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Rivista Trimestrale - Primula Multimedia srl

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INDICE<br />

SUMMARY<br />

Editoriale<br />

Sistema cardiovascolare e disturbi<br />

respiratori nel sonno<br />

L. F. Nespoli, L. Nosetti, L. Nespoli<br />

Obesità e sindrome delle apnee<br />

ostruttive nel sonno (OSAS)<br />

L. Brunetti, I. Colella, R. Tesse, G. Tedeschi, R. Micieli,<br />

O. Amato, R. Procacci, V. Tranchino, L. Armenio<br />

Disturbi comportamentali e neurocognitivi<br />

nella sindrome delle apnee ostruttive<br />

del bambino<br />

S. Miano, R. Castaldo, M. Cecili, M. P. Villa<br />

Sindromi infiammatorie da ipossia<br />

intermittente nel sonno<br />

M. P. Villa, M. Evangelisti, A. Urbano<br />

Linee Guida per la diagnosi della<br />

sindrome delle apnee ostruttive nel sonno<br />

in età pediatrica<br />

J. Pagani, M.C. Paolino, A. Crescenzi, M. P. Villa<br />

Terapia medica dei disturbi<br />

respiratori nel sonno<br />

L. Brunetti, G. Tedeschi, D. Rizzi, I. Colella, L. Antonazzo,<br />

F. Fiore, V. Tranchino, C. Paglialunga, L. Calace, L. Armenio<br />

Terapia integrata nel bambino con disturbi<br />

respiratori notturni<br />

M. P. Villa, F. Ianniello, A.C. Massolo<br />

I disturbi parossistici del sonno in età evolutiva<br />

E. Finotti, C. Boniver, O. Bruni<br />

Polimorfismi genetici e fattori ambientali<br />

modificabili per ridurre il rischio di SIDS<br />

L. Nosetti, A. C. Niespolo, L. Nespoli<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione:<br />

non tutti nascono uguali<br />

A. Kantar, L. Terracciano, A. Fiocchi, G. Rossi<br />

Congressi<br />

Articoli del prossimo numero<br />

5<br />

7<br />

14<br />

22<br />

29<br />

38<br />

50<br />

59<br />

66<br />

74<br />

83<br />

103<br />

107<br />

Organo ufficiale della Società<br />

Italiana per le Malattie Respiratorie<br />

Infantili (SIMRI)<br />

Volume 9, n. 34 - Giugno 2009<br />

Spedizione in A.P. - 45%<br />

art. 2 comma 20/b<br />

legge 662/96 - N. 1047 del 12/07/2002 - Pisa<br />

Reg.Trib. PI n. 12 del 3 giugno 2002<br />

Direttore scientifico<br />

Baraldi Eugenio (Padova)<br />

Codirettori scientifici<br />

Rusconi Franca (Firenze)<br />

Santamaria Francesca (Napoli)<br />

Segreteria scientifica<br />

Carraro Silvia (Padova)<br />

Comitato editoriale<br />

Barbato Angelo (Padova)<br />

Bernardi Filippo (Bologna)<br />

Cutrera Renato (Roma)<br />

de Benedictis Fernando Maria (Ancona)<br />

Peroni Diego (Verona)<br />

Rusconi Franca (Firenze)<br />

Santamaria Francesca (Napoli)<br />

Tripodi Salvatore (Roma)<br />

Gruppo Allergologia<br />

coord. Pajno Giovanni (Messina)<br />

Gruppo Disturbi respiratori nel sonno<br />

coord. Brunetti Luigia (Bari)<br />

Gruppo Educazione<br />

coord. Indinnimeo Luciana (Roma)<br />

Gruppo Endoscopia bronchiale e<br />

delle Urgenze respiratorie<br />

coord. Midulla Fabio (Roma)<br />

Gruppo Fisiopatologia respiratoria<br />

coord.Verini Marcello (Chieti)<br />

Gruppo Riabilitazione respiratoria<br />

coord.Tancredi Giancarlo (Roma)<br />

Gruppo Il polmone suppurativo<br />

coord. Canciani Mario (Udine)<br />

Direttore responsabile<br />

Baraldi Eugenio (Padova)<br />

© Copyright 2009 by <strong>Primula</strong> <strong>Multimedia</strong><br />

Editore<br />

<strong>Primula</strong> <strong>Multimedia</strong> S.r.L.<br />

Via G. Ravizza, 22/b<br />

56121 Pisa - Loc. Ospedaletto<br />

Tel. 050 9656242; fax 050 3163810<br />

e-mail: info@primulaedizioni.it<br />

www.primulaedizioni.it<br />

Redazione<br />

Walker Manuella<br />

Realizzazione Editoriale<br />

<strong>Primula</strong> <strong>Multimedia</strong> S.r.L.<br />

Stampa<br />

Litografia VARO - San Giuliano Terme (PI)


XIII Convegno<br />

della Società Italiana per<br />

le Malattie Respiratorie Infantili<br />

SIMRI<br />

15 - 17 Ottobre 2009<br />

Centro Congressi<br />

Hotel Royal Continental - Napoli


Presidenti del Congresso<br />

Angelo F. Capristo<br />

Francesca Santamaria<br />

Presidente SIMRI<br />

Giovanni A. Rossi<br />

Segreteria Scientifica<br />

Carlo Capristo<br />

Fabio Decimo<br />

Sara De Stefano<br />

Nunzia Maiello<br />

Michele Miraglia del Giudice<br />

Silvia Montella<br />

Comitato Scientifico<br />

Consiglio Direttivo SIMRI<br />

Segreteria Organizzativa<br />

iDea congress<br />

Via della Farnesina, 224 - 00194 Roma<br />

Tel. 06 36381573 - Fax 06 36307682<br />

E-mail: info@ideacpa.com - www.ideacpa.com<br />

Il Congresso seguirà le procedure presso il Ministero della Salute per<br />

l’attribuzione dei crediti di “Educazione Continua in Medicina” E.C.M.


Domanda di ammissione per nuovi Soci<br />

Il sottoscritto, CHIEDE AL PRESIDENTE della Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili di essere<br />

ammesso quale socio ordinario. Pertanto, riporta i seguenti dati personali:<br />

DATI PERSONALI<br />

Cognome<br />

Luogo e data di nascita<br />

Domicilio (via/piazza)<br />

Nome<br />

CAP Città Prov. Regione<br />

Sede di lavoro<br />

Indirizzo<br />

Reparto<br />

Recapiti telefonici: Casa Studio Fax<br />

Ospedale Cellulare e-mail<br />

Laurea in Medicina e Chirurgia - Anno di laurea<br />

Specializzazioni<br />

Altri titoli<br />

CATEGORIA<br />

Universitario Ospedaliero Pediatra di libera scelta<br />

QUALIFICA UNIVERSITARIA<br />

Professore Ordinario Professore Associato Ricercatore Altro<br />

QUALIFICA OSPEDALIERA<br />

Dirigente di 2º Livello Dirigente di 1º Livello Altro<br />

Con la presente autorizzo la Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili al trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.L. del 30<br />

giugno 2003 n. 196.<br />

Data Firma del Richiedente<br />

Soci presentatori (cognome e nome) Firma<br />

1)<br />

2)<br />

Compilare in stampatello e spedire insieme con la copia dell’avvenuto versamento<br />

(quota sociale di euro 30,00. Specializzandi euro 10,00) a:<br />

Biomedia <strong>srl</strong> - Segreteria Amministrativa SIP - Via Libero Temolo 4, 20126 Milano<br />

c/c postale N. 67412643 intestato a: Società Italiana di Pediatria<br />

È obbligatoria l’iscrizione anche alla SIP (quota sociale di euro 90,00), può essere fatto un unico<br />

versamento indicando chiaramente nella causale per quali società affiliate viene effettuato il versamento.<br />

Per informazioni: Biomedia <strong>srl</strong> - tel. 02/45498282 - fax 02/45498199 e-mail: segreteria@sip.it


Editoriale<br />

View point<br />

Pneumologia Pediatrica 2009; 34: 5-6 5<br />

Dormire o non dormire: questo è il problema!<br />

Questo numero della rivista è dedicato ai disturbi del sonno, un<br />

argomento non sempre ben noto, in rapida evoluzione, per il quale<br />

è importante sensibilizzare e aggiornare le conoscenze di chi si prende<br />

cura dei bambini. Per far ciò abbiamo chiesto l’aiuto di noti esperti<br />

del settore che da anni si interessano di questa problematica.<br />

I disturbi respiratori nel sonno sono uno spettro di alterazioni<br />

che vanno dal russamento alla grave sindrome dell’apnea ostruttiva<br />

(OSAS). Numerosi studi hanno dimostrato che il russamento abituale<br />

può interessare fino al 10%-25% dei bambini e il 10% di questi<br />

può avere OSAS. I bambini obesi hanno un rischio elevato di presentare<br />

questa patologia. Numerosi dati della letteratura hanno<br />

dimostrato che i disturbi respiratori nel sonno si possono associare<br />

a complicanze cardiovascolari, problemi comportamentali e neurocognitivi<br />

e sono causa di un frequente ricorso alle cure del medico.<br />

Una diagnosi precoce ed accurata è fondamentale per prevenire le<br />

complicanze. La standardizzazione delle tecniche di monitoraggio e<br />

l’applicazione di criteri validati per la diagnosi resta una priorità per<br />

affrontare in maniera adeguata il trattamento che può essere farmacologico,<br />

chirurgico o di supporto ventilatorio con metodiche non<br />

invasive nei casi più complessi.<br />

In questo fascicolo, il gruppo dell’Università di Bari coordinato da<br />

Luigia Brunetti ci presenta una completa revisione della sindrome<br />

OSAS nel bambino, considerandone gli aspetti patogenetici, la relazione<br />

con l’obesità, e ci propone un aggiornato stato dell’arte sulle<br />

terapia medica.<br />

Il gruppo di Roma, coordinato da Maria Pia Villa ha affrontato l’aspetto<br />

della diagnosi, proponendo una revisione chiara e completa<br />

degli esami strumentali che abbiamo a disposizione nell’iter diagnostico<br />

dei bambini con disturbi respiratori del sonno. Gli Autori propongono<br />

inoltre una interessante riflessione sulle conseguenze dell’ipossia<br />

dovuta alla sindrome OSAS sia in relazione all’insorgenza di un<br />

quadro infiammatorio sistemico, sia per quanto riguarda le ripercussioni<br />

sugli aspetti cognitivi e comportamentali. Infine viene fatto il<br />

punto sulle opzioni terapeutiche per la gestione integrata del bambino<br />

con OSAS.<br />

Il gruppo di Varese ci porta un preciso aggiornamento sulle possibili<br />

complicanze cardiovascolari con possibile successiva insorgenza di<br />

sindrome metabolica in età adulta. Luana Nosetti e colleghi propongono<br />

un interessante articolo sulla SIDS con particolare riferimento al<br />

rapporto tra predisposizione genetica e influenza ambientale.<br />

Elena Finotti e collaboratori discutono il problema dei disturbi<br />

parossistici del sonno in età evolutiva, fornendo indicazioni su quali<br />

siano i segnali che dovrebbero indurre ad un approfondimento<br />

diagnostico.


6<br />

Infine, nella rubrica “special topics” un gruppo di ben noti esperti,<br />

coordinato da Amy Kantar, ci offre uno stato dell’arte sulle diverse<br />

modalità di erogazione dei farmaci per via inalatoria, con particolare<br />

riferimento alla terapia steroidea.<br />

Ringrazio Luigia Brunetti per la preziosa collaborazione nel “tirar<br />

le fila” di questo interessante fascicolo e auguro a tutti un buon<br />

aggiornamento!<br />

Eugenio Baraldi<br />

e-mail: baraldi@pediatria.unipd.it<br />

Editoriale<br />

View point


Introduzione<br />

Russamento, sindrome delle aumentate resistenze<br />

respiratorie (upper airway resistance syndrome,<br />

UARS), e (la manifestazione più grave) sindrome<br />

dell’apnea ostruttiva nel sonno (OSAS), costituiscono<br />

lo spettro dei disturbi respiratori nel sonno<br />

(DRS) del bambino.<br />

Il russamento primario o abituale, presente per la<br />

maggior parte delle ore di sonno del bambino e per<br />

3-5 giorni alla settimana, è un rumore a varie tonalità<br />

prodotto durante il sonno dalle vibrazioni dell’ugola<br />

e del palato molle,deriva da una ostruzione parziale<br />

delle alte vie aeree. La prevalenza è del 18%-<br />

Pneumologia Pediatrica 2009; 34: 7-13<br />

Luisa Federica Nespoli1, Luana Nosetti2, Luigi Nespoli2 1U.O. Cardiologia Pediatrica e dell’età evolutiva, Policlinico “Sant’Orsola-Malpighi”, Bologna; 2Clinica<br />

Pediatrica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi dell’Insubria, Varese<br />

Sistema cardiovascolare e disturbi<br />

respiratori nel sonno<br />

Cardiovascular system and sleep<br />

disordered breathing<br />

Parole chiave: disturbi respiratori nel sonno, sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, cuore polmonare cronico, ipertensione<br />

polmonare, indice di performance miocardica<br />

Keywords: sleep disordered breathing, obstructive sleep apnea syndrome, cor pulmonale, pulmonary hypertension, myocardial performance<br />

index<br />

Riassunto. La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (obstructive sleep apnea syndrome, OSAS) è caratterizzata dall’interruzione<br />

ripetitiva della ventilazione durante il sonno causata dall’ostruzione intermittente delle alte vie aeree, associata a disturbo<br />

del sonno e ad ipossia e, non costantemente, ipercapnia.<br />

Queste ultime aumentano lo sforzo respiratorio con aumento della pressione negativa intratoracica e aumento della pressione<br />

transmurale ventricolare sinistra. Aumenta anche il ritorno venoso al ventricolo destro e la pressione arteriosa polmonare<br />

con aumento del postcarico ventricolare destro. L’ipossia intermittente induce la produzione di radicali liberi, di molecole proinfiammatorie,<br />

e riduzione dell’ossido nitrico (NO) con predisposizione all’aterosclerosi e all’ipertensione arteriosa. Nei bambini<br />

con OSAS esiste una maggior predisposizione ad eventi cardiovascolari legati all’aumentato tono simpatico con ipertensione<br />

arteriosa e ridotta variabilità della frequenza cardiaca, disfunzione endoteliale, disfunzione sisto-diastolica ventricolare, destra<br />

e sinistra, alterazioni proinfiammatorie e metaboliche. Il persistere dell’OSAS può portare non solo alla ipertensione polmonare<br />

e al cuore polmonare cronico, ma anche allo sviluppo di ipertensione arteriosa sistemica e alla sindrome metabolica. Se<br />

l’OSAS viene riconosciuta per tempo e trattata tempestivamente con la adeno-tonsillectomia (risolutiva nei tre quarti dei casi),<br />

le alterazioni a carico del cuore regrediscono nell’arco di alcuni mesi. È pertanto necessario aumentare la consapevolezza dei<br />

pediatri riguardo a queste patologie, spesso misconosciute dai genitori stessi dei bambini.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Dott.ssa Luisa Federica Nespoli, U.O. Cardiologia pediatrica e dell’età evolutiva.<br />

Policlinico “Sant’Orsola-Malpighi”, Bologna; e-mail: lunespoli@libero.it<br />

20% dei bambini fino ai 2 anni di età, del 7%-13%<br />

dei bambini fra 2 e 8 anni e 3%-5% dei bambini più<br />

grandi (1) (presente in circa il 12% in un gruppo di<br />

604 bambini di età compresa fra 3 e 6 anni da noi<br />

esaminati) (2). Non si associa a caduta di saturazione<br />

dell’ossigeno nel sangue (SpO 2 ) o ipercapnia. Un<br />

bambino con OSAS nella grande maggioranza dei<br />

casi russa. Questo fenomeno può associarsi a sintomi<br />

diurni e a scarse prestazioni scolastiche (3).<br />

L’AmericanThoracic Society definì nel 1996 l’OSAS<br />

come “disturbo del respiro durante il sonno caratterizzato<br />

da prolungata parziale ostruzione delle<br />

7


8<br />

Nespoli, et al.<br />

prime vie aeree e/o da una ostruzione completa<br />

intermittente (apnea ostruttiva) che compromette<br />

la normale ventilazione durante il sonno e i normali<br />

ritmi del sonno” (4). Questi episodi di totale o parziale<br />

ostruzione al flusso aereo portano di regola a<br />

caduta della SpO2 ed eventualmente ad ipercapnia<br />

e possono causare risvegli parziali o microrisvegli<br />

(microarousal). L’OSAS è egualmente rappresentata<br />

nei 2 sessi, ha una prevalenza 0,7%-10,3% nei<br />

bambini senza altre patologie associate (5).<br />

Presenta due picchi di incidenza il primo nell’età<br />

del gioco e il secondo in quella adolescenziale.<br />

Nel 1965 Menashe e collaboratori descrissero per<br />

la prima volta due bambini con cuore polmonare e<br />

ipoventilazione cronica dovuta a gravissima ostruzione<br />

delle vie aeree da ipertrofia adeno-tonsillare<br />

(6). L’ipertensione polmonare e il cuore polmonare<br />

sono state riportate come le più gravi sequele<br />

cardiologiche dell’OSAS (7). La genesi delle complicanze<br />

cardiache è multifattoriale (Figura 1).<br />

L’ipossia ed ipercapnia associate all’apnea, causano<br />

un aumento dello sforzo respiratorio inefficace a<br />

glottide chiusa, con conseguente creazione di<br />

aumentata pressione negativa intratoracica, ed<br />

aumento della pressione transmurale ventricolare<br />

sinistra (post-carico), potente stimolo allo sviluppo<br />

di ipertrofia cardiaca.<br />

Ipossemia<br />

Riossigenazione<br />

Ipercapnia<br />

Attivazione simpatica<br />

Alterata regolazione metabolica<br />

Ingrossamento dell’arteria sinistra<br />

Sistemica<br />

Polmonare Ipertensione<br />

Scompenso cardiaco<br />

Aritmia<br />

La pressione intratoracica negativa aumenta il<br />

ritorno venoso, incrementando il precarico ventricolare<br />

destro, mentre l’ipossia causa vasocostrizione<br />

delle arterie polmonari, aumentando il postcarico<br />

ventricolare destro; come conseguenza si ha<br />

uno spostamento del setto interventricolare verso<br />

sinistra, con compressione del ventricolo sinistro e<br />

ridotta gittata sistolica.<br />

La presenza di episodi di ipossia-ipercapnia<br />

incrementa il tono simpatico, con vasocostrizione<br />

periferica, cui contribuisce inoltre l’aumento<br />

del tono simpatico al risveglio al termine dell’apnea.<br />

Questi effetti acuti possono persistere<br />

durante il giorno, determinando un aumento<br />

della pressione arteriosa sistemica ed una ridotta<br />

variabilità della frequenza cardiaca vagomediata<br />

(Figura 1) (8-10).<br />

L’ipossia intermittente può indurre produzione di<br />

radicali liberi dell’ossigeno, incremento delle<br />

molecole infiammatorie, riduzione della produzione<br />

di ossido nitrico con conseguente riduzione<br />

della vasodilatazione endotelio-mediata, con<br />

predisposizione all’aterosclerosi ed all’ipertensione<br />

arteriosa.<br />

È stata inoltre osservata una maggiore aggregabilità<br />

piastrinica con ridotta capacità fibrinolitica nei<br />

pazienti con OSAS, con aumentata trombofilia.<br />

OSAS<br />

Meccanismi di<br />

malattia<br />

Malattie CV associate<br />

Morte cardiaca improvvisa<br />

Pressione intratoracica<br />

Arousal<br />

Privazione del sonno<br />

Disfunzione endoteliale<br />

Infiammazione sistemica<br />

Ipercoagulazione<br />

Malattia renale<br />

Ictus<br />

Infarto miocardico<br />

Figura 1 Riassunto schematico delle componenti fisiopatologiche dell’OSAS, dei meccanismi di attivazione della<br />

malattia cardiovascolare e del la successive evoluzione della malattia cardiovascolare ormai iniziata. Modificata da (10).


