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S T U D I O G I O R D A N E N G O

A V V O C A T I A S S O C I A T I

AVV. CESARE GIORDANENGO - AVV. MAURIZIO ANGLESIO - AVV. ROBERTO CALLERI di SALA

AVV. SIMONA CAROSSO - AVV. STEFANO VALENTINI - AVV. GUGLIELMO GIORDANENGO

10121 TORINO – VIA ETTORE DE SONNAZ N.11 – TELEF. 011.56 28 081 (7 LINEE) – FAX 011. 56 28 623

A V V . G U G L I E L M O G I O R D A N E N G O

e-mail Guglielmo.giordanengo@studiogiordanengo.it

Brevi cenni in merito ai passaggi della c.d. sentenza

Thyssen (Corte di Assise di Torino, 15 aprile 2011, 14

novembre 2011) attinenti la responsabilità amministrativa

degli enti (D. Lgs. 231/2001).

1) La responsabilità amministrativa dell’ente: la

natura della responsabilità.

Ebbene, occorre in prima battuta evidenziare come la

Corte torinese riprenda “da capo” una serie di tematiche

“classiche”, a partire dalla “natura giuridica” della

responsabilità dell’ente: a questo proposito, la Corte opta

per la qualificazione della responsabilità degli enti come un

tertium genus, affermando che si tratta di una nuova forma

di responsabilità, tipica degli enti, “di natura

amministrativa, con garanzie procedurali che richiamano

quelle processualpenalistiche, con sanzioni innovative in

quanto non assimilabili né alle pene né alle misure di

sicurezza” (pag. 374).

L’Assise torinese si inserisce, sostanzialmente, nel filone

giurisprudenziale che trova la sua “punta di diamante” nella

sentenza della Suprema Corte, n. 26654/08, che così si

pronuncia: “Ne è risultata un’architettura normativa

complessa che, per quanto farraginosa e problematica,

evidenzia una fisionomia ben definita, con l’introduzione nel

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nostro ordinamento di uno specifico ed innovativo sistema

punitivo per gli enti collettivi, dotato di apposite regole quanto

alla struttura dell’illecito, all’apparato sanzionatorio, alla

responsabilità patrimoniale, alle vicende modificative

dell’ente, al procedimento di cognizione ed a quello di

esecuzione, il tutto finalizzato ad integrare un efficace

strumento di controllo sociale”.

Da tale impostazione discende un’importante

conseguenza: l’irrilevanza di tutte le questioni di legittimità

costituzionale tipiche della materia penale, con particolare

riferimento all’eventuale conflitto con l’art. 27 Cost.

2) La compatibilità dei reati colposi con la struttura

del D. Lgs. 231/2001.

Ciò premesso, la Corte torinese evidenzia come i reati

colposi siano tutt’altro che eccentrici rispetto alla struttura

della 231, in quanto già previsti fin dall’origine nell’art. 11

della legge delega n. 300/2000: la decisione di introdurli

formalmente nell’ambito del decreto definitivo solo molto

più avanti è stata presa dal legislatore delegato, ma ciò non

toglie che “i principi fondamentali in materia di

responsabilità delle persone giuridiche, contenuti nella citata

legge n. 300/2000, sono stati dal legislatore originariamente

dettati anche con riguardo ai delitti colposi ed anche con

riguardo proprio al delitto per cui si procede” (pag. 372).

Quanto ai requisiti dell’interesse o vantaggio, la

Corte torinese aderisce in pieno all’interpretazione (ormai

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fortemente prevalente in dottrina e giurisprudenza) che,

nell’ambito delle fattispecie colpose, ricollega gli stessi alla

condotta e non all’evento, giungendo, nel caso specifico, ad

affermare che: “le gravissime violazioni della normativa

antinfortunistica ed antincendio, le colpevoli omissioni, sono

caratterizzate da un contenuto economico rispetto al quale

l’azienda non solo aveva interesse, ma se ne è anche

sicuramente avvantaggiata, sotto il profilo del considerevole

risparmio economico che ha tratto omettendo qualsiasi

intervento nello stabilimento di Torino; oltre che dall’utile

contemporaneamente ritratto dalla continuità della

produzione” (pagg. 375 e 376).

