Scaricare - File PDF

file.pdf.it

Scaricare - File PDF

APRILE/MAGGIO 2013 BIMESTRALE DI ATTUALITÀ, CULTURA E APPROFONDIMENTI DEL DISAGIO SOCIALE OLTRE I LUOGHI COMUNI ANNO 4 - N. 2

Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - S1/PZ

VIVERE LIBERI

INIZIATIVE PER UNA CULTURA

DELLE DIFFERENZE

Giuseppe Orlando - Melfi

I DIRITTI

DELLE DONNE

Carmela Zaccagnino - Melfi

POVERTÀ: TRA PIAGA SOCIALE

E VIRTÙ MORALE

Don Aldo Antonelli - Antrosano (AQ)

LA BUONA RETORICA

Antonio Foti - Foggia

“CERCO UN RI-TRATTO”

Sterpeta Fiore - Barletta


04.05 | 2013

04.05 | 2013

Giuseppe Lavalle - Bologna

IO

E L’ALTRO

S

embra il titolo di un compito in

classe, assegnatomi dal “Professor”

Nicola! Ad ogni numero Nicola

ha già in testa quello che vorrebbe

che fosse, e così ci travolge con il suo entusiasmo

discutendo quello che potrebbe

essere l’argomento da descrivere e far arrivare

a chi legge l’Altro. Questa è più o

meno la storia del numero che avete tra le

mani in questo istante.

Ogni cosa non capita per caso, è sempre

conseguenza di qualcosa.

L’Altro è nato da una situazione dolorosa,

la scomparsa tragica di una persona,

una vita polverizzatasi all’improvviso.

Quella polvere Nicola non l’ha spazzata

via, l’ha raccolta e sparsa ovunque

cercando di dare nuova vita a quello che

un tempo era la sua vita.

Io questa persona l’ho conosciuta.

Marina era dirimpettaia di mio padre,

e quindi mi ha visto crescere. Ricordo la

sua chioma, ero un bambino e vedevo

questa gioiosa capigliatura avvicinarsi a

me nel cortile, sorridere a darmi un buffetto.

Poi il tempo dilata lo spazio e la distanza,

io Marina non l’ho vista, ma la conoscevo

perché mio padre con lei aveva,

oltre che un rapporto di amicizia, un ambito

professionale comune.

Ho saputo della sua scomparsa come

tutti, in una mattina come le altre, una notizia

che ti lascia di pietra.

Nicola, qualche tempo dopo, mi ha

chiamato chiedendomi di scrivere per l’Altro,

e oggi mi ritrovo a scrivere e condividere

quelle che erano le idee e le

intenzioni di Marina, la ragazza con la gioiosa

capigliatura che mi dava un buffetto

ogni volta che mi vedeva!

Io ero l’Altro per Marina.

La collaborazione con L’Altro mi ha permesso

di approfondire aspetti e valori che

condivido, ma che non avevo mai fatto

miei fino in fondo. L’attenzione verso il più

debole, verso la solidarietà, intesa come

attiva e non come elemosina lava-coscienza.

Ogni anno Nicola ha spinto L’Altro, e

chi gravita attorno alla sua orbita, sempre

più in là. Il concorso ad ogni edizione registra

un numero di partecipanti sempre

maggiore, ed un’attenzione crescente che

porta inevitabilmente al centro della scena

il messaggio che l’Altro vuole trasmettere.

Scrivere ed osservare gli altri nei loro

comportamenti è sempre più facile che

guardare se stessi e quello che si fa.

Ecco, l’Altro mi ha permesso anche di

fermarmi e guardare quello che sono e che

faccio. Quella che racconto è una storia

come tante, comune a molti, ma reale.

Mi piace correre, uscire al mattino presto

e correre. Il percorso che faccio è quasi

sempre lo stesso, attraverso la strada e mi

dirigo verso un parco. Nel tragitto, durante

le prime uscite in cui passavo di là, vedevo

tante persone, con un carrello per la spesa,

vagare nei pressi di un supermercato. Credevo

fossero i primi clienti della giornata.

Poi guardandoli con attenzione ho capito

che erano lì, si per il supermercato, ma per

gli scarti buttati via dopo aver preparato gli

scaffali. Accanto al negozio c’è una serie

di bidoni, dove le persone si ammassano,

saranno forse 10-12 e frugano dentro per

tirare fuori qualcosa che è stata scartata

perché non bella da vedere, ma commestibile.

La scena mi ha davvero toccato. Le

persone che sono lì non sono barboni, o

morti di fame, ci sono giovani stranieri,

donne, anziani, persone dall’aspetto non

trasandato che arrivano con la busta ed a

modo loro fanno la spesa per la giornata.

Si conoscono tra di loro, e spesso prima di

lasciare qualcosa, che a loro non va bene,

chiedono agli altri se può interessare. Lo

spazio attorno a questi cassonetti è pulito,

non viene buttato niente a terra. Poi

quando la giornata per tutti gli altri sta per

iniziare loro vanno via, con le loro buste e

con il pranzo per un altro giorno. Si guardano

attorno quando si allontanano, perché

si imbarazzano.

Tutto questo è accettabile? Beh, Questo

per me è l’Altro.

Ho letto, sul giornale locale, dell’iniziativa

della facoltà di Agraria qui a Bologna.

Raccoglie i cibi non venduti ed ancora

buoni dalla grande distribuzione e li mette

a disposizione di chi è in difficoltà.

Ho scritto un cartello con tutte le indicazioni

per usufruire di questa iniziativa e

ne ho affisse alcune copie sui cassonetti.

Fare qualcosa per gli altri, perché i

miei diritti, sono i diritti di tutti.

Lo scrivo non per vanto, se il nostro vicino,

l’Altro, non sta bene, neanche noi

possiamo stare bene. Faccio mie le parole

pronunciate dal Governatore della Banca

d’Italia nell’ultima relazione del 31 maggio:

“Non si costruisce niente sulla difesa

delle rendite e del proprio particolare, si

arretra tutti”.


...Ricordo la sua chioma,

ero un bambino e vedevo

questa gioiosa capigliatura

avvicinarsi a me nel cortile,

sorridere a darmi un

buffetto...

Quest’anno le adesioni

registrate al Concorso per

l’assegnazione della “Borsa di

studio Marina Sinigaglia 2013

sono 191

2

3


04.05 | 2013

Quando la

solidarietà

è di casa

04.05 | 2013

Giuseppe Orlando

Direttore Responsabile

Iiss BATTAGLINI

INIZIATIVE PER UNA

CULTURA DELLE

DIFFERENZE


IL VOLONTARIATO

CONSENTE DI

ARRICCHIRSI

PROPRIO MENTRE

CI SI DONA

AGLI ALTRI.


P

romuovere una convivenza civile e responsabile

verso le differenze, consapevoli

che è compito di tutti i cittadini

contribuire ad instaurare una società equa,

fondata sulla eguaglianza di diritto. Questo il

messaggio lanciato dagli alunni dell’Iiss

“E.Battaglini” con l’elaborato “Sensibilità e

limiti dell’uomo verso le differenze”, premiato

dalla Federazione Naz.le S.Vincenzo De Paoli

di Roma tra gli oltre 50 provenienti da ogni

parte d’Italia.

La commissione giudicatrice ha evidenziato

che gli studenti venosini con il loro lavoro

multimediale hanno evidenziato

l’importanza di un equilibrio tra la capacità di

apprezzare la diversità e la preoccupazione di

orientarla alla coesione sociale, senza riduzionismi.

“Abbiamo studiato l’interdipendenza

economica dei Paesi e le migrazioni,

che causano una crescente diversità dei

gruppi umani, in cui l’Amore (oltre la Politica)

si pone come mediazione essenziale e necessaria

per un confronto e un dialogo-ci dice

Maria Donata Pellegrino, docente del “Battaglini-

Maturare l’Amore incondizionato, soprattutto

di fronte a chi ha avuto di meno

dalla vita, è un atto che nasce solo dalla sensibilità

per le differenze”. La cerimonia di premiazione

nell’Aula Multimediale del Battaglini

ha fornito l’occasione per sviluppare e

approfondire i temi proposti dai giovani studenti

con i loro elaborati. “Lavorare per l’accettazione

del diverso- ha sottolineato Giulio

Bagnale, Presidente Aias Melfi-Matera- vuol

dire lavorare per liberare noi stessi”. Una

esperienza che si può fare in prima persona

svolgendo attività di volontariato, che contribuisce

a scoprire la diversità come ricchezza.

Ad aprire le porte a questa opportunità sia la

Coop “Il Filo di Arianna” che la Caritas diocesana.

“La pietra scartata dal costruttore è

diventata la pietra d’angolo. Questa metafora

spiega il senso del lavoro della nostra cooperativa-

ha sottolineato Giusy Conte, Presidente

de “Il Filo di Arianna”-Noi partiamo da quello

che gli altri scartano”. Il volontariato consente

di arricchirsi proprio mentre ci si dona agli

altri. “Vi propongo di prendere contatto con la

realtà di tutti i giorni scendendo in campo con

i volontari della Caritas- ha detto Giuseppe

Grieco, Direttore Caritas diocesana-Potrete conoscere

dall’interno difficoltà e disagi della

vita di tutti i giorni”. Apprezzamenti per il lavoro

degli studenti sono arrivati da Leo Vitale,

Presidente della S.Vincenzo De Paoli”: “Per

cambiare il mondo occorre avere attenzione

verso le varie diversità -ha sostenuto Vitale- dobbiamo

seminare voglia di vivere e per il bene

degli altri”. Quale il senso della partecipazione

al concorso? “Diventiamo sensibili nella misura

in cui siamo capaci di metterci nei vestiti dell’altro

-ha sintetizzato il Vescovo mons. Giuanfranco

Todisco- la politica è l’amore verso la

Polis. l’altro non è un estraneo: mi appartiene”.

