Presentazione standard di PowerPoint - Dipartimento di ...

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COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

prof. Gian Piero Jacobelli

Prima lezione

Seconda lezione

Terza lezione

Quarta lezione

Quinta lezione

Sesta lezione

Settima lezione

Ottava lezione

I modelli della comunicazione

Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


COMUNICARE

Comunicare (al contrario di ‘immune’) significa

etimologicamente ‘avere qualcosa in comune’,

‘partecipare’, ma anche ‘fare qualcosa

insieme’ (come in ‘municipio’).

Nel primo caso, non si può non comunicare.

Nel secondo caso, comunicare costituisce

una opzione e comporta un impegno.


COSA È LA COMUNICAZIONE?

Non esiste una sola idea di comunicazione. Ne deriva La difficoltà

di inquadramento dell’oggetto empirico, entro un arco variabile

che spazia dalla ‘omnicomprensività’ del paradigma informazionale,

che comprende anche gli scambi tra macchine, alla ‘selettività’

del paradigma relazionale, che considera comunicativo soltanto

quel processo in cui si formi un’unità sociale. (Mario Morcellini)

Un primo gruppo di definizioni è imperniato sul processo

di diffusione delle informazioni, secondo cui la comunicazione

è il ‘sistema nervoso centrale’ della società. Un secondo gruppo

di definizioni è invece incardinato sulla metafora del legame

come elemento fondativo della socialità. (Giovambattista Fatelli)


SEGNI E FUNZIONI

Charles Morris (1901-1979),

tra i comportamenti comunicativi,

basati sui ‘segni’, ha distinto

la ‘sintattica’ (come si combinano

i segni), la ‘semantica’ (come

significano i segni), la ‘pragmatica’

(come fungono i segni).

In base a questa distinzione

si possono distinguere anche

i vari modelli di comunicazione.


IL MODELLO SHANNON-WEAVER

Claude E. Shannon (1916-2001)

e Warren Weaver (1894-1978),

La teoria matematica

della comunicazione, 1949


RUMORE E RIDONDANZA

Il modello Shannon-Weaver può venire definito

‘sintattico’ perché concerne problemi connettivi

e risulta largamente indifferente al significato.

Si tratta di un modello esauriente, caratterizzato

dalla guerra tra rumore (tecnico, esterno,

fisiologico, psicologico) e ridondanza (ripetizione).


IL MODELLO JAKOBSON

Il grande linguista russo-americano

Roman Jakobson (1896-1982)

ha identificato sei elementi essenziali

per comunicare e le relative ‘funzioni’.


CONTESTO E CODICE

Il modello di Jakobson può venire definito

‘semantico’, perché concerne la ‘negoziazione’

del significato, come si evince dalla importanza

conferita al contesto (funzione referenziale)

e al codice (funzione metalinguistica).


IL MODELLO DI PALO ALTO

La scuola di Palo Alto, California (P. Watzlawick,

J.H. Beavin, D.D. Jackson, 1967), in base a studi

di G. Bateson (1904-1980), sostiene che tutti

i comportamenti hanno valenza comunicativa

e che la comunicazione interpersonale

costituisce un processo irreversibile,

in cui le persone si influenzano reciprocamente.


GLI ASSIOMI DELLA PRAGMATICA

Primo: E’ impossibile non comunicare.

Ogni comportamento è comunicazione.

Secondo: Ogni comunicazione implica contenuti

e relazioni, cioè metacomunicazioni.

Terzo: Una relazione dipende dalla punteggiatura

delle sequenze di comunicazione.

Quarto: Si comunica con moduli sia numerici

(verbali) sia analogici (comportamentali).

Quinto: Gli scambi comunicativi sono simmetrici

o complementari, in ragione dei comunicanti.


LA CONVERSAZIONE COME MODELLO

Paul Grice (1913-1988) ha sintetizzato

nel ‘principio di cooperazione’

le regole fondamentali

della conversazione: Conforma il tuo

contributo conversazionale a quanto è

richiesto (quantità), nel momento

in cui avviene (qualità) , dall'intento

comune accettato (modalità)

o dalla direzione dello scambio verbale

in cui sei impegnato (pertinenza)

(Logica e conversazione, 1993).


GLI ATTI LINGUISTICI

Secondo J.L. Austin (How to Do Things with

Words, 1962) ‘parlare è agire’, in tre sensi:

Atti locutori (significativi), atti perlocutori

(effettuali), atti illocutori (impegnativi).

Secondo J.R. Searle (1969) l’atto comunicativo,

per riuscire, richiede quattro condizioni:

preparatorie (situazionali), veridittive (buona

fede), essenziali (coerenza operativa), sociali

(capacità istituzionale).


COMUNICAZIONE E INCONTRO

I modelli considerati intendono la comunicazione

come un esercizio di buone maniere: qualcosa

che, per avere luogo, deve andare a buon fine.

In questa prospettiva anche gli incontri di culture

hanno un senso se riescono, cioè se integrano

i suoi protagonisti in un progetto d’insieme.

Ma ci sono incontri che hanno un senso diverso,

o meglio, che prendono senso dalla diversità.

Da una diversità che integra l’altro, senza

pretendere di assimilarlo, ma valorizzandolo

per riformulare il proprio, nel bene e nel male.


IL QUADRATO SEMIOTICO

Un quadrato semiotico, che deriva

dalla logica aristotelica delle opposizioni,

serve a classificare ogni aspetto della realtà.

Nel caso dei modelli di comunicazione,

partendo dalla opposizione fondamentale

tra ‘informazione’ e ‘relazione’, si crea

una subcontrietà tra ‘non informazione’

e ‘non relazione’, che individua,

nella prospettiva di Babele, un esercizio

creativo della comunicazione libera

dai vincoli sia informativi sia relazionali

e disponibile alle ‘convergenze parallele’.


IL MODELLO DI BABELE

I modelli tradizionali s’ispirano

a qualche innovazione tecnologica:

il telegrafo per Shannon-Weaver

(senso non negoziato);

il telefono per Jakobson

(negoziazione semiotica del senso);

la rete per Palo Alto

(senso conversativo e rizomatico).

Il modello di Babele s’ispira

alla più antica delle tecnologie

della comunicazione: il linguaggio.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

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La conquista del Messico

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Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


LA TORRE DI BABELE

Genesi 11:1-8

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando

dall'oriente gli uomini giunsero in una pianura nel paese di Sennaar

e si dissero l'un l'altro: ‘Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli

al fuoco’. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento.

Poi dissero: ‘Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima

tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta

la terra’. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini

stavano costruendo. Il Signore disse: ‘Ecco, essi sono un solo popolo

e hanno tutti una lingua sola; questo é l'inizio della loro opera e ora

quanto vorranno fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque

e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la

lingua dell'altro’. Il Signore li disperse di là su tutta la terra.


I MODI DI COSTRUIRE

Paolo Fabbri

Un tratto fatto passare sotto silenzio

riguarda l’interpretazione

della metafora della Torre di Babele

non soltanto in funzione della nascita

dei linguaggi, delle differenze

nel parlare, ma della nascita stessa

delle architetture.

Cioè, quando gli uomini sciolgono

il fiume dell’unica lingua nei rivoli

dei diversi linguaggi, sciolgono,

al tempo stesso, altrettanti modi

di costruire.


DAL CRUDO AL COTTO

Una voragine venne scavata nel terreno

e vi furono piantati pali altissimi,

contro i quali gli uomini cominciarono

ad appoggiare i mattoni che le donne,

disposte in circolo tutto intorno, andavano

fabbricando. Su ogni mattone, grande quanto

un essere umano, era inciso il nome di chi

lo deponeva, come la firma su un decreto.

Un totale di seicentomila firme, che, nel corso

di quarantatré anni, raggiunsero un’altezza

di diecimila miglia senza essere ancora arrivate

a destinazione. (Giacoma Limentani)


FRECCE CONTRO IL CIELO

Prendevano da terra mattoni fatti con la terra e li trasportavano in

alto, sempre più in alto, con fatica sempre maggiore

e senza potersi fermare a riprendere fiato, perché la minima sosta

rischiava di bloccare il flusso dei portatori provocando incidenti.

Ormai occorreva più di un anno per arrivare in cima e un anno

per tornare giù. Se un uomo si feriva o cadeva da quell’altezza,

nessuno ci faceva caso, ma se si rompeva o andava perduto

un mattone, tutti piangevano perché sarebbero dovuti passare

più di due anni prima di poterlo sostituire. L’unica pausa

in quel moto perpetuo aveva luogo in cima alla torre, dove

i portatori di mattoni si fermavano a cementarli con la calce

e a lanciare nugoli di frecce contro il cielo. (Giacoma Limentani)


DILUVIO E ARCOBALENO

Nembrotte non si fida dell’arcobaleno. Vuole costruire una torre

che arrivi al cielo, non per invaderlo, non ha nostalgie edeniche;

egli non vuole recuperare il paradiso perduto, ma vuole salire

in cielo perché là sta spiegato un grande tessuto che raccoglie le

acque celesti. I babelieri contano, mattone per mattone, di salire

in cielo, spezzare con le asce le tele, far defluire l’acqua sulla

terra, impedire un possibile, nuovo diluvio. (Paolo Fabbri)

Che la paura del diluvio sia implicita nel mitologema di Babele

è confermato anche dalla etimologia, in cui convergono l’idea

della confusione e quella dell’alluvione, dell’acqua che,

inondando le terre tra i due grandi fiumi mesopotamici,

ne confonde e disperde periodicamente gli abitanti.


