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Cem Mondialità- Recensione a "Il Miracolo superfluo" - PeaceLink

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IL MENSILE DELL’EDUCAZIONE INTERCULTURALE®Poste Italiane S.p.A. - Sped. D.L. 353/03 (conv. L. 27/02/04 n. 46) Art. 1 - Comma 1 - DCB Brescia - Anno LI - n. 4 - Aprile 2012 - Via Piamarta 9 - 25121 Brescia - Contiene I.R.www.cem.coop4|2012aprilePoliticaRivista del Centro Educazione alla Mondialità (CEM) dei Missionari Saveriani di Parma con sede a Brescia


editorialebrunetto salvarani | direttore cembrunetto@carpinet.biz«Sa-Wat-Dee Krap»ThailandiaUna vecchia storiella racconta di uno scrittore entusiastache, visitando per la prima volta Israele,dopo un soggiorno di una settimana pensò discrivervi sopra un libro intero; essendovi tornato per unpaio di mesi, si sarebbe convinto di poter firmare al massimoun bell’articolo; e infine, standovi un anno, decisedi soprassedere dai suoi propositi. Memore di tanta saggezza,dopo due settimane di Thailandia, mi espongocon un editoriale che mi sgorga dal cuore, anche perringraziare i numerosi amici che hanno accompagnatoquesta mia curiosa missione con auguri e preghiere.Sono stato nel paese dei thai agli inizi di febbraio, su invitodelle diocesi del Triveneto che là stanno vivendo, da quasivent’anni, un’esperienza di missione nuova, giocata soprattuttosulla testimonianza di una vita diversa: il miocompito era di predicare gli esercizi spirituali a nove pretie tre suore saveriane (e già il fatto che fosse un laico a tenerliha sorpreso non poco il vescovo di Chiang Mai,Francesco Saverio Vira, che ha commentato: «Ma comesiete avanti, in Italia…»). <strong>Il</strong> volo per Bangkok era stato ritardatodi un giorno, a causa della bufera di neve cheaveva colpito l’Emilia-Romagna, così ho avuto poco tempoper ambientarmi prima della full immersion. Tornato acasa dopo un viaggio complessivamente di venticinqueore, ho avuto subito l’intenzione di scriverne… ma anchetanta difficoltà, e tanto pudore. Perché quando mi capitadi visitare una nazione mai vista prima, inevitabilmenteme ne innamoro. E così, anche stavoltami sono innamorato, con l’ingenuitàdi quel ventenne che non sonopiù da parecchio, della gentilezzaantica dei thailandesi asalutarsi e a salutare anchegli sconosciuti con il wai,il saluto tradizionale eseguitocon le palme dellemani giunte come in preghiera,accompagnatoda un bel sorriso che sadi rispetto e di attenzioneper l’altro. Della consuetudine di togliersi le scarpe quandosi entra in un ambiente qualsiasi, non solo in un suolosacro, che mi ha richiamato la nostra fondamentale adesionealla terra, senza intermediazioni. Di una lingua ainostri orecchi complessa come poche altre, ma che bastaimparare sa-wat-dee krap (o ka se sei una donna), ilsaluto appunto, per sentirsi di casa e non fa nulla se noncapisci altro. Dei meravigliosi templi e dei monasteri buddhisti,in cui si respira contemporaneamente pace e operosità,silenzio e storia. Delle foreste e delle genti dellemontagne coi loro bimbi sempre intenti a sorridere, chevivono immerse nella calma e nella lentezza, senza computere senza tv ma con una capacità di valorizzare quelpoco di cui dispongono come se fosse un autentico tesoro(e a conti fatti, credo proprio lo sia). Delle case deglispiriti che si trovano dappertutto, costruite per fornire riparoai prá poom, gli spiriti guardiani che vanno onoratiadeguatamente perché non interferiscano nelle vicendedella casa e per garantirsi la buona sorte. Della zuppa dinoodles, che i locali consumano a ogni ora del giorno,vero e proprio piatto nazionale dal sapore gustoso e, almio palato, piuttosto originale ma non male. Della straordinariavegetazione, dell’albero del teak e dei fiori di orchidea,di cui – mi hanno detto – lì crescono ben 1.300varietà. Degli uccelli e degli elefanti, dei gechi e dei bisontiindiani. Ma soprattutto del fatto che la globalizzazione, inThailandia, pur tra mille contraddizioni, non sia ancorariuscita ad annullare il senso di diversità, di Oriente, di distanzada noi. Non è un caso che don Piero Melotto, ilprete vicentino che abita lì da ormai quindici anni e mi hafatto da guru fra stupa e monasteri theravada, ogni mattinasi svegli ascoltando una canzone gucciniana che amo dasempre, e che mi ha rincorso sin là:«E l’Asia par che dorma, ma stasospesa in aria/ l’immensamillenaria sua cultura/ bianchie la natura non possonoschiacciare/ i Buddha, i Chela,gli uomini ed il mare...».


Questo numeroa cura di Federico Tagliaferricemredazione@saveriani.bs.itQuesto numero arricchisce il panorama dell’annata 2011-2012 di CEM Mondialità, dedicata al tema «Sentinella,quanto resta della notte? Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale», trattando della politica, a cui MicheleDotti dedica un dossier intitolato «Dallo scontro fra le generazioni alla ricchezza dello scambio. <strong>Il</strong> ruolo che puògiocare la politica». «Non è un caso se i giovani italiani risultano, secondo alcune ricerche, i più pessimisti al mondo rispettoal proprio avvenire - scrive l’autore -. E non sono poi così immaturi e superficiali come spesso li si dipinge, se attribuisconoproprio all’insicurezza circa il futuro lavorativo la principale causa del loro pessimismo, anche perché da essa dipendonomolte altre variabili, prima fra tutte quelladell’accesso al credito, indispensabile perquanti intendono farsi una famiglia e prenderecasa. La consapevolezza che l’impegnoAngela Allegrettie il merito nel nostro paese non siano facilmentepremiati produce nei nostri ragazzi un suo breve profilo:Le illustrazioni di questo numero sono state realizzateda Angela Allegretti, che ringraziamo di cuore. Eccoun senso d’impotenza e una disillusione terribile.[…] Si pone comunque un problema a Milano nel 1993 per frequentare la Scuola del FumettoAngela Allegretti è nata a Barletta nel 1973. Si trasferiscedove incontra il suo futuro maestro, Ferdinando Tacconi,con il quale collaborerà alla realizzazionedi solidarietà fra le generazioni - continual’autore -, che prima o poi (meglio prima!) del «Tricheco Vagabondo». Nel 1997 inizia la suacollaborazione con «<strong>Il</strong> Giornalino», per il qualeandrà affrontato se non vogliamo che la sfiduciacollettiva finisca per alimentare una sua formazione come disegnatrice è stato Ro-realizza molti fumetti. Importante figura per laberto Rinaldi, responsabile del settore fumetti deparalisi nella nostra società». L’analisi di MicheleDotti è accurata, ricca e vibrante d’imlustratrice,con «<strong>Il</strong> Gran Palio delle Regioni», programma«<strong>Il</strong> Giornalino». Dal 2006 collabora, in qualità di il-televisivo per i più piccoli. Realizza altresì illustrazioni scenograficheper eventi nel campo della moda. Dal 2009 ad oggi tiene laboratori di fupegno,e costituisce, insieme al contributo diOttavia Manuini, a meglio definire quel progettodi «patto generazionale» in cui CEM hametto in diverse scuole in varie città. Nel 2011 partecipa al «Jubilmusic» animandoil meeting delle scuole elementari e medie al teatro Ariston di Sanremo.Per contatti: allegretti.a@hotmail.itimpegnato la riflessione di quest’anno.L’inserto centrale del «dossier», «Ri-pensarela mondialità», curato da Antonio Nanni eAntonella Fucecchi, è dedicato a «Ostacoli e barriere alla mondialità», un’originale rassegna delle pratiche che impedisconoo rallentano l’affermarsi della mondialità come coscienza diffusa e quali barriere rendano ardua la sua realizzazione pratica.Sul tema «mondialità» prosegue inoltre nella prima parte della rivista, nella sezione «A scuola e oltre», la riflessione di AntonioNanni dedicata a San Guido Maria Conforti, santo della mondialità. Nella sezione «Resto del mondo», per la rubrica dicinema, Lino Ferracin ci presenta «Una separazione», una pellicola iraniana, premio Oscar 2012 come miglior film straniero,che affronta le dolorose conseguenze che una separazione prima e un divorzio poi portano nelle vite delle persone esoprattutto in quelle dei più indifesi,nnnCari lettori, consultate il sito www.cem.coop, vi troverete articolie documenti non disponibili sulla rivista!2 | cem mondialità | aprile 2012


Mauro Castagnarol’altroeditorialeGiulio Girardiintellettuale cristiano<strong>Il</strong> 25 febbraio, a 86 anni e dopouna lunga malattia, si è spentoGiulio Girardi, uno dei più brillantie appassionati uomini di Chiesadella seconda parte del ‘900, vero«profeta dell’internazionalismocristiano liberatore».Nato nel 1926 al Cairo, in Egitto, da una famigliaitalo-siro-libanese, era stato ordinato prete nel1955 dopo essere entrato nell’istituto salesianoe aver ottenuto un dottorato in filosofia con una tesisulla metafisica di Tommaso d’Aquino. <strong>Il</strong> suo rigore intellettualee la sua non comune capacità espositiva glivalsero dal 1960 la docenza in Filosofia teoretica alPontificio Ateneo Salesiano di Roma, poi la partecipazioneal Concilio Vaticano II come esperto dell’ateismocontemporaneo (tema su cui scrisse un’opera monumentalein quattro volumi), contribuendo alla stesuradei numeri 19-21 della Gaudium et Spes, ad esso dedicatie tra le parti fondamentali di quella Costituzione.Negli stessi anni Girardi fu tra i protagonisti del dialogotra cristiani e marxisti, in particolare a livello internazionale.<strong>Il</strong> prestigio acquisito lo portò a diventare segretarioin pectore delSegretariato per i noncredenti, del quale fuperò nominato soloconsultore (peraltromai consultato) a causadel suo crescenteimpegno a favore dellacollaborazione tracristiani e marxisti. Ful’inizio di una semprepiù implacabile emarginazionedalle istituzioniecclesiastiche:Girardi fornì in misuradecisiva le basifilosofiche e teologichedel movimentointernazionale «Cristianiper il socialismo»prima la rimozione nel1969 dall’Universitàsalesiana, col passaggioall’Istituto cattolico di Parigi, dal quale fu cacciatonel 1973, venendo privato pure della cattedra all’Istitutodi pastorale Lumen Vitae di Bruxelles nel 1974, finoalla sospensione a divinis nel 1977.In mezzo si consumò gran parte della parabola deiCristiani per il socialismo, movimento internazionale,cui Girardi fornì in misura decisiva le basi filosofiche eteologiche. Girardi è stato, infatti, il teologo che ha maggiormenteapprofondito la possibilità per un cristianodi assumere il marxismo come strumento di analisidella realtà, distinguendo però l’utilizzo del materialismostorico dall’adesione al materialismo dialettico, incompatibile,a causa del suo ateismo filosofico, con la fede.Al contempo è stato l’intellettuale cristiano che conmaggiore lucidità ha riflettuto sulla necessità per uncristiano di compiere una scelta di classe capace ditradurre politicamente nella storia l’opzione per i poveri,distinguendo, per esempio, la «lotta di classe» comefattore oggettivo dall’«odio di classe», ed evidenziandocome la liberazione degli oppressi dall’oppressore fosseanche liberazione degli oppressori dal loro esseretali. Come nessun altro, infine, ha teorizzato la «confluenza»tra cristianesimo e marxismo in una prospettivadi superamento dello sfruttamento capitalista, al tempostesso distinguendo tra un cristianesimo conservatoree di neocristianità e un cristianesimo liberatore, comepure tra un marxismo ortodosso, dogmatico e autoritario,e un marxismo umanista. Dagli anni ‘90 Girardi hapoi accompagnato l’emergere dei movimenti indigeniin America latina e si è misurato col pensiero dellanonviolenza di Gandhi.Alle esequie, Bruno Bellerate, l’amico fraterno, anch’egliex salesiano, che l’aveva ospitato dopo l’ictus da cuiera stato colpito alcuni anni fa, ha lanciato un appelloperché qualcuno scriva una biografia di Girardi. Un’impresaassai impegnativa, ma che potrebbe non spaventarequalche lettore o lettrice di CEM Mondialità.Sarebbe il tributo a una personalità sempre attentissimaall’educazione, cui assegnava un ruolo decisivo nellacostruzione di «un altro mondo possibile». nnnaprile 2012 | cem mondialità | 3


gianfranco zavalloniburattini@libero.itCappuccetto, il lupo...e la lentezza delle coseAmo le fiabe, amo i burattini. Nei 33 anni di esperienzada educatore, maestro e dirigente scolasticola passione per fiabe e burattini è stata unacostante. E anche oggi, dall’alto di un boccascena delteatro dei burattini, se chiedessi a bimbi e bimbe qual èla storia che desiderano vedere, il 99% delle risposte (nesono sicuro) sarebbe «Cappuccetto Rosso!». Evidentementec’è qualcosa di universale. C’è un momento dellafiaba (nella mia versione burattinesca) che mi affascinaparticolarmente. È il momento in cui il lupo, dopo averdivorato la nonna e cappuccetto rosso, si concede un meritatoriposo. A quel punto il cacciatore, dopo aver apertola pancia al lupo e fatte uscire le malcapitate, con l’aiutodei bambini riempie di sassi la pancia del lupo per poi ricucirla.Al risveglio il lupo, con la pancia appesantita daisassi, viene investito dal vociare dei bambini che gli evidenzianola realtà: la pancia è piena di sassi. Ma lui noncrede a queste «frottole» e pensa che sia una sempliceindigestione, pesantezza di carne umana, ingerita voracementesenza masticare. Ebbene quel lupo, il 18 ottobrescorso, improvvisamente, ero io.Pensando ad una possibile indigestione, dopo una nottepassata con un doloroso mal di pancia, mi sono recato aduno dei pronto soccorso di Belo Horizonte. E dopo diverseore, con la pancia piena d’acqua per favorire l’esame, misono sottoposto ad una ecografia. L’esito è stato immediato:qui ci sono un po’ di sassi da togliere, ha sentenziato ilmedico chirurgo. Così, come il lupo contesta i bimbi e lebimbe rispondendo loro «... non è vero, non è vero, statescherzando, mi prendete in giro!», così anch’io non volevocrederci. E dentro di me pensavo: «si sono sbagliati, ladiagnosi è inesatta!». Ma la realtà a volte è cruda. Dopopoco più di un mese, il 2 dicembre, sono entrato (come illupo poi entra nel pozzo per bere) in una sala operatoriadell’Ospedale S. Orsola di Bologna. Tre chirurghi e unaschiera di collaboratori hanno lavorato per 9 ore e mezzaper togliere dalla mia pancia tutti i sassi grossi (un rene, ilsurrene, una enorme massa tumorale, un trombo formatosinella vena cava…). Sono restati tanti piccoli sassolini sparsiqua e là. Ma questa è già la storia di Pollicino oppure quelladi Hansel e Gretel? Cosa c’entra tutto questo con la pedagogiadella lumaca? Lo si capisce dalla morale della favole(per una volta la morale, tipica delle favole, la adattiamoanche ad una fiaba). È semplice, siamo nell’essenza della«lentezza». Ecco in sintesi:A volte è la vitastessa che cidice «adessobasta! ti devifermare!». Unafermata inattesa,non prevista,che siamocostretti a fareFermarsi: non siamo solo noi a deciderlo. A volte è la vitastessa che ci dice «adesso basta! ti devi fermare!». Unafermata inattesa, non prevista, che siamocostretti a fare.Affidarsi: ci dobbiamo fidare, dobbiamoaffidarci. E dobbiamo collaborare,poiché da soli non ce la si fa.Semplificare: i gesti quotidiani rallentano.E si torna bambini; si fatica a respirare,bere, mangiare, andare in bagno,lavarsi il viso…Curarsi: i rimedi chimici, quelli naturali,il cibo quotidiano... da scegliere,selezionare, calibrare, confezionare conle proprie mani, con pazienza.Ringraziare: mia moglie Stefania (vero angelo custode), imiei familiari, gli amici vecchi e nuovi, vicini e lontani. Uninsieme di solidarietà fatta di gesti, pensieri, preghiere. Siè vicini anche se a volte lontani fisicamente.Più lentezza di questo! La nostra vita cambia e si tocca concretamenteil senso del limite: la piccolezza di noi esseriumani. [www.scuolacreativa.it]nnn4 | cem mondialità | aprile 2012


ascuolaeoltrebambine e bambinilucrezia pedralilucrezia.pedrali@libero.itPer la prima volta nella storia delle istituzioni educative, la generazione degli apprendentine sa più dei suoi insegnanti. Sembrano mancare le idee su come governare seriamente i rischidi superficialità, di serializzazione e di frammentazione eccessiva del sapere.SpaesamentoVorrei partire da duenotazioni biograficheper riflettere su alcunitemi posti in un interessanteconvegno organizzato dallarivista Rocca nello scorso novembre,dedicato al tema «Lascuola nell’era della tecnologiadigitale».Prima notazione. Contesto:classe quinta di una scuolaprimaria; argomento: discussionecollettiva sul progettofinale di educazione all’immagineda realizzare individualmenteo a gruppi. Decisionepresa dai ragazzi quasiall’unanimità: realizzazionecollettiva di graffiti. Alla richiestadell’insegnante di specificarela fonte dell’ispirazione,la maggior parte indica ilweb, su siti i cui indirizzi vengonoscambiati e condivisi, atestimonianza di una circolaritàd’informazioni e anchedi pratiche nell’uso di internet;dalla conversazioneemerge come i ragazzi abbianochiaro un linguaggioche l’insegnante conosce soloper averlo orecchiato senzaparticolare attenzione e, soprattutto,quanto i rispettiviuniversi simbolici siano collocatia distanze siderali.Seconda notazione. Stessocontesto di classe quinta;un’alunna, il giorno del suoundicesimo compleanno, comunicaall’insegnante di essersifatta un regalo, pagan-dolo con i suoi risparmi e conun’integrazione da parte deigenitori: un iMac di ultimagenerazione. Con dovizia diparticolari ne illustra le straordinariecaratteristiche tecnichee l’utilizzo che potrà faredi tale strumento, sul qualeha investito molto sia sul pianoeconomico sia ideale: saràla sua fonte di ricerca d’informazioniper la scuola, potràscaricare più facilmente musicae video, potrà essere incomunicazione con i suoiamici in tempo reale.Noi immigrati digitalifacciamo fatica a capirevalore, regole, potenzialitàdei nuovi strumenti dicomunicazioneModificazioni radicalinegli stilidi apprendimentoI due episodi, in sé piuttostoinsignificanti, testimonianoperò del fatto che gli allievisi trovino in un’oggettivacondizione di autonomia dagliinsegnanti per larga partedel loro rapporto con la formazionee ciò, in una relazioneeducativa, significa uncambiamento tale da doveressere almeno riconosciuto.Nel convegno sopracitatovengono riferiti i seguenti dati.Secondo l’agenzia ingleseper l’innovazione dei sistemiscolastici Becta (http://about.becta.org.uk), la rivoluzionedigitale ha prodotto radicalimodificazioni negli stili di apprendimentocentrate essenzialmentesu quattro punti:1. una forte crescita dei comportamentirivolti alla ricercae all’esplorazione autonomanell’apprendimento, rispettoai comportamenti acquisitivie passivi del passato;2. una naturale, o altrimentidetta, nativa confidenza deiragazzi nelle nuove tecnologieche li porta a considerareil web come il primo strumentodi ricerca;3. una forte tendenza a generarecomportamenti collaborativifra pari attraversostrumenti quali MSN messenger,Youtube, Facebook oTwitter;4. La tendenza ad utilizzarequesti strumenti anche peraprile 2012 | cem mondialità | 5


ambine e bambinimanifestare la propria identitàe le proprie appartenenze.Per la prima volta nella storiadelle istituzioni educative, lagenerazione degli apprendentine sa più dei suoi insegnantie ciò produce una sortadi stravolgimento dellanormale prassi dei processi diinsegnamento e di apprendimento.L’insegnante è costrettoa prendere atto che lasua identità professionale èmessa in crisi dal fatto cheegli non è più la fonte necessariaper la trasmissione delsapere, che la sua modalitàdi procedere in misura prevalenteper sequenze linearientra in conflitto con le logichedi ipertestualità e di reticolaritàmesse in atto da internet.La crisi professionaleè d’altro canto accentuatadalla consapevolezza che, puressendo stato già largamentestudiato il contrasto radicalefra sistemi tradizionali di produzionedelle conoscenze ela «democratizzazione» deglistessi processi ottenuta conle nuove tecnologie (Tic),manca ancora una teoria pedagogicache governi questoproblema e fornisca indicazionisu pratiche didattichesperimentate e validate.Pur nella consapevolezza chela questione dell’uso dellenuove tecnologie non può essereconfinata nell’ennesimanuova attività o progetto daaggiungere a ciò che si fa ascuola, manca la capacità diffusadi pensare a nuove praticheintellettuali che mettanoa tema non il rapporto delleTic con le discipline scolastiche,bensì con la conoscenza.In sostanza sembrano mancarele idee su come muoversiL’insegnante è costretto aprendere atto che la suaidentità professionale èmessa in crisi dal fatto cheegli non è più la fontenecessaria per latrasmissione del saperee su come costruire il cambiamento che cominciaa esser percepito come indispensabile ancheper governare seriamente i rischi di superficialità,di serializzazione e di frammentazione eccessivadel sapere. Ma noi immigrati digitali facciamofatica a capire valore, regole, potenzialità deinuovi strumenti di comunicazione che utilizziamocon la stessa logica cognitiva con la qualeabbiamo sempre operato: il telefono cellulare,nell’esperienza di molti di noi, sostituisce il telefonofisso con le stesse funzioni, il computerè una macchina da scrivere infinitamente piùefficace e siamo sconnessi anche quando navighiamosu internet. Ma siamo comunque consapevoliche viviamo in un multiverso cognitivoe che ci servono nuove grammatiche per impararea leggerlo e a comprenderlo. nnnNodi da sciogliereLa scuola si trova di fronte ad alcuninodi da sciogliere per la suasopravvivenza. <strong>Il</strong> primo di questi nodi ècostituito dalla carenza cronica diinfrastrutture tecnologiche di base ingran parte degli istituti scolasticiitaliani. Un secondo nodo è che siamoancora lontanissimi da percorsi efficacidi formazione per tutti i docenti diogni ordine di scuola; data la naturadella questione e la specificità diquesta alfabetizzazione non si puòattendere che per via spontanea idocenti apprendano e comprendanol’universo delle nuove tecnologie e letrasformazioni radicali che essecomportano nello stile cognitivo equindi nelle applicazioni didattiche.Un terzo nodo è che si avvertel’esigenza di connettere l’uso dellenuove tecnologie, la riflessioneeducativa e gli esiti di studi e ricerchedelle neuroscienze sui processi diapprendimento. Alcune ricerche hannodimostrato quanto sia profondo ilrapporto fra ambiente sociale esviluppo del cervello. Una mutazionecosi radicale e profonda quale quellaprodotta dall’uso pervasivo delle Tic haprodotto modificazioni quantomenonello stile cognitivo che vengono peròlargamente ignorate dalla didattica.Un quarto nodo è rappresentato dalleindicazioni immediate che discendonoda una lettura anche solo parziale enon approfondita del rapporto fra Tic eapprendimento, cioè le ricadutedidattiche. I ragazzi sono sempre più ingrado di personalizzare il rapporto frasé e la conoscenza, hanno strumentiper esprimersi e proporsi, vogliono esanno condividere le informazioni,preferiscono apprendere con i loropari. La loro capacità di manipolazionedei contenuti li predispone a unadidattica di tipo più collaborativo chenon alle tradizionali strategie dicomunicazione frontale ancoralargamente se non prevalentementeutilizzate a scuola. Un quinto nodo è larigidità del sistema scolastico, che facoincidere quasi completamentel’orario di lavoro dell’insegnante conl’attività d’aula e non prevede chetempi residuali per dare spazio allacreazione di comunità di docenti chepossano condividere riflessioni epratiche didattiche diverse da quelletrasmissive più tradizionali.6 | cem mondialità | aprile 2012