“La differenza non deve far paura; è il seme

della vita -ha aggiunto Claudio Martino, Dirigente

scolastico del “Battaglini”- Questa esperienza

ha acceso una luce. Coltivate questa

luce: è facile che si spenga!”


4

5


Quando la

solidarietà

è di casa

04.05 | 2013

04.05 | 2013

TRINITARI-SPECIAL OLIMPICS

PER L’INTEGRAZIONE

A

tleti speciali per giochi speciali

hanno gareggiato insieme nella cittadina

oraziana nell’ambito della

manifestazione “Lo Sport fa festa”. Protagonisti

delle gare atleti con disabilità e atleti

normodotati, che fianco a fianco si sono esibiti

per le strade e le piazze di Venosa.. Alla

base della iniziativa, lo sport visto non solo

come pura competizione, ma anche come

strumento di riabilitazione, occasione di socializzazione

e integrazione. Un progetto portato

avanti a livello nazionale da Special

Olympics Italia, un’associazione del Coni

che attua programmi di allenamento per persone

con disabilità e propone lo sport inclusivo.

Oltre a giochi sportivi riservati a

atleti con disabilità, infatti, organizza tornei

con squadre di sport unificato composte da

normodotati e atleti speciali. Come, appunto

la manifestazione organizzata a Venosa

da Special Olympics Italia di Basilicata

con il patrocinio del Comune di Venosa e il

CONI. In un clima di festa si sono svolte

gare “senza barriere” che hanno catturato

l’attenzione dei cittadini, che hanno seguito

con interesse e passione tutto il programma

predisposto dagli organizzatori: atletica leggera,

ginnastica dolce, minigolf, mountain

bike, ciclismo, bocce, youdo. Tra le associazioni

partecipanti sono affiliate allo Special

Olympics di Basilicata il Centro di

Riabilitazione dei Padri Trinitari con la società

sportiva “San Giovanni de Matha” e da

qualche anno la cooperativa sociale “Il filo

di Arianna”, con circa 200 atleti, 20 volontari

e 15 tecnici di disciplina. “Quando 30

anni fa i Trinitari hanno iniziato a fare attività

sportiva erano soli- ha sottolineato Filippo

Orlando, Direttore di Special Olympics

di Basilicata-Oggi lo facciamo insieme a

tante persone e insieme a tante associazioni”.

Hanno partecipato alla manifestazione

le società San Giovanni de Matha dei

Padri Trinitari, Filo di Arianna, Avis, Gymplanet,

Ciclistica Venosa, Sport Team, Essedisport,

Kinesi Lab, FIAT 500 Club Italia,

Brigan’Tango, Protezione Civile Gruppo Lucano,

Croce Rossa Italiana, Associazione

Nazionale Arbitri, Parrocchia Immacolata.

Insomm auna partecipazione corale sia a livello

di cittadini che a livello di associazioni..

“Ci vuole poco per fare festa- ha

sottolineato Padre Angelo Cipollone –Per i

ragazzi questo è un momento di gioia, per

noi adulti è integrazione” Ancora una volta,

quindi, Venosa si è dimostrata “Città dell’accoglienza

e dell’integrazione”. “Questi

percorsi si costruiscono gradualmente con

azioni, comportamenti e monumenti- ha evidenziato

Bruno Tamburriello, Sindaco di Venosa-

La presenza degli ospiti dei Padri

Trinitari ha fatto maturare nella nostra comunità

una particolare sensibilità, rendendola

più accogliente e disponibile alla

integrazione”.

G. O.


6

7


04.05 | 2013

04.05 | 2013

Carmela Zaccagnino - Psicologa

I DIRITTI

DELLE D

Nel 1993 le Nazioni Unite riconoscono

nella violenza contro le donne

una violazione dei diritti umani.

L’argomento è di stretta attualità. Sempre

più spesso si sente parlare di violenza

contro le donne, violenza domestica e femminicidio.

Se ne parla non solo e non tanto

in termini teorici, come di un fenomeno cui

prestare attenzione e dedicare impegno, ma

soprattutto in riferimento ai casi reali di

donne uccise che di volta in volta salgono

agli onori della cronaca. L’omicidio di Fabiana

Luzzi, la sedicenne di Corigliano Calabro

brutalmente uccisa dal fidanzato, è

solo l’ultimo in ordine tempo.

D’altra parte occorre dire che nonostante

la maggiore attenzione con cui oggi si tratta

la questione, il fenomeno della violenza contro

le donne rimane ancora sostanzialmente

poco conosciuto nei suoi contorni reali e

perfino gravato da diversi pregiudizi.

La rappresentazione che ne viene data

dai media è quella di un fenomeno che trae

la sua origine e, quindi, anche la sua motivazione

ultima nella relazione interpersonale

tra la vittima ed il suo aggressore; si tratterebbe,

dunque, di un’evenienza che riguarda

la sfera del privato, la dimensione dell’intimità.

A quest’idea si rimanda ogni qualvolta

i media identificano il movente di un femminicidio

con la gelosia, con la volontà di

uno dei partner di separarsi o ancora con il

verificarsi di un litigio. A volte si fa riferimento

ad un presunto raptus dell’omicida,

lasciando con ciò intendere che l’episodio si

sia verificato in un contesto di assoluta normalità

ed in modo, quindi, del tutto imprevedibile

ed isolato.

In realtà le cose stanno diversamente. La

violenza contro le donne ed il femminicidio,

sua forma estrema, non sono questioni solo

private. Il movente non può coincidere tout

court con il litigio di coppia o con la volontà

NNE

di separarsi: semmai queste sono le cause

più prossime. L’origine del fenomeno va rintracciata,

invece, nel dato culturale che

vede ancora uomini e donne in una relazione

asimmetrica di potere. Per quanto possa apparire

anacronistico, il sistema patriarcale,

basato su relazioni di disuguaglianza e sopraffazione

di un sesso sull’altro, è ancora

profondamente radicato e continua incidere

sulla qualità delle relazioni tra uomini e

donne, sia in ambito privato che pubblico.

E’ ancora profondamente radicata nella

mentalità maschile l’idea di una donna legata

a ruoli tradizionali, con funzioni di cura

e procreazione, e quella della donna come

corpo disponibile.

Con simili premesse culturali accade

che la ricerca di autonomia da parte della

donna vada a scontrarsi con le resistenze

maschili, in particolare con l’incapacità dell’uomo

di sopportare la perdita di controllo

sulla donna e di accettare la rinuncia a

quella che considera una sua proprietà.

Se la donna è ancora considerata subalterna

all’uomo, se non è soggetto (in grado

di autodeterminarsi) ma oggetto, ecco che

l’uomo si sente in diritto di maltrattarla, di

violarla fino all’estremo dell’omicidio.

Sì, perché il femminicidio è il punto culminante

del ciclo della violenza. Nella stragrande

maggioranza dei casi la morte è stata

ampiamente annunciata da numerosi episodi

pregressi di maltrattamento. Non si

tratta, dunque, di fatti isolati, che si inseriscono

nel contesto di un rapporto fino ad allora

sereno, né si può dire che l’aggressore,

fino al momento in cui commette la violenza,

sia una persona dai comportamenti

sicuramente normali. Eppure, è frequente

da parte dei media il ricorso al raptus di follia

come movente del femminicidio, con il

risultato che viene ad essere rinforzata l’idea

dell’uccisione della donna come fatto inspiegabile

ed imprevedibile, dovuto all’improvvisa

perdita di senno dell’aggressore e

slegato dal ciclo della violenza.

Il facile ricorso al raptus come movente

da un lato semplifica una realtà più complessa

e sfaccettata, dall’altro dimostra la

scarsa consapevolezza delle radici culturali

del fenomeno.

Insomma, la violenza contro le donne ed

il femminicidio sono prima di tutto un fatto

culturale.

In quanto tale, necessitano di interventi

ad ampio raggio capaci di incidere sulla

mentalità di uomini e donne per favorire un

radicale cambiamento dei modelli culturali.

Un passo importante in questo senso è

stato fatto il 28 maggio u.s. con l’approvazione

da parte della Camera dei deputati

della Convenzione di Istambul su “Prevenzione

e lotta contro la violenza nei confronti


E’ ancora

profondamente

radicata nella mentalità

maschile l’idea di una

donna legata a ruoli

tradizionali, con funzioni

di cura e procreazione, e

quella della donna come

corpo disponibile.


delle donne e la violenza domestica”. Approvata

all’unanimità ed ora al Senato per

l’approvazione definitiva, la Convenzione ha

carattere vincolante per gli Stati che la ratificano.

L’obiettivo che si pone è quello di “Proteggere

le donne da ogni forma di violenza e

prevenire, perseguire ed eliminare la violenza

contro le donne e la violenza domestica”;

ci si riferisce sia alla violenza fisica

che a quella psicologica, allo stupro, allo

stalking, ai matrimoni forzati, alle mutilazioni

dei genitali, al femminicidio.

La Convenzione, inoltre, intende eliminare

ogni forma di discriminazione nei confronti

delle donne, promuovendo

concretamente la parità tra i sessi. A questo

scopo invita gli Stati aderenti ad inserire

nelle loro Costituzioni nazionali o in qualsiasi

altra disposizione legislativa appropriata

il principio della parità dei sessi e a

garantirne l’effettiva applicazione.

Per una significativa coincidenza il

giorno dell’approvazione della Convenzione

di Istambul era anche quello in cui si celebrava

il funerale di Fabiana Luzzi.

