Arnaldo Bagnasco - Torino Strategica

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Arnaldo Bagnasco - Torino Strategica

QUALCHE QUESTIONE DI METODO,DALL’ESPERIENZA FATTA.Arnaldo Bagnasco1. PREMESSAMi è stato affidato l’incarico di fornire qualche nota per avviare una giornata nella qualeci si propone di ragionare su una nuova fase della vita della città, in un mondo rapidamentecambiato, più rapidamente forse di quanto non si pensasse. Lo farò riprendendo qualchesuggerimento che mi sembra venire dall’esperienza di questi anni. Si tratterà di qualchequestione per così dire di sfondo o di metodo, che forse può essere utile richiamareper le successive discussioni.2. TORINO: DI COSA PARLIAMO?Il primo punto riguarda la domanda: di cosa parliamo quando parliamo di Torino? Non è unadomanda banale, e non ce la facciamo da oggi. Quando pensiamo Torino come una societànei confini del comune che ha questo nome, in realtà ritagliamo soltanto una parte della Torinoche economicamente e sociologicamente possiamo dire ‘più vera’.Il vero oggetto di cui parlare non è una società di circa novecentomila abitanti, ma di poco menodi due milioni, intrecciati in un tessuto fitto di relazioni. È questa la società locale di cuioccuparsi, con i suoi problemi, le sue opportunità e le possibili strategie.Una società locale è organizzata da più livelli di governo, diversi per competenze e confini.Non devo certo dire io quale assetto istituzionale sia il più conveniente in un caso comeil nostro: non è un problema tecnico, ma politico; è evidente però che c’è bisogno di un assettoche permetta di pensare e organizzare Torino nel suo insieme allargato. In questi anni sonostati fatti significativi passi in avanti, ma la questione è diventata, credo, molto urgente.In tempo di crisi è essenziale che sia possibile e facile il governo dell’insieme metropolitano.Pensare metropolitano – perchè questo è il punto - è affermato in linea di principio, e ancherealizzato, per esempio nell’organizzazione di servizi di area vasta, ma spesso, anche, la visionedi un problema, il modo in cui si ritaglia una questione, o si mettono in conto le risorse adisposizione o si dà voce e si individuano attori in grado di promuovere novità, tornano a esserepensati in quadri di riferimento più ristretti. Questo è un darsi la zappa sui piedi, perché nonsi massimizzano così le opportunità e le risorse nel momento in cui ce n’è più bisogno;ed è anche un po’ paradossale, perché molto presto a Torino si era capito che con l’apertura deimercati e la globalizzazione, forti città sarebbero diventate nuovi attori sulla scena economica.3. LE CITTÀ NEL CAMBIAMENTO ECONOMICOQuesto è un secondo punto sul quale conviene tornare a riflettere, perché se era importanteieri, lo è ancora di più oggi.Conviene partire dal fatto che capitali, imprese, persone sono diventate mobili sui mercatie nello spazio, in cerca di condizioni favorevoli. In effetti, se in certe condizioni esistono ragioniper decidere di spostarsi o per orientare all’esterno le proprie relazioni, esistono anche buoneragioni per rimanere e crescere in un luogo dove si è impiantati o per arrivarci dall’esterno.Il punto è che le condizioni favorevoli alla permanenza, per ragioni di efficienza economica, nonper vantaggi impropri e da rimuovere, sono molte, ma meno obbliganti di prima, e che,soprattutto, devono essere più costruite e continuamente riprodotte.Dell’esistenza di buone ragioni perché imprese efficienti e persone si concentrino in un’areac’è una grande evidenza. Il processo di globalizzazione va di pari passo con un vistoso processodi regionalizzazione dell’organizzazione economica. Si osservano sulle carte sistemi locali1