L’IDENTITA’ DELLA DIFFERENZA

Invece di apparire come una ulteriore punizione per la persistente

trasgressività degli uomini, gli eventi più o meno catastrofici

intervenuti dopo il diluvio possono venire interpretati

come fasi ulteriori della creazione. Gli uomini di Babele,

per sfuggire al terrore paralizzante del diluvio, s’impegnano

a ripristinare un equilibrio al tempo stesso naturale e culturale.

Dio sarebbe intervenuto perché non prevalesse un potere

unificante e mortificante, ma restasse comunque aperta

la possibilità di confrontare e integrare identità molteplici.

Il racconto biblico non richiama nostalgicamente un valore

perduto, quello di una presunta identità originaria, ma ammonisce

in merito al rischio di perdere il valore identitario della differenza,


BABELE PER SEMPRE

Gli uomini parlavano lingue diverse, come doveva naturalmente

essere; poi il timore che quanto era avvenuto in passato

(il diluvio, l’affannosa costruzione dell’arca, la insonne

navigazione fino allo sbarco incerto e timoroso) potesse avvenire

nuovamente in futuro, li avvinse tutti in un avventuroso progetto

comune, che indusse gli uomini a parlare la lingua unica

del potere tecnologico – un mondo a parte, iniziaticamente

formativo in quanto “marginale” – finché Dio decise

di non distruggere nuovamente il mondo da lui creato,

ma di ripristinare il corretto andamento anche linguistico

della creazione, con una benevolenza non comparabile

a precedenti “ire funeste”.


CREAZIONE DELLA COMUNICAZIONE

Tre volte Dio creò la comunicazione e la umanità comunicante.

La prima volta nel Paradiso terrestre, quando Adamo nomina

gli animali e Dio parla con Adamo ed Eva: una traduzione dell’io.

La seconda volta, quando, dopo il dramma del Diluvio, Dio

benedice Noè e i suoi tre figli, che ‘si diramarono nelle nazioni

d’oltremare, aventi ciascuna la propria lingua’ (Genesi, 10, 5):

una traduzione del tu.

La terza volta, quando Dio confonde la lingua unica e disperde

il popolo di Babele: la confusione divina costituisce un antidoto

della umana deriva confusionale e la traduzione non avviene

tra uguali, ma tra diversi , come una traduzione dell’egli,

che comporta di non sapere con chi e di cosa si parla.


IL DISCORSO E L’ALTRO

Emile Benveniste

Nelle due prime persone, sono impliciti sia una persona,

sia un discorso su questa persona. ‘Io’ designa chi parla e implica

nello stesso tempo un enunciato sul conto di ‘io’: dicendo ‘io’,

non posso non parlare di me. Nella seconda persona, ‘tu’ è

necessariamente designato da ‘io’ e non può essere pensato

al di fuori di una situazione posta a partire da ‘io’; e,

nello stesso tempo, ‘io’ enuncia qualcosa come predicato di ‘tu’.

Per la terza persona, è sì enunciato un predicato, ma soltanto

al di fuori dell’‘io-tu’; questa forma è così tenuta fuori dalla

relazione con la quale si specificano ‘io’ e ‘tu’. La forma detta

di terza persona comporta l’indicazione che si enuncia qualcosa

su qualcuno o qualche cosa, ma non riferito a una ‘persona’.


LA TRADUZIONE

Dalla fine dello scorso secolo ha preso piede un modello

analitico che fa della traduzione una sorta di genere letterario

e della traduttologia una branca della letteratura comparata.

Da questo punto di vista, la traduzione, che sembra scaturire

dal racconto di Babele come una sorta di male minore,

si prospetta in realtà non tanto come un esercizio di passaggio,

da una lingua all’altra o da un sistema semiotico all’altro,

quanto come una istanza interpretativa, concernente ogni atto

di comunicazione: L’atto di traduzione è il primo atto

di significazione e le cose significano grazie a un atto

di traduzione a esse interno. (Paolo Fabbri)


IL MODELLO TRADUTTIVO

Il nuovo modello di comunicazione, ispirato alla logica

della traduzione, deve ripristinare la importanza di comunicare

‘qualcosa’, un messaggio, al di là della illusoria condivisione

dei mezzi: un messaggio non riducibile alla logica dello scambio

come ‘fatto sociale totale’, previsto e garantito dalla prevalenza

d’interpretazioni concomitanti e confluenti; un messaggio

pertinente proprio in quanto, babelicamente, resiste

alla interpretazione, inaugurando una negoziazione al limite

del malinteso; un messaggio che proviene dallo spazio

e si proietta nel tempo, inducendo a una relazione fondata

sul fatto, paradossale, ma non troppo, di non riuscire a capirsi

e di volersi e potersi comunque capire.


CONSEGUENZE DI METODO

Il modello traduttivo, nel quadro del paradigma di Babele,

sembra in grado di suggerire approcci inediti.

Dal punto di vista epistemologico, tematizza una istanza di soglia,

in ragione della quale qualcosa avviene, se e solo se esprime un

sufficiente livello energetico.

Dal punto di vista fenomenologico, accanto alla competenza

enciclopedica e alla pertinenza situazionale, va considerato

anche il cosiddetto “straniamento”, la comunicazione come

ritorno del rimosso, come freudiano ‘perturbante’.

Dal punto di vista metodologico, la comunicazione va studiata

in quanto evento tripartito come nei riti di passaggio: “presagio”,

“contatto”, “innesco”, dai quali deriva la riuscita comunicativo.


PRESAGIO, CONTATTO, INNESCO

Il “presagio” rappresenta la condizione in cui il mondo,

dopo essersi adagiato nel proprio modo di essere, acquista

nuova vivacità semiotica, nel segno dell’altro che viene.

Il “contatto”, si verifica quando il “presagio” si catalizza

in una presenza che si adatta all’altra, secondo regole

stereometriche, in ragione delle quali tutto avviene

perché due forme si toccano e reagiscono.

Infine, con “innesco” – ‘azione che provoca l’inizio

di un fenomeno, il quale prosegue poi anche in assenza della causa

iniziale’ – si alludere a ciò che resta dell’evento comunicativo

quando i suoi protagonisti si separano e ognuno prende

a elaborarne autonomamente le tracce residue.


COMUNICAZIONE DIALETTICA

L’analisi di un evento comunicativo può così

risolversi in maniera non soltanto funzionale

(oggettiva), come nei modelli descrittivi,

né soltanto intenzionale (soggettiva), come

nei modelli interpretativi, ma “dialettica”,

in grado di intercettare la “verità” delle difformi

aspettative che lo precedono, delle circostanze

mediatiche che lo esprimono, delle conseguenze

culturali che lo rendono significativo per ciascuno.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

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Prima lezione

Seconda lezione

Terza lezione

Quarta lezione

Quinta lezione

Sesta lezione

Settima lezione

Ottava lezione

I modelli della comunicazione

Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


LA SCOPERTA DELL’AMERICA

1492 Presa di Granada e partenza

di Cristoforo Colombo (1451-1506).

1502 Motecuhzoma (1466-1520) è

a capo della confederazione azteca.

1517 Carlo I (poi Carlo V 1500-1558)

diventa re di Spagna.

1518 Juan de Grijalva (1490-1527)

naviga lungo la costa del Messico.

1519 Spedizione di Hernàn Cortés

(1485-1547) in Messico.

1521 Assedio e distruzione

di Tenochtitlàn.


PROFEZIE E PRESAGI

Senza distinguere in maniera filologica i presagi

dalle profezie, sia nel caso degli Spagnoli,

sia nel caso dei Messicani l’incontro di civiltà

venne preceduto da segni prodigiosi,

che presentavano un significato contraddittorio:

da un lato preannunciavano che sarebbe accaduto

quanto previsto dalla tradizione; dall’altro lato,

che stava per accadere qualcosa d’imprevisto

o comunque di non prevedibile in quel momento.


LE PROFEZIE DEGLI SPAGNOLI

(Tzvetan Todorov)

La data del 1492 simboleggia, nella storia della Spagna,

un doppio movimento: in quello stesso anno il paese ripudia

il suo Altro interno, riportando la vittoria sui Mori nell’ultima

battaglia di Granada e obbligando gli Ebrei ad abbandonare

il territorio spagnolo; e scopre l’Altro esterno, quella parte

dell’America che diverrà latina. È noto che Colombo stesso lega

costantemente i due avvenimenti. L’unità delle due imprese,

nelle quali Colombo è portato a vedere l’intervento divino,

risiede nella propagazione della fede cristiana. Ma noi possiamo

anche vedere le due azioni come dirette in senso inverso

e complementari l’una all’altra: la prima espelle l’eterogeneità

dalla Spagna, la seconda ve la introduce irrimediabilmente.


COLOMBO E I SEGNI

Colombo più che un preciso osservatore era un attento decifratore

di segni. I particolari da lui notati non erano tentativi di descrivere

il mondo quale si presentava ai suoi occhi, quanto piuttosto

compilazioni di segni significativi. Aveva passato anni, prima

di imbarcarsi, a raccogliere indizi, e su ciò si basava il modello

delle sue osservazioni successive. (Sthephen Greenblatt)

Colombo non ebbe requie finché non produsse un Libro delle

profezie, raccolta di formule estratte dalle Sacre Scritture, che

– a suo dire – predicevano la sua avventura e le sue conseguenze.