Certo, indietro non si può tornare, non si

può cancellare la morte di Fabiana né quella

delle tante donne uccise per mano di mariti

o ex mariti, fidanzati o ex fidanzati, conviventi

e padri, ma almeno si può sperare che

il loro sacrificio sia utile alle generazioni future

e che da qui in avanti si possa guardare

al futuro con rinnovato ottimismo. •

8 9


Don Aldo Antonelli

Parroco di Antrosano - AQ

04.05 | 2013

POVERTÀ:

TRA PIAGA SOCIALE

E VIRTÙ MORALE

(In Dialogo N. 100 - Giugno 2013)

Il Problema

Povertà: virtù morale o piaga sociale?

Una scelta personale di vita o una

condanna? Ed ancora: una “Grazia”

o una “Disgrazia”?

Non c’è dubbio che la parola, in sé, sia

quanto mai equivoca e si presti, quindi, ai

doppi, tripli giochi a seconda di chi la pronuncia,

di chi la ascolta e del contesto nel

quale essa viene usata.

Noi vogliamo liberarci da quella che don

Tonino Bello chiamava la “Sindrome dei significati

stravolti”, propria delle “parole

multiuso” che, nella loro ambiguità spesso,

troppo spesso, trasmettono la volontà del

dominio e solo più raramente l’ansia della

comunione.

Ed in effetti, se noi prendiamo i primi

e/o i secondi termini delle predette opposizioni,

diventa solare l’incongruenza degli

uni e/o degli altri a veicolare tutta la pregnanza,

in positivo e in negativo, delle rispettive

realtà. Soprattutto se focalizziamo

la nostra attenzione sulla povertà reale dei

più dei due terzi della popolazione mondiale,

notiamo l’incapacità dei termini usati

(“Piaga sociale” - “Condanna” - “Disgrazia”)

a significare la caratteristica più inquietante,

quella che più ci mette sotto

accusa, è cioè il fatto di essere non un

evento naturale ma un prodotto storico del

nostro mondo “evoluto”, così come si è andato

strutturando nel tempo. Non a caso le

menti più sensibili e le penne più accorte,

parlando dei “poveri”, sono solite ricorrere

ad un neologismo e preferiscono parlare di

“impoveriti”.

10

RICCO

La situazione

I dati di fatto ci dicono che dal 1960 al

2000 la quota del 20% più ricco della popolazione

mondiale è cresciuta dal 70 al

90% del reddito globale, mentre la quota del

20% più povero si è ridotta dal 2,3% a circa

l’1%. In parole povere, in questi ultimi anni

i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più

poveri. Per di più o primi sono diminuiti e i

secondi sono cresciuti. Oggi ci ritroviamo in

un mondo con meno ricchi più arricchiti e

molti più poveri ancor più impoveriti. Un fenomeno

che non poteva sfuggire nemmeno

alla coscienza attenta di Benedetto XVI che

al numero 22 della sua enciclica Caritas in

POVERO

veritate denuncia a chiare lettere: «Cresce la

ricchezza mondiale in termini assoluti, ma

aumentano le disparità. Nei paesi ricchi

nuove categorie sociali si impoveriscono e

nascono nuove povertà. In aree più povere alcuni

gruppi godono di una sorta di supersviluppo

dissipatore e consumistico che

contrasta in modo inaccettabile con perduranti

situazioni di miseria disumanizzante».

Cui fanno eco le “puntualizzazioni” del

teologo cileno Pablo Richard: «Nell’attuale

sistema di globalizzazione neoliberale, la situazione

del povero è mutata sotto molti

aspetti. In primo luogo, ci sono più povertà di

prima. Il loro numero si è moltiplicato. In se-

condo luogo, il povero è anche un escluso.

In passato il povero era necessario, come

forza lavoro o come consumatore. La morte

del povero danneggiava il sistema. Oggi i poveri

non contano né come manodopera, né

come consumatori. Sono superflui».

Oggi, più che ieri, esiste un’isola di ricchezza

in un mondo di povertà. Povertà, per

di più, che viene intesa come un dato di fatto

“naturale”, in dato di fatto scontato e non

strettamente legato e dipendente dalla ricchezza

dei pochi. Come di fatto è. Con una

novità aggiunta: fino al secolo scorso la povertà

era una realtà dipendente della ingiusta

distribuzione delle ricchezze. Oggi la povertà

04.05 | 2013

MASCI: il nostro Presidente Riccardo della Rocca

l'ha definita, inviandola alle Comunità, una "provocazione affascinante".

A noi della Fondazione il piacere di pubblicarla

sul nostro periodico.


868 milioni,

o una persona su otto,

soffre di fame cronica.

è legata non solo alla ingiusta distribuzione

della ricchezza ma al modo stesso di produzione

della ricchezza. Di conseguenza, compito

dello stato non è più e soltanto la equa

ridistribuzione delle ricchezze ma quello di

intervenire nello stesso processo di formazione

della ricchezza, a salvaguardia dei diritti

delle persone e contro lo strapotere

autoreferenziale del capitale finanziario.

11

Dalla “Produzione del valore” alla “Estrazione

del valore”.

A partire dagli anni ottanta, con l’avvento

delle politiche liberiste di Reagan negli Stati

Uniti e della Thatcher, recentemente scom-


parsa, nel paese codino degli Usa, abbiamo

assistito, spesso anche collaborando, ubriachi

del nuovo dictat “più Mercato e meno

Stato”, allo smantellamento dello stato sociale,

allo sventramento della “Politica” e all’intronizzazione

del Liberismo più spinto

che ha dato la stura a quello che poi sarebbe

stato chiamato “turbocapitalismo”, globale

e letale.

E’ uscito alle stampe appena due anni fa,

nel 2011, un ottimo libro di Luciano Gallino,

edito dalla Einaudi, dal titolo “Finanzcapitalismo”,

ristampato quest’anno con il sottotitolo

“La civiltà del denaro in crisi”. In esso

Gallino compie un viaggio dentro «i deliri cinici,

e a volte addirittura clinici, del mercatismo.

Un viaggio che parte da un trionfo

egemonico: un sistema economico basato

sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del

capitale, sul debito che genera debito e sul

denaro che produce denaro. E che ci conduce

a un capolinea drammatico: la completa

svalorizzazione del lavoro, la

devastazione delle risorse industriali e naturali,

la desolazione di una massa di donne e

di uomini che ormai non sono più “ceto

medio”, ma “classe povera”» (Massimo

Giannini su La Repubblica dell’8 Marzo

2011).

In esso Gallino ricostruisce tutto il processo

che ha cambiato i connotati di quel sistema

che noi chiamavamo “capitalismo” e

che tuttora, ingenuamente, continuiamo a

chiamare con lo stesso termine.

A questo punto dovete permettermi di

fare una lunga citazione. Scrive Massimo

Giannini: «Gallino lo ricostruisce (il ca-

>


04.05 | 2013

pitalismo ndr) a partire dal concetto, teorizzato

da Lewis Mumford, delle “mega-macchine

sociali: quelle grandi organizzazioni

gerarchiche che usano masse di esseri

umani come “componenti o servo-unità”.

Kombinat di potere politico, economico e

culturale che hanno generato “mostri” nell’arco

dei millenni: dalle piramidi egiziane

costruite col sangue degli schiavi all’Impero

Romano, dalla fabbrica di sterminio del

Terzo Reich nazista all’universo concentrazionario

del comunismo sovietico. Ora siamo

alla fase più “evoluta”: il “finanzcapitalismo”,

“mega-macchina” sviluppata allo

scopo di massimizzare e accumulare, sotto

forma di capitale e potere, «il valore estraibile

sia dal maggior numero possibile di esseri

umani, sia dagli eco-sistemi».

E questa “estrazione di valore” è diventata

il meccanismo totalizzante e totalitario

che ormai abbraccia “ogni momento e ogni

aspetto dell’esistenza”. Dalla nascita alla

morte: come il vecchio Welfare, arrugginito

e inservibile secondo la vulgata occidentale

dominante, abbracciava un tempo l’individuo

“dalla culla alla bara”. Il salto di qualità

è nel passaggio cruciale dalla “produzione”

alla “estrazione” del valore. Si “produce”

valori quando si costruisce una casa o una

scuola; si “estrae” valore quando si impone

un aumento dei prezzi delle case manipolando

i tassi di interesse. Si “produce” valore

quando si crea un posto di lavoro stabile

e ben retribuito; si “estrae” valore quando

si assoldano co.co.pro. mal pagati o si aumentano

i ritmi di lavoro a parità di salario».

Si “produce valore”, aggiungiamo noi,

quando si creano posti di lavoro nei servizi;

si “estrae” valore quando si bypassa il lavoro

automatizzando i servizi, abbattendo i costi

di lavoro ed aumentandone il corrispettivo:

per es. ai caselli autostradali.

Continua Massimo Giannini: «Se la

“mega-macchina” del vecchio capitalismo

industriale fordista aveva come motore l’industria

manifatturiera, la “mega-macchina”

del “finanzcapitalismo” ha come motore

l’industria finanziaria. La prima “girava” grazie

al lavoro, che generava reddito, diritti,

cittadinanza. La seconda “gira” grazie al denaro,

che genera altro denaro, e poi ancora

denaro, e sempre e solo denaro. “Finanza

creativa”, abbiamo imparato a chiamarla in

questa inebriante stagione di culto pagano

per il dio mercato. Non ci siamo accorti che,

nel frattempo, è diventata “finanza distruttiva”».

Secondo l’economia finanziaria il “lavoro”

non è più una “ricchezza”, ma un

Vidi e un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. (Apocalisse 6,1-8)

costo da abbattere, possibilmente da “bypassare”:

fare allegramente soldi con i soldi

è stato non tanto il nuovo trend della prassi

di investimento ma il dictat perentorio per

le transazioni che hanno sostituito gli investimenti.

Una povertà rivoluzionaria contro la

piaga della povertà disumana

La povertà più o meno strisciante continua

ad essere protagonista in queste settimane.

Aumenta il numero delle famiglie

povere e diminuisce il loro potere di acquisto;

mentre lo Stato riduce i servizi, toglie

fondi al sistema sanitario e decurta sovvenzioni

alla scuola.