ascuolaeoltreragazze e ragazzisara ferrarisara.dimira@gmail.comUn numero sempre maggiore di ragazzi, privi delle caratteristiche tipiche dei bulli tradizionali,e protetti dalle pareti della loro cameretta, si trasformano in bulli elettronici. I «cyberbulli»sono deresponsabilizzati e non provano alcun impegno morale nei confronti delle proprie vittime.Derivati da bullobullone, imbullonato, sbullonato,cyberbullo...lei devefare qualcosa,«Professoressa,mio figlio è oggettodi bullismo da parte deisuoi compagni: quest’estategli hanno fatto dei gavettoni».Sul bullismo c’è un po’di confusione, e non solo trai genitori; a forza di sentirne,tutti si sentono autorizzati aparlarne, così una schermagliaestiva o atti violenti edoccasionali o funzionali litigi,si trasformano in bullismo.Una definizione chiara del fenomenoè una buona ri-partenza:«<strong>Il</strong> bullismo è una relazionefatta di prepotenzeripetute, sempre tra le stesse«In passato il bullismo è semprestato percepito e rappresentatocome frutto di identitàdisfunzionali in una societàfunzionale. [...] Ora il bullismoesprime un’identità funzionalead un contesto socialedisfunzionale».Stefano VersariUS Emilia Romagna, 8 febbraio 2012che si svolge molto spesso ascuola, tra alunni che frequentanolo stesso edificio eche si incontrano faccia a faccia.Se il bullismo tradizionaleè in diminuzione, aumentainvece quello tramite le nuovetecnologie, nella misura di un2%. Tratterò qui del cyberbullismo,da uditrice della ricercaesposta durante il Conpersone,in una situazione disquilibrio di forze, dove chiha il potere lo utilizza volutamenteper ferire il più debole»1 .Le recenti ricerche del progetto«Daphne», svolte inEmilia Romagna, hanno registratoun calo nel fenomenodel bullismo tradizionale(diretto e indiretto), quellovegno a Bologna l’8 e il 9 febbraioscorsi 2 .Bulli e vittime digitali«Un atto aggressivo e intenzionalecondotto da un individuoo da un gruppo usandovarie forme di comunicazioneelettronica, ripetuto nel tempocontro una vittima» 3 .Bisogna essere in presenza diatti unidirezionali e ripetutinel tempo per poter parlaredi cyberbullying. La prima differenzacol bullismo tradizionale:la ripetizione nel tempoè garantita dal mezzo di persé, pensate a quante volte sipuò vedere e segnalare un videosu Youtube, con qualeautomatismo si può inoltrarela stessa e-mail o lo stessosms a più persone; la ripetitivitàè molto più facile con lenuove tecnologie, compiutacon più leggerezza, ma benpiù pesanti sono gli effetti.Effetti di cosa? Molestie, insulti,diffamazione, provoca-aprile 2012 | cem mondialità | 7


agazze e ragazzizioni per avviare conflitti nellacomunità di un forum; furtid’identità per inviare messaggio pubblicare testi e fotografie;pubblicazione di informazionio immagini privatee imbarazzanti di un’altrapersona senza il suo consenso;persecuzioni tramite larete o il cellulare (per esempiocon telefonate mute o minacce);esclusioni di qualcuno perferirlo o isolarlo da un gruppodi discussione; diffusione difilmati di un atto di violenzaattraverso internet o cellulare.Un’educativa carrellata di crudeltàvarie.I luoghi reali in cui si attivanoi cyberbulli sono la casa e lezone estranee alla scuola.Quest’ultima è coinvolta indue modi: come luogo di diffusionesenza consenso d’informazionipersonali o di immaginiimbarazzanti a fini diffamanti,o come reale scenografiain cui alcuni atti vengonoripresi con il cellulare.La scuola come comunitàcondivisa, anche in questocaso, mantiene il ruolo in cuiil bullo tende a minare la rispettabilitàsociale dei ragazzi.E, se è vero che una vittimadi bullismo tradizionale saràprobabilmente vittima anchenella versione telematica, nelsecondo caso si allargano lepossibilità includendo tra levittime scolastiche, non soloi ragazzi stranieri (le maggiorivittime di atti di bullismo nellascuola), ma molti altri.Senza empatiaChi sono i cyberbulli? <strong>Il</strong> cyberbullismopuò avvenire traragazzi che si frequentano soloonline o che conoscono irispettivi numeri di cellulare.Ho già scritto 4 del fatto che i8 | cem mondialità | aprile 2012Questione di privacyo di protezioneE i genitori? Durante un colloquio, invitata unamamma a controllare quello che il figlio scrivevasu internet, mi ha risposto: «Non lo controllo perrispettare la sua privacy, gli dimostro così la miafiducia!». Non bisogna confondere la privacy conla condivisione: se, da genitore, mi accorgo chemio figlio cancella tutti i giorni la cronologia(dato per ovvio che i genitori sappiano farlo),cosa faccio? Non gli devo chiedere perché? Hoforse paura di turbare la sua intimità? Ragazzomio, parliamone! La famiglia è la prima a doverrispondere a questo compito protettivo. La scuolapuò lavorare sul clima relazionale, sull’usoresponsabile delle tecnologie e, non ultimo, sulconcetto di legalità. Ogni parte educativa deve riassumersila propria responsabilità individuale.Ragazzi, col-leghiamoci e ricostruiamo in questasocietà disfunzionale una nuova solidarietà,anche digitale.«Ci ascoltano al telefonoCi guardano i satellitiCi tracciano nel trafficoControllano gli acquistiCi rubano le passwordCi frugano nel bancomat[...]Eppure non mi sono mai sentito così liberoPerché io danzoSulla frontiera»Jovanotti, «Io danzo»I luoghi realiin cui siattivano i«cyberbulli»sono la casa ele zoneestranee allascuolaragazzi percepiscono la vitaonline separata da quella offline.Mentre noi adulti ci rendiamoconto che on e off sonoirrimediabilmente intrecciati,che internet è ormai unavia come le altre per rappresentarci,che il nostro cellularenon è altro che una protesi(un mio amico sta aspettandoche provino un impianto sottocutaneo),i ragazzi non nesono altrettanto consapevoli.Proprio questa falsa visionedella realtà è galvanizzanteper i cyberbulli: un numerosempre maggiore di ragazzi,privi delle caratteristiche tipichedei bulli tradizionali, eprotetti dalle pareti della lorocameretta, si trasformano inbulli elettronici. Protetti dall’anonimato(fermamenteconvinti di ciò), possono daresfogo ad un esibizionismoche nella vita offline non sospettanoloro stessi per primi.L’anonimato è del tutto un’illusione,ogni click che facciamo,ogni tweet che emettiamoè rintracciabile.A questo proposito, concretoe crudo, è stato l’interventodel magistrato minorile Degiorgis:«Quando i ragazzi arrivanodavanti a me li chiamoimputati, e a loro non sembrapossibile esser chiamati così.Non hanno lo stesso atteggiamentodel bullo che picchiatutti i giorni un compagno,sono dimessi, con le orecchiebasse, soli in un’aula di tribunalealla presenza mia, del loroavvocato e dei genitori. Nonhanno la minima idea di cosasignifichi illegalità. Dobbiamoinsegnarglielo prima!».L’aspetto che più colpisce èche questi ragazzi sono deresponsabilizzatie non provanoalcun impegno moralenei confronti delle proprie vittime,non provano alcun sentimentoperché non vedonogli effetti immediati e direttidelle loro azioni a distanza.Nessuna empatia verso la vittima.In questa distanza sonoinglobati anche gli altri: glispettatori, che possono diventarecorresponsabili di un attograve condividendo con altriciò che osservano, aumentandocosì la ripetizione dell’attoe il numero di spettatori, lasolidarietà con le vittime è assente.E le vittime? Ancora piùisolate, sole. nnn1Cfr. www.smontailbullo.it2Cfr. www.unibo.it/Portale/Ricerca/Cyberbullismo.htm;www.bullyingandcyber.net/3Smith et al., 2008.4Cfr. «CEM Mondialità», ottobre 2011,pp. 7-8.


ascuolaeoltregenerazione yStefano CurciDa parte dei giovani, vi è ormai cronica disaffezioneverso la politica e un calo di desiderio riguardoall’impegno politico.Giovanie crisi della politicaSecondo una ricerca effettuatadall’Ispo (Istituto per gli studisulla pubblica opinione), commissionatadal Ministero per la gioventùnell’aprile 2010, il 66% dei giovaninon ha fiducia nelle istituzionidella politica. Ad essere meno apprezzatisono i partiti politici (solo il 18%crede in loro). Parlamento e capo delgoverno vanno al di sotto della sogliadel 50% della fiducia: l’istituzione cheispira più fiducia è la Presidenza dellaRepubblica (84%) e il personaggio acui va maggiore ammirazione è SandroPertini con il 16%, ma ben il 30%non ricorda alcun uomo politico conammirazione. A pari merito con la Presidenzadella Repubblica, in fatto difiducia, si trovano le forze dell’ordine,seguite dalle forze armate (83%) edall’Unione Europea (74%).Avere fiducia nel Presidente e non neipolitici è un segnale molto chiaro: igiovani - e con la crisi non potrebbeessere altrimenti - vedono certi comportamentidissonanti dei politici enon li sopportano più. <strong>Il</strong> Presidentealmeno dà immagine di coerenza ecredibilità. Infatti il 22% dei giovani sidice arrabbiato nei confronti della politica,il 14% diffidente e il 13% disgustato.Ma non consola sapere cheil 12% è indifferente e il 9% annoiato.Nel complesso il 58% dei ragazzi nutresentimenti negativi. È solo il 5% a dichiararepassione per questo ambito.Un circolo viziosoL’atteggiamento è sicuramente fruttodel disincanto nei confronti della politica,in un circolo vizioso in cui più lapolitica è vista come astrusa e lontanae meno interessa, però meno interessae più viene condannata. Nell’epoca incui si è passati dalla visione del futurocome promessa al futuro come minaccia,la politica diventa una vittimadel desiderio di rifugiarsi nel proprioparticolare.Scriveva Luca Alici sul periodico dell’AzioneCattolica Segno del novembre2011 che nella nostra epoca si possonoriscontrare due tendenze chevanno in direzione opposta: una versola privatizzazione delle esistenze, cheriduce la politica a tecnica di difesadalla paura (protezione da tutto ciòSecondo unaricerca effettuatadall’Ispo il 66% deigiovani non hafiducia nelleistituzioni dellapoliticaascuolaeoltreaprile 2012 | cem mondialità | 9


generazione yche è esterno e rompe l’ordine fisso);un’altra che invece indica un surplusd’impegno civile, ma è limitata dallasfiducia sempre più radicale nei confrontidella politica. Sembra proprio chei nostri giovani rientrino spesso nellaseconda direzione, almeno quelli chenon si sono appiattiti sul consumismoe sulle passioni tristi. <strong>Il</strong> problema è l’ormaicronica disaffezione verso la politicae il calo di desiderio riguardo all’impegnopolitico, che non solo si traduconoin indifferenza, ma anche nella sceltaper i partiti-movimenti che si leganoquasi esclusivamente ai bisogni del territorio,o quelli che vogliono romperecon gli schemi ingessati della dialetticapolitica.Alici esprime la speranza che possa arrivareuna nuova primavera, in cui i giovaniche fino ad ora sono rimasti in secondopiano, attivi nel volontariato ma lontanidalla politica, prendano il posto di quelliche sono scesi in campo solo per saliresul carrozzone. Giovani e non giovanilismiafferma Alici: forti di una fede sovversiva,non incastonabile in un partito,capaci di lavorare su tempi lunghi e didiventare esempio e testimonianza neldepresso quadro attuale. nnnUn clima depresso che spingeall’indifferenzaSe la politica è convivialità delle differenze, in particolare i giovani credentidovrebbero essere seduti al tavolo per fare dialogare queste differenze, percondividere la mensa e non per spartirla, per estendere la responsabilità e nonper dividersi i ruoli. Ma Alici - da attento osservatore - sa benissimo chequesto discorso resta campato in aria se non si scioglie il nodo dellaprecarietà che caratterizza il panorama attuale, e non permette unariappropriazione matura della coscienza politica: «avere un lavoro (e tornareal proprio lavoro) può consentire di guardare alla politica realmente comeservizio; un lavoro che non c’è non può far diventare lavoro ciò che lavoronon è». Se i giovani vedono la politica come soluzione dei propri problemilavorativi, perdono - forse inconsapevolmente - la loro autonomia ideale e sisvendono a quella stessa ideologia di mercato che vorrebbero combattere.Un clima così depresso che spinge all’indifferenza e a chiudersi nel proprioparticolare è pericoloso per tutti, perché il prezzo del disinteresse dei giovaniè «un appalto di potere ad altri da cui si finisce per dipendere»: lasciare lospazio agli altri significa poi doversi adeguare al mondo che costruiranno.Alici sceglie la metafora del seme e del frutto per dire che i giovanidovrebbero essere insieme, in questo momento storico così particolare, semee frutto, senza bruciare i tempi, ma rispettando le stagioni. Seme di nuoveforme di partecipazione e cittadinanza, sapendo progettare con coraggio edentusiasmo. Frutto che non si è inaridito perché ha trovato acqua altrove,sapendo scegliere le sorgenti sotterranee di un impegno lontanodall’immediato e dall’effimero.Condivido l’ultimo richiamo di Alici ai giovani e al modo di vivere la politica: lanecessità di coltivare la bellezza e la gratuità, e un’altezza di ideali che perònon significa distacco dalla realtà. <strong>Il</strong> rischio in effetti è concreto: se l’unità dimisura resta l’efficienza tecnica e produttiva, non c’è più spazio per i sogni eper tutto quello che non è tornaconto: cultura, civiltà, legami sociali.Ai giovani è dunque richiesta unalungimiranza politica che sa di profetico,che guarda ai bisogni e non ai favori. Comedice Miguel Benasayag, resistere non è soloscontrarsi e fare opposizione, resistereè prima di tutto creare.10 | cem mondialità | aprile 2012


ascuolaeoltrein cerca di futurodavide zolettodavide.zoletto@uniud.it<strong>Il</strong> risultato delle ricerche mostra alcuni spaccati di vita quotidiana che indicano un continuumscuola-extrascuola che ha negli spazi urbani una sorta di sfondo integratore.Le città viste (e vissute)dai giovani figli di migrantiNell’ambito di questarubrica si è evidenziatoin più occasionicome oggi l’educazione interculturalesia chiamata a costruirepercorsi in grado diconnettere scuola ed extrascuola,allo scopo di promuoverein modo continuativooccasioni d’interazione lungotutto l’arco della giornata deinuovi italiani, siano essi figlidi genitori migranti o di genitoriitaliani.Un contributo particolarmenteprezioso in questa direzioneci viene da tre volumi uscitirecentemente presso la casaeditrice Guaraldi di Rimini.Si tratta di tre testi che raccolgonoi risultati di un progettodi ricerca triennale coordinatoda Matilde CallariGalli dell’Università di Bologna.<strong>Il</strong> titolo del progetto -«Contesti urbani, processi migratorie giovani migranti» -riassume efficacemente il focusdella ricerca: ovvero quellodi studiare i diversi modiin cui i giovani figli dei migrantirappresentano i contestiurbani nei quali vivono,e con essi tutte le diverseOggil’educazioneinterculturaleè chiamata acostruirepercorsi ingrado diconnetterescuola edextrascuolaagenzie educative formali enon formali (scuola, famiglia,centri di aggregazione, associazionismo,ecc.) che attraversanonella loro esperienzadi ogni giorno.Ciò che accomuna i tre voluminon è solo il focus dellaricerca (le città viste e vissutedai giovani migranti), ma anchel’approccio adottato dagliautori. Si tratta dell’approccioetnografico, basatosull’osservazione partecipante,sulla raccolta di testimonianzedirette e su quello chela stessa Calligari Galli chiama«vagabondaggio urbano»,ovvero una tecnica di ricerca«accompagna i singoli testimonidella ricerca nelle lororoutines quotidiane seguendoi loro percorsi, notando leloro impressioni, esplicite oimplicite che siano, sui luoghiche attraversano e/o frequentano»1 . <strong>Il</strong> risultato sono alcunispaccati di vita quotidianache mostrano un continuumscuola-extrascuola che ha neglispazi urbani una sorta disfondo integratore. Si spaziaPer saperne di piùM. Callari Galli, G. Scandurra,Stranieri a casa. Contesti urbani,processi migratori e giovani migranti,Guaraldi, Rimini 2009G. Guerzoni, B. Riccio, Giovaniin cerca di cittadinanza. I figlidell’immigrazione tra scuola eassociazionismo. Sguardi antropologici,Guaraldi, Rimini 2009I.G. Pazzagli, F. Tarabusi, Undoppio sguardo. Etnografia delleinterazioni tra servizi e adolescentidi origine straniera,Guaraldi, Rimini 2009dalle modalità con le quali alcuniragazzi e ragazze figli dimigranti vivono e rappresentanoalcuni quartieri perifericidi Bologna («Nuovi territori enuove pratiche di cittadinanza»,di Giuseppe Scandurranel primo dei tre volumi, ilgià citato Stranieri a casa),all’associazionismo di «secondagenerazione» (Bruno Riccioe Monica Russo nel secondovolume Giovani in cercadi cittadinanza), al mondodei servizi e del welfare vistoe vissuto con gli occhi dei giovanimigranti e postmigranti(Ivo Giuseppe Pazzagli e FedericaTarabusi, nel terzo volumeUn doppio sguardo).Senza dimenticare che lascuola, che a volte affiora neglialtri contesti attraverso gliocchi e i racconti dei ragazzi,è oggetto essa stessa di unosguardo mirato (GiovannaGuerzoni e Fulvia Antinelli, nelsecondo volume). Ma anchela scuola - a sua volta - vieneriletta a partire dal punto divista dei giovani figli dei migrantiche ce ne restituisconoun’immagine che ne mostratutti i legami con la vita extrascolastica:uno sguardoche parte certo dentro le murascolastiche ma che si allargapoi - come osservano gliautori - «tra fuori/dentro» lascuola stessa… nnn1Cfr. M. Callari Galli, Stranieri a casa,p. 43.aprile 2012 | cem mondialità | 11


ascuolaeoltreeducazione degli adultirita robertoritarobe@yahoo.itLa lettura del libro è un invito a riflettere sulla bellezza dei gesti semplici del quotidiano,delle cose e dei luoghi e ripartire da lì, con un occhio al passato,per imparare a capire l’importanza di ciò che è bello per cominciare a guardare al futurorilanciando questi valori.La leggerezzadella libellula«La profonditàva nascosta.Dove?Alla superficie»Hugo VonHofmannsthalPrendo spunto dalla recentelettura dell’ultimolibro di Raffaele LaCapria, Esercizi superficiali,per condividere un modo chel’autore indica per sottrarsi allinguaggio della falsa profondità,volando leggero comeuna libellula su stadi d’animo,pensieri, considerazioni suldisagio di questi anni e a unmondo adulto impreparatoad affrontare la crisi, non soloeconomica ma anche educativae di valori, che lo attraversa,e alla violenza a cui èsottoposto da ogni parte. Gliesercizi che l’autore proponealludono alla concentrazionenecessaria, come negli esercizispirituali o in una creazioneartistica, per sottrarsi,anzi «distrarsi» dalla logicaideologica e ritornare a quelladel senso comune e della lo-gica elementare, della bellezzache c’è nella vita e dellaleggerezza ma anche alla faticache occorre per raggiungerla.Si tratta di una bellatraccia da seguire per riscopriree recuperare un’altrastoria che ci appartiene, maanche uno sguardo nuovosull’esistenza, sulla storia, sullapolitica che invita allo stuporeperché è l’unico atteggiamentoadeguato, da praticarein tempi di crisi e datrasmettere alle generazionifuture, di fronte alla sacralitàdella vita e dell’essere umano,di fronte alle meraviglie dell’universo,di un’opera d’artecome di un paesaggio.La bellezza dei gestisempliciLa lettura del libro è un invitoa riflettere sulla bellezza deigesti semplici del quotidiano,delle cose e dei luoghi e ripartireda lì, con un occhioal passato, per imparare a capirel’importanza di ciò cheè bello per cominciare a guardareal futuro rilanciandoquesti valori. Si riafferma cosìl’antico concetto greco kalosLa capacità di produrre bellezzanei gesti, nelle relazioni, nellecose e nei luoghi è una sfida maanche la pratica di «energierinnovabili e immateriali» cheporterà al cambiamentokai agathos, tutto ciò che èbello è anche vero e buono,ma anche quello più modernoche la bellezza salverà ilmondo. Abbiamo bisogno diquesto entusiasmo per la leggerezzae la bellezza per affrontarele sfide, perché graziead esso possiamo riprendercidallo smarrimento, rialzarcie riprendere il cammino.Scopriremo così che la capacitàdi produrre bellezza neigesti, nelle relazioni, nelle cosee nei luoghi è una sfidama anche la pratica di «energierinnovabili e immateriali»che porterà al cambiamento,alla vitalità e al benessere, siaindividuale sia collettivo, perchérenderà vivibili le città ele convivenze con le sue diversità.È l’invito a non dareper scontati i «patrimoni difamiglia» e anche una grandedichiarazione d’amore perl’uomo e per l’Italia. Vi lasciogustare un brano dell’autoreche vi trascrivo di seguito.Buona lettura!12 | cem mondialità | aprile 2012