In bambini con OSAS, come negli adulti, è stata<br />

dimostrata una maggiore predisposizione ad eventi<br />

cardiovascolari.<br />

I principali effetti negativi (11, 12) delle apnee notturne<br />

in età pediatrica si possono riassumere in:<br />

- aumentato tono simpatico con ipertensione arteriosa<br />

e ridotta variabilità della frequenza cardiaca<br />

- disfunzione endoteliale<br />

- disfunzione sisto-diastolica ventricolare destra e<br />

sinistra<br />

- alterazioni proinfiammatorie e metaboliche.<br />

Disregolazione del sistema nervoso<br />

autonomo<br />

L’aumento dell’attività del sistema nervoso simpatico<br />

è stata studiata attraverso l’analisi della variabilità<br />

della frequenza cardiaca (HRV), costituita da<br />

una componente ad elevata frequenza (HF), che<br />

riflette l’attività nervosa vagale, ed una componente<br />

a bassa frequenza (LF), che riflette l’attività nervosa<br />

vagale e simpatica. Nei bambini con OSAS è<br />

stata evidenziata un’aumentata componente a<br />

bassa frequenza e del rapporto LF/HF sia durante<br />

il sonno che durante veglia.<br />

Una ridotta variabilità della frequenza cardiaca è<br />

un fattore prognostico negativo per aritmie e<br />

morte in pazienti adulti con cardiomiopatia dilatativa<br />

o infarto miocardico, mentre un’aumentata<br />

variabilità della pressione arteriosa in pazienti ipertesi<br />

è correlata a comparsa di danno d’organo.<br />

Uno studio in pazienti adulti con OSAS (13) ha<br />

valutato il sistema nervoso autonomo mediante lo<br />

studio della variabilità della frequenza cardiaca (LF,<br />

HF, LF/HF), la misura dell’attività nervosa simpatica<br />

a livello del nervo peroneale (MSNA), la valutazione<br />

della variabilità della pressione arteriosa<br />

durante la veglia. È stata dimostrata una ridotta<br />

variabilità della frequenza cardiaca, con aumento<br />

della componente LF e del rapporto LF/HF,<br />

aumentata attività nervosa simpatica, ridotta componente<br />

HF ed un’aumentata variabilità della pressione<br />

arteriosa sistemica.<br />

L’aumento dell’attività simpatica legato agli episodi<br />

di apnea può essere alla base dell’aumentata variabilità<br />

della pressione arteriosa, con alterazione<br />

della sensibilità barocettiva e di altri riflessi cardiovascolari<br />

che persistono durante il giorno.<br />

Anche i bambini con OSAS mostrano una frequenza<br />

cardiaca più elevata sia durante il sonno<br />

che durante la veglia, in associazione ad elevati<br />

valori di pressione arteriosa; questa associazione<br />

Sistema cardiovascolare e disturbi respiratori nel sonno<br />

indicherebbe una disfunzione della sensibilità barocettiva,<br />

verosimilmente secondaria all’aumentato<br />

tono simpatico e/o all’aumentato volume plasmatico<br />

(14, 15).<br />

La pressione arteriosa sistemica è stata valutata<br />

nei pazienti con OSAS sia con misurazioni random<br />

durante la giornata che con una misurazione<br />

Holter nelle 24 ore, il migliore strumento per la<br />

valutazione delle variazioni pressorie indotte dai<br />

disturbi del sonno (15).<br />

Sono stati valutati in particolare il picco mattutino,<br />

la variabilità della pressione arteriosa diurna e notturna,<br />

il load pressorio, ossia la percentuale di valori<br />

superiori al 95° percentile sia per quanto riguarda<br />

la pressione arteriosa sistolica che diastolica, il<br />

cui andamento notturno sembra essere maggiormente<br />

influenzato dalla presenza di OSAS. Tutti<br />

questi parametri sono risultati significativamente<br />

aumentati in pazienti con OSAS, con un cut-off di<br />

significatività a partire da un indice di apnea-ipopnea<br />

(AHI) >5, indice di disturbo del sonno di<br />

grado lieve. Ciò comporta un aumentato rischio<br />

cardiovascolare già nella fase iniziale dei disturbi<br />

del sonno, in quanto tutti i parametri indagati sono<br />

stati dimostrati in pazienti adulti predittori dello<br />

sviluppo di ipertrofia miocardica, infarto miocardico,<br />

eventi cardiovascolari, ictus, aterosclerosi.<br />

Anche in età pediatrica è stata evidenziata un’associazione<br />

con la presenza di ipertrofia miocardica<br />

ed aumentata massa miocardica.<br />

Sono stati tuttavia riportati casi di pazienti pediatrici<br />

con OSA con bassi valori di pressione arteriosa<br />

sisto-diastolica; vi è comunque in tutti l’evidenza di<br />

una disregolazione della pressione arteriosa sistemica,<br />

con alterata vaso motricità (16-19).<br />

Disfunzione endoteliale<br />

Nei pazienti adulti con OSAS è stato evidenziato,<br />

quale meccanismo di morbidità cardiovascolare, la<br />

ridotta disponibilità di ossido nitrico, con conseguente<br />

disfunzione endoteliale ed innalzamento<br />

della pressione arteriosa. Inoltre sono stati evidenziati<br />

aumentati livelli plasmatici di nitrotirosina e/o<br />

di inibitore endogeno della sintasi dell’ossido nitrico,<br />

la asymmetric dimethylarginine (ADMA).<br />

Un altro marker della disfunzione endoteliale è il<br />

ligando solubile per il CD40, che incrementa l’espressione<br />

di mediatori infiammatori e fattori procoagulanti.<br />

Un recente studio di Gozal indica la<br />

presenza di aumentati livelli di sCD40 e di ADMA,<br />

proteina C-reattiva ed interleuchina-6 in pazienti<br />

9


10<br />

Nespoli, et al.<br />

con OSAS, che si riducono dopo l’intervento chirurgico<br />

di adenotonsillectomia, tranne nei pazienti<br />

con forte familiarità per patologie cardiovascolari<br />

(20, 21).<br />

OSAS ed ecocardiogramma<br />

L’associazione tra OSAS e cuore polmonare è<br />

stata descritta già da numerosi anni, tuttavia, tale<br />

evidenza è costituita da report di singoli casi e piccole<br />

serie (6, 7). La presenza di comorbidità e la<br />

differente definizione di ipertensione polmonare<br />

nei vari studi non permettono la stima della prevalenza<br />

di cuore polmonare in bambini con OSAS<br />

non complicata. Non sono noti i valori di severità<br />

e/o ipossia intermittente associati all’aumento di<br />

rischio di cuore polmonare; resta inoltre da chiarire<br />

la fisiopatologia ed il contributo dell’ipertensione<br />

venosa polmonare in pazienti pediatrici con<br />

OSAS (22, 23).<br />

L’avvento di nuove tecniche ecocardiografiche,<br />

ha permesso di evidenziare più precocemente<br />

alterazioni della funzione sisto-diastolica ventricolare,<br />

la comparsa di ipertrofia e rimodellamento<br />

ventricolare.<br />

Amin e collaboratori hanno dimostrato la presenza<br />

di ipertrofia ed aumento della massa ventricolare<br />

sinistra in pazienti con OSAS, con una correlazione<br />

tra severità del disturbo del sonno ed il<br />

grado di rimodellamento ventricolare (19).<br />

Lo stesso studio ha evidenziato un’associazione tra<br />

il grado di desaturazione raggiunto durante gli episodi<br />

di apnea ed i parametri ecocardiografici, mentre<br />

non vi era differenza nei valori di pressione<br />

arteriosa sistolica e diastolica tra i gruppi studiati.<br />

Tali risultati indicano, almeno nelle fasi iniziali<br />

dell’OSAS, un ruolo principale dell’ipossia e dell’incremento<br />

di mediatori infiammatori quali l’interleuchina-6<br />

ed interleuchina-1β rispetto all’incremento<br />

della pressione arteriosa, nello sviluppo di<br />

ipertrofia ventricolare sinistra.<br />

Per quanto concerne il ventricolo destro, l’ipossia<br />

e l’ipercapnia risultanti dagli episodi di apnea, con<br />

acidosi respiratoria, causano vasocostrizione polmonare,<br />

sia in acuto, con effetti reversibili con la<br />

rimozione dell’ostruzione respiratoria, che in cronico,<br />

inducendo un rimodellamento dei vasi polmonari<br />

con ipertrofia della tonaca muscolare delle<br />

piccole e medie arterie, con aumento dello strain<br />

ed ipertrofia ventricolare destra. L’incremento del<br />

ritorno venoso sistemico causato dalla vasocostrizione<br />

e dall’aumento della pressione negativa<br />

intracardiaca causa inoltre dilatazione delle sezioni<br />

destre, con disfunzione ventricolare destra e sinistra,<br />

fino all’insufficienza cardiaca con edema polmonare<br />

(14, 19, 21).<br />

Uno studio di Duman (25) ha analizzato l’andamento<br />

del myocardial performance index (MPI), un<br />

indice della funzione globale ventricolare destra o<br />

sinistra, indipendente da frequenza cardiaca e<br />

pressione arteriosa, e della pressione arteriosa<br />

polmonare media, in pazienti con ipertrofia adenotonsillare<br />

prima e dopo l’intervento di adenotonsillectomia<br />

(Figura 2). Il MPI ventricolare destro<br />

è risultato più elevato nel preoperatorio nei<br />

pazienti con OSAS rispetto ai controlli, indicando<br />

la presenza di disfunzione ventricolare destra subclinica,<br />

mentre i valori di MPI ventricolare sinistro<br />

nei pazienti con OSAS risultavano sovrapponibili<br />

ai controlli. Il valore del MPI correlava con la severità<br />

dell’ostruzione respiratoria e con il valore della<br />

pressione arteriosa polmonare media, entrambi<br />

tali parametri mostravano una normalizzazione già<br />

nei primi mesi postoperatori (Figura 3).<br />

Con l’utilizzo del tissue Doppler imaging (TDI) è<br />

possibile studiare le velocità di accorciamento<br />

miocardico, con una valutazione più accurata della<br />

funzione diastolica cardiaca, rispetto ad un classico<br />

esame ecocardiografico.<br />

Un recente studio di Ugur (26) utilizzando il TDI<br />

ha evidenziato la presenza di disfunzione diastolica<br />

ventricolare destra e sinistra, che migliorava ad una<br />

rivalutazione dopo sei mesi dall’intervento di adenotonsillectomia.<br />

Figura 2 Calcolo dell’indice di performance miocardica (MPI) del<br />

ventricolo destro (RV). L’intervallo “a” (dall’inizio della contrazione<br />

isovolumetrica all’inizio del riempimento diastolico) è stato<br />

misurato dalla traccia di afflusso tricuspidale (sinistra della figura).<br />

L’intervallo “b” (tempo di eiezione sistolica) è stato misurato dalla<br />

traccia di eiezione del ventricolo destro (RV) (destra della figura).<br />

Modificata da (25).


RV MPI<br />

0,60<br />

0,40<br />

0,20<br />

0,00<br />

N= 21<br />

Controlli<br />

Un marker di disfunzione ventricolare sinistra<br />

ampiamente utilizzato nello scompenso cardiaco<br />

in pazienti adulti è il peptide natriuretrico atraile<br />

(BNP), rilasciato dai miociti ventricolari in risposta<br />

ad un sovraccarico pressorio e volumetrico (strain<br />

ventricolare), con conseguente vasodilatazione e<br />

natriuresi. L’incremento di pressione arteriosa al<br />

termine di un episodio ostruttivo, associato alla<br />

riduzione della gittata sistolica, determinata verosimilmente<br />

dall’aumento del postcarico ventricolare,<br />

e dall’aumento del precarico destro dovuto<br />

all’aumento della pressione intratoracica negativa,<br />

con conseguente spiazzamento verso sinistra del<br />

setto interventricolare, può agire come stimoli<br />

all’incremento del BNP, come già dimostrato in<br />

pazienti adulti.<br />

Kaditis e collaboratori (27) hanno misurato i<br />

livelli di BNP mattutini e notturni in bambini con<br />

e senza OSAS, dimostrando una correlazione tra<br />

i livelli di BNP notturno e la severità del disturbo<br />

ostruttivo, indicativo di strain ventricolare;<br />

resta da indagare la possibile associazione tra<br />

incremento del BNP notturno e disfunzione e<br />

rimodellamento ventricolare in bambini con<br />

OSAS.<br />

Sistema cardiovascolare e disturbi respiratori nel sonno<br />

p= 0,9<br />

p


12<br />

Nespoli, et al.<br />

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Centro di Riferimento Interregionale per le Apnee Infantili; Clinica Pediatrica I “S. Maggiore”, Università<br />

degli Studi di Bari<br />

Obesità e sindrome delle apnee<br />

ostruttive nel sonno (OSAS)<br />

Obesity and obstructive sleep<br />

apnea syndrome (OSAS)<br />

Parole chiave: obesità, disturbi respiratori nel sonno, infiammazione, leptina<br />

Keywords: obesity, sleep breathing disorders, inflammation, leptin<br />

Riassunto. Il problema dell’obesità in età pediatrica è in drammatico aumento in tutto il mondo e rappresenta oggi un preoccupante<br />

fenomeno per la salute pubblica in relazione alle complicanze associate, tra cui soprattutto quelle cardiovascolari.<br />

Attualmente si ritiene che molte condizioni morbose finora considerate pressoché esclusive dell’età adulta possano avere origine<br />

nell’infanzia.Tra queste si annoverano i disturbi respiratori nel sonno e in particolare la sindrome delle apnee ostruttive<br />

nel sonno (OSAS). Considerando i dati epidemiologici disponibili è prevedibile che parallelamente all’aumento dell’obesità nei<br />

bambini, si osservi un aumento dell’incidenza dell’OSAS. Pertanto la classica presentazione del bambino affetto da OSAS con<br />

ipertrofia adenotonsillare e sottopeso, potrebbe gradualmente essere sostituita da quella di un paziente in sovrappeso. Inoltre,<br />

recentemente è stato ipotizzato che la patogenesi della sindrome delle apnee ostruttive non sia su base esclusivamente meccanica,<br />

ma coinvolga anche fattori umorali, tra cui alcune adipochine.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Prof.ssa Luigia Brunetti, Clinica Pediatrica I “S. Maggiore”, Università di Bari, Bari;<br />