3) Il dirigente antinfortunistico: soggetto apicale o

soggetto sottoposto?

Alcuni dubbi sono sorti, in dottrina, in merito alla

possibilità di qualificare il dirigente antinfortunistico, la cui

definizione è rinvenibile nell’art. 2, lett. d), D. Lgs., come

soggetto apicale ovvero come soggetto sottoposto, con tutto

ciò che ne consegue in tema di responsabilità dell’ente e

meccanismi di esenzione.

Se, infatti, è vero che il dovere di attuazione delle

direttive del datore di lavoro, tipico del dirigente, potrebbe

far pensare alla sua qualificazione come soggetto

sottoposto, occorre anche sottolineare che l’attuazione delle

direttive avverrà “organizzando l’attività lavorativa e

vigilando su di essa”, il che fa pensare maggiormente ad un

soggetto apicale. Così come fa pensare alla correttezza della

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qualifica come soggetto apicale la quasi assoluta

equiparazione dei poteri/doveri e delle responsabilità, anche

penali, tra il dirigente ed il datore di lavoro.

Ebbene, su tale tema l’Assise torinese assume una

posizione piuttosto netta, collocando i dirigenti

antinfortunistici, cui vengono contestate le gravi violazioni,

tra i soggetti sottoposti.

4) I criteri di esenzione e la colpevolezza. Cenni al

“principio di effettività”.

Quanto alla complessa tematica dei criteri di

esenzione dalla responsabilità dell’ente, con particolare

riguardo alla tematica della colpevolezza, l’Assise torinese

principia richiamando (condividendone in pieno i contenuti)

una recente sentenza della Suprema Corte (la n. 36083/09)

secondo la quale: “… dall’esame del D. Lgs. 231/2001 e

particolarmente dagli artt. 5 e 6, scaturisce il principio di

diritto secondo cui l’ente che abbia omesso di adottare ed

attuare il modello organizzativo e gestionale non

risponde per il reato … commesso dal suo esponente in

posizione apicale soltanto nell’ipotesi di cui all’art. 5, c. II, D.

Lgs. Cit. (l’aver agito nell’interesse esclusivo proprio o di

terzi, n.d.r.)”. In sostanza, la mancata adozione del modello

organizzativo è sufficiente a costituire quella

rimproverabilità, che costituisce una forma nuova, direi

normativa, di colpevolezza per omissione organizzativa e

gestionale.

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Qualche considerazione merita, poi, il c.d. “principio

di effettività”, in merito al quale, in astratto, la Corte non

prende una posizione netta: più in particolare, a fronte della

tragedia verificatasi nella notte tra il 6 ed il 7 dicembre

2007, il modello in materia antinfortunistica è stato

approvato dal Consiglio di Amministrazione della società

solo in data 21.12.2007. Tuttavia, le modifiche al modello

erano state elaborate nel testo definitivo già alla riunione

del 30.10.2007, quindi prima del verificarsi dell’incidente.

Da qui la prospettazione difensiva che il modello fosse “di

fatto” già operante al momento della tragedia, in quanto già

divulgato all’interno dell’azienda ed attuato.

Ebbene, la Corte non boccia aprioristicamente la

possibilità dell’esistenza di un “modello di fatto”, ma ritiene

di scendere nel merito per dimostrare che, nella realtà,

anche a voler seguire il “principio di effettività”, nel caso di

specie non v’era stata alcuna divulgazione ed attuazione del

modello.

Tale conclusione si trarrebbe, tra il resto, dal fatto che

solo con delibera successiva all’incidente, assunta in data

21.12.2007, l’organismo di vigilanza è stato implementato

con un soggetto esperto in materia antinfortunistica, nella

persona del Responsabile ecologia, ambiente e sicurezza

della società (pag. 378).

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5) Segue: cenni in merito alla composizione

dell’organismo di vigilanza.

