Numero Speciale - DF Sport Specialist

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Numero Speciale - DF Sport Specialist

uomini e sportUomini&Sport - Trimestrale - Numero 5 - Settembre 2011 - Pubblicazione gratuitaAlpinismoAtleticaBasketTennisNuotoSci Di FondoNumero Speciale51


INTERVISTA - Polvara e Invernizzi:lo sport è SCI DI FONDOdi Marco Milani | pag. 4OGNI VOLTA UN NOME DA NON DIMENTICARE:Ermanno Rivadi Renato Frigerio | pag. 8IO SONO LEGGENDALa grande storia di Dirk Nowitzki, appena diventato campione NBAdi Fabio Palma | pag. 12GRAZIA E BELLEZZA: SHARAPOVALa più amata dagli italianidi Andrea Scanzi | pag. 16ACCADEVA NELL’ANNO...:IN MEMORIA DI ARNALDO TIZZONIdi Renato Frigerio | pag. 20RICORDO PERSONALE DI EMILIO COMICIdi Augusto Corti | pag. 22INTERVISTA - Presidente Generale del C.A.A.I.GIACOMO STEFANIdi Renato Frigerio | pag. 26uomini e sportINDICECOLLE DELL’INNOMINATA - ANNO 1961:LA TRAGEDIA CHE DÀ LUCE A UNA VITAdi Renato Frigerio | pag. 30A TUTTO TRAD!Viaggio in Galles alle radici Trad, stile UKdi Andrea Giorda | pag. 34INTERVISTA - Nuoto in rosa: DIANA BETTINdi Stefano Michelin | pag. 42INTERVISTA -GLORIA GAZZOTTI, SALTO CON L’ASTAdi Pietro Bagnara | pag. 46Fondata da: Sergio LongoniRedazione: Fabio PalmaCollaboratori: Renato Frigerio, Marco MilaniGrafica: Flavio FaillaPer mandare notizie o proposte articoliinfo@df-sportspecialist.it soggetto: UOMINI&SPORToppureDF SPORT SPECIALISTRedazione Uomini&SportVIA FIGLIODONI 1423891 BARZANO’ ( Lc)Numeri arretrati suwww.df-sportspecialist.it2in copertina:Maria Sharapova


EDITORIALEdi Sergio LongoniOggi Racconto una storia che ha forse poco a che vedere con un normale classico editoriale. Non so perché scrivo tutto questo, se trascinatodall’emozione e dall’entusiasmo nate dalla massiccia partecipazione e dal successo della serata con protagonista Gianni Rusconi epreceduta da un interessante confronto generazionale tra autorevoli esponenti dell’alpinismo sul tema delle invernali, oppure se sia statala vicinanza di un anniversario importante. Era la data del 15/7 a riportarmi con nostalgia e con indicibile soddisfazione allo stesso giornodel 2004, quando a Sirtori veniva inaugurata l’apertura del nuovo punto vendita di Df Sport Specialist. Sono ormai quasi 10 anni cheho lasciato alle spalle Longoni Sport, un nome che, nonostante il suono e la sua origine, non può più richiamarsi a me, Sergio Longoni. Illegame con Longoni Sport era continuato anche dopo il 1999 anno in cui avevo ceduto la proprietà e ne avevo mantenuto in parte l’amministrazione.Mi bastò purtroppo pochissimo tempo per accorgermi che quella che era stata una mia creatura vincente andava trasformandosisotto i miei occhi e perdeva tutti gli aspetti che avevano caratterizzato la mia storia di imprenditore. Gilles Villeneuve interpretava imiei pensieri con questa frase in un intervista: “Se e’ vero che la vita di un essere umano e’ come un film, io ho avuto il privilegio di esserela comparsa, lo sceneggiatore, l’attore e il regista del mio modo di vivere”.Nel 2002 vendetti la mia quota per ripartire in linea con i miei principi che non considerano il denaro come il fattore determinante dell’esistenza.La mia scelta comprendeva decisioni problematiche, rischi e responsabilità: dovevo investire molto, ma tornavo a credere in mestesso e ritrovavo l’entusiasmo di un nuovo progetto.Il 15/7/2004 con l’apertura del punto vendita di Sirtori tornavo al mio luogo di origine. Df Sport Specialist cresce fondandosi sulla passioneper lo sport la competenza del personale e l’importanza dei rapporti umani incentrati sulla fiducia e il rispetto. Oggi con Blufrida eBicimania i negozi arrivano a 18 mentre i dipendenti superano le 300 unita. L’attenzione e il sostegno allo sport sono sempre stati il finedella mia attività imprenditoriale, arricchita ulteriormente dall’ Organizzazione delle seguitissime serate “A tu per tu con i grandi dellosport” e la pubblicazione di “Uomini e Sport” la rivista a scadenza trimestrale con distribuzione gratuita che acquisisce ad ogni uscitaun’inconfondibile e affascinate personalità.Ci stiamo ormai incontrando in molti modi diversi, e la nostra conoscenza che si va approfondendo ci consente di guardarci in faccia a visoaperto, fino a trasformarsi in reciproca stima e simpatia. Insieme ci sarà possibile costruire un giusto rapporto per impegnarci a favorirela pratica e la crescita della passione per lo sport, per ogni genere di sport: con la collaborazione di tutti.3


INTERVISTAPolvara e Invernizzi:lo sport è SCI DI FONDOintervista di Marco MilaniGianfranco Polvara nato a Bellano il 29 gennaio 1958 eresidente a Barzio. Ha messo gli sci da fondo all’età di 13/14 anni, a16 anni è entrato a far parte del Gruppo Sportivo Esercito. Ha partecipatoa cinque Olimpiadi conquistando il miglior piazzamento aCalgary (Canada) nel 1988 con il 7° posto. Ha partecipato anche asei campionati del mondo arrivando al 4° posto nel 1993.Domenico Invernizzi è nato a Lecco il 7 dicembre del 1954e risiede a Cremeno. Appassionato di sci di fondo ha cominciato agareggiare nel 1968 compiendo una carriera dilettantistica tra cuipuò vantare la vittoria di dieci campionati regionali.Domenico Invernizzi alla Sgambeda di Livigno4


Gianfranco Polvara e Domenico Invernizzi sono due amiciuniti dalla grande passione per lo sci di fondo. Gianfranco hacominciato seguendo le orme di Domenico, per tutti Nico, cheha intrapreso una brillante carriera da dilettante. Le loro stradesi sono divise quando, a 16 anni, Polvara ha deciso di entrarenell’Esercito per diventare un professionista. Il successo è arrivatoben presto diventando uno degli sportivi più rappresentatividel nostro territorio con cinque Olimpiadi alle spalle (un traguardoche pochi possono vantare) e numerosi campionati del mondo.INTERVISTATra Nico e Gianfranco è stata un’amicizia nata grazie allo sci:“Negli anni ’70 lo sci di fondo era molto praticato e seguito. Uncampionato regionale poteva vedere la partecipazione di 400concorrenti e per il titolo tricolore si arrivava fino a 150 atleti coni professionisti a fianco dei dilettanti. Il titolo italiano era davverosentito e la partecipazione spettacolare” ricordano i due atleti.“In Valsassina, ma anche in Brianza, lo sci di fondo ha lunghetradizioni - spiega Invernizzi - Ricordo soltanto il papà degli attualiPaolo e Pietro Riva, il mitico Ermanno, di Oggiono, genteche in quegli anni correva a livello nazionale. Quando Polvaragareggiava mi ricordo che qui in Valsassina si organizzavano ipullman per partecipare alle trasferte. Adesso nessuno si sognadi organizzare il bus per seguire gli atleti”. “Lo sci di fondo trascinavatanta gente - continua Polvara - forse allora non c’eranotanti sport come al giorno d’oggi e lo sci alpino non era ancoracosì praticato. In Valsassina invece la prima cosa che ti trovaviai piedi erano gli sci di fondo. E di neve ne abbiamo battuta,Nico davanti e io dietro… era l’unico modo per preparare le pisteperché non c’era la tecnologia che c’è oggi. L’amore per la neveera tantissimo e ci accontentavamo di poco perché le piste eranomolto diverse... e forse è stato anche un bene, perché abbiamoimparato ad apprezzare veramente questo sport”.Per Gianfranco avvicinarsi allo sci è stato naturale:“Ho seguito mio padre e mio fratello e, probabilmente, ho vissutoi momenti belli dello sci di fondo. Ho cominciato con Nico nelloSci Club Lecco Valsassina, lui era nel gruppo dei più grandi eio mi limitavo a copiarli. I materiali erano quelli che erano, nonesistevano tabelle di allenamento né allenatori… i miei allenatorierano loro. Poi, a 16 anni, ho deciso di entrare nell’Esercitoa Courmayeur e sono orgoglioso di essere stato lì perché mihanno trattato benissimo. Dalla squadra nazionale Juniores hocominciato la mia scalata verso i livelli più alti: squadra B e poisquadra A, dove sono rimasto come atleta fino al 1995”.Cinque Olimpiadi, quale è stata la più bella?“Ogni anno e ogni Olimpiade hanno la loro storia e il loro fascino.Forse quella che mi è rimasta più nel cuore è stata quella diSarajevo (1984), c’era ancora la Jugoslavia… Anche se comerisultato è stato il peggiore mi è rimasto un bel ricordo del paesaggioe delle persone. E’ chiaro che le Olimpiadi rappresentanoGianfranco Polvara in una prova di Coppa del Mondo in Svizzerail massimo della carriera di un atleta: corri contro il mondo erappresenti la tua nazione. La prima l’ho fatta nel 1980 e 50 chilometrinon sapevo nemmeno cosa fossero. Ricordo che il direttoreagonistico mi disse “Non pretendiamo il risultato da te, madevi arrivare in fondo, non devi fermarti”. La felicità nel tagliare iltraguardo non la scorderò mai. Tra l’altro ero l’atleta più giovanein gara e la mia fortuna è stata partire col pettorale numero 1.Infatti, visto che si partiva a cronometro, hanno aperto la direttatelevisiva proprio mentre c’ero io”.Cosa ti ha lasciato la tua carriera da professionista?“Sono stati anni bellissimi, ho girato il mondo grazie allo sci difondo – prosegue Polvara - tornassi indietro lo rifarei partendoanche prima dei 16 anni. Posso dire di avere imparato a vivere:tante volte si disprezza quello che si ha vicino a casa, ma larealtà è che l’America è l’Italia”.5


GIANFRANCO POLVARA eDOMENICO INVERNIZZIINTERVISTAPolvara con la maglia dell’EsercitoAccanto a Polvara, però, spesso c’era l’amico Invernizzi:“Quando Gianfranco cominciava a vincere, prima che entrassenell’Esercito, anch’io facevo gare nazionali e si andava via assieme,con la mia macchina perché ero il più grande… eravamoun bel gruppetto. Ma anche da professionista spesso andavo avederlo gareggiare. Si partiva con i pullman e non nascondo chea volte mi piaceva di più andare a vedere gare di quel livello cheandare a correre”. “Nico spesso mi ha aiutato negli allenamenti- racconta Polvara - era una sorta di aiuto reciproco, perchéallenarsi in compagnia ti faceva sembrare il lavoro un po’ menoduro. Dal punto di vista mentale era un sollievo”.Lo sci di fondo vi ha aiutato a conoscere un po’ il mondo…“In quinta elementare – ricorda Invernizzi - ho preso l’aereo perandare a Roma a fare una gara nazionale. Quando sono tornatoa scuola non si parlava d’altro perché negli anni ’60 prenderel’aereo era un vero evento. Per andare a Santa Caterina ci volevaun giorno di viaggio. Una volta si diceva “Ho girato il Mondoe sono arrivato a Calolzio””. “Arrivare a un livello così alto miha dato molte opportunità - riprende Polvara - mi ritengo moltofortunato perché ho conosciuto gente diversa. Ricordo la Russiae i paesi dell’Est… a quei tempi erano una cosa davvero particolare.All’aeroporto ti vedevi arrivare i bambini che ti prendevanoper mano e ti chiedevano un chewin gum, ti trovavi di frontealla povertà. Vedevi gente che sciava ancora con gli sci di legnoquando c’erano già da tempo gli sci di plastica”.6


