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IndiceQuaderno di BIC Lazio - Business Innovation Centresu creazione d'impresa e sviluppo localeEditoriale5 Le imprese laziali guardano al futuroEnrico D'Agostino, Presidente di BIC Lazio92 5. Le start up di BIC Lazio:caratteristiche e fabbisogni percepitidagli imprenditori103 6. BibliografiaScenario6 Dalle piccole imprese l’ultimo baluardodell’innovazioneGiuseppe Latour, Il Sole 24 Ore8 Crisi, tra occasioni di rilancio eprospettive di sviluppoDamiana Verucci, Il Tempo10 Le microimprese diventano vereopportunità di sviluppoNatalia Albensi, LiberoFocus13 Introduzione e sintesi22 1. Scenario macroeconomico delsistema produttivo del Lazio44 2. Fattori di successo ed elementi didebolezza delle imprese laziali: irisultati di un’indagine campionaria69 3. Caratteristiche delle micro impreselaziali90 4. Le informazioni legate all’esperienza diBIC Lazio


EDITORIALELe imprese laziali guardano al futuroEnrico D'AgostinoPresidente di BIC LazioCome stanno le imprese nel Lazio? Quali sono gli interventi necessari per favorire nuovi orizzonti disviluppo alla luce della crisi e dei cambiamenti del sistema produttivo e imprenditoriale della nostraRegione?Preoccupa, e non potrebbe essere diversamente, la situazione complessiva dell’economia europea,la cui ricaduta rischia di provocare pesanti effetti anche sulla nostra regione. Il Lazio, come l’interoterritorio nazionale, è stato colpito dalla crisi economica, ma il tessuto imprenditoriale ha sostanzialmentetenuto e le imprese sembrano reagire in maniera positiva e con ottimismo.Con il terzo rapporto Creaimpresa abbiamo voluto fotografare questo momento, augurandoci checontinui il dialogo tra le Istituzioni e gli attori locali, perché riteniamo che sia fondamentale individuaredi volta in volta gli strumenti più adatti per sostenere le imprese.Uno dei problemi più sentiti dalle imprese laziali è sicuramente quello del diminuito accesso al credito,che rappresenta un ostacolo alla realizzazione di investimenti programmati. È aumentata infattiin maniera evidente la percentuale di imprese che ha dovuto rinunciare a progetti potenzialmentevantaggiosi per mancanza di risorse.La propensione all’innovazione delle imprese laziali ha risentito di questa mancanza di fondi e haseguito l’andamento decrescente della media italiana (tra il 2008 e il 2009 nel Lazio si è passati dal34,7% al 25,5%; in Italia dal 31,2% al 20,6%). Anche le attività di ricerca e sviluppo sono state colpitedallo sfavorevole scenario economico.Gli imprenditori chiedono non solo un maggior sostegno finanziario, ma anche servizi di accompagnamentoe specialistici, come ad esempio formazione e consulenza per operare sui mercati esteri,anche in nicchie di mercato.Per le PMI, oggi più che mai, è necessario accedere a conoscenze specializzate, condividere investimentiper ridurre i rischi, cercare sinergie commerciali e produttive per limitare i costi.Per questo motivo, uno degli obiettivi di BIC Lazio per i prossimi anni sarà proprio il sostegnoalle PMI che intendono fare network, visto che la diffusione delle reti nel Lazio risulta ancora leggermenteinferiore al dato nazionale.Dobbiamo programmare e promuovere attività guardando al futuro.Ci impegneremo perciò ad agire su leve nuove, avviando non solo programmi per la riconversionedelle aziende, ma anche promuovendo in maniera attiva la collaborazione tra imprese, anche dipiccole dimensioni.BIC Notes – giugno 2010 – Editoriale 5


SCENARIODalle piccole imprese l’ultimobaluardo dell’innovazioneGiuseppe LatourIl Sole 24 OreLe piccole imprese sono la chiave dell’innovazione, ma sono anche le più esposte alla furia dellacrisi. E, in un passaggio difficile come quello che attraversiamo, diventa fondamentale il ruolodegli attori in grado di sostenere la loro attività e di incanalare le loro potenti energie.Lo dicono chiaramente i recentissimi dati dell’Istat, secondo i quali nelle piccole imprese italiane,dopo il calo registrato nel 2008, anche nel 2009 si è verificata un’ulteriore consistenteperdita di posti di lavoro, che sono diminuiti di circa 210 mila unità in due anni. Secondo l’istitutodi statistica, il 2009 si è chiuso con un valore aggiunto ai prezzi base in calo dell’1,8 percento, contro la crescita dell’1,1% dell'anno precedente. A fronte di questo, non c’è stato sostegnodelle banche. La Cgia di Mestre stima, partendo da dati della Banca centrale europea, chenei prestiti alle piccole e medie imprese l’Italia si è guadagnata, nel corso della crisi, il titolo dimaglia nera in Europa sulle piccole somme, soprattutto a breve termine. Il tasso applicato nelmercato italiano, almeno in questa prima parte dell’anno, è pari in media al 3,75%, lo 0,35% inpiù rispetto alla media europea. Questo differenziale, se confrontato con l’Olanda, la Francia ela Spagna, arriva addirittura allo 0,80%. Meglio i prestiti a lungo temine che, però, interessanosoprattutto le aziende più strutturate e meglio capitalizzate.Quindi, poco sostegno ma, dall’altro lato, molta voglia di innovare. Come racconta l’analisidel rapporto Creaimpresa 2010 di BIC Lazio, realizzata in collaborazione con Met(Monitoraggio economia e territorio), che descrive un fenomeno netto in regione: le grandiaziende chiudono i cordoni della borsa e le piccole, pur tra mille difficoltà, tengono in piedi leattività di maggiore avanguardia. Il 2009 ha proposto una dinamica tipica degli anni di crisi. Leimprese grandi si sono concentrate sul fatturato, per mantenere i livelli a cui erano abituate, esi sono alleggerite di tante cose, tra cui le spese per innovazione, ricerca e sviluppo.Le piccole continuano ad essere la parte più vitale del tessuto imprenditoriale regionale. Nel2009 le imprese laziali sotto i nove dipendenti che hanno fatto innovazione sono state il 25%,in leggero calo rispetto al 2008, ma ben al di sopra della media nazionale: nel resto del Paesenon si è andati sopra il 20 per cento.Tutto l’opposto è avvenuto per i più grandi. Se l’anno scorso, secondo la ricerca, in regionel’81% delle imprese sopra i 25 addetti utilizzava almeno una forma di innovazione nei suo processiproduttivi, in dodici mesi questa percentuale è crollata a un misero 33 per cento. Nel 2008le grandi aziende laziali avevano una propensione a innovare fortissima, addirittura di cinquepunti superiore alla media nazionale; nel 2009 sono sprofondate miseramente nove punti sottoil livello del resto del Paese. Le microimprese, invece, hanno fatto registrare una dinamica diametralmenteopposta tenendo alto il livello di innovazione, per mantenere margini di flessibilitàpiù elevati.Quanto alle tipologie di innovazione che tutti questi soggetti mettono in atto, il Lazio confermauno sbilanciamento verso quelle gestionali e organizzative rispetto a quelle di prodotto,dovuto in buona parte alla sua economia basata sui servizi. Le prime riguardano il 21,9 % dei6BIC Notes – giugno 2010 – Scenario


SCENARIOcasi, mentre quelle di processo principale il 9,9% e quelle di prodotto principale il 6,2 per cento.Insomma, mettendo insieme quello che dice l’Istat e quanto racconta il rapportoCreaimpresa 2010, le piccole e medie imprese sono in difficoltà, hanno bisogno di sostegno.Ma sono anche una miniera di idee, un settore estremamente vitale da appoggiare senza riserve.Per questo, oltre a fare una radiografia dello stato di salute delle imprese innovative, la ricercasi pone il problema di come sia più giusto strutturare questa assistenza in tempi di crisi.Puntando, se necessario, a individuare nuovi strumenti e nuove modalità di lavoro e collaborazione.La domanda principale che è emersa dalla ricerca tende verso un’azione che rafforzi le reti direlazioni tra imprese, portandole oltre il classico rapporto tra fornitore e cliente, per puntare suvere forme di aggregazione. Questa sarà la nuova partita che dovranno giocare BIC Lazio e lealtre agenzie di sviluppo laziali, aiutando le imprese non solo nella fase di start up ma lungotutto il corso, spesso molto accidentato, della loro vita.Concretamente, queste relazioni possono nascere con il mezzo più classico degli incontribusiness to business. Ma anche con il cosiddetto elevator pitch, la ricerca di imprese finanziatrici,angeli in grado di aiutare le aziende a potenziare i loro progetti, soprattutto all’inizio.Consentendogli, con il tempo, di camminare con più sicurezza sulle proprie gambe.BIC Notes – giugno 2010 – Scenario 7


SCENARIOCrisi, tra occasioni di rilancio eprospettive di sviluppoDamiana VerucciIl TempoLa crisi economica non ha colpito allo stesso modo le grandi, le piccole e le micro aziende e nonsta soltanto facendo fallire imprese, costringere a licenziamenti, a delocalizzazioni. Sta anche inmolti casi risvegliando energie nuove, fa conoscere potenzialità diverse e spinge gli imprenditori aricercare aiuti che non siano soltanto economici, ma di sostegno nell'accezione più generale cheprevede accompagnamento nella fase di start up e nelle successive, per uscire al più presto dalmomento di difficoltà. Una premessa, tuttavia, è d'obbligo. Il Lazio, con il suo tessuto produttivocomposto per lo più da piccole e piccolissime aziende, che trova il suo epicentro economico"naturale" a Roma, capitale del settore dei servizi, continua in ogni studio, ricerca o analisi deidati, a mostrarsi maggiormente indenne ai venti avversi della crisi economica.Potremmo dire in poche parole che la nostra Regione è entrata nella crisi economica con condizioniiniziali relativamente più favorevoli rispetto ad altre regioni e al contesto nazionale. Nonè questa la sede per analizzare le motivazioni (tra l'altro ormai note ai più), ma ricordarlo èimportante perché è da questo punto che partono le considerazioni successive. Proprio le microimprese, infatti, quelle con un numero di addetti compreso tra 1 e 9 unità, e ciò è evidenteanche dall'ultima indagine realizzata da BIC Lazio, sono risultate in assoluto le meno espostea fallimenti e la loro forza l'hanno trovata non tanto nella capitalizzazione, nell'innovazione,nella ricerca e sviluppo, ma nel capitale umano. Al culmine della paura e dell'incertezza sul futuro,l'investimento più grande da parte di queste aziende è stato nella formazione del personale:mentre le grandi licenziavano, le piccole mantenevano i propri dipendenti, in qualche casone assumevano dei nuovi, ma soprattutto formavano quelli che avevano puntando al capitaleumano e riscoprendo così in qualche modo il valore del lavoro fatto di persone, più che di mezzie tecnologia.A questo si lega un altro aspetto che emerge dalla crisi: il bisogno crescente di fare rete (quindidi stringere relazioni di mercato tra imprese), che è vissuto sì come un elemento di crescitadi fatturato, ma soprattutto di forza per fronteggiare meglio e insieme l'andamento congiunturalesfavorevole. Certo, nel Lazio i livelli di questo "fare rete" appaiono ancora piuttosto bassirispetto a quanto accade a livello nazionale, ma non è un caso se la crescita del numero di impreseche dichiara di "mettersi insieme" è concentrata proprio nell'ultimo anno, considerato tra ipiù difficili per il tessuto produttivo della nostra Regione. La crisi spinge anche le aziende aguardarsi attorno (altro elemento che possiamo considerare positivo), da qui la misurazione delgrado di apertura internazionale che se preso a sé risulta ancora non rilevante, ma che fa emergereun aspetto niente affatto trascurabile, quello di un interesse crescente delle imprese a iniziativedi partecipazioni a fiere e mostre. Mentre emergono problematiche per quanto riguardala presenza di servizi più complessi che però, anche in questo caso, vengono affrontate diversamente.Il nuovo approccio degli imprenditori verso queste difficoltà non è quello di scappare o fermarsiaspettando che passi, ma di chiedere il sostegno ad enti o associazioni, che più che garan-8 BIC Notes – giugno 2010 – Scenario


SCENARIOtire forme di finanziamento o aiutare nella concessione del credito, offrono gli strumenti peraffrontare le difficoltà ed uscire dalla crisi. Non solo. Gli stessi imprenditori stanno cominciandoa mostrare maggiormente i loro limiti e quando sentono di non farcela da soli chiedonol'aiuto di persone o team più esperti, che permettano loro di fare quel balzo in avanti utile allasopravvivenza dell'impresa. Insomma, la crisi risveglia anche nuove energie. Ma non è sempretutto oro quello che luccica. L'altro lato della medaglia è fatto di aziende, lo stesso piccole e inapparenza sane, che una volta investite dalla crisi vengono frenate ogni qual volta tentano misuredi ammodernamento, in particolare se puntano su ricerca e sviluppo. Questo accade essenzialmenteper due ragioni: rapporto con le banche che si fa molto più complicato con la crisi inatto, e modesta capitalizzazione delle aziende, che è comunque un elemento strutturale del tessutoproduttivo della nostra regione, che meriterebbe un'analisi molto più approfondita.Ciò che ci interessa invece ora è capire in che modo può influire il rapporto con le banchenella scelta di investire in ricerca e sviluppo. Di sicuro non aiuta un imprenditore sapere che l'investimentoche vorrà realizzare per ammodernare la propria azienda dovrà essere sostenuto insolitaria per il crescente sospetto della banca riguardo alla capacità dell'imprenditore di garantirela restituzione del prestito.Attenzione, questo non vuole dire che le banche sono cattive e le imprese sono buone, vistoche l'economia regionale ha retto il colpo della crisi anche grazie alla solidità del suo sistemacreditizio, ma che ci vorrebbe a volte un po' più di coraggio da parte di chi concede il creditoproprio nei momenti di maggiore difficoltà economica generale e, soprattutto, di fronte aimprese che si mostrano solide e reattive. Non è un dato positivo quello che emerge dall'indaginedi BIC Lazio circa la denuncia di oltre metà delle imprese intervistate che esprime fattoridi debolezza nella disponibilità di credito e nel rapporto con le banche.Da qui il rischio di far nascere un nuovo ciclo di imprese che, indebolite dal grande sforzofinanziario di avviamento, non investano negli anni successivi neanche un Euro per rafforzarsie competere sul mercato. Anche perché gli strumenti, chiamiamoli alternativi, Consorzi fidi,incentivi pubblici di sostegno, ad esempio, non mostrano, secondo gli stessi imprenditori, distare molto al passo con i tempi, tra difficoltà di accesso agli interventi e ritardi nei tempi effettividi pagamento delle risorse agevolate. Dunque dalla crisi si può imparare, ed è quello che stacercando di fare la gran parte di piccoli imprenditori del Lazio. Pochi hanno infatti deciso ditirare i remi in barca e darsi per vinti. La massa ha reagito, ma è ora che si intensifichi il supportodi enti e istituzioni per continuare a sostenere questa reazione positiva. Il rischio, sempre dietrol'angolo, è che il coraggio lasci posto alla paura per il futuro. E questo accade quando leimprese vengono lasciate sole troppo a lungo.BIC Notes – giugno 2010 – Scenario9


SCENARIOLe microimprese diventano vereopportunità di sviluppoNatalia AlbensiLiberoSono le imprese più piccole, le microimprese, a sostenere l’economia del Lazio.E a dare un’opportunità concreta a chi cerca il suo posto nel mercato del lavoro.È con questo colpo di coda, quello delle aziende che non superano i 9 dipendenti, ma che oggidanno lavoro al 30,9% degli addetti dell’industria regionale, che si apre la serie di dati contenuti nelrapporto Creaimpresa 2010, realizzato da BIC Lazio in collaborazione con Met (Monitoraggioeconomia e territorio). Il balzo in avanti delle imprese più piccole è stato di oltre sette punti percentualitra il 2008 e il 2009 e assume ulteriore significato a fronte della grave perdita di addettidella grande impresa (circa il 13%) registrata nello stesso periodo nel sistema industria del Lazio.Ma gli elementi in grado di testimoniare la creatività e la capacità di reazione del nostro tessutoimprenditoriale non mancano.Nonostante gli ostacoli, infatti, tra cui spiccano le difficoltà di accesso al credito, la domanda diautoimprenditorialità non cede il passo alla crisi e, anzi, comincia a diventare un’alternativa valida.Lo dimostra, come riscontrato durante la stesura del rapporto, l’innalzamento dei livelli di scolaritàdegli imprenditori, a quanto pare sempre più agguerriti e determinati anche a causa della mancanzadi occupazione e delle difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro. Purtroppo, però,l’onda anomala della crisi economica ha avuto i suoi effetti, anche se limitati, in alcuni settori specificiche, sempre tra il 2008 e il 2009, hanno seguito nel Lazio l’andamento decrescente dellamedia italiana. A cominciare dalla propensione all’innovazione: le imprese in grado di innovare sonopassate dal 34,7% al 25,5%, anche se questa contrazione rimane comunque inferiore a quella registrataa livello nazionale. Diminuiscono, ma in misura più ridotta, anche le attività di ricerca e sviluppo,con un percentuale passata al 6,5% dal 7,9%. Positivo, invece, il quadro emerso dall’analisidei rapporti con l’estero delle imprese laziali, a fronte della generalizzata riduzione del volume delcommercio internazionale. Grazie all’aumento del 3,8% del numero degli esportatori diretti, infatti,la percentuale delle imprese che hanno rapporti con l’estero è arrivata nel 2009 al 13%, mentrel’anno precedente era ferma all’8,7%. In crescita, ma ancora marginali, anche le forme di internazionalizzazioneavanzata, tra cui gli accordi commerciali e le produzioni all’estero, che riguardanol’1% delle imprese nella nostra regione e il 2% in tutto il paese. Qualche rallentamento, invece, continuaancora a frenare la diffusione della rete, ossia il network tra le imprese, che si ferma a quota33,4%, più del 2% sotto al dato nazionale. Ma i rapporti più complicati per le aziende laziali rimangonoquelli con le banche. E se, come si evince dall’analisi dei dati del rapporto, sono numerosissimele imprese che lamentano problemi per quanto riguarda l’accesso al credito, sembra che inquesta partita sia proprio la creatività la prima ad essere penalizzata. Le imprese più dinamiche,infatti, risultano essere le più colpite dall’incremento dei tassi di interesse (il 38% a fronte del datonazionale di 36,4% ), e così, nel 2009, la percentuale di imprenditori che hanno visto sfumare i loroprogetti per mancanza di risorse è arrivata a superare il 23% mentre l’anno precedente si era fermataal 15%. Ma, nonostante le zone grigie e la crisi che ha attraversato i mercati, la tenacia dei nostriimprenditori non è venuta meno. L’evidenza è nell’analisi del saldo tra imprese iscritte e cessate trail 2006 e il 2009: se fino al 2008 è stata registrata una forte riduzione del loro numero complessivo,nel 2009 c’è stata una ripresa e il saldo si avvia verso valori positivi.10 BIC Notes – giugno 2010 – Scenario


FocusIl sistema produttivo del LazioScenario e caratteristicheLe imprese lazialiStrategie e approccio alla crisiL'esperienza di BIC LazioConsiderazioni e risultati di una rilevazione di campo


“Rapporto Creaimpresa 2010"BIC Lazio presenta uno studio sulloscenario imprenditoriale del Lazio.


Introduzione e sintesi (1)I cambiamenti nelle strategie e nei comportamentidelle imprese assumono particolarerilievo nell’ambito di condizioni generalizzatedi contrazione delle attività economiche e diforte irrigidimento delle limitazioni presentinei mercati e nei sistemi produttivi.Esiste una convinzione largamente diffusache la crisi, pur con mille problemi, abbia unruolo di selezione propizia, rafforzando laposizione di chi è più forte, ovvero –nella percezionedei più- di chi innova e ha dimensionimaggiori. Le prime evidenze disponibilinon paiono confermare questa ipotesi.Le difficoltà indotte dalla crisi sono ovviamentediffuse, i cambiamenti nei mercati sonogeneralizzati, ma esistono differenze significativecon la concentrazione dei problemi sualcune aree e funzioni di impresa.Come non molti sanno, esiste una percentualerilevante di imprese, anche nelle produzioniindustriali, che non realizza sistematicamenteazioni di rafforzamento produttivo,ovvero attività di R&S, attività dedicate all’innovazioneo anche solo investimenti materialio immateriali. Sembrerebbero quindi i soggettidestinati a scomparire; va considerato,tuttavia, che lo scarso dinamismo impedisceloro di crescere, ma li rende anche poco vulnerabilisu molti piani.Al contrario, i soggetti maggiormente colpitidalla crisi sembrano essere alcune delleimprese che investono e che sono impegnatein attività per loro natura più rischiose qualiquelle di R&S: sono molto esposte sui mercati(maggiori opportunità di crescita, ma anchemaggiori rischi) e l’indebitamento è significativamentepiù elevato (in parte dipendenteproprio dagli sforzi per la crescita futura conattività innovative e di R&S ancora non tradottepienamente in fatturato e redditività).In questo ambito, quindi, si manifestaun’ulteriore domanda di policy che non hasolo l’aspetto più evidente di richieste di salvataggio,ma che tocca in modo capillare ledebolezze e le criticità che si manifestano eper le quali il mercato non rappresenta sempreuna risposta presente.Lo scopo del lavoro è quello disegnare unquadro approfondito delle problematicheprincipali affrontate dalle microimprese edalle start up del Lazio, e delle esigenze disupporto pubblico che gli imprenditori manifestano.Questi temi sono esplorati attraversoun percorso di analisi ampio, che parte dallostudio del contesto economico regionale, sia alivello macroeconomico, relativamente alleprincipali tendenze che emergono nel sistemalaziale a ridosso dell’ingresso nella crisi economicainternazionale, sia a livello micro, attraversoi risultati di una vasta indagine campionariache mette in evidenza i principali fattoridi forza e quelli di debolezza delle impreseregionali. All’interno di questo scenario, lestart up BIC Lazio sono oggetto di una rilevazionead hoc che ha indagato i loro fattori didebolezza e la domanda di rafforzamentodegli interventi regionali realizzati in questocampo.Il lavoro è organizzato come segue. Nellaprima sezione si offre una ricostruzione delleprincipali evidenze macroeconomiche conanalisi sia di medio-lungo periodo che dinatura più congiunturale.La seconda sezione approfondisce i caratteridi debolezza del tessuto produttivo regionalesulla base di un ampia indagine campionaria.L’analisi riguarda tutte le classi dimensionalipresenti nel settore dell’industria e deiservizi alla produzione, con riferimento alquadro regionale e ai confronti relativi al datomedio nazionale e a quello di altre regioni diinteresse.Nel terzo capitolo si propone un approfondimentospecifico relativo alle micro impresedella regione e alle loro caratteristiche essenziali.Nelle due sezioni conclusive si descrivonosinteticamente i principali risultati relativi auna analisi qualitativa delle start up e delleloro esigenze, che ha coinvolto i soggetti di1. Le elaborazioni grafiche sono state create da MET su dati pubblici.BIC Notes – giugno 2010 – Focus13


BIC Lazio che operano nelle attività previsteper l’assistenza e il tutoraggio delle impreseassociata a un’indagine di campo diretta allestart up BIC Lazio.Di seguito si anticipano i principali risultatidel lavoro, attraverso un elenco sintetico delleevidenze di maggior rilievo.• L’analisi dell’evoluzione della strutturadimensionale nel Lazio evidenzia unamarcata riduzione della quota di addettiimpiegati nelle grandi imprese, a favore diun incremento nelle micro imprese. È unfenomeno comune alla tendenza nazionale,ma relativamente più marcato. Nelperiodo considerato (1971-2007), quindi,il Lazio passa da regione con una caratterizzazionerelativa di grande impresarispetto all’Italia, a regione di microimprese.• L’analisi del saldo tra imprese iscritte ecessate, tra il 2006 e il 2008, mostra nelLazio una riduzione accentuata del numerocomplessivo di imprese; nel 2009 si èverificata una ripresa con un saldo cheritorna verso valori positivi.• I dati relativi al Lazio nell’ultimo trienniodisponibile (2005-2008) ci indicano tassidi crescita del PIL e del Valore AggiuntoIndustriale (VAI) in entrambi i casi superiorialla media nazionale (Lazio:PIL+1,2%; VAI +2,0%; Italia: +0,9% e +0,5%,rispettivamente). Il risultato particolarmentepositivo del settore industriale finoal 2007 è da addebitare quasi esclusivamenteal settore della produzione di energiaelettrica, mentre l’industria manifatturierapropriamente detta, almeno nelperiodo 2004-2007 attraversa un periododi forte difficoltà. Il trend di crescitaregionale è in linea con il dato medio dellaripartizione centrale, per quel che riguardail PIL (+1,1%), mentre la crescita delVAI è notevolmente più elevata rispettoalla crescita media della ripartizione(+1,2%).• In un’ottica di lungo periodo, se si osservanole evoluzioni tra il 1996 e il 2008 èpossibile evidenziare una performance delPIL regionale relativamente migliorerispetto alla media nazionale. Tuttavia, ildato relativo all’industria è meno favorevole,a conferma che la fase di espansionedell’economia regionale è stata principalmentetrainata dal settore dei servizi. Sisegnala invece nell’analisi di medio periodouna crescita relativamente migliore deldato nazionale anche del settore dell’industria.Nel 2008 sia il PIL che il VAIlaziale (e come vedremo anche le esportazioni)crescono in misura superiore rispettoalla media nazionale.• Il crollo delle esportazioni verificatosi alivello nazionale nel 2009 interessa ancheil Lazio. La contrazione dei valori esportatinel Lazio è netta (-16,0%): il valoredelle esportazioni nei settori consideratinell’analisi passa dai 13,5 miliardi di Eurodel 2008 agli 11,3 miliardi del 2009 (2). Ilcalo verificatosi a livello regionale è tuttaviameno intenso del dato nazionale. Laquota dell’export laziale sul totale nazionalequindi cresce, confermando la tendenzarelativamente favorevole iniziata nel2006: dal 2008 al 2009 la quota regionale,sul totale nazionale, passa dal 3,77% al4,03%.• Questo incremento è causato in primoluogo da una favorevole specializzazionesettoriale. La presenza significativa inregione dei settori (in particolare il pesodetenuto dall’industria farmaceutica e, inmisura minore, dall’elettronica e dall’industriaagroalimentare) che non hannoregistrato un calo drammatico della2. I dati riferiti al 2009 sono provvisori.14 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


domanda è il principale elemento di successodell’export laziale. A questo elementostrutturale se ne aggiunge uno dinamico,cioè la buona performance in terminidi competitività dell’export del Lazio, inparticolare nei settori dell’agricoltura, deiprodotti petroliferi, dei metalli, dell’elettromeccanicae dell’elettronica. La specializzazionegeografica (ovvero i paesi cherappresentano i mercati finali) delle esportazioniha invece un’influenza trascurabilesull’andamento dell’export regionale.• Tutti i principali settori in regione fannoregistrare, nella variazione 2008-2009, unarretramento dei valori esportati, fattaeccezione per il settore farmaceutico(+2%; da 3,2 a 3,3 miliardi di Euro nel2009). Le altre principali produzioni presentanoinvece tassi di decrescita nel 2009più intensi rispetto alla media regionale:dai prodotti petroliferi raffinati (-20%),alla chimica (-27%), ai mezzi di trasporto(-28%). Inoltre fanno registrare flessioniconsistenti le produzioni del Made inItaly regionale (tessile/abbigliamento -37%; cuoio -21%; mobili -29%).Le principali evidenze macroeconomiche equelle riguardanti la struttura produttivaregionale segnalano come il Lazio sia entratonella crisi economica con condizioni inizialirelativamente più favorevoli rispetto ad altreregioni e al contesto nazionale.Riuscire a delineare quali siano stati i percorsidi successo delle imprese regionali (sianoqueste di grandi o piccole dimensioni) risultadi particolare difficoltà se si osservano esclusivamentesingole informazioni disponibili(siano quelle ufficiali, cioè desumibili dai datidi bilancio, che quelle di opinione, con rilevazioniad hoc). Nell’impostazione seguita neldocumento si sono osservati un insieme piùampio di indicatori, che vanno dalle scelte diinvestimento, alla propensione ad innovare,dalle attività di ricerca, alle collaborazionilocali con altre imprese fino a considerare lescelte più sofisticate di internazionalizzazionetotale o parziale delle proprie attività. Loscopo è quello di far emergere delle indicazioniconcordanti che descrivano con un buongrado di approssimazione i profili di eccellenzadel sistema produttivo.Il documento approfondisce, a tale scopo, irisultati relativi a due indagini campionarieche hanno coinvolto oltre 5.500 impreselaziali tra il 2008 e il 2009 . Le evidenzeemerse sembrerebbero confermare un quadroeconomico generale relativamente favorevolee mostrano come l’impatto della crisi sullecondizioni delle imprese laziali abbia avutoconseguenze meno violente per quanto diassoluto rilievo, con aspetti di criticità chemeritano di essere monitorati.Di seguito si propone un elenco sinteticodei principali risultati delle indagini di campo.• Alla luce dei risultati dell’indagine, si puòsostenere che la propensione all’innovazionedelle imprese laziali abbia seguitol’andamento decrescente della media italiana.Nel periodo 2008-2009 si è assistitoa una generale e notevole riduzionedella percentuale di imprese che svolgonoinnovazione (specialmente per ciò checoncerne le innovazioni di prodotto principali).Nella maggior parte delle variabiliprese in considerazione tale riduzione èstata tuttavia inferiore a quanto mostratoa livello nazionale, confermando come inmedia le imprese innovative laziali abbianoreagito relativamente meglio alla crisirispetto a quelle delle altre regioni.• Anche le attività di R&S sono state colpitedallo sfavorevole scenario economico,con una contrazione che risulta, tuttavia,molto inferiore a quella fatta registrare perla propensione all’innovazione. Tale tendenzaè principalmente imputabile alcomportamento di piccole e medie imprese.Una buona parte della riduzione ininvestimenti fatta in R&S può essere spiegatadal fatto che una quota rilevante dell’attivitàdi ricerca nelle piccole dimensioniviene effettuata attraverso collaborazioniesterne alle imprese. Questa tipologiadi attività tende a essere mediamente piùBIC Notes – giugno 2010 – Focus15