La povertà rappresentava per il capitalismo

finanziario di quest’ultimo secolo quello

che i rifiuti rappresentano per il capitalismo

moderno. Proprio come è impossibile accumulare

continuamente capitale senza produrre

povertà, così è impossibile farlo senza

produrre rifiuti.

A questo punto emerge con evidenza la

necessità di una resistenza, ancor più di una

lotta al sistema in vista di una inversione

che blocchi questa discesa infernale in una

società sempre più diseguale, sempre più

disparitaria e sempre più schiavizzata, nella

quale i diritti diventano un lusso riservato ai

pochi e la dignità una merce qualsiasi da

sottoporre a contrattazione.

Agli effetti di una inversione di tendenza

occorre rendersi conto, anzitutto, che spesso

coloro che cercano di lottare contro la povertà

sono gli stessi che la provocano, nel

senso che pur reagendo alle conseguenze disastrose

del sistema economico, fanno proprie

le premesse che lo rendono necessario

e lo mantengono in auge. C’è troppa gente in

giro che ha la coscienza colonizzata da una

propaganda sfacciata che scambia la Libertà

per libertinaggio e la applica al mondo economico

che invece dovrebbe stare sotto il

dominio della Legge.

«Il paradosso della nostra epoca - ebbe a

denunciare il cardinale Etchegeray in un

prezioso libretto edito dalla Comunità di

Bose nel 2000 - è che il mondo è sensibile

al dramma dei poveri con una mentalità di

ricco, mentre la chiesa vi si accosta con un

cuore di povero. Donde il gigantesco equivoco

esistente tra la povertà economica e

quella evangelica. Come spiegare che si può

conciliare una povertà da combattere con

una povertà da abbracciare? Come far comprendere

la ricerca spirituale di ciò che è

senza prezzo in una economia sottoposta

alla legge dei costi? Come far posto alla gratuità

di un atto in una civiltà di mercanti?

Nella società dei consumi, la beatitudine

della povertà appare come un lusso o come

un oggetto di derisione» (Roger card. Etchegaray:

Che ne hai fatto di Cristo? Pag.

182).

Personalmente non sono tanto sicuro

che la chiesa non sia, anch’essa, soggiogata

da questo grande imbroglio…

Sarebbe bello, contro ogni opportunistica

prudenza, se si riscoprisse da parte dei

cristiani la loro vocazione profetica, quella

di parlare, “sine glossa”, il linguaggio evangelico

della schiettezza.

Come esempio voglio qui riportare un

passo bellissimo tratto dalle omelie di Basilio

di Cesarea (“Che cosa è tuo?” – Bose

2000; pp. 20-22).

«“A chi faccio torto se mi tengo ciò che

è mio?”, dice l’avaro. Dimmi: che cosa è

tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare

nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che

ha preso posto a teatro e vuole poi impedire

l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo

riservato a lui e solo suo quello che è

offerto a tutti. Accaparrano i beni di tutti, se

ne appropriano per il fatto di essere arrivati

per primi. Se ciascuno si prendesse ciò che

è necessario per il suo bisogno, e lasciasse

il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe

ricco e nessuno sarebbe bisognoso(…). Ma

tu, che tutto avvolgi nell’insaziabile seno

della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di

non commettere ingiustizie contro nessuno?

Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente.

Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che

appartiene a ciascuno. E tu non sei avaro?

Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello

che hai ricevuto perché fosse distribuito. Chi

spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato

ladro, chi non veste l’ignudo pur potendolo

fare, quale altro nome merita? Il pane che

tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il

mantello che conservi nell’armadio; dello

scalzo i sandali che ammuffiscono in casa

tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto

sotto terra. Così commetti ingiustizia

contro altrettante persone quante sono

quelle che avresti potuto aiutare».

Se si coniugasse questo alto senso morale

e lo sdegno di fronte agli accumuli e

agli sprechi di oggi con le analisi critiche,

tra i molti, di Karl Marx, Karl Polanyi, Serge

Latouche e Riccardo Petrella, di certo l’alba

per uno nuovo giorno non sarebbe distante.

Dovrebbe apparire chiaro nella coscienza

dei credenti che i poveri li si ama solidarizzando

con loro e con le loro lotte di liberazione

mentre i ricchi li si ama combattendoli

e facendo opposizione al sistema che legalizza

l’illegalizzabile. Non sarebbe più possibile

“amare” indistintamente, allo stesso

modo, ricchi e poveri. Un amore, diciamo

pure, “personalizzato”, “contestualizzato”,

vedrebbe la Chiesa in rapporti diversi con le

varie categorie sociali e con le singole persone,

così come i genitori hanno rapporti di

amore diversi con figli diversi.

«Quanto vorrei una Chiesa povera per i

poveri»!

Che questo sogno di Francesco, Vescovo

di Roma, non sia un richiamo a questo

nuovo percorso che ci si apre, in vista di una

“Liberazione” non più procrastinabile?

Ce lo auguriamo e, per quanto possibile,

lo facciamo nostro.


12 13


04.05 | 2013

e p. c. Docenti Tutor

Melfi, 17 Giugno 2013

Circ. 1ª

Melfi, 17 Giugno 2013

Adesione


Carissimi 191 nuovi amici,


la vostra adesione al Concorso per l’assegnazione della “Borsa di studio Marina Sinigaglia 2013” è

stata la vostra registrata. adesione al Concorso per l’assegnazione della “Borsa di studio Marina Sinigaglia 2013” è

stata registrata. Un sincero grazie per aver deciso di contribuire con idee ad approfondire, a evidenziare e

a… “adottare” Un sincero il disagio grazie presente, per aver deciso ahimè spesso di contribuire anche nella con idee scuola, ad approfondire, che necessitaa di evidenziare una conoscenza e a…

e“adottare” partecipazione il disagio diffusa. presente, ahimè spesso anche nella scuola, che necessita di una conoscenza e

partecipazione Il mio auspicio diffusa. è che voi possiate, al di là della competizione, utilizzare i prossimi mesi per

riflettere,

Il mio

osservare,

auspicio

riordinare

è che voi

le

possiate,

idee utilizzando

al di là della

ciò

competizione,

che la vostra comunità

utilizzare i

di

prossimi

appartenenza

mesi per

vi

riflettere, osservare, riordinare le idee utilizzando ciò che la vostra comunità di appartenenza vi

propone, farlo con la serenità e la spensieratezza che il meritato stato di “vacanzieri” vi riserva.

propone, farlo con la serenità e la spensieratezza che il meritato stato di “vacanzieri” vi riserva.

Oggi parliamo di diritti umani, domani parleremo di parità di genere, di adozioni, di pace,

Oggi parliamo di , domani parleremo di , di , di , di

di , cultura, di di fratellanza, di di integrazione sociale, di di solidarietà, di di mondialità e...

Insieme, potremo contribuirea arendere migliore migliore ciò ciò che che ci circonda.

circonda.

Inserisco nel data base della Fondazione i vostri indirizzi, così da ricevere gratuitamente il nostro

periodico bimensile “l’Altro” ricordando che la redazione da oggi è pronta a ricevere i vostri scritti,

opinioni, proposte.

Cordialmentevi vi auguro buone vacanze e e buona strada.

Fondazione Marina Sinigaglia

Via Libertà, 1 - Casella Postale 263 - 85025 MELFI (PZ)

Tel. 0972 237089 - 336 695449 - Fax 0972 250740

Cod. fisc. 93022450776

info@fondazionemarinasinigaglia.it - www.fondazionemarinasinigaglia.it - www.fondazionemarinasinigaglia.eu

Presidente Fondazione

Presidente Fondazione


Nicola Serini

Caro Signor Serini,

la ringrazio per la Sua lettera del 1 febbraio 2013 con la quale si chiedeva il patrocinio del Parlamento Europeo per

il quarto concorso Borsa di studio “Marina Sinigaglia” e per il convegno finale in programma dal 09-10 novembre

2013.

La promozione dei diritti umani è uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea, e anche il Parlamento Europeo

è fortemente impegnato. Ogni anno, il premio Sakharov per la Libertà dei Diritti viene assegnato dalla nostra istituzione,

con lo scopo di premiare le persone e/o le organizzazioni di qualsiasi parte del mondo attivamente impegnate

nel rispetto dei diritti umani. Apprezziamo, quindi, molto che la Fondazione Marina Sinigaglia affronti

quest’anno il tema dei diritti umani e che incoraggi i giovani a contribuire, dando loro la possibilità di partecipare alle

varie attività programmate nel quadro del convegno finale.

E‘ quindi con grande piacere che concedo l’alto patrocinio del Parlamento Europeo per il vostro evento.

La prego di gradire i miei più sinceri auguri per il successo dell’iniziativa.

Cordiali saluti.

Martin Schulz

15


04.05 | 2013

04.05 | 2013

Uniti per i Diritti Umani

definitiva, i diritti umani costituiscono la base di tutto ciò che le

persone hanno a cuore per quanto riguarda il loro modo di vivere.

Molto prima dell’esistenza dell’espressione “diritti umani”, uomini

e donne hanno combattuto e sono morti per questi principi.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è il principale strumento

mondiale in materia di diritti umani. Il suo paragrafo di apertura

è una potente affermazione dei principi che sono il cuore del

moderno sistema dei diritti umani: “il riconoscimento dell’innata

dignità dell’uguaglianza e dell’inalienabile diritto di tutti i membri

del genere umano è il fondamento della libertà, della giustizia e

della pace nel mondo”.

Tuttavia un largo varco esiste tra la formulazione di queste mete

e il loro compimento. Milioni di persone non sono libere. La giustizia

è spesso iniqua. E la pace continua ad eludere molte aree del

mondo. Colmare l’enorme abisso tra gli ideali dei diritti umani e la

realtà di diffuse violazioni di questi diritti, è la sfida che anima i sostenitori

dei diritti umani.

