marzo 2010 - Ristretti.it

ilnuovocartebollate.org
  • No tags were found...

marzo 2010 - Ristretti.it

carteBollatemarzo - aprile numero 2/2010il nuovoPeriodico di informazione della II Casa di reclusione di Milano-BollateDOSSIERbilanci provvisoriBollate com’era, com’è, come sarà...Informazionecarceraria p.4Più trasparenzain celladi S. Palombi e M.LombardoQualesolidarietà? p.8-9Uguali, fratellio fratellastridi P.Colapietra e R.N’DiayeL’incontrocon Muti P.11Ma che musicaMaestro!di Margit UrdlViaggioin Cina p.28Ritornoal futurodi Costanza Porro


sommario marzo - aprile numero 2/2010copertina di federica neeffEditorialeSe la linea Bracardi è ritenuta vincente 3Dal carcere e sul carcere strategie e proposte 4“Penitenziari aperti ai giornalisti” 4Che cosa vuol dire e come fare a comunicare Bollate 5SovraffollamentoLa dignità? Nelle galere italiane è un optional 6Un fallimento annunciato 6Giù le mani dal Sertsi rischia il passaggio alle Asl 7SolidarietàFratelli e fratellastri 8Siamo uguali, dunque solidali 9Quella diffidenza che inquina i rapporti 10CulturaMa che musica, Maestro! 11Le canzoni di De Andrèper parlare di trasgressione 12DossierQuesto carcere: com’era com’è, come sarà... 13-14Una conquista difficilenon un punto di partenza 15-16Infame chi denuncia?No, vile chi non sostiene il progetto 16-17il maestro MutiLa legge propone e intanto la vita dispone 18L’elettronica approda a Bollate 18Come sta il progetto Bollate? 19-21Sentirsi libera in un carcere? A me a volte succede 22Gioco di squadra per difendere il Progetto 22-23Tornare a Bollate, dopo quattro anni 23Che stress mettersi in gioco 24-25“Stavo meglio in un carcere chiuso”:qualcuna lo dice, nessuna se ne va 25A tre mesi dall’apertura un primo positivo bilancio 26Una nuova strada chiamata riconciliazione 27Percorsi alternativi 27Dove ti portereiIn mezzo all’Asia, in mezzo al futuro 28-29Poesia 30In breveCon i bulli di Bollate 31Anche quest’anno carteBollatefa la cosa giusta 31Ciao Pasquale, sei stato importante per tutti noi 31Il fumettoGli sbarrati 325 13 28312 carteBollate


Se la linea Bracardiè ritenuta vincenteVi ricordate Giorgio Bracardi, ilformidabile comico protagonistadi indimenticabili trasmissioni diRenzo Arbore? È roba di un bel po’ dianni fa e forse i più giovani non lo hannomai sentito nominare, ma il suo diabolicourlo: “in galera!” rimane una pietramiliare nella storia della comicità.Peccato che adesso il buon Bracardisembra essere diventato il guru di riferimentodelle politiche per la sicurezza.C’è qualche sciagurato alpinista chemette a rischio la propria vita e quelladegli altri sciando fuori pista quando ibollettini meteorologici indicano pericolo?“In galera!” urla la signora MichelaBrambilla, ministro del Turismo.Un vecchio bagnino ultrasettantennepianta abusivamente degli ombrellonisu una spiaggia? “In galera” decidequalche magistrato dalle manette facili,anche se poi, dopo pochi giorni, ilpoveretto viene scarcerato.Ogni anno ci sono 30 mila persone cheentrano nelle carceri italiane per uscirenel giro di una settimana perché l’arrestonon viene convalidato e questaporta girevole, dalla quale entrano edescono in continuazione detenuti, mandain tilt il sistema carcerario, dato checomunque per ognuno di essi vengonoavviate tutte le pratiche di ingresso:matricola, visita medica, assegnazionedi posti letto spesso inesistenti e materassimessi a terra che rendono ancorapiù invivibile la vita in cella. È possibileche non possano esistere alternativeragionevoli?Ogni anno dalle circa 250 carceri italianeentrano ed escono 20 mila tossicodipendentiche dovrebbero inveceandare in comunità. Le carceri sonodunque sovraffollate, perché sono pienedi gente che in galera non dovrebbeneppure entrare, perché non esistonocircuiti alternativi, perché il codice penalenon prevede sanzioni diverse dalladetenzione.Se questo è il problema, che senso ha laprevisione, entro il 2012, di realizzare46 nuovi padiglioni in altrettanti istitutiin funzione, di edificare 22 nuovecarceri (di cui 9 già in costruzione) perun costo complessivo pari a 1 miliardoe 590 milioni di euro? Non essendoci iquattrini, il 70% del budget dovrebbearrivare da finanziamenti di privati che,in cambio dell’utilizzazione dei vecchiistituti nei centri storici costruirebberonuove carceri nelle periferie o in surrealichiatte galleggianti. Un notevole vantaggioper la speculazione edilizia, nessunoper la sicurezza sociale.Il ministro Angelino Alfano sicuramenteha presente i dati statistici, che dimostranoche il tasso di recidiva scendedal 70 al 27 per cento tra i detenuti chehanno beneficiato di misure alternativee non può ignoraresripamontis@gmail.comeditorialeSOSTENETECIcon una!donazionericeverete acasa il giornaleche l’attuale sistemacarcerario, conle sue regole afflittivee privo di percorsirieducativiè solo in grado diriprodurre se stesso.Perché alloral’unica politica chesi riesce a proporreè quella di costruirenuove carceri,dissipando risorseche potrebbero piùutilmente essere utilizzate per cambiarele strategie detentive?Il PD ha recentemente fatto un’interrogazioneparlamentare per chiederecome mai in Italia ci sono 40 istituti penitenziarinuovi, ma mai utilizzati. Se lecarceri già esistenti non funzionano permancanza di personale, per quale motivodovrebbero invece funzionare penitenziaridi nuova costruzione?La linea Bracardi ha sicuramente uneffetto demagogico e ansiolitico. Ognivolta che si urla: “in galera!” si somministranoall’opinione pubblica dosi massiccedi tranquillanti, che placano ansieprodotte da falsi allarmismi. Ma tutti idati dimostrano che la sicurezza socialeè minacciata proprio dalla tenacia concui si perseguono strategie detentivefallimentari. C’è una logica in questo?IBAN: IT22 C 03051 01617 000030130049 BIC BARCITMMBKOSu s a n n a Ri pa m o n t iI guai peggioridi questo mondonon li provocachi raccontaquello che sa,ma chi raccontapiù di quello che saIl nuovo carteBollatevia C. Belgioioso 12020157 MilanoRedazioneDritan AdemiCarlo BussettiElena CasulaGiuseppe ColapietraMichele De Biase(fotoreporter)Alessandro De LucaRomano Gallotta(impaginazione)Flavio GrugnettiAntonio LasalandraEnrico LazzaraMario MauriCarla MolteniFederica Neeff(art director)Silvia PalombiAndrea PasiniAdriano PasqualAlfredo PerriGianna PuppiSusanna Ripamonti(direttrice responsabile)Assunta SarloNino SperaMargit UrdlLella VegliaRoberta VillaHanno collaborato aquesto numeroMaddalena CapalbiSilvano LanzutiRenato MeleCostanza PorroMarlene LombardoEditoregruppo carcereMario Cuminettionlusvia Tadino 1820131 MilanoComitato editorialeNicola De RienzoRenato MeleFranco Moro ViscontiMaria Chiara SettiDonazioneminimaannuale20 europer ricevere6 numeri delNuovo carteBollatea casa vostra.Il versamentova effettuatocon un bonificointestato a “Amicidi carteBollate” su:IT 22 C 03051 01617 000030130049bic barcitmmbkoindicando nellacausale il vostronome e indirizzo.Registrazione Tribunaledi Milanon. 862 del 13/11/2005Questo numero delNuovo carteBollateè stato chiusoin redazione alle ore 18del 14/02/2010Stampato daLasergraph srlcarteBollate3


INFORMAZIONE 1 – Il convegno annuale di PadovaDal carcere e sul carcerestrategie e proposteL’8 febbraio a Padova nella redazionedi Ristretti Orizzonti, l’annuale incontrodella Federazione Nazionaledell’informazione dal carcere e sulcarcere ha permesso di condividere idee eprogettare iniziative.Uno degli obiettivi principali è individuarestrategie comuni per cercare di diventare,come Federazione, referente qualificato peri mass media, organizzando seminari di formazioneper giornalisti all’interno di alcuneredazioni carcerarie, per approfondire temispesso trattati superficialmente dai media,e per far conoscere più da vicino la realtàdel carcere.L’incontro ha consentito di fare il punto sullostato dell’informazione dal e sul carceree sulle difficoltà a dare continuità alle nostreiniziative. Si è stabilito di cercare collaborazionicon l’Ordine dei giornalisti e laFederazione Nazionale della Stampa – adesempio replicando in altre regioni il seminariodi formazione per giornalisti di nera egiudiziaria promosso a ottobre 2009 da Ristrettiin Veneto, per uscire a ottobre 2010con un forum più esteso. Verranno quindiproposti incontri periodici di informazionee aggiornamento per giungere ad un convegnocon i giornalisti del settore che affronticon particolare attenzione le norme relativeall’esecuzione penale, trattata troppo spessoin modo improprio. In carcere i detenuti,loro malgrado, imparano il diritto, a Padovahanno espresso la disponibilità a mettersiattorno a un tavolo con i presidenti degli Ordinidei giornalisti e con i magistrati, comeè avvenuto con successo grazie a RistrettiOrizzonti. Questo ‘tavolo’ sarebbe un’opportunitàper tutti, i praticanti di nera e giudiziariapotrebbero trascorrere qualche oradi formazione in carcere, sarebbe un buonprimo passo. Ricordando che oggi esistonodiverse scuole di giornalismo agganciatealle università Luigi Ferrarella del Corrieredella sera ha suggerito di prendere contattocon i direttori per avviare questo tipo dicollaborazione.Tutti concordi sull’opportunità di far entrareliberamente la stampa in carcere, comechiede l’appello del Manifesto e Antigone,ma anche sulla necessità di individuare formedi regolamentazione.Ferrarella, parlando dei giornalisti che sioccupano di carcere, ha sottolineato che ildifficile accesso a dati e notizie favorisceun’informazione frettolosa, sicché lavorareper rendere questo accesso libero e agevoleper tutta la stampa contribuirebbe a generaremeno danni, la stampa carceraria potrebbeessere fonte di informazioni e strumentodi chiarezza a tutela del lettore, pertamponare le troppe sciocchezze che vengonopubblicate. Dal convegno è scaturitol’impegno di realizzare un censimento dellarealtà carceraria italiana e una carta dellatrasparenza perché bisogna cominciare apretendere che il carcere comunichi le coseche accadono all’interno del muro di cintasenza censure.Pensiamo sia giunto il momento di costituireun’anagrafe carceraria, da tempo propostadalla radicale Rita Bernardini e nona caso bocciata alla Camera. Tale anagrafesarebbe essenziale e potrebbe essere dirompente.Tanto per cominciare si è decisodi predisporre una griglia alla quale tutticontribuiscano e valutare quali sono i datipiù significativi da raccogliere. Ad esempiopochi sanno, e sarebbe bene fare luce su ciò,che quel che passa il carcere per l’igiene ètroppo spesso insufficiente, in alcuni istitutineppure la carta igienica.Vale la pena – si è poi detto - di riprendere ilrapporto con quei parlamentari che, entratiin carcere a ferragosto 2009, sono rimastiattivi sul tema con interrogazioni e mantenendoviva l’attenzione sul problema.Ancora si propone di individuare obiettivicomuni sui quali far sentire la voce dellastampa carceraria, soprattutto a partire dalsovraffollamento e dallo stato disastroso incui versano le carceri italiane.Un solo esempio: 30 mila persone entrate incarcere l’anno scorso e rimaste dentro menodi una settimana. È chiaro che è opportunomodificare la procedura del fermo giudiziarioaffinché quei 30 mila neanche entrino incarcere: gia questa è una presenza che nongiustifica la proposta di costruire nuovi istitutidi pena. Sul sovraffollamento sarà realizzatoun inserto al quale contribuiranno tuttele redazioni carcerarie, consultando anchele camere penali e coinvolgendole nell’elaborazionedi proposte. Urgente è sollecitarel’applicazione della legge che prevede che itossicodipendenti scontino la pena nelle comunitàe non nei penitenziari Così pure laproposta del ministro Alfano sulla concessionedei domiciliari per l’ultimo anno di penapotrebbe diventare una nostra proposta.L’appello di Manifesto e Antigone:“Penitenziari aperti ai giornalisti”Silvia Pa l o m b icarteBollate aderisce all’appello del quotidiano Il manifesto e di Antigoneper consentire il diritto di cronaca e d’informazione sul carcere e invita ilettori a sottoscriverlo.“L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziariitaliani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitaregli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziariaha ristretto sempre più le possibilità di accesso. Il diritto all’informazionelibera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispettodella sicurezza pubblica.“Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamoche esiste anche ‘un’emergenza informazione’, per questo chiediamo di cambiareregole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni dellecarceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo glieventi tragici o eccezionali”.Primi firmatari: Rita Levi Montalcini, Stefano Rodotà, Valerio Onida,Lucia Annunziata, Bianca Berlinguer, Rosaria Capacchione, GianAntonio StellaPer aderire inviare una mail a appelli@ilmanifesto.it4 carteBollate


INFORMAZIONE 2 – Una volontaria all’ufficio stampaChe cosa vuol dire e come farea comunicare BollateDa due anni a questa parte quandoun giornalista vuole saperequalcosa sul carcere di Bollate,può mettersi in contatto anchecon me. Come responsabile dell’ufficiostampa, faccio da filtro tra le richieste diinterviste, inchieste per quotidiani e periodici,servizi televisivi e radiofonici, e ivertici del carcere che forniscono le informazioni.Oppure propongo ai media informazionisugli eventi organizzati a Bollatee sui vari aspetti del progetto educativo.Non è del tutto inutile chiarire che la miaprestazione è offerta a titolo gratuito.Sono convinta che la gente deve conoscerele alternative al carcere punitivo puroe semplice e da questo punto di vista,Bollate può essere portato ad esempio dicome si possa riuscire a rieducare, oltreche a punire, chi ha “sbagliato”: i detenutiche escono da qui tornano difficilmentein carcere dopo aver scontato la loro pena.Detto in altre parole, rispetto alla medianazionale del 70%, la percentuale di recidivaa Bollate è del 16% circa. Avendofatto ufficio stampa per tanti anni - erala mia professione – so quanto può esseredifficile questo lavoro, in cui devi riuscirea far pubblicare un oggetto, un servizio,o l”idea” di qualcosa. Pertanto all’inizioavevo paura di non riuscire. Mi chiedevocome presentare ai media argomenti in sédifficili da far passare. Ho rotto gli indugie la prima volta, volendo far parlare dicarteBollate, ho chiamato un giornalistascegliendolo tra una delle testate italianepiù importanti. Così - pensavo tra me eme - comincio ad abituarmi alle difficoltà“Pensi - gli chiesi - che si possa fareun servizio?”. Mi rispose semplicementedi sì. Il servizio si fece. A ripensarci ora,questo risultato mi diede una forza incredibilee il desiderio di ampliare il mioraggio di azione a giornali programmi televisivie radio e tipi di lettori apparentementelontani dalle problematiche chepotevo proporre, si rafforzò. Un esempioper tutti. Come far pubblicare un argomentosul carcere da un giornale di vela?Mi è venuto in aiuto il Circolo Intramur difilatelia: il giornale di vela ha pubblicatoun appello ai lettori perché mandasserofrancobolli con temi velici.Ci sono testate che approfondiscono i temie aiutano a riflettere, altre disimpegnatee forse son proprio queste per cui vale lapena lavorare di più. Spesso affrontanoin maniera superficiale i temi legati alladelinquenza, con il risultato che la gentepensa che sia giusto il sistema punitivotradizionale: mettere sotto chiave chi hacommesso un reato e non pensarci più.Facendo conoscere il Progetto Bollate,e i suoi risultati, possiamo sperare di farcambiare questo modo di pensare.La partecipazione e il coinvolgimento deidetenuti è fondamentale per una comunicazioneefficace, sono loro i testimoni piùconvincenti. Ne comprendono il senso edil valore. Le notizie che mando via mailvanno circa 3 400 giornalisti e con la pazienzadi un certosino e con molta tenacia,giorno dopo giorno vedo i frutti del mio lavoro:i giornali, le televisioni, le radio parlanosempre di più di Bollate. È come sedavanti a me ci fosse un grande mosaicoda costruire con tante tessere, frammentidi un’immagine -quella di Bollate - compostadai fatti più diversi che possonointeressare ora uno, ora l’altro organo diinformazione: i detenuti che ad agosto pulisconol’alveo di un fiume, quando spalanola neve, i redattori di Salute in-grata,il giornale sulla salute fatto dai detenuti;la cooperativa di catering, i laboratori diinformatica, l’artigianato e così via.In queste pagine pubblichiamo l’appellodel Manifesto e di Antigone per il liberoaccesso dei giornalisti negli istituti carcerari.Di questo si è parlato anche a Padova,nel convegno annuale delle redazioni carcerarie.La creazione di uffici stampa – siè detto – potrebbe servire? Torno alla miaesperienza. Un ufficio stampa è credibilese agevola gli operatori dell’informazione,che devono sentirsi liberi di approfondiretutti i temi che ritengono opportuni. Persua natura non interferisce sul diritto dicronaca , facilita l’ingresso a tutti i giornalistiche ne fanno richiesta e non puòe non deve fare distinguo. Ovviamentelavorando in sintonia con la direzione delcarcere. Mi chiedono se un libero accessodei giornalisti in un carcere potrebbecreare problemi: rispondo di no, o quantomeno non di più di quelli che possono esserciattualmente, anche se un filtro deveesserci perché un carcere non è un supermercato.Ma se vogliamo un ingressopiù fluido dei giornalisti in carcere, lo vogliamosoprattutto perché esercitino unafunzione di controllo. E allora lo stessodiscorso perché non vale anche per altrecategorie di operatori? Penso ad alcuneassociazioni di medici ad esempio.Bollate propone un modello diverso diespiazione aprendo alla speranza. Perchi sta dentro, per le loro famiglie, per iloro amici e per la società tutta. Solidarietàdei volontari, tenerezza fra detenuti,grandi gesti di umanità da parte dellapolizia penitenziaria. Queste persone miinsegnano a comunicare una realtà cosìcomposita: mi sento il loro tramite conl’esterno; mi aiutano a scegliere comepresentare le notizie, la misura da adottarenelle parole. Alla direttrice che èun po’ il mio faro, quello che mi indica lavia da seguire, riconosco il merito di averecome bussola l’uomo e la sua dignità,consapevole di trattare con persone e nonoggetti, di promuovere valori.Ma r l e n e Lo m b a r d ofederica neeffcarteBollate5


