Untitled - 10 Righe dai libri

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Untitled - 10 Righe dai libri

Titolo dell’originale:

UNCLE VAMPIRE

ISBN 978-88-6256-230-0

Visita: www.InfiniteStorie.it

il grande portale del romanzo

Copyright © 1993 Cynthia D. Grant

Copyright © 2010 Adriano Salani Editore S.p.A.

dal 1862

Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Milano

www.salani.it


Cynthia D. Grant

ZIO VAMPIRO

Romanzo

traduzione di Angela Ragusa

Salani

Editore


Per te, Regan, e per Gail Paris,

e per tutto il Princess of Power Club.

Che i vostri diademi possano brillare ovunque.


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I miei genitori l’hanno sempre preferita a me. D’altra parte,

non posso dar loro torto. È un tesoro, lei.

La chiamano Gioia. Me, invece, mi chiamano sempre

per nome.

Siamo molto vicine, noi due. Gemelle: immagini speculari.

Quasi riusciamo a leggerci nel pensiero. Di solito

è una gran bella cosa, ma certe volte è un guaio. Una famiglia

può diventare come un fragile, inestricabile groviglio

di rovi. Succede, quando al centro di tutto c’è un

segreto. A volte il segreto le punge gli angoli della mente,

ma Gioia lo scaccia: lei vuol essere felice, avere una

vita perfetta.

«Non puoi fingere che non succeda» le dico.

«Cos’è che non succede»

Gioca a fare la finta tonta. Ultimamente, la cosa mi fa

infuriare.

Bisogna affrontare i fatti, accettare la realtà, riconoscere

certe verità indiscutibili e allora, forse, le cose potranno

migliorare. Ma Gioia dice: «Guarda quei fiori.

Ascolta un po’ di musica. Non pensare a cose sgradevoli.

A che serve prendersela»

Ci siamo passate un’infinità di volte. Un tempo eravamo

sempre d’accordo, ma adesso non più.

Oggi abbiamo avuto un altro battibecco. Eravamo di

sopra, in camera nostra.

«Non capisco perché non possiamo averla noi, la

stanza grande» ho detto.

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Mi riferivo a quella in fondo al corridoio: era la camera

di Margaret, nostra sorella maggiore.

«Perché ci sta zio Toddy, con tutte le sue cose».

Maggie è via, all’università: gli altri pensano che prima

o poi tornerà, ma io ne dubito. Neanche è venuta a

trovarci, l’estate scorsa: ha detto che aveva da lavorare. A

volte mi sembra che, se non la rivedo, morirò. Sta a oltre

duemila chilometri di distanza, a Boston.

«Richie ha una stanza grande».

«Lui è un ragazzo» ha detto Gioia, come se questo

spiegasse tutto.

Richie dovrebbe diplomarsi quest’anno, ma al momento

rischia la bocciatura.

«Perché non può dormire nella stanza a pianterreno»

«Perché lì ci lavora papà!»

Un tempo nostro padre aveva un ufficio in città, però

ha dovuto lasciarlo perché non poteva permettersi

l’affitto. Vende polizze, ma non abbastanza, a quanto

pare.

«Perché non sbattono fuori zio Toddy» ho detto.

«Ma non ha un lavoro! Né un posto dove vivere! Perché

continui a tornarci sopra»

«Quell’uomo è un vampiro» le ho ricordato.

Come sempre, la parola l’ha fatta trasalire.

«Non dire così».

«Lo sai che è vero».

«Non può evitarlo».

«Ti prego, non trovargli scuse!»

È un asso, Gioia, per trovare scuse.

«E poi non ti fa del male...»

«Ma sei ammattita Non dirai sul serio!»

«Non è come se uccidesse le persone».

«No, si limita a berne il sangue. Sai che bello...»

«Succede così di rado. Soltanto quando non può far-

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ne a meno». Gioia si è messa a risistemare gli animali di

pezza sul suo letto. «Comunque non dimenticare mai la

tua croce. Forse lo terrà lontano».

«La porto sempre! Ma non serve a niente». Sotto la

camicia, appesa a una catenina d’oro, ho una piccola

croce. La tiro fuori e gliel’agito davanti al viso. «Perché

fai finta che non succeda»

«Perché non è un gran problema! E comunque non

posso farci niente. Perché non lasci perdere e vivi felice»

Si è spazzolata i capelli color miele che, folti e morbidi,

le arrivano fino alla vita. «Le cose vanno meglio.

Mamma sta bene, ormai». Ha spolverato uno scaffale già

immacolato, poi la scrivania e la poltrona accanto alla finestra:

la nostra stanza è così linda da sembrare disabitata.

«Ma certo! Sta bene, a meno di dirle qualcosa che

non le va di sapere. Allora prende quell’espressione tipo:

‘Ti prego, non dirmelo o impazzirò’. Richie è così

giù, ultimamente. Si comporta come uno zombie».

«Uffa! Esageri sempre, tu. Perché non puoi essere felice

e basta»

È una cheerleader, Gioia, santiddio! Immaginatevi

che effetto mi fa, vederla saltellare come un fantoccio

davanti a una folla di sconosciuti.

