gennaio-febbraio - Carte Bollate

ilnuovocartebollate.org

gennaio-febbraio - Carte Bollate

Anno 1 n. 2 / 2006

gennaio - febbraio

carteBollate

PERIODICO DI INFORMAZIONE DELLA II CASA DI RECLUSIONE DI MILANO-BOLLATE

il nuovo

VIAGGIO FRA I VOLONTARI

EDITORIALE

Stampiano senza colore perché non

abbiamo più soldi. Se non li troveremo,

il rischio è quello di chiudere

questa esperienza.

FORUM

Continua il dibattito sul problema

dei Sex offender. Un forum fra i

componenti della redazione.

TRIENNALE / MOSTRA

Per 25 giorni si parlerà di carcere

con convegni e mostre. Un programma

con molte luci e qualche ombra.

VIAGGI DELLA SPERANZA

Vengono in Italia nella speranza di

un domani migliore. Come fanno

Quanto costano questi viaggi Ne

parliamo con il detenuto, dottor

Cherkaoui Redouane.

AFFETTIVITÀ

Un convegno, a Bollate, per rilanciare

il progetto.

NEGATO IL PERMESSO

Ad un detenuto di Bollate negano

il permesso per vedere la madre in

fin di vita. Non la vedrà neppure da

morta.

INCHIESTA / MA COME VIVONO GLI

AGENTI DEL CARCERE DI BOLLATE

Qualcuno bene, altri non troppo. Tutti soffrono della lontananza da

casa, hanno problemi economici, di alloggi, di turni spesso pesanti.

Abbiamo voluto interessarci di loro perché fanno parte di questa comunità

dove anche noi viviamo. Ci hanno raccontato i motivi per cui si

sono arruolati e spiegato cosa pensano dei detenuti per reati sessuali.


Senza soldi e senza colore

Il lettore che aprirà questo numero del giornale, lo troverà completamente

diverso. Prima di tutto la testata che dallo scorso numero è modificata con

l’aggiunta di “il nuovo” e poi non c’è più il colore.

Sulla testata siamo stati costretti a fare - non per nostra volontà, ma per

il comportamento di uno screditato personaggio - un’altra registrazione in

Tribunale che ha comportato una spesa imprevista.

Sulla questione del colore, invece, è necessario dilungarci un po’ di più.

Quando abbiamo fatto la scelta di usare il colore, questa era determinata dal

fatto di poter offrire al lettore un prodotto più moderno e accattivante. È

indubbio che “macchie” di colore rendano il prodotto più leggibile e non è

un caso che tutti i grandi giornali, dal Corriere alla Stampa, stanno ristrutturandosi

o l’hanno già fatto per il full-color.

Nessuno può disconoscere che il nostro giornale è cresciuto. È cresciuto

velocemente nella grafica e un po’ più lentamente nei contenuti. Nella galassia

dei giornali del carcere, carteBollate rappresenta sì un granellino, ma è un

granellino che confrontato agli altri non fa certo brutta figura e non soffre

di complessi d’inferiorità. Sui contenuti cresciamo più lentamente, come è

normale che sia.

Dobbiamo lavorare ancora molto sulla scrittura per rendere le pagine

omogenee, dobbiamo lavorare maggiormente sulla scelta degli argomenti,

dobbiamo fare un prodotto giornalisticamente corretto. Di questo sono ben

consapevoli i redattori che si stanno sforzando di fare questo e, numero dopo

numero, c’è una varietà di articoli e argomenti che mi spinge ad insistere in

questo senso.

D’altronde, la grafica è essa stessa giornalismo e noi abbiamo avuto la fortuna

di avere due grafici creativi come Paola Pandiani e Vincenzo Mennuni,

che hanno sviluppato molto questo settore aiutati da bravi grafici-detenuti.

Quindi al giornale va dato un voto complessivo ed io, pur non essendo

mai contento del prodotto (i redattori lo sanno bene!), non posso che dare

un voto positivo. Però. . .

Sì, c’è un però. C’è il fatto che non abbiamo più soldi per poter stampare

il giornale a colori e fra poco non li avremo neppure per stampare solo con

il nero. Perché tutto questo Intanto i costi. Ogni toner nero costa 190 euro.

Per ogni numero ne consumiamo poco più di due, quindi abbiamo bisogno

di almeno 400 euro. Ogni toner a colori costa 278 euro e noi abbiamo bisogno

dei quattro colori di base, quindi 1.112 euro. In totale, 1.512 euro per

numero. Poi c’è la carta e altro materiale d’uso. In pratica se non troviamo i

soldi, questa esperienza finirà.

Si parla, da tempo, di un finanziamento che è diventato, ormai, fantomatico.

Stiamo lavorando per ottenerlo, ma non è detto che così sarà. Certo,

non c’è solo il giornale. Quando si legge che in un carcere hanno fatto la tv

a circuito chiuso, immancabilmente qualcuno s’innamora di questa idea e

magari sogna di farla anche a Bollate. Anche in quel carcere, però, sono già in

difficoltà e chiedono soldi per poter continuare l’esperienza che è certamente

importante e stimolante. Noi crediamo di avere le carte in regola per poter

continuare la nostra esperienza, senza voli pindarici ed esaltazioni che durano

lo spazio di un mattino.

Vogliamo continuare a fare il giornale, questo giornale! Lo vogliamo fare

anche se è difficile, pur con tutte le difficoltà. Difficile perché, molte volte, il

giornale non è neppure avvisato degli eventi che riguardano il carcere.

Può piacere o meno, ma nello stesso tempo chiediamo, anzi, esigiamo il

rispetto di tutti per quello che stiamo facendo. Sicuramente può essere fatto

meglio e certamente c’inventeremo qualcosa per raccogliere un po’ di soldi.

Ma alla fine, se chiuderà, il danno non sarà solo per i redattori -detenuti, ma

sarà un danno per tutti.

Quando muore un giornale, non dimentichiamolo, muore sempre un po’

di democrazia.

Adriano Todaro

EDITORIALE


VOGLIAMO CONTINUARE A

FARE IL GIORNALE.

QUESTO GIORNALE!

- Allora, prof., mi torni a dire a cosa serve il giornalismo.

-È l’ultima fottuta barriera che c’impedisce di cadere nella barbarie. Senza

il giornalismo, senza la circolazione delle informazioni, tutti alzeremmo la

mano quando il big brother ce lo ordina. È la voce dei muti, l’orecchio in più

che dio ha dato ai sordi. È l’unico fottuto mestiere che ancora valga la pena

nella seconda metà del XX secolo.

È l’equivalente moderno della pirateria etica, il soffio vitale delle ribellioni

degli schiavi. È l’unico lavoro del cazzo che sia ancora divertente.

È quello che impedisce il ritorno al semplicismo cavernicolo. Contraddittoriamente,

torna a occuparsi di cose eterne: la verità, il male, l’etica, il nemico.

È la migliore letteratura, perché è la più immediata.

È la chiave della democrazia reale, perché la gente deve sapere cosa sta succedendo

per decidere come giocarsi la vita. È il rincontro delle migliori tradizioni

morali del cristianesimo con quelle della sinistra rivoluzionaria della

fine del XIX secolo. È l’anima di un Paese.

Senza giornalisti saremmo tutti morti, e la maggioranza ciechi. Senza circolazioni

di informazione veridica saremmo tutti stupidi. È anche il rifugio dei

topi di fogna, la zona più contaminata, insieme alla polizia, di tutta la nostra

società. Uno spazio che si fa più degno perché va condiviso con i tipi più

abbiettii, più servili, più abbuffini, più corrotti.

E per comparazione ti offre la possibilità dell’eroismo. È come se mettessero

il cielo e l’inferno in un frullatore e tu dovessi lavorare in movimento. È una

falegnameria del senso comune. . . Ti basta o devo andare avanti

- Mi basta, gli dissi, grazie prof.

Paco Ignatio Taibo II

Sentendo che il campo di battaglia

Si fa strada la convinzione che il giornalismo anziché attività intellettuale e critica, sia in realtà una funzione

notarile, un anello tecnico perfettamente modellato sui gerghi e le movenze del potere.

C’è il rischio non solo di allevare una generazione di giornalisti culturalmente passivi, ma anche di far

nascere un nuovo e più sottile conformismo di massa, una sudditanza verso quello che viene imposto

come l’unico linguaggio possibile.

Tutto il peso dell’intervento critico e della manifestazione di opinioni, viene trasferito su poche persone

appartenenti al personale politico, che sembrano essere le uniche autorizzate ad analizzare i fatti, che

sono spessissimo animate da intenzioni non informative e talvolta persino culturalmente non attrezzate

per rivolgersi alla pubblica opinione.

La realtà assume così un’ottica partitica, iperpoliticizzata, che non corrisponde a nulla di autentico, che

genera nuova sfiducia e distacco che deforma la politica stessa e persino la vita istituzionale.

Andrea Barbato


Sommario

Editoriale

Senza colore e senza soldi

Lettere in redazione

Blitz su droghe e legittima difesa

Reclami & Reclami

La rappresentazione della pena alla Triennale

La memoria olfattiva e il ricordo degli odori

Incontro del magistrato Brambilla con 100 detenuti

Storia / Karl Marx

I burloni dell’art. 21 e l’Atm

Muore la madre, ma non ha il permesso di vederla

Amnistia / Si continua a speculare sui detenuti

Inchiesta / Ma come vivono gli agenti

Forum / Sui Sex offender, parliamone

pag. 3

pag. 4

pag. 6

pag. 9

pag. 10

pag. 11

pag. 12

pag. 13

pag. 14

pag. 15

pag. 16

pag. 17

pag. 20

I guai peggiori di questo mondo,

non li provoca colui

che racconta quello che sa,

ma colui che racconta

più di quello che sa

redazione

Il nuovo

carteBollate

via c. belgioioso, 120

20157 milano

direttore responsabile

adriano todaro

giornalista esterna

carla chiappini

impaginazione e grafica

alessandro de luca

vincenzo mennuni

paola pandiani

hanno collaborato, a vario titolo,

a questo numero:

Immigrazione / I viaggi della speranza

pag. 22

Volontariato / Con chitarra, voce e un sorriso

pag. 23

Spigolature carcerarie

pag. 24

Affettività / Il progetto bungalow per incontri più sereni

pag. 26

Nuova educatrice al Secondo reparto

pag. 27

La pagina rosa

pag. 28

Morire di carcere

pag. 30

Il Sesto reparto e le condizioni psicologiche del colore

pag. 31

Natale in carcere

pag. 31

Poesie

pag. 32

L’isola dei famosi

pag. 33

Sport / Grande impegno per il campionato di calcio

pag. 34

Vogliamo continuare a fare questo giornale!

pag. 35

cartebollate@libero. it

alina

ananke

lucia castellano

antonio cirianni

davide ditali

don fabio fossati

andreas fulde

francesco ironico

claudio macario

diego manzella

francesco merolle

gianni minino

franco palazzesi

libero vanutelli

responsabile tecnico

mario curtone

stampa

in proprio

“ANIME”

martedi 7 marzo 2006 presso i Musei di Porta Romana in Viale Sabotino, 22

a Milano, sarà inaugurata la personale del Maestro Santi Sindoni

Questo numero di carteBollate

è stato chiuso in redazione

alle ore 19 di giovedì

16 febbraio 2006

Il disegno di copertina è di

Santi Sindoni.

Quelli a pag. 29 e pag. 35 sono di

Gabriele Galati e Moreno Mele.

Questo periodico è stato realizzato

grazie al contributo della

cooperativa Articolo 3

Registrazione Tribunale di Milano

n. 862 del 16 novembre 2005


LETTERE IN REDAZIONE

Da buon cristiano

Sollecitato dall’invito del direttore di

carteBollate alla fine di un suo articolo

(“Chi chiede la parola”), vorrei prendere

la parola a proposito del tema della presenza

in istituto dei cosiddetti Sex offender,

soprattutto dopo la loro partecipazione alla

messa di Natale in teatro.

Non voglio fare un intervento “confessionale”

che parla delle mie personali convinzioni

cristiane: mi riprometto di farlo

con le persone che frequentano la catechesi

e la messa domenicale. Vorrei, invece, fare

qualche riflessione ad alta voce che possa

sollecitare le reazioni di tutti, credenti e no,

ben conscio che la stessa presenza massiccia

alla messa natalizia è frutto per molti non

tanto di una chiara esplicita scelta di fede,

ma di un più generico - anche se per me

significativo - senso di appartenenza “culturale

e civile” alla tradizione cristiana.

Non nascondo che la mattina di Natale

ero curioso, e insieme un po’ preoccupato,

di vedere quello che sarebbe successo e di

vedere la mia stessa reazione. Da quella

mattina sono venute le semplici reazioni

che vi propongo.

Condivido molto la posizione della

direttrice che invita ciascuno a non giudicare:

e non solo perché lo sento dal mio

punto di vista un messaggio puramente

evangelico, ma perché credo sia un valore

profondamente laico, cioè inserito nella

natura più profonda di una sana umanità.

Ogni buon regime carcerario dovrebbe

fondarsi proprio sulla distinzione tra il

reato commesso e la persona che l’ha

commesso. Il reato va giudicato ed espiato,

la persona dev’essere rispettata e messa

nella condizione di potersi distaccare dalla

colpa commessa, per prenderne le distanze,

creando così le condizioni per non ricadere

negli errori e tornare a vivere una vita pienamente

libera.

Penso, però, che sia un bene poter

dire ad alta voce, in modo ovviamente

educato e civile, le proprie perplessità e

fatiche. Parlare ad alta voce è terapeutico,

non bisogna nascondere i propri pensieri,

soprattutto, quando si parla di reazioni

istintive ed emotive. Quel genere di reati

fa inesorabilmente nascere in ciascuno di

noi, me compreso, una forte difficoltà. Chi

si atteggia a persona al di sopra di ogni

pregiudizio e capace di ogni libertà, rischia

di fingere e di non essere credibile fino in

fondo. È vero che ogni reato va a ledere la

libertà e la dignità della persona che n’è

vittima – proprio in questi giorni hanno

rubato ad un giovane della mia parrocchia

la moto nuova che si era comperato dopo i

primi due anni di lavoro.

Ne era orgoglioso e rappresentava per

lui il primo passo di una vera autonomia

dalla sua famiglia; il furto l’ha prostrato

in modo fortissimo: si è sentito beffato,

disprezzato, non è stato colpito solo nella

sua proprietà, è stato offeso dentro, nella

sua identità professionale! – eppure, i reati

contro la persona ci colpiscono in un modo

più violento, perché sentiamo che vanno

a ledere in profondità la dignità degli

uomini, delle donne e dei bambini che ne

sono vittima. Pensare che si possa fingere

indifferenza di fronte a tutto questo, non

è corretto ed è anche un po’ ingenuo. Per

questo occorre parlare, discutere, far emergere

le proprie paure, scrollandosi però di

dosso anche tutti quei luoghi comuni della

morale carceraria che impediscono perfino

di parlarne, perché la condanna inappellabile

è già stata data da sempre.

In questi mesi io spero che tra noi si

possa parlare con libertà (è un bel paradosso,

pensando a dove viviamo!), cercando

di darci una mano a fare dei passi insieme

verso una maggiore tolleranza nella verità

delle proprie fatiche e dei propri rifiuti. carteBollate

può avere un ruolo fondamentale

in questo dibattito.

Un’ultima cosa, la più importante. Io

frequento il sesto reparto e pian piano sto

imparando a conoscere le persone che vi

abitano. Avendo detto con chiarezza che

anch’io ho provato e provo difficoltà a vivere

quest’aspetto del mio lavoro, vorrei tentare

di dire che cosa mi spinge a continuare

in questa presenza. Io vado lì perché lì ci

sono degli uomini e vorrei, nel mio piccolo,

con le mie limitazioni, con le mie fatiche

e i miei pregiudizi da superare, provare a

dare una mano allo sforzo immane che essi

stanno compiendo, insieme con l’équipe

degli educatori, di ricostruzione della loro

vita. Mi dico e mi ripeto che ogni uomo

ha diritto ad avere una nuova possibilità e

carteBollate 4

che laddove si è generata violenza è perché,

forse, altra violenza aveva già lasciato il

segno. E vado lì, ovviamente, perché credo

da buon cristiano che la parola del Vangelo,

insieme con la buona volontà e con gli

strumenti terapeutici corretti, possa aiutare

a generare una nuova vita.

don Fabio Fossati - cappellano

Chiedo la parola

Come tanti leggo con attenzione carteBollate

che ci permette di avere

notizie a riguardo la nostra vita ristretta e

il luogo in cui siamo costretti a vivere. La

dottoressa Lucia Castellano ci ha informato

dell'arrivo a Bollate di 19 detenuti per

reati sessuali.

La sua fermezza di portare a termine

il progetto che sancisce l'inserimento nei

reparti di queste persone, è stata molto

chiara e decisa, suggerendo a chi non è

d'accordo di fare domandina per altra

destinazione carceraria, e, come si diceva

una volta, o mangi questa minestra o salti

dalla finestra. Per seguire il trattamento

d'inserimento, si è colta l'occasione di

partecipare tutti insieme ad ascoltare la

messa il giorno di Natale che si è svolta nei

locali del teatro.

La scelta di un luogo sacro che accoglie

tutti in preghiera, ed il giorno di Natale è


LETTERE IN REDAZIONE

stata sicuramente un inizio intelligente del

progetto. Però, sarebbe stato onesto avvisare

della loro presenza gli altri detenuti,

dando così la possibilità di scegliere senza

obblighi, come è accaduto in questo caso.

Molto probabilmente, la prossima

occasione, potrebbe essere un evento teatrale

prestigioso, dove tutti vorrebbero

assistere. Però, ripeto, sarebbe onesto avvisare

che a questo spettacolo assisteranno i

Sex offender, in modo che si possa decidere

o meno la propria partecipazione.

Personalmente, appartengo alla stragrande

maggioranza dei detenuti che non

accettano la convivenza, l'inserimento nei

piani del reparto e quindi nelle celle

comuni, di questo "tipo" di detenuti.

Come tutte le società, anche quella

carceraria, ha i propri usi e costumi; ad

esempio, quando un nuovo giunto viene

accompagnato alla cella di destinazione,

i detenuti che già vivono in quella

cella, possono rifiutarsi di accettarlo. Mi

domando cosa accadrà, quando in una

cella sarà presentato un detenuto che ha

commesso reati sessuali.

Lascio a voi immaginare la risposta.

È necessario ricordare che noi tutti

viviamo privi di libertà, perciò in condizioni

anormali; spesso si hanno i nervi a

fior di pelle. In queste condizioni, diventa

facile per un detenuto discutere animatamente

ed a volte venire alle mani per futili

motivi. Domando: cosa accadrà quando

in una cella sarà obbligatorio convivere

con una persona che interiormente non

è accettata

Il problema è di difficile soluzione;

lo dimostra il fatto che in tutte la carceri

d'Italia non esiste questa convivenza.

Bollate permette alla persona detenuta

di vivere dignitosamente, perciò si pone

come banco di prova mettendo sul piatto

della bilancia, il lavoro e quindi il salario

mensile, oltre alla libertà di movimenti ed

i servizi qualificanti che dispone, citiamo

per tutti il teatro e la biblioteca.

Perciò, per logica, si sarà costretti a scegliere

tra la vita in comune ed una diversa

destinazione, però a volte la logica, per chi

vive tra le mura sbarrate non esiste, è dai

fatti privi di logica e di convenienza che

nasceranno i problemi.

La persona detenuta, non è portata

a discutere di questo tipo di problema,

comunque come lei dice caro direttore

Adriano Todaro, parliamone.

carteBollate 5

Lettera firmata

Sullo stesso argomento c’è pervenuta

un’altra lettera a firma “un gruppo di detenuti”.

Ripetiamo quello che stato detto più

volte. Le lettere anonime non le pubblichiamo.

Se lo scrivente non vuole proprio che

il suo nome appaia sul giornale, possiamo

utilizzare la formula “lettera firmata”, ma

come direttore debbo conoscere chi sono le

persone che hanno scritto la lettera. Pronto

a pubblicarla quando mi saranno forniti i

nominativi.

Lettera aperta

Cari lettori di carteBollate, busso alla

porta di questa redazione per far

conoscere l'esperienza della storia di vita

comune.

In questo luogo di giustizia, sono per

scontare la mia punizione carceraria di

anni 1, mesi 10, giorni 8. Gli errori commessi

fuori alla libertà risalgano agli anni

‘95/96.

Provenivo dalla libertà, ho dovuto

lasciare il mio lavoro, la mia casa gli

affetti, nonché molti punti di riferimento

esterni.

Mi sono costituito di persona in questo

istituto, poiché ne sentivo parlare bene.

Da subito mi sono attivato per farmi

conoscere dagli operatori, educatori e assistenti

sociali, nonché dal personale della

Polizia penitenziaria, dal volontariato e dai

cappellani; insomma, ho cercato di non

perdere tempo.

Attualmente sono impiegato in attività

lavorativa presso la Mof (Manutenzione

ordinaria fabbricati) come elettricista. Nel

pomeriggio vado a scuola.

Frequento il secondo anno delle superiori

(“Primo Levi” del progetto Sirio),

faccio parte della commissione culturale

cineforum, sono frequentatore della

biblioteca dell'istituto e quella "one line".

Faccio colloqui con i miei datori di lavoro,

con i quali mantengo regolare corrispondenza.

In questa prima fase della mia

detenzione posso dire di non sentirmi solo

o abbandonato.

Ho chiesto - tramite domandina -

alla direttrice Lucia Castellano di essere

ammesso all'articolo 21, come prevede

il regolamento penitenziario, il quale mi

permetterebbe di riprendere la mia attività

lavorativa all'esterno, rientrando in istituto

la sera.

Credo di essere sulla giusta strada, sto

mettendo a frutto la privazione della mia

libertà. Non intendo lasciarmi riempire

di vuoto, ma cerco di farmi aiutare dai

vari operatori sociali, per sentirmi accompagnato,

nonché sostenuto nelle difficili

situazioni che nel carcere ci sono e si

incontrano.