e-mail: l.brunetti@pediatria3.uniba.it<br />

Introduzione<br />

La prevalenza del sovrappeso nei bambini e negli<br />

adolescenti è in drammatico aumento in tutto il<br />

mondo (15%-17%) (1-3). Negli Stati Uniti, tra il<br />

1980 e il 2000, essa è raddoppiata nei bambini fra i<br />

6 e gli 11 anni ed è triplicata in quelli di età compresa<br />

tra i 12 e i 17 anni (4, 5). L’obesità, definita<br />

come un eccesso di peso corporeo per accumulo<br />

di tessuto adiposo tale da influire negativamente<br />

sullo stato di salute, è stata considerata<br />

dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)<br />

come uno dei più rilevanti problemi di salute pubblica<br />

nell’infanzia. Questo soprattutto in relazione<br />

all’impatto delle condizioni croniche ad essa associate,<br />

quali diabete mellito di tipo II, insulino resistenza,<br />

dislipidemie, ipertensione arteriosa, aterosclerosi,<br />

cardiopatia ischemica, steatosi epatica, disturbi<br />

respiratori, depressione e ridotta qualità di vita<br />

(6-11). Attualmente si ritiene che molte delle suddette<br />

condizioni, finora considerate problematiche<br />

pressoché esclusive dell’età adulta, possano avere<br />

origine proprio nell’infanzia e nell’adolescenza (12).<br />

Tra le numerose condizioni morbose associate<br />

all’obesità vanno considerati anche i disturbi respiratori<br />

nel sonno e, in particolare, la sindrome delle<br />

apnee ostruttive nel sonno (OSAS) (13) e la sindrome<br />

da obesità e ipoventilazione (14).<br />

Sindrome delle apnee ostruttive nel<br />

sonno<br />

Nonostante l’OSAS sia stata descritta sin dall’antichità,<br />

solo in tempi recenti è stata riconosciuta<br />

come un importante problema di salute pubblica in<br />

età pediatrica. Secondo i dati presenti in letteratura,


la prevalenza dei disturbi respiratori nel sonno in<br />

età prescolare e scolare varia ampiamente dal 3,2%<br />

al 12% per quanto concerne il russamento abituale<br />

e dall’1,1% al 2,9% per quanto concerne l’OSAS<br />

(15-19). Da una nostra recente esperienza condotta<br />

su circa un migliaio di bambini e adolescenti del<br />

Sud Italia, è emerso che il 4,9% dei bambini soffriva<br />

di russamento, mentre la prevalenza dell’OSAS era<br />

pari a 1,8% (20).<br />

Nei bambini lo spettro clinico dei disturbi respiratori<br />

ostruttivi nel sonno comprende l’OSAS, la<br />

forma più grave, caratterizzata da episodi prolungati<br />

di parziale o completa ostruzione delle alte vie<br />

aeree che disturbano la ventilazione notturna<br />

(ipossia intermittente e ipercapnia) e la struttura<br />

del sonno, solitamente associati a una riduzione<br />

della saturazione ematica di ossigeno (21); la sindrome<br />

da aumentata resistenza delle vie aeree<br />

superiori (UARS), una forma intermedia in termini<br />

di severità dei disturbi nel sonno, caratterizzata<br />

da pattern respiratori nel complesso normali con<br />

evidenza di microrisvegli e frammentazione del<br />

sonno; il russamento abituale o primitivo, caratterizzato<br />

dall’assenza di apnee, alterazioni dello<br />

scambio dei gas e/o alterazione dell’architettura<br />

del sonno.<br />

I sintomi notturni più comuni dell’OSAS nei bambini<br />

includono russamento, respirazione orale,<br />

respiro rumoroso, movimenti paradossi toracoaddominali,<br />

pause respiratorie riferite dai genitori,<br />

difficoltà respiratoria, sudorazione profusa, cianosi,<br />

sonno agitato, enuresi. I sintomi diurni includono<br />

respirazione orale, difficoltà di risveglio al mattino,<br />

cefalea mattutina, congestione nasale, rinolalia, difficoltà<br />

di concentrazione, sonnolenza, iperattività e<br />

aggressività. Nei casi più severi di OSAS si può<br />

avere ipertensione polmonare e cuore polmonare,<br />

ipertensione arteriosa sistemica, ritardo di crescita<br />

e, in casi estremi, morte improvvisa.<br />

In linea generale i meccanismi fisiopatologici alla<br />

base delle apnee ostruttive nei bambini sono per<br />

molti aspetti differenti da quelli che intervengono<br />

negli adulti. In questi ultimi infatti l’OSAS è principalmente,<br />

anche se non esclusivamente, associata<br />

all’obesità; nei bambini, invece, la causa più frequente<br />

è rappresentata dall’ipertrofia tonsillare e<br />

adenoidea, seguita dalla rinite cronica, dall’obesità<br />

e dalle malocclusioni (22).<br />

Poiché il picco di incidenza dell’OSAS è compreso<br />

tra i 2 e gli 8 anni di età, alcuni Autori hanno attribuito<br />

questo dato alla sproporzionata crescita del<br />

Obesità e sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS)<br />

tessuto linfoide delle alte vie aeree in questa fase<br />

della vita (23); al contrario, Arens ha suggerito che<br />

la crescita del tessuto linfoide sarebbe proporzionata<br />

allo sviluppo di altre strutture delle vie aeree<br />

superiori (24-26). Secondo recenti dati della letteratura,<br />

l’ipotesi più probabile sull’eccessivo sviluppo<br />

di questi tessuti sarebbe l’intervento di numerosi<br />

fattori come infezioni da virus respiratori,<br />

esposizione ad allergeni, fumo passivo e altri inquinanti<br />

atmosferici (12).<br />

Tuttavia è stata documentata solo una debole correlazione<br />

tra la severità dell’OSAS e le dimensioni<br />

di questi tessuti, quando valutati clinicamente o<br />

mediante metodi radiografici; evidentemente il<br />

ruolo dell’ipertrofia adenotonsillare nella patogenesi<br />

dell’OSAS è molto più complesso ed è possibile<br />

che l’orientamento tridimensionale di questi<br />

tessuti ed il modo in cui essi si sovrappongono a<br />

livello delle vie aeree sia un fattore più importante<br />

e possa significativamente influenzare la resistenza<br />

del flusso aereo durante il sonno (27). Gli<br />

studi più attuali suggerirebbero l’ipotesi di uno<br />

squilibrio dinamico nella funzione delle alte vie<br />

aeree in cui coesisterebbero alterazioni strutturali<br />

ed anatomiche con anomalie dei riflessi protettivi<br />

e neuromotori delle alte vie aeree.<br />

Obesità in età pediatrica: un fattore di<br />

rischio per l’OSAS?<br />

I bambini obesi presentano un rischio maggiore<br />

di sviluppare disturbi respiratori nel sonno? Il<br />

grado di severità dell’OSAS è proporzionale al<br />

grado di obesità?<br />

Numerose evidenze presenti in letteratura hanno<br />

dimostrato una correlazione tra OSAS e obesità:<br />

Guilleminault ha riportato che su 50 bambini con<br />

OSAS, cinque (10%) erano obesi (28); Mallory ha<br />

dimostrato la presenza di alterazioni polisonnografiche<br />

nel 24% dei soggetti di una popolazione di<br />

bambini obesi (29); allo stesso modo, Marcus ha<br />

evidenziato che il 46% di bambini e adolescenti<br />

obesi presentava alterazioni polisonnografiche e il<br />

27% disturbi del sonno di grado moderato e severo<br />

(30). Redline e collaboratori hanno esaminato i<br />

fattori di rischio per disturbi respiratori nel sonno<br />

in bambini tra 2 e 18 anni e hanno trovato che<br />

negli obesi il rischio di sviluppare disturbi nel<br />

sonno aumentava di 4-5 volte (31); in particolare,<br />

per ogni incremento di 1 Kg/m² del body mass<br />

index (BMI) rispetto al valore medio di BMI per età<br />

15


16<br />

Brunetti, et al.<br />

e sesso, il rischio di OSAS aumentava del 12%.<br />

Dati preliminari relativi a una nostra casistica di<br />

bambini obesi hanno evidenziato una frequenza<br />

significativamente più alta (12,5%) di russamento<br />

abituale tra gli obesi rispetto ai bambini in sovrappeso<br />

(5,8%) e di peso normale (32).<br />

Sulla base di questi dati che mostrano una significativa<br />

correlazione tra l’obesità e i disturbi nel<br />

sonno e considerando che, secondo dati epidemiologici<br />

recenti, la prevalenza dell’obesità è in<br />

progressivo aumento nel mondo, è prevedibile<br />

che nei prossimi anni si osserverà anche un parallelo<br />

incremento dell’incidenza dell’OSAS.<br />

E dunque, la classica presentazione del bambino<br />

affetto da OSAS, sottopeso, con ipertrofia adenotonsillare,<br />

potrebbe gradualmente essere sostituita<br />

da quella di un paziente con analoghi disturbi<br />

ma in sovrappeso (33).<br />

Ma come influisce l’obesità sui disturbi respiratori<br />

nel sonno e viceversa?<br />

Secondo studi recenti, nei bambini obesi con OSAS<br />

la ristrettezza delle alte vie aeree è causata non solo<br />

dall’iperplasia/ipertrofia adenotonsillare, ma anche<br />

dall’infiltrazione di tessuto adiposo in queste strutture;<br />

inoltre i depositi di grasso nel sottocutaneo della<br />

regione anteriore del collo e della regione sottomentoniera<br />

rendono le alte vie aeree più suscettibili<br />

al collasso quando il soggetto é in posizione supina<br />

(34-36). Secondo le suddette osservazioni, l’iperplasia/ipertrofia<br />

adenotonsillare non è da considerarsi<br />

sempre il principale fattore di rischio per lo sviluppo<br />

di OSAS nei bambini obesi (30, 37). Infatti, il<br />

soggetto obeso è tipicamente affetto da un disturbo<br />

respiratorio di tipo restrittivo in cui il grasso<br />

viscerale agisce meccanicamente riducendo i volumi<br />

polmonari (38); inoltre l’aumento del tessuto adiposo<br />

a livello addominale, così come a livello del torace,<br />

aumenta il carico respiratorio globale e riduce<br />

l’escursione diaframmatica e il volume intratoracico,<br />

soprattutto in posizione supina (39). Queste modificazioni<br />

comportano una riduzione dei volumi polmonari<br />

e della riserva di ossigeno e un aumento del<br />

lavoro respiratorio durante il sonno (40).Tuttavia, se<br />

fino a poco tempo fa si riteneva che la patogenesi<br />

delle apnee ostruttive nel sonno fosse su base esclusivamente<br />

meccanica, recentemente è stato ipotizzato<br />

che alcuni fattori umorali, tra cui le adipochine,<br />

abbiano pure un ruolo rilevante. Il tessuto adiposo<br />

dei pazienti obesi ha le caratteristiche di un tessuto<br />

“infiammato” che presenta infiltrati di macrofagi e<br />

produce molecole in grado di richiamare le cellule<br />

della flogosi. L’infiammazione di tale tessuto, che oggi<br />

viene considerato un organo metabolicamente attivo<br />

e non un inerte deposito di energia, si associa ad<br />

una maggiore produzione di sostanze che inducono<br />

insulino-resistenza e aumentano il rischio cardiovascolare,<br />

quali leptina,TNF-α, resistina, IL-6, l’inibitore<br />

dell’attivatore del plasminogeno-1 (PAI-1), e a una<br />

minore sintesi di adiponectina, che invece aumenta<br />

la sensibilità all’insulina. In una serie di recenti ed eleganti<br />

studi condotti su pazienti adulti, è emerso il<br />

ruolo potenziale della leptina come collegamento<br />

endocrino-mediato tra obesità, sindrome metabolica<br />

e disturbi respiratori nel sonno; la condizione di<br />

obesità è stata associata ad una resistenza centrale<br />

e periferica alla leptina, che a sua volta comporta un<br />

inefficace aumento dei livelli circolanti di questa<br />

molecola (41-43). La ridotta biodisponibilità della<br />

leptina è stata implicata in ridotte risposte all’ipercapnia<br />

(44) ed in meccanismi sottostanti l’ipoventilazione<br />

alveolare nell’obesità (45-48). Infatti la leptina,<br />

il cui ruolo principale è nel controllo dell’appetito,<br />

è un potente stimolatore della funzione respiratoria,<br />

che oltre alle sue proprietà modulatorie sui<br />

chemorecettori centrali, sembra che agisca su tutta<br />

la meccanica respiratoria (49-51), nello stesso<br />

modo in cui influenza tutta l’attività chemorecettoriale<br />

periferica (52). Inoltre i ripetuti episodi di ipossia<br />

seguiti da riossigenazione, tipici dell’OSAS, determinano<br />

un aumentato rilascio di citochine proinfiammatorie<br />

e inducono uno stress ossidativo dell’endotelio<br />

vascolare aumentando il tono simpatico<br />

(53). Queste alterazioni potrebbero contribuire allo<br />

sviluppo dell’ipertensione, dell’insulino-resistenza e<br />

della dislipidemia e spiegherebbero perché l’OSAS<br />

rappresenterebbe un fattore di rischio indipendente<br />

per la comparsa delle complicanze cardiovascolari<br />

dell’obesità.Tuttavia, sono necessari ulteriori studi<br />

sul contributo dell’obesità nello sviluppo dei disturbi<br />

nel sonno in età pediatrica. In particolare resta da<br />

chiarire il ruolo delle adipochine in generale, e della<br />

leptina in particolare, nella fisiopatologia della disfunzione<br />

delle alte vie aeree e delle alterate risposte<br />

ventilatorie all’aumentata resistenza delle alte vie in<br />

questa epoca di vita.<br />

Trattamento<br />

L’adenotonsillectomia è considerato il primo presidio<br />

terapeutico nelle forme severe di OSAS. La<br />

maggior parte delle esperienze ha mostrato un<br />

marcato miglioramento del disturbo respiratorio


nel sonno dopo la rimozione chirurgica di tonsille<br />

e adenoidi; tuttavia l’efficacia della terapia chirurgica<br />

in bambini obesi con OSAS è stata valutata solo<br />

in pochi studi. Mitchell e collaboratori hanno registrato<br />

una completa risoluzione dell’OSAS nel<br />

46% dei bambini obesi con disturbi del sonno sottoposti<br />

ad adenotonsillectomia (54). Gozal, più<br />

recentemente, su 110 bambini trattati chirurgicamente<br />

(il 52% dei quali obesi), ha riportato una<br />

frequenza di OSAS residua maggiore negli obesi<br />

rispetto ai non obesi, con una incidenza di risoluzione<br />

completa molto più bassa nel gruppo degli<br />

obesi (55). Questi dati indicano che nei bambini<br />

obesi il trattamento chirurgico è meno efficace<br />

rispetto ai non obesi, confermando il dato che l’obesità<br />

alla diagnosi di OSAS rappresenta il rischio<br />

maggiore per la persistenza della malattia dopo il<br />

trattamento (56).<br />

È anche provato che l’obesità in generale determina<br />

un alto rischio post-operatorio e, in letteratura,<br />

esistono evidenze di un’incidenza di complicanze<br />

postoperatorie cardiache e respiratorie nel<br />

23%-27% dei pazienti sottoposti ad adenotonsillectomia<br />

(57-59). A tale proposito, l’American<br />

Academy of Pediatrics identifica l’obesità come un<br />

fattore di rischio per complicanze postoperatorie<br />

di tipo respiratorio dopo adenotonsillectomia e<br />

raccomanda un’ospedalizzazione di 24 ore e uno<br />

stretto monitoraggio post-operatorio (60).<br />

Negli adulti affetti da OSAS, l’efficacia della riduzione<br />

del peso, che costituisce una delle principali<br />

raccomandazioni per la gestione della malattia, è<br />

ben riconosciuta.<br />

Alcuni Autori hanno documentato una risoluzione<br />

delle apnee nel sonno dopo riduzione di peso<br />

anche nei bambini (61, 62), sostenendo così che in<br />

particolari casi, in cui la chirurgia non è percorribile,<br />

Obesità e sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS)<br />

un intensivo programma di riduzione del peso può<br />

essere di grande beneficio. La perdita di peso, se<br />

da un lato riduce la gravità del disturbo respiratorio<br />

nel sonno, dall’altro riduce le complicanze legate<br />

all’associazione obesità-OSAS, in particolare le<br />

alterazioni dell’endotelio delle arteriole e l’ispessimento<br />

della parete vascolare; tali eventi precoci<br />

precedono la formazione delle placche nel processo<br />

di aterogenesi responsabile della cardiopatia<br />

ischemica (63, 64) con elevato rischio di mortalità<br />

(65, 66).<br />

Un altro fondamentale ausilio terapeutico<br />

nell’OSAS del bambino è rappresentato dalla ventilazione<br />

continua a pressione positiva (continuous<br />

positive airway pressure, CPAP) che, oltre a ridurre<br />

gli episodi di apnee notturne, con conseguente<br />

riduzione dell’ipossiemia, è efficace nel ridurre la<br />

quota di adiposità viscerale. Non vi è dubbio che<br />

la terapia con CPAP attenua gli effetti cardiodepressivi<br />

dell’OSAS; a tale proposito è stato<br />

dimostrato che migliora la funzione ventricolare<br />

destra del cuore (67) e la funzione diastolica (68)<br />

e sistolica sinistra del cuore (69). Inoltre è stato<br />

dimostrato che il trattamento con CPAP di<br />

pazienti obesi con OSAS determina una significativa<br />

riduzione del grasso intraddominale e delle<br />

concentrazioni sieriche di leptina, anche in assenza<br />

di significative variazioni del peso corporeo (70).<br />

Conclusioni<br />

La perdita di peso non solo migliora la gravità del<br />

disturbo respiratorio nel sonno, ma riduce inoltre<br />

le complicanze legate all’associazione obesità-<br />

OSAS, in particolare le complicanze cardiovascolari<br />

che costituiscono oggi la principale causa di<br />

mortalità.<br />

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Centro di Medicina del Sonno in età pediatrica, A.O. “S. Andrea”, II Facoltà di Medicina e Chirurgia,<br />

Università “La Sapienza”, Roma<br />

Disturbi comportamentali e<br />

neurocognitivi nella sindrome<br />

delle apnee ostruttive del bambino<br />

Neurobehavioral consequences of obstructive<br />

sleep apnea syndrome in children<br />

Parole chiave: sindrome delle apnee ostruttive in sonno; bambini, iperattività e disattenzione<br />

Keywords: obstructive sleep apnea syndrome, children, hyperactivity and attention deficit<br />

Riassunto. I bambini con disturbi respiratori nel sonno presentano disturbi neurocomportamentali diurni, che comprendono<br />

il deficit di attenzione ed iperattività, disturbi dell’apprendimento e del comportamento che suggeriscono la presenza di eccessiva<br />

sonnolenza diurna.Tali disturbi sono presenti in almeno il 30% dei bambini con sindrome delle apnee ostruttive nel sonno<br />

(OSAS). Studi recenti hanno dimostrato una evidente relazione di causa-effetto tra l’ipossia notturna conseguente agli eventi<br />

respiratori (apnee e ipopnee ostruttive, limitazione di flusso), l’alterazione della struttura del sonno e la comparsa di deficit neurocognitivi.<br />

Oltre al deficit di attenzione ed iperattività, i bambini con OSAS presentano disturbi dell’apprendimento scolastico,<br />

deficit della memoria e delle funzioni esecutive. Molti studi hanno dimostrato una correlazione inversa tra i disturbi dell’apprendimento<br />

e della memoria e l’indice di apnea, e hanno anche dimostrato la presenza di deficit del quoziente intellettivo. La severità<br />

dell’OSAS nel bambino non è l’unico determinate per lo sviluppo dei deficit neurocognitivi, ma lo sviluppo di tali disturbi è<br />

mediato anche dalla suscettibilità genetica e dalle condizioni ambientali e questo spiegherebbe l’eterogeneità del fenotipo neurocomportamentale,<br />

con bambini affetti da OSAS severo che sono relativamente asintomatici e, al contrario, russatori con evidenti<br />

disturbi cognitivi. I sintomi neurocomportamentali sono indicativi di un’alterazione delle funzioni esecutive (scarso controllo<br />

degli impulsi, pensiero rigido, deficit della memoria di lavoro e della memoria contestuale, con difficoltà a prendere decisioni, e<br />

scarsa regolazione degli affetti e emozioni). Per tale motivo si è ipotizzato un coinvolgimento della corteccia prefrontale (PFC),<br />

che controlla le funzioni esecutive. I modelli animali hanno portato alla luce ulteriori chiarimenti sul ruolo dell’ipossia e gli effetti<br />

a livello cerebrale nell’OSAS pediatrica. Questi studi hanno dimostrato una relazione di causa-effetto tra ipossia e alterazioni<br />

sia anatomiche che funzionali della corteccia prefrontale e dell’ippocampo, che possono persistere per tutta la vita.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Dott.ssa Silvia Miano, Centro di Medicina del sonno in età pediatrica, Ospedale “S. Andrea”, Roma;<br />

e-mail: silvia.miano@tiscali.it<br />

Introduzione<br />

La prima descrizione della sindrome delle apnee<br />

ostruttive nel sonno (OSAS) nel bambino risale<br />

alla fine del XIX secolo, narrando delle conseguenze<br />

cognitive del disturbo notturno come: “il<br />

bambino è di giorno pigro, svogliato e rallentato”<br />

(1). Da allora, tale sindrome e le sue conseguenze<br />

neurocomportamentali non sono state<br />

più riportate fino a quasi il secolo successivo (2).<br />

Le apnee ostruttive nel sonno interessano i<br />

bambini di tutte le età, dal neonato all’adolescente,<br />

con una maggiore prevalenza in età prescolare<br />

(dai 2 ai 6 anni). La prevalenza dei disturbi<br />

respiratori nel sonno in età prescolare e<br />

scolare varia ampiamente: dal 3,2% al 27% per il<br />

russamento, dallo 0,5% al 3% per l’OSAS (3-4).<br />

I disturbi neurocomportamentali diurni, che


Disturbi comportamentali e neurocognitivi nella sindrome delle apnee ostruttive del bambino<br />

comprendono il deficit di attenzione ed iperattività,<br />

disturbi dell’apprendimento e comportamentali,<br />

suggeriscono la presenza di eccessiva sonnolenza<br />

diurna (5). Studi recenti hanno dimostrato una evidente<br />

relazione di causa-effetto tra l’ipossia notturna<br />

conseguente agli eventi respiratori (apnee e<br />

ipopnee ostruttive, limitazione di flusso), l’alterazione<br />

della struttura del sonno e la comparsa di deficit<br />

neurocognitivi (6). L’alterazione delle funzioni<br />

ristorative e delle funzioni omeostatiche del sonno<br />

può avere ripercussioni sulle connessioni sinaptiche,<br />

con effetti a lungo termine a livello neuronale,<br />

in particolare a livello della corteccia prefrontale,<br />

incidendo sui disturbi cognitivi (7).<br />

Nelle Linee Guida pediatriche italiane per la diagnosi<br />

dell’OSAS, tra i sintomi diurni sono presenti<br />

il deficit dell’attenzione ed iperattività diurna,<br />

lo scarso rendimento scolastico, e l’eccessiva<br />

sonnolenza diurna (8). L’OSAS non rappresenta<br />

soltanto un rischio per lo sviluppo neurocomportamentale<br />

nell’età evolutiva, ma molti bambini<br />

con disturbi neurologici sono più a rischio di<br />

sviluppare una sindrome delle apnee ostruttive<br />

nel sonno: sindromi ipotoniche (come nel bambino<br />

prematuro o nella sindrome di Down),<br />

paralisi cerebrali infantili, patologie del troncoencefalo,<br />

come la sindrome di Arnold-Chiari, malattie<br />

neuromuscolari (9).<br />

Per tutti questi motivi, l’OSAS pediatrica può<br />

essere considerata una sindrome neurocomportamentale,<br />

la cui diagnosi e cura diventano determinanti<br />

non solo per ridurre il rischio di sequele<br />

metaboliche e cardiovascolari, ma anche per la<br />

riduzione del rischio cognitivo.<br />

Gli studi sui disturbi neurocomportamentali<br />

nell’OSAS pediatrica si possono differenziare a<br />

seconda della funzione neurocomportamentale<br />

e cognitiva indagata: studi che hanno utilizzato<br />

test neuropsicologici e/o questionari su bambini<br />

con OSAS per dimostrare la presenza di disturbi<br />

comportamentali, psichiatrici e disturbi cognitivi<br />

(deficit di attenzione ed iperattività, disturbi<br />

del comportamento e della condotta, ansia,<br />

depressione, deficit delle funzioni esecutive, disturbi<br />

degli apprendimenti scolastici), o la presenza<br />

di eccessiva sonnolenza diurna (studi di neurofisiologia<br />

e/o con questionari) ed infine studi<br />

neurofisiologici del sonno per dimostrare la presenza<br />

di caratteristiche alterazioni dell’attività<br />

cerebrale in sonno (studi polisonnografici sulla<br />

microstruttura del sonno).<br />

OSAS e disturbi neurocomportamentali<br />

Disturbi comportamentali<br />

Durante il giorno, i sintomi più caratteristici dei<br />

bambini che russano e che hanno apnee ostruttive<br />

durante il sonno sono rappresentati dall’iperattività<br />

ed il deficit attentivo, con conseguente scarso<br />

rendimento scolastico e irritabilità diurna. Tali<br />

disturbi sono presenti in almeno il 30% dei bambini<br />

con OSAS ma il comportamento diurno<br />

migliora nettamente dopo la terapia chirurgica di<br />

adenotonsillectomia (10-12). I sintomi dei bambini<br />

con OSAS non rientrano pienamente nei criteri di<br />

diagnosi della sindrome da disattenzione ed iperattività<br />

(attention deficit hyperactivity disorder,<br />

ADHD), ma possono essere più sfumati e meno<br />

severi, anche se è stato dimostrato che nei bambini<br />

con ADHD la percentuale di OSAS è del 20%<br />

(13). È stata inoltre osservata una correlazione tra<br />

la severità del disturbo respiratorio e la severità<br />

del deficit d’attenzione e dell’impulsività (14). I<br />

bambini con OSAS presentano una riduzione<br />

delle capacità riflessive, della capacità di attenzione<br />

sostenuta e selettiva e una riduzione del quoziente<br />

intellettivo (15). Non bisogna dimenticare che i<br />

disturbi comportamentali e le conseguenze cognitive<br />

del disturbo respiratorio nel sonno sono presenti<br />

anche nei bambini in cui viene riferito un russamento<br />

“benigno”, senza la presenza di apnee nel<br />

sonno; per cui il russamento deve essere sempre<br />

considerato seriamente dai pediatri e la cura precoce<br />

può evitare conseguenze a lungo termine sul<br />

piano cognitivo (10).<br />

Disturbi neuropsicologici<br />

Oltre al deficit di attenzione ed iperattività, i bambini<br />

con OSAS presentano disturbi dell’apprendimento<br />

scolastico, deficit della memoria e delle funzioni<br />

esecutive. Molti studi hanno dimostrato una<br />

correlazione inversa tra i disturbi dell’apprendimento<br />

e della memoria e l’indice di apnea e hanno<br />

anche dimostrato la presenza di deficit del quoziente<br />

intellettivo. Tutti questi disturbi neurocognitivi<br />

sono stati messi in relazione con gli episodi di ipossia<br />

notturna, secondari alle apnee nel sonno (16-<br />

18). Esiste una relazione tra la comparsa di OSAS in<br />

età prescolare e difficoltà di apprendimento in età<br />

scolare, con reversibilità e risoluzione delle difficoltà<br />

scolastiche dopo intervento chirurgico (13, 19-20).<br />

Non è ancora chiaro se il disturbo respiratorio<br />

induca effetti negativi sull’intelligenza globale o su<br />

23


24<br />

Miano, et al.<br />

specifiche aree (intelligenza verbale, visuo-spaziale,<br />

performance) e se tali deficit siano reversibili. Tale<br />

reversibilità può essere anche parziale, perché<br />

un’alterazione precoce in età prescolare può<br />

determinare un debito cognitivo che non si riesce<br />

a recuperare, o in alternativa il deficit neurocognitivo<br />

è espressione di un alterazione anche funzionale<br />

irreversibile o parzialmente reversibile del<br />

sistema nervoso, in particolare della corteccia prefrontale<br />

(7, 20). Nell’ambito dei deficit neuropsicologici<br />

indagati recentemente è stato dimostrato<br />

che questi bambini presentano un disturbo del linguaggio<br />

di tipo fonologico, e riguardante in particolare<br />

una ridotta capacità di discriminazione<br />

fonologica (13).<br />

Molti lavori hanno studiato le funzione esecutive in<br />

questi bambini, in quanto il core dei sintomi neurocomportamentali<br />

indicano una alterazione proprio<br />

delle funzioni esecutive (scarso controllo<br />

degli impulsi, pensiero rigido, deficit della memoria<br />

di lavoro e della memoria contestuale, con difficoltà<br />

a prendere decisioni, e scarsa regolazione degli<br />

affetti e emozioni).<br />

Nel modello descritto da Beebe e Gozal (7) i disturbi<br />

comportamentali e cognitivi presenti nei<br />

bambini con OSAS potrebbero essere legati ad<br />

un’alterazione della corteccia prefrontale (PFC),<br />

che rappresenta l’area cerebrale deputata al controllo<br />

delle funzioni esecutive. La corteccia prefrontale<br />

presenta una notevole riduzione dell’attività<br />

in tutti gli stadi del sonno ed è apparentemente<br />

disconnessa dalle altre regioni della corteccia,<br />

in quanto nel sonno avviene la ricalibrazione<br />

delle informazioni della veglia durante il sonno. La<br />

corteccia prefrontale è l’ultima area cerebrale che<br />

matura, infatti i bambini acquisiscono la piena<br />

maturità delle funzioni esecutive all’età di 10-12<br />

anni: il picco d’incidenza dell’OSAS può costituire<br />

un periodo di particolare vulnerabilità della maturazione<br />

della PFC che può essere solo parzialmente<br />

reversibile.<br />

OSAS ed eccessiva sonnolenza diurna<br />

La sonnolenza diurna rappresenta la conseguenza<br />

diurna più importante dell’OSAS e questo sintomo<br />

diurno è maggiormente evidente nell’adulto, mentre<br />

è di più difficile valutazione nel bambino. Esiste<br />

un test per misurare oggettivamente la sonnolenza<br />

diurna che si chiama test delle latenza multiple al<br />

sonno (multiple sleep latency test, MSLT): si caratterizza<br />

per la ripetizione di 5 polisonnografie brevi<br />

della durata di circa 20-30 minuti durante il giorno,<br />

con inizio al mattino e ripetizione ad intervalli<br />

regolari di circa 2 ore. Alla fine della prova viene<br />

calcolato il tempo di latenza all’addormentamento<br />

e minore è il valore, maggiore è la sonnolenza diurna.<br />

Studi con il MSLT riportano la presenza di sonnolenza<br />

diurna in una percentuale che varia dal<br />

12% al 20% di bambini con OSAS, in particolare<br />

nei soggetti obesi (21-22).<br />

Esistono anche questionari che indagano la sonnolenza<br />

diurna come la scala di valutazione della<br />

sonnolenza diurna pediatrica (pediatric daytime<br />

sleepiness scale, PDSS) (23). I questionari vengono<br />

utilizzati anche perché il punteggio al MSLT spesso<br />

non corrisponde alla sonnolenza soggettiva, infatti<br />

la percentuale di sonnolenza diurna nei bambini<br />

che russano sale al 40% circa quando tale sintomo<br />

viene indagato con il questionario (24). Un lavoro<br />

recente ha dimostrato una relazione tra eccessiva<br />

sonnolenza diurna, russamento e ridotte prestazioni<br />

scolastiche in un gruppo di adolescenti spagnoli<br />

intervistati con la PDSS (25).<br />

OSAS e microstruttura del sonno<br />

La correlazione tra disturbi neurocognitivi e frammentazione<br />

del sonno è stata indagata attraverso<br />

l’analisi della struttura del sonno, in particolare l’analisi<br />

degli arousal, che sono degli eventi di breve<br />

durata (pochi secondi) riconoscibili all’elettroencefalogramma<br />

(EEG), che testimoniano la fluttuazione<br />

dal sonno verso la veglia. Nonostante molti<br />

studi abbiano dimostrato la presenza di un’alterazione<br />

della microstruttura del sonno (analisi degli<br />

arousal e degli eventi brevi al di sotto del minuto),<br />

caratterizzata da un aumento dei movimenti, degli<br />

arousal e dei movimenti periodici in sonno (26-28),<br />

nei bambini il riconoscimento degli arousal alla fine<br />

di un evento respiratorio è più difficile rispetto a<br />

quello degli adulti (29). La spiegazione potrebbe<br />

essere che l’ipossia e l’ipercapnia notturne secondarie<br />

all’OSAS siano causa di un deficit di arousal,<br />

ma è anche possibile che nei bambini vi siano presenti<br />

eventi non riconoscibili con la semplice analisi<br />

degli arousal (30). Per tutti questi motivi, recentemente<br />

il nostro gruppo e altri ricercatori hanno<br />

effettuato lo studio della microstruttura del sonno<br />

attraverso l’analisi del pattern alternate ciclico<br />

(CAP), le cui oscillazioni lente all’EEG (sottotipi A1)<br />

sono strettamente correlate all’attività della corteccia<br />

prefrontale (30-34). Il CAP è testimone di<br />

un ritmo endogeno a genesi talamo-corticale che


Disturbi comportamentali e neurocognitivi nella sindrome delle apnee ostruttive del bambino<br />

riflette la fatica del cervello nel preservare e regolare<br />

la microstruttura del sonno. Ogni ciclo CAP è<br />

composto dall’alternanza di eventi attivatori (fase<br />

A) e inibitori (fase B) che coinvolgono simultaneamente<br />

la profondità del sonno, il tono muscolare e<br />

le attività neurovegetative. In base alle caratteristiche<br />

morfologiche e all’impatto sul tono muscolare<br />

e sulle funzioni autonomiche, le fasi A si dividono in<br />

potenze A1,A2 e A3, a seconda della predominanza<br />

di componenti lente ed in sincronizzazione (sottotipi<br />

A1) oppure di componenti rapide e di desincronizzazione,<br />

più simili all’arousal (sottotipi A2 e<br />

A3) (31). Le figure 1 e 2 mostrano esempi dei sottotipi<br />

del CAP, durante una fase di sonno non-REM.<br />

La necessità di un’analisi più raffinata del sonno nei<br />

LOC-A2<br />

ROC-A1<br />

Fp1-T3<br />

Fp2-T4<br />

C3-A2<br />

C4-A1<br />

Chin1-Chin2<br />

bambini con OSAS è dovuta anche al fatto che<br />

non esiste una correlazione diretta tra la frammentazione<br />

del sonno (aumento degli arousal e alterazione<br />

macrostruttura del sonno), deficit neurocognitivi<br />

e sonnolenza diurna (30). L’analisi del CAP<br />

ha rilevato la presenza di una riduzione del CAP<br />

rate ed in particolare dei sottotipi A1 in un gruppo<br />

di bambini con OSAS severa (30). In un altro lavoro<br />

in un gruppo di bambini con una forma più lieve<br />

abbiamo dimostrato la presenza di un aumento del<br />

CAP rate con persistenza di tale alterazione anche<br />

dopo la correzione e risoluzione del problema<br />

respiratorio, a conferma che le alterazioni EEG<br />

possono essere la spia di un disturbo neuronale<br />

persistente o di una parziale risposta al trattamento<br />

Figura 1 Esempio di due sottotipi A1 del CAP, in un epoca di sonno 2NREM, epoca di 30 secondi, 300µv di ampiezza.<br />

ROC, occhio destro, LOC, occhio sinistro, chin-chin2, elettromiogramma sottomentoniero.<br />

LOC<br />

ROC<br />

Fp1-C3<br />

Fp2-C4<br />

C3-A2<br />

C4-A1<br />

D1-A2<br />

D2-A1<br />

Chin-Chin2<br />

A2<br />

A1<br />

Figura 2 Esempio di due sottotipi A2 e A3 del CAP, in un epoca di sonno 2NREM, epoca di 30 secondi, 300µv di<br />

ampiezza. ROC, occhio destro, LOC, occhio sinistro, chin-chin2, elettromiogramma sottomentoniero.<br />