SovraffollamentoSOVRAFFOLLAMENTO 1 – Rassegnati a vivere nel degradoLa dignità? Nelle galereitaliane è un optional“Qui la dignità umana è offesa”,queste sono le paroledi Monsignor Tettamanziche ha vissuto per alcuneore la condizione del carcere di SanVittore, visitando le celle, toccando conmano il suo degrado, che non è solo nelcarcere di Milano, ma anche nelle altreprigioni italiane. Anche se non hannol’attenzione dei mezzi d’informazione,parecchie strutture carcerarie sonofatiscenti, con vivibilità ridotta a zero,spazi ridotti ai minimi termini di tolleranzaper la convivenza, celle sovraffollate,con materassi sul pavimento.Le conseguenze di questo degrado, cheproduce esasperazione, sono discussioniviolente o anche risse tra detenuticontro altri detenuti, o addirittura controil personale di sorveglianza, promiscuità,malattie, o come estrema ratioil suicidio; conseguenze serie, che vengonoperò considerate da chi ci governasemplici effetti collaterali della detenzione.Come sempre si parla molto,ma subito dopo cala il silenzio, per poiriparlarne dopo qualche vicenda tragica,si fanno grandi riflessioni sulla situazionecarceri, sulla loro disumanitàe sulle condizioni di sovraffollamento.Da troppo tempo ormai si fa un granchiacchierare su questo atavico problema,senza mettere in atto nessuna delletante balenate soluzioni dai tanti politici,ma soprattutto dal ministro dellagiustizia Angelino Alfano. Così pensandoe non facendo, si rimane impantanatinel solito immobilismo italiano, tantoforte da portare un frustrante senso dirassegnazione sia tra i detenuti sia trale stesse istituzioni.Alcune soluzioni per svuotare le carcerie renderle più vivibili ci sono già, ovverole pene alternative alla reclusioneche spesso però non vengono applicateper i tempi biblici della giustizia o perl’eccessivo potere discrezionale dei giudici,che consente loro di decidere deldestino dei detenuti con criteri apparentementedisomogenei.Non parliamo poi di reinserimento nellasocietà civile, quasi una chimera,perché la cosiddetta attività trattamentaleo rieducativa, che all’interno dellecarceri dovrebbe essere un obbligo sancitodall’articolo 27 della Costituzione,passa in secondo piano anche per il detenuto,perché diventa più importanteuna vivibilità dignitosa. Il resto vienedopo. Certo fa eccezione qualche carcerenel panorama italiano, non solo quel-SOVRAFFOLLAMENTO 2 – A proposito del piano carceriUn fallimentoannunciatolo di Bollate, ma possiamo citare RebibbiaPenale, Padova e pochi altri, doveancora si rispettano le norme costituzionalie si applica l’ordinamento penitenziario.Queste strutture vengonodefinite “isole felici”, ma invece di esse- In questi giorni il Ministro Alfanoha dichiarato “l’emergenza carceri”,una dichiarazione che aveva già fattonel novembre del 2008, quandogli furono assegnati dei fondi per fronteggiarela situazione. Dopo un annoe un mese, di nuovo proclama l’emergenzae rilancia il suo piano-carceri,ovvero portare a quota 80.000 i postiletto,contro gli attuali 43.000, di fattooccupati da 64.000 detenuti: un dato incontinua crescita che rende costante illivello di sovraffollamento.In subordine il guardasigilli pensa diemanare una misura alternativa per sfoltireil pienone, concedendo la detenzionedomiciliare di chi ha un residuo penainferiore a 1 anno e per reati minori.C’è il rovescio della medaglia. Qua a Bollatesi è faticato a riempire il settimo repartoper mancanza di personale di Poliziapenitenziaria: quindi non si trattasolo di costruire nuove carceri, c’è anchela necessità di ottimizzare l’utilizzo diquelle esistenti, dotandole degli organicinecessari: polizia, educatori, psicologi etutte le risorse umane. Tutto questo necessitadi denaro e tempo.L’idea degli arresti domiciliari per chiha pene inferiore a un anno senza dubbioè un’alternativa: si stima l’uscitadal carcere di circa 20.000 unità. Moltobene. Ma da una stima fatta su un campionedi 100 persone con piccoli reatilegati al mondo della droga, che non essendorecidive hanno ottenuto gli arrestidomiciliari, si è rilevato che questemisure sono spesso fallimentari. Il nostrosportello giuridico ha rilevato chenell’80% dei casi gli interessati hannodisobbedito all’obbligo di non uscire dicasa e sono stati arrestati.Questo per dire che l’alternativa propostadal ministro è molto temporanea edi poca efficacia, poiché in breve temposi avrà di nuovo lo stesso problemadi sovraffollamento con le conseguentiondate di critiche dell’opinione pubblica.In più c’è la necessità di controllarei beneficiari del provvedimento, con unaggravio di lavoro per le forze dell’ordineche già faticano a mantenere ilcontrollo del territorio. Senz’altro chi didovere ha gli strumenti per verificarel’efficacia del provvedimento.Se per un attimo si prendono in esamele passate legislature e i sistemi adottatiper affrontare l’emergenza carceri, sivedrà che ogni 5 anni si è fatto ricorso amisure di amnistia o di indulto.L’indulto del 31 luglio 2006 è stato unatto di clemenza, ma ha anche funzionatobene come deterrente. Tra chi neha beneficiato infatti, statistiche allamano, si rileva un tasso di recidiva del27%, contro la media italiana che è del70%. È stata quindi una vittoria da partedel passato governo, che ha fronteggiatol’emergenza carceri con un attocoraggioso ed efficace. È un dato di cuisi dovrebbe tener conto.Al f r e d o Pe r r i6 carteBollate


e prese come esempio da esportare inaltri istituti sembra diano quasi fastidioall’opinione pubblica e a tanti addetti ailavori che preferirebbero portarle alla“normalità” così da rendere il degradoomogeneo e fare rimanere il carcere unluogo prettamente di punizione. Ancheil Presidente della Repubblica nel discorsodi fine anno ha espresso il suorammarico per la situazione attuale: lasperanza è che le sue parole ancora unavolta non cadano nel vuoto di questodesolante clima politico.L’impressione prevalente davanti a questodegrado creato dal sovraffollamentonelle carceri, pari solo a quello delperiodo del dopoguerra, è l’impotenzadelle varie Direzioni a risolvere tale problema.Sentendo le loro parole, si notasolo tanta rassegnazione e fatalismo.Sicuramente non è la maniera giustaper tirarsi su le maniche e affrontare ilproblema in modo da risolverlo.È sintomatico in questo senso lo striscioneesposto, in occasione della visita delMonsignore, alla rotonda dei raggi di SanVittore dai detenuti, che dice: “abbiamosete di giustizia autentica”. Una frase cheracchiude tutte le difficoltà e la disperazionedella popolazione carceraria.Sarà anche retorica, ma lo stato di salutedi democrazia e civiltà (in un Paese chepretenderebbe di esportale) si evinceanche dalla vivibilità delle proprie carcerie dal suo sistema giuridico. Sicuramenteuna riflessione del genere faràsaltare sulle sedie i benpensanti, quelliche vogliono un carcere solo affittivo,ma basta pensare alle tante, troppemulte emesse dal Tribunale dei dirittidi Strasburgo nei confronti dell’Italiasui diritti violati dei detenuti per valutarei nostri livelli di arretratezza.Per chiuder vorrei prendere in prestitouna frase di una canzone di Fabrizio DeAndrè, sperando che non ce ne voglia:“Prima pagina 20 notizie, 21 ingiustizielo stato che fa? Si costerna si indigna siimpegna, poi getta la spugna con grandignità!”.Ni n o Sp e r aTOSSICODIPENDENZE – Raccolte 600 firme per difendere il servizioGiù le mani dal Sert:si rischia il passaggio alle AslDa alcuni giorni sentiamo dellevoci di corridoio che se avesserodei riscontri oggettivi,diverrebbero a dir poco unevento devastante per trecento detenutitossicodipendenti.Certo… per ora sono solamente vocidi corridoio: confermate però dal fattoche pochi giorni fa è stato emanato unbando Asl per il reperimento di personaleda inserire nella struttura penitenziaria:personale che sostituirebbenella quasi totalità gli operatori Sertoggi operanti all’interno dell’istituto.Qualcosa di vero allora c’è! Ed è unqualcosa che ci preoccupa molto.Infatti il servizio attualmente attivopresso l’istituto di Bollate, creato daconsulenti esterni che ormai operanoda anni, ha assunto oggi, grazie a unlavoro e a una collaborazione ormaiconsolidata dal tempo, un valore dafar invidia ai numerosi servizi pubblici:anzi, ha lo status di servizio pubblico atutti gli effetti.Un servizio pubblico progettato da privati,consulenti preparatisi sul campo:nel difficile mondo della tossicodipendenzain carcere.I professionisti che attualmente offronoil sevizio conoscono infatti da annile dinamiche del carcere e dei carceratiche costituiscono un mondo moltodelicato e tutto a sé.Lo stato di dipendenza di molte personeristrette, normalmente difficile dagestire, ha trovato invece, negli esperticonsulenti del Sert, un “luogo” di fiduciae un punto di riferimento oggi difficilmentesostituibile.Attualmente i professionisti del SertUna sceltache bloccala continuitàterapeuticae minacciail postodi lavorodeglioperatori.In corsounapetizioneoperanti presso l’istituto hanno ungrossa conoscenza del territorio e dellereti sociali cui potersi appoggiare,nonché delle comunità di recupero dacoinvolgere nel percorso individualedi ogni persona che chiede il loro intervento;non di meno, gli stessi, hannoinstaurato un rapporto di fiduciadiretto con gli uffici di sorveglianza:attualmente gli operatori Sert preparanoinfatti tutte le istanze per l’ammissionedei detenuti nelle comunitàdi recupero, permettendo agli utentidi risparmiare dei soldi in avvocati efacendosi garanti presso i Magistratidi Sorveglianza, che riconoscono il valoresociale del loro lavoro e la validitàdel percorso proposto.Per questo, qualora fossero vere levoci relative all’avvicendamento dellostaff del Sert, ci si ritroverebbe in unasituazione nella quale tutti i percorsiintrapresi dalle persone tossicodipendentiristrette, in cura presso questoservizio, subirebbero un blocco totale,vanificando i difficili lavori di recuperogià ipotizzati e risolti.Ma soprattutto, chi ora non si trovanelle condizioni di un imminente finepena si ritroverebbe “domani” nell’impossibilitàdi essere recuperato, perchénon avrebbe il supporto che ha inquesto momento.Abbiamo avviato una raccolta di firmeper tutti questi motivi, e ne abbiamo giàraccolte più di 600, anche perché ci pareingiusto che da un momento all’altro,senza rispetto per il lavoro e per tuttele energie spese, si lascino disoccupatedelle persone che hanno dedicato all’essereumano tempo e passione.Recuperiamoci un po’ tutti allora, lasciandoda parte le piccole convenienzedi “poltrona”, riconoscendo e reclamandotutte quelle persone che ci hannoaccompagnato e sono cresciute con noinel difficile cammino del carcere.Fir m at o d a 600 d e t e n u t icarteBollate7


SolidarietàDIETRO LE SBARRE 1 – L’individualismo che va a discapito della collettivitàFratelli e fratellastri8 carteBollateIn questo ultimo periodo si è tornatia parlare della solidarietà, quellasvolta dalle associazioni. ma anchela solidarietà tra detenuti. Inqueste discussioni viene evidenziato,spesso, che Bollate è un istituto chepremia e mette in condizioni il singolodi esprimersi al di fuori di tutte le logichedella sotto cultura carceraria: èforse questa conquista che va a discapitodella solidarietà?Uso questo termine ”conquista” perchela solidarietà non è concepita come unsentimento universale per la condizionedi detenuto; eccetto nei casi di protestecome il famoso tam tam, la battitura deipiatti fuori dalle sbarre o dei blindi. Sipuò parlare quindi di reale solidarietàin questo caso? Quello che mi fa sorridereè l’abuso della parola “solidarietà”e come diventa facile per noi detenutiriempirsene la bocca, ma mi chiedo sesi conosce il vero significato? Dice il vocabolario:“Solidarietà, s. f. 1 Condizionedi chi è solidale con altri. 2 Sentimentodi fratellanza, di vicendevole aiuto, esistentefra i membri di una collettività”.Bollate permette di esprimere la propriaindividualità, ma è anche veroche in alcuni casi risulta eccessiva esi trasforma nel fare i propri interessifregandosene totalmente del prossimo.Pensiamo anche solo ad un gesto chepuò sembrare innocuo, capita spesso equesto non si può negare, specialmenteper le persone “sconsegnate” (e quindiautorizzate a muoversi liberamenteall’interno del carcere) di fermarsi davantialla porta dell’educatore, magarimentre sta parlando con un altro detenuto.In quel momento bisognerebbepensare che esistono anche gli altri eche si sta sottraendo del tempo al colloquiodi un’altra persona che magari nonha nulla di quello che noi già abbiamo.Arrivare a pensare questo non è forseessere solidale con gli altri? La solidarietàpoi è spesso identificata nell’attomateriale e condizionata dalla valutazionedi chi sei e di quali reati hai commesso:allora io ti riconosco e nei tuoiconfronti sono solidale.È dunque facile manifestare e sentirsisolidali in situazioni che trovano ilconsenso nella massa, ma mi chiedo:quanto si è disponibili a essere solidaliandando contro corrente? Ci siamo trovatia discutere di alcune “celle buie”che si vedono nei reparti, dove le personeche le occupano non trovano spaziodi movimento o di espressione delproprio punto di vista, nel piano, nelreparto e all’interno dei gruppi che sicreano sui piani. Questo avviene perchénon sono conosciuti e riconosciutinella mentalità comune e dunque nonmeritano solidarietà e magari neancherispetto. Il controsenso è che quandouna di queste persone “anonime” riescea venir fuori, a mettersi in gioco, hamolto di più da proporre dei “soliti noti”e sicuramente è anche un po’ più concretae coerente.Essere solidale è capire che si ha abbastanzaper sé e quindi lasciare leopportunità anche agli altri, ma questonon succede, il desiderio della propriaaffermazione personale va a discapitodi chi potrebbe occupare, per meritoe per capacità, un posto che invece èsaldamente mantenuto da chi riesce adestreggiarsi meglio nella conquista dipiù attività possibili, arrivando anche asostenere ritmi di iperattività e si arrivaalla contraddizione di accusare chicerca di crearsi uno spazio, di adottareuna sorta di nepotismo, dimenticandosiche se ne è usufruito per ottenere ciòche si ha o si voleva.Quanta poca coerenza c’è tra quelloche si manifesta ai quattro venti e quelloche poi si applica sul terreno e neirapporti interpersonali. La solidarietàmanca anche nella gestione delle attività,si usa la propria posizione favorendole amicizie. Bollate si basa molto sullaresponsabilità concessa alle personenella gestione delle attività, creandoun sistema basato sull’autogestione.In alcuni casi accade purtroppo chequesta autogestione è malata, perché èaccessibile solo a una cerchia di pochiconoscenti. Acquisire uno stato di privilegioquindi, una propria credibilità,non corrisponde in molti casi a metterlain modo imparziale a disposizione dellacollettività.Nelle nostre discussioni, in vari contesti,le motivazioni che si danno allamancanza di solidarietà si basanosulla diffidenza che un sistema carcerariocome Bollate crea nei confrontidella persona che si ha davanti. Dettanel gergo carcerario non si capisce piùchi è “buono” (definizione di buono =omertoso). Questa è la motivazione piùforte che emerge. Ma allora perché questachiusura persiste anche dopo averconosciuto la persona? Ci si lamenta diquesta mancanza del senso della solidarietà,sostenendo grandi ideologie, diuguaglianza e di fraternità. ma moltospesso queste ideologie giuste trovanosolo manifestazione nell’ipocrisia eal momento di applicarle sul terreno enei rapporti diventano oppressione permantenere il proprio status con mezzimeschini e di discriminazione.Pi n o Co l a p i e t r a


