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Firenze Architettura - ottobre 2012 - Fondazione Franco Albini

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Rivisitando le case di alcuni maestri milanesiUna conversazione con Antonio MonestiroliCaterina LisiniNon è più la nebbiae nemmeno la vanità della memoria,è la pena di aver credutoche agli uomini fosse possibilela storia.(G. Testori, Nel tuo sangue, I, 1973)Incontro Antonio Monestiroli nel suo studio,al piano terreno in un’antica caseramilanese. Una corte lunga e strettissima,ritmata dal ballatoio, accompagna losvolgersi dell’originario fondaco produttivo,un tempo laboratorio caseario, basedella civiltà alimentare lombarda.Ci troviamo in un luogo in cui Milano,“città monocola (…) dalla forma a ruotadestinata a raccogliere e accentrare”, 1incontrava nei tempi passati la pianuraagricola a sud e a ovest della città, lungoil tracciato di due radiali, una su terra el’altra su acqua, che ne caratterizzavanoil peculiare rapporto tra forma urbis enatura agri. Complice la suggestione delluogo, la trama della città sembra rivelarsie mostrare la sua natura, quasi a esibire ilcarattere più profondo delle sue architetturee il segreto magistero dei suoi architettipiù ispirati: il loro commisurare ognivolta il progetto architettonico e urbanoal particolare respiro della città.Forse è per questo che Monestiroli,architetto della scuola di Milano, esordiscesostenendo che la bellezza diun’architettura e in particolare di unacasa d’abitazione non dipende tantodalla casa in sé e dai suoi interni, quantosoprattutto dal luogo in cui sorge, dalrapporto che stabilisce con l’intorno urbanoe con la città nel suo complesso.Penso alla casa di Ernesto Rogers, situatain un edificio ottocentesco nel cuoredi Milano, difficilmente concepibile inun’altra situazione urbana, in un luogonon altrettanto carico di storia, di cultura,di aura, tra Manzoni e Stendhal, traSan Fedele, Palazzo Marino e il Teatroalla Scala. Una casa particolare, moltoautobiografica, che non sembra risponderea criteri compositivi prefigurati, mapiuttosto riflettere in tono quasi intimisticola personalità del suo abitante. Unacasa dove sono disposti in sequenza,quasi per accumulo, oggetti personali,ricordi di viaggio, disegni donati da LeCorbusier, Léger, Marini, Capogrossi ealtri amici artisti, mobilio viennese art noveaue inglese Arts and Crafts, accantoa specifiche passioni del suo inquilino,come le stuoie del Madagascar alle paretie la grande pittura cinese sospesaal soffitto del soggiorno. Scrive CarloDe Carli: “La sua casa ha una minutasuperficie; è una piccola abitazione; conun “taglio” imperioso di cose che vengonodappertutto. (…) Come in un museoche vive”. 2 E Monestiroli ricorda: Rogersmi ripeteva spesso: “Io voglio una casache mi assomigli” e subito aggiungevascherzosamente, “in bello”.Eppure all’interno di questa “casadell’esploratore”, 3 come la definisce lostesso Rogers, con un’affermazione sintomaticae quasi conradiana, colpisce lastruttura della galleria-corridoio progettataper congiungere gli ambienti dellacasa, dominati dalla presenza dei libri: uncollegamento libero, che trasforma i vaniin uno spazio unitario, fluido e continuo,mobile da una stanza all’altra. Ed è proprioqui, in questo passaggio dispostolungo la parete finestrata, intensamenteluminoso e affacciato sui bellissimi giardinistorici di via Bigli, lungo i quali correanche la stretta terrazza del piano, che siaddensa il segreto della casa, quasi ungarboliano diapason lirico: una soglia diluce che compone assieme immaginarioautobiografico e realtà, memoria e storia,modernità e tracce antiche della città.Scrive ancora Rogers: “Se avessi potutodisegnare ex novo i vani della mia casa,avrei cercato di creare qualcosa di similea quello che ho trovato in questa vecchiacostruzione nel cuore di Milano”. 