U

niti per i Diritti Umani (UHR) è un’organizzazione non a

scopo di lucro, esentasse, con quartieri generali a Los Angeles,

negli Stati Uniti, e gruppi in tutto il mondo. UHR assiste

e riunisce individui, educatori, organizzazioni ed enti di governo

ad attuare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a livello locale,

regionale, nazionale e internazionale.

L’UHR sostiene le opere di molte altre organizzazioni per i diritti

umani e le incoraggia ad unire le forze verso l’attuazione della Dichiarazione

Universale e del suo risultato, lo Statuto Internazionale

dei Diritti Umani. Esso consiste della Dichiarazione Universale dei

Diritti Umani, del Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici e

del Trattato internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali.

Una delle funzioni primarie di UHR è educativa. Gioventù

per i Diritti Umani Internazionale (YHRI) è la

componente di UHR che istruisce i bambini e gli

adolescenti sui diritti umani affinché diventino sostenitori

per la tolleranza e la pace. Quindi, UHR

dà sostegno a misure governative e legislative che portano

avanti la completa attuazione della Dichiarazione e distribuisce

materiale informativo ed educativo per aumentare la conoscenza del

pubblico e determinare una completa comprensione dei diritti

umani.

I Dritti Umani sono definiti come:

“I diritti e le libertà fondamentali conferiti a tutti gli

esseri umani, spesso includono il diritto alla vita e alla

libertà, alla libertà di pensiero e parola, ed eguaglianza

davanti alla legge”.

I diritti umani si basano sul principio del rispetto nei confronti

dell’individuo. La loro premessa fondamentale è che ogni persona è

un essere morale e razionale che merita di essere trattato con dignità.

Sono chiamati diritti umani perché sono universali. Mentre ci

sono nazioni o gruppi specializzati che godono di specifici diritti

esclusivi, i diritti umani sono validi per tutti.

La portata completa dei diritti umani è molto più vasta.

Significano potere di scelta e opportunità. Significano libertà di

ottenere un lavoro, di intraprendere una carriera, di scegliersi il proprio

partner e di crescere i propri figli. Includono il diritto a viaggiare

in lungo e in largo, di lavorare con profitto senza essere

maltrattati, senza subire abusi e senza la minaccia di un licenziamento

arbitrario. Comprendono persino il diritto al tempo libero. In

CITta DI MELFI E

I. I. S. FEDERICO II DI SVEVIA - MELFI

MIRCO

FEDERICA

21,22,23/05/2013

UHR - Los Angeles

con Associazione Diritti Umani e la Tolleranza - Monza

E Fondazione Marina Sinigaglia - melfi

16

17


04.05 | 2013

04.05 | 2013

Vincenza Ferrarese

Presidente DPI (Disabled People’s International)

Italia Onlus

I DIRITTI UMANI

AL LICEO

FEDERICO II DI SVEVIA

DI MELFI

MELFI 21,22,23 MAGGIO 2013

viene intesa come un faro che rappresenta la guida a

cui riferire le proprie azioni nel rispetto di ogni essere

umano: in qualunque latitudine si trovi e qualunque siano

le sue caratteristiche.

L’incontro ha avuto inizio con un documentario sulla

storia dei diritti umani: dall’antichità ai giorni nostri. E

dopo una breve presentazione dei 30 articoli della

Dichiarazione, sono partiti alcuni video che hanno focalizzato

l’attenzione della platea su alcuni di questi

articoli: dal diritto alla non discriminazione al diritto

all’istruzione, dal diritto alla libertà di pensiero e alla

diversità come ordinaria condizione umana, al diritto

al lavoro, al gioco, al letto e cibo per tutti. A conclusione

dei lavori una studentessa ha sviluppato interessanti

considerazioni sulle discriminazioni che

ancora oggi si consumano a danno di alcune persone

di colore o con disabilità o con altre caratteristiche,

senza giustificato motivo.

Nicola Serini, Fiorella Cerchiara - Presidente Ass. per i Diritti Umani e la Tolleranza Onlus

Michele Corbo - Dirigente scolastico I.I.S. Federico II di Svevia di Melfi

M

artedì 21 maggio 2013, in una gremita Aula

Magna dell’Istituto di Istruzione Superiore Federico

II di Svevia di Melfi, si è tenuto l’incontro

sui Diritti Umani sanciti dalla Dichiarazione Universale

dei diritti dell’Uomo. Hanno partecipato gli studenti e i

docenti del Liceo Scientifico Federico II di Svevia e del

Liceo Artistico M. Festa Campanile di Melfi.

Sono intervenuti:

Nicola Serini, Presidente della Fondazione Marina Sinigaglia,

che ha presentato il quarto Concorso per l’assegnazione

della “Borsa di Studio Marina Sinigaglia 2013”:

“Adotta un Diritto”, la cui finalità è proprio quella di promuovere

la conoscenza dei diritti umani e sensibilizzare

le nuove generazioni affinché contribuiscano al superamento

di ogni loro violazione.

Fiorella Cerchiara, Presidente dell’Associazione per i

Diritti Umani e la Tolleranza onlus, che, insieme alla Direzione

scolastica regionale della Basilicata - Ministero

della Pubblica Istruzione e al Rotary Club International

di Venosa, è uno degli autorevoli soggetti che collaborano

alla borsa di studio. L’Associazione per i Diritti

Umani e la Tolleranza onlus ha la finalità di diffondere i

principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

affinché questa sia la CARTA su cui fondare gli accordi

tra le nazioni e i popoli della Terra. La Dichiarazione

“Questi sono i tuoi diritti umani.

Ce ne sono 30.

Ti appartengono.

Non devi comprarli o farne domanda.

O chiedere il permesso di averli.

Sono proprio tuoi.

Non importa chi tu sia, da dove vieni,

quale sia la tua età, o qualsiasi altra cosa.

È proprio semplice così.

Forse qualcuno può tentare di ignorare i tuoi diritti,

o violarli, o far finta che non esistano.

Ma non possono alterare il fatto,

che siano tuoi.

Nessuno può toglierti i tuoi Diritti Umani”

18


04.05 | 2013

25

APRILE

Antonino Foti

Docente Accademia di Belle Arti - Foggia

Antonino Foti con Lucia Pennesi, Assessore alle Politiche Sociali Città di Melfi

E

siste un giorno, nella memoria collettiva

italica, in cui dubbi e fraintendimenti

lasciano il posto a

consapevolezze consolidate dalla storia,

una storia fatta di divisioni e contrapposizioni,

da tifoserie da stadio… eh sì, perché

qui da noi, più che in ogni angolo del Vecchio

Continente, il termine faziosità assume

una connotazione che ha del

compulsivo, del morboso, probabilmente

perché novanta e passa anni di storia sono

troppo pochi per riuscire a voltare pagina,

troppo pochi per accettare una sconfitta da

parte di chi ha sempre creduto che un’alleanza

geneticamente sbagliata fosse cosa

buona e giusta, cercando di conseguenza

di stravolgere la storia, rivisitarla, revisionarla

perché è meglio non riconoscere

l’evidenza e che, se è vero che la storia la

fanno i vincitori, è altrettanto vero che per

farla migliaia di uomini e donne hanno

combattuto e sono morti per liberare il

suolo natio dall’orda barbarica nazista, liberarlo

anche per chi vendette la propria

dignità di libero cittadino per un legame

aberrante, come quello con i tedeschi. Uomini

e donne, italiani, contadini e operai,

gente comune che non ha accettato il

giogo nazifascista, che ha vissuto allo stato

brado combattendo ad armi impari, ma con

spirito e amore immenso per la patria,

come immenso è il ringraziamento che gli

dobbiamo. Il 25 aprile è il perpetuarsi di

un ringraziamento, è il rinnovarsi del Ricordo,

quello con la erre maiuscola, del

giorno della disfatta che in pochi, ma ottusi,

subiscono come un’onta andando a

piangere a Predappio, immersi in retoriche

stantie e disgustose che offendono il comune

pudore.

Il ricordo, quello perso delle nostre origini,

quello stranamente rifiutato da chi

odia l’immigrato, dimenticando o, peggio,

ignorando che l’economia fascista si basava

sui soldi mandati dagli emigranti, gli

LA BUONA

RETORICA

stessi che oggi osteggiano, non dando l’opportunità

di integrarsi come, bene o male,

avemmo noi. È il paese, il nostro, dell’amnesia,

un paese spesso arrogante nell’ostentata

superiorità sociale, vecchio

dentro, dove gli sbocchi per un salto di

qualità vengono sempre meno, dove generazioni

intere vivono anestetizzate dalle

luci sfavillanti dei loro decadenti status

simbols tecnologici, dell’apparire in ogni

dove, dimenticando che essere non è

un’immagine sexy postata sul social network

di turno, ma contribuire alla crescita

sociale, indignarsi e lottare per una società

migliore.

Abbiamo visto giovani fare arte, nella

ricorrenza del 25 aprile, nei luoghi simbolo

di Melfi, giovani che danno speranza, che

hanno studiato il perché dell’importanza di

questo giorno e che hanno trasferito questa

nuova consapevolezza sulle loro tele e sui

loro fogli, ragazzi dell’Accademia di Belle

Arti di Foggia e del Liceo Artistico di Melfi

che, all’unisono, hanno onorato questo Natale

laico, felici di dare un contributo con

i mezzi a loro più congeniali al rinnovo di

un ricordo. Pertini, il fiore del Partigiano,

le donne partigiane, indispensabili alla

causa comune, immortalati attraverso la

loro arte, e non importa un fico secco se

questa sia acerba e a volte ingenua, ciò

che è realmente importante è la gioia di

poter festeggiare questo giorno, in piena libertà,

quella libertà conquistata col sangue

dai nostri nonni, perche i partigiani,

quelli ancora in vita, sono i nonni d’Italia,

migliaia di uomini e donne hanno combattuto e sono morti

“per liberare il suolo natio dall’orda barbarica nazista

il meglio che il suolo italico potesse sfornare

e non ci stancheremo mai di sentire le

loro cantilene sui tempi che furono, anzi,

ci si deve considerare fortunati a vivere

nello stesso secolo, nella stessa epoca.