educazione degli adultiEsercizisuperficiali«Ogni volta che riesco acomporre una frase benconcepita, ben calibratae precisa in ogni suaparte, una frase salda etranquilla nella bellalingua italiana che abito,e che è la mia patria,mi sembra di fare l’unitàd’Italia e insieme di rendereomaggio al sublimelascito dei patrii numi.Non so sottrarmi al fascinoche esercita su di me la linguaitaliana, anche perché soquanto sia difficile praticarla,ed è certo per questo amoredella lingua che non capiscochi dice, come molte volte hosentito: “mi vergogno di essereitaliano”. Quando lo sentodire, alla mia disapprovazionesi aggiunge un sensodi ribellione. Ti vergogni? Tivergogni di Leonardo, ti vergognidi Michelangelo? DiCaravaggio? Ti vergogni diDante e Petrarca, dell’Ariostoe di Leopardi? Di Galileo, diVico, di Machiavelli? E quandosenti la musica di Vivaldie Rossini, il brano d’opera diPuccini, o “<strong>Il</strong> coro dei Lombardi”di Verdi, questa musicanon ti dice niente? Nonsenti che essere italiano faparte di tutto questo? Diciche la mia è solo retorica eche tu ti vergogni del malcostumee di come funzionamale la nostra democrazia?Allora te lo ripeto, datti dafare per migliorarla. Ma nondire che ti vergogni di essereitaliano, perché così non lamigliori, e sicuramente lapeggiori. Essere italiano nonriguarda solo la democrazia,il Risorgimento, e tutte leanomalie che puoi legittimamentecriticare, ma è qualcosache vale di più, qualcosache supera le storture dellanostra storia e le trascende.Tu insisti nel dire che la mia èretorica. È retorica per te lalista dei Grandi che potrei allungareben oltre quella cheho fatto? Non rappresental’Italia? L’Italia tutta, da norda sud? E non esprime qualcosadi superiore, che si fondein una comune idea di Bellezzache è solo nostra, di unaBellezza Italiana, diversa daogni altra? Che abbiamo distribuitoa piene mani in Europae nel mondo? E quandote ne vai in giro per il nostropaese, al Nord come al Sud,non ti commuovono i luoghie i paesaggi, le chiese e i monumenti?E quando entri inuna delle cento città che sonoin se stesse un’opera d’arte,o sono uniche, comeVenezia, cosaprovi? E le bellissimepiazze che scopriarrivando da unastretta stradina e cheti si aprono all’improvvisoin tutta la loromagnifica scenografia?Ti è mai capitato ditrovare nella chiesa di unpaesino un capolavoro eccelso,ricordato in ogni storiadell’arte? E le vestigia, leBibliografiaRaffaele La CapriaEsercizi superficiali. Nuotandoin superficieMondadori, Milano 2012solenni rovine di Pompei, Paestum,il Foro, le testimonianzedel passato che spuntano daogni parte non ti dicono nulla?Lo Stato non funziona ela nazione sempre divisa sonola conseguenza di una storiainfelice, lo so, ma parallela aquest’altra che sto rivendicando,che anch’essa ha lasciatosegni nelle cose e neglianimi. I Grandi che ho nominato,quelli che hanno fattol’Italia com’è, innalzando cupolee chiese, inventandol’opera buffa e il melodramma,si sono manifestati e rivelatial mondo quando, distrattidall’Italia del propriotempo, si sono rifugiati nelsogno della propria Opera.Lo Stato nonfunziona e lanazionesempre divisasono laconseguenzadi una storiainfeliceEssi sapevano bene che l’Italiaera “una nave senza nocchierein gran tempesta”, ma coltempo quello che crearono sirifletté sul paese tutto, gli hadato un’anima, e Verdi perme vuol dire Italia. Nel tempodelle guerre fratricide, quandoFirenze era in lotta con Arezzoe Pisa con Siena, e dovunquei vicini combattevano il vicino,quando a ondate successivegli eserciti di Carlo VIII, di LuigiXII, di Francesco I portavanomorte e desolazione in ogniluogo e i lanzichenecchi profanavanole chiese di Roma,loro, i Grandi Maestri, lavoravanosolitari, e si direbbeappunto “distratti”, e davanocosì al nostro devastato paesela dignità che aveva perduto.E mentre il sangue scorrevafuori nelle strade - io immagino- Piero in San Francescodipingeva la battaglia di Cosroeeternandola nella calmaluce imparziale che lui stavascoprendo; e a Roma Michelangelo,disteso sul dorso, dipingevaun Adamo uscito dalsuo pennello come dal ditodi Dio. Anche in anni non lontani,dopo la guerra e dopole bombe, dalle rovine ancorafumanti nacque come per miracoloun nuovo modo di fareil cinema con “Ladri di biciclette”,“Roma città aperta”,“Umberto D.” e Rossellini,De Sica e i registi del neorealismo,svelarono almondo qual era lavera Italia. Questaè la storia d’Italiache io mi racconto...Tu dirai che èretorica. Ma l’Italia,per me, è un sentimento.Per me dire Italia,essere italiano, vuol diretutto questo». nnnaprile 2012 | cem mondialità | 13


ascuolaeoltremondialitàantonio nanniufficiostudi@acli.itPer questo nuovo articolo su Conforti (il quarto che appare sul CEM) devo essere grato a padreMarcello Storgato, direttore di Missionari Saveriani, che venendo a conoscenza del mio interesse perla vita e il pensiero del Santo della mondialità mi ha donato due volumi scritti dal saveriano FrancoBertazza, molto documentati, ma introvabili in libreria (e distribuiti dall’istituto Missioni Estere).Conforti modellodi pedagogia missionariaMi sto accorgendoche nella mia bibliotecapersonaleinizia a formarsi un piccoloscaffale riservato al Confortiche è prevedibilmente destinatoa ingrandirsi. A ciò miaiuterà di sicuro l’amico ultra-ventennalepadre GianniZampini. Approfondendo lafigura di Conforti sto inoltreconstatando che esistono tantistrumenti di approfondimentoche è difficile reperire,ma che sarebbe opportunoconsultare, come ad esempiola tesi di laurea di D. Dieci Lapedagogia di Mons. Conforti(Milano, 1959). Posso immaginareche in quel periodopre-conciliare la visione profeticadi Conforti potesse apparireancora più straordinaria,soprattutto sul versantedella missione ad Gentes edella Chiesa «tutta missionaria».Oggi a 50 anni dal Conciliola profezia del Confortisi è estesa anche al di là dellateologia, generando la coppiaconcettuale «missione e mondialità»,ma si è anche arrestatanei suoi sviluppi e nellesue potenzialità.A tradurre perprimo in chiaveculturale epedagogica leintuizioni delConforti è statoil saverianoSavinoMombelliA tradurre per primo in chiaveculturale e pedagogica le intuizionidel Conforti è stato ilsaveriano Savino Mombelliche per otto anni (dal 1959al 1964 e dal 1968 al 1971)è stato direttore del CEM«missionario» e per un anno(dal 1970 al 1971) ha direttoanche Fede e Civiltà (poi diventataMissione Oggi). A padreSavino Mombelli devedunque essere riconosciuto ilmerito di aver completato -alla fine degli anni ’60 - il carattereinnovativo e anticipatoredel pensiero di Conforti,trasferendolo oltre la pastoralegrazie alla categoria laicae secolare della «mondialità»quando questa parola nonera ancora entrata nel vocabolario.Così facendo Mombelliha consentito che l’Unionemissionaria del clero (dicui Conforti è stato co-fondatore- insieme a Paolo Manna- e primo presidente perun decennio) si coniugassefelicemente con un’altra ideaprofondamente confortiana,quella dell’unità universaledella famiglia umana. In unarticolo che padre Mombelliha scritto recentemente sullarivista Ad Gentes (n. 2/2011)si legge: «Dopo Conforti ci èpiù facile comprendere che afare la missione e a realizzareil regno di Dio sono convocatinon soltanto uno sparutodrappello di preti, religiosi esuore, ma tutti gli esseri umanidi buona volontà, cristianie non, religiosi e laici, scienziatie operai, politici e artisti,sportivi e comunicatori, tecnicidigitali e operatori ecologici.Insomma, tutti coloroche sanno svolgere compitiumanamente corretti e di valoreunificante per tutto il genereumano. Sarà questaconsapevolezza che porterànegli anni Quaranta del secoloscorso alcuni figli del14 | cem mondialità | aprile 2012


mondialitàConforti a lanciare le iniziativedel Centro di educazionealla missione, (oggi CEMMondialità) e del MovimentoMissionario Classi Colte (oggiestinto)».La ragione, conclude Mombelli,è stata una sola: «Attualizzarel’intuizione confortianadella responsabilità universaledella missione cristiana,anche dal punto di vistaculturale, attraverso la collaborazionedi tutti, formatorie intellettuali, artisti e scienziati,credenti e laici».Se nella pastorale vale il principioche il card. Angelo Roncalli(poi Giovanni XXIII) ha riconosciutoin Conforti, «Vescovodi Parma, ma missionarioper tutto il mondo», possiamoanalogamente estenderlonella pedagogia e affermare:essere educatori nellapropria famiglia, nella scuola,nella città, è un esercizio dacompiere sempre nella prospettivadella mondialità, comeumanesimo della fraternitàe convivialità delle differenze.Non ci sembra dunqueesagerato citare a questopunto il pensiero di Ugo diSan Vittore, teologo e filosofovissuto nel XII secolo. SecondoUgo, infatti, colui che sisente a suo agio soltanto acasa propria, nel proprio paese,è un uomo assai imperfetto;certamente più perfettoè l’uomo che si sente a suoagio un po’ dappertutto; macompiutamente perfetto èl’uomo che si sente «a disagio»ovunque si trovi. Sonodell’avviso che questo anticopensiero bene descriva la disposizioned’animo che è necessariaa chi ha una responsabilitàeducativa in questanostra epoca di accelerataascuolaeoltremobilità umana e di meticciamentoetnico, culturale ereligioso. Una simile aperturae visione universale non èdifficile ritrovarla in Conforti,maestro e santo della mondialità.Quando, ad esempio,da giovane fondatore, auspicavache un giorno dalla diocesidi Parma avrebbero spiccatoil volo gli «aquilotti dellamissione» era ben consapevoleche, di certo, essi avrebberodovuto volare lontanoper portare la buona novella,ma sempre nella consapevolezzadi saper cercare le vieper congiungere le ali alle radici.Se, infatti, è vero che lesole radici senza le ali diventanoun freno, un ostacoloallo sviluppo, è altrettanto veroche le ali, senza radici, senzacioè la capacità di orientamentoche da esse discende,rischierebbero di trasfor-Essereeducatorinella propriafamiglia,nella scuola,nella città,è un esercizioda compieresempre nellaprospettivadellamondialitàmare l’uomo in quella ingenuacolomba di cui parla ancheKant nella sua Critica dellaragion pura, quando scrive:«La colomba leggera mentrenel suo libero volo fende l’ariadi cui sente la resistenza, potrebbeimmaginare che le riuscirebbeassai meglio volarenello spazio vuoto d’aria».Ma questo condurrebbe soloall’utopia, cioè, letteralmente,«in nessun luogo», invece lamissione è sempre rivolta allepersone in carne ed ossa, cheabitano i luoghi concreti e vivonoin comunità che hannotradizioni culturali e progettidi futuro. Si pensi soltantoche Conforti aveva appena34 anni quando, nel 1899,inviò da Parma in Cina i suoiprimi due missionari con il vescovofrancescano mons.Francesco Fogalla, che moriràmartire nella rivolta dei boxer(1900). Si badi bene che questagiovanile passione per lamissione è già così viva e ardentenell’animo di Confortiben prima che egli fosse consacratovescovo (1902), chedesse vita all’Unione Missionariadel Clero (1918) e cherealizzasse il suo viaggio pastoralein Cina (1928).Si rafforza dunque in me sempredi più la convinzione chelo sguardo con cui Confortifin dall’inizio abbracciava ilmondo intero è lo stessosguardo con cui egli ha fissatopiù volte il Crocifisso nella piccolaChiesa di Santa Mariadella Pace a Parma. L’immaginedel Crocifisso non va interpretatariduttivamente, mava intesa nel senso che essoincarna, in tutto e per tutto,un modello di divinità, quelloper cui Dio si è donato pertutti: per le pecore perdutedella casa d’Israele e per lasalvezza e la riconciliazione ditutti i popoli. «Non è possibile- scriverà Conforti - fissare losguardo in questo modellodivino senza sentirsi spinti adogni più arduo sacrificio. <strong>Il</strong>Crocifisso è il grande libro chedischiude allo sguardo immensiorizzonti». nnnaprile 2012 | cem mondialità | 15


ascuolaeoltrel’ora delle religionimarialuisa damini | marco dal corsomarialuisadamini@gmail.com | dalcorsomarco@tiscali.itLa religione non deve portare all’appartenenza, ma alla compassione, all’ascolto del bisognodell’altro. Questa la sua ragione d’essere. <strong>Il</strong> pluralismo religioso chiede alla stessa religione e allereligioni in generale di ri-pensarsi.La «ragione teologica»del pluralismo religiosoSe il pluralismo religiosoha ragioni «ecumeniche»,lo stesso sembrapoter dirsi anche a partire,quasi fosse un gioco a centriconcentrici, da una «ragioneteologica». Esiste una chiaveinterpretativa teologica delpluralismo. Esso non portasolo conseguenze per la teologia(quello che i teologichiamano «pluralismo de facto»),ma si fonda anche supresupposti teologici (quelloche i teologi definiscono «pluralismode iure»). Vorremmoabbozzare alcuni di tali presupposti.Questa la ragioneteologica del pluralismo.Anzitutto il pluralismo religiosochiede alla stessa religionee alle religioni in generaledi ri-pensarsi: esse nonsono una diversa «filosofia»dell’essere aldilà dell’essenza(come un certo dibattito intornoalla teologia scolasticaha portato a pensare), ma primadi tutto e soprattutto essesi propongono come esperienzadove vivere l’esistenza16 | cem mondialità | aprile 2012come dono. Insomma, la ragioneteologica richiama lereligioni a pre-occuparsi, perusare un linguaggio teologico,della risurrezione dei corpiprima che dell’immortalitàdell’anima.Altro tratto descritto dalla ragioneteologica interna al pluralismoè quello di richiamarele religioni a smettere di essere«racconti identitari» nellalogica della concorrenza. Lareligione, teologicamenteparlando, non deve portareall’appartenenza, ma allacompassione, all’ascolto delbisogno dell’altro. Questa lasua ragione d’essere. <strong>Il</strong> pluralismoreligioso oggi dice ancheche la crisi delle religioninon è una crisi religiosa quantopiuttosto una crisi dei modellistorici che hanno fin quiinterpretato la religione, crisidelle istituzioni religiose piuttostoche crisi di ricerca religiosa.Esiste una ragione profondadavanti alla crisi dellereligioni: queste parlano ancoraalla persona della «societàanalogica», che pensain modo binario e non diconopiù niente alle persone della«società digitale», chiamatea tenere la molteplicità, abitarela complessità, vivere diframmenti. In questo sensol’interpellanza teologica delpluralismo è quella di decostruirei monoteismi: essi nonpossono più essere cifre diun’ideologia metafisica dellatotalità quando non del totalitarismo.Occorre impararea dire trinitariamente l’unicitàdivina, direbbe la teologia cristiana,oppure pensare inmodo non-dualista la realtà,ricorderebbe la spiritualitàbuddhista ed orientale in genere.Infine, un’ulteriore ragioneteologica del pluralismo è diessere venuto per aiutare apensare ad «una religionesenza religione»: forse questoè il tempo (anche se nessunoLe religionisonochiamate asmettere diessere«raccontiidentitari»nella logicadellaconcorrenzasa come) dove costruire unanuova proposta di ricerca religiosaaldilà delle religionitradizionali. Verso una «fedemai vista» direbbe il poeta.Capace di raccogliere e valorizzaretutto il «credere disponibile»messo in campodalle diverse esperienze religiose.Accanto a queste «ragioni»,il pluralismo religioso rappresentaun’interpellanza per lastessa riflessione teologicaquando, ad esempio, chiededi passare ad una visione positivadella realtà del pluralismo.Non più interpretato comefatto da combattere, essoè visto al contrario come volutoda Dio, come parte delsuo «piano». La pluralità delleesperienze religiose, poi, offrel’occasione di ripensare l’ideadi Rivelazione: essa rimane«vera», ma perde «l’esclusiva»perché è proprio la teologiadel pluralismo religioso a direche Dio si rivela «per molticammini». Essa stimola a rivederel’idea di «popolo eletto»:non un privilegio, mauna responsabilità. Infine ilpluralismo risignifica la stessamissione che continua, certo,ad essere esperienza mossadalla Buona Notizia da portare,ma che sa di poter riceverealtrettanto buone notizieda parte degli altri. nnnascuolaeoltre


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale8Politicaalla ricchezzadello scambio:il ruolo che potrebbe giocarela politicaDallo scontrofra le generazioni


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionaleDallo scontro fra le generazionialla ricchezza dello scambio<strong>Il</strong> ruolo che può giocarela politicaMichele Dotti«A tutela delle generazionifuture istituirei il Ministerodegli Affari Posteri»Erri De LucaNON È UN PAESE PER GIOVANI!Incontro ogni settimana centinaia di ragazzi nelle scuole,anche superiori. Lavorando con metodologie partecipative ecoinvolgendoli attivamente, respiro quotidianamente le loropreoccupazioni, le loro insicurezze, la loro paura del futuro. Igiovani non hanno bisogno di complesse analisi sociologicheper capire cosa sta avvenendo; lo sentono in casa, dagli amici,dai fratelli... Sentono che qualcosa non va, per loro. Non comprendonoforse il perché, ma intuiscono che tira una bruttaaria. Ora, volendo giustificarsi, si potrebbero sviluppare articolateriflessioni, ma io preferisco dire semplicemente, e intutta sincerità, che hanno ragione!Forse perché sono in netta minoranza: 14 milioni di giovani,nella fascia di età fino a 34 anni, contro i 25,5 milioni dellafascia fra i 35 e i 64 anni. E la «maggioranza» sembra tutelarsiin modo davvero determinato! I giovani, infatti, pur essendoin minoranza da un punto di vista demografico, rappresentanoquasi il 60% dei disoccupati e stanno pagando da tutti i puntidi vista il prezzo più alto di questa crisi, sia nei livelli di occupazionesia nelle retribuzioni.La cosa incredibile è che non solo fra i precari, ma anche fraquanti hanno un lavoro stabile, sono i giovani ad essere licenziatiper primi (10,5% per gli under 35, contro il 5,8% per gliover 35). E anche la forbice salariale si è allargata in questi18 | cem mondialità | aprile 2012