4Tutte le case dei maestri milanesi, mi confermaMonestiroli, possiedono questocarattere di forte legame con la città, chesi traduce in una particolare attenzione alrapporto tra interno e esterno, declinatoin maniera diversa, secondo le personalitàindividuali dei singoli progettisti.Tra gli architetti della sua generazione èforse Ignazio Gardella il progettista piùdistaccato, che lascia trasparire minorepassione emotiva, rapportandosi al contestoin un modo asciutto, tutto filtratodall’intelligenza, la conoscenza e la sensibilità.I suoi straordinari progetti di cased’abitazione, come la casa al Parco e lacasa ai giardini d’Ercole, sembrano l’insistitavariazione di un unico tema: concretaree mettere in scena uno dei caratteripiù originali e affascinanti di Milano, quelsuo essere “città tutta pietra in apparenzae dura, ma morbida invece di giardiniinterni”. 5 Le case che Gardella costruiscevivono in funzione del paesaggio, propriodi quello specifico paesaggio fisico in cuiegli si trova ad operare, rispetto al quale siaccende la sua sensibilità di architetto nelplasmarne tutti i possibili affacci esterni.E in questo svelando e interpretando, inchiave moderna, la nascosta conformazionedelle case milanesi, con la facciata“invistosa” 6 rivolta verso la strada mentrela vera facciata, quella espressiva, si apreverso il giardino interno.Osservo la sua abitazione, allestita alsettimo piano della casa ai giardini d’Er-1Per le immagini concesse si ringrazianoSerena Maffioletti, Riccardo Domenichini,Rosa Maria Camozzo dell’Archivio Progettidello Iuav di Venezia; Edoarda De Ponti eFabio Mammoliti dello Studio di <strong>Architettura</strong>Gardella; Paola <strong>Albini</strong> e Elena Albricci della<strong>Fondazione</strong> <strong>Franco</strong> <strong>Albini</strong>.1Casa di Ernesto Nathan RogersMilano, via Bigli (1956)Vista del soggiorno dalla terrazzaFoto Giorgio Casali, Domus n.326-195764 65


234cole, in via Marchiondi, con le grandivetrate a tutta altezza, da pavimento asoffitto, che si piegano corrugate in modisempre diversi, talora inseguendo lunghitagli obliqui: forme che nascono dallavolontà di stabilire un rapporto profondocon il luogo, con la luce del giardino chepenetra all’interno e ne anima intensamentela spazialità.La casa di Gardella, mi dice Monestiroli,non è da percorrere, come una casaottocentesca, seguendo la rigida articolazionedel corridoio con la successionedi stanze attorno, e nemmeno da immaginare,come la settecentesca casa diGoethe con le stanze comunicanti l’unl’altra e la fuga dei vani delle porte che siinseguono in una prospettiva profonda.Al contrario è uno spazio unitario, avvoltodalla luce, semplicemente articolato dalladisposizione degli arredi, che si cogliecon un solo colpo d’occhio, sempre variatoe mutevole secondo i diversi puntidi osservazione.Anche la forma degli elementi della costruzionenasce dal rapporto con il luogo.La portafinestra che Gardella riprendedalla casa tradizionale milanese e lagrande parete vetrata a tutt’altezza nonsono dettate da una scelta stilistica, digusto ma da un intento pragmatico e sapiente,proteso a dare corpo all’esperienzadell’affaccio sul paesaggio della città.“Queste finestre -ha confessato Gardellaa Monestiroli in una lunga intervista- mipiacciono perché, anche stando seduti,si vede la strada e si vede il giardino”. 7 El’elemento della finestra non si limita allaquestione della luminosità e dell’aperturasul paesaggio ma è anche questione diproporzioni e di figura: una finestra, unagrande vetrata deve andare esattamenteda pavimento a soffitto, allora diventa unintervallo nella muratura, “la quarta paretedella stanza”, altrimenti è soltanto “unbuco sproporzionato dentro un muro”. 8In questa casa la forma non sembraderivare dalla funzione ma dall’idea dicasa che ha in mente Gardella, e piùprecisamente dall’idea di casa che eglivuole costruire ai giardini d’Ercole. Perché“Gardella trovava soluzioni nuovesenza cercare il nuovo, cercando laverità delle cose, cercando di decifrarnela natura”. 9 Il linguaggio delle sue caseappare sempre appropriato, armonioso,confidenziale, con un equilibrio da“bellezza greca”, simile a quello di cuiparla Stendhal a proposito del fianco diSan Fedele, “gaio, nobile e nient’affattospaventoso”, anzi “rassicurante” 10 in cuiStendhal riconosce la recondita essenzadella grecità di Milano.