A3<br />

A1<br />

25


26<br />

Miano, et al.<br />

(34). Recentemente abbiamo dimostrato che una<br />

riduzione del CAP rate e dei sottotipi A1 del CAP<br />

nei bambini con OSAS sembra essere correlata<br />

alla presenza di anomalie parossistiche all’EEG, simili<br />

a quelle presenti nei bambini con epilessia rolandica,<br />

con autismo, ADHD, o con disturbi dell’apprendimento<br />

(Figura 3) (35). La presenza di anomalie<br />

EEG può inoltre essere un ulteriore segno di<br />

disfunzione della corteccia prefrontale, con ipereccitabilità<br />

talamica.Tali anomalie EEG sono presenti<br />

in circa il 14% dei bambini con OSAS, mentre sono<br />

assenti nei bambini con solo russamento (35).<br />

Discussione<br />

I modelli animali hanno portato alla luce ulteriori<br />

chiarimenti sul ruolo dell’ipossia e degli effetti a<br />

livello cerebrale dell’OSAS pediatrica (10). Questi<br />

studi hanno dimostrato una relazione di causaeffetto<br />

tra ipossia e alterazioni sia anatomiche che<br />

funzionali della corteccia prefrontale e dell’ippocampo,<br />

che possono persistere per tutta la vita<br />

(36-38). I ratti esposti all’ipossia intermittente presentano<br />

un aumento dell’attività motoria e una<br />

riduzione della durata e del numero di interazioni<br />

sociali, che possono essere considerate il corrispettivo<br />

dell’iperattività e della riduzione dell’attenzione<br />

sostenuta nei bambini con OSAS (38). È<br />

stato recentemente dimostrato che l’ipossia intermittente<br />

durante il sonno causa perdita neuronale<br />

(39), tale perdita neuronale sembrerebbe mediata<br />

dall’attivazione dei mediatori dell’infiammazione<br />

(fattore di attivazione piastrinico, ciclo-ossigenasi 2,<br />

attivatore della sintesi dell’ossido nitrico, apolipoproteina<br />

E) (38, 40-43) e dalla ridotta capacità<br />

delle cellule staminali di migrare e differenziarsi<br />

Fp2-C4<br />

C4-T4<br />

T4-O2<br />

Fp1-C3<br />

C3-T3<br />

T3-O1<br />

C4-A1<br />

C3-A2<br />

O2-A1<br />

O1-A2<br />

LOC<br />

ROC<br />

Chin<br />

nelle zone di necrosi neuronale (44). La severità<br />

dell’OSAS nel bambino non è l’unico determinate<br />

per lo sviluppo dei deficit neurocognitivi, ma lo sviluppo<br />

di tali disturbi è mediato anche dalla suscettibilità<br />

genetica e dalle condizioni ambientali e questo<br />

spiegherebbe l’eterogeneità del fenotipo neurocomportamentale,<br />

con bambini affetti da OSAS<br />

severo che sono relativamente asintomatici e al<br />

contrario russatori con evidenti disturbi cognitivi<br />

(10, 45). Un recente editoriale di Bruni e Ferri (45)<br />

ha ipotizzato che il rischio di sviluppo dei deficit<br />

cognitivi nei bambini con OSAS sia mediato dalla<br />

riduzione del fattore di crescita dell’insulina (IGF-1)<br />

e dalla suscettibilità genetica, in particolare a livello<br />

del locus dell’apolipoproteina E, nel cromosoma 19.<br />

Nell’OSAS pediatrica è stata recentemente dimostrata<br />

una riduzione dell’IGF-1 e una maggiore rappresentazione<br />

del locus E dell’apolipoproteina E<br />

(apoE) nei bambini con deficit neurocognitivi. È<br />

stato inoltre dimostrato che l’IGF-1 ha un ruolo<br />

protettivo nella neurogenesi a livello dell’ippocampo<br />

e di resistenza all’ipossia (45). L’attività dell’IGF-1<br />

è anche una misura indiretta di quella dell’ormone<br />

della crescita, che viene secreto principalmente<br />

nella prima parte della notte e durante il sonno ad<br />

onde lente (nel sonno NREM) (45). Le oscillazioni<br />

del sonno ad onde lente sono direttamente correlate<br />

con i processi di memorizzazione a lungo termine<br />

e sono principalmente rappresentate a livello<br />

dello scalpo dai sottotipi A1 del CAP (45).<br />

Per questo motivo gli studi della microstruttura<br />

del sonno (in particolare nei bambini con OSAS e<br />

anomalie EEG) insieme a studi sul metabolismo e<br />

sul ruolo dei mediatori dell’infiammazione possono<br />

portare ulteriori conferme a questa ipotesi<br />

patofisiologica.<br />

Figura 3 Esempio di anomalie elettroencefalografiche in un bambino con OSAS (da onde aguzze sulle regioni centrali<br />

di sinistra), epoca di 30 secondi, 300µv di ampiezza. ROC, occhio destro, LOC, occhio sinistro, chin, elettromiogramma<br />

sottomentoniero.


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model. Sleep Med. 2009; 10: 161-163.<br />

BIBLIOGRAFIA


Introduzione<br />

I disturbi respiratori nel sonno (DRS) sono un continuum<br />

di disordini respiratori (Figura 1) osservabili<br />

durante il riposo notturno che vanno dal russamento<br />

isolato alle ipopnee per giungere alle apnee<br />

e che disturbano la ventilazione notturna e l’architettura<br />

del sonno (1).<br />

Sono disturbi prevalentemente ostruttivi che riconoscono<br />

momenti patogenetici di varia natura.<br />

L’ipopnea può essere ulteriormente caratterizzata<br />

come ostruttiva quando è associata a movimenti<br />

in opposizione di fase di torace o addome oppure<br />

è definita centrale in caso di riduzione in fase<br />

degli stessi segnali (2-4).<br />

In accordo con Gastaut e collaboratori, sia l’apnea<br />

che l’ipopnea possono essere classificate in 3 tipi<br />

differenti: centrale, ostruttiva e mista (5).<br />

Pneumologia Pediatrica 2009; 34: 29-37<br />

Maria Pia Villa, Melania Evangelisti, Antonella Urbano<br />

Dipartimento di Pediatria, Centro Regionale di Medicina del Sonno. A.O. “S. Andrea”, II Facoltà di<br />

Medicina e Chirurgia, Università “La Sapienza”, Roma<br />

Sindromi infiammatorie da ipossia<br />

intermittente nel sonno<br />

Inflammatory and intermittent<br />

hypoxia syndrome<br />

Parole chiave: OSAS, obesità, ipoventilazione, ipossia intermittente<br />

Keywords: OSAS, obesity, hypoventilation, intermittent hypoxia<br />

Riassunto. La sindrome delle apnee ostruttive notturne (OSAS) è una condizione clinica caratterizzata da ripetuti episodi di<br />

parziale (ipopnea) o completa (apnea) ostruzione delle alte vie aeree che avvengono durante il riposo notturno, con conseguente<br />

disregolazione della normale ventilazione notturna, ipercapnia ed ipossiemia e frammentazione del sonno.<br />

La fisiopatologia delle complicanze legate all’OSAS sono multifattoriali ma studi recenti hanno concentrato l’attenzione sulla<br />

ipossia intermittente che si verifica durante la notte con cicli ripetuti di ipossia e riossigenazione e che sarebbe alla base della<br />

morbidità dei DRS nonché della comorbidità con l’obesità.<br />

L’OSAS e l’ipoventilazione sono responsabili di uno stato infiammatorio sistemico che se non rimosso determina danni a vari<br />

organi ed apparati.<br />

La comorbidità tra OSAS e obesità ha permesso di comprendere come il meccanismo patogenetico dell’infiammazione comune<br />

alle due sindromi, possa riconoscere il medesimo modello di ipossia intermittente e ipossia cronica.<br />

Il prototipo dell’ipoventilazione centrale è la sindrome<br />

di Ondine o ipoventilazione centrale congenita<br />

di cui non parleremo in questo articolo<br />

mentre ci occuperemo delle apnee/ipopnee<br />

ostruttive da limitazioni al flusso aereo come risultato<br />

della collassabilità e restringimento delle alte<br />

vie aeree.<br />

Epidemiologia<br />

Sebbene l’incidenza del russamento primario e<br />

della sindrome delle apnee/ipopnea ostruttive del<br />

sonno (OSAS) non siano conosciute precisamente,<br />

stime recenti indicano che circa il 9% di bambini<br />

tra 1 e 10 anni e l’8,5% tra 6 e 13 anni hanno<br />

un russamento abituale, senza differenza tra i due<br />

29<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Prof.ssa Maria Pia Villa, Dipartimento di Pediatria, A.O. “S. Andrea”, II Facoltà di Medicina e Chirurgia,<br />

Università “La Sapienza”, Roma; e-mail: mariapia.villa@uniroma.it


30<br />

Villa, et al.<br />

Resistenze delle<br />

vie aeree superiori<br />

normali<br />

(no russamento)<br />

Normale<br />

Aumento delle<br />

resistenze delle alte<br />

vie respiratorie che<br />

causa solo rumore<br />

respiratorio<br />

(russamento)<br />

Russamento<br />

primario<br />

Figura 1 Rappresentazione grafica della distribuzione dei disturbi respiratori nel sonno.<br />

sessi e che circa l’1%-3%, con una prevalenza nei<br />

bambini tra i 2 e i 5 anni, presenta apnee/ipopnee<br />

ostruttive nel sonno (6-8). La ipoventilazione nel<br />

sonno è di difficile definizione in età pediatrica ma<br />

se ci distacchiamo dalla definizione strumentale di<br />

ipopnea, possiamo indicare come ipoventilazione<br />

ogni sindrome respiratoria ostruttiva che si verifichi<br />

durante il sonno.<br />

Negli ultimi 2 decenni si è assistito all’incremento<br />

dell’obesità/soprappeso nella popolazione pediatrica<br />

e, sebbene le stime non siano ancora ben<br />

conosciute, è comunque aumentata la prevalenza<br />

di bambini obesi che si recano presso centri di<br />

medicina del sonno (9-11) per disturbi respiratori<br />

nel sonno. Questo fenotipo di bambini presenta<br />

delle caratteristiche della obesity hypoventilation<br />

syndrome (OHS) con obesità marcata, sonnolenza<br />

diurna, cianosi, policitemia, ipoventilazione alveolare,<br />

respiro periodico, ipossiemia intermittente ed<br />

ipercapnia. L’eziopatogenesi di questa forma non è<br />

completamente chiarita ma alcuni studi indicano<br />

che il meccanismo alla base potrebbe essere<br />

dovuto all’associazione di alterato controllo del<br />

drive ventilatorio, congenito o acquisito, e anomalie<br />

respiratorie dovute all’alterata dinamica della<br />

gabbia toracica per l’obesità.<br />

Aumento delle<br />

resistenze delle alte<br />

vie aeree capace di<br />

deteriorare la<br />

qualità del sonno<br />

UARS<br />

Aumento delle<br />

resistenze capace di<br />

elevare la PaCO2<br />

e di abbassare<br />

la SaO2<br />

Ipoventilazione<br />

ostruttiva<br />

o ipopnea<br />

ostruttiva<br />

Aumento delle<br />

resistenze delle alte<br />

vie aeree che<br />

portano ad una<br />

completa o<br />

parziale chiusura<br />

intermittente delle<br />

alte vie aeree<br />

Apnea<br />

ostruttiva<br />

(OSA)<br />

Aspetti clinici<br />

I sintomi predominanti sono rappresentati dal russamento,<br />

dagli sforzi respiratori nel sonno, dalla<br />

presenza di apnee e da sintomi diurni quali disturbi<br />

neurocognitivi e comportamentali (iperattività,<br />

sonnolenza diurna, deficit di attenzione) e respirazione<br />

orale (12-14).<br />

Patogenesi<br />

La presentazione fisiopatologica è correlata alla<br />

collassabilità delle alte vie aeree e alla riduzione<br />

del lume faringeo (15).<br />

L’ostruzione completa è definita apnea, mentre il<br />

collasso parziale delle alte vie aeree è definita<br />

ipopnea.<br />

Fattori anatomici, come l’ipertrofia adeno-tonsillare<br />

e le anomalie cranio-facciali, sono coinvolti nella<br />

patogenesi dell’OSAS. I disturbi dell’arousal e l’alterato<br />

controllo neurovegetativo spesso accompagnano<br />

tale sindrome (16-17).<br />

Naturalmente fattori genetici giocano un ruolo<br />

addizionale, di difficile inquadramento.<br />

Sebbene nel bambino la riduzione del flusso aereo è<br />

per lo più dovuto all’ingombro creato dal tessuto<br />

adenotonsillare ipertrofico, anche l’effetto meccanico


esercitato dal tessuto adiposo a livello del collo e<br />

della parete addominale è ugualmente responsabile<br />

di eventi ostruttivi respiratori (16-21).<br />

L’ipoventilazione che consegue a tali eventi respiratori<br />

induce ipossia notturna di severità pari al<br />

grado di ostruzione (Figura 2).<br />

Studi recenti suggeriscono che i cicli ripetuti di ipossia<br />

e riossigenazione, propri degli eventi ostruttivi, inducono<br />

a livello mitocondriale la produzione di fattori<br />

dell’infiammazione, come il fattore di necorsi tumorale<br />

alpha (tumor necrosis factor,TNF-α) e le interleuchine<br />

6, 10 e 8 (IL-6, IL-10, IL-8), in grado di determinare<br />

uno stato infiammatorio sistemico.<br />

% di saturazione<br />

dell’O2 100<br />

90<br />

80<br />

70<br />

60<br />

50<br />

Tempo (ore)<br />

22:00<br />

23:00 24:00 01:00 02:00<br />

22:00<br />

Sindromi infiammatorie da ipossia intermittente nel sonno<br />

Il danno che ne consegue sembrerebbe essere alla<br />

base della morbidità cardiovascolare tipica delle sindromi<br />

respiratorie ostruttive durante il sonno (22-23).<br />

In particolare, secondo il modello proposto da<br />

Ryan (Figura 3), i ripetuti episodi di transitoria<br />

ipossia determinano uno stress mitocondriale a<br />

livello cellulare ed innescano la cascata citochinica<br />

proinfiammatoria attraverso l’attivazione del fattore<br />

nucleare di trascrizione NF-κB. Gli effetti di tale<br />

attivazione aumentano l’espressione di fattori<br />

proaterogeni come ilTNF-α che contribuiscono alla<br />

disfunzione endoteliale e di conseguenza alle complicanze<br />

cardiocircolatorie (24-25).<br />

Tempo (min)<br />

100<br />

02:00 02:10<br />

Figura 2 Cicli di ipossia e riossigenazione in corso di eventi desaturanti da ostruzione delle alte vie respiratorie durante<br />

