Testo in formato stampabile - Cottolengo

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Testo in formato stampabile - Cottolengo

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consolazione esige di arrivare al cuore della persona, di

penetrare nell’intimo, senza giudicarla, fino a raggiungere

la disponibilità a condividere con lei tutto.

Non possiamo comprendere appieno l’arte della consolazione

senza guardare a Cristo che è l’unica risposta alla

sofferenza, al dolore e alle schiavitù cui è soggetto l’uomo.

Gesù continua a dire agli uomini di oggi: “Venite a

me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò

ristoro” (Mt 11, 28–29).

Come il Cottolengo, consoliamo

Sull’esempio di Gesù, buon samaritano, i santi della carità

hanno operato nel loro tempo con il cuo-re stesso di

Dio. Il Cottolengo ha dato inizio alla Piccola Casa della

Divina Provvidenza per acco-gliere i malati, i più poveri

e abbandonati dalla società per far sentire loro la consolazione

che viene da Dio. Ricordando i 200 anni dell’ordinazione

sacerdotale del Cottolengo, non è difficile

cogliere in lui il cuore del buon pastore che, volendo la

salvezza del gregge, si prodiga di annunciare e di te-stimoniare

l’amore di Dio Padre. Come samaritano del suo

tempo, non solo ha curato, ma ‘si è pre-so cura’ della

sorte di tante persone ridonando loro:

-la dignità di persone amate da Dio,

-un nucleo familiare per accoglierle,

-alcune persone che potessero formare con loro

questa nuova famiglia,

Ha inoltre offerto loro:

-una istruzione e un’occupazione,

-un futuro,

-ha fatto crescere in loro l’amore per Dio che è Padre

buono e provvidente,

-non ha avuto paura lui stesso di perdere del tempo con

chi era più bisognoso.

In conclusione il nostro Santo si è preso cura dell’uomo

in tutte le sue dimensioni. Ce lo ha ricorda-to molto

bene il Papa Benedetto XVI nel suo discorso tenuto

nella chiesa della Piccola Casa durante la sua visita il 2

maggio 2010: “Recupero della dignità personale per san

Giuseppe Benedetto Cot-tolengo voleva dire ristabilire

e valorizzare tutto l’umano: dai bisogni fondamentali

psico–sociali a quelli morali e spirituali, dalla riabilitazione

delle funzioni fisiche alla ricerca di un senso per la

vita, portando la persona a sentirsi ancora parte viva

della comunità ecclesiale e del tessuto sociale”.

La Piccola Casa è diventata una grande casa che accoglie

e consola con la consolazione stessa di Dio tante

persone che a loro volta diventano consolatrici per altre

persone. Il Cottolengo, campione di umanità, diventa in

questo modo maestro di consolazione. Infatti:

-mostra l’amore di Dio Padre,

-inculca l’amore alla Vergine Consolata il cui quadro

mette all’ingresso della portineria ‘14’

-chiede di pregare la Madonna del Rosario,

-addita Maria che, consolata da Dio, si fa discepola di

Gesù e maestra di consolazione,

-invita tutti ad amare Dio e il prossimo.

La Piccola Casa: casa e scuola di comunione per

consolare

La Chiesa italiana nei prossimi dieci anni intende avere

di mira la prospettiva educativa per poter ridare fondamento

a valori cristiani quali: l’amore, la verità, la libertà,

la bellezza, la vita e la morte, il dolore e la sofferenza.

Appare inderogabile educare alla vita, educare al dono di

sé per amore, e-ducare alla comunione, a stare insieme

perché qualcuno ci invita a fare comunione.

Diventa allora importante:

-educare all’ascolto per saper ascoltare

-ascoltare la Parola di Dio e i fratelli

- educare al sacrificio, al dono di sé agli altri e alla gratuità.