di vario genere, più o meno grandi e diversamente specializzati, che sono nuovi o rinnovatiprotagonisti dell’economia. Le ragioni di operare in vicinanza sono di vario genere: vannodal poter contare su partner industriali adatti, a un sistema finanziario capace di sostenerele iniziative, una amministrazione efficiente, scuole e istituti di ricerca adeguati allespecializzazioni economiche, sistemi di comunicazione rapidi, ambienti bene attrezzati perla vita quotidiana, e così via. Credo che non sia necessario insistere proprio in questa sede,per completare un elenco.Facendo riferimento a parametri del genere, molte città europee si sono mosse negli scorsidecenni, mettendosi al vento della globalizzazione. Un po’ ovunque si osservavano città cheprendevano coscienza delle loro risorse da investire nel nuovo contesto, e le mettevano a frutto.Dopo la fine del fordismo, quando si cercava di capire verso che direzioni di crescita si potevaorientare la città, analisti e politici attenti si interessarono anche qui a Torino, a questi fenomenidi innovazione urbana, e le idee, così come diversi protagonisti europei di quella crescita,cominciarono a circolare.Si osservò allora che le migliori condizioni si erano date dove era innescato un processodi decentramento di competenze e risorse che permetteva alle città di respirare liberamente,in un quadro però di dotazioni di grandi infrastrutture del paese modernizzate, e di normenazionali e regionali in grado di attrezzare il grande terreno da gioco in cui si muovevanoimprese e città. Ho usato non a caso questa metafora. Penso infatti che sia utile immaginarelo Stato nazionale e i Governi regionali come organizzatori di grandi terreni da gioco, dovei giocatori sono le città e le imprese. Senza buone imprese e buone città, o più in generale buonisistemi locali, non si giocano buone partite. È in questa prospettiva che possiamo anchepensare insieme le città e le imprese come due attori della nuova economia.Nel corso degli anni, i processi di contesto si sono accelerati e aggravati, con conseguenzeper le città. Oggi, per riuscire a galleggiare nella società delle reti e dei flussi, senza essernetravolte, le città devono attivarsi, mettendo a frutto quanto hanno imparato negli anni scorsidel loro modo di essere e di funzionare.4. UN NUOVO COMPITO POLITICOSiamo così arrivati a precisare un nuovo punto di metodo importante, relativo all’azione politicanecessaria, come abbiamo potuto osservarla, nei decenni scorsi, nelle città più attive; queste,le loro classi dirigenti politiche e di società civile, avevano con chiarezza capito di doverestanare, mobilitare e per quanto possibile mettere in forma, in un disegno di insieme, le risorsedi cui disponevano, e che era necessario riprodurre nel tempo le condizioni favorevoli allacrescita. Questo è un compito politico in senso lato, che non tocca solo l’azione delle istituzionipolitiche, un compito nel quale si vedevano impegnati, nelle città d’Europa, politici erappresentanti delle istituzioni pubbliche, associazioni di interessi, camere di commercio,università e centri di ricerca, banche e fondazioni, soggetti chiamati a confrontarsipubblicamente e collaborare in forme e occasioni definite .In questo quadro, il compito decisivo della politica, in un senso stretto del termine, si precisavacosì: convincere attori diversi, molti dei quali possono in ogni momento spostarsi o orientarealtrove le loro relazioni, a investimenti che si incrociano, arrivando insieme all’appuntamento,e creando in tal modo le condizioni per una collaborazione sul lungo periodo. È un compitodifficile, che va giocato in ordine all’efficienza, non alla riproduzione locale di rapportiinefficienti, e che deve rispettare l’autonomia delle imprese impegnate sui mercati, e leverifiche di mercato, posto anche che nessun sistema locale può essere chiuso su se stesso,ma deve necessariamente essere inserito in rapporti e reti di relazioni esterne. È un compitoche richiede capacità nuove e una leadership adeguata. L’impressione è che i casi di successoabbiano sempre richiesto una decisa, realistica leadership politica dei processi.«Abbiamo fatto gioco di squadra»: questo sentiamo dire quando una città ha ottenuto unrisultato coordinando attori diversi. Ma quali sono le buone regole per un buon gioco di squadra,e come garantire l’accesso al gioco a diversi interessi, come rendere sistematico e acquisitonel tempo il gioco, anche con attori che cambiano, come rendere possibile il confrontoe lo scontro di prospettive diverse? Sono di questo tipo le questioni che si pongono perconsolidare la prospettiva, e che le città innovative si sono poste e hanno risolto in modi adattatialla loro storia e alle loro particolarità, ma senza perdere di vista un principio che si è fattostrada: le politiche pubbliche sono oggi elaborate con il concorso di attori pubblici e privati,che cooperano per decisioni che una volta prese possono con facilità avere seguito.2