The times they are a-changin’Bob Dylanpolitica 8Venite intorno gentedovunque voi vagateed ammettete che le acqueattorno a voi stanno crescendoed accettate che prestosarete inzuppati fino all'osso.E se il tempo per voirappresenta qualcosafareste meglio ad incominciare a nuotareo affonderete come pietreperché i tempi stanno cambiando.Venite scrittori e criticiche profetizzate con le vostre pennee tenete gli occhi ben apertil'occasione non torneràe non parlate troppo prestoperché la ruota sta ancora girandoe non c'è nessuno che può direchi sarà scelto.Perché il perdente adessosarà il vincente di domaniperché i tempi stanno cambiando.Venite senatori, membri del Congressoper favore date importanza alla chiamatae non rimanete sulla portanon bloccate l'atrioperché quello che si feriràsarà colui che ha cercato di impedire l'entratac'è una battaglia fuorie sta infuriando.Presto scuoterà le vostre finestree farà tremare i vostri muriperché i tempi stanno cambiando.Venite madri e padrida ogni parte del Paesee non criticatequello che non potete capirei vostri figli e le vostre figliesono al dì la dei vostri comandila vostra vecchia stradasta rapidamente invecchiando.Per favore uscite dalla nuovase non potete dare una manoperché i tempi stanno cambiando.La linea è tracciataLa maledizione è lanciata<strong>Il</strong> più lento adessoSarà il più veloce poiEd il presente adessoSarà il passato poiL'ordine sta rapidamentescomparendo.Ed il primo ora sarà l'ultimo poiPerché i tempi stanno cambiando.La consapevolezza chel’impegno e il merito nel nostropaese non siano facilmentepremiati produce nei nostriragazzi un senso d’impotenza euna disillusione terribileanni, al punto da farli risultare i più penalizzati fra tutti i loro coetaneidei paesi dell’Ocse. Insomma, siamo davvero un paese «democratico»,in cui la maggioranza anziana fa valere la propria forza ascapito dei propri figli e nipoti. Ma quanto ne è davvero consapevole?Forse non è un caso, dunque, se i giovani italiani risultano, secondoalcune ricerche, i più pessimisti al mondo rispetto al proprio avvenire.E non sono poi così immaturi e superficiali come spesso li si dipinge,se attribuiscono proprio all’insicurezza circa il futuro lavorativo laprincipale causa del loro pessimismo, anche perché da essa dipendonomolte altre variabili, prima fra tutte quella dell’accesso alcredito, indispensabile per quanti intendono farsi una famiglia eprendere casa.La consapevolezza che l’impegno e il merito nel nostro paese nonsiano facilmente premiati produce nei nostri ragazzi un senso d’impotenzae una disillusione terribile, contro cui io m’impegno ognigiorno a livello educativo, invitandoli a reagire, a tirare fuori il megliodi sé, rifiutando l’immagine loro affibbiata e mostrando di valeremolto più di quanto gli adulti pensino! È meraviglioso vederli risvegliarsi,riprendere fiducia in se stessi, sentirli esprimere i propri desiderie sogni più profondi...Si pone comunque un problema di solidarietà fra le generazioni,che prima o poi (meglio prima!) andrà affrontato se non vogliamoche la sfiducia collettiva finisca per alimentare una paralisi nellanostra società. Certo non hanno aiutano le idee geniali del nostropassato governo, fra cui la riduzione a 15 anni dell’età di avviamentoal lavoro, in controtendenza rispetto a tutti gli impegni e gli appelliinternazionali ad allungare la formazione per consentire ai giovanimigliori possibilità di ingresso nel mondo del lavoro.È facile prevedere che la tentazione di un guadagno facile, perquanto precario e sottopagato, finirà per contaminare non pochiadolescenti, in un paese nel quale l’abbandono scolastico sfiora giàil 22% contro una media europea di circa il 15%! Questa apparequasi una scelta deliberata di produrre altri giovani precari, destinatiad una guerra fra poveri, stanchi ed arrabbiati...Ripeto spesso ai giovani: «Quando vi dicono che voi siete il futuro,non dovreste sentirvi onorati, dovreste arrabbiarvi! È solo un modoelegante ed ipocrita per dire che intanto, nel presente, decidono gliadulti. Invece anche il presente vi appartiene e avete tutto il dirittodi partecipare ed esprimere anche voi le vostre opinioni». Io sonosicuro che le cose cambieranno. Non possono continuare così! Maalmeno per ora, questo non è un paese per giovani.aprile 2012 | cem mondialità | 19


gianni caligarisgiovanni.caligaris@poste.itDa «pigs» a «porks»Oggi parliamo di un altro acronimo che gira per lecronache finanziarie: Pigs. Come noto, in inglesevuol dire «maiali». Qualche testata anglosassoneusa in alternativa Gipsi (c’è una I in più, ma poi vispiego), forse per la sua assonanza col termine«gipsy», zingaro. Entrambi i casi sono accostamentievocativi a realtà che nell’immaginario collettivo nongodono certo di buona stampa. Chi sono i Pigs?All’inizio erano Portogallo, Italia, Grecia, Spagna: gliStati dell’Europa meridionale e mediterranea,considerati il ventre molle dell’unione monetariaeuropea, caratterizzati in primis dalla situazionedisastrata dei conti pubblici.È nota l’insultante cortesia con cui gli anglosassonimanifestano il loro sostanziale disprezzo per l’Europalatina, con qualche eccezione per la Francia. Èaltrettanto singolare che i britannici, anti europeisticonvinti, si preoccupino tanto delle vicende interneall’area Euro. Forse perché sanno che se nella loroisola possono continuare a guidare tenendo la sinistra,quando passano la Manica devono stare sulla destrase vogliono evitare un frontale con un Tir. Ma bastaparlar male del Regno Unito, non vorrei sembrare unnostalgico degli slogan mussoliniani sulla «perfidaAlbione»! Torniamo ai Pigs; ad un certo punto dellacrisi del capitalismo che ha rischiato di prostrare leeconomie avanzate, fra i paesi a rischio è entrataanche l’Irlanda. Così i Pigs sono diventati Piigs; alcunianalisti e commentatori finanziari hanno accettato ilnuovo acronimo, magari riformulandolo in Gipsi, altrihanno preferito mantenere il vecchio, più evocativo.Così, a seconda dei casi e dei momenti, la «I» indicavao l’Italia o l’Irlanda. <strong>Il</strong> nostro Bel Paese entrava odusciva dal porcile a seconda delle contingenze o dellevalutazioni, fra cui sono importanti quelle della agenziedi rating, quelle che «danno i voti» all’affidabilità delleaziende o degli Stati. Per fare un esempio, Standard &Poor’s valuta Italia ed Irlanda BBB+ (rischio moderato),mentre Moody’s valuta l’Italia A3 (rischio basso) emantiene il rischio moderato per l’Irlanda (Ba1). <strong>Il</strong>massimo è AAA, il peggio è CCC. Cosa significa ecosa comporta questo voto? Esso traduce la fiduciasul fatto che il paese in oggetto sia in grado dirimborsare nel breve/medio periodo le tranche didebito pubblico in scadenza.Facciamo un passo indietro per una considerazione discenario. I paesi del club Pigs hanno in comune alcunecaratteristiche (ne cito solo tre): forte dipendenzadall’estero per le materie prime e l’approvvigionamentoenergetico, fiscalità pesante ma con percentuali dievasione ed elusione da urlo, corruzione e clientelismodiffusi nella Pubblica Amministrazione. Per l’Italiaaggiungiamo l’economia sommersa e cancerogenadella malavita organizzata.Ciò ha fatto sì che lo sviluppo degli ultimi trent’anni si siabasato sul debito pubblico, che ha raggiunto dimensionitali da non poter più essere ammortizzato dalle entratedello Stato, che a malapena coprono il fabbisognocorrente. Ad oggi, per lo più, si emettono titoli di Statonon per nuovi investimenti, ma per rimborsare le rate inscadenza. È come se io chiedessi in banca un piccoloprestito ogni volta che mi scade la rata del mutuo. Eccoallora l’effetto del rating. Più il voto è basso, più devoinvogliare gli investitori domestici o stranieri a comprarei miei titoli con un tasso d’interesse che faccia superarele diffidenza verso la mia solvibilità. Così compro denaroa prezzo alto, il che si riverbera sui conti pubblici,gonfiando il costo rappresentato dagli interessi chedevo pagare. <strong>Il</strong> famigerato spread, che da mesi ciaffligge da mane a sera, è il differenziale (attualmenteintorno al 3%) che separa i rendimenti dei titoli di statoitaliano da quelli tedeschi, che godono della «tripla A».È ovvio che l’esempio della Grecia non fa bene anessuno. Atene ha «ristrutturato» il suo debito (eleganteperifrasi per dire che ha tirato il bidone a chi avevainvestito nei suoi titoli di Stato) garantendo ai creditori il30% dei capitali. I creditori hanno accettato, ritenendoche fosse meglio di niente, ma è ovvio che nel futurosaranno più cauti con i paesi a rischio. Era già successocon l’Argentina, ma quella è lontana …E noi, popolo di pensionati, partite Iva, precari,generazione 1.000 euro? Noi dobbiamo lavoraresull’onda lunga. Dobbiamo sudare per rigenerare lacultura della legalità, unico antidoto all’evasione fiscaleche ci erode ed a tutte le mafie che ci vampirizzano.Dobbiamo riappropriarci della politica per rimettere ilgoverno della polis nelle mani degli onesti, non con lespallate, che durano lo spazio di un mattino, ma con lapartecipazione faticosa e quotidiana alle strutture diproduzione del consenso e dell’amministrazione dellacosa pubblica. A quelli come me, l’anagrafe impone dipassare il testimone alle nuove generazioni, con l’umiltàdi ammettere che lasciamo loro un’eredità facile damaneggiare come un fico d’India.nnn20 | cem mondialità | aprile 2012


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionalepolitica 8COLTIVARE SPERANZA, PERCHÉ LA SETEDI GIUSTIZIA POSSA TRADURSI INCAPACITÀ DI PROPOSTA POLITICAIn questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un proliferare dimarce e manifestazioni in tutto il mondo, per protestare controle risposte della politica alla crisi economica, ritenute inefficacie sfavorevoli ai giovani: dagli Indignados spagnoli ai giovanimanifestanti di Occupy Wall Street, dai manifestanti delle cosiddette«primavere arabe» alle manifestazioni femministe di«Se non ora, quando?» e mille altre marce pacifiste, moltedelle quali confluite nel grande evento United for global changedel 15 ottobre 2011, che ha visto milioni di persone, specialmentegiovani, manifestare contemporaneamente in tutti ipaesi del globo. Per certi versi questo grande fermento culturalee politico ricorda quanto accadeva nel ’68.Quando vi dicono che voi siete ilfuturo, non dovreste sentirvionorati, dovreste arrabbiarvi!È solo un modo elegante edipocrita per dire che intanto, nelpresente, decidono gli adulti.Invece anche il presentevi appartieneLa rabbia e l’indignazione di fronte alle tante ingiustizie èsimile, la voglia di cambiare non manca ed è sincera e profondae in molti casi si stanno producendo elaborazioni interessanti,con analisi e proposte politiche più mature di allora.Quello che a mio avviso manca, però, o per lo meno scarseggiain questo momento storico, è la speranza. Una ragionevolesperanza che le cose possano davvero cambiare.Un’ostinata speranza che spingeva i giovani sessantottini agridare «siate realisti, chiedete l’impossibile!», con le paroledi Albert Camus. Una speranza organizzata, che diviene capacitàdi proposta politica reale. Occorre dunque, più di ognialtra cosa, coltivare la speranza, specialmente nei giovani!Speranza che non è l’illusione di un cambiamento possibile ola fuga dalla realtà verso un’utopia, ma ricerca di proposte alternative,impegno volto a promuovere creatività sociale e tradurlain progettualità politica concreta, facendo tesoro anchedelle tante esperienze virtuose del passato o di altri paesi, inuno scambio intergenerazionale e interculturale che apparel’unica via realistica per tracciare un cammino nuovo. Un camminoche vada oltre la mera riproposizione di prassi consolidateche hanno mostrato tutti i propri limiti.C’è ovunque un grande risveglio della voglia di partecipazionedemocratica. Una partecipazione che aspira a superare lamera rappresentanza per farsi democrazia partecipativa, nonalternativa ma certo complementare alla prima. Se questimille rivoli di partecipazione dal basso sapranno unirsi perprodurre un’elaborazione condivisa e una proposta politicaalternativa, fondata sul paradigma dei beni comuni - affermatositrionfalmente con il referendum sull’acqua dello scorso giugno- e sulla ormai inevitabile conversione ecologica, credo chevedremo nascere presto esperienze politiche nuove, capacidi raccogliere la forza e il consenso necessari a produrre quelcambiamento di cui tutti avvertono la necessità, ricucendoanche lo strappo fra le generazioni che oggi appare davverocome un nervo scoperto della nostra società.Per far ciò occorre che le istanze della società civile s’incontrinocon le tante esperienze amministrative alternative che negliultimi anni si stanno organizzando e coordinando a partiredalle reti di Comuni - dall’Associazione dei Comuni Virtuosialla Rete dei Comuni Solidali, alla Rete Nuovo Municipio, allaRete Città del Bio o alla Rete degli Enti locali per la Pace - finoai progetti a livello europeo.Allargare l’orizzonte alla dimensione europea, come si puòleggere nell’articolo di Ottavia Manuini, può risultare fecondoe contribuire alla diffusione di un paradigma culturale nuovo,su cui fondare una politica sana che riavvicini i cittadini alleistituzioni e le generazioni fra di loro.Per approfondire:www.comunivirtuosi.orgwww.comunisolidali.orgwww.nuovomunicipio.orgwww.cittadelbio.itaprile 2012 | cem mondialità | 21


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionaleLa ricchezzaintergenerazionaledi Ottavia Manuini«Un contadino, giunto ormai alla fine della vita, chiamòi suoi figli e disse loro: «Figli miei io me ne vado, voicercate nella vigna e trovate quello che vi tengo nascosto!».Quelli pensarono ad un tesoro sepolto e appenamorto il padre misero sottosopra con la vanga tutta la vigna.Tesori naturalmente non ne trovarono, però la vigna vangataa fondo produsse una straordinaria quantità d’uva».Come si può pensare di trasformare in rendita la ricchezzadel nostro passato, senza un investimento? Come la vignadella favola di Esopo essa va coltivata. In un’Europa che sitrova ad affrontare una nuova sfida demografica, dal complessopresente e dal futuro incerto, la ricchezza che lo scambio intergenerazionaleproduce assume un ruolo da protagonistacome strumento di coesione sociale: l’esigenza di idee giovaniin grado di dare sollievo dall’immanente incertezza e il bisognodi riscoprire il passato per meglio comprendere il futuro, sifondono nel concetto di partecipazione e cittadinanza attiva.L’attuale crisi globale ha acuito l’urgenza di rivedere il modo incui la nostra società funziona: i sistemi di welfare europei sisono dimostrati insufficienti ad affrontare la recessione degliultimi decenni. Molti gruppi sono stati colpiti dalla crisi, traquesti spiccano i giovani, le donne, i lavoratori precari o concontratti temporanei, i migranti, i disabili e gli anziani: l’impattosociale a lungo termine non è tutt’oggi pienamente conosciuto.Cresce, dunque, la necessitàdi «progettare» la società nonpiù come una somma dibisogni individuali ma come unarmonico incontrarsi collettivo,un progetto attorno al qualedialogare tutti insieme, che cirenda partecipi e che sia ingrado di metterci inconnessione uno con l’altro.La tradizionale concezione delle famiglie come «naturaleespressione della solidarietà intergenerazionale» è oggi scardinatadai cambiamenti della struttura familiare, della suacomposizione e delle sue nuove forme. In numerosi comunisi è messo a punto un sistema in cui nonni volontari si prendonocura dei bambini malati quando i genitori non hanno la possibilitàdi prendersi una pausa dal lavoro. Questa iniziativamira sia ad alleviare i gravosi compiti delle famiglie in difficoltà,sia a promuovere l’invecchiamento attivo e la solidarietà intergenerazionale.Attualmente anche l’istruzione assume un ruolo essenziale: ilconcetto di life long learning («imparare per tutta la vita») haottenuto un ampio consenso in Europa ed è ormai riconosciutoche un’educazione inclusiva è alla base dell’integrazione socialee della mobilità. È esemplificativo, in questo senso, ilprogetto promosso da un’Università della Repubblica Ceca,in cui bambini dai 6 ai 12 anni studiano assieme ai loro nonnisotto la guida di docenti universitari.La solidarietà fra le generazioni è anche al centro del concettodi sviluppo sostenibile: un esempio eccellente, adottato daalcuni governi dell’Ue e del mondo, è quello di rafforzare lapartecipazione dei giovani cittadini attraverso la costituzionedi giovani delegazioni che rappresentino le istanze dei singolipaesi di fronte alla Commissione delle Nazioni Unite sullosviluppo sostenibile. In relazione alle sfide demografiche edeconomiche che l’Ue deve fronteggiare, come la carenza di


per un nuovo patto tra le generazioni 1a cura di ANTONELLA FUCECCHI - ANTONIO NANNIOSTACOLI E BARRIEREALLA MONDIALITAʼ 29‐32La mondialità e i suoi nemiciPossiamo collocare il ripensamento della mondialitàallʼinterno delle coordinate definite dadue autori essenziali: Edgar Morin e Raimon Panikkar.Da prospettive diverse, entrambi propongonouna visione della mondialità come connessione, integrazionee mutuo riconoscimento. In Morin mondialitàè raggiungere la consapevolezza dellʼ«identitàterrestre» e dellʼ appartenenza alla comune «condizioneumana», mentre lo sguardo di Panikkar integranel sistema uomo‐pianeta anche il divino conferendoalla specie umana una posizione non assolutamentedominante allʼesterno del cosmo, coniugando la condizioneumana con lʼesercizio della responsabilità.Alla luce di questi riferimenti è possibile individuarequali ostacoli impediscano o rallentino lʼaffermarsidella mondialità come coscienza diffusa e quali barriererendano ardua la sua realizzazione pratica.Dove non cʼè «prossimità» (volto dellʼaltro)non cʼè mondialitàLa «sindrome Nimby» (Not in my back yard, «Nonnel mio cortile») è un tipico esempio di ostacolo allamondialità, così come il localismo ‐ la chiusura versolʼaltro ‐ è un comportamento emblematico di barrieraalla mondialità. Vogliamo dire che nella vitaquotidiana si diventa in mille modi concreti nemicio alleati della mondialità. Questo vale nel caso dellʼaccoglienzadegli stranieri così come della raccoltadifferenziata dei rifiuti. Una cittadinanza pro o controla mondialità si riconosce dalle piccole scelte di ognigiorno. Più ci educhiamo alla cultura dei beni comunie più siamo uomini e donne della mondialità. Perquesto è opportuno valorizzare tutte quelle esperienzeche si sono sviluppate in rapporto con i benicomuni: volontariato, terzo settore , associazionismocivile, gruppi di acquisto solidale (Gas), movimentiaprile 2012 | cem mondialità | 23


ambientalisti, ecc. Camminare verso la mondialitàsignifica allora scoprire progressivamente ciò che è«comune» e che ci mette sempre più in comunionecon gli altri.È un ostacolo alla mondialità tutto ciò cheprocede dallʼalto verso il bassoPerché si oppone alla mondialità autentica ogni processoche mette al centro lʼio invece che lʼaltro eogni processo che parte dallʼalto piuttosto che dalbasso? <strong>Il</strong> rischio è una espansione dellʼego e lʼimposizionedi un modello egemone che si vorrebbe universale;tale impostazione, pur ispirata ai miglioriprincipi, verrebbe comunque percepita come unʼimposizione.È di questo avviso anche Bruno Amoroso,preside della facoltà di Mondialità dellʼUniversità delBene Comune, quando parla della strategia giustaperché la promozione dei diritti sia utile a raggiungereforme di convivenza e di coesione. «È ingenuopensare che esistano parametri predefiniti che sonopoi i nostri. Voler imporre a tutti certi diritti senza legarlialle forme comportamentali, è sbagliato. [...]Senza lʼelaborazione dal basso e lʼelaborazione autonomadi ciascuno di questi problemi è difficilepensare che le soluzioni arrivino».<strong>Il</strong> fondamentalismo di qualunque natura e lʼintegralismoreligioso o politico, si configurano come il nemicopiù temibile della mondialità. Lʼetnocentrismoconsidera lʼappartenenza ad un popolo come elementodiscriminante per erigere una barriera tra il«dentro» e il «fuori», tra il «civile» e «lʼincivile». Inrealtà nessuna cultura può esaurire la complessità ela ricchezza dellʼessere umano. Nella famiglia dellʼetnocentrismo,che è un atteggiamento antropologicocomune a tutte le culture e tutti i popoli, rientranoanche il fondamentalismo, il fanatismo e ilpensiero unico. È dunque ostacolo ogni movimentoo posizione filosofica, ideologica, teologica che ritenendosidepositaria della verità e dellʼunico mododi giudicare, renda impossibile il negoziato, il dialogo,la comunicazione tra le differenze e la loro reciprocarelativizzazione. Perché un dialogo sussista occorreil riconoscimento dellʼaltro come interlocutore autorevole,e questo è il requisito perché due o piùculture si «intervalorizzino» come afferma ÉdouardGlissant 1 ne La poetica del diverso. «Intervalorizzarsi»è un requisito essenziale di costruzione della mondialitàa partire dal basso. Non si dà un pensiero eun respiro di mondialità se non si percepisce la propriaappartenenza come la tessera di un mosaicopiù ampio che rappresenta «la condizione umana».Ad una mondialità pensata come estensione su scalaplanetaria di valori monoculturali, bisogna sostituirelʼascolto, la valorizzazione dellʼaltro, di tutti gli altri,in una prospettiva di progettualità condivisa e didemocrazia partecipativa. Non esiste che uno ‐ opochi ‐ possa fare la mondialità per tutti. Accederealla democrazia mondiale richiede un processo autogenodel popolo che vi aspira, un cammino diemancipazione che richiede di essere sostenuto econdiviso. Questo implica il rispetto dei tempi e dellastoria dellʼaltro. In sostanza il riconoscimento dellasua alterità.La barriera no, il limite sì.Necessità della frontieraCome osserva il filosofo francese Regis Debray 2 inElogio del confine, la frontiera è necessaria per favorirela comunicazione e per prevenire la creazionedi muri senza finestre e senza aperture di condivisione.In piena ubriacatura tecnologica e nellʼover‐24 | cem mondialità | aprile 2012


dose di social network, queste parole possono sembrarecontro corrente, ma il filosofo, provocatoriamente,ci invita a non confondere globalizzazionemediatica o economica con la mondialità. A suo avvisolʼannullamento dei confini, oltre ad essere illusorio,di fatto si tramuta in un ostacolo ulteriore. Lafrontiera, mobile, aperta, ma riconoscibile, permettelʼattraversamento, la cui consapevolezza diventa la<strong>Il</strong> ruolo dellʼempatiaOggi Rifkin fa dellʼempatia un motore e un ingredienteessenziale della civiltà e del progresso antropologico.La filosofa Laura Boella 3 invita a riconsiderareil ruolo crescente che viene attribuito allʼempatiacome motore dellʼagire umano non improntato soltantoallʼegoismo di fondo, secondo la lettura classicapremessa per lʼattuarsi di un autentico processo dimondialità.La frontiera, come la pelle, indica il contorno delleindividualità che entrano in rapporto. Essa è sempreambivalente, ma necessaria per evitare che un mondosenza frontiere diventi un «falso infinito dove allafine domina il più forte». La «fusionalità», cioè il fondersie lʼestinguersi nella perdita dʼidentità, è un inganno,unʼillusione ottica. È ciò che rischia di accadereanche con la rete: una sorta di naufragio dellanavigazione digitale. Al contrario, lʼ essere connessinon annulla le differenze e le alterità, ma abbreviale distanze e facilita i processi comunicativi. OsservaTahar Ben Jalloun che la frontiera con la sua possibilitàdi aprirsi o chiudersi è necessaria e non deveessere identificata con il nemico principale. SecondoDebray rivalutare il confine disattiva i dispositivi difensivie previene i revival identitari. In questa accezionela mondialità è ricerca di un equilibrio e di unriconoscimento reciproco, un recupero del principiodi realtà al riparo dallʼubriacatura tecnologia.dei teorici del liberalismo e dellʼeconomia di mercato,ma ispirato, secondo la lettura di Rifkin, ad un afflatocooperativo, che diviene il «sottotesto essenzialedella storia dellʼuomo». In realtà la rilevanza attribuitaallʼempatia è imputabile alla percezione planetariadiffusa del bisogno di unʼinversione di marcia, poichési ha la sensazione di essere di fronte ad «opzioni ultimative»:il sentore della catastrofe ambientale, finanziaria,antropologica induce a riconsiderare la direzionee gli orientamenti delle forze in campo, consapevolicome non mai prima dʼora nella storia dellaspecie umana, del limite e del confine entropico.Lʼempatia è entrata prepotentemente in gioco anchegrazie alla rete che si fonda sullʼesaltazione di meccanismiemotivi legati ad attrazione o repulsione,manifestati attraverso lʼopzione like («piace») o unlike(«non piace») che favoriscono in ogni caso la parte‐Nelle foto sopra, da sinistra a destra:Édouard Glissant, Regis Debray, Jeremy Rifkin e Laura Boella.Nella pagina a fianco:Edgard Morin e Raimon Panikkar.aprile 2012 | cem mondialità | 25


