence emergono posizioni sempre più pessimiste. Nel<br />
1987 il generale William Odom, direttore della National Security<br />
Agency, sostiene che il programma di Gorbaciov, se condotto alle<br />
sue logiche conclusioni, avrebbe portato al suo suicidio politico e al<br />
collasso del sistema. Sempre nello stesso anno la Cia pubblica una<br />
breve analisi sulla questione delle nazionalità, in qualche modo<br />
suonando un campanello d’allarme. Ma questa volta interviene<br />
l’intelligence del Dipartimento di Stato (Inr, Bureau of Intelligence<br />
and Research) a liquidarla come allarmista.<br />
Per tutto il 1987 il Sova mette in risalto come la perestrojka<br />
altro non sia che un insieme di “provvedimenti parziali”, come<br />
Gorbaciov abbia buone intenzioni, ma in realtà nessun piano<br />
coerente. Inizia a prendere in esame anche la possibilità che il<br />
segretario generale del Pcus possa perdere il potere proprio a causa<br />
delle riforme promosse.<br />
Altro grande tema di analisi è dato dall’Afghanistan e<br />
dall’interrogativo: si ritireranno i sovietici Anche qui la divisione<br />
è netta: i falchi dubitano che possa accadere, mentre nel campo<br />
opposto si osservano i segnali che lo rendono plausibile. Nel 1987,<br />
nel corso di conversazioni riservate, alcuni collaboratori di<br />
Gorbaciov alludono al possibile ritiro sovietico. La Cia, ricorda<br />
Shultz nelle sue memorie, liquidò rapidamente l’elemento di<br />
novità: si tratta di un “inganno politico”. Ma il ritiro era stato<br />
anticipato nelle analisi dell’ambasciatore a Mosca Jack Matlock e<br />
dello specialista del Dipartimento di Stato Eric Edelman, mentre la<br />
valutazione della Cia forse risentiva del suo diretto impegno sul<br />
campo, nell’operazione clandestina di armamento dei mujaheddin.<br />
Fra le molte sorprese riservate da Gorbaciov, forse la maggiore<br />
fu quella costituita dal suo discorso alle Nazioni Unite il 7 dicembre<br />
1988. All’epoca molti analisti erano giunti alla conclusione che i<br />
cambiamenti in corso in Unione Sovietica erano davvero profondi e<br />
significativi. Allo stesso tempo mettevano in rilievo i crescenti<br />
segnali che indicavano come il segretario generale stesse perdendo<br />
il controllo del processo che aveva innescato.<br />
124
A metà del 1988 sono approntate tre grandi analisi, in cui si<br />
cerca di tratteggiare un bilancio degli anni precedenti e valutare le<br />
prospettive. Per quanto riguarda l’economia, le cose stanno<br />
andando molto male, mentre è cresciuto grandemente il deficit di<br />
bilancio. Mosca ha fatto fronte stampando cartamoneta, è così ha<br />
preso il via un forte processo inflattivo, dalle pesanti ripercussioni<br />
sociali. Insomma, le nuove politiche non hanno fatto altro che<br />
esacerbare i problemi dell’economia. L’analisi militare suscita<br />
invece una forte controversia. Per il Sova, dovendo investire<br />
nell’economia, Gorbaciov potrebbe decidersi a tagli alle spese<br />
militari. La valutazione incontra l’opposizione della burocrazia<br />
dell’agenzia e il documento, controcorrente rispetto alle<br />
valutazioni dell’amministrazione che sta promuovendo il riarmo<br />
degli Stati Uniti, rimane nel limbo per ben nove mesi.<br />
INCOMPRENSIONI E FALLIMENTI<br />
È quello, che viene prodotto nell’ambito dell’intelligence, un<br />
insieme in chiaroscuro. Il momento forse di maggior<br />
incomprensione è testimoniato da una Nie (National Intelligence<br />
Estimate) pubblicata il 1 dicembre 1988. Si afferma che “gli<br />
elementi fondamentali della politica e della pratica della difesa<br />
sovietica fin qui non sono stati cambiati dalla campagna di riforme<br />
di Gorbaciov”. Sei giorni dopo, invece, Gorbaciov annuncia la<br />
riduzione unilaterale delle forze armate sovietiche.<br />