il sonno.<br />

Normossia sostenuta<br />

~90%<br />

~10%<br />

Figura 3 Modello di Ryan.<br />

O 2<br />

~100%<br />

% di saturazione<br />

dell’O2 90<br />

Ipossia sostenuta<br />

03:00 04:00 05:00<br />

HIF-1α HIF-1α<br />

HIF-1α<br />

Adattata<br />

VEGF<br />

EPO<br />

O 2<br />

Ipossia intermittente<br />

NFκB<br />

TNF-α<br />

Infiammatoria<br />

31


32<br />

Villa, et al.<br />

La base fisiopatologia di tale meccanismo di flogosi<br />

sta nel continuo alternarsi di episodi di ipossiariossigenazione<br />

caratteristici dell’OSAS (23).<br />

Mentre una ipossia sostenuta attiva una risposta<br />

adattativa attraverso l’aumentata espressione di<br />

diversi geni che codificano per proteine quali la<br />

eritropoietina (EPO) e il vascular endothelial growth<br />

factor (VEGF) – mediata dall’attivazione del hypoxia<br />

inducible factor (HIF-1) in risposta alla riduzione<br />

dell’ossigeno disponibile, i ripetuti episodi di<br />

ipossia transitoria determinano a livello cellulare<br />

uno stress mitocondriale che innesca la cascata<br />

citochinica proinfiammatoria attraverso l’attivazione<br />

del fattore nucleare di trascrizione NFκB. Gli<br />

effetti di tale attivazione aumentano l’espressione<br />

di fattori pro-aterogeni come il TNF-α che contribuiscono<br />

alla disfunzione endoteliale responsabile<br />

delle complicanze cardiocircolatorie (Figura 3).<br />

Il meccanismo ischemia-riperfusione, aumenta<br />

inoltre la produzione di radicali liberi dell’ossigeno<br />

(ROS), altamente reattivi, capaci di interagire<br />

con tutte le macromolecole biologiche, alterandone<br />

la struttura e la funzione in modo spesso<br />

irreversibile. In particolare, sembra essere il<br />

danno da riperfusione il principale responsabile<br />

dell’attivazione di sistemi pro-infiammatori che<br />

promuovono la formazione di un ambiente proaterogeno<br />

(26-27).<br />

L’aumento della produzione e della liberazione di<br />

ROS a livello endoteliale ha diverse conseguenze:<br />

- la sintesi e l’espressione in membrana di molecole<br />

di adesione<br />

- la riduzione dei livelli di NO di derivazione endoteliale,<br />

aumento di perossinitrito<br />

- il rolling di linfociti Th ed attivazione della flogosi<br />

parietale<br />

- l’adesione ed attivazione piastrinica<br />

- l’ossidazione delle LDL<br />

- il danno endoteliale.<br />

L’endotelio perde la sua funzione anti-infiammatoria<br />

e anti-aterogena ed inizia a produrre molecole<br />

vasoattive, citochine e fattori di crescita (Figura 4).<br />

Se la risposta infiammatoria non riesce a neutralizzare<br />

o a rimuovere l’agente offensivo, la flogosi si<br />

automantiene (27-28).<br />

Verrà quindi stimolata la migrazione e la proliferazione<br />

delle cellule muscolari lisce che perdono<br />

il loro fenotipo contrattile e si spostano dalla<br />

media all’intima, stimolando la sintesi di enzimi<br />

come le metalloproteinasi e le elastasi, con deposizione<br />

di collagene, elastina e glicoproteine che<br />

contribuiscono alla formazione di tessuto fibroso che<br />

progressivamente riveste il core lipidico (25-26).<br />

Si comprende come i fattori fisiopatologici alla<br />

base del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari<br />

in soggetti con OSAS siano molteplici e correlati.<br />

L’infiammazione, la disfunzione endoteliale, l’attivazione<br />

cronica del sistema nervoso simpatico e<br />

la stimolazione del sistema renina-angiotensina<br />

(25-26) sono tutti aspetti attivati dopo episodi di<br />

ipossia intermittente.<br />

La comorbidità tra obesità e OSAS è in forte<br />

aumento a causa dell’aumento del numero di<br />

bambini che presenta eccesso ponderale.<br />

Entrambe rappresentano modelli di infiammazione<br />

e di danno endoteliale che hanno punti in<br />

comune. Studi in vitro hanno dimostrato che la<br />

sintesi di leptina (che è aumentata negli obesi),<br />

dotata di proprietà pro-angiogeniche, incrementi i<br />

suoi livelli in seguito ad un insulto ipossico con un<br />

meccanismo di attivazione mediato dall’HIF-1.<br />

Gozal ha inoltre mostrato in un recente studio che<br />

i livelli di leptina circolante in soggetti con OSAS<br />

sono correlati non solo all’indice di massa corporea<br />

ma anche all’indice di apnea-ipopnea (apneaipopnea<br />

index, AHI). La diminuzione dell’eNO circolante<br />

associato allo stress mitocondriale che si<br />

verifica nell’OSAS potrebbe determinare una condizione<br />

di riassetto del metabolismo cellulare con<br />

una diminuzione nel dispendio di energia ed accumulo<br />

di tessuto adiposo (27).<br />

A parità di consumo di cibo, animali knockout per<br />

il gene che codifica per l’ossido nitrico sintetasi<br />

endoteliale hanno, infatti, una spesa energetica<br />

inferiore ed un accumulo di peso aumentato<br />

rispetto ai controlli. Inoltre, essi possiedono tutte<br />

le stigmate dei soggetti affetti da sindrome metabolica<br />

essendo insulino-resistenti (diabetici), ipertesi<br />

e iperlipidemici.<br />

Complicanze<br />

Il quadro di infiammazione sistemica coinvolge vari<br />

organi ed apparati.<br />

Le complicanze cardiovascolari in età pediatrica<br />

sono per lo più rappresentate da ipertensione<br />

polmonare e sistemica e ipertrofia ventricolare<br />

sinistra (29-30); l’ipertensione sistemica, tuttavia,<br />

che è una complicanza frequente in età adulta, si<br />

verifica meno spesso in età pediatrica.<br />

Per quanto riguarda la pressione arteriosa, numerosi<br />

studi hanno dimostrato che i bambini con


Migrazione<br />

delle cellule<br />

muscolari lisce<br />

Formazione<br />

cellule<br />

schiumose<br />

Figura 4 Rappresentazione schematica del processo aterosclerotico.<br />

OSAS presentano valori superiori quando confrontati<br />

con i bambini con russamento primario, in<br />

assenza di differenze significative dell’indice di massa<br />

corporea (29-33). In particolare, come è emerso<br />

attraverso lo studio del monitoraggio pressorio<br />

delle 24 ore, l’OSAS altera la normale regolazione<br />

omeostatica della pressione arteriosa (29, 34).<br />

In età adulta, l’ipertensione è il meccanismo che<br />

sottende il rimodellamento miocardico e la comparsa<br />

di ipertrofia ventricolare sinistra, l’ispessimento<br />

del setto interventricolare e alterazioni del<br />

diametro diastolico e telesistolico delle camere<br />

atriali. In caso di OSAS, l’effetto dell’ipertensione è<br />

amplificato e, addirittura, può da sola indurre rimodellamento<br />

cardiaco (35) in pazienti senza malattie<br />

cardiache concomitanti (36-37).<br />

Amin e collaboratori (38) hanno dimostrato che<br />

nei bambini con disturbi respiratori nel sonno è<br />

presente una riduzione della funzione diastolica del<br />

ventricolo sinistro e che questa alterazione migliora<br />

dopo la risoluzione del disturbo respiratorio nel<br />

sonno. È verosimile che alcune delle alterazioni del<br />

ventricolo sinistro, in termini di contrattilità e geometria,<br />

possono riflettere l’interazione tra l’aumento<br />

della pressione arteriosa, cambiamenti nelle resistenze<br />

vascolari periferiche e l’OSAS (34, 39).<br />

Sindromi infiammatorie da ipossia intermittente nel sonno<br />

Attivazione<br />

delle cellule T<br />

Aderenza e<br />

aggregazione<br />

di piastrine<br />

Aderenza ed<br />

entrata di<br />

leucociti<br />

Gli episodi ricorrenti di ipossia e ipercapnia che si<br />

verificano durante la notte aumentano le resistenze<br />

vascolari polmonari e sono responsabili di ipertensione<br />

polmonare (40-43) che, associata al<br />

rimodellamento cardiaco del ventricolo destro ed<br />

alla disfunzione diastolica e sistolica delle camere<br />

cardiache di destra, può condurre (quando i sintomi<br />

non sono precocemente riconosciuti e trattati)<br />

a core polmonare (44-45).<br />

È ipotizzabile che gli episodi ricorrenti di ipossia<br />

durante l’infanzia predispongano ad una risposta<br />

anomala, a carico della circolazione polmonare, agli<br />

stimoli vasocostrittivi in età adulta (46, 47), con<br />

conseguente danno cardiorespiratorio cronico.<br />

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata sui<br />

danni neurocognitivi dell’OSAS pediatrica. Le<br />

implicazioni neurocognitive della sindrome delle<br />

apnee sono già note da oltre un secolo.<br />

Già nel 1892 Sir William Osler descrisse, nel bambino,<br />

un’associazione fra il russamento notturno, l’ostruzione<br />

delle alte vie respiratorie e il ritardo intellettivo.<br />

Nel 1899 Hill confermò quanto precedentemente<br />

descritto da Osler e dimostrò che l’asportazione<br />

delle adenoidi e delle tonsille determinava la<br />

scomparsa non solo dei sintomi respiratori notturni,<br />

ma anche il recupero della funzione intellettiva. I<br />

33


34<br />

Villa, et al.<br />

bambini con OSAS possono, infatti, mostrare<br />

comportamenti diurni caratterizzati da aggressività,<br />

iperattività, sonnolenza diurna e scarso rendimento<br />

scolastico (48).<br />

Non si conosce esattamente quale sia il legame<br />

eziopatogenetico fra i disturbi respiratori notturni<br />

ed i sintomi comportamentali diurni. Certamente<br />

la frammentazione del sonno dovuta ai frequenti<br />

microrisvegli (arousals), l’ipoventilazione e gli squilibri<br />

dei gas ematici che questi bambini sperimentano<br />

durante il sonno giocano un ruolo importante<br />

nella genesi di questi disturbi.<br />

Il dato rilevante è che il 20%-30% dei bambini con<br />

OSAS o con russamento notturno hanno problemi<br />

attentivi e di iperattività (49).<br />

Gozal e collaboratori (50), in uno studio condotto<br />

su una popolazione di 1.588 bambini scolarizzati, di<br />

età compresa tra i 13 e i 14 anni, hanno dimostrato<br />

che i bambini con rendimento scolastico basso<br />

riferivano all’anamnesi russamento ed intervento di<br />

adenotonsillectomia durante i primi anni di vita, con<br />

una frequenza significativamente maggiore rispetto<br />

ai loro coetanei con rendimento scolastico alto.<br />

Questi dati supportano l’ipotesi che i danni neurocognitivi<br />

conseguenti ai disturbi respiratori nel<br />

sonno che si verificano nei primi anni di vita (epoca<br />

del massimi sviluppo di tali funzioni) possano essere<br />

recuperabili solo in parte, creando una sorta di<br />

“debito di apprendimento” che potrà compromettere<br />

il futuro del bambino (51, 52).<br />

Quale sia la prognosi a lungo termine dei bambini<br />

affetti da OSAS non è del tutto nota. Non è chiaro<br />

se l’OSAS del bambino sia precursore<br />

dell’OSAS dell’adulto o se questa sia una malattia<br />

diversa da quella dell’adulto.<br />

In letteratura esiste un solo studio sul follow-up a<br />

lungo termine. In tale studio è evidenziato come<br />

pazienti trattati con adenotonsillectomia in età<br />

pediatrica presentavano nel 13% dei casi una recidiva<br />

nelle fasi successive della vita (53).<br />

OSAS e obesità<br />

Lo stesso modello patogenetico, nonché le complicanze,<br />

sono condivise dall’obesità.<br />

In particolare, dai dati presenti in letteratura è<br />

emerso che il tessuto adiposo a livello addominale<br />

induce uno stato di infiammazione cronica, con<br />

livelli aumentati sia di proteina C-reattiva (PCR)<br />

(54) che di citochine (55-56) nei soggetti obesi.<br />

Il tessuto adiposo è in grado di produrre e rilasciare<br />

diversi fattori proinfiammatori quali la leptina<br />

e la resistina (57-59), citochine (IL-1,TNF-α, IL-<br />

6, IL-8, IL-10, VEGF, EGF, MCP-1) e chemochine<br />

(adiponectina) (55-56) che partecipano attivamente<br />

allo sviluppo dell’insulino-resistenza e predispongono<br />

a danni cardiocircolatori (60).<br />

Tali fattori sono prodotti direttamente dalle cellule<br />

adipose e hanno attività pro-infiammatoria.<br />

La produzione di tali mediatori è tanto maggiore<br />

quanto più il tessuto adiposo è ipovascolarizzato ed<br />

in debito di ossigeno, quindi l’ipossia tissutale delle<br />

cellule adipose sembra essere un fattore aggiuntivo.<br />

Appare che l’elemento che potenzia l’infiammazione<br />

dei due modelli, OSAS e obesità, è l’ipossia intermittente<br />

e/o sostenuta, come ipotizzato da Ryan.<br />

Conclusioni<br />

L’OSAS e l’ipoventilazione sono responsabili di uno<br />

stato infiammatorio sistemico che se non rimosso,<br />

determina danni a vari organi ed apparati.<br />

La comorbidità tra OSAS e obesità ha permesso<br />

di comprendere come il meccanismo patogenetico<br />

dell’infiammazione comune alle due sindromi,<br />

possa riconoscere il medesimo modello di ipossia<br />

intermittente e di ipossia cronica.


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Jacopo Pagani, Maria Chiara Paolino, Alceo Crescenzi, Maria Pia Villa<br />

Dipartimento di Pediatria, Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno, Ospedale “S. Andrea",<br />

II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Roma “La Sapienza”, Roma<br />

Linee Guida per la diagnosi della<br />

sindrome delle apnee ostruttive nel<br />

sonno in età pediatrica<br />

Diagnostic guidelines in paediatric<br />

obstructive sleep apnea<br />

Parole chiave: diagnosi, sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, pediatria, polisonnografia, russamento<br />

Keywords: diagnosis, obstructive sleep apnea syndrome, paediatrics, polysomnography, snoring<br />

Riassunto. Con il termine di “disturbi respiratori nel sonno” (DRS) si intende una serie di disordini caratterizzati da eventi<br />

respiratori che si verificano o sono evidenti durante il sonno. In particolare questo articolo sarà incentrato sulla diagnosi in<br />

pediatria dei disordini respiratori ostruttivi nel sonno associati o meno ad ipoventilazione. Essi rappresentano un ampio capitolo<br />

della patologia respiratoria in età pediatrica e comprendono uno spettro di quadri clinici molto ampio che va da una condizione<br />

relativamente benigna conosciuta come russamento primario, alla sindrome da aumentate resistenze delle alte vie fino<br />

alla sindrome delle apnee ostruttive in sonno.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Prof.ssa Maria Pia Villa, Dipartimento di Pediatria, Ospedale “S. Andrea”, II Facoltà di Medicina e Chirurgia,<br />

Università di Roma “La Sapienza”, Roma; e-mail: mariapia.villa@uniroma.it<br />

Introduzione<br />

La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, o<br />

dall’acronimo inglese OSAS, è un disturbo respiratorio<br />

che si verifica nel sonno ed è caratterizzato<br />

da episodi prolungati di ostruzione parziale o<br />

completa intermittente (ipopnea o apnea ostruttiva)<br />

delle alte vie che disturbano la ventilazione<br />

notturna (1). Le manifestazioni cliniche nel bambino<br />

sono principalmente caratterizzate, in accordo<br />

con quanto definito dall’American Thoracic<br />

Society e dall’American Academy of Pediatrics (2),<br />

da russamento notturno abituale e/o riferite<br />

apnee nel sonno, disturbi neurocognitivi e/o comportamentali.<br />

Le complicanze possono includere<br />

ritardo della crescita, disturbi neurologici e, nei casi<br />

più severi, ipertrofia ventricolare destra ed ipertensione<br />

polmonare, oggi meno frequenti grazie<br />

ad una diagnosi precoce e ad un più efficace trattamento.<br />

La patologia, pur presentando alcune<br />

analogie con quella dell’adulto, risulta molto differente<br />

tanto che le definizioni ed i criteri utilizzati<br />

per fare diagnosi di OSAS nell’adulto non sono<br />

applicabili in età pediatrica (3, 4).<br />

In letteratura risultano disponibili pochi lavori epidemiologici<br />

nei quali la prevalenza dei disturbi<br />

respiratori del sonno in età prescolare e scolare<br />

varia ampiamente: dal 3.2% al 12.1% per il russamento<br />

abituale e dall’1,1% al 2,9% per l’OSAS (5,<br />

6). In Italia Brunetti e collaboratori hanno evidenziato<br />

in uno studio condotto su 1.207 bambini una<br />

prevalenza del 4,9% per il russamento abituale e<br />

dell’1,8% per l’OSAS (7).<br />

Nonostante l’OSAS possa colpire qualunque<br />

fascia di età, è stato osservato che il picco di massima<br />

incidenza è generalmente compreso tra i 2<br />

e i 5 anni, corrispondente al periodo di massima<br />

iperplasia del tessuto linfatico. È in effetti l’età


Linee Guida per la diagnosi della Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno in età pediatrica<br />

nella quale le vegetazioni adenoidee e le tonsille<br />

presentano il massimo sviluppo in rapporto allo<br />

spazio orofaringeo. Un secondo picco di frequenza<br />

è descritto nell’adolescenza età in cui l’OSAS si<br />

manifesta con le caratteristiche dell’adulto (risvegli<br />

notturni e sonnolenza diurna).<br />

Occorre, peraltro, sottolineare, come l’eziologia, la<br />

clinica, le caratteristiche polisonnografiche, le complicanze<br />

dell’OSAS in età pediatrica non siano le<br />

stesse osservabili nell’adulto.<br />

Il processo di diagnosi, nel bambino con OSAS, è in<br />

continua evoluzione visto il progressivo riconoscimento<br />

di nuove espressioni cliniche della malattia e<br />

la disponibilità di nuove metodologie diagnostiche.<br />

Storia ed esame fisico<br />

Una visita pediatrica di routine dovrebbe comprendere<br />

sempre una storia clinica riguardante il<br />

sonno ed il russamento. Sebbene essa non sia sufficiente<br />

da sola a distinguere il russamento primario<br />

dall’OSAS, la storia clinica può essere utile a<br />

selezionare i bambini che devono continuare il percorso<br />

diagnostico; infatti una revisione degli studi<br />

della letteratura evidenzia come la valutazione clinica<br />

possieda un’elevata sensibilità ed una bassa<br />

specificità per la diagnosi di OSAS. In caso, quindi,<br />

l’anamnesi ponga il sospetto di disturbi respiratori<br />

nel sonno (DRS), l’esame fisico dovrà prendere in<br />

considerazione l’aspetto generale del bambino, il<br />

suo pattern di crescita, la presenza di ostruzione<br />

nasale, l’eventuale presenza ed il grado di ipertrofia<br />

adeno-tonsillare. È bene valutare attentamente<br />

la presenza di dimorfismi craniofacciali o anomalie<br />

dell’oro-rino-faringe, la relazione dentale occlusale,<br />

la geometria del palato duro (palato ogivale) e<br />

molle (palato allungato). Può essere utile a tal proposito<br />

al fine di standardizzare la valutazione, utilizzare<br />

classificazioni internazionalmente riconosciute<br />

come quelle di Friedman o di Mallampati<br />

(Figura 1). L’esame fisico dovrà prendere in considerazione<br />

anche l’eventuale presenza di obesità.<br />

Sintomi<br />

Il paziente con DRS si presenta classicamente con<br />

ostruzione nasale, respiro orale, riferito russamento<br />

e difficoltà respiratoria in sonno. Il russamento<br />

è il sintomo più riferito dai genitori dei bambini<br />

con OSAS, circa il 96% dei casi (8, 9); talvolta i<br />

genitori riferiscono di aver osservato inoltre apnee<br />

durante il sonno e/o in aggiunta otiti ricorrenti,<br />

vomito, nausea e difficoltà nella deglutizione.<br />

Spesso il sonno di questi bambini è agitato, con<br />

assunzione di posizioni particolari nel sonno (iperestensione<br />

del capo, seduta in posizione antiversa)<br />

(10) e sudorazione profusa. Nei casi più gravi i<br />

genitori possono assistere, durante la notte ad una<br />

respirazione forzata con alitamento delle pinne<br />

nasali o rientramenti al giugulo ed intercostali.<br />

Spesso ai DRS si associano parasonnie come il<br />

pavor nocturnus, l’enuresi ed il sonniloquio. Al mattino<br />

spesso il bambino si alza con una sensazione<br />

di secchezza della bocca e comunque chiede<br />

acqua anche durante la notte a causa della respirazione<br />

orale. Talvolta presenterà cefalea mattutina.<br />

Durante il giorno i sintomi più caratteristici<br />

sono caratterizzati da iperattività, dalla presenza di<br />

a b c d<br />

a: (1+) Le tonsille occupano meno del 25% dello spazio trasversale dell’orofaringe misurato tra i pilastri<br />

tonsillari anteriori;<br />

b: (2+) Le tonsille occupano meno del 50% dello spazio trasversale dell’orofaringe;<br />

c: (3+) Le tonsille occupano meno del 75% dello spazio trasversale dell’orofaringe;<br />

d: (4+) Le tonsille occupano il 75% o più dello spazio trasversale dell’orofaringe.<br />

Figura 1 Classificazione dell’ipertrofia tonsillare secondo Mallampati. Modificata da Mallampati SR, Can J Anaesth 1985.<br />

39


40<br />

Pagani, et al.<br />

deficit attentivo (con conseguente scarso rendimento<br />

scolastico) ed irritabilità (11). Molti di questi<br />

sintomi, in particolar modo lo scarso rendimento<br />

scolastico, sono risultati essere reversibili<br />

dopo trattamento dell’OSAS (12, 13).<br />

Spesso la voce risulta cambiata, si ha rinolalia e difficoltà<br />

alla pronuncia delle consonanti nasali (n ed<br />

m). La sonnolenza risulta un sintomo meno frequente<br />

nel bambino rispetto all’adulto, riferito dal<br />

7%-10% dei pazienti con una prevalenza maggiore<br />

nei bambini più grandi (14, 15). Tuttavia quando<br />

presente nel bambino tale sintomo sembra essere<br />

altamente predittivo di DRS e correlare significativamente<br />

con la severità dell’OSAS (14).<br />

Benché il test di latenza multipla del sonno (multiple<br />

sleep latency test, MSLT) e la scala della sonnolenza<br />

di Epworth nei bambini con OSAS presentino<br />

valori significativamente differenti nei bambini<br />

con OSAS rispetto ai bambini sani, i valori non<br />

sono da considerarsi anomali secondo i criteri<br />

applicati nell’adulto (12-16), suggerendo l’ipotesi<br />

che i bambini con OSAS possono avere una soglia<br />

della sonnolenza che differisce da quella dell’adulto.<br />

Esame obiettivo<br />

L’esame obiettivo dei bambini con OSAS è variabile.<br />

In molti casi il bambino sembra avere solo un<br />

modesto incremento del tessuto linfatico (adenoidi-tonsille)<br />

e non mostra necessariamente difficoltà<br />

nella respirazione durante la visita. I bambini con<br />

OSAS presenteranno sostanzialmente tre fenotipi:<br />

classico, adulto e congenito.<br />

Fenotipo “classico” (tipo I)<br />

Corrisponde alla vecchia descrizione della facies<br />

adenoidea è caratterizzato da volto allungato<br />

(spesso asimmetrico), espressione apatica, sofferente,<br />

occhi clonati con respirazione prevalentemente<br />

orale. Le labbra sono spesso ipotoniche<br />

con perdita della competenza labiale. Le cartilagini<br />

alari divengono ipotoniche con narici ridotte di<br />

volume. Spesso sono presenti dimorfismi del<br />

volto come naso insellato o deviazioni del setto<br />

con presenza o assenza di ipertrofia dei turbinati.<br />

È caratteristica di questo fenotipo la malocclusione<br />

scheletrica (alterazione dei rapporti di<br />

combaciamento dei denti determinata da difetti<br />

di crescita del mascellare superiore e della posizione<br />

della mandibola), il palato risulta ogivale e<br />

stretto con verticalizzazione della struttura stomatognatica,<br />

il palato molle può essere allungato<br />

e le tonsille sono ipertrofiche e spesso occludenti.<br />

Non di rado il bambino ha un ritardo di accrescimento<br />

staturo ponderale e può presentare<br />

pectus escavatum a causa del lavoro dei muscoli<br />

respiratori.<br />

Fenotipo “adulto” (tipo II)<br />

È quello simile all’adulto caratterizzato dalla presenza<br />

di obesità più o meno importante, collo<br />

corto e tozzo spesso associato a dimorfismi cranio-facciali<br />

caratterizzati da riduzione della dimensione<br />

verticale del volto in particolare con riduzione<br />

del terzo inferiore del volto.<br />

Fenotipo “congenito”<br />

È caratterizzato prevalentemente da micrognazia,<br />

ipoplasia mandibolare, retrognazia, contrazione del<br />

mascellare o anomalie cranio-facciali complesse.<br />

Questo fenotipo ha come espressione completa,<br />

per esempio, la sindrome di Pierre Robin ed è<br />

caratteristico dei dimorfismi cranio-facciali presenti<br />

nelle sindromi congenite.<br />

Metodi di screening per l’OSAS<br />

Questionari<br />

Sono stati studiati vari questionari per lo screening<br />

dell’OSAS nei bambini, semplici e di facile esecuzione.Tuttavia<br />

non sono risultati essere in grado di<br />

distinguere tra russamento primario e OSAS (9).<br />

Recentemente sono stati proposti da Chervin<br />

(17) e Montgomery-Downs (18) i questionari che<br />

sembrano avere il valore predittivo più elevato per<br />

la diagnosi dei diversi DRS.<br />

Ad oggi, comunque, i questionari hanno unicamente<br />

un valore indicativo e servono ad indirizzare il<br />

paziente verso gli eventuali esami strumentali.<br />

Registrazione Audio<br />

La registrazione audio può essere utilizzata nell’identificazione<br />

del russamento notturno ma non è<br />

in grado di distinguere il russamento primario dal<br />

russamento associato ad OSAS (19, 20). Potrebbe<br />

essere utile nella selezione dei pazienti da indirizzare<br />

verso l’esame polisonnografico (20), attualmente<br />

non trova alcun utilizzo nella pratica clinica.<br />

Registrazione video<br />

È stato dimostrato da uno studio di comparazione<br />

tra una registrazione video domiciliare durante<br />

il sonno e la polisonnografia come tale tecnica


Linee Guida per la diagnosi della Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno in età pediatrica<br />

di monitoraggio possa rapresentare un test di<br />

screening valido per OSAS nei bambini, con una<br />

specificità del 68% ed una sensibilità del 94% (21).<br />

Tuttavia sono necessari ulteriori studi per valutare<br />

l’utilità pratica di tale tecnica.<br />

Elettrocardiografia<br />

L’elettrocardiografia è stata utilizzata tra le tecniche<br />

di screening per OSAS sulla base della capacità<br />

di identificare la Variabilità della Frequenza<br />

Cardiaca in relazione agli eventi respiratori (24).<br />

Non esistono tuttavia studi che hanno validato<br />

tale tecnica.<br />

Monitoraggio Domiciliare<br />

Le tecniche di monitoraggio domiciliare notturno<br />

nei bambini con OSAS sono migliorate notevolmente.<br />

Dati di letteratura evidenziano risultati<br />

simili ottenuti dall’utilizzo di un monitoraggio cardiorespiratorio<br />

associato a registrazione video di 8<br />

ore ed esame polisonnografico effettuato in laboratorio<br />

soprattutto nel paziente adulto (25, 26).<br />

L’utilità di tale metodica fuori da un ambito scientifico<br />

non è stata tuttavia ancora stabilita<br />

Pulsossimetria<br />

Il riscontro di desaturazioni intermittenti durante il<br />

sonno nei bambini è considerato altamente predittivo<br />

di OSAS (10, 22).Tuttavia tale tecnica risulta<br />

non idonea per la diagnosi dei disordini ostruttivi<br />

con ipoventilazione non associati ad ipossemia<br />

(23) e spesso inficiata da artefatti tecnici, quindi<br />

spesso non conclusiva per i diversi DRS. Tuttavia,<br />

essa riveste un ruolo fondamentale nell’algoritmo<br />

diagnostico dell’OSAS del bambino, evidenziato in<br />

particolare dalle Linee Guida italiane. La pulsossimetria<br />

domiciliare notturna, può essere, infatti, un<br />

valido strumento diagnostico per la semplicità di<br />

esecuzione, l’economicità e per l’elevato valore<br />

predittivo positivo (97%) nel caso in cui l’esame<br />

mostri il classico pattern caratterizzato da cluster<br />

di desaturazioni cicliche secondo la classificazione<br />

Brouillette (22, 23).<br />

In questa classificazione interpretativa le desaturazioni<br />

sono definite come caduta della SaO2 >4%<br />

ed un cluster di desaturazioni è definito come la<br />

presenza di 5 o più desaturazioni in un periodo tra<br />

i 10 e i 30 minuti.<br />

Un esame si definisce (a) negativo quando si verifica<br />

una assenza di cluster di desaturazione ed una<br />

assenza di desaturazioni


42<br />

Pagani, et al.<br />

ritrova nel continuo alternarsi di episodi di ipossiareossigenazione<br />

caratteristici dell’OSAS. Mentre<br />

una ipossia sostenuta attiva, infatti, una risposta<br />

adattativa attraverso l’aumentata espressione di<br />

diversi geni che codificano per proteine quali<br />

EPO e VEGF mediata dall’attivazione del hypoxia<br />

inducible factor (HIF-1) in risposta alla riduzione<br />

di ossigeno disponibile, i ripetuti episodi di transitoria<br />

desaturazione determinano a livello cellulare<br />

uno stress mitocondriale ed innescano la<br />

cascata citochinica proinfiammatoria attraverso<br />

l’attivazione del fattore nucleare di trascrizione<br />

NFκB. Gli effetti di tale attivazione aumentano<br />

l’espressione di fattori proaterogeni come ilTNFα<br />

che contribuisce alla disfunzione endoteliale e<br />

di conseguenza alle complicanze cardiocircolatorie.<br />

Come si verifica nel danno indotto dal meccanismo<br />

ischemia-riperfusione, aumenta inoltre<br />

la produzione di radicali liberi dell’ossigeno ROS,<br />

intermedi altamente reattivi, capaci di interagire<br />

con tutte le macromolecole biologiche, alterandone<br />

la struttura e la funzione in modo spesso<br />

irreversibile. In particolare l’aumento della produzione<br />

e della liberazione di ROS a livello delle<br />

cellule endoteliali determina sintesi ed espressione<br />

in membrana di molecole di adesione, riduzione<br />

dei livelli di NO di derivazione endoteliale,<br />

rolling di linfociti Th ed attivazione della flogosi<br />

parietale, adesione ed attivazione piastrinica,<br />

ossidazione delle LDL e, quindi, danno endoteliale<br />

(32-34). Studi in vitro hanno dimostrato come<br />

la sintesi di leptina sia aumentata in seguito ad un<br />

insulto ipossico con un meccanismo di attivazione<br />

mediato dall’HIF-1. Gozal ha inoltre mostrato<br />

in un recente studio come i livelli di leptina circolante<br />

in soggetti con OSAS siano correlati non<br />

solo al BMI ma anche all’indice di apnea-ipopnea<br />

(AHI) (35). Inoltre la diminuzione dell’ossido<br />

nitrico (NO) circolante associato allo stress<br />

mitocondriale che si verifica nell’OSAS (36)<br />

potrebbe determinare una condizione di riassetto<br />

del metabolismo cellulare con una diminuzione<br />

nel dispendio di energia ed accumulo di tessuto<br />

adiposo come dimostrato da studi sull’effetto<br />

di una carenza nella produzione di NO sui<br />

meccanismi dell’omeostasi energetica negli animali<br />

di laboratorio (37).<br />

Risulta quindi importante dosare citochine proinfiammatorie<br />

ed effettuare l’assetto lipidico nei<br />

pazienti con OSAS per un completo inquadramento<br />

diagnostico.<br />

Metodi di studio per il disturbo respiratorio<br />

nel sonno in età pediatrica<br />

Polisonnografia standard notturna<br />

L’esame gold standard, raccomandato dall’American<br />

Academy of Pediatrics (AAP), per l’inquadramento<br />

diagnostico e la definizione di severità dei DRS in<br />

età pediatrica è la polisonnografia (2).<br />

“Polisonnografia” è il termine comunemente usato<br />

per indicare una registrazione simultanea di più<br />

parametri fisiologici durante la notte. Le Linee<br />

Guida per l’esecuzione di una polisonnografia<br />

standard sono state pubblicate dall’American<br />

Thoracic Society (ATS) (1) e recentemente<br />

l’American Academy of Sleep Medicine (AASM)<br />

ha revisionato le evidenze di letteratura sulle regole<br />

di stadiazione del sonno (38, 39, 40) e pubblicato<br />

le regole di scoring degli arousals e degli eventi<br />

respiratori (41).<br />

Normalmente nel corso del test vengono registrati<br />

più canali EEG, vari canali elettromiografici, i<br />

movimenti di torace e addome, il flusso oro-nasale,<br />

e la saturazione di ossigeno nel sangue.<br />

Le informazioni provenienti dall’elettroencefalogramma<br />

(EEG) vengono utilizzate, in questo tipo di<br />

registrazione, prevalentemente nella differenziazione<br />

dei vari stadi del sonno. L’elettrooculogramma<br />

(EOG) viene registrato per individuare i movimenti<br />

degli occhi utili nella stadiazione del sonno.<br />

Benché l’attività elettromiografica (EMG) durante il<br />

sonno possa essere registrata da qualsiasi gruppo di<br />

muscoli scheletrici, è ormai prassi consolidata utilizzare<br />

i muscoli submentonieri per valutare il tono<br />

muscolare. L’EMG, oltre ad essere utile per la stadiazione<br />

del sonno, fornisce importanti informazioni<br />

per la valutazione delle risposte arousal e sui<br />

movimenti. Durante una polisonnografia standard<br />

inoltre sono abitualmente registrati tre parametri<br />

respiratori: il flusso oro-nasale, i movimenti toracoaddominali,<br />

la saturazione di ossigeno. Il flusso aereo<br />

al naso e alla bocca viene comunemente registrato<br />

mediante termocoppia o termistore posto in prossimità<br />

di ciascuna narice e della bocca.Viene effettuata<br />

inoltre la registrazione del suono che permette<br />

di avere informazioni aggiuntive sul grado e sul<br />

tipo di russamento anche se in letteratura non è<br />

riportata una correlazione tra indici rilevati dal<br />

microfono e gravità del disturbo respiratorio<br />

I movimenti di torace e addome possono essere<br />

registrati mediante pletismografia ad impedenza o<br />

ad induttanza, trasduttori pneumatici, strain gauges,


Linee Guida per la diagnosi della Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno in età pediatrica<br />