flessibile rispetto alle attività svolte internamenteall’impresa.• Dalla rilevazione del 2009 emerge come ilgrado di apertura internazionale del sistemaproduttivo regionale abbia sostanzialmentetenuto rispetto alla grave crisi cheha colpito i mercati e che ha contratto inmaniera significativa il volume del commerciointernazionale. In particolare, sievidenzia come sia aumentata la percentualedi imprese che hanno rapporti conl’estero (13,0% rispetto al 8,7% del 2008),grazie soprattutto a un aumento degliesportatori diretti (+3,8 punti percentuali),mentre è rimasta sostanzialmenteimmutata la percentuale di imprese chepresentano forme più avanzate di internazionalizzazione.• Lo scenario italiano, e in modo particolaredel Lazio, al di là dei dati aggregati suivolumi di credito, appare serio, con riferimentoal rapporto tra banche e imprese. Irisultati dell’indagine su questa tematicaevidenziano la crescita degli operatori piùdinamici, (nelle strategie di sviluppo), cheappare frenata dai limiti sul credito (circaun terzo dei casi - 32,5%, a fronte del37,8% relativo al dato nazionale). Leimprese più dinamiche sono quelle maggiormentecolpite dall’incremento deitassi di interesse (38% vs 36,4% italiano).Gli operatori meno dinamici (sempre conriferimento alle strategie adottate per lapropria crescita) hanno subito un incrementocomplessivo degli oneri finanziariunitari con un’apprezzabile contrazionedelle disponibilità. Le imprese con minorigradi di dinamismo hanno scontato larichiesta di un maggior livello di garanzie(probabilmente proprio a causa dei minoriinvestimenti fissi da portare come eventualegaranzia alle banche).• In tutti i casi le aree problematiche delcredito sono sottolineate da una percentualeelevatissima di aziende. L’evidenzapiù preoccupante si riscontra per le impresepiù innovative e dinamiche. Tali impreserappresentano infatti la categoria piùcolpita in relazione all’aumento deglioneri finanziari, con forti impatti anchesulla riduzione del credito e sul rifiuto diapertura di nuove posizioni.• Il quadro che emerge dai risultati dalledue indagini svolte traccia un quadromolto variegato del sistema industriale,con forti differenziazioni regionali nellequali spiccano (a parità di altre condizionicome la specializzazione produttiva o lastruttura dimensionale) le scelte strategicheadottate degli operatori, che in molticasi risultano come le principali determinantidei successi o degli insuccessi deisistemi economici locali. Alla luce dellarecente crisi, inoltre, la pressione generatadalla selezione del mercato e l’acuirsi difenomeni generalizzati di limitazione eostacoli agli investimenti e indirettamentealle prospettive di crescita sembra poteramplificare queste differenze, premiandoin maniera ancor più marcata le scelte strategichevirtuose.Un’analisi specifica è stata riferita alle evidenzeche emergono per le imprese con unnumero di addetti compreso tra 1 e 9 unità. Siè voluto in tal modo offrire un quadro di dettagliodi una tipologia di impresa che può,con le limitazioni del caso, approssimare ilprincipale target di riferimento delle attivitàgestite da BIC Lazio. Sono stati approfonditii principali fattori di debolezza e gli aspettirelativi alla domanda di interventi pubblici disostegno. Di seguito si descrivono le principalievidenze che, si ripete, riguardano esclusivamentele micro imprese.• L’idea alla base dell’analisi è che, oltre allapresenza dei tradizionali fallimenti delmercato (tipicamente legati alle attività diR&S o al mercato del credito), esistanoaltri campi nei quali il livello di produzioneo di utilizzazione delle risorse sia subottimale per la presenza, anche temporanea,di freni o ostacoli allo sviluppo in cui16BIC Notes – giugno 2010 – Focus


l’offerta di servizi può assumere un ruoloimportante. In particolare, sono stati consideratieventuali ostacoli all’utilizzo dellerisorse (realizzazione di investimenti), allosvolgimento di attività di ricerca, allo sviluppodi innovazioni, accanto a quelliconnessi con la disponibilità di risorse(debolezze finanziarie e difficoltà nell’accessoal credito, disponibilità e qualificazionedel personale).• Il primo dato che emerge è quello relativoal forte ridimensionamento nella diffusionedelle attività R&S nell’ultimo anno trale imprese industriali, sia a livello nazionale(dal 5,6% al 3,8%) che tra le aziendelaziali, dove la percentuale di imprese cheha svolto programmi di ricerca si è più chedimezzata nell’ultimo anno (dal 5,2 al2,4%). Anche nell’aggregato dei servizialle attività produttive, dove si registra unamaggiore diffusione delle attività di ricercarispetto ai settori dell’industria, si registraun calo nell’ultimo anno. Nel Lazio sipassa da un 7,7% di imprese che svolgevanoR&S nel 2008 al 5,5% dell’ultimoanno, a fronte di un calo a livello nazionaledal 7,0 al 6,6%.• Le scelte per così dire moderne (ovvero dichi opera nell’ambito della concorrenzasui mercati mondiali) sono più diffusepercentualmente tra le imprese di maggioredimensione, ma le quote, anche apparentementemodeste, delle imprese piccolerappresentano un fenomeno da non trascurareche merita più attenzione e analisiper approfondirne aspetti di successo epunti di debolezza. In regioni particolarmentedinamiche la quota di micro impreseattive nel campo della ricerca appareparticolarmente rilevante: con riferimentoal comparto industriale si registrano percentualidel 7,7% in Piemonte, del 5,5% inEmilia Romagna e del 5,9% nelle Marche,per citare i casi di eccellenza.• Da queste prime analisi si segnala per leimprese laziali un quadro caratterizzato daelementi di debolezza legati all’impattodella crisi che risulta particolarmenteaccentuato nelle attività della ricerca. Ilbenchmark riferito ai comportamenti dellamedia nazionale e a quelli di regioni particolarmentedinamiche evidenzia unaminore diffusione delle attività di R&Snelle micro imprese laziali. I percorsi dell’innovazione,pur all’interno di un quadrodi debolezza legato alla difficile congiuntura,sembrano viceversa disegnarecomportamenti relativamente virtuosi.• La crescita del grado di apertura internazionale,pur in un anno di crollo in valoredel commercio mondiale e anche dellestesse esportazioni regionali, è da attribuirea un aumento delle imprese che esportano,che passa, tra le micro imprese laziali,dal 7,5% registrato nel 2008 all’11,2%dell’ultimo anno considerato. Il grado diapertura internazionale risulta inferiore aquello che si rileva per la media nazionale,dove la percentuale di imprese che esportanoè pari al 13,1% (10,4% nel 2008).• Le forme di internazionalizzazione avanzata(accordi commerciali, relazioni perattività di R&S, produzione all’estero epartecipazioni in imprese straniere) appaionoin crescita, restando tuttavia un fenomenomarginale (1% tra le imprese lazialie 2,0% per il campione nazionale). Anchein questo caso occorre sottolineare comel’articolazione regionale del fenomenosegnali situazioni di eccellenza, come nelcaso dell’Emilia Romagna e del Veneto,dove la quota di micro imprese internazionalizzatesupera il 3,5%.• Se si analizzano i fattori di limitazione allarealizzazione di investimenti indicati nelledue indagini, si osserva un aumento marcatodelle voci relative al rapporto con lebanche e alla modesta capitalizzazione. Ledifficoltà di accesso al credito hanno rappresentatoun ostacolo alla realizzazionedegli investimenti programmati per il18,8% delle imprese laziali, a fronteBIC Notes – giugno 2010 – Focus17


dell’11,8% registrato nel 2008; la modestacapitalizzazione societaria, che era sentitacome elemento critico solo per l’8,4%delle aziende nel 2008, nel 2009 risultaessere stata un fattore limitante per il 20%circa delle imprese intervistate. È quindiaumentata in maniera evidente la percentualedi imprese che ha dovuto rinunciarea progetti potenzialmente vantaggiosi permancanza di risorse, dal 15,2% del 2008 al23,7% relativo all’ultima indagine campionaria.• La propensione alla realizzazione di interventivolti al rafforzamento del capitaleumano appare rilevante. L’elemento dimaggiore rilievo è legato a un forte interesseper azioni di formazione del personale.Il 16,4% delle aziende laziali pensainfatti di sviluppare le capacità delle risorseumane attraverso interventi di trainingon the job, percentuale che risulta sensibilmentesuperiore al valore medio nazionale,pari all’11,5%. Tale opzione, naturalmente,è particolarmente diffusa tra leaziende che hanno segnalato elementi didebolezza nell’area delle risorse umane: inquesto segmento la percentuale di impresedisposte a interventi formativi rivolti aipropri addetti è del 25,8% (Italia 18,4%).• Il quadro relativo alla struttura finanziariadelle imprese e al rapporto con le bancheassume caratteristiche di maggiore debolezza,se associato allo scenario della crisieconomica. L’indagine sembrerebbesegnalare nel Lazio un relativo minoreimpatto della crisi sulle condizioni economiche,almeno sulla base della percezionedegli imprenditori. Nel dettaglio il 30,5%delle aziende nel Lazio segnala un impattosui tempi di pagamento dei clienti, afronte di un valore nazionale del 36,6%; il29,7% indica una riduzione significativadel fatturato, contro il 33,2% per l’Italia.Un peggioramento dei rapporti con lebanche è segnalato dal 29,3% delle impresenel Lazio, mentre sul campione complessivosi registra una percentuale del32,2%. L’impatto sull’occupazione e quellosul livello dei prezzi praticati apparerelativamente meno diffuso, con percentualirispettivamente del 18,6 e 22,2%(Italia 20,8 e 24,4%).• La diffusione delle reti nel Lazio risultaleggermente inferiore a quella che si registranella media nazionale, nel dettaglio il33,4% contro il 35,6%. Appare soprattuttodeficitaria la consistenza delle reti piùcomplesse (relazioni per attività di ricerca,cooperazione per la progettazione e lacommercializzazione, ecc.), che riguardail 13,6% delle imprese del Lazio a frontedel 16% del campione complessivo (nelleMarche si arriva al 19% e in EmiliaRomagna al 21,1%).• Almeno attraverso le analisi descrittivesembra possibile individuare un effettorete. Le previsioni relative all’andamentodel fatturato per il 2010 appaiono chiaramentepiù favorevoli tra le imprese appartenentia reti locali, sia in termini di diffusionemaggiore di previsioni di aumentodei ricavi, che di minore presenza di situazionidi contrazione del fatturato.• Un impatto positivo delle reti sembrapoter essere individuato anche nella propensionead attivare comportamenti virtuosiin tipologie di attività di particolarerilievo, come nel caso dei pattern dell’innovazione,dove i processi di diffusionedelle conoscenze trovano un naturaleambiente per poter svilupparsi. A fronte diun 22% circa di imprese non operanti innetwork che ha introdotto almeno unaforma di innovazione, si riscontra una diffusionemolto maggiore all’interno dellereti locali, pari al 26,6% per le reti semplicie al 34,3% delle reti più complesse.Le tematiche relative ai fattori di debolezzae alla domanda di policy delle start up BICLazio sono state ulteriormente approfonditeattraverso un’analisi qualitativa, basata sull’esperienzadegli operatori di BIC Lazio atti-18BIC Notes – giugno 2010 – Focus


vi nei diversi servizi offerti.Le aree tematiche principali e le questioniemerse sono state:• caratteristiche delle imprese - i settori economicidi attività sono molto diversificati,ma con specificità territoriali piuttostomarcate. In prevalenza le imprese che sirivolgono a BIC Lazio sono in fase di startup, ma è in crescita il numero di impresemature che richiede servizi specifici, legatisoprattutto alla partecipazione a bandioppure alla ricerca di relazioni con altreimprese;• problematiche finanziarie e relazioni conle banche - gli imprenditori segnalanosoprattutto problemi di liquidità. A taleproblematica si associa un deficit di competenzespecifiche in campo finanziario euna difficoltà culturale nel relazionarsicon le banche. La tipologia di imprese piùcolpita è costituita da quelle con progettipiù innovativi. Questa difficoltà pare fortementeridotta in presenza di azioniregionali specifiche che coinvolgono agevolazioniBIC Lazio, ovvero azioni diassociazioni di categoria particolarmenteattive;• principali criticità - si lamenta una scarsapreparazione imprenditoriale dei soggetticoinvolti, ma si sottolinea anche la crescentepresa di coscienza che si manifesta nelladomanda di servizi formativi aumentataanche in assenza di agevolazioni o forzaturenormative specifiche. La domanda diformazione on the job, come emerso anchedall’indagine campionaria, emerge comeun’esigenza notevole e in rapida diffusione;• problematiche specifiche del territorio diriferimento: esistono elementi di debolezzaspecifici dei diversi territori legati anchealle specificità del tessuto produttivo. Lachiusura di comparti produttivi storicamenterilevanti pone problemi di riconversionee di reinserimento dei lavoratori,spesso altamente qualificati. La domandadi supporto in questo campo è diffusa,come mostra il successo degli interventipubblici (L.R. 29 art. 12) per l’incentivazionedel lavoro autonomo. In alcunerealtà produttive caratterizzate da saperi ecapacità di tradizione storica emerge lanecessità di interventi per favorire formedi apprendistato, e più in generale peraccompagnare il passaggio generazionale.Dove le imprese hanno determinato losviluppo di competenze tecniche(Colleferro e Frusinate), la nascita dinuove imprese sta avendo caratteristicheimportanti anche utilizzando strumentiregionali graditi;• ricerca, innovazione e internazionalizzazione- l’indagine campionaria ha evidenziatocome queste aree di attività sianocaratterizzate da elementi di fragilità. Leevidenze emerse dal focus group confermanoi risultati dell’indagine aggiungendoalcuni spunti di riflessione. Per quantoriguarda le attività di R&S, si registra unacrescente disponibilità delle Università edei centri di ricerca a dialogare con leimprese. Le esperienze in materia risultanomolto variegate, con casi di successoche si affiancano a casi caratterizzati daforti difficoltà;• per quanto riguarda il grado di aperturainternazionale, si segnala come il mercatodi riferimento delle imprese sia quasiesclusivamente locale. Non mancanoesempi di successo nei quali si avvianoprocessi di internazionalizzazione; si rilevail gradimento delle imprese per le iniziativepreviste per favorire la partecipazione afiere e mostre all’estero. Emergono alcontrario problematicità per quantoriguarda la presenza di servizi più complessi;• reti - si segnala, con un’ampia convergenzadi indicazioni, una forte esigenza difare rete, con una reale e crescente consapevolezzadel tema da parte degli imprenditori;BIC Notes – giugno 2010 – Focus19


• servizi offerti da BIC Lazio e domanda dipolicy delle imprese - il passaggio da tradizionaliservizi di orientamento ad attivitàdi tutoraggio e servizi avanzati per leimprese rappresenta una sfida complessaper BIC Lazio. Emergono segnali di crescentepartecipazione delle imprese conun interesse reale, al di là quindi di forzaturelegate alla possibilità di usufruire dibenefici delle agevolazioni. La richiesta diassistenza è in aumento, e non solo tra leneo-imprese. Il deficit di cultura imprenditorialerappresenta un elemento didebolezza diffuso, che si manifesta, spesso,nell’incapacità di individuare i proprifattori di debolezza; le attività di scoutingsembrano avere una qualche utilità. Ilcampo della formazione è quello dove siregistra il maggiore interesse degliimprenditori con un diffuso successo perle misure che sono state implementate;• in estrema sintesi, ciò che emerge è unaforte domanda di servizi soft: formazione,costruzione di reti tra imprese, servizicomplessi, supporto finanziario, oltre chestrumenti di garanzia mirati.La fase finale del lavoro di ricerca ha approfonditoin modo specifico le caratteristichedelle imprese assistite da BIC Lazio, conl’obiettivo di rilevare, sulla base delle esperienzedegli imprenditori, i principali aspettidi difficoltà e i fabbisogni di sostegno a questiassociati.La rilevazione di campo ha evidenziatoalcuni aspetti di interesse sia sulle caratteristichedelle start up BIC Lazio, sia sui loro fattoridi debolezza, che sui fabbisogni di sostegnoesterno che gli imprenditori manifestano:• la presenza di iniziative in settori economicimoderni e in segmenti di particolareinteresse collettivo (energia e fonti rinnovabili,servizi sanitari, attività e beni culturali,ecc.) è considerevole;• la quota di imprese attive in settori hitech,e quella di aziende innovative e dinamiche,nelle strategie e nelle prospettive dicrescita, è elevata (superiore alle evidenzemedie dell’indagine campionaria sulleimprese laziali);• circa il 30% delle start up BIC Lazio, dalpunto di vista della solidità economica,risulta essere in condizioni di affanno. Sitratta di un valore leggermente inferiorealle evidenze che sono emerse dalle analisidell’universo delle micro imprese laziali;• oltre la metà delle imprese intervistateesprime fattori di debolezza nella disponibilitàdi credito e nel rapporto con le banche.Emerge come elemento di difficoltàdiffusa una scarsa disponibilità di risorsefinanziarie, a causa del recente sforzoimpiegato per l’avvio dell’attività;• nell’accesso al credito gli imprenditorisegnalano una crescente richiesta di garanziereali; giovani e donne evidenziano difficoltàmaggiori, con l’applicazione daparte delle banche di tassi e condizionirelativamente più alte;• in alcuni segmenti produttivi il reperimentodi risorse umane qualificate risulta difficoltoso,soprattutto nell’artigianato tradizionalee in alcune produzioni di nicchia;• l’ampliamento del mercato di riferimentoe lo sviluppo dell’area commerciale rappresentanole difficoltà percepite maggiormentedagli imprenditori. Le impresepiù dinamiche, nella realizzazione di progettidi sviluppo e nelle prospettive di crescita,accanto ad aspetti di virtuosità tecnologicasegnalano, paradossalmente,debolezze di mercato;• si registra un giudizio molto negativo perle attività regionali di sostegno ai consorzifidi e di facilitazione all’accesso al credito.La valutazione negativa non fa riferimentoalla presenza di misure di sostegno inquesto campo, quanto piuttosto alle20BIC Notes – giugno 2010 – Focus


modalità di accesso agli interventi. Lepolitiche dovrebbero tener conto inmaniera adeguata di questi aspetti, compresequindi le tecnicalità delle misure;• si segnala un elevato gradimento per leattività svolte nel campo della formazione,sia in aula, per gli aspetti legati alle competenzemanageriali, sia in azienda, persviluppare le capacità professionali del personale.Gli imprenditori esprimono lanecessità di un ulteriore sforzo delle politichein questo campo;• per quanto riguarda gli incentivi pubblicidi sostegno finanziario agli investimenti,le imprese intervistate lamentano eccessiviritardi nei tempi effettivi di pagamentodelle risorse agevolate;• le iniziative per sostenere la creazione dirapporti con gli altri attori del sistemaproduttivo registrano un interesse reale ecrescente. Sebbene la presenza negli incubatorie le attività di tutoraggio presentinooccasioni d’incontro con altre realtàimprenditoriali, si richiede il rafforzamentodegli interventi in questo ambito;• nel campo dell’internazionalizzazioneemerge un interesse concentrato in alcunisegmenti relativamente marginali. Leimprese che hanno avuto accesso alle politicheattive in quest’area lamentano formedi sostegno limitate all’accompagnamentoa eventi fieristici internazionali. La difficoltàprincipale è, infatti, quella di renderemaggiormente stabili e strutturate lerelazioni commerciali all’estero; occorrerebbeuna maggiore sinergia tra i diversiattori delle politiche per l’internazionalizzazione;• le relazioni con le Università e i centri diricerca, com’era naturale attendersi,riguardano una quota marginale di imprese.I rapporti esistenti sembrano basarsiprincipalmente su relazioni di tipo personale;potrebbe essere utile realizzare iniziativevolte a formalizzare maggiormentequeste relazioni;• per quanto riguarda i processi dell’innovazione,occorre considerare che le impreseattive in questo campo sono già nate su unprogetto di natura innovativa. Non èscontato che queste stesse imprese sianoin grado di introdurre ulteriori innovazionianche nel medio-lungo periodo, conl’entrata a regime dei processi produttivi econ l’esigenza di mantenere elevati livellidi competitività;• in generale l’indagine mette in risalto unadomanda stringente di servizi da partedegli imprenditori. Sono richieste sia iniziativedi sostegno generale all’attività dell’impresa,soprattutto con riferimento allecompetenze manageriali, sia servizi maggiormentecomplessi anche in aree specialistiche,soprattutto di natura commercialee finanziaria, oltre che iniziative diaccompagnamento alle relazioni tra l’imprenditoree i principali attori economici.La gestione delle politiche pubbliche per leimprese, e in particolare di quelle regionali,non è oggetto di specifico approfondimentonel presente lavoro se non dal punto di vista,essenziale e spesso trascurato, della domandada parte delle imprese.Come detto, la metodologia utilizzataparte dai problemi e dalle criticità degli operatori.In estrema sintesi, almeno due aspetti meritanodi essere sottolineati.In primo luogo, la necessità di occuparsi deidettagli delle politiche già avviate e in fase didefinizione: interventi anche di grande interessee utilità perdono parte della loro efficaciacon i meccanismi e le regole di selezioneadottati o con le forme tecniche dell’interventostesso che ne possono ridurre il contenutodi aiuto. Tra gli aspetti più delicati, la facilitazionedell’accesso al credito attraverso il ricorsoalle garanzie e anche altri interventi diingegneria finanziaria.In secondo luogo, viene sottolineata laBIC Notes – giugno 2010 – Focus21


necessità di interventi non di mera erogazionefinanziaria, ma basati su servizi e assistenza(ma anche su scouting delle tante realtà dellaregione con potenzialità rilevanti), elementieccezionalmente importanti per una realtàproduttiva come quella del Lazio.1. Scenario macroeconomico delsistema produttivo del LazioL’obiettivo di questo capitolo introduttivo èquello di proporre una serie di analisi sugliandamenti di alcune grandezze macroeconomichee sulle caratteristiche del sistema industrialeregionale, al fine di delineare il quadrocomplessivo relativo alle condizioni che presentavail Lazio a ridosso dell’aggravarsi dellacrisi economica nel 2008.Nella lettura che proponiamo vengonoconsiderate tre tipologie di approfondimenti.L’analisi dell’andamento della produzioneaggregata e settoriale è funzionale al collocamentodell’economia regionale nel quadrocongiunturale sia di breve che di lungo periododell’economia italiana.Lo studio della dinamica delle esportazionivuole essere un’interpretazione del grado dicompetitività internazionale delle imprese delLazio e della pressione su di esse esercitatadalla spinta della domanda internazionale.L’idea complessiva è quella che nonostante lacontrazione del commercio internazionalecausato dalla crisi economica globale, le aspettativedegli operatori circa la ripresa sianoprincipalmente basate su di una futura faseespansiva della domanda estera, piuttosto chedi quella interna. In tal senso, quindi, il posizionamentorelativo della regione nell’ambitodei processi di competizione internazionalepuò risultare un fondamentale indicatore previsionaleper conoscere le modalità di uscitadalla crisi.Infine, l’approfondimento relativo allastruttura dimensionale dei sistemi economiciregionali, alla sua evoluzione e ai saldi di natalitàe mortalità delle imprese pone l’accentosulle principali grandezze e quantità di riferimentoche si osservano quando si cerca di studiarei sistemi produttivi. A questo aspetto èdedicato l’inizio del presente capitolo.Caratteristiche del sistema produttivo:struttura dimensionale especializzazione produttiva. ScenarionazionaleUna lettura del sistema industriale non puòprescindere da alcune considerazioni difondo, spesso tanto ovvie da essere trascurate,sulla struttura delle imprese. Numerose analisirelative all’industria prescindono da alcunedomande di fondo, «Quante imprese? In qualisettori? Con quale struttura dimensionale?»,indispensabili per inquadrare il contesto in cuil’analisi va a intervenire. L’obiettivo dellepagine seguenti è di descrivere tale contestostrutturale, soffermandosi in particolare sull’aspettodimensionale delle imprese italiane.Stando a dati aggiornati al 2007 (3), il42,8% degli addetti (4) è impiegato in microimprese (da 1 a 10 dipendenti); gli addettinelle imprese tra i 10 e io 50 addetti rappresentanoinvece poco più di un quinto (21,4%)del totale, mentre poco più di un terzo sonogli addetti nelle grandi imprese (sopra i 50addetti; 34,9%). L’incidenza delle grandiimprese sull’occupazione aumenta notevolmentese si restringe il campo di analisi al solosettore manifatturiero (43,3% sul totale degliaddetti nell’industria in senso stretto) (5). Inquesto caso aumenta anche la quota di addet-3. Fonte: Banca dati ASIA-Istat anno 2007, divisione in settori Ateco 2002.4. Quando si fa riferimento a tutti i settori, si prendono in considerazione quelli dal 10 al 93 (classificazione Ateco2002), esclusi: Costruzioni (45), Istruzione (80), Intermediazione monetaria e finanziaria (65), Attività dell’intermediazionemonetaria e finanziaria (67), Attività immobiliari (70).5. Settori da 15 a 37; classificazione Ateco 2002.22BIC Notes – giugno 2010 – Focus


ti delle imprese piccole e medie (31,4%);mentre quasi si dimezza quella relativa allemicro imprese (25,3%). Considerando il fattoche, nelle classificazioni più frequenti, il terminegrandi imprese è riferito alle aziende conpiù di 250 addetti (e non con più di 50), siconferma il peso importante delle piccoleimprese, preponderante in generale, ma centraleanche nel settore industriale (le impresemanifatturiere fino a 50 dipendenti occupanoil 56,7% dei dipendenti).Dal punto di vista settoriale, la composizioneper dimensione degli addetti è decisamenteeterogenea tra i vari segmenti della produzioneindustriale. Nel grafico che segue sono indicatele percentuali di addetti nelle micro (1-10) enelle grandi aziende (+50), nei settori (2-digit)dell’industria manifatturiera italiana.Abbastanza netta (e prevedibile) la prevalenzadella grande impresa nella produzionedi mezzi di trasporto (81,8% degli addetti inimprese al di sopra di 50 dipendenti); dellachimica (77,7%) e dell’industria petrolifera(77,8%). In questi tre settori la percentuale diaddetti in micro imprese è ampiamente inferioreal 10% (Mezzi di trasporto 5,6%;Chimica 6,0%; Prodotti petroliferi 4,6%).All’estremo opposto in una scala dimensionalesi colloca l’industria del legno (dove lemicro imprese impiegano il 50,4% degliaddetti totali); di trasformazione alimentare(39,9% gli addetti nelle micro) e delle altreindustrie manifatturiere (34,9%).La presenza di piccole e medie imprese (trai 10 e i 50 dipendenti) risulta maggioritarianell’industria del cuoio (44,9% del totale degliaddetti) ed è sempre sopra la media manifatturieranei settori del Made in Italy (Tessile36,5%; Legno 34,0%; Altre industrie manifatturiere(6) 35,9%). Fuori dalle produzioni tra-Figura 1 - Addetti per classe dimensionale, Italia 2007; quadro complessivo e dettaglio del manifatturiero(valori in percentuale).6. Si tratta nel dettaglio di attività della gioielleria, di giochi e giocattoli, articoli sportivi, articoli musicali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus23


Figura 2 - Addetti micro (1-10) e grandi imprese per comparti (2-digit) dell’industria manifatturiera 2007(valori in percentuale).dizionali, è consistente la presenza di impresetra 10 e 50 dipendenti nella Plastiche (36,7%)e nei Metalli (39,7%).In un contesto segnato da profonde divergenzeinterne nei tassi di sviluppo, nelle specializzazionisettoriali, nei principali aggregatieconomici, è significativa una lettura regionaledelle strutture dimensionali d’impresa.Per quel che riguarda il solo settore manifatturiero,le differenziazioni regionali sonopiuttosto nette (7). La divisione in quartili perpercentuali di addetti impiegati nelle varieclassi d’imprese (1-9; 10-19; 20-49; oltre 50addetti) ci permette di individuare alcunearee geografiche omogenee per strutturadimensionale:1) Piemonte, Lombardia, Friuli VeneziaGiulia ed Emilia Romagna (forte presenza digrandi imprese, debole presenza di microimprese): quest’area rappresenta il territoriodove ha più incidenza sull’occupazione il pesodelle imprese al di sopra dei 50 dipendenti. Inqueste regioni il numero di addetti impiegatinella grande impresa manifatturiera al 2007rappresenta una quota che si aggira intorno al50% del totale manifatturiero, con un datoparticolarmente elevato in Piemonte(57,09%) e in Friuli Venezia Giulia (51,75%)e valori poco inferiori alla metà degli addettiin Emilia Romagna (47,4%) e Lombardia7. In figura 3 sono state prese in considerazione le percentuali di addetti per ogni classe dimensionale e per regionee poi è stata effettuata la divisione in quartili per ogni classe dimensionali considerata (1-9; 10-19; 20-49; oltre 50addetti). All’aumentare dell’intensità del colore, aumenta l’incidenza percentuale di quella classe dimensionale.24BIC Notes – giugno 2010 – Focus