Si può obiettare che tutto ciò suona un po’ complicato o volontarista. Si può allora rispondereche in tutta Europa molte città hanno provato a consolidare metodiche del genere, ottenendoottimi risultati. Una esperienza del genere, che riesce e si consolida, è una risorsa peril governo locale che ha compiti di sintesi politica, perché permette di coordinare attorie prospettive di azione che il mercato da solo non è in grado di fare incontrare, e che la politica,per parte sua, vede altrimenti con difficoltà. Ha poi anche una implicazione che non deve esseresottovalutata: se bene intesa, tende ad ampliare la sfera pubblica, perché i diversi soggettiche fa incontrare sono chiamati ad argomentare pubblicamente un punto di vista e un’azionein riferimento all’interesse generale. Anche quello che stiamo facendo qui, oggi, è qualcosadel genere. Torniamo allora a Torino, per qualche breve considerazione.Per lo meno dalla metà degli anni Ottanta, in realtà anche prima, ci si poteva rendere contoche Torino non sarebbe mai più stata quella di prima, per un motivo essenziale: la societàindustriale, come era stata conosciuta nei paesi avanzati, era scomparsa. Torino era in ritardo,ed essendo stata un esempio molto puro di società industriale, probabilmente avrebbe avutopiù problemi di altre città a trovare la strada, con molti conti economici e sociali sulle spalle.Con un punto a favore: che prima di essere la città-fabbrica era stata una delle capitali regionalidella modernizzazione europea. Questo aveva costituito una eredità materiale, culturale,professionale importante, rimasta sottotraccia, ma non cancellata. Negli anni di transizione,all’inizio fra conflitti e prove di forza, si sono fatte strada progressivamente nuove idee sulleopportunità e i modi per costruire un percorso. Questo è avvenuto con il concorso di molti,per tentativi ed errori, ma cumulando esperienza, con possibilità che si aprivano per strada,per esempio con le nuove regole per l’elezione diretta del sindaco, o sfruttando opportunitàdi contrattazione disposte dal governo nazionale. Credo che un osservatore distaccato, purriconoscendo debolezze e limiti, possa riconoscere che negli anni si è costruita una capacità,possiamo anche dire una cultura di azione strategica, che poteva orientarsi a problemi diversi:si sono diffusi un vocabolario con il quale parlarsi, immagini relativamente condivise della città,delle sue opportunità e delle sue criticità maggiori, si sono trovate occasioni di valutazionepubblica delle politiche, sono emerse linee di azione e azioni combinate che hanno avutoseguito, contribuendo a mantenere un quadro per quanto possibile coordinato e di insiemedi quanto nell’economia e nella società locale si stava muovendo. Se pensiamo all’ereditàdi questi anni di trasformazione, dobbiamo anche mettere in conto che così si è generatocapitale sociale, un termine con cui economisti e sociologi indicano la capacità diffusa di darvita a contesti attrezzati di azione cooperativa, riconoscendolo un ingrediente essenziale dellosviluppo, accanto al capitale economico e al capitale culturale, vale a dire alle capacità dellepersone.Ricorderò solo due momenti in cui questa capacità si è rivelata: l’attribuzione dei giochiolimpici, ottenuta perché si era stati in grado di presentare un dossier affidabile, e poi lagestione degli stessi giochi, nella quale si può dire che veramente una città si è mobilitata;il secondo esempio è la costituzione di Torino internazionale, l’associazione che ha dato vita,per la prima volta in Italia, a un processo di elaborazione di un piano strategico con metodichesimili a quelle internazionali.Oggi siamo in grado di valutare l’esperienza passata, vederne i risultati positivi e anche limitie opportunità non sviluppate, criticità che permangono. Con quanto siamo riusciti a cumularedi capitale economico, culturale, sociale negli ultimi decenni, ci troviamo alla sfida della crisimondiale. Bisogna rifare i conti, affrontare le urgenze senza compromettere la visioned’insieme e di più lungo periodo. Si tratterà, per esempio, di considerare se nel sostegnoa settori innovativi di sicura potenzialità – come la meccanica, le ICT, le biotecnologie –le politiche seguite per coordinare le risorse, trasferire tecnologie a imprese, attrarre partnerdall’esterno abbiano bisogno di essere meglio messe a punto; considerare