EMG intercostale. La saturazione d’ossigeno<br />

(SaO 2 ) è misurata mediante pulseossimetro; tale<br />

metodica rappresenta lo standard per la valutazione<br />

non invasiva continua della saturazione arteriosa<br />

di ossigeno. Nella registrazione polisonnografica<br />

è compreso il monitoraggio della CO 2 ; in pazienti<br />

senza patologie polmonari la CO 2 può essere<br />

valutata al naso e alla bocca mediante capnografo.<br />

Sebbene la CO 2 misurata con questa metodiche<br />

non sia l’esatto specchio di ciò che avviene a livello<br />

polmonare tuttavia considerando il valore<br />

medio di plateau di CO 2 a fine espirazione (end<br />

tidal CO 2 ) si ha una buona misura della CO 2<br />

alveolare e di conseguenza arteriosa.<br />

Una sottostima della reale CO 2 alveolare si può<br />

avere nei pazienti con malattie polmonari ostruttive<br />

o con aumento della frequenza respiratoria.<br />

L’end tidal CO 2 è efficace nello studio dei disturbi<br />

respiratori del sonno ed in particolare nella valutazione<br />

delle apnee e nelle ipoventilazioni, tuttavia<br />

è necessaria la continua vigilanza da parte di un<br />

tecnico al fine di mantenere il corretto posizionamento<br />

della sonda del capnografo indispensabile<br />

per una corretta stima della CO 2 .<br />

Nei bambini più piccoli può essere difficile fissare<br />

un catetere nasale per questi casi può essere utilizzato<br />

un sistema di monitoraggio transcutaneo<br />

della CO 2 (PtcCO 2 ). La PtcCO 2 può essere sottostimata<br />

in pazienti più grandi o obesi, tuttavia la<br />

differenza in questi casi con la CO 2 arteriosa è<br />

minima. Come per la rilevazione della PtcCO 2 , la<br />

temperatura della sonda richiede continui spostamenti<br />

della stessa, almeno ogni 4 ore nel bambino<br />

più grande ed almeno ogni 2 in quello più piccolo,<br />

per evitare lesioni cutanee. L’utilizzo del monitoraggio<br />

della CO 2 può essere molto utile nella valutazione<br />

delle ipoventilazioni e per la valutazioni<br />

delle ostruzioni parziali delle vie aeree.<br />

La frequenza cardiaca è misurata con una singola<br />

derivazione registrata mediante elettrodi posti in<br />

sede precordiale. Di conseguenza la derivazione<br />

ECG della polisonnografia ci fornisce unicamente<br />

informazioni di massima sull’attività cardiaca e non<br />

è sufficiente per trarre conclusioni cliniche su<br />

eventuali cardiopatie. Negli ultimi anni tuttavia si<br />

sono sviluppate nuove metodiche (analisi di spettro<br />

della variabilità cardiaca, pulse transit time) che<br />

partendo dal segnale ECG sono in grado di fornire<br />

informazioni sul bilanciamento simpato-vagale,<br />

sullo sforzo respiratorio e sulla “quantità dei<br />

microrisvegli” di un sonno.<br />

Altri parametri monitorati sono i movimenti degli<br />

arti inferiori valutati con elettromiografia, la posizione<br />

corporea attraverso sensori di posizione o il<br />

monitoraggio video.<br />

I disturbi respiratori nel sonno interessano bambini<br />

dai primi mesi di vita fino all’adolescenza. Di<br />

conseguenza il laboratorio del sonno e le attrezzature<br />

(sonde, elettrodi, fasce) devono essere<br />

adatte o adattabili alle varie età dei pazienti e al<br />

loro grado di sviluppo fisico e comportamentale.<br />

Il bambino potrebbe, infatti, essere facilmente<br />

spaventato dal dormire in un ambiente estraneo<br />

con molti elettrodi attaccati sul corpo, specie<br />

qualora questo ambiente risulti freddo e poco<br />

ospitale.<br />

Per questi motivi normalmente le stanze di registrazione<br />

sono opportunamente arredate per<br />

soddisfare le esigenze del bambino e di un genitore<br />

il quale potrà assistere. Sebbene ci siano pochi<br />

dati relativi all’utilizzo dei sonnellini pomeridiani (in<br />

inglese nap) nella diagnosi dei disturbi respiratori<br />

nel sonno negli adulti, in età pediatrica vi sono evidenze<br />

che dimostrano che la valutazione di un<br />

sonnellino pomeridiano di un bambino con<br />

sospetta OSAS sia ben correlato con l’esame di<br />

un’intera notte. Tuttavia il valore di tale esame è<br />

puramente indicativo e di primo screening e la<br />

negatività di tale esame non esclude la presenza di<br />

apnee ostruttive invece dimostrabili con un sonno<br />

notturno.<br />

Refertazione degli esami polisonnografici<br />

Analisi del tracciato<br />

I tracciati devono essere valutati secondo i criteri<br />

internazionali e nazionali di scoring del sonno e<br />

degli eventi associati. L’interpretazione dei dati<br />

polisonnografici e la conseguente refertazione,<br />

deve essere eseguita mediante stadiazione manuale<br />

da parte del medico esperto in medicina del<br />

sonno; non sono ritenute sufficienti ed attendibili<br />

diagnosi basate sullo score automatico degli eventi<br />

effettuato dal poligrafo.<br />

Definizione degli eventi respiratori durante il sonno<br />

La definizione degli eventi respiratori nel sonno in<br />

età pediatrica si basa principalmente sulle Linee<br />

Guida pubblicate nel 1996 dall’American Thoracic<br />

Respiratory Society e dalle più recenti raccomandazioni<br />

(2007) dell’American Academy of Sleep<br />

Medicine.<br />

43


44<br />

Pagani, et al.<br />

Apnee ostruttiva<br />

Nel bambino, una apnea ostruttiva (AO) è definita<br />

come la presenza di movimenti toraco-addominali<br />

associati ad una assenza di flusso oro-nasale della<br />

durata di almeno 2 cicli respiratori. Una apnea<br />

ostruttiva deve essere segnalata polisonnograficamente<br />

quando il segnale di flusso subisce un calo<br />

nell’ampiezza della durata di almeno due cicli respiratori<br />

(o una durata paragonabile a due cicli respiratori<br />

registrati durante il respiro basale di sonno del<br />

soggetto) ≥90% rispetto al flusso basale precedente<br />

all’apnea per un tempo ≥90% dell’intero evento<br />

associati a sforzo inspiratorio continuo durante tutta<br />

la durata di cessazione del flusso oro-nasale. Un<br />

evento per essere segnalato deve avere la durata di<br />

almeno due cicli respiratori (o una durata paragonabile<br />

a due cicli respiratori registrati durante il<br />

respiro basale di sonno del soggetto).<br />

La durata dell’evento deve essere misurata dalla<br />

fine dell’ultimo respiro normale all’inizio del primo<br />

respiro che raggiunge l’escursione inspiratoria<br />

registrata prima dell’evento stesso.<br />

Le apnee ostruttive sono infrequenti nel bambino<br />

e nell’adolescente ed hanno una durata media di<br />

circa 6 secondi per questi motivi la presenza di<br />

almeno 1 apnea ostruttiva (indipendentemente<br />

dalla durata) per ora di registrazione è da considerarsi<br />

non fisiologica in età pediatrica.<br />

Attualmente, non vi sono dati sul significato clinico<br />

delle apnee ostruttive non desaturanti.<br />

L’osservazione di quadri particolari caratterizzati da<br />

ostruzione parziale delle vie aeree (evidenziato da<br />

una riduzione del flusso oronasale rilevato però<br />

dalla cannula nasale) e/o da respiro paradosso associati<br />

o non a desaturazione con una evidenza clinica<br />

di disturbi comportamentali e dell’apprendimento,<br />

sonnolenza e sonno frammentato possono suggerire<br />

la presenza di una sindrome da aumentate resistenze<br />

delle alte vie aeree superiori (upper airway<br />

resistance syndrome, UARS). Sebbene non vi sia un<br />

generale consenso sulla esatta definizione clinica e<br />

diagnostica delle UARS, la valutazione delle variazioni<br />

della pressione endoesofagea durante la polisonnografia<br />

rimane l’unico gold standard diagnostico di<br />

questa forma di disturbo respiratorio nel sonno.<br />

Apnea centrale<br />

Una apnea centrale (AC) è definita come una<br />

assenza di flusso oro-nasale in corrispondenza di<br />

una assenza di sforzo respiratorio (movimenti<br />

toraco-addominali) per l’intera durata dell’evento.<br />

Una apnea centrale deve essere segnalata polisonnograficamente<br />

quando è associata ad una<br />

delle seguenti caratteristiche: l’evento dura più di<br />

venti secondi oppure l’evento dura almeno due<br />

cicli respiratori (o una durata paragonabile a due<br />

cicli respiratori registrati durante il respiro basale<br />

di sonno del soggetto) ma è associato ad un arousal,<br />

ad un risveglio o ad una desaturazione ≥ 3%.<br />

Le apnee centrali possono essere osservate come<br />

reperto occasionale, soprattutto durante la fase<br />

REM, in bambini di tutte le età e possono non<br />

avere alcun significato patologico.<br />

Il significato clinico di questi episodi, e soprattutto<br />

degli episodi >di 20 secondi o denaturanti, va<br />

interpretato in base al quesito diagnostico. I valori<br />

di normalità sono pochi in letteratura, tuttavia un<br />

numero di eventi così individuati >3 per ora di<br />

sonno dovrà essere considerato patologico.<br />

Apnea mista<br />

Una apnea mista è caratterizzata da una componente<br />

centrale che termina con un quadro ostruttivo.<br />

Spesso un sospiro nel sonno incontra un<br />

ostruzione delle alte vie che risulta in una apnea<br />

ostruttiva con aumento dello sforzo inspiratorio<br />

nel tentativo di sbloccare l’ostruzione.<br />

Una apnea mista (AM) deve essere segnalata polisonnograficamente<br />

quando i segnali di flusso oronasale<br />

incontrano i criteri di durata ed ampiezza<br />

per descrivere una apnea ostruttiva ma l’evento è<br />

associato ad una assenza di sforzo inspiratorio<br />

nella porzione iniziale dell’evento.<br />

Ipopnea<br />

L’ipopnea è definita come la riduzione di almeno il<br />

50% dell’ampiezza del segnale del<br />

flusso oronasale rispetto al flusso basale precedente<br />

per un tempo ≥90% dell’intero evento della<br />

durata di almeno 2 cicli respiratori. L’ipopnea è<br />

spesso associata ad arousal, risveglio o ipossiemia<br />

(desaturazioni >3%).<br />

L’ipopnea può essere ulteriormente caratterizzata<br />

come ostruttiva quando è associata a movimenti<br />

in opposizione di fase di torace o addome oppure<br />

è definita centrale in caso di riduzione in fase<br />

degli stessi segnali.<br />

Arousal correlati a sforzo respiratorio respiratory<br />

effort-related arousal (RERA)<br />

Uno RERA è definito come un arousal accompagnato<br />

da russamento, respirazione rumorosa,<br />

aumento della PETCO2 /PtcCO2o ed elementi di


Linee Guida per la diagnosi della Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno in età pediatrica<br />

prova visiva di un maggior lavoro respiratorio.<br />

L’evento deve durare almeno due cicli respiratori.<br />

L’evento deve essere considerato polisonnograficamente<br />

se uno dei seguenti criteri è presente:<br />

una consistente riduzione di ampiezza del segnale<br />

di flusso nasale di un sensore trasduttore di pressione<br />

(25% del tempo totale di sonno è trascorso con<br />

una CO2 inferiori a 50 mmHg, misurata con sensori<br />

di PtcCO2 e /o PETCO2 sensori.<br />

Calcolo e definizione degli indici polisonnografici<br />

Si definisce indice di apnea il numero di eventi<br />

ostruttivi per ora di sonno. Si definisce indice di<br />

apnea + ipopnea o indice di disturbo respiratorio<br />

(IDR) il numero di eventi apnoici di qualsiasi natura<br />

+ ipopnee per ora di sonno. Un indice IDR<br />

>1,3 eventi/ora è da considerarsi non fisiologico in<br />

età pediatrica, tuttavia si può considerare francamente<br />

patologico un IDR >di 5 eventi/ora.<br />

Indice di apnea (Acronimi: IA-AI)<br />

Si definisce indice di apnea il numero di eventi<br />

ostruttivi e/o centrali per ora di sonno;<br />

Indice di Apnea Ostruttiva (Acronimi: IAO-OAI)<br />

Si definisce indice di apnea ostruttiva il numero di<br />

eventi ostruttivi per ora di sonno;<br />

Indice di Ipopnea (Acronimi: IH-HI)<br />

Si definisce indice di ipopnea il numero di eventi<br />

ipopnoici (ostruttivi e/o centrali) per ora di sonno;<br />

Indice di Apnea-Ipopnea (Acronimi: IAH-AHI-IDR)<br />

Si definisce indice di apnea-ipopnea la somma dell’indice<br />

di apnea con l’indice di ipopnea;<br />

Indice di Apnea-Ipopnea Ostruttivo (Acronimi: IAHO-<br />

OAHI)<br />

Si definisce indice di apnea-ipopnea ostruttivo la<br />

somma dell’indice di Apnea ostruttiva con l’indice<br />

di ipopnea;<br />

Predittori di morbilità post-operatoria<br />

Il bambino richiede un intensivo monitoraggio<br />

postoperatorio dopo adenotonsillectomia se:<br />

- l’indice di apnea >10 eventi/ora<br />

- l’IDR >40 eventi/ora<br />

- la SaO2 Nadir 97%<br />

OSAS - LIEVE<br />

IDR tra 3 e 5 e SaO 2 media >97%<br />

OSAS - MODERATA<br />

IDR tra 5-10 e SaO 2 media >95%<br />

OSAS - SEVERA<br />

IDR >10 o con SaO 2 media


46<br />

Pagani, et al.<br />

Tabella 2 Criteri clinici per una corretta scelta degli esami strumentali. Modificata da: Italian Guidelines<br />

for the diagnosis of childhood obstructive sleep apnea syndrome. Minerva Pediatr 2004; 56: 239-253.<br />

Sintomi maggiori<br />

a) Russamento abituale (la maggior parte delle notti) e persistente (da almeno 2 mesi).<br />

b) Pause respiratorie riferite dai genitori abituali e persistenti<br />

c) Difficoltà nel respiro (respiro rumoroso,eccessivo sforzo respiratorio) notturno abituale e persistente<br />

Sintomi minori<br />

a) Russamento occasionale (alcune notti a settimana) ed intermittente (Es. alcuni mesi dell’anno, in occasioni<br />

di episodi influenzali)<br />

b) Pause respiratorie riferite dai genitori occasionali ed intermittenti<br />

c) Difficoltà nel respiro (respiro rumoroso,eccessivo sforzo respiratorio) notturno occasionale ed intermittente<br />

d) Deficit dell’attenzione, scarso rendimento scolastico,<br />

e) Iperattività diurna<br />

f) Eccessiva sonnolenza diurna<br />

Segni maggiori<br />

a) Ipertrofia adeno-tonsillare di grado III e I; e/o Friedman score di grado III e IV<br />

b) Dismorfismi craniofacciali ed anomalie dell’oro-rino-faringe , maleocclusione.<br />

Segni minori<br />

a) Obesità<br />

b) Scarso accrescimento staturo ponderale<br />

c) Ugula allungata e palato molle che toccano la lingua, lingua larga che copre l’arcata dentaria<br />

d) Ipertrofia adeno-tonsillare di grado II e/o Friedman score di grado II<br />

>2<br />

sintomi<br />

maggiori<br />

Screening<br />

Pulsossimmetria<br />

notturna<br />

Esami<br />

negativi<br />

1 sintomo<br />

maggiore<br />

+ 1 segno<br />

maggiore<br />

Esami<br />

positivi<br />

1 segno<br />

maggiore<br />

+ 1 sintomo<br />

resp. minore<br />

Esami non<br />

conclusivi<br />

>2<br />

sintomi<br />

maggiori<br />

+ ipertrofia<br />

adenotonsillare<br />

(++; +++)<br />

Piano terapeutico<br />

Esame<br />

positivo<br />

Esame<br />

negativo<br />

Follow-up Follow-up<br />

Persistenza dei sintomi<br />

Oppure: patologia<br />

neuromuscolare e<br />

comunque in tutte<br />

le altre condizioni<br />

Polisonnografia<br />

standard notturna<br />

Figura 3 Percorso diagnostico clinico e strumentale. Modificata da Italian Guidelines for the diagnosis of childhood<br />

obstructive sleep apnea syndrome. Minerva Pediatr 2004; 56: 239-253.


Linee Guida per la diagnosi della Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno in età pediatrica<br />

Una volta identificati tali fattori di rischio i bambini<br />

vanno indirizzati ad uno specialista e quindi ad<br />

eseguire l’esame polisonnografico.<br />

Le attuali Linee Guida italiane (20) suggeriscono di<br />

avviare un paziente con sospetto di OSAS al percorso<br />

diagnostico strumentale se sono presenti<br />

più sintomi e segni di DRS come riportato nella<br />

Tabella 2.<br />

In particolare il percorso diagnostico strumentale<br />

è indicato per i pazienti che presentano: un<br />

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southern Italy. Chest 2001; 120: 1930-1935.<br />

sintomo maggiore; due sintomi minori di cui uno o<br />

più di tipo respiratorio in assenza di segni; un sintomo<br />

respiratorio minore + un segno minore; un<br />

segno maggiore ed un sintomo minore respiratorio;<br />

nel caso in cui sia presente un solo sintomo<br />

minore il paziente dovrà essere seguito clinicamente<br />

nel tempo.<br />

Nella Figura 3 è riportato il percorso diagnostico<br />

clinico e strumentale secondo quanto indicato<br />

dalle Linee Guida Italiane.<br />

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Centro di Riferimento Interregionale per le Apnee Infantili; Clinica Pediatrica I “S. Maggiore”,<br />

Università degli Studi di Bari<br />

Terapia medica dei disturbi<br />

respiratori nel sonno<br />

Medical therapy of sleep-disordered<br />

breathing<br />

Parole chiave: disturbi respiratori nel sonno, sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, bambini, terapia medica<br />

Keywords: sleep-disordered breathing, obstructive sleep apnea syndrome, children, medical therapy<br />

Riassunto. I disturbi respiratori nel sonno comprendono, in ordine crescente di gravità: il russamento, la sindrome delle<br />

aumentate resistenze delle alte vie, la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno.<br />

La causa di gran lunga più frequente di ostruzione naso-faringea nel bambino è l’ipertrofia adenotonsillare.<br />

I disturbi respiratori nel sonno se non diagnosticati in tempo e, soprattutto, se non trattati opportunamente e precocemente,<br />

possono portare ad una serie di complicanze quali disfunzioni cardiache, ipertensione polmonare, ritardi di crescita, danni neurocognitivi.<br />

I cardini della terapia dell’OSAS sono la terapia medica, l’adeno-tonsillectomia, la terapia ortodontica e la ventilazione meccanica<br />

non invasiva.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Prof.ssa Luigia Brunetti, Clinica Pediatrica I “S. Maggiore”, Università di Bari, Bari;<br />

e-mail: l.brunetti@pediatria3.uniba.it<br />

Introduzione<br />

L’aria che raggiunge le vie aeree inferiori presenta<br />

delle caratteristiche fisico-chimiche assolutamente<br />

differenti da quella che impatta nelle<br />

prime vie respiratorie. Le fosse nasali partecipano<br />

a produrre tali modificazioni attraverso meccanismi<br />

di umidificazione e riscaldamento da un<br />

lato e di purificazione dall’altro. Questa peculiarità<br />

fisiologica si realizza grazie all’esistenza di strutture<br />

anatomo-funzionali all’uopo preposte (turbinati,<br />

shunt artero-venosi, etc.). Qualsiasi alterazione<br />

dell’integrità morfo-funzionale di tali strutture<br />

compromette il passaggio di aria nelle vie aeree<br />

superiori e può condurre ai disturbi respiratori<br />

nel sonno (DRS).<br />

Essi comprendono, in ordine crescente di gravità, il<br />

russamento, la sindrome delle aumentate resistenze<br />

delle alte vie aeree (upper airway resistance<br />

syndrome, UARS), la sindrome delle apnee ostruttive<br />

nel sonno (obstructive sleep apnea syndrome, OSAS).<br />

La causa di gran lunga più frequente di ostruzione<br />

naso-faringea nel bambino è l’ipertrofia adenotonsillare<br />

che gioca il suo ruolo più importante nella<br />

fascia di età compresa tra i 3 e i 6 anni.Altre cause<br />

frequenti sono quelle che comportano il realizzarsi<br />

di una rinite cronica come la rinosinusite e la flogosi<br />

allergica.<br />

L’incidenza dei disturbi respiratori nel sonno oscilla<br />

in età prescolare e scolare e varia ampiamente<br />

dal 3,2% al 12,1% per il russamento abituale e<br />

dall’1,1% al 4,3% per quanto concerne l’OSAS. In<br />

linea con tali stime uno studio effettuato in Italia su<br />

una larga coorte di bambini (1.207 totale) ha<br />

mostrato una prevalenza del 4,9% del russamento<br />

abituale e dell’1,8% dell’OSAS (1).