Per una coincidenza, proprio nel momento in cui Gorbaciov<br />
parla alle Nazioni Unite, si svolge un’audizione segreta di alcuni<br />
dirigenti della Cia al Comitato sull’intelligence del Senato.<br />
MacEachin si sfoga, dichiarando la sua frustrazione per l’incapacità<br />
di promuovere un’efficace comprensione dell’Unione Sovietica in<br />
quello che definisce “un ambiente politico non-neutrale”. La Cia<br />
studia l’instabilità politica di molte nazioni, ma “non ha mai<br />
guardato all’Unione Sovietica come a un’entità politica” dove si<br />
sviluppano fattori che possono condurre a trasformazioni politiche<br />
come quelle cui stiamo assistendo. E aggiunge: “Francamente,<br />
fosse esistito [uno studio simile] all’interno del governo, non<br />
saremmo stati capaci di pubblicarlo in nessun modo. Se lo<br />
avessimo fatto, qualcuno avrebbe chiesto la mia testa. In tutta<br />
onestà, avessimo detto una settimana fa che Gorbaciov poteva<br />
venire alle Nazioni Unite e offrire una riduzione unilaterale di<br />
500mila militari, ci sarebbe stato detto che eravamo matti”.<br />
Alle incomprensioni dell’intelligence si aggiunge la pausa di<br />
riflessione dell’amministrazione Bush, che dura ben otto mesi.<br />
Solo il 22 settembre il presidente firma la National Security<br />
Directive 23, il documento in cui sono formalizzate le linee guida<br />
della politica statunitense verso Mosca. Ma quegli otto mesi, quel<br />
periodo in cui la Storia subisce una forte accelerazione e si<br />
realizzano cambiamenti sorprendenti e inaspettati in Europa<br />
centro-orientale, sono davvero sprecati a Washington. Ma a<br />
dispetto di questo, il 1989 si conclude con le grandi trasformazioni<br />
che cambiano la faccia del Vecchio continente. “Lasciare andare gli<br />
esteuropei, forse fu la decisione più difficile negli anni della<br />
perestrojka”, ha ricordato Pavel Palazchenko, che di Gorbaciov fu<br />
interprete. Di una perestrojka che involontariamente accelerò la<br />
fine del sistema sovietico, senza che a Washington ne fossero<br />
pienamente consapevoli.<br />
della Cee e ugualmente ipotizza che questa<br />
sarà strutturata su due livelli, ma per il<br />
quotidiano milanese la Germania Est finirà,<br />
con la Polonia e l’Ungheria, nel novero dei<br />
Paesi di seconda fascia, legati alla Comunità<br />
da una forma di associazione simile a quella<br />
dei Paesi dell’Efta, l’area di libero scambio.<br />
Nei giorni che precedono il crollo del Muro, il<br />
«Corriere» analizza poi più volte l’evoluzione<br />
dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica.<br />
Dapprima pubblica Governare tutti insieme,<br />
commentando l’organizzazione del summit di<br />
Malta di dicembre tra Bush e Gorbaciov in cui<br />
si parlerà, sia pure in modo informale, del<br />
futuro dell’Europa per la prima volta dopo<br />
Yalta. Franco Venturini sottolinea come<br />
paradossalmente si parlerà di pace e di<br />
disarmo a bordo di fregate militari e come la<br />
logica dell’evoluzione del processo<br />
riformistico al di là dell’Elba porti diritto<br />
all’abbattimento del Muro di Berlino. Il 5<br />
novembre ne La folgorazione di Bush, si<br />
ripercorrono le tappe che hanno portato la<br />
Casa Bianca da una posizione a dir poco<br />
scettica nei confronti delle reali intenzioni del<br />
Cremlino alla consapevolezza dell’urgenza di<br />
un colloquio politico con il leader russo.<br />
Aperta la frontiera tedesca, tra l’11 e il 16<br />
novembre il «Corriere» lancia l’allarme per<br />
come la nuova pagina di storia che si sta<br />
scrivendo rischi di distrarre la Germania<br />
occidentale dal progetto comunitario e regali<br />
a Bonn la prospettiva assai allettante di<br />
svolgere in futuro un ruolo cerniera tra le due<br />
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