C’è della retorica in queste parole, lo

ammetto, ma me la si perdoni. Quel giorno

ho sfilato dal collo del mio amico Nicola

Serini il fazzoletto rosso dell’ANPI e l’ho

indossato, subendo gli sfottò amorevoli dei

miei studenti che, nella loro goliardia, non

mi hanno dato pace ed ho subito questo

con l’allegria di un bambino che indossa

il cappello da sceriffo, perché siamo stati,

il 25, tutti bambini, siamo stati, il 25,

tutti partigiani… io, Nicola, l’Assessore

Lucia Pennesi, insieme a tutti gli italiani

che, per un momento, per un istante, ci

siamo scrollati di dosso il logorio della vita

moderna, come diceva la pubblicità, unendoci

e cantando l’inno nazionale davanti

al monumento ai caduti con la mano sul

cuore.

Questi ragazzi, dai quali attingo giovinezza,

verso i quali nutro un bene genuino,

senza erigermi al di sopra di essi,

ma affiancandoli con quel pò di esperienza

che ho accumulato nella mia modesta

vita, questi giovani uomini e giovani

donne, felici di esserci, di mostrarsi al

mondo per quello che sono, senza filtri,

entusiasti del mestiere che fanno, quello

dello studente, che sarà, se li si affiancherà

nella giusta misura, l’uomo e la

donna di domani, il padre e la madre di

futuri figli, gli educatori e i costruttori del


futuro, un futuro che questa società, questa

politica, tenta di sottrarre, ma che difendono

con tutte le loro forze.

Cinzia Lecce, Michele Paradiso, Natascia

Vocale, Francesco Tomaiuolo, Fabio

Schiavone, Antonella Argentile, Serena

Calabrese, Barbara Segulin, Francesco

Leone, Gabriele Mansolillo, Diletta Ciannarella,

Nicola Renna, Elena Sderlenga,

Giuseppe Celenza, Giusi Di Stefano, Lorenza

Nigro, Maria Sapia Di Stasi, a tutti

loro dico grazie, per aver rinnovato un ricordo,

per aver dichiarato guerra, attraverso

l’arte, alla tirannia e alla barbarie,

dico grazie per aver preso una posizione e

aver compreso che, se oggi siamo qui a ricordarci

è perché c’è stato qualcuno che

ce lo ha permesso.


20 21


04.05 | 2013

Ph: Maria Luisa Dilillo

“CERCO UN

RI-TRATTO”

Sterpeta Fiore - Barletta

Q

uante volte ognuno di noi ha desiderato

avere la “Macchina del

Tempo”, per catapultarsi nel passato

o nel futuro, ma sempre in tempi lontani

dal nostro presente? Tante e tante volte!

La “Macchina del Tempo” però, dicono

che non esista. Perciò, ahimè ci tocca restare

in questo presente. Attenzione: dicono, però!

Perché la “Macchina del Tempo” esiste. Non

ha forma, colore e peso. O meglio, le ha. Ma

ognuno ne dà la forma, il colore e il peso che

vuole. Come? Bèh, come ogni macchina,

anche questa ha bisogno di una chiave. Una

“chiave speciale”. Difficile non da trovare,

ma da custodire.

Custodire, non è conservare in un cassetto

come i sogni, che come eremiti meditano

in questi eremi di legno, per poi aprirsi

e uscire all’alba di un nuovo giorno e con una

nuova luce realizzarsi. Custodire è nell’uso

che si fà. Anzi, più la usi e più scoprirai i suoi

benefici, ma il segreto è nascosto nelle mani.

Allora, quando senti che è il momento,

apri le mani, inserisci la chiave nella “Macchina

del Tempo” e così, il viaggio avrà inizio.

Quando il sole al tramonto, sembra salutarci

e pian piano andar via. Con il suo colore

rosso amaranto, così caldo ed intenso, rende

caldo e piacevole anche quel distacco. Il sole

nel suo andare, si adagia e scompare nel

mare di un porto, che con le sue barche attraccate

e nel seguire la lieve corrente del

mare con il loro dondolarsi, sembrino salutare

Apollo. Suggestiva cartolina del “Dio

Sole” in una domenica pomeriggio di giugno

nel porto di Trani. Città antica della Puglia.

Credi, che quella suggestione si fermi lì.

Invece…

Proprio di fronte a quello spettacolo

della natura c’è una libreria: “La Maria del

Porto”. Rassicurante nel nome, originale e

fantasiosa nel suo interno. Entro, e mi ritrovo

a vivere un viaggio tra i ricordi del mio

Foto 1

passato, ma non solo mio…

Quando la mamma stendeva le lenzuola e

a me divertiva passare tra esse, perchè quella

fresca ed umida carezza sulla pelle e il profumo

del sapone che inebriava il mio piccolo

naso, mi riscaldava così tanto da farmi sentire

leggera. Poi, lei mi riprendeva, per evitare che

le mie mani potessero sporcarle. Allora, dal

lato di un lenzuolo, facevo capolino con la

mia testa e le sorridevo. Lei seria, ma ha un

sorriso, che non sa indossare maschere. Perciò…uno,

due, tre e sorrideva anche lei. Allora,

ritornavo dietro alle lenzuola e con le

mani giocavo alle ombre cinesi, mentre mia

madre doveva indovinare che animale stessi

facendo. Quel divertente momento era il respiro

di un giorno. Lo sentivo e lo vivevo.

Bello e tenero ri-sentire e ri-vivere quel ricordo,

grazie alla mostra fotografica “Cerco

un ri-tratto”. (Vedi foto N. 1) Non solo per il

suo allestimento di fotografie appese con

delle mollette colorate a dei cordoncini, ma

per il suo significato, che come sapone di

marsiglia, nel purificare e nutrire ogni colore

e forma, ne esalta la sua vera luce.

Artisti di questa significativa mostra sono

15 bambini. Dai 6 agli 8 anni, impegnati alla

Foto 2 Foto 3

scoperta del ritratto fotografico. Un viaggio

ludico nel gioco dell’arte non come prodotto

finito, ma come processo di apprendimento

fluido e costante, che ha prodotto una serie di

scatti fotografici.

La creatività nasce quando si è in completo

ascolto con la propria anima. E’ il momento

più vicino a Dio. Non solo, perché

emoziona, ma perché comunica. Ha in sé

quella polvere di spiritualità, che con semplicità

penetra, nutre ed eleva. Un bambino,

è tutto questo.

La creatività è mappa del tesoro per un

bambino. La curiosità si fa bussola nelle sue

mani. La voglia di conoscere è la lancetta che

lo spinge ad andare oltre ogni cosa. Non ha

punti cardinali precisi un bambino. Tutto diventa

punto di mille scoperte. E nella prima

fase della mostra tutto ciò è tangibile.

Il bambino, come post-it ed appunti del

suo viaggio, che ha come macchina la curiosità,

restituisce anima a tutto ciò che lo circonda.

Dai colori alla macchinina della Lego,

dal pinguino di peluche ad un cane vero con

un cappellino rosa in testa.

La bellezza di un bambino è che nella sua

curiosità, ci mette anche tanta e tanta fantasia.

E come chiave nel suo girare, fa partire la

macchina e il viaggio si fa ancora più lungo e

sorprendente. Così, accostando oggetti di

varia natura, all’anima restituisce anche respiro.

Infatti, due palline del calcio balilla,

poste dietro le lenti di un paio di occhiali

rossi, danno vita ad un volto invisibile. La curiosità

di un bambino si spinge ad un tubo,

apparentemente insignificante, ma con la sua

fantasia diviene uno dei bene preziosi della

Terra. Il sole. Come? Un volto posato simpaticamente

in una delle estremità del tubo,

mentre dall’altro lato viene catturato dall’occhio

fotografico del bambino. E poi, non solo

l’anima e il respiro, qui il bambino si spinge

ancora oltre e come “Giudice di Corte”, restituisce

dignità ad un cocomero, che seppur

artisticamente decorato, perde della sua natura

per ritrovarsi nelle sembianze di un coniglio.

Il bambino en plein air è come se indossasse

un binocolo della meraviglia, che con i

suoi super poteri cattura la bellezza ovunque

essa sia. Così, due calci dati al pallone in un

campo di calcio, un cavaliere medievale, un

quadro che ha in sé la bandiera dell’Italia, un

paesaggio montuoso e il ridere spensierato e

Foto 4

Foto 5 Foto 6 Foto 7

gioioso dei bambini, tutto ciò è bellezza.

La tecnica fotografica appresa dal bambino,

a seconda del luogo cambia nei colori,

nelle luci e nelle ombre. Ma a livello di comunicazione

non cambia. In questo viaggio

fatto di colori e forme catturate dalla sua curiosità

e plasmate dalla sua fantasia, fa sì che

lo spettatore magicamente si ritrovi con il

sentire del bambino, a vivere la sua emozione

e il fluire di ogni cosa.

Henri Cartier-Bresson diceva: “La macchina

fotografica è per me un blocco di

schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità.

Fotografare è trattenere il respiro

quando le nostre facoltà convergono per captare

la realtà fugace; a questo punto l’immagine

catturata diviene una grande gioia fisica

e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello

stesso istante e in una frazione di secondo un

evento e il rigoroso assetto delle forme percepite

con lo sguardo che esprimono e significano

tale evento. È porre sulla stessa

>

22

23


04.05 | 2013 04.05 | 2013

linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È

un modo di vivere”.