Non nascondo la tristezza dell'animo,

in quanto se mi avessero offerto la possibilità

dell'affidamento ai servizi sociali del

mio territorio, non sarei dovuto entrare

in carcere.

Comunque ho cercato di trasformare

la mia rabbia nascosta, in energia positiva

di cui mi sono abbandonato nelle mani

del sistema carcerario nella sua burocrazia

sperando che le cose vadano meglio e

bene.

È molto facile perdere tutto nella vita

come sentirsi sconfitto dal mondo, quindi

sarà certamente difficile ricostruire il

tutto.

Essere "terremotato" nelle vicenda

della giustizia degli uomini, spesso ci

si può sentire non solo persi, ma anche

dimenticati dal mondo e da tutti.

Questa mia esperienza tuttora in corso,

attualmente la ritengo positiva sotto tutti i

punti di vista. Mi auguro possa continuare

sino al raggiungimento degli obbiettivi

sopra descritti.

Credo nella certezza della pena, quando

questa partecipata al reinserimento non

perda tempo prezioso nelle scrivanie della

burocrazia.

Con questo chiudo lasciandovi un

breve pensiero: nessuno è tanto ricco da

non poter ricevere e accettare, accogliendo

qualcosa anche dagli altri. "Pellegrino" tra

le sbarre.

Davide Ditali, IV reparto


BLITZ SU DROGHE E LEGITTIMA DIFESA.

GLI ULTIMI COLPI DI CODA DEL GOVERNO

I PARERI DI ANTIGONE, GRUPPO ABELE,

DEL PG MAISTO E DEL PG DI VENEZIA FORTUNA

DROGHE

Finalmente l’agognata legge sulle

droghe è passata con il solito voto di

fiducia: 148 favorevoli, 82 contrari.

Per farla passare l’hanno messa all’interno

delle misure di sicurezza per le

Olimpiadi di Torino, con un maxiemendamento.

È il pacchetto-regalo per An da parte

di Berlusconi e nei confronti della parte

dell’Udc (ala muccioliniana) che fa capo

a ministro Giovanardi.

Tutti in coro sfidando il buon senso,

l’evidenza scientifica e l’esperienza della

gran parte degli operatori del settore,

salutano il ritorno della “tolleranza zero”

dei tempi craxiani, cancellata da un referendum

popolare.

Portiamo, di seguito, il parere dell’Associazione

Antigone, del Gruppo

Abele e di Francesco Maisto, Procuratore

generale a Milano.

Antigone

Se i detenuti tossicodipendenti oggi

sono circa 20 mila, dopo la legge Fini-

Giovanardi sulle droghe si andranno a

moltiplicare. Giovani incensurati che

fanno uso di marijuana o hashish rischiano

decenni di galera.

I consumatori di droghe leggere sono

trattati molto peggio dei cocainomani e

forse immaginiamo il perché. È l'ennesima

legge illiberale e violenta. Una legge

contro le famiglie, contro i giovani e

contro il buon senso.

Non avendo tempo, non avendo

il coraggio di affrontare la discussione

parlamentare viene posta la fiducia inserendo

le norme anti-droga nel decreto

sulle Olimpiadi.

Il diritto e la coerenza legislativa sono

oramai carta straccia. Infine si lascia presumere

che lo sport sia tutto e solo una

questione di uso di droghe.

Non vengano quindi successivamente

in modo ipocrita a esultare se vinciamo

qualche medaglia alle Olimpiadi di

Torino.

Gruppo Abele

È grave la modifica apportata al Senato

alla legislazione in materia di tossicodipendenza,

all'interno del decreto Olimpiadi,

con voto di fiducia. Grave per molti giovani

che possono non essere definiti tossicodipendenti

anche se entrano in contatto con

droghe leggere, grave

per le persone tossicodipendenti,

grave

per le loro famiglie,

grave per la già tragica

situazione delle

carceri italiane. Grave

per tutti.

Per riassumere,

sono quattro i punti,

in estrema sintesi, su

cui esprimiamo il dissenso,

dato dall'esperienza

e dall'incontro

con migliaia di situazioni

che sono entrate

in contatto con le

droghe, e delle quali

molte hanno dato

una svolta alla loro

vita abbandonando

l'uso delle sostanze.

Primo: l'equiparazione

tra droghe leggere

e pesanti mette sostanze,

effetti e persone,

molto diverse, sullo

stesso piano e porterà

inevitabilmente

nel circuito carcerario

molti assuntori di sole

droghe leggere. Questa

nuova legislazione

ci riporterà a quanto

avveniva tra il 1990 e

il 1993.

Secondo: quando

si definisce per legge

chi è tossicodipendente e chi spacciatore e

si determina la quantità si limita fortemente

la discrezionalità del giudice che - le

storie lo dimostrano - è necessaria perché

ogni situazione va valutata, caso per caso,

nell'ambito del giudizio.

Terzo: le cure coatte. La legge introduce

la consequenzialità tra condanna e opportunità

di trattamento prevedendo l'accesso

ai programmi di trattamento in sostituzione

della pena. E se per tutte le forme

Ecco cosa dice la legge

I punti principali della Fini-Giovanardi sono l’unificazione

di tutte le sostanze psicotrope in un’unica tabella.

parificando droge pesanti e leggere, la criminalizzazione

del consumo, l’inasprimento delle pene e parificazione

dei servizi privati a quelli pubblici.

Con la tabella unica cadono tutte le distinzione tra

diversi tipi di sostanze, ma la determinazione della quantità

al di sopra delle quali scatta l’accusa di spaccio, è stata

demandata a un successivo decreto. Avere rinviato a un

momento successivo la definizione delle modiche quantità,

comporterà anche un periodo di grandi discrezionalità

nell’applicazione della legge.

Oltre all’inasprimento delle pene, con la parificazione

delle sostanze viene introdotta anche l’equiparazione

dei trattamenti previsti, per il consumatore di cannabinoidi

così come per il tossicodipendente da eroina.

Potranno essere comminate pene da 1 a 6 anni per la

detenzione di “lievi entità” di droghe e pene da 6 a 20

anni con multe da 2 mila a 260 mila euro per “quantità

elevate” che comportino l’accusa di spaccio.

Chi detiene una quantità per uso personale, se

riconosciuto come pericolo pubblico, sarà sottoposto a

sanzioni amministrative come il ritiro della patente e passaporto,

obbligo di recarsi almeno due volte la settimana

in commissariato e di rientrare a casa entro un’ora fissata.

Strutture private e comunità potranno certificare lo stato

di tossicodipendenza e mettere a punto i piani terapeutici.

In pratica, chi dovrebbe “curare” il tossicodipendente, è

la stessa struttura che prima ne accerta la condizione di

dipendenza. Un regalo, anche economico, del governo,

agli amici come don Gelmini e San Patrignano.

di trattamento la libera scelta è un tassello

fondamentale ciò diviene imprescindibile

per chi entra in una comunità terapeutica

che rappresenta uno strumento efficace

carteBollate 6


solo se la persona che ne fruisce può sceglierla

liberamente giorno per giorno.

Quarto: l'introduzione delle certificazione

da parte dei privati per l'accesso al

trattamento.

Oggi le comunità hanno molti posti

vuoti e potrebbe esserci una sorta di “conflitto

di interessi”, vale a dire un invio più

facile, per “far tornare i conti” per riempire,

non nell'interesse della persona, ma della

struttura. Noi siamo per una separazione

di tutto ciò; in parole povere avremmo

lasciato questo aspetto unicamente ai servizi

pubblici.

Francesco Maisto

Procuratore generale

Milano

Dottor Maisto, il Senato oggi ha

approvato le modifiche della normativa

sulle droghe attraverso il decreto legge

sulle Olimpiadi. I decreti legge si adottano

in casi di urgenza. A quale urgenza fa

fronte il provvedimento a suo avviso

La Costituzione consente la decretazione

d'urgenza solo quando ci sia il carattere

di urgenza. Mentre sul provvedimento di

abrogazione della ex-Cirielli c'era l'emergenza,

cioè di non mandare in carcere

detenuti che avevano fatto un programma

terapeutico, per tutti gli altri articoli per i

quali è stato fatto l'emendamento, il requisito

dell'emergenza non c'è. Tutta la parte

relativa al potere delle Regioni, l'assemblamento

delle tabelle, non c'è il requisito

dell'emergenza.

Droghe leggere e pesanti sono equiparate.

Quali saranno le prime conseguenze

giudiziarie

Le tabelle portano al fatto che ci troviamo

di fronte allo stesso trattamento

sanzionatorio. Conseguentemente ci sarà

un maggiore ampliamento dell'operatività

degli arresti obbligatori in flagranza o

quasi flagranza, si aggraverà la situazione di

affollamento delle carceri e aumenteranno

i processi per le nuove condotte sanzionate,

andando a pesare sulla già ingolfata macchina

della giustizia.

Il provvedimento reintroduce le quantità

di principio attivo come discrimine

tra uso personale e spaccio, ma rimanda

al ministero della Salute la decisione dei

valori soglia.

Mentre in Parlamento si vota, il ministero

non ha ancora pubblicato le quantità.

Si rischia un vuoto legislativo

Intanto mi pare che il fatto cioè che

non si scriva la soglia nella legge è un fatto

positivo. Ma il problema è più generale, il

problema è la soglia. Si sbaglia ogni volta

che si ricorre a criteri quantitativi. Su questo

la Corte Costituzionale si era già espressa

con la sentenza numero 28 del 1993.

Nella vacatio legis, tra la pubblicazione cioè

della legge in Gazzetta ufficiale e la sua

entrata in vigore, che di solito è di 15 giorni,

c'è tempo per il ministero di emettere la

tabella. Se ciò non avvenisse avremmo una

norma penale in bianco e grossi problemi

interpretativi.

Il testo introduce accanto alle quantità

soglia anche dei parametri investigativi

per discernere lo spaccio dal consumo,

come il peso lordo, il confezionamento,

il taglio della sostanza. Lo trova utile

Aiuteranno gli agenti di polizia

Dei parametri investigativi non c'è

necessità. C'è tutta una giurisprudenza

costante ed unanime della Corte di Cassazione

su quelli che sono i parametri

investigativi, cioè quelli indiziari se si versa

nell'una o nell'altra ipotesi. Le forze dell'ordine

in quanto operano in brutta condizione

sulla strada, di questi parametri non

sapranno mai cosa farsene, questi parametri

servono al giudice.

Il decreto Olimpiadi ha modificato

anche l'articolo 94bis della ex-Cirielli,

sospendendo l'aumento di pena dei detenuti

recidivi tossicodipendenti, a patto

che abbiano un percorso terapeutico in

corso. È limitativo assegnare i benefici

soltanto a chi sceglie la comunità

L'obiettivo iniziale della Cirielli per

quanto riguarda i tossicodipendenti era

di punirli ancora di più e di mandarli in

carcere senza sospendere la pena se recidivi.

A questo hanno cercato di porre riparo con

il decreto sulle Olimpiadi.

Il decreto prevedeva in un primo

momento l'esonero per quelli che erano

tossicodipendenti, ma che avessero comunque

un programma di recupero in corso.

Quello di oggi è ancora più restrittivo

perché non si applica nei confronti di tossicodipendenti

che non abbiano in corso

al momento del deposito della condanna

definitiva un percorso terapeutico.

Se una persona inizia un programma

e lo continua da dopo che la sentenza è

carteBollate 7

divenuta definitiva a quando viene emesso

l'ordine di carcerazione non serve a niente.

C'è una riduzione dell'area di operatività

della sospensione della pena del

tossicodipendente che abbia in corso un

trattamento terapeutico. Sulle modifiche

alla legge sulle droghe non vede vizi di

incostituzionalità, quando ad esempio

reintroduce il criterio quantitativo, già

abrogato dal referendum del 1993

Si tratta in effetti della mera reiterazione

di una legge che nei suoi princìpi

era già stata ritenuta incostituzionale dalla

Corte Costituzionale dopo il referendum.

Si riproduce per legge ordinaria ciò che la

maggioranza dei cittadini italiani aveva con

voto referendario voluto abrogare. Il principio

secondo il quale il legislatore ordinario

non può reiterare una legge abrogata per

referendum.

Dopo il referendum la Corte ha valutato

non costituzionale il principio quantitativo.

La questione potrà essere sollevata nel

momento in cui si richiederà una valutazione

di legittimità costituzionale.

LEGITTIMA DIFESA

Meglio sarebbe dire legittima offesa.

Comunque sia, è il regalo di fine stagione

fatto da Berlusconi alla Lega Nord. Le

nuove norme cancellano il principio della

proporzionalità della risposta alla presunta

minaccia, alla base della vecchia legge e

di fatto consentono al comune cittadino

di sparare a chiunque ritenga stia minacciando

non solo la propria vita, ma anche

i propri beni.

Una licenza d’uccidere estesa anche al

di fuori della propria abitazione e applicabile

nel proprio giardino, nei negozi e in

qualunque luogo si svolga un’attività professionale

o commerciale, in pratica anche

in tutti i posti di lavoro.

A scrutinio segreto, 244 parlamentari

della maggioranza hanno detto sì, 175

dell’opposizione no.

E così chi reagirà con la violenza non

sarà punibile per “eccesso di difesa”. Il caso

ha voluto che due giorni dopo l’approvazione

della legge, un imprenditore di Verona,

militante leghista, ha ucciso un ragazzo di

26 anni che tentava di penetrargli in casa,

con ben 13 colpi di pistola semiautomatica

Hk calibro 40, secondo alcuni esperti, più

devastante della famosa 357 Magnum.

Andrà in galera


Si può usare un’arma, dice la legge,

legittimamente detenuta o “altro mezzo”,

vale a dire che in mancanza della pistola

con regolare porto d’armi, si può accoltellare,

spaccare la testa, sgozzare ed altro.

Naturalmente ci sono dei limiti e condizioni:

il pericolo d’aggressione e la mancata

desistenza da parte dell’intruso.

Un po’ come chiedere al ragazzo di 26

anni con 13 pallottole in corpo di testimoniare

di essersi arreso davanti alla vittima.

L’ineffabile ministro della Giustizia,

Roberto Castelli, fuori di sé dalla gioia, ha

dichiarato che “Da oggi i delinquenti devono

avere qualche timore in più e le brave persone,

vittime di aggressioni, qualche problema in

meno”. In realtà le cose non stanno così.

Nel Far West, almeno, qualche regola esisteva.

Con la nuova legge non esistono più

regole e d’ora in avanti bisognerà fare

molta attenzione a non essere scambiati

per potenziali malviventi, magari mentre si

attraversa un campo, proprietà privata.

Il parere, di seguito, su questa legge da

parte dell’Unione Camere Penali, dell’Associazione

magistrati e di Ennio Fortuna

Procuratore generale di Venezia.

Ettore Randazzo

presidente Unione camere penali

Purtroppo è stata approvata un’altra

legge ingiusta, che autorizza la legittima

offesa anche nei confronti di chi non

rappresenta un pericolo per l’incolumità

del cittadino.

Antonio Patrono

segretario

Associazione nazionale magistrati

È una norma di cui non si sentiva

bisogno perché c’è già la legislazione

vigente, interpretata da una giurisdizione

ormai decennale. Era sufficiente e conforme

ai migliori canoni del diritto penale.

Ennio Fortuna

Procuratore generale di Venezia

Dottor Fortuna, appena 48 ore

dopo l’approvazione della legittima

difesa, c’è già il primo morto.

Sarei più cauto. Certo è una drammatica

coincidenza, ma non si può stabilire

un rapporto tra quanto accaduto e la

nuova legge. Temo però che fatti come

quello di Verona si ripeteranno: se è vero

che la persona aggredita viene autorizzata

a difendersi con le armi, allora è probabile

che la malavita faccia meno rapine,

ma se decide di farle si arma a sua volta

e probabilmente sa sparare meglio del

semplice cittadino.

Lei una legge così l’avrebbe approvata

Ho il massimo rispetto per il Parlamento,

ma se fosse dipeso da me no.

Credo che si sia voluta dare una risposta al

bisogno di sicurezza avvertito soprattutto

qui in Veneto.

Io sono Pg in una regione ricca, in

cui c’è stata un’escalation di rapine nelle

ville. In una situazione simile credo che

autorizzare l’uso delle armi esponga tutti

al rischio di scontri cruenti in cui sia l’aggressore

che l’aggredito possono rimane

colpiti.

E io temo soprattutto per il cittadino

indifeso.

Non crede che questa legge introduce

un malinteso senso di sicurezza e un

pericolosissimo stravolgimento culturale:

quello che ognuno ha diritto a sparare

e a reagire anche in maniera sproporzionata

al pericolo che lo minaccia

Questo è un punto molto discusso,

soggetto probabilmente a una verifica da

parte della Corte costituzionale.

La legge parifica sostanzialmente il

valore della vita a quello del domicilio, il

che secondo me è tutto da discutere. Non

sono sicuro che il legislatore, che può fare

molto ma non tutto, possa addirittura

abolire quell’esigenza di proporzione tra

la minaccia ricevuta e la risposta data, che

è esistita per secoli.

C’è poi un nuovo concetto con il

quale fare i conti, quello della desistenza

dell’aggressore.

Abbiamo a che fare con una legge

molto più complessa di quanto sembri.

Se un cittadino trova in casa un ladro

disarmato, per la legge può sparare lo

stesso se non vi è desistenza da parte del

malvivente, cioè se il ladro non si arrende

o non fugge e se vi è pericolo di un’aggressione.

Alla vittima si chiede di fare una valutazione

immediata del pericolo che corre

sperando che non sbagli, altrimenti non

scatta la legittima difesa.

carteBollate 8

Come si prova la mancata desistenza

da parte dell’aggressore una volta che

questi è morto

Si prova con quello che rimane, cioè con

la parola dell’aggredito. Per il giudice - che

deve verificare tutto - si tratta di una valutazione

estremamente delicata e difficile,

visto che l’unica verità che gli viene offerta

è quella dell’interessato.

Il ministro Castelli difende l’imprenditore

di Verona e dice che la nuova legge

interverrà in suo favore.

Ha ragione, perché una legge di favore

è sempre retroattiva. Certo, se Ciampi la

firma, questo è ovvio.

* Le varie dichiarazioni sono state riprese

dai Comunicati stampa delle associazioni,

dall’agenzia giornalistica Redattore Sociale e

dal quotidiano il manifesto.

Appello / Medici non

date il porto d’armi

“L’unica risposta alla legge appena

approvata sulla legittima difesa è

che i medici facciano obiezione di

coscienza e si rifiutino di rilasciare

a chi non ne ha bisogno per lavoro,

il certificato d’idoneità psicofisica

necessario per il porto d’armi”.

Questo l’appello degli ideatori

della campagna “Addio alle armi”,

promossa dall’Associazione

vegetariana italiana (Avi), fondata

da Aldo Capitini, padre della

nonviolenza nel nostro Paese, in

collaborazione con Peacelink. “Chi

possiede un’arma per ‘difesa’, molte

volte la usa per offesa.

“Chi la usa per uno ‘sport’

chiamato caccia e uccide ogni

stagione molti animali, può usarla

anche verso il presunto ladro o verso

la moglie, il vicino o chissà chi altro”.

L’appello è rivolto ai colleghi da

Riccardo Trespidi, presidente del

Comitato medico-scientifico dell’Avi:

“È il medico di famiglia a rilasciare il

certificato d’idoneità che di solito

è sufficiente ad ottenere il porto

d’armi. La campagna nasce dalla

personale obiezione di coscienza che

io pratico già da qualche anno, con

non pochi problemi”.


RECLAMI & RECLAMI

Gent. ma direttrice

dott. sa Lucia Castellano.

Per conoscenza

Educatore

dott. Orlando Carbone

Responsabile III reparto

Redazione carteBollate

Mi chiamo Francesco Guttuso

ho 40 anni vivo al III reparto,

sono in carcere a Bollate da un anno.

La mia situazione personale, non è delle migliori. Ho

perso mia moglie nel 2003, ho due figli che si sono da me

allontanati con la perdita della loro mamma. Non faccio

colloqui, praticamente sono un uomo solo.

Sento spesso parlare di lei, signora direttrice come persona

attenta all’occupazione ed al lavoro.

Per me, di conseguenza allo stato in cui mi sento, il

lavoro è particolarmente importante, le motivazioni sono

facilmente comprensibili. Come tutti i detenuti, faccio

domandina per ottenere un lavoro, indispensabile per la

mia esistenza.

Purtroppo mi sono visto scavalcare da compagni che a

mio avviso non avevano i requisiti richiesti dalla graduatoria

per ottenere un lavoro prima di me.

Di conseguenza penso che sarebbe opportuno per tutta

la popolazione carceraria di Bollate, conoscere quali sono

i criteri usati per formare il punteggio che decide chi deve

occupare per primo un posto di lavoro.

La conoscenza dei criteri usati per formare la graduatoria

che permette l’accesso al lavoro, eliminerebbe il sospetto

di un malcostume in uso di conseguenza a favoritismi.

La ringrazio per l’attenzione che vorrà dare per instaurare

la trasparenza; affinché non ci siano favoritismi verso

nessuno, convinto che almeno in carcere dobbiamo essere

trattati tutti allo stesso modo.

Francesco Guttuso III reparto

Gentile sig Guttuso,

l'accesso al lavoro in questo

Istituto è regolato come segue:

A) Lavoro alle dipendenze di

aziende esterne (PCDET, Nova

Spes, Outsider, WSC).

L'azienda, quando ha bisogno

di personale, pubblica un bando,

specificando il numero di persone

da assumere e i requisiti richiesti.

Il bando viene affisso nelle

bacheche dei vari reparti e i detenuti

che lo desiderino, inoltrano

la domanda di assunzione.

Le domande sono selezionate

dal responsabile dell'area trattamentale

il quale verifica che i

richiedenti non siano occupati in altre attività, incompatibili

con il lavoro desiderato.