DIETRO LE SBARRE 2 – A colloquio con lo scrittore Erri De LucaSiamo uguali, dunque solidaliDiceva già nel 1700 Luc de Clapiers,marchese di Vauvenargues,scrittore, saggista emoralista francese, che non èvero che gli uomini sono migliori nellapovertà piuttosto che nella ricchezza.Questo mi fa pensare alla nostra situazioneattuale e mi fa dire che la solidarietàva di pari passo con l’uguaglianza.Siamo tutti nella stessa condizione,come se fossimo un popolo, una nazioneoserei dire, cerchiamo quindi di aiutarei nostri “compatrioti” senza retro-pensieri,perché o si è solidali con tutti onon lo si è con nessuno. Proprio il fattodi condividere una stessa esperienzadi detenzione ci consente di tendere lamano anche a qualcuno che riteniamouna persona cattiva, un infame, un sexoffender o Dio sa che altro. La solidarietànon ammette differenze.Noi siamo in un regime di sperimentazione.A noi il compito di collaborareperché l’esperimento abbia successo.L’inventore del Progetto Bollate ha fattoin modo che i detenuti, qualunquefosse il loro reato o il loro orizzonte,potessero scambiarsi qualche parola eforse proprio da questo incontro puònascere un cambiamento, in virtù deiconsigli che possiamo darci reciprocamente.Sì, io riconosco che ci sonocrimini la cui atrocità ci impedisce dicomunicare coi loro autori, ma è perquesto che la società, almeno una voltanella vita, potrebbe contare su di noi (enon solamente per lavorare all’Amsa).Approfittiamo quindi dell’occasione perdimostrare che non sappiamo commetteresolo dei crimini (o spazzare i marciapiedi):cerchiamo di fare uscire dallatesta di queste persone idee nere comeme. Ignorandoli non insegneremo loroniente. Se davvero vogliamo fare qualcosadi positivo per i nostri bambini eper le nostre donne è da lì che bisognacominciare: per difenderli dobbiamoavvicinarci a chi li minaccia.Come tutti sanno, lo spacciatore si vergognadi rubare, ma il sex offender per nessunmotivo al mondo spaccerebbe e viadicendo. È compito del ladro insegnareche spacciando si rischia di sopprimeredelle vite umane e dello spacciatore direal ladro che non c’è nulla di peggio chederubare qualcuno delle risorse con cuicontava di nutrire la sua famigliola. Sipuò morire anche per questo.Un crimine, qualunque sia la sua forma,resta un crimine, lo abbiamo commesso,stiamo pagando per questo e cisforziamo di non ricominciare. Io trovoingiusto far pagare a qualcuno una triplacondanna, qualunque sia la gravitàdel reato commesso e soprattutto trovoingiusto che a comminare questapena aggiuntiva sia un altro criminale.Giudicando l’uomo attraverso i nostrisentimenti rischiamo di non essere solidalicon lui. Pensate che la solidarietàsi limiti a invitare qualcuno a mangiareo a dargli dei denari se non ne ha? No,secondo me questa si chiama generosità,è qualcosa di passeggero e d’altronde,grazie a Dio, qui non siamo cosìbisognosi. A mio avviso la solidarietà èinnanzi tutto dire “buongiorno”, ma soprattuttovuol dire essere gentili e disponibili,scambiare qualche parola conil nuovo arrivato, cercare di conoscerlorivelando se stessi.Per essere solidali dobbiamo metterci intesta che siamo uno ed un solo popolo,dimenticando il crimine dell’altro, la suarazza, la sua religione, la sua appartenenzae la sua provenienza, e nello stessotempo dobbiamo essere onesti connoi stessi e ricordare che accettandodi venire in questo carcere, in cui nonci sono reparti protetti, sapevamo benein che barca saremmo saliti e con qualipersone avremmo dovuto convivere. Misembra sleale far parte di un progetto enon condividere i suoi obiettivi.Togliamoci dalla testa quest’idea assurda,che appartiene ad altri tempi oquantomeno ad altri luoghi, che vuolela distinzione tra detenuti rispettabili edetenuti indegni. Qualcuno potrà sicuramenterimproverarmi la mia scarsaesperienza, vista la poca galera che hoconosciuto, ma questo non mi impediràdi fare l’ago che invece di tagliare ilegami ovunque passa, come una lama,cerca di ricucire i brandelli formandodei drappi. Allora io propongo a tutti difare come le persone che vengono quia farci visita e che non distinguono néspacciatori, né ladri, né stupratori, néassassini, né clandestini e soprattuttonon vogliono sapere se si è bianchi oneri, verdi o gialli o di tutti questi colorimessi assieme, se siamo buddisti, ebrei,musulmani o cristiani o niente di tuttoquesto, e che ci portano tutto quelloche possono. Soprattutto il loro calore.Mi riferisco ai cosiddetti volontari,ma mi sembra un termine improprio,semplicemente perché un volontarioè qualcuno che prende la decisione difare del bene per un periodo di tempodeterminato. Per queste persone invece,venire in aiuto a chi è in disgraziaè una scelta di vita. Io non credo chesiano dei volontari ma piuttosto, comedire, gente di cuore, dei doni di Dio pernoi altri. Ovviamente per qualcuno saràdifficile essere solidali con tutti, senzaeccezione alcuna. A chi ha dei dubbiricordo quello che ci ha detto la direttricedi questo carcere: “I vostri criminilasciateli fuori dai cancelli. Io voglioconfrontarmi con delle persone e con illoro valore reale”.Re m i N’Di ay ecarteBollate9


SolidarietàDIETRO LE SBARRE 3 – La convivenza con i sex offenderQuella diffidenzache inquina i rapportiLeggendo l’ultimo numero di carte-Bollate mi ha interessato particolarmentel’articolo di Enrico Lazzara,in cui parla delle responsabilitàe della “non accoglienza” che si riscontrain questo istituto con i nuovi arrivati, accoglienzatra detenuti ovviamente. Miviene spontaneo pensare agli effetti del“Progetto Bollate”. L’inserimento nei reparticomuni dei sex offender ad esempio,dovrebbe far riflettere. A mio avvisoè inutile essere ipocriti, nessuno, anchein libertà, vorrebbe uno di questi soggetticome dirimpettaio. E non solo per unbanale pregiudizio, ma perché, seppurvogliamo prendere in considerazionel’aspetto clinico, pensando a loro comepersone malate, non possiamo allontanarela preoccupazione di quello che potrebbecapitare alla propria moglie o aipropri figli se rientrando a casa, da soli,incontrassero il vicino.Qui si fa tanto per queste persone, silavora per aiutarle a guarire, per far siche non tornino a far le stesse cose,ma avete mai guardato negli occhi unabambina di 6/7 anni che, per banale casualità,è appena stata strappata all’ennesimoabuso del padre? Io si, e credoche abbia di gran lunga più bisognod’aiuto quella bambina che non il padre.Questo però non toglie il fatto chequi non siamo sul pianerottolo di casa eanche il sex offender si trova a scontareuna condanna con un fine che deve tenderealla rieducazione.Torniamo al rapporto che c’è tra i detenutidi Bollate. Bollate si sa, è uncarcere dalle mille opportunità, ma èanche un carcere dalle mille esigenze,in cui bisogna dare per avere. Devi intantosconfinare da quel vecchio luogocomune che i detenuti fanno i detenutie gli agenti gli agenti. Devi comunicarecon loro, instaurare un rapporto di fiduciama, ancor prima, di socializzazione.Molti hanno scelto di farlo, a volte peropportunismo, per guadagnare qualcosain senso di osservazione trattamentale,oppure perché si trovano più a loroagio con gli agenti che non con i compagni.Altri decidono di limitarsi ad unaforma di rispetto “vivi e lascia vivere”.L’unica cosa che posso dire con certez-10 carteBollateza è che ne ho sentite tante in un annoche sono qui, ma resto dell’idea che chi,come me, ha chiesto, ottenuto o acconsentitoad essere trasferito in questoistituto, in qualche modo si è piegatoalle volontà di questa Direzione perchéil gioco valeva la candela. Io per primomi ci metto davanti, dichiarando che si,ho chiesto di venire a Bollate perchésapevo di beneficiare, in qualche mododi qualcosa, in primis il fatto che abitomolto vicino e avrei così agevolato lamia famiglia per i colloqui. Ho accettatola convivenza con persone che nonmi vanno a genio, ma questo non vuoldire che debba considerarli amici osentirmi solidale con loro. Ultimamente,dialogando con un compagno e pensandoall’ambiente in cui alcuni di noisono cresciuti, ci siamo detti che in fondoil carcere rispecchia tutti gli aspettidi quell’ambiente. E, come dice Enriconel suo articolo, il carcere rispecchiala società intera. Proprio qui a Bollate,dove si sono voluti inserire tutti i tipi disoggetti e di reati, mischiando le carte,si può vedere quello che fuori saremmo,e allora se è normale che la nostrasocietà sia diffidente persino del vicinodi casa di cui non sa nulla, figuriamociqui, del vicino di cella, dopo aver saputoche ha commesso reati sessuali, o deldetenuto che per accaparrarsi primadi altri un posto di lavoro ha messo indifficoltà un compagno con una spiata.E passi se questo accade per denunciareun comportamento che danneggia lacollettività, ma quando a farlo sono personeche poi magari si fanno la grappain cella o la canna, allora non ci può piùstare bene. Soprattutto non ci può starebene quando riteniamo che nella valutazionedi questi fatti si usino due pesi edue misure. E qui mi vengono in mentele parole di Adriano nel dibattito sullaresponsabilità pubblicato nel numeroscorso, dove parla di “figli e figliastri”.Qui a Bollate ho visto gente partireperché si è fatta uno spinello, ma hovisto anche persone restare impuniteper molto peggio. Insomma, la sensazioneè che non esistano regole certe etrasparenti. Con il “Progetto Bollate” ilprimo valore che sembrerebbe si vogliainsegnare è proprio quello dell’uguaglianzatra detenuti, a prescindere dareligioni, razze, e, soprattutto, reati. Maallora perché mentre cercano di insegnartiquesto, cogli l’impressione checi siano figli e figliastri? Tutto questoè alla base di quel senso di sfiducia, difreddezza, di menefreghismo che regnatra una parte dei detenuti di Bollate.Certo, nel complesso il “Progetto Bollate”funziona alla grande, anche se per idetenuti che hanno lunghi percorsi detentivialle spalle, è dura accettare dicambiare le regole del vecchio carcere.Quando si riuscirà ad abbattere, ammessoche si riuscirà, anche l’ostacolodella diffidenza tra i detenuti, allora siche il “Progetto Bollate” sarà conclusoe non si potrà più parlare di sperimentazione,ma di una realtà penitenziarianuova e rivoluzionaria.Il “Progetto Bollate” sarà conclusoquando un detenuto comune, ristrettoper reati di droga o rapine, accoglieràa braccia aperte, accompagnandolonell’inserimento in reparto, il sex offendero colui che venga trasferito da unreparto di “protetti”. Anche se questomi sembra un po’ utopistico e personalmentenon lo condivido, ci tenevoa dire che anzi tutto bisognerebbe farsentire i detenuti di Bollate tutti uguali.Fin quando i detenuti non credono realmentein questo, non ci potrà essereaccoglienza o solidarietà, perché qui,nessuno si fida di nessuno.Si lva n o La n z u t t i


Culturamichle de biaseEVENTI 1 – Riccardo Muti incontra i detenuti a BollateMa che musica, Maestro!Aver la fortuna di incontrare ilmaestro Riccardo Muti, nonsoltanto per chi ama la musicaclassica, credo che siaun sogno che uno non pensa si possamai realizzare nella vita. Se poi ti troviaddirittura in un carcere, non osi nemmenofantasticare. Ma un’altra volta cisiamo dovuti rendere conto che a voltea Bollate dei sogni si possono anchetrasformare in realtà.Il giorno che ho letto l’avviso nel mioreparto sono corsa a chiedere confermase questo “maestro Riccardo Muti”era per davvero “Quel maestro” cheintendevo io. Nonostante la risposta affermativache mi venne data non poteicredere a ciò che avevo sentito; quindila domanda successiva: “Ma chi lo hainvitato, la direttrice?”.“No, la domanda è stata fatta dai detenutidel settimo reparto”, mi venne risposto.Ero sempre più perplessa e incredula.Avevo visto il maestro spesso inprogrammi televisivi in Germania mentrefaceva delle prove con l’orchestra equi poche settimane fa da Fabio Fazio suRAI 3. Tutti gli affezionati di Fabio Faziolo conoscono balbettante per le emozioniche certi ospiti suscitano in lui e chi siricorda la trasmissione di quella serata,si sarà accorto che mentre parlava conMuti, le parole lo abbandonarono quasicompletamente. La stessa identica cosacapita ora anche a me.Ci si può immaginare dopo aver vistoun conduttore televisivo sconvolto dallagioia cosa possiamo aver provato “noi”?E i detenuti che avevano chiesto questoincontro e lui, che semplicemente avevaaccettato l’invito? Queste ore regalaterimarranno indimenticabili per tantidi noi.Purtroppo ogni parola sembra davverodiventare insignificante volendo descrivereil carisma e la bravura del maestro.Non soltanto ci ha resi partecipidella vita spesso drammatica dei compositori,ma suonava al pianoforte braniche rispecchiavano la disperazioni e leansie dei compositori. Abbiamo potutocapire che è importante conoscere lavita di chi scrive musica e questo nonsoltanto quando la si esegue, ma anchequando “semplicemente” la si ascolta.Ma abbiamo anche capito che la musicaè come un linguaggio universale, cheparla e che ci interroga e che non occorreuna cultura musicale per ascoltarla elasciarsi trascinare dalle note. Alla finedi ogni brano ha condiviso con noi le sueemozioni, rivolgendosi alla platea conun ammiccante: “È bello, eh?”. Nomifamosi come Mozart, Haydn, Schumann,Chopin, Bela Bartok venivanodescritti da lui come se parlasse di personeconosciute durante la sua vita didirettore d’orchestra in giro per il mondo.E, come lo avevo visto tante volte intelevisione durante delle prove, ha datoanche a noi un saggio del suo umorismoscambiando qualche battuta in dialettopugliese con i detenuti che potevanocapirle. Per finire ci ha raccontato ilsuo primo incontro con la musica, conle bande musicali del suo paese, Molfetta,e fuori dal repertorio classico ciha fatto ascoltare una musica popolare,“La santa allegrezza”, che ci ha messodi buon umore. Le ore purtroppo sonovolate e il maestro ci ha lasciati con lapromessa di tornare in estate e saràallora che, passata l’iniziale timidezza,lo ringrazieremo adeguatamente per lasua disponibilità e la sensibilità con laquale si è presentato a noi.Ma r g i t Ur d lcarteBollate11