(49,3%). Allo stesso tempo, nell’area, il pesodelle micro (1-9 dipendenti) e delle medieimprese (10-49 dipendenti) risulta inferiore allivello nazionale.2) Lazio, Basilicata, Abruzzo, Liguria,Trentino Alto Adige (forte presenza di grandi emicro imprese, debole presenza nelle classi intermedie):sono invece regioni con una strutturadel tessuto industriale fortemente polarizzatasulle classi estreme. Il numero degli addettiimpiegati sia nelle micro sia nelle grandi impreseè superiore alla media nazionale (Lazio44,2%; Basilicata 43,6%; Abruzzo 45,5%;Liguria 48,8%; Trentino Alto Adige 44,7%).Stiamo parlando quindi di realtà industrialiconnotate dalla presenza importante di struttureindustriali di grandi dimensione (industriaautomobilistica in Basilicata e in Abruzzo;Chimica nel Lazio; Siderurgia in Liguria) checonvivono con un tessuto molto esteso e talvoltacrescente di imprese industriali piccole epiccolissime.Figura 3 - Divisione in quartili delle regioni italiane per dimensioni d’impresa, industria manifatturiera.BIC Notes – giugno 2010 – Focus25


3) Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Molise,Campania e Puglia (forte presenza di piccole emedie imprese): rappresentano regioni caratterizzateda un peso superiore alla media nazionaledelle dimensioni d’impresa intermedie(10-49 addetti). Si tratta in alcuni casi anche diregioni accomunate da alcune tipologie di produzionespecifiche (Tessile e Abbigliamentoper Veneto, Toscana e Molise; Cuoio, Tessileed Alimentare per la Campania; Cuoio eMobili per la Puglia e le Marche). Al suo internoil gruppo presenta tuttavia una certa eterogeneità:mentre nelle regioni meridionali e inToscana (vedi figura grandi imprese) il pesodelle imprese al di sopra dei 50 dipendenti sulnumero degli addetti è poco significativo(Puglia 22,9%; Campania 28,6%; Molise29,8%; Toscana 28,0%), per quel che riguardale altre regioni il dato relativo alle grandiimprese industriali, seppur inferiore, non sidiscosta molto dalla media nazionale (Veneto42,5%; Umbria 39,9%; Marche 37,0%).4) Calabria, Sicilia, Sardegna: Dal punto divista dimensionale questo gruppo (che si potrebbedefinire il Mezzogiorno profondo) presenta allostesso tempo una preponderante presenza dimicro imprese sull’occupazione regionale (inSardegna il 47,0% degli addetti industriali èoccupato in imprese al di sotto dei 10 dipendenti;in Sicilia è il 51,4%, in Calabria il 57,8%),e un peso trascurabile della grande impresa(Sardegna 25,2%; Sicilia 16,6%; Calabria12,2%).Un rapido approfondimento sui dati precedential 2007 (sono stati utilizzati per la nostraelaborazione dati relativi al 1971, 1981, 1991,2001 e appunto al 2007), ci consente di tracciarealcune tendenze di fondo sulla strutturadimensionale del settore industriale italiano. Dal1971 al 1991 si assiste a un profondo cambiamentonel numero di addetti per classe dimensionaled’impresa: le imprese al di sopra dei 50dipendenti che nel 1971 occupano il 61,7%degli addetti industriali, nel 1991 impieganosolo il 45,5%, mentre cresce la capacità di assorbimentodelle dimensioni di impresa più piccoleFigura 4 - Percentuale di addetti nell’industria manifatturiera italiana per classe dimensionale 1971-2007(valori in percentuale).26BIC Notes – giugno 2010 – Focus


(le imprese da 1 a 9 dipendenti passano dal19,1% al 24,4%; quelle dai 10 ai 19 dal 7,9% al14,7%; le imprese 20-49 dall’11,8% al 15,3%).Successivamente, durante gli anni novanta enella prima parte degli anni duemila, tale tendenzava perdendo progressivamente intensità.Nel 2007 la suddivisione degli addetti per classedimensionale nell’industria italiana, infatti, nonsi discosta di molto da quella registrata nel 1991.Se di tendenza si può parlare, questa va intesanel senso di un ulteriore ma leggero calo dellaclasse dimensionale maggiore.All’interno del dato italiano che ci consegnatra il 1991 e il 2007 un sostanziale immobilismonella struttura dimensionale dell’industriamanifatturiera, le letture regionali offrono unquadro di maggiore mutamento degli scenarilocali. Innanzitutto, Basilicata ed EmiliaRomagna seguono un andamento contraddittoriorispetto allo scenario nazionale: inentrambe le regioni aumenta il peso della grandeindustria sul numero di addetti (EmiliaRomagna dal 41,3% al 47,4%; Basilicata dal37,5% al 43,6%) e contestualmente diminuisceil peso delle micro imprese (Emilia Romagnadal 25,9% al 21,6%; Basilicata dal 37,4% al31,8%). Il grafico sottostante dà un’efficacerappresentazione di tale tendenza: dal secondoquadrante (minore incidenza delle grandiimprese sugli addetti; maggiore incidenza dellemicro rispetto alla media nazionale), l’Emiliapassa al quarto (maggiore incidenza delle grandiimprese, minore incidenza delle micro),mentre la Basilicata si posiziona nel 2007 all’internodel primo quadrante (maggiore incidenzadelle grandi imprese, maggiore incidenzadelle micro).Un percorso sostanzialmente opposto interessainvece il sistema industriale del Lazio che vedeaggravarsi (rispetto alla stessa tendenza registrataa livello nazionale) la perdita relativa diaddetti della grande impresa (la cui quota sugliaddetti si riduce dal 57,3% al 44,2%) a favore diun aumento notevole del peso specifico delle microimprese (tra il 1991 e il 2007 passano dal 23,2%al 30,9% degli addetti dell’industria regionale).Figura 5 - Peso della grande impresa (oltre 50 addetti) e della micro impresa (sotto i 10 addetti) nel settoremanifatturiero, letture regionali 1991-2007.BIC Notes – giugno 2010 – Focus27


Nel periodo considerato, quindi, il Lazio sitrasforma e da regione con una caratterizzazionerelativa di grande impresa rispetto all’Italiadiviene regione di microimprese.Caratteristiche del sistema produttivo:struttura dimensionale e specializzazioneproduttiva. Il LazioNel Lazio nel 2007 il 51,9% degli addetti (8)risulta impiegato in imprese con oltre 50dipendenti, il 34,8% in imprese con meno di 10dipendenti, mentre la classe d’impresa tra i 10e i 49 dipendenti assorbe il 13,3% degli addettitotali. La composizione dimensionale risultaparticolarmente sbilanciata verso le classidimensionali medio-grandi, mentre sono sottorappresentatele classi d’impresa sotto i 50dipendenti. Nella figura che segue si è confron-Figura 6 - Addetti per classe dimensionale in rapporto alla media nazionale 2007, Lazio e regioni benchmark(valori in numeri indice; Italia=1).8. I settori considerati sono quelli dal codice 10 al 93 della classificazione Ateco 2002, con l’esclusione dei seguenticomparti: Costruzioni (45), Istruzione (80), Intermediazione monetaria e finanziaria (65), Attività dell’intermediazionemonetaria e finanziaria (67), Attività immobiliari (70).28BIC Notes – giugno 2010 – Focus


tata la composizione dimensionale della regione,con altre realtà regionali di riferimento,molto eterogenee fra loro per tipologia e ruolodelle rispettive strutture produttive: una conuna prevalenza delle dimensioni medio-piccole(Marche), una con una leggera maggior incidenzadelle dimensioni grandi e micro(Piemonte), l’ultima fortemente squilibrataverso le micro imprese (Calabria).La regione che presenta una struttura dimensionalesimile a quella laziale è il Piemonte. In quest’ultimocaso con una notevole differenza dalpunto di vista settoriale: mentre le grandi impresepiemontesi sono concentrate in alcuni settoridel manifatturiero (complessivamente il 60%degli addetti della grande impresa sono impiegatinel settore manifatturiero e in particolarenella produzione di autoveicoli e nella meccanica),nel Lazio gli addetti alla grande impresasono localizzati nei servizi (tutti i settori dei serviziimpiegano più dell’80% degli addetti nellagrande impresa laziale).Un approfondimento sulle dimensioni più piccole(al di sotto dei 10 dipendenti) ci consentedi inquadrare il contesto di fondo relativo altarget d’impresa di BIC Lazio (start up; microimprese).Come già accennato in precedenza, il pesodegli addetti nelle imprese al di sotto dei 10dipendenti sul totale dell’occupazione nelLazio è inferiore a quanto registrato a livellonazionale (34,8% nel 2007 nel Lazio, contro il42,8% dato medio nazionale). Tale quota sirivela maggiore nei settori dei servizi (9), pari al37,1%, rispetto all’industria manifatturiera,dove il peso degli addetti nelle micro impreserappresenta il 30,9% del totale addetti nell’industriamanifatturiera.Si registra, tuttavia, un ruolo crescente neltempo del peso delle micro imprese nell’occupazioneche interessa l’intera struttura produttivaitaliana. A partire dal 1991, scontando unritardo di più di un decennio rispetto al trendFigura 7 - Addetti nelle micro imprese nel Lazio (1-9 dipendenti) tutti i settori, manifatturiero, servizi, 1971-2007.9. Nel settore dei servizi non sono ovviamente compresi i settori esclusi dalla nostra analisi: Istruzione (80),Intermediazione monetaria e finanziaria (65), Attività dell’intermediazione monetaria e finanziaria (67), Attività immobiliari(70).BIC Notes – giugno 2010 – Focus29


nazionale, la quota relativa degli addetti nellemicro imprese laziali inizia a crescere costantemente,passando dal 27,4% di inizio anniNovanta al 34,8% attuale.Dal punto di vista settoriale la gran partedegli addetti delle micro imprese laziali (sempretutti i settori considerati) è impiegata neiservizi e in particolare nel commercio (il 37,4%degli addetti nelle micro imprese), nelle professionie nei servizi alla persona, mentre il settoremanifatturiero riveste un ruolo marginale.Una conferma di tali evidenze ci viene fornitadai dati relativi alle specializzazioni settoriali.Definendo come specializzati i settori incui la percentuale di addetti nelle microimprese regionali è superiore al dato medionazionale moltiplicato per 1.25, al 2007 gliunici comparti tra quelli considerati in cui ilLazio supera la soglia di specializzazione sonoquelli relativi al commercio (sia al dettaglioche all’ingrosso), alla riparazione, manutenzione,vendita di auto, moto e carburante e inquello relativo e dei servizi alle famiglie (10).Nell’industria l’unico settore che presentaun numero di addetti nelle micro imprese nettamentesuperiore alla media nazionale èquello della lavorazione del legno, a fronte diun quadro complessivo dell’industria regionalepiuttosto debole.Scenario macroeconomico: una letturanazionaleTra il 2005 e il 2008 l’Italia è cresciuta a untasso medio annuo dello 0,9% per quel cheriguarda il PIL e dello 0,5% per il ValoreAggiunto Industriale. Nel contesto di unacrescita nazionale piuttosto modesta, le differenziazioniregionali sono state piuttosto evidenti.Per quanto riguarda il prodotto internolordo, una prima dicotomia forte è traMezzogiorno (+0,3%) e Centro-Nord(+1,0%). All’interno di un quadro generaleche vede da una parte le regioni meridionalisubire una crescita prossima allo zero, dall’altrale regioni centrosettentrionali comunquestabilmente posizionate su di un percorso diFigura 8 - Numero di addetti nelle micro imprese (1-10 dipendenti) del Lazio, composizione per macro-settori(valori in percentuale).10. Settore 93 –Servizi alle famiglie.30BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Tabella 1 - Tassi di crescita medi annui PIL, VAI, IFL (valori concatenati - anno di riferimento 2000).PiemonteValle d’AostaLombardiaTrentino Alto AdigeVenetoFriuli Venezia GiuliaLiguriaEmilia RomagnaToscanaUmbriaMarcheLazioAbruzzoMoliseCampaniaPugliaBasilicataCalabriaSiciliaSardegnaItaliaPIL96-081,00,61,31,41,71,51,11,61,41,61,81,71,21,41,31,31,51,21,11,31,4PIL (%)PIL05-080,61,10,81,11,21,20,91,60,90,91,21,21,31,5-0,20,80,90,00,20,10,9PIL07-08-1,5-0,5-1,0-0,8-0,8-1,2-1,5-0,7-0,8-1,5-1,2-0,4-0,3-0,5-2,7-0,2-1,7-1,7-1,1-1,6-1,0Valore aggiuntoindustriale (%)VAI05-080,6-1,3-0,6-0,21,40,22,61,60,71,30,62,02,9-0,70,7-0,9-2,1-2,0-0,5-0,80,5VAI96-08-0,4-0,90,51,41,00,20,31,60,51,01,20,41,50,60,71,2-0,70,9-0,30,90,6VAI07-08-3,7-0,6-3,4-1,5-1,8-3,4-3,4-3,2-1,8-1,3-3,0-0,6-1,6-1,5-4,3-1,5-9,8-1,7-1,7-2,6-2,7Investimenti fissi lordi(%)IFL IFL IFL95-07 04-07 06-071,7 -1,6 -3,81,2 2,7 9,04,0 3,9 5,23,6 0,4 -3,43,1 1,1 0,23,1 2,2 1,73,1 4,5 11,52,4 1,1 -2,43,2 1,7 4,02,4 4,8 10,23,2 -2,2 1,02,8 4,6 4,73,4 2,4 2,42,5 0,2 -7,12,7 3,7 2,63,9 0,2 6,90,9 -1,6 -0,73,1 3,8 -0,32,4 1,9 0,63,6 -0,8 -2,13,0 2,0 2,0crescita lenta, si possono sviluppare letture dimaggior dettaglio.A trainare la crescita italiana è innanzituttoil Nord-Est (Veneto +1,2%; Friuli VeneziaGiulia +1,2%) e in particolare l’EmiliaRomagna (+1,6%, la regione che nel triennioregistra la crescita più sostenuta), la dorsaleadriatica (Marche +1,2%; Abruzzo +1,3%;Molise +1,5%) e il Lazio (+1,2%).Nel Mezzogiorno restano agganciate allamedia nazionale solo Puglia (+0,8%) e Basilicata(+0,9%), mentre nelle altre regioni siamo inpresenza, già nel triennio immediatamente precedentela crisi, di crescita zero (Calabria +0,0%;Sicilia +0,2%; Sardegna +0,1%) o addiritturanegativa (Campania -0,2%). Nel Nord-Ovest lacrescita è sostanzialmente allineata al tasso dicrescita nazionale, fatta eccezione per la performancenegativa del Piemonte (+0,6%).Per quanto riguarda il Valore aggiuntoindustriale, la variabilità delle performanceregionale appare molto più marcata, confermandoe in alcuni casi amplificando le differenziazioniregionali emerse per l’andamentodel PIL. Innanzitutto i dati relativi alMezzogiorno si confermano molto negativi:gli unici sistemi industriali che registrano unacrescita positiva sono quelli della Campania(+0,7%) e dell’Abruzzo (+2,9%), mentre glialtri subiscono una diminuzione del VAI, conrisultati particolarmente negativi perBasilicata (-2,1%) e Calabria (-2,0%). Le locomotiveindustriali dell’Italia si confermano ilNord-Est (+1,3%) e il Centro (+1,2%), tuttaviacon alcune differenziazioni interne. Nellaripartizione nordorientale il dato positivo èdeterminato dai buoni risultati di Veneto edEmilia Romagna (al contrario cresce sotto laBIC Notes – giugno 2010 – Focus31


media nazionale il Friuli Venezia Giulia e arretrail Trentino), mentre nella ripartizione centraleè da evidenziare la crescita del Lazio(+2,0%) e dell’Umbria (+1,3%). Un’altra area,insieme al Mezzogiorno, con una deboledinamica industriale è il Nord-Ovest (-0,2% ildato dell’intera ripartizione), con l’unicaeccezione della Liguria (+2,6%).La lettura regionale cambia radicalmenteprendendo in considerazione l’andamentodegli Investimenti fissi lordi nel periodo(2004-2007 in questo caso perché non sonoancora disponibili i dati 2008). Tra il 2004 eil 2007 la crescita degli investimenti fissi lordiè stata a livello nazionale del 2,0% medioannuo. Nel Mezzogiorno la crescita è statasostanzialmente in linea con il dato nazionale(+1,8%), con una forte eterogeneità internaalla ripartizione: forte aumento in Calabria(+3,8%), Campania (+3,7%) e Abruzzo, arretramentoin Basilicata e Sardegna. Le performancemigliori si registrano in Liguria(+4,5%), Lazio (+4,6%), Umbria (+4,8%),mentre crescono meno della media nazionaleVeneto ed Emilia Romagna, che pure avevanoconseguito buoni risultati in termini di crescitadel prodotto interno lordo e di valoreaggiunto industriale.I dati relativi al Lazio nell’ultimo triennio ciindicano tassi di crescita del PIL e del VAI inentrambi i casi superiori alla media nazionale(PIL +1,2%; VAI +2,0%). Il risultato particolarmentepositivo del settore industriale fino al2007 è da addebitare quasi esclusivamente alsettore della produzione di energia elettrica,mentre l’industria manifatturiera propriamentedetta, almeno nel triennio 2004-2007,attraversa un periodo di forte difficoltà. Iltrend di crescita regionale è in linea con il datomedio della ripartizione centrale per quel cheriguarda il PIL (+1,1%), mentre la crescita delVAI è notevolmente più elevata rispetto allacrescita media della ripartizione (+1,2%).Scenario macroeconomico: l’ingressonella crisiIl 2008 è stato un anno di fondamentaleimportanza per l’economia mondiale. È l’annoin cui iniziano a concretizzarsi i primisegnali della crisi internazionale e a mutare leprospettive di interi sistemi produttivi regionali.Nel 2008 il PIL italiano (valori concatenati- prezzi base 2000) diminuisce dell’1,0%.Tutte le regioni italiane presentano una diminuzionenell’anno del prodotto interno lordo;tuttavia si confermano alcune tendenze dimedio-lungo periodo ed emergono alcunisegnali di novità rispetto al passato. Tra leconferme c’è il rallentamento più intenso cheinteressa il Mezzogiorno (-1,4%), con l’eccezione(anche in questo caso si tratta di undato consolidato nel tempo) di Puglia,Abruzzo e Molise, che subiscono un rallentamentomeno vistoso della media nazionale.Un dato nuovo rispetto al passato riguarda laBasilicata, che nei sottoperiodi precedenti eracresciuta in linea con il dato italiano e nel2008 si allinea alle performance delle regionimeridionali meno dinamiche. Un'altra tendenzache conferma quanto visto per le analisidi medio-lungo periodo è la maggiore dinamicitàdelle regioni adriatiche e del Lazio:Veneto, Emilia Romagna, Abruzzo, Molisepresentano una decrescita meno vistosa dellamedia Italia e anche Friuli Venezia Giulia eMarche, pur con performance peggiori dellamedia nazionale, non presentano cadutedrammatiche del valore della produzione.Tra i risultati che mostrano discontinuitàrispetto al passato, oltre al peggioramentorelativo della Basilicata, c’è da riscontrare ilforte rallentamento nell’anno in corsodell’Umbria (-1,5%) e della Liguria (-1,5%),che pure nelle fasi precedenti erano rimasteagganciate alla crescita media nazionale.Per quanto riguarda il settore industriale, lacrisi si innesta su un contesto preesistente giàcaratterizzato da un lungo periodo di bassacrescita. Il 2008 è un anno di netta contrazionedel valore aggiunto industriale a livellonazionale (-2,7%), con la presenza in alcunicasi di veri e propri stati di crisi (su tuttiBasilicata -9,8%; e Campania -4,3%). I contestidi forte criticità interessano un gruppo diregioni decisamente eterogeneo, sia dal puntodi vista delle caratteristiche dei vari settoriindustriali, sia relativamente agli andamenti32BIC Notes – giugno 2010 – Focus


pre-crisi. Subiscono una forte battuta d’arrestoregioni importanti per quantità e qualità dellapresenza industriale (Piemonte -3,7%;Lombardia -3,4%), che tuttavia non venivanoda periodi di particolare crescita del settore;calano anche regioni (Liguria -3,4%; EmiliaRomagna -3,2%; Marche -3,0%) che nell’immediatopassato avevano fatto registrare tassi dicrescita molto superiori alla media nazionale.In questo contesto si difendono efficacementedai primi effetti della crisi alcuni sistemiindustriali del Mezzogiorno (meno espostialla concorrenza internazionale), con l’esclusionedei casi campano e lucano e di regionicaratterizzate da una presenza forte di PMI edi reti distrettuali (Veneto -1,8%; Toscana -1,8%; Umbria -1,3%).Cercare di cogliere efficacemente il modoin cui le tendenze di lungo periodo (dal 1996ad oggi) siano state modificate o rafforzatedall’arrivo della crisi e come soprattutto questopassaggio dal lungo al breve periodo abbiainteressato i tessuti industriali regionali puòessere una valida chiave di lettura per valutarel’impatto e le possibili nuove tendenze generatricidell’attuale congiuntura negativa.Nel grafico che segue si è cercato di determinarela posizione relativa (rispetto al datomedio italiano) delle singole regioni e le ripartizionid’interesse per tasso di crescita del VAIe del PIL nel lungo (1996-2008) e nel breveperiodo (2007-2008) (11).Sebbene sia piuttosto rischioso mettere aconfronto periodi di ampiezza molto diversafra di loro, tale rappresentazione grafica consentecomunque una prima sommaria rispostarispetto alle reazioni delle varie aree del paesealla crisi.Una lettura per ripartizione conferma comedal punto di vista dei tassi di crescita esista unadicotomia piuttosto evidente tra Centro eNord-Est da una parte (aree molto/abbastanzadinamiche) e Mezzogiorno e Nord-Ovestdall’altra (aree poco dinamiche).L’entrata nella fase di crisi modifica in partequesto scenario, non mutando però ancora ilgiudizio di fondo. Le ripartizioni centrale enordorientale permangono all’interno delprimo quadrante (crescita del PIL e del VAIsuperiore alla media nazionale), con andamentiopposti: per il Nord-Est si assiste a unrallentamento della dinamica del sistemaindustriale (dovuta principalmente al risultatonegativo dell’Emilia nel 2008); per le regionicentrali invece c’è una forte accelerazionerispetto agli andamenti nazionali, sia in terminidi crescita del prodotto che di valoreaggiunto dell’industria.Come già visto in precedenza, la ripartizionenordoccidentale e il Mezzogiorno risultanoessere le aree caratterizzate da una minorecrescita. La posizione relativa delle due areecon l’inizio della crisi tende ad aggravarsi ulteriormente:nel Mezzogiorno, mentre si assistea un lievissimo miglioramento in termini diValore aggiunto industriale, c’è un forte arretramentoper quel che riguarda la dinamicadel PIL; nel Nord-Ovest, invece, il peggioramentoè determinato da un risultato negativodel settore industriale.Per quel che riguarda la posizione del Lazio, il2008 ha rappresentato una conferma di unciclo di espansione relativa dell’economia regionaleche ha inizio nel 2005. A partire dal 2005,quindi, inizia una fase che segna una fortediscontinuità, in positivo (sia pure rispetto auna media nazionale non brillante), rispettoai trend di lungo periodo. Considerando i tassidi crescita 1996-2008, la regione si posizionaall’interno del secondo quadrante (tasso di crescitadel PIL leggermente superiore alla medianazionale, tasso di crescita del VAI inferiore).Il passaggio dal lungo al medio-breve periodo11. Nel grafico sull’asse delle ascisse vengono riportati i valori del tasso di crescita medio annuo del PIL, mentre suquello delle ordinate i valori del tasso di crescita del VAI. I valori fanno riferimento ai tassi di crescita medi rispettivamentenei periodi 1992-1996 e 1997-2007. Ogni valore è stato normalizzato rispetto alla media nazionale, per cui gliassi che si intersecano nel punto (0,0) rappresentano il dato italiano di riferimento.BIC Notes – giugno 2010 – Focus33


cambia radicalmente (dal secondo al primoquadrante) la collocazione relativa del Lazio:nel 2008 sia il PIL che il VAI laziale (e comevedremo anche le esportazioni) crescono inmisura nettamente superiore rispetto allamedia nazionale.Il Lazio nello scenario internazionale: leesportazioni 1996-2008Quello che segue è un approfondimento sull’andamentodell’export laziale, indicatoreprincipale del grado di competitività di unsistema produttivo. Si utilizzerà una doppiachiave di lettura temporale: una strutturale dimedio-lungo periodo (1996-2008), l’altrafocalizzata sugli andamenti di breve periodo(2008 su 2007 e primi dati 2009).Il primo dato da prendere in considerazioneper inquadrare l’industria laziale nei suoirapporti con i mercati esteri è il peso pocosignificativo delle esportazioni sul Prodottointerno lordo regionale (12). Nel 2008 infattil’export industriale della regione rappresentail 7,8% del PIL, in lieve flessione rispetto al2007, contro il 22,7% registrato a livellonazionale.Il dato è particolarmente significativo seconfrontato con quello degli altri sistemiindustriali della ripartizione centrale (Toscana23,7%, Marche 25,6%, Umbria 15,6%), tuttidecisamente più orientati alla presenza suimercati esteri rispetto a quello laziale, anchequando presentano livelli di export inferiorialla media nazionale.Figura 9 - VAI e PIL, variazioni (1996-2008 & 2007-2008) e profili regionali e di ripartizione.12. Per il dato relativo alle esportazioni si sono presi in considerazione i seguenti settori: A - Prodotti dell’agricoltura,della caccia, della silvicoltura; B - Prodotti della pesca e della piscicoltura ; C - Minerali energetici e non energetici;D - Prodotti trasformati e manufatti.34BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 10 - Esportazioni su Prodotto interno lordo 2007-2008 (valori in percentuale).Fonte: elaborazioni su dati ISTAT.Figura 11 - Quote dei singoli macrosettori sul totale export laziale 1996-2008.Fonte: elaborazioni su dati ISTAT.BIC Notes – giugno 2010 – Focus35