INTERVISTAE come mai avete scelto uno sport così faticoso?“Ogni sport è uno sport di fatica - racconta Invernizzi – A tal propositomi piace raccontare un aneddoto: quando nel 2000 hofatto la Vasaloppet in Svezia, una gara di 90 chilometri moltodura. Dopo 40 chilometri troviamo il cartello dei meno 50 all’arrivo.Ero col Follis, il fratello dell’Arianna, e io stavo andandofortissimo perché loro erano della squadra nazionale e io avevogià la mia età. Follis mi guarda e dice: “mancano 50 chilometri einizia anche a piovere”, insomma si stava demoralizzando, alloragli ho risposto “pioverà, mancheranno 50 chilometri ma non sonoa casa a lavorare, sono qui a divertirmi!”. La fatica deve trasformarsiin divertimento di fare fatica ed è quello che bisognerebbeinsegnare ai giovani d’oggi”.Polvara (seconda fila a destra beretta bianca) con la squadra nazionaleE anche per Gianfranco è lo stesso: “Durante la carriera ho fatto tanti sacrifici, ho dedicato la mia gioventùa questo sport, però tornando indietro lo rifarei, perché lavita dello sportivo è bella e ti offre tante opportunità”.Per Polvara poi è cominciata la carriera da skiman:“Dal 1995 al 2007 ho seguito la squadra azzurra. Passando daatleta a tecnico vivi un’emozione diversa perché lavori sulla pelledegli altri: se sbagli un materiale, il danno è a carico dell’atletache segui, hai una grande responsabilità. Gli ultimi anni ho seguitocampioni del calibro di Di Centa e Valbusa, atleti di ottimolivello, e chiaramente ti trovi ad avere un ruolo molto importante.Ricordo un aneddoto particolare delle Olimpiadi Invernali di Torino2006… Prima della 50 Km sono uscito a provare gli sci conGiorgio Di Centa ed eravamo indecisi tra due sci di pari prestazioni.Mancava mezz’ora alla partenza e mi ricordo che mi chieseun parere. Gli dissi che io restavo della mia idea, mentre lui erapiù propenso ad usare l’altro. Alla fine mi ha guardato negli occhie mi ha detto “Mi fido di te”. Ho vissuto le due ore della 50 chilometricol cuore in gola, non pensavo che vincesse, mi bastavasolo che andasse bene. Poi ha vinto, Giorgio è stato davveroCampionato Italiano a Sappada - Polvara a sinistra, al centro De Zoltstraordinario, perché ovviamente la differenza la fa chi sta sullosci e non lo sci, ma è stata una sensazione euforica”.E al giorno d’oggi come è il movimento del fondo?“Ai giorni nostri è un po’ dura, il livello si è un po’ appiattito anchese c’è qualche giovane interessante… la speranza è che non siperda per strada. E poi c’è la crisi che pesa anche sullo sport,mancano i soldi. I corpi militari non hanno più risorse per seguireun ragazzo e non ci sono i soldi per investire su tutti quelli chemeritano. Al giorno d’oggi o ti sponsorizza la famiglia oppure èdavvero dura. Poi è cambiata anche la mentalità: una volta tiallenavi solo a battere la pista, e poi giravi ancora per l’entusiasmodella fatica fatta a preparare la pista. Oggi se non c’è il gattodelle nevi non ci si muove neppure. Invece è bello uscire anchein neve fresca e per un ragazzino è allenante. Forse si è persol’aspetto ludico di questo sport”.Polvara e Invernizzi, però, non hanno perso la voglia di sciareanzi…“Adesso gareggiamo con i veterani vincendo anche qualche medaglia.Anche se allora erano tempi diversi perché alla fine unodeve andare forte alla sua età”. E all’orizzonte non mancano nuoviobiettivi… “Sarebbe bello andare ai Mondiali in Germania, ovviamentetra i Master… purtroppo indietro non si può tornare!”.7


OGNI VOLTA “UN NOME”:DA NON DIMENTICAREErmanno Riva (Herman Lesnic)di Renato Frigerio8


ERMANNO RIVAIl fondista “Cittadino” per eccellenza.Nato ad Oggiono il 22 novembre 1938, secondo di 4 fratelli e 2sorelle, Ermanno risiedeva sulle rive del Lago di Oggiono, alla“Ca’Bianca” ora “Le Fattorie” ma il suo amore era fin da ragazzoconsacrato alla montagna.In famiglia aiutava nei campi ma appena possibile andava versole montagne con gli amici perché la sua passione era per unosport praticato da pochi e poco conosciuto: lo sci di fondo.Non ha certo un curriculum alpinistico da “vero alpinista” ma lasua passione lo porta a fare le “13 cime”, Cervino, Monte Bianco,Monte Rosa, Dente del Gigante, Petit Capucin, Cevedale e altrimonti della Valtellina...... oltre a tutte le più conosciute e vicinevette prealpine.I suoi compagni sono del CAI Besana, passati poi al CAI Barzanò:Sergio Longoni, Guido Maggioni,Guido Cazzaniga, i compiantiLuigi Viganò “ul biund” e Sandro Carrara per citarne qualcuno.Come detto, prima di andare per queste montagne è stato ungrande fondista, la passione per questa specialità sciistica lo haportato in giro per tutto il mondo e con brillanti risultati agonistici:Marcialonga, Vasaloppet, FinlandiaHiito,Dolomintenlauf,Oberarmenngau, in quest’ultima si è piazzato addirittura neiprimi dieci, conseguendo risultati eccellenti per il trofeo Alpentris(Marcialonga, Dolomitenlauf e Oberarmenngau). Fu ancheCampione Italiano Cittadini.Nel 1973 riceve il premio atleta dell’anno del Comune di Oggionoappunto per essersi piazzato primo degli Italiani nel prestigiosoTrofeo Alpentris.Ermanno ha tre figli che non riescono neanche ad immaginareun papà migliore di lui. In ordine di età: Pietro,Paolo e Antonio.Tutti ricevono in eredità la sua grande passione per lo sport ela montagna, quello che più emerge in campo agonistico e cheriesce a dare grandi soddisfazioni nel campo dello sci agonisticoè Paolo. Papà lo guida e lo segue come un ombra e lo porta daigiochi della Gioventù fino alla Nazionale di fondo.Nel 1978 con il fondamentale aiuto di Sergio Longoni fonda lo“SCI CLUB NORDICO ALTA BRIANZA” per insegnare ai giovanilocali e non la pratica dello sci di fondo, si scopre “talent scout”e oltre a Paolo, porta ad alti livelli altri giovani, per esempio ilbergamasco Roberto Marchesi e l’attuale campione di Winter-Triathlon e Duathlon Daniel Antonioli.Tutti i soci dello sci club e gli amici lo ricordano come il “magodella sciolina”, ai tempi quando esisteva solo la Tecnica Classicae la sciolina di tenuta era fondamentale,. lui raramente sbagliavamiscela.A Figina,sopra Villa Vergano, visto le frequenti variazioni del tipodi neve, si allenava ed imparava i trucchi delle sciolinature incondizioni particolari; era il suo campo di allenamento e preparazionein tutto e per tutto.Per descrivere la sua passione invernale basta ricordare quando,al primo anno di fidanzamento con Angela, poi sua futura9OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE


Ermanno RivaNella foto, sulla vetta del Cervino, da sx a dx: Ermanno Riva, Guido Cazzaniga, il “biondo”, Paolo Rivamoglie, in autunno le disse:”.....Angela, arriva l’inverno e io devoandare a sciare, ci vediamo in primavera”........Ebbe l’occasione di conoscere il famoso allenatore dell’alloranazionale azzurra, lo Svedese Hermann Nillson; Ermanno sipresentò come Hermann Lesnìc.Lesnìc è il soprannome di famiglia, visto che i nonni provenivanoda Lasnigo,che dovettero lasciare dopo un alluvione che distrussela stalla di famiglia. Si trasferirono ad Oggiono sulle rive dellago dove nacque Ermanno.Era conosciuto perchè a Natale era uno dei pochi temerari chesi tuffava nelle gelide acque del lago!!!!Tra gli anni 70 ed 80 ha costruito “La baita del fondista”, la casettaprefabbricata in legno ai Piani Resinelli dove lui andava alfresco e vicino alle montagne con tutti noi.Sicuramente è stato un forte e bravo sciatore con un palmaresda ottimo cittadino amatore, ma non è solo per questo che nondobbiamo dimenticarlo; non dobbiamo dimenticarlo soprattuttoperchè è stato un gran lavoratore, sempre pronto ad aiutare gliamici e non, sempre contento ed ottimista.Sempre pronto a stimolare e consigliare le persone negli allenamentie nel superamento delle difficoltà, audace di fronte alpericolo, mai sconsiderato e mai cattivo, compagno ideale perogni gita ed avventura.E’ stato un grande papà , esageratamente premuroso per i suoifigli e sempre pronto e attento a dare consigli migliori.Un papà, un compagno, un amico ed un marito …che ci ha datotanto e che non potremo mai dimenticare.Troppo presto è …”andato avanti”...OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE10


ERMANNO RIVAIl fondista “Cittadino” per eccellenza.Da sx a dx, sul Bianco, Petit Capucin: Guido Maffei, Luigi Viganò e il mitico biondo11OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE


100 dollari devoluti in beneficenza per ogni canestro da tre segnati.Un faccione da autotrasportatore, camionista, bevitore dibirra. Due metri e 13 e un fisico certamente non visivamentebello e potente come quello del 99% dei suoi rivali.Dirk Werner Nowitzki e’ nato il 19/06/1978 a Wurzburg in Germania,e proprio non sembrava predestinato a diventare, un giorno,il giocatore di basket più famoso del mondo.Come molti ragazzini europei si innamoro’ del calcio, uno fra glisport preferiti da Nowitzki ancora oggi, ma si cimento’ anche nellapallamano e nel tennis. All’eta’ di 17 anni il suo fisico esplosee nel giro di un paio di mesi arrivo’ fino ai 2.01 cm di altezza.Avendo gia’ provato diversi sport, perche’ non provare anche ilbasket?? Era diventato troppo alto per il calcio...Provo’ ad iscriversi nella squadra giovanile della sua citta’ percapire come funzionava il gioco e vedere se gli piaceva, e inbreve tempo si impadroni’ dei fondamentali aggiungendovi delsorprendente talento naturale nel gestire la palla e “leggere” ilgioco. A Wurzburg ben presto si accorsero di avere un “fenomeno”tra le fila della loro squadra... Nowitzki fu chiamato a disputareil mondiale Under 22 di basket con la maglia della Germanianel 1996.All’epoca gli occhi degli Scout Nba erano piu’ attenti ai giovanitalenti del loro Paese piuttosto che ai giocatori europei o comunquedi campionati inferiori. Nonostante cio’ erano presenti alcuniosservatori provenienti dagli Stati Uniti, i quali iniziarono adannotarsi il nome di Dirk soprattutto quando lo videro andare indoppia cifra per 7 volte su 8 partite, con la “perla” di 34 punti e 15rimbalzi nella finale vinta dalla Germania all’over-time.Chiuse la stagione 96-97 l’anno successivo la dirigenza delWurzburg opto’ per portarlo in prima squadra, che militava nellaserie B, dove avrebbe trovato avversari con una stazza fisicapari (se non superiore) alla sua e soprattutto con maggioresperienza. Questi fattori non influenzarono l’annata 97-98 diNowitzki che chiuse come Miglior Giocatore del campionato etrascino’ il Team dalla serie B alla Serie A. In tutto chiuse con28.9 punti di media, 9.9 rimbalzi, 1 assist ed il 56.1% dal campoe il 76.3% ai liberi...Alcune squadre Nba iniziarono ad essere sempre piu’ interessatea questo giocatore Tedesco e decisero di invitarlo al NikeHoop Summitt di San Antonio. Disputo’ una sola partita fra unaselezione dei miglior giocatori americani contro una selezionedei miglior giocatori non-americani, e la concluse con 33 punti,14 rimbalzi e 3 palle rubate...il miglior giocatore di quella esibizione!Dopo questa prestazione entro’ nel mirino di buona partedei piu’ prestigiosi College Americani ma anche in quello di duesquadre con scelta alta al prossimo Draft (scelta dei giocatorinon professionisti, universitari o europei, da parte delle squadre13


IO SONO LEGGENDA.La grande storia di Dirk Nowitzki, appena diventato campione NBANBA. Le ultime del campionato precedente hanno il diritto di scegliereper prime), 1998, e quindi con la possibilita’ di chiamarlo:Boston e Dallas..Dirk inizio’ la sua avventura a Stelle e Strisce, appunto, nei Dallas,che credettero fortemente in lui ( Boston optò per l’altro fuoriclassePaul Pierce, che arriverà ben prima di Dirk a vincerel’NBA). Alcuni giorni dopo il Draft era stata indetta una conferenzastampa in casa Dallas dove l’allenatore Nelson disse di averpreso il miglior giocatore disponibile al Draft e che sarebbe statomatricola dell’anno... Parole a dir poco “enormi” perche’ Nowitzkiera solo un ragazzo ventenne e disputo’ il suo primo annocercando di adattarsi ai nuovi compagni di squadra, al livellodegli avversari (molto piu’ alto rispetto alla Serie A Tedesca) edai continui spostamenti per tutti gli States, quindi concluse con8.2 punti, 3.4 rimbalzi ed 1 assists. Non proprio un grandissimoinizio, insomma...Alcuni criticarono pesantemente Nelson e etichettaronoDirk come un “bidone”.Sia Nelson che i suoi “accusatori” sbagliarono perche’ il Tedescoaveva solo bisogno di tempo per ambientarsi ai nuovi ritmidi vita... Nella stagione seguente viaggio’ ad una media di 17.5punti, 6.5 assists e 2.5 assits. Pero’ il salto’ di qualita’ lo fece l’annosuccessivo quando con 21.8 punti, 9.2 rimbalzi, 2.1 assits,1.23 stoppate ed il 47.4% di percentuale di tiri vincenti dal campoguido’ la sua squadra ai play off, dopo lunghi anni di assenza, eribalto’ un 2-0, inflitto dagli Utah Jazz, in un 3-2 arrivando sinoalle Semifinali della Western Conference. (negli USA, i play offsono divisi fra EAST e WST, con poi la finalissima). Durante lastagione regolare ando’ in doppia cifra per 80 volte (su 82 partitegiocate) di cui 50 volte supero’ quota 20 punti e 10 volte supero’ i30 punti... Venne inserito nel terzo quintetto All Nba Team (ovvero,il terzo quintetto dell’anno!) e fu il primo giocatore di semprea ricevere quest’onore in maglia Dallas...Confermo’ il suo status di Star anche nel 01-02 quando passo’dal terzo al secondo quintetto All Nba Team e fu convocato agiocare il suo primo All Star Game (la partita spettacolo che laNBA organizza ogni anno fra i migliori giocatori della stagione).Le sue cifre parlavano di 23.4 punti, 9.9 rimbalzi e 2.4 assist ecome ogni vero campione aumento’ il suo rendimento nei playoff dove in 8 partite concluse con una doppia doppia di media:28.4 punti, 13.1 rimbalzi e 2.3 assists.Nel 2004 Nowitzki disputò un’ottima stagione regolare finendoterzo (dopo Nash e Shaquille O’Neal) nelle votazioni per l’assegnazionedel premio MVP (Miglior giocatore dell’anno). Le suecifre parlavano di 26.1 punti, 9.7 rimbalzi e 3.1 assists. Durantela stagione 2005/06 trascinò la sua squadra con le medie di 26.6punti, 9 rimbalzi e 2.8 assists a partita, i Dallas chiusero la stagioneregolare con oltre 60 vittorie, e arrivarono sul palcoscenicodelle NBA Finals per la prima volta nella loro storia! Nella seriefinale incontrarono Miami di Shaquille O’Neal e Wade. Dopo essersiportati avanti 2-0 nella serie i Texani infilarono quattro partitesbagliate uno dopo l’altra e quindi uscirono sconfitti 4-2.Sembrò un appuntamento storico semplicemente rimandato,perchè il 2006/07 fu per Nowitzki addirittura la nomina a migliorgiocatore della NBA, votato MVP del 2006/07, i Dallas dominaronola stagione regolare e in molti davano per scontato che iltitolo NBA 2007 fosse gia’ loro. L’altra faccia della medaglia di uncampionato simile, pero’, venne fuori nei playoffs dove, irriconoscibili,furono sorprendentemente eliminati dalla squadra dotatadell’ottavo piazzamento, cioè l’ultima classificata ai play off, ovveroi Warriors. Nowitzki in tutte le partite, tranne gara 5, sembro’l’ombra di se stesso mettendo a referto una Gara 6 (quellapoi risultata fatale) davvero pessima: 8 punti, 2/13 dal campo.Probabilmente si tratta del primo caso in cui la miglior stagioneregolare di un giocatore corrisponde anche con la peggiore.Ci sono voluti altri cinque anni per riprendersi: sempre chiusi,nella loro zona West play off, dai Lakers e dai San Antonio, perDirk sembrava che il titolo NBA fosse davvero impossibile, unmiraggio.Poi, quest’anno, nel secondo turno dei play off, un incredibile4-0 rifilato ai campioni in carica, i Los Angeles Lakers di Kobe14