La suddetta nomina viene, peraltro, fatta oggetto di

pesantissime critiche in sentenza, in quanto l’Assise

torinese ritiene del tutto incompatibile l’inserimento

all’interno dell’organismo di vigilanza di un soggetto che

ricopra la funzione di “Responsabile dell’ente ecologia,

ambiente e sicurezza” della società, ciò in quanto non

sarebbe dotato di quegli autonomi poteri di iniziativa e di

controllo che devono caratterizzare l’operato dell’organismo.

In pratica, con tale nomina si creerebbe una complessa

situazione nella quale il controllore (membro dell’organismo

di vigilanza) verrebbe a coincidere con il controllato

(dirigente responsabile del settore sicurezza sul lavoro).

L’Assise torinese trae, poi, da questa circostanza una

conseguenza di grande rilievo: “Il modello adottato, nel

periodo preso in considerazione, non poteva essere stato reso

operativo, tanto meno in modo efficace”. In definitiva, la

ritenuta inidoneità della composizione dell’organismo

porterebbe seco l’inidoneità dell’intero “sistema

organizzativo 231”.

Tale problematica pare richiamare da vicino quella

relativa alla nomina nell’ambito dell’organismo di vigilanza

del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione

(R.S.P.P.): proprio in merito al complicato tema del rapporto

tra O.d.V. e R.S.P.P., pare opportuno andare a leggere i

contenuti delle Linee Guida di Confindustria, laddove si

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evidenzia, tra il resto, come sia necessaria “la valutazione

ed individuazione dei raccordi tra i vari soggetti coinvolti nel

sistema di controllo ai sensi del d.lgs. 231/2001 e delle

normative speciali in materia di sicurezza e salute sui luoghi

di lavoro, con particolare riferimento alla previsione di un

sistema integrato di controllo riguardante il Responsabile dei

servizi di prevenzione e protezione (R.S.P.P. o altro soggetto

equivalente) qualificabile come controllo tecnico-operativo o di

primo grado e l’Organismo di Vigilanza incaricato del

controllo sulla efficienza ed efficacia delle procedure rilevanti

ai sensi del d. lgs. 231/2001 o di secondo grado” (pagg. 141-

142).

In definitiva, il sistema prevenzionistico si basa

proprio su una diversità strutturale e funzionale dei due

organismi, chiamati a collaborare ed interagire nella realtà

aziendale e nelle unità produttive in ragione delle loro

diverse funzioni: fondamentalmente tecnica quella del

R.S.P.P., molto più eterogenea quella dell’O.d.V., i cui

membri potranno certamente “mettere il casco” e recarsi

nelle unità produttive per verificare le concrete condizioni di

lavoro, ma mai potranno dare delle direttive immediate al

R.S.P.P., a sua volta non tenuto a raccoglierle. L’O.d.V.

potrà verbalizzare la ricognizione e darne formale

informativa all’organo dirigente, il quale potrà riferirne al

R.S.P.P. (Masia, Servizio prevenzione protezione (spp) e

organismo di vigilanza (odv), tra obbligatorietà e

autodeterminazione dell’ente nella nuova dimensione

prevenzionale, pagg. 106 ss.).

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6) Cenni in merito all’individuazione del profitto.

Pare, infine, molto utile sottolineare come la Corte

torinese individui il profitto (minimo) verificatosi in capo

alla società nella “somma indicata per la –prima e non

definitiva- messa in sicurezza della linea 5 dello stabilimento

di Torino, pari ad € 800.000”: ed è in base a tale cifra che

viene svolta, con esito positivo, la valutazione circa la

sussistenza di un profitto di rilevante entità. Ed è proprio in

relazione a tale cifra che viene disposta la confisca )pag.

385).

Occorre evidenziare che la Corte torinese nella

determinazione di tale cifra prescinde completamente dalla

valutazione in merito alla concreta ed utile spendibilità della

somma stanziata.

Infine, la Corte sottolinea che la cifra di 800.000€ è

da considerarsi la cifra minima solo perché non si dispone

di sufficienti dati per indicare anche quanto la società

abbia, in ipotesi, guadagnato continuando la produzione

nello stabilimento di Torino.

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