Per consentire una lettura più agevole erapida delle dinamiche settoriali delle esportazioni,sono stati aggregati i settori dell’industriamanifatturiera e del settore primario inpochi grandi macro-settori (13), consideratisufficientemente omogenei al loro interno.Una lettura così impostata relativa alle tendenzedi lungo periodo dell’export regionaleci fornisce un quadro di profondo mutamentonell’intero periodo considerato (1996-2008). Il fenomeno più rilevante riguardal’andamento del settore chimico nella regione(costituito prevalentemente dalla farmaceuticae prodotti chimici di base), che nel 2008rappresenta oltre il 40% del valore delle esportazioniregionali, mentre nel 1996 oscillavaintorno a un quarto del totale regionale.Parallelamente alla crescita relativa del settorechimico, a partire dal 2002 aumenta notevolmenteil peso dell’export di minerali e prodottipetroliferi raffinati (sostanzialmente petrolioraffinato), che da percentuali trascurabili(1,0% nel 1996) all’inizio del periodo di riferimento,nel 2008 detiene una quota pari a undecimo del valore dell’export regionale.Contestualmente alla crescita di un polopetrolchimico, si registra il declino di alcunisettori tradizionalmente forti in regione: inprimo luogo il comparto rappresentato dameccanica/elettronica, che nel 1996 è ilprimo macro-settore per valore (32,6% dell’exportregionale) e poco più di un decenniopiù tardi, dopo una diminuzione delle quotecostante nel tempo, detiene meno di un quinto(16,7%) degli scambi con l’estero dellaregione. Un andamento simile (con maggioroscillazioni nel tempo) ha registrato l’exportdi mezzi di trasporto (industria automobilisticae aeronautica innanzitutto) la cui quotascende dal 18,8% dato 1996 al 10,7% delbiennio 2005-2006, per poi risalire leggermentenel biennio 2007-08.Per quanto riguarda gli altri settori risultastabile nel tempo la quota rappresentata dalleproduzioni tradizionali e del Made in Italy(tra il 10% e il 14% del totale regionale), confermandouna debole specializzazione regionalein questo segmento produttivo. Infine,risultano marginali i contributi in valoreall’export regionale del settore agroalimentaree dei metalli (nel 2008 agroalimentare4,7%; metalli 3,4%).Tra il 1996 e il 2008 l’export regionaleregistra tre fasi di crescita/contrazione piuttostodistinte fra loro. La prima tra il 1996 e il2002 è un ciclo di notevole espansione dellapresenza laziale sui mercati internazionali: laquota regionale sull’export nazionale raggiungeil suo massimo storico (nel 2000, il4,56%), i settori che trainano la performanceregionale in questa fase sono la chimica/farmaceuticae i mezzi di trasporto (in particolarel’industria aeronautica). La seconda, dal2002 al 2006, al contrario, è caratterizzata daun netto arretramento delle quote d’exportregionali (dal 4,56% del 2000 al 3,68% del2006) e dal declino dei volumi esportati dall’industriadei mezzi di trasporto – che dimez-13. Per Chimica (come macrosettore) in questo caso si intendono i settori DG (Prodotti chimici e fibre sintetiche e artificiali)+ DH (Articoli in gomma e materie plastiche); per Meccanica/Elettronica (come macrosettore) in questo caso siintendono i seguenti settori: DK (Macchine ed apparecchi meccanici) + DL (Macchine elettriche ed apparecchiatureelettriche, elettroniche ed ottiche); per Prodotti petroliferi (come macrosettore) in questo caso si intendono i seguentisettori: C (Minerali energetici e non energetici) + DF (Coke, Prodotti petroliferi raffinati, combustibili nucleari); perProdotti in metallo (come macrosettore) si intende il seguente settore: DJ (Metalli e prodotti in metallo); perAgroalimentare (come macrosettore) si intendono in questo caso i seguenti settori: A (Prodotti dell’agricoltura, dellacaccia, della silvicoltura) + B (Prodotti della pesca e della piscicoltura) + DA (Prodotti alimentari, delle bevande e deltabacco); per Mezzi di Trasporto si intende il seguente settore: DM (Mezzi di Trasporto); per Made In Italy si intendonoi seguenti settori: DB (Prodotti delle industrie tessili e dell’abbigliamento)+DC (Cuoio e prodotti in cuoio, pelle esimilari)+DD (Legno e prodotti in legno)+DE (Pasta da Carta, Carta e prodotti di carta; Prodotti della stampa e dell’editoria)+DI(Prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi)+DN (Altri prodotti delle industrie manifatturiere esclusomobili)+DN361 (Mobili).36BIC Notes – giugno 2010 – Focus


za i valor esportati tra il 2002 (2,5 miliardi diEuro) e il 2006 (1,3 miliardi di Euro) – e dell’elettronica/elettromeccanica.Infine, tra il2006 e il 2008 si assiste a una graduale ripresadelle esportazioni con tassi di crescita superiorialla media nazionale.Il crollo delle esportazioni verificatosi alivello nazionale nel 2009, ha interessatoanche il Lazio. La contrazione dei valoriesportati è netta (-16,0%) (14): il valore delleesportazioni nei settori considerati nell’analisipassa dai 13,5 miliardi di Euro del 2008 agli11,3 miliardi di Euro del 2009 (15). Il calo alivello regionale è stato tuttavia meno intensodel dato nazionale. La quota dell’export lazialesul totale nazionale quindi cresce, confermandola tendenza alla crescita iniziata nel2006: dal 2008 al 2009 la quota regionalecresce dal 3,77% al 4,03% sul totale nazionale.Nonostante ciò, nell’anno del grande crollodel commercio mondiale, tutti i settori inregione fanno registrare un arretramento deivalori esportati, fatta eccezione per l’estrazionedi minerali (+40%, ma ininfluente perquantità sul dato aggregato regionale) esoprattutto per il settore farmaceutico (+2%;da 3,2 a 3,3 miliardi di Euro nel 2009). Lealtre principali produzioni presentano invecetassi di decrescita nel 2009 più intensi rispettoalla media regionale: dai prodotti petroliferiraffinati (-20%), alla chimica (-27%), aimezzi di trasporto (-28%). Inoltre fanno registrareflessioni consistenti le produzioni delMade in Italy regionale (tessile-abbigliamento-37% ; cuoio -21%; mobili -29%; altre produzionimanifatturiere -34%).Per valutare la performance complessivadell’export industriale, prendendo in considerazionesia gli elementi strutturali (specializzazionesettoriale e geografica delle esportazioni),sia quelli dinamici (competitività) delLazio sui mercati esteri, ci si è serviti dell’utilizzodell’analisi Constant-Market-Shares(CMS). Tale metodo consente di disaggregarela variazione nel tempo della quota aggregatadi ciascuna regione dal contributo dovutoalle caratteristiche strutturali del modellodi specializzazione di ogni regione e le tendenzedella domanda, rappresentati dai mutamentidi composizione delle esportazioni. Laversione dell’analisi CMS qui utilizzata scomponela variazione delle quote regionali in cinquecomponenti, di cui due statiche e tre ingrado di cogliere l’evoluzione del periodo.Rientrano tra le prime quelle connesse con lastruttura iniziale delle esportazioni: effettostruttura merceologica (ESM) e geografica(ESG). Esse indicano rispettivamente quantofavorevole sia stata la struttura regionale delleesportazioni per prodotti e mercati rispettoall’evoluzione della domanda mondiale. Tragli effetti dinamici, invece, il più significativo(16) è rappresentato dall’effetto competitività(EC), che misura l’abilità regionale di inserimentoin nuovi settori e paesi, indipendentementedalle tendenze della domanda e dellastruttura iniziale dell’export.I risultati relativi al Lazio ci descrivono uncontesto strutturale (effetto specializzazionemerceologica – ESM; effetto specializzazionegeografica – ESG) tendenzialmente favorevole.Il mix settoriale della regione è equilibrato(peso minore della media nazionale dei settoricon una posizione sfavorevole sui mercati14. I valori presentati nel paragrafo in grassetto si riferiscono a dati in Euro correnti, classificazione Ateco 2007 (divisioniA – prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca ; B – prodotti dell’estrazione di minerali da cave eminiere ; C – prodotti delle attività manifatturiere), a differenza del resto dell’analisi sulle esportazioni, impostata suclassificazione Ateco 2002, (divisioni A – prodotti dell’agricoltura, della caccia, della silvicoltura ; B – prodotti dellapesca e della piscicoltura; C – minerali energetici e non energetici; D – prodotti trasformati e manufatti).15. I dati riferiti al 2009 sono provvisori.16. Gli altri effetti dinamici sono l’effetto interazione strutturale (EIS) che misura l’interazione reciproca tra gli effettidi struttura merceologica e geografica e l’effetto adattamento (EA), ulteriormente scomponibile in effetto adattamentosettoriale e geografica, che misura la capacità dei sistemi regionali di indirizzare le proprie esportazioni verso i mercatie i settori in crescita.BIC Notes – giugno 2010 – Focus37


internazionali come produzioni tradizionali/Madein Italy; presenza importante invecedi settori che hanno tirato fortemente nell’ultimodecennio, come petrolio e farmaceutica)e di conseguenza i risultati in ESM sono complessivamentepositivi (1996-2000 +0,21;2000-2004 -0,02; 2004-2008 +0.04), mentreper quanto riguarda la competitività (EC)e la specializzazione geografica (ESG) delleesportazioni le indicazioni nel tempo sonoaltalenanti. Conseguenza concreta di questotipo di tendenze è il miglioramento relativodell’export laziale rispetto alle altre regioni(vedi grafico seguente) tra il 1996 e il 2008:partendo da una specializzazione settorialeleggermente favorevole, l’industria regionaleè riuscita ad accrescere il valore deipropri scambi con l’estero in misura superiorealla media nazionale.Il giudizio positivo riscontrato nelle analisidi lungo periodo viene confermato anche tra il2007 e il 2008. Come rappresentato nella figura,a fronte di un lieve peggioramento dellaspecializzazione merceologica, la crescita dell’exportregionale è stata ancora più elevata deldato medio nazionale (+2,1% contro lo 0,0%dato medio Italia). La crescita dell’ultimo annoè trainata da un buon risultato in termini dicompetitività dei settori della chimica/farmaceutica(4,6 miliardi di export nel 2007, 5,1nel 2008), dei mezzi di trasporto (forte crescitanella produzione aeronautica/aerospaziale enella cantieristica, da 1,77 miliardi a 1,82 nel2008), e degli altri settori manifatturieri (gioiellie articoli di oreficeria). Il 2008 è stato inveceun anno fortemente negativo per l’elettronica/elettromeccanica(Componenti elettronici,apparecchi radio e televisivi, 1,8 miliardi nel2007, 1,5 nel 2008) e per i prodotti da lavorazionedi minerali non metalliferi (da 291 a 257Figura 12 - Letture regionali export (per variazione ESM e quote) 1996-2008.Fonte: elaborazioni su dati ISTAT.38BIC Notes – giugno 2010 – Focus


milioni di Euro). L’anno di ingresso nella crisiquindi non incide particolarmente sulle tendenze– positive – di medio-lungo periodo dell’exportlaziale. Se si eccettuano infatti Valled’Aosta, Sicilia e Sardegna, fortemente specializzatenell’export di metalli la prima, e dipetrolio raffinato le restanti due (e quindi particolarmentebeneficiate dalla domanda crescente(17) sui mercati internazionali di tali produzioni),il Lazio è la regione che ha retto nelmodo migliore le sfide dei mercati internazionalinell’ultimo decennio, riuscendo a cogliereda una parte elementi positivi di un’accresciutadomanda internazionale e prezzi crescenti inalcuni settori (prodotti petroliferi), dall’altraresistendo in termini di competitività nei settoriin difficoltà strutturale.Le prime evidenze relative al 2009, lette attraversola CMS, ci mostrano pur all’interno di unquadro di fortissima difficoltà, una posizione delLazio relativamente favorevole rispetto alledinamiche nazionali. Tra il 2008 e il 2009,come accennato in precedenza, aumenta laquota delle esportazioni regionali sul totalenazionale (dal 3,77% al 4,03%). Questo dato ècausato in primo luogo da una favorevole specializzazionesettoriale. La presenza significativain regione dei settori (in particolare il peso detenutodall’industria farmaceutica e, in misuraminore, dall’elettronica e dall’industria agroalimentare)che non hanno registrato un calodrammatico della domanda è il principale elementodi successo dell’export laziale. A questo elementostrutturale se ne aggiunge uno dinamico,cioè la buona performance in termini di competitivitàdell’export del Lazio, in particolare neisettori agricolo, dei prodotti petroliferi, deimetalli, dell’elettromeccanica e dell’elettronica.La specializzazione geografica delle esportazioniha invece un’influenza trascurabile sull’andamentodell’export regionale.La crescita delle imprese registrateUn ulteriore elemento informativo delle tendenzeemerse in regione, si basa sull’analisidel tasso di crescita delle imprese registratenel periodo tra 2008 ed il 2009, attraversoun’elaborazione dei dati forniti da Infocamere(classificazione ATECO 2002).La figura 13 prende in considerazione la differenzatra i tassi di crescita delle imprese iscrittee quelli relativi alle cessate. Esso mostra chiaramenteuna tendenza nazionale di riduzionedel numero complessivo di imprese; seppur conandamenti non costanti e con qualche segnale diripresa negli ultimi anni, a partire dal 2007 ilsaldo è rimasto costantemente su valori negativi.I dati del Lazio presentano una maggiore variabilitàrispetto al dato medio italiano, mostrandonel 2009 un ritorno verso saldi positivi.Al fine di isolare l’elemento locale dall’effettodi composizione settoriale delle impreselaziali rispetto alla corrispondente composizionenazionale, si è proceduto scomponendoi differenziali tra il tasso di crescita regionale equello italiano utilizzando la tecnica di scomposizioneshift and share.A livello nazionale si conferma, tra il 2008e il 2009, la tendenza passata al costante econtinuo decremento del numero complessivodi imprese registrate (con una crescitanegativa del -0,31%). In particolare si riscontraun’importante riduzione del numero diimprese nei settori dell’estrazione di minerali(calo del -3,2%) e dei trasporti e comunicazioni(-1,4%). I settori che a livello italianohanno mostrato un andamento migliore sembrerebberoessere quelli relativi alla produzionee distribuzione di energia elettrica, gas eacqua (+9%), alla sanità e assistenza sociale(+4%) e all’istruzione (+3,3%). Da notareinoltre come i tassi di crescita associati allesole società di capitali siano viceversa positivi(nel complesso si è avuto un incremento del+3,3%).Rapportando inoltre il numero di impresecessate nel 2009 con le registrate del 2008 siè proceduto al calcolo dei tassi di mortalitàsettoriali. A livello nazionale si riscontra un17. Favorite anche da dinamiche di prezzo dato che si parla di valori a prezzi correnti.BIC Notes – giugno 2010 – Focus39


Figura 13 - Saldo tra il tasso di crescita delle imprese iscritte e quelle cessate, punti percentualitasso di mortalità aggregato del 6,6%, innalzatodagli elevati tassi che caratterizzano soprattuttoi settori delle costruzioni, del commercioall’ingrosso e al dettaglio e delle attivitàmanifatturiere.A livello regionale il Lazio mostra delledinamiche molto differenti rispetto al datonazionale. Nel complesso si evidenzia unincremento sia del numero di imprese registratetotali (+1,1%) che del numero di societàdi capitali (+4,4%). Sebbene si riscontrinotassi negativi per ciò che concerne le voci agricoltura,caccia e silvicoltura, produzione dienergia elettrica, gas, acqua ed estrazione diminerali, la maggior parte dei settori, in specialmodo quello legato all’istruzione, presentanotassi positivi. Il maggior peso di tali settoriall’interno del tessuto produttivo lazialeinfluenza in maniera decisiva la crescita complessivaregionale.Con l’intento di dare una spiegazione dellemigliori performance laziali rispetto al datonazionale è utile andare ad analizzare le eventualidifferenze nelle aspettative delle impresesul fatturato futuro, basandosi sui risultati dell’indaginecampionaria (che sarà presentata inmaniera più dettagliata nei capitoli successivi)che ha coinvolto un ampio campione diimprese del Lazio (18).Incrociando i dati a disposizione relativi allarilevazione del 2008 con quelli dell’indaginecondotta nel 2009 (19) è possibile analizzarela variazione nelle prospettive future, cercandodi mostrare le differenze del dato nazionalecon i relativi flussi regionali.La tabella 2 sintetizza la matrice di transizionedelle imprese tra un periodo e l’altro,con l’intento di evidenziare le differenze deiflussi associati alla regione Lazio rispetto aquelli italiani.18. Nelle due indagini MET è stato chiesto alle imprese di indicare, in maniera approssimativa, le previsioni dell’andamentodel fatturato per il successivo anno. Nella tabella sono rappresentati i risultati riguardanti le imprese intervistatein entrambe le rilevazioni.19. L’analisi è basata sui dati dell’indagine MET rappresentata da due rilevazioni successive (2008 e 2009). Nel questionarioera stato chiesto alle imprese quale fosse la crescita attesa del fatturato (in percentuale) nel periodo successivo.40BIC Notes – giugno 2010 – Focus


L’analisi mostra una maggiore percentualedi imprese che ha migliorato le proprie aspettativesul fatturato futuro a livello regionalerispetto al dato nazionale e suggerisce che ilclima di migliori aspettative di fatturato nelLazio può aver rappresentato una variabilerilevante nella spiegazione del maggior tassodi crescita delle imprese registrate.Per avere un quadro meno approssimativodelle caratteristiche dell’evoluzione dei sistemiè opportuno, in primo luogo, cercare dicomprendere se le dinamiche regionali sonolegate a una specializzazione produttiva relativamentefavorevole o sfavorevole (per esempiocon la maggiore presenza di settori chesono cresciuti di più o i cui prezzi, come nelcaso dei prodotti petroliferi, hanno registratodinamiche particolari), oppure per un dinamismoproprio della regione che può essere sintetizzatoin una vera e propria competitivitàdel sistema produttivo.Con l’intento di spiegare le componenti associateai differenziali di crescita si è procedutoalla scomposizione attraverso un’analisi ditipo shift and share. I differenziali vengono intal modo spiegati dalla somma di due componenti:una quota che esprime l’effetto di composizionesettoriale e una seconda che mostraTabella 2 - Matrice di transizione sulle variazioni attese del fatturato (rilevazioni 2008 e 2009), valori percentuali.ItaliaProspettive2009Moltoaumentato(oltre 15%)Aumentato(5%/15%)Sostanzialestabilità(+5%/-5%)Calo(-5%/-15%)Forte calo(-15% eoltre)Prospettive 2008Molto aumentato(oltre 15%)Aumentato(5%-15%)Sostanziale stabilità(+5%/-5%)Calo (-5%/-15%)Forte calo(-15% ed oltre)1,3%1,3%0,4%0,6%1,5%8,1%6,5%4,6%2,9%0,9%65,6%81,9%86,4%79,4%66,2%10,2%5,0%7,0%15,9%11,1%14,8%5,3%1,6%1,2%20,3%LazioProspettive2009Moltoaumentato(oltre 15%)Aumentato(5%/15%)Sostanzialestabilità(+5%/-5%)Calo(-5%/-15%)Forte calo(-15% eoltre)Prospettive 2008Molto aumentato(oltre 15%)Aumentato(5%/15%)Sostanziale stabilità(+5%/-5%)Calo (-5%/-15%)Forte calo(-15% ed oltre)0,2%0,0%0,8%3,6%0,0%38,2%11,6%5,2%2,6%2,3%60,3%78,2%85,7%87,5%84,3%0,8%5,2%5,9%5,7%13,4%0,5%5,1%2,3%0,6%0,0%BIC Notes – giugno 2010 – Focus41


l’effetto di competitività locale (20).Dall’analisi aggregata emerge che il Laziomostra sia effetti di composizione settorialeche effetti competitività positivi; effetti chetendono a decrescere se si considerano esclusivamentele società di capitali.Questo risultato consente di affermare che leottime performance di crescita del numero diimprese del Lazio rispetto a quelle italiane sonostate generate solo in piccola parte dalla favorevoledistribuzione delle imprese laziali a livellosettoriale, mentre la componente più consistenteè imputabile a effetti di tipo locale. L’effettolocale è strettamente legato al tessuto produttivoregionale; la nascita di nuove imprese èinfluenzata positivamente dalla presenza diesternalità positive a livello locale e dalla possibilitàdi instaurare rapporti iter-impresa. Talecomponente strutturale è per sua natura menopenalizzata dalla volatilità mostrata dalladinamica della domanda, soprattutto in compartimaggiormente esposti alla competizionedei mercati internazionali. È stato proprio ilclima regionale favorevole (influenzato comedetto dal tipo di tessuto produttivo) a consentireal Lazio di ottenere risultati superiori allamedia nazionale.Rapportando l’effetto locale settoriale al corrispondentedifferenziale di crescita vengonoevidenziati i settori in cui l’effetto locale èstato relativamente più forte. In particolare,sembrerebbe che l’effetto positivo sia dovutoprincipalmente ai settori agricoltura, caccia esilvicoltura, al settore costruzioni e all’aggregazioneresidua “non classificate”.Tabella 3 - Scomposizione shift and share del differenziale totale di crescita.LazioTutte le societàSolo società di capitaliEffetto composizione0,20,35Effetto locale1,20,75Differenziale crescitaItalia+1,4+1,120. La tecnica dello shift and share consente di scomporre il differenziale totale di crescita tra regione e nazione, inuna componente che tenga conto della diversa distribuzione delle imprese regionali tra i settori rispetto alla distribuzionenazionale ed una componente di effetto locale. Definendo con il termine g, il livello della variabile in questione,r l’indice regionale, n quello nazionale, sia i la numerosità campionaria ed s l’indice settoriale, il differenziale di crescitadella variabile può essere scomposto come segueCfr. Borzaga, C. , Brancati, R. , Geri, M. e Volpe, M. (1985), Politiche regionali e politiche Macroeconomiche:L’interdipendenza degli obiettivi e degli strumenti, Franco Angeli editore, Milano.42 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 14 - Effetto composizione ed effetto locale nei differenziali dei tassi di crescita delle imprese registrate tra il2008 e il 2009.BIC Notes – giugno 2010 – Focus43


Tabella 4 - Effetto composizione ed effetto locale nei differenziali dei tassi di crescita delle imprese registrate nelLazio tra il 2008 ed il 2009, dettaglio settoriale (21).ABCDEFGHIJKMNONCSettoriATECO 2002Effettocomposizione-0,00180,00000,0000-0,00090,00010,0005-0,00020,0013-0,00050,00010,00250,00020,00030,0012-0,0003Effetto locale0,00040,00000,00000,0000-0,00010,0004-0,0010-0,00080,0001-0,0004-0,0012-0,0001-0,0003-0,00080,0156Effetto composizione(Società di capitali)0,00030,0000-0,0001-0,00110,00020,00390,00020,00210,00040,0002-0,00160,00010,00010,0008-0,0020Effetto locale(Società dicapitali)-0,00030,00000,0000-0,0009-0,0004-0,0064-0,0042-0,0024-0,0011-0,0009-0,0056-0,0002-0,0005-0,00260,03302. Fattori di successo ed elementidi debolezza delle imprese laziali: irisultati di un’indaginecampionariaCaratteristiche dell’indagine e scopodell’analisiGli elementi descrittivi riportati in precedenzanon riescono a offrire un quadro informativocompiuto per comprendere il modo in cui leimprese stanno affrontando la fase critica incorso, né per analizzare le principali problematichepresenti e le possibili ricadute in terminidi domanda di intervento pubblico.Un possibile contributo deriva dall’utilizzodi ricognizioni dirette mirate in modo specificoall’analisi delle tematiche principali coinvolte.A tale scopo sono state utilizzate le informazioniottenute attraverso un’indagine campionariadi dimensioni particolarmente ampie,che ha coinvolto oltre 5.500 imprese laziali,intervistate tra il 2008 (3.000 interviste traaprile e inizio settembre) e il 2009 (2.538interviste tra settembre e novembre), vale adire immediatamente prima del fallimento21. A- Agricoltura, caccia e silvicoltura; B- Pesca, piscicoltura e servizi connessi; C- Estrazione di minerali; D- Attivitàmanifatturiere; E- Produzione e distribuzione di energia elettrica, gas ed acqua; F- Costruzioni; G- Commercio all’ingrossoe dettaglio: riparazione di autoveicoli, motocicli e di beni personali e per la casa; H- Alberghi e ristoranti; I- Trasporti,magazzinaggio e comunicazioni; J- Attività finanziarie; K- Attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, servizialle imprese; M- Istruzione; N- Sanità ed assistenza sociale; O- Altri servizi pubblici, sociali e personali; NC- Non classificate.44 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


della banca americana Lehman Brothers e poia un anno circa dall’esplosione della crisi economicainternazionale (22).Il campione di imprese del Lazio si inserisceall’interno di una rilevazione più vasta, relativaall’intero territorio nazionale, con oltre47.000 imprese intervistate (circa 25.000 nel2008, e 22.340 nel 2009) che sono state stratificateal fine di permettere una stima rappresentativadei parametri dell’universo in funzionedei territori (21 regioni e provinceautonome) e delle classi dimensionali (4 classi:1-9, 10-49, 50-249 e >250 addetti).I settori di attività economica presenti nelpiano di campionamento fanno riferimento aquelli dell’industria in senso stretto e dei servizialle imprese al netto delle attività finanziariee immobiliari.L’indagine contiene un insieme ampio diindicatori, che vanno dalle scelte di investimento,alla propensione ad innovare, le attivitàdi ricerca, le collaborazioni locali con altreimprese fino alle scelte più sofisticate di internazionalizzazionetotale o parziale delle proprieattività, al fine di poter far emergere delleindicazioni concordanti che descrivano conun buon grado di approssimazione i profili dieccellenza del sistema produttivo. Si è scelto,quindi, di leggere i risultati delle indaginiguardando alla dimensione multivariata delleinformazioni in esse contenute, soffermandosiin maniera particolare sulle caratteristichedelle scelte strategiche degli operatori e dellaloro relativa stabilità (ovvero instabilità, comeindicatore indiretto di debolezza) nel tempo.Il quadro che emerge dai risultati dalle dueindagini svolte evidenzia una figura altamentevariegata del sistema industriale, con forti differenziazioniregionali nelle quali spiccano (aparità di altre condizioni come la specializzazioneproduttiva o la struttura dimensionale)scelte strategiche caratteristiche degli operatoriche in molti casi risultano come le principalideterminanti dei successi o degli insuccessidei sistemi economici locali. Alla luce dellarecente crisi, inoltre, la pressione generatadalla selezione del mercato e l’acuirsi di fenomenigeneralizzati di limitazione e ostacoli agliinvestimenti e indirettamente alle prospettivedi crescita, sembra poter amplificare questedifferenze, premiando in maniera ancor piùmarcata le scelte strategiche virtuose.Anticipando parte dei risultati, che verrannoillustrati più dettagliatamente nel prosieguodel capitolo, è possibile evidenziare comeil sistema industriale del Lazio mostri dellecriticità e debolezze, spesso accentuate dalperiodo di crisi, con qualche segnale positivorelativo a particolari segmenti. Si segnalanoinoltre delle condizioni relativamente miglioririspetto all’andamento del contesto nazionale.In primo luogo si può osservare che la propensioneall’innovazione delle imprese lazialinel corso dei due anni si sia fortemente ridotta,con un dato particolarmente negativo fattoregistrare dalle innovazioni di prodotto principali,quelle cioè più esposte alle turbolenzedella domanda. Tuttavia la contrazione delleattività innovative sembrerebbe in molti casiinferiore a quanto mostrato a livello nazionale,evidenziando come in media le impreseinnovative laziali abbiano reagito meglio allacrisi rispetto a quelle delle altre regioni.Anche le attività di R&S sembrerebberoessere state colpite dalla crisi, con una contra-22. Le informazioni di base sono tratte dalle indagini MET 2008 e 2009. La rilevazione ha caratteristiche panel, vale adire che una quota significativa (oltre il 50%) di imprese è stata intervistata in entrambe le indagini per assicurare unapossibilità di lettura accurata delle variazioni di comportamento che intervengono nel periodo che intercorre tra unarilevazione e l’altra. L’indagine per le imprese del Lazio è stata sostenuta (anche attraverso un sovra campionamentospecifico) dalla Regione Lazio nell’ambito degli interventi di supporto ai programmi FESR.BIC Notes – giugno 2010 – Focus45


zione tuttavia molto inferiore a quella fattaregistrare per la propensione all’innovazione.Tale tendenza è principalmente imputabile alcomportamento di piccole e medie imprese.La riduzione in investimenti fatta in R&S puòessere spiegata dal fatto che una buona partedell’attività di ricerca nelle piccole dimensioniviene effettuata attraverso collaborazioniesterne all’impresa. Questa tipologia di attività,definita come ricerca esterna, tende adessere mediamente più flessibile rispetto alleattività più strutturate svolte internamenteall’impresa. È facile presumere che in unperiodo di crisi le imprese innovative cheintendono ridurre le esposizioni rischiosedelle proprie attività decidono in un primomomento di tagliare quelle spese non direttamenteassociate a costi fissi già implementati(e altrimenti non più recuperabili) come quelleassociate a collaborazioni di ricerca conaltre imprese o enti. Solo con il definitivoaggravarsi della situazione, le stesse impresepotranno decidere di dismettere tutti gli altriinvestimenti in ricerca (fenomeno per altronon del tutto estraneo alla stretta attualitànella quale si registrano numerose chiusure dicentri di ricerca e laboratori di grandi gruppimultinazionali).Sia a livello regionale che nazionale, infatti,l’attività di ricerca svolta esternamente all’impresasembrerebbe in generale molto diffusanelle piccole dimensioni. Il Lazio mostra percentualisuperiori al dato medio italiano(36,2% di attività di ricerca svolta esternamentecontro il 30,4% nazionale), soprattutto grazieall’apporto di micro e piccole imprese(rispettivamente 36,5% e 37,8%). È da sottolineare,inoltre, come il Lazio presenti unabuona propensione allo svolgimento dell’attivitàdi R&S all’estero presso università,imprese e/o laboratori di ricerca (4,5% controil 2,4% italiano).La scelta di internazionalizzazione, nonostantela forte contrazione del commerciointernazionale causata dalla crisi globale, sembraconfermarsi come scelta strategica fondamentaledelle imprese.Tra il 2008 e il 2009 si registra addiritturaun lieve incremento del grado di internazionalizzazionedelle imprese nel Lazio. Il gapsfavorevole rispetto alla media italiana, sembrainoltre essersi ridotto grazie principalmente alforte incremento del grado di internazionalizzazionedelle grandi imprese del Lazio chepassano dal 15% al 55,8% del 2009. Questasostanziale tenuta del sistema regionale rispettoall’apertura internazionale dello stesso è daattribuire soprattutto ad un aumento degliesportatori diretti (+3,8 punti percentuali). Èemersa quindi una tendenza diffusa, seppurnon maggioritaria, per la quale la scelta strategicadettata dall’opzione estero non è semplicementelegata al forte traino generato dalladomanda internazionale, ma anche alla consapevolezzache la proiezione verso l’esternopossa garantire alle imprese delle prospettivedi incremento di produttività legato allo sfruttamentodi economie esterne su larga scala.In quest’ottica, infatti, è interessante sottolinearecome, seppure in un anno di grandedifficoltà economica, le imprese internazionalizzateabbiano ulteriormente accresciutol’impegno innovativo, a fronte di una riduzioneper le imprese non internazionalizzate.Viene confermato quindi lo stretto legame trainternazionalizzazione e propensione all’innovazione,che come per un circolo moltiplicativovirtuoso rende le imprese che si internazionalizzanosempre più produttive, efficientie innovative.Al di fuori di queste evidenze si registrainoltre una larga porzione di imprese che scegliestrategie più passive in termini di contenimentodella crisi. A livello nazionale la percentualedi imprese che sceglie strategie diattesa è strettamente legato alla dimensioneaziendale (le micro imprese tendenzialmentesono meno attive delle grandi). Nel Lazio,tuttavia, emerge una situazione polare per laquale sembra che le imprese nella classedimensionale media abbiano implementatosolamente strategie difensive, mentre piccolee grandi imprese presentano prospettive piùdinamiche, con differenziazioni positivemolto marcate rispetto alle corrispettive classidimensionali del campione nazionale.Molte evidenze dell’indagine sembranoconfermare un irrigidimento marcato relativa-46 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