Bryant. Cominciano a crederci, anche se dall’altra parte del tabellonedei play off stanno giocando come ci si aspettava i Miamidi sua Maestà (sopra nominato, il Prescelto) Le Bron James, checon Wade e Bosh ha costituito un trio delle meraviglie.E arriva la finale, proprio contro i Miami. Miami stravince la primapartita, con un Le Bron mostruoso, e la svolta avviene nellaseconda partita, giocata a Miami. A 4 minuti dalla fine, Miamivince di 15 punti, Le Bron e Wade sembrano Maradona e Messiinsieme, e nessuno scommetterebbe un centesimo contro il 2-0(e l’ipoteca sul titolo, perchè si arriva a 4...). Ma Dirk Nowitzkyfa quegli ultimi 4 minuti come soltanto un certo Michael Jordanfece, una volta, in una finale. Miami si scioglie, la finale va sul2-2, e il destino è segnato. Dallas vince, ancora in rimonta finale,la quinta partita, poi la sera torna a Miami, dove le stars di casasono però impaurite. Non si aspettavano di giocare le ultime duepartite, decisive, in svantaggio. Dallas domina per metà partita,viene recuperata, ma il finale è un’apoteosi.Anni di critiche. Anni di beffe. Anni in cui ha dovuto sentire, troppevolte, “sì, è forte il biondo. Ma quando le partite contano...”.Insomma, “con lui non si vince”. Tutto spazzato via. Tutto finito.Dall’inferno al più inaspettato paradiso.Non abbiamo scritto che nel 2006, in quella finale contro Miami,Dallas,: avanti due partite a zero, era in vantaggio di tredici puntinel ultimo quarto periodo del terzo incontro. E Nowitzki diventò“il grande perdente, il biondo con cui non si vince”.E invece ora Dirk ha vinto. Appena finita la partita finale è scappatonegli spogliatoi, senza esultare e con gli occhi gonfi di lacrime,che era troppo il dolore per le ingiustificate critiche che loavevano bersagliato per anni. E’ scappato negli spogliatoi congli occhi gonfi di lacrime, perché non ci poteva credere. Non cipoteva credere nemmeno Holger Geshwinder, il padre putativoe lo scopritore del tedescone di Wurzburg, venuto apposta a seguirequesta partita. Ma Dallas non sognava a occhi aperti: haportato a casa l’anello Nba e viene consegnata dritta dritta allastoria del Nba.Così un ragazzone tedesco alto come Le Bron James ma cosìfisicamente meno impressionante, insomma, uno come noi, solotroppo cresciuto, corona il suo sogno. Quando a 16 anni crebbetroppo in fretta e fu costretto a lasciare il calcio si disperò, eandò a giocare a basket come ripiego. Ha vinto il titolo di NBA,ovvero l’equivalente del campionato del mondo di calcio. Comeprotagonista. A 33 anni.Negli Usa è diventato ancora più popolare pure per un gestocoraggioso sul piano personale: nel 2009 ha assicurato alla giustiziauna ragazza che era sì la sua compagna, ma che nel contempoera una delinquente d’alto profilo, specializzata in truffecolossali. Scoprirlo, per lui è stato una sorpresa. E i momentisuccessivi non sono stati semplici. Proprio come quando devealzarsi in sospensione con il suo splendido tiro e «sparare« uncanestro da tre con l’avversario aggrappato.Ce n’è abbastanza per entrare nella storia dello sport.In questa pagina, Nowitzky contro “il prescelto”, il fuoriclasse Le-Bron James. James aveva lasciato Cleveland per Miami per vincere,finalmente, il suo primo titolo.15


GRAZIA E BELLEZZA: SHARAPOVALa più amata dagli italianidi Andrea Scanzi16


Maria Sharapova fu scoperta bambina da Martina Navratilova:un po’ come se Roberto Baggio fosse stato il talent scout di GattusoMaria Sharapova è troppo algida per il ruolo di femme fatale etroppo “carina” per essere sexy. Anche in questa sua fluttuazionefenomenologica, in questa refrattarietà estetica a essere unostereotipo ben defi nito (e quindi ben vendibile), risiede uno deisuoi problemi. Non certo il primo, considerando bue e infortuni,ma quando si parla della “Principessa Maria” - la defi nizione èdel suo cantore Massimo Marianella - occorre parlare anche diquesto. Di forma, più che di contenuto. Maria Sharapova è tornata.Riemersa dalle ceneri, come una Fenice poco Araba e moltoSoviet. Non è più quella di prima, ma non è neanche la caricaturadi se stessa. Se il ritorno perfetto è quella della Clijsters mammae trionfatrice, e quello peggiore coincide col Bjorn Borg chesi riaffaccia a Montecarlo con la racchetta di legno e la parodiadi Sai Baba all’angolo, la nuova Sharapova sta a metà strada,parente abbastanza stretta di colei che, all’apice di forma e grantoli,vinse tre Slam e tramortì le avversarie. Mordendole al collo,sballottandole in campo, lavorandole ai fi anchi e trapanandoleall’altezza dei timpani.Wimbledon nel 2004, US Open nel 2006, Australian Open nel2008. Ventiquattro anni e almeno uno e mezzo di calvario.La seconda metà del 2008 e tutto o quasi il 2009 buttati.Spalla operata, rieducazione molto più problematica del previsto.Ripartenza lenta, sconfi tte brucianti. Fino a un 2011 che cominciacon la sconfi tta ad Auckland con la Arn nei quarti (in salastampa era furiosa, a conferma che il rientro non è una scampagnataben retribuita dagli sponsor) e prosegue in crescendo.Ottavi a Melbourne, accettazione della convocazione in Fed Cup(l’anno prima delle Olimpiadi, guarda caso). Semifinale a IndianWells, fi nale a Miami. Ritorno tra le prime dieci. E la sensazioneche l’ascesa non si fermerà qui.Maria Sharapova è una icona-ibrido. Una bella che piace a chisegue il tennis superfi cialmente ma che non ha mai convintoappieno gli appassionati. Sempre perfetta per il titolo roboantenei quotidiani, per vendere la fi gurina della tennista avvenenteche sbaraglia la concorrenza di colleghe ampiamente meno telegenichedi lei, è un po’ meno indicata come spot del tennis piùauspicabile. Nel 2004 la notizia non era che avesse vinto Wimbledon,ma che le sue gambe fossero già pronte per la classificadi Forbes sulle donne più desiderate del pianeta.La chiave di lettura maschilista e machista è andata avanti, corroborataqua e là da spruzzatine gossip e quasi hard. L’inapprezzabilecantante dei Maroon 5, uno dei suoi compagni, rivelòche a letto la Sharapova era un ghiacciolo. Gli spasimanti successivi,veri e presunti, da Juan Carlos Ferrero a Nole Djokovic,hanno avuto la buona creanza di non esprimersi in proposito.Né lo ha fatto il compagno attuale, il cestista sloveno Nba SashaVujacic, con cui dovrebbe convolare a nozze e a cui le malelinguepiù grevi attribuiscono i meriti dello sghiacciolamento dellasuddetta. Poiché di lavoro la Principessa Maria (cit.) non fa la pinup ma la tennista, ogni tanto occorrerebbe però parlare anche dicolpi e talento. Approccio quasi sconveniente, quando si discorredi lei: la forma sovrasta il contenuto e rende irrilevanti aspettipreminenti. La Sharapova di oggi non è imbattibile, ma neanchequella di ieri era un fiorellino di campo. Urla come se sgozzasseroplotoni di agnelli indifesi, esultanze carnivore, correttezzascarsamente accentuata e una manina che (soprattutto) a reteha la sensibilità dei badili. Prodotto in tutto e per tutto dell’accademiadi Nick Bollettieri, riuscita versione post-agassiana di unaconcezione sportiva dove il campo è una playstation su scalamaggiore e la racchetta un’arma atomica con cui divellere senzapietà. Per sommo paradosso, la Sharapova fu scoperta bambinada Martina Navratilova: un po’ come se Roberto Baggio fossestato il talent scout di Gattuso, o giù di lì.Botte su botte, uppercut e ganci, schiaffi al volo (l’eufemismotecnico che ha sostituito le volée) e sapienza tecnica paragonabilea quella di Andy Roddick che attaccò mille volte sul rovescioil miglior Gasquet a Wimbledon (sì, era secoli fa). Il giocoespresso, in passerella, non incanterebbe gli slitti.Maria Sharapova è un personaggio arido di aneddoti e passionalità,al punto che i giornalisti ricorrono da sempre alla CartaChernobyl per tirar fuori uno straccio di brivido emotivo dalle suerisposte monoloticamente asettiche. Viene allora nuovamentereiterata la storia di lei che nasce in Siberia perché poco primala famiglia era stata costretta ad abbandonare Gomel, cittadinabielorussa a due passi dal confi ne ucraino, fuggendo dalle esalazioninucleari.Da una parte c’era la favola della ragazzina senza soldi emigratain California, forte unicamente delle sue doti tennistiche.Dall’altra la macchina-sparapalle che generava fl irt e vittorie.17


GRAZIA E BELLEZZA: SHARAPOVALa più amata dagli italianiLa sua latente antipatia, confermata dall’odio trasversale con cuituttora la omaggiano le colleghe, è stata acuita dalla sempiternapresenza al suo fi anco del padre Yuri, che ha avuto il meritodi permetterne l’esplosione agonistica e il demerito di regalarescene madri e sguardi marziali durante le partite della figlia. Losi rammenta ancora, dai palchetti di Melbourne, mimare lo sgozzamentodella rivale al termine di una vittoria di Maria; come unpersonaggio del wrestling, un Mirko Vucinic d’antan o – peggio- come un generalissimo mancato.La Sharapova attuale, tra un set fotografi co e l’altro, è riuscitain un miracolo e mezzo. Quello intero è il ritorno ad alti livelli.Quello parziale è la quasi-simpatia. I campioni feriti piaccionosempre (altro stereotipo) e le cicatrici donano a Maria. Ha cambiatoallenatore, ha dimostrato umiltà. Si è liberata della vecchiaracchetta, ha mutato ancora il movimento al servizio - più laterale,si direbbe à la McEnroe. Non ha stretto alleanza con le volée,né mai lo farà, ma ha imparato a vivere lontana dal padre, cheper fortuna non la segue più. Sembra persino meno urlante epiù corretta. Non somiglia alla maestrina del gesto bianco, manel pieno dei suoi 24 anni (compiuti il 19 aprile) ha ora sguardomeno fiero e più vero. Se il tifo non fosse una malattia ributtante econtagiosa, verrebbe quasi voglia di dire che adesso è tifabile.Anche perché, e qui arriva il motivo primario del suo ritorno, iltennis femminile sta versando in condizioni più comatose chediffi cili. Ospite di un irrinunciabile programma dell’Istituto Lucedel Tennis, Corrado Barazzutti ha di recente sentenziato che unlivello così elevato nella WTA non si vedeva da anni. Il fatto stessoche Barazzutti sostenga questo, va da sé, è un’ottima provadel contrario. La WTA attuale è poco più che imbarazzante.Dieci anni fa, ma anche meno, una Wozniacki numero uno delmondo sarebbe stata impensabile. Come una Schiavone quarta.O una Stosur o un’Azarenka primattrici.La Clijsters non sta bene e dopo le Olimpiadi chiuderà (stavoltasul serio). Le Williams sono le Williams, il tempo e i chili passano18