La Piccola Casa come casa e scuola di comunione, può

diventare un laboratorio di fede per tutti co-loro che vi

entrano. È facendo un’esperienza di comunione che alla

Piccola Casa si può ricevere il sostegno necessario per

guarire dalle fragilità, per essere risanati nel corpo e

nello spirito e per rice-vere la consolazione che viene da

Dio.

Conclusione

Non troviamo tra gli scritti del nostro Santo una trattazione

specifica sulla consolazione. Il Cotto-lengo ha

comunque dato delle indicazioni alle sue suore in quale

modo portare avanti il servizio ai poveri. Al n. 215 di

‘Detti e pensieri’ troviamo una specie di sintesi. Dice il

Cottolengo alle sue suo-re: “Vedete figlie mie, voi servite

a questi poveretti, e siete come le loro madri; ma non

basta ser-virli nei mali del corpo, bisogna che li serviate

ancora in quelli dell’anima …. Bisogna parlare loro di

Dio, … mostrando che sono figli di Dio … inculcate

sempre che Gesù Cristo è morto per tutti, … e poi animateli

sempre ad una grande fiducia di ottenere il

Paradiso per i meriti del divin Salvatore”.

Se noi inseriamo quanto detto dal Santo nel quadro

della sua spiritualità basata sulla grande fede in Dio,

sulla preghiera, sul senso della Divina Provvidenza che

non viene mai meno e a cui bisogna abbandonarsi, sull’amore

dei poveri che sono Gesù, noi comprendiamo

come proponeva di consola-re i suoi poveri:

-prendersi cura di loro come una madre si prende cura

dei figli,

-pensare non solo al corpo ma anche allo spirito,

-far sentire loro la vicinanza di Dio che li ama come figli

-e che un giorno godranno del Paradiso con Gesù.

Abbiamo molti elementi su cui riflette per rendere più

evangelica la consolazione che offriamo ai nostri fratelli.

Preghiamo lo Spirito Santo che ci illumini sul cammino

da compiere quest’anno e imploriamo la Vergine

Consolata che sempre ci insegni a farci discepoli di Gesù

suo Figlio. L’esempio e l’imitazione del nostro Santo ci

aiutino a rendere più evangelico il nostro impegno quotidiano

perché, consolati dall’amore di Dio, sappiamo a

nostra volta consolare i nostri fratelli.

Torino, Piccola Casa, 2 settembre 2010

Padre Aldo Sarotto

Piccola Casa della Divina Provvidenza

Cottolengo

CONSOLATI

CONSOLIAMO

“… si prese cura di lui”

PIANO PASTORALE 2010 / 2011

2010 / 2011


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CONSOLATI, CONSOLIAMO

Cari figli e figlie della Piccola Casa,

in questi anni, attraverso i temi pastorali, abbiamo riflettuto e

fatto esperienza di un Dio che sostiene la ‘nostra fragilità’ di

uomini redenti da Cristo, di un Dio che ci illumina con la ‘sua

Parola’ di vita, che ‘ci risana’ nel corpo e nello spirito, di un Dio

che ci ama e ci manifesta il suo grande amore do-nandoci Gesù,

suo Figlio, che ci salva sulla croce.

Questo, al di là di farci vedere una continuità con i temi degli

anni precedenti, ci fa sperimentare la bellezza di essere in ogni

momento amati da Dio. Tutto questo ci fa sentire in pace con

noi stessi e ci fa sperimentare una grande gioia interiore; inoltre

ci fa sentire realizzati in quanto possiamo spe-rimentare la dolcezza

e la profondità di essere consolati da Dio stesso. Da queste

premesse scaturisce il tema di questo nuovo anno pastorale

2010-2011: “Consolati, con-soliamo! “… si prese cura di lui”.

La consolazione viene da Dio

La vita dell’uomo è strettamente legata a Dio! Da Lui

riceve la vita stessa, la grazia che toglie il peccato, la capacità

e la forza per vincere il male e compiere il bene.

