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I sommersi e i salvati

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appello. Non era certo un appello nominale, che su migliaia o decine di<br />

migliaia di prigionieri sarebbe stato impossibile: tanto più in quanto essi non<br />

erano mai designati col loro nome, bensì solo col numero di matricola, di<br />

cinque o sei cifre. Era uno Zählappell, un appello-conteggio complicato e<br />

laborioso perché doveva tenere conto dei prigionieri trasferiti in altri campi o<br />

all’infermeria la sera prima e di quelli morti nella notte, e perché l’effettivo<br />

doveva quadrare esattamente con i dati del giorno precedente e con il<br />

conteggio per cinquine che avveniva durante la sfilata delle squadre dirette al<br />

lavoro. Eugen Kogon riferisce che a Buchenwald dovevano comparire<br />

all’appello serale anche i moribondi e i morti; distesi a terra anziché in piedi,<br />

dovevano anche loro essere disposti in fila per cinque, per facilitare il<br />

conteggio.<br />

Questo appello si svolgeva (naturalmente all’aperto) con ogni tempo, e durava<br />

almeno un’ora, ma anche due o tre se il conto non tornava; e addirittura<br />

ventiquattr’ore o più se si sospettava una evasione. Quando pioveva, o<br />

nevicava, o il freddo era intenso, diventava una tortu-ra, peggiore dello stesso<br />

lavoro, alla cui fatica si sommava alla sera; veniva percepito come una<br />

cerimonia vuota e rituale, ma tale probabilmente non era. Non era inutile,<br />

come del resto, in questa chiave d’interpretazione, non era inutile la fame, né il<br />

lavoro estenuante, e neppure (mi si perdoni il cinismo: sto cercando di<br />

ragionare con una logica non mia) la morte per gas di adulti e bambini. Tutte<br />

queste sofferenze erano lo svolgimento di un tema, quello del presunto diritto<br />

del popolo superiore di asservire o eliminare il popolo inferiore; tale era anche<br />

quell’appello, che nei nostri sogni del «dopo» era diventato l’emblema stesso<br />

del Lager, assommando in sé la fatica, il freddo, la fame e la frustrazione. La<br />

sofferenza che provocava, e che ogni giorno d’inverno provocava qualche<br />

collasso o qualche morte, stava dentro il sistema, dentro la tradizione del Drill,<br />

della feroce pratica militaresca che era eredità prussiana, e che Buchner ha<br />

eternato nel Woyzek.<br />

Del resto, mi pare evidente che sotto molti dei suoi aspetti più penosi ed<br />

assurdi il mondo concentrazionario non era che una versione, un adattamento<br />

della prassi militare tedesca. L’esercito dei prigionieri nei Lager doveva essere<br />

una copia ingloriosa dell’esercito propriamente detto: o per meglio dire, una<br />

sua caricatura. Un esercito ha una divisa: pulita, onorata e coperta di insegne<br />

quella del soldato, lurida muta e grigia quella del Häftling; ma tutte e due<br />

devono avere cinque bottoni, altrimenti sono guai. Un esercito sfila al passo<br />

militare, in ordine chiuso, al suono di una banda: perciò ci dev’essere una<br />

banda anche nel Lager, e la sfilata dev’essere una sfilata a regola d’arte, con<br />

l’attenti a sinistr davanti al palco delle autorità, a suon di musica. Questo<br />

cerimoniale è talmente necessario, talmente ovvio, da prevalere addirittura sulla<br />

legislazione antiebraica del Terzo Reich: con sofisticheria paranoica, essa<br />

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