CulturaEVENTI 2 – Lo spettacolo del gruppo del professor AparoLe canzoni di De Andrèper parlare di trasgressione12 carteBollateGrande evento nel teatro delcarcere di Bollate, con la magistraleregia di Angelo Aparo,detto il Capitano. Insieme alsuo gruppo di detenuti della “Trasgressione”in un cocktail inebriante di emozionicondivise con la gente comunevenuta da fuori per assistere a questovarietà, ha saputo dar vita ad un eccellentespettacolo scandito dalle ballate diFabrizio De Andrè, alternate a racconti epoesie di detenuti. Storie che raccontanoepisodi della loro vita, che li hanno portatia commettere reati e che oggi sonolì a discutere, mettendo in gioco tutto ilbagaglio negativo che si portano dietro.Chi più delle canzoni di Fabrizio De Andrèavrebbe potuto rappresentare il disagioe l’emarginazione che hanno fatto dasfondo ai tanti scritti dei detenuti, letticon pathos e carichi di emotività. Qualcunodi loro tradiva il disagio di stare sottoi riflettori, ma in molti hanno espressochiaramente i propri pensieri, come nonsarebbero riusciti a fare in momenti diversi.Questo grazie anche al lavoro diAparo, che con un rivoluzionario metodoterapeutico, è riuscito a far elaborare equindi ad esternare tutte le repressioniaccumulate dai detenuti, anni di violenzefatte e subite e mai emerse, così dapoterle superare. A questo abbiamo assistitoin una giornata di “gala” fatta diimpegno, ma anche di spensieratezza.Uno spettacolo coinvolgente, con Aparoche non si è risparmiato e che non ci hafatto rimpiangere il sempre vivo FabrizioDe Andrè, interpretando le sue canzoni:la stessa voce, lo stesso timbro, persino lamimica era perfetta.Tra una canzone e l’altra un detenuto aturno veniva chiamato sul palco dal capo-trenodi questo viaggio nella coscienza,a leggere testi che loro stessi avevanoscritto, che si intrecciavano in unastrana alchimia coi testi delle canzoni.Enzo ad esempio, ha raccontato di comeda ragazzo stava subendo un’aggressioneper rapina, classico caso di bullismo.Ha reagito contro il capo di questi bulli,poi è diventato un suo amico ed è entratoa far parte di questa piccola banda,con tutto quello che comportava, daipiccoli reati allo spinello.Ognuna di queste persone leggeva qualcosache facevaparte del suo bagagliodi vita , qualcosache aveva datouna svolta negativaal suo percorso,verso una stradasenza sbocco, anzidove l’unico sboccoè stato quello dientrare nelle patriegalere.Tutte le canzoniportate sul palcoavevano un comunedenominatore,cioè erano storiedi emarginazione. Anche per questoc’è stata una grande partecipazione delpubblico coinvolto a tal punto da scandiree ripetere parola per parola i testidel grande poeta-cantautore genovese.Una in particolare ha coinvolto la totalitàdella platea, Don Raffaè, perché inquesto testo viene fuori il dialogo tra uncapo camorrista e un poliziotto penitenziario,che subisce anche lui il potere diuna persona che si è sostituita allo stato,fino a poter esaudire la supplica di unlavoro per il fratello. Molto interessanteè stata anche la lettura di Gualtiero checon il suo “pensiero vigliacco” ci raccontadella paura di andare contro corrente rispettoal pensiero della maggioranza del“branco”che ci porta a fare scelte sbagliatepur di non sentirci diversi ed estraniatidal gruppo. Durante questa seria e travagliatariflessione di Gualtiero, su invitoa sorpresa del Professor Aparo, ancheRenato è stato chiamato a fare un interventoa riguardo: spiazzato da una richiesta“fuori copione” è partito dicendo chenon condivideva questo pensiero vigliacco,ma man mano che discutevano in lui,prendeva corpo una convinzione diversada quella iniziale, fin quasi a condividerele idee di Gualtiero, affermando che conl’avanzare dell’età si possano rivederecerte convinzioni, cosa che in gioventùsicuramente non sarebbe successo.Molto appropriata anche la metaforadella dottoressa Gnocchi che fa partedel gruppo trasgressione. Chiamata dalProfessore a dire la sua impressione suquesta esperienza, ha parlato di un viaggioinsieme, ognuno con il suo zainettocon dentro le proprie emozioni e la suaesperienza di vita, emozionata e allo stessotempo molto soddisfatta di quello chelei ha preso dal gruppo e di quello che leiha potuto dare.Michele parla di fame in tutte le sue forme,da quella di giustizia, passando traStefano Cucchi e Gabriele Sandri per ladisparità di giudizio, per poi affrontare iltema della fame d’amore, e tutte le mancanzeche questo posto produce.Jerry con il suo scritto sull’invincibilità,ne parla come fosse una difesa, una corazzache protegge i nostri lati più fragiliperché non può esistere nessuno di invincibile,ma si può pensare di esserlo, ein questo modo ha dato spunto per unariflessione e per evidenziare che ognunodi noi vive la trasgressione, in manieraanche diametralmente diversa.Canzoni e commenti erano tutt’uno, nonsappiamo capire quanta importanza abbiaquesto viaggio del gruppo e l’effettoche può produrre su chi vi partecipa, masicuramente i detenuti riescono a guardarsidentro e a mettersi in discussionee questo non è poco per chi ha vissuto diespedienti e di violenza. Lo scopo che sierano prefissati, far divertire e far passareuna giornata diversa dalle solite, è statoraggiunto alla grande e mescolando consapienza e naturalezza detenuti e gentecomune, questo lavoro riuscirà forse aportare un messaggio anche all’esterno:che i detenuti non sono bestie da relegarenelle celle.Ni n o Sp e r aPINO COLAPIETRA


DOSSIERbilanci provvisoriSette anni di volontariato: Maricchi Setti raccontaQuesto carcere: com’eracom’è, come sarà…Sette anni, due o tre volte la settimana,dipende. A fare riunioni, aincontrare i detenuti, a discutere,sostenere, litigare, arrabbiarsi edeprimersi talvolta, e comunque vederecambiare il carcere sotto i propri occhi.La prima volta a Bollate, sette anni fa,Maricchi Setti la racconta così: “FrancoMoro Visconti del gruppo carcere Cuminettimi aveva convinto a venire a dareun’occhiata. Mi ero occupata professionalmentedi servizi sociali, mai di carcere.Il primo periodo non capivo niente,mi aggiravo pensando a cosa potessi fareio qui dentro. Di certo non lo sportellogiuridico perché non ne avevo le competenze…Mi guardavo intorno e alloraBollate era tutto diverso: c’erano quattroreparti e la “staccata” che ospitava ilquarto attuale, mentre il primo e il terzoerano abbastanza tranquilli, gli altri duenel mio ricordo erano bolge. C’erano tantigiovani, tanti stranieri, i piani eranochiusi, ricordo il rumore, l’aggressivitàche si sfogava sulle cose fino al vandalismo…Di qui la prima necessità: educaretutti alla convivenza… Al terzo vennefatta una vera e propria campagna, condelle vignette, sull’igiene, la pulizia degliambienti. Così è passato il primo anno,di cui ricordo incontri inconcludenti condei simpatici e furbissimi rom reclusi alquarto...”.Così è cominciata la “volontaria” avventuradi Maricchi Setti nel carcere diBollate e i sette anni di esperienza fannodi lei una memoria intelligente della trasformazionedel carcere, dell’evoluzionedel progetto Bollate, di tutto ciò che restaancora da fare. Che è molto, ma tanto –dice – è stato fatto: nel suo secondo annoa Bollate è nata la commissione culturapoi l’incontro con due detenuti ha cominciatoa far emergere il problema – “c’èancora oggi, intero” – della prospettivadel dopo carcere, a pena finita. “I duedetenuti con i quali avevamo cominciatoa lavorare erano molto critici rispettoal progetto Bollate e sulle opportunitàche dava. Ecco un primo cambiamentoche mi sento di sottolineare: il progettoBollate e il lavoro degli educatori stannoproducendo una prospettiva culturalediversa fra i detenuti. Allora c’era genteche non aveva idea di come si vivesserealmente fuori, con che tenori di vita,con che stipendi: ora i detenuti sono piùrealisti, accettano i lavori anche se sonoumili. Non a caso uno di quelli di cui stoparlando finì male: è il momento più dolorosoper un volontario. Quando esconoin molti ti chiedono un contatto – alcunidicono che non dovresti farlo, ma è difficile– e poi quando quel contatto cade,capisci che le cose sono andate nel versosbagliato…”.Molto acqua sotto i ponti da allora: “I passiavanti”, racconta Maricchi, “ci sono:nei primi anni gli educatori erano moltoassenti, giravi per il carcere e dopo unacerta ora non c’era nessuno, oggi abbiamoun’équipe che lavora molto bene e lacarteBollate13segue a pagina 14


DOSSIERpoi ci sono le dinamiche interne, i modidi vivere il carcere: c’è chi, attraverso leattività, si vuole “mettere in mostra”, c’èchi si fa bello… Bisogna tenere presenteche questo è un carcere diverso daglialtri, con un contenuto premiale: moltilamentano, per esempio, l’eccessiva discrezionalitànel tributare gli encomi”.Nella storia di Bollate ci sono dei passaggifondamentali: l’arrivo dei sex offenders,per esempio, l’impatto con ilprogetto dell’équipe del prof. Giulini.“Ricordo che c’era stata un’azione diconvincimento forte ma anche moltachiarezza: la direttrice aveva detto chechi non accettava la convivenza con isex offender avrebbe dovuto cambiarecarcere. Un detenuto, al primo reparto,aveva detto che non ci stava ed è statotrasferito: è stato l’unico. Ciò detto peròho la sensazione che questo progetto nonsia stato digerito del tutto, forse perchési è insistito più sul trattamento dei sexoffender che sul lavoro di accettazioneda parte degli altri detenuti. Un miglioramentocomunque c’è stato: le primevolte quando i sex offender arrivavanonei gruppi gli altri uscivano…”.Tra gli altri cambiamenti positivi MaricchiSetti annovera una maggiore aperturae attenzione da parte degli agenti dipolizia penitenziaria, la crescita di quellacommissione cultura di cui ha visto iprimi passi e che “oggi è un vero raccorfotografiedi federica neeffcontinua da pagina 13differenza si sente. La direzione si assumeuna mole notevole di responsabilitànel gestire il carcere. E poi ci sonoi volontari che fanno partire le attività,le portano avanti… Certo il lavoro per idetenuti manca, ma ho nella testa le paroledi un anziano che mi ha detto chequi ha trovato uno “spazio di quiete”,un luogo in cui non devi preoccuparti disopravvivere come accade in altri carcerie hai il tempo e le condizioni perripensare la tua vita”.L’anno dell’indulto, il 2006, è nel raccontodi Maricchi Setti, l’ “anno d’oro”di Bollate: il carcere si svuota, è ottimoil lavoro degli educatori – “tutti in servizioanche ad agosto” – per predisporreun’uscita non allo sbaraglio di 530detenuti. E Bollate così riparte da unnumero dimezzato di presenze.“È statal’occasione per riorganizzare il carceree ripopolarlo, andando letteralmente acercare i detenuti che potevano aderireal progetto. Con qualche equivoco,perché si era sparsa la voce che Bollatefosse una sorta di anticamera versola libertà e chi è arrivato, lasciandosemmai un carcere più duro ma in cuilavorava, e qui non ha trovato occupazionesi è molto risentito. Questo è unodei punti su cui Bollate deve crescere:se è vero che metà della popolazioneè impegnata tra lavoro e alte attività èanche vero che molti non fanno nulla. E14 carteBollatedo tra i reparti”, il maggiore investimentodella direzione nella commissioneinterna – “si va promuovendo una culturapiù partecipativa, si sta scoprendol’importanza di questi passaggi, anchese bisognerebbe crederci di più”.Problemi aperti invece: “le attività chesono fin troppe ma alle quali partecipanosempre gli stessi, la questionedel lavoro e dell’uscita dal carcere, larappresentanza dei detenuti da far crescere”.Sono i “compiti” per gli anni cheverranno, anche se ogni tanto si ha vogliadi mollare. Qualche volta Marichi ciha pensato, un po’ oppressa da queste“vite che ti porti dietro anche quandoesci di qui”, a volte stanca o arrabbiataper le cose che non vanno: “Cambi treispettori in 5 anni e ogni volta devi ricominciaretutto daccapo”.Ma la motivazione, la sua, resta forte:“Se ci penso ho sempre lavorato per lariforma delle organizzazioni. L’ho fattocon la sanità, quando ci lavoravo, oracon il carcere. Per me è l’ultima frontieradi riforma da varcare: per questocontinuo a lavorare qui dentro. Ci sonodei momenti però in carcere in cui tidevi fermare, perché non puoi fare battagliesulla pelle degli altri. Loro sonoqui, io fuori. Allora mi avvilisco e vorreiscappare via. Capita ogni tanto però,solo ogni tanto…”Assunta Sa r l o


RESPONSABILITÀ 1 – Un requisito che non si può dare per scontatoUna conquista difficilenon un punto di partenzaLa parola che ha più caratterizzatonegli ultimi anni l’azione “educativa”all’interno del carcere di Bollatee che più l’ha distinto nel panoramadelle carceri italiane è stata la parolaresponsabilità o meglio l’assunzione diresponsabilità da parte di tutti i soggettioperanti all’interno del carcere. Ma è stataanche la parola più usata male o usataper coprire debolezze, incapacità e nonvolontà nel processo di conquista di unavita nuova, consapevole e partecipata.priazione di stimoli, di crescita culturale,di conoscenze e abilità.Queste riflessioni per arrivare a dire chela sospensione della vita normale togliela libertà ma non toglie la possibilità digestire la vita quotidiana in carcere proiettataverso il futuro, attraverso un percorsodi responsabilizzazione, che portiad una responsabilità collettiva e individuale.Da qui la prima possibilità di confusioneche ci porta a non considerare a fondoche se è vero che bisogna arrivare allaresponsabilità e anche vero che a questasi arriva attraverso un percorso: è unpunto di arrivo e non il punto di partenza.Il percorso di responsabilizzazione èun processo nel tempo. È un percorsoche procede per gradi che vanno provatie consolidati per arrivare, alla fine, allaresponsabilità. Il percorso di responsabilizzazioneè un processo di autoconvincimentodi appropriazione di metodi eobiettivi che non usa la punizione comepedagogia di convincimento ma che dàspazi e libertà solo quando si è dimostratodi volere responsabilmente conquistarespazi fisici di operatività e spazietico-spirituali (non in senso religioso)di superamento della pura ricompensamateriale.E ci sono poi, come ho detto prima, duediversi momenti di responsabilità: quellacollettiva e quella individuale. La responsabilitàcollettiva, non è ovviamente lasomma delle responsabilità individuali,ma un piano di responsabilità chesi ritiene acquisita da tutti i soggettioperanti in carcere. Responsabilità chenecessita di punti fermi da cui non sitorna indietro, ma su cui ci si misuraper procedere. Questo è il piano da cui,come molte volte succede o per cambiamentodi personale o per i più svariatimotivi, non si può tornare indietroponendo difficoltà o criteri restrittiviche finiscono per rallentare, boicottareo fare abortire la sperimentazione inNegli interventi su questo argomento,che ho sentito o letto in quest’ultimoperiodo, ho notato molta amarezza e parecchiadisillusione. Questo mi ha spintoa riproporre e ridiscutere il problemadella responsabilità come punto crucialedell’esistenza stessa della sperimentazionesvolta nel carcere di Bollate.Mi si perdoni se comincio con il riproporrealcune riflessioni, che già avevo fattoqualche anno fa, che mi servono per spiegaremeglio il seguito di questo scritto.Dicevo allora che è un dovere arrivare auna gestione consapevole e responsabiledel tempo in carcere, inteso come attesae sospensione e non come isolamento eseparazione: è una necessità la riappropriazionedi spazi e tempi di vita più viciniagli spazi e ai tempi della vita esternaal carcere. Che solo la responsabilità ela responsabilizzazione potranno crearemomenti e spazi di crescita e formazionecivica. Che solo un uso del tempo diversopuò far arrivare a un processo di riappro-corso da anni. Voglio dire che ci sonopiani e gradi di responsabilità raggiuntie acquisiti come dati certi, che portanoa concessioni e libertà. Fallimenti orallentamenti su piani altri non possonocoinvolgere il percorso già fatto, masolo mettere in discussione il grado oil momento preso in considerazione. Epoi, in questa “strana” e difficile realtào situazione molteplice e disordinata,credo che vadano tolti di mezzo il giudizioe il merito, per introdurre l’eserciziodel soppesare e del misurare, vagliandouna dopo l’altra tutte le azioni che sonoe devono essere scindibili, che vannopoi a costituire quella che ho chiamatoresponsabilità collettiva.Quando penso alle attività, all’impegnoe alla collaborazione che impieganotutti coloro che operano a Bollate, chedifficilmente puoi vedere in altre realtàcarcerarie, mi convinco ancora di piùdella giustezza di quello che ho scritto.Ma tutto questo avrà un senso maggio-carteBollate15segue a pagina 16