mente alla problematica dell’accesso al creditoe delle condizioni applicate dalle banche,con un impatto rilevante sulle strategie di crescita.In particolare nel Lazio ci sono segnalidi forte criticità tra gli operatori più dinamici(cioè quelli che fanno investimento e R&S),con particolari restrizioni generate dalla riduzionedei crediti concessi e dall’incrementodei tassi d’interesse (in un periodo nel qualetra l’altro il costo del denaro si è ridotto sensibilmente).In tutti i casi le aree problematiche del creditosono sottolineate da una percentuale elevatissimadi aziende, con evidenze più preoccupantiper l’impatto sulle categorie più innovativee dinamiche, che a parità di altre condizionisembrerebbero quelle maggiormentepenalizzateDinamismo e strategie di crescita delleimprese del LazioIl primo ambito di analisi proposto affronta iltema dell’attività di innovazione delle impresevolgendo particolare attenzione alle caratteristichestrutturali e strategiche dei soggettiinnovativi (23).La dinamica dimensionale, regionale esettoriale della propensione all’innovazioneNella tabella 1 vengono mostrate le percentualidi imprese innovative relative alle diverseclassi dimensionali. Complessivamente, nelLazio il 25,5% delle imprese dichiara di averintrodotto almeno una forma di innovazione,con una percentuale lievemente superiorerispetto alla media nazionale (20,6%). Taledinamica è spiegata per lo più dal buon comportamentoinnovativo di micro e piccoleimprese che presentano una percentuale significativamentesuperiore al dato italiano.Rispetto a quanto fatto registrare nel 2008si evidenzia una forte contrazione delle attivitàinnovative sia a livello regionale che su scalanazionale. Il dato stimato nella rilevazione2008 faceva emergere una percentuale diimprese con almeno una forma di innovazionepari al 34,7%, mentre il dato relativo alcampione italiano era del 31,2%; lo scartorispetto al 2009 è attribuibile alle differentiperformance di tutte le tipologie di impresedivise per classe dimensionale. Sia a livellonazionale che regionale, le medie e grandiimprese sono quelle che hanno reagito allacrisi economica riducendo maggiormente ilprocesso innovativo (rispettivamente con unariduzione di 27,7 e 24,2 punti percentuali perciò che concerne il dato italiano; 26,7 e 48,rispettivamente, per il Lazio).La lettura comparata delle due rilevazionisembra pertanto segnalare una sostanzialeriduzione della percentuale di imprese innovative,in linea con la tendenza nazionale chemostra una generalizzata contrazione dellestrategie dinamiche delle imprese italiane.Tuttavia si riscontrano delle inversioni rispettoalla precedente rilevazione: in particolare,le micro imprese laziali sembrano aver reagito(seppur si sia ridotta in assoluto la percentuale)con una riduzione dell’attività di innovazionemeno pronunciata rispetto alle altreregioni accompagnata tuttavia da una forteriduzione dell’innovazione presso le grandiimprese.Nella figura 15 sono riportate le percentualidi imprese classificate secondo le tipologiedi innovazione introdotta. Si registra una23. La domanda specifica presente nel questionario permette di codificare le innovazioni introdotte rispetto le seguentimodalità: (i) innovazioni di prodotto principali, (ii) innovazioni di prodotto secondarie, (iii) innovazioni di processo principali,(iii) innovazioni di processo secondarie ed infine (iv) innovazioni organizzative, gestionali o commerciali. Rispettoquindi alla tradizionale tripartizione innovazioni di prodotto/processo/organizzative, si è cercata un’ulteriore distinzioneche permettesse alle imprese intervistate di stabilire una gradualità rispetto alle proprie attività innovative attraversol’attributo principale o secondarie. Da un punto di vista interpretativo le prime sono da considerarsi come innovazioniradicali, mentre le seconde come incrementali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus47


netta tendenza rivolta a favorire le innovazioniorganizzative o gestionali; queste ultimesembrano essere le tipologie maggiormenteintrodotte sia a livello regionale (21,6%) che alivello nazionale (14,9%). Ad eccezione delleinnovazioni di prodotto principali (che sonoinferiori di 0,8 punti percentuali), nel Lazio siriscontra una scarto medio positivo di tutte levariabili rispetto al rispettivo dato italiano. Ledifferenze più marcate si registrano ancorauna volta nelle innovazioni organizzative ogestionali, in cui si manifesta uno scarto dicirca 7 punti percentuali.Rapportando il tutto al dato del 2008 siregistrano forti contrazioni per le categorieconsiderate, a eccezione delle innovazioniorganizzative/gestionali (cresciute di 5,4punti percentuali nel Lazio e di 0,8 a livelloaggregato). La riduzione in assoluto piùimponente ha riguardato le innovazioni diprodotto e di processo principali con riduzionitalvolta superiori ai 12 punti percentuali. Inparticolare il dato 2009 mostra come la forteriduzione della percentuale di imprese cheintroducono innovazioni di prodotto abbiaprodotto un rovesciamento della tendenza delLazio di una consolidata superiorità nella propensioneall’innovazione rispetto alle altreregioni.Alla luce di quanto affermato, si può sostenereche la propensione all’innovazione delleimprese laziali abbia seguito l’andamentodecrescente della media italiana. Nel periodo2008-2009 si è assistito a una generale e drasticariduzione della percentuale di imprese chesvolgono innovazione (specialmente per ciò checoncerne le innovazioni di prodotto principali).Nella maggior parte delle variabili prese inconsiderazione tale riduzione è stata tuttaviainferiore a quanto mostrato a livello nazionale,confermando come in media le imprese innovativelaziali abbiano reagito meglio alla crisirispetto a quelle delle altre regioni.Osservando la disaggregazione settoriale,emerge una dinamica regionale piuttosto eterogenea.Mentre a livello nazionale i settoripiù innovativi sembrerebbero essere quellidella meccanica e dei mezzi di trasporto, nelLazio tali settori non hanno avuto un ruolotrainante nella dinamica regionale. Le impreselaziali più innovative appartengono ai settorialtre servizi alle imprese e trasporti (logistica)e comunicazioni, con risultati superiorianche ai relativi riferimenti nazionali. Da sottolineareanche le buone performance del settorecarta, stampa ed editoria.Rispetto al dato del 2008 si è riscontratauna riduzione generale e sistematica dell’atti-Tabella 5 - Percentuali di imprese che hanno introdotto almeno una forma di innovazione, dettaglio dimensionale eregionale, 2009.ClassedimensionaleLazioItaliaLazioItalia34,029,225,219,81-945,253,630,127,710-49200864,864,7200938,137,050-249 250 e oltre81,076,233,052,034,731,225,520,6Totale48 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 15 - Tipologie di innovazione introdotte, valori percentuali, 2009.vità di innovazione in tutti i settori. I più colpitiin assoluto sono stati quelli relativi a chimicae gomma plastica (riduzione di oltre 15punti percentuali), fabbricazione dei mezzi ditrasporto (-11,2%) e altre industrie manifatturiere(-12,8%).Investimenti e attività di Ricerca e SviluppoSi è proceduto ipotizzando che le impresepossano essere suddivise in tre categorie sullabase di alcuni comportamenti rappresentatividelle strategie aziendali: una prima che includecoloro che non compiono alcuna azionerilevante di crescita, una seconda che raggruppachi effettua investimenti di vario tipo e infineuna terza, la più dinamica, che include leimprese più attive per ciò che concerne gliinvestimenti ad alta intensità di capitaleumano come quelli relativi alla ricerca e sviluppo.La ripartizione ordinale così delineataconsente di elaborare sinteticamente unamisura del grado di dinamismo – anche strategico– del settore produttivo.La figura 16 consente qualche considerazionesu questa misura in relazione alledimensioni aziendali.Per quello che riguarda la dinamica nazionale,si può notare come il grado di dinamismoaziendale cresca di pari passo con ladimensione dell’impresa stessa: la percentualedi imprese che nell’ultimo triennio non harealizzato investimenti, né ha svolto attività diR&S, passa dal 63,5% delle micro imprese (1-9 addetti) a poco più del 20% delle grandi(oltre 249 addetti). Nonostante ciò va sottolineatol’importante peso attribuito alle unitàproduttive di dimensioni micro che, per laloro diffusione nel sistema produttivo regionale,influenza fortemente il livello e la performancemedia registrata.Rispetto al dato del 2008 a livello nazionalesi è riscontrata una contrazione della percentualedi imprese che svolgono attività diricerca e sviluppo e investimenti (che passanodal 7,9% al 6,5%). Tale fenomeno è principalmenteimputabile al comportamento di piccolee medie imprese; specialmente queste ultimehanno subito una riduzione di 14,1 puntipercentuali, passando dal 40,6% di impreseche svolgevano R&S nel 2008 al 26,5% nel2009.Nel dettaglio regionale del Lazio, tale tendenzasembrerebbe essere confermata evidenziandotuttavia una percentuale maggiore perBIC Notes – giugno 2010 – Focus49


Tabella 6 - Tipologie di innovazione per settore di appartenenza, valori percentuali, 2009.Filiera alimentareFiliera abbigliamentoLegno e mobiliCarta, stampa ededitoriaGomma-plastichechimicaProdotti dei metalliMezzi di trasportoMeccanicaMacchine elettriche eapparecchiatureelettronicheAltre industriemanifatturiereTrasporti,telecomunicazioniServizi alle impreseTotaleProd.Princ.6,13,39,09,84,85,41,57,52,99,04,46,36,2Prod.Sec.2,73,610,110,27,710,510,012,68,47,76,611,410,3LazioProc.Prin.3,53,28,013,25,13,94,28,74,16,67,711,39,9Proc.Sec.2,10,38,48,56,86,58,310,66,36,66,010,18,9Organ./Gest.5,28,815,715,019,710,611,711,318,410,918,424,721,6Prod.Princ.9,17,27,67,615,67,19,511,010,57,63,26,87,0ItaliaProd.Sec.7,37,58,19,012,97,212,711,413,07.24,99,28,6Proc.Prin.5,35,06,26,910,55,112,08,78,36,84,18,37,3Proc.Sec.5,66,56,96,711,97,511,89,39,46,83,96,96,8Organ./Gest.10,09,913,812,517,510,722,816,517,611,311,717,014,9Figura 16 - Realizzazione di investimenti e attività di R&S, valori percentuali, 2009.50 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


ciò che riguarda le imprese che non hannoeffettuato alcun tipo di investimento (+2punti percentuali rispetto al dato nazionale);tale risultato è conseguenza diretta della maggiorestaticità evidenziata dalle micro e medieimprese. Tale fenomeno produce inevitabilmentevalori inferiori per ciò che concerne lealtre due forme di dinamismo (investi eR&S). In particolare la dinamica regionaleassociata alla R&S mostra significative differenzerispetto al comportamento delle impresenelle altre regioni (confermando l’analisibasata sull’indagine 2008): oltre ad una sistematicainferiorità dell’attività di ricerca pertutte le classi dimensionali, il dato che maggiormentepesa sulle performance regionali diR&S è rappresentato dalla percentuale dellegrandi imprese laziali (con uno scarto di 29,8punti percentuali rispetto al dato Italia).Nonostante le grandi imprese laziali abbianoreagito alla crisi meglio delle corrispondentiimprese nazionali (con un incremento dell’attivitàdi R&S tra il 2008 ed il 2009 di oltre 8punti percentuali rispetto al +3% italiano) permaneuna distribuzione anomala della ricercatra le varie classi dimensionali delle impresedel Lazio. In figura 17 viene chiaramentemostrato come nel Lazio venga evidenziatoun comportamento in dissonanza con unatendenza nazionale che mostra una relazionestrettamente positiva tra la dimensione aziendalee il livello di R&S.Nella tabella 6, viene ricostruito il percorsodelle imprese registrate nelle due rilevazionirispetto al fenomeno del dinamismo. In particolare,si è scelto di sintetizzare le informazioniche provengono dalle due rilevazioni attraversol’ausilio di una matrice di transizione.Questa matrice mette in relazione i comportamentidelle imprese registrati nel 2008 equelli fatti registrare dalle stesse imprese nel2009 (in questo caso quindi ci riferiamo allesole imprese del campione panel). I risultatipossono essere interpretati in termini di stabi-Figura 17 - Percentuale di imprese che svolgono R&S, dettaglio dimensionale.BIC Notes – giugno 2010 – Focus51


lità di un dato fenomeno (imprese che presentanola stessa modalità del fenomeno inentrambi gli anni) ovvero in termini di turnover,sia nella direzione di un arretramento (adesempio imprese che facevano R&S nel 2008,ma che la abbandonano nel 2009) che di unupgrading dei comportamenti o delle strategie(ad esempio imprese che non avevano attivitàd’investimento nel 2008 e che nel 2009hanno realizzato investimenti o svolto attivitàdi ricerca).Con riferimento alle attività di R&S, si puònotare come questa strategia risulti particolarmenteinstabile nel passaggio tra il 2008 e il2009. Questa debolezza sembrerebbe essereaddirittura più forte nel Lazio, dove si registrauna maggiore percentuale delle imprese cheabbandonano i programmi di R&S (rifugiandosituttavia in programmi di investimentoinvece che in atteggiamenti totalmente passivi).È da ribadire che sul dato italiano pesafortemente il comportamento prudente dimicro e piccole imprese (33,9% e 37,7%).Inoltre, la matrice di transizione mostra chiaramentecome la percentuale di imprese chesvolgevano R&S nel 2008 e che dichiarano dinon aver effettuato alcun tipo di investimentonel 2009 sia decisamente inferiore rispetto aldato nazionale (21,1% contro il 25,4% italiano).La tendenza delle imprese italiane a prediligerescelte conservative abbandonandoprogressivamente i programmi di investimentopiù rischiosi appare pertanto molto smorzatanel Lazio.Per quello che riguarda l’attività di R&S,così come in molte le sezioni dell’indagine, èpossibile ottenere utili indicazioni dall’analisidi un panel costante di imprese sotto osservazionein entrambe le rilevazioni: si tratta di1.810 unità produttive nel Lazio per le qualimetodologie e strutture del questionariosimili consentono una confrontabilità diacronica.In riferimento al panel merita di esseresottolineata l’instabilità diffusa di molti comportamenti:da un lato molte imprese nonconfermano l’impegno in R&S, dall’altro sievidenzia un consistente afflusso di nuovisoggetti che non realizzavano R&S nel 2008e che invece si impegnano nel 2009. Il fenomenodi instabilità appare smorzato nelLazio, dove la percentuale di imprese checonferma il proprio impegno in attività diRicerca sembrerebbe maggiore (38,7% controil 48,2% italiano).Dando uno sguardo al dettaglio settorialeemergono dinamiche variegate.La tabella 7 mostra chiaramente come lapercentuale delle imprese laziali che svolgeattività di R&S sia sistematicamente inferioreal dato nazionale in tutti i settori evidenziandogli scarti maggiori nei settori della meccanicae nella fabbricazione dei mezzi di trasporto.Buone performance relative (anche seancora una volta inferiori al valore nazionale)si riscontrano per il settore delle macchineelettriche e apparecchiature elettroniche(9,3% vs. 7,7%) e per la voce altri servizi alleimprese (6,5% contro il 7,7% italiano).Tabella 7 - Matrice di transizione 2008-2009 tra i diversi stati di dinamismo, valori percentuali.Né investimenti, Investimenti 2009 Investimenti e R&Sné R&S 20092009LazioR&S 2008 21,1% 40,2% 38,7%ItaliaR&S 2008 25,4% 26,4% 48,2%52 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Tabella 8 - Percentuale di imprese che hanno attività di R&S, dettaglio settoriale 2009.Filiera dell'alimentareFiliera dell'abbigliamentoLegno e mobiliCarta, stampa ed editoriaGomma, plastica e chimicaMetalliFabbricazione di mezzi di trasportoMeccanicaMacchine elettriche e apparecchiature elettronicheAltre industrie manifatturiereTrasporti, poste e comunicazioniAltri servizi alle impreseTotaleLazio0,44,22,15,45,90,75,80,69,32,61,46,55,3Italia3,14,94,23,415,44,414,510,311,14,72,07,76,5Le relazioni esterne per attività di ricercaCome mostrato, l’attività di ricerca svoltadalle imprese di piccole dimensioni, seppurcon le sue debolezze e instabilità, non rappresentauna parte del tutto marginale del sistemaproduttivo. È evidente, tuttavia, che lemodalità con cui si svolgono le attività diricerca nelle micro e piccole imprese differisconoprofondamente da quelle delle impresedi medie e grandi dimensioni. In particolare, icosti non recuperabili associati agli investimentiin ricerca (per esempio quelli sostenutiper l’installazione di laboratori di ricercainterni all’impresa ovvero all’acquisizione dinuovo personale qualificato) possono rappresentareper imprese di piccole dimensionidelle barriere all’entrata difficilmente superabili.È quindi lecito aspettarsi che questeimprese si affidino in maniera più consistenteal sostegno esterno per tali attività, per esempiocon collaborazioni con altre imprese, universitàe nelle forme più avanzate con unitàoperative consorziate tra più soggetti (la presenzadi laboratori di ricerca in comune trapiù imprese è una forma particolarmente rilevanteper le piccole imprese dell’EmiliaRomagna). Va tuttavia sottolineato come leattività esterne per ricerca abbiano in generaleun grado di flessibilità maggiore rispetto adattività più strutturate implementate comeasset all’interno della vita aziendale. Partedelle debolezze e della volatilità evidenziata inprecedenza rispetto alle attività di R&S dellemicro e piccole imprese potrebbe essere connessaa questa particolarità nella loro modalitàdi svolgimento. Risulta necessario, quindi,comprendere in maniera più dettagliata qualisiano le caratteristiche delle attività di ricercasvolte soprattutto dalle micro imprese, al finedi evidenziare le principali determinanti dellescelte strategiche relative alla continuazione oalla cessazione di questo tipo di attività.Per quello che riguarda l’attività di ricercasvolta esternamente all’impresa sembrerebbeche sia a livello nazionale che regionale i rapportiesterni per lo svolgimento di attività diR&S siano in generale poco diffusi. Il Laziomostra percentuali superiori al dato medioitaliano (36,2% di attività di ricerca svoltaesternamente contro il 30,4% nazionale),soprattutto grazie all’apporto di micro e piccoleimprese (rispettivamente 36,5% e 37,8%),che per loro natura sono le classi che più siavvalgono di questa tipologia di ricerca.Analogamente a quanto mostrato dai datinazionali, anche a livello regionale si evidenziauna relazione negativa tra la distanza geograficae la percentuale di imprese che hannoun qualche tipo di rapporto di ricerca svoltocon l’esterno: quando si passa da enti o soggettilocalizzati nella stessa regione a quellilocalizzati in altre regioni italiane o all’esteroBIC Notes – giugno 2010 – Focus 53


si registra una forte diminuzione della percentualedi imprese che svolgono ricerca esternamente.È da sottolineare come il Lazio presenticomunque una buona propensione allosvolgimento dell’attività di R&S all’esteropresso università, imprese o laboratori diricerca (4,5% contro il 2,4% italiano).A livello nazionale in generale, le forme dicompartecipazione alle attività di Ricerca eSviluppo sembrerebbero essere relativamenteimportanti per le piccole imprese, con unpeso che tende a diminuire al crescere delladimensione. La situazione regionale si presentaancora una volta in linea con il dato italiano,anche se con valori sistematicamentesuperiori.Le scelte di internazionalizzazione delleimpreseDal confronto tra i dati delle due indaginiemerge un lieve incremento del grado diinternazionalizzazione delle imprese lazialinel periodo compreso tra una rilevazione el’altra (+4,3 punti percentuali). Nel complessosi è passati dal 8,7% (del 2008) al 13% (nel2009) di imprese che dichiarano di avere attivitàcon l’estero; questo incremento, che haconsentito di ridurre (-3,8 punti) parzialmenteil gap con il dato italiano del 2008 (-5,4punti percentuali), è stato prodotto principalmentedal forte incremento del grado di internazionalizzazionedelle grandi imprese delLazio, che passano dal 15% al 55,8% del2009.Figura 18 - Percentuale di imprese che svolgono R&S esterna, classificazione per distanza geografica, 2009.Tabella 9 - Percentuale di attività di R&S svolta esternamente dalle imprese, 2009LazioItalia36,531,81-910-49 50-249 250 e oltre200937,823,618,725,722,512,936,230,4Totale54 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Dalla rilevazione del 2009 emerge come ilgrado di apertura internazionale del sistemaproduttivo regionale abbia sostanzialmente“tenuto” rispetto alla grave crisi che ha colpitoi mercati internazionali e che ha contrattoin maniera significativa il volume del commerciointernazionale. In particolare, si evidenziacome sia aumentata la percentuale di impreseche hanno rapporti con l’estero (13,0% rispettoal 8,7% del 2008), grazie soprattutto a unaumento degli esportatori diretti (+3,8 puntipercentuali), mentre è rimasta sostanzialmenteimmutata la percentuale di imprese chesvolgono forme più avanzate di internazionalizzazione.Guardando al dettaglio dimensionale,si può notare come le buone performancesiano da attribuire principalmente allemedie e grandi unità produttive (54,4% vs15,0%, rispettivamente nelle rilevazioni del2009 e del 2008).Un aspetto da sottolineare è rappresentatodalla relativa stabilità delle imprese tra i diversistati: infatti, tra il 2008 e il 2009, sulla basedel panel di imprese, circa l’85% delle impreseche aveva rapporti con l’estero li ha mantenuti,mentre solo il 15% non li ha più. La crescitacomplessiva dei valori è stata prodotta daun consistente afflusso di nuovi soggettiesportatori o con relazioni internazionali dialtra natura (tale stabilità è superiore a quellafatta registrare dalle altre regioni in cui il 73%delle imprese ha confermato i rapporti conl’estero del 2008).È opportuno sottolineare come, in unTabella 10 - Le forme di internazionalizzazione delle imprese nel Lazio, dettaglio dimensionale, valori percentuali.Attivitàeconomichecon l’esteroEsportazionidiretteAttivitàcommerciali(fiere, mostreall'estero)AccordicommercialiProgettidiricercaImportazioniLazioItaliaLazioItalia1-910-4950-249250 e oltreTotale1-910-4950-249250 e oltreTotale1-910-4950-249250 e oltreTotale1-910-4950-249250 e oltreTotale8,116,346,415,08,712,.232,062,661,914,112,224,943,555,813,015,034,556,374,216,88,015,944,615,08,511,430,660,459,213,011,623,342,554,412,313,832,755,072,115,620081,51,610,12,31,61,94,613,517,02,220091,02,22,23,61,01,32,56,810,31,40,21,46,52,10,31,52,87,713,31,70,72,53,62,70,81,41,85,06,11,40,20,11,11,90,20,10,31,24,20,10,10,00,22,20,10,20,30,91,80,21,60,64,516,11,62,33,78,415,52,5BIC Notes – giugno 2010 – Focus 55


momento di crisi in cui la domanda internazionaleè fortemente soggetta a incertezza, levariabili associate alle diverse tipologie diinternazionalizzazione siano caratterizzateinvece da instabilità elevatissima. In particolareper ciò che riguarda gli investimenti direttiall’estero, gli accordi commerciali per i mercatiesteri e i programmi di ricerca, la percentualedi imprese che non conferma il proprioimpegno appare impressionante (rispettivamente80%, 74% e 60%), anche in considerazionedel fatto che i dati laziali sono sistematicamentepiù stabili di quelli nazionali.Incrociando il grado di internazionalizzazionecon una classificazione settoriale dellediverse attività si evidenzia come i comparti digomma, plastica e chimica e quello dei trasporti,poste e comunicazioni (23,8% e 19,5%delle imprese dichiarano di avere rapporti conl’estero) siano quelli caratterizzati dal maggiorgrado di apertura internazionale, inferiorituttavia ai corrispondenti dati nazionale(35,2% e 22,5%).Confrontando il tutto con l’indagine 2008si evidenzia una buona crescita del grado diinternazionalizzazione per ciò che concerne isettori altri servizi alle imprese (+ 13,9 puntipercentuali), gomma plastica e carta (+12,7%)e quello relativo alle macchine elettriche eapparecchiature elettroniche (+7,7%).Negli altri settori, si riscontrano comunquecrescite importanti ad eccezione del settorealtre industrie manifatturiere, che nel corsodel periodo tra le due rilevazioni ha subitouna riduzione di circa 6 punti percentuali. Lebuone performance non sono state tuttavia ingrado di permettere al Lazio un riavvicinamentoai livelli di internazionalizzazionemostrate dalle altre regioni italiane.Figura 19 - Grado di internazionalizzazione e innovazione, valori percentuali, Lazio.56 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Internazionalizzazione e innovazioneCome ampiamente sottolineato in letteratura,esiste uno stretto legame tra internazionalizzazione,propensione all’innovazione e produttività;una conferma può essere riscontratanel grafico successivo, nel quale viene analizzatala diffusione di innovazioni di prodotto edi processo al crescere del grado di internazionalizzazione.Nel Lazio l’ultima rilevazioneeffettuata mostra come la percentuale diimprese che ha introdotto innovazioni di processopassi dal 10,5% delle aziende non internazionalizzateal 26,6% di imprese che svolgonoexport e fiere all’estero fino ad arrivareal 36% delle imprese con forme più avanzatedi internazionalizzazione. Mostrando unincremento complessivo rispetto al 2008.Anche per ciò che concerne le innovazioni diprodotto, tale relazione sembrerebbe essereconfermata; da notare come tuttavia si siaverificata una sistematica riduzione dell’attivitàdi innovazione per ogni categoria di imprese,ad eccezione delle imprese più internazionalizzate(con un incremento di +7,1 puntipercentuali).È interessante sottolineare come, seppurein un anno di grande difficoltà economica, leimprese internazionalizzate abbiano ulteriormenteaccresciuto l’impegno innovativo, siadi prodotto che di processo, mentre le impresenon internazionalizzate abbiano vistoridurre il flusso di innovazioni in ambo letipologie. Sono in special modo le innovazionidi prodotto quelle più colpite dalla crisieconomica a causa della loro stretta dipendenzadal mercato di sbocco. La contrazione nonè generalizzata tra tutte le tipologie di imprese,ma sembrerebbe colpire in maniera sistematicamentemaggiore le imprese più statichedal punto di vista dell’internazionalizzazione.Impatto della crisi e fattori dilimitazioneLe evidenze che emergono dall’indaginesegnalano per il Lazio un quadro economicogenerale abbastanza favorevole rispetto allasituazione dell’intero territorio nazionale emostrano come l’impatto della crisi sulle condizionidelle imprese laziali abbia avuto conseguenzemeno violente.Nella figura 20 vengono fornite le previsionidelle imprese con riferimento alla variazionedel fatturato nel prossimo biennio (2009-2010). Nonostante il numero di impreselaziali che dichiara di prevedere incrementi difatturato sia inferiore alla media nazionale di0,7 punti percentuali, la figura mostra chiaramentecome la realtà regionale del Lazio presentiuna maggiore percentuale di impresecon prospettive di stabilità e una quota moltoinferiore di imprese con previsioni pessimistichesul fatturato futuro. In particolare, è dasottolineare come la percentuale di grandiimprese laziali che hanno aspettative negativesulle entrate future sia inferiore al dato italianodi circa 18 punti percentuali. Questa tendenzasembra confermata per tutte le classidimensionali, anche se con valori meno pronunciati(per un totale di -3,7). Potrebbeessere questa una delle cause che ha consentitoun’elevata crescita delle imprese registratenel Lazio nel periodo che intercorre tra il2007 e il 2009 (vedi paragrafo relativoall’analisi shift and share).Il dettaglio settoriale evidenzia come la crisiabbia colpito maggiormente il settore deimetalli (con il 26,5% di imprese che prevedonocali del fatturato), della filiera dell’abbigliamento(29,3%) e il settore carta, stampaed editoria (22,8%). La situazione di maggioreinstabilità si riscontra per la fabbricazionedi mezzi di trasporto, il settore apparentementepiù esposto alle maggiori variazioni difatturato (sia in positivo che in negativo). Lacategoria della gomma, plastica e chimicasembrerebbe essere la meno colpita dalla crisi,con una percentuale di oltre il 20% di impreseche ha aspettative di incrementi di fatturatoper il biennio 2009-2010.Uno degli elementi di maggiore interesseper l’interpretazione dei cambiamenti dell’ultimoanno è senza dubbio rappresentato dall’analisidelle strategie adottate in condizionicritiche del mercato.Il primo dato da evidenziare è relativo allaquota di imprese che non ha adottato alcunastrategia in particolare, pari al 36,4%: valorepiuttosto elevato ma che risulta abbondante-BIC Notes – giugno 2010 – Focus 57