se e come lamodernizzazione delle nostre università può rafforzarsi più velocemente, una volta riconosciutosenza polemiche che si tratta di istituzioni con i parametri migliori nel paese; capire perchéanche negli anni favorevoli sono nate, e soprattutto cresciute relativamente poche imprese;vedere come aggiornare il quadro della rappresentanza di interessi, per aderire a realtà checambiano.Anche di questi temi si parlerà nella tavola rotonda che segue. Qui vorrei solo ricordare unpunto fermo sul quale si è arrivati a concordare nella fase precedente, e che non dovrebbeessere dimenticato, perché ha segnato la svolta di Torino: la necessità di una economia piùdifferenziata; ciò significa una industria più differenziata, e poi una economia non soloindustriale, ma espansa nei settori dei servizi. Nessuno, ma credo proprio nessuno ha maipensato che l’industria non avrebbe continuato a essere una risorsa fondamentale di Torino,3


da continuare a valorizzare. Sgombriamo il campo da equivoci su questo, che hanno in passatosuscitato polemiche inconcludenti. L’industria, le attività in settori innovati correlati, in primoluogo la ricerca e la formazione, devono continuare a essere sostenute nella crisi. L’industriaperò non basta a una grande città nell’epoca post-industriale. Sia per motivi direttamenteeconomici, sia di organizzazione della qualità urbana e di tono sociale e culturale.È poi certamente vero che in epoca di crisi è meglio un asilo in più e un evento in meno,ma disperdere i risultati raggiunti come città culturalmente viva e affidabile, che in pochi annihanno cambiato l’immagine internazionale di Torino, non sarebbe davvero una buona cosa:bisognerebbe ricominciare da capo, perché – torno a dire – l’industria non basta a una grandecittà dell’epoca post-industriale.5. LA CITTÀ NORDOVESTC’è una differenza nel modo in cui si è pensata la Torino negli anni scorsi e come si cominciaa pensarla oggi: vale a dire immaginando le sue strategie in un quadro di collaborazionimacroregionali. Non che questo non fosse presente in passato, ma la prospettiva si staampliando, con iniziative diverse. E si sta ampliando non solo nell’ incalzare della crisi;già accadeva prima, come evoluzione degli assetti di economia e società del Nord-Ovest.Probabilmente le novità introdotte dalle prospettive di federalismo giocheranno a rafforzarela tendenza. Più che parlare dell’esperienza degli anni passati, che potrebbe essere ancheriletta come una marcia di avvicinamento, posso invece anche qui introdurre l’esperienzache viene dall’osservare quanto succede altrove, e che di recente è diventato anche argomentodi molte ricerche. Ne risulterà che proprio quella dell’estensione e integrazione di quadrimacroregionali per l’azione strategica è una diffusa tendenza in atto.Di recente è stato introdotto un nuovo concetto: world city-region. Con questo terminesi intendono contesti regionali, più o meno grandi ma comunque sub-nazionali, a voltetransfrontalieri, nei quali le attività economiche e la popolazione si addensano in modoimportante, e che visti nel loro insieme, appaiono come i motori economici della nuovaeconomia globalizzata, Come dice al riguardo un geografo americano: il mondo è pienodi amalgama territoriali di economia e società in cerca di rappresentanza politica.Consideriamo i termini usati. Amalgama richiama l’idea che si è trattato di processi più o menospontanei, che hanno riguardato l’adattamento di economie e società fra loro relativamentecongruenti; in cerca di rappresentanza politica sta a significare il processo di dar formaall’amalgama, di dare una organizzazione interna, in vista anche di una capacità di presenzaunitaria all’esterno. E questo processo non riguarda soltanto l’azione propriamente politica,ma si osserva anche qui il concorso di attori pubblici e privati implicati nella ricerca di assettie azioni strategiche. Un’altra evidenza è che le città-regioni stanno sempre più diventandoagglomerazioni policentriche e a diverse specializzazioni.Mi sembra evidente che chi oggi si interroga sulla «città nord-ovest», ha scoperto che è in corsola formazione di una città-regione, un amalgama di economia e società che aspetta di essererappresentato politicamente, vale a dire di trovare modi adatti di rappresentarsi a se stessoe all’esterno. La tendenza di composizione