B) Lavoro alle dipendenze dell'Amministrazione

penitenziaria. I detenuti sono ammessi al lavoro secondo

una graduatoria esistente come data-base (il programma

che esiste in ogni reparto si chiama CRB, ed è un acronimo

di Casa Reclusione Bollate). Il detenuto all'atto

dell'ingresso compila una scheda anagrafica in cui indica

tutti i suoi dati, sulla base di questa, il data-base attribuisce

dei punteggi e, nello specifico, dà un punto per

ogni familiare a carico fino ad un massimo di 3 punti, un

punto ogni mese di anzianità di istituto, con frazione di

un trentesimo di punto per ogni giorno che passa.

Nel suo caso, risulta che a tutt'oggi ha un punteggio

totale di 4.57 dato dal programma sulla base dell'anzianità

di istituto essendo entrato in questa sede l’1 ottobre

2004, più un punto in quanto risulta che ha un figlio a

carico.

Ad ogni modo, lei risulta iscritto alla scuola media dal

25 ottobre 2005, alla classe B con i seguenti orari e giorni:

Lun. Mart. Merc. Ven. dalle 8. 50 alle 11. 30. Pertanto,

penso che non abbia ancora lavorato proprio per tale

motivo, poiché, come più volte comunicato, chi sceglie

di andare a scuola non può poi interrompere il corso di

studi per lavorare, o deve scegliere un tipo di lavoro compatibile,

come orari, con l'impegno scolastico.

Invito tutti i detenuti a prendere visione di questa

organizzazione e a segnalarmi, indicando situazioni concrete

e non con lamentele generiche, se e quando il meccanismo

descritto non funzioni, in modo da permettermi

di apporre i correttivi necessari.

carteBollate 9


ALLA TRIENNALE DI MILANO PER 25 GIORNI

LA RAPPRESENTAZIONE DELLA PENA

UN PROGRAMMA CON MOLTE LUCI E QUALCHE OMBRA

Inizierà il 23 febbraio e durerà 25 giorni,

un importantissimo momento in

cui il carcere sarà al centro della “rappresentazione”

Non è un caso, infatti, che

i promotori dell’iniziativa e il Comitato

scientifico l’hanno appunto chiamato

“La rappresentazione della pena - L’invisibile

vita nuda”.

Anomalo anche il posto della rappresentazione,

la Triennale, luogo di

rappresentazione per eccellenza, ma

dell’abitare, del costruire, luogo dove

designer e, spesso, tecnici della comunicazione

visiva si riuniscono per esporre

le loro opere.

Questa volta, invece, al centro c’è il

carcere con la nuda vita come metafora

filosofica, ci sono i detenuti, i loro corpi

intesi come macchine produttive per

mostrare così “l’altra faccia della nuda

vita che è la vita nuda quando il corpo

torna ad essere relegato alla sua funzione

elementare di macchina di sopravvivenza”.

Rappresentare cioè, come dice la

bozza del Comitato scientifico, “ciò

che rimane invisibile come il vivere dei

soggetti migranti, quelli che vivono nei

containers per guerre o calamità naturali e

quelli che sono nei luoghi della segregazione

ove il corpo sconta la pena”. Quindi il

carcere, ma non una mostra sul carcere,

ma bensì 25 giorni “in cui dentro la

Triennale, dentro la città” si faccia “rappresentazione

della pena per riconoscere e

riconoscersi anche in questa marginalità

della vita nuda che piaccia o meno fa

parte a pieno titolo della rappresentazione

sociale”.

Per visualizzare tutto ciò gli organizzatori

hanno pensato ad una mostra

Il Comitato scientifico

e a un ciclo di seminari. La mostra,

titolata “Nella città, l’inferno. I luoghi

della pena” occuperà uno spazio espositivo

di 800 metri quadrati dove saranno

visibili 14 celle. Gli altri momenti della

mostra saranno l’entrata nel carcere, la

rappresentazione che il cinema ha dato

nell’universo della pena, il teatro e, per

finire, i numeri dell’universo carcerario

con una parete bianca dove il visitatore

della mostra potrà scrivere le proprie

valutazioni, sensazioni, suggerimenti. . .

Per il teatro, ci sarà la presenza

degli attori di Bollate e la costruzione

di una “piazza” dove si discuterà del

carcere.

L’apertura, come detto, è per il

23 febbraio. Sarà la trasmissione televisiva

“L’infedele” ad aprire, all’interno

della stessa Triennale, la mostra e sarà

chiusa dalla trasmissione “Iceberg” di

Telelombardia che farà parlare di carcere

i rappresentanti dei vari partiti. In

mezzo a questi due eventi, tutta una

serie di dibattiti e momenti importanti

con i candidati sindaci di Milano, con

filosofi, un seminario di cinema, uno

sul teatro, uno sul tema dell’opinione

pubblica e il carcere, uno sul tema della

sicurezza nelle città, uno su carcere e

campi di concentramento.

E poi, ancora seminari e dibattiti

fra architetti sulla progettazione dei

luoghi di pena, sui comitati di cittadini

che si occupano di microcriminalità,

su come le religioni hanno affrontato il

tema “fede e pena”, le esperienze internazionali,

su carcere e droga, su carcere

e soggenti migranti.

Uno seminario sarà coordinato

dalla direttrice Lucia Castellano e avrà

Aldo Bonomi (sociologo) - Gianni Canova (docente Iulm) - Lucia

Castellano (direttrice carcere di Bollate) - Francesco Maisto (procuratore

della Repubblica di Milano), Luigi Pagano (provveditore regionale Amministrazione

penitenziaria), Franco Origoni (architetto), Marella Santangelo

(architetta).

carteBollate 10

per tema le alternative al carcere, dalla

legge Gozzini ad oggi.

Un programma, dunque, denso,

molto denso, ma nello stesso tempo

molto importante che produrrà anche

due giornate dedicate a coloro che dentro

e fuori il carcere lavorano per rendere

questi luoghi più umani.

Infine, case editrici, con la collaborazione

della rivista Ristretti orizzonti di

Padova, faranno conoscere libri e giornali

prodotti nel circuito carcerario.

Perché invitare

quei giornali

Abbiamo detto già nel titolo che quello

che sta facendo la Triennale di Milano

è un meraviglioso progetto. Un progetto

che ha molte luci, ma anche qualche

ombra.

Sin dalle prime righe della bozza del

Comitato scientifico si parla, giustamente,

dell’impatto che hanno “le tecnologie

della comunicazione” e, considerato l’importanza

dell’argomento, mi sarei aspettato,

in questo campo, qualcosa di più

che il semplice dibattito fra “esperti”, il

solito bla-bla-bla che la televisione, ogni

sera, ci propina, magari con i candidati

sindaci di Milano per la solita passerella

elettoralistica.

Non so, nel momento in cui scrivo

queste note, se gli invitati resteranno

quelli citati nella bozza, ma se così sarà

non credo proprio che si farà qualcosa

d’innovativo.

L’importanza del tema non si risolve

con una puntata dell’Infedele o di Iceberg,

quanto piuttosto mettere in evidenza come

i mezzi di comunicazione di massa trattano

i problemi del carcere. Su questo sì che

ci sarebbe molto da dire!

In realtà un dibattito fra i mezzi

di comunicazione di massa c’è. Infatti

s’invitano sette testate e la sperequazione

salta subito agli occhi. Solo due (Radio

Popolare e Vita) s’interessano di carcere


in termini non speculativi, uno è “generalista”

(il Corriere), uno prettamente economico-finanziario

(il Sole-24 Ore) e tre

sono anomale, spesso forcaiole (Il Foglio,

Libero, la Padania).

Ma sul carcere, cosa mi può mai dire

uno come Gianluigi Paragone Quando il

10 dicembre scorso ha deciso di far sbarcare

il suo giornale, La Padania, anche

al Sud, a Palermo, ha messo questo titolo

in prima pagina: “Minchia, arriviamo!”

che, come si vede, è il massimo della finezza.

Un giornale che predica, ogni giorno,

in termini razzisti il “diritto” della “legittima

offesa”.

Cosa può dirmi di nuovo sul carcere

Vittorio Feltri, uno che è stato ammonito

dall’Ordine dei giornalisti perché, pur di

vendere qualche copia in più, ha portato

in prima pagina le foto dei bambini dei

siti pedofili Come può parlare di diritti

dei detenuti la nota e confessa “spia” della

Cia Giuliano Ferrara Forse parlerà del

suo amico Adriano Sofri, non certo del

detenuto di Secondigliano. Tre testate,

dunque, becere, campioni del liberalismo,

nemici acerrimi dello “Stato assistenzialista”,

propugnatori di “meno Stato e più

mercato”, difensori dell’uomo più inquisito

d’Italia che però non disdegnano i soldi

di “Roma ladrona” come dimostrano i

contributi che hanno ricevuto poche settimane

or sono da parte di questo Stato.

I giornali, per prendere i contributi

debbono essere o espressione diretta dei

partiti (come La Padania) oppure essere

rappresentati in Parlamento o all’europarlamento

con due deputati. E così Il Foglio,

di proprietà per il 38% della signora

Miriam Bertolini in arte Veronica Lario,

moglie di Berlusconi, registrato in Tribunale

come espressione di una fantomatica

“Convenzione per la giustizia”, si porta a

casa 3.511.906,92 euro. Libero, invece,

di proprietà della famiglia Angelucci attiva

nel settore sanitario, è registrato come

giornale (udite, udite!) del Movimento

monarchico italiano e per questo si prende

5.371.151,76 euro. La Padania, infine,

organo della Lega lombarda, si prende

4.028.363,80 euro.

Sono questi che parleranno di carcere!

Perché, allora, non far parlare anche qualche

redattore-detenuto e non nel limbo di

qualche particolare momento, ma con i

direttori di questi giornali

Per ultimo, ritengo importante aver

chiesto la collaborazione di Ristretti orizzonti

perché è un periodico che ha la

forza, l’esperienza, la capacità di poter

coordinare un lavoro del genere. Pur tuttavia,

ritengo che in Lombardia ci siano

diverse testate che avrebbero potuto collaborare

con il giornale di Padova.

Il fatto è che molte volte non ci si

accorge neppure di quello che abbiamo a

portata di mano, né si tende a valorizzare

queste potenzialità. Si preferisce volgere lo

sguardo altrove.

L’OCCHIO VUOLE LA SUA PARTE, MA IN REALTÁ

È IL NASO AD AVERE L’ULTIMA PAROLA.

La memoria “olfattiva” e le associazioni degli odori.

Ognuno di noi è stato inconsapevolmente

condizionato, sin dall’infanzia,

da profumi ed aromi che appartengono

alla nostra “cultura olfattiva”.

Anzi, sembra proprio che le associazioni

olfattive più antiche, quelle che risalgono

ai primi anni della nostra vita, siano

in grado di risvegliare le emozioni più

profonde. La loro forza dipende anche

dall’importanza che per noi ha avuto la

situazione in cui l’odore è stato percepito

e, se ci soffermiamo a riflettere, forse

possiamo riuscire a ricostruire quell’antico

legame e capire così qualcosa di più

su noi stessi.

Infatti, a chi non è capitato di avvertire

casualmente un profumo e sentirsi

immediatamente trasportare nel

passato Magari l’odore degli alberi di

un parco vi ha fatto tornare in mente

il cortile dove giocavate da bambini e,

come per incanto, vi tornano in mente

ricordi ed episodi che credevate sepolti

per sempre. Le immagini che affiorano

alla memoria, oltre ad essere ricche di

particolari, saranno accompagnate da

forti reazioni emotive, che rispecchieranno

gli stati d’animo di allora.

Facilmente, quindi, i profumi evocatori

di libertà avranno sull’organismo

un effetto de-stressante, quelli che ricordano

la famiglia saranno rassicuranti,

mentre gli odori che si accompagnano

ad esperienze spiacevoli, reati violenti,

arresti, carcere, rigetti ecc. susciteranno

sentimenti d’avversione, ansia, rabbia e

disagio.

Si tratta di un processo di condizionamento

che scaturisce dalla relazione

che in passato c’è stata tra quel particolare

stimolo olfattivo e l’evento che c’è

capitato nella nostra vita.

Questo significa che se riceviamo

un “rigetto” dal Tribunale, ed in quel

mentre avvertiamo un forte profumo di

tabacco, magari perché qualcuno lì intorno

si è appena acceso un sigaro, in

futuro, l’odore del tabacco riprodurrà

in noi la stessa sensazione d’angoscia e

di sofferenza. Ma la cosa importante è

carteBollate 11

che spesso, non si ha la consapevolezza

di questo. Può quindi accadere che una

condizione emotiva, buona o cattiva,

sia attribuita a persone o eventi esterni

quando, in realtà, è stata suscitata semplicemente

da un odore.

Magari ci troviamo in sezione, o ai

passeggi, con una persona che vediamo

per la prima volta e, sentendo odore di

tabacco, iniziamo ad avvertire una sensazione

spiacevole, di malessere, ma senza

sapere il perché. Saremo allora portati

a credere che la persona che in quel momento

c’è accanto sia antipatica, o sgradita

la voce che ascoltiamo, o indigesto

il cibo che stiamo mangiando… attribuendo

erroneamente all’ambiente che

ci circonda emozioni e sensazioni che

niente hanno a che vedere con questi.

E’ perché l’odore del tabacco ci ha

ricondotto con forza ad un collegamento

associativo che ci siamo persi, quello

del “rigetto” del Tribunale.

F. P.


IN OCCASIONE DELLE FESTE NATALIZIE

IL MAGISTRATO GUIDO BRAMBILLA

INCONTRA 100 DETENUTI DI BOLLATE

I compiti del magistrato di sorveglianza

Il magistrato di sorveglianza vigila sull’organizzazione degli istituti di

sorveglianza e di pena e prospetta al ministro le esigenze dei vari servizi, con

particolare riguardo all’attuazione del trattamento rieducativo. Vigila che il

detenuto sia trattato in conformità delle leggi e dei regolamenti, interviene

quando si ravvedono elementi che non rispettano i diritti della persona detenuta.

Provvede su permessi, licenze e alternative carcerarie. Provvede sulla riduzione

della pena per la liberazione anticipata e sulla remissione del debito.

Il magistrato di sorveglianza deve offrire a tutti i detenuti la possibilità di

entrare in contatto con lui con periodici colloqui individuali, dando la possibilità

al detenuto di presentare personalmente eventuali istanze o reclami orali. Visita i

locali dove vivono i detenuti.

Per una persona ristretta, incontrare il

magistrato di sorveglianza dovrebbe

essere usuale. Invece è una rarità. perciò

quando questo accade, come avvenuto a

Bollate, crea fra la popolazione carceraria

vivo interesse.

L’occasione dell’incontro è stato reso

possibile dalla vicedirettrice, Mimma

Buccoliero e dall’educatore del terzo

reparto, Orlando Carbone. E così,

cento detenuti si sono trovati nell’area

trattamentale a discutere con

il magistrato di sorveglianza Guido

Brambilla.

Il magistrato, dopo aver fatto gli

auguri a tutta la popolazione carceraria,

ha iniziato la sua prolusione con

una frase che ci fa capire la necessità

di credere in noi stessi: “Ricordatevi

che voi siete molto di più di quello che

avete fatto”.

Un approccio certamente non

scontato e che dimostra grande apertura

nei nostri confronti. Ma il magistrato

è andato oltre, ha riconosciuto

i ritardi della magistratura riguardante

istanze e liberazione anticipata

sottolineando, però, che la magistratura

di soverveglianza di Milano sta, seppur

lentamente, cambiando.

In futuro - secondo il dottor Brambilla

- il magistrato di sorveglianza opererà

per istituto e non più per lettera

alfabetica, come avviene attualmente. In

questo modo avremo il magistrato di

sorveglianza che opererà a Bollate, quello

di San Vittore, Opera, ecc. Questa nuova

organizzazione - sempre secondo il magistrato

- consentirà a magistrati e detenuti

di conoscersi meglio. Naturalmente tutto

questo sarà possibile se la magistratura

potrà disporre di un adeguato organico

così da poter assolvere al meglio ai suoi

compiti.

Questo dell’organico è certamente

problema importante perché per noi

detenuti è vitale la figura del magistrato

di sorveglianza. Attualmente, proprio per

la carenza degli organici, il magistrato è

costretto a centellinare la sua presenza

nelle carceri con la conseguenza di non

conoscere la persona detenuta e l’impossibilità

di vigilare sul rispetto dei loro

diritti.

Con la nuova organizzazione, i tempi

carteBollate 12

di reinserimento della persona detenuta

dovrebbero accorciarsi.

Il dibattito che è seguito all’intervento

del dottor Guido Brambilla, ha coinvolto

numerosi detenuti. In tanti si sono lamentati

per l’attesa dei giorni della liberazione

anticipata (le persone detenute che hanno

avuto un buon comportamento e non

hanno ricevuto sanzioni disciplinari, gli

sono riconosciuti tre mesi l’anno di liberazione

anticipata).

Facile immaginare l’importanza del

provvedimento che comporta non solo

una diminuzione della pena, ma anche

l’accesso ai benefici previsti per ottenere

l’alternativa al carcere.

Su questo grosso problema, il magistrato

ha fatto presente l’enormità dei

fascicoli esistenti in tribunale che riguardano

le istanze di liberazione anticipata.

Per velocizzare l’iter burocratico si usano i

computer con la centralizzazione dei dati

Ebbene, molto candidamente, il dottor

Guido Brambilla risponde che si fa tutto a

mano, con la penna perché le risorse

finanziarie destinate agli uffici sono

insufficienti.

Questa è l’ennesima prova della

scarsa considerazione che ha lo Stato

per i suoi dipendenti e per le persone

ristrette.

E l’amnistia-indulto

La risposta del dottor Brambilla

non si presta ad equivoci: “Lo Stato

dovrebbe fare dei passi verso l’amnistia-indulto,

come atto di clemenza.

Voi vivete in un’area felice rispetto

a tanti altri istituti dove il sovraffollamento

è un problema serio per

la vivibilità delle persone. Spero che

questo atto di clemenza sia concesso al

più presto”.

Come sappiamo, poi le cose non

sono andate così. Nelle carceri ci sono

state proteste e anche a Bollate i detenuti

hanno rifiutato per due giorni consecutivi

il vitto del carrello. Il dibattito prosegue

con domande da una parte molto pertinenti

e dall’altra con domande di carattere

personale. Nel primo caso, ad esempio, la

domanda sulla cosiddetta legge Cirielli.

Nel secondo caso si arriva al punto di

assediare il magistrato con domande che


iguardano posizioni personali. In questo

modo il dibattito perde spessore e diminuisce

l’interesse del presenti.

Riteniamo comprensibile, naturalmente,

il comportamento delle persone

che hanno avanzato richieste personali

proprio perché non sempre è possibile

poter avere un confronto con i magistrati.

E a questo proposito c’è una buona notizia.

Gennaro Sanarica, cuoco alla Staccata,

è riuscito ad ottenere il suo primo

permesso premio di 12 ore, dopo diversi

anni trascorsi dietro le sbarre.

Questo grazie al dottor Guido Brambilla

che è riuscito a districare una matassa

burocratica complicata, concedendo ad

una persona 12 ore di libertà. Dodici ore

di vita.

Francesco Ironico

Come affrontare

il carcere

Parto dal presupposto che in carcere ci

sono venuto di mia spontanea volontà;

per intenderci mi sono costituito, quindi

cosciente di dover pagare il mio debito.

Decidere di perdere il libero arbitrio non

è cosa semplice da tollerare.

È sempre un trauma, ma sicuramente

lo è di meno per coloro che vi sono stati

tradotti contro la propria volontà.

Se non altro perché si è presa coscienza

d’aver commesso degli errori e quindi è giusto

dover pagare. Soprattutto, non bisogna

far atrofizzare il cervello, quindi bisogna

risolvere due importanti problemi:

1° - Come far trascorrere il tempo. Lavorare,

se si può, leggere, scrivere o lavorare

di fantasia per inventarsi qualcosa da fare

durante la giornata.

2° -Sopravvivere psicologicamente al carcere.

Nella stragrande maggioranza dei casi,

ci viene in aiuto la nostra natura di esseri

umani perché vi sono mali e sventure atroci,

cui non osiamo pensare; se ci capita, però,

di inciamparvi, scopriamo in noi risorse che

ignoriamo di avere e ce la caviamo meglio di

quanto avremmo sperato. Purtroppo ci sono

alcuni che questa capacità non la possiedono

e, allora, soccombono.

A. C.

GLI STUDI

DI KARL MARX

Karl crebbe, per così dire, nell’ovatta.

Senza preoccupazioni e pensieri, in un

cordiale rapporto con i genitori. La vita

dei Marx era quella di una grande, armonica

famiglia, soprattutto dopo che, nel

1819, il padre aveva acquistato a Treviri, in

Simeonstrasse 8, una casa dove la famiglia

si trasferì.

Dall’inverno 1830 all’estate del 1835,

Karl frequentò a Treviri l’ex ginnasio dei

gesuiti, diventato il nuovo ginnasio prussiano

(Friedrich Wilhelm).

Lo dirigeva lo storico e pedagogista

Johann Hugo Wyttenbach (1767-1848),

liberale, seguace del grande filosofo tedesco

Immanuel Kant. Molto stimato dalla popolazione,

lo era assai meno dal governo per

essere stato, in gioventù simpatizzante dei

giacobini, l’ala più avanzata della Rivoluzione

francese. I temi dell’esame di maturità,

conseguita il 25 agosto 1835, sono i primi

documenti scritti che esistono di Marx. Il

tema di tedesco - “Considerazioni di un

giovane in occasione della scelta di una professione”

- riflette idee correnti dell’illuminismo

borghese e contiene argomenti talora

analoghi a quelli che si trovano nel sistema

della dottrina morale (1798) del filosofo

idealista tedesco Johann G. Fiche.

La destinazione dell’uomo non è tanto

una brillante posizione sociale, quanto un

impegno a lavorare attivamente per l’umanità

e a tendere verso la perfezione morale. Di

spirito illuministico per le posizioni genericamente

laiche che sostiene, è anche il tema

di religione - “L’unione dei credenti con

Cristo secondo il Vangelo di Giovanni” -.