Figura 20 - Previsione del fatturato per il biennio 2009-10, per classe dimensionale, Lazio e Italia (valori percentuali).mente al di sotto del dato nazionale (47,1%).Sul dato pesa fortemente il diverso comportamentodelle piccole imprese; mentre il 50,4%di queste ultime sceglie atteggiamenti passivia livello nazionale, nel Lazio la percentuale siriduce al 25,5%, mostrando chiaramentecome si tendano a privilegiare strategie attiveper affrontare la crisi economica.La strategia in assoluto più diffusa è rappresentatadalla riduzione dei costi, indicata dal38,8% delle imprese nel Lazio, a fronte del34,7% della media nazionale. Questo tipo distrategia è adottata soprattutto dalle impresedi grandi dimensioni, la categoria in cui loscarto con il dato italiano diviene più ampio(+11 punti percentuali). Tra le strategie piùadottate c’è da notare anche che l’11% diimprese laziali opta per una riduzione delgrado di apertura internazionale e l’8,3% siimpegna in nuove azioni commerciali. Solo il5,8% tende invece a rispondere alla crisi connuovi investimenti per migliorare l’efficienza.Valore basso ma comunque maggiore rispettoal dato medio nazionale.Queste azioni sono distribuite eterogeneamentetra le diverse classi dimensionali. È dasottolineare che, mentre a livello nazionale lapercentuale di imprese che sceglie strategie passivedi attesa presenta una stretta relazioneinversa con l’ampiezza della classe dimensionale,nel Lazio ciò non è più vero. Sono le medieimprese quelle più passive (45,4% vs 42,6%nazionale) mentre piccole e grandi imprese presentanouna percentuale molto inferiore rispettoal dato italiano (con scarti rispettivamentedi -23,7 e -24,9 punti percentuali.), mostrandocome nel complesso il Lazio sia caratterizzatada una maggiore propensione alle strategie ditipo attivo rispetto alle altre regioni italiane.Questi comportamenti variano notevolmenteal variare della dimensione aziendale.Le grandi imprese in particolare sono caratte-58 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


izzate da diverse strategie attive per reagirealla depressione economica: il 60,8% mira auna reazione basata sulla riduzione dei costi,il 27,8% percorre la via delle azioni commerciali(con un valore di 7,5 punti percentualisuperiore al rispettivo dato nazionale), mentresolo l’8,8% spinge per azioni rivolte all’incrementodegli investimenti tesi ad aumentarel’efficienza (rispetto all’11,2% italiano). È dasottolineare, inoltre, come nessuna delle grandiimprese laziali intervistate abbia dichiaratostrategie basate sulla riduzione dell’attivitàdella R&S.Le reazioni basate sulla riduzione del gradodi apertura internazionale sono maggiormentediffuse tra le imprese di micro e piccoledimensioni, con percentuali sistematicamentesuperiori ai valori italiani. È da sottolineareinfine come sia proprio la categoria delle piccoleimprese che a livello regionale abbiamostrato la maggiore percentuale di unitàproduttive che svolgono investimenti perincrementarne l’efficienza (10,5% contro il4,5% italiano).In ogni modo le strategie in assoluto piùadottate sono rappresentate dal contenimentodei costi e da atteggiamenti passivi (mentre iltrasferimento all’estero della produzione assumeuna rilevanza nulla nel contesto laziale);questi comportanti tuttavia sono maggiormentediffusi tra le imprese di dimensionemicro e medie e tra quelle non dinamiche. Irisultati sono stati infatti ulteriormente approfonditicon alcuni incroci relativi alla dimensionedell’impresa, al grado di apertura internazionalee al grado di dinamismo, attraversoun indicatore che tiene conto della realizzazionedi investimenti e dello svolgimento diattività di R&S.Analizzando separatamente le imprese stratificateper dimensione e dinamismo, è possibilenotare che le micro e piccole imprese chenon svolgono né investimenti né R&S e chesono caratterizzate da bassi gradi di aperturainternazionale, sono caratterizzate in assolutodalla maggiore propensione a strategie passivedi risposta alla crisi. Al crescere della dimensioneaziendale e del grado di dinamismo ilquadro si arricchisce.Le strategie di riduzione dei costi e degliinvestimenti volti ad aumentare l’efficienzasembrerebbero essere crescenti all’aumentaredel grado di dinamismo delle imprese. Dasegnalare inoltre che il rilievo delle reti e dellealleanze con altre imprese è molto maggioreper le imprese che svolgono attività di ricercae sviluppo.Sembrerebbe che le medie imprese piùdinamiche (attività con l’estero e attività diR&S) abbiano prevalentemente operato sullariduzione dei costi senza tuttavia ridurre né imargini di profitto, né le attività di ricerca esolo in parte sul grado di apertura internazionale(spostandosi semmai su altri mercati esteri).Le piccole imprese più dinamiche hannointensificato le attività di R&S (9,9%), mentrela strategia di ridurre il proprio grado di aperturaappare ancora una volta una strategiapiuttosto diffusa (10,3%).Sono in particolar modo le grandi impresea optare per strategie attive alternative; svolgonoattività di Ricerca e stanno reagendo allacrisi, oltre che attraverso la riduzione dei costi(31,7%) e delle azioni commerciali (34,7%),con un netto incremento degli investimentivolti ad aumentare il grado di efficienza(29,7%).A livello settoriale è possibile notare come isettori relativamente più passivi siano quellidella filiera alimentare (65,7% di imprese chenon compiono alcun tipo di azione in particolare),della fabbricazione dei mezzi di trasporto(68,8%) e dei metalli (65,2%). Per quelloche concerne i settori più dinamici, il settoredelle macchine elettriche e apparecchiatureelettroniche e quello della carta, stampa ededitoria sono caratterizzati dalle maggioripercentuali di imprese che effettuano nuoviinvestimenti volti ad incrementare l’efficienza(11,5% e 9,7% rispettivamente).La riduzione dei costi è più diffusa nei settorialtri servizi alle imprese (42,4%), nellameccanica (37,7%) e nel comparto delle macchineelettriche ed apparecchiature elettroniche(36,1%), mentre la riduzione dei marginidi profitto (per essere più competitivi) èattuata in maniera significativa esclusivamentedalla filiera dell’abbigliamento (10,1%). SiBIC Notes – giugno 2010 – Focus 59


Figura 21 - Alcune delle strategie adottate in condizioni di crisi, per classe dimensionale, valori percentuali (inparentesi i valori relativi all’Italia).segnala infine come i settori in altri servizi alleimprese e carta, stampa ed editoria siano statiquelli che hanno reagito in modo più fortecon una diminuzione relativa dell’aperturainternazionale (13,3% e 10,3%).In figura 22 viene presentata l’analisi dell’impattodella crisi su alcune delle principaliaree di attività delle imprese laziali. Le indicazioniche emergono segnalano come la crisieconomica internazionale abbia avuto effettinegativi rilevanti su una percentuale di impreseche va, a seconda delle grandezze analizzate,dal 33,1 al 45,9% delle imprese (24). Ilritardo nei tempi di pagamento dei clienti(45,9% vs 51,8% Italia) e il peggioramentodelle relazioni con le banche (45,1% contro il47,6% medio nazionale) rappresentano i principalieffetti negativi della crisi. Altrettantorilevante sembra essere l’impatto sul volumedegli affari (45,3%) e sul livello dei prezzi praticati,che ha riguardato circa il 36% delleimprese laziali (40,3% Italia); l’effetto sull’occupazioneappare relativamente meno diffuso,ma ha riguardato in ogni modo più del 33%delle imprese nel Lazio (percentuale inferiorerispetto al dato italiano del 36,5%).24. Si è chiesto alle imprese intervistate di indicare gli effetti della crisi su alcune grandezze, attraverso una scala 1-10, dove 1 rappresenta un “impatto negativo assente” e 10 “impatto negativo massimo”. Le percentuali rappresentatefanno riferimento alle imprese che hanno indicato un valore pari o superiore a 6. Nel grafico sono rappresentate leclassi “6 – impatto medio”, “7-8 – impatto alto” e “9-10 – impatto molto alto”.60 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Il dettaglio per classe dimensionale evidenziaun quadro di maggiore sofferenza (in relazionea quasi tutte le variabili considerate) perle imprese delle fasce dimensionali intermedie,con un impatto particolarmente rilevantesul volume di affari e sui rapporti con le banche.È da sottolineare come le grandi impresesiano quelle che soffrono maggiormente l’incrementodei tempi di pagamento dei clienti.Il peggioramento del quadro economicogenerale nell’ultimo anno ha avuto effettiimportanti sulle strategie di crescita. Si è registratoinfatti un aumento dei fattori chehanno limitato la capacità di realizzare investimenti.In assoluto le prospettive di mercatosfavorevoli (per il 26,9% delle imprese controil 33,5% italiano) e le maggiori difficoltà nell’accessoal credito (per il 11,9% a fronte del18,4% del campione nazionale) hanno rappresentanoil principale ostacolo, delle impresenel Lazio (25). C’è da sottolineare come leprincipali difficoltà siano state riscontrate perle imprese maggiormente dinamiche. Circa il33% delle imprese che svolgono attività diFigura 22 - Impatto della crisi su alcuni dei principali aspetti dell’attività aziendale, per classe dimensionale,valori percentuali.25. Anche in questo caso i risultati fanno riferimento a una variabile espressa su scala ordinale 1-10: il valore 1 indicache la grandezza analizzata non ha rappresentato un fattore di limitazione alla realizzazione di investimenti, 10 rappresentaal contrario il massimo impatto negativo. Le percentuali indicate fanno riferimento ai valori superiori o ugualial 7.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 61


Figura 23 - Fattori di limitazione alla realizzazione di investimenti, indagine 2009, valori percentuali.R&S dichiarano infatti di avere forti limitazionidi crescita proprio a causa della difficoltà diaccesso al credito (con difficoltà che sembranoridursi di pari passo con la riduzione delgrado di dinamismo). Sebbene la situazioneregionale mostri certamente dinamichemigliori rispetto a quelle delle altre regioni,non va sottovalutato il dato relativo all’accessoal credito, abbondantemente inferiore allamedia nazionale, sintomo che la realtà regionalelaziale ha mostrato migliori segni ditenuta alla crisi.Dall’indagine emergono pertanto numerosisegnali che fanno pensare ad un forte peggioramentodei rapporti tra imprese e banche esono coerenti con i risultati dei diversi ambiti dianalisi. Nelle figure successive (24 e 25) siapprofondisce il tema analizzando con maggioredettaglio il quadro dell’accesso al credito.Dall’analisi della figura 24, relativa alle soleimprese che hanno dichiarato di avere debitibancari (per la precisione un’incidenza deidebiti bancari sul fatturato maggiore di zero),emerge un deterioramento relativamenteminore delle condizioni dell’accesso al creditonel Lazio rispetto alle evidenze del campionenazionale. In particolare si rileva un peggioramentodelle condizioni per una percentualeche va dal 32% al 41% a seconda dellagrandezza considerata: l’impatto relativamentemaggiore si ha per quello che riguarda lemaggiori garanzie richieste (41,2% contro il43,7% del dato nazionale), la riduzione delcredito concesso (37,8% contro il 40,4%Italia) e l’incremento dei tassi di interesse(37,9% vs 40,0%). La percentuale relativa alrifiuto nell’apertura di nuove posizioni è leggermentemeno diffusa (31,8%), ma occorrepuntualizzare come sia concentrata soprattuttotra le medie imprese (fascia 50-249 addet-62 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


ti, dove la percentuale arriva al 40,9%). Taleevidenza sembra coerente con i segnali di difficoltàrelativi a queste imprese che sonoemersi in altre sezioni dell’indagine. Le percentualiinferiori rispetto alla media italianaevidenziano esclusivamente dei rapporti conle banche meno difficoltosi rispetto al datonazionale, rapporti che in ogni modo si sonofortemente deteriorati nel corso dell’ultimoanno.Questi risultati disegnano un quadro caratterizzatoda un irrigidimento molto marcatodell’accesso al credito e delle condizioni applicatedalle banche, con un impatto rilevantesulle strategie di crescita. La figura 25 approfondiscei risultati sulla base del grado di dinamismodelle imprese.Lo scenario italiano e, in modo particolaredel Lazio, al di là dei dati aggregati sui volumidi credito, appare particolarmente serio:• la crescita degli operatori più dinamiciappare frenata dai limiti sul credito (circaun terzo dei casi (32,5% a fronte del37,8% relativo al dato nazionale);• le imprese più dinamiche sono quellemaggiormente colpite dall’incremento deitassi di interesse (38% vs 36,4% italiano);• gli operatori meno dinamici hanno subitoun incremento complessivo degli onerifinanziari unitari con un’apprezzabilecontrazione delle disponibilità;• le imprese con un grado di dinamismominore hanno scontato la richiesta di unmaggior livello di garanzie (probabilmenteproprio a causa dei minori investimentifissi da portare come eventuale garanziaalle banche).Figura 24 - Impatto della crisi nei rapporti con le banche, per classe dimensionale, valori percentuali (tra parentesi ivalori Italia). Solo imprese con debiti bancari.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 63


Figura 25 - Impatto della crisi nei rapporti con le banche, per grado di dinamismo (investimenti e attività di R&S),valori percentuali. Solo imprese con debiti bancari.In tutti i casi le aree problematiche del creditosono sottolineate da una percentuale elevatissimadi aziende.L’evidenza più preoccupante si riscontraper le imprese più innovative e dinamiche.Tali imprese rappresentano infatti la categoriapiù colpita in relazione all’aumento deglioneri finanziari con forti impatti anche sullariduzione del credito e sul rifiuto di aperturadi nuove posizioni.In periodi di crisi in cui l’attività innovativarappresenta una delle spinte fondamentali permettere in moto processi virtuosi di crescita,l’inasprimento del rapporto tra le banche e leimprese più dinamiche rappresenta una limitazioneche difficilmente non produrrà effettipersistenti sulla crescita. Se l’unico aspettopositivo della crisi risiede nell’autoselezionedel mercato delle imprese più meritevoli,l’evidenza dell’analisi mostra una dinamicapreoccupante che rischia di colpire proprio leimprese più dinamiche e danneggiare pesantementei processi di crescita di lungo periodo.Un duro colpo per chi confidava nelle proprietàtaumaturgiche del libero mercato.Il ruolo delle reti: una spinta per ildinamismoÈ utile infine concentrare l’attenzione su unaspetto finora tenuto in disparte, il grado diappartenenza alle reti, un fenomeno cheaccresce la propria rilevanza anche alla lucedell’elevata stabilità mostrata nel corso delledue rilevazioni 2008 e 2009. La variabile inconsiderazione ha l’obiettivo di discriminaretre diverse tipologie di connessioni tra imprese:assenza di reti locali, presenza di reti semplicied appartenenza a reti avanzate. Nel pre-64 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 26 - Impatto della crisi su alcune variabili di interesse, per complessità della rete, valori percentuali.sente contesto si tenterà di riesaminare alcunedelle conclusioni emerse dalla precedente analisialla luce di questa nuova categorizzazione.A livello distributivo, analogamente a quantoavviene a livello nazionale, le imprese delLazio sembrerebbero propendere per reti dicomplessità crescente al crescere della dimensioneaziendale.La figura 26 sintetizza i valori percentualidelle imprese che affermano di aver subito unforte impatto della crisi sulle variabili prese inconsiderazione. Dall’analisi appare evidentecome al crescere della complessità della rete diappartenenza le imprese dichiarino un peggioramentorilevante del rapporto con le banche.Nel complesso, passando dall’assenzatotale di reti all’appartenenza a una qualsiasitipologia di rete, si assiste ad un peggioramentodella maggior parte della variabili in considerazione.In particolar modo la differenzapiù marcata si riscontra per ciò che concerne irapporti con le banche (si passa dal 28,7%delle imprese che non appartengono a nessunarete locale, al 37,8% delle reti avanzate).Da sottolineare anche lo scarto tra assenza epresenza di reti in relazione all’effetto suitempi di pagamento dei clienti; tale fenomenoè probabilmente dovuto ad effetti a catenaderivanti dalla stessa natura delle reti.Un forte impatto si riscontra anche per ciòche concerne la variazione del livello deglioccupati.L’analisi sulla previsione del fatturato 2010(in figura 27) mostra chiaramente come alcrescere del grado di complessità della rete diappartenenza, le imprese tendano ad incrementarele aspettative favorevoli sul fatturatofuturo. Nel dettaglio la percentuale di impresecon attese positive passa dal 13,1% delleimprese non appartenenti ad alcuna tipologiadi rete, al 16,1% delle reti semplici fino adarrivare al 18,3% delle imprese con rapporti direte avanzate. In maniera del tutto specularele aspettative negative sono strettamenteBIC Notes – giugno 2010 – Focus 65


Figura 27 - Previsione del fatturato, per complessità della rete, valori percentuali.decrescenti all’aumento della complessità deirapporti di rete. Alla luce di quanto mostratoè pertanto possibile affermare come l’appartenenzaalle reti possa rappresentare una variabiledi interesse per ciò che concerne la reazionealla crisi e le aspettative sul fatturatofuturo.Per quello che riguarda le strategie di reazionealla crisi il quadro appare variegato.Sono specialmente le imprese che non appartengonoad alcuna tipologia di rete a preferireatteggiamenti passivi che non prevedonoalcun tipo di azione in particolare (39% controcirca il 32% delle imprese con una qualcheappartenenza alle reti). Le strategie più dinamiche,al contrario, sembrano essere per lopiù crescenti al crescere della complessità dellarete. Eccezione fatta per la strategia di riduzionedei costi (messa in atto principalmentedalle imprese non appartenenti ad alcunarete), la figura 28 mostra che le strategie piùvirtuose (alleanze, nuovi investimenti perincrementare l’efficienza ed incrementi nell’attivitàdi R&S) sono messe in atto principalmentedalle imprese con un grado maggioredi complessità della rete.Per quello che riguarda il flusso di innovazioniprodotte, la figura 29 evidenzia unarelazione positiva tra la probabilità dell’innovazionee la dimensione della rete; la percentualedi imprese che introduce almeno un’innovazionepassa infatti dal 23,1% per leimprese che non appartengono a alcunaforma di rete al 34,4% delle imprese facentiparte delle reti più avanzate. In figura 30viene infine mostrato che, di pari passo con ilflusso di innovazioni, anche il grado di dinamismoe l’attività di Ricerca e Sviluppomostrano una forte dipendenza positiva conla presenza delle reti. In particolare quest’ultimapresenta una dipendenza strettissima conla variabile in questione: il crescere dell’attivitàdi R&S al crescere del grado di complessitàdella rete sembrerebbe di tipo esponenzialecon gradini crescenti (3,9%-4,9%-12,3%rispettivamente associati alle diverse tipologiedi rete).I principali fattori di limitazione agli inve-66 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 28 - Strategie di risposta alla crisi, per complessità della rete, valori percentuali.Figura 29 - Introduzione di innovazioni, per complessità della rete, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 67


Figura 30 - Grado di dinamismo, per complessità della rete, valori percentuali.Figura 31 - Fattori di limitazione all’investimento, suddivisione per appartenenza alle reti, dettaglio regionali,valori percentuali.68 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


stimenti sembrerebbero colpire in manierasistematicamente maggiore le imprese con retiavanzate.In particolar modo le prospettive di mercatosfavorevoli e la difficoltà di accesso al creditosembrerebbero, oltre agli elevati costi dellerisorse energetiche, i fattori di maggior impattosu questa categoria di imprese.Analizzando il rapporto con le banche lasituazione appare ancor più problematica: lacategoria di imprese più dinamiche, più innovativee con il maggior grado di internazionalizzazione(quelle appartenenti a reti avanzate)sembrerebbe quella più penalizzata a livellofinanziario.Sarebbe pertanto opportuno, per riavviareun processo di crescita in questo periodo dicrisi internazionale, andare a valutare singolarmentele posizioni finanziarie delle diverseimprese in modo da favorire i finanziamentiverso le aziende più meritevoli e dinamiche.Questo principio si scontra tuttavia con lerestrizioni imposti alle banche dalla sempremaggiore stringenza dei vincoli di Basilea 2.3. Caratteristiche delle microimprese lazialiIn questo capitolo si approfondiscono gli elementiriconducibili ai principali fattori didebolezza e alla domanda di policy dellemicro imprese del Lazio. Si tratta di un’analisiriferita alle evidenze che emergono dall’indaginecampionaria presentata nel capitoloprecedente, con riferimento esclusivo alleimprese con un numero di addetti compresotra 1 e 9 unità. Si vuole in tal modo offrire unquadro di dettaglio di una tipologia di impresache può, con le limitazioni del caso,approssimare il principale target di riferimentodelle attività gestite da BIC Lazio.Le informazioni sulla domanda di policypossono essere ricavate, in prima battuta,dalle caratteristiche generali e dalle determinantidella competitività delle imprese, peresempio dalle analisi sull’importanza dellaricerca e dell’innovazione o dell’internazionalizzazione,così come dagli approfondimentisul ruolo delle reti locali e dei collegamenti traimprese.Figura 32 - Rapporto con le banche, Lazio, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 69


Scendendo a un livello meno generale siricavano indizi di grande rilievo approfondendoi limiti che le imprese hanno incontrato inalcune funzioni considerate determinanti peril processo di sviluppo e alcuni fabbisogniesterni delle imprese considerati qualificanti.L’idea alla base dell’analisi è che, oltre allapresenza dei tradizionali fallimenti del mercato(tipicamente legati alle attività di R&S),esistano altri campi nei quali il livello di produzioneo di utilizzo delle risorse sia sub ottimaleper la presenza, anche temporanea, difreni o ostacoli allo sviluppo. In particolaresono stati considerati eventuali ostacoli all’utilizzodelle risorse (realizzazione di investimenti),allo svolgimento di attività di Ricerca,allo sviluppo di innovazioni, accanto a quelliconnessi con la disponibilità di risorse (debolezzefinanziarie e difficoltà nell’accesso al credito,disponibilità e qualificazione del personale).Le diverse questioni affrontate possonoessere raggruppate in un elenco delle principalitematiche affrontate:• diffusione e criticità di alcuni caratteri ritenutirilevanti: ricerca, innovazione e internazionalizzazione;• capitale umano;• debolezze finanziarie e fattori di limitazionealle strategie di crescita;• strategie nel modo di affrontare la crisi eruolo delle reti;• modalità di accesso alle agevolazioni e relazionicon l’Amministrazione regionale.I risultati descritti nelle pagine successivefanno riferimento, se non diversamente indicato,alle micro imprese (1-9 addetti) delLazio; per arricchire il quadro informativovengono inoltre indicati i valori relativi alcampione nazionale (per alcuni fenomeni diinteresse si riporta anche il risultato di alcuneregioni di benchmark).Ricerca, innovazione einternazionalizzazioneLa ricerca di elementi di debolezza dellemicro imprese del Lazio può fare riferimentoin prima istanza alla diffusione e agli elementidi criticità relativi ad alcuni fattori che comunementevengono considerati come chiaveper la crescita e il successo delle imprese, valea dire le attività di R&S, i percorsi dell’innovazionee il grado di internazionalizzazione.La tabella 11 mostra le frequenze relativead una variabile di dinamismo nelle strategiedi sviluppo, che considera contemporaneamentesia le attività relative alla realizzazionedi investimenti che quelle che fanno riferimentoalla R&S.Il primo dato che emerge è quello relativoal forte ridimensionamento nella diffusionedelle attività R&S nell’ultimo anno tra leimprese industriali, sia a livello nazionale (dal5,6% al 3,8%) che tra le aziende laziali, dove lapercentuale di imprese che ha svolto programmidi ricerca si è più che dimezzata nell’ultimoanno (dal 5,2 al 2,4%). Anche nell’aggregatodei servizi alle attività produttive,dove si registra una maggiore diffusione delleattività di ricerca rispetto ai settori dell’industria,si registra un calo nell’ultimo anno. NelLazio si passa da un 7,7% di imprese che svolgevanoR&S nel 2008 al 5,5% dell’ultimoanno, a fronte di un calo a livello nazionaledal 7,0 al 6,6%.Il dato relativo alla realizzazione di investimenti,al contrario, appare più stabile a livellonazionale, e addirittura in crescita nel Lazio,soprattutto nei servizi, che nel 2008 avevanosegnalato un gap piuttosto consistente nellarealizzazione di progetti di investimento; sipassa infatti da una percentuale del 20,6% nel2008 (Italia 30%) al 30,1% nella rilevazionedell’ultima indagine (Italia 31,8%). Anche nelcomparto dell’industria nel Lazio si assiste auna crescita degli investimenti, il valoreaumenta infatti dal 25,4 al 29,9% (Italia dal27 al 28,3%).Vale la pena di evidenziare alcuni aspettisoprattutto con riferimento alle attività diricerca. Come si è visto nel capitolo dedicatoalle caratteristiche delle imprese di tutte le70 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Tabella 11 - Grado di dinamismo relativo alle attività di ricerca e alla realizzazione di investimenti, industria in sensostretto e servizi alle imprese, 2008 e 2009, valori percentuali.IndustriaServiziNé investimenti né R&SInvestimentiR&S (e investimenti)Né investimenti né R&SInvestimentiR&S (e investimenti)Lazio200967,829,92,464,430,15,5Italia2008 2009 200869,4 67,9 67,425,4 28,3 27,05,2 3,8 5,671,7 61,5 63,120,6 31,8 30,07,7 6,6 7,0Tabella 12 - Quota di ricerca svolta esternamente (fatto 100 il totale delle attività R&S), per classe dimensionale,valori medi 2008.Classe di addetti1-910-4950-249250 e oltreTotaleLazio200936,537,823,618,736,2Italia2008 2009 200853,031,843,937,925,737,226,022,523,75,512,918,751,430,441,5classi dimensionali, le scelte per così diremoderne (ovvero di chi opera nell’ambitodella concorrenza sui mercati mondiali) sonopiù diffuse percentualmente tra le imprese dimaggiore dimensione, ma le quote, ancheapparentemente modeste, delle imprese piccolerappresentano un fenomeno da non trascurareche merita più attenzione ed analisiper approfondirne aspetti di successo e puntidi debolezza. In regioni particolarmentedinamiche la quota di micro imprese attive nelcampo della ricerca appare particolarmenterilevante: con riferimento al comparto industrialesi registrano percentuali del 7,7% inPiemonte, del 5,5% in Emilia Romagna e del5,9% nelle Marche, per citare i casi di eccellenza.Il secondo da sottolineare è il carattere dimarcata fragilità che si associa a queste attivitànelle imprese di piccolissime dimensioni;debolezza che trova piena manifestazione inun periodo caratterizzato da una congiunturaeconomica negativa. La fragilità intrinseca diqueste strategie è strettamente connessa conle modalità con le quali viene svolta la ricercadalle micro imprese. Tendenzialmente infattinei comparti dimensionali piccoli e piccolissimiè maggiore il ricorso ad un tipo di attivitàdi ricerca che si basa principalmente su relazioniesterne all’impresa stessa (imprese, laboratori,università).La tabella 12 evidenzia in maniera chiara ilfenomeno; viene infatti rappresentata la quotamedia di ricerca realizzata all’esterno sul totaledelle attività svolte nel campo. È possibilenel dettaglio osservare due aspetti: una relazioneindiretta con la dimensione delle imprese,con le micro imprese che effettuano attivitàdi ricerca prevalentemente all’esterno; uncalo molto accentuato nell’ultimo anno. Sipuò supporre che la crisi abbia portato ingenerale a una riduzione delle spese in R&S,e che tale riduzione abbia colpito in manierarelativamente maggiore le imprese con attivi-BIC Notes – giugno 2010 – Focus 71


tà di ricerca meno strutturate, dove il peso deiprogrammi di ricerca svolti attraverso relazioniesterne è più rilevante.Tra le micro imprese laziali la quota mediadi ricerca svolta all’esterno era nel 2008 del53%, valore superiore al dato nazionale del43,9%, mentre si è ridotta in maniera evidentenel 2009 al 36,5%, valore che resta comunquesuperiore alla media Italia, che nello stessoanno è calata al 31,8%. Vale la pena di notarecome al contrario la quota tra le impreselaziali delle fasce dimensionali intermedie siarimasta sostanzialmente stabile.La fragilità delle attività di ricerca è ulteriormenteconfermata attraverso l’analisi dei comportamentidelle imprese del campione panel(vale a dire delle imprese intervistate inentrambe le indagini campionarie). Si osservainfatti un forte grado di instabilità: la matricedi transizione (riportata nella tabella 3) evidenziaun’elevata probabilità di uscita dai programmidi ricerca (46,8% tra le imprese laziali,inferiore al dato nazionale del 53,7%). Lapercentuale osservata di nuove “entrate”(imprese che svolgono R&S nel 2009 senzache lo facessero nel 2008) è del 3,1%, leggermenteinferiore alla media nazionale pari al3,7%.Per quanto riguarda i pattern dell’innovazioneè possibile segnalare per le micro impreselaziali una buona performance rispetto alleevidenze del campione nazionale; l’impattodella crisi nell’ultimo anno appare tuttaviamolto elevato anche in questo tipo di campo.Nella figura 33 vengono rappresentate lepercentuali delle imprese che hanno introdottoalmeno una tipologia di innovazione, relativamenteall’indagine del 2009 e a quella realizzatanell’anno precedente. La diffusionedelle innovazioni nel Lazio appare in lineacon il dato nazionale nel comparto dell’industria,mentre si osserva un comportamentoparticolarmente virtuoso tra le aziende deiservizi. Come si è accennato in precedenza,nell’ultimo anno si assiste a una riduzioneintensa nell’introduzione di innovazioni: lapercentuale di imprese innovative passa dal 29al 18,1% nel settore industriale (dal 30,6 al18% in Italia) e dal 35,2 al 26,9% nel compartodei servizi (media nazionale dal 28,6 al20,6%).La riduzione nell’ultimo anno delle innovazioniha riguardato esclusivamente quellelegate all’introduzione di nuovi prodotti equelle relative all’upgrading dei processi produttivi,mentre le innovazioni organizzative egestionali sono rimaste sullo stesso livello dell’annoprecedente. La diversa evoluzione diquest’ultima tipologia di innovazione potrebbeessere attribuita al relativo minor costonecessario per l’implementazione delle modifichead essa collegata, vista la non necessariapresenza di investimenti materiali ed un relativominore costo delle modifiche organizzativein contesti aziendali di dimensioni micro.Da queste prime analisi si segnala per leimprese laziali un quadro caratterizzato daelementi di debolezza legati all’impatto dellacrisi che risulta particolarmente accentuatonelle attività della ricerca. Il benchmark riferitoai comportamenti della media nazionale e aquelli di regioni particolarmente dinamicheevidenzia una minore diffusione delle attivitàdi R&S nelle micro imprese laziali. I percorsiTabella 13 - Matrice di transizione delle attività di R&S nel 2008 e nel 2009, valori percentuali.LazioItaliaR&S nel 2008SiNoSiNoSi53,23,146,33,7R&S nel 2009No46,896,953,796,372 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 33 - Imprese che hanno introdotto almeno una forma di innovazione, valori percentuali, 2008 e 2009.dell’innovazione, pur all’interno di un quadrodi debolezza legato alla difficile congiuntura,sembrano viceversa disegnare comportamentirelativamente virtuosi.Un’ulteriore area di interesse per l’analisidei comportamenti delle imprese riguarda ifenomeni relativi all’internazionalizzazione.Come segnalato nei capitoli precedenti nell’ultimoanno si è assistito ad un aumento,seppur modesto, delle imprese che dichiaranodi avere rapporti con l’estero: nel Lazio la percentualedi imprese è infatti passata dall’8,1 al12,2%, a fronte di un andamento rilevato sulcampione nazionale rispettivamente del 12,2e del 15%. La spiegazione di una maggiorediffusione delle relazioni internazionali in unperiodo di forte contrazione del commerciomondiale può essere attribuita proprio allanecessità di trovare nuovi mercati di sbocco inperiodi di rallentamento dell’economia.La crescita del grado di apertura internazionale,pur in un anno di crollo in valore delcommercio mondiale e anche delle stesseesportazioni regionali, è infatti da attribuiread un aumento delle imprese che esportano,che passa, tra le micro imprese laziali, dal 7,5%Tabella 14 - Tipologia di innovazioni introdotte, valori percentuali, 2008 e 2009.Prodotto principaliProdotto secondarieProcesso principaliProcesso secondarieOrganizzative/gestionaliLazio20096,37,95,75,812,1200814,610,910,59,512,2Italia20097,58,05,76,511,4200816,915,29,68,210,7BIC Notes – giugno 2010 – Focus 73