policentrica delle città-regione conferma poiil significato e l’autonomia delle città nei processi della loro formazione. In sostanza: credo sipossa dire che si è sulla strada giusta, e che faremo bene a guardare con attenzione a cosaaccade altrove, a quali sono le condizioni per buone pratiche di city-region, fra governi centrali,governi regionali e città. Il cammino è iniziato: banche, infrastrutture, società nel campo dellegrandi utilities sono proprio al centro della discussione politica di oggi nel nord-ovest,non a caso al cuore anche delle discussioni che seguiranno.6. DUE PUNTI PER CHIUDEREVorrei chiudere con due punti. Dicevo prima che per far nascere un buon gioco di squadraè necessario trovare buone regole, garantire l’accesso a diversi interessi, alcuni dei quali pocovisibili, rendere sistematico e acquisito nel tempo il gioco, anche con attori che cambiano,rendere possibile il confronto e lo scontro di prospettive diverse, senza perdere di vistail principio che politiche pubbliche efficaci possono essere definite con il concorso di attoripubblici e privati, che cooperano per azioni che una volta decise possono facilmente avereseguito. Qui un punto importante è l’accesso di interessi diversi, e come rendere acquisitoil gioco nel tempo, anche con attori che cambiano. Questo rimanda infatti a un rischio: che sullereti sociali consolidate si depositi della ruggine, ovvero si stabiliscano fonti di rendita, intorno4


a forti e consolidati interessi economici e politici, che ostacolano l’innovazione. L’antidotoriconosciuto a questa tendenza, e declinato per Torino, era composto di due ingredienti:riconoscere l’importanza del mercato, in una città che ne aveva conosciuto fino a pochi annifa molto poco; costituire con pratiche di concertazione senza pretese totalizzanti, così diverseda più antiche forme soffocanti di pianificazione, una arena dove le scelte potevano essereconfrontate e argomentate pubblicamente, nelle loro conseguenze prossime e più allargate.In questo modo si poteva essere di aiuto all’azione più propriamente politica. Sono statiapplicati e efficaci questi antidoti? Credo si possa dire: solo in parte; o per lo meno, chedebbano essere ripresi con più attenzione nel momento di transizione che viviamo.Se, come ho fatto prima, ha un senso dire che città e imprese sono entrambi attoridell’economia di oggi, è evidente che una città non è un’impresa. Questo è il secondo puntoche considero, diventato più pressante di fronte alla prospettiva di una pesante crisi sociale.A Torino esistono una esperienza politica e una sensibilità importanti nel tematizzaree affrontare problemi sociali. Nell’azione concreta, assessorati, associazioni e organizzazionidel terzo settore, enti ecclesiastici, fondazioni, hanno in molte occasioni cercato di concordaremeglio le loro azioni e di stabilire reti di collaborazione, con procedure per certi aspetti similia quelle orientate allo sviluppo; in generale, si è mantenuta un’attenzione politica agli equilibrifra sviluppo e equità, una visione integrata dei due aspetti nell’insieme dei progetti cheemergevano nella società. Forse si è fatto e ottenuto meno di quanto si poteva; anche qui,tuttavia, sarebbe sbagliato sottovalutare i risultati raggiunti, e la diffusione di una culturapolitica per cui questioni di efficienza economica e di equità sociale devono essere posteinsieme.Se abbiamo di fronte grandi difficoltà di quadro generale, c’è almeno una condizione favorevoleper affrontarle. È finita nel mondo l’ideologia del mercato non regolato e lasciato a se stesso,come migliore ricetta tanto per l’economia che per una società di consumatori. Oggi sappiamoche in realtà la società si stava così sfaldando, e che l’economia non raggiungeva l’efficienza.Le città se ne erano accorte molto presto, e proprio per questo motivo avevano reagito con leloro strategie per attivare e sincronizzare risorse pubbliche e private, mentre avvertivanoprecocemente che sulla città si scaricavano i problemi sociali e che la società andavapolarizzandosi. Per questo, anche se potranno essere diverse le pratiche alle quali darà luogoin futuro, l’esperienza cumulata a Torino è una risorsa culturale da non disperdere, quali chesaranno le persone e le vicende future della politica e dell’economia.5

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