La religione vi è fatta coincidere con l’etica,

con l’esercizio della virtù. Marx, come si

vede anche dalle vicende della conversione

del padre, non aveva una vera tradizione

religiosa familiare. Nulla di più di un

adempimento scolastico degli studi classici

è il saggio di composizione latina basato sul

quesito se il principato di Augusto possa a

buon diritto annoverarsi tra le età più felici

dello Stato romano. C’erano già idee politiche

liberali in questo giovanissimo Marx

Sarebbe azzardato affermarlo, sebbene dopo

l’esame di maturità egli ostentatamente trascurasse

la tradizionale visita di concedo al

professore di latinoVitus Loers. Questi, noto

per le sue convinzioni reazionarie, aveva il

compito preciso di controllare le posizioni

carteBollate 13

politiche dei suoi allievi. Tumultuose idee

nuove nacquero invece a Marx durante

il periodo universitario, quando, prima a

Bonn dall’ottobre 1835 a luglio 1836, poi

a Berlino dall’autunno 1836 al marzo 1841,

avrebbe dovuto, per desiderio del padre,

dedicarsi alla giurisprudenza.

Sono anni piuttosto avventurosi. A Bonn

il suo piano di studio è fondato su materie

giuridiche, ma comprende anche corsi di

mitologia e letteratura greco-romana e storia

dell’arte moderna tenuti da August von

Schlegel (1767-1845), Un grande nome

del movimento romantico. Marx fa parte di

un’associazione di giovani poeti che hanno

l’abitudine di riunirsi per comporre canzoni

rivoluzionarie.

È arrestato per ubriachezza e schiamazzi

notturni, è coinvolto nella pratica dei duelli,

abituale presso le associazioni studentesche

e subisce, perciò, anche un’inchiesta per

detenzione di armi vietate. A Berlino segue

le lezioni di Karl von Savigny (1779-1861),

esponente della scuola storica del diritto

d’indirizzo reazionario, e quelle del liberale

Eduard Gans (1797-1839) sulla legislazione

prussiana. Passa però serate e nottate

in birreria, discutendo di filosofia con i

coetanei del cosiddetto Club dei dottori,

un gruppo di giovani intellettuali allievi di

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il grande

caposcuola dell’idealismo. Essi però criticavano

il maestro da sinistra, da posizioni

liberaleggianti. C’erano, fra questi studiosi,

personaggi che avranno nome e futuro. Vi

troviamo anzitutto Friedrich Engels, discendente

da una famiglia di industriali tessili di

Barman, nella Prussia renana settentrionale,

che di lì a poco sarà pure lui a Berlino, in

servizio militare, e nel 1844 diventerà il

grande amico di Marx. Proprio lui descrisse

questi giovani hegeliani in un poema satirico

del 1842, “Il trionfo della fede”.

C’erano nel gruppo, scrive Engels, Bruno

Bauer “con un diavoletto alle spalle che

gli insegna come deve mettere alle strette i

teologi”; l’anarchico Max Stirner che grida

“via i regolamenti, via le leggi”; il materialista

e critico della religione Ludwig Feuerbach

(1804-1872) per il quale “la sola verità dei

sacramenti” cristiani dell’eucarestia e del

battesimo è “mangiare, bere e fare il bagno”.

E c’era, appunto, “un tipo nero di Treviri”,

Karl Marx, “che imperversa pieno di furore,

come se volesse afferrare l’ampia volta celeste

e tirarla sulla terra”.

a cura di Diego Manzella

(2 - continua)


I “BURLONI” DELL’ART. 21

E L’AZIENDA TRANVIARIA MILANESE

Al quinto reparto, nel nostro carcere, sono

“ospitati” i cosiddetti art. 21, detenuti che

vanno a lavorare fuori e alla sera rientrano.

Ad alcuni di loro non è concesso di usare mezzi

propri per andare al lavoro e rientrare la

sera, quindi sono obbligati ad usare i mezzi

pubblici con un tragitto studiato; tutto questo

comporta disagi e tempi di percorrenza abnormi.

A questa situazione già di per sé antipatica,

si va ad aggiungere una tracotanza della

Pubblica amministrazione riguardo ai mezzi

usati e che sono gli unici a disposizione.

A tale proposito, pubblico due simpatiche

lettere che una coppia di detenuti “burloni”

ha inviato all’Atm milanese senza peraltro

avere nessuna risposta in merito.

F.P.

Spett. Azienda Trasporti Municipali

A.T.M. Milano

Ufficio Relazioni Clienti

Alla cortese attenzione dott. Luigi Foieni

Gentilissimo dottore,

siamo a disturbarLa per fare presente

un particolare, riguardante naturalmente

l’Azienda da Lei rappresentata in questa

sede.

Da circa tre mesi, e più precisamente,

dal giorno di lunedì 12 settembre 2005,

usufruiamo giornalmente del servizio, volendolo

chiamare così, della linea tranviaria

n. 19.

Insieme ad amici saliamo, sulla predetta

linea, a Roserio, al mattino alle ore 7,45

fino a Milano centro, dopo un tragitto della

durata di circa quaranta minuti e alla sera

con percorso, naturalmente inverso, alle ore

18.20, con arrivo a Roserio intorno alle ore

19.30, ancora peggiore, per quanto possa

apparire impossibile, del precedente.

Dalla data sopraccitata, abbiamo sempre

usufruito di un servizio di serie inferiore

rispetto alla normalità, in quanto le carrozze

di questa linea sono sempre di vecchio modello,

se non addirittura “preistorico” nell’universo

dei trasporti pubblici ed in particolare

proprio nel segmento tranviario.

Come a Lei è sicuramente ben noto,

la scomodità di queste carrozze è assoluta,

le panche sono in legno, le carrozze sono

rumorosissime, il riscaldamento inesistente

e siamo convinti che gli ammortizzatori

fossero, ai tempi di costruzione, ancora

una lontana, se non impossibile, utopia. Le

possiamo assicurare che per chi come noi

ha già problemi alla schiena o peggio, non

è proprio la migliore terapia consigliabile

ma neanche per qualsiasi tipo di eventuali

patologie.

La cosa comunque più fastidiosa è incrociare

altri tram, verdi per esempio, che

al confronto dei “nostri” ci appaiono come

astronavi e che noi guardiamo con occhi

colmi di lacrime per l’invidia.

Ben conosciamo, intendiamo Lei e chi

scrive, il confort di questi magnifici mezzi,

il quale utilizzo costa, all’utente del servizio,

esattamente quanto il nostro, e sapere questo

ci comporterà sicuramente, nel breve,

anche danni psichici irreversibili.

Al di là delle battute e di qualsiasi inutile

e sterile polemica, Lei ha già perfettamente

intuito e capito il significato del nostro disappunto,

chiaramente la soluzione non sta

a noi, ma a chi legge.

Noi potremmo semplicemente propor-

Le, però siamo troppo coinvolti per essere

obbiettivi, di dimezzare il costo del biglietto,

giusto per non farci sentire clienti di

serie B, oppure, come logico, e crediamo

doveroso, inserire nuove carrozze, non necessariamente

dell’ultimissima generazione,

sarebbe troppo, anche su questa linea, un

po’ “dimenticata”.

Non siamo a tediarLa con gli infiniti

ritardi serali, con persone paganti letteralmente

appese alle portiere che non riescono

a chiudersi, che tanto ricordano film cult

degli anni Ottanta, (intendiamo Fantozzi,

tanto per essere chiari ) sarebbe troppo, per

ora, restiamo comunque in attesa di una

Sua gentile, e speriamo veloce, risposta e Le

porgiamo, unitamente ai nostri sfortunati

compagni dei deliziosi e confortevoli viaggi

che Atm giornalmente ci mette, tanto carinamente,

a nostra disposizione, i nostri

migliori e più distinti saluti.

Lettera firmata

Milano, 3 dicembre 2005

Dopo l’invio di questa lettera, non avendo

ricevuto alcuna risposta in merito, i “burloni”

ne inviano un’altra:

Gentilissimo dottore,

eccoci nuovamente a disturbarLa con le

carteBollate 14

nostre, forse per Lei, buffe richieste e quesiti.

Uno di noi due, grazie a Lei, ha potuto

vincere una bella scommessa, infatti l’altro,

il perdente, aveva scommesso sulla Sua correttezza

e sulla credibilità dell’Azienda che

Lei rappresenta.

Come ben sa, Lei non si è tuttora degnato,

incredibilmente, di farci pervenire

alcuna risposta al nostro fax di sabato 3 dicembre

2005.

Forse per Lei è normale visto che l’Azienda

è a carattere di Pubblico Servizio e il Suo

ufficio in particolare, probabilmente è un

grande vuoto che riceve fax a Suo insindacabile

e mobilissimo giudizio, da riciclare

come carta usata.

Le possiamo assicurare, in tutta sincerità,

che avevamo pensato che una metropoli

importante, che noi amiamo veramente,

avesse un servizio pubblico all’altezza e posasse

le proprie basi su addetti e funzionari

corretti, seri e disponibili verso gli utenti

ma, naturalmente, i risultati, i Suoi risultati,

ci hanno dato torto.

È assolutamente palese che a differenza

di chi opera all’interno di aziende private

soprattutto con mansioni di responsabilità

se non addirittura di assoluta autonomia,

come gli scriventi, la Sua è una posizione

di forza dall’alto della quale non si è persino

degnato di rispondere con un semplice

ed elegante diniego, ma forse è pretendere

troppo, è questione di stile e correttezza.

Bene, al di là di fin troppe facili critiche,

dalle quali preferiamo astenerci, però,

vista la nostra esperienza ci permettiamo

di sconsigliarla vivamente di scommettere

sulla correttezza e sull’efficienza di alcuni

servizi dei quali, peraltro, il nostro stimato

Primo Cittadino, a noi molto caro, si è reso

garante, è una scommessa persa, ma noi, comunque,

non ci aspettavamo nulla di più.

Dato che noi, invece, unitamente a molti

altri individui che formano una certa parte

di utenza, siamo persone educate, corrette e

sicuramente ottimi professionisti, all’interno

dei nostri ambiti lavorativi, Le inviamo i

nostri migliori e più distinti Saluti.

Lettera firmata

Milano, 15 dicembre 2005

Questa è una realtà appena fuori dal carcere,

ognuno di noi, da ciò, tragga le dovute

considerazioni.


AD UN DETENUTO DI BOLLATE

MUORE LA MADRE, MA LUI NON HA IL

PERMESSO DI

VEDERLA NÈ VIVA NÈ MORTA

Per la popolazione carceraria, nessun

atto di clemenza. Lo ha deciso il Parlamento.

Nessuna considerazione umana

per un detenuto del primo reparto di

Bollate, Luciano G., 53 anni, incensurato,

prima di essere condannato, nel

2002, a sei anni per bancarotta.

Luciano sta espiando la pena nel

carcere di Bollate, dove tutte le persone

ristrette vorrebbero scontare la propria

pena, per la vivibilità e la considerazione

umana che l'istituto riserva ai detenuti,

rispettando l'art. 27 della Costituzione

Italiana che recita: "Le pene non possono

consistere in trattamenti contrari al senso

di umanità e devono tendere alla rieducazione

del condannato".

Fatta questa premessa, lasciamo parlare

Luciano:

“Mercoledì 11 gennaio, sono chiamato

dalla matricola ed informato delle gravi

condizioni di mia madre.

“Il personale mi permette di compilare

il modello 30 dell’Ordinamento penitenziario,

che consiste nella richiesta al magistrato

di sorveglianza di un permesso per

potere vedere la mamma da viva”.

Infatti, l'art. 30 dell'Ordinamento

penitenziario recita: "Nel caso di imminente

pericolo di vita di un familiare, alla

persona detenuta può essere concesso dal

magistrato di sorveglianza il permesso di

recarsi a visitare, con le cautele previste dal

regolamento, l'infermo".

La notizia della gravità della salute

della madre, viene dal Policlinico

di Milano. Luciano attende di ricevere

quell’atto "dovuto" da parte del magistrato

di sorveglianza. Giovedì alle 5,30,

la mamma di Luciano muore.

È il cappellano del Policlinico che

avvisa don Antonio, cappellano del carcere

di Bollate. Alle 17 dello stesso

giorno, don Antonio informa Luciano

dandogli conforto spirituale. Dicono a

Luciano che il giorno seguente sarebbe

arrivato il permesso che avrebbe dato

l'opportunità di vedere per l'ultima volta

la propria madre deceduta.

Il giorno seguente, venerdì, alle ore

15,30, gli agenti chiudono in cella i

detenuti per effettuare la conta. Luciano

si rifiuta di entrare nella propria cella

chiedendo di parlare con il comandante

o la direttrice, dal momento che nessuno

è in grado d'informarlo riguardo il

permesso.

Il capo reparto provvede a farlo

accompagnare dalla direttrice.

“Incontro la dottoressa Lucia Castellano

che, dopo avermi fatto le condoglianze, si

adopera facendo il possibile affinché potessi

vedere mia madre da morta. Purtroppo

non mi è stato possibile vedere mia madre

né da viva né da morta. Sabato alle 14,

sono informato che è giunto un permesso

di 3 ore. Il funerale era stato fatto alle 10,

perciò sono accompagnato al loculo dove

riposa mia madre. Ho pregato affinché

mi desse la forza per andare avanti. Non

auguro a nessuno di provare la sofferenza

che continuo a portarmi dentro”.

Il carcere è un luogo che stimola

la riflessione. Ci siamo chiesti a cosa è

dovuto, per quale ragione deve accadere

un fatto che non tiene conto dei valori

umani che sono universali.

Luciano non è un detenuto pericoloso,

si evince dalla natura del crimine

commesso (bancarotta), ha espiato 4

anni di detenzione, ne mancano due,

perciò è nei termini consentiti dalla

legge per usufruire benefici, quali permessi-

premio e alternative carcerarie.

Ad oggi non gli è stato concesso alcun

beneficio pur avendo tenuto, in questo

periodo di detenzione, un comportamento

di buona condotta.

Ci rivolgiamo al magistrato di sorveglianza

con una domanda: perché, non

ha permesso ad una persona di vedere

per l'ultima volta la propria madre

Siamo consapevoli che la legge affida

a lei la decisione in merito e le chiediamo

ancora perché ha negato ad una

persona di vedere la propria madre per

l'ultima volta.

Vorremmo proprio ricevere una

risposta.

F. I

carteBollate 15


IL PARLAMENTO ITALIANO CONTINUA

A GIOCARE CON I SENTIMENTI

E LE ASPETTATIVE DEI DETENUTI

Per l’ennesima volta si è parlato di

amnistia accompagnata da indulto e

come sempre si sono illuse le persone

detenute.

Oggi, nei penitenziari italiani, le persone

detenute recidive sono una buona

parte. Pertanto il beneficio ancora una

volta avrebbe giovato, più che altro, a

salvaguardare qualche politico che non ha

ancora fruito della prescrizione del reato.

Non si riesce a capire queste esclusioni.

Perché chi è recidivo non ha diritto

a nessun sconto di pena Se viene

commesso un reato nel quinquennio,

automaticamente il beneficio è revocato

sia all’incensurato che al recidivo; pertanto

a cosa servono questi emendamenti

repressivi nei confronti di una categoria

di detenuti Nell’ascoltare attentamente

gli interventi dei vari parlamentari, ho

avuto modo di constatare quanto la Lega

Nord sia attenta a salvaguardare i cittadini

dalla massa di delinquenti che il provvedimento,

secondo loro, avrebbe rimesso

in circolazione. È stato ripetuto sino alla

nausea che ci deve essere la certezza della

pena; una persona condannata in via

definitiva, deve scontare la sua condanna

senza che un condono oppure una amnistia,

la cancelli.

Perché l’onorevole Umberto Bossi non

getta alle ortiche l’immunità parlamentare

e rifiutando la condizionale, che è un

beneficio, si presenta con grande dignità

in un carcere per scontare la sua condanna

a otto mesi (pena definitiva), sentenziata

per le tangenti Enimont Anche il suo

delfino, Roberto Maroni, per non essere

da meno, si presenti a scontare i quattro

mesi inflitti per resistenza a pubblico

ufficiale.

Non voglio menzionare gli altri ventuno

onorevoli condannati, perciò pregiudicati,

che siedono nel Parlamento italiano

e in quello europeo.

Quello che mi stupisce del nostro bel

Paese, sono i modi di amministrare le

leggi. Se una persona qualunque commette

un reato, è un delinquente e viene

espulso dai pubblici uffici per un periodo

prestabilito, a volte anche perpetuo, mentre

un politico che commette un reato

rimane sempre un onorevole, oppure uno

stimato senatore. Loro sono immuni alle

nuove tentazioni che li porterebbero alla

recidività. Non esiste nessun rischio che

possano continuare a delinquere prendento

tangenti.

Il sovraffollamento delle carceri è una

triste realtà, ma presto risolvibile. Secondo

il ministro Roberto Castelli, basterebbe

costruire nuove carceri. E quelle

decine di carceri nuove già costruite e mai

entrate in funzione Tutta Italia le ha viste

nel programma satirico Striscia la notizia.

A cosa sono servite Forse a dare alloggio

a dei cittadini senza una dimora come

è successo in Campania, concedendogli

addirittura la residenza e l’allacciamento

all’energia elettrica

Oppure a riempire le tasche di qualche

zelante politico che doveva tappare

qualche buco con la voce “costruzioni

carceri”

Quelle patrie galere sono costate ai

contribuenti centinaia di miliardi delle

carteBollate 16

vecchie lire e come molte opere murarie

italiane “incompiute”, restano alla mercè

dei vandali e abbandonate al degrado.

Ora mi domando: perché la magistratura

che è sempre così attenta non

indaga su chi ha ordinato l’edificazione di

quegli istituti di pena Per quale assurdo

motivo sono rimaste vuote, quando in

molti penitenziari del territorio alloggiano

anche otto persone in una cella di tre

metri per due in condizioni di vita disumane

Non è un reato spendere i soldi dei

contribuenti per far gioire i vandali

Questi signori che vengono chiamati

onorevoli, sono coloro che approfittano

della fiducia che il popolo ha riposto in

loro per proporre, fare e disfare leggi che

calzano esclusivamente al fabbisogno, per

essere assolti dagli intrallazzi che durano

da una vita.

Non rimarrei certo stupito se un

domani al Parlamento ci fosse un partito

capitanato da un altro leader storico. . .

Totò Reiina.

Mario Curtone


INCHIESTA

MA COME VIVONO GLI AGENTI

ALLOGGI, LONTANANZA DA CASA, CARO VITA.

QUESTI I PROBLEMI CHE DENUNCIANO GLI AGENTI

DELLA POLIZIA PENITENZIARIA DI BOLLATE

Reparto Staccata

Agente scelto

Mariano Bennati

Ho il piacere di lavorare

al reparto staccata da

quattro anni. Ho scelto

questo lavoro perché "giù

al Nord" non c'è molta

scelta. Quindi arruolarsi

diventa una scelta obbligata.

Devo dire che il tempo

mi ha fatto innamorare

del lavoro. Oggi mi dedico

con zelo e passione, perciò,

questo lavoro a me piace.

A Bollate non esistono carichi esagerati

di lavoro che svolgiamo nella normalità.

Vivo a Milano con la famiglia, quindi

non ho problemi di lontananza o di

alloggio.

Per ciò che riguarda il progetto Sex

offender, il reparto che li ospita è gestito

dalla Staccata, perciò, svolgo il mio

servizio anche nel loro reparto. Queste

sono persone che hanno commesso reati

particolari, però cerco di lavorarci con

deontologia e zelo, perché essere inseriti

in questo progetto, è stata una loro scelta;

questo, significa che hanno riconosciuto

il reato, perciò sono persone bisognose

di essere aiutati, e, vanno aiutati affinché

Per migliorare la conoscenza di coloro che lavorano in questo istituto, carteBollate

ha svolto un’inchiesta fra gli agenti di Polizia penitenziaria di Bollate.

L’abbiamo fatto perché vogliamo capire quali sono i loro problemi, vogliamo

fare conoscere a tutti i lettori il pensiero di alcuni di loro. Abbiamo parlato del

perché della loro scelta di lavoro, sugli orari del servizio, sulla lontananza dalla

loro terra d’origine, sulle difficoltà economiche che incontrano, sulla carenza

degli alloggi. E, tutti, ci hanno fatto conoscere il loro pensiero sui Sex offender

e su questo istituto.

La redazione di carteBollate ringrazia il corpo di Polizia penitenziaria e chi

ci ha agevolato per portare a termine questa inchiesta. Un primo passo per un

rapporto nuovo che vogliamo instaurare con gli agenti che fanno parte di questa

comunità, una comunità che noi vogliamo raccontare.

possano essere recuperati.

Il rapporto con le persone detenute

al reparto Staccata è ottimo. Noi ci

limitiamo a mettere in atto quanto recita

l'Ordinamento penitenziario. Questo ci

permette di svolgere il nostro lavoro in

perfetta armonia nel rispetto dei ruoli.

Reparto Conti Correnti

Agente scelto Sebastiano Ponzio

Sono arrivato alla scelta di questo lavoro

vincendo un concorso pubblico, dopo

averne fatti tanti.

Lo Stato sancisce la pena a chi viola

la legge. Il compito della Polizia penitenziaria,

è quello di rappresentare lo Stato,

garantendo la sicurezza della persona e

la corretta applicazione dell'Ordinamento

penitenziario.

Nel rapporto con il detenuto, può

accadere d'instaurare un rapporto di amicizia

nel rispetto dei ruoli.

Sono a Milano da nove anni. Milano è

una grande metropoli, capitale industriale

economica, con un alto tenore di vita,

una città molto cara. L'arrivo dell'euro, ha

peggiorato la situazione economica, quindi

con fatica si raggiunge la fine del mese.

