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I sommersi e i salvati

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prigionieri politici, c’erano anche alcuni nazisti convinti, che erano caduti in<br />

disgrazia per dissidenza ideologica o per ragioni personali. Erano spiacenti a<br />

tutti); in definitiva, hanno anche sopportato meglio la prova del Lager, e sono<br />

sopravvissuti in numero proporzionalmente più alto.<br />

Come Améry, anch’io sono entrato in Lager come non credente, e come non<br />

credente sono stato liberato ed ho vissuto fino ad oggi; anzi, l’esperienza del<br />

Lager, la sua iniquità spaventosa, mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha<br />

impedito, e tuttora mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di<br />

provvidenza o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone<br />

bestiame? perché i bambini in gas? Devo ammettere tuttavia di aver provato (e<br />

di nuovo una volta sola) la tentazione di cedere, di cercare rifugio nella<br />

preghiera. Questo è avvenuto nell’ottobre del 1944, nell’unico momento in cui<br />

mi è accaduto di percepire lucidamente l’imminenza della morte: quando, nudo<br />

e compresso fra i compagni nudi, con la mia scheda personale in mano,<br />

aspettavo di sfilare davanti alla «commissione» che con un’occhiata avrebbe<br />

deciso se avrei dovuto andare subito alla camera a gas, o se invece ero<br />

abbastanza forte per lavorare ancora. Per un istante ho provato il bisogno di<br />

chiedere aiuto ed asilo; poi, nonostante l’angoscia, ha prevalso l’equanimità:<br />

non si cambiano le regole del gioco alla fine della partita, né quando stai<br />

perdendo. Una preghiera in quella condizione sarebbe stata non solo assurda<br />

(quali diritti potevo rivendicare? e da chi?) ma blasfema, oscena, carica della<br />

massima empietà di cui un non credente sia capace. Cancellai quella tentazione:<br />

sapevo che altrimenti, se fossi sopravvissuto, me ne sarei dovuto vergognare.<br />

Non solo nei momenti cruciali delle selezioni o dei bombardamenti aerei, ma<br />

anche nella macina della vita quotidiana, i credenti vivevano meglio: entrambi,<br />

Améry ed io, lo abbiamo osservato. Non aveva alcuna importanza quale fosse<br />

il loro credo, religioso o politico. Sacerdoti cattolici o riformati, rabbini delle<br />

varie ortodossie, sionisti militanti, marxisti ingenui od evoluti, Testimoni di<br />

Geova, erano accomunati dalla forza salvifica della loro fede. Il loro universo<br />

era più vasto del nostro, più esteso nello spazio e nel tempo, soprattutto più<br />

comprensibile: avevano una chiave ed un punto d’appoggio, un domani<br />

millenario per cui poteva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra<br />

in cui la giustizia e la misericordia avevano vinto, o avrebbero vinto in un<br />

avvenire forse lontano ma certo: Mosca, o la Gerusalemme celeste, o quella<br />

terrestre. La loro fame era diversa dalla nostra; era una punizione divina, o una<br />

espiazione, o un’offerta votiva, o frutto della putredine capitalista. Il dolore, in<br />

loro o intorno a loro, era decifrabile, e perciò non sconfinava nella<br />

disperazione. Ci guardavano con commiserazione, a volte con disprezzo; alcuni<br />

di loro, negli intervalli della fatica, cercavano di evangelizzarci. Ma come puoi,<br />

tu laico, fabbricarti o accettare sul momento una fede «opportuna» solo perché<br />

è opportuna? Nei giorni folgoranti e densissimi che seguirono<br />

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