La Sharapova attuale è riuscita in un miracolo e mezzo.Quello intero è il ritorno ad alti livelli, quello parziale è la quasi-simpatiaMaria Sharapova è nata a Nyagan (Russia) il 19 aprile 1987.Alta un metro e 88 centimetri, è cresciuta in Florida alla cortedi Nick Bollettieri. Risiede ancora a Bradenton, Florida.In carriera ha vinto 22 titoli da professionista tra i quali spiccanotre tornei del Grand Slam: Wimbledon 2004 e US Open2006 e Australian Open 2008. È stata n.1 del mondo nel2005. Dal 2005, è la sportiva più pagata con un guadagnoannuo stimato sui 26 milioni di dollari, in gran parte provenientida sponsor quali Nike, Head, Sony Ericsson, Tiffany &Co., Evian, Clear, Cole Haan e Tag Heuer (orologi e occhialinelle foto)anche e soprattutto per loro. Più che uno sport, il tennis femminileè un pianeta di sopravvissute a tutto tranne che al talento.In tale scenario debole, miserrimo e pressoché apocalittico, puòbastare anche una Sharapova a mezzo servizio, dichiaratamenteprovvisoria, per il ruolo di Regina. Chissà che, quel giorno dinuova incoronatura, il suo sorriso non risulti più stereotipato e afavor di telecamera, ma semplicemente autentico.MARIA E CHERNOBYL«Venticinque anni fa, la mia vita è cambiata ancor prima chenascessi! Sembra impossibile ma è così visto che il più grandedisastro nucleare della storia è accaduto 40 miglia da dove vivevala mia famiglia. Subito dopo, mia madre è rimasta incintadella sottoscritta.Fortunatamente, i miei nonni lavoravano in Siberia e i miei sisono trasferiti a Nyagan, dove sono nata. Due anni dopo, cisiamo trasferiti a Sochi.Ho cominciato a giocare a tennis a 4 anni e da allora… conoscetela storia! Ma quello che non tutti sanno è che un disastroavvenuto 25 anni fa, tormenta ancora la mia gente. Voglio ringraziaree ricordare tutti gli eroi e le loro famiglie che si sonosacrifi cati per aiutare la gente durante quel disastro. E vogliodare speranza a tutti quelli che vivono in quella regione di potertornare un giorno ad avere una vita normale e sognare ingrande. Per favore, cliccate su mariasharapova.com nella paginaspeciale che ho creato su Chernobyl per saperne di più edare il vostro contributo»19


ACCADEVA NELL’ANNO…La prima edizione dell’annuario della sottosezione del C.A.I. Belledo – Sezione di Lecco – intratteneva i suoi lettori nel 1964,con due diversi articoli basati sull’originarietà del ricordo personale, in merito a due figure alpinistiche che, benché sicuramentedi differente spessore, si sono entrambe mantenute fino ai nostri giorni nel cuore di ogni lecchese appassionato d’alpinismo.La prima, in quanto rappresentante tipico della generazione degli alpinisti nostrani dell’immediato secondo dopoguerra,è quell’Arnaldo Tizzoni che appartiene decisamente al plotone degli indimenticabili. La seconda, un vero mito di ogni tempo,è quell’Emilio Comici che si innamorò a prima vista anche delle nostre montagne e che, con il suo stile, esercitò una influenzadeterminante sugli alpinisti lecchesi di quell’epoca.Ci sembra che i due articoli meritino allora di essere riproposti insieme, come apparvero pubblicati in quell’ormai lontano 1964.IN MEMORIA DIARNALDO TIZZONITORRE COSTANZA (foto mauro Lanfranchi)a cura di Renato FrigerioDa sinistra - Arnaldo Tizzoni,Casimiro Ferrari e Dario Cecchiniin Grignetta (archivioDino Piazza)ACCADEVA NELL’ANNO…“Queste righe, vogliono rievocare la Sua figura di uomo e alpinista.Amò la montagna come tutti gli spiriti eletti; sulla roccia temprò il Suo ardimento di combattente; sulla neve provò l’ebbrezzadella velocità.Da queste righe Lo vogliamo ricordare così, perché fu uno dei nostri”20


RICORDO PERSONALE DIEMILIO COMICIa cura di Augusto CortiNell’anno 1933, Emilio Comici, il più celebre arrampicatoredell’epoca fece la sua apparizione in Grignetta. Arrivò al rifugioCarlo Porta in compagnia dell’arrampicatrice Mary Varale, cheda due anni era divenuta per noi lecchesi una figura familiare: infattirisale all’anno 1931 la prima apparizione di Mary in Grignettae da allora con lei ci legammo in cordata innumerevoli volte.Comici, alpinista dai muscoli d’acciaio, era stato definito “l’uomoche arrampicava come un angelo” – “l’uomo mosca” – “il re degliabissi” – “il principe della gravità”: questo capitava di leggere dilui a grandi titoli sui giornali, questa l’apologia che conoscevanoi più. Ma il triestino era prima di tutto un innamorato della montagnae della natura, non un funambolo.Comici era il creatore della tecnica per il superamento dei tetti,difficoltà caratteristica del sesto grado, e con esso l’uso dellescalette di corda, chiamate staffe. Da lui, con quella sua naturalemodesta semplicità che era la grandezza dell’uomo e dell’alpinista,noi dovevamo apprendere la tecnica moderna.Noi alpinisti lecchesi d’allora eravamo sprovveduti tecnicamente,avevamo percorso arditi tracciati in roccia armati soltanto diindomito coraggio e di inesauribile volontà. In altre parole noidimostravamo già dimestichezza sulle nostre guglie e pareti, maa Comici ci dovevamo avvicinare per affinare quel mestiere equella tecnica che ci avrebbero aperto nuovi luminosi orizzonti.Ed io, ebbi la fortuna di essere con il famoso alpinista, in quelfausto momento legato alla sua permanenza fra noi. In questofatto è bene precisare che fui favorito dall’essere provvisoriamentedisoccupato.Da tre mesi ero senza lavoro, e credo che per questo motivo l’allorapresidente della Sezione di Lecco del C.A.I. – sig. AnnibaleRavasi – mi invitò ad incontrarmi con Comici per accompagnarloe facilitargli la conoscenza della nostra Grignetta. È bene direche per questo mi sentii subito investito di mille preoccupazioni,ma che la voglia di avvicinarmi a quel nome tanto ammiratomi spronava ad approfittare dell’occasione che mi si presentava.Confesso pure che il tempo che precedette il mio incontrocon Comici fu caratterizzato da ansia mista a soggezione, maquando fui davanti a lui la sua aria di uomo semplice mi aiutòa superare il complesso che mi ero creato. A comportarmi condisinvoltura mi aiutò la carissima Mary Varale.Prima di parlare dei trascorsi sulla Grignetta voglio esprimereuna premessa sul grande maestro. Comici fu sempre prodigodi consigli e insegnamenti con noi giovani lecchesi d’allora. Lasua scuola si elevò ad un’arte. La bellezza del suo stile e l’abilitànel manovrare le corde fecero comprendere anche ai profani perla prima volta che quelli che si cimentavano sulle grandi paretinon erano dei pazzi. Posso affermare per esperienza diretta cheComici creò proseliti ed allievi ovunque andava, allievi che poidivennero maestri, e che maestri!ACCADEVA NELL’ANNO…22


Grigna meridionale: TorreFoto di Mauro Lanfranchi, a uso esclusivo del numero 5 di Uomini e SportTanto per restare nel campo del lecchese, alla sua scuola sicompletarono i vari Cassin, Vitali, Ratti, Dell’Oro, solo per nominarei più famosi.L’aneddoto che vi riferisco ora vuole mettere in evidenza l’equipaggiamentoprimordiale con cui, io e tutti i giovani di allora, siarrampicava in Grignetta: le mie pedule di corda tutte rattoppatee sotto le quali calzavo calzettoni rabberciati. La provvida Mary,che era sempre con noi, mi regalò un paio di pedule di gommae Comici un suo giubbetto che si rivelò un’autentica cannonatanelle discese alla Piaz, oggi chiamate comunemente a cordadoppia, che per l’appunto grazie a Comici, e Mary Varale prima,avevano trovato seguaci in noi alpinisti della zona.Mamma mia, come ci rimasi male! Mi credevo orgoglioso dellemie ridicolizzate pedule di corda, perché noi agli inizi delle nostreconfidenze con la roccia si arrampicava con calzettoni di lanarinforzati in punta, ed essere in possesso di tali pedule per meera stato un passo avanti.Il mattino dopo il nostro incontro, sul piazzale antistante il rifugioCarlo Porta mi soffermai con Comici a parlare di noi e della Grignetta:mentre mi ascoltava però, il suo sguardo vagava attornosino a portarsi sul Corno del Nibbio. Dal rifugio Porta, guardandoa valle, il Corno del Nibbio fa bella evidenza, ma a noi lecchesiallora era sconosciuta scena dei nostri ardimenti. L’occhio espertodi Comici sfavillò quando ci trovammo ai piedi della parete.Impiegò parecchio tempo prima di scegliere la via più tecnicada tracciare e valente a dimostrazione.Fu così che la via Comici al Nibbio, cordata Comici, Dell’Oro,Piloni, ebbe origine; questo tracciato, caratterizzato da diedri,è ancora oggi il più classico della Grignetta. Fu così che le viesul Nibbio si tracciarono al punto di intersecarsi, conseguenzadovuta al fatto che i lecchesi avevano scoperto il Nibbio.Dopo il Nibbio, Comici ed io, spostammo i nostri programmi versoi Torrioni Magnaghi ed il Sigaro Dones, sul quale ebbi l’onoredi guidarlo. Dopodiché ci portiamo sull’altro versante della nostramontagna, e siamo sul familiare sentiero della Direttissima,.Arriviamo al gruppo del Fungo, Torre, Lancia, Campaniletto.Le mire di Comici si posero dapprima sul Torre, e con entusiasmosi rivolse a me, dicendomi: “Corti, cos’è quello?” – “Il Torre”– risposi. “Ecco, lì ci facciamo una via”.Tanto era la sua decisione che in un baleno si passò dalle paroleall’azione ed eccoci, con noi Mary Varale, all’attacco della parete.Lì apriamo il tecnico tracciato sulla Est del Torre: era la miaprima via aperta con Comici, in vetta ero l’uomo più felice delmondo. Il mio entusiasmo non mi fece pronunciare sillaba: unabbraccio fu la mia istintiva dimostrazione di riconoscenza versoi miei compagni di ascensione. Durante la salita ancora unavolta ammirai la sua assoluta padronanza ed il suo stile. In vettaal Torre, i suoi occhi si posero sul Fungo. Scendemmo dalla vianormale del Torre e salimmo il Fungo pure per la normale. Invetta al Fungo, Comici vide il Costanza e rimase impressionatoACCADEVA NELL’ANNO…23


RICORDO PERSONALE DIEMILIO COMICIGrigna meridionale, gruppo del Fungo | Foto di Mauro Lanfranchi, a uso esclusivo del numero 5 di Uomini e Sportvivamente da questo imponente torrione. Nella mente di Comicinei due giorni che seguirono la vista del Costanza, mentre si arrampicavasu altri itinerari, si fece strada il desiderio di tracciareuna nuova via. È il giorno dell’attacco al Costanza; la mattinadi buon’ora si è in cammino: Comici, Varale ed io. Attacchiamola parete, superiamo lo zoccolo iniziale, arriviamo alla fessurastrapiombante a 60 metri dalla cima. Alla fessura, Comici è 20metri sopra di noi che siamo in fermata. Vediamo il maestro chesi stacca dalla parete per l’improvviso cedimento di una piastraalla quale si era aggrappato.Lo strappo causa la fuoriuscita di 5 chiodi, e Comici giunge nelvolo vicino a noi. Poiché nell’incidente si era procurato una distrazionemuscolare ad un braccio, desistemmo dalla salita efacemmo ritorno al Carlo Porta. La via sopra trattata è la Est delTorrione Costanza – l’attuale via Littorio – aperta poi dalla cordataCassin-Dell’Oro-Varale.Al rifugio, Comici fu richiamato telegraficamente alle sue Dolomiti:coi fratelli Angelo e Giuseppe Dimai doveva terminare la via– attuale Comici-Dimai – sulla parete Nord della Cima Grandedi Lavaredo. Ma prima di partire Comici mi invitò a trascorrerecon lui nuovi giorni di alpinismo a Cortina. Ricordo le sue paroled’addio: “Corti, ci rivedremo alle Dolomiti!”.Questo il ricordo di quel periodo trascorso in Grignetta con Comici.E grazie a questo periodo noi giovani alpinisti d’allora potem-ACCADEVA NELL’ANNO…24


INTERVISTAPresidente Generale del C.A.A.I.GIACOMO STEFANIintervista di Renato FrigerioC.A.A.I.: È IL TITOLO DI APPARTENENZA PIÙ AMBITO DAGLI ALPINISTI ITALIANI.PER AVERNE UNA CONOSCENZA CHIARA E COMPLETA ABBIAMO INTERVISTATO IL SUO PRE-SIDENTE GENERALE.Siamo grati al dottor Giacomo Stefani per la disponibilità e la gentilezza con cui ha accettato di rilasciare per “Uomini & Sport”un’intervista che riteniamo di eccezionale importanza e interesse per l’autorevolezza della sua carica di Presidente Generale,che ricopre dal 2006.Giacomo Stefani è nato a Tignale (Bs) il 17 giugno 1952.Appassionato di montagna come pochi, è stato presto attratto alla pratica dell’alpinismo ad alto livello. Si è subito affermatocon salite di rilevante importanza e prestigio, tanto che già nel 1983 veniva ammesso all’Accademico del C.A.I.È stato socio del CAI di Brescia sino al 2007, quindi è diventato socio del CAI di Bergamo.Dal 1975 risiede a Brescia, dove esercita la professione medica e dirige il centro di Artroscopia e Chirurgia del Ginocchiodell’Istituto Clinico “Città di Brescia”26