I DRS, se non diagnosticati in tempo e soprattutto<br />

se non trattati opportunamente e precocemente,<br />

possono portare ad una serie di complicanze quali<br />

disfunzioni cardiache, ipertensione polmonare,<br />

ritardo di crescita, danni neurocognitivi (2-4).<br />

I cardini della terapia dell’OSAS sono la terapia<br />

medica, l’adeno-tonsillectomia, la terapia ortodontica<br />

e la ventilazione meccanica non invasiva.<br />

Spesso il trattamento d’elezione è chirurgico<br />

anche se esiste, a nostro parere, uno spazio per un<br />

approccio basato su una terapia medica ragionata,<br />

che sebbene non perfettamente standardizzata<br />

nelle sue indicazioni, offre tuttavia la possibilità di<br />

attenuare o risolvere in maniera definitiva il problema.<br />

Infatti l’ipertrofia dei tessuti linfoidi delle<br />

alte vie respiratorie presenta caratteristiche di<br />

reversibilità e di dinamicità tali da giustificare, in<br />

ogni caso, un trattamento medico, almeno in<br />

prima battuta.<br />

Il primo approccio alla gestione del bambino con<br />

disturbi respiratori nel sonno è rappresentato,<br />

inizialmente, dalla gestione della eventuale malattia<br />

di base, costituita principalmente dall’obesità e<br />

dall’atopia (5).<br />

Gestione della malattia di base<br />

Obesità<br />

L’obesità è certamente uno dei più importanti fattori<br />

di rischio per lo sviluppo di OSAS sia nell’adulto<br />

che bambino, tuttavia i meccanismi alla base<br />

di ciò non sono ancora completamente chiariti.<br />

Un incrementato accumulo di tessuto adiposo a<br />

livello dei muscoli faringei, una riduzione nella compliance<br />

della parete toracica, uno spostamento in<br />

alto del diaframma ed una ridotta sensibilità del<br />

drive respiratorio a livello centrale potrebbero<br />

essere responsabili di un aumento della collassabilità<br />

del tratto respiratorio e così dello sviluppo di<br />

OSAS (6).<br />

In età pediatrica, il calo ponderale ha un’efficacia<br />

minore rispetto all’adulto nella terapia dei disturbi<br />

respiratori nel sonno, tuttavia l’American<br />

Academy of Pediatrics consiglia (benché non lo<br />

consideri uno specifico trattamento) di adottare<br />

strategie per la perdita del peso in bambini<br />

OSAS obesi, ed in questi soggetti spesso la perdita<br />

di peso ha maggiore successo dopo la disostruzione<br />

delle alte vie aeree (7).<br />

Smith e collaboratori in uno studio randomizzato<br />

in pazienti con OSAS hanno dimostrato che una<br />

Terapia medica dei disturbi respiratori nel sonno<br />

dieta ipocalorica della durata di 5 mesi determina<br />

un netto miglioramento dell’indice di apnea-ipopnea<br />

sia durante il sonno non-REM che durante<br />

quello REM (8).<br />

Successivamente Kansanene e collaboratori hanno<br />

valutato l’efficacia di una dieta ipocalorica in<br />

pazienti obesi con OSAS, dimostrando come la<br />

perdita di peso correllasse effettivamente con una<br />

riduzione nel numero degli episodi di apnea ed<br />

ipopnea e soprattutto con l’indice di desaturazione<br />

dell’emoglobina, definito come il numero di<br />

episodi di desaturazione dell’ossigeno >4% per<br />

ora di sonno (9).<br />

Tutti questi dati, pertanto, suggeriscono che il calo<br />

del peso in eccesso concorre ad un miglioramento<br />

significativo dell’OSAS (10).<br />

Atopia<br />

Negli ultimi anni è stato sottolineato come la flogosi<br />

immunoallergica rivesta una grande importanza<br />

nel bambino con disturbi respiratori nel<br />

sonno; oggi la rinite allergica è presente in circa il<br />

40% dei bambini con OSAS e ne costituisce un<br />

importante fattore di rischio (11).<br />

Da un punto di vista fisiopatologico la rinite determina<br />

edema generalizzato della mucosa nasale,<br />

ipertrofia dei turbinati, congestione nasale ed in<br />

ultima analisi ostruzione nasale. Queste condizioni,<br />

attraverso un aumento delle resistenze delle alte<br />

vie aeree, sono corresponsabili dell’insorgenza dei<br />

DRS.<br />

L’elevata prevalenza di atopia nei soggetti affetti da<br />

russamento primitivo ed OSAS viene confermata<br />

dai dati epidemiologici attualmente disponibili in<br />

letteratura.<br />

McColley e collaboratori hanno sottoposto 39<br />

bambini, russatori abituali, a polisonnografia notturna.<br />

Il 36% dei soggetti esaminati aveva un test<br />

di radio-allergo-assorbimento (radio-allergo-sorbent<br />

test, RAST) positivo per uno o più allergeni alimentari<br />

o inalanti, dato significativamente superiore<br />

rispetto all’incidenza riportata nella popolazione<br />

pediatrica generale. Gli stessi Autori hanno poi<br />

messo in evidenza come la prevalenza di OSAS<br />

fosse del 57% tra gli atopici e del 40% fra i non<br />

allergici. La gravità delle OSAS, al contrario, non<br />

presentava variazioni statisticamente significative<br />

fra atopici e non (12).<br />

Inoltre esistono sufficienti prove sperimentali che<br />

supportano l’ipotesi che le adenoidi siano coinvolte<br />

nel processo di sensibilizzazione allergica. Infatti,<br />

51


52<br />

Brunetti, et al.<br />

in un recente studio, condotto su 32 bambini, di<br />

cui la metà allergici, sottoposti ad adenoidectomia,<br />

è stato dimostrato un incremento, nel gruppo dei<br />

soggetti allergici, delle cellule CD1a+, cellule presentanti<br />

l’antigene, e degli eosinofili. Questi dati<br />

sembrano dimostrare che nelle adenoidi degli atopici<br />

si realizza la presentazione degli antigeni, che è<br />

alla base del processo della flogosi allergica, nonché<br />

il reclutamento di cellule che sono profondamente<br />

coinvolte nello stesso processo infiammatorio,<br />

come gli eosinofili (13).<br />

Pertanto diventa, inoltre, indispensabile mettere in<br />

atto una serie di interventi di supporto, quali la<br />

prevenzione ambientale per acari e l’eliminazione<br />

degli inquinanti ambientali, tutti potenziali fattori<br />

aggravanti dell’OSAS (10).<br />

Terapia medica<br />

Di recente la comunità scientifica ha posto maggiormente<br />

l’attenzione sul ruolo dell’infiammazione<br />

nella genesi e nel mantenimento dei disturbi<br />

respiratori nel sonno sia negli adulti che nei bambini<br />

(14). Uno dei meccanismi chiave innescato<br />

dall’OSAS nella genesi dello stato infiammatorio<br />

cronico è rappresentato dallo stress ossidativo<br />

esplicato a livello dei tessuti. Secondo il modello<br />

proposto da Ryan (15) la base fisiopatologica di<br />

tale meccanismo di flogosi si ritrova nel continuo<br />

alternarsi di episodi di ipossia-riossigenazione<br />

caratteristici dell’OSAS.<br />

Questa ipossia intermittente alternata a riossigenazione,<br />

associata allo stress ossidativo ed al processo<br />

infiammatorio sistemico, caratterizzato da<br />

elevati livelli di diversi mediatori pro-infiammatori,<br />

potrebbe predisporre allo sviluppo successivo di<br />

complicanze cardiovascolari (16, 17).<br />

Un ruolo fondamentale viene svolto dai neutrofili,<br />

i quali sono in grado di liberare una grande quantità<br />

di radicali liberi, leucotrieni ed enzimi proteolitici<br />

responsabili del danno vascolare (18, 19).<br />

Lo studio di Dyugovskaya e collaboratori ha dimostrato<br />

per la prima volta come in pazienti con<br />

OSAS modereta o severa si assiste ad una ritardata<br />

apoptosi dei neutrofili e ad un incrementato<br />

numero di molecole di adesione sulla loro superficie<br />

cellulare; gli stessi Autori, inoltre, hanno evidenziato<br />

come la percentuale di neutrofili che<br />

andava incontro ad apoptosi era inversamente<br />

proporzionale al grado di severità dell’OSAS (20).<br />

Anche la proteina C-reattiva (PCR), sebbene<br />

costituisca un marcatore aspecifico di flogosi,<br />

potrebbe facilitare direttamente la costituzione<br />

delle placche ateromatose, attraverso una riduzione<br />

nella sintesi di ossido nitrico e attraverso l’induzione,<br />

a livello delle cellule endoteliali, di particolari<br />

molecole di adesione (21-23).<br />

Nell’ultimo decennio, inoltre, diversi studi hanno<br />

focalizzato l’attenzione sulla correlazione tra i livelli<br />

plasmatici di PCR ed i disturbi respiratori nel<br />

sonno (24-26). In particolare Tauman e collaboratori<br />

hanno evidenziato, in 81 bambini con OSAS,<br />

una significativa correlazione tra i livelli plasmatici<br />

di PCR e l’indice di apnea-ipopnea e come tale<br />

correlazione fosse maggiore nei pazienti che presentavano<br />

danni neurocognitivi (27).<br />

Tali osservazioni hanno rafforzato l’indicazione ad<br />

un approccio non chirurgico basato sull’utilizzo di<br />

farmaci antiinfiammatori per uso sistemico o topico<br />

nel trattamento dei disturbi respiratori nel<br />

sonno.<br />

Disostruzione nasale: corticosteroidi<br />

topici<br />

Nell’ultimo decennio diversi Autori hanno proposto<br />

l’uso di corticosteroidi topici intranasali nel<br />

tentativo di ridurre la flogosi persistente della<br />

mucosa nasale e la massa adenoidea evitando, in<br />

tal modo, l’ablazione di un tessuto immunologicamente<br />

funzionante ed evitando al bambino i rischi<br />

connessi all’intervento chirurgico (28-33).<br />

Nel 1995 Demain e collaboratori in uno studio in<br />

doppio cieco contro placebo con crossover, hanno<br />

dimostrato che i pazienti sottoposti a terapia topica<br />

con beclometasone in soluzione acquosa (336<br />

µg/die), dopo 4 settimane presentavano una riduzione<br />

del grado di ostruzione nasale significativamente<br />

maggiore rispetto al gruppo trattato con<br />

placebo e, dopo il crossover, si assisteva ad una<br />

ulteriore riduzione delle dimensioni delle adenoidi<br />

in entrambi i gruppi per una sorta di “effetto di<br />

trascinamento” dovuto al beclometasone nel<br />

gruppo trattato con il farmaco. Anche la sintomatologia<br />

clinica durante le 8 settimane mostrava un<br />

significativo miglioramento se paragonata allo<br />

score clinico iniziale o a quello del gruppo placebo.<br />

La riduzione delle dimensioni delle adenoidi sarebbe<br />

riconducibile ad una azione linfocitolitica diretta<br />

dello steroide e secondariamente ad una generale<br />

inibizione della risposta infiammatoria operata<br />

dai cortisonici (28).


Ad analoghi risultati giunsero Berlucchi e collaboratori,<br />

i quali, nel 2007, in un trail randomizzato<br />

contro placebo, hanno dimostrato l’efficacia del<br />

momestasone furoato nel determinare un riduzione<br />

delle dimensioni delle adenoidi e della sintomatologia<br />

clinica ad esse associata, giungendo alla<br />

conclusione che nei pazienti con ipertrofia adenoidea,<br />

non associata ad ipertrofia tonsillare,<br />

sarebbe auspicabile far precedere il trattamento<br />

con mometasone furoato (50 µg/die) prima di<br />

programmare l’intervento chirurgico (34).<br />

I cortisonici topici nasali si sono dimostrati utili nel<br />

migliorare la severità delle apnee notturne in bambini<br />

con ipertrofia adeno-tonsillare. Infatti, nel<br />

2001 Brouillette et collaboratori in uno studio<br />

randomizzato, controllato con placebo, su bambini<br />

affetti da apnea ostruttiva nel sonno diagnosticata<br />

con esame polisonnografico hanno dimostrato,<br />

dopo un periodo di trattamento di 6 settimane<br />

con fluticasone nasale (200 µg/die nella prima settimana<br />

e di 100 µg/die nelle successive 5 settimane)<br />

un netto miglioramento del quadro clinico<br />

ostruttivo nel 92,3% dei pazienti trattati con fluticasone<br />

documentato dalla riduzione dell’indice<br />

apnea/ipopnea mista/ostruttiva nel gruppo fluticasone<br />

e della frequenza di desaturazioni (29).<br />

Ad analoghi risultati è giunto Gozal, il quale ha<br />

dimostrato come l’utilizzo quotidiano di budesonide<br />

intranasale (32 µg/die), per 6 settimane seguito<br />

da altre 6 settimane in maniera alternata, dopo un<br />

periodo di wash out di 2 settimane, riduce la severità<br />

della sintomatologia clinica in pazienti con<br />

OSAS lieve e come questo miglioramento perdura<br />

per almeno 8 settimane dopo la sospensione<br />

della terapia intranasale (35).<br />

Ci sono pochi studi che valutano la durata dell’effetto<br />

terapeutico del corticosteroide, sebbene<br />

Criscuoli e collaboratori abbiano dimostrato<br />

come bambini sottoposti a trattamento topico<br />

con beclometasone presentavano una significativa<br />

riduzione della severità dell’ostruzione nasale a 24,<br />

52 e 100 settimane dopo la sospensione della<br />

terapia medica (36).<br />

Ad analoghi risultati è giunto Alexopoulos e collaboratori,<br />

i quali hanno studiato l’efficacia della<br />

budesonide intranasale (somministrata per 4 settimane)<br />

sull’indice di apnea-ipopnea e sulla sintomatologia<br />

diurna in bambini affetti da russamento<br />

e OSAS da lieve a moderata dimostrando, dopo 2<br />

settimane di trattamento, una riduzione di tale<br />

indice ed un miglioramento della sintomatologia<br />

Terapia medica dei disturbi respiratori nel sonno<br />

clinica che si protraeva per circa 12 mesi dopo la<br />

fine del trattamento (37).<br />

Sembra opportuno sottolineare che la complessiva<br />

risposta favorevole agli steroidi topici può essere<br />

spiegata dall’alta espressione dei livelli dei recettori<br />

dei glicocorticoidi nei tessuti linfatici dei bambini<br />

con OSAS come evidenziato dallo studio di<br />

Goldbart e collaboratori (38).<br />

L’impiego dei cortisonici topici troverebbe un’ulteriore<br />

giustificazione nella possibilità di modificare<br />

patogeneticamente il processo di sensibilizzazione<br />

allergica che pare realizzarsi nelle adenoidi. Infatti i<br />

cortisonici topici riducono la congestione mucosale,<br />

attraverso una serie di attività definite genericamente<br />

antinfiammatorie (tra cui la riduzione del<br />

numero delle mastocellule, linfociti Th2, eosinofili)<br />

e, soprattutto, attraverso un blocco dell’inibizione<br />

dell’apoptosi indotta dalla IL-4 (39, 40).<br />

L’utilizzo prolungato di corticosteroidi sistemici,<br />

invece, genera elevate concentrazioni plasmatiche<br />

che correlano con una riduzione del sistema ipotalamico-ipofisario.<br />

Le variazioni indotte sui livelli<br />

circadiani del cortisolo interferiscono con molteplici<br />

meccanismi biologici, tra cui la crescita, specie<br />

nei bambini e negli adolescenti (40). La somministrazione<br />

per via topica, però, riduce drasticamente<br />

questi effetti indesiderati (41-43).<br />

Gli eventuali effetti sulla crescita degli steroidi topici<br />

usati a lungo termine nei bambini (dai 3 ai 9<br />

anni) sono stati valutati nello studio di Schenkel e<br />

collaboratori, in cui è emerso come le altezze<br />

medie e la velocità di crescita siano risultate simili<br />

nei due gruppi di confronto dopo un anno di trattamento<br />

con mometasone furoato (44).<br />

Ad analoghi risultati è giunto Ratner, il quale ha<br />

sottoposto a trattamento intranasale con mometasone<br />

furoato (100 µg/die) per 12 mesi, dimostrando<br />

nessuna soppressione dell’asse ipotalamico-ipofisario<br />

(45).<br />

È stato dimostrato, inoltre, come il mometasone<br />

furoato (100-200 µg/die) non sia praticamente<br />

rintracciabile nel plasma di bambini e di adulti e<br />

risulti sotto la soglia di rilevamento perfino in<br />

pazienti trattati con dosaggi 12 volte maggiori<br />

rispetto a quelli raccomandati (46).<br />

Rosenblut e collaboratori hanno dimostrato<br />

come la somministrazione intranasale di fluticasone<br />

furoato (110 µg/die) per 12 mesi, rispetto<br />

ad un gruppo controllo, non determinava effetti<br />

avversi, fatta eccezione per l’epistassi, e che non<br />

emergeva nessuna differenza significativa nella<br />

53


54<br />

Brunetti, et al.<br />

quantità di cortisolo urinario escreto nelle 24 ore<br />

nel gruppo dei pazienti trattati rispetto al gruppo<br />

controllo (47).<br />

I corticosteroidi intranasali, pertanto, si propongono<br />

come terapia di prima scelta nei pazienti con<br />

OSAS lieve-moderata, nei russatori abituali ed in<br />

bambini con OSAS “residua”, ossia coloro che<br />

presentano sintomi dopo qualsiasi altro tipo di<br />

intervento terapeutico.<br />

Disostruzione nasale: corticosteroidi sistemici<br />

Dai dati presenti in letteratura emerge un solo<br />

studio che esamina il ruolo degli steroidi sistemici<br />

nell’OSAS. Nel 1997 Al-Ghamdi e collaboratori<br />

hanno sottoposto 10 bambini con OSAS, documentata<br />

polisonnograficamente, ed ipertrofia adenotonsillare<br />

ad un ciclo di 5 giorni con prednisone<br />

per os (1,1+/-0,1 mg/kg/die) dimostrando una<br />

riduzione non significativa della sintomatologia clinica<br />

e degli indici polisonnografici e concludendo<br />

così che un breve ciclo di prednisone per os è inefficace<br />

nel trattamento delle OSAS in pazienti<br />

pediatrici con ipertrofia adenotonsillare (48).<br />

Antileucotrieni<br />

Il recente riscontro, in bambini affetti da sleep<br />

apnea, di una sovraespressione dei recettori dei<br />

cisteinil-leucotrieni (LTR1 e LTR2) nel tessuto<br />

tonsillare (49) e la preliminare evidenza che i leucotrieni<br />

rivestono un importante ruolo come<br />

mediatori della flogosi nelle vie aeree superiori e<br />

come responsabili della proliferazione del tessuto<br />

linfoadenoideo (50, 51) ha indotto la comunità<br />

scientifica ad avanzare l’ipotesi secondo la<br />

quale la somministrazione sistemica di antileucotrieni<br />

potrebbe migliorare l’OSAS di grado lievemoderato.<br />

Goldbart e collaboratori hanno valutato<br />

24 bambini con OSAS di grado moderato<br />

ed ipertrofia adenoidea, i quali furono sottoposti<br />

a monoterapia con montelukast per 16 settimane;<br />

al termine del trattamento i pazienti presentarono<br />

una significativa riduzione nelle dimensioni<br />

delle adenoidi ed un significativo miglioramento<br />

dei disturbi respiratori nel sonno (52). Gli<br />

stessi Autori hanno dimostrato, inoltre, che la<br />

terapia antinfiammatoria combinata con budesonide<br />

intranasale e montelukast per via orale per<br />

12 settimane migliora drasticamente e/o normalizza<br />

i disturbi respiratori nel sonno in 22 bambini<br />

con OSAS lieve residua dopo interevento di<br />

adenotonsillectomia (53).<br />

Decongestionanti orali e nasali<br />

I decongestionanti nasali sono rappresentati da<br />

una vasta gamma di principi attivi disponibili singolarmente<br />

o in associazione, sia sotto forma di preparazioni<br />

per uso topico sia sistemico. Essi possono<br />

effettivamente ridurre la congestione e l’ostruzione<br />

nasale migliorando di conseguenza la qualità<br />

del sonno; tuttavia, possono indurre, se usati per<br />

periodi superiori a 5 giorni, reazioni avverse a livello<br />

sia locale che sistemiche (54). In particolare si<br />

può manifestare irritazione locale transitoria; inoltre<br />

la vasocostrizione indotta dai decongestionanti<br />

topici può essere seguita da vasodilatazione o<br />

congestione rebound (55) che sembra essere<br />

meno marcata per i derivati imidazolinici e per<br />

l’ossifenil-propilamina iodio idrato. Nel tempo la<br />

ridotta sensibilità dei recettori alfa adrenergici può<br />

causare tachifilassi. L’abuso dei vasocostrittori,<br />

indotto dal fenomeno della congestione rebound e<br />

della tachifilassi, e lo scorretto uso del farmaco<br />

possono determinare alterazioni prolungate della<br />

mucosa che risultano in rinite atrofica medicamentosa<br />

che è particolarmente pericolosa in<br />

bambini al di sotto dei 6 mesi di età in cui la respirazione<br />

è soprattutto nasale. Poiché la mucosa<br />

nasale è una buona superficie di assorbimento<br />

(56), in circostanze rare, quantità significative di<br />

questi farmaci possono essere assorbite e causare<br />

a livello sistemico effetti simpaticomimetici. Le reazioni<br />

avverse più significative sono a carico dell’apparato<br />

cardiovascolare (ipertensione arteriosa,<br />

tachicardia, pallore, sudorazione, bradicardia, ipotensione<br />

arteriosa) e del sistema nervoso centrale<br />

(cefalea, depressione neurologica con sintomi<br />

che vanno dalla sonnolenza fino al coma e depressione<br />

respiratoria). I bambini e i lattanti sono più<br />

sensibili agli effetti sistemici rispetto agli adulti.<br />

Uno studio retrospettivo brasiliano condotto su<br />

72 bambini di età compresa tra due mesi e 13<br />

anni esposti a derivati imidazolinici, sia per via<br />

orale che per via nasale, ha evidenziato un’alta incidenza<br />

di reazioni avverse (57 su 72 bambini esposti).<br />

Le reazioni non risultavano essere gravi; erano<br />

prevalentemente a carico del sistema nervoso<br />

centrale, cardiovascolare e respiratorio; interessavano<br />

bambini al di sotto di 3 anni ed erano più frequenti<br />

negli esposti a nafazolina rispetto a quelli<br />

esposti a ossimetazolina (57).<br />

Una revisione sistematica dal Cochrane Database,<br />

aggiornata al 2007, effettuata con lo scopo di<br />

valutare negli adulti e nei bambini l’efficacia e la


sicurezza dei decongestionanti nasali, ha evidenziato<br />

la mancanza di validi studi di efficacia nella<br />

popolazione pediatrica (58). Le differenze esistenti<br />

tra la popolazione adulta e quella pediatrica, sia<br />

nell’anatomia nasale sia nella tolleranza ai farmaci,<br />

non permettono, secondo gli Autori, un’estrapolazione<br />

dell’efficacia e della sicurezza dei decongestionanti<br />

nei bambini. Gli Autori concludono che<br />

fino a quando non saranno pubblicati lavori che<br />

dimostrino l’efficacia dei decongestionanti nasali in<br />

bambini, l’uso di questi farmaci non è raccomandato<br />

nei bambini al di sotto di 12 anni.<br />

Antibiotici<br />

Il ruolo degli antibiotici nel management dell’ipertrofia<br />

adenotonsillare e dell’OSAS è ancora discusso.<br />

È stata avanzata l’ipotesi che gli antibiotici<br />

possano ridurre le dimensioni delle adenoidi,<br />

migliorare i sintomi ostruttivi ed in tal modo evitare<br />

l’intervento chirurgico.<br />

Scalfani e collaboratori nel 1998, in uno studio contro<br />

placebo, hanno sottoposto bambini (dai 2 ai 16<br />

anni) con sintomatologia ostruttiva da ipertrofia<br />

adenotonsillare cronica a terapia antibiotica con<br />

amoxicillina/clavulanata (40 mg/Kg in 3 dosi giornaliere)<br />

per un periodo di 30 giorni evidenziando<br />

come, al follow-up di 1 mese, tale ciclo riduceva<br />

significativamente la necessità dell’intervento chirurgico<br />

rispetto al gruppo controllo (37,5% vs 62,7%).<br />

Questa riduzione relativa persisteva ai successivi follow-up<br />

a 3 mesi (AMOX/CLAV 54,5% vs placebo<br />

85,7%) e 24 mesi (AMOX/CLAV 83,3% vs placebo<br />

98,0%) sebbene, durante questi follow-up, la percentuale<br />

assoluta di pazienti che richiedevano l’intervento<br />

chirurgico aumentava in entrambi i gruppi.<br />

Gli Autori, pertanto, concludevano che la terapia<br />

antibiotica poteva essere intrapresa quando era<br />

necessario un miglioramento a breve, sia pur temporaneo,<br />

della sintomatologia o quando l’intervento<br />

chirurgico era gravato da elevati rischi (59).<br />

Successivamente Debra e collaboratori hanno<br />

valutato, in uno studio in doppio cieco contro<br />

placebo, l’efficacia della terapia antibiotica con<br />

azitromicina (12 mg/kg/die) per 5 giorni, ripetuta<br />

ad intervalli di 6 giorni per un totale di 3 cicli, in<br />

bambini con ipertrofia adenotonsillare e sintomi<br />

Terapia medica dei disturbi respiratori nel sonno<br />

suggestivi di OSAS, andando a valutare i parametri<br />

polisonnografici prima e dopo tale il trattamento<br />

e concludendo che la terapia antibiotica poteva<br />

determinare solo un miglioramento temporaneo<br />

nell’OSAS dovuta ad ipertrofia adeno-tonsillare,<br />

ma non costituiva una terapia sostitutiva all’intervento<br />

chirurgico (60).<br />

Lavaggi nasali<br />

I lavaggi delle fosse nasali rappresentano sicuramente<br />

un intervento medico utile per ridurre i sintomi<br />

dovuti all’ostruzione nasale. L’impiego sempre<br />

più capillare delle cosiddette docce nasali<br />

micronizzate ha molto migliorato la possibilità di<br />

eseguire una buona toilette nasale (diluizione del<br />

muco, rimozione di secrezioni, croste, microparticelle<br />

estranee, allergeni, batteri, idratazione delle<br />

mucose) (61). L’impiego, inoltre, relativamente<br />

recente, di soluzioni ipertoniche al posto delle tradizionali<br />

soluzioni iso- o ipo-toniche sembra<br />

migliorare la clearance mucociliare, almeno in individui<br />

sani (62).<br />

Ossigenoterapia<br />

L’ossigenoterapia può essere prescritta per migliorare<br />

l’ipossia notturna per brevi periodi in casi speciali,<br />

quali neonati con anomalie craniofaciali, o in<br />

pazienti con OSAS grave che non hanno beneficiato<br />

dell’intervento di adenotonsillectomia o che non<br />

tollerano la terapia tramite continuous positive airway<br />

pressure (CPAP). È importante monitorare la CO2 affinché la normalizzazione della ossiemia non<br />