te» al bene: funzionano in tutte le aggregazioni, daigruppi satanici alle cosche mafiose. <strong>Il</strong> vero modo incui lʼempatia può trasformare il nostro agire è compiereuna svolta etica che superi i confini dellʼappartenenzaoriginaria e che possa essere evangelicamenteesemplificata nella massima «amare i proprinemici». In questo senso lʼattitudine empatica è illievito dellʼuomo nuovo.La mondialità è impossibile senzaunʼetica planetaria<strong>Il</strong> pensiero di Panikkar ci ricorda che lʼuomo con isuoi sistemi culturali e la sua pretesa di superiorità rispettoagli altri esseri viventi non è solo, è inserito inun tessuto, in un sistema mondo nei confronti delquale ha una responsabilità. Come parassita di Gaia,il gigantesco essere nutriente che ci ospita tutti, lʼes‐cipazione e la condivisione. Dunque lʼempatia puòessere uno stimolo potente allʼincremento dʼimpegnoe dʼimpiego di energie volte a costruire piuttostoche a distruggere. È la minaccia dellʼentropia che cirichiama alla coscienza della fine. Lʼesaurimento delleenergie e delle risorse planetarie non può essereevitato, essendo connaturato al sistema, ma la consapevolezzasuggerisce di impiegare gli strumentidisponibili in chiave cooperativa e associativa. Tuttaviaun atteggiamento spontaneamente empaticonon ci dispensa dallʼesercizio delle scelte morali legatealle nostre azioni e alle nostre affiliazioni. I meccanismiempatici non ci orientano «spontaneamensereumano non può escludere dallʼidea di mondialitài diritti del pianeta su cui vive e del quale sfrutta spazi,risorse, beni e doni. Si è in unʼottica di mondialitànon solo quando si opera per promuovere il dialogointerculturale o interreligioso, ma quando si sostengonoteorie, progetti, sistemi e piani che stabilisconounʼequa e sostenibile gestione delle risorse, una responsabileripartizione dei ricavi, il diritto allʼaccessoa quelli che sono a tutti gli effetti beni comuni e vengonoconsiderati ed usati come beni privati.È ostacolo alla mondialità qualunque teoria neghi ilpensiero cosmoteandrico in cui lʼuomo non vanta ilprimato ed il diritto ad esaurire tutte le risorse disponibili,a fare della terra il serbatoio privato delproprio egoismo. Ma è un ostacolo altrettanto grandeanche riservare lo sfruttamento ad un grupposelezionato o prescelto di beneficiari.Pertanto il capitalismo sfrenato, lo sviluppo e la crescitasenza fine, il neoliberismo e la priorità assoluta accordataallʼeconomia propongono sistemi valoriali inaperto contrasto con unʼottica di giustizia sociale edi mondialità. Come abbiamo detto in precedentioccasioni, la direzione da seguire è rinunciare alle categoriedi lettura novecentesche legate a vecchie dicotomie,come quella tra pubblico e privato, e rifletteresulla nozione di «bene comune» che è di tuttiperché non appartiene specificamente a nessuno. Èla res nullius del diritto romano, che richiede un trattamentogiuridico speciale, altrimenti è esposto allapredazione del più forte. Sono beni comuni lʼacqua,lʼaria, la terra, lʼaccesso allʼinformazione, la cultura,lʼeducazione. Occorre perciò ripensare questa categoria,anzi pensarla ex novo, provando a coniugarlacon il recupero del terzo elemento del motto dellarivoluzione francese: la fraternità. Regis Debray si chiedese non sia il caso di restituire dignità e rilievo aquesto termine dimenticato, per prevenire lotte tribalizzatee dissidenze ghettizzate, perché lʼesigenzafondamentale è «ricucire, interfacciare, riconnettere».Pensata in questʼottica la mondialità si può configurarecome un processo, un movimento complesso,un patto da costruire e da correggere in itineresenza formulazioni rigide e fisse, ma inserite nelledinamiche storiche e sociali in atto.1E. Glissant, La poetica del diverso, Meltemi , Roma 1998.2Cfr. «La Repubblica», 10 gennaio 2011.3Cfr. L. Boella, Empatia, forza preziosa per una società e rischio, in«Vita e Pensiero», n. 4/2011, pp. 119 e segg.26 | cem mondialità | aprile 2012


politica 8manodopera e l’invecchiamento della popolazione, è evidente che lamigrazione avrà un ruolo sempre più importante in futuro. <strong>Il</strong> progettoThree-Generation: Salute con i migranti e per i migranti della BassaSassonia si propone di formare persone con un passato da migranti conl’obiettivo di diventare mediatori interculturali in ambito sanitario, migliorandol’assistenza sanitaria attraverso lo scambio di conoscenze chevengono tramandate dai nonni ai genitori e ai bambini e riportate nellecomunità di origine.La crescente mobilità e i flussi migratori rendono essenziale l’abitare inuna casa decente, così come l’accesso agli alloggi a prezzi accessibilie di qualità è uno degli elementi determinanti del benessere sociale edella partecipazione attiva. Diverse iniziative sono state realizzate davarie associazioni e realtà territoriali, con l’obiettivo di favorire una maggiorecoesione nelle loro comunità: ad esempio, il modello abitativo inter-generazionalemira a promuovere gli interessi comuni di tutte le generazionicoinvolte. Si sono sviluppati due tipi di alloggio intergenerazionale:l’abitazione comune, che riunisce diverse generazioni in uncomplesso residenziale, al fine di condividere i costi e alloggi adeguati,che mirano ad adattare l’ambiente costruito e l’abitazione per consentiredi vivere nello stesso edificio.<strong>Il</strong> contesto sociale, economico e demografico di oggi richiede azioni urgentiin grado di agevolare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoroe di consentire loro di diventare autonomi e allo stesso tempo dovrebbeconsentire anche ai lavoratori anziani di rimanere coinvolti nel mercatodel lavoro, se lo desiderino. Alcune aziende stanno tentando di incoraggiarela diversità di età tra la forza lavoro, introducendo condizioni dilavoro flessibili, squadre miste di lavoratori con età differenti e con responsabilitàfamiliari diverse, ritenendo che il mix di età favorisca nellostaff un arricchimento reciproco.Molte iniziative (ad esempio tavoli di quartiere, orti intergenerazionali incui gli anziani insegnano ai giovani a coltivare prodotti in cambio diservizi, come l’installazione del decoder digitale o lezioni base di computer...)sono state avviate all’interno delle comunità locali per promuoverei contatti tra le generazioni e facilitare i residenti di un quartiere a conoscersia vicenda. Essi contribuiscono alla inclusione sociale e incentivanola solidarietà reciproca.La crescente mobilità e i flussimigratori rendono essenzialel’abitare in una casa decente, cosìcome l’accesso agli alloggi aprezzi accessibili e di qualità è unodegli elementi determinanti delbenessere sociale e dellapartecipazione attivaPer approfondire:www.criba-er.itaprile 2012 | cem mondialità | 27


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionalePerché si possaun giorno dire: “Qui in Italianoi facciamo così...”M’impressiona sempre rileggere il discorso di Pericleagli ateniesi, pronunciato nell’anno 461 a.C. e pensoche esso possa ancora offrirci interessanti spunti diriflessione.«Qui ad Atene noi facciamo così.Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi:e per questo viene chiamato democrazia.Qui ad Atene noi facciamo così.Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tuttinelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai imeriti dell’eccellenza.Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, apreferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma noncome un atto di privilegio, come una ricompensa almerito, e la povertà non costituisce un impedimento.Qui ad Atene noi facciamo così.La libertà di cui godiamo si estende anche alla vitaquotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro enon infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostroprossimo piace vivere a modo suo.Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace etuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasipericolo.Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affariquando attende alle proprie faccende private, masoprattutto non si occupa dei pubblici affari perrisolvere le sue questioni private.Qui ad Atene noi facciamo così.Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci èstato insegnato anche di rispettare le leggi e di nondimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro chericevono offesa.E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle legginon scritte che risiedono nell’universale sentimento diciò che è giusto e di ciò che è buon senso.Qui ad Atene noi facciamo così.Un uomo che non si interessa allo Stato noi non loconsideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochisiano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti quiad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi nonconsideriamo la discussione come un ostacolo sullavia della democrazia.Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, mala libertà sia solo il frutto del valore.Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Elladee che ogni ateniese cresce sviluppando in sé unafelice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza afronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo chela nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamomai uno straniero.Qui ad Atene noi facciamo così».È esattamente per promuovere questo spirito e questaconsapevolezza che occorre continuare a educare conpassione alla cultura dei diritti e dei beni comuni,perché si possa un giorno dire:«Qui in Italia noi facciamo così...».PERCHÉ VOI FATE PROPRIO QUELLE COSECHE CI DITE DI NON FARE?Negli ultimi decenni, fortunatamente, la consapevolezza ecologica èmaturata enormemente e si sono affinati strumenti di analisi e misurazionedella sostenibilità ambientale - dall’impronta ecologica allo zaino ecologico- in grado di mostrare chiaramente l’impatto delle nostre azioni nonsolo sugli abitanti di tutti gli altri paesi del mondo, ma anche e soprattuttosulle generazioni che verranno.Alla solidarietà fra i popoli si è affiancata così quella che potremmo chiamareuna sorta di solidarietà fra le generazioni, che chiama in causaciascuno di noi e le nostre scelte di ogni giorno.L’ Earth Overshoot Day, elaborato dal Global Footprint Network, calcolala data in cui ogni anno il fabbisogno umano di natura supera la capacitàdel pianeta di rigenerare le proprie risorse e assorbire i nostri rifiuti.Esso ha fatto la sua comparsa nel 1986, anche se appena al 31 dicembre.Da allora è sempre arretrato fino ad arrivare, nel 2011 al 27 settembre.Questo significa che da quel giorno fino alla fine dell’anno l’umanità èstata in deficit ecologico e avendo esaurito tutte le risorse naturali disponibiliper quell’anno ha iniziato a consumare quelle riservate ai successivi.Appare evidente, dunque, quanto la consapevolezza ecologica cui accennavofatichi ancora a tradursi in scelte politiche - a tutti i livelli - capacidi dare risposte concrete all’altezza delle sfide globali che dobbiamo affrontare.Molto però si sta muovendo negli ultimi anni, è giusto sottolinearlo,anche grazie all’impegno di tante persone che si battono quotidianamenteper riportare i nostri stili di vita e di consumo entro ai limiti delpianeta e preservare per le generazioni future la possibilità di soddisfarei propri bisogni.Vorrei ricordare qui un evento che ritengo abbia giocato un ruolo storicodecisivo rispetto al risveglio dell’attenzione su questo tema, almenoquanto la figura straordinaria di Iqbal Masih lo ha giocato rispetto altema dello sfruttamento del lavoro minorile.28 | cem mondialità | aprile 2012


<strong>Il</strong> timballo di maccheronirita robertoritarobe@yahoo.itPasta frolla per l’involucro, un buon ragù napoletanoper condire gli ziti, sistemati con matematica precisioneed intercalati da polpettine, provola, uova sode...una lenta cottura e tanto amore, cura e pazienza per farnascere il timballo di maccheroni di Federico. Un piattoricco, succulento, creativo ed esteticamente appaganteprotagonista di tanti momenti speciali della famiglia, maanche una metafora per raccontare la storia di un rapportopadre-figlio: mio suocero e mio marito. Una ricetta perdescrivere una relazione in cui entrano come ingredientil’amore, la passione per la famiglia e il lavoro, i viaggi, lacreatività, il rispetto delle regole, la lontananza, i dialoghie alle volte anche i silenzi e le incomprensioni, la difesadelle proprie idee e degli affetti più cari.Federico usava cucinare la domenica sia per far riposaresua moglie, che si occupava per l’intera settimana dei trefigli e della casa, sia perché gli piaceva creare qualcosadi speciale che lo distinguesse, che legasse la sua presenzain famiglia a qualcosa di buono e gustoso. Era ilsuo modo di dire a tutti: «vi voglio bene, ci sono, potetecontare su di me», e a Mariano, Bruno e Maurizio che loaiutavano in cucina: «abbiate cura della donna/moglie/mamma e dei figli che sono il bene più preziosodella vita». Ha scelto un modo concreto orientato all’azione,di nutrire a vari livelli la famiglia, di essere presente per leiconiugando aspetti maschili (azione) e femminili (cura) erendendo visibile l’intercambiabilità dei ruoli madre/padre/figlinella cura familiare, alle soglie degli anni ‘50.Cucinando, mio suocero ha colto, istintivamente, l’occasioned’influenzare autorevolmente l’atmosfera della famiglia,tramandando ai figli la responsabilità di prendersicura del benessere di tutti e l’opportunità di entrare rapidamentein contatto con loro in modo creativo-attivo, perchéla cucina, metaforicamente, è sia il «ponte di comando»sia il «cuore» della famiglia. Occuparsi della cucinagli ha consentito di affrontare e rispondere, in manierapratica, ad alcune domande importanti: quali sono i bisognidei singoli componenti della mia famiglia? Come possosoddisfarli, possibilmente in modo creativo, che facciastar bene anche me? Come posso inserirmi nella forte relazionemadre-figli con delicatezza e rispetto? La costruzionedella relazione padre-figlio è come una buona ricettadi cucina, che richiede di mescolare gli ingredienti in dosiprecise e tempi di cottura da rispettare: l’ingrediente principale,che gioca un ruolo fondamentale nell’abilitare lapresenza significativa e fattiva del padre nella vita delfiglio, è la consapevolezza che questa relazione s’inseriscenel binomio madre-figlio.Così come non esisterebbe la cucina italiana senza le innumerevolidonne di questa terra, senza la loro capacitàdi comunicare, preservare, condividere e tramandare unsapere, non esisterebbe una sana relazione padre-figliosenza donne che la favoriscono, la supportano e la tramandano.Ma non è tutto: serve anche un padre cheabbia il forte desiderio di inserirsi negli spazi della curafamiliare tradizionalmente riservati alle donne. In realtà laricetta non è unica, ogni padre trova il suo modo originaledi essere presente nella vita dei figli ed io posso solo testimoniare,con gratitudine per Federico, che trovo traccedi questo suo desiderio, consapevole e rispettoso, neigesti quotidiani e concreti di mio marito e di mio figlionella vita familiare.nnnaprile 2012 | cem mondialità | 29


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale<strong>Il</strong> discorso di Severn SuzukiNel 1992 accadde infatti una cosa straordinaria al«Summit della terra» tenutosi a Rio de Janeiro: unabambina canadese di appena dodici anni, SevernSuzuki, zittì il mondo e i 108 capi di Stato presentiper sei minuti, con un discorso meraviglioso, destinatoa divenire un emblema del richiamo alla responsabilitàverso le generazioni future. Le sue paroletoccano l’anima:«Sono Severn Suzuki e parlo a nome di Eco (EnvironmentalChildren Organization). Siamo un gruppo di ragazzini di 12 e13 anni e cerchiamo di fare la nostra parte, Vanessa Suttie,Morgan Geisler, Michelle Quaigg ed io. Abbiamo raccolto dasoli i soldi per venire in questo posto lontano 5000 miglia, perdire alle Nazioni Unite che devono cambiare il loro modo diagire. Venendo a parlare qui non ho un’agenda nascosta, stolottando per il mio futuro. Perdere il mio futuro non è comeperdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario. Sonoa qui a parlare a nome delle generazioni future. Sono qui a parlarea nome dei bambini che stanno morendo di fame in tuttoil pianeta e le cui grida rimangono inascoltate. Sono qui a parlareper conto del numero infinito di animali che stanno morendonel pianeta, perché non hanno più alcun posto dove andare. Hopaura di andare fuori al sole perché ci sono buchi nell’ozono,ho paura di respirare l’aria perché non so quali sostanze chimichecontiene. Ero solita andare a pescare a Vancouver, lamia città, con mio padre, ma solo alcuni anni fa abbiamo trovatoun pesce pieno di tumori. E ora sentiamo parlare di animali epiante che si estinguono, che ogni giorno svaniscono per sempre.Nella mia vita mia ho sognato di vedere grandi mandriedi animali selvatici e giungle e foreste pluviali piene di uccellie farfalle, ma ora mi chiedo se i miei figli potranno mai vederetutto questo. Quando avevate la mia età, vi preoccupavateforse di queste cose? Tutto ciò sta accadendo sotto i nostri occhie ciò nonostante continuiamo ad agire come se avessimo a disposizionetutto il tempo che vogliamo e tutte le soluzioni. Iosono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma mi chiedose siete coscienti del fatto che non le avete neppure voi. Nonsapete come si fa a riparare i buchi nello strato di ozono, nonsapete come riportare indietro i salmoni in un fiume inquinato,non sapete come si fa a far ritornare in vita una specie animaleestinta, non potete far tornare le foreste che un tempo crescevanodove ora c’è un deserto. Se non sapete come fare a ripararetutto questo, per favore smettete di distruggerlo. Qui poteteNella mia vita mia ho sognato divedere grandi mandrie di animaliselvatici e giungle e foreste pluvialipiene di uccelli e farfalle, ma ora michiedo se i miei figli potranno maivedere tutto questo. Quandoavevate la mia età, vi preoccupavateforse di queste cose?SEVERN SUZUKI30 | cem mondialità | aprile 2012


politica 8esser presenti in veste di delegati del vostro governo, uomini d’affari,amministratori di organizzazioni, giornalisti o politici, ma in veritàsiete madri e padri, fratelli e sorelle, zie e zii e tutti voi siete anchefigli. Sono solo una bambina, ma so che siamo tutti parte di una famigliache conta 5 miliardi di persone, per la verità, una famiglia di30 milioni di specie. E nessun governo, nessuna frontiera, potràcambiare questa realtà. Sono solo una bambina ma so che dovremmotenerci per mano e agire insieme come un solo mondo che haun solo scopo. La mia rabbia non mi acceca e la mia paura non miimpedisce di dire al mondo ciò che sento. Nel mio paese produciamocosì tanti rifiuti, compriamo e buttiamo via, compriamo e buttiamovia, compriamo e buttiamo via, e tuttavia i paesi del nordnon condividono con i bisognosi. Anche se abbiamo più del necessario,abbiamo paura di condividere, abbiamo paura di dare via unpo’ della nostra ricchezza. In Canada, viviamo una vita privilegiata,siamo ricchi d’acqua, cibo, case abbiamo orologi, biciclette, computere televisioni. La lista potrebbe andare avanti per due giorni.Due giorni fa, qui in Brasile siamo rimasti scioccati, mentre trascorrevamoun po’ di tempo con i bambini di strada. Questo è ciò checi ha detto un bambino di strada: “Vorrei essere ricco, e se lo fossivorrei dare ai bambini di strada cibo, vestiti, medicine, una casa,amore ed affetto”. Se un bimbo di strada che non ha nulla è disponibilea condividere, perché noi che abbiamo tutto siamo ancoracosì avidi? Non posso smettere di pensare che quelli sono bambiniche hanno la mia stessa età e che nascere in un paese o in unaltro faccia ancora una così grande differenza; che potrei essereun bambino in una favela di Rio, o un bambino che muore di famein Somalia, una vittima di guerra in Medio Oriente o un mendicantein India. Sono solo una bambina ma so che se tutto il denaro spesoin guerre fosse destinato a cercare risposte ambientali, terminarela povertà e per siglare degli accordi, che mondo meraviglioso sarebbequesta terra! A scuola, persino all’asilo, ci insegnate come cisi comporta. Ci insegnate a non litigare, a risolvere i problemi, a rispettaregli altri, a rimettere a posto il disordine che facciamo, anon ferire altre creature, a condividere le cose, a non essere avari.Allora perché voi fate proprio quelle cose che ci dite di non fare? Nondimenticate il motivo di queste conferenze, perché le state facendo?Noi siamo i vostri figli, voi state decidendo in quale mondo noi dovremocrescere. I genitori dovrebbero poter consolare i loro figlidicendo: “Tutto andrà a posto. Non è la fine del mondo, stiamo facendodel nostro meglio”. Ma non credo che voi possiate più dirciqueste cose. Siamo davvero nella lista delle vostre priorità? Miopadre dice sempre siamo ciò che facciamo, non ciò che diciamo.Ciò che voi state facendo mi fapiangere la notte. Voi continuatea dire che ci amate, ma iovi lancio una sfida: per favore,fate che le vostre azioni riflettanole vostre parole!SEVERN SUZUKIIL SUOLO È DEI NOSTRI FIGLIUno degli ambiti in cui lasostenibilità ambientale assumein maniera più chiara ladimensione della responsabilitàpolitica verso le generazionifuture, è certamente quello delconsumo di suolo.Qualcuno ha detto provocatoriamente che «L’Italia è una repubblicafondata sul cemento». Ancor più preciso sarebbescrivere che sul cemento fresco sono fondati i Comuni, i qualitroppo disinvoltamente permettono di aprire nuovi cantieriper incassare quelle tasse sull’occupazione del suolo, chiamate«oneri di urbanizzazione», che costituiscono per molti di essiun’irrinunciabile fonte di finanziamento. È questa, molto semplicemente,la ragione per cui in tutte le città, piccole e grandi,l’erba è inghiottita da sterminate periferie e il territorio vieneconsumato al folle ritmo di quasi 250 mila ettari all’anno. Dal1950 ad oggi, un’area grande quanto tutto il nord Italia è stataseppellita sotto il cemento.Ma c’è chi non accetta più tutto questo in maniera fatalisticae - avendo forse ascoltato e meditato le parole di SevernSuzuki - ha deciso di provare ad invertire la rotta!Cassinetta di Lugagnano, un piccolo Comune in provincia diMilano aderente all’«Associazione dei Comuni Virtuosi»(www.comunivirtuosi.org) e alla Rete dei Comuni Solidali(www.comunisolidali.org), è stato il primo Comune in Italiaad aver approvato un piano regolatore che esclude la possibilitàdi edificare occupando nuove superfici. <strong>Il</strong> suo giovanesindaco, Domenico Finiguerra, ha dato il via al movimento «Stopal consumo di territorio» (www.stopalconsumoditerritorio.it) edaprile 2012 | cem mondialità | 31


