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I sommersi e i salvati

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accontarlo. Ma dopo qualche settimana un addetto all’infermeria di<br />

Westerbork, osservatore perspicace, notò che i vagoni merci dei convogli<br />

erano sempre gli stessi: facevano la spola fra il Lager di partenza e quello di<br />

destinazione. Così avvenne che alcuni fra coloro che furono deportati<br />

successivamente poterono mandare messaggi nascosti nei vagoni che<br />

ritornavano vuoti, e da allora si poté provvedere almeno ad una scorta di viveri<br />

e d’acqua, e ad un mastello per gli escrementi.<br />

Il convoglio con cui sono stato deportato io, nel febbraio del 1944, era il primo<br />

che partisse dal campo di raccolta di Fòssoli (altri erano partiti prima da Roma<br />

e da Milano, ma non ce n’era giunta notizia). Le SS, che poco prima avevano<br />

sottratto la gestione del campo alla Pubblica Sicurezza italiana, non diedero<br />

alcuna disposi-zione precisa per il viaggio; fecero soltanto sapere che sarebbe<br />

stato lungo, e lasciarono trapelare il consiglio interessato e ironico a cui ho<br />

accennato («Portate oro e gioielli, e soprattutto abiti di lana e pellicce, perché<br />

andate a lavorare in un paese freddo»). Il capocampo, de-portato anche lui,<br />

ebbe il buon senso di procurare una scorta ragionevole di cibo, ma non<br />

d’acqua: l’acqua non costa nulla, non è vero? E i tedeschi non regalano niente,<br />

ma sono buoni organizzatori... Neppure pensò a munire ogni vagone di un<br />

recipiente che fungesse da latrina, e questa dimenticanza si dimostrò<br />

gravissima: provoco un’afflizione assai peggiore della sete e del freddo. Nel<br />

mio vagone c’erano parecchi anziani, uomini e donne: tra gli altri, c’erano al<br />

completo gli ospiti della casa di riposo israelitica di Venezia. Per tutti, ma<br />

specialmente per questi, evacuare in pubblico era angoscioso o impossibile: un<br />

trauma a cui la nostra civiltà non ci prepara, una ferita profonda inferta alla<br />

dignità umana, un attentato osceno e pieno di presagio; ma anche il segnale di<br />

una malignità deliberata e gratuita. Per nostra paradossale fortuna (ma esito a<br />

scrivere questa parola in questo contesto), nel nostro vagone c’erano anche<br />

due giovani madri con i loro bambini di pochi mesi, e una di loro aveva<br />

portato con sé un vaso da notte: uno solo, e dovette servire per una<br />

cinquantina di persone. Dopo due giorni di viaggio trovammo chiodi confitti<br />

nelle pareti di legno, ne ripuntammo due in un angolo, e con uno spago e una<br />

coperta improvvisammo un riparo, sostanzialmente simbolico: non siamo<br />

ancora bestie, non lo saremo finché cercheremo di resistere.<br />

Che cosa sia avvenuto negli altri vagoni, privi di questa minima attrezzatura, è<br />

difficile immaginare. Il convoglio venne fermato due o tre volte in aperta<br />

campagna, le portiere dei vagoni furono aperte ed ai prigionieri fu concesso di<br />

scendere: ma non di allontanarsi dalla ferrovia né di appartarsi. Un’altra volta le<br />

portiere furono aperte, ma durante una fermata in una stazione austriaca di<br />

transito. Le SS della scorta non nascondevano il loro divertimento al vedere<br />

uomini e donne accovacciarsi dove potevano, sulle banchine, in mezzo ai<br />

binari; ed i passeggeri tedeschi esprimevano apertamente il loro disgu-sto:<br />

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