Per la sua struttura mentale, legata alla concezione medievale,

Colombo è vicino agli uomini da lui scoperti. (Tzvetan Todorov)


UN ALTRO MODO DI COMUNICARE

Tzvetan Todorov

Forzeremo il senso della parola ‘comunicazione’ se dicessimo

che esistono due grandi forme di comunicazione, quella

fra uomo e uomo e quella fra uomo e mondo, e che gli indiani

coltivano soprattutto la seconda, mentre gli spagnoli coltivano

la prima? Noi siamo abituati a non concepire altra comunicazione

se non quella interumana, ma la nozione sarebbe più produttiva

se vi includessimo, accanto alla interazione tra individuo

e individuo, quella tra la persona e il suo gruppo sociale,

il mondo naturale, l’universo religioso. È appunto questo

secondo tipo di comunicazione che ha un ruolo predominante

nella vita dell’uomo azteco, il quale interpreta il divino,

il naturale e il sociale attraverso gli indizi e i presagi.


CREDERE PER COMUNICARE

L’arrivo degli spagnoli è sempre preceduto da presagi,

la loro vittoria è sempre annunciata come certa. Più ancora,

questi presagi si assomigliano stranamente da un capo all’altro

del continente americano: una cometa, un fulmine, un incendio,

uomini a due teste, persone che parlano in stato di trance, ecc.

Un così gran numero di coincidenze dovrebbe metterci in sospetto.

Tutto fa credere che i presagi siano stati inventati a cose fatte:

ma perché ? Questo modo di vivere gli avvenimenti è in completo

accordo con le regole della comunicazione così come viene

praticata dagli indiani. Anziché percepire il fatto come un evento

puramente umano, anche se inedito, gli indiani lo inseriscono

in un ordine di credenze prestabilito. (Tzvetan Todorov)


I PRESAGI DEI MESSICANI

Nella Historia General de las Cosas de Nueva Espana del frate

Bernardino de Sahagùn (1499-1590) compaiono numerosi

presagi, ripresi anche da altri cronisti (Duràn, Tezozòmoc):

il presagio della cometa nel cielo a oriente;

il presagio dell’incendio del tempio di Huitzilopochtli;

il presagio della tempesta sul lago, senza vento;

il presagio delle voci, ‘come di donna che andava piangendo’;

il presagio dell’uccello con uno specchio di ossidiana in testa;

il presagio degli uomini a due teste;

il presagio della trave parlante;

il presagio della donna risorta, per annunciare la fine del Aztechi.


COSA SONO I PRESAGI?

Segnali di Dio ai popoli del Messico (il francescano Toribio

de Benavente detto Motolinìa e il gesuita Josef Acosta).

Effetti dei primi contatti con gli Spagnoli (Hernàndez de Còrdoba,

Juan de Grijalva). Comunque, segni attribuiti ai normali cicli

cosmogonici (i Soli) o a punizioni apocalittiche.


LA PROFEZIA DI QUETZALCOATL

La mattina dell’8 novembre 1519, sul ponte di Xolulo, presso

Tenochtitlan, Motecuhzoma e Cortés s’incontrano.

Cortés ne parla nella seconda lettera a Carlo (30/X/1520), in cui

ricorda che Motecuhzoma riconobbe in Cortés Quetzalcoatl, eroe

culturale e dio dei Toltechi, che era andato a Oriente, per tornare

nell’anno del calendario azteco (I acatl) corrispondente

allo sbarco degli Spagnoli, a lui simili anche nell’aspetto.


QUETZALCOATL E SAHAGUN

Quetzalcoatl e il suo culto erano uno degli aspetti più importanti

della antiche religione messicana. Il francescano Bernardino

de Sahagun (1499-1590), il maggiore storico del Messico,

ne parla a più riprese: prima come il grande sacerdote di Tula,

il cui pontificato coincide con l’età dell’oro; poi come vittima

dei ‘negromanti’ che lo costringono all’esilio e alla partenza

nel mare occidentale su una zattera di serpenti.

Ne parla anche come dio dei quattro venti, che soffiano dai punti

cardinali: il dio tolteco fatto proprio dalla dinastia azteca.

Nel distinguere tra il Quetzalcoatl storico, sacerdote di Tula, e il

dio, Sahagun ne sottolinea il carattere monoteista, ma tende

a escluderne l’identificazione tomista e la portata messianica.


QUETZALCOATL, PRIMA E DOPO


QUETZALCOATL E I SUOI OPPOSTI

Quetzalcoatl e Mictlantecuhtli, dio della morte.

Quetzalcoatl e Tezcatlipoca, il dio giaguaro,

che provocò l’esilio dello stesso Quetzalcoatl.


L’EROE CHE RITORNA

Jacques Lafaye

Era credenza generale fra gli Indiani che Quetzalcoatl sarebbe

tornato dal suo esilio e che il suo regno, identificato con l’Età

dell’Oro, sarebbe stato restaurato. Gli sforzi dei missionari

per scoraggiare questa speranza messianica, ne dimostrano

la vitalità. E’ un tratto comune ai messia che il loro ritorno sia

annunciato da profezie, come nel caso del ritorno degli Eraclidi

(i figli di Eracle, che secondo i tragici greci, vennero cacciati

dalla Trachide, tornando nel Peloponneso dopo alcune generazioni,

forse a memoria della invasione dei Dori nel XII sec. A.C.)

Più sorprendente è la somiglianza con il mito contemporaneo

del ritorno, in chiave antispagnola, del re Sebastiano di Portogallo

(1554-1578), che scomparve in battaglia nel Marocco.


PROFEZIA E STORIA

Jacques Lafaye

La profezia di Quetzalcoatl, da semplice strumento politico

per i conquistatori, diventò un motivo di riflessione

per i missionari, in attesa di diventare un’arma a doppio taglio:

è infatti soprattutto a causa della profezia che Quetzalcoatl

sarebbe stato identificato più tardi con un evangelizzatore.

Se apparve inizialmente ai Messicani come il profeta

della conquista, mediatore tra il passato e il presente, Quetzalcoatl

divenne per gli Spagnoli la conferma del loro ruolo provvidenziale.

Questo personaggio, uomo, eroe, dio o negromante (sciamano)

era il solo capace di colmare il fossato storico e culturale

che separava il Nuovo Mondo dall’Antico. Grazie a Quetzalcoatl,

Indiani e Spagnoli pensarono di appartenere a una stessa storicità.


QUETZALCOATL E SAN TOMMASO

Quetzalcoatl, avversario dei sacrifici umani, casto e ascetico,

promotore della fede in un dio unico creatore del mondo,

annunciatore della conquista, perseguitato e scacciato, asceso

al cielo con la promessa di un regno futuro presentava troppi

tratti cristiani per non essere adottato dai religiosi spagnoli,

anche se alcuni, come Sahagùn, sospettavano una parodia

diabolica. Quetzalcoatl consentiva di collegare il Nuovo Mondo

con la rivelazione. Venne quindi identificato con l’apostolo

san Tommaso e le analogie simboliche e rituali con il cristianesimo

vennero attribuite a una antica evangelizzazione, ora degradata.

La stessa denominazione di ‘Indie occidentali’ contribuì ad

avallare la identificazione con san Tommaso, apostolo delle Indie.


IL PROFETISMO

Il messianismo quetzalcoatliano sopravvisse alla conquista

spagnola e alla evangelizzazione, nello spirito delle popolazioni

che l’evangelizzazione non aveva per nulla (o poco) toccato. Resta

che un senso della storia, ereditato dal profetismo giudaico

presso gli Spagnoli e scaturito dal politeismo ancestrale presso

gli Indiani, ha conferito alla profezia di Quetzalcoatl una importanza

che la sola coincidenza calendariale non avrebbe potuto conferirgli.

Per una sorta di tacito accordo, gli uni e gli altri hanno messo

a frutto la leggenda di Quetzalcoatl per gestire una situazione

intollerabile per la loro coscienza religiosa, quella di vivere

un evento, imprevisto dai loro rispettivi profeti, della loro storia

ormai comune. Convergenze parallele o parallelismi divergenti?


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La conquista del Messico

Immaginari paralleli

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Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


LA MALINCHE

Prima di tutto, Cortés ha bisogno di un interprete

e cerca qualche spagnolo naufrago di precedenti

spedizioni. Trova Jerònimo de Aguilar, che stenta

a riconoscere. In effetti, un commilitone, Gonzalo

Guerrero, si era assimilato. Aguilar parla il maya,

che non è l’azteco. Diventa così fondamentale

una donna, Malintzin, offerta agli spagnoli,

che la chiamano Dona Marina. La Malinche parla

sia il nahuatl, la lingua degli aztechi, sia la lingua

dei maya, di cui era stata schiava. Così Cortés

attraverso Aguilar e la Malinche, può parlare

con l’interlocutore azteco.


L’INTERMEDIARIO

Stephen Greenblatt

Non è Bernal Dìaz, né Cortés, a mediare tra i sistemi. È piuttosto

l’interprete, il traduttore, l’intermediario. Cortés aveva disperato

bisogno di un informatore e interprete valido e affidabile. Tale

fu il difficile ruolo giocato da donna Marina: oggetto di scambio,

agente di comunicazione, modello di conversione, unica figura

che appare in grado di comprendere le due culture: il luogo

della strategica oscillazione simbolica tra l’io e l’altro è il corpo

di questa donna, per metà divina, per metà prostituta, salvatrice

e traditrice (Octavio Paz, Il labirinto della solitudine).


PAROLE E IMMAGINI

Riviste, lettere, promemoria, saggi, questionari, resoconti

di testimoni, narrazioni, inventari, deposizioni legali, dibattiti

teologici, editti regi, rapporti ufficiali, bolle pontificie, carte,

cronache, registrazioni notarili, manifesti, fantasie utopiche,

egloghe pastorali, poemi drammatici ed epici: nel corso del XVI

secolo appare una marea di rappresentazioni testuali, che,

insieme ad una produzione molto più ridotta di immagini visive,

consegna il Nuovo Mondo al Vecchio. Contemplando questo

torrente di parole e immagini, ci si sente sopraffatti. Ma ancora

più vasti di ciò che è giunto fino a noi sono i silenzi: quelli degli

illetterati e di coloro che, sebbene alfabetizzati, non avevano

possibilità o motivo di lasciare una registrazione dei loro pensieri.