E nel bambino, non è un modo di vivere,

ma è vivere.

Quando la mente, gli occhi e il cuore sono

sulla stessa linea, vuol dire che si è scevri da

muri, che bloccano il fluire di ogni cosa.

Siamo aperti a relazionarci agli altri. Siamo

pronti ad accogliere il mondo. E il bambino lo

è sempre.

Infatti, nella seconda fase della mostra,

l’occhio fotografico di un bambino, ritrae un

altro bambino. Qui, però c’è qualcosa di più

sottile ed intimo. Ogni bambino ha con sé un

gioco ed un oggetto preferito. E’ come una

chiacchierata fatta di segreti al proprio amico,

ognuno ne condivide e ne svela il suo. La

mano di una bimba mantiene il cesto e con

l’altra porge il frutto verso chi osserva. Un

bambino indossa delle ali, perché il suo nome

significa messaggero. Una bambina nella sua

piccola mano, delicatamente sorregge il faro

di un porto. Segreti bisbigliati con gesti ed oggetti,

senza l’uso della parola.

Quanti segreti ha un bambino… Sicuramente

tanti. Tanti, quante le stelle lassù in

cielo. A volte, per un adulto sembra difficile o

scontato entrare nel mondo di un bambino.

Forse, perché l’adulto nel crescere, perde di

spontaneità, perciò tutto deve essere assolutamente

perfetto. A volte, però, la troppa perfezione

finisce per ingabbiare e bloccare la

libertà espressiva.

Bruno Munari diceva: “Conservare l’infanzia

dentro di sé per tutta la vita, vuol

dire conservare la curiosità di conoscere, il

piacere di capire, la voglia di comunicare”.

Un bambino riesce a farlo non perché è

“DIRITTI UMANI”

nell’età dell’infanzia, ma perché ha come

compagna di vita la semplicità. Guida dei propri

passi. Si, perché essa permette di entrare

nell’anima di ogni cosa. Fino a trovare la sua

vera essenza. Assaporarla e viverla.

“Cercatrice di tesori” è Maria Luisa Dilillo.

L’artista e docente, in questa terza fase della

mostra, nella piena libertà di scelta di ogni

bambino, ritrova e lascia venir fuori la loro

“vera essenza”. L’anima del bambino è terreno

da esplorare, ma al tempo stesso egli è

sciamano, poiché la curiosità, la fantasia e la

semplicità che ha in sè, come pietre preziose

nelle sue mani, guidano la Cercatrice nella

sua ricerca. Infatti, per terra una serie di fogli

colorati, disegnati e scritti guidano lo spettatore

nella visione della mostra.

Il “tesoro” qui, oro non è. Non sono monete,

gioielli o diademi. Ma qualcosa di molto

di più… La muta e la maschera da sub (vedi

foto n. 2), un piccolo veliero in legno (vedi

foto n.3), una riga verde che si trasforma in

aereo pronto per il volo (vedi foto n. 4), un microscopio

bianco da laboratorio (vedi foto n.

5), una borsa etnica con conchiglie e ricami

floreali (vedi foto n. 6), una macchina fotografica

digitale, una bussola con vicino un

elefantino rosso, il faro di un porto (vedi foto

n. 7) ed infine un dolce sorriso.

Il divertimento che esprimono gli sguardi,

i sorrisi e le pose esalta il colore e carica d’intensità

l’essenza di ogni bambino.

Il bambino da sciamano, ora si è trasformato

in uno “scrigno”. Aperto, il suo tesoro

dal valore inestimabile, mostra in chi l’osserva

tutta la sua brillantezza. Lo scatto fotografico

perciò, è solo memorandum per l’adulto,

dell’“essere” del proprio bambino. L’“essenza”

è “luce nel crescere” di ogni bambino.

E’ il tesoro nascosto e finalmente ritrovato

dopo una lunga ricerca. E’ la “natura di ogni

creatura”, che nutrita, coltivata e rafforzata

“evolverà” il bambino di oggi verso l’uomo del

domani.

I bambini di oggi sono gli uomini di domani.

Il fare dell’uomo d’oggi è il fare dell’uomo

di domani. Quello che noi uomini

seminiamo oggi, sboccerà per gli uomini di

domani. Ma di quale profumo potranno mai

inebriarsi gli uomini di domani, se oggi nella

nostra cura di uomini non diamo acqua, sole

ed aria che possa farli crescere?

Su questi valori, che si è spinta Cinzia De

Toma. Investire con semplicità per il futuro

del bambino, attraverso l’arte e soprattutto

grazie all’ascolto della fotografa Maria Luisa

Dilillo.

La “Macchina del Tempo” esiste. E in

questo caso, è bastato poco per ri-vivere un

ricordo… Il profumo, i colori e la luce trasmessa

da quelle foto, mi facevano sentire

leggera. E come per magia l’aria che respiravo,

faceva scomparire le pareti di pietra antica

della libreria. Mentre sulla pelle una

piacevole sensazione di freschezza mi accarezzava

e mi scaldava l’anima. Anche ad

occhi aperti, mi ritrovavo all’aria aperta a divertirmi

con i panni stesi dalla mamma.

I bambini hanno gli occhi di Dio, perché

sanno vedere la bellezza.


ph. Maria Luisa Dilillo

info@marialuisadilillo.com

http://www.ruearte.it/

http://marialuisadillillo.wix.com/artist

MAntonia Latorraca - Venosa

i ritrovai sulla riva di una spiaggia

deserta in una piccola baia

delimitata da alti scogli.

Aprii più volte gli occhi non riuscendo a

capire come facessi a trovarmi lì….ah, sì…

tutta colpa delle ciabatte!

Ricordai… ero sulla riva del mare

quando un’onda gigantesca mi aveva spinta

contro la roccia… le ciabatte, fatte con materiale

sintetico, ad effetto salvagente, mi

avevano impedito di appoggiare i piedi a

terra facendomi finire con la testa sotto…

Fortunatamente non ero morta, anche

se mi doleva il capo.

Mi sollevai, non avevo più le scarpe e mi

vidi circondata da un esercito di gabbiani.

Girai lo sguardo e vidi altri gabbiani-sentinella

sugli scogli!

Erano gli unici esseri viventi presenti e il

fragore delle onde lambiva appena la spiaggia

tra gusci di conchiglie; il cielo era terso,

di un azzurro splendido, come le acque del

mare infinito.

Improvvisamente un gabbiano, con mia

enorme meraviglia, così parlò:

”Questa è la nostra Isola e tu sei stata

salvata da tutti noi; Il mio nome è Gabriele,

se vorrai, potrai rimanere qui per sempre!”

Non mi ero ancora ripresa dallo stupore

che il gabbiano continuò:

“Vieni dal Grande Gabbiano, il nostro

Re!”

Seguii Gabriele sulla scogliera e, nel

punto più alto, in una grotta naturale, guardata

da quattro sentinelle, vidi il Re: era un

Fu così che divenni

una Gabbiana

enorme gabbiano bianco, il più vecchio di

tutti ed era lui che prendeva le grandi decisioni

che riguardavano l’Isola.

Gabriele gli spiegò la mia condizione e

lui dispose per me La Grotta dei Fiori, per

tutto il tempo della mia permanenza tra

loro.

Io non sapevo cosa dire, cosa fare; ero

sorpresa, meravigliata, mi sembrava di vivere

in un sogno...

Gabriele mi accompagnò nella mia

grotta; un nido enorme, ricoperto di fiori e

piume campeggiava nel centro.

Mi portò poi del cibo: frutta meravigliosa,

mai vista, dal sapore dolcissimo.

Scoprii di essere affamata… chissà

quanto tempo era passato dall’ultima volta

che avevo mangiato… divorai tutto e crollai

in un sonno profondo.

Mi svegliai che era quasi l’alba.

Gabriele era rimasto tutto il tempo con

me a rinfrescarmi il volto muovendo appena

le lunghe ali.

Mi portò ancora frutta che divorai puntualmente.

Poi mi prese per mano e mi condusse

sulla soglia della grotta: uno scenario unico,

meraviglioso, si aprì ai miei occhi… emergeva

dalle acque, vestito di Luce, nella sua

sfolgorante e sublime veste, il Sole, dio dei

gabbiani… spruzzando sulle onde riflessi

d’argento, volteggiava nell’aria

e spalmava colori

fantastici nel cielo!

I gabbiani lo salutarono con l’urlo tipico

della loro specie.

Rimasi sull’Isola completamente dimentica

del mio “essere umana ”e della mia

vita di prima non so più per quanto tempo.

Stando con i gabbiani avevo imparato

ad amare il Sole, fonte di vita e le acque, la

natura tutta!

E poi… Gabriele si rivelò un compagno

unico, attento, dolcissimo… mi portava

sulle ali robuste al di sopra delle nuvole,

svelandomi i segreti del Tempo e della Felicità.

Mi confidò che anche lui, un tempo, era

stato un uomo… naufragato sull’Isola e,

come me, salvato dagli uccelli… poi aveva

preferito rimanere facendosi trasformare in

un gabbiano… ora capivo perché conosceva

la mia lingua!

Mi innamorai perdutamente di lui e

presi una decisione… la più importante

della mia vita!

All’alba, quando le stelle prendono commiato

dal mondo e il Sole ritorna sulla favolosa

Isola dei Gabbiani, ci recammo da

Lui e chiedemmo il miracolo…

Fu così che divenni Nantea, una gabbiana

dolcissima, bianchissima, innamoratissima

di Gabriele…

Fu così che il nostro Re, il Grande Gabbiano,

ci sposò tra gli applausi dei nostri

amici…

Fu così che trovai la mia felicità!!!

La creatività, il gioco e la fantasia sono nutrimento per ogni bambino.