Presidente Generale del C.A.A.I.GIACOMO STEFANIINTERVISTAobbiettivi istituzionali previsti dallo statuto e regolamenti del ClubAlpino Italiano.5 - Quale ruolo svolge il C.A.A.I. nell’interpretare e nel guidarel’evoluzione dell’alpinismo sotto i vari aspetti dell’etica, dellatecnica e del prestigio che ha finora contraddistinto l’alpinismoitaliano?Una volta il CAAI, per il prestigio acquisito e riconosciuto a piùlivelli, svolgeva un ruolo quasi egemone nell’ indirizzare l’evoluzionedell’Alpinismo nel rispetto di un’etica che è sempre statail più possibile legata alla purezza dello stile con il massimo rispettodella montagna. E qui voglio solo fare una piccola digressioneper ricordare che il CAAI non si è preoccupato solo degliaspetti tecnici ed alpinistici in senso stretto, ma ha contribuito arisvegliare l’anima ambientalista degli Alpinisti essendo tra i socipromotori e fondatori di Mountain Wilderness che oggi si battesu tanti fronti per la salvaguardia dell’ambiente montano e dellesue genti. Oggi, la presenza di numerosi attori nel campo dell’alpinismo,di numerose e spesso diverse voci, l’avvento di Internet,i blog fanno si che disparati siano i commenti ed i pensieriche troviamo intorno al mondo dell’alpinismo e quindi il ruolo delCAAI si è ridotto, ma rimane comunque importante, attraverso lavoce dei suoi più autorevoli soci e attraverso gli eventi di rilevanzanazionale (convegni e meeting) spesso organizzati insiemead altre componenti del CAI come l’AGAI (associazione guide)e la CNSASA (commissione nazionale scuole di alpinismo) suargomenti di stringente attualità. Posso anticipare al propositoche il 19 novembre al Palamonti di Bergamo ci sarà appunto uno28


INTERVISTAdi tali convegni organizzato da CAAI, AGAI, CNSASA sul temascottante di “Alpinismo e Rischio”, incontro al quale, previa registrazionegratuita sul sito della commissione scuole di alpinismo,è possibile partecipare.6 - Alla luce della visione complessiva e certamente obiettiva dicui dispone a riguardo della pratica dell’alpinismo in Italia, potrestitracciare sinteticamente un quadro della situazione attualeriferita ai suoi attori, anche nel confronto con le varie stagioni chehanno caratterizzato il nostro alpinismo?Credo che sino agli anni 70 si potesse parlare di un solo “tipo”di alpinismo, quello che portava l’alpinista sulle varie cime delleAlpi e del mondo attraverso itinerari più o meno difficili, ma semprecon la visione della vetta, al punto a volte di rendere questoconcetto anche un po’ retorico in certi periodi storici. Il “NuovoMattino” di G.P. Motti ha cambiato radicalmente i termini del discorso“liberando” l’alpinista dall’ossessione della vetta e quindiaprendo sostanzialmente la strada a tutte le possibili variantidell’andare in montagna. La specializzazione, come fenomenogenerale socio-economico che ha interessato tutti i settori dellavoro, dello studio, dello sport, ha fatto il resto indirizzando, nondico più gli alpinisti, ma i frequentatori dell’ambiente verticale inuna miriade di direzioni diverse (falesia, palestre indoor, bouldering,cascate di ghiaccio, dry tooling) di fatto creando mondi avolte completamente avulsi l’uno dall’altro. Si sono quindi ridottii margini per la pratica dell’alpinismo “tradizionale”, al punto cheaddirittura questa dizione assume per alcuni un significato negativodi vecchio e retrogrado, e quindi sempre meno sono coloroche si avvicinano alla montagna secondo i criteri che hanno guidatogli alpinisti sino agli anni 70.di quegli alpinisti che si sono poi riuniti in un gruppo, i Ragni,poiché l’aggregazione aumentava la forza e la convinzione deisingoli, e questo, con la fortuna di avere in casa un caposcuolastraordinario, Cassin, ha favorito la crescita di tanti altri straordinarialpinisti. Emulazione e competizione. Oggi impera il mordi efuggi, per cui i giovani non si impegnano in un progetto di lungorespiro ed impegnativo come è l’alpinismo. Fanno peraltro tantissimeattività, spesso per brevi periodi, anche perché i mediapropongono sempre qualcosa di nuovo da provare, viene propostal’avventura preconfezionata che provoca brividi, ma nonfa rischiare, quindi oggi c’è la ricerca dell’emozione, ma possibilmentesenza faticare. I giovani sono molto più individualisti diuna volta, quando appunto l’aggregazione era fisica (i gruppi,ma anche l’oratorio della domenica se mi passate l’esempio)e ci si doveva incontrare per parlare e scambiarsi le idee, oggil’aggregazione è virtuale attraverso i social network, la gentesi parla al telefonino senza magari incontrarsi per giorni e siha una percezione distorta, almeno dal mio punto di vista, deirapporti personali. Naturalmente ci sono delle eccezioni, e sivedono anche nell’ambiente lecchese, ma non sono più, comepoteva succedere una volta, l’espressione di un gruppo all’internodel quale, per competizione, risaltavano gli elementi migliori,ma sono vere e proprie individualità che nascono forse perchél’humus “alpinistico” dell’ambiente lecchese è ancora sufficientementefertile. E se è così dobbiamo ancora dire grazie a coloro,“quei vecchi”, che hanno seminato bene per tanto tempo.7 - L’ultima domanda esula senza dubbio dalla specifica competenzaper cui ti abbiamo interpellato, ma non certamente dallatua intelligenza e dalla tua esperienza, per cui ci permettiamochiederti se condividi una certa impressione di decadenza e direcessione che ci deriva guardando la situazione alpinistica sulnostro territorio. Qui amaramente non scorgiamo più quei gruppinumerosi che nei decenni scorsi esprimevano forte passione erisultati entusiasmanti. Forse Lecco è lo specchio di un contestomolti più ampio, e se così, cos’è allora che fa la differenza algiorno d’oggi? Sono gli stimoli che mancano, oppure non si hapiù voglia di affrontare sacrifici e rinunce, troppo abituati alle comoditàdi ogni genere? O che altro ancora?La risposta a questa domanda è di tipo sociologico ed investeil mondo dell’alpinismo come tanti altri settori della sport e dellavita in generale. Se vogliamo prendere l’esempio, calzante, diLecco e pensiamo agli uomini (prima che alpinisti) usciti dalla 2°guerra mondiale, in un periodo che ha portato alla rinascita economicae morale dell’Italia, possiamo immaginare le grandi motivazionidi rivincita, di voglia di emergere, di realizzare qualcosa29


COLLE DELL’INNOMINATA – ANNO 1961:LA TRAGEDIA CHE DÀ LUCEA UNA VITAdi Renato FrigerioLa copertina di Epoca del 30 luglio 1961Andrea Oggioni (foto tratta dal settimanale Epoca)30


Un personaggio di primo piano dell’alpinismo lombardo, e una tragedia imprevedibile che ha a suo tempo lasciato tutti esterrefatti,non possono essere dimenticati come non avessero mai segnato un’impronta profonda nella storia. Il ricordo diventaun obbligo quasi istituzionale se la tragedia ci torna ancora più viva per il suo cinquantesimo anniversario.È per questo motivo che ci associamo ai tanti appassionati di alpinismo che hanno conosciuto, o che almeno hanno seguitoAndrea Oggioni nelle sue grandi imprese di alpinismo, di cui è stato protagonista allo stesso tempo sorprendente e umile, conuna modestia che lo rendeva subito amabile e ora indimenticabile.Andrea Oggioni era nato a Monza nel 1930, dove visse col papà, la mamma, un fratello e una sorella in un casa rurale aVillasanta, piccola frazione alla periferia della città di Monza, nel cuore della Brianza. Nel 1961, una settimana dopo il suoritorno dalla seconda spedizione in Perù, con Walter Bonatti e Roberto Gallieni, si portava nel gruppo del Bianco per tentare ladifficilissima scalata del Pilone Centrale del Frèney che costituisce una “via diretta” alla cima più alta d’Europa. Ma qui, dopogiorni di maltempo, con tormenta, grandine, neve e temperatura a 20 gradi sottozero, moriva di sfinimento. Pierre Mazeaud,il notissimo alpinista francese che si era unito alla cordata italiana è stato l’unico testimone della morte di Oggioni, dato chei due erano rimasti attardati nella corsa verso il rifugio Gamba. Tra le sue braccia, alle ore due e un quarto della notte del 16luglio 1961, dopo sei giorni interminabili di una terribile odissea, in circostanze leggendarie, si spegneva la luminosa esistenzadi Andrea.Andrea Oggioni chinato, Gallieni in piedi (foto tratta dal settimanale Epoca)Mi chiedo se abbia ancora senso ricordare una persona che abbialasciato sulla nostra terra una traccia di bene e di valore, quandoproprio questo nostro mondo sembra impazzire ogni giorno piùnella frenetica rincorsa di traguardi, di successi, di novità.A che cosa serve ricordare, se nessuno più crede di trarre profittonel concedere un po’ di attenzione al passato? A chi ancorapuò interessare riflettere sul fatto che 50 anni fa scompariva unadelle figure più affermate e promettenti dell’alpinismo italiano?Chi l’ha conosciuto personalmente, e chi anche da essi ne hasentito a viva voce raccontare le sue incredibili imprese, non haAndrea Oggioni in primo piano, dietro Mazeaud, Kohlmann e Guillame(foto tratta dal settimanale Epoca)certo bisogno di leggere un articolo per rinverdirne il ricordo:un alpinista come Andrea Oggioni non può essere dimenticato,unico come è stato nella sua irripetibile dimensione. Non saràquesto allora un ricordo, ma un semplice richiamo che viene dalui, dal suo modo di capire la vita e la montagna: un indirizzoche può essere attuale e degno di attenzione anche nell’epocadelle sfrenate rincorse, forse per illuminare nuovi obiettivi o permeglio inquadrarne degli altri. Se ad Andrea Oggioni dedichiamocome lecchesi un attimo di attenzione, non è solo perché luia Lecco è stato vicino con un profondo amore per le sue mon-31


COLLE DELL’INNOMINATA – ANNO 1961:LA TRAGEDIA CHE DÀ LUCEA UNA VITAAndrea Bonatti Oggioni e Oggioni (foto (foto Sterna) Gallieni)La via (foto Epoca)tagne, e nemmeno per la sua grande amicizia verso tanti nostriconcittadini, ma perché dalla sua conoscenza l’alpinismo e ilsenso stesso del vivere possono ricevere spunti di rara vitalità.Cinquant’anni segnano nella nostra epoca postmoderna unabisso nel confronto delle generazioni: al giorno d’oggi AndreaOggioni non lo comprenderemmo più. Come può essere del restoconcepibile da chi vive nella civiltà dei consumi che un robustogiovanotto di diciotto anni che lavora duramente in fabbricasei giorni la settimana, si alzi di buon’ora anche la domenica perprendere il treno che da Villasanta lo porta a Lecco e da qui poiraggiunga i Piani Resinelli: ma non con la corriera – che costa!– e nemmeno calzando gli scarponi – che si consumano! – mamettendosi ai piedi dei poveri zoccoli per salire i dieci chilometriche coprono i mille metri di dislivello, attraverso il sentiero dellaVal Calolden!.Ma arrivato ai Resinelli, per Andrea è come essere entrato nelpaese delle fiabe, ai piedi di quelle vette dalle forme più varieche ogni mattina sulla strada del lavoro, quando l’aria è tersa,può vedere ed ammirare con gioia segreta. Ed ora su quellevette può finalmente salire, affrontando pareti sempre più difficili,anche se il suo abbigliamento richiama più l’operaio metalmeccanicoche l’alpinista.Ma le bellissime guglie della Grignetta sono un brevissimo trampolinodi lancio, perché nello stesso anno della sua prima salitasu roccia, il Fungo, Andrea passa ad affrontare le più impegnativeDolomiti, nel gruppo del Vajolet: con Josve Aiazzi, che diventeràsubito il suo inseparabile compagno di cordata, conquistala Torre Delago. Da questo momento il suo è un bruciare di tappe,un emergere rapido in un ambiente dove i grossi nomi nonmancano certo e farsi luce è tutto merito della propria classe evolontà. Entra a far parte del prestigioso gruppo Pell e Oss dellaU.O.E.I. sezione di Monza e si lega ben presto con gli esponentipiù rappresentativi di quella generazione di alpinisti: Walter Bonatti,Josve Aiazzi, Bruno Ferrario, Giancarlo Frigeri, Carlo Mauri,Luigi Castagna, Cesare Giudici, Arnaldo Tizzoni, Dino Piazza,Pierluigi Airoldi, Romano Merendi, Nando Nusdeo, Angelo Pizzocolo,Gianni Arcari, Gianluigi Sterna, Luciano Tenderini, CamilloZamboni. A soli 24 anni è ammesso al Club Alpino AccademicoItaliano: è il più giovane tra i membri, e questo la dice lunga sulsuo conto. Ha esordito infatti strabiliando tutti, per essere riuscitoa soli 19 anni a ripetere di seguito le tre grandi prime, famosissime,di Riccardo Cassin, laNordest del Pizzo Badile, la Nord della Punta Walker alle GrandesJorasses e la Nord della Cima Ovest di Lavaredo, e poi laOvest dell’Aiguille Noire de Peutèrey dei lecchesi Ratti e Vitali,seconda ripetizione. Compie sulle Dolomiti prime ripetizioni di viedi grande prestigio, come la via Livanos-Gabriel (o dei Francesi)alla parete Nordest della Cima Su Alto in Civetta e la prima invernaledella via Costantini-Apollonio al Pilastro Sudovest dellaTofana di Rozes. Sempre sulle Dolomiti traccia tre vie di altissimolivello tecnico: la parete Sud della Cima di Campiglio, il GrandeDiedro sulla parete Est della Brenta Alta e la via della Concordiasulla parete Sudest della Cima d’Ambiez. Le vittorie si susseguonocon un crescendo incredibile: ma difficilmente si può trovareuna sua fotografia che ne evidenzi il giusto orgoglio. Andrea ciappare sempre con un volto intenso ma modesto, e quando sorridesi scorge immancabilmente in lui un velo di tristezza chenasconde una profonda nostalgia.I suoi orizzonti alpinistici si allargano nelle due spedizioni alleAnde, che effettua nel 1958 alla Cordigliera Apolobamba, sulconfine peruviano-boliviano, e nel 1961 al Cerro Rondoy Nord, di5821 m, nella Cordigliera di Huayhuash, che conquista insieme aWalter Bonatti. Con Bonatti intanto, dopo che Josve Aiazzi ha abbandonatoil campo per sposarsi, e con Roberto Gallieni formala più splendida cordata degli anni ’50. Il loro obiettivo è il MonteBianco, proprio la vetta massima, per tracciarvi vie suggestive digrandi difficoltà alle quote più alte. Se i pilastri del versante Suddel Monte Bianco, dal Pilastro Rosso del Brouillard alla Sudestdel Mont Maudit, alla “Chandelle” del Pilone Centrale del Freneyrappresenteranno il punto di massima affermazione della cordata,qui parimenti Andrea vedrà stroncarsi la sua giovane vita. La32