CONVERSIONE DIVERSIVA

Nonostante lo sconvolgimento culturale

e il crollo demografico (nel 1620 gli indios

del Messico centrale erano poco più

di 700mila, il 3% rispetto alla vigilia

della Conquista) si registrò una conversione

diffusa, ma molto superficiale. Un Concilio

del 1585 denunciò il ‘vomito dell’idolatria

e gli indios eretici (‘dogmatici’), che però

dal 1571 vennero sottratti alla Inquisizione

(in Messico dal 1536) e proseguirono

le proprie pratiche religiose, in particolare

i riti di passaggio, domestici e comunitari.


LA VERGINE DI GUADALUPE

Accanto alle pratiche della religiosità popolare e alle tensioni

messianiche connesse alla figura di Quetzalcoatl, un ruolo

fondamentale, con riferimento alla dualità messicana

maschile/femminile, venne attributo alla Vergine di Guadalupe:

una immagine di origine bizantina, venerata nella spagnola

Estremadura, che si era trasferita in Messico a seguito di Cortés

e dei suoi estremadureni (Gonzalo de Sandoval), trasformandosi

da Madonna con bambino in Donna dell’Apocalisse, circondata

dal sole, poggiata sulla luna e incoronata dalle stelle. Dal 1531,

dopo le visioni di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, santificato da

Giovanni Paolo II, venne venerata, nel contesto della rivalità tra

gesuiti (1572), controriformisti, e francescani, contrari ai culti locali.


COLONIZZAZIONE DELL’IMMAGINARIO

Serge Gruzinski

La colonizzazione dell’immaginario indigeno non seguì il corso

tranquillo di un’evoluzione lineare e uniforme. Sembra

che ancora una volta ci troviamo in presenza di processi

che assicurarono lo slittamento da una realtà autoctona -

l’idolatria – all’acculturazione (dell’espressione e del contenuto)

e di lì alla creazione culturale. Il diavolo dell’acculturazione giocò

a tutti un tiro imprevisto, introducendo immagini cristiane

al posto delle percezioni indigene. Il processo è parallelo

alla predicazione gesuita, alla cristianizzazione delle iniziazioni

sciamaniche. Probabilmente già dalla fine del XVI secolo

ci furono indios che vedevano, sotto l’influsso degli allucinogeni,

figure prese in prestito dal cristianesimo.


RECIPROCAMENTE ALTRI

Serge Gruzinski

Ciascuno proiettò sull’avversario le proprie griglie interpretative.

Dapprima gli indios credettero di riconoscere in Cortés il dio

Quetzalcoatl ritornato dal lontano Oriente, oppure di scoprire

nei religiosi l’incarnazione dei mostruosi tzitzimime, le creature

della loro ‘apocalisse’. Dal canto loro, evangelizzatori e

conquistadores non furono da meno e presero gli dei indigeni

per manifestazioni di Satana. Significa che, con un’inversione

sistematica, il soprannaturale dell’uno diventava il diabolico

dell’altro? No, perché equivarrebbe ad attribuire alle due parti

logiche analoghe. E’ vero che entrambe accordavano un ruolo

fondamentale a campi normalmente esclusi dall’altra realtà:

l’aldilà in un caso, gli stati di eccezione nell’altro.


TATTICHE E STRATEGIE CONTRAPPOSTE

I messicani hanno più o meno consapevolmente trasformato

la strategia spagnola (conquista e conversione,

anche in ordine inverso: Las Casas) in una tattica

di sopravvivenza identitaria, basata su un ‘allocentrismo’

iniziatico (margine e possessione).

Gli spagnoli hanno al contrario trasformato la tattica messicana

(un creativo sincretismo culturale) in una strategia

di radicalizzazione mediatica: da un lato l’inferno

della perversione diabolica, dall’altro lato il paradiso

del buon selvaggio. In entrambi i casi, si trattava di una strategia

all’insegna del ‘meraviglioso’, che sottraeva l’incontro reale,

per quanto coinvolgente, alla sua realtà relazionale.


IL MERAVIGLIOSO

Stephen Greenblatt

In Colombo il linguaggio del meraviglioso non è un elemento

di rinuncia al possesso, il sentiero critico di un vagabondaggio

tollerante lungo l’orlo del mondo, ma una funzione strategica

di integrazione di un rituale di appropriazione profondamente

difettoso. Di fronte all’ignoto, gli europei ricorrevano alle loro

convenzionali strutture intellettuali, che ostacolarono in modo

decisivo la comprensione della radicale alterità delle terre

e dei popoli americani. Tuttavia, anche se ogni dettaglio è basato

su qualche precedente, ciascuno di essi è destabilizzato, sradicato.

I soggetti e le conseguenze sono reali, ma le convenzioni

impiegate nel denotare la sovranità e il possesso legittimo

appaiono segni tanto dell’immaginario che del reale.


IL BUON SELVAGGIO

Rosario Romeo

Lo straordinario ampliamento di orizzonti tra XV e XVI secolo,

nel giro di pochi decenni pose all’uomo europeo il problema

di inserire le nuove esperienze in una visione del mondo fisico

e morale sviluppatasi in un ambito assai più ristretto.

Idee e valori preesistenti operano direttamente sui viaggiatori,

spingendo ad intendere in conformità ad essi testimonianze

dubbie, discorsi in lingue sconosciute, fenomeni poco spiegabili.

Il fatto più nuovo delle scoperte, sul piano delle realtà umane

e sociali, è l’apparizione del ‘selvaggio’. L’idea più diffusa

di cui disponeva la cultura occidentale per la spiegazione

della vita dei selvaggi era quella dell’immaginario stato di natura

o età dell’oro che si era nutrita di elementi classici e cristiani.


IL GIUSNATURALISMO EUROPEO

Giuliano Gliozzi

Nel processo di secolarizzazione della morale e del diritto, le notizie

provenienti dal Nuovo Mondo diedero un particolare apporto

all’elaborazione dei sistemi giusnaturalistici, nati da un lato

come ricerca di un terreno di mediazione giuridica ai conflitti

religiosi che scuotevano i rapporti interni e internazionali

delle monarchie europee, e dall’altro come rivendicazione di libertà

per le forze borghesi in espansione. D’altronde, pur parlando

di ‘stato di natura’ e di ‘uomo naturale’, i giusnaturalisti del Seicento

non intendevano dare a queste espressioni alcun significato storico

concreto che ne offuscasse il valore di modelli puramente razionali.

E tuttavia, nella costruzione dei loro modelli, questi scrittori

si avvalsero di tratti scelti dalle relazioni di viaggio americane.


IL VIZIO DELL’ASSOLUTO

Giuliano Gliozzi

Grozio trova una conferma della sua teoria sul comunismo

originario nel modo di vita di alcune tribù americane; Hobbes

scorge nel Nuovo Mondo un chiaro esempio del bellum omnium

contra omnes che caratterizzerebbe lo stato di natura; Locke

ravvisa nel comunismo in cui vivono le popolazioni delle Indie

Occidentali che non lavorano la terra una conferma

della derivazione del diritto di proprietà dal lavoro, mentre

le notizie sulla natura elettiva dei capi tribù americani gli paiono

rafforzare le ipotesi sull’origine consensuale del potere politico.

Evidente è l’influenza delle relazioni di viaggio sulla letteratura

utopica dei Moro, Campanella e Bacone, o sulla più tarda variante

dei ‘viaggi immaginari’ dei Vairasse e Fenelon, dei De Foe e Swift.


CHI VINSE A VALLADOLID?

Il dibattito europeo sulla natura degli indigeni

americani -- da cui scaturì la destorificazione

utopistica di un altro demonizzato o angelicato

e la conseguente incapacità categoriale

della cultura europea a interpretare l’altro

se non come alieno, da ammirare o sottomettere –

trovò il suo momento emblematico nella cosiddetta

disputa di Valladolid, che nell’agosto 1550 e

nell’aprile 1551, alla presenza dell’imperatore Carlo

V, contrappose il filosofo aristotelico Ginés de

Sepùlveda al domenicano e vescovo di Chiapas

Bartolomé de Las Casas, detto l’apostolo delle Indie.


SEPULVEDA E LAS CASAS

Tzvetan Todorov

Sarebbe bello vedere nell’attenzione di Sepùlveda per le differenze

i germi di una descrizione etnologica. Ma la descrizione perde

molto del suo interesse, perché la differenza si riduce sempre

a una inferiorità, per cui il suo preconcetto anti-indiano vizia

le informazioni su cui si basa la sua dimostrazione.

Se la concezione gerarchica di Sepùlveda nasceva sotto il segno

di Aristotele, la concezione egualitaria di Las Casas deriva

dall’insegnamento di Cristo. Las Casas pone l’eguaglianza a base

di ogni politica umana. Ma questa affermazione di eguaglianza

è fatta in nome di una religione particolare, il cristianesimo.

