I sommersi e i salvati
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Che tentativi di aiuto ci siano stati, lo so, e so che erano pericolosi; così pure,<br />
essendo vissuto in Italia, so «che ribellarsi in uno stato totalitario è<br />
impossibile»; ma so che esistono mille modi, molto meno pericolosi, di<br />
manifestare la propria solidarietà con l’oppresso, che questi furono frequenti in<br />
Italia, anche dopo l’occupazione tedesca, e che nella Germania di Hitler essi<br />
vennero messi in atto troppo di rado.<br />
Le altre lettere sono molto diverse: delineano un mondo migliore. Devo però<br />
ricordare che, anche con la miglior volontà di assolvere, non si possono<br />
considerare un «campione rappresentativo» del popolo tedesco di allora. In<br />
primo luogo, quel mio libro è stato pubblicato in qualche decina di migliaia di<br />
copie, e letto quindi forse dall’uno per mille dei cittadini della Repubblica<br />
Federale: pochi lo avranno comprato per caso, gli altri perché erano in qualche<br />
modo predisposti alla collisione coi fatti, sensibilizzati, permeabili. Di questi<br />
lettori, solo una quarantina, come ho accennato, si sono decisi a scrivermi.<br />
In quarant’anni di esercizio, mi sono ormai familiarizzato con questo<br />
personaggio singolare, il lettore che scrive all’autore. Può appartenere a due<br />
costellazioni ben distinte, una gradita, l’altra incresciosa; i casi intermedi sono<br />
rari. I primi dànno gioia e insegnano. Hanno letto il libro con attenzione,<br />
spesso più di una volta; l’hanno amato e capito, a volte meglio dell’autore<br />
stesso; se ne dichiarano arricchiti; espongono con nitidezza il loro giudizio, a<br />
volte le loro critiche; ringraziano lo scrittore per la sua opera; spesso lo<br />
esonerano esplicitamente da una risposta. I secondi dànno noia e fanno<br />
perdere tempo. Si esibiscono; ostentano meriti; spesso hanno manoscritti nel<br />
cassetto, e lasciano trapelare l’intento di arrampicarsi sul libro e sull’autore<br />
come fa l’edera sui tronchi; od anche, sono bambini o adolescenti che scrivono<br />
per bravata, per scommessa, per conquistare un autografo. I miei quaranta<br />
corrispondenti tedeschi, a cui dedico con riconoscenza queste pagine,<br />
appartengono tutti (salvo il signor T. H. già citato, che è un caso a sé) alla<br />
prima costellazione.<br />
L. I. è bibliotecaria in Vestfalia; confessa di aver avuto la tentazione violenta di<br />
chiudere il libro a metà lettura «per sottrarsi alle immagini che vi sono<br />
evocate», ma di essersi subito vergognata per questo impulso egoistico e vile.<br />
Scrive:<br />
Nella prefazione, Lei esprime il desiderio di capire noi tedeschi.<br />
Lei deve credere quando Le diciamo che noi stessi non<br />
sappiamo concepire noi stessi né quanto abbiamo fatto. Siamo<br />
colpevoli. Io sono nata nel 1922, sono cresciuta in Alta Slesia,<br />
non lontano da Auschwitz, ma a quel tempo, in verità, non ho<br />
saputo nulla (La prego, non consideri questa affermazione<br />
come una comoda scusa, ma come un dato di fatto) delle cose<br />
atroci che si stavano commettendo, addirittura a pochi<br />
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