Questo lavoro, impone la lontananza dalla

famiglia, visto che circa il 95% proviene

dal centro o Sud Italia. Noi viviamo in

una grande caserma abitativa, moderna ed

accogliente. Però, il problema degli alloggi

carteBollate 17

esiste. Penso che

l'amministrazione

penitenziaria,

in concerto con

gli Enti locali, si

dovrebbe preoccupare

di realizzare

nuovi alloggi per

la Polizia penitenziaria,

evitando la

creazione di cooperative

che non

reputo affidabili.

Nel nostro

istituto funziona con efficienza l'ufficio

programmazione e servizi. A volte per

mancanza di personale, si eccede negli

straordinari e raramente in doppi turni.

Riguardo i Sex offender, la mia impressione

è molto positiva.

La II Casa di reclusione di Milano-

Bollate, funziona meglio di altri Istituti.

Le persone detenute, possiamo dire

che sono privilegiate, perciò l'ambiente è

adatto a portare a termine con successo il

progetto.

Il rapporto tra agente e detenuto, non

è sempre facile. Rispetto al passato, il

detenuto è cambiato, perciò bisogna dare

l'opportunità, finalizzata al reinserimento

sociale. Sono convinto che l'istituto di


Bollate può essere di esempio ad altri istituti

sparsi nel nostro bel Paese.

Reparto Infermeria

Agente Martino Boccardi

Terminati gli studi di maturità, ho

cominciato a svolgere diverse attività lavorative

senza ottenere risultati soddisfacenti,

fino a quando sono partito per il servizio

di leva, allora obbligatorio. L’ho svolto in

questo corpo, maturando interessi nell'ambito

lavorativo professionale.

Nonostante la lontananza dalla mia

città di origine, i rapporti con la famiglia

sono rimasti solidi e quelli con gli amici,

si sono rafforzati.

Pur vivendo in una città come Milano,

il problema economico, è attenuato dal

fatto che abbiamo a disposizione alloggi

che l'amministrazione fornisce.

Nel reparto infermeria, dove sono assegnato,

esiste un problema di orario. Il

personale è carente, perciò siamo costretti

a raddoppiare i turni - notturni - a prestare

ore straordinarie ogni giorno, senza

potersi concedere riposi per non creare

disservizio.

Il rapporto con i detenuti è discreto,

a volte difficile. Il reparto infermeria è

diverso dagli altri. Il nostro rapporto,

avviene con le persone detenute bisognose

di cure mediche, perciò le loro condizioni

necessitano attenzione e pazienza. Posso

dire che quasi sempre riusciamo a risolvere

qualsiasi tipo di problema.

È un buon progetto, quello che riguarda

il recupero dei detenuti Sex offender.

Questi, soffrono di gravi manìe ossessive,

quindi hanno bisogno di essere seguiti con

attenzione professionale da parte di un

équipe specializzata che permetta il loro

reinserimento.

Sono convinto che vanno aiutati a non

farli ricadere, una volta espletata la pena,

nello stesso reato. Dando il nostro contributo,

diamo un servizio alla società.

Concludo dicendo che a mio parere

questo istituto è abbastanza "avanzato"

per permettere l'inserimento di chi ha

sbagliato nei confronti della società. Sono

convinto che l'esperienza e la professionalità

della direzione e del personale della

Polizia penitenziaria, porterà ad aumentare

la percentuale delle persone detenute

recuperate.

Penso che attualmente questo istituto

sia in fase di evoluzione e di continua

crescita.

Reparto Conti Correnti

Capo reparto Domenico Di Feo

Ho 43 anni e da 21 sono nel corpo

della Polizia penitenziaria. Pugliese di origine,

ho fatto domanda per entrare nella

Polizia penitenziaria, domanda accettata

un anno dopo. Allora portavamo le stellette

in quanto militari.

La situazione economica in cui verso,

non è delle migliori di conseguenza al mio

nucleo familiare, formato da mia moglie e

tre figli che frequentano le scuole superiori.

Essendo l'unico a tirare avanti la baracca,

si possono immaginare quali sacrifici

devo fare per far studiare i miei figli e

raggiungere dignitosamente la fine del

mese. Aggiungo che l'ufficio in cui lavoro,

non sono consentite ore straordinarie che,

sinceramente, a me farebbero comodo.

Inoltre, l'entrata dell'euro ha peggiorato

la situazione. Per fortuna non pago affitto,

giacché vivo in alloggio di mia proprietà

pagando un mutuo.

Il progetto che riguarda il recupero dei

Sex offender, ha portato molta attenzione,

tra di noi, spesso se ne parla. Personalmente

non ho mai giudicato una persona

carteBollate 18

detenuta per i reati commessi. Questi

hanno commesso reati particolari, perciò,

il progetto per il recupero, attraverso il

passaggio nei reparti comuni è ambizioso.

Questo lo indica il fatto che in Italia,

si sta sperimentando per la prima volta a

Bollate. Comunque, il nostro compito è

quello di vigilare ed assecondare la riuscita

di questo progetto innovativo.

Con il detenuto, nel rispetto dei ruoli,

è indispensabile dare la dovuta considerazione

che va data ad una persona umana.

Il nostro ufficio, offre un servizio a tutta la

popolazione carceraria di Bollate. Il nostro

compito, lo svolgiamo con attenzione e

premura, anche se qualche disguido può

avvenire come in tutte le cose.

Reparto Quarto

Ispettore Nicola Grieco

La mia partecipazione al concorso, nel

corpo della polizia penitenziaria, avvenne

per caso, quando ancora dovevo conseguire

la laurea. In quel tempo avevo un vaga idea

di cosa fosse e come funzionasse il carcere.

In seguito ho conseguito la laurea in giurisprudenza,

svolgendo una tesi in diritto

del lavoro e specificatamente sul lavoro

penitenziario.

Ho 28 anni, ho acquistato con mutuo

una casa, superando difficoltà economiche,

limitando le spese al necessario, poiché

Milano è una città dove il caro vita si fa

sentire, più che in altre città. Quindi è

necessario adeguare il proprio livello di vita

allo stipendio che reputo ottimo, rispetto

al settore privato. In una città quale

Milano posso dire di cavarmela in quanto

singly, mentre la situazione economica si

complicherebbe, se dovessi mantenere una

famiglia. Sono di origine pugliese, perciò

come la maggior parte di chi ha fatto questa

scelta lavorativa, sono costretto a vivere

lontano dai miei genitori che vedo ogni tre

mesi. Naturalmente se dovessi sposarmi e

formare un mia famiglia, il problema non

si porrebbe, poiché ho deciso nel limite del

possibile di vivere il mio futuro a Milano,

avendo acquistato un appartamento. Sappiamo

che a Milano come in ogni grande

area urbana, esiste il problema degli alloggi.

A Bollate, diversamente da altri istituti

penitenziari, c’è una caserma nuova che

permette al personale di rimanere alloggiato

per lunghi periodi. Inoltre ci sono degli

alloggi demaniali adiacenti all’istituto, che

vengono assegnati in base ad una graduatoria.

Esiste anche una graduatoria stilata

dalla Prefettura su base provinciale, per


l’attribuzione di alloggi a cui concorrono

tutte le forze dell’ordine . Inoltre sono a

conoscenza di proposte avanzate da alcuni

sindacalisti, per costituire una cooperativa

edilizia. Possiamo dire in linea generale che

il problema degli alloggi, è attenuato.

Anche da noi esiste la carenza di personale,

perciò si è obbligati ad ore straordinarie

e doppi turni che devono essere visti

come un fatto eccezionale e seriamente

motivato.

Il progetto sex offender, ci porta un

esperienza importante e innovativa. Noi

operatori, per dovere professionale dobbiamo

guardare senza pregiudizi a tale tipologia

di detenuti. Avendo riguardo, non

lavoro. In questo istituto, il rapporto tra

agente e detenuto è complesso. Questo

deve essere graduato in relazione al tipo

di reparto, dove un agente può essere più

indicato di un altro. Da noi è importante

l’elemento dell’osservazione e della prevenzione.

Sarebbe opportuno lo svolgimento

di corsi specifici per rendere gli agenti

consapevoli delle finalità e dei metodi da

usare durante lo svolgimento del proprio

lavoro. Fa da sfondo a ciò, la necessità di

garantire la sicurezza ed essere dotati di

efficaci strumenti per prevenire e reprimere

le condotte illecite.

Sono convinto che l’istituto stia diventando

sempre più un esperimento di custodia

attenuata. Questo è positivo, però

va perseguito attuando sempre le dovute

misure di sicurezza, valutando sempre in

maniera obbiettiva i traguardi da perseguire,

nonché avere a disposizione un organico

di polizia adeguato nel numero e nella

sostanza. Questo non sempre è stato fatto.

provvedere all'acquisto di una casa, allora

il problema economico si farà sentire.

Attualmente sono libera, perciò mi adatto

alla situazione. Sono a conoscenza del progetto

Sex offender.

Come donna mi sento interiormente

toccata da questo tipo di reato che non

può lasciarmi indifferente.

Aggiungo che non è mia abitudine

giudicare i detenuti per i reati commessi,

anche se questi non sono tutti uguali;

ognuno di loro è una persona diversa con

la propria personalità ed è questa la cosa

che va considerata: la personalità.

Sappiamo che a Bollate si sta sperimentando

per la prima volta un progetto che

alla natura del reato, ma alle loro carenze.

Perciò il trattamento a questi detenuti è

tracciato da una equipe specializzato.

Più complessa diventa la loro collocazione

nei reparti comuni, di conseguenza

alla cultura carceraria, portata a rifiutare

tali persone. Questa cultura vigente, noi

operatori non possiamo accettarla, poiché

significherebbe la sconfitta del nostro

Movimento Contabile

Agente scelto Germana Ferilli

Ho 32 anni, sono nubile e vivo in

caserma. Mi sono sentita attratta da un

mondo tutto nuovo e tutto da scoprire, per

questo ho scelto questo lavoro. Aggiungo

che di concorsi per trovare un impiego ne

avevo fatti diversi.

A Milano le mie entrate economiche

mi permettono di vivere senza particolari

problemi.

Posso permettermi di frequentare una

palestra ed andare al ristorante o al teatro

quando lo desidero. Vivo a Milano da

quattro anni e mezzo, penso spesso al

mio futuro, quando avrò la possibilità di

formarmi una famiglia e di conseguenza

QUALIFICA

STIPENDIO

AGENTE 1.201,86

AGENTE SCELTO 1.255,84

ASSISTENTE 1.316,85

ASSISTENTE CAPO 1.383,61

VICE SOVRINTENDENTE 1.435,01

SOVRINTENDENTE 1.472,43

SOVRINTENDENTE CAPO 1.585,32

VICE ISPETTORE 1.527,42

ISPETTORE 1.571,04

ISPETTORE CAPO 1.621,63

ISPETTORE SUPERIORE 1.689,00

Le cifre s’intendono nette senza scatti, straordinari e altri emolumenti.

dovrebbe portare al recupero sociale chi ha

commessa crimini sessuali.

Vedremo cosa accadrà quando sarà

deciso il loro trasferimento nei reparti

comuni e quale sarà il rapporto tra detenuti

in generale. Questo sarà importante

per appurare il successo o il fallimento del

progetto.

Mi auguro un risultato positivo, affinché

il loro reinserimento sociale non provochi

traumi umani.

Questo istituto ha una popolazione

carceraria diversificata, nel senso che ospita

detenuti che devono scontare 6 mesi

e quelli che devono scontare 20 anni. A

questo aggiungiamo che la maggioranza è

extracomunitaria con una notevole presenza

di tossicodipendenti e alcolisti e ultimamente

si sono aggiunti i Sex offender.

È considerevole come la direzione riesca

a gestire di una popolazione così eterogenea.

testimonianze raccolte da

Mario Curtone

Francesco Ironico

carteBollate 19


Claudio

Per quanto concerne la prima

domanda, io sento di non aver commesso

nessun reato perché praticamente

le banche hanno fatto fallire

la mia azienda e di conseguenza non

credo di avere particolari colpe.

Per quanto riguarda gli altri miei

colleghi carcerati, non sono in grado

di giudicarli e non li giudicherò mai.

Come non li giudicavo quando

ero fuori, non li giudico adesso che

sono dentro; bisogna avere la testa

per pensare a se stessi.

Ma se parliamo dei Sex offender,

diciamo che questo reato è una cosa

talmente meschina che non ci sono

parole per definirlo.

Queste persone hanno diritto di

vivere anche loro, di venire in Chiesa

- che è la casa di tutti - però, se li

mettono nei reparti comuni, non so

fino a che punto sono favorevole sia

per loro che per chi deve sopportarli.

Franco

Penso che giudicare…

no assolutamente come non

va bene uniformare tutti i

reati; è un' ingiustizia anche

questa.

Ci sono persone che

hanno commesso reati

molto lievi e, a parer mio,

sono comunque diverse. Il

mio pensiero riguardo ai Sex

offender, quando ero ancora

fuori, era più severo. In

carcere sono cambiato; nel

vedere "l'animale in cattività"

mi sono ammorbidito.

Se da fuori avrei detto

sicuramente "sono da punire

severamente"; adesso

da qui, a vederli in questa

situazione, sono diventato

più riflessivo. Se poi venissi

toccato personalmente io

o la mia famiglia… sarebbe

tutto diverso. Penso che

il programma che stanno

seguendo sia una cosa interessante

e comunque un

Forum in redazione sui Sex offender

PARLIAMONE, DUNQUE

tentativo valido di reinserimento e

l'équipe è molto preparata anche se

non assicura la riuscita.

Per concludere, devo aggiungere

che qui dentro c'è comunque una

cultura del branco e delle bande,

quindi non c'è una libertà vera di

pensiero su queste persone perché

c'è una grossa pressione da parte di

tutti.

Francesco

Io non vorrei giudicarli, però non

mi va di essere obbligato a stare con

loro. In verità non li posso vedere

specialmente quelli che hanno violentato

i bambini.

Ma scherziamo Un bambino non

si può difendere

Carla Chiappini: va bene ma

c'è chi pensa che anche vendere la

droga a un bambino è un reato molto

grave

Francesco: la droga ai bambini…

però non è la stessa cosa; io con la

droga mica gioco, mica ti obbligo,

vieni tu e compri, mica te la devi

prende per forza, io non vado ad

obbligare un bambino.

Mario

Il reato in se stesso è difficile da

accettare, Come non è accettabile

il reato commesso da chi scippa un

anziano che ha appena ritirato la pensione;

secondo la mia opinione sono

reati molto gravi che vanno giudicati

in ugual misura. Rifacendomi a ciò

che ha detto Francesco; il ragazzino

è indifeso davanti ad un adulto, ma

anche la vecchietta si trova in una

posizione di inferiorità verso chi la

sta rapinando, persone che hanno

commesso questa tipologia di reato

ne abbiamo molti nelle sezioni e vengono

accettati.

Forse perché non sono stato toccato

personalmente, ma contro i Sex

offender non ho nessun risentimento,

li ritengo detenuti come altri,

molto ammalati, che hanno bisogno

di terapie particolari, io non sono uno

Il carcere sembra respingere qualsiasi respiro di libertà.

E persino l'espressione autentica di idee e opinioni risulta frenata e trattenuta

entro regole non scritte ma comunque presenti e ben radicate nell'ambiente e

nelle persone.

Nella redazione di carteBollate, poi, si è osato non poco il giorno in cui il

direttore Adriano Todaro ha proposto un libero confronto sui cosiddetti "Sex

offenders" ovvero persone condannate per reati sessuali. Chiunque abbia avuto

a che fare, in modo non superficiale, con qualsiasi istituto penale, sa molto bene

che ovunque nel nostro Paese questa tipologia di detenuti viene "protetta" dagli

altri e chiusa in apposite sezioni per evitare che subisca discriminazioni o addirittura

atti di violenza.

Ora nella Casa di reclusione di Milano-Bollate si sta sperimentando un progetto

che prevede il graduale inserimento di circa una ventina di "Sex offenders"

nelle sezioni comuni così come già spiegato in modo esauriente nello scorso

numero del giornale.

Dobbiamo francamente ammettere che il primo tentativo di discussione era

andato piuttosto male e il dibattito aveva faticato parecchio a decollare.

La seconda volta ci siamo mossi entro i confini precisi di due domande fisse,

cioè identiche per tutti:

A tuo avviso può una persona che si è macchiata di un reato erigersi a

giudice di altri condannati

Quando eri un uomo libero cosa pensavi di queste persone Quali sentimenti

avevi nei loro confronti

carteBollate 20


psicologo per giudicare se l’impatto

con altri detenuti, diciamo normali,

possa giovare al loro reinserimento,

mi riservo comunque dei dubbi.

Anch’io ho una cultura che mi

impone di tenere le distanze, ma

riflettendoci penso che se nella cella

di fianco vive uno di loro non mi

interessa.

Comunque vige un mentalità

carceraria piena di contraddizioni:

abbiamo il vicino di branda oppure

di cella che è un delatore “solo per

un suo vantaggio va ha raccontare

cose non vere”, e tutti pur sapendolo

non dicono niente. Tuttora molti

esponenti della malavita obbligano le

loro donne e non solo, a prostituirsi.

“Cosa nostra” che sono italiani emigrati

in America, hanno costruito le

loro fortune sulla prostituzione, di

loro tutti parlano con rispetto e ora ci

scandalizziamo per uno stupratore.

Carla: una cosa che non hai detto,

è se tu ti senti di dover esprimere dei

giudizi rispetto alla vita degli altri.

Mario: assolutamente no! Non

esprimo giudizi perché anch’io ho

commesso reati, di un’altra indole,

però siamo tutti qui per scontare una

pena senza rendercela più difficile.

Roberto

Io torno a ripetere quello che ho

detto l'altro giorno; cioè che questi

cristiani qua li manderei all'ospedale.

Questo non è il posto per curarli

e noi qui non possiamo essere di nessun

aiuto per loro.

Sono convinto che ritorneranno

fuori e ricommetteranno lo stesso

reato, sicuramente.

Così come la maggior parte dei

magistrati ha paura che anche ognuno

di noi se si trova fuori, "in mezzo

una strada" vada a reiterare il reato.

D'altro canto, se io sono fuori,

sono in difficoltà e non ho niente da

mangiare, che cosa devo fare

L'opportunità non mi è stata data,

cosa posso fare Faccio morire i miei

figli di fame No!, io vado a commettere

lo stesso tipo di reato di prima.

Così questi che hanno un altro

tipo di reato nella testa vanno a commettere

lo stesso tipo di reato perché

sono malati e questa malattia non

gli passa; forse siamo un po' malati

anche noi…

Se io non sono ammalato, vado

in chiesa, vado a chiedere l'elemosina,

ma il reato non lo faccio; invece

anch’io ho qualcosa che non va perché

non voglio chiedere mai niente a

nessuno.

Così la ragiono io…

Carla: tu, comunque, da solo con

te stesso, pensi di poter esprimere un

giudizio su queste persone

Roberto: ma io li giudico relativamente

così come giudico me stesso;

se ho commesso il mio reato dentro

di me c'è qualcosa che non va e so

che dentro di loro c'è un'altra cosa

che non va, e non si può aggiustare;

non esiste che vengano messi in una

sezione comune, questi la malattia ce

l'hanno nel Dna.

Libero

Io penso che la maggioranza dei

reati è commessa per tornaconto e

per denaro, mentre, nel caso dei

Sex offender, è la natura che non è

stata generosa con loro; bisogna aver

pazienza e far in modo che questa

malattia si evolva.

Da soli non hanno la possibilità

di uscirne. Io penso che sono stati

sfortunati; avrei potuto avere anch'io

questa predisposizione, ringrazio Dio

che non ce l'ho.

Ho un bambino ancora piccolo

e questa è una malattia odiosa però

qualcuno se ne deve occupare; poi

noi stessi che speriamo nei condoni,

che vogliamo ritornare nella società,

dobbiamo renderci conto che hanno

già ricevuto un giudizio e dobbiamo

rispettarlo.

Se li giudichiamo ancora vuol dire

che prevarichiamo le istituzioni che

noi stessi come cittadini abbiamo

delegato a giudicare. Ho sempre pensato

così anche prima di entrare qua

dentro.

Antonio

Per quanto riguarda la prima

domanda, io non ho mai giudicato

nessuno neanche prima di entrare

in carcere perché fa parte della mia

educazione; i miei genitori mi hanno

insegnato che prima devo imparare a

giudicare me stesso e dopo a giudicare

gli altri ed è già una cosa difficile

giudicare se stessi!

Per quanto riguarda il fatto che

carteBollate 21

loro, i Sex offender siano inseriti tra

noi, dico che questo è un tipo di

reato duro da digerire così come ce

ne sono tanti altri, ma è un reato che

anche fuori mi faceva schifo.

Però noi dobbiamo considerare

anche una cosa; viviamo in un luogo

dove non abbiamo la facoltà del libero

arbitrio e questo vuol dire che non

possiamo decidere quello che possiamo

fare e quello che non vogliamo

fare, quello che dobbiamo accettare e

quello che non dobbiamo accettare e

questa è la nostra pena.

Se mettono in reparto uno di loro,

certamente non andrò a trovarlo in

cella e certamente non gli rivolgerò

la parola, però non è che posso fare

più di tanto.

Certo non mi piace l'idea di averlo

vicino, perché è un tipo di reato che

oltretutto non riesco proprio a capire.

Qui non chiedo mai a nessuno che

cosa ha fatto perché non mi interessa

saperlo; io ti giudico solo da come

tu ti comporti con me, e tu mi devi

giudicare da come io mi comporto

nei tuoi confronti.

Così facevo anche fuori. È chiaro

che, quando ero libero, se avessi

saputo di uno che ha violentato o

scippato una vecchietta, avrei preferito

stargli lontano ma qui non ho

questa facoltà.

Andreas

Secondo me non si dovrebbero

mai giudicare le persone e, anche

se non è sempre facile, provo a non

farlo. Ognuno ha il diritto di sbagliare

e merita una chance per riabilitarsi.

In questo specifico discorso entra

per me un ragionamento abbastanza

facile.