Il postulato d’eguaglianza sbocca in un’affermazione d’identità,

e ci fornisce una conoscenza dell’altro ancora minore della prima.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

prof. Gian Piero Jacobelli

Prima lezione

Seconda lezione

Terza lezione

Quarta lezione

Quinta lezione

Sesta lezione

Settima lezione

Ottava lezione

I modelli di comunicazione

Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


GIUDIZI, ATTEGGIAMENTI, SAPERI

Tzvetan Todorov

È paradossale assimilare il comportamento di Las Casas e quello

di Cortés nei confronti degli indiani: il rapporto con l’altro non si

costituisce entro una sola dimensione. Occorre distinguere almeno

tre assi, intorno ai quali ruota la problematica dell’alterità. C’è,

in primo luogo, un giudizio di valore (piano assiologico): l’altro è

buono o cattivo, o meglio, come si diceva allora, è mio pari o è

un mio inferiore. Vi è, in secondo luogo, l’azione di avvicinamento

o di allontanamento nei confronti dell’altro (piano prasseologico):

io abbraccio i valori dell’altro, mi identifico con lui; oppure assimilo

l’altro a me stesso, gli impongo la mia propria immagine. In terzo

luogo, io conosco o ignoro l’identità dell’altro (piano

epistemologico), in un’infinita gradazione fra stati conoscitivi.


ALTRE STORIE O STESSE STORIE

Le tre modalità tematizzate da Todorov (assiologica, prasseologica,

epistemologica) restano ancorate a una concezione dell’incontro

nel cui ambito viene variamente adottato un procedimento

di distanziamento che riguarda tanto i suoi protagonisti, quanto

le loro storie rispettive. Ma la presa di distanza costituisce

appunto una caratteristica della cultura occidentale, mentre

in altre culture – e in parte, come si è visto, anche in quella

messicana – sembra che prevalgano modalità di coinvolgimento

più immediato, quasi che anche l’altro faccia comunque parte

della stessa storia, sia storia contemporanea, sia storia

delle origini. È questo il caso dei cosiddetti millenarismi che hanno

caratterizzato i processi di decolonizzazione del secolo scorso.


QUANDO LE CULTURE RISPONDONO

Vittorio Lanternari

Da quanto di bianchi hanno portato concretamente fra le società

più arretrate il modello d’una civiltà tecnica più potente

e organizzata, si sono instaurati, all’interno delle società native,

gli elementi d’una crisi di sviluppo. La cultura originaria assume

una coscienza sempre più chiara della propria relativa

insufficienza di fronte allo strapotere della cultura occidentale.

Essa reagisce, si ripiega in se stessa, ‘risponde’.

Questa situazione si è ripetuta in forme, in toni talora

accesamente polemici, antioccidentali, fra i melanesiani

e polinesiani con i loro culti delle merci (cargo-cult), fra i negri

d’Africa con i movimenti nativisti e sincretisti, fra i negri

americani con i loro sincretismi afro-americani, ed altrove.


GLI EROI CHE RITORNANO

Vittorio Lanternari

L’attesa messianica viene promossa nell’ambito di movimenti

religiosi di salvezza, così come zoroastrismo, buddismo, mosaismo,

profetismo ebraico dell’esilio, cristianesimo.

Generalmente i profeti annunciano l’avvento o il ritorno di esseri

mitici, che si configurano come i demiurghi dell’auspicato

rinnovamento del mondo. Uno dei temi più frequenti è quello

dell’eroe culturale scomparso, di cui alcuni miti originari

annunciavano il ritorno. Spesso i bianchi stessi sono identificati

con gli eroi culturali dell’antica mitologia o con i morti che tornano.

È questo il tema dominante dei cargo-cults melanesiani: il viaggio

marino dei morti, proprio dell’escatologia tradizionale, si fonde

con il viaggio dei bianchi giunti per mare da Occidente.


I CARGO-CULTS

Peter Worsley

Dopo il 1880, Inghilterra, Francia, Olanda

e Australia si precipitarono in Melanesia,

per sfruttarne le risorse economiche

e per crearvi basi strategiche. Subito si venne

a sapere di strani culti, che si sviluppavano

dovunque i bianchi penetrassero. I nuovi

movimenti si diffusero in regioni in cui uomini

che tuttora si servono di strumenti di pietra

e fino a ieri non avevano mai visto un uomo

bianco, si sono trovati all’improvviso di fronte

a un mondo di radio e aeroplani, di governi

e missioni, di piantagioni e coloni.


I NOSTRI BENI

Peter Worsley

Il pensiero di sottrarre agli europei beni appartenenti di diritto

agli indigeni, si sviluppò facilmente. Questo motivo dell’arrivo

del Cargo rubato diventerà centrale della maggior parte di questi

movimenti. Non è difficile rintracciare il suo significato

in condizioni sociali che stimolavano negli indigeni bisogni nuovi

che si esprimevano nel desiderio di beni europei, che non

potevano ottenere se non lavorando per conto degli europei.


LA FABBRICA DEI MORTI

Peter Worsley

Agli occhi egli indigeni, i bianchi ricevevano i beni per mezzo

di piroscafi che venivano da luoghi sconosciuti; e non erano

i bianchi, i quali si limitavano a mandare in cambio dei pezzi

di carta, a produrre questi beni. Non risultava ch’essi facessero

alcun lavoro; nondimeno, rifiutavano di spartire la loro fortuna;

e per di più costringevano gli indigeni ad un lavoro lungo

e pesante, che veniva compensato con una piccola parte

di quei beni ch’essi ricevevano con tanta facilità. Chi mai

producesse tali beni, e come e dove, era mistero; era ben difficile

che a produrli fossero i bianchi in cui gli indigeni vedevano solo

pigrizia. Dato che i beni venivano prodotti in qualche terra

misteriosa, dovevano essere gli spiriti dei morti a produrli.


CONTRO, PERCHE’ INSIEME

Il senso profondo dei culti del cargo risiede nella integrazione

socioeconomica che gli indigeni percepivano nei confronti

dei colonizzatori. Proprio in quanto soggetti, si sentivano

in grado di rivendicare qualcosa che, nell’ambito delle loro

credenze tradizionali, era stato preparato per loro

e a loro sottratto dalla voracità dei bianchi.

La persistenza delle credente tradizionali, integrata e modificata

da quelle dei missionari cristiani, ai quali probabilmente si deve

la dimensione profetica, si associa spesso con il rifiuto delle

condizioni di vita che erano associate a quelle credenze.

Insomma, era necessario fare letteralmente piazza pulita,

perché gli antenati potessero riconoscere il loro errore.


ATTESE DELUSE

Peter Worsley

Si costruirono sulla spiaggia dei depositi

per il Cargo e si affermò che il Cargo

non sarebbe arrivato fino a che ci fossero

da mangiare tanti maiali e tanto taro.

In questo movimento veniva fortemente

messo l’accento sull’abolizione delle

distinzioni sociali, sulla suddivisione

della proprietà e sull’abbandono delle

ricchezze terrene. I profeti assicuravano

che la nave col Cargo avrebbe portato cibo

scatolato per quanti ne avessero bisogno.

Ma il venerdì santo arrivò, e il Cargo no.

.


PER ATTIRARE GLI SPIRITI

Peter Worsley

Si diffuse l’idea che gli spiriti (gli europei)

trattenessero i beni, perché ci mettevano

tanto tempo ad arrivare. La gente viveva

nell’attesa quotidiana del Cargo, facendo

esperimenti per mettere alla prova

la validità della dottrina. Il più comune

consisteva nel mettere degli oggetti

dentro una capanna apposita. I maiali

venivano uccisi e posti su piattaforme

di fronte alle case, in modo da attirare

gli spiriti. Le zone intorno alle case

venivano spazzate al modo europeo.


LA COLPA DI CHI NON CREDE

Peter Worsley

Il costante insuccesso non portò a un intiepidirsi della fede.

Gli insuccessi li si spiegava in termini di deficienze umane

o di uso di formule inefficaci, oppure li si attribuiva

alle interferenze maligne provenienti dall’esterno;

ma non si gettava mai il biasimo sugli spiriti stessi, e tanto

di meno la fede nella verità nel mito del Cargo ne risultava

diminuita. Indigeni educati alle missioni cercavano di convincere

che questa fede era una pazzia; ma il loro scetticismo andò

incontro a una ‘resistenza testarda’. La popolazione li ascoltava

‘testardamente, con gli occhi fissi a terra’ e diceva che, se il

Cargo non arrivava mai, la colpa era di costoro. In tal modo

l’insuccesso veniva interpretato alla luce della fede.


TUTTO DEVE CAMBIARE

Peter Worsley

Alla fine della guerra si registrò una reviviscenza del mito

del Cargo. I capi propugnavano la distruzione sia dei beni europei

sia dei beni prodotti dallo stesso lavoro indigeno. Le capanne

dovevano essere date al fuoco e sostituite da case comuni,

due per ogni villaggio, di cui una come dormitorio per gli uomini

e l’altra per le donne, proibendo la coabitazione durante la notte.

L’esogamia e la dote furono abolite. Si adottò un nuovo

linguaggio, pur abbracciando il movimento molti gruppi

linguisticamente diversi. Si disse inoltre che dall’America il popolo

avrebbe ricevuto tutto ciò che potesse desiderare e che non vi

sarebbe stata più la morte. La sostituzione degli antenati

con gli americani è comune in questi movimenti del dopoguerra.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

prof. Gian Piero Jacobelli

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Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


IL ROVESCIAMENTO

Peter Worsley

Le ‘mete culturali’ cui tendono i fedeli sono simbolizzate in modo

evidente da oggetti europei come la moneta e lo stesso Cargo.