Gli permettono di crescere e di evolversi, ma soprattutto

di esprimersi. Concedere ciò ad un bambino, credo che sia la

più alta forma di libertà. Perché è nella libertà, che si compie il vero

amore.

Il bambino con il suo parlare, con i suoi disegni, i suoi sorrisi e i

suoi baci ci riporta ad una dimensione più umana. Dimensione fatta di

sentimenti e che solo attraverso di essi sentiamo e viviamo la vita. Il

bambino è lo specchio della nostra vera natura. Specchiandoci in esso,

comprendiamo chi siamo.

Nella Carta dei Diritti Umani l’art. n. 19 parla di libertà di espressione

per ogni individuo, mentre l’art. n. 24 parla del diritto al tempo

libero e allo svago. Credo, che chi abbia menzionato tali diritti, meriti

la stima di ogni uomo per l’elevata sensibilità nel nutrire il “bambino

che c’è in noi”. Perchè, attraverso l’espressione e lo svago, si forma e

si determina la crescita di ogni uomo e dell’umanità. Ogni uomo, così

vivendo contribuisce alla crescita di un altro uomo. Uno scambio continuo,

che permette di far girare il mondo.

Spesso pensiamo che tutto ci è dovuto, senza tener conto che ciò

che desideriamo è già nelle nostre mani. Perciò, concedersi o concedere

svago e libertà d’espressione è il più grande dono che ci si possa fare.

Ripartiamo da noi. L’umanità, oggi in modo particolare, ha bisogno

di gesti d’amore. Iniziamo dai più piccoli!

S. F.

24


04.05 | 2013

04.05 | 2013

Pierluigi Vitucci

Archeoclub d’Italia - Sede di Melfi

Il novecento per il meridione è stato

il passaggio dal medioevo alla modernità

saltando completamente la rivoluzione industriale.

rito a questo progetto ed hanno aperto i

loro “archivi familiari”, scegliendo le immagini

più particolari e recuperando una

ingente quantità di materiale del tutto inedito,

si è pensato di allestire questo impor-

poguerra con delle immagini di vita quotidiana

molto affascinanti, ed infine perché

attraverso la spontaneità di queste rappresentazioni

si riescono a cogliere in maniera

importante tutte le ricchezze della storia e

state recuperate immagini dei carnevali e

scenari di caccia), degli scorci del paese

(dove sono presenti monumenti oramai

scomparsi), dei matrimoni, della cultura

contadina, della guerra e delle scene di vita

Un viaggio

nei ricordi

C

ontinua da parte dell’Archeoclub

di Melfi un recupero della memoria

collettiva della città di Melfi:

lo scorso anno è stata pubblicata la ristampa

anastatica del libro “La Sarcinedda

mia”, nel 2013 l’azione dell’associazione

si rivolge in un altro campo, quello della fotografia

e dei video. Un territorio si studia

ormai non solo con i documenti scritti ma

anche con le foto ed i filmati. Il novecento

per il meridione è stato il passaggio dal

medioevo alla modernità saltando completamente

la rivoluzione industriale. Questo

vale anche e soprattutto per Melfi che negli

ultimi 60 anni ha visto cambiare completamente

la sua fisionomia sia del paesaggio

che della vita stessa. Il prossimo mese di

agosto rappresenta un momento importante

per tutti coloro i quali vorranno ripercorrere,

come in una macchina del tempo,

un viaggio attraverso le immagini nel passato

di una Melfi oramai quasi scomparsa.

È prevista infatti una importante iniziativa,

curata dalla sede di Melfi dell’Archeoclub

d’Italia e patrocinata dall’Amministrazione

Comunale di Melfi, che riguarda una

grande mostra fotografica sulla storia di

Melfi nell’arco di tempo compreso tra l’inizio

e gli anni sessanta del secolo appena

trascorso. Le foto ed i video ripercorrono la

vita quotidiana sia della gente umile che di

una borghesia nascente nel novecento. La

mostra vuole essere un complesso di ricordi

della vita di un paese della Basilicata

dall’inizio del ‘900: il paese è Melfi ma potrebbe

essere uno dei tanti paesi della Lucania

di quel periodo.

Il progetto è nato grazie alla volontà dei

soci della associazione, che guardando nei

loro archivi hanno individuato molte immagini

particolari sulla vita delle loro famiglie,

ed hanno pensato di metterle a disposizione

della comunità. In seguito, grazie alla

collaborazione di tantissime altre famiglie

melfitane che hanno con entusiasmo ade-

tante evento, importante perché potrà

descrivere attraverso queste rappresentazioni

quella che è stata la storia di un

luogo, delle sue tradizioni, delle sue attività

più rilevanti e dei suoi riti. È stata fatta

la scelta di inserire in questa mostra immagini

inedite e provenienti da “archivi familiari”

e non immagini già pubblicate

innanzitutto per coinvolgere i cittadini

nella ricerca, in secondo luogo per individuare

delle cose assolutamente inedite

come ad esempio filmati del secondo do-

del passato di una intera comunità cittadina.

Un passato quasi del tutto scomparso,

caratterizzato da elementi di forte peculiarità

che emergono in tutte le categorie in

cui sarà divisa la mostra. La divisione della

mostra riguarderà diverse aree tematiche,

quali quella della pietà popolare (in cui tra

l’altro si potranno osservare alcune immagini

di processioni oramai scomparse,

come quella del Crocifisso della chiesa dei

Cappuccini), del tempo libero (in cui sono

familiare. Una sezione sulla evoluzione del

territorio sarà composta da fotografie aeree

recuperate presso l’ICCD (Istituto Centrale

di Documentazione del Ministero dei Beni

Culturali) di Roma, che rappresentano a distanza

di circa dieci anni l’una dall’altra

quelle che sono state le evoluzioni di tutto

il territorio del centro abitato di Melfi. Questa

ultima sezione è altresì importante per

studiare, attraverso le immagini aeree,

eventuali tracce di insediamenti archeologici

che sul territorio permangono. Inoltre

sono stati recuperati sia da privati che da

Enti pubblici dei video di epoca che testimoniano

quali erano le condizioni in cui si

trovava il paese negli anni ’30, ’40, ‘50 e

’60 del 1900.

La mostra sarà allestita all’interno del

Museo Civico di Palazzo Donadoni, e sarà

inaugurata il 3 agosto.


26

27


“La vocazione del custodire è il custodire

la gente, l’aver cura di tutti, di ogni

persona, con amore, specialmente dei

bambini, dei vecchi, di coloro che sono

più fragili e che spesso sono nella

periferia del nostro cuore.

E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella

famiglia: i coniugi si custodiscono

reciprocamente, poi come genitori si

prendono cura dei figli, e col tempo

anche i figli diventano custodi dei

genitori”.

(Tratto dall’omelia della Prima Messa di inizio del Ponteficato di Papa Francesco, 19 marzo 2013)

Editore

Fondazione Marina Sinigaglia

Presidente

Nicola Serini

Amministratore e Legale Rappresentante

Mario Catapano

Direttore responsabile

Giuseppe Orlando

Redazione

Vincenza Ferrarese, Incoronata Rossi,

Vincenzo Pantaleo, Maria Antonietta Paesano,

Giuseppe Brescia, Antonia Latorraca,

Antonino Foti, Archeoclub Melfi.

Da Bologna

Giuseppe Lavalle

Da Barletta

Sterpeta Fiore

Come tutte le Associazioni e Fondazioni senza scopo di

lucro, il sostentamento per le attività che si dichiarano

di fare, abbisognano del sostegno economico spontaneo

di amici ed amiche sensibili.

Le modalità per farlo sono semplici:

Puoi donare il tuo contributo versando con:

Bonifico intestato a Fondazione Marina Sinigaglia

- Banca Popolare di Bari agenzia di Melfi

Cod. IBAN IT 71 J 05424 42100 000000155783

- o con bollettino postale intestato a

Fondazione Marina Sinigaglia

c/c Postale 2230080

SOSTIENICI

Scrivi a: info@fondazionemarinasinigaglia.it

Se pensi altresì di aderire formalmente alla Fondazione

puoi farlo chiedendo di essere iscritto come “membro Sostenitore”

o “membro Benemerito”, specificandolo nella

“causale di versamento”.

Le quote minime definite, a norma di Statuto, per l’anno 2013 sono:

* Membro Sostenitore € 50,00

* Membro Benemerito € 100,00

In questo caso sarai registrato nel libro dei Membri ed informato

delle varie iniziative in forma diretta e, se lo richiedi, sarai

invitato a partecipare alle assemblee del Consiglio Generale.

Ti raggiunga comunque il nostro più sentito e sincero “grazie”

per aver visionato il nostro Sito e per il “passaparola” che

deciderai di fare.

Hanno collaborato a questo numero

Fiorella Cerchiara, Carmela Zaccagnino,

Don Aldo Antonelli, Pierluigi Vitucci.

Foto

IMEREA

di M. Antonietta Todisco e Vincenzo Fundone

Stampa

Tipolitografia Alfagrafica Volonnino

Via Pasteur - zona PIP - 85024 LAVELLO (PZ)

Tel. e fax 0972 88900 - 0972 86252

www.alfagrafica.it - info@alfagrafica.it

Fondazione Marina Sinigaglia

C.F. 93022450776

Via Libertà, 1 - 85025 Melfi (PZ)

Tel. 0972 237089 - Fax 0972 250740

info@fondazionemarinasinigaglia.it

www.fondazionemarinasinigaglia.it

Registrazione Tribunale di Melfi

N° 3 del 30/11/2010

Chiuso in redazione il 17 giugno 2013

Aspettiamo le tue idee

Note: La redazione si riserva il diritto di scegliere gli elaborati da pubblicare che in ogni caso non verranno restituiti all’autore.

Il periodico è anche online su

www.fondazionemarinasinigaglia.it

www.fondazionemarinasinigaglia.eu

More magazines by this user
Similar magazines