Alla fine usciamo tutti e io preferisco

se le nostre mogli e figli incontreranno

uno che ha fatto il percorso

qui da noi piuttosto di uno che non

l'ha fatto, vedendo che pone meno

rischi di commettere lo stesso reato

un'altra volta.

Pensavo così già prima del mio

arresto e non intendo cambiare opinione

solo perché sono in galera.

Direi quasi che la mia detenzione

ha ancora rinforzato questa opinione.

dibattito coordinato da

Carla Chiappini


IMMIGRAZIONE

I VIAGGI DELLA SPERANZA

DEI CITTADINI DI SERIE B

Cherkaoui Redouane ci spiega

come funzionano e quanto costano

Il carcere è quanto di più brutto possa

capitare. Uccide il valore più grande

della vita, la libertà. Anche la cosa più

brutta può farti capire cose che non avresti

mai capito.

Vivere in spazi ristretti, ti obbliga a

conoscere persone che col passare delle

ore, dei giorni, dei mesi e degli anni,

riesci a comprendere il valore umano di

queste persone accomunati.

In una intervista fatta alla direttrice

Lucia Castellano, a proposito dei detenuti

stranieri, la stessa denunciava che i

detenuti clandestini erano “cittadini di

serie B”.

E così continuava: “A me piacerebbe

imparare le loro tradizioni, la loro cultura”.

Queste parole avevano risvegliato in

me la voglia di conoscere maggiormente

le esperienze fatte da queste persone,

conoscere i motivi, le difficoltà incontrati

nel cercare di approdare in Italia alla

ricerca di un domani migliore.

Il carcere mi ha fatto convivere con il

dottor Cherkaoui Redouane, marocchino,

detenuto del terzo reparto, il quale

si adopera come volontario allo Sportello

giuridico per aiutare la comunità detenuta

straniera che non ha possibilità di

difendersi giuridicamente.

La redazione di carteBollate, è situata a

fianco allo Sportello giuridico, perciò mi

capita di parlare spesso con Redouane dei

cittadini di seri "B", alla quale, oltre agli

immigrati clandestini, appartiene tutta la

popolazione carceraria mondiale, senza

distinzione di razza, di pelle o di religione.

Approfittando di questa conoscenza,

chiedo a Redouane di descrivermi un

“viaggio”.

“Penso di conoscere il fenomeno

dell'immigrazione clandestina - dice

Redouane - e spiegherò ai lettori di carteBollate

come, quando, e perché avviene.

“Una delle ragione che spiega bene la

riproduzione dell'immigrazione irregolare

è la conseguente difficoltà ed impossibilità

dei governi nordafricani nell'impedirla.

“Essa è diventata il prodotto di una

vera e propria mobilitazione sociale.

Come vedremo in seguito, si tratta di

una valvola di sfogo rispetto a ogni forma

di frustrazione, di insoddisfazione e di

rivolta provocate da situazioni di degrado

assai gravi, vissute come insopportabili.

I cittadini appartenenti ai tre Paesi del

Magreb, (Marocco, Tunisia e l'Algeria)

hanno la stessa cultura, le stesse usanze

ed i medesimi costumi, praticamente il

problema dell'immigrazione è simile per

i tre Stati citati.

“Questi, preferiscono questa ‘valvola

di sfogo’ al rischio di rivolte o a quello

della propagazione del fondamentalismo

religioso.

“Così si capisce la crescita poco contrastata

del business sull'immigrazione

clandestina. Il fenomeno riguarda tutti i

Paesi d'emigrazione.

“Ci troviamo di fronte a un vero

e proprio investimento finanziario da

parte delle famiglie e della parentela, a

cui si aggiunge una solidarietà diffusa

e socialmente approvata. Il costo delle

partenze regolari non è inferiore a quello

dell'immigrazione clandestina, anzi

spesso presuppone una spesa più alta

poiché include un forfait per i primi mesi

d'emigrazione.

“Per un clandestino che dal Marocco

deve raggiungere Milano, il viaggio costa

circa 3.000 euro, pressappoco quanto

guadagna in un anno”.

Redouane racconta che esistono altre

forme per raggiungere l’Italia ad esempio

il “matrimonio bianco” che ha un costo

fra i 6 e gli 8 mila euro. Ma in cosa

consiste

“È il classico matrimonio per procura.

Un cittadino del Magreb già residente

in Italia, riesce a trovare persone consenzienti

al cosiddetto matrimonio per

procura.

“Questo sistema è molto richiesto da

chi vuole ottenere la cittadinanza italiana

senza correre i pericoli che comporta

l'immigrazione clandestina. Il problema

è avere la disponibilità finanziaria”.

Redouane continua a raccontare il

viaggio, addentrandosi nei particolari.

“Come dimostrano i fatti, nella maggior

parte dei casi, i tentativi d'emigrazione

clandestina falliscono; perciò il prezzo

per la traversata è rateizzato in due o tre

rate.

“L'ultima rata, può variare in base alla

stagione e alle ‘fluttuazioni’ del mercato.

Tutte le notizie concordano sul fatto che

in questi ultimi anni si e verificato un

continuo aumento del costo dei ‘passaggi’

a causa dell'effetto perverso, tipico di

ogni proibizione.

Tuttavia si riproduce sempre; o stretta

repressiva o allentamento delle maglie.

“Questo paradosso va considerato un

composto del governo e opinione pubblica,

interessato al business della ‘guerra alle

migrazioni’, è, a volte per fare carriera,

oppure per fare lievitare le spese militari e

dalle polizie pubbliche e private. Inoltre,

incontriamo l'interesse degli imprenditori

italiani delle economie sommerse,

bisognosi di manodopera clandestina.

In Italia un lavoratore extracomunitario

oltre a prestarsi ai lavori umili, diventa un

affare in termini economici per il datore

di lavoro.

“L'oscillazione fra stretta repressiva e

allentamento delle maglie è dovuta alle

negoziazioni con i Paesi di immigrazione,

alla congiuntura socio-politica interna e

alla discrezionalità delle polizie. La morsa

si allenta quando i poliziotti devono arrotondare

il loro magro stipendio, oppure

quando lo sfogo migratorio allontana il

rischio di rivolte o di esplosioni fondamentalisti,

ed infine quando si cerca di

alzare il prezzo degli accordi con i Paesi

ricchi che vogliono trasformare i ‘Paesi

terzi’ in una sorta di subappaltatori del

lavoro delle polizie dei Paesi ricchi.

“Harraga - in arabo bruciare - così

sono chiamati quelli che ‘bruciano’ la

frontiera clandestinamente e, a volte,

anche i documenti d'identità quando

arriva la polizia, facendo in questo modo

sparire tracce di provenienza ufficiale,

evitando il rimpatrio.

La polizia sfrutta il business dell'immigrazione

clandestina ‘allentando o strin-

carteBollate 22


gendo le maglie. Reprimono per fare

vedere che stanno svolgendo il loro lavoro

soprattutto quando il governo, a sua

volta, deve dimostrare la propria affidabilità

nel contenimento dell'emigrazione,

ai Paesi europei con cui ha sottoscritto

accordi in proposito.

“La lancia, è il barcone da pesca che

può trasportare fino a trentacinque persone.

La traversata costa 1. 000 euro a testa

per un totale di 30/35 mila euro a viaggio.

I responsabili del commercio umano

clandestino si chiamano passeurs. Questi

stipulano regolari contratti stagionali per

la pesca, affittando le imbarcazioni dai

proprietari. In seguito il passeur cerca un

pilota capace e viene concordato il prezzo

del trasporto.

“Quando la barca è sequestrata o

va persa, il passeur, come da contratto,

la ripaga al proprietario. Il passeur non

viaggia mai. Per cercare ‘un passaggio’ su

una barca è sufficiente andare in uno dei

caffè conosciuti; dove c'è qualcuno pronto

a procurare un posto per partire. Le

voci circolano, i reclutatori sono spesso

persone a cui viene assicurato il viaggio

gratuito se trovano cinque o sei che pagano

il passeur.

“Al caffè si prendono gli accordi e si

paga una parte in anticipo; questo vale

come prenotazione del posto sulla barca.

I candidati alla partenza si fanno vedere

spesso per avere informazione sul giorno

della partenza.

Fissato il giorno e l'ora, al luogo

stabilito si deve arrivare con la massima

discrezione; tutto è avvolto nelle tenebre

dell'attività illecita che è pericolosa per

tutti. Per raggiungere la destinazione,

si marcia per molti chilometri (15-20),

cambiando spesso direzione; chi chiede

informazioni lo fa con gesti senza mai

rivolgere la parola a chi lo guida.

“Al tramonto, finalmente, si raggiunge

la spiaggia e si aspetta che arrivi la

barca che deve fare dei segnali luminosi.

In quel momento si paga il resto”.

Paura di morire in mare

“Sì, certo. Ma la paura si supera una

volta che sei in barca. Per fare il ‘viaggio’

si lavora anche un anno o due, perciò non

possiamo permetterci di farci fermare

dalla paura. Chi non ha un amico all'ambasciata,

non può permettersi un visto,

quindi rimane il mare come l'unica via.

“A questo punto, cosa vuoi che c'importi

della paura”.

Francesco Ironico

VOLONTARIATO IN CARCERE / Il coro

CON CHITARRA E VOCE,

MA SOPRATTUTTO

CON UN SORRISO

coniugi Raffaella e Mario Granata sono

I due volontari che il sabato danno lezione

di canto a circa venti detenuti che

formano il coro della Casa di reclusione

di Bollate.

Li abbiamo visti esibirsi in occasione

della messa celebrata a Pasqua dal cardinale

Dionigi Tettamanzi.

Mario alla chitarra e Raffaella a dirigere

i canti, sono presenti, ogni domenica,

alla messa che si celebra nei cinque reparti

dell’istituto.

Mario era tecnico sistemista,

mentre Raffaella

insegnava alle scuole elementari.

Oggi sono pensionati.

Hanno due figlie,

di 23 e 27 anni, quest’ultima

sposata.

Come sono arrivati a

fare volontariato in carcere

Lo spiegano loro stessi

attraverso le parole di Raffaella.

“Da tempo conosciamo

don Antonio Sfondrini,

cappellano del carcere

e, si può dire, da sempre

collaboriamo attivamente in

parrocchia, soprattutto con i

ragazzi dell’oratorio attraverso

attività come giochi,

teatro e canto. L’anno scorso

abbiamo incontrato, per caso, don Antonio,

dopo tanto tempo. . ., ma sarà stato davvero

un caso

“Abbiamo chiaccherato e don Antonio

ci ha parlato della sua esperienza nel carcere

di Bollate. Dopo qualche tempo ci ha telefonato

chiedendoci se eravamo disponibili a

formre un coro e animare le messe domenicali

con chitarra e canto.

“Un po’ titubanti abbiamo accettato;

per noi il carcere era un mondo sconosciuto,

tutto da scoprire, anche con qualche pregiudizio,

visto quello che si dice ‘fuori dalle

sbarre’, spesso a sproposito.

“Nell’ottore 2004 è iniziato il nostro

rapporto col carcere di Bollate, convinti in

ogni caso di fare un servizio utile e di poter

dare qualcosa.

“Siamo stati ben accolti da tutti i detenuti

incontrati ed abbiamo scoperto che

non sono poi così diversi da noi, soprattutto

abbiamo capito che sono persone, degne,

quindi, di tutta la nostra attenzione. La

cosa importante è che credevamo di dare

qualcosa, invece siamo stati noi a ricevere

tanto!

“Ormai si è instaurto un rapporto di

reciproca simpatia: non importa se a volta

Mario sbaglia un accordo e io “stecco”; l’importante

è questo momento vissuto insieme

che, pur nella sua religiosità, racchiude

molto di più. Il darsi la mano, sorridersi

a vicenda. salutarsi amichevolmente, ci fa

sentire uniti e più ricchi.

“Così, dalla consueta comunità parrocchiale,

ci siamo trovati a far parte di una

comunità forse alternativa, ma in ogni

modo fatta di persone vere, con problemi

più o meno grandi, con un passato che a

volta si vorrebbe dimenticare; ma tanti di

loro hanno dentro una gran forza che li fa

andare avanti, senza mai perdere la dignità

e la speranza”.

Francesco Merolle

carteBollate 23


Gennaro Sanarica, pena complessiva 20

anni, fine pena 2016, è riuscito a dicembre,

ad ottenere un permesso premio

di dodici ore ed è già rientrato felicissimo.

Il fatto di per sé fa pensare che ci sia

una reale svolta nella magistratura di sorveglianza

di Milano, che si sia aperta una

“breccia” nell’usuale e vituperata severità

con la quale sono vagliati i benefici che si

possono ottenere, quando siamo nei termini

di legge.

L’esempio sopra citato n’è la prova.

Il dottor Guido Brambilla, concedendo

questo permesso premio, manda un “messaggio”

benevolo, facendo ben sperare

alle moltitudini di detenuti nell’attesa di

risposte, che vi è un reale impegno nelle

“concessioni” di benefici, senza troppe illusioni,

ma in ogni caso questi fatti sono

un inizio.

La cosa positiva di questa faccenda è

che il dottor Brambilla ha avuto modo di

conoscere il Sanarica, in uno spettacolo

teatrale, qui a Bollate, nel teatro del carcere

e di scambiarsi, a fine spettacolo, qualche

parola. Gennaro Sanarica ha poi incontrato

di nuovo il magistrato in occasione del

servizio catering, dove svolge mansioni di

cuoco, scambiandosi nuovamente alcuni

commenti. Ecco, io voglio credere che

questa sia la vera svolta nella magistratura.

Voglio credere ad un rapporto umano che

infranga le barriere cartacee fredde e sterili

delle quali si servono i magistrati per valutarci.

Più volte ho modo di parlare con i

detenuti che richiedono benefici, di persona.

In questo modo nel magistrato si forma

un’opinione più consona, più precisa

del detenuto, con contorni psicologici più

reali. Si crea, così, una reazione empatica

che permette di fare una giusta valutazione

da parte del titubante magistrato. Certo,

questo nei casi, diciamo così, dove vi sono

più perplessità, negli altri dove la chiarezza

è estrema, non ve n’è bisogno.

Il rapporto umano e la parola, oltre ovviamente

alle varie relazioni, è il metodo di

SPIGOLATURE CARCERARIE

di Franco Palazzesi

C’È UNA SVOLTA ALLA

MAGISTRATURA

DI SORVEGLIANZA DI MILANO

giusta valutazione, perché dietro un diniego

di una qualunque richiesta di beneficio

ci sono risvolti umani talvolta drammatici.

Avere la possibilità di esternare il proprio

essere, la propria situazione, i progetti di

vita futura direttamente e guardando negli

occhi chi ha il potere di dire l’ultima parola

su cose così importanti, credo sia doveroso,

un atto di civiltà e d’umanità che il dottor

Brambilla al quale va tutto il nostro riconoscimento

e la nostra simpatia, ha capito.

Resta solo da augurarci che anche gli altri

magistrati di sorveglianza si allineino con

questi parametri seguendo l’esempio del

loro collega. Inoltre, la direzione di questo

carcere, così attenta alle nostre problematiche,

dovrebbe “cavalcare” questa tigre

incoraggiando e promuovendo i rapporti

umani dei detenuti con la magistratura

di sorveglianza, segnalando alla stessa chi

è vicino ai termini per ottenere i benefici,

organizzando colloqui individuali.

Vecchia staccata

“For ever”

Abbiamo preso un “cicchetto”. A darcelo

è stata la direttrice, Lucia Castellano,

nel suo periodico incontro che ha con noi.

La direttrice rimpiange il gruppo di detenuti

che c’era prima alla Staccata, a suo

parere, un gruppo combattivo, attivo, che

ha fatto moltissimo per questo reparto.

Nell’occasione ha anche citato i nomi di

quei “virtuosi” che sono usciti liberanti o

in articolo 21.

La frase, però, più simpatica e colorita

che ha detto, è stata che quel gruppo ha fatto

trovare a noi, attuali abitanti, la “mangiatoia

bassa”, vale a dire che il rimpianto

gruppo ha fatto tutto ciò che c’era da fare

in Staccata. Adesso noi troviamo la “pappa

pronta” e senza quei “cervelli”, alla Staccata,

c’è calma piatta, scarsa o nulla attività.

carteBollate 24

Prendiamo atto del “cicchetto” e cercheremo

di attivarci perseguendo stimoli

creativi. Accettiamo la critica perché la riteniamo

costruttiva. Pur tuttavia, però, facciamo

presente alla direttrice che la Staccata,

in quel periodo, era “terra di conquista”,

non c’era niente, tutto era da fare e, quindi,

non c’era bisogno di fare grandi sforzi

mentali per decorare le “salette” dei piani o

altro, pur senza nulla togliere ai meriti dei

“vecchi”. Oggi la Staccata è molto diversa.

C’è poco margine operativo, perché tutto

funziona. Oggi c’è una realtà completamente

diversa e i vecchi progetti non sarebbero

più applicabili; ci sono persone con

altre qualità, con altre caratteristiche.

Nessuno o quasi sta con le mani in

mano. Sono state fatte molte cose interessanti,

dal rilancio della biblioteca alla decorazione

delle salette colloqui, dal progetto

per i “trompe-l’oeil”, al gruppo musicale,

alla redazione del giornale con l’attivazione

della segreteria ecc.

Ci sembra pure importante rilevare,

come si deve mantenere attivo e vitale ciò

che già esiste, prima di sperimentare nuovi

progetti.

Il motto che dice: “Squadra che vince

non si cambia”, ci sembra appropriato.

Non cerchiamo, a tutti i costi, il cavillo

dove comunque le cose funzionano.

I bravi ragazzi

della Staccata

In questo numero voglio segnalare l’amico

Giuseppe Preti, 48 anni, padre di una

bimba piccola di quattro anni che vive a

Brescia con la mamma ed aspetta che ritorni

il suo papà.

Egli è in espiazione di pena per reati di

bancarotta risalenti al 1992. Qualche altro

piccolo carico negli anni seguenti, sempre


per illeciti di natura finanziaria, alcune volte

assolto dagli addebiti dopo anche tredici

anni.

Nel 2001 diventa papà dopo 10 anni

d’attesa. Per stare vicino alla famiglia, lascia

il lavoro di rappresentante, ma diventano

definitive le condanne e va in affidamento.

Un’ulteriore condanna lo conduce ad

eccedere i tre anni ed è rinchiuso a Brescia

per alcuni mesi e poi a Bollate, inserito alla

Staccata.

Durante gli anni precedenti aveva sviluppato

il desiderio di imparare qualcosa

dagli avvocati che lo avevano seguito. Grazie

alla loro pazienza ed allo studio di codici

e norme, si è potuto, così, inserire allo

Sportello giuridico dove presta la sua opera

volontaria con grande passione.

Per lui tutte le persone sono uguali.

E’ sempre disponibile con tutti, affabile,

simpatico e, se qualche risultato pratico è

ottenuto, è grazie al lavoro che svolge allo

Sportello. Lavora anche all’ufficio-spesa

e anche lì ci mette sempre del suo per risolvere

le piccole contestazioni inerenti al

lavoro.

La calma, il saper parlare, il ragionamento,

sono però le sue doti principali,

qualità che pone al servizio di tutti con

soddisfazione.

Insomma, un altro bel personaggio libero

da condizionamenti e che contribuisce

non poco a mantenere la Staccata vivibile

ed attiva.

Scuola, primo

quadrimestre

Volendo tracciare un bilancio di

questo primo quadrimestre, possiamo

dire di essere soddisfatti.

Tutto funziona, il livello di preparazione

si è innalzato e vi è più attenzione

da parte degli studenti, è stato dato anche

un “contributo economico” a chi

ha frequentato la stessa l’anno scorso e

di questo siamo grati all’amministrazione

perché i sacrifici per poter andare a

scuola sono notevoli anche per noi studenti

che rinunciamo a lavori a tempo

pieno e a spazi personali per arricchire

la nostra preparazione culturale.

Ma la parte del “leone” la fanno i

professori. Sono veramente eccezionali

e si sono fatti voler bene da tutti gli

studenti. Una menzione a parte però

mi sento di farla per il professor Mitrano,

di economia perché ha partecipato

alla “marcia di Natale” a Roma a favore

dell’amnistia. Un esempio concreto di

come può cambiare il pensiero delle

persone sui carcerati dopo che ci hanno

conosciuto, vissuto con noi e capito

le vicissitudini delle nostre vite, la

nostra “normalità”, con la convinzione

che vi è, anche tramite la scuola, l’effettiva

possibilità di un reinserimento

nella vita lavorativa.

E’ stato chiesto alla direzione, da

parte del consiglio dei professori, di

poter partecipare con un parere, ai

provvedimenti disciplinari, trasferimenti,

cambi reparto, che possono

colpire gli studenti, così da dare anche

un significato alle “famose” schede di

valutazione che devono compilare ogni

quadrimestre, con il coinvolgimento

attivo dei professori. Non saranno un

mezzo “sterile” di valutazione, ma un

modo per coinvolgere gli stessi docenti

Le riunioni della

Commissione cultura

Ogni mercoledì, nell’Area trattamentale,

si svolgono gli incontri della Commissione

cultura. Vi partecipano detenuti

sorteggiati dei vari reparti, e membri fissi

come l’associazione Cuminetti, rappresentanti

della scuola, educatori, ed alcune

volte la direttrice o la vicedirettrice.

In questi incontri si parla di varie cose,

dalle comunicazioni sulla vita del carcere,

alle proposte dei vari detenuti rappresentanti

del loro reparto, ad esempio l’installazione

delle lavatrici con essiccatore ai

piani, l’organizzazione di concerti e spettacoli,

il corso sulla memoria.

L’incontro di mercoledì 4 gennaio

scorso, è stato molto interessante; l’ordine

del giorno era la lamentela generalizzata

sui ritardi delle richieste di liberazione

anticipata, chiusure di sintesi, camere di

consiglio con documentazioni incomplete.

All’incontro ha partecipato la direttrice,

che ha spiegato agli intervenuti com’è

la situazione. Non è un buon momento

quello che sta vivendo il nostro carcere,

ha dichiarato la stessa, siamo tanti, circa

900, le domande sono aumentate a dismisura

e si fatica a stargli dietro; vi sono

al percorso “intramurario” dello studente.