I ‘mezzi istituzionali’ di cui si serve la gente nei suoi fantastici

sforzi di raggiungere queste mete sono spesso tratti dal contesto

europeo: aste di bandiere, radio, pali e scale con cui arrivare a

Dio e agli antenati; lampi al magnesio per vederli; libri, carta

e Bibbia, sia come simboli che come mezzi per svelare il segreto

del Cargo. Altri temi meno trasparenti sono quelli della rinuncia

e del rifiuto, simbolizzati nell’abbandono dei campi

e nella distruzione volontaria degli ornamenti sacri. L’espressione

ultima di questa sfida è dato dal rovesciamento dell’esistente

ordinamento sociale. I neri diventeranno bianchi e i bianchi neri.


UNA SOLA VERITÀ

Il culto del cargo costituisce un fenomeno religioso di rilevante

interesse perché, come la colonizzazione americana, prospetta

la religione come un esercizio di comunicazione, mediante il quale

si dialoga sia con il proprio passato, sia con il proprio futuro.

Però, a differenza del cosiddetto sincretismo coloniale,

in questo caso non si assiste a una sorta di marranesimo

della doppia verità, alla adozione apparente delle credenze

dei conquistatori per riservarsi l’autonoma gestione

delle marginalità quotidiane. Al contrario, nel culto del cargo

il presente storico, la dominazione coloniale, viene interpretato

in un orizzonte tradizionale (l’errore degli antenati) per formulare

una speranza escatologica, che si traduce in un nuovo modo di vita.


CRISI E INVENZIONE DELLA PRESENZA

Questa peculiare creazione religiosa consente, da un lato,

di concepire la religione né come una vocazione interiore, né

come un instrumentum regni, ma come un procedimento

di destorificazione delle crisi della presenza per recuperare

il precario senso di sé (Ernesto de Martino).

Non si tratta tuttavia di una destorificazione staticamente

liturgica, in quanto risulta capace di formulare nuove storie

di vita, che trasformano le stesse condizioni della convivenza,

in ragione dell’incalzare degli eventi. Da questo punto di vista la

stessa delusione per la mancata fine del mondo può rientrare

nei limiti di una transazione ‘politica’, come è avvenuto

in ogni predicazione apocalittica, inclusa quella paolina.


APOCALISSE ED ESCATOLOGIA

L’apocalisse pretende che la fine

scaturisca dal senso, da un sapere

che chiude gli occhi di fronte

alle apparenze per vedere più a fondo.

L’escatologia amplia il punto di vista,

portandolo ai confini dello spazio

e del tempo, dove gli eventi appaiono

sub specie aeternitatis, dove il senso

scaturisce dalla fine, che non si identifica

con la fine di qualcosa, ma con il disegno

del cambiamento, con la “forma

del tempo”, come intendeva Aristotele.


LA ESCATOLOGIA PAOLINA

Una testimonianza della difficile opzione tra escatologia

e apocalisse si trova in uno dei maggiori studiosi dell'escatologia

occidentale, Jacob Taubes: drammatica, poiché Taubes è morto

pochi giorni dopo averla resa, all'inizio del 1987: “Ho saputo che

il mio tempo incalza più di quello di tutti voi e ho deciso di non

parlare della Prima lettera ai Corinzi, ma della Lettera ai Romani”.

Mentre ai Corinzi Paolo suggeriva di abbassare il tasso comunitario

(“quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno”),

ai Romani Paolo chiedeva di concepire una nuova comunità

in Cristo, alternativa al vincolo giuridico dell'impero romano.

A Taubes non restava più il tempo dell'attesa, ma solo il tempo

dell'interpretazione e della comunicazione interpersonale.


LA PRAGMATICA DELLA FEDE

Tornando al culto del cargo, se ne possono trarre tre considerazioni

in ordine alle funzioni che le credenze religiose possono giocare

nelle difficoltà della vita e nella gestione delle relazioni con gli altri.

1. La fede possiede un carattere ‘aperto’ (nonostante il suo

presunto ancoraggio a verità indiscutibili, è in grado

di ristrutturarsi per integrare le trasformazioni storiche).

2. La fede possiede un carattere ‘negoziale’ (comporta una

‘trattativa’ con i propri referenti divini e umani, allo scopo

di migliorarne le prestazioni ‘assicurative’).

3. La fede possiede un carattere ‘contingente’ (alterna

prescrizioni normative, con ripetizioni rituali, a prescrizioni

narrative, connesse a differenze evenemenziali).


IL RACCONTO DI MANUP

Marcello Massenzio

Per colpa di chi gli indigeni non hanno cargo

e sono, pertanto, succubi? Le risposte sono due,

l’una di breve respiro, l’altra più complessa.

La prima addossa la responsabilità ai bianchi,

facendo salvi i missionari. La seconda risposta

costituisce un vero e proprio mito, di grande

interesse per lo studio della genesi e del divenire

dei simboli.

Manup, con il potere datogli dal padre Dio-Dodo,

divenne la divinità del cargo e l’eroe culturale

della popolazione di Madang, mentre Adamo

ed Eva erano gli eroi culturali dei bianchi.


UNA SCELTA DECISIVA

Marcello Massenzio

Manup condusse la sua nave lungo la costa

offrendo agli indigeni la scelta tra un fucile

e un arco e una freccia e tra un dinghy

e una canoa. I nativi scelsero sempre arco

e freccia e la canoa. Così i nativi della Nuova

Guinea persero i loro diritti al cargo, che fu

trasportato in Australia. Quando Manup

raggiunse il porto di Sidney, trovò i bianchi

ai quali diede la sua nave e tutto quello

che vi aveva lasciato. Fece inoltre per loro

altre navi, costruì per loro la città di Sidney,

il ponte sulla baia, le installazioni del porto

e gli arsenali, i magazzini e i depositi.


MANUP COME GESÙ

Marcello Massenzio

Quando ebbe finito, Manup contemplò il suo lavoro e pensò

una volta di più ai suoi veri seguaci, il popolo della Nuova

Guinea. Egli desiderò di aver potuto fare per loro ciò che aveva

fatto per gli Europei e decise di tornare a Madang per fare

ammenda. Così egli si trasformò in Spirito Santo, entrò

nel grembo della Vergine Maria e rinacque come Gesù Cristo.

Egli aveva intenzione di tornare con i missionari, ma gli ebrei

cospirarono contro di lui, perché non volevano che i nativi

della Nuova Guinea condividessero le ricchezze di cui essi

godevano. Essi crocifissero Gesù-Manup e lo tennero prigioniero

in Cielo (in o sopra Sidney). Essi convinsero i missionari

a tenere i nativi all’oscuro di questo segreto.


IL PROCESSO MITOPOIETICO

Marcello Massenzio

Il fatto di avere intaccato la dinamica crisi-riscatto propria

del simbolo cristiano testimonia la vitalità creativa della cultura

indigena e la relazione intercorrente tra il piano simbolico

e il piano storico. Come potrebbe una cultura affondata

nella crisi riconoscersi nel simbolo del Cristo vittorioso

sulla morte? L’indottrinamento che proviene dall’esterno,

dalle missioni luterane e cattoliche, non solo viene riplasmato

da chi lo riceve, ma, in questo caso, subisce un mutamento

radicale. Il processo mitopoietico si mette o si rimette in moto

allorché la cultura, sotto la spinta di pressioni sia esterne

che interne, non si riconosce più nell’immagine che le rimanda

la tradizione ed elabora i lineamenti di una nuova identità.


L’UOMO IN PROSPETTIVA

Marcello Massenzio

Come si può osservare, il mito trae spunto da accadimenti

oggettivi per manipolarli, il che significa, nella fattispecie,

adeguarli al disegno della palingenesi cosmica. La capacità

di aderire alla realtà e, al tempo stesso, di trascenderla

ci sembra che costituisca l’essenza – intimamente ambivalente –

dell’attività mitopoietica in quanto tale.

Nel mito tradizionale delle origini dominava la visione

antropocentrica (l’uomo come fine dell’attività degli esseri

extraumani) che ora appare profondamente in crisi. La centralità

dell’uomo, la quale nella tradizione costituiva il dato mitico,

il punto di partenza, nel culto moderno si pone, invece,

in prospettiva, costituisce l’oggetto di una richiesta.


SACRO E PROFANO

Peter Worsley

Non v’è netta demarcazione tra culti millenaristici e altri movimenti

affini. Sovente il modo di considerare il futuro millennio è simile

al modo in cui i popoli tramandano la memoria di una passata età

dell’oro. Oppure può darsi che il messia sia un qualche storico

personaggio, di cui si attende il ritorno: eroi popolari come Stenka

Razin, Marko di Serbia, il re Olaf di Norvegia, il re Artù, Carlo

Magno, il Barbarossa, Alessandro, Nerone, Cromwell, Napoleone,

Drake. Sovente, tanto il millenarismo quanto il mitico ricordo

di società senza classi sono entrati a far parte del patrimonio ideale

di movimenti più avanzati, mossi da utopie secolari. Alcuni

movimenti s’aspettano che la liberazione si compia grazie

a interventi soprannaturali; altri se l’aspettano dall’umano agire.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

prof. Gian Piero Jacobelli

Prima lezione

Seconda lezione

Terza lezione

Quarta lezione

Quinta lezione

Sesta lezione

Settima lezione

Ottava lezione

I modelli di comunicazione

Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Messianismo e rivoluzione

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


CONTATTI AVANZATI

Vittorio Lanternari

Il messianismo si verifica di norma in una fase avanzata

del ‘contatto’, allorquando, per effetto della prolungata

e capillare penetrazione degli elementi della cultura europea,

avviene il collasso delle strutture tradizionali, una conseguente

crisi generale della cultura, con un dilagante malessere collettivo.