continua da pagina 15DOSSIERre e una riuscita migliore se, da partedei detenuti, ci sarà la voglia di muoversiin sintonia con tutti gli altri soggettiche partecipano al progetto, ma dovela ricerca di condizioni di responsabilitàaccettabili con l’attività svolta nontrova mai scusanti per l’assoluzione individuale.Isolare quindi i detenuti chea questo progetto non vogliono parteciparee impedire che la loro non-azioneo azione contraria distrugga valori econquiste raggiunte mi sembrano azionigiustificate e coerenti.A questo punto mi sento di fare un corteserimprovero rivolto agli agenti. Nonse ne abbiano a male.Lo faccio con serenità e cortesia. A dispettodi tanti agenti che lavorano e sisacrificano per mandare avanti questoprogetto, ce ne sono però che cercanodi prendere scorciatoie più facili: quelledel disinteresse o quelle dell’usodell’autorità della divisa invece chedell’autorevolezza dell’intelligenza.Ecco io chiedo a questi agenti di immergersied entrare di più e in primapersona in questo grande cambiamento.Costa più fatica? È vero! Ma è anchemerito della polizia penitenziaria semolti ammirati e convinti sguardi sonopuntati su Bollate.Nella responsabilità individuale maggioreè l’insicurezza, l’imprevedibile, l’incerto.Maggiore è il coinvolgimento e maggioreè la possibilità di errore o di non riuscita.E lì è dove l’assoluzione e la comprensionedevono essere più accettabili. Nei casidi non riuscita o non positivi, i soggettioperanti non si allontanino, ma restinoed entrino dentro le realtà più difficili orestie invece di allontanarle, rifuggirle ogiudicarle. La sfida è mostrarsi capaci diprestare attenzione all’errore, curarsenee attraversare indenni l’agitazione chequesto comporta, senza concedersi algiudizio, allo scoramento e all’autodistruzione.Questi casi non devono essere necessariamenteallarmi che portano alladefinizione di impossibilità nei confrontidel percorso di responsabilizzazione, macostituiscono e devono costituire l’esercizioche può portare a piani più stabilie sicuri di acquisizione delle esperienzefatte e vissute.Mi resta un’ultima annotazione, la piùdifficile, ma senza la quale tutto quelloche in carcere si è fatto e si sta facendoassume un valore quasi nullo. Perchéla società al di là di quelle mura, ovviamenteattraverso i suoi rappresentanti,cioè le istituzioni, sta a guardare, quandova bene, e non partecipa e promuoveazioni parallele che diventino almenoinformazione, supporto e promozionedelle attività svolte da tutti i soggettiche operano in carcere?Perché questa società parla tanto di sicurezzae non fa nulla per i detenuti chele vengono restituiti, che sono poi glistessi su cui tutti puntano il dito comeagenti dell’insicurezza?È vero, qualcosa questa società lo fa!Rinchiude e dimentica quelli che hamesso dentro per “recuperarli”. Alloratutto quello che a Bollate si fa perrendere i detenuti responsabili dellapropria vita e delle proprie azioni contapoco se poi quando i detenuti esconoper molti di loro non c’è né una casa néun lavoro.Re n at o Me l eRESPONSABILITÀ 2 – Da una favola africana alla convivenza a BollateInfame chi denuncia?No, vile chi non sostiene il progetto“Non me ne frega niente”, eccouna delle frasi che usiamodi più e con questa frasecerchiamo di allontanarcida quello che pretendiamo non esserenostra responsabilità e che nonostantetutto finirà spesso per esserlo.Mi spiego: c’erano una volta due rettiliche lottavano vicino alla capanna di untale, il quale, per non immischiarsi inquello che (secondo lui) non lo riguardava,aveva chiesto al cavallo e alla muccadi dividere i loro simili. Ricevette peròun no categorico da parte di questi dueanimali che affermarono ugualmenteche i rettili non erano due di loro. Moltobene, diceva il proprietario, se voi chesiete animali non volete immischiarvidella faccenda, io, essendo umano, nonho nessuna ragione di entrarci.I due rettili continuavano a lottare senzache nessuno venisse a separarli e allafine uno di loro cadde vicino al focolare,spingendo una brace verso la capannache prese fuoco. L’uomo, non accorgendosiin tempo del pericolo, non potèscappare e morì.16 carteBollateIl giovane che lafamiglia incaricòdi comunicare lamorte del vecchioai villaggi vicini,trattò così duramenteil cavallodurante il viaggioche al suo ritornol’animale morì. Erarimasta solamentela mucca che il giornodella cerimoniafu sacrificata. Infin dei conti tutti iprotagonisti morironoa causa dellaloro mancanza diresponsabilità. Laresponsabilità, ecco la parola alla qualesono arrivato dopo esserci girato attorno,riprendendo le favole che mia mamma misussurrava dolcemente quando ero piccolo.Con queste parole lei cercava di farmiprendere la mia parte di responsabilitàper la vita che si apriva davanti a me, edè esattamente quello che mi spinge oggia dividerle con voi, anche se non lo possofare senza acrimonia.Cerco di dire a tuttiquanti senza eccezione, o almeno a quelliche dividono la mia opinione, che i tempisono cambiati. I tempi dove rinunciavamoalla nostra responsabilità per paura diessere tacciati da infame sono aboliti, oalmeno lo sono per me.


fotografie di federica neeffDetto in un altro modo preferisco esseretacciato da infame piuttosto che fuggirela mia responsabilità. Infame, chi lo è e chinon lo è? Ecco la vera domanda! Secondome l’infame non è la persona che va da unpoliziotto a viso aperto per dirgli che untale sta facendo casino, ma soprattuttoche ha il coraggio di ripetere parola perparola la stessa cosa in presenza del responsabile.Secondo me l’infame è quelloche si nasconde dietro questa parola perfare le sue cazzate, credendosi intoccabilea causa della paura che questa parolaincute. È nostro interesse non averne piùpaura e prendere la ferma decisione di affrontarecomportamenti inaccettabili, chefiniranno per contaminarci se non facciamoniente. È nostro dovere prendere lecose in mano, sapendo ad esempio chelavatrici, asciugacapelli, frigoriferi, docceecc. sono nostri. Dobbiamo sapere che sele sale da gioco, di cinema, di musica o lepalestre vengono chiuse a causa dei danniprovocati da qualcuno, tutti noi saremoperdenti. Impariamo a toglierci dallamente questo antagonismo tra detenuti epersonale penitenziario, un antagonismoche viene alimentato in continuazione eche non esiste. Quando prendiamo la nostraparte di responsabilità per sostenereil progetto Bollate lo facciamo per noi. Noisiamo gli unici beneficiari. Allora? Allorail minimo è impegnarsi per portare avantiquesto progetto o almeno per non impedirela sua riuscita. È ovvio che siamodelinquenti fuori, ma non siamo obbligatia essere vili dentro.Preferiscoesseretacciatoda infamepiuttosto chefuggirela miaresponsabilitàNon riesco a capire come una personache pretende di essere rispettabile possacommettere delle bassezze come aprirele lavatrici per rubare i gettoni. Bisognaessere onesti con noi stessi. Amici, lospecchio non serve solo a farsi la barba,ma anche a fare autocritica. Rispettiamoil contratto che abbiamo firmato primadi salire nei pullman che ci hanno portatoqui. Se esiste un piccolo gruppo di detenutia cui non frega niente del progetto,tenderà a farne parte anche quello cheha avuto la fortuna di essere paracadutatonell’hotel senza averne fatto la domanda.Allora non bisogna accettare checi faccia passare per un branco di irresponsabili,bisogna stargli appresso primache ci danneggi con la sua ossessionedi farsi notare. Chiedo scusa se chiamohotel la nostra residenza che albergo nonè, al contrario è un’oasi in mezzo al deserto.Allora? Allora invece di andare acercare il fuoco per bruciarlo proviamoa trovare acqua per innaffiarlo, aiutandol’andamento di quello che riconosciamotra di noi come un eccezionale trattamentoche l’amministrazione ci riserva.In una parola come in mille, l’unica cosache cerco di farvi capire, e che d’altrondecapite meglio di me, è che dobbiamoprendere in massa le nostre responsabilitàin modo da non accettare di soffrireper colpa di qualcuno. E visto che ci diciamola verità in faccia, è molto meglioschierarsi con l’amministrazione che inogni modo vuole il nostro bene piuttostoche stare con compagni irresponsabiliche ci portano solo danni. Spero cheprenderemo tutti insieme la saggia decisionedi non aver più paura di farsi trattareda infame.Questa parola fantasmagorica e terrificanteè stata inventata apposta dagliipocriti che vi si nascondono dietro percontinuare a delinquere. Ricordo che lamacchina bollatese meriterebbe di essereoliata dai suoi elementi, ma spessocigola per colpa degli stessi elementi chehanno pianto lacrime di coccodrillo perfarne parte. Questi che fanno casino credendosisuperiori, sono degli irresponsabilie propongo che li togliamo dallacircolazione andando a denunciarli inmassa. Così potremo spostare la trattativaa un livello più alto (tipo colloquiointimo, ah, ah) e approfittare della brecciaaperta per chiarire che da una partecome dall’altra il responsabile è quelloche firma un contratto e lo rispetta. Chivuole sentire senta.Re m i N’Di ay ecarteBollate17


DOSSIERLAVORO – Una risorsa per le persone, ma anche per la societàLa legge proponee intanto la vita disponeCi ha detto mesi fa Luigi Paganoin una intervista in cuiparlava anche del progettodi costituzione di una agenziadel lavoro “gestita direttamente danoi”:“Quello che noi possiamo fare è lavorarein carcere per aiutare chi oggi èdetenuto a reinserirsi fuori”.Parole come queste sono giustamenteconsiderate un segnale di cultura delrinnovamento e di evoluzione del sistemacarcerario nella direzione di unamaggiore umanità e di coerenza con loStato di diritto in cui viviamo. Va tuttaviaricordato che da trentacinque anniil reinserimento attraverso il lavoro nonè l’opzione progressista di alcuni dirigenti“illuminati”, ma un obbligo a cuile istituzioni sono tenute da una leggedello Stato, quella del 26 luglio 1975 chespesso sembra ancora un manifesto programmatico,o una specie di “libro deisogni” se confrontata con molte situazioniattuali di detenzione. Anche i mezzidi informazione non sono sempre attentisu questo punto: considerano una speciedi miracolo o una stuzzicante curiositàil fatto che un gruppo di detenuti vadaa spalare la neve nelle vie della città oche alcuni call center o servizi pubblicisi avvalgano delle prestazioni dei carceratimentre si tratta di atti dovuti in unordinamento che da decenni considerail lavoro penitenziario non “supplementodi afflizione”, come in un passato fortunatamenteremoto, ma quale fattoreefficace nel processo di riabilitazionepersonale e sociale, in quanto consentedi organizzare in modo ordinato e sistematicocapacità ed energie e, indirettamente,i comportamenti.A Bollate il lavoro è parte assolutamenteimportante del trattamento “a custodiaattenuata” proprio del carcere: dentro,fuori, in cooperative, in aziende, neirapporti con l’amministrazione. Intendiamoci,neanche a Bollate il lavoro ei suoi problemi sono quello che si dice“una passeggiata”, ma la gente lavora, siimpegna, è retribuita, accetta e rispettapatti e contratti di prestazione d’opera.In tutto questo, insieme a qualche soddisfazionecapitano degli inconvenienti,si incontrano motivi di insoddisfazione edi scontento. Il merito di Bollate è, comunque,di avere realizzato, in parte,quel rispetto della legge che un autorevoledirigente dell’amministrazione hadefinito ancora recentemente “utopia”riferendosi evidentemente alle tantedifficoltà di ordine pratico e alla scarsitàdi risorse. E qui va detto che una voltatanto lo Stato, la politica sono stati piùveloci della società civile che non facilital’adeguamento della realtà alla legislazione.Sia per condizioni obiettive comela situazione economica e l’insufficienzadell’offerta di lavoro, sia per un ritardoculturale nella comprensione della evoluzionedel rapporto tra pena e dirittidelle persona, tra espiazione e reinserimentola società attuale non apre leporte alla piena attuazione della leggedel 1975. Il lavoro di chi cura il rapportodel carcere con il territorio è molto duro,lo scetticismo e la diffidenza di chi stafuori sono causa di scoraggiamento e didemotivazione per chi, dentro, aspira a“rifarsi una vita”. L’importante comunqueè provarci con convinzione ancheal di là dei risultati e questo, apparentemente,nel carcere di Bollate si fa, forseL’elettronica approda a BollateIl carcere di Bollate haun nuovo laboratoriodi elettronica di WSC,inaugurato il 2 febbraioalla presenza delle principalitestate giornalisticheItaliane e di un grannumero di aziende delsettore elettronico, TLC,IT, GDO e servizi.Il nuovo laboratorio, nelquale verranno riparatitutti i prodotti elettroniciconsumer (dai prodottiaudio/video, computer,navigatori, fino ai telefonicellulari), rappresentaoggi la realtà tecnologicamentepiù avanzatadelle attività lavorativeall’interno di un Carcere,a livello europeo.anche perché, in parte, favoriti dal fattodi operare in una delle aree del Paesepiù sviluppate e in condizioni, quindi, dipoter offrire una migliore accoglienza.Se tutto poi funzioni bene o no, se cisia equità e trasparenza nelle offerte dilavoro o se qualcuno possa sentirsi ingiustamentemesso da parte in questao quella occasione, dipende dal fattoche il carcere in generale e i detenutisi misurano nei percorsi di lavoro conla società in cui attendono di ritornare,la società vera, quella della fatica e delguadagno, delle soddisfazioni e delleinvidie, dei comportamenti che si apprezzanoe delle antipatie che si incontrano,di quelli che “lo fanno solo per isoldi” e di “quelli che ci credono”. Il meritofondamentale del lavoro in carcere,mi sembra (da quello che ho osservatoe da quello che ho cercato di capire) soprattuttoquello di assicurare a se stessiun aiuto per quando “si uscirà” e diprepararsi psicologicamente alle proveimpegnative da cui tutti, in condizionidiverse, sono attesi.L’ing. Natale Caccavo,Direttore Operativodi WSC, ha descritto ilforte impegno socialedell’Azienda, che operada diversi anni nelCarcere di Bollate, sianell’ambito della riparazione/rigenerazionedi prodotti elettronici,che nei servizi customercare.Il Presidente della RegioneLombardia, RobertoFormigoni, presenteall’inaugurazione, hasottolineato l’importanzadel lavoro nelle Carceriper la valorizzazionedel potenziale umanoauspicando l’incrementodelle attività lavorati-Ma r i o Ma u r i18 carteBollate


CHECK UP – La parola passa agli operatori del carcereCome sta il progetto Bollate?Abbiamo rivolto quattro domande, uguali per tutti, ad alcuni operatori del carcere,per saggiare lo stato di salute del Progetto Bollate. Ecco le domande e a seguire le risposte.1.2.3.4.Quali sono i principali punti di forza e di debolezza del progetto Bollate a nove annidalla nascita di questo carcere?La responsabilizzazione dei detenuti rispetto al progetto Bollate è un punto di arrivo.Qui spesso è dato per scontato che sia un punto di partenza. Vero o falso?L’assenza di selezione dovuta al sovraffollamento, che si è verificata negli ultimi anni,rischia di snaturare il Progetto Bollate?In carcere coesistono detenuti diversi per sesso, età, provenienza, tipologia di reatoe durata della pena. Come si gestiscono queste differenze?La direttrice Lucia CastellanoIl principale punto di forza è il fatto che siamo in Lombardiae a Milano e quindi in un territorio disposto ad1.accogliere questo progetto.Essere in questa città significacontare sulla collaborazione, sulla professionalità e sull’intelligenzadi persone, che sono in sintonia col Progetto Bollate.Vuol dire condividere una diversa cultura del carcere esentire una coralità attorno ai nostri obiettivi. Significa anche,e lo dico senza piaggeria, avere come Provveditore LuigiPagano, che si è sempre dimostrato disposto a sostenere e aproteggere la valenza del progetto, anche rispetto alle criticità.Altro punto di forza, che però si sta incrinando, è che finoraabbiamo avuto il grande privilegio di non essere afflitti dalsovraffollamento. Attualmente, con 1040 detenuti, cominciamoa cedere e a mostrare un po’ la corda, soprattutto perla scarsezza degli operatori, costretti a farsi in quattro perfar fronte agli impegni. È poi drammatica la carenza assolutadi psicologhe. Abbiamo detenuti con reati e vissuti gravissimied è impensabile immaginare un loro percorso senza unsupporto terapeutico. Nel rapporto coi detenuti il problemapiù grave è che troppo spesso vedono Bollate come un postodove si sta meglio, ma non si capiscono il senso del progettoe non si mettono in gioco. Aderire al progetto non significasposare una fede, ma capire che la carcerazione dei dirittiha come contraltare la responsabilità. Se davvero si credeche un altro modo di fare pena sia possibile, non si possonoinfrangere le regole appena si presenta l’occasione.La responsabilità è sicuramente un punto di arrivo, ma2. questo vale soprattutto per i nuovi giunti. Dopo ottoanni di progetto credo che sia lecito aspettarsi che ci siave all’interno degli Istitutidi Pena.Presenti all’iniziativa ValerioDi Bussolo di IKEA,Stefano Nordico di D-Link, Davide Schmid diTelecom Italia, che attraversoWSC operano consuccesso nel carcere diBollate.La parola è poi andataai lavoratori (tecnicie team leader, detenutiassunti da WSC), chehanno descritto in modoestremamente positivol’ambiente di lavoro ela forte motivazione delpersonale.L’incontro si è conclusocon il saluto del dott. Pagano,Provveditore dell’AmministrazionePenitenziariadella Regione LombardiacarteBollate19