Il giorno 19 dicembre si è svolta, nel

teatro, la festa di fine anno, organizzata

dalla professoressa Fernanda Tucci che

ha curato anche la regia; è stata una

“kermesse” gioiosa ed “intelligente”,

non la solita festicciola “stantia” dove

si pensa solo a mangiare, ma uno spettacolo

vero e proprio con recite, canti

in lingua e addirittura una scena teatrale

tratta dal Boccaccio ben recitato da

un gruppo di detenuti. I professori si

sono “messi in gioco” cantando anche

loro al karaoke tra gli applausi degli

intervenuti, ed alcuni “pezzi” suonati

dal vivo dalla “band della Staccata”

hanno contribuito al buon esito della

manifestazione. La sorpresa più bella

e piacevole, però, è stata la visita dei

professori dell’anno scorso. Tra ricordi

e nostalgia, rincontrarli è stato un “tuffo”

nel passato con la certezza di aver

fatto bene.

reparti come il secondo dove il “turn over”

è continuo e quindi vi è un enorme volume

di lavoro. Il personale è scarso e fa

quello che può. Per poter poi andare più

sullo specifico, è stato chiesto l’intervento

di un volontario dello Sportello giuridico

e dell’avvocato Franco Moro Visconti,

anche lui volontario dello stesso. Sono

state quindi chiarite e spiegate le procedure

operative da tener presente quando

s’inviano le istanze, le aspettative, la composizione

della “relazione di sintesi”, gli

aggiornamenti ecc.

La direttrice auspica che i rappresentanti

della Commissione cultura espongano

nei reparti gli importanti fatti dibattuti;

a tale proposito, vista anche la

complessità dell’argomento, il sottoscritto,

quale rappresentante della Staccata, il

rappresentante dello Sportello giuridico,

Giuseppe Preti – in collaborazione con

l’avvocato Franco Moro Visconti – hanno

organizzato degli incontri, uno per reparto,

per poter adeguatamente spiegare le

procedure e rispondere in generale sulla

situazione odierna tra il carcere di Bollate

e la magistratura di sorveglianza.

carteBollate 25


AFFETTIVITÁ/ Il progetto dei bungalow per incontri più

sereni con la propria famiglia

Nel 2001, alcuni detenuti di questo

carcere, si sono attivati con una proposta

di legge riguardo allo scottante tema

dell’affettività; tale proposta corredata da un

progetto operativo ben dettagliato, è tornata

all’attenzione delle autorità, e quindi anche

noi torneremo a discuterne in un convegno

che si terrà con molta probabilità qui a Bollate

nel mese di marzo alla presenza di varie

personalità ed associazioni interessate all’argomento.

Noi crediamo fortemente in questo

progetto e, ovviamente, speriamo che si

realizzi. D’altronde, se vi sarà la possibilità,

questo carcere con il suo management diventa

l’unica struttura per poter realizzare

questo progetto. Di seguito, alcuni stralci

della proposta.

INTRODUZIONE

Non vi è dubbio alcuno che le persone

private della libertà, necessitano dell’intervento

delle istituzioni per adempiere ad

ogni bisogno; sia esso riferibile alle necessità

sanitarie, alimentari, economiche od

affettive. Ogni esigenza personale (se prevista

nell’ordinamento penitenziario come

un diritto del detenuto), trova o dovrebbe

trovare nelle istituzioni, una risposta o una

procedura capace di rendere una concreta ed

attuabile soluzione.

A Bollate, generalmente, questo avviene:

l’istituto, infatti, sta cercando in tutti i modi

di attuare tutto quanto previsto dall’Ordinamento

penitenziario al fine ultimo di rendere

“accettabile e civile” lo stato di detenzione,

cominciando dal lavoro. Spazi adeguati,

sezioni “aperte”, personale di custodia attento

alle esigenze del singolo, considerazione

per la cultura, impegno verso il cosiddetto

percorso di “trattamento individuale”. Con

ovvie lacune, ma con indubbi positivi risultati,

in ogni caso perseguiti in un tracciato

sempre più visibile ed apprezzato. Molti

potrebbero essere i settori d’intervento migliorativo,

ma in queste pagine si vuole soprattutto

investigare e proporre soluzioni ad

una mancanza importante che il legislatore

ha sinora poco considerato e verso la quale

le istituzioni non hanno voluto o potuto

trovare concrete soluzioni: l’affettività delle

persone private della libertà personale.

PROGETTO

Si propone la costruzione, in uno spazio

idoneo ricavato nelle aree di intercinta,

di alcuni bungalow da adibire a locali ove

svolgere permessi-premio di alcune ore. I

bungalow sono strutture considerate “leggere”,

pertanto non necessitano di concessioni

edilizie, ma solo d’autorizzazioni comunali.

Sono unità indipendenti, composte da un

salottino con angolo cottura, un bagno con

servizi, un terrazzo ed un piccolo giardino,

arredato con pochi mobili, nel complesso,

unità dignitose ed accoglienti. I costi per la

realizzazione, sono ridotti; sono realizzabili

in tempi brevissimi.

Un ambiente privo di sbarre interno

L’ipocrisia della definizione “affettività”

di Adriano Sofri

Carcere e sessualità - Che l’amore e il sesso siano vietati, con un peculiare accanimento terapeutico, ai detenuti, e che la questione sia

ancora poco meno che innominabile (se non sotto copertura: affettività…) è una misura esemplare della miseria e dell’ipocrisia della

vita pubblica. Essa sottintende che la sessualità sia un ingrediente marginale e superfluo delle relazioni umane, nell’ipotesi più blanda.

Nella più comune, che sia un vizio dal quale esentare forzatamente coloro i cui corpi sono a disposizione dello Stato. Nella più sottile,

che sia un bisogno essenziale al corpo e all’anima, ma così misconosciuto dall’ipocrisia sovrana che se ne può vietare l’esercizio, così

da torturare corpi umani, e spesso giovani, senza aver l’aria di violare la Convenzione di Ginevra. La mutilazione o la masturbazione

parossistica cui i detenuti sono costretti, lungi dal significare una qualunque degradazione per loro, copre di vergogna le autorità competenti

e la società civile che vi si adatta. Il mondo libero costringe gli animali umani che tiene in gabbia a masturbarsi e ad intontirsi

di “giornalini” e programmi televisivi di infima qualità, e si assicura di non volerli vedere e di non poterne sapere: unica differenza

rispetto alle visitabili gabbie dei poveri gorilla e dei babbuini. Non occorre ricordare che la castità è un’espressione della sessualità

degna come qualsiasi altra, a condizione di essere liberamente scelta. Quando sia imposta (la stessa cosa vale per l’omosessualità, e per

ogni altra predilezione sessuale) è viceversa una forma di tortura e di trattamento degradante.

Da La Nuova Città - Atti del convegno tenutosi a Firenze nel dicembre 2004

carteBollate 26

all’area dell’istituto, ma con caratteristiche

tali da sembrare ai momentanei occupanti

un ambiente finalmente intimo e familiare

ove trascorrere sei ore in serenità con benefiche

ricadute sui detenuti, sulle famiglie ed

in ultimo sull’intero sistema.

Sono stati individuati gli spazi necessari.

Fortunatamente Bollate ha ampie possibilità

e la direzione ha espresso un parere, di massima,

favorevole: l’istituto si arricchirebbe di

nuove strutture e offrirebbe la possibilità dei

permessi anche ai detenuti stranieri che non

avendo un domicilio in Italia attualmente

non possono accedere al beneficio.

La magistratura di sorveglianza non dovrebbe

apporre difficoltà: i permessi premiali

verrebbero interamente svolti all’interno di

un’area protetta e poiché svolti sotto la supervisione

della casa di reclusione, non sussistono

rischi di fuga e di commistione d’altri

reati. Cadono così tutte le pregiudiziali

di pericolosità. Alle famiglie dei detenuti è

risparmiato il gravoso percorso dei cancelli e

dell’entrata in carcere, sottraendo ogni pretesto

ai pudori e alle eventuali maldicenze.

Un solo passaggio alla sbarra principale ed

un percorso esterno alle mura per arrivare

ai bungalow. Per i bambini, un incontro più

sereno, in un ambiente privo di sbarre ed

in intimità con il genitore; per i congiunti,

un’oasi di privacy.

Dopo alcune “prove ai bungalow”, per i

detenuti sarà più facile accedere ai permessi

premiali presso la propria abitazione.


Affettività

Un progetto che

funziona bene

questo punto parlo con Stefania Carrera,

operatrice del progetto “Io non

A

ho paura”. Il progetto — che sta funzionando

molto bene — è, in qualche maniera,

l’anticipatore, in piccolo, del nuovo

progetto sull’affettività. Si tratta della

stanza arredata come un appartamento

con cucina e bagno, dove si può fare i

colloqui solo con figli minori, all’interno

della “staccata”; comunque “monitorati”

costantemente da invisibili microcamere.

Stefania, cosa ne pensa del nuovo

progetto

Conosco il progetto e ne ho seguito

l’intero iter, sin dalla prima presentazione

effettuata dai detenuti che l’hanno ideato.

È stato più volte oggetto di discussione

all’interno del gruppo affettività, dell’osservatorio

carcere e territorio.

Credo che sia una proposta interessante

da più punti di vista e sarebbe bello diventasse

uno dei tanti progetti pilota che

hanno visto la luce nell’istituto di Bollate.

Quindi pensa che sarà attuabile

In linea teorica credo di sì, poiché è

una delle risposte possibili al diritto all’affettività

sancito dal nostro ordinamento.

In linea pratica bisogna capire in che

categoria rientrerebbero tali colloqui (permessi

premiali o altro) e muoversi dentro

i paletti dati dai riferimenti normativi.

La vostra agenzia se ne occuperà

Oltre che “Spazio aperto servizi”, ci

occupiamo anche di altri progetti; Agesol,

Agenzia di Solidarietà per il lavoro che

nasce con una missione precisa: favorire

il reinserimento lavorativo di persone che

provengono da circuiti penali; è dunque il

“lavoro” il nostro obiettivo privilegiato, lavoro

inteso come mezzo di sostentamento

lecito e come possibilità di reinserimento

a pieno titolo nella società. Quindi, almeno

per ora, il tema dell’affettività non fa

parte della peculiarità di Agesol. Ma una

cosa non esclude l’altra, e l’interesse per

ol lavoro di rete con altri soggetti e/o progetti,

potrebbe condurre ad interessanti

collaborazioni “trasversali”.

Franco Palazzesi

Una nuova educatrice

Per Catia Bianchi necessario

aiutare di più il Secondo reparto

Con il trasferimento dell’educatrice della

sezione Staccata, Tiziana Porfilio, sostituita

dalla dottoressa Daniela Roehrssen, già

educatrice del Secondo reparto, si è venuta

a creare una mancanza in questo reparto,

colmata dall’arrivo della dottoressa Catia

Bianchi, 36 anni. La dottoressa Bianchi,

giunge a Bollate grazie ad un procedimento

di mobilità intercompartimentale che ha

permesso il suo trasferimento direttamente

dall’Asl della Provincia di Milano 1, dove ha

lavorato come educatrice per 13 anni, di cui

11 in una Comunità preadolescenti e adolescenti

in affidamento

dal Tribunale dei

Minori e 2 in un ex

ospedale psichiatrico.

Quindi la sua

formazione d’educatrice

professionale,

è prettamente

socio-pedagogica.

Sin dai tempi del

percorso formativo,

ha sempre tenuto

in considerazione

la possibilità di lavorare

in carcere,

possibilità che ora, dopo queste importanti

esperienze, ha visto concretizzarsi.

Dottoressa Bianchi, come ha conosciuto

l’istituto di Bollate

Sono entrata per la prima volta nell’istituto

di Bollate l’anno scorso, in occasione di

una rappresentazione teatrale. L’impressione

è stata, nonostante l’indubbia natura del

contesto, positiva. Positivo è stato anche il

primo approccio professionale, che, in ogni

caso, ha richiesto, e continua a richiedere,

adattamenti e apprendimenti riconducibili

alla complessità che contraddistingue l’ambiente

ristretto.

Mi considero così ancora nella fase d’osservazione

“partecipata” di tutto ciò che mi

circonda. Affiancata dal dottor Giovanni

Perricone, l’educatore in missione da Lecco,

e supportata dai colleghi, ho cominciato ad

entrare nel merito del lavoro quotidiano.

Sono stata assegnata al Secondo reparto per

evidenti esigenze; mi sento ben predisposta

verso quest’incarico che si avvicina molto a

quelle che sono attese e predisposizioni personali.

Quale impressione le ha dato il primo

impatto con l’ambiente e con le persone

detenute

La realtà di questo reparto, molto diversificata

e complessa, è caratterizzata dalla

presenza di stranieri e di persone detenute

con problemi di tossicodipendenza; tutti con

fine pena brevi, perciò difficili al trattamento.

Sono persone che vanno aiutate più degli

altri, poiché necessitano di un’attenzione

particolare. Questa

situazione sarà oggetto

di un processo

di riorganizzazione

nei prossimi mesi, a

partire dalla firma di

protocollo dell’Asl,

che permetterà un

intervento maggiormente

strutturato

sul versante delle

tossicodipendenze.

Sarà il trascorrere

del tempo e l’entrare

sempre più nel

merito delle situazioni

a consentirmi di proporre e sviluppare

iniziative o progetti tesi a creare o migliorare

condizioni di opportunità per le persone

detenute. La mia impressione è di poter lavorare

in un clima di collaborazione con i

colleghi e con tutte le persone appartenenti

all’équipe, oltre naturalmente con il personale

della Polizia penitenziaria del Secondo

reparto.

La popolazione carceraria è stata estromessa

dalla società e rinchiusa in luoghi ristretti

per espiare la pena. Possiamo affermare

che lo Stato ha la colpa di aver permesso la

ghettizzazione di persone costrette a vivere ai

margini sociali, portati quindi a commettere

quella tipologia di crimini definiti reati comuni,

facendo spesso uso di stupefacenti.

Possiamo quindi immaginare le situazioni

ambientali che hanno portato le persone

recluse al Secondo reparto. A questi vanno

aggiunti quei cittadini di serie “B”, quasi

tutti privi di cittadinanza che sono gli extracomunitari.

M.C.

carteBollate 27


Il carcere non è

un albergo

LA PAGINA ROSA

Questa "Pagina rosa" è aperta alla collaborazione delle donne

detenute delle varie carceri italiane che vogliono far conoscere i loro pensieri.

“Noi siamo in un deserto, nessuno comprende

nessun altro” (Flaubert).

Spesso il sistema penitenziario finisce con

l’infliggere un indebito supplemento di

condanna.

Toglie il futuro a troppi detenuti, azzera

le loro speranze di redimersi e, di fatto, non

li riammette nella società.

Questa questione va risolta velocemente

secondo “i principi costituzionali del rispetto

della dignità umana e del recupero dei

reclusi”. Il circuito punizione, espiazione,

ravvedimento, dovrebbe essere più efficiente

ed umano, incrementando le misure alternative

alle celle. Si è affermato che è sbagliato

dipingere le carceri come dei lager, e si

è chiamato il carcere di Cagliari “Hotel a

cinque stelle”.

Il pianeta carcere ha uno strano destino,

a volte è dimenticato, a volte è di colpo agli

onori della cronaca in un quadro distorto.

Si è riconosciuto che ci vorrebbero più

risorse per aumentare e formare il personale

e nuove opportunità di studio e di lavoro. Il

problema di sempre permane: il carcere è e

rimane una struttura repressiva.

Monsignor Giorgio Caniato, ispettore

generale dei Cappellani nelle carceri, dopo

aver trascorso quarantuno anni tra i detenuti

scrisse: “Bisogna distruggere tutte le carceri

perché non servono a rieducare. Un detenuto

recuperato alla società rimane ancora solo

un’eccezione”.

Qualcun altro affermò: vendere quelle

storiche con un interesse artistico e costruirne

di nuove.

Ma come saranno quelle nuove

Gli uomini a volte non volendo cambiare

se stessi, cambiano spesso le leggi e le

istituzioni, nell’illusione che le cose possano

andare meglio, ma dopo qualche tempo si

accorgono che tutto torna come prima o

peggio.

Il carcere è luogo dove ogni privazione ed

amarezza significano infelicità.

La mancanza di un’occupazione che assorba,

dà tormento, di un lavoro che impegni,

che metta in moto le energie, porta a

preoccupazioni, a pensieri tristi, a malinconie.

Le occupazioni ed il lavoro sono indispensabili

e positive, le attività creative rinnovano

le persone. In carcere si attraversano

momenti neri, quando lo sconforto ci prende

oscura la nostra esistenza in un velo buio

come un cielo coperto da nuvole e minacciose

che fanno scomparire il sole.

L’ultima notte

d’inverno.

carteBollate 28

Era una notte d’inverno, come tante altre.

Tutto era bianco per la neve caduta ininterrottamente

durante la giornata. Un silenzio

ovattato circondava il giardino che Chantal osservava

dalla finestra della sua camera. Pareva

inondato di luce, tanto era visibile, anche negli

angoli solitamente bui.

Ad un tratto, Chantal vide un’ombra muoversi

quasi furtivamente fra gli alberi.

Guardò attentamente perché era assai improbabile

che a quell’ora, di notte, qualcuno

potesse trovarsi lì. Chantal, da quando Omar

l’aveva lasciata, non aveva più amici; per lei

Omar era stato tutto, amico, amante, marito.

Spesso pensava agli anni trascorsi assieme, una

vita vissuta una per l’altro. Omar era un giornalista

e, spesso, doveva recarsi all’estero come

inviato.

Chantal lo seguiva ovunque. Erano felici.

Non avevano avuto figli, ma non ne sentivano

la mancanza. Ogni tanto pensava a quel giorno,

quando era voluta restare a casa: “Mi sento

stanca oggi - aveva detto ad Omar - rimango

a casa a riposarmi”.

Omar non se l’era presa, comprensivo

come sempre: “Torno prima che posso - aveva

risposto - cerca di riprenderti, mi raccomando.

Ti voglio in forma al mio ritorno”.

Non era più tornato. La informarono che

mentre lui tornava in albergo, il ponte che stava

percorrendo era crollato e lui era precipitato

nel fiume in piena.

Il corpo non era stato mai trovato e Chantal

aveva atteso il suo ritorno per lungo, ma

invano. Le era sembrato impossibile che lui

potesse morire e lasciarla per sempre. L’aveva

persino odiato: “Non dovevi farmi questo, come

hai potuto abbandonarmi Se un Dio esiste, perché

colpirmi così”.

La collera le impediva di assimilare il lutto.

La sua vita era cambiata, non frequentava più i

pochi amici che avevano ed essi, a poco a poco,

l’avevano lasciata alla sua solitudine.

Chantal era con il naso contro il vetro; ora

l’ombra pareva la chiamasse. “Che faccio Esco

o rimango qui”.

Chantal non sapeva che fare, un misto di

paura e curiosità l’invadevano. L’ombra gesticolava

sempre più; era un uomo alto e bruno,

Come Omar.

“Omar sei tu”.

Il cuore le batteva forte. Omar è tornato, si

diceva, allora è vero che non è morto.

Scese le scale precipitosamente, s’infilò il

giaccone appeso accanto alla porta d’ingresso

e si precipitò in ciabatte sulla neve.

Man mano che cerca di avvicinarsi all’uomo,

questi si allontanava. Chantal era infreddolita,

bagnata.

“Omar, sei tu”.

Ora l’uomo si era fermato e Chantal lo

raggiunse. Era Omar, era come la mattina che

era andato via promettendole di tornare presto.

Si abbracciarono, si baciarono a lungo, lui

cominciò ad accarezzarle i capelli.

“Non ci lasceremo più ora, non potevo stare

senza di te, ti amo”.

“Ho freddo Omar, ho tanto freddo”.

“Vedrai piccola, passerà”.

Chantal si sentì svenire, le sue gambe cedettero

e si accasciò sulla neve. Ora non sentiva

più freddo.

Omar era accanto a lei e potevano benissimo

trovarsi su una spiaggia dorata, gli sembrava

addirittura di sentire il fruscio delle onde.

Era felice.

Arrivò il mattino. Blinda, la donna delle

pulizie, attraversava sempre il giardino per recarsi

dalla signora Chantal.

“Oddio, signora, signora che è successo”.

Chantal, immobile, sorrideva sdraiata nella

neve, pareva dormisse. Blinda si accorse che la

signora non avrebbe più risposto. Accanto a

Chantal, sulla neve, vi era un’impronta come


se una persona fosse stata lì, sdraiata accanto

a lei. Ma chi

Furono fatte parecchie ricerche da parte

della polizia, ma invano. Nessuno era stato in

quel giardino nella notte.

Chantal era morta per assideramento e il

caso fu chiuso.

Il marito

Ananke

Il carcere è come il vento che porta a dimenticare

episodi della propria vita che

non si vuole ricordare.

Questo pensavo, mentre sorseggiando

il caffé ammiravo dalla finestra della mia

cella la bellezza che irradiavano i monti

innevati. Il mio cercare di vivere serenamente

questo periodo di detenzione non

rientrava nell’ordinamento interno della

casa circondariale-pilota del Piemonte,

dove anche i sogni ad occhi aperti sono

interrotti.

Un agente si presentò davanti alla cella

dicendo: “L’ispettrice vuole conferire con te”.

Mi vestii in fretta e furia e scesi al piano

terra sperando in una buona notizia quale

il trasferimento da quel carcere.

Entrai nell’ufficio e mi trovai di fronte

due ispettrici che, con un’abbondante

dose di sarcasmo, mi dissero: “Come sta

suo marito”. Impietrita risposi: “Mio marito”.

Pensai che fossero improvvisamente

impazzite per pormi

quella domanda.

Tutti sapevano

che mio marito era

morto da tre anni e

sei mesi ed è proprio

per la sua morte che

io mi trovavo detenuta

da quasi tre

anni con l’imputazione

di uxoricidio.