Bonatti e Oggioni (foto Gallieni)tragedia si compie la notte del 16 luglio 1961 al Colle dell’Innominata,a pochi passi dalla vetta della “Chandelle”, a 4700 metri diquota. Andrea ha appena festeggiato i suoi 31 anni, è nel pienodi una giovinezza che vive in modo intenso ed appassionato:eppure nella lotta per superare una situazione ormai disperatapensa ai suoi compagni prima che a se stesso!Andrea Oggioni è un alpinista che si è realizzato completamenteed ai più alti livelli in soltanto poco più di dieci anni di attività:ma nello stesso tempo e nello stesso modo si è realizzato comeuomo nel senso più integrale e reale, in quel senso proprio chela nostra società – che corre all’impazzata – sta dimenticando onon ha forse mai conosciuto.È sorprendente riscontrare in un giovane senza cultura, comelui era, una visione del mondo e della vita che può anche nonessere condivisibile, ma che certo è impostata con una chiarezzaed una logica del tutto carente in tanti che oggi si atteggianoad intellettuali. Non si tratta di semplice buon senso: la sua èevidentemente quella intelligenza del cuore di cui parla Pascal,l’intelligenza di chi sa guardarsi ed ascoltarsi nel silenzio o nellacontemplazione delle cose grandiose del Creato.Il modo di accostarsi di Andrea alla montagna, il suo appassionatocorrere per conoscerla sotto tutti i suoi aspetti, di affrontarlanei suoi lati più ardui e misteriosi, e nello stesso tempo la pacee la serena tranquillità con cui si sofferma lungamente ad osservarlae ad ammirarla ci inducono a ritenere che il conquistatorenon sia lui, ma che piuttosto egli sia stato conquistato dalla montagnastessa. Ed è anche la sua concezione dell’alpinismo checi conferma che le cose stessero appunto così.Il punto di partenza è certamente un animo che si è mantenutofanciullo, un animo che con naturalezza sempre si interroga epoi si lascia rivolgere la domanda dal bello, dal sublime che trovala sua espressione massima nella maestosità delle vette.“Il senso di meraviglia non è una bruma nei nostri occhi o nebbianelle nostre parole.La meraviglia, o lo stupore assoluto, è un modo di trascendereciò che è dato nelle cose e nel pensiero, è il rifiuto di considerarequalsiasi cosa come scontata o come conclusiva.È la nostra onesta risposta alla grandiosità e al mistero dellarealtà, il nostro modo di affrontare la realtà data”: lo ha scrittoil filosofo ebreo Abraham Heschel, ma è stato anche, ne siamocerti, il principio implicito da cui ha preso ispirazione lo stile divita di Andrea.A fronte della sublimazione della montagna e dell’alpinismo,ci diventa chiara e pienamente comprensibile la concezionedi Andrea Oggioni sull’alpinismo: una concezione che non ciè consentito ignorare quando al giorno d’oggi tanto dibattiamonella ricerca di nuovi orizzonti per risolvere non più prorogabiliproblemi. Alpinismo come espressione di una realtà interiore,come ricerca di un mondo consono a questa realtà, la cui praticanon ha proprio niente in comune con il funambolismo. Unalpinismo che venga vissuto per se stesso, non per i propri interessi,né per la gloria; un alpinismo che preveda l’apertura versogli altri, con cui condividere soddisfazioni e sacrifici e gioie. Unalpinismo fatto per la vita e non viceversa, in cui il rischio non èammesso, come non è ammesso barare, né con gli altri né conse stessi.Anche se paradossalmente la sua tragica scomparsa sembricontraddire alcuni di questi principi, è doveroso ricordare chepure in quella sua ultima impresa la decisione era stata presanel pieno rispetto della prudenza e con piena conoscenza praticae scientifica delle situazioni ambientali, sempre coerente conla sua affermazione di non essersi mai pentito di tutte le rinuncefatte per non mettere a repentaglio la vita.Il ricordo di Andrea Oggioni è fatti di episodi, di sensazioni, maanche di parole, quelle che ha scritto nel suo diario per voleressere utile agli altri …”anche dopo morto, per poter guidarequalcuno in montagna”.L’immagine più commovente e preziosa che ci rimane è il suoaltruismo, o meglio il suo amore per chi di volta in volta gli stavavicino, un amore che si è concluso nella dedizione totale inquella tremenda notte del 1961 al Colle dell’Innominata. Quantoè successo quella notte è una luce vivissima che la squarcia edillumina lui, inimitabile alpinista, ma si diffonde a far risplenderee a nobilitare la storia stessa dell’alpinismo.Bibliografia: “Andrea Oggioni. La vita dello Spirito nel Ritmo delleCose”, Editore Tamar33


A TUTTO TRAD!Viaggio in Galles alle radici Trad, stile UK.di Andrea Giorda34


Un prestigioso articolo arricchisce questo nostro numero di “Uomini e Sport”, conferendogli un valore e un interesse checoinvolge la grande tematica dell’alpinismo mondiale.L’articolo viene pubblicato in anteprima dalla nostra rivista, ma per la sua importanza e per la sua scorrevole brillantezza,verrà certamente presto richiesto da altre testate editoriali.Siamo pertanto orgogliosi della precedenza che viene offerta ai lettori della nostra rivista.Andrea Giorda del C.A.A.I., da quando era appena trentenne, è un alpinista piemontese che ha al suo attivo imprese importanticome importanti sono i titoli che lui ha acquisito in campo alpinistico. È soprattutto un appassionato di alpinismo, ela sua passione lo spinge a considerare l’alpinismo con l’intelligenza di cui abbonda, guardando avanti, nel segno però dellatradizione.Andrea Giorda, tra gli organizzatori del Trad Climbing Meeting che si è svolto nel 2010 nella valle dell’Orco, è stato l’unicoitaliano invitato in rappresentanza del Club Alpino Accademico Italiano e questo è il suo racconto.Dall’8 al 15 maggio 2011, nel Galles del Nord, si è svolto il Summer Climbing Meet organizzato dal British Mountain Council.La località prescelta è un posto mitico per gli scalatori britannici, siamo sui monti di LLanberis con sede nella Ynys Ettws Hut .Gli apritori delle vie qui si chiamano Joe Brown e Don Whillans per fare due nomi! La scalata è rigorosamente TRAD, che sta per“Traditional” .Le vie devono essere attrezzate interamente con nut e friend durante la scalata. Non sono ammessi chiodi o spit, la parete in praticadeve rimanere pulita come in origine, a beneficio di ogni ripetitore.Il tema della scalata TRAD è particolarmente attuale, anche da noi si è aperta a discussione tra favorevoli e contrari. Tra chi vuole lasicurezza assoluta dell’arrampicata sportiva e chi rivendica il diritto all’emozione di attrezzarsi la via, almeno dove ci sono le fessure.35


A TUTTO TRAD!Viaggio in Galles alle radici Trad, stile UK.“Non ci credo, non è possibile, la foca sotto mi punta, se la ride.Hai voluto il Trad? eccoti servito. Il vento implacabile, gelido, ilmare impetuoso sbatte con boati tremendi contro la scogliera,mi assicurano che oggi non arriverà fino a noi, la scelta è tramorire annegato o muovermi e salire la via che mi indica SteveFindlay.Una parete repulsiva, ancora all’ombra e una linea nerastra chea fatica si distingue tra due muri di muffa, si muffa verde, tantache si potrebbe salire con i ramponi. Steve che è il mio Host, ossiacolui che mi ha preso in carico al Summer meeting del BritishMountain Council, è un simpatico “ vecchiaccio” e se la ride unmondo a denti stretti a guardare la mia faccia atterrita.Ho sognato il Trad per una vita, ma per un attimo mi sembraun incubo, ma non voglio dargliela vinta prendo tutto il coraggioche ho (poco) e inizio la vestizione. Steve premuroso mi passainfinite serie di nut, poi quando faccio per caricarmi i miei friend,ne prende uno ,mi guarda con compassione e mi dice, facendoun gestaccio irripetibile “ Toys for girls”!.Al di la dell’espressione non proprio da educanda, mi spiega chequi alla scogliera di Gogarth, la roccia è marciotta e i friend fannosaltare le lame e gli appigli che servono per salire. Andiamobene, il gelo, la muffa e pure la roccia marcia.Butta il mio friend per terra e mi passa dei nut di dimensionimicroscopiche, che io avevo lasciato a terra. Li chiamano Brassnut ( Brass vuol dire ottone) il più grande è equivalente a quelloche per me è un micro nut.Hanno forme diverse e ognuna ha un nome! Gli scalatori di qua,non li abbandonano mai, lascerebbero qualsiasi cosa alla basema non i Brass nut.In effetti il concetto di proteggibilità di un tiro è molto diverso cheda noi, abituati alle belle fessure della valle dell’Orco. Qui, spesso,si sale su muri compatti che a prima vista non hanno fessureevidenti e anche su gradi modesti ,occorre avere molto occhio evelocità per non stancarsi, nell’individuare buchi, micro fessure,che possono essere anche tre, quattro metri lontani dalla lineadi salita.Quanto ai gradi, la prima cosa che ti dicono è di dimenticare dadove vieni e abituarti ai loro, all’inizio ti sembra una stupidaggine,poi capisci quanta verità ci sia. Qualsiasi spiegazione razionalesfugge poi alla realtà delle cose, il grado è indicativo in quanto levariabili sono tantissime.In sostanza come è noto vi è il grado di “ingaggio” che non è comesi crede solo legato alla pericolosità, e si esprime con valori chevanno da D difficult, S severe, VS, HVS Hard very severe …finoad arrivare ai mitici E Extreme,E1, E2, E3…. A questi si associail grado oggettivo in scala inglese (attenzione non francese),quindi un tiro potrà essere E2-5c o E2-6a. Il tiro va effettuato inlibera ovviamente senza fare resting sulle protezioni. Su questopunto si è tassativi, anche posizionarle prima non è concesso, sesi sbaglia e si rifà il tiro, occorre sovente toglierle in discesa, conmanovre di disarrampicata spesso assai laboriose.Tendenzialmente il grado oggettivo è trascurato e si fa riferimentoal primo valore, Severe, E1 ecc. Fondamentale invece è la descrizionedella via. Non essendoci la minima traccia sulla parete,occorre, per non finire presto nei guai, capire bene le espressioniinglesi, anche quelle volutamente macabre e ironiche, tipo “ e diqui fidatevi delle vostre suole…” .Il concetto di via è molto relativo, è frequente fare traversi lunghissimialla ricerca di una fessurina, basta vedere i tracciati tortuosidisegnati sulle guide.Si scala con due mezze corde, tenendole rigorosamente separate,i tiri possono essere lunghissimi, di 50 metri, e lo stress è legatoal fatto di mantenere sempre una certa scelta di protezioni,e quindi di non abusarne.Il materiale con il quale si arrampica è molto, perché un solopunto di protezione può richiedere tre nut e tre rinvii. Occorronodunque almeno 40 nut di varia foggia, Friend e circa venti rinvii,meglio se lunghi, quelli corti con fettuccia che usiamo sugli spit,fanno uscire le protezioni quando si sale. Cordini a volontà perallungare i rinvii e per gli spuntoni.Così bardati, nonostante la cura con la quale avete ordinato ilmateriale, vi capiterà, anche se avete esperienza, di cercarecon affanno il nut giusto in quel mare di ferraglia che vi tira versoil basso.Quanto alle soste, sulle vie di più tiri, nessuna pietà, dovete capireprima dove sono (non vi è nulla di fisso che lo indichi ) e36