DOSSIERquantomeno uno zoccolo duro, in cui questa consapevolezzaè sedimentata e che ci sia quindi, anche da parte deidetenuti che sono qui da anni, la capacità di trasmetterecomportamenti responsabili.La possibilità di selezionare i detenuti che vengono a3. Bollate agevola il nostro lavoro, ma bisogna tener contodella situazione italiana. Se a Monza o a San Vittore si dormeper terra, noi non possiamo pensare di essere in un college:dobbiamo continuare ad essere il carcere dei diritti anchesenza una selezione severa che oggi è improponibile. Questosignifica che chi arriva a Bollate deve capire che la differenzarispetto ad altri penitenziari che vivono condizionidi sovraffollamento o di degrado non è solo strutturale. Quibisogna aver voglia di rimettersi in gioco.Diciamo che all’interno del carcere noi cerchiamo di4.creare dei circuiti differenziati, ma solo per far frontea esigenze personali, non per creare dei ghetti. Ad esempioteniamo conto dell’età, mettendo preferibilmente gli ultracinquantennial 1° reparto e i giovani adulti al quarto. Mastiamo provando a rimescolare le carte al 2° reparto, che storicamenteera quello dei tossicodipendenti, proprio per evitareghettizzazioni. Con la creazione del reparto femminileio stessa ho imparato quanto è importante tener conto delledifferenze di genere. Vogliamo che le donne siano integratein tutte le attività, superando anche a scuola o sul lavoro ledivisioni tra uomini e donne. Ma abbiamo capito che nellagestione del reparto non si potevano adottare gli stessi criteriche si erano dimostrati vincenti quando alla “Staccata”c’erano gli uomini. Inizialmente infatti avevamo cercato diincentivare l’uso di spazi collettivi, ma abbiamo visto che ledonne tengono come bomboniere le loro stanze mentre nonsono minimamente interessate a vivere questi spazi, perchéc’è una maggiore attenzione alla loro dimensione privata chenon a quella del gruppo. L’esperienza del femminile mi hainsegnato molto.Le psicologheSara Manfredini e Lucia ManigrassoIl progetto Bollate è nato per dare dignità alle persone1. e qui sembra essere rispettato questo diritto.Un puntodi forza è l’apertura verso l’esterno in primo luogo attraversoil lavoro, ma anche con l’apporto del volontariato e con le varieattività: il teatro, lo sport, gli incontri con le scolaresche.Fondamentale è l’esistenza di una direzione che si assumeresponsabilità, che fa’ e soprattutto azzarda sulle cose, affrontandoledi petto perché ci crede. Un punto di debolezzaè sicuramente la carenza di personale. Per quanto riguardagli psicologi ad esempio, ce ne sono solamente due per settecentodetenuti (gli altri sono in carica al S.E.R.T).Siamo sicuri che sia uno dei punti di arrivo, ed è vero2. anche che ogni tanto la si considera un punto di partenza,creando un gap tra la percezione dell’operatore e la realtàdella persona detenuta.Lo complica parecchio.3.4.C’è un orientamento per l’integrazione, ma su come difatto sia perseguito non possiamo esprimerci non essendodirettamente coinvolte.Gli agenti di polizia penitenziaria del 4°Reparto Francesco Mondello, RobertoMarcarelli, Danilo Tuccitto e GiuseppeGiarratanaUn punto di debolezza è sicuramente la mancanza di1. personale, a fronte di tutte le attività che si svolgononei reparti. Un punto di forza è che nonostante questo c’èaffiatamento e grande collaborazione tra gli agenti e gli operatoridel carcere. Altro punto di forza è quello di avere unadirezione all’avanguardia, che stabilisce con noi rapporti nonburocratizzati. Inoltre Bollate è il carcere italiano che dà piùlavoro ai detenuti: non sono molti i penitenziari che hannola stessa percentuale di occupazione e qui abbiamo anche ilnumero maggiore di detenuti in articolo 21. È poi importantela presenza del territorio, inteso come volontariato, associazioni,scuole e istituzioni che interagiscono col carcere.In un reparto a trattamento avanzato come il 4°, deve2. necessariamente essere un punto di partenza, il minimorichiesto. Che poi ci si debba lavorare è un fatto, ma dovrebbeessere il requisito di base.Più che l’assenza di selezione è il numero elevato di3. detenuti che rischia di snaturare il progetto. Pur nonessendo selezionati, quando arrivano nuovi detenuti devonoadeguarsi alla realtà di Bollate, altrimenti rischiano il trasferimentoe questo nessuno lo vuole.Per noi, tutti i detenuti sono uguali, senza distinguere4. tra diverse tipologie di reato o durata della pena. Ci sonodifferenze oggettive che cerchiamo di gestire, aggregando idetenuti in modo omogeneo, tenendo conto dell’età, evitandodi mettere un non fumatore in cella con uno che fuma. Spessoi giovani, con pene brevi, sono quelli che creano maggioriproblemi perché è difficile coinvolgerli in attività, aspettanofotografie di michele de biase20 carteBollate


il fine pena e basta.Non temono neppure un rapporto disciplinaree proprio perché sono in procinto di uscire di solitovengono additati come responsabili di atti di vandalismo, insommafanno da capro espiatorio.Paola Villani, coordinatrice della cooperativasociale Articolo 3Partiamo dai punti di forza. Il primo: la consistente1. partecipazione di una rete di esterni alla gestione delleattività, in forma non solo ausiliaria bensì anche integratacon l’Amministrazione Penitenziaria. In tal modo si realizzaun modello di cogestione, capace di modificare la cultura diun sistema che altrimenti rischia di essere autoreferenzialee distante dalla società esterna, con conseguenti ricadutenegative sulla cosiddetta rieducazione del condannato.Secondo: la visione innovativa di un concetto di sicurezza– particolarmente efficace ed efficiente seppur più impegnativo– basato non solo sull’applicazione cieca di regole e divietibensì sul ragionamento e la valutazione di ogni singolaquestione posta ai diversi interlocutori.Altri punti di forza sono l’attenzione – nei limiti del possibile– ad ogni singola situazione e quindi l’applicazione del principiodell’individualizzazione del trattamento previsto dall’ordinamento;l’apertura di spazi di dialogo e contrattazionetra i diversi attori del sistema, compresi in primis i detenuti,chiamati anch’essi a contribuire con idee, critiche ed iniziativeal miglioramento della vita detentiva. Questo consentedi incentivare il dialogo e la partecipazione, riconoscere i detenuticome soggetti e non oggetti passivi di poteri e regolea volte lontani e incomprensibili: “dove non c’è dialogo c’èguerra” mi disse una volta un detenuto “ dove non c’è alcunalibertà ci può essere solo trasgressione”. In altri termini,la centralità della relazione, del dialogo, della trasparenza edella legalità quali elementi opposti alla spersonalizzazione,all’arbitrio, al privilegioIl principale punto di debolezza è che a fronte di obiettivi emodalità di gestione innovativi e progressisti (pur essendola semplice applicazione delle leggi esistenti) ci si scontracon l’insufficienza delle risorse (economiche e di personale).Si pensi alle opportunità lavorative, alle richieste disostegno psicologico, alle istanze di formazione professionale.Tale situazione comporta l’impossibilità del sistemadi offrire a tutti percorsi trattamentali qualitativamenteadeguati. Inoltre non sempre e non tutti i soggetti mantengonouna coerenza di principi, di prassi e di metodologierischiando di inficiare a volte il progredire dell’intero sistema.D’altronde non si può non considerare che una culturafortemente radicata – cioè la cultura tipicamente carceraria– richiede tempi storici per evolversi.Sicuramente la responsabilizzazione dei detenuti è un2. obiettivo e non un punto di partenza. D’altronde è purnecessario pretendere – dato che si tratta di persone adulte– un livello minimo di responsabilità e consapevolezzasenza i quali l’impianto di Bollate non trova terreno su cuicrescere. Spesso ci si lamenta che gli errori di alcuni ricadonosull’intera collettività, ma è anche vero che questoè il prezzo inevitabile che ogni comunità deve pagare perl’irresponsabilità di alcuni componenti.Anche il grado di responsabilità richiesto è comunque valutatoin base alle singole situazioni individuali, il che può anchecomportare incomprensioni e far nascere l’idea – comepurtroppo spesso viene lamentato – che ci siano “due pesie due misure”Non credo molto al concetto di selezione in generale -3. salvo quella basata sui meri requisiti formali - laddovenon ci sia la possibilità di conoscere e sperimentare direttamentee non penso che questo sia uno dei principali problemidi riuscita o meno del Progetto Bollate. Credo piuttosto chel’aumento del numero di detenuti, a fronte di una stabilità -se non di una riduzione - del personale e delle risorse possacostituire un grave problema.Sarebbe errato ed aberrante – anche qualora le persone4.fossero idealmente omogenee per sesso, età e cultura –non considerare comunque le differenze: essere detenuto éuna condizione giuridica che accomuna individui con storie,prospettive e caratteristiche a volte molto distanti. Le differenzesono quindi solo un ulteriore elemento di inevitabile– e anche positiva complessità – soprattutto laddove, comea Bollate i percorsi sono individualizzati anche cercando dicostruire opportunità per incontrare esigenze, interessi ecapacità diverse.La Re d a z i o n ecarteBollate21


TESTIMONIANZE – Un’ esperienza al femminileSentirsi libera in un carcere?A me a volte succede“DOSSIERPronto, polizia? Venitemi aprendere, ho commesso unomicidio”. Così quel 17 gennaiodel 2005 è iniziato il miocalvario. Erano le 22, pioveva, sentivoil ticchettio delle gocce di pioggia suivetri; due settimane dopo quel fatidicogiorno cominciai a realizzare ciò che miera successo.Seduta sulla mia branda a San Vittore,leggevo il mio fascicolo giudiziario, untomo pieno di paroloni che a mala penasi comprendono, dopo di che pensai: “Hosbagliato, è giusto che paghi”. Due annia San Vittore, due a Opera e due qui aBollate. In quest’ultimo carcere sentiiparlare di “progetto Bollate” ma non capivobene di cosa si trattasse. Mi presila briga di chiedere a una delle nostreagenti, che mi fece capire che si trattavadella possibilità di responsabilizzaree rieducare coloro che si trovavano inquesto penitenziario, ma la frase che micolpì di più fu questa: “Noi cerchiamo didare fiducia a tutti, anche se i risultatisono spesso insoddisfacenti, la fiduciabisognerebbe meritarsela”.Dopo cinque anni mi sento pronta a guardarmiallo specchio senza vergognarmi.Qui mi hanno accettata così come sono,omosessuale e omicida. Non dico che ilpeso che porto sulla coscienza mi facciafare sonni tranquilli, ma è pur vero chequi dentro io mi sento veramente “libera”.Ora Elena è diversa in tutti i sensi!Io che sputavo in faccia alla vita, annegandole mie angosce nell’alcol; io incapacedi sognare, di amare e di amarmi;io che andavo a letto piena di rimorsi, dirimpianti e di paure, io che raccattavo lebriciole di quella poca pietà che mi venivaconcessa… Riuscivo a trasformarmiin una persona quasi per bene soloquando svolgevo il mio amato lavoro:l’infermiera. Adesso mi chiedo a cosa siadovuto il mio cambiamento, ho imparatoa volermi bene, riesco a rapportarmicon gli altri, ho imparato cosa vuol direavere pazienza, ho persino cominciato afrequentare il gruppo “alcolisti anonimi”che mi supporta con tenacia e tanto affettoperché AA non è solo smettere dibere, è uno stile di vita.Devo ringraziare anche molte personeche hanno contribuito al mio cambiamentoa cominciare da molte compagnedi cella, le agenti, il brigadiere e la direttricedi questo istituto. In 50 anni non homai trascorso un Natale o qualsiasi altrafestività così “bene” come qui a Bollate.Mi trattano tutti con rispetto perché ioho imparato a dare rispetto. Non sonopiù una voce fuori dal coro, mi hannodato un lavoro che mi gratifica molto,faccio parte di un “tutto” che mi travolgecosì piacevolmente. Ora non ho piùpaura. Tengo a precisare che non soffrodella sindrome di Stoccolma!Ho sentito dire da molte detenute chesi sta meglio negli altri carceri chiusi, inrealtà ho realizzato che da parte di moltec’è l’assoluta incapacità di gestire la“libertà” che qui viene concessa, la totalemancanza di strumenti per provvedererazionalmente alla propria rinascita,perché è a questo che dovrebbe servireil “Progetto Bollate”.Non tutti sono concordi con il pensierodella direttrice Lucia Castellano, e adaver capito la necessità di un rinnovamentoquasi radicale al fine di prepararsialla vita fuori da queste mura ma,come si dice, “pochi ma buoni”.Sono grata a tutti perché quando avròfinito la mia pena, la notte prima di addormentarmicontinuerò senz’altro adaver sensi di colpa per ciò che ho fatto,ma con la consapevolezza che anche perme può esserci un futuro. Io credo che loscopo del “Progetto Bollate” sia proprioquesto: assicurare a chi ha sbagliato chesi può vivere rispettando le regole che lasocietà ci impone, perché è proprio il rispettodelle norme che ci rende liberi…anche in carcere.El e n a Ca s u l aPERTURBAZIONI – Barra al centro e riprendiamo la rottaGioco di squadraper difendere il ProgettoPer la realizzazione di ogni progettoci vuole un obiettivo. Il ProgettoBollate si pone come obiettivola realizzazione di un diversomodo di intendere la detenzione e per riuscirea realizzarlo è necessario un lavorodi squadra. Ci vogliono studio, lavoro,competenza, esperienze, coordinazionee collaborazione. Dietro a questo, comein ogni percorso, un continuo confrontoè indispensabile per correggere la rotta.Arrivare a Bollate dopo aver vissuto,spesso per anni, in altri istituti penitenziari,crea una certa confusione, perchéBollate è un carcere diverso, con unagestione degli spazi e dei tempi totalmentedifferente.Bollate, a distanza di 9 anni dall’aperturae dopo tre di entrata a pieno regimedel progetto, viene chiamato ancora“esperimento”, quando oramai è unavera realtà. Bollate è come una barcapartita da un porto, con l’idea di andarein una certa direzione, ma, comesu ogni rotta, quando parti non saicosa troverai sul tuo percorso. In barcaquando ti allontani tanto dalla costa danon vederne più i contorni e, di notte,le luci, ti assale a volte una sensazionedi disagio. Da questa stessa sensazionenon sono immuni i detenuti che si imbarcanonell’avventura bollatese.Gli ultimi avvenimenti hanno portatotutti, e anche la redazione, a fare unariflessione su ciò che stava succedendo,sul fatto che il progetto in qualche modosembrava scricchiolare.Abbiamo, fortunatamente, un Nostromoche crede nella rotta presa e che non si fadistrarre dalle perturbazioni, però è il lavorodi squadra, e quando diciamo squadraparliamo del lavoro di tutti, agentioperatori e detenuti, che ci consente diraggiungere gli obiettivi. Quando il lavorodi squadra viene meno nascono i problemi.Da una corretta interazione tra gliattori del Progetto si arriva a una collaborazione,basata sul rispetto reciproco,22 carteBollate


sulla responsabilizzazione, sul recuperodella dignità delle persone detenute eun loro progressivo riavvicinamento allalibertà. Se manca una delle tre componentidel Progetto – rispetto, lavoro disquadra, dignità – questo vacilla.Certamente il numero di persone aumentatoin modo tanto rilevante negli ultimidue anni ha influito sulla solidità delProgetto, in quanto non è stato accompagnatoda un proporzionale aumentodegli operatori e dei volontari.Questo ha creato disagio e uno squilibriodi forze, perché non è stato possibileeffettuare analisi approfondite contanta carenza di personale. Tornandoalla metafora marinara, le perturbazioniderivano anche dalla carenza dicoinvolgimento dei singoli che, nonsentendosi parte del Progetto decidonodi andare in un’altra direzione.In un istituto come Bollate, dove “autoresponsabilizzazione”è la parola d’ordine,viene sopportata ancora meno unamancanza da parte di un operatore.Ci siamo sentiti dire da vari compagni“che senso ha quello che facciamo – lavoro,volontariato, attività – se poi unQuesto èun carcerediverso,con unagestionedegli spazie dei tempitotalmentedifferenteagente, magari per causa degli orari dilavoro pesanti, mi tratta male e quindimi toglie dignità?”, “che senso ha faretutto quello che faccio, se poi il mioeducatore non mi gratifica tracciandomiil percorso che avrei voluto?”.Le tante persone arrivate hanno sottrattorisorse che prima erano indirizzate aivecchi ospiti del carcere e questo li hafatti sentire soli e non più parte di qualcosa,perdendo il senso di una progettualitàtanto importante.Il ruolo delle commissioni di reparto e deivolontari assume ancora più rilevanza,viste le poche risorse istituzionali, proprioperché sono chiamate a sopperirealle lacune trattamentali e ricreative chesi sono create, aiutando a serrare le file ea mostrare a tutti l’obiettivo del progetto.Se è vero che tutte le persone ristrettea Bollate si dicono dispiaciute della situazioneche subiscono i tanti compagniche negli altri istituti vivono condizionipesanti dovute non solo al sovraffollamento,allora dobbiamo tutti fare la nostraparte affinché questa realtà riesca adiventare un modello vincente. Ci sonodiversi modi per fare la propria parte, ilprimo tra tutti è responsabilizzarsi neiconfronti degli altri e dimostrare che ilProgetto funziona.Ma la responsabilità non è una cosa scontatae le azioni di ognuno di noi hanno uncerto effetto sugli altri. E se queste azionisono di cattivo esempio e in aumento, vuoldire che c’è da lavorare per mantenere ilProgetto nella sua stabilità. Un Progettoche deve vedere noi stessi in prima lineaa proteggerlo, perché ne comprendiamola valenza e l’importanza.En r i c o La z z a r a e Dr i ta n Ad e m iCAMBIAMENTI – Tanti detenuti, un po’ più vecchi, un po’ meno solidaliTornare a Bollate, dopo quattro anniMaggio 2006, arrivo in queldi Bollate: l’impatto è statocircospetto per come si èpresentata la struttura e percome si svolgeva la vita al suo interno.I detenuti sono sempre stati regolati dauna disciplina militare, accompagnatiovunque si vada, cancelli da varcareper ogni spostamento, attese, l’agenteche apre e chiude.Bollate non è questo, non è mai statocosì, il trovarmi libero di muovermi, diandare da solo dal dottore, dall’avvocatoo a un colloquio, semplicemente annunciando:“vado lì, vado là” fa immaginarecome si vive qui. Ho partecipato alle varieattività: giornale interno, fotografo,lavoro, scuola. Sono stato presente allastipulazione del ”patto” per istituire unasezione per i tossicodipendenti. Presentealla nascita di Cascina Bollate, serree floricoltura, chiusa e poi riaperta conun’altra gestione. Ho partecipato agli incontriper l’ inserimento dei sex offendernei reparti comuni, naturalmente dopoparecchi incontri con medici e psichiatri,con molta responsabilità della direzionee molta diffidenzada parte dei detenuti.Naturalmente nel Progetto Bollate cisono eventi speciali come podismo, cabaret,incontri con le scolaresche conscambi d’idee, teatro, ma anche gli intoppi:evasioni, suicidi, fatti traumaticiper il carcere e soprattutto per questocarcere. Dopo un anno (2006/2007) miconvinco che effettivamente la II ° Casadi Reclusione ha molti requisiti per essereconsiderata all’avanguardia per larisocializzazione e il reinserimento deldetenuto, differenziandosi dagli altriistituti di pena.Anno 2010. Dopo aver espiato quasitre anni nel limbo di una Casa Circondarialead alta restrizione carceraria,massimo regime militare, come la maggiorparte degli istituti penitenziari, ritornoin quel di Bollate e lo trovo moltocambiato: un reparto in più (il settimo)dove ci sono ristretti oltre ai sex offenderanche altre tipologie di persone chenon possono stare nelle sezioni comuni(trans, poliziotti, carabinieri e altri); ilsecondo reparto che doveva essere riservatoai tossicodipendenti non esistepiù, sono sparsi in tutte le sezioni; gioiadelle gioie c’è il femminile, si trova allavecchia “Staccata”, reparto distaccatodal complesso delle sezioni. L’ A.B.C.(cooperativa di catering) che era annessasempre all’ex “Staccata” ora sitrova al IV reparto, fa da mangiare persvariate sezioni oltre alla lavorazione dicatering per il lavoro esterno.Naturalmente l’aumento dei reclusi hacomportato più lavoro per gli operatori,ciò comporta una maggiore burocratizzazionedei rapporti con noi detenuti.Quello che si nota immediatamente è lafreddezza che c’è fra detenuti, non c’èsolidarietà. E anche se forse è un giudizioprematuro, mi sembra di notaremeno entusiasmo nell’aderire al progetto.Questo può essere dovuto alle nuovedimensioni del carcere, con molte personecon pene minime che non hannointeresse a stabilire relazioni e all’inserimentodei sex offender, che rendeil rapporto circospetto e guardingo.Un’altra novità che balza subito in evidenzaè l’invecchiamento della popolazionecarceraria: una volta nelle carcerila fascia di età prevalente era quelladai vent’anni ai quaranta, con qualchecinquantenne. Adesso anche in questoluogo, come forse in tutti le carceri, c’èil problema della terza età.An t o n i o La s a l a n d r acarteBollate23