Sono nati, in condizione del genere, altrettanti movimenti

di rinnovamento in Africa, Asia, Oceania e nelle Americhe:

dalle chiese separatiste o autonome ai movimenti spiritualisti,

alle più varie forme di millenarismo guidate da personalità

carismatiche locali, o ‘profeti’. Un dato ricorrente è quello

della polemica contro il cristianesimo delle istituzioni europee,

laiche e religiose, per la perdita dei suoi valori originari.


DECULTURAZIONI PROVOCANTI

Vittorio Lanternari

L’oppressione coloniale, o semplicemente la spinta acculturativa

proveniente dall’Europa egemonica, ha prodotto e produce fasi

di sconvolgimento e di crisi. Per di più il cristianesimo stesso,

predicato da un verso come religione di salvezza, si presenta

dall’altro come bandiera di una civiltà deculturatrice, eversiva,

ultrapotente e minacciosa, portata dalla nazioni europee.

Perciò la risposta delle culture extraoccidentali al cristianesimo

si attua in fasi alternanti, che vanno dall’atteggiamento polemico

e ostile, alla reinterpretazione magico-paganeggiante. Ma finisce

in più casi per essere effettivamente riassorbito, reinterpretato,

rivissuto proprio nel suo nucleo originario di promessa

messianica e di attesa escatologica.


PIÙ’ CRISTIANI DEI CRISTIANI

Vittorio Lanternari

La carica autonomista presente in tutti i movimenti, esprime

la loro volontà di recupero di valori religiosi decaduti

nel cristianesimo ‘ufficiale’ europeo. Il fenomeno indica

che le società ‘differenti’ non sono disposte, di norma,

ad una passiva ricezione di ‘verità’ proposte dal proselitismo

missionario, né a conversioni veraci promosse dall’esterno,

ma sono aperte, piuttosto, ad un processo di risperimentazione

autonoma, attiva, spontanea, ad un erlebnis – nel senso

più operante del termine – del dramma socialreligioso espresso

una prima volta dal cristianesimo occidentale originario, che può

tornare a ripetersi – come gli esempi, sia nel campo etnologico

sia nel Medio Evo d’Europa dimostrano – nelle società in crisi.


COMUNICARE PER CREDERE

La religione, concepita come uno strumento di comunicazione,

si declina secondo gli stessi meccanismi della comunicazione,

a volte lasciandosi sedurre dal discorso dell’altro, a volte

facendolo proprio, più spesso portando avanti entrambi

gli interlocutori il proprio discorso, senza bisogno di avviare

una verifica dei poteri, quanto meno di quelli ideologici.

Da questo punto di vista, anche la comunicazione, come

la religione, si dimostra aperta (cioè contestuale, senza vincolo

di referenzialità), negoziale (cioè induttiva e non deduttiva,

basata sul ruolo reciproco dei contraenti) e contingente (cioè,

nonostante l’apparente continuità, sempre eventuale, in ragione

dei processi attenzionali che la rendono manifesta.


FARE E NON SAPERE

In quanto aperta, negoziale e contingente, la comunicazione

acquisisce un valore performativo, connesso a scopi relazionali,

piuttosto che veridittivo, connesso a scopi cognitivi: si comunica

non nella misura in cui si comunica qualcosa di variamente

attendibile, ma nella misura in cui la comunicazione appare

convincente, cioè si traduce in una alterazione della percezione

della realtà, da parte sia di chi prende la parola sia di chi la riceve.

Quello che è stato spesso definito come lo scetticismo

comunicativo (la convinzione che non si possa stare nella testa

degli altri) può quindi venire concepito come l’autentica

condizione di possibilità per una comunicazione che induca

una riflessione sul proprio modo di essere.


LO SCETTICISMO COMUNICATIVO

Donne e uomini sono membri della stessa cultura? E bambini e

adulti? Il credente e l’ateo? Il povero e il ricco? Chi governa e chi è

governato? E se no, chi lo è? Di chi possiamo a buon diritto

asserire di comprendere le azioni?

Dopo avere ribadito che ‘lo spettro dello scetticismo comunicativo

si aggira nella critica testuale, ma anche nell’etica, nella teoria

antropologica, nella giurisprudenza, nella teoria politica, nella

filosofia della scienza’, Talbot J. Taylor sottolinea

la funzione assolta, in questo quadro, dal cosiddetto

metadiscorso, vale a dire da quella varietà di mezzi a disposizione

dei parlanti di ogni lingua per parlare di quelli che ritengono

essere gli aspetti rilevanti della pratica comunicativa.


IL METADISCORSO

Nella prospettiva del metadiscorso - di un discorso non soltanto

fatico, mirante a consolidare le condizioni tecniche del comunicare,

ma, proprio in quanto ‘meta’, mirante a prospettare un punto

di vista comune sovraordinato, anche se in maniera circoscritta

e circostanziale, a quelli dei singoli interlocutori - la comunicazione

non teme né il silenzio, né la menzogna, né il malinteso, classici

luoghi comuni della comunicazione ingannevole.

Anzi, queste variazioni sul tema di una comunicazione almeno

presuntivamente chiara e distinta ne ribadiscono i valori di fondo,

che sono da rintracciare nella positività etica di qualsiasi incontro,

piuttosto che nella subordinazione dell’incontro stesso a finalità

eteronome e inevitabilmente manipolatorie.


IL SILENZIO

Come scriveva Walter Benjamin, il silenzio consente di mettere

a fuoco il ‘dilagante inaridirsi del nostro orizzonte di significato’.

Paolo Valesio ha sottolineato la creativa marginalità del silenzio:

“Silenzio si riferisce a tutto ciò che vi è di estremo nella lingua

come mezzo di esprimere/comunicare l’esperienza umana”.

Gian Paolo Caprettini si rifà al modello della comunicazione

di Jakobson, in ragione del quale possono considerare

sei possibilità di silenzio: il silenzio del mittente (silenzio emotivo),

il silenzio del destinatario (silenzio conativo), il silenzio del contesto

(silenzio referenziale), il silenzio del messaggio (silenzio poetico o

autoriflessivo), il silenzio del contatto o del canale (silenzio fàtico),

il silenzio del codice (silenzio metalinguistico).


LA MENZOGNA

Il ‘paradosso del mentitore’ risale a Epimenide di Creta (VI secolo

a.C.), il quale, cretese egli stesso, disse che ‘tutti i Cretesi sono

bugiardi’: poiché Epimenide era cretese, o diceva il falso

e avrebbe detto il vero, o diceva il vero e avrebbe detto il falso.

All’origine della civiltà occidentale non c’è la verità, ma la menzogna,

in quanto mentire comporta la ricerca di un consenso comunicativo.

Umberto Eco ha rilevato che ‘il linguaggio è ingannevole per sua

natura’ e che ‘la menzogna è eminentemente pratica verbale’,

per cui va comunque ricondotta alla dimensione intersoggettiva.

Non è più la verità a consentire la comunicazione, ma la menzogna,

quando evita alla verità di radicalizzarsi, di diventare un fattore

di contrasto e di contrapposizione irriducibile.


IL MALINTESO

Scriveva Baudelaire che ‘il mondo va avanti in base al malinteso,

poiché, se ci si capisse, non si potrebbe mai essere d’accordo’.

Sono stati gli antropologi, abituati all’incontro con culture diverse,

a farsi paladini del malinteso che, secondo Franco La Cecla,

è “il luogo in cui l’incontro può avvenire e non risolversi”.

Alcune culture hanno imparato a convivere con il malinteso,

fino al punto da ribaltarla in un’arte dell’incontro. Un caso tipico,

che concerne soprattutto la tradizione italiana, è quello

della cosiddetta “dissimulazione onesta”, mirante a evitare inutili

conflitti di opinione. La dissimulazione diventa onesta, come

nel Cortegiano e nel Galateo, in quanto l’ipocrisia costituisce

la condizione della tolleranza tra gli uomini (Torquato Accetto).


SCOMUNICARE

Si comunica per comunicare e per scomunicare, comunicando

in modo tale che l’altro non possa a sua volta comunicare.

Scomunicare non significa, in linea di principio, né tacere,

né mentire, né equivocare, che restano comportamenti collegati

con la volontà di comunicare, di permanere in relazione dialettica

con l’interlocutore, in maniera stravagante, ma convenzionale.

Scomunicare non riguarda il “falso”, che disorienta proprio in quanto

mantiene in situazioni reali, ma il “finto”, che invece lascia credere

di trovarsi in una situazione diversa: in proposito sono significative

le metafore della “maschera” e della “parrucca”.

Scomunicare significa giocare con mezzi e messaggi per tenere

l’interlocutore vincolato alla comunicazione scomunicante.


LA COMMUTAZIONE DI CODICE

La comunicazione scomunicante non risiede nei messaggi,

perché l’inganno dei messaggi può venire denunciato.

Né risiede nei mezzi in quanto tali, anche se ogni mezzo può

scomunicare, trasformando l’interlocutore in spettatore passivo.

La scelta di un mezzo piuttosto di un altro non è priva

di conseguenze e concerne la pertinenza di metodo e di merito.

In una alterata e mistificante pertinenza risiede, infatti,

il principale strumento per scomunicare.

Le complesse implicazioni sociolinguistiche del cosiddetto

code-switching, della commutazione di codice, si estendono,

oltre che al passaggio linguistico, anche al passaggio mediatico,

nell’ambito della pragmatica del comunicare e scomunicare.


COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE RELIGIONI

prof. Gian Piero Jacobelli

Prima lezione

Seconda lezione

Terza lezione

Quarta lezione

Quinta lezione

Sesta lezione

Settima lezione

Ottava lezione

I modelli di comunicazione

Babele o della differenza

La conquista del Messico

Immaginari paralleli

I culti del cargo

Aspettando la fine

Comunicare o scomunicare

L’etica dell’incontro


I MODI PER GLOBALIZZARE

Claudio Baraldi

In base alla segmentazione multipla del mondo contemporaneo,

si sono affermati quattro modi di ‘globalizzare’ le forme culturali:

a) l’etnocentrismo modernista prevede la sua espansione

illimitata, considerata fonte inesauribile di progresso;

b) le codificazioni miste pluraliste accettano una globalizzazione

selettiva, basata sul rispetto delle diversità culturali, nei limiti

del rispetto dei diritti umani fondamentali;

a) le codificazioni miste gerarchiche accettano una globalizzazione

limitata (soprattutto economica e scientifica), chiedendo invece

una separazione di strutture per le diversità personali e culturali;

b) il fondamentalismo tratta la globalizzazione come costruzione

di incompatibilità e chiede la mondi sociali e culturali separati.


LA DIVERSITA’ CULTURALE

Claudio Baraldi

Il processo di globalizzazione ha prodotto diverse forme

di trattamento della diversità culturale: in ordine di apparizione,

il dominio, l’assimilazione, la fusione, il pluralismo tollerante,

la separazione e la congiunzione. Si tratta di concetti

che indicano le strutture fondamentali della comunicazione

interculturale, che tentano di eliminare le contraddizioni

culturali. Queste forme si combinano a quelle interne alla società

differenziata per funzioni, per cui la complessità sociale in essa

creatasi è attualmente strutturata in base alle combinazione

di forme culturali che definiamo individualismo, etnocentrismo

(in varie versioni), modernismo, personalizzazione,

multiculturalismo, transculturalità.


LA GLOBALIZZAZIONE

La storia dell’era moderna non è altro che la storia di una

rivoluzione spaziale orientata verso l’esterno. Essa mette in atto la

catastrofe delle ontologie locali. (Peter Sloterdijk)

Alcuni ritengono che, tra la pressione globalizzante dei mezzi

e quella dei messaggi, stia effettivamente nascendo una nuova

realtà culturale suscettibile di venire definita ‘cultura globale’.

Un sistema di riferimento mondiale, che può essere inteso come

un palcoscenico immaginario in cui viene posta in mutuo rapporto

la molteplicità del mondo. (Joana Breidenbach, Ina Zukrigl)

La scena globale deve essere vista come una matrice di possibilità,

dalla quale possono prodursi selezioni e combinazioni altamente

variate. (Zygmunt Bauman)


LA COMUNICAZIONE RETICOLARE

Alla ipotesi di una cultura “matriciale”, che scaturisce dai processi

di globalizzazione, fa riscontro quella di una comunicazione

che si potrebbe definire “reticolare” per dire come il problema

non sia tanto di connettersi con qualcuno, quanto di articolare

le diverse misure della comunicazione - della vicinanza

e della lontananza - in un punto di vista personale in grado

di saturare per quanto possibile la distanza tra mondo interiore

e mondo esteriore. Il soggetto comunicante diventa insieme

terminale e antenna, in quanto costituisce uno snodo essenziale

di un sistema che sfrutta la reticolarità in alternativa alla larghezza

di banda ed è al centro di flussi comunicativi che distinguono

meno tra comunicazione interpersonale e quella erga omnes.


LA SOGGETTIVITA’ NEGOZIALE

Cultura matriciale e comunicazione reticolare aprono il campo

a una nuova soggettività che si potrebbe definire “negoziale”

per sottolinearne il carattere “interessato”, ma non vincolato,

quanto meno secondo le tradizionali istanze della identità,

della coerenza, della responsabilità; un carattere transattivo,

che comporta la disponibilità a sedersi intorno al fuoco,

nel deserto, con chiunque si proponga non come altro,

ma come un altro soggetto in forza del suo essere analogamente

fuori di sé, per raccontare ciascuno la propria storia, in un ‘dono

della parola’ che è un modo per raccogliere in una ‘forma

del tempo’ i lacerti delle tante forme che si sono succedute

di tempo in tempo, richiamandosi una con l’altra.


ETICA ED EST-ETICA

Il richiamo al ‘dono della parola’ vale non soltanto

come indicazione di un comportamento comunicativo

non condizionato dal capirsi, ma soltanto dal fare a capirsi.

Vale anche come ricerca di un principio etico che, raccogliendo

intorno a una proposta di sé eventuali proposte di altri, tende

a prescindere da regole di comportamento precostituite,

da quella ‘etica dell’altro’ ripetutamente critica da un filosofo

come Alain Badiou, per orientare l’attenzione verso le emergenze

est-etiche: quei momenti di verità consistenti nel riconoscimento

dell’evento, di qualcosa che viene all’essere in prospettiva di valore:

‘l’incontro di Eloisa e Abelardo, la creazione galileiana della fisica,

l’invenzione da parte di Haydn dello stile musicale classico’.


FORZA E VERITA’

Oggi si concepisce l’etica come riconoscimento dell’altro (contro

il razzismo, che negherebbe questo altro), o etica delle differenze

(contro il nazionalismo sostanzialista, che vorrebbe l’esclusione

degli immigrati, o il sessismo, che negherebbe l’essere

femminile), o multiculturalismo (contro l’imposizione di un

modello unificato di comportamento e d’intellettualità).

O, semplicemente, la buona vecchia tolleranza, che consiste a

non adontarsi se altri la pensano diversamente da noi. Questo

discorso di buon senso non ha né forza né verità. (Alain Badiou)

Forza e verità non consistono nel pretendere di convincere

chi è diverso e tale deve restare per la molteplicità della parola,

ma nella responsabile consapevolezza della propria diversità.


LA REGOLA D’ORO

Nella prospettiva di un’etica affermativa e non negativa, basata

sulla condivisione del proprio e non sull’affiliazione all’altro,

vengono meno tutte quelle normative dell’incontro che ogni

religione e il genere ogni cultura hanno espresso.

Molte delle grandi religioni includono una massima simile

alla Regola d’Oro, che dovrebbe incarnare una verità

fondamentale: tutti noi siamo ugualmente umani. Tuttavia,

la Regola d’Oro viene usata come uno schema di comportamento.

Se io non sono sicuro di come trattarti, mi immagino come

mi piacerebbe essere trattato e quindi agisco di conseguenza.

Ma la Regola d’Oro non funziona perché le persone sono diverse

le une dalle altre e desiderano cose diverse. (Milton J. Bennet)


LA REGOLA DI PLATINO

Milton J. Bennet

Oltre a negare la differenza, la Regola d’Oro è anche una scarsa

guida alla comunicazione efficace. Pensare che gli altri siano

come noi quando parliamo con loro è l’equivalente che parlare

con noi stessi. Manchiamo di riconoscere le differenze

fondamentali alle quali la nostra comunicazione si deve

accomodare e i nostri sforzi per capire ed essere capiti sono

vanificati da una patina di conformismo.

Avvicinare le persone come se fossero diverse da noi ci consente

un’aggiunta alla Regola d’Oro. Si tratta della Regola di Platino,

che potrebbe affermare: ‘Fai agli altri ciò che loro stessi

farebbero a loro stessi’. Potremmo non essere in grado di farlo,

ma l’atto di riconoscere la differenza è rispettoso degli altri.


I VALORI DELLA CONVIVENZA

Per concludere, fra il paradosso aggressivo della Regola d’Oro

(‘Fai agli altri ciò che vorresti facessero a te’) e il paradosso

repressivo della Regola di Piombo (‘Fai agli altri ciò che meritano

venga loro fatto’), vale il monito di Carlo Sini: ‘Possiamo stabilire

delle regole di convivenza civile, ma questi non sono valori etici.

I valori etici non si possono stabilire in base a principi’.

In ogni interazione vengono negoziate posizioni di valore,

come primo passo in direzione di strategie per evitare

e comporre i conflitti che possono insorgere nelle interazioni

comunicative. Per altro, per lo più lo scopo dell’interazione

non è quello di chiarire, discutere o armonizzare i valori in gioco,

la cui tematizzazione costituirebbe una variabile di disturbo.


LA DIVERSITA’ PERSONALE

Claudio Baraldi

La transculturalità è ricerca di forme comuni in diverse culture

attraverso la reciprocità. Il cosmopolitismo è riconoscimento

di diversità incommensurabili, sul quale si fonda un‘ipotesi

di coordinamento basata su un’oculata forma di comunicazione

che utilizza le comparazioni. Questa reciprocità è la vera risorsa

scarsa nello scenario attuale, dominato dagli etnocentrismi.

Nella prospettiva unilaterale della differenziazione per funzioni,

la domanda attualmente più pressante è: può la diversità

personale sostituire la diversità culturale tout court,

cioè dispiegarsi come unica diversità confermabile

in modo univoco e chiaro nella comunicazione, evitando

disuguaglianze, discriminazioni e forme di etnocentrismo?


UN MONDO DI PERSONE

Claudio Baraldi

Naturalmente, anche la persona è una forma culturale:

di conseguenza, la diversità delle persone è diversità culturale.

Tuttavia, la forma culturale della persona specifica e unica

ha significati diversi dalle forme culturali che sono indicate

con termini come cinese, francese, donna, omosessuale, giovane

o bambini. Mentre individui diversi sono ugualmente considerati

come cinesi, francesi, donne, omosessuali, giovani e così via,

ciascun individuo è considerato come una persona unica.

Nella comunicazione, questa differenza si riflette nel fatto che,

quando i partecipanti sono trattati come persone, ogni altra

connotazione diventa irrilevante, mentre quando sono rilevanti

le diversità culturali, le persone possono diventare irrilevanti.

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