Sentinella, quanto resta della notte?Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionaleè riuscito a trasformare un piccolo e sconosciuto Comune in unconcreto esempio per l’intero paese. E non solo, visto che si èritrovato in copertina su un’importante testata giapponese! ACassinetta un’amministrazione intraprendente ha dimostrato disaper passare dal pensiero globale all’azione locale, non soloadottando misure innovatrici in campo ambientale, ma provandoanche a immaginare modi nuovi, creativi ed efficaci, per migliorarela vita della comunità, senza consumare risorse ma preservandoleper le generazioni future.Ecco dunque che Domenico Finiguerra (che è appena statopremiato come Personaggio Ambiente dell’anno) e il suo Comunesono diventati un modello per molte altre realtà locali:dalla non cementificazione all’attento recuperodell’esistente, dal supporto almovimento per l’acqua bene comune allavalorizzazione del patrimonio artisticocome fonte di guadagno alternativa all’urbanizzazione,Cassinetta di Lugagnanoindica la strada da seguire per frenareil processo autodistruttivo a cui in Italiasi assiste da decenni.Ora questa esperienza è raccontata inun gradevolissimo testo, <strong>Il</strong> suolo è deinostri figli”, scritto da Finiguerra insiemea Chiara Sasso, per l’editrice Instar Libri,con una preziosa introduzione di SalvatoreSettis e Luca Mercalli. Io ho voluto porre alcune domandea Domenico Finiguerra, che ho la fortuna di conoscere personalmenteda alcuni anni, da quando lo intervistai per il mioMichele DottiDa anni promuove laboratori nellescuole sull’educazione alla mondialità,all’intercultura, alla pace e tiene corsidi formazione per insegnanti. È statoper anni volontariato di Mani Tese inBurkina Faso e ha promosso turismoresponsabile e campagne dicommercio equo e solidale.Gestisce un blog personale ed èautore di saggi fra cui «La tela delragno», «Non è vero che tutto vapeggio», «L’anticasta» e «Dudal Jam, ascuola di pace», per la Emi. Haprodotto inchieste e reportage, fra lequali «Una scuola diversa è possibile»,andata in onda su RaiNews24. Sidefinisce un «sognatore instancabile»!www.micheledotti.itlibro L’anticasta, l’Italia che funziona (Emi, Bologna 2009), al quale eglidiede anche un importante contributo con un suo scritto.Si può davvero far quadrare un bilancio comunale senza oneri di urbanizzazione?Si può. A Cassinetta di Lugagnano sono 10 anni che lo facciamo. Daquando abbiamo approvato la variante urbanistica per il risparmio delsuolo.E come fate? Avrete tagliato i servizi…Non abbiamo tagliato niente. Sobrietà, austerità, rigore. Caccia a tutti ipossibili contributi. Non assegniamo incarichi di consulenza, e non abbiamoparcelle da pagare. Non ci sono auto blu, io giro in bici. Non c’èuno staff del sindaco. Però la politica di rigore non ha portato all’abbassamentodelle tasse. Abbiamo fatto a meno di 200 mila euro provenientidagli oneri di urbanizzazione che servivano per finanziare le spese correnti,quelle per l’ordinario funzionamento del Comune. Quando lo raccontoai miei colleghi sindaci si arrabbiano.E perché mai dovrebbero?Dicono che ci riesco solo perché Cassinetta è un piccolo Comune, ha1.800 abitanti. In realtà è vero il contrario. I grandi Comuni hanno possibilitàdi manovra che noi piccoli neanche ci sogniamo.Ma nessuno viene a chiederti di far diventare edificabile un terreno? Adir di no sono tutti voti perduti…E quanti credi che siano, i proprietari dei terreni?Saranno anche pochi, ma c’è la lobby del cemento che sposta molti voti…La popolazione è stata coinvolta nella decisione di non consentire piùnuove costruzioni. E sapeva che non avremmo abbassato le tasse. Lagente non è disposta a barattare la qualità della vita.Quanti hanno votato per questa tua «filosofia»?La prima volta sono stato eletto con il 51%. Nel 2007 abbiamo approvatola variante urbanistica per bloccare le nuove costruzioni, e due mesidopo ci sono state le elezioni. I miei voti sono saliti al 63%.Si dice che i cantieri portano lavoro. Nessuno ti ha accusato di averportato disoccupazione a Cassinetta di Lugagnano?Se ci mettessimo ad aprire cantieri per riconvertire gli edifici e renderliefficienti dal punto di vista energetico, le imprese edili avrebbero dalavorare per cinque anni. Meglio orientare l’attività edilizia verso il recupero:la bolla speculativa immobiliare ormai si sta sgonfiando definitivamente(www.domenicofiniguerra.it).L’esperienza di Cassinetta di Lugagnano dimostra che un altro modo diamministrare un Comune è possibile. Speriamo che molti altri Comuniseguano questa strada e che magari un giorno si possa arrivarea cambiare la legge che ha reso possibile impiegare gli oneridi urbanizzazione nelle voci del bilancio corrente, accelerando quello cheera stato il consumo di suolo fino a quel momento.Sarebbe una scelta di responsabilità non solo verso la natura, ma anchee soprattutto verso i nostri figli e nipoti (m.d.).32 | cem mondialità | aprile 2012


agendainterculturaleHenri DesrocheLa comunitàcome orizzonteAlessio Surianalessio.surian@gmail.comSono passati quasi vent’anni da quando se n’è andatoHenri Desroche, «teorico dell’educazione permanente»come lo definisce Davide Lago (da cui prendo a prestitoil titolo che apre queste righe) in un testo denso e preziosoda poco uscito in Francia per i tipi delle edizioni Don Bosco.Un teorico profondamente convinto della prospettiva dellamondialità che ha sempre alimentato le proprie riflessionia partire dal coinvolgimento diretto in pratiche fertili e coraggiosee che ha dato vita ad alcune delle esperienze piùvitali in ambito educativo di cooperazione e di sviluppo econdivisione del pensiero narrativo: a cominciare dal CollègeCoopératif, fondato a Parigi nel 1958. Ma facciamo unpasso indietro: è il 1951 e il Centre National de la RechercheScientifique francese chiama Desroche a realizzare un progettodi ricerca sulla storia delle comunità, delle forme diassociazione, dei socialismi e delle utopie del XIX secolo.Non si tratta solo di un lavoro di narrazione storica, ma difondazione e sperimentazione di alcune delle avventurecooperative più interessanti degli ultimi sessant’anni: il Becc(Bureau d’Etudes Coopératives et Communautaires), la collaborazionecon l’International Council for Research inCooperation Development (Icrcd), con la rivista Archivesdes Sciences Sociales de la Coopération et du Développement(Asscod), l’Ircod (Conseil International de RechercheCoopérative), l’Uci (Université Coopérative Internationale),la Maison des Etudes Coopératives al numero 7 dell’avenueFranco-Russe dove si svolgevano le attività del Collège Coopératif.Qui Desroche ha sviluppato un originale approccioalla formazione degli adulti che permette a chi lavora inambito sociale di sistematizzare e approfondire le proprieconoscenze e di sviluppare collettivamente capacità di ricercafino ad ottenere il Dheps (Diplôme des Hautes Etudesdes Pratiques Sociales), diploma universitario (corrispondentein Italia ad una laurea triennale). Per accedervi bisognaavere almeno cinque anni di esperienza professionale inambito socio-educativo (operatori sociali, educatori, insegnanti,soci di cooperative, ecc.). All’internodi un gruppo di ricerca-azione sipartecipa, quindi, ad un percorso di circadue anni che comprende anche la realizzazionedi una tesi a partire da unaspetto particolare del proprio lavoro.La ricerca-azione, rielaborata negli anniSettanta da Desroche, incoraggia questi«attori» sociali a diventare «autori», capacidi impostare un lavoro di analisi ericerca rigoroso e intelligibile. L’intuizionedi Desroche fu che questo percorso potevaavvenire all’interno di strutture nonnecessariamente universitarie aperte astudenti da tutto il mondo: la prima sedefu, appunto, il Collège Coopératif di Parigi,fondato come centro aggregato dell’Ephe (Ecole Pratiquedes Hautes Etudes) e poi dell’Ehess (Ecole des HautesEtudes des Sciences Sociales).Sono molte le intuizioni e le innovazioni che andrebberosegnalate a partire dal lavoro di Desroche: ci limitiamo quia segnalare un modo efficace per favorire l’identificazionedel progetto di ricerca e/o di orientamento professionalepiù in sintonia con il vissuto della persona: la realizzazionedi un’introspezione autobiografica che può essere condivisain gruppo a partire dall’approccio dell’autobiografia ragionata,una modalità dialogica efficace per sviluppare pensieronarrativo e riconoscere nel contempo il ruolo dell’educazionenon formale e informale nella vita delle persone. nnnaprile 2012 | cem mondialità | 33


a cura di Gianni D’Eliadegia7@virgilio.itpratiCare<strong>Il</strong> senso «sociale»dei serviziper la disabilitàAnnamaria Bavaro<strong>Il</strong> Centro di Riabilitazione dell’associazioneComunità Progetto Sud nascenel 1987 a Lamezia Terme (Cz)per la tutela della salute tramite la riabilitazionee per la piena applicazione dellaL. 833/78. In questi ultimi anni, visti imutamenti del nostro sistema politico esociale, c’è il pericolo che le associazionipossano trasformarsi da organismi dirappresentanza e di partecipazione allavita sociale in agenzie di servizi nei qualisi esaurisce la risposta a un determinatobisogno. Rischia di non trovare rispostail bisogno latente e inespresso di partecipazioneattiva soprattutto al sud, che«ha bisogno di sperimentare percorsisuoi, di abilitarsi al decentramento e all’autonomia»(G. Panizza, Occhi apertisul lavoro sociale, Rubbettino). Oggi nonè un momento facile per il terzo settorein Italia. Noi che operiamo in una regione(la Calabria) dove lungo è l’elenco delleleggi sociali non ancora recepite, impegnarsipoliticamente è fare quelle coseche possano valere per tutti. «Quandogli handicappati ci hanno chiesto: ci aiutatea non essere deportati negli Istitutidel nord? Qui in gioco non era creareun servizio, ma il bisogno di reinventarela vita. Fare politica come minoranza attivaha significato per noi questo: quellecose che servono ai 20 handicappati diProgetto Sud devono valere per tutti glihandicappati di Lamezia Terme. Se unbambino ha bisogno di fisioterapia, dovevamochiederla per tutti quelli nellestesse condizioni. E così per il diritto allostudio, il diritto ad andare al cinema, afrequentare una palestra. Abbiamo sempredetto: dobbiamo politicizzare le nostrerichieste» (G. Panizza, cit.).<strong>Il</strong> patrimonio valoriale, che per me è quellodell’accoglienza, ha acquistato preziositànel tempo, perché è stato tramandatoe ha circolato dentro i vari servizi.Dall’accoglienza impariamo a prendercicura, gestire relazioni professionalie di reciprocità, vivere emozioni personalie corali, abbracciare saperi organizzativi,e in particolare impariamo che i temi socialisono temi di giustizia umana. Nelcentro di riabilitazione anche le prestazionie le relazioni che richiedono uncerto distacco terapeutico non scivolanonella freddezza impersonale, ma convoglianoin prese in carico personalizzanti.La presa in carico della sofferenza permettedi liberare una parte del doloresubito dall’altro e di includerlo in sé. ChiChi bussa al nostrocentro, prima diessere disabile èpersona; risorse elimiti fanno partedella sua dignità einviolabilitàPer maggioriinformazioniwww.c-progettosud.itcps@c-progettosud.it/condivide è partecipe della vita altrui epartecipa all’altro la propria; ma poichéle identità condivise si influenzano reciprocamente,dovremmo essere attenti anon esporre la persona accolta al rischiodi restringere la sua identità. I servizisono accoglienti quando promuovonofiducia e identità che non si costruisconosul ruolo (assistente-assistito) o sulla funzione(leader-gregario) ma sulla cura delsé, intesa come capacità di assumersi lapropria responsabilità sociale di fronteagli altri.Chi bussa al nostro centro, prima di esseredisabile è persona; risorse e limitifanno parte della sua dignità e inviolabilità.In questa fase storica del welfarein cui gli operatori esprimono momentidi forti divaricazioni sui temi della professionalitàe sulle motivazioni del lavorosociale, il senso sociale che percepiamoe contraddistingue il nostro Servizio ciconvince che noi operatori non possiamolimitarci a operare alcuna presa in caricosolo come servizio: presteremmo il fiancoa rigidi burocratismi e a logiche che incentivanol’esclusione sociale. Intenderela persona e la vita a più dimensioni -biologica, psichica, sociale, spirituale -fa uscire dai servizi trappola e in questomodo la parola «sociale» entra di dirittonel mio «servizio».nnn34 | cem mondialità | aprile 2012


a cura di Dibbìpkdick@fastmail.itdomani è accaduto«Chi non spera quello che non sembra sperabilenon potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fattodiventare, con il suo non sperarlo, qualcosache non può essere trovato,e a cui non porta nessuna strada».Eraclito1921-2058breve storia dei robot<strong>Il</strong> desiderio di un sostituto meccanico dell’essere umano è sempre stato presente,in varie forme, nella storia. Un sosia, una copia, un doppio, qualcunoche ci faccia compagnia o sia schiavo/a totale: forte, indistruttibile, fedele. Sipuò fantasticare se la prima idea sia venuta guardandosi nelle acque di un fiumee chiedendosi non «Chi è quello che mi somiglia?» (niente specchi ricordate?)ma «Potrei catturarlo o farlo diventare mio amico? Dove finisce quando l’acquasi muove?». Oppure quelpensiero era una vaga sfidaalla natura o agli dèi che lacontrollavano; presuntuosadichiarazione del tipo «anch’ioso fare altrettanto, possocreare». Come sempre,mescolata al desiderio affiorala paura. Alcuni popoli vietaronogli specchi, le statue,persino le bambole o il riprodurresu dipinto la figuraumana.<strong>Il</strong> cammino della scienza (edella science fiction) mostrache quasi sempre il desideriovince sulla paura. La storia siriempie di tentativi nella direzionedi fantocci animati,di uomini meccanici, di automi(in greco indica qualcosa che si muove da sé). Poi arrivano i telai meccanici:non hanno fattezze umanoidi ma con il lavoro e la vita degli umani avrannomolto a che fare. A metà fra il serio e lo scherzo, Giacomo Leopardi propose lacostituzione di una «Accademia dei sillografi» per premiare l’invenzione di treautomi: il primo dev’essere incapace di calunniare l’amico assente e tradirne isegreti; il secondo, «un uomo artificiale a vapore» per compiere gesta eroiche;il terzo sia moglie devota e a un tempo felice.Per la parola robot dobbiamo aspettare il 25 gennaio 1921 con la prima del«dramma collettivo in un prologo e tre atti» intitolato Rur di Karel Capek: daiRur (robot universali di Rossum) il termine entra in ogni lingua. Deriva dalloslavo robota cioè lavoro pesante. È curiosoche oggi con questa parola si indichidi solito un «uomo meccanico», mentrein Capek incontriamo piuttosto androidi,esseri simili agli umani, talmenteperfetti da risultare indistinguibili.Sui robot pericolosi e ribelli la fantascienzaimpazza. Poi arrivano le «Tre leggi»di Isaac Asimov. La formulazione è questae viene da lui attribuita al Manuale dirobotica, 56 ma edizione, 2058 d.C.:«1. Un robot non può recar danno a unessere umano né permettere che, a causadel proprio mancato intervento, un essereumano riceva danno.2. Un robot deve ubbidire agli ordini impartitidagli esseri umani, purché tali ordininon contravvengano alla Prima Legge.3. Un robot deve proteggere la propriaesistenza, purché questa auto-difesa noncontrasti con la Prima e con la SecondaLegge».Ogni robot verrà costruito in modo danon ribellarsi al suo costruttore, spiegal’ottimista Asimov, e da non essere pericoloso,«come, del resto, le altre macchine.Quando si installa una sega elettricala si munisce d’una ringhiera di protezione.Se in fabbrica si usano liquidiinfiammabili vi sono anche estintori automatici.Se si costruisce un impiantoatomico lo si dota degli schermi protettiviche sono necessari. Quindi, se si costruisceun robot, nella sua programmazionedebbono essere inclusi dispositivi di sicurezza».A me non sembra che nell’attualeorganizzazione del lavoro, dettacapitalistica, seghe elettriche, impiantichimici o centrali atomiche abbiano veridispositivi di sicurezza. Dobbiamo aspettareil 2058?nnnSe voleteleggermi sul mio blog:http://danielebarbieri.wordpress.com


Federico TagliaferriNon solo a scuolaI nuovi spazi dell’interculturaConvegno promosso da CEM Mondialitàin occasione del 70° anniversario della fondazionedel movimentoÈstato un «compleanno»davvero speciale quelloche il CEM ha voluto celebraresabato 17 marzo a Parma,presso i Missionari Saveriani, organizzandoil Convegno Non soloa scuola. I nuovi spazi dell’intercultura,che ha inteso festeggiarei 70 anni di attività del CEM, Centrodi Educazione Mondialità, movimentoeducativo interculturale,nato proprio nella città emiliananel 1942.Dopo la calorosa accoglienza daparte di p. Giuseppe Pettenuzzo,vice-rettore della casa saveriana,un vasto programma ha visto l’alternarsidi relatori, proiezioni video,spettacoli teatrali e performancemusicali.70 anni sono un’età ragguardevoleper un movimento culturaleed educativo che ha attraversatobuona parte del XX secolo, ma,a giudicare dall’attenzione edall’entusiasmo con cui i partecipanti,circa un centinaio, hannoaccolto l’invito, evidentemente ilCEM ha ancora qualcosa d’importanteda dire! Molto seguiti,infatti, sono stati gli interventi chesi sono concentrati sull’interculturafuori dalla scuola: padre LuigiMenegazzo, vicario generaledei Missionari Saveriani, a lungomissionario in Giappone, ha parlatodi «Missione e intercultura»,Anna Maria Rivera, docentenell’Università di Bari, ha trattatoil tema «Razzismo e intercultura»,Marco Deriu, docente nell’Universitàdi Parma, quello di «Democraziae intercultura», AluisiTosolini, filosofo, pedagogista edirigente scolastico «Bibbia,scuola e intercultura» e DavideZoletto, docente nell’Universitàdi Udine, «Sport e intercultura».Varie testimonianze hanno poiportato esempi ed esperienze di«buone pratiche» d’interculturain ambito extra-scolastico, arricchendoancor di più il messaggioCEM è unmovimentoculturale ededucativoche haattraversatobuonaparte delXX secolod’impegno per l’oggi e di speranzaper il futuro che lo svolgimentodel Convegno ha volutorappresentare.In serata, dopo la rievocazionedelle origini di CEM da parte dip. Augusto Luca, non potevamancare un momento di riflessione«interna» su ciò che il CEMha saputo essere in passato ed èoggi, la sua storia, i suoi passaggiepocali: a riunire magicamentetutto ciò in un percorso fruibile atutti hanno pensato Nadia Savoldellie Candelaria Romero con lospettacolo (da loro ideato e prodotto)«Panorami in cartolina»,che in vari «quadri» suggestivi edevocativi ha ricostruito la genesi,lo sviluppo e l’attuale attività delmovimento, coinvolgendo il pubblicoin un emozionante turbiniodi immagini, suoni ed esperienzepartecipative.Patrizia Canova ha reso omaggioa uno dei «padri» del CEM, p.Domenico Milani, presentandolo splendido e commovente video«In memoria di me», mentre LucianoBosi e Patrizio Ligabue hannosigillato il compleanno diCEM con l’applauditissima performancemusicale «Suoni ArmoniciCircolari e a Percussione».Buon compleanno CEM!Gli atti del Convegno per il 70° di CEMsaranno pubblicati nel numero di ottobre2012 della rivista.36 | cem mondialità | aprile 2012