Eppure ogni uomo sperimenta drammaticamente su di

sé la forza del male, la pesantezza della sofferenza, la difficoltà

del vivere in determinate situazioni: quante volte

l’uomo, sentendo stretto il giogo, si ribella o si rivolta

contro Dio? L’uomo vorrebbe fare a meno di Dio e fare

da solo, a volte si illude di aver conquistata la li-bertà che

presto si manifesta menzognera, e lentamente ritorna sui

suoi passi. Il ritorno a Dio fa spe-rimentare all’uomo,

non la sua sconfitta, ma la presenza discreta e consolante

di Dio. Quante volte nella Scrittura, attraverso l’esperienza

concreta di vita di tante persone, ritroviamo questa

dinamica della scoperta gioiosa e consolante di Dio

accanto all’uomo!

Nella Scrittura appare chiaramente che l’unica sorgente

della consolazione è Dio (2 Cor 1,3–4) per mezzo di

Gesù Cristo (2 Cor 1,5) e del suo Spirito (At 9,31). La

consolazione è annunziata dai profeti come caratteristica

dell’era messianica e ha il significato di dire che è terminato

il tempo della prova e sta per iniziare un’era di pace

e di gioia (Is 40,1).

Il termine ‘consolare’ racchiude in sé una ricchezza di

significati che vanno letti insieme per coglierne e gustarne

tutte le sfumature: dal ‘tirare il fiato’ in una situazione di

dolore al ‘respirare profondamente’; dal ‘portare sollievo’ al

‘confortare, sostenere, incoraggiare’, …

La cosa straordinaria per noi è comunque scoprire che

Dio, non solo non ci abbandona nelle diffi-coltà e nelle

sofferenze, ma che ‘si prende cura di noi’: “porta gli

agnellini sul petto e conduce dol-cemente le pecore

madri” (Is 40,10).

La grande consolazione: la salvezza

Svolgendo il tema pastorale dell’anno scorso: ‘Sofferenza

di Dio, sofferenza dell’uomo’ abbiamo detto che Gesù

scegliendo di andare liberamente incontro alla morte in

croce, si cala dentro la soffe-renza. Il senso profondo

dell’avvenimento della croce è vissuto da Gesù in ossequio

alla volontà di Dio, sperimenta la sua impotenza, si

consegna inerme agli uomini e prova il non intervento di

Dio che potrebbe salvarlo. Gesù sceglie liberamente e

consapevolmente di donare la sua vita per la salvezza

degli uomini (cfr. Gv 10,18). Si identifica con l’agnello

pasquale che, sacrificato, salva la vita degli uomini, che

pren-de su di sé i peccati della moltitudine e li espia con

la sua sofferenza redentrice. Naturalmente que-sto in

obbedienza e nella fedeltà al volere del Padre che si esprime

in un grande amore per l’uomo fino a dare la vita.

Gesù consola tutto l’uomo

Quale più grande consolazione potrebbe desiderare l’uomo

se non di essere salvato e avere la vita nuova? Dio

salva l’uomo e lo salva nella sua interezza. L’amore di

Dio, nonostante la nostra inde-gnità, viene dentro di

noi, ci risana e ci salva.

Ci soffermiamo a meditare su una pagina del Vangelo di

Marco (Mc 2, 1–12) che conosciamo bene: la guarigione

del paralitico.

Gesù resta impressionato dalla fede pratica e forte di

coloro che gli portano davanti questo paraliti-co; Gesù

rimane anche colpito dalla compassione che provano per

questo malato impossibilitato a muoversi da solo, e opera

per lui la guarigione completa del corpo e dello spirito.

La fede di chi entra in contatto con Gesù è la condizione

necessaria che permette a Gesù di operare il miracolo.

Nei vangeli è riportato come Gesù in alcune circostanze

non poté operare miracoli per mancanza di fede.

In questo caso, la fede di coloro che trasportano questo

paralitico di fronte a Ge-sù, permette a Gesù di operare

una guarigione completa nello spirito e nel corpo e

diventano così il simbolo della comunità cristiana che

accoglie al proprio interno ogni persona, e la rigenera

nella fe-de. È una comunità che ha delle attese, ha delle

speranze che realizza grazie alla fede in Cristo Gesù.