<strong>Franco</strong> <strong>Albini</strong>, che di Gardella è statosodale e amico fin dal liceo, ha un approccioaffatto diverso.Messa a confronto con il carattere narrativo,autobiografico della casa di Rogers,tutta costruita dall’esperienza, quasi unsantuario della vita del suo abitante, maanche paragonata alla casa di Gardella,segnata invece da un carattere di duttilità,nella volontà di rispondere al luogoe al paesaggio in cui è inserita, la casadi <strong>Albini</strong> mostra palese un carattereassertivo, programmatico, rispondenterigorosamente alla poetica compositivadel suo autore.A un primo sguardo, l’alloggio di <strong>Albini</strong>,nella casa progettata da Gio Ponti in viaDe Togni, non appare dissimile da quellodi Gardella: vi si ritrova la stessa ricercadi continuità spaziale, lo stesso ruolounificante attribuito alla luce -con l’espedientedella tenda continua a celare lasuperficie rotta dalle aperture delle finestre-,la stessa atmosfera di modernità.Tuttavia mentre gli ambienti di Gardellasembrano disporre in giostra gli elementidi arredo, come singoli personaggi cheanimano un teatro domestico pervaso diluce, la casa di <strong>Albini</strong> sembra costruirelo spazio con un rigore tutto mentale,quasi matematico, dove i singoli oggetticontrappuntano, come per accenno, unacomposizione geometrica in cui scorronosoluzioni tipiche del suo linguaggio: iltraliccio, l’asta, i diaframmi, le trasparenze,la sospensione atmosferica.Mi dice Monestiroli: “<strong>Albini</strong>, interessatoal significato profondo del fare architettura,con la precisione della costruzionetraduceva la funzione in poesia. ComeValéry, quando sosteneva che la poesiaè una scienza esatta e che costruire unapoesia presenta le stesse difficoltà cheelaborare un teorema matematico”.A differenza delle case di Rogers e Gar-66 67


56Pagine precedenti:2Casa di Ernesto Nathan RogersMilano, via Bigli (1956)Pianta3 - 4Casa di Ernesto Nathan RogersMilano, via Bigli (1956)Viste del pranzo e del soggiornoFoto Giorgio Casali, Università Iuav di VeneziaArchivio Progetti, Fondo Giorgio Casali5 - 6Casa di Ignazio GardellaMilano, via Marchiondi (1949-54)Viste del soggiornoFoto Archivio Storico Gardella c/o Studio di<strong>Architettura</strong> Gardella7Casa di Ignazio GardellaMilano, via Marchiondi (1949-54)L’albero di robinia che attraversa le terrazzeFoto Stefano Topuntoli, Archivio StoricoGardella c/o Studio di <strong>Architettura</strong> Gardella7Pagine successive:8Casa di <strong>Franco</strong> <strong>Albini</strong>Milano via De Togni (1940)Pianta9Casa di <strong>Franco</strong> <strong>Albini</strong>Milano via De Togni (1940) Vista del soggiornoFoto © <strong>Fondazione</strong> <strong>Franco</strong> <strong>Albini</strong>68 69


della, la casa di <strong>Albini</strong> era soprattuttoarredata con mobili da lui disegnati,quasi prototipi, che voleva sempre sottocontrollo e che, instancabile, continuavaa riprogettare mentalmente: divani, tavoliniin profilati metallici e piano di cristallo,e la poltroncina “Luisa”, oggetto infattidi numerose varianti. Mobili modernidisposti in sapiente alchimia con pochi,rarefatti pezzi di antiquariato, come i dueorgogliosi maggiolini, tra i quali avrebbedovuto scorrere la tenda divisoria trapranzo e soggiorno (in realtà mai tirata,come ricorda Monestiroli) o la coppiadi quadri antichi sulla parete di fondo.Una considerazione a parte, su cui sisofferma a lungo Monestiroli, riguarda il“veliero”, la famosa libreria, il cui fascinosingolare non risiede tanto nelle modanaturedelle singole parti, nel dettagliotecnologico -su cui pure si sono sprecatitanti storici del design-, quanto nell’esserecongegno, studiato per sospenderepoeticamente nel vuoto un blocco di libri.Quando, come è noto, una notte la libreriarovinò a terra, <strong>Albini</strong> la tenne in casasgombra di libri, come la si vede nellepubblicazioni, per continuare a studiarlae decifrarne