Laboratori a cura diPatrizia Canova, Leila CavalliOliviero BiellaCandelaria RomeroNadia Savoldelli, Roberto PapettiMassimo BonfattiRita Roberto, Gianni D’EliaMaria Elisabetta MinnitiSimona Polzot, Marco Dal CorsoElisabetta SibilioMaria Paola Bonsi, Pippo BiassoniPatrizia Zocchio, Luciano BosiFrancesco MarrellaAgnese DesideriGiacomo Caligaris, Laura MolinaiAgostino LazzarottoRoberto Varone, Martina VultaggioRiccardo OlivieriHotel della TorreS.S. Flaminia km. 14706039 Trevi (Pg)Località MatiggeTel. 0742.3971 - fax 0742.391200www.folignohotel.cominfo@folignohotel.itPer informazioni:CEM/Mondialitàvia Piamarta 9 - Bresciatel. 0303772780fax 0303772781cemconvegno@saveriani.bs.itwww.cem.coop


a cura di Eugenio Scardaccione | mareug@libero.itChi scaccia, adesso,i mercanti dal tempio?ve i dubbi su una vita migliore,su un mondo diverso, possibilee necessario, né allontana le angoscedei tanti ragazzi e ragazzein cerca del primo impiego, odel posto «non» fisso. Forse qualcunoaccende un cero al suo santopreferito sperando nell’improbabilemiracolo, oppure si rivolgead un parente ben ammanicatocon qualche rappresentantedel potere politico… è certo comunqueche l’impronta manichea,consolidata da secoli nellacultura di tutti noi, non favoriscel’approccio corretto alla soluzionedei problemi. <strong>Il</strong> Bene da unaparte e il Male dall’altra. L’esperienzache l’umanità ha accumulatonei secoli ci dovrebbe convincereche la violenza non è unastrategia vincente per la risoluzionedei conflitti. Gli attuali scenarimondiali presentano tutti isegnali di apocalissi davanti allequali è difficile dare risposte convincenti.Mimma Iannò LatorrePer iniziare l’articolo, propongol’immagine di Gesùche scaccia i mercanti daltempio, tentando una riflessionesu come collegare le ansie deitanti educatori e delle tante educatriciimpegnate/i nel risolverei mille problemi che sorgono nelloro quotidiano rapporto con i discenti,con le sfide che ci vengonoposte dal nostro mondo disastrato.Come rendere comprensibilile scandalose ingiustizieeconomiche del nostro paese ainostri alunni e alle nostre alunne?Che interesse può suscitare agliocchi dei nostri allievi/e il gestodi un ebreo come Gesù, lontanonel tempo e nello spazio, forsenon più credibile profeta, per lagenerazione del terzo millennio?Potrebbe Gesù, oggi, scacciarei mercanti dell’alta finanza, dellemultinazionali dei profitti iniqui,dai lussuosi templi innalzati al diodenaro? Per la nostra mentalitàabituata agli interessi e ai guadagni,agli utili e agli investimenti,questa immagine potrebbe esseresolamente la rappresentazionespeculare di un altro uomo che,preda di un attacco d’ira, difesei diritti di suo padre (e che Padre!)al cui culto il tempio era stato edificato.O forse verrebbe associatoad uno dei tanti giovani indignadosche hanno tanto da dire e dafare per «mettere in riga» i governioppressivi e violenti, lottandocontro le ingiustizie che affamanoi popoli.L’immagine del figlio di Dio nonsoccorre più nella mente virtualedella «meglio gioventù», né risol-L’esperienzachel’umanitàhaaccumulatonei secoli cidovrebbeconvincereche laviolenzanon è unastrategiavincenteper larisoluzionedei conflittiPer una globalizzazionedella solidarietàtra i popoliCosa è urgente fare è evidenteper tutti. La scuola, prima agenziaeducativa della società, ha ilcompito di educare, formare lecittadine e i cittadini ma quantoè efficace la sua azione? Lascuola rappresenta veramenteun’alternativa al pensiero uniconeoliberista oggi dominante? <strong>Il</strong>capitalismo, che permea tutte lesocietà mondiali, favorendo ilconsumismo e la ricerca del piacereindividuale, sta conducendoi popoli verso l’assenza di valorie di un futuro costruttivo. Rigettaretutto ciò che intralcia ilcammino verso una società miopee individualista è l’obiettivocalato dall’alto, dal mondo diquei quattro arcimiliardari padronidei flussi di denaro che38 | cem mondialità | aprile 2012


controllano i mercati dei varitempli del mondo. L’industriadella mente, parallela all’industriadella produzione delle merci,tiene ancora il monopolio anchenella gestione dei luoghi deputatial servizio pubblico dell’educazionee formazione dellagioventù. <strong>Il</strong> mondo fino ad oggiha prodotto uomini e donne impauritida un futuro non garantista,privo di aspettative di convivialitàtra i popoli, di scambiointerculturale e soprattutto di dialogointerreligioso.L’alternativa è già operante damolti anni sul nostro territorio,le educatrici e gli educatori chea migliaia lavorano sodo, battonopiste alternative alla cattivaglobalizzazione, proponendo inveceuna vera globalizzazionedei diritti e dei doveri, della solidarietàe della riconciliazionetra i popoli, con un pensiero pluralein grado di accogliere e ditrasfigurare quel volto «straniero»ricoperto di orrore e privodi umanità.Moltissimi/e sono i/le nonviolenti/e,i/le pacifici/che, i/le costruttori/tricidi pace, che ogni giornolottano per testimoniare la Speranza,indispensabile viatico persostenere le menti e i cuori dellanostra gioventù. Con l’auspicioche questa virtù teologale sia lamateria preferita da tutte e tuttiloro per incontrarsi e vivere inarmonia.<strong>Il</strong> bene comunefondamentodell’educazioneChi resiste al male, oggi? Dovesono davvero gli indignati che lottanoper il bene? Ci sono nellenostre scuole, nel nostro parlamento,nelle nostre chiese? Chidenuncia gli operatori del male?Ci sono persone che lo fanno,certamente, ma bastano… perHans Küngmaestro di eticaCome fare a trasmettere una pedagogianonviolenta nelle tante scuole che spesso sono,invece, espressione più di ideologie conformisteed oppressive che liberanti e liberatrici? Questopensiero, non necessariamente etichettato dallareligione cristiana come l’unico baluardo adifesa del proprio credo, dovrebbe trovare piùconsenso da parte di chi opera con i giovani.Un pensiero laico, libero da visioni«fondamentaliste», potrebbe risultare piùefficace e meno indottrinato.L’incoraggiamento a intraprendere un talepercorso a chi ancora non l’ha già fatto ci vienedal libro di Hans Küng, L’onestà. Perchél’economia ha bisogno di un’etica, nel quale ilteologo svizzero sostiene che «adottareun’etica mondiale, ovvero universalmentecondivisibile indipendentemente dalle diversereligioni e culture» potrebbe essere la chiave divolta per affrontare onestamente il problemadell’umanità. Dalla formazione permanente suiproblemi del mondo gli educatori e le educatricipotranno precisare i loro programmi educativi elasciarsi ispirare dai principi universali del dirittoe del rispetto della dignità umana. Insegnare adindignarsi davanti al male, ecco il nuovoprogetto educativo! <strong>Il</strong> che significa orientare lapropria aggressività, tenendola sotto controllo.In questo modo, si diventa operatrice eoperatore di giustizia e si ristabilisce unrapporto sano ed equilibrato, sconvolto da unuso scorretto che persone infelici hanno fattoscegliendo di compiere il male.Chi resisteal male,oggi?Dove sonodavvero gliindignatiche lottanoper il bene?ribaltare le pessimistiche visionidel mondo?Non sarebbe meglio affidare allenuove generazioni questo compitoetico testimoniando con lanostra vita ciò in cui veramentecrediamo? Nelle nostre scuole ilfondamento dell’educazione dovrebbeessere innestato su unprincipio etico universale: il benecomune.Da ciò dovrebbe derivare la mentalitàche, partendo dal rifiuto dellapassività e della rassegnazione,consente di isolare chi fa dellaviolenza l’arma per sottometterel’umanità. È un compito ineludibiledi tutte e tutti. Educare ededucarsi insieme nel rispetto enella libertà delle diversità. Questopensiero deve diventare il panequotidiano da condividere contutti, con i vicini e con i lontani.Imparare la gratuità del dono chesiamo gli/le une per gli altri/e.Scuola come comunità educativache vive nel mondo e che delmondo fa il proprio obiettivo dicrescita, senza profitto, con profittoper tutti.Come fece il nazareno che, nonvolendo rendersi complice deimercanti del tempio e mettendoin discussione la legge degli uominibasata sul profitto individuale,con il suo gesto ruppe il silenzioe l’omertà, vili espressionidel cuore umano, mostrando unanuova realtà liberatrice dai malidel mondo.Realtà nella quale ognuno di noipuò diventare, in spirito e verità,adoratore e adoratrice della veradivinità presente da sempre nellacoscienza illuminata di ciascunodi noi e che ha per nome universaleDio (o altri mille nomi), mache corrisponde all’uguale sentimentoprovato da tutte e tutti:l’amore del prossimo, anche delnemico. Perché il vero tempio diDio sia l’umanità! nnnaprile 2012 | cem mondialità | 39


a cura di Nadia Savoldellicarbomillo@libero.itcrea-azioneDanzaLand!Dal 27 aprile a Lucca<strong>Il</strong> progetto di DanzaLand è natoda uno slancio dell’immaginazione,dal desiderio di metterea disposizione degli amanti dellaDanza uno spazio tanto magico ediversificato quanto quello di questaforma d’arte. Lucca con le suenumerose scuole di ballo è apparsail luogo più adatto per festeggiarela Giornata internazionale dellaDanza. Coinvolte nella manifestazionesono Aretusa srl, il Comune,l’Opera delle Mura, la Camera diCommercio, le Fondazioni dellaCassa di Risparmio di Lucca e delBanco del Monte di Lucca. Danza-Land inizierà il 27 aprile in PiazzaNapoleone e per tre giorni la cittàsi trasformerà nel paese della danza,tutti i suggestivi luoghi adibitia palcoscenico diventeranno spazipreziosi, laboratori tanto inconsuetiquanto privilegiati.Tra i maestri internazionali che sarannopresenti segnalo: per la danzaclassica, Frédéric Olivieri, direttoredel corpo di ballo del Teatroalla Scala, per lo stile «modern»,Anna Rita Larghi, coreografa dellacompagnia della Rancia, per lo stilecontemporaneo, José Perez, solistadell’Opera di Dresda e dello ScottishBallet, per il musical, BryanBullard, ballerino e coreografo statunitense,per il flamenco, SabrinaLoguè, fondatrice della compagniaitalo-spagnola El Rio Andaluz, perle danze orientali, Ronit MandelAbrahami, fondatrice di «Accademiadella Danza Orientale», per la«street dance», Sponky Love, fondatoredi «The Jam Session Italy»e creatore del Dance Theatre «Colorsof life».Per tre giorni lacittà sitrasformerà nelpaese delladanza, tutti isuggestivi luoghiadibiti apalcoscenicodiventerannospazi preziosi,laboratori tantoinconsueti quantoprivilegiatiCerto la danza non è solo un insiemedi stili di stampo occidentale,ma mi pare doveroso dare unospazio di visibilità a questa formad’espressione artistica, che in Italiaè poco diffusa. Una città che investesulla danza penso vada comunquelodata. Occorre invece pensarea quanto impegno personale e collettivosta dietro a questo lavoro...Diamo voce quindi a questa poesiadel corpo!nnnPer maggiori informazioniinfo@danzaland.ittel 3317166138Per la segnalazionedi eventi interculturaliscrivere acarbomillo@libero.itFestivalnazionaledelle RadioUniversitarieMi pare interessante segnalare unamanifestazione particolare che coinvolgenuove forme di comunicazione: è la VIedizione del Festival nazionale delle RadioUniversitarie, che si svolgerà a Pisa dal 3al 5 maggio. Una tre giorni di convegni,workshop, dirette radiofoniche e concertiospitata da Radioeco.it, la web radiodegli studenti dell’Università di Pisa. Perl’edizione 2012 è previsto l’arrivo di oltretrecento operatori radiofonici universitariprovenienti da tutta la penisola. Radioecoquest’anno si pone l’obiettivo di parlaredi sostenibilità, non solo rispetto perl’ambiente, ma anche sostenibilitàculturale, sociale e musicale. Ampiospazio verrà riservato ai workshopdedicati alla conduzione radiofonica, coni docenti e il direttore dell’Accademia diRadio e Televisione di Roma, Max Poli; al«sound design» con Provenzano Dj e conaltri ospiti di fama nazionale pronti araccontare la loro esperienza ai giovaniradiofonici, approfondendo le tematicheinerenti alla gestione delle stazioniradiofoniche. <strong>Il</strong> Fru 2012 è patrocinato daUniversità di Pisa, DSU Toscana, Provinciae Comune di Pisa, con Telecom Italiacome main sponsor, ed è supportato damolti media accanto a Ustation.it e m2o,tra cui Broadcast&Production e AltraTV.La manifestazione ha avuto il patrociniodella Rappresentanza in Italia dellaCommissione Europea.Per il programma dettagliatoe info aggiornate:www.fru2012.it40 | cem mondialità | aprile 2012


mediamondoAzzurra MeringoloI ragazzi di piazza TahrirClueb Editrice, Bologna 2011, pp. 117, euro 9.00«Fino ad ora nella mia vita ho corso troppo, ho avuto troppe ansie, convivevo con una paura quotidiana,ora invece ha tutto un altro sapore. Questa notte anche le lenzuola erano più lisce, iltappeto sotto i miei piedi più vellutato, l’acqua della doccia più temperata, l’asciugamano nel qualemi sono avvolto più soffice. È cambiato tutto per me», scrive un anonimo blogger il giorno dopola caduta del presidente egiziano Hosni Mubarak. Internauti e amanti delle nuove tecnologie daanni cercavano di far vacillare il regime, attaccandoloDonne con il velo esenza, abbandonatolo schermo deipropri computer,sono scese nelleprime file dei corteidalla sfera virtuale. Donne con il velo e senza, abbandonatolo schermo dei propri computer, sono scese nelleprime file dei cortei. Fedeli, copti e musulmani, si sonodecisi a disobbedire al proprio clero, pur di far crollare ladittatura. Questi sono i protagonisti di piazza Tahrir, giovaniincontratisi nelle chat room che hanno saputo trasformarele proprie tastiere negli strumenti di una nuovaforma di opposizione, lanciando messaggi ironici e sovversiviper colpire l’immagine del faraone-Mubarak consideratointramontabile, e dando il via alla loro rivoluzione. Azzurra Meringolo, autrice di questoattento instant-book, è laureata in relazioni internazionali all’Università di Bologna ed è impegnatanelle ricerche per un dottorato di ricerca sull’anti-americanismo egiziano presso l’Università diRoma Tre. Giornalista free lance, collabora con il settore estero di diversi quotidiani e riviste, coniugandoattività giornalistica e ricerca scientifica. Ha vissuto a Gerusalemme e viaggiato molto nell’areamediorientale, trasferendosi nell’estate del 2010 al Cairo, dove è stata testimone degli eventiculminati nello scoppio della rivoluzione del 25 gennaio 2011.Gilberto Squizzato<strong>Il</strong> miracolo superfluo. Perché possiamo essere cristianiGabrielli Editore, San Pietro in Cariano (Vr) 2010, pp. 319, euro 18.00Questo libro non vuole essere un trattato teologico, ma una genuina autoriflessione, proponendo argomentazioniin un percorso attraverso la storia dell’esperienza cristiana, nella voce di un credenteche non può tacere l’avventura, l’utopia, il sogno in cui è coinvolto, per far uscire il Nazareno storicodalle prigioni mitiche e dogmatiche in cui un certo potere ecclesiastico lo ha rinchiuso. Dalla postmodernitàal nichilismo, l’autore indaga il pensiero dello smarrimento nell’incertezza della società dellaglobalizzazione, nel mancato incontro tra il mondo postmoderno e il Vangelo di Gesù, in un’epocache imprigiona il cambiamento antidogmatico e mortifica il messaggio vitale della predicazione evangelicacomunitaria, dal basso. <strong>Il</strong> testo invita a non farci paralizzareL’autore indaga ilpensiero dellosmarrimentonell’incertezza dellasocietà dellaglobalizzazionedall’attualità della cronaca, ad andare oltre la notte della steriledevozione, oltre il muro dell’ipocrisia e dell’egoismo, oltre lebarriere innalzate dal razzismo, dall’etnocentrismo, dal particolarismo,dal localismo, non dimenticando che l’essenza del cristianesimoconsiste nella pietà, nell’accoglienza, nel dialogo,nell’apertura alle diversità, nella capacità di comprendere l’altro.<strong>Il</strong> <strong>Miracolo</strong> superfluo è il luogo dell’accoglienza, il punto di riferimento,e al contempo l’ambito del vuoto antropologico edesistenziale che ci disorienta, ignoti, in realtà molteplici di incontrie confronti, dialoghi, rapporti e progetti tra persone che credono nella laicità e nella spiritualità, nellaparità tra donne e uomini, tra simili e diversi, tra liberi e schiavi, alla luce delle fedi e delle religioni diogni tempo e ogni spazio, intese come dialogo costante di ricerca interiore, relazionale, esistenziale,con la capacità di relativizzare le verità, oltre le ortodossie e le appartenenze, oltre i vincoli dogmatici,le pretese salvifiche e le imposizioni identitarie di tutte le Chiese. (l. t.)aprile 2012 | cem mondialità | 41


mediamondoStefano «Cisco» BellottiFuori i secondi12 canzoni su Cd, download e Lp-vinile numerato con bonus track«Fuori i secondi» è l’urlo che segna l’inizio delle ostilità nel pugilato e che richiama tutti ad assumersile proprie responsabilità e a darsi da fare. Ma qui si trasforma anche in uno splendido elogio adalcuni grandi «secondi» della storia a cui il tempo in alcuni casi, ha reso giustizia.Fuori i secondi è un disco ricco di racconti esemplari, intense biografie di personaggi che per unverso o per l’altro hanno fatto storia, canzoni dedicate a vite incredibili. Come la canzone dedicataad Antonio Ligabue, genio folle, pittore della bassa emiliana che ha passato la vita a mendicarecibo e amore spesso barattandoli con un suo quadro. Additato come diverso e isolato da tutti, oraè conosciuto e apprezzato in tutto il mondo come creatore di capolavori. Oppure la figura oramaimitologica di Yuri Gagarin, «il cosmonauta sovietico», che con il suo volo nello spazio è stato ilprimo essere umano a vedere la terra da un punto di vista completamente diverso e a raccontarecon voce intensa l’emozione provata. Altra biografia che si può trovare nel disco è quella di DorandoPietri, il famoso maratoneta di Carpi, forse il più conosciuto e celebrato sconfitto della storia sportivae non solo. Un brano delicato e sentito è quello dedicato«Fuori i secondi» è undisco ricco di raccontiesemplari, intensebiografie dipersonaggi che perun verso o per l’altrohanno fatto storia,canzoni dedicate avite incredibiliad Augusto Daolio, voce e anima dei Nomadi, scomparsooramai da vent’anni. Sarà la vicinanza geografica,ma anche un po’ la vena stilistica di Cisco, a renderepregevole questa canzone. Nel nuovo album anchebrani più diretti sul sociale e sul disagio nei tempi dellagrande crisi, sono quelli intitolati Golfo mistico e Ladolce vita. Quest’ultimo è anche un omaggio a un grandemaestro del cinema italiano come Fellini e al nostropaese, che il regista ha saputo raccontare nitidamente,ma che oggi non sembra più in grado di riprendersi daipropri errori. Anche l’agrodolce valzer finale intitolatoEmilia ha queste caratteristiche. Qui Cisco prende dimira la sua adorata terra emiliana: lo spassionato amore per le proprie radici non vieta al cantautoredi vederne anche limiti e difetti. Tuttavia Fuori i secondi è anche un album pieno di speranza e diottimismo, dove si trovano canzoni come I tempi siamo noi, un testo che esorta tutti a riprenderein mano le redini della storia per provare a cambiare il proprio futuro in prima persona. Perché, appunto,come dice la canzone stessa, i tempi siamo noi. Oppure nelle parole di Credo, dove il valorepiù grande che possiamo ricevere lo troviamo nelle cose più piccole e semplici che ci circondanoma che spesso non siamo in grado di vedere. Lo stesso si può dire di Una terra di latte, dove si trovaun bagliore di speranza, brano in cui Cisco intravede un futuro meno oscuro per tutti. Non mancanocanzoni divertenti e autoironiche come <strong>Il</strong> gigante, in cui Cisco gioca con se stesso, con il suo mododi essere e con la sua curiosità.Una menzione la merita la sognante e visionaria Lunatico, delicato e agrodolce brano dove il cantautoreracconta di aver visto la luna cadere, rimbalzare e andarsene. Cosa l’ha spinta a compiereun gesto simile? Nulla di fantascientifico, semplicemente l’impossibilità di continuare a guardaredall’alto quello che accade ogni giorno sulla terra! <strong>Il</strong> sito ufficiale di Cisco è www.ciscovox.itI libri possono essere richiesti alla Libreria dei Popoliche fa servizio di spedizione postale, con sconto del 10%per i possessori della CEM Card.Via Piamarta 9 - 25121 Brescia - tel. 030.3772780 - fax 030.3772781www.saveriani.bs.it/libreria - libreria@saveriani.bs.itCEMcard42 | cem mondialità | aprile 2012


Luciano Bosinuovi suoni organizzati<strong>Il</strong> Carnevalee la QuaresimaL’eterno conflitto tra disordineed ordine, tra profano e sacro,tra rumore e suonoSeconda parte | XVI-XX secoloÈ solo conStravinsky e Bartókche possiamoconsideraredavvero riapertol’interesse el’ascolto versol’altroBen ritrovate e ben ritrovati. <strong>Il</strong> nostro veloce ed inusualeviaggio che sintetizza 800 anni d’incontri ed aperturedella musica colta/accademica europea con culture sonorealtre, concentrato in due articoli, riparte dopo la pausaeffettuata sul fine Rinascimento. Prima di riprendere il camminoverso il primo ‘900 vorrei ritornare per un attimo al XIII secolo,visto che la velocità mi ha fatto dimenticare di consigliarel’ascolto delle musiche del Chansonnier du Roi, una raccoltadi canti trobadorici e mottetti redatta in Francia agli inizi delsecolo XIV. La Quinte estempie real, forse già a quel tempouna hit tra le otto composizioni contenute nel documento, èuna splendida melodia di danza e rappresenta uno dei più antichiesempi di musica strumentale pervenuti fino a noi. Nellungo e prolifico periodo che va dal ‘500 al ‘900, durante ilquale la musica colta europea, che per comodità e sintesi definiremoclassica, raggiungerà i fasti che conosciamo, supportataanche dall’evoluzione tecnico-espressiva degli strumentie dell’elaborazione concettuale, l’apertura verso le culture popolariè esclusivamente legata all’utilizzo delle varie forme didanza più o meno tradizionali, adattate però ad una strumentazionesempre più essenziale e funzionale alla tessitura armonicaorchestrale. Saltuariamente è possibile incontrare un’attenzionealle timbriche strumentali inusuali, come nel classicissimoBach, ed in particolare negli ensemble orchestrali dellesue Cantate, che prevedono una vasta gamma di strumenti afiato poi caduti in disuso. Nei secoli a venire le incursioni susonorità altre e non convenzionali verranno sempre più ridottea sporadici interventi dal sapore per lo più bizzarro e coloristico,ad esempio le percussionidell’orchestra militare turcautilizzate da Mozart nel Rattodel serraglio, o in seguito, all’incudineutilizzata da Verdinell’opera <strong>Il</strong> trovatore.È solo con Stravinsky e Bartókche possiamo consideraredavvero riaperto l’interesse el’ascolto verso l’altro. I due compositori studiarono le tradizionimusicali dell’est europeo con particolare riferimento all’elaboratopatrimonio ritmico di quelle slave e balcaniche, da cuiattinsero a piene mani fraseggi melodici e strutture ritmiche.Di Stravinsky vale la pena di ascoltare la composizione le Sacredu printemps (la sagra della primavera, o, letteralmente: il ritodella primavera), scritta nel 1913per l’omonimo balletto, che travolsee sconvolse il mondo accademico,anche per la sua sconcertantetessitura poliritmica, caratterizzatadalla sovrapposizionetemporale di metriche e moduliritmici diversi. A seguire, nel 1916,nel balletto burlesco Renard, histoireburlesque chantée et jouée,lo stesso Stravinsky introduce ilCimbalom ungherese, un salterioa percussione indissolubilmente legato alla musica tzigana. DiBartók segnalo due lavori fondamentali per l’apertura delleorecchie convenzionali. Musica per archi, percussione e celesta,composta nel 1936, e Sonata per due pianoforti e percussione,del 1937. Entrambi evidenziano un potenziamento della dimensioneritmica e timbrica affidata alla percussione, che prevalesu quella melodica.Non secondario è anche il tentativo di forzare la frontiera trasuono e rumore. Con Edgar Varèse la ricerca sonora va oltrel’uso convenzionale degli strumenti musicali. La massa sonoranelle sue orchestrazioni aumenta a dismisura: strumenti a percussionedi varie tradizioni, oggetti sonori e congegni meccanicicome incudini e sirene d’allarme irrompono nell’evento sonoro.<strong>Il</strong> 6 marzo 1933, alla Carnegie Hall di New York, la prima esecuzionedella sua Ionisation innalza definitivamente il rumoread espressione sonora ed artistica. Buona ricerca e ascolto atutte e tutti!nnnaprile 2012 | cem mondialità | 43