“Vuoi vedere che

è stato tutto un imbroglio

e lui se la sta

godendo beatamente

tra i monti della Valle

d’Aosta Questo non

doveva farmelo”. I

miei pensieri erano

un susseguirsi d’incredibili

congetture.

“Mio marito è morto

da tre anni e sei mesi”

risposi con un tremante filo di voce alle

ispettrici.

“Ma lei gli ha parlato ieri sera”. Pensai

che nell’aria ci fosse voglia di magia, forse

la programmazione di un nuovo corso e il

tentativo di tastare il terreno per vedere chi

fosse idoneo a frequentarlo. “Scusi ispettore,

ma io con mio marito non ci parlavo nemmeno

da vivo, figuriamoci ora che è morto,

perché e morto vero”.

“Signora, c’è stato riferito da un agente di

sezione che lei legge le carte e di notte parla

con i morti”.

Nella mia cella non ci sono né pupazzi

carteBollate 29

per fatture né pietre magiche o amuleti di

sorta, ma esclusivamente le poche cose consentite

in cella.

Il carcere è pieno di gatti neri, ma che io

sappia, ancora nessuno li ha usati per motivi

esoterici e, vista la grandezza della cella,

non sarebbe neanche possibile disegnare dei

cerchi magici.

Un dubbio mi assalì, non vedevo l’ora

di ritornare in cella per comunicare con un

amico del maschile tramite finestre (cosa

che faccio tutte le sere), che l’agente sentendomi

parlare e non vedendo l’interlocutore

abbia pensato che parlassi con i morti invece

che con il mio amico del reparto uomini.

Non sapevo se mettermi a ridere per

questa situazione veramente assurda.

Non risi perché subito seguirono le minacce

di conseguenze disciplinari, qualora

avessi continuato con spiritismi, tarocchi e

fondi di caffé.

Eppure non ho mai dato, neppure fisicamente,

l’idea della strega. Sono esile,

bionda e con gli occhi castani.

La rabbia mi stava invadendo; non era

possibile che persone atte ad accompagnarci

in un percorso di redenzione facessero

simili insinuazioni.

Sono ormai trascorsi diversi giorni da

allora, ma la cosa invece di svanire nel nulla

si sta sempre più ingigantendo.

Ormai tutti mi chiedono notizie di mio

marito chiamandolo anche per nome…

E pensare che io volevo dimenticare

tutto.

Alina


NOME E COGNOME

“MORIRE DI CARCERE”:

DOSSIER OTTOBRE - NOVEMBRE - DICEMBRE 2005 *

ETA’

DATA MORTE

CAUSA MORTE

ISTITUTO

Antimo Buccino

Detenuto algerino

Ferruccio Lionello

Simon Leishaj

Patrick Battipaglia

Detenuto italiano

Antonio Schiano

27 anni

29 anni

47 anni

36 anni

23 anni

70 anni

36 anni

2 ottobre

3 ottobre

3 ottobre

6 ottobre

10 ottobre

18 ottobre

24 ottobre

Da accertare

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Malattia

Da accertare

Civitavecchia (RM)

Ancona

Belluno (arr. dom. )

Vicenza

Como

Poggioreale (NA)

Regina Coeli

John G. 23 anni

27 ottobre

Suicidio

San Vittore

PerugachiXMaurizio X41 X27 Calabrese anni

ottobre

Da accertare

Salerno

XX

X

X31 X28 anni

ottobre

Suicidio

Benevento

XDetenuto X42 X28 africano anni

ottobre

XGiacomo X46 X2 Talamo anni

2 XPietro X44 X3 Del Gaudio anni

3 XDetenuto X34 X16 anni

italianoXGrazia X51 anni

GalardiXAlberto X51 D. F. anni

XMichele X65 anni

AlfanoXRinaldo X36 anni

ErmatosiXEmanuele X32 anni

X16 X16 X18 X20 X52 novembreX

XSuicidio

Parma

XMalattia

Foggia

XMalattia

Secondigliano (NA)

XSuicidio XForlì

XDa accertare XEmpoli (FI)

XMalattia XRegina Coeli

XSuicidio XMessina (libertà)

XDa accertare XIsili (NU)

X30 Manfredi

LucchesiXMario XDa accertare

anni

XOmicidio

XLuccaXLuccaXCrotone

dicembre

XCosimo Altieri

XXX

Pasquale Maravalli

40 anni

4 dicembre

Mario Melis

Detenuto italiano

Mihai V. Lingurar

Michele Pravatà

Detenuto italiano

Lorenzo Di Padova

Piero Bertagni

Romeo Cantoni

Detenuto italiano

Gaetano Maggio

Daniele Salvatore

52 anni

34 anni

27 anni

68 anni

36 anni

44 anni

41 anni

37 anni

37 anni

34 anni

34 anni

7 dicembre

9 dicembre

10 dicembre

15 dicembre

16 dicembre

17 dicembre

17 dicembre

24 dicembre

26 dicembre

30 dicembre

30 dicembre

* da Ristretti Orizzonti, giornale dei detenuti di Padova

Malattia

Suicidio

Overdose

Suicidio

Suicidio

Suicidio

Malattia

Suicidio

Non accertate

Overdose

Suicidio

Non accertate

Regina Coeli

Cagliari

Bologna

Padova

Spoleto

San Vittore

Cuneo

Genova

La Spezia

Como

Lecce

Como

carteBollate 30


IL SESTO REPARTO E LE

CONDIZIONI PSICOLOGICHE

LEGATE AL COLORE

L

’emozione del colore. Potremmo

cominciare in questo modo per descrivere

una riunione che è avvenuta alla

Staccata lo scorso 16 gennaio fra i detenuti

del Sesto reparto – i Sex offender

– l’équipe che segue il loro trattamento

e il professor Massimo Caiazzo. Ho partecipato

come redattore all’incontro e

devo affermare che sono rimasto favorevolmente

colpito dalle domande dei detenuti

e dal rapporto che si è instaurato

fra il relatore e loro stessi.

Massimo Caiazzo non è solo un docente

con venti anni d’esperienza nel

campo del colore. Nella sua carriera ha

ricevuto numerosissimi riconoscimenti e

ha contribuito a diversi progetti, dal disegno

di alcuni orologi per la Swatch, alle

fantasie cromatiche per tutti gli autobus

di Verona che cambiano continuamente

di colore, alla “colorazione, con i giusti

accostamenti delle case di personaggi

dello spettacolo come Gianna Nannini.

E’ titolare, assieme a Giuseppe Bellucci,

presente anch’esso all’incontro, di un

piccolo studio di grafica e consulenza del

colore a Milano.

Con trasporto e passione il professor

Caiazzo ha spiegato, raccontato e snocciolato

una serie di selezioni d’immagini

sul tema del colore: disegni, progetti, piramidi

del colore con i giusti accostamenti,

immagini virtuali che hanno lasciato

tutti soddisfatti. La vivibilità di qualsiasi

luogo – ha affermato Chiazzo – può migliorare

con il giusto abbinamento di colore;

infine, ha parlato delle condizioni

psicologiche legate al colore, le emozioni

che suscitano in noi certe tinte forti, cosa

c’incuriosisce nelle varie tonalità, il tutto

con garbo e professionalità. Circa due

ore di proiezioni e spiegazioni passate in

un attimo, in un rispettoso silenzio da

parte dei detenuti che lo hanno ascoltato

con attenzione, facendo poi delle competenti

domande al riguardo.

E’ stato interessante assistere a quest’incontro,

come lo è stato vedere la

“normalità” dei partecipanti; a tale proposito

ho notato che questi detenuti

sono persone come tutte le altre. Se non

sapessimo la tipologia di reato, il loro

essere persone comuni prevarrebbe sui

pregiudizi che spesso si danno in maniera

affrettata, e senza conoscerne le motivazioni

e le cause profonde.

Il gruppo degli “addetti ai lavori”

dell’équipe, si è limitato ad ascoltare ed

osservare; traspariva in loro una forte

motivazione per la riuscita del “progetto”

che stanno portando avanti e sembra

che i tempi siano maturi per un graduale

inserimento di qualche detenuto del Sesto

reparto in alcune attività comuni con

tutta la popolazione carceraria.

E’ solo l’inizio e spero che il progetto

riesca. Forse i detenuti degli altri reparti

dovrebbero poter avere qualche assicurazione

più. Assicurazione che deve essere

fornita dall’équipe. Sarebbe un incoraggiamento

per far capire ai “riottosi” l’utilità

del lavoro che stanno compiendo.

Franco Palazzesi

Natale in carcere

Questo è il secondo Natale che trascorro

in carcere. L’anno scorso ero

appena entrato da tre mesi. Dopo un

lungo e travagliato percorso durato ben

nove anni d’udienze, processi e sentenze,

avevo preso la decisione più tormentata

della mia vita, presentarmi all’età di 58

anni all’entrata di quest’istituto per pagare

il mio debito con la giustizia.

Ricordo molto bene, e sicuramente

non dimenticherò mai, lo sbigottimento

dei due agenti all’entrata. Una era una

donna che ebbe anche delle parole gentili

e di conforto nei miei riguardi.

Non avevo ancora ben focalizzato il

luogo in cui mi trovavo, ero impegnato

a risolvere quei piccoli problemi, di

rapporti interpersonali, materiali ed organizzativi,

che qui diventano grandi e

sono di vitale importanza per cercare di

sopravvivere nel migliore dei modi possibili,

con l’aiuto e la comprensione degli

altri detenuti.

Quindi, per farla breve il Natale dello

scorso anno l’ho trascorso in una specie

di confusione mentale.

Già dall’inizio del mese di dicembre in

carcere si comincia respirare aria di festa

natalizia complici le festicciole organizzate

da chi lavora per i detenuti (insegnanti,

assistenti delle varie associazioni). Dopo

questo scambio di auguri, naturalmente e

comprensibilmente, ci abbandonano per

dedicarsi alle loro famiglie.

In quel periodo il carcere cambia

aspetto. Non si percepisce più aria di vitalità;

i giorni si trascinano stancamente

e con il trascorrere di loro, si avvicina il

fatidico 24 e comincio a rendermi conto

che la tristezza mi sta assalendo.

Di norma, le mie giornate riesco a

trascorrerle abbastanza facilmente. Tra il

lavoro, l’impegno con il giornale e i compagni

di questo travaglio, le ore passano,

ma poi arrivano le 20, l’ora della chiusura,

e qui cominciano i dolori. In questi

momenti forse sarebbe meglio essere in

una cella da quattro che da soli.

Dalla tv, su tutti i canali, non si fa altro

che parlare del Natale, regali, famiglia.

Arrivano le note musicali di questa ricorrenza,

che oggi apprezzo più di prima, e

francamente sentire tutte queste cose mi

danno terribilmente fastidio, delle volte

anche rabbia. Il destino, nella vita mi ha

dato moltissimo, ma mi ha anche tolto

moltissimo. La mia famiglia – in questi

ultimi anni costituita dai miei tre figli e

da mia sorella – inutile sottolinearlo, mi

manca immensamente.

Queste feste le ho sempre trascorse

con loro, oggi una domanda mi assilla

angosciosamente: quale diritto ho io di

togliere ai miei cari il piacere di stare accanto

a loro in queste giornate Purtroppo

la domanda mi tormenta terribilmente

in questi giorni più che in altri.

Aspetto con ansia di sentire la loro

voce al telefono, sapere quello che faranno,

dove andranno e con chi e per un carattere

da “chioccia”, come il mio, saperli

lontani senza di me, mi provoca un’angoscia

indescrivibile.

La vita ti passa davanti agli occhi

come se stessi guardando un film con tutti

i suoi momenti belli e i periodi atroci.

Delle volte ti fermi e ti domandi il

perché di tutto questo. A volte riesci a

trovare una risposta, a volte la cerchi disperatamente,

ma non la trovi.

E’ triste, molto triste aver perso il dono

del libero arbitrio della propria vita.

Antonio Cirianni

carteBollate 31


E il naufragar m’è

dolce in questo mare. . .

Due cuori

Due cuori nel vento,

la strada percorrendo,

fermandosi un momento,

poi, ripartire viaggiando.

D’ogni paese e città,

ve ne andate per la via,

per la vostra felicità,

soli o in compagnia.

A cosa servono i versi se non alla rugiada

A cosa servono i versi se non a

quella notte in cui un pugnale amaro ci esplora

Pablo Neruda

Siete la gioia e dolore,

per tutti i vostri Amanti,

di ognuno siete l’Amore,

spasimanti sempre tanti.

All’estate al sorgere del sole,

ogni giorno viaggiate,

poi d’inverno al calore,

tra le braccia Amate.

Di Amare un gran bisogno,

per tutti e nel tempo,

di ogni Amante il sogno,

di averlo ogni momento.

Frenetici i battiti palpitanti,

di ognuno di voi,

Amori sempre tanti,

dell’Amore i padroni siete voi.

Siete belli e meravigliosi,

togliete il sonno a chi pensa,

degli Amanti bisognosi,

di non rimaner mai senza.

Gianni Minino

Giornata triste

Giornata triste

nei miei pensieri,

le cose belle non son viste,

è una giornata come ieri.

Una giornata dura,

passata in malinconia,

vorrei trovar la cura,

ma non credo che ci sia.

Solo il tempo,

piano piano,

porta via questo momento,

un ricordo ormai lontano.

La giornata è finita,

sperando che domani,

non sia un’altra così sentita,

pregando Dio incrocio le mani.

Gianni Minino

Era primavera

L’ape volteggiava descrivendo

Geometrici linguaggi,

lassù, sul rilievo di Puntagrande,

dove un giovane raccolto e pensante

predire chiedeva con le parole:

m’ama o non m’ama la mia Iole

Tutt’intorno a sé, qua e là corolle,

Fiori ammutoliti tra verdi zolle,

petali sparsi e steli recisi

simili a bocche prive di sorrisi.

Amor chiedeva, ma non dava amore,

Anzi inflisse strazio al povero fiore,

senza linfa dal suolo sradicato

parea dicesse: Ti ho perdonato

Diego Manzella.

carteBollate 32


L’ISOLA DEI FAMOSI

Ancona: tenta di evadere a soli due giorni dal fine pena

Fori sulla parete della cella, occultati grazie all’applicazione di gomme da masticare riciclate dopo l’uso. Occultati

sì, ma non abbastanza da evitare che una guardia penitenziaria si accorgesse delle scalfitture nel corso di un’ispezione

di routine. È così che a Nikolin Murataj sono stati contestati i reati di tentata evasione e danneggiamento a soli due

giorni dal suo ritorno in libertà. Per lui ha di conseguenza avuto inizio la relativa vicenda giudiziaria.

Ieri la prima udienza del processo. L’albanese, ora 35enne e all’epoca recluso nel carcere di Montacuto, avrebbe

secondo l’accusa realizzato i buchi sulla parere confinante con l’esterno adoperando una delle barre del letto a mo’ di

scalpello. Ma il 22 dicembre del 2000 il fatto era stato scoperto.

Quel giorno il personale di custodia riscontrò dietro un termosifone una piccola rientranza nel muro. Ma la nicchia,

nella quale erano state applicate diverse gomme da masticare, non era così profonda da risultare assimilabile ad

un foro.

Quello che viene naturale chiedersi è il perché del suo gesto. Ovvero: perché un detenuto albanese avrebbe dovuto

tentare di evadere dal carcere di Montacuto se la sua liberazione era prevista due giorni dopo il fatto È quello che si è

chiesto, ponendo la stessa domanda in aula di fronte al giudice monocratico Cantarini, l’avvocato Marco Fanciulli, al

quale è stata affidata la difesa d’ufficio di Nikolaj. Due giorni dopo l’uomo sarebbe uscito dal carcere. Nikolin aveva ormai

scontato per intero la sua pena. Gli sarebbe stato necessario molto più tempo per ricavarsi la via d’uscita piuttosto

che attendere pazientemente il giorno della scarcerazione. Inizialmente era stato indagato anche il suo ex compagno di

cella, sudamericano la cui posizione è stata però successivamente stralciata. La guardia penitenziaria non era mai stata

in grado di affermare con assoluta certezza a chi dei due fosse da imputare il fatto. Nikolaj risulta attualmente libero e

irreperibile. Il processo è stato rinviato al 20 febbraio.

Il Messaggero, 31 gennaio 2005

Milano: stare in casa con mia moglie Meglio il carcere…

“In carcere, almeno, c’è l’ora d’aria”. Meglio la cella, quella vera. Con le sbarre, i letti a castello e le guardie. “Meglio

di mia moglie”, sbotta il pregiudicato siciliano, di fronte al carabiniere di Cassano D’Adda. “Evasione dagli arresti

domiciliari - sentenzia il militare - lei torna in carcere”.

Sorriso: “Grazie. Finalmente”. Evasione alla rovescia. Pregiudicato di Caltanissetta, 3 anni e 9 mesi da scontare,

fugge dalla casa dove vive con la moglie, e dove il giudice gli ha concesso di trascorrere la pena. Esausto, esasperato,

dopo mesi di urla e liti. Perderà il privilegio: è quello che vuole.

All’alba dell’altro giorno confessa ai carabinieri: “Sono scappato dai domiciliari per scappare da quella lì”. Il portone

di San Vittore gli si chiude alle spalle.

Storie di reclusi volontari

Agosto 2005: pregiudicato ai domiciliari, 35 anni, passa l’intero giorno davanti alla televisione, fino a notte fonda.

La sorella vuole che spenga alle 11. Una sera, dopo l’ennesima lite, bussa al commissariato: “Portatemi in carcere, così

potrò vedermi la Tv in pace”. Accontentato.

Pavia, 2002. Operaio, 40 anni, condannato per furto, una notte di novembre mette i vestiti in valigia e si incammina

verso la caserma. Con tono esasperato, spiega: “Mia suocera è un’ossessione. Fatemi tornare in carcere. Lì, nessuno

mi offenderà più”. Desiderio esaudito. Non sempre va liscia.

Monza, 2003. Piccolo spacciatore evade dai domiciliari e si presenta alla guardiola del penitenziario: “Mettetemi

dentro”. Prego “Mia madre è una rompiscatole”. Risponde l’agente: “Se vuole tornare in carcere, il suo avvocato deve

fare un’istanza”. Deluso. Lo spacciatore viene riportato nella casa-galera.

carteBollate 33

Corriere della Sera, 5 febbraio 2006


SPORT / Calcio

GRANDE IMPEGNO DI TUTTI PER IL

CAMPIONATO INTERNO ED ESTERNO

Con l'assenso della direzione del

carcere e con la collaborazione

della Polizia penitenziaria, l’allenatore

Nazareno Prenna, insegnante del Ctp

di Limbiate, ha organizzato per la stagione

in corso, numerose squadre che

partecipano ai diversi campionati.

CAMPIONATO INTERNO

Per il “torneo interno” del carcere

di Bollate sono stati formate 15 squadre

dei diversi reparti, in vista della

partecipazione di quasi 400 persone

divisi in 3 gironi. Sotto la supervisione

dell’allenatore, il signor Nazareno,

si gioca per un posto nelle finali, che

CAMPIONATO ESTERNO

Con l'inizio della stagione

2005/2006 il carcere di Bollate ha

cominciato la sua avventura nel calcio

nazionale. La squadra “Seconda Casa

di reclusione” sta giocando per la

prima volta sul “grande” palcoscenico

della Terza categoria Dilettanti (Girone

B) della Figc ed è così la seconda squadra

carceraria, dopo quella di Opera, a

partecipare a questo campionato.

Questa opportunità è stata possibile

grazie all'entusiasmo e all'impegno

della dottoressa Buccoliero

(presidente della squadra), della dottoressa

Castellano (vice presidente), e

per il primo kick-off. La squadra,

composta da ventidue giocatori scelti

da tutti i reparti sia per la loro bravura

calcistica sia per la loro buona personalità,

si allena 2 volte la settimana

sotto la supervisione del l’allenatore e

gioca le partite ogni domenica mattina

alle ore 10. 30 con una rara bellezza e

un grande fair-play. Sul campo sono

supportati da un piccolo gruppo di

assistenti tecnici ed alcuni tifosi appassionati.

Tra gli assistenti, il detenuto

Uran Gijta del reparto Staccata merita

una citazione a parte. Lui, essendo un

diplomato arbitro e responsabile per

il mantenimento e supporto tecnico

si volgeranno verso la fine di maggio.

Le partite sono giocate secondo un

calendario “aperto”, che vuol dire che

si fissa la data secondo le esigenze dei

vari reparti per non incrociarsi con

i colloqui o altri impegni. Il giorno

della partita, le due squadre, con le

rispettive tifoserie (fino ad 15 persone

ognuna), accompagnate dall’allenatore

scendono in campo per 2 ore di

divertimento e passione. La squadra

vincitrice del torneo, otterrà il titolo

di campione del carcere di Bollate per

l'anno 2005/2006, titolo vinto nella

stagione scorsa dalla squadra “Club

Africa” del primo reparto.

dell’allenatore, il signor Nazareno, e

grazie alla buona volontà della Figc e

delle 15 altre squadre partecipante al

campionato.

La dottoressa Buccoliero e Nazareno

Prenna hanno sacrificato una

gran parte delle loro ultime vacanze

di estate per superare le difficoltà

burocratiche e per organizzare le mille

piccole cose necessarie per una vicenda

come questa.

Grazie anche a questo impegno

la Figc e le squadre della Terza categoria

hanno accordato alla “Casa di

reclusione” il diritto di giocare tutte le

partite in casa e così tutto era pronto

carteBollate 34

della squadra, è una persona “indispensabile”

anche per la morale.

Il campionato ha avuto inizio

il 18 settembre e, dopo una prima

fase di nervosismo con solo 2 punti

ottenuti nelle prime 4 partite, le cose

stanno andando meglio per la nostra

squadra.

Nel momento in cui chiudiamo

questo numero, si è classificata al

secondo posto e anche se la stagione

è ancora lunga si può cominciare a

sognare i play-off e una possibile promozione

alla Seconda categoria.

Andreas Fulde

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