A TUTTO TRAD!Viaggio in Galles alle radici Trad, stile UK.poi avere ancora le protezioni giuste per farle, non per nulla nelgergo di scalata quando avete attrezzato la sosta dite “Safe” …Salvo! . Sui monotiri vi sono diverse opzioni, vi sono posti estremamenteselvaggi, come le scogliere di Gogarth dove non è rarofinire il tiro su muri di terra ed erba verticali alla ricerca disperatadi uno spuntone. Oppure pareti come quelle di LLandudno,molto addomesticate con tanto di anello di calata.Ma sfatiamo che il Trad sia fatto per super uomini, è una scalatadove la valutazione di cosa si sa fare e di quanto si è dispostia rischiare è fondamentale. Ho visto signori attempati con lapancia scalare in quel di Tremadog, una bella falesia di rocciastupenda,totalmente Trad. Ovviamente ognuno misura e scegliein base alle sue forze.Scegliere una via è già un rito, la si legge e si rilegge, poi la siguarda, da vicino, se si può da lontano, la preparazione è accuratae i tempi sono lentissimi, occorre partire con la testa a posto.Nulla a che vedere con il rito bulimico e caciarone delle nostrefalesie, dove a fine giornata spesso non ricordiamo neanche tuttii tiri che abbiamo fatto.Man mano che passano i giorni, questo mondo entra nel sangue,non fai più caso alla pioggia, all’umido e riscopri valori esensazioni che per me sono lontane nel tempo, quando da ragazzifacevamo i gadani sulle pareti poco conosciute della valledell’Orco. Il sapore dell’avventura, quella sensazione di amaro inbocca dopo una grande paura.Mi torna in mente il ghigno di Isidoro Isidoro Meneghin ,grandeesploratore delle montagne di casa, lui amava l’ingaggio su paretierbose e se la rideva quando trascinava in apertura qualcheatterrito allievo della scuola Gervasutti. La falesia di Gogarth glisarebbe piaciuta. Certo usava anche i chiodi, qui neanche aparlarne!Ma quel tempo da noi non ha avuto seguito, è stata una breveparentesi nata con l’inglese Mike Kosterlitz ( che mostrò i priminut a Motti e compagni ) e che si è chiusa all’inizio degli anniottanta con la nascita della scalata sportiva, più popolare e menoimpegnativa dal punto di vista psicologico. Ora la discussione sulTrad è aperta anche tra i nostri scalatori, ma siamo ben distantidallo spirito inglese, per i quali l’avventura è totale ; muffa, marcio,bagnato, tiri sbilenchi con traversi di 20 metri, e se piove cheproblema c’è? Adventure climbing!Mi sono salvato dal tiro e la foca per questa volta non mi vedràa mollo, Steve propone un altro tiro che mi rifiuto di fare,miscansa e si lancia da primo infilandosi in un camino improteggibile,dopo venti metri mette un nut e si inchiavarda… sarò uncagasotto di continentale, ma avevo visto giusto, è costretto allaritirata appeso ai licheni… abbasso gli occhi per non pensare alleconseguenze di una sua caduta, che vista la sosta ci tirerebbeentrambi a mollo con la foca.Li chiamano Sea Cliff Climbers, ossia gli scalatori delle scogliere,sono i più matti e Steve nonostante l’età oltre il mezzo secolo, necoglie in pieno lo spirito.37


A TUTTO TRAD!Viaggio in Galles alle radici Trad, stile UK.Ma non c’è solo Gogarth, il mio nuovo Host , Brian, sempre accompagnatoda due enormi cani scozzesi da caccia al cervo, miporta a scoprire “Slate” letteralmente una cava di ardesia, lisciaappunto e tagliente come una lavagna o le montagne di LLanberis,dove ha lasciato il segno negli anni 50 e 60 il grande JoeBrown, spesso in coppia con Don Whillans. Chi ripete quei tiricome ho avuto la fortuna di fare, non si stupisce dell’avveniristicafessura Brown alla Blaitiere nelle Aiguilles de Chamonix, o dellaprima del Pilone centrale sul Monte Bianco del vecchio Don.Il meeting si sta per chiudere, ormai siamo tutti stanchi e a brandelli,acciaccati e infreddoliti, un solo ferito vero precipitato daun A4 che mi stavo accingendo a fare, se non avessi visto lascena in diretta: il giapponese assicurava lasco il suo Host chesgusciando da una fessura arrivava fino a terra, a un metro dame…. per fortuna pochi danni,un po’ di tagli e una mano con undito girato al contrario … il ferito rideva come avesse vinto allalotteria, rassicurando tutti, il più spaventato ero io.L’ultima scalata mi riserva una bellissima sorpresa , il mio Hostè questa volta il leggendario Pat Littlejohn. Sembra un nomefinto, uscito dalla foresta di Sherwood. Un ometto energico nonpiù giovane, che mi dice di aver conosciuto Gian Carlo Grassi edi aver scalato la Mellano Perego al Becco di Valsoera. Con Patandiamo sulle bellissime scogliere di calcare di LLandudno, quila roccia è perfetta, in cima ci sono pure gli anelli per scendere,un lusso.Steve,che ci ha seguiti insieme ad una giovane ragazza lituana,quando vede nel baule dell’auto del vecchio Pat un sacchettodella magnesite lo fulmina. Steve e Pat sono i fondatori dei CleanHand Guys (i ragazzi dalle mani pulite), che non hanno nullaa che vedere con il nostro Di Pietro, ma con l’uso della magnesite,severamente proibito.Io la magnesite la prendo, di nascosto, ho una certa età e lospirito è quello di una macchina che ha centomila chilometri, mavorrebbe farne almeno altri cinquantamila. Nonostante il sacchettomagico , il calcare consumato e la stanchezza mi giocanoun brutto tiro. Provo l’ebbrezza di un lungo volo su un piccolo nut,doveva arrivare primo o poi, meglio qui che a Gogarth.Pat mi fa i complimenti … per il nut, messo bene. E’ sinceroo mi piglia per i fondelli ?… misteri dell’humor inglese, non capisco,ma sono tutto intero e questo era il mio obiettivo. Comenei film di Frank Capra, in finale, appare anche l’arcobaleno sulmare, e del mio volo, con i due vecchiacci Steve e Pat, possoridere anch’io”.38


Monica CasiraghiTESTIMONIALSempre alla ricerca di nuovi obiettivi e mai sazia dei tantied incredibili successi che anche quest’anno è riuscita acoronare, Monica Casiraghi è l’ultramaratoneta della Nazionaleitaliana che più di tutte ha collezionato vittorie e record.L’ultimo, in ordine cronologico, quello ottenuto il 18giugno scorso alla mitica Monza-Resegone: 3h 42’ il temporealizzato con altre due forti atlete azzurre dell’ultramaratona,Francesca Marin e Noemi Gizzy. Che c’è di strano?Che dopo 12 anni dall’ultimo record femminile (siglato dallaterna Daniela Gilardi-Carmen Piani - MonicaCasiraghi) èancora Monica insieme alle compagne a ritoccare il cronometro,abbassando il tempo di ben 4 minuti!A distanza di un mese dall’ottimo traguardo raggiunto,Monica si mette in gioco il 17 luglio 2011 con una nuovaavventura iscrivendosi alla prima edizione dell’Ultratrial delLago di Como, 102 chilometri da Como a Menaggio con undislivello positivo di quasi 6mila metri. Anche qui per lei c’èun podio: terza classificata dopo un’estenuante corsa perlei durata 19h30’, gara resa ancor più difficoltosa da condizionimetereologiche che in alcuni tratti hanno messo adura prova anche gli atleti più forti di questa disciplina.Passa solo una settimana e la forte atleta missagliese vincela 6a edizione della 100 Km Rimini Extreme: 8h56’07” il suotempo, nuovo record per il duro tracciato (D+2689 ) percorsoin notturna nell’affascinante entroterra romagnolo.Un altro successo Monica Casiraghi lo sigla domenica 7agosto partecipando alla prima edizione del Wild TrailTerra Acqua Cielo di Pieve Vergonte (Val d’Ossola), dovevince sul tracciato di 27 km staccando di oltre mezz’ora laseconda classificata.E ora?“ A settembre mi aspetta una nuova impresa: le “100 migliadell’Isola di Mors”, in Danimarca, dove cercherò di ritoccareil mio record italiano su questa distanza (15h29’15”)ottenuto nel 2008 a Ciserano (BG). Mi sto allenando moltoe le sensazioni sono ottime, come sempre darò il massimoMONICAperchè in fondo è quello che anche gli altri si aspettano dame. Vorrei ringraziare fin d’ora Sport Specialist, che credein me e per questo sarà al mio fianco nella prossima nuovaavventura internazionale.”le ultime newsdei nostriTESTIMONIALS39


Elena CurtoniTESTIMONIALBella, giovane, brava. Elena Curtoni sista preparando per la stagione agonisticadella Coppa del mondo di sci. Nel2011 è stata oro mondiale juniores nelSuperG, e, quattro giorni dopo, ha partecipatoanche ai Mondiali di Garmisch-Partenkirchen classificandosi sesta nellastessa disciplina. L’azzurra ha ancheconquistato il titolo italiano in supercombinataa Pila. “La stagione scorsaè stata molto positiva, mi sono divertitamolto, ed è andata oltre le mie aspettative– ha raccontato l’azzurra – Hodato il massimo in ogni gara e spero difare ancora meglio il prossimo anno. Miconcentrerò un po’ su tutte le discipline,in particolare sul gigante. Il mio obiettivoprincipale per la prossima annata èun podio in Coppa del Mondo, ma hoancora tanti aspetti tecnici da curare ecose da migliorare”.Forza Elena, Sport Specialist ti seguiràin ogni gara!le ultime newsdei nostriTESTIMONIALS40Elena Curtoni


Matteo Della BordellaTESTIMONIALIl solito inarrestabile MatteoDella Bordella ha aperto e liberatouna nuova via in Canton Ticino(Il mito della Caverna, condifficoltà fino all’8a), ha ripetutoin giornata (attaccando alle10.00!!) la via sull’Eiger MagicMushroom, di CF. Hainz, tutta inlibera e a vista tranne un tiro di7c+, ha liberato la via Cleopatrain Wenden con una lunghezzadi 8a.Mentre andiamo in stampa sappiamoche sta ripetutamentetentando di liberare, insieme aFabio Palma, la supervia InfiniteJest, al Wenden, aperta nel2009-2010 da loro stessi, e chesecondo Matteo e Fabio è psicologicamentemolto impegnativa(e se lo dice Matteo, che hagiudicato la via di Hainz all’Eigermolto chiodata…) con difficoltàfino all’8a+/8ble ultime newsdei nostriTESTIMONIALSMatteo Della41


INTERVISTANuoto in rosa:DIANA BETTINintervista di Stefano MichelinLa storia sportiva di Diana Bettin nel nuoto inizia circa tre anni fa quando, dopo aver praticato per un certo periodoginnastica artistica, decide di cimentarsi in una differente disciplina. In breve arriva all’agonismo e, grazie ad unamaturità anomala per una ragazza così giovane (classe 1997) e tanta dedizione, già dal 2010 inizia a raccogliere significativirisultati in campo provinciale e regionale che fanno ben sperare per gli anni futuri.Nata a Siena per volontà materna ma da sempre residente a Monza dove studia e si allena, dopo qualche capibileimbarazzo iniziale, è seguita un’intervista che ha messo in luce una giovane fortemente consapevole di sé e determinata,che ha ben in mente quello che vuole, non solo nel nuoto…Diana, come ti sei avvicinata al nuoto?Ho iniziato circa tre anni fa perché, dopo aver fatto ginnasticaartistica, volevo fare qualcosa di diverso e ho pensato a questosport. Dopo poco mi hanno chiesto se volevo entrare nell’agonismoe ho detto di sì, così ho iniziato a fare gare anche seall’inizio a queste non ci pensavo; avevo iniziato così, tanto perfare qualcosa.Quanto tempo devi dedicare all’allenamento?Ho 5 giorni alla settimana di allenamenti per 2 ore, alla Triante diMonza; è una delle sedi della GIS-Milano, la mia società. Sonoallenamenti molto duri anche se il mio allenatore, Diego, è il più42