DOSSIERPERCORSI – La fatica positiva del cambiamentoChe stress mettersi in gioco“Quando uscirò da questocarcere sarà l’ultima voltache farò qualsiasi cosacontro la legge, perchémai come qui mi è pesato l’essere statarinchiusa”! Questa frase mi ha dettooggi a pranzo una mia compagna e ho riflettutosul perché alcune persone, tra lequali mi includo anche io, a volte fannomolta fatica a vivere in questo posto.Veniamo entrambe dalla prigione diMonza, che si può dire senza esitazioneche di rieducativo, nel senso della dignitàdella persona, non offre granché.Agenti autoritari che non permettono distabilire rapporti, se non quelli da detenutoa poliziotto. La loro disponibilità siferma davanti al cancello della tua cellaper aprirti o chiuderti quando è necessario.Difficilmente si può fare una“chiacchierata” come è quasi impossibilestabilire un rapporto di reciprocorispetto perché, come carcerata, dallaloro parte questo non ti è dovuto e il detenutoautomaticamente mantiene unacerta distanza.Qui invece l’accoglienza è accompagnatada un sorriso, “che meraviglia” ho pensatoappena ho varcato il portone, nonrendendomi subito conto che in questocarcere, così poco prigione, potessi avereproblemi ad abituarmi. Stranamenteinvece proprio questo è capitato ed è datempo che mi faccio la domanda “Perché,se tutto è così umano”?Le porte delle “stanze” (poche voltechiamate celle) sono aperte e si hanno adisposizione tre piani per muoversi liberamentesenza la presenza degli agenti.Una libertà non da poco…! Ma è proprioqui che inizia il primo problema. Se in altriposti c’è una porta a dividerti da personeche per un motivo o l’altro non vuoifrequentare, qui quasi non si ha via discampo. Circolando liberamente spessoti trovi a dover affrontare situazioni critichenon soltanto con altre compagne,ma anche con il personale. Da te ci siaspetta un comportamento civile ancheverso le persone che forse non ti sonomolto gradite e questa non è cosa dapoco, per non dire difficilissima. Non seiprotetta né da un blindo né dal personaleche al contrario ti invita a risolvereda sola i problemi. Si potrebbe pensareerroneamente che nella vita reale è proprioquesto il comportamento che tuttele persone adottano, se non ci fosse lapiccola differenza che qui sei costretta24 carteBollatea convivere con i tuoi “vicini di casa”,mentre fuori, avendo libera scelta, nonandresti mai a bussare alla loro porta.Un altro errore che abbiamo fatto in tanteè il pensare che chi viene a Bollate èdi per sé già un carcerato “per bene”.Una frase di un’altra ragazza dice forsepiù che ogni lunga spiegazione: “Ho dovutoaspettare cinque mesi per esseretrasferita qui e pensavo di trovare personetranquille, invece è un casino! Selo avessi saputo sarei rimasta dov’ero”. Èdifficile per noi accettare detenute chesfruttano questo istituto egoisticamenteper i propri comodi. Così le detenute chesi impegnano e cercano anche di dare, enon soltanto di ricevere, spesso si trovanospiazzate. Viene da chiedersi perchétanta fatica, se un’unica detenuta puòfar vacillare o addirittura cancellareagevolazioni ottenute e questo senza esserepunita direttamente. Quante voltesentiamo il pericolo che ciò che stiamocostruendo dentro noi stesse e intornoa noi venga distrutto, e quante volte civiene da lasciar perdere tutto per noncorrere il rischio di inciampare, quindidi buttarci sul letto e scendere quandoci arrivano i permessi, che magari arriverebberoanche senza muovere un ditoper la collettività.In sostanza qui ci viene richiesto di metterciin gioco e questo crea in noi stesseaspettative, ma anche il rischio di frustrazioni.Anche la punizione per noi è un puntocruciale. Siamo abituate e abbiamo laconvinzione che ad un comportamentoscorretto segue la punizione e restiamoperplesse quando questo non avviene.Non parliamo soltanto di errori banali,che a chi onestamente si mette in giococapitano spesso, ma parliamo di comportamentiestremi. Certo è giusto aiutarepersone che non sono in grado diesprimere un disagio se non con aggressivitàe violenza, ma abbiamo veramenteil personale qualificato per “contenere”questi attacchi? E se la risposta è affermativaci chiediamo come mai, allora,alla fine l’azione sbagliata si ripercuotesu noi tutte? Ciò che ci viene da direogni volta spontaneamente è: “Se voiavete deciso di accettare persone cheportano scompiglio, dovete gestirle e assumervivoi le responsabilità per le loroazioni, non noi”. Inutile per noi cercarespiegazioni per certi comportamenti delpersonale, anzi, diventa pericoloso parlareliberamente, perché si va a rischiodi oltrepassare quella linea, sottilissimaa volte, che separa il detenuto dagli agenti.Questo pericololo corrono tutte lepersone che prendonosul serio laloro condizione.Un altro punto, chein fondo riguardatutto l’apparato,è se noi siamo ingrado di spiegarea una nuova giuntail progetto Bollate.In molti pensiamoche probabilmentequesto è difficilissimodato cheognuna di noi cerca,e spesso per fortuna ci riesce, di costruirsigiorno per giorno la propria vitanel rispetto delle persone che ha accanto.Il progetto Bollate di per sé si potrebberaccontare in poche semplici parole:“Riuscire a tenere un comportamentorispettoso verso sé e gli altri, mettendoal centro dell’attenzione il bene perla collettività”. È in pratica ciò che noi,commettendo reati, abbiamo dimenticatoed è ciò che qui in questo carcere,strutturato com’è, ci aiutano a ricostruire.Siamo comunque lontani dal poterlospiegare a chiunque venga e dal dare deiconsigli, questo semplicemente perchéle nostre parole non rappresentano l’autoritàe quindi trovano poco ascolto. Inpiù siamo diverse e diversa è la vita diognuna di noi. Inoltre sappiamo che ognipersona è sola a combattere, perchépassato questo periodo le nostre stradesi divideranno, quindi anche questo è


un aspetto difficile da superare, perchél’unica cosa che veramente condividiamoin pratica è la detenzione.Un altro fattore, nel quale gli uomini probabilmentesono agevolati a causa dellaloro natura, è che noi donne, tralasciandosoltanto le ragazze che ancora vivono infamiglia, siamo abituate a gestirci la nostra“casa”, eravamo le padrone. Mentreun uomo attacca al muro il poster dellasquadra preferita, spesso condiviso daglialtri inquilini della stanza, a noi viene richiestodi condividere questo unico potereal quale ogni donna tiene in manieraparticolare. Forse a qualcuno viene dasorridere, ma non è cosa da poco. Unesempio evidente è il disagio che sopraggiungequando siamo costrette acondividere questo spazio, basta ricordarsiche la casa è radicata profondamentenella memoria di una donna edè forse l’unico posto dove possiamo trovaresicurezza e intimità anche con noistesse. Se siete onesti, riuscireste ad immaginarviuna casa gestita da più di unadonna? Esempio lampante: la mogliecon la suocera… ci siamo capiti vero?Scrivo questo con un occhio sorridente,ma senza sottovalutare il problema.Riassumendo in poche parole, c’è da direche il continuo confronto con le propriee altrui problematiche in uno spazio ristrettomette e metterebbe a dura provachiunque, non soltanto noi detenuti.Una delle medicine è affrontare con coraggioe pazienza ogni problema che sipresenta, senza cadere nel vittimismo olasciarci sopraffare da fatalismi inutili.Acquisire fiducia in noi stesse e rendercidisponibili per un dialogo sta alla base diogni cambiamento in positivo.Ma r g i t Ur d lCONFLITTI – Come pesano le differenze di età e di esperienza“Stavo meglio in un carcere chiuso”:qualcuna lo dice, nessuna se ne vaBollate è Bollate, un carcerecome nessun altro! Certo cheè così. In questo istituto si vivenon si vegeta come in molti altri.Vi è una differenza sostanziale,anzi non una sola ma tante. C’è un progettotrattamentale con uno scopo benpreciso: portarci fuori con i benefici dilegge attraverso non solo la cosiddetta“sintesi personale” ma con un percorsolavorativo e con varie attività anchedi volontariato, cioè non retribuite, mache comunque ci aiutano a non sprecareil tempo. Ad esempio c’è lo “sportellogiuridico” in cui oltre ad avvocatied ex magistrati ci siamo anche noi,che facciamo da tramite con le nostrecompagne. È un “servizio” privilegiatoche hanno solo Bollate e S. Vittore.Offre a tante persone che non possonopermettersi un legale di fiducia un’assistenzaanche a livello pratico, aiutandocia scrivere istanze, parlando con imagistrati di sorveglianza. I volontariesterni ci danno suggerimenti e si interessanoa casi particolari e non, e stabilisconocon noi un rapporto di amiciziae di empatia. Parliamo con loro comefossero confessori e loro pazientementeci ascoltano e ci consigliano con saggezzae soprattutto con la grandissimaumanità che è la loro forza.Arrivando qui dal carcere di Opera misono subito inserita in tutte le attivitàche mi si offrivano, dal volontariatoallo “sportello giuridico”, alla bibliotecae soprattutto mi ha colpito questo“giornalino”, così di solito viene definitoun giornale del carcere, ma carteBollateun giornalino non lo si puòproprio definire! Mi sono subito accortache le persone che ne facevano parteerano molto speciali e leggendo anchenumeri antecedenti di carteBollatemi sono stupita che non fosse il solitogiornaletto che parla solo di “cose carcerarie”ma anche di tutto un po’, anchedi quello che accade fuori: politica,viaggi veri o immaginari, poesie e ora,da qualche mese, ci sono delle strisceIn questoistituto si vive,non si vegetacomein molti altridi fumetti molto divertenti: ogni tantosi ha anche bisogno di sorridere e carteBollateoffre anche questo. Insommaho capito che questo giornale, pur nascendoe vivendo come noi in carcere,era diverso.Io mi ritengo una persona che si saadattare a ogni situazione sia dentroche fuori e questo mi permette di“muovermi” anche in questa strutturacosì diversa da altre carceri. Noi donnesiamo praticamente autogestite, ma ilparadosso è che per molte di noi questoè un problema. Qui ci sono ragazzegiovani di 20-30 anni che provengonodalle case circondariali, abituatequindi a stare chiuse per la maggiorparte della giornata, a essere consideratesolo un numero di matricola dalleagenti e trattate come tali: detenute extossicodipendenti, rom, parecchie recidive,ecc. Arrivando qui queste personesi “ubriacano di libertà”, si sentono“libere” e spesso accade che qualcunaesageri e si permetta atteggiamentiscorretti, che prescindono da ciò cheè definito “il progetto Bollate”. Il problemaè che qualcuna non riesce adadeguarsi a questo tipo di trattamento,non ce la fa a capire che “autogestioneresponsabile” non vuol dire ”…alloraqui posso fare ciò che voglio”. Certonon è facile, per chi è stato abituato asentire solo e sempre le chiavi che apronoe chiudono e poco altro, capire chequi si può anche parlare con le agentiche sono preposte al tipo di trattamentoche caratterizza questa struttura.A proposito delle poliziotte: molte diloro sono giovani, ma hanno superatovari corsi e anche esami di psicologia,altre hanno qualche anno in più o sonolaureate e si può avere un rapporto dicollaborazione, ci si può scambiare opinioni,insomma si può dialogare conloro a un livello diverso da quello che siha in un “circondariale”.Purtroppo alcune detenute equivocanotutto ciò, non lo hanno capito o nonsono mai state abituate alla tipologiatrattamentale di Bollate e non riesconoa integrarsi, e allora senti frasi tipo:”stavo molto meglio a Monza quandoero chiusa”. Tante però lo dicono appenaarrivate, poi c’è addirittura qualcunache rifiuta la “comunità” quale penaalternativa e preferisce finire qui lapena. Insomma, adattarsi a un carcereche ti costringe a rimetterti in discussioneper molte non è facile, ma sta difatto che da qui non se ne vuole più andarenessuna.Ro b e r ta VillacarteBollate25


DOSSIER2° REPARTO – Una conquista da gestire con intelligenzaA tre mesi dall’aperturaun primo positivo bilancioDopo tre mesi dall’apertura deicancelli al 2° reparto si possonotirare le somme di tale“evento” e valutare i cambiamentiavvenuti: innanzitutto c’è statauna lenta, ma continua modifica nellatipologia di persone pervenute negli ultimimesi, ora i cosiddetti “nuovi giunti”non appartengono più esclusivamentealla fascia tossicodipendente.In contrasto all’opinione di alcuni addettiai lavori, l’apertura dei cancellinon ha portato nessuna situazione negativa:non ci sono stati traffici di pastiglieo furti nelle celle, al contrario, c’èstato un salto di qualità ed il detenutodel 2° reparto si è responsabilizzatoancor più per non perdere il beneficioche gli è stato accordato. Come tuttiben sanno il nostro reparto ha avutoun interminabile periodo di chiusuradei piani e non è stato per niente facileconvincere la direzione e la sorveglianzache eravamo maturi per affrontarequesta prima apertura: la fiducia checi è stata dimostrata ha avuto un forteriscontro.Il rispetto delle “regole” è da ritenersiedificante: nella nostra sezione non cisono mai state gravi problematiche, nonsi litiga inutilmente e la percentuale deidetenuti tossicodipendenti trovati positiviall’esame delle urine, è inferiore allamedia del carcere. Vuol forse dire chesiamo migliori degli altri? Chiaramenteno! Siamo solo consapevoli che questaapertura ce la siamo guadagnata e chenon vogliamo perderla per un’inezia,introducendo in reparto varie drogheche possano mettere in discussione ilnostro percorso di reinserimento conl’aggiunta dei soliti commenti forcaiolio commiserevoli.La convivenza è molto più serena, lostress dovuto alla chiusura si è allentato,le previste resse alla rotonda non cisono state.Questo accesso tra i piani è avvenutogradualmente e pienamente d’accordocon la sorveglianza che ha cercato difarci intendere che per raggiungere deiservizi ottimali bisogna essere prontiad assumersi le varie responsabilità,anche perché, come più volte verificato,il riscontro da parte della sorveglianzaè rigido. Per i nuovi giunti si apre unpercorso differente e più semplice e si26 carteBollatespera che si rendano conto che Bollateè sì un carcere sperimentale dove sipossono avere molte più opportunitàdi qualsiasi altra struttura, ma che bisognarispettare alcune regole; pochidi noi sono riusciti ad introdursi nelloschema di Bollate, ora è aperto a tuttequeste possibilità. È una grande occasionee non dobbiamo perdere questapossibilità incorrendo in un trasferimento,per farci una canna o addiritturaun pippotto, soprattutto perché èuna mancanza di rispetto per le personea cui chiediamo di accontentarci,senza pensare al rischio di una denunciae della disdicevole figura che farebberoagli occhi di tutti.Questi argomenti vengono affrontati,soprattutto nel nostro reparto, si cercadi responsabilizzare tutti, anche perevitare perquisizioni che umiliano lanostra persona. Molti di noi hanno subitocontinue perquisizioni nelle strutturedi alta sicurezza ed interventi daparte dei gruppi speciali del G.O.M.,sappiamo cosa vuol dire essere schiacciatipsicologicamente ed anche unaperquisizione personale la sentiamoumiliante.A dimostrazione di questo cambiamentoa Natale abbiamo avuto anche noi lanostra festa, organizzata dai volontaridella sala hobby e coadiuvata dagliaddetti ai lavori del Sert. I ragazzi deiquattro piani, a turno di due scaglionisono andati nella saletta adibita ai colloquidegli operatori e sala TV, con sorpresaper l’insolita festa e molta educazionehanno condiviso la gioia di questanovità; tra una fetta di panettone ed unrefrigerante abbiamo passato qualchemomento sereno, accompagnati dalkaraoke, ci siamo lasciati un po’ andare,manco fossimo all’oratorio, ma nondimentichiamoci che non siamo in uncamping, siamo in un carcere e per moltidi noi è la prima volta, dopo anni direclusione, che si festeggia il Natale. Gliagenti hanno agevolato discretamenteil nostro incontro e moderatamentehanno fatto sentire la loro presenza,consapevoli che ora il nostro reparto haraggiunto un punto di responsabilitànon indifferente -chiaramente ci sonosempre le eccezioni, non siamo santi,ma neanche diavoli, diciamo che siamoin purgatorio-, l’importante è che qualcosasta cambiando positivamente. Lagestione del nostro reparto, forse un po’rigida ma motivata dalla tipologia psicologicadi molti di noi, ci ha fatto sentireinteramente partecipi al cambiamentoe capaci di apprezzare ancor più questatrasformazione fortemente voluta. L’annonuovo è iniziato e ci saranno ancoraaltre riforme per arrivare ad un livellodetentivo ottimale, l’intenzione c’è datutte le parti interessate, detenuti efunzionari. Una migliore convivenza dipendesolo da noi e mi sembra stupidoripetere che: “È il marinaio che rovinail porto”.Ca r l o Bu s s e t t i(Gh o t i k o)