Lorenzo LuattisaltafrontieraLa vocedei coloriAfine 2011 è uscito in lingua italianaLa voce dei colori, albo magnificamentescritto e illustratoda Jimmy Liao, un noto autore/illustratoredi Taiwan, con il quale il Gruppo Abeleriprende le pubblicazioni per bambini. Èla storia di una coraggiosa bambina chenel giorno del suo quindicesimo annoinizia a perdere la vista. Con il suo bastonebianco scende nei meandri dellametropolitana e della sua cecità, affrontandoun viaggio straordinario, fuori edentro se stessa, alla ricerca di quella bellezzache non ha bisogno di occhi peressere vista.«A volte ho la sensazione che il mondonon abbia confini e che si possa volareliberi come uccellini» dice la ragazzina.L’inizio del percorso e della malattia èun discendere nei corridoi della metropolitanadi una qualsiasi affollata città,andando da una stazione all’altra, cercandodi capire in che direzione vada iltreno, perdendosi in mondi fantastici ein situazioni sempre diverse e spesso surreali.La vediamo così prendere il solesul dorso di una balena, nuotare coi pesci,raccogliere mele rosse, tra il vento,la pioggia, in stanze ricoperte di libri ein altre piene di sedie su cui accomodarsiper raccontarsi i sogni. Un viaggio chela fa sognare, che la sorprende con lasua bellezza: una bellezza di suoni, d’imprevisti,di musiche, di speranze. Un viaggioin cui cambiare stazione, visitare luoghisconosciuti, risalire e volare su unacasa sull’albero. Un viaggio dove nonc’è mai il buio, dove può bastare il frusciodelle ali di una farfalla a fare luce. Gliocchi della bambina senza nome sonoprotetti da spessi occhiali, le sue manireggono un bastone, ma la sua mente,i suoi sensi e il suo cuore sono in gradoLa ragazzinasenza nomecon i suoiocchiali e il suobastone hauna visionepositiva delmondononostante ilsuo handicap.Ogni suaparola sembraessere unalezione di vita,un messaggiochiaro: «unavia d’uscita sitrova sempre»,«tutto ciò che sipuòdimenticarenon è poi cosìimportante»…di amplificare tutti gli stimoli che riceve. Generanoluce dal buio.«Sono abituata ad andare ovunque da sola, parlandocon me stessa, immaginandomi solitaria nella città,vagando senza meta» nel suo raccontarsi non c’ècommiserazione, ma la volontà d’indagare a fondoemozioni e sentimenti. La ragazzina senza nomecon i suoi occhiali e il suo bastone ha una visionepositiva del mondo nonostante il suo handicap.Ogni sua parola sembra essere una lezione di vita,un messaggio chiaro: «una via d’uscita si trova sempre»,«tutto ciò che si può dimenticare non è poicosì importante»… Come nei sogni, ricordi e desiderisi mescolano, c’è lo spaesamento ma anche la fiducianegli altri.Quante giornate le persone passano nel buio? Lavoce dei colori (in cinese Di Xia Tie) ha la capacitàdi risvegliarci, di ricordarci cosa è essenziale. <strong>Il</strong>lustrazionie parole poetiche, evocative, delicate, oniriche:Jimmy Liao in questo libro cita artisti, personaggiletterari, gioca con tantissimi colori, in nettocontrasto con la cecità della protagonista. DentroLa voce dei colori troviamo foreste, oceani, elefantie draghi, celebri personaggi della letteratura perl’infanzia e della tradizione popolare, spazi urbanie immensi labirinti: 128 pagine con stupefacentiimmagini evocative e brevi descrizioni poetiche. Unracconto sulla bellezza, l’infanzia, l’immaginazione.Un testo difficile da dimenticare.<strong>Il</strong> libro, già tradotto in giapponese, inglese, francese,tedesco, greco, coreano e thailandese, è diventato,in Asia, un film di successo, e un grande musicalper il teatro (si veda qui il trailer originale: /www.youtube.com/watch?v=4a2VIOeKCt8). nnn44 | cem mondialità | aprile 2012


Lino Ferracinliferrac@libero.itcinemaUna separazioneJodaeiye Nader az SiminLa storia. In tribunale Simin chiede ildivorzio da Nader, perché si rifiuta ditrasferirsi con lei all’estero e di lasciareche la figlia la segua. A trattenere Naderè la necessità di accudire il padre malatodi Alzheimer. <strong>Il</strong> divorzio non è concessoe Simin decide allora di trasferirsi temporaneamentedalla madre. La nuova situazioneporta Nader ad assumere Raziehperché badi al padre, senza sapereche è incinta, molto religiosa e che suomarito non è a conoscenza di questosuo lavoro. Le reticenze e le bugie reciproche,le diverse attese porteranno ascontri accesi e al deterioramento di unasituazione sempre meno riparabile.<strong>Il</strong> film. Nella sequenza iniziale e in quellafinale siamo in una stanza di tribunale,la cinepresa inquadra, costantemente esolo, Simin e Nader che discutono e siscontrano, del giudice udiamo solo lavoce ma non lo vediamo mai perché ilregista ha scelto di collocare la telecameradi fronte a loro all’altezza di una personaseduta, imponendo così il ruolo di giudiceallo spettatore stesso che è chiamato adesprimersi e a posizionarsi sul problemadella richiesta di divorzio. Nella sequenzafinale, davanti agli occhi del giudice/spet-tatore c’è in lacrime Termeh, la figlia undicenne,invitata a decidere con qualegenitore vuole restare dopo il divorzio. <strong>Il</strong>padre e la madre sono fuori della stanza,in corridoio, ancor più lontani e separati.In queste due sequenze, similmente costruite,il regista dichiara modi e fini delsuo fare cinema e di questo suo film: sollevaredomande a cui il pubblico è chiamatoa rispondere; un cinema quindinon consolatorio o illusorio o inganna-Un cinema che haal centro le personee che raccontastorie possibili digente comuneRegia, soggetto e sceneggiaturaAsghar FarhadiInterpretiLeila Hatami (Simin, la moglie), PeymanMoadi (Nader, il marito), Sarina Farhadi(Termeh, la figlia), Ali Asghar Shahbazi(padre di Nader), Sareh Bayat(Razieh, la badante), Shahab Hosseini(Hodjat, marito di Razieh).Iran, 2011. 123min.Sacher Distribuzione.Orso d’oro e Premio Ecumenicoal Berlino Film festival 2011,Oscar 2012come miglior film straniero.tore, ma che pone problemi. Un cinemache ha al centro le persone e che raccontastorie concretamente possibili digente comune. Un cinema narrato inmodo naturale, quasi neorealista, macostruito con attenzioni teatrali, la ripresadelle scene infatti è sempre precedutada ripetute prove per far raggiungereagli attori una maggiore aderenza al personaggio,spontaneità di fronte alla cinepresa,fedeltà alla sceneggiatura.Un film di separazioni: continuamente,ossessivamente tra i protagonisti sullascena e tra gli attori e la cinepresa c’èun vetro, trasparente o lavorato, ci sonoaprile 2012 | cem mondialità | 45


cinema<strong>Il</strong> registaAsghar Farhadi, quarantenne iraniano, si èlaureato in regia teatrale all’università di Teheran.Inizia la sua attività di regista lavorandoper la televisione; gira il suo primo lungometraggionel 2003 e arriva con il suo quartolavoro, About Elly, a vincere l’Orso d’argentoa Berlino nel 2009. È questa la storia dellascomparsa e morte per annegamento di unainsegnante durante una gita sul Mar Caspiocon un gruppo di amici. Attraverso il racconto,che si rivela una metafora sulla donna oggiin Iran, il regista accumula domande e chiamail pubblico alle risposte.porte chiuse, ostacoli. Un film di tensionie contrasti tra persone adulte e tra classisociali, tra parole e silenzi. Un film dovele parole non risolvono perché nascononella divisione, nello scontro e nel nonascolto dell’altro. Sono parole cariche dipreletture e pregiudizi, che classificanol’altro senza davvero guardarlo. Sonoparole dove la verità è continuamentesolo accennata, poi negata o travisata onon ascoltata.E al di fuori del cerchio delle parole glisguardi silenziosi ma presenti degli incolpevoli:quello del vecchio padre chela malattia riduce a poche parole e chela separazione renderà muto, ma chesempre si rivolge a chi gli sta accantocon gli occhi di chi capisce e soffre, conil suo stringere silenzioso il braccio allanuora che se ne sta andando di casa pertrattenerla, con il voler uscire di casa perandare a comprare il giornale, metaforapossibile del voler capire quel che suc-La parola al regista«Non penso che sia importante farconoscere al pubblico le mie intenzioni,preferisco che la gente escadal cinema ponendosi delle domande.Ritengo che il mondo oggiabbia più bisogno di domande chedi risposte. Le risposte non ti spingonoa fare domande e a pensare».«<strong>Il</strong> film non è da leggersi come unatragedia classica, in cui c’è un confinenetto tra il bene e il male: quila lotta è tra i buoni e... i buoni,non si sa di preciso per chi parteggiaredei due. Chiunque abbia lameglio, nello spettatore resta sempreun senso d’insoddisfazione. Latragedia moderna è basata propriosu questo».«I miei ultimi tre film, in effetti, sonofilm d’investigazione, ma nonc’è un detective: il detective è ilpubblico».cede dentro la sua famiglia e fuori nellasocietà e se vi sia un rapporto; il suomorire quasi a voler togliere dallo scontrotra i coniugi l’alibi della malattia che nonè responsabile di quando accade inquanto la separazione era già prima dentroi cuori. Quello della piccola figlia diRazieh, che segue la madre e osserva,che si stupisce del nuovo che incontra,che già intuisce la necessità del silenziodi fronte a certe domande. Quello soprattuttodi Termeh, sguardo che non sinasconde, che sa di vedere, nel qualepiena è la coscienza della propria menzognaper proteggere il padre e il doloredi una tragedia che sta cambiando definitivamentela sua vita, per l’innaturalenecessità di dire un Sì ad uno e No all’altro.Sguardi che sequenza dopo sequenzasi fanno nostri.Una separazione è un film nel quale ledonne hanno un ruolo decisivo nella vicenda:è la moglie che vuole emigrare eche decide di allontanarsi da casa, a costodi lasciare solo il suocero ammalato;è Razieh, la badante, che si offre per unlavoro in cui dovrà accudire un uomosenza chiederne preventivamente il permessoal marito anche se tormentatadai dubbi religiosi, è lei alla fine che siassume la responsabilità dell’equivocopur di non spergiurare sul Corano; è Termehche, lacerata, deve prendere unadecisione sulla sua vita e sente la sua infanziadefinitivamente finita.È un film di denuncia della situazioneiraniana oggi, bloccata da posizioni maschilistee integraliste? Ritengo che nonsia questo lo scopo dell’autore, che presentasì situazioni di conflitto (il giudizionegativo di Simin sulla realtà del paesee la tensione, che appare non solamenteindividuale, tra una borghesia benestantee laica e un proletariato ai limitidella povertà e legato ad una religioneche rimane ancora criterio decisivo digiudizio e di azione) ma non le pone alcentro del narrare e soprattutto non legrida. Reticenza? Come ha dichiaratoFarhadi: «Non è un film di propagandae non è un film urlato: le cose le dice,ma sottovoce».Una separazione è anzitutto un film sulledolorose conseguenze che una separazioneprima e un divorzio poi portanonelle vite delle persone e soprattutto inquelle dei più indifesi. Un film sulla responsabilitàche gli adulti hanno su questomondo che possono anche pensareal tramonto perché dimenticano Razieh,Termeh e tutti gli altri figli per i qualitutto è ancora un’aurora. Un film da vedereperché credibile, possibile e tesonel suo svolgersi verso un bisogno dichiarimenti e di verità. nnn46 | cem mondialità | aprile 2012


i paradossiarnaldo de vidiarnaldo.devidi@virgilio.it<strong>Il</strong> corruscare delle stelle<strong>Il</strong> giornale locale del lunedì faceva come sempre ilbilancio del «tranquillo week end di violenza», conuna prima notizia. <strong>Il</strong> signor Elder, padrone delle botteghedi alimentari Merendinho, stava facendo un giroin moto con l’amico dr. Nelson, quando è stato assalitoda tre adolescenti a scopo di rapina. <strong>Il</strong> signor Elder hareagito e uno dei tre adolescenti, armato, l’ha colpito amorte. La polizia è intervenuta e ha catturato i tre. Pur sapendoche morti e assalti sono quotidiani, mi ha meravigliatola brevità della notizia. Non potendo essere presenteal processo a porte chiuse, ho chiesto di vedere il verbale,che confermava la versione del giornale, aggiungendosolo i nomi degli adolescenti (omessi dalla stampa, in ottemperanzaalla legge sulla tutela dei minorenni): Madson(17 anni), Elivelton (17) e Edenilson (15).hanno confessato. Le case dei due sono addossate allachiesetta di Frei Galvão e la comunità era riunita e cantava.La polizia aveva ricevuto l’ordine di sbrigare il casoin fretta per non pregiudicare la campagna elettoraledel sindaco, pro-zio della vittima, che vuole essere rieletto.<strong>Il</strong> dr. Nelson ha rilasciato una versione contraddittoria.Un testimone oculare ha giurato che Elivelton eEdenilson non avevano commesso il crimine, ma è statoinsultato e minacciato di prigione per falsa testimonianza.Madson dapprima ha ritrattato, ma poi è entrato in depressionee ha perfino negato di essere uno dei tre.Ho visitato nel carcere minorile Elivelton e Edenilson,già «convertiti» dai pastori evangelici: pregano, leggonola Bibbia, promettono che, quando Dio li libererà, vivrannoda cittadini esemplari. Considero tutto ciò unLa polizia avevaricevuto l’ordine disbrigare il casoin fretta pernon pregiudicarela campagnaelettoraledel sindacoDona Elza, la mamma di Elivelton, mi ha cercato e miha dato una versione dei fatti ben differente. Suo figlio,accusato di aver sparato, a volte ruba e si droga, manon c’entra. Ad assaltare il signor Elder sono stati Madson,Ivan e «Ninja» che sono poi fuggiti in periferia. <strong>Il</strong> signorElder, col dr. Nelson, li ha inseguiti in moto, fino araggiungerli. Ma «Ninja» ha sparato, uccidendo il signorElder. La polizia è arrivata quasi due ore dopo (!), quandoi tre s’erano eclissati; ha scovato Madson, che ha confessatoe ha denunciato, come complici, i due amici (?)Elivelton e Edenilson. La polizia è andata a sirene spiegate,come nei film americani, a catturare i due, che stavanoin casa, tranquilli. I due sono stati picchiati... finchévero assurdo, degno di Rashomon, di Kurosawa... manon sono riuscito a ottenere che il processo fosse rivisto!Non so come conciliare tutto questo, per esempio, conla Giornata Mondiale della Gioventù in agenda per il2013 a Rio de Janeiro e che già mobilita i giovani dellamia parrocchia. Ma di quali giovani parliamo?Dice una poesia di Max Orkley: «Siamo responsabili ditutto quello che accade: del negro linciato, del partigianotorturato, dell’incidente nel lavoro...: queste vittime sonola Vittima Gesù di Nazaret, della cui morte dovremmorendere conto».Ma così è difficile vivere. Forse il corruscare delle stelleè un pianto vicario.nnnaprile 2012 | cem mondialità | 47


la pagina dirubem alvesLa pigriziaNon ho avuto particolari difficoltà a scrivere circale possessioni demoniache. Più facile ancora èstato scrivere sui peccati che anticamente mandavanogli uomini e le donne all’inferno (l’ira, l’invidia,la gola, l’arroganza, la lussuria, l’avarizia).Invece ho difficoltà a scrivere sulla pigrizia. Perché nonsono poi così sicuro che la pigrizia sia un peccato. Penso,piuttosto, che possa essere a volte perfino una virtù.Ogni tanto mi piacerebbe essere posseduto da lei. Pigriziaè fare lentamente o semplicemente non fare quelloche dovrebbe essere fatto rapidamente. Fernando Pessoadoveva essere preda di un attacco di pigrizia quandoha scritto il poema Libertà (in verità la sua pigrizia nonera completa altrimenti non avrebbe scritto niente):O che piacereNon compiere un dovere.Avere un libro da leggereE non lo fare!Leggere è faticaStudiare è niente!Perché ci prende la pigrizia? È la perspicaciapsicanalitica prematura di Alvaro de Campos che celo spiega in un unico verso: «Sono l’intervallo tra quelloche desidero essere e quello che gli altri mi hanno fatto».Con la pigrizia il pigro afferma: «Non farò quello che unaltro mi ordina di fare...». Nel pigro abita un germe di ribellione.La pigrizia è la rivolta contro un’autorità chedesidera impossessarsi del suo corpo e obbligarlo afare ciò che non vuole. L’altro, che comanda, ordina checolui al quale si rivolge obbedisca al suo ordine. Mal’ascoltatore, che dovrebbe obbedire, disteso sull’amaca,si rifiuta. Roland Barthes ha scritto un delizioso saggiosulla pigrizia. Se la memoria non mi tradisce e non si èancora arresa alla pigrizia, questo è quello che ricordo.Ci sono due tipi di pigrizia. La prima è la pigrizia felice,desiderata e permessa, quella che si ha dopo la caipirinhae la feijoada (aperitivo e piatto tipico brasiliano -n.d.t.). Soddisfatto, senza nessun desiderio da realizzare,il corpo si abbandona, si distende sull’amaca senza sen-timenti di colpa, si lascia prendere dal sonno e dorme.In questa tipo di pigrizia, il pigro gode della beatitudinedi essere riconciliato con il mondo. Non gli passano perla testa gesti rivoluzionari per sovvertire il mondo. I rivoluzionari,come io li ricordo, non sono pigri. Vivono inuno stato di guerra permanente.L’altro tipo, invece, è una pigrizia infelice che fiorisce nellescuole. <strong>Il</strong> professore - l’altro - presenta agli alunni un librodi 235 pagine che deve essere letto. Oltre a questo, glialunni dovranno fare, come verifica di averlo letto davvero,una «scheda» dell’opera che il professore, anche per pigrizia,non leggerà mai. Egli non è stupido. L’alunno stadavanti al libro chiuso. «Leggimi o ti divoro» gli dice illibro. Egli non ha alternative. Dovrà fare l’inutile scheda.Esamina il libro e da un’occhiata al contenuto che deci-Pigrizia è fare lentamenteo semplicemente non farequello che dovrebbeessere fatto rapidamentesamente non suscita in lui nessun tipo di appetito. Madeve obbedire contro la sua volontà. Per questo il suocorpo, come forma di resistenza all’ordine ricevuto dall’altro,inizia a trascinarsi, si appoggia sul tavolo, si distendesul pavimento come fosse una panqueca (ripieno fritto dicarne o formaggio - n.d.t.). Così ci sono due tipi di pigrizia:quella che nasce dalla felicità e quella che nasce dalla ribellione.Certo mi piacerebbe lasciarmi andare alle deliziedelle pigrizie felici e delle pigrizie ribelli… Ma non posso.L’altro non mi lascia. E non mi posso ribellare contro dilui, perché «l’altro» sono io…nnnTraduzione di Marco Dal Corso48 | cem mondialità | aprile 2012


Regione Toscanamostra-convegno internazionaleterrafuturabuone pratiche di vita, di governo e d’impresaverso un futuro equo e sostenibileabitareprodurreFirenze - Fortezza da Basso25/27 maggio 2012IX edizione ingresso libero• appuntamenti culturali• aree espositive • laboratori• animazioni e spettacolicoltivareRelazioni istituzionali e Programmazione culturaleFondazione Culturale Responsabilità Eticatel. +39 049 7399726email fondazione@bancaetica.orgwww.terrafutura.itagiregovernareOrganizzazione eventoAdescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c.tel. +39 049 8726599email info@terrafutura.it


CONVEGNOINTERVENTI DITonino PernaFrancesco OcchettaAnnarosa ButtarelliClaudio MongeFranco ValentiAnna Chiara VallePaolo BoschiniFabrizio TosoliniBRESCIASAN CRISTOSABATO5 MAGGIO 2012Missionari SaverianiINFO: tel. 030.3772780 | segreteria.mo@saveriani.bs.it | www.saverianibrescia.com/missione_oggi.php

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