avo che ho avuto finora perché non fa come tanti altri che puntanosolo ai kilometri che fai in vasca; lui lavora sulla qualità piùche sulla quantità. Sa cosa pensa un’atleta quando si allena equando gareggia e questo ci aiuta tanto.Senti molto lo stress prima delle gare?Si, abbastanza! Davanti al blocco continuo a sistemarmi gli occhialinioppure il costume per evitare che mi si sfili qualcosa;è una sorta di rituale che faccio ogni volta. Quando faccio unagara, so che ho un mio tempo da migliorare e questo un po’ miagita, poi però penso “o la va, o la spacca”.mio zio Giorgio, che nuota anche lui, mi porta spesso in giro conil suo cavallo; è uno di quelli da corsa…è bellissimo!E con la scuola come va? Hai avuto gli esami di terza mediaquest’anno giusto?Si, studiare mi piace, abbastanza insomma. Ho appena finitole medie alll’Istituto Frank a Monza; gli scritti sono andati bene:ho portato una tesina dal titolo “Acqua e Sport per la Vita” doveho portato l’acqua nello sport, nella scienza, nella pittura, nellaletteratura, ecc.Agli orali invece ero un po’ nervosa, come sempre.Va bene, ma oltre ai tuoi tempi devi anche vedere di arrivaredavanti alle tue avversarie no?Si, è vero, ma io nuoto per me e per i miei tempi. So quandovinco o sono sul podio ma se non ci sono, migliorando lo stessoun mio tempo, sono contenta uguale. Diciamo che faccio le gareil base ai risultati degli allenamenti.Eppure podi e altri piazzamenti di rilievo ne hai collezionati nonpochi (vediamo insieme un po’ di risultati dei quali Diana ignoravapersino l’esistenza! Tutto il materiale è reperibile su internet).Ah davvero! Beh, non lo sapevo (ride); mi fa piacere ma come hodetto, do più importanza al mio tempo che non al piazzamento,anche se so che è importante.Eppure col nuoto dovresti saper affrontare le situazioni di ansiae stress…Infatti prima degli orali mi sentivo come davanti al blocco; facevogli esercizi per respirare poi ho dato il meglio che potevo.Dedichi tanto tempo allo studio?No, non mi serve…provo a fare come negli allenamenti cioèpuntando sulla qualità, stando attenta in classe e studiandomibene gli appunti, piuttosto che passare tante ore sui libri. Pocotempo ma di qualità insomma.(Mamma Elena aggiunge: “E’ molto severa con sé stessa, sianel nuoto che nello studio. Vuole sempre ottenere il massimo dasé e, se non ci riesce, se la prende davvero tanto”).INTERVISTACi sono anche articoli che parlano di te, lo sai? Tipo sul Giornaledi Monza ad aprile…Si, questo lo so. Ce ne sono anche altri. Ogni tanto fermano miamamma per la strada e le dicono:”Ma lo sa che c’è sua figlia sulgiornale?” Ci fa piacere ovviamente…Ci sono nuotatori o nuotatrici che ti sono da esempio?Si, ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Rosolino; è unapersona fantastica! Ho parlato con lui e con i suoi amici e ho lettodelle cose che ha scritto ed è veramente un grande. Nuota ancoraperché gli piace e si diverte, non solo per vincere e questo èda esempio, e lo fa anche se dicono che è vecchio ormai.Ti piace leggere?Tantissimo! Se un libro non mi piace lo mollo a metà e non ciperdo tempo ma se mi prende, sono capace di non fare altro.Come per la serie di Herry Potter, che l’ho letta tutta in un mesee mezzo!E cos’altro ti piace fare?Beh, ascoltare musica, roba moderna ma anche AC/DC peresempio. Li ascolto spesso prima di una gara con l’iPod per caricarmi;e poi stare con gli amici. Ci sono quelli della piscina equelli extra-piscina ma sono importanti tutti.E poi mi piacciono tantissimo i cavalli. Quando vado a trovareE dopo cosa farai?Voglio fare il classico perché ti fa conoscere tutto. Puoi fare tuttodopo, dal dottore all’insegnante a quello che ti pare. Dà unacultura di base l’insegnamento classico, un ampio spazio perscelte diverse.Anche la nuotatrice professionista?Non so se farò la nuotatrice professionista. Ho davanti tantecose ed il nuoto è una di queste ma non l’unica. Ogni tanto misembra di voler smettere; una volta sentivo che quello che stavofacendo era l’ultimo allenamento, mi sono messa a piangere…poi il giorno dopo ero li, ancora.Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto il nuoto?Tolto sicuramente il tempo; come dicevo prima, ci si deve allenaretanto e a lungo, e hai meno tempo per esempio per stare congli amici, ma mi dato tantissimo. Quando smetti, senti comunqueche ti manca qualcosa. Il nuoto ti lascia qualcosa dentro; sarà ilcontatto con l’acqua, la concentrazione che devi trovare…(“Basta che non nuoti per tre giorni” specifica mamma Elena“che diventa nervosa, irascibile; vedo che le manca l’acqua, lostare con gli altri in piscina”).Cosa vedi nel tuo futuro?Non so…però credo che con quello che faccio qualcosa mi tor-43


Nuoto in rosa:DIANA BETTINnerà indietro, prima o poi.In che senso?Nel senso che, tra il nuoto e la scuola, mi aspetto di avere qualcosache mi ripagherà un giorno. Io mi sto impegnando adessosia nello sport che nello studio e questo un domani mi porterà daqualche parte credo.Non pensi che alle volte la vita sia un po’ come lo sport? Ci siallena a lungo eppure poi i risultati non arrivano…Nel nuoto, quando non miglioro il mio tempo mi alleno più intensamente,perché non mi piace pensare di aver lavorato perniente; è qualcosa che mi sprona a fare di più.(Subentra mamma Elena: “deve sentirla quando non nuotacome vuole! Si incavola tanto con sé stessa poi la volta dopo siimpegna tantissimo”).So che anche fuori dal discorso nuoto ci si deve applicare sempreal massimo e tenere duro e, se le cosa vanno male, faremeglio la volta dopo.C’è qualcosa che ti fa paura o ti da fastidio?Si, lo stare in costume in piscina con gli amici o nuotare al lagoo al mare…INTERVISTACosa scusa??(Ride) Si, lo so, mi prendono in giro tutti. Quando vado in piscinaper divertimento con gli amici, ci metto mezz’ora prima di levarmil’asciugamano e farmi vedere in costume da bagno. Al lago, eanche al mare alle volte, ho proprio paura invece! Non vedo ilfondo, ci sono i “sassi pelosi” (sassi coperti da alghe) e alloranon mi piace. Nel 2010 volevo fare la Traversata del Lago d’Ortama dopo pochi metri sono tornata indietro, troppa paura! Ancheil mare non mi piace se non si vede il fondo…Stai bene in piscina insomma…Si, li riesco anche a scherzare con gli altri. Una volta mi sonomessa i braccioli per provarli e l’allenatore mi ha chiesto se eroimpazzita; gli altri si sono messi tutti a ridere!Sembri molto decisa e determinata per la tua età (14 anni). Credoche riuscirai ad ottenere dei bei risultati e non solo nel nuoto…Io ci provo.In bocca al lupo Diana!44


INTERVISTAGLORIA GAZZOTTI, SALTO CON L’ASTAUno sport complesso, duro, difficile. Ce lo raccontaun’atleta della Nazionale Italiana, Gloria GazzottiIntervista di Pietro Bagnara46


Partiamo dai tuoi inizi: dove hai cominciato a saltare con l’asta eperché? Voglio dire, è stata una scelta immediata oppure ci seiarrivata da altre esperienze sportive?Ho cominciato a saltare all’età di 11 anni, con un grande allenatore(Fernando jelli, allenatore della nazionale per 30 anni).hocominciato grazie a lui;mi ha vista giocare a pallavolo, dicevache avevo buoni piedi, così mi ha chiesto di provare questa disciplina.Ora il mio allenatore, altrettanto bravo, è Matteo Bini.Quando hai capito che dovevi investire più tempo ed energienel salto con l’asta? C’è stato un evento/momento che ti ha fattocapire che avresti raggiunto risultati importanti?Ho capito da subito che avrei dovuto investire molto tempo inquesto sport perché è uno sport molto tecnico, richiede forza,velocità, coordinazione e dinamiso, insomma, lavorano tutti imuscoli nella fase del salto, quindi bisogna allenarli tutti. Ho anchecapito che avrei potuto raggiungere buoni risultati quandoho cominciato a vincere i campionati italiani giovanili ogni anno.Comunque questa disciplina è soprattutto mentale e la testa èdifficile dominarla.Il salto con l’asta occupa quasi tutte le giornate, ma riesco ognitanto , d’estate, ad andare a giocare beach volley, fare un giro inmontagna con il cane ed andare a nuotare.Che cosa pensi della possibile introduzione del decathlon femminilecome disciplina olimpica? Ti piacerebbe competere neldecathlon, pensi che avresti buone possibilità? Come te la cavinelle altre specialità?L’introduzione del decathlon femminile mi sembra una buonacosa, mi piacerebbe molto provare, è sicuramente una specialitàINTERVISTACome hai pianificato la preparazione agli inizi e come pianifichila tua stagione adesso? Quanto tempo dedichi all’allenamentoin media ogni settimana?Quando si comincia, la preparazione praticamente non esiste!Esiste solo ‘’salticchiare’’, cioè prendere confidenza con l’attrezzoperché è molto innaturale correre con un ‘’bastone’’ in mano.Ora la preparazione comprende molte cose, pesi, velocità eacrobatica. e prima delle gare comprende 2 allenamenti al giorno,in totale 9 alla settimana, e durante il periodo gare 1 allenamentoal giorno.Che cosa ti pesa di più? Cosa ti gratifica di più?La cosa che mi pesa di piu’ è non riuscire sempre a dimostarequello che valgo, non è sempre facile; e la cosa che mi gratificadi piu’ e vedere il mio allenatore essere fiero di me. L’allenatoreha un ruolo fondamentale, direi quasi che fa più sacrifici lui dime..Come pensi che gli altri vedano uno sport come il tuo che nonè sicuramente uno sport “popolare” nel senso di diffuso… Immaginoche i praticanti siano molto pochi e questo è un aspettoabbastanza unico in uno sport. Credi che all’estero la situazionesia la stessa che in Italia?In realtà a praticare il salto con l’asta sono molte persone soloche non essendo appunto uno sport popolare non si crede chelo pratichino in molti. All’estero non esiste solo il calcio, quindiemergono di piu anche altri sport.Ci sono altri sport che pratichi con costanza?47


GLORIA GAZZOTTIUno sport complesso, duro, difficile. Ce lo raccontaun’atleta della Nazionale Italiana, Gloria GazzottiINTERVISTAmolto dura, ma “mai dire mai” nella vita!Bisogna allenarsi molto di più ma nelle altre discipline me lacavicchio. Bisogna solo allenarsi.Cambiamo genere di domande e apriamo una parentesi sicuramenteimportante: credo che entrare nel gruppo sportivodell’Esercito abbia significato molto per te, se non altro è perchèle possibilità che il nostro Esercito offre ai suoi atleti sono un gestoconcreto di aiuto verso le discipline che non hanno sponsorforti a sostenerle? Tutto questo immagino che carichi l’atletadi responsabilità (perché deve ottenere dei risultati) ma anchedi orgoglio verso la propria squadra e che, soprattutto, mettal’atleta in condizione di allenarsi al meglio concentrandosi sullapropria disciplina senza preoccupazioni economiche?Gareggiare per il gruppo sportivo dell’esercito è una grande soddisfazionema , come tutte le cose, ha i pro e i contro; cioè, economicamenteti permette di svolgere a tempo pieno la tua passionema psicologicamente è un po’ più dura perché comunquesei sempre sotto visione. Ma anche per questo è solo questionedi allenamento mentale. Io credo che tutto sia possibile, l’impossibilerichiede solo più tempo.Cosa vedi nel tuo futuro? Ti piacerebbe insegnare il salto conl’asta o altre discipline dell’atletica? Oppure pensi ad altro?48


Fabio ValseschiniTESTIMONIALA fine Agosto Fabio Valseschini e MarcoAnghileri hanno ripetuto la via CapitanSky Hooks, al Civetta, aperta nell’87 da duefortissimi alpinisti lecchesi, -Dario Spreaficoe Paolo Crippa . Una sorta di omaggioa due grandi ragazzi, con un particolarericordo a Paolo Crippa, che poi perì sullaOvest della Egger, in Patagonia, in un tentativodecisamente d’avanguardia. E chequei due ragazzi fossero fortissimi lo testimoniail fatto che quella di Fabio e Marco èal massimo la sesta o settima ripetizione,e Marco ci dice che la via, anche oggi, ètutt’altro che facile da ripetere!!Per una volta, comunque, Fabio e Marconon sono andati in solitaria. A Luglio, infatti,Fabio aveva ripetuto la via della Luna, di“Det Alippi, al Sasso cavallo, in solitaria, enello stesso stile Marco aveva omaggiatoil “Det” ripetendo la via dei Corvi. Di Fabioaspettiamo con ansia che si mettano in ordinele fotografie sulla sua solitaria invernaledi sette giorni, dello scorso Febbraio,alla Nord Ovest del Civetta, senz’altro unadelle più grandi solitarie invernali europeedegli ultimi annile ultime newsdei nostriTESTIMONIALS50FabioValseschini


I NEGOZI DF SPORT SPECIALIST LI TROVI A:MilanoVia Palmanova 65-ampio parcheggio-fermate MM Udine/Cimiano-0228970877Brugherio (MB)Centro Commerciale Bennet, Viale Lombardia 264 - 0392878080TEMPORARY STORE | Lissone (MB)Centro VIP Center, Via Valassina, 86Lissone (MB)Centro UCI Multisala, Via Nuova Valassina - 0392454390Bellinzago Lombardo (MI)Centro Commerciale La Corte Lombarda - 0295384192Sirtori (LC)Via delle Industrie, Provinciale Villasanta-Oggiono, Località Bevera - 0399217591Orio al Serio (BG)Via Portico 14 -16 (vicino Orio Center) - 035530729CremonaCentro Commerciale Cremona Po, Via Castelleone 108 - 0372458252Desenzano (BS)Centro Commerciale Le Vele - 0309911845S. Rocco al Porto (LO)Complesso Polifunzionale, Piazza Ottobre 2000, 1 - 037756145ComoVia Milano 62 - 031271380LuganoParco Commerciale Grancia, Via Cantonale - +41-0919944030Olgiate Olona (VA)Via S. Anna (vicino Esselunga) - 0331679966Meda (MB) - OutletVia Indipendenza 97 - 0362344954NUOVA APERTURAPiacenzaVia Emilia Parmenseinfo@cibocomunication.comDA DF SPORT SPECIALIST PIU’SOMMI PIU’ SEI PREMIATO.SCONTI E PROMOZIONINEI NOSTRI NEGOZIwww.df-sportspecialist.itinfo@df-sportspecialist.it | sede tel: 039.92155152

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