mascheri un’ipercapnia pericolosa. L’ossigenoterapia<br />

comunque non previene l’ostruzione e le complicanze<br />

delle alte vie aeree quali la frammentazione<br />

del sonno e l’aumentato lavoro respiratorio; inoltre<br />

potrebbe peggiorare l’ipoventilazione (10, 63).<br />

Conclusioni<br />

In conclusione, la diagnosi ed il trattamento precoce<br />

dei disturbi respiratori nel sonno (capitolo<br />

importante della salute del bambino) evitano,<br />

riducendo la durata della sintomatologia clinica, le<br />

complicanze dei disturbi respiratori nel sonno così,<br />

probabilmente, da modificarne la storia naturale.<br />

55


56<br />

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BIBLIOGRAFIA


Introduzione<br />

Negli ultimi anni molti studi hanno cambiato il<br />

nostro modo di guardare ai disturbi respiratori nel<br />

sonno (DRS) in età pediatrica ed in particolare le<br />

novità sulla eziopatogenesi di questo spettro di<br />

quadri clinici hanno indotto la comunità scientifica<br />

a rivederne l’approccio terapeutico (1-3). Essendo<br />

infatti l’eziopatogenesi multifattoriale, anche l’approccio<br />

terapeutico deve spesso essere multifattoriale<br />

ed interdisciplinare.<br />

I cardini della terapia dell’OSAS ad oggi sono rappresentati<br />

da terapia medica, asportazione delle<br />

adenoidi e delle tonsille, terapia ortodontica e<br />

ventilazione meccanica non invasiva.<br />

La terapia chirurgica con intervento di adenotonsillectomia<br />

rappresenta la prima scelta nei bambini<br />

con OSAS severo ed ipertrofia adenotonsillare.<br />

Pneumologia Pediatrica 2009; 34: 59-65<br />

Maria Pia Villa, Filomena Ianniello, Anna Claudia Massolo<br />

Dipartimento di Pediatria, A.O. “S. Andrea”, II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università “La<br />

Sapienzà” Roma<br />

Terapia integrata nel bambino con<br />

disturbi respiratori notturni<br />

Management of paediatric obstructive<br />

sleep apnea syndrome<br />

Parole chiave: terapia, apnee ostruttive nel sonno, ipertrofia adenotonsillare, infiammazione, russamento<br />

Keywords: treatment, obstructive sleep apnea, adeno-tonsillar hypertrophy, inflammation, snoring<br />

Riassunto. L’apnea ostruttiva nel sonno nel bambino si presenta non solo come un disturbo ad elevata prevalenza ma anche<br />

come una sindrome caratterizzata dall’associazione di numerosi quadri morbosi. Le maggiori conseguenze riguardano l’apparato<br />

cardiovascolare, il sistema nervoso, con alterazioni neuro-comportamentali ed il metabolismo. Il trattamento dell’OSAS è<br />

rappresentato dalla terapia chirurgica, meccanica o medica. Il trattamento chirurgico ha il fine di aumentare lo spazio a disposizione<br />

nell’ambito delle vie aeree superiori. Sebbene l’adenotonsillectomia sia la tecnica più largamente utilizzata nei bambini<br />

con OSAS, una valida alternativa è rappresentata dal trattamento ortopedico ortodontico (placca di riposizionamento mandibolare<br />

ed espansore rapido del palato) ed il trattamento medico che include la perdita di peso nei bambini obesi, gli steroidi<br />

nasali e la somministrazione di antinfiammatori sistemici per via orale o topici. La ventilazione meccanica non invasiva a pressioni<br />

positive continue si avvale di maschere nasali e determina una risoluzione dell’OSAS attraverso l’apertura delle vie aeree.<br />

Questo articolo si focalizza sulle diverse opzioni terapeutiche e sulla valutazione della loro efficacia nel trattamento delle apnee<br />

ostruttive nel sonno nel bambino.<br />

Una metanalisi dei dati pubblicati in letteratura ha<br />

messo in evidenza infatti un tasso di successo dell’intervento<br />

di adeno-tonsillectomia pari circa all’85%<br />

(4) con valori inferiori nei bambini obesi o nei bambini<br />

con OSAS molto severo (5-9).Tali dati supportano<br />

l’importanza di effettuare un follow-up polisonnografico<br />

nei bambini sottoposti ad intervento chirurgico<br />

(9) e suggeriscono inoltre che la ricorrenza<br />

del disturbo respiratorio nel sonno presenta un’incidenza<br />

maggiore nei bambini in cui concorrono altri<br />

fattori di rischio nella eziologia del DRS, quali l’obesità<br />

e le alterazioni scheletriche morfo-strutturali<br />

(palato ogivale, microretrognazia, etc.) (10).<br />

Un intervento aggiuntivo per i bambini in cui l’adenotonsillectomia<br />

non porta a risoluzione dell’OSAS<br />

o in cui residua un OSAS moderato-severo è<br />

59<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Prof.ssa Maria Pia Villa, Dipartimento di Pediatria, A.O. “S. Andrea”, II Facoltà di Medicina e Chirurgia,<br />

Università di Roma “La Sapienza”, Roma; e-mail: mariapia.villa@uniroma.it


60<br />

Villa, et al.<br />

rappresentato dalla ventilazione meccanica non<br />

invasiva con pressioni positive continue per via<br />

nasale (nasal continuous positive airway pressure, N-<br />

CPAP) (11-16). Nonostante la scarsa disponibilità<br />

di maschere pediatriche adatte alle dimensioni del<br />

volto, il tasso di aderenza sembra essere soddisfacente<br />

(17) e può essere incrementato attraverso<br />

supporto alle famiglie ed accorgimenti comportamentali.<br />

(18).<br />

La maggiore difficoltà dal punto di vista terapeutico<br />

si incontra nella gestione di quei bambini<br />

appartenenti alla così detta “zona grigia”, con<br />

valori del apnea-ipopnea index (AHI) compresi<br />

tra 1 e 5 eventi/ora, che configurano una OSAS<br />

lieve. In questi pazienti è infatti necessario effettuare<br />

una attenta analisi del rapporto rischiobeneficio<br />

di fronte alle diverse opzioni terapeutiche.<br />

Ecco perché sono stati studiati approcci<br />

terapeutici alternativi rispetto a quello chirurgico<br />

o ventilatorio. Uno di questi è rappresentato<br />

dalla terapia cortisonica nasale che, da diversi<br />

studi (19-23) è risultato essere in grado di determinare<br />

una significativa riduzione dell’AHI soprattutto<br />

nei bambini con ipertrofia adenoidea, associato<br />

ad un miglioramento del quadro clinico. In<br />

aggiunta, dati di letteratura evidenziano come<br />

elevate concentrazioni di leucotrieni e dei loro<br />

recettori siano presenti a livello delle vie aeree<br />

nei bambini con OSAS (24-25). Questo darebbe<br />

conto della buona risposta alla terapia con antagonisti<br />

specifici del recettore per leucotrieni (24).<br />

Tale approccio è risultato soddisfacente anche<br />

dopo intervento di adeno-tonsillectomia per<br />

l’OSAS residua (26).<br />

L’approccio ortodontico infine sembrerebbe rappresentare<br />

una valida alternativa alla adenotonsillectomia<br />

o come terapia coadiuvante o come<br />

primo intervento in assenza di ipertrofia adenotonsillare;<br />

la modificazione della struttura stomatognatica<br />

potrebbe inoltre prevenire le recidive<br />

come mostrato dai dati di letteratura ad oggi disponibili<br />

(27-29).<br />

Terapia medica<br />

Di recente la letteratura ha posto l’attenzione sul<br />

ruolo della infiammazione nella genesi dei disturbi<br />

respiratori nel sonno (30). Uno dei meccanismi<br />

chiave innescato dalla OSAS nella genesi<br />

dello stato infiammatorio cronico è rappresentato<br />

dallo stress ossidativo esplicato a livello dei<br />

diversi tessuti. Secondo il modello proposto da<br />

Ryan, la base fisipatologica di tale meccanismo di<br />

flogosi, si ritrova nel continuo alternarsi di episodi<br />

di ipossia-riossigenazione caratteristici<br />

dell’OSAS (31).<br />

Tali osservazioni hanno rafforzato l’indicazione ad<br />

un approccio basato sull’utilizzo di farmaci antinfiammatori<br />

per uso sistemico o topico (19-26) nel<br />

trattamento dei disturbi respiratori nel sonno, di<br />

cui ampliamente discusso precedentemente.<br />

Trattamento e prevenzione dell’obesità<br />

La riduzione di peso nei bambini obesi con<br />

OSAS è un obiettivo prioritario (32). L’American<br />

Academy of Pediatrics benché non consideri la<br />

perdita di peso un trattamento specifico consiglia<br />

di adottare strategie di dimagramento nei bambini<br />

obesi con OSAS (33, 34). Diversi studi hanno<br />

dimostrato l’associazione tra OSAS e disfunzioni<br />

metaboliche (35-39). Studi in vitro ed in vivo<br />

hanno dimostrato come la sintesi di leptina sia<br />

aumentata in seguito ad un insulto ipossico con<br />

un meccanismo di attivazione mediato dall’HIF-1.<br />

Gozal ha inoltre mostrato come i livelli di leptina<br />

circolante in soggetti con OSAS siano correlati<br />

non solo al BMI ma anche all’indice di apneaipopnea<br />

(AHI) (36). Inoltre la diminuzione dell’ossido<br />

nitrico (NO) circolante associato allo<br />

stress mitocondriale che si verifica nell’OSAS<br />

potrebbe determinare una condizione di riassetto<br />

del metabolismo cellulare con una diminuzione<br />

nel dispendio di energia ed accumulo di tessuto<br />

adiposo come dimostrato da studi sull’effetto<br />

di una carenza nella produzione di NO sui<br />

meccanismi dell’omeostasi energetica negli animali<br />

di laboratorio (37-40). In questi soggetti<br />

spesso la perdita di peso ha maggiore successo<br />

se contemporanea al ripristino della pervietà<br />

delle alte vie respiratorie, in modo da assicurare<br />

una migliore ossigenazione ed interrompere il<br />

meccanismo dell’ipossia intermittente.<br />

Terapia chirurgica<br />

I dati della letteratura riportano un tasso di risoluzione<br />

dei sintomi clinici e normalizzazione del quadro<br />

polisonnografico dopo adenotonsillectomia<br />

mediamente nel 75%-80% dei casi, con complicanze<br />

respiratorie postoperatorie nel 16%-27%<br />

dei casi (4-10). Allo stesso tempo, il 15%-20% di<br />

bambini trattati chirurgicamente non ha una risoluzione<br />

della sintomatologia ostruttiva, inoltre un


ulteriore 15 % presenta OSAS residuo, mentre il<br />

2%, sebbene abbia una polisonnografia negativa,<br />

continua a russare (11). Questo dato risulta ancora<br />

più significativo nei bambini sotto i tre anni dove<br />

il 65% dei bambini sembrerebbe mantenere una<br />

polisonnografia patologica dopo l’intervento di<br />

adenotonsillectomia (12).<br />

Anche bambini con sindromi associate, come la<br />

sindrome di Down, la sindrome di Apert, ed altre<br />

trovano giovamento dalla terapia chirurgica.<br />

Tuttavia in questi pazienti spesso è necessario un<br />

trattamento addizionale (10). La terapia chirurgica<br />

in bambini al di sotto dei 3 anni dovrebbe essere<br />

accompagnata da un inquadramento diagnostico<br />

completo mediante polisonnografia al fine di ridurre<br />

i rischi post-operatori (34).<br />

Il distress respiratorio post-operatorio è più frequente<br />

nei pazienti con OSAS severa e nei bambini<br />

con età inferiore ai 3 anni nei quali si raccomanda<br />

un attento monitoraggio nel periodo<br />

postoperatorio anche se non ci sono dati che<br />

dimostrino la necessità che bambini al di sotto di<br />

2 anni con OSAS severa debbano essere operati<br />

in strutture con monitoraggio post operatorio<br />

intensivo. I casi più gravi, identificati sulla base clinica<br />

e/o strumentale devono essere sottoposti all’intervento<br />

nel più breve tempo possibile.<br />

Dopo l’intervento di adeno-tonsillectomia è consigliabile<br />

una terapia miofunzionale volta alla rieducazione<br />

della respirazione nasale e alla riconquista<br />

del sigillo labiale (41) per ridurre le recidive. Altri<br />

interventi chirurgici sui tessuti molli non sono consigliati<br />

nei bambini.<br />

Figura 2 Esempio di espansore rapido del palato.<br />

Terapia Integrata nel bambino con disturbi respiratori notturni<br />

Terapia ortodontica<br />

Una opzione terapeutica alternativa alla adeno-tonsillectomia,<br />

come evidenziato da uno studio del<br />

nostro gruppo (27) è rappresentato, in soggetti con<br />

alterato sviluppo mandibolare e malocclusione, dalla<br />

placca di riposizionamento mandibolare (Figura 1) o<br />

dall’espansore rapido del palato (Figura 2) (27-29). I<br />

bambini OSAS presentano delle caratteristiche<br />

dento-scheletriche peculiari, quali retrusione mandibolare<br />

associata o meno a morso profondo, palato<br />

ogivale associato o meno a morso crociato<br />

mono o bilaterale, che potrebbero influire sui disturbi<br />

respiratori. La terapia ortodontica mira al<br />

ripristino di un rapporto armonico mascellaremandibolare<br />

e di conseguenza tra le arcate dentarie<br />

e ci consente, attraverso l’applicazione di determinate<br />

procedure terapeutiche di ottenere dei<br />

benefici respiratori non indifferenti.<br />

Figura 1 Esempio di placca di riposizionamento mandibolare.<br />

Modificata da (27).<br />

61


62<br />

Villa, et al.<br />

Dai dati in letteratura emerge come il trattamento<br />

ortodontico sia tanto più efficace tanto più precocemente<br />

sia instaurato, in modo da poter correggere<br />

ed orientare la crescita del massiccio<br />

maxillo-mandibolare e spostare in avanti la lingua.<br />

La terapia ortopedica della bocca e cioè il riposizionamento<br />

della mandibola e l’ampliamento del<br />

mascellare devono essere considerati momenti<br />

terapeutici importanti, poiché potrebbero essere<br />

in grado di modificare la storia naturale dell’OSAS.<br />

Tuttavia mancano dati di follow-up sulla efficacia a<br />

lungo termine: attualmente gli studi hanno valutato<br />

gli effetti terapeutici fino a 12 mesi dall’intervento<br />

ortodontico. Studi sull’efficacia della terapia<br />

con espansore rapido del palato hanno dimostrato<br />

come tale trattamento sia in grado di modificare<br />

la storia dell’OSAS anche in pazienti con ipertrofia<br />

tonsillare, dopo 12 mesi di trattamento si<br />

osserva un marcata riduzione dei disturbi respiratori<br />

nel sonno ed un miglioramento di quelle che<br />

sono le sequele diurne dell’OSAS (27-29).<br />

Dati preliminari concernenti il follow-up a 24 mesi<br />

dei soggetti che hanno effettuato la terapia ortopedica<br />

indicano che l’AHI, nonché lo score clinico<br />

ottenuto mediante questionari standardizzati, non<br />

cambia nel tempo (29).<br />

Questo tipo di intervento naturalmente può essere<br />

integrato sia con la terapia medica sia con la<br />

terapia chirurgica. Gli interventi ricostruttivi e le<br />

distrazioni ossee sono la terapia d’elezione nelle<br />

alterazioni morfostrutturali nelle sindromi di<br />

Apert, di Crouzon e di Pierre Robin ed altre sindromi<br />

congenite.<br />

Ventilazione meccanica non invasiva<br />

Nei pazienti gravi, nei quali la terapia medica o chirurgica<br />

non è realizzabile (obesità marcata, disturbi<br />

neurologici, sindromi malformative, etc.) o ha<br />

dato risultati insoddisfacenti la scelta terapeutica<br />

giusta è la terapia ventilatoria non invasiva con<br />

pressioni positive continue per via nasale (nCPAP) o<br />

con pressioni ventilatorie alternanti (bi-level positive<br />

airway pressure, BiPAP). La CPAP è efficace e ben<br />

tollerata in più dell’80% dei pazienti con OSAS<br />

grave (1-16) soprattutto in bambini con anomalie<br />

craniofacciali e disordini neurologici. La compliance<br />

terapeutica è direttamente correlata alla severità<br />

dell’OSAS e al convincimento della famiglia che la<br />

ventilazione non invasiva è la migliore soluzione<br />

terapeutica in quel momento. Una volta prescritta<br />

e tarata con pressioni appropriate mediante polisonnografia,<br />

la ventilazione meccanica non invasiva<br />

è gestita agevolmente a domicilio e controllata<br />

periodicamente nei centri specialistici.<br />

Gestione del paziente con DRS<br />

Attualmente non esistono Linee Guida o<br />

Consensus Paper sul corretto iter terapeutico multidisciplinare<br />

nel bambino con OSAS; in particolare<br />

non esistono dati sul timing della terapia. Il<br />

nostro gruppo ha di recente individuato un timing<br />

selettivo per le varie terapie basato sulla gravità<br />

polisonnografica dell’OSAS, sul fenotipo, sull’età e<br />

sulla presenza o meno di difetto ortodontico<br />

(Tabelle 1 e 2).<br />

La flow chart prende in considerazione da una<br />

parte la severità dell’OSAS secondo i criteri polisonnografici<br />

dall’altra l’età del paziente. Inoltre si fa<br />

distinzione nell’approccio terapeutico tra i vari<br />

fenotipi, in particolare il Fenotipo I, “classico” con<br />

ipertrofia adenotonsillare ed il tipo II, il bambino<br />

obeso.<br />

Non viene menzionato nella flow chart il fenotipo<br />

“congenito” per la complessità della sindrome di<br />

base e per il diverso approccio terapeutico.<br />

Conclusioni<br />

L’OSAS e i Disturbi Respiratori nel Sonno sono un<br />

capitolo importante nella salute del bambino. Il<br />

pediatra può, riconoscendo precocemente la sindrome,<br />

intervenire e ridurre la durata dei sintomi<br />

evitando le conseguenze dell’OSAS, così da modificare<br />

la storia naturale di questa malattia.


Terapia Integrata nel bambino con disturbi respiratori notturni<br />

Tabella 1 Schema per la gestione ed il “Timing” terapeutico nel bambino >3 anni con disturbo respiratorio nel sonno.<br />

AHI, apnea-ipopnea index; ev/h, eventi/ora; nCPAP, pressioni positive per via nasale.<br />

Gravità polisonografica del DRS<br />

Fenotipo Russamento primario<br />

AHI 1 5 ev/h<br />

Classico “Tipo 1” Terapia medica Terapia medica Adenotonsillectomia<br />

senza difetto ortodontico Terapia Terapia (con carattere di Urgenza<br />

Miofunzionale Miofunzionale se OSAS severa)<br />

- Nell’OSAS residua<br />

- nCPAP (AHI >5)<br />

- terapia medica<br />

- terpia miofunzionale<br />

Classico “Tipo 1” Terapia ortodontica Terapia medica Adenotonsillectomia<br />

senza difetto ortodontico Terapia medica Terapia medica (con carattere di Urgenza<br />

Terapia Terapia se OSAS severa)<br />

Miofunzionale Miofunzionale Terapia ortodontica<br />

- Nell’OSAS residua<br />

- nCPAP (AHI >5)<br />

- terapia medica<br />

- terpia miofunzionale<br />

Adulto “Tipo 2” Dieta ipocalorica Dieta ipocalorica nCPAP<br />

Terapia medica Terapia medica Dieta ipocalorica<br />

Terapia ortodontica nCPAP Terapia medica<br />

(se difetto ortodontico) Terapia ortodontica Terapia ortodontica<br />

(se difetto ortodontico) (se difetto ortodontico)<br />

Tabella 2 Schema per la gestione ed il “Timing” terapeutico nel bambino


64<br />

Villa, et al.<br />

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Elena Finotti1, Clementina Boniver1, Oliviero Bruni2 1Dipartimento di Pediatria “Salus Pueri”, Università degli Studi di Padova, Padova; 2Centro per i disturbi<br />

del sonno, Dipartimento di Scienze Neurologiche, Psichiatriche e Riabilitative dell’Età Evolutiva,<br />

Università “La Sapienza”, Roma<br />

Parole chiave: disturbi del sonno, parasonnie<br />

Keywords: sleep disorders, parasomnias<br />

I disturbi parossistici del sonno<br />

in età evolutiva<br />

Paroxysmal sleep disorder of childhood<br />

Riassunto. I disturbi del sonno in età evolutiva possono essere molteplici, verificarsi all’inizio del sonno, durante il sonno, o al<br />

risveglio. Possono determinare non solo un disagio ai famigliari ma anche conseguenze per il bambino. È importante pertanto<br />

effettuare un corretto inquadramento diagnostico, terapeutico, e conoscere quali casi inviare ad uno specialista del sonno per<br />

eventuali approfondimenti ed esami strumentali.<br />

La maggior parte delle volte si tratta di disturbi benigni e a risoluzione spontanea, generalmente durante l’adolescenza.<br />

Un’anamnesi accurata è in genere sufficiente per formulare una diagnosi, tuttavia in alcuni casi può essere indicato uno studio<br />

polisonnografico. In questa