Gesù guarisce quindi non solo la parte fisica malata e

più evidente, ma interviene a favore dell’uomo nella sua

interezza. Il suo è un ‘prendersi cura’ in modo completo,

non solo del corpo, ma anzi prima ancora, dello spirito, i

cui limiti non sono così evidenti all’occhio umano. Gesù

gli perdona i peccati, gli apre il cuore fino ad allora chiuso

e impossibilitato ad accogliere la grazia di Dio, e gli

ridona la vita.

Il male non colpisce solo il fisico, ma tutta la persona,

dall’intelligenza al cuore, dalla psiche al mo-rale, alla

coscienza… Quest’uomo viene da Gesù rigenerato,

restituito alla vita nuova, salvato e messo in grado di

condividere i dolori, le sofferenze e le speranze degli altri

uomini. Appare così evidente come la consolazione

genera in questo uomo la conversione del cuore e diventa

‘sorgente di speranza’ per gli altri uomini.

L’uomo ha bisogno di salvezza per divenire partecipe

di consolazione

La sofferenza fa parte dell’esistenza umana: deriva dalla

sua creaturalità e dal suo peccato. Certamente la sofferenza

non la si può eliminare completamente ma va

combattuta per quanto è nelle nostre possibilità. Il Papa

Benedetto XVI, nella lettera enciclica ‘Spe Salvi’, afferma

che: “la misura dell’umanità la si determina essenzialmente

nel rapporto con la sofferenza e con il sofferente…Una

società che non riesce ad accettare i soffe-

renti e non è capace di contribuire mediante la compassione

a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata

anche interiormente è una società crudele e disumana”

(Spe Salvi n°38).

La riflessione della sofferenza che abbiamo fatto l’anno

appena trascorso ci ha aiutato ad accettare la sofferenza

e a maturare la sensibilità nei confronti di chi soffre. Ora

questa sensibilità, sull’esempio di Gesù che muore in

croce per noi ci deve portare alla compassione e alla consolazio-ne

verso gli altri, cioè a una vera e propria condivisione

onde evitare ogni solitudine o ripiegamento su

di sé, come facilmente è portato a fare chi soffre.

“Soffrire con l’altro, per gli altri” dice il Papa al n° 39

della ‘Spe Salvi’, e subito dopo pone la do-manda: “ne

siamo capaci?”

Siamo capaci di consolazione?

L’interrogativo del Papa ci fa comprendere quanto sia

urgente entrare nel campo formativo – educa-tivo.

Sappiamo quanto carente sia oggi l’educazione e quanto ci

sia bisogno di formazione per so-stenere i valori fondamentali

dell’uomo. In un mondo in cui conta solo l’individuo,

e la sua autore-ferenzialità, i valori tendono a scomparire

ingoiati dall’egoismo dominante. Occorre mettersi

alla scuola di Gesù, buon samaritano, che ha compassione,

che consola per impa-rare a prendersi cura del fratello

in stato di bisogno. È importante conoscere la persona

in stato di bisogno riconoscendo innanzitutto in lei la

dignità di ‘persona’. Entrando in relazione con lei iniziamo

ad avere com–passione, cioè a patire insieme con lei.

Non è sufficiente, infatti, limitarsi a fare delle cose o a

svolgere alcune mansioni, occorre arrivare alla com–passione,

occorre ‘soffrire con l’altro e per gli altri’. Solo così

si può giungere alla con–solazione come atto di amore.

Gesù ha mostrato il volto del Padre amando l’uomo fino

a dare la vita: in questo modo ci ha mostra-to come

giungere alla consolazione. Non è sufficiente fermarsi un

attimo accanto a chi soffre o ha bisogno, neanche limitarsi

a dare una pacca sulle spalle e invitare ad andare

avanti comunque e poi allontanarsi frettolosamente. La

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