«Che c’è di male a essere fiera della mia scuola» dice

lei. «Perché devi sminuire tutto Non venire alle partite,

se non ti va».

«Probabilmente non mi sforzo abbastanza» ho detto.

«Non ci parlo, con te, quando fai la sarcastica» ha replicato

lei, ed è uscita dalla stanza.

Fa così, a volte: se ne va e m’ignora per un po’. Poi le

passa. Non ci piace litigare; divise, non abbiamo una sola

possibilità.

Forse esagero, proprio come dice lei. M’immagino le

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cose; drammatizzo. I vampiri possono essere tipi a posto.

Non li si nota, tra la folla; nascondono le zanne. Zio

Toddy, per esempio, sembra normale. Il suo viso sembra

giovane, finché non lo guardi da vicino e vedi tutte le

piccole rughe e allora ti rendi conto che non ha diciott’anni,

ma trentacinque.

Da anni, ormai, sembra incapace di tenersi un lavoro.

Succede sempre qualcosa, e non è mai colpa sua: i

colleghi sono gelosi di lui perché è così attraente; o si

dimostra più in gamba del capo e quello lo licenzia. A

un certo punto ha dovuto lasciare il suo appartamento e

trasferirsi da noi. È il fratello minore di papà.

Zio Toddy non si comporta mai da vampiro in presenza

dei miei, perciò Gioia e io pensiamo che non lo sappiano.

O che preferiscano non saperlo. Una volta le puzzole

fecero la tana sotto il nostro portico e non sapevamo

come mandarle via, e così fingemmo tutti di non

sentire la puzza. Ignorare la realtà è una divorante

passione di famiglia. Assorbe tutte le nostre energie. Se

mi dessi fuoco alla frangia durante la cena, mamma mi

chiederebbe se mi sono schiarita i capelli.

Gioia e io pensiamo che Richie sappia dello zio, anche

se a lui Toddy non dà noia. Richie è triste perché sa

che nostro zio è un vampiro e che non può aiutarci. Così

ora non parla quasi più: sta sprofondando in se stesso e

forse non riemergerà mai.

Gioia era tornata e si gingillava coi capelli di fronte allo

specchio dell’armadio.

«Perché dipingi le cose peggiori di quello che sono»

ha detto.

«E perché tu vuoi dipingerle migliori Nostro zio è un

vampiro! Per quanto ne sappiamo, magari terrorizza

l’intero vicinato».

«Non è vero».

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«Non puoi saperlo!»

«Ascolta» ha detto Gioia, scandendo ogni parola come

se parlasse a un’idiota. «Non possiamo farci niente.

Non ha un soldo. Quando troverà un lavoro fisso, se ne

andrà. Vedrai che si aggiusterà tutto. Dio non permetterà

che ci succeda niente di male».

«Sta già succedendo. Dov’è Dio»

«Dappertutto».

Ha toccato la croce d’oro che porta al collo. Lo fa di

continuo.

«Forse la nostra è una famiglia di vampiri. Forse siamo

zombie e non lo sappiamo. Morti viventi, condannati

a vagare sulla terra a caccia di sangue».

«Non essere disgustosa. Sei insopportabile». Ha gettato

via la spazzola. «Non mi meraviglia che tutti ti considerino

una rompiscatole».

«Oooh! La nostra Gioietta diventa volgare!»

«Ora me ne vado per davvero».

«Non puoi sfuggirmi! Ti perseguiterò dalla tomba!»

«Hai visto troppi filmacci» e se n’è andata.

È vero. Guardare film, specialmente quelli degli anni

’40 e ’50, è una delle mie attività preferite. Sono in bianco

e nero, niente colori violenti. Hanno un inizio, uno

svolgimento e una fine: la storia comincia, la trama si sviluppa,

la gente risolve il mistero, si sposa o viene uccisa.

Qualunque cosa. Ma qualcosa succede. Poi il film finisce.

E questo ha un senso. Qui, invece, niente ha un senso,

né una fine. Siamo intrappolati per l’eternità.

Ora Gioia sta suonando il piano. Nel dubbio, fa pratica;

o meglio, rumore. Si stordisce con tutta quella roba

classica.

Zio Toddy compare per dirmi che la cena è pronta.

Sorride. Le mie amiche lo trovano affascinante, attraente.

Io noto soprattutto i suoi denti.

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«Come va» mi chiede.

«Bene».

Io e lui non discutiamo mai della sua natura di vampiro.

È un argomento difficile da affrontare in una conversazione

educata. E l’educazione è tutto. Non fare oscillare

la barca; non fare l’onda: potresti affogare. Però credo

sia arrivata l’ora di affrontarlo, di parlare alla polizia,

a un prete, a qualcuno.

Gioia dice di no, che tanto nessuno ci crederebbe:

tutti sanno che i vampiri sono una leggenda, un parto

della fantasia.

«Vieni a mangiare, Carolyn». Mi batte sulla spalla.

«D’accordo» dico. «Arrivo subito».

I miei occhi sono vuoti, così non può guardarmi dentro.

I miei occhi sono specchi, e riflettono il viso sorridente

di zio Toddy.

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