l’errore.Nel suo rigore logico e nella sua intensitàpoetica, la casa di <strong>Albini</strong> sembra unavoluta ostensione di certi caratteri tipicidel razionalismo milanese: un razionalismoin nulla assimilabile alla riduzionefunzionalista, al contrario un “razionalismoartistico”, 11 secondo la folgoranteintuizione, ai limiti dell’ossimoro, coniatada Edoardo Persico.Luoghi iconici dell’abitare moderno, tuttee tre queste case sono apparentate daun indissolubile rapporto con la storia,dalla volontà di connettere, pur in modidiversi, storia, tradizione e modernità.Paradossalmente la casa di Rogers,senz’altro la personalità che più ha teorizzatoquesto legame di continuità, èquella che sembra meno sentire l’urgenzadi dichiarare questo rapporto.“L’architettura si specchia nel tempo. (…)Sulla facciata degli edifici non è scrittasoltanto la data della loro nascita, masono scritti gli umori, i costumi, i pensieripiù segreti del loro tempo”. 12 Rogersvive immerso nel suo tempo, un tempoche lo vede partecipe e protagonista delMovimento Moderno, con un sentimentodi appartenenza insieme morale edaffettivo, e da questa “esperienza” dellarealtà, dalle testimonianze delle sue amicizieinternazionali scaturisce l’atmosferavissuta, il mondo in praesentia della suaabitazione. <strong>Albini</strong> e Gardella praticano ilrapporto con la storia senza enfatizzarloma familiarizzandolo nella suggestivamescolanza degli arredi, al di fuori diogni imperativo teorico. L’uno, adamantinoe quasi ascetico, esibendo un anticoquadro a due facce libero, a tutto tondo,sospeso sull’esile asta bianca come unpezzo da museo, protagonista centraledel soggiorno contrapposto alla pari alpersonaggio del “veliero”; l’altro più laicoe mondano, dando spazio alla personalepassione antiquaria, nell’accostare mobilidi suo stesso disegno a specchiere, cassettoni,preziose consolle di tutti i tempi,presentati come antichi cimeli di famiglia.Monestiroli ha avuto la fortuna di frequentaretutte e tre le case di questimaestri dell’architettura milanese e testimoniache tutti e tre gli architetti volevanoaffermare un rapporto alla pari con lastoria, in una sorta di confronto e quasi disfida, in cui la compresenza tra passato epresente era anche un modo di legittimareil proprio lavoro e di dimostrare che lastoria non è separata, né separabile dallamodernità, dalla ricerca contemporanea.Aldo Rossi soleva ripetere che non avrebbemai potuto abitare in una casa moderna.La sua casa era la più affine a quelladi Rogers, stagliata sulla sua vita, le sueesperienze, i suoi affetti, e di questa casasi dice che Rossi vivesse solo la cucina,il luogo delle confidenze, dove si portanogli amici. Come se per lui e gli altri protagonistidella sua generazione il problemadella storia si ponesse in modo diversodai loro maestri. Ma uno stesso progetto,quello di “villa con interno”, lo ha accompagnatoper tutta la sua esistenza:un progetto impossibile che insegue lacostruzione di un corridoio circondatodalla commedia della vita, “attanagliato”da occasioni imprevedibili, amori,pentimenti, un interno più forte della suacostruzione. Forse “il solo progetto dovele analogie identificandosi con le coseraggiungono di nuovo il silenzio”, 13 unsilenzio dove autobiografia e memoriahanno consumato la storia.1 A. Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, Milano 1984.2 C. De Carli, Ernesto Nathan Rogers nella suacasa, in “Interni” n.3, marzo 19673 E. N. Rogers, Un architetto per sé, in “Domus”n.326, gennaio 19574 Ibidem5 A. Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, cit.6 Ibidem.7 A. Monestiroli, L’architettura secondo Gardella,Bari 19978 Ibidem9 A. Monestiroli, La ragione degli edifici. La Scuoladi Milano e oltre, Milano 201010 Stendhal, Roma, Napoli e <strong>Firenze</strong>, (1826), Milano196011 E. Persico, Un interno a Milano, in “La CasaBella” n.6, giugno 193212 A. Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, cit.13 A. Rossi, Autobiografia scientifica, Parma 1990870 71

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