egistrato nel 2008 all’11,2% dell’ultimo annoconsiderato. Il grado di apertura internazionalerisulta inferiore a quello che si rileva perla media nazionale, dove la percentuale diimprese che esportano è pari al 13,1% (10,4%nel 2008). Le forme di internazionalizzazioneavanzata (accordi commerciali, relazioni perattività di R&S, produzione all’estero e partecipazioniin imprese straniere) appaiono increscita restando tuttavia un fenomeno marginale(1% tra le imprese laziali e 2% per il campionenazionale). Anche in questo caso occorresottolineare come l’articolazione regionaledel fenomeno segnala situazioni di eccellenza,come nel caso dell’Emilia Romagna e delVeneto dove la quota di micro imprese internazionalizzatesupera il 3,5%.L’approfondimento relativo ai mutamentiavvenuti nell’ultimo anno, attraverso l’analisidelle imprese intervistate in entrambe le rilevazioni,segnala un intensa instabilità (tabella15).Capitale umanoDopo aver offerto una sintetica rappresentazionerelativa alla diffusione di alcuni fenomenirilevanti, è opportuno approfondire alcunicaratteri di debolezza rilevabili attraverso irisultati dell’indagine. In particolare verrannoricercati i fattori che possono operare comeTabella 15 - Imprese che hanno rapporti con l’estero (incluse esportazioni e importazioni),valori percentuali, 2008 e 2009.IndustriaServiziTotale200920082009200820092008Lazio12,69,212,17,812,28,1Italia16,813,614,211,515,012,2Tabella 16 - Forme di internazionalizzazione, valori percentuali, 2008 e 2009.LazioItaliaExport e fiere200911,213,120087,510,4Internazionalizzazione avanzata2009 20081,00,62,01,8Tabella 17 - Matrice di transizione delle forme di internazionalizzazione, valori percentuali, 2008 e2009, micro imprese del campione nazionale.2008Non internazionalizzateExport e fiereInternazionalizzazione avanzata2009Non internazionalizzate Export e fiere94,637,936,14,359,617,9Internazionalizzazioneavanzata1,02,546,174 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


elementi di limitazione alle strategie di crescitadelle imprese, analizzando diverse aree diattività aziendali.In questo paragrafo vengono approfonditigli aspetti relativi al capitale umano. Un primoelemento informativo riguarda la diffusione dipersonale altamente qualificato, rappresentatonel nostro caso attraverso la percentuale dilaureati sul totale degli addetti.I risultati, riportati nella figura 34, segnalanoun quadro ancora meno favorevole diquanto era naturale attendersi (soprattuttoper l’aggregato industria dove la componenteartigianale è prevalente per le dimensioniaziendali considerate): tra le micro impreselaziali la percentuale media di addetti laureatiè del 2,8% nel settore industria, e del 6,8% nelcomparto dei servizi alla produzione, a frontedi valori per la media nazionale rispettivamentedel 3,2 e 10,7%. La percentuale di microimprese con almeno un addetto laureato è del7,6% nelle aziende industriali e del 16,4% neiservizi (Italia 10,7 e 22,1%).A un grado di istruzione modesto si affiancaanche uno scarso impegno per il rafforzamentodelle competenze; infatti soltanto lo0,5% delle imprese industriali e il 2,0% diquelle dei servizi ha dichiarato di aver realizzatoinvestimenti per la formazione del personale,in linea con le evidenze che emergono alivello nazionale (rispettivamente 0,3 e 2,2%).Relativamente più favorevole è la situazioneche emerge con riferimento agli investimentiin ICT (strumenti e servizi informatici, sitiinternet, ecc.), che ha riguardato il 4% circa(Italia 3,1%) delle micro imprese manifatturieree l’8,3% di quelle dei servizi (12,3%).Dettagli d’interesse emergono dall’analisidei fattori di limitazione alla realizzazione diinvestimenti. Per il 5,5% delle imprese lazialila carenza di risorse umane qualificate ha rappresentatoun elemento di criticità, a fronte diun 4,3% che ha invece segnalato una carenzanelle competenze manageriali; rispetto al quadronazionale sembra manifestarsi una situazionedi minore debolezza: le percentuali delcampione complessivo sono infatti rispettivamentedel 5,6 e del 7,0%.Tuttavia non sembra assente la percezioneche le competenze aziendali siano un fattorechiave per lo sviluppo dell’impresa. Circa il15% delle imprese ha infatti dichiarato cheFigura 34 - Imprese che hanno introdotto almeno una forma di innovazione, valori percentuali, 2008 e 2009.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 75


Figura 35 - Imprese che hanno realizzato investimenti in formazione, valori percentuali.Figura 36 - Imprese che hanno realizzato investimenti in ICT, valori percentuali.occorrerebbe un rafforzamento nel campodelle risorse umane, e il 10% circa in quellodelle risorse manageriali (Italia 13,6 e 17,8%).La propensione alla realizzazione di interventivolti al rafforzamento del capitaleumano appare rilevante. L’elemento di maggiorerilievo è legato ad un forte interesse perazioni di formazione del personale. Il 16,4%delle aziende laziali pensa infatti di svilupparele capacità delle risorse umane attraverso76 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 37 - Imprese per le quali la carenza di risorse umane o quella di risorse manageriali ha rappresentato un fattoredi limitazione agli investimenti.Figura 38 - Imprese che considerano necessario un rafforzamento nel campo delle risorse umane e in quello dellerisorse manageriali, valori percentuali.interventi di training on the job, percentualeche risulta sensibilmente superiore al valoremedio nazionale, pari all’11,5%. Tale opzione,naturalmente, è particolarmente diffusatra le aziende che hanno segnalato elementi didebolezza nell’area delle risorse umane: inquesto segmento la percentuale di impresedisposte ad interventi formativi rivolti ai propriaddetti è del 25,8% (Italia 18,4%).Una seconda opzione che appare non marginaleè quella di acquisire ulteriori figurealtamente qualificate, non sostitutive del per-BIC Notes – giugno 2010 – Focus 77


sonale attuale. Si tratta di una strategia percorribileper l’11% delle imprese del Lazio(Italia 8,9%), valore che passa al 26% se si consideranoquelle che hanno evidenziato lanecessità di rafforzare le risorse umane dell’azienda(Italia 23,2%). Solo il 3% delleimprese ha manifestato l’intenzione di acquisirenuovo personale altamente qualificato asostituzione degli addetti attualmente impiegati.Altre possibili strategie di rafforzamentoappaiono marginali, almeno per la fasciadimensionale che stiamo osservando: si trattanel dettaglio di interventi di rafforzamentoattraverso l’acquisto di servizi esterni e la cooperazionecon imprese e altri soggetti.Debolezze finanziarie e fattori dilimitazione alle strategie di crescitaLa capacità di realizzare strategie di sviluppo èfortemente limitata quando le condizioni economichedel mercato sono critiche.L’attenzione al contenimento dei costi e laricerca di mercati di sbocco divengono le strategieprincipali, mentre la possibilità di implementarepiani e programmi di risposta piùattivi (maggiore apertura internazionale,intensificazione di investimenti e attività diricerca, ricerca di alleanze, ecc.) risultano didifficile attuazione e sembrano essere comportamenticaratteristici delle imprese piùdinamiche. La disponibilità di risorse e gliaspetti di natura finanziaria assumono uncarattere di maggiore criticità.Figura 39 - Principali strategie di rafforzamento nel campo delle risorse umane, valori percentuale(in parentesi i dati relativi all’Italia).78 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Se si analizzano i fattori di limitazione allarealizzazione di investimenti indicati nelle dueindagini, infatti, si osserva un aumento marcatodelle voci relative al rapporto con le banchee alla modesta capitalizzazione. Le difficoltàdi accesso al credito hanno rappresentato unostacolo alla realizzazione degli investimentiprogrammati per il 18,8% delle imprese laziali,a fronte dell’11,8% registrato nel 2008; lamodesta capitalizzazione societaria, che erasentita come elemento critico solo per l’8,4%delle aziende nel 2008, nel 2009 risulta esserestata un fattore limitante per il 20% circadelle imprese intervistate. È quindi aumentatain maniera evidente la percentuale diimprese che ha dovuto rinunciare a progettipotenzialmente vantaggiosi per mancanza dirisorse, dal 15,2% del 2008 al 23,7% relativoall’ultima indagine campionaria.Le problematiche di natura finanziaria, cheverranno ulteriormente approfonditi nelleprossime sezioni, non rappresentano tuttaviagli unici elementi di limitazione che hannoostacolato la capacità di realizzare investimenti.Le procedure burocratiche, i costi dellerisorse energetiche, la mancanza di locali adatti,e l’incapacità di individuare progetti di crescitarappresentano elementi tutt’altro cheirrilevanti.Se si considerano le problematiche relativealle aziende attive nel campo dell’innovazionee della ricerca e sviluppo si osserva, come eranaturale attendersi, un grado di criticità degliaspetti finanziari ancora maggiore. La difficoltànel reperimento delle risorse finanziarie, perprogetti caratterizzati da un grado di rischiositàelevato, rappresenta il principale fattore diostacolo, per il 36,4% delle imprese laziali attivenel campo innovazione e ricerca, valore cheappare molto superiore a quello che si rilevasul campione nazionale, pari al 22,7%.La debolezza nella capacità di individuareprogetti e percorsi per la realizzazione di interventirelativi all’introduzione di innovazioni, eallo svolgimento di attività di ricerca, e la mancanzadi risorse umane altamente qualificateappaiono ulteriori elementi di criticità.Se si analizzano le esigenze di rafforzamen-Figura 40 - Principali fattori di limitazione alla realizzazione di investimenti, 2008-2009, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 79


to non emerge per le imprese del Lazio unasensibilità relativa al consolidamento dellastruttura finanziaria da ottenere attraverso unaumento della capitalizzazione. Questo risultatoappare in controtendenza rispetto alleevidenze mostrate in precedenza, per le qualisi registrava una percentuale di imprese considerevoleche indicava come rilevante limitazioneagli investimenti la propria scarsa capitalizzazione.Una possibile interpretazionedel fenomeno, soprattutto nel caso delle piccoleimprese, potrebbe essere connessa allapercezione che gli stessi imprenditori hannodelle proprie potenzialità di crescita e patrimoniali.Una strategia basata su di un rafforzamentodella capitalizzazione sembra quindipotenzialmente meno implementabile rispettoad altre azioni (quali il reperimento di ulterioririsorse finanziarie all’esterno), nonostanteil basso livello di capitalizzazione siacomunque percepito come una debolezzastruttale dell’impresa. Soltanto il 20% delleimprese, infatti, ha dichiarato che una maggioredisponibilità di capitale proprio migliorerebbele prospettive; si tratta di un valoremolto inferiore a quello che si registra a livellonazionale, pari al 30% circa, e in altre regionidi rilievo come le Marche (33%) o l’EmiliaRomagna (36% circa).Al contrario è segnalata in modo accentuatol’esigenza di avere un maggiore accesso alcredito. Il 54,4% delle aziende nel Lazio hainfatti dichiarato che una maggiore disponibilitàdi credito migliorerebbe le prospettivedell’impresa.Il quadro relativo alla struttura finanziariadelle imprese e al rapporto con le banche assumecaratteristiche di maggiore debolezza seassociato allo scenario della crisi economica.L’indagine sembrerebbe segnalare nelLazio un relativo minore impatto della crisisulle condizioni economiche, almeno sullabase della percezione degli imprenditori. Ilgrafico successivo riassume i risultati con riferimentoall’impatto sul fatturato, sui tempi dipagamento dei clienti, sulla relazione con lebanche, sull’occupazione e sui prezzi praticati.Per tutte le voci la percentuale di impreseFigura 41 - Principali fattori di limitazione alle attività d’innovazione e di ricerca, valori percentuali.80 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 42 - Imprese che riterrebbero utile per le prospettive di sviluppo dell’impresa una maggiore disponibilità dicapitale proprio e/o di credito concesso, valori percentuali.Figura 43 - Impatto della crisi su alcune grandezze, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 81


che ha indicato un impatto negativo è minorenel Lazio rispetto alla media nazionale.Nel dettaglio il 30,5% delle aziende nelLazio segnala un impatto sui tempi di pagamentodei clienti, a fronte di un valore nazionaledel 36,6%; il 29,7% indica una riduzionesignificativa del fatturato, contro il 33,2%Italia. Un peggioramento dei rapporti con lebanche è segnalato dal 29,3% delle impresenel Lazio, mentre sul campione complessivo siregistra una percentuale del 32,2%. L’impattosull’occupazione e quello sul livello dei prezzipraticati appare relativamente meno diffuso,con percentuali rispettivamente del 18,6 e22,2% (Italia 20,8 e 24,4%).I risultati segnalano come il peggioramentodelle condizioni del credito, almeno a livellonazionale, abbia riguardato in maniera moltoaccentuata la fascia di imprese più dinamichenelle strategie di crescita, vale a dire quelleche ad esempio svolgono attività di ricerca,campo nel quale, come abbiamo visto in precedenza,la concessione di credito scontal’elevato grado di rischiosità dei potenzialiinvestimenti. Da questo punto di vista nelLazio sembra emergere una discreta capacitàdi sostegno del sistema bancario ad accompagnarealcune tipologie di progetti di sviluppodelle imprese, con particolare riferimento alcampo della ricerca.La figura 44 mostra i risultati relativi alla percentualedi imprese che ha segnalato un impattonegativo della crisi sul rapporto con le banche,disaggregati sulla base di un indicatore didinamismo, costruito a seconda che le impresenon abbiamo svolto nessuna strategia di crescita(né investimenti, né attività di R&S), ovverorealizzato investimenti, oppure svolgano attivitàdi ricerca e sviluppo (a indicare il massimogrado di dinamismo). A livello nazionale, quindi,la percentuale di imprese attive nel campodella ricerca che segnala un peggioramento deirapporti con le banche è del 40% circa, controil 32% di quelle meno dinamiche (di quelle chenon hanno realizzato investimenti e che nonsvolgono attività di ricerca) e il 31,1% di quelleche hanno realizzato investimenti. L’analisirelativa alle imprese del Lazio evidenzia risultatiin controtendenza. Le imprese che svolgonoattività di ricerca segnalano un relativo minoreFigura 44 - Impatto della crisi sulla relazione con le banche, per grado di dinamismo (investimenti e R&S),valori percentuali.82 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


impatto negativo della crisi nel rapporto con lebanche (24,8% contro il 30,3% delle impresecon investimenti, e il 29,2% di quelle menodinamiche).Il peggioramento delle condizioni finanziarieapplicate dalle banche, dove c’è stato, sembraabbia riguardato una maggiore richiesta digaranzie, nel 35% dei casi (Italia 35,7%), piùdella riduzione del credito concesso, che hacomunque riguardato una parte rilevantedelle imprese laziali, pari al 33,3% (33,8%).Nonostante un costo del denaro su livelli particolarmentebassi, il 31,8% delle imprese hadichiarato che nell’ultimo anno ha registratoun aumento dei tassi applicati, valore cherisulta leggermente inferiore a quello che siregistra sul campione nazionale (32,6%). Sisegnala infine come nel 27,8% dei casi il peggioramentodel clima dell’accesso al credito sisia manifestato in rifiuti nell’apertura di nuoveposizioni (Italia 28,2%).Strategie nel modo di affrontare la crisie ruolo delle retiUn ulteriore spunto per rilevare la presenza dielementi di debolezza delle imprese può essereofferto dall’analisi delle strategie che leimprese stanno disegnando per far fronte allecondizioni di crisi del mercato.Nella figura 46 sono rappresentate le duemodalità più diffuse: il 36,9% delle impreselaziali non sta adottando nessuna strategia inparticolare, contro il 46,9% registrato per lamedia nazionale. Da questo punto di vista leimprese regionali mostrano una maggioredinamismo nella capacità di rispondere alledifficoltà del mercato. La strategia più diffusaè quella relativa alla riduzione dei costi, per il38,9% degli intervistati (Italia 34,6%).L’altra strategia di un qualche rilievo èquella relativa al mercato: il 10,9% delleimprese sta riducendo il grado di apertura,l’8,2% all’opposto sta adottando nuove azioniFigura 45 - Impatto della crisi sui comportamenti delle banche, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 83


commerciali per l’apertura a nuovi mercati.Soltanto il 5,6% ha intenzione di realizzarenuovi investimenti per migliorare il grado diefficienza, mentre il 4,7% pensa di intensificarei rapporti con altre imprese.L’analisi delle relazioni con altre imprese ela diffusione delle reti locali rappresenta unargomento di grande rilievo. Abbiamo ipotizzatoche sulla base delle informazioni disponibilidall’indagine fosse possibile costruire unindicatore sintetico relativo alla presenza eall’intensità dei network locali d’impresa. Neldettaglio, alle imprese senza relazioni vengonocontrapposte quelle che hanno reti semplici,vale a dire relazioni basate su meri rapportidi acquisto-vendita, e quelle che appartengonoa reti avanzate, nelle quali è possibileindividuare relazioni più complesse, relativecioè ad alleanze per la progettazione e la ricerca,o per la commercializzazione, alla condivisionedi azioni all’estero o all’utilizzo di serviziin comune.La diffusione delle reti nel Lazio appareleggermente inferiore a quella che si registranella media nazionale, nel dettaglio 33,4%contro il 35,6%. Appare soprattutto deficitariala consistenza delle reti avanzate che riguardail 13,6% delle imprese del Lazio a fronte del16% del campione complessivo (nelle Marchesi arriva al 19%, e in Emilia Romagna al21,1%).L’analisi relativa alla variazione rispetto aidati del 2008 segnala un arretramento rilevante:nell’indagine precedente la percentualedi imprese con reti locali era in linea con leevidenze nazionali, con una presenza di retiavanzate del 17,4%. Tale risultato lascia ipotizzareelementi di debolezza che andrebberoulteriormente approfonditi (si pensi al possibilesfilacciamento delle filiere produttivedovuto all’uscita di imprese particolarmentecolpite dalla crisi).Almeno attraverso delle analisi descrittivesembra possibile individuare un effetto rete.Le previsioni relative all’andamento del fatturatoper il prossimo anno appaiono chiaramentepiù favorevoli tra le imprese appartenentia reti locali, sia in termini di diffusionemaggiore di previsioni di aumento dei ricavi,che di minore presenza di situazioni di contrazionedel fatturato. Nel dettaglio, si prevedeuna ripresa dei volumi il 13,1% delleimprese prive di rilevanti rapporti con altrisoggetti locali, il 16% di quelle appartenenti aFigura 46 - Strategie adottate in risposta alla crisi: imprese che adottano nessuna strategie e quelle che riducono icosti, valori percentuali.84 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 47 - Strategie adottate in risposta alla crisi (altre modalità), valori percentuali.Figura 48 - Diffusione delle reti locali, 2008 e 2009, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 85


eti semplici e il 17,7% di quelle che operanoin reti di tipo avanzato.Un impatto positivo delle reti sembra poteressere individuato anche nella propensione adattivare comportamenti virtuosi in tipologiedi attività di particolare rilievo, come nel casodei pattern dell’innovazione, dove i processidi diffusione delle conoscenze trovano unnaturale ambiente per poter svilupparsi. Afronte di un 22% circa di imprese non operantiin network che ha introdotto almeno unaforma di innovazione, si riscontra una diffusionemolto maggiore all’interno delle retilocali, pari al 26,6% per le reti semplici e al34,3% delle reti più complesse.Figura 49 - Diffusione delle reti locali, 2008 e 2009, valori percentuali.Figura 50 - Reti locali e diffusione delle innovazioni, valori percentuali.86 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Rapporti con la PA e modalità diaccesso alle agevolazioni (effetti delleagevolazioni, costi amministrativi diaccesso agli incentivi e risorseutilizzate)L’ultima sezione approfondisce le tematicherelative alla percezione di utilità delle politiche,alla loro diffusione e ad altri aspetti rilevantiper definire possibili percorsi di supportoai fabbisogni delle imprese.Un primo elemento informativo fa riferimentoall’utilità percepita di un eventualeaiuto pubblico sul livello di investimenti realizzatidalle imprese. Nel 46,7% dei casi l’agevolazioneavrebbe un effetto nullo, valore cherisulta inferiore al dato nazionale, pari al 53%delle imprese. Per poco meno del 38% delleimprese del Lazio si avrebbe un effetto significativo,utile a realizzare investimenti chealtrimenti non sarebbero stati fatti, o chesarebbero realizzati in misura molto ridotta(percentuale in linea con il dato nazionale).Per il 15,8% l’aiuto pubblico comporterebbeeffetti su altre grandezze economiche (occupazione,maggiore redditività, ecc.) oppuresull’anticipazione di investimenti previsti successivamente(Italia 9%).La diffusione delle agevolazioni tra le microimprese appare un fenomeno alquanto marginalee in contrazione rispetto al 2008. Tra leimprese laziali la percentuale che ha dichiaratodi aver beneficiato di incentivi pubblici èdel 4,0% (4,3% nel 2008), dato che risultainferiore alla media nazionale del 4,8% (6,4%nel 2008).Gli effetti delle agevolazioni segnalati dalleimprese intervistate evidenziano un effettonullo (investimenti realizzati nella stessa misuraanche in assenza dell’incentivo) o scarso(investimenti realizzati in misura leggermenteinferiore) nel 49,1% dei casi (Italia 43,2%).Per il 45,1% delle imprese (Italia 52,4%) l’agevolazioneha avuto un effetto netto (investimentonon realizzato senza l’aiuto pubblico)o parziale (realizzazione in misura molto inferiore),mentre per il restante 5,8% (Italia4,3%) in assenza dell’intervento pubblico l’investimentosarebbe stato comunque realizzatoma successivamente (effetto accelerazione).Figura 51 - Effetti di un eventuale aiuto pubblico sul livello di investimenti realizzati, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 87


Figura 52 - Imprese che hanno ricevuto agevolazioni nell’ultimo triennio, 2008 e 2009, valori percentuali.Figura 53 - Effetti delle agevolazioni ricevute, valori percentuali.88 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


È stato inoltre chiesto alle imprese di indicareil motivo per cui non hanno ricevuto agevolazioni(tabella 18). Per il 34,6% delleimprese laziali (media nazionale 33%) il motivoè legato a un mancato interesse (“non ciho mai pensato”); al di là di questo elementoemerge un problema di insufficiente informazionein materia per il 18,5% delle imprese(Italia 17,4%). La sfiducia nella gestione delleagevolazioni è presente anche se appare relativamentepoco diffusa (Lazio 9% - Italia 5%).La diffusione dei rapporti conl’Amministrazione regionale, nelle attività daquesta prevista per il supporto alle imprese, apparelimitata, come era naturale attendersi tenutoconto che si sta parlando di micro-imprese. Neldettaglio il 13,8% dichiara di aver avuto relazionicon l’Amministrazione, il 31,6% invece segnala dinon aver avuto nessun rapporto perché non loritiene utile, mentre nella maggioranza dei casi(54,6%) viene addotto un problema informativo(“non conosco questo tipo di attività”).Tabella 18 - Principali motivazioni per le quali le imprese non hanno ricevuto agevolazioni,valori percentuali.Non ci ha mai pensatoNon ha avuto informazioniNon sono previste agevolazioni per il suo settoreHa fatto la domanda ma è stata bocciataNon ha fiducia nella gestione degli aiuti pubbliciGli elevati costi amministrativi ne hanno sconsigliato l'utilizzoLa tipologia di investimenti che si realizza non è compresaI tempi lunghi ne hanno sconsigliato l'utilizzoAltroLazio34,618,511,83,09,00,83,67,211,5Italia33,017,416,82,65,00,83,75,914,8Figura 54 - Imprese e rapporti con l’Amministrazione regionale, valori percentuali.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 89


4. Le informazioni legateall’esperienza di BIC LazioLe diverse sezioni del documento hannoofferto un insieme articolato di informazioni,analizzate da diversi punti di osservazione.Lo scopo del lavoro è stato, all’interno diun’analisi delle tendenze economiche delcontesto regionale, quello di delineare i principalielementi di debolezza delle microimprese laziali, e i principali fabbisogni di supportopubblico, sulla base delle informazionidisponibili da una indagine di campo che hacoinvolto un numero molto ampio di attivitàregionali.L’ultima parte del documento tende a integrarequesti risultati con un percorso di analisiche ha per oggetto specifico le start up diBIC Lazio. Lo scopo è quello di verificareaspetti comuni ed eventuali specificità delleaziende in fase di avviamento delle attivitàrispetto alle normali micro unità.Si presenta quindi un approfondimentobasato sulla rilevazione delle esperienze accumulatedagli operatori del BIC Lazio attivi neiservizi di assistenza e tutoraggio alle imprese,seguita da una specifica indagine di messa apunto delle questioni essenziali.Accanto alle indicazioni di carattere generalericavabili da basi informative esterne, infatti,è utile –ove possibile- confrontarsi con leesigenze emerse dai contatti diretti con leimprese e con i soggetti che erogano i servizidi supporto alle attività in fase di start up.A tal proposito l’esperienza di BIC Lazio siè arricchita con una vasta casistica e rappresentauna rete di relazioni estesa e diffusa intutto il territorio regionale.Nel dettaglio si sono operati due approfondimenti.In primo luogo, è stata organizzatauna giornata d’incontro con i soggetti che perconto di BIC Lazio curano direttamente irapporti con le imprese e interpretano quotidianamentei loro bisogni. È stato condottoun focus group durante il quale sono statesottoposte agli intervenuti (in prevalenzatutor) una serie di tematiche rilevanti peraffrontarle sul piano qualitativo e dell’identificazionedelle tematiche. Quindi si è procedutoa un sondaggio presso le start up di BICLazio, attraverso il quale si sono approfonditialcuni aspetti specifici.Le questioni di interesse affrontate sonorappresentate nello schema di seguito presentatoe hanno riguardato, con riferimento aidiversi territori in cui operano i tutor:• le tipologie prevalenti delle imprese che sirivolgono a BIC Lazio;• il numero di imprese contattate;• le principali problematiche di naturafinanziaria e i rapporti con le banche;• le principali criticità rilevate, i punti didebolezza specifici del territorio di riferimento;Tabella 19 - Principali tematiche di analisi affrontate nel focus group.Tipologie di imprese prevalentiDiffusione degli interventiProblematiche finanziarie e relazizoni con le banchePrincipali criticità emerseProblematiche specifiche del territorio di riferimentoRicrca, innovazione e internazionalizzazioneReti localiServizi BIC Lazio e domanda di policy90 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