Dove ti portereiCINA – 10 giorni nel “lontano” per antonomasiaIn mezzo all’Asia,in mezzo al futuro“Siamo in mezzo all’Asia!” ci siamotrovati a esclamare, quandogià iniziavamo a scorgerealcune torri della grande Muragliail giorno successivo al nostro arrivoa Pechino, dopo aver smaltito il fusoorario che ci aveva gettato addosso unacoltre di sonnolenza e inconsapevolezza.L’escursione alla Grande muraglia, chesi trova ad una ottantina di chilometri daPechino, è un must per chiunque visiti lacapitale cinese: nella versione invernalecon le brulle alture battute da un ventogelido la suggestione che comunica questavisita è davvero incredibile. La sensazionedi trovarsi in un luogo che è “illontano” per eccellenza per noi, al centrodell’Asia, ed in particolare in questoposto mitico, del quale si raccontano infinitestorie di invasioni e guerre, si uniscealla considerazione dell’imponenzadell’opera in sé, una struttura- barrieradi 8.000 chilometri che si dirama tra leimpervie montagne e che fa rifletteresulla grandezza di questa antica civiltà.Pechino è un casino. La prima cosa chesi nota, appena arrivati – per noi i giornidi fine dicembre 2009 - è sicuramente losmog. Nonostante i (pochi ) tentativi delgoverno cinese di passare alle energiepulite, le industrie del paese funzionanoprevalentemente a carbone e a pagarnele conseguenze è il cielo della capitale:una nebbia fitta, un po’ da vecchia Milano,avvolge spesso gli edifici dal 3° pianoin su. Oltre a questo la città è un generalecasino: caotica, piena di macchine(biciclette? Si anche, ma molte di menodi prima), faticosa. Effettivamente, almenoad una prima occhiata, non sembracerto a misura d’uomo: larghissimeautostrade sempre molto trafficate sisnodano per chilometri e chilometri nelcentro, contornate da grattacieli. Moltomeno diffusi che da noi sono i quartiericon strade normali, parchi, bar e negozi.Anche piazza Tien An Men – vista perla prima volta nel buio di un gelido pomeriggio-è uno spiazzo immenso moltomonumentale e suggestivo, un inno allaCina comunista, ma sicuramente moltodistante dalla tipica piazza delle nostrecittà.Ovviamente a Pechino moltissime sonole cose stupende da vedere: dalla CittàProibita, sede della corte imperiale echiusa fino all’inizio del ‘900 al popolo,che esprime appieno la concezionecontemplativa di armonia tra cielo eterra e tra uomo e natura di questa civiltà,allo stupendo Palazzo d’Estate, sullago Kunming, affascinante residenzadell’imperatrice CIxi. Interessante è ilnuovo quartiere d’Arte Contemporanea,il 789, che ospita molte gallerie di tuttoil mondo e varie rassegne d’arte cinese,negli spazi che prima erano sede di unagrande industria statale. Altra visitasuggestiva è quella agli “Hutong”, il pocodei vicoli e delle case tradizionali cinesiche si è salvato dalla furia demolitricedei nuovi piani urbanistici. Alcuni diessi si trovano in uno stato di sostanzialeabbandono e possono risultare un po’loschi - non andateci dopo le 7 di sera!,-ma altre zone sono state ristrutturate acausa della passione dei turisti per questiluoghi.La seconda tappa del nostro viaggio èstata X’ian, la vecchia e multiculturalecapitale. Capitale fino al 3° imperatoredella dinastia Ming, X’ian, nota sostanzialmenteper lo stupefacente esercito diguerrieri di terracotta che si trova nellevicinanze, è sicuramente una sorpresa.Meno conosciuta di Pechino e Shanghaiè in realtà molto affascinante. Soggettanegli ultimi anni ad una rinascita economicae ad una “ricostruzione” architettonica– i cinesi hanno una concezioneassai diversa del restauro e copiano puntigliosamentel’antico, sia esso un vaso oun padiglione - la città rimane comunquepiena di edifici e costruzioni storicheuniche. Molto orgogliosi ne vanno isuoi abitanti che appaiono alteri e un po’snob nei confronti della “nuova” capitale.La cinta muraria, di sera illuminatain modo molto scenografico, è l’unica in28 carteBollate


tutta la Cina ad essersi conservata intattae originale dall’11° secolo. La partepiù suggestiva della città è sicuramenteil quartiere arabo – una delle 53 minoranzecinesi - che ospita una moscheadel 1200, particolarissima perché costruitain stile tradizionale cinese. Lazona che la circonda è piena di bancarelle,un mercatino continuo di oggettitradizionali o presunti tali, falsi di vestitidi marche occidentali, spille e sveglie diMao, spiedini di carne, ravioli al vapore,mele e giuggiole (specialità di XI’an) chedi sera si allarga diventando meta ancheper i giovani cinesi e per i turisti, perfortuna assai pochi in questo periododell’anno. Ovviamente è d’obbligo la piùferoce trattativa che si svolge con dellemoderne calcolatrici: non lasciatevi ingannaredalle fugaci arrabbiature, sonopiù che abituati alla contrattazione!Ultima tappa del nostro viaggio cineseè stata Shanghai che ci è apparsa forseuna sintesi di tutte le nostre impressionidei giorni precedenti. Sicuramente èmolto più “città “ di Pechino: si gira moltoper le strade, negozi, bar, specialmentenel centro pedonale intorno a NanjingRoad. Dappertutto è pieno di gente, varia,ma tutta estremamente indaffarata.Forse è la città in cui più emergono lecontraddizioni, gli squilibri ma anche ildinamismo di questo popolo, che rendel’atmosfera così diversa dall’Europa:nonostante tutte le giuste e allarmateconsiderazioni che si possono fare sullosviluppo cinese, sui suoi costi sociali,ambientali e culturali, è molto difficilenon farsi catturare da questa atmosferadi attività febbrile e dal senso del progressoche sembra essere nel DNA deicinesi di oggi. La città è abbastanza diversanelle varie zone, si passa dal Bund,in cui spiccano i neoclassici palazzi colonialidel primo ‘900, alla zona di Pudong,piena di grattacieli modernissimie avveniristici tra cui il “Cavatappi”, ilpiù alto e chiamato così per la sua forma,da quartieri più poveri di case bassea scintillanti centri commerciali di stileoccidentale. Nella zona vicina al Giardinodel Mandarino Hu, grande giardinoin stile cinese classico ottocentesco, c’èuna zona di casette basse e tradizionali,che un tempo era la meta preferitadei consumatori di oppio, e che ancoraoggi conserva il suo fascino. Bellissimesono anche molte altre zone della sterminatacittà, tra cui il quartiere dellavecchia concessione francese di quandoShanghai era divisa tra le grandi potenze,intorno al Museo d’Arte Moderna cheè oggi la nuova zona trendy delle galleried’arte. Una visita imperdibile è quellaal famosissimo “fake market” all’internodi una stazione della metropolitana,uno spazio enorme tutto pieno di negoziche vendono falsi di buona qualità ditutte le più celebri marche occidentali:anche qui sfrenate contrattazioni che siconcludono (di solito) con grandi sorrisi,arrivederci e cerimoniose consegnedi biglietti da visita. Ultimo accenno deidieci giorni “cinesi”che ci sono volati trale mani per il cibo: la splendida anatralaccata a Pechino la cui pelle croccantesi mangia intinta nello zucchero e siscioglie in bocca, i ravioli mille gusti diXi’an, gli spaghetti cinesi che poco cihanno fatto rimpiangere i nostri… Unviaggio molto interessante insomma,affascinante dal punto di vista storico eculturale ma anche un po’ inquietante.L’impetuoso sviluppo economico dellaCina, non accompagnato da equivalentilibertà politiche, pone molte domandea chi, come noi, vive in paesi che, perquanto in crisi e zeppi di problemi, hannoradici democratiche nel sistema deidiritti. E vsto che il futuro sarà, almenoin parte, “cinese” c’è da stare molto, moltoattenti…Co s ta n z a PorrocarteBollate29


poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesiaUNA CRISIMORALE PROFONDANello sguardo della Giocondaregna una crisi morale profondaMaterazzoMarrazzoBrendacorpo carbonizzato su una brandala coscienzadimenticata sul sedile di una PandaLegasulle sponde di una vecchia digafesteggiacon i polsi di una stregasi respinge sempre l’aria di Mussoliniperòsi adora la prepotenza femminile di BerlusconiGhedini nassa sul telaio di Diniil copricapo della profezia di Fini,riforme su misuramodello firmato Luxuriapensieri moderati riformistisparsi dovunqueritoccati con l’esuberanzadella Santanchè.CHI MUOREJonaa’ BassanLentamente muorechi diventa schiavo dell’abitudine,ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,che non cambia la marcia,il colore dei vestiti,che non parla a chi non conosce.Muore lentamente chi evita una passione,chi preferisce il nero su biancoe i puntini sulle “i”piuttosto che un insieme di emozioni,proprio quelle che fanno brillare gli occhiquelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso.Najib El HaddaouiDESERTONel desertoun abbraccio di solee vento fresco la serabrezza che mi coccolacon baci e carezzeun granello ero al mio arrivouna duna ora che conosco altri granellia me affini.Andrea MammanaACCANTO AUN BICCHIERE DI VINOAccanto a un bicchiere di vinoche ricordo quando non ne avevobisognoma era un momento giocosonon come in via Belgioioso,ora ne sento la mancanzama qui non siamo in vacanza,un bicchiere mette in moto i pensierima oggi si pensa soprattutto a ieridovremmo sapere cosa vogliamoe non lamentarci di quello che abbiamoè la stessa storia infinitae quel che si dice: la vita.Amarildo ZiuMA, VEDERE PIANGEREUN AMICO…Ovvio ci sono le guerrepovere di musica e tenerezzaovvio che calpestiamo i fiorima, vedere piangere un amico…ne abbiamo di difettie la morte dentroil cuore che piega la testale femmine infedelie gli uccelli assassinaticuori che perdono le alima, vedere piangere un amico…il tempo che va in frettala metro piena di annoiatila verità è che ci evitanoma, vedere piangere un amico…i nostri specchi sono integrisenza l’eleganza di essere negricredendoci brizzolati, siamo solo scolorati.Tutti gli uomini sono fratelliper quanto non ci stupiamo piùche per amore nulla servema, vedere piangere un amico…SOLITUDINEHabib H’MamLa notteè una solitudine immensafioriscono tutte le sofferenzedella vitae vorresti scappare da quell’incubomaledettoe con la mano cerchi il cuscinoche ami tantoperché è come avere la persona amataaccantoe ritorna il sereno e invochi Dio per avertiprotetto.Angelo PalmisanoCIAO ROBYBiglie e soldatini calpestati dai sorrisie dal tempo passato,nostalgici ricordi che riscaldanoil nostro essere,amici all’infinito e ancora sentonel cuor mio la sensazionedel nostro sguardoempatico e complicesenza barriere né confini,non stringo più la tua manonon vedo più i tuoi sorridenti occhima sento la nostra amicizia…che tornerà a brillareeterna.Carmelo ImpusinoSCRIVIMI UNA POESIASeduto al banco,sembrava iericon l’inizio dell’anno scolasticoc’eri tuquel simpatico, caro amico.Mi ricordo di te spessoe per me è un successo,sentirti a fiancocome l’ombra del troncoi tuoi sorrisii tuoi consigliil tuo affetto…scusami tantose ti ho dimenticatosolo e solo in questo momento.Ah ricordarti!Tu della vita fai partenella mia scuola sei assentema sempre presente.Ti chiedouna cortesiascrivimi una poesia.L’INNOSono cavoli vostrimiei carissimi compatriotidall’oblio della telei nostri parlamentaricon presidenti e senatorisparano alla lunaci mettono gratta e vincicon lotterie milionarie.Mentre pranzo e cenabalugina sulle vostre tavole.Cantate pure Fratelli d’Italiama tralasciate il‘s’è desta’siete tutti in libertà provvisoria.Megri FauzLuciano Petroni30 carteBollate


In breveTRASGRESSIONECon i bulli di Bollateon i bulli di Bollate” è un incontro nato dalla colla-fra la Direzione della Casa di Reclusione“Cborazionedi Bollate, il Servizio Area Penale ASL Milano e il Gruppodella Trasgressione.Protagonisti della giornata sono stati i detenuti del Gruppodella Trasgressione e gli insegnanti delle diverse scuolemedie superiori con le quali il gruppo collabora da tempoper la prevenzione di bullismo e tossicodipendenza.Obiettivo della tavola rotonda che si è svolta, era cercare ledomande che chi è in carcere non aveva saputo porsi quandola sfiducia nell’autorità e le fantasie di rivalsa esplodevanoin comportamenti etero ed autodistruttivi: un recuperodelle domande abortite dagli adolescenti di ieri, condottoinsieme da detenuti e insegnanti,per ascoltare meglio gliadolescenti di oggi.SPRIGIONIAMOCIAnche quest’annocarteBollate fa la cosa giustaRieccoci. Anche quest’anno carteBollate parteciperà a Fa lacosa giusta, la fiera del consumo critico che si terrà al Portellodal 12 al 14 marzo. “Sprigioniamoci” è la sezione dedicataall’economia carceraria , con le cooperative, le associazioni e letestate giornalistiche che operano negli Istituti di pena italiani. Ilnostro giornale sarà presente , assieme a periodici di informazionecarceraria come Ristretti Orizzonti di Padova e Sosta Forzatadi Piacenza. Presenteremo un nostro video, girato in carcere, incui la redazione racconta l’effetto Bollate: cosa significa fare penain un carcere in cui il reinserimento dei detenuti è un progettoquotidiano e non una generica dichiarazione di intenti. Un gruppodi nostri redattori gestirà lo stand e parteciperà alle iniziative e aidibattiti coordinati col Provvedito e centrati soprattutto sui temidel lavoro.LUTTOCiao Pasquale, sei statoimportante per tutti noiUn nostro compagno ci ha lasciato, Pasquale Forti. Uscitodal carcere per motivi di salute, dopo mesi di sofferenzatra una clinica e l’altra è riuscito a passare pochi giorni coni propri cari per poi, in silenzio come lo ricordiamo camminareper i lunghi corridoi di Bollate, andarsene. Sabato13 febbraio a teatro i detenuti che hanno avuto la fortunadi conoscerlo, si sono incontrati per parlare di lui, per leggerei suoi scritti, come fosse ancora con noi, ed in quellospezzato di tempo era veramente seduto al nostro fianco,silenzioso e discreto com’ è sempre stato.Ognuno di noi ha cercato di testimoniare come ha contribuitoalla nostra crescita con la sua umiltà.Sono molte le attività da lui svolte a favore degli altri, ma trale più importanti ricordiamo la sua partecipazione a Salutein-grata come caporedattore dove ha lottato per un dirittoalla salute per noi detenuti.Non meno importante è stata la sua partecipazione al“Gruppo della trasgressione”, dove è avvenuto il suo radicalecambiamento, ha “ritrovato se stesso”, come era solitodire.Per un breve periodo ha collaborato anche con la nostraredazione: ricordiamo un suo lungo articolo in cui raccontavail carcere degli anni ‘70, quando ancora non esistevanola legge Gozzini e il nuovo ordinamento penitenziario. “Gliistituti penitenziari - scriveva - rappresentavano un contenitoredi problemi che non si occupava degli individui”. Nonmolto è cambiato nelle patrie galere.I molti interventi hanno emozionato i presenti frantumandoquelle corazze che alziamo nel momento in cui ci sentiamoindifesi sentimentalmente.Uomini con forti esperienze di vita hanno mostrato visibilmentecosa vuol dire essere amici e quanto è stato importanteil suo passaggio.La Re d a z i o n ecarteBollate31

More magazines by this user
Similar magazines