• la diffusione e le caratteristiche di alcunifenomeni di rilievo come le attività diR&S e d’innovazione e i processi di internazionalizzazione;• le reti locali di imprese e altri soggetti(istituzioni pubbliche, centri di ricerca,associazioni di categoria, ecc.);• la diffusione e il gradimento dei serviziofferti da BIC Lazio e altri elementi relativialla domanda di policy delle aziende.Nei diversi approfondimenti si descrive unquadro caratterizzato, pur con elementi diversificatilegati a debolezze di specifici territori,da una forte e crescente domanda di servizi daparte delle imprese.Di seguito si propone una descrizione sinteticaper le aree tematiche considerate.Caratteristiche delle imprese: i settori economicidi attività sono molto diversificati, macon specificità territoriali piuttosto marcate.In prevalenza le imprese che si rivolgono aBIC Lazio sono in fase di start up, ma è increscita il numero di imprese mature cherichiede servizi specifici, legati soprattutto allapartecipazione a bandi oppure per ricercarerelazioni con altre imprese.Problematiche finanziarie e relazioni con lebanche: gli imprenditori segnalano soprattuttoproblemi di liquidità. A tale problematica siassocia un deficit di competenze specifiche incampo finanziario e una difficoltà culturalenel relazionarsi con le banche. La tipologia diimprese più colpita è costituita da quelle conprogetti più innovativi. Questa difficoltà parefortemente ridotta in presenza di azioniregionali specifiche che coinvolgono agevolazioniBIC Lazio, ovvero di associazioni dicategoria molto attive.Principali criticità: si lamenta una scarsa preparazioneimprenditoriale dei soggetti coinvolti,ma si sottolinea anche la presa dicoscienza che si manifesta nella domanda diservizi formativi fortemente cresciuta anche inassenza di agevolazioni o forzature normativespecifiche. La domanda di formazione on thejob, come emerso anche dall’indagine campionaria,appare molto diffusa.Problematiche specifiche del territorio di riferimento:come segnalato, esistono elementi didebolezza specifici dei diversi territori legatianche alle specificità del tessuto produttivo.La chiusura di comparti produttivi storicamenterilevanti pone problemi di riconversionee di reinserimento dei lavoratori, spessoaltamente qualificati. La domanda di supportoin questo campo è diffusa, come mostra ilsuccesso degli interventi pubblici (L.R.29/96 art. 12) per l’incentivazione del lavoroautonomo. In alcune realtà produttive caratterizzateda saperi e capacità di tradizione storicaemerge la necessità di interventi per favorireforme di apprendistato, e più in generaleper accompagnare il passaggio generazionale.Dove le imprese hanno determinato lo sviluppodi competenze tecniche (Colleferro eFrusinate) la nascita di nuove imprese staavendo caratteristiche importanti anche utilizzandostrumenti regionali graditi.Ricerca, innovazione e internazionalizzazione:l’indagine campionaria ha evidenziato comequeste aree di attività siano caratterizzate daelementi di fragilità. Le evidenze emerse dalfocus group confermano i risultati dell’indagineaggiungendo alcuni spunti di riflessione.Per quanto riguarda le attività di R&S, si registrauna crescente disponibilità delleUniversità e dei centri di ricerca a dialogarecon le imprese. Le esperienze in materia risultanomolto variegate con casi di successo chesi affiancano a casi che esprimono forte difficoltàa sviluppare progetti in questo campo.Per quanto riguarda il grado di aperturainternazionale, si segnala come il mercato diriferimento delle imprese sia quasi esclusivamentelocale. Non mancano esempi di successonei quali si avviano processi di internazionalizzazione;si rileva il gradimento delleimprese per le iniziative previste per favorire lapartecipazione a fiere e mostre all’estero.Emergono al contrario problematicità perBIC Notes – giugno 2010 – Focus 91


quanto riguarda la presenza di servizi piùcomplessi.Reti: si segnala, con ampia convergenza diindicazioni, una forte esigenza di fare rete,con una reale e crescente consapevolezza deltema da parte degli imprenditori. In questosenso si segnalano il ruolo svolto da BICLazio e le esigenze di potenziamento.Servizi offerti da BIC Lazio e domanda dipolicy delle imprese: il passaggio da tradizionaliservizi di orientamento ad attività di tutoraggioe servizi avanzati per le imprese rappresentauna sfida complessa per BIC Lazio.Emergono segnali di crescente partecipazionedelle imprese con un interesse reale, al dilà quindi di forzature legate alla possibilità diusufruire di benefici delle agevolazioni. Larichiesta di assistenza è in aumento, e nonsolo tra le neo-imprese. Il deficit di culturaimprenditoriale rappresenta un elemento didebolezza diffuso, che si manifesta nell’incapacitàspesso di individuare i propri fattori didebolezza; le attività di scouting sembranoavere una qualche utilità. Il campo della formazioneè quello dove si registra il maggioreinteresse degli imprenditori con un diffusosuccesso per le misure che sono state implementate.In sintesi ciò che emerge è una fortedomanda di servizi soft: formazione, costruzionedi reti tra imprese, servizi complessi,supporto finanziario, oltre che strumenti digaranzia mirati.5. Le start up di BIC Lazio:caratteristiche e fabbisognipercepiti dagli imprenditoriLa rilevazione di campoLa fase finale del lavoro di ricerca ha approfonditoin modo specifico le caratteristichedelle imprese assistite da BIC Lazio, conl’obiettivo di rilevare, sulla base delle esperienzedegli imprenditori, i principali aspettidi difficoltà e i fabbisogni di sostegno a questiassociati.A tale scopo è stata condotta un’indaginedi campo attraverso la somministrazione diun breve questionario alle start up che, nellediverse forme previste, sono assistite da BICLazio. Le interviste, condotte dagli stessitutor, hanno riguardato un insieme sufficientementeampio d’imprenditori scelti tra leimprese che, dall’anno 2009, sono presentinegli Incubatori BIC Lazio e tra quelle cheusufruiscono dei servizi di assistenza.Il questionario, che è stato somministratonel mese di aprile del 2010, è organizzato inquattro sezioni. La prima, compilata daitutor, è una scheda informativa relativa alleprincipali caratteristiche dell’impresa; nel dettagliole informazioni richieste riguardano: ilsettore economico e una descrizione dell’attivitàsvolta, alcuni aspetti concernenti l’originedell’impresa e le forme agevolative utilizzate(autoimpiego, imprenditorialità giovanile,spin off accademici, ecc.), un commentoqualitativo relativo allo spessore tecnologicoe strategico e alle modalità di staresul mercato e, infine, un’indicazione sulgrado di salute economica dell’impresa.La seconda parte del questionario è rivoltaa rilevare le difficoltà prevalenti dell’impresa.Agli intervistati è stato chiesto di esprimere ilgrado di debolezza percepita, sulla base diuna scala a tre valori (nessuna difficoltà, elementidi debolezza e criticità), per una serie diambiti dell’attività aziendale. Nel dettaglio sitratta degli aspetti legati alla struttura finanziaria,alla disponibilità di risorse e all’accessoal credito, alle attività commerciali e alla presenzasul mercato, all’accesso a servizi qualificati,alle capacità manageriali e tecnologiche,alla disponibilità di risorse umane qualificatee alla presenza di infrastrutture adeguatenel territorio di localizzazione. Gli intervistatisono stati incoraggiati a qualificare ulteriormentele singole risposte con dei brevicommenti di dettaglio.La sezione successiva ha indagato il grado disoddisfazione degli imprenditori con riferimentoalle azioni promosse dall’Amministrazioneregionale a sostegno delle attività imprenditoriali.Anche in questo caso, per le diverse opzionidi risposta, gli intervistati hanno espresso il92 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Caratteristichedelle impreseDiffusione degliinterventiProblematichefinanziarie erapporti con lebanchePrincipali criticitàemerseProblematichespecifiche delterritorioR&S, innovazionee internazionalizzazioneReti localiServizi BIC Lazio edomanda di policyAltroTabella 20 - Principali motivazioni per le quali le imprese non hanno ricevuto agevolazioni, valori percentuali.FerentinoMeccanica (40%),commercio (40%),turismo (20%)50-100Criticità elevata.Mancanza diliquidità. Si registraun buon supportodelle banche per iprogetti piùcomplessi (R&S,ecc.)Questo tipo diattività è relativa aun 5% delleimpreseColleferro eCassinoManifatturiero,servizi consulenza,meccanica, spin offattività legateall’energia, turismoCarenza di culturaimprenditoriale nelrapporto con lebancheCarenza di culturaimprenditoriale.Difficoltà a reperirerisorse umanealtamentequalificateInternazionalizzazione: si riesce aportare imprese afiere all’estero. Ilpasso successivorappresenta unsalto che non siriesce a fareIn aumento ricercadi retiRichiesta diassistenza inaumento. Oltre aneo imprenditoriarrivano ancheimprese perpartecipare abandi, richiestacontatti altreimprese per creareretiBracciano Viterbo Viterbo 2 LatinaImprese agricole eagroalimentari.Diffusione di servizi( in ristorazione,agriturismo, attivitàsportive, ecc.)200Fabbisogno percircolante einvestimentiPoca innovazione,se c’è è peragganciare bandi.Le Universitàcercano contatti !Richiesta perpartecipare abandi.Le attività discoutingfunzionanoEdilizia (30-40%),artigianato (20%),commercio (30-40%)Le banchefunzionano solo suinvestimentitradizionali.Assenza distrumenti disostegnoall’innovazioneDomanda di risorseumane artigianaliPotrebbe essereutile apprendistatoServizi ecommercioSi è sentito moltol’irrigidimento dellebancheSi stanno creandoreti. Interesse increscitaGrande successodei corsi diformazione perimprenditriciSiregistra una fortespinta a migliorare.C’è una fortedomanda di serviziChimicofarmaceutico,agroalimentare,turismo costieroRiconversione,dialogogenerazionale.Scarsa culturaimprenditorialeRiconversione deilavoratori inmobilità. Forteutilizzo della L.R.29/96 art. 12.Problemi di dialogogenerazionaleEmerge in manieraaccentuatal’esigenza di farereteÈ in aumento ladomanda di servizie di formazione.Le associazioni dicategoria sonomolto attiveBIC Notes – giugno 2010 – Focus 93


loro gradimento su una scala ordinale a tremodalità: giudizio negativo, né negativo népositivo e positivo (26).Nello specifico, gli interventi pubblici consideratihanno riguardato: la presenza di agevolazionifinanziarie per gli investimenti, equelle per facilitare l’accesso al credito, lemisure volte a favorire l’early stage, la formazioneprofessionale, gli interventi nel campodell’internazionalizzazione e della ricerca, leazioni dedicate alla creazione di reti tra soggettieconomici e alla diffusione di serviziqualificanti.Nella parte finale del questionario è statochiesto agli imprenditori di indicare qualiforme di intervento pubblico (al di là delmero supporto finanziario) riterrebbero piùopportune per la competitività della propriaazienda. Le tipologie d’intervento propostehanno riguardato: gli interventi rivolti allaformazione, manageriale o del personaleimpiegato, i servizi specialistici in campocommerciale o tecnologico, le attività diaccompagnamento nei rapporti con le istituzionifinanziarie, con le AmministrazioniPubbliche e con altri soggetti e istituzioni diinteresse economico (Università, associazioni,ecc.), le azioni rivolte a favorire l’internazionalizzazionee le attività nel campo della ricercae dell’innovazione (27).La rilevazione non ha voluto rappresentareun’indagine con un disegno del campione statisticamenterappresentativo dell’universo diriferimento. Le interviste sono state richiestea tutte le start up BIC Lazio, con un tasso dirisposta che è risultato soddisfacente. Leimprese che hanno risposto al questionariosono state 91.Caratteristiche delle impreseintervistateLa figura 55 evidenzia la distribuzione persettore economico delle aziende intervistate.Le attività dei servizi alle imprese risultanoquelle più diffuse (35 unità), seguite dalleimprese del comparto manifatturiero (14), daquelle che operano nell’edilizia, e nell’installazionedi impianti da fonti rinnovabili (13) edalle aziende del commercio (9).Tutt’altro che marginali sono le iniziativeimprenditoriali nel campo cosiddetto socioculturale(6 - sanità, assistenza sociale, attivitàe beni culturali) e in quello della ricerca e delletecnologie avanzate (5).A un livello di dettaglio maggiore le attivitàsvolte coprono un ampio spettro merceologicoe di servizi offerti (confronta figura 56).Il risultato che ci appare di maggiore interesseriguarda la vasta diffusione di iniziative insettori moderni e di particolare interessesociale: si tratta peraltro di settori potenzialmentecaratterizzati da discrete prospettive dicrescita (al di là della fase di crisi profonda checaratterizza il primo semestre 2010).Le iniziative economiche che sembranoraccogliere un elevato grado di attenzione tragli imprenditori sono quelle nel campo dell’informatica,del marketing, e della comunicazione(software, grafica, pubblicità, organizzazionedi eventi, ecc.), con 19 imprese delcampione coinvolte. Si registra inoltre un’ampiadiffusione d’iniziative nel campo dellefonti rinnovabili (6 imprese – principalmenteprogettazione e installazione d’impianti fotovoltaici),della ricerca e dell’hi-tech (6 imprese– soprattutto elettronica e informatica avanzatanel campo delle comunicazioni, della logistica,della sicurezza e della biomedicina),delle attività e dei beni culturali (5 – princi-26. Anche in questo caso sono stati registrati gli eventuali commenti di dettaglio degli intervistati.27. Così come nelle due precedenti domande non si tratta di opzioni di risposta mutuamente esclusive. Per ognunadelle modalità previste gli intervistati hanno espresso un giudizio sull’utilità dell’intervento su una scala a tre voci: nonnecessario, abbastanza utile e necessario (oltre alla possibilità di esprimere un commento di dettaglio relativamentealla risposta espressa).94 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 55 - Numero di imprese per settore economico.Figura 56 - Dettaglio merceologico (numero).BIC Notes – giugno 2010 – Focus 95


palmente restauro di opere artistiche), dellasanità e dell’assistenza sociale (4 – laboratorimedici, servizi per persone disabili, serviziall’infanzia).Naturalmente non mancano le attività economichein settori tradizionali, iniziative cherappresentano una quota molto rilevante delcampione di aziende considerato. Risultanoparticolarmente diffuse le attività dell’ediliziae dell’impiantistica (11), quelle della filieraalimentare e della ristorazione (8 – forni,laboratori artigianali della pasticceria e gelateria,ristoranti e pub), e le iniziative nel campodella cura della persona (4 – profumerie, centridi estetica, parrucchieri, ecc.).Al di là delle caratteristiche settoriali, unaspetto di rilievo è legato allo spessore e allepotenzialità di crescita sui mercati che leimprese considerate evidenziano, sia con riferimentoalle tipologie di beni/servizi, siaattraverso i comportamenti e le strategie adottati.Nel dettaglio è stato chiesto ai tutor difornire un’indicazione sintetica sulle capacitàimprenditoriali e sulle prospettive di crescita,considerando i programmi d’investimento edi sviluppo, l’introduzione d’innovazioni, lemodalità di presenza sul mercato e le caratteristichedello stesso.La figura 57 raffigura i risultati di questoapproccio, che si basa, quindi, sull’esperienzadei tutor e sulla loro percezione, che ècomunque fondata su una relazione assidua econsolidata con gli imprenditori.La maggioranza relativa delle imprese, parial 38,5%, è costituita da iniziative imprenditorialiche risultano allineate alle tendenze e aicomportamenti del proprio settore di attività.Il 15,4% delle aziende intervistate è invecerappresentato dagli operatori deboli, che evidenzianocaratteri di fragilità nelle competenzemanageriali e nella capacità di ritagliare unapresenza solida nel proprio mercato.Nel 13,2% dei casi le iniziative consideratesi stanno sviluppando in nicchie di mercato,vale a dire in segmenti di mercato relativamentelimitati, dedicati a produzioni spessospecialistiche con un grado di concorrenzascarsamente sviluppato. Le caratteristiche diqueste produzioni tuttavia non implicano inmaniera automatica uno scarso livello di profittabilità.L’elemento che appare più rilevante è legatoalla quota, tutt’altro che marginale, diimprese che segnalano un dinamismo maggiorenell’adozione di strategie e programmiper incrementare la propria competitività. Il13,2% delle aziende intervistate sono impreseche realizzano investimenti e implementanoprogrammi di crescita, il 14,3% sono impreseche offrono prodotti o servizi innovativi,mentre il 5,5% è costituito da iniziative chepresentano caratteri di eccellenza tecnologica.Sulla base di questi caratteri abbiamo definitoun indicatore sintetico con lo scopo diclassificare su una scala ordinale le impreseintervistate, al fine di ottenere un ulteriorechiave di lettura dei risultati. L’indicatorevuole rappresentare il grado di dinamismodelle imprese nelle strategie e nei comportamentiadottati. Gli operatori deboli e quelliattivi in mercati ristretti sono collocati sul gradinopiù basso della scala, che rappresentacomplessivamente il 28,6% delle start up diBIC Lazio. Le attività imprenditoriali cherisultano allineate alle tendenze del propriomercato rappresentano invece le imprese conun grado di dinamismo intermedio. Infine,sul gradino più alto troviamo le iniziative piùdinamiche rappresentate dalle imprese cheinvestono, da quelle che introducono innovazionie dalle eccellenze tecnologiche, checomplessivamente costituiscono 1/3 del campione.La percentuale riferita a questa tipologiadi imprese risulta elevata e superiore alleevidenze che sono emerse nel capitolo 3 conriferimento alle micro imprese laziali.Nonostante la congiuntura economica critica,le imprese intervistate evidenziano unostato di salute di relativa debolezza che nonassume tuttavia caratteri di criticità estrema.La percentuale di imprese che segnala condizionidi affanno è inferiore al 30% (28), men-28. Anche in questo caso i risultati si basano su una valutazione sintetica dei tutor sullo stato di salute delle imprese.96 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


Figura 57 - Grado di dinamismo nelle strategie di sviluppo adottate, valori percentuali.Figura 58 - Solidità economica delle imprese.BIC Notes – giugno 2010 – Focus 97


tre per oltre il 50% delle start up si registra ungrado intermedio di solidità economica; ilrestante 20% circa risulta solido e poco indebitato.Debolezze e domanda di policyLa parte principale dell’indagine, come segnalatoin precedenza, ha riguardato la rilevazionedei fattori di debolezza delle start up BICLazio e dei fabbisogni di sostegno che gliimprenditori manifestano.Il grafico successivo mostra i risultati relativialle difficoltà prevalenti sulla base della percezionedegli imprenditori. Gli intervistatipotevano indicare il grado di difficoltà percepita,per le singole tematiche proposte, attraversola seguente scala di valori: nessuna difficoltà,elementi di debolezza e criticità. La presenzasul mercato e gli aspetti di natura finanziariarappresentano le due principali aree didebolezza. Il 70% delle imprese dichiara,infatti, di avere difficoltà nel penetrare innuovi mercati; per il 32,2% quest’aspetto rappresentauna criticità dell’azienda, per il37,8% si segnalano elementi di debolezza.Il 65% ha indicato come area di debolezzala modesta capitalizzazione e la mancanza dirisorse proprie (si registra un grado di criticitànel 22,2% dei casi). Analizzando i commentiespressi dagli imprenditori emerge, comesituazione particolarmente diffusa, una scarsitàdi risorse nelle fasi di consolidamento delleiniziative, poiché i mezzi disponibili vengonogeneralmente esauriti per l’avvio dell’attività.Il 58% delle start up considerate esprimedifficoltà nell’accesso al credito bancario (criticitàper il 21,1%). Nel dettaglio gli intervistatilamentano una crescente richiesta digaranzie reali da parte delle banche; si segnalainoltre come i giovani e le donne denuncinola richiesta di tassi molto elevati. Nonmancano tuttavia casi di rapporti proficui eFigura 59 - Quali sono le difficoltà prevalenti dell'impresa? – valori percentuali (il complemento a 100 è rappresentatodalla voce nessuna difficoltà, non raffigurata nel grafico).98 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


consolidati tra le imprese e gli intermediarifinanziari.Un ulteriore ambito di fragilità emerge nell’accessoal mercato dei servizi qualificati(legali, amministrativi, commerciali, ecc.) enella capacità di individuare nuovi progetti disviluppo potenzialmente redditivi, che rappresentanodei fattori di debolezza per il 50%circa delle imprese.Nella domanda successiva è stato analizzatoil grado di soddisfazione degli imprenditoririguardo alle misure predispostedall’Amministrazione regionale per il sostegnodelle attività produttive. L’area di interventoper la quale si registra la più alta percentualedi giudizi negativi è quella relativaall’accesso al credito e alle garanzie fidi (per il30% delle imprese). La valutazione negativanon fa riferimento alla presenza di misure disostegno in questo campo, dove si è registratouno sforzo rilevante delle politiche, quantopiuttosto alle modalità di accesso; le difficoltàemerse infatti appaiono legate alle regoledi calcolo del rating d’impresa, che risultanodel tutto simili a quelle applicate dallebanche, e ai meccanismi operativi che riproduconospesso meccanismi analoghi a quellidelle banche commerciali e alla relativa maggioredifficoltà che si riscontra nel finanziamentodegli investimenti immateriali (cheFigura 60 - Può esprimere un giudizio sulle seguenti tipologie d’interventi regionali? – valori percentuali (il complementoa 100 è rappresentato dalla voce né positivo né negativo, non raffigurata nel grafico).BIC Notes – giugno 2010 – Focus 99


assumono un ruolo essenziale per la tipologiadi imprese considerate).Si registra una valutazione piuttosto negativaanche per le misure che prevedono unsostegno finanziario per gli investimenti (giudizinegativi nel 27,8% dei casi). Le opinioniespresse piuttosto che fare riferimento all’accessoagli incentivi segnalano un’insoddisfazionemarcata per i ritardi con i quali vengonoeffettivamente realizzate le erogazioni precedentementeconcesse. Un'altra area di criticità,in linea con le evidenze emerse dall’analisidei fattori di debolezza delle imprese,riguarda la presenza di servizi di assistenza, adesempio nell’ambito legale e amministrativo,dove si registra una percentuale di giudizinegativi del 21,1%.Alcune considerazioni d’interesse emergonoper le azioni previste per il sostegno all’internazionalizzazione.Premettendo che l’accessoa queste iniziative riguarda ovviamenteuna quota marginale delle start up BIC Lazio,emerge da parte degli imprenditori interessatila difficoltà ad avviare dei processi che portinoad una presenza stabile sui mercati esteri,al di là quindi della semplice partecipazionealle fiere internazionali.Per altre tipologie d’iniziative pubbliche siregistra al contrario un elevato grado di soddisfazione.La percentuale più elevata di giudizipositivi, pari al 72%, si riscontra nelcampo del sostegno all’early stage; naturalmentesi tratta di un risultato associato allanatura stessa delle iniziative considerate; sisegnala comunque una valutazione favorevolee non scontata degli interventi utilizzati.Emerge poi il gradimento degli imprenditoriintervistati per quanto concerne le azioniche favoriscono la creazione di reti tra impresee quelle rivolte alla formazione professionale(rispettivamente i giudizi positivi sono del53,4 e 44,9%). Con riferimento a quest’ultimatipologia d’interventi occorre segnalarecome nel 2009 circa 700 imprenditori abbia-Figura 61 - Quale intervento pubblico desidererebbe potenziare, sulla base delle esigenze della sua impresa? –valori percentuali (il complemento a 100 è rappresentato dalla voce non necessario, non raffigurata nel grafico).100 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


no avuto accesso ai corsi di formazione realizzatida BIC Lazio.L’ultima sezione del questionario ha inveceindagato, in maniera più diretta, gli elementiriconducibili alla domanda di policy. È statochiesto agli imprenditori di indicare qualitipologie di intervento dovrebbero essere sviluppate,sulla base delle esigenze e dell’utilitàdella propria impresa; nel dettaglio per ognunadelle misure indicate nel questionario gliintervistati hanno espresso il grado di utilitàdelle stesse attraverso una scala non necessario,abbastanza utile e necessario.Dall’analisi dei risultati presentati nellafigura 61 emerge un’esigenza di rafforzare lecompetenze manageriali per la gestione dell’azienda,anche in ambiti specialistici comequello commerciale o finanziario e delle relazionicon il sistema economico.Il 42,2% delle start up ha infatti dichiaratocome necessaria una maggiore presenza diservizi di assistenza generali all’attivitàimprenditoriale; il 30% riterrebbe estremamenteutile potenziare la formazione in areecome quella commerciale e finanziaria. Nel28,6% dei casi l’esigenza di rafforzare le capacitàgestionali si manifesta nella richiesta diservizi complessi che accompagnino l’imprenditorenella definizione delle strategie e nellerelazioni con le istituzioni finanziarie. Si registrainoltre un estremo interesse per l’arricchimentodelle relazioni con gli attori economici:il 48% circa degli intervistati riterrebbenecessario rafforzare il sostegno per creareoccasioni di contatto con altre imprese.Emerge quindi una grande attenzione per ilpotenziamento di servizi che rafforzino lecapacità imprenditoriali nelle attività e nellecompetenze di base dell’azienda, non mancatuttavia una domanda di politiche maggiormentecomplesse. Circa ¼ delle start up considerate,infatti, riterrebbe di grande utilitàincrementare la presenza di servizi di accompagnamentoall’internazionalizzazione; il23,1% sottolinea la necessità di potenziare ilsostegno per l’accesso a servizi qualificati nell’arealegale e amministrativa; il 20,5% degliimprenditori ha espresso l’interesse per la diffusionedi attività di formazione on-the-job.Alcune considerazioni di sintesiLa rilevazione di campo ha evidenziato alcuniaspetti d’interesse sia con riferimento allecaratteristiche delle start up BIC Lazio, sia perquanto riguarda i fattori di debolezza e i fabbisognidi sostegno esterno che gli imprenditorimanifestano. Questi risultati possonoessere richiamati sinteticamente attraverso ilseguente elenco:• la rilevazione ha evidenziato una presenzaconsiderevole di iniziative in settori economicimoderni e in segmenti di particolareinteresse collettivo (energia e fontirinnovabili, servizi sanitari, attività e beniculturali, ecc.);• la quota d’imprese attive in settori hi-teche quella di aziende innovative e dinamiche,nelle strategie e nelle prospettive dicrescita, è elevata (superiore alle evidenzemedie dell’indagine campionaria sulleimprese laziali);• circa il 30% delle start up BIC Lazio, dalpunto di vista della solidità economica,risulta essere in condizioni di affanno. Sitratta di un valore leggermente inferiorealle evidenze che sono emerse dalle analisidell’universo delle micro imprese laziali;• oltre la metà delle imprese intervistateesprime fattori di debolezza nella disponibilitàdi credito e nel rapporto con le banche.Emerge come elemento di difficoltàdiffusa una scarsa disponibilità di risorsefinanziarie, a causa del recente sforzoimpiegato per l’avvio dell’attività;• nell’accesso al credito gli imprenditorilamentano una crescente richiesta digaranzie reali; giovani e donne evidenzianodifficoltà maggiori, con l’applicazioneda parte delle banche di tassi e condizionirelativamente più onerose;• in alcuni segmenti produttivi il reperimentodi risorse umane qualificate risulta difficoltoso,soprattutto nell’artigianato tra-BIC Notes – giugno 2010 – Focus 101


dizionale e in alcune produzioni di nicchia;• l’ampliamento del mercato di riferimentoe lo sviluppo dell’area commerciale rappresentanole difficoltà percepite maggiormentedagli imprenditori. Le impresepiù dinamiche, nella realizzazione di progettidi sviluppo e nelle prospettive di crescita,accanto ad aspetti di virtuosità tecnologicasegnalano, paradossalmente,debolezze di mercato;• si registra un giudizio molto negativo perle attività regionali di sostegno ai consorzifidi e di facilitazione all’accesso al credito.La valutazione negativa fa riferimento allemodalità di accesso agli interventi. Lepolitiche dovrebbero tener conto inmaniera adeguata di questi aspetti, compresequindi le tecnicalità delle misure;• si segnala un elevato gradimento per leattività svolte nel campo della formazione,sia in aula, per gli aspetti legati alle competenzemanageriali, sia in azienda per svilupparele capacità professionali del personale.Gli imprenditori esprimono la necessitàdi un ulteriore sforzo delle politiche inquesto campo;• per quanto riguarda gli incentivi pubblicidi sostegno finanziario agli investimenti,le imprese intervistate lamentano eccessiviritardi nei tempi effettivi di pagamentodelle risorse agevolate;• le iniziative per sostenere la creazione dirapporti con gli altri attori del sistemaproduttivo registrano un interesse reale ecrescente. Sebbene la presenza negli incubatorie le attività di tutoraggio presentinooccasioni d’incontro con altre realtàimprenditoriali, si richiede il rafforzamentodegli interventi in questo ambito;• nel campo dell’internazionalizzazioneemerge un interesse concentrato in alcunisegmenti relativamente marginali. Leimprese che hanno avuto accesso alle politicheattive in quest’area lamentano formedi sostegno limitate all’accompagnamentoa eventi fieristici internazionali. La difficoltàprincipale è, infatti, quella di renderemaggiormente stabili e strutturate lerelazioni commerciali all’estero; occorrerebbeuna maggiore sinergia tra i diversiattori delle politiche per l’internazionalizzazione;• le relazioni con le Università e i Centri diricerca, com’era naturale attendersi,riguardano una quota marginale d’imprese.I rapporti esistenti sembrano basarsiprincipalmente su relazioni di tipo personale;potrebbe essere utile realizzare iniziativevolte a formalizzare maggiormentequeste relazioni;• per quanto riguarda i processi dell’innovazione,occorre considerare che le impreseattive in questo campo sono nate spessosu un progetto di natura innovativa. Sonoquindi inevitabilmente trascurate le problematicherelative a un processo continuodi innovazione: le aziende interessatestanno mettendo a punto l’innovazionecostitutiva e l’attività di regime è ancorada sistematizzare. Le difficoltà nell’introduzionedi innovazioni sono quindi sottovalutate:non è scontato che queste stesseimprese siano in grado di introdurre ulterioriinnovazioni anche nel medio-lungoperiodo, con l’entrata a regime dei processiproduttivi e con l’esigenza di mantenereelevati livelli di competitività;• in generale, l’indagine mette in risalto unadomanda stringente di servizi da partedegli imprenditori. Sono richieste sia iniziativedi sostegno generale all’attività dell’impresa,soprattutto con riferimento allecompetenze manageriali, sia servizi maggiormentecomplessi anche in aree specialistiche,soprattutto di natura commercialee finanziaria, oltre che iniziative diaccompagnamento alle relazioni tra l’imprenditoree i principali attori economici.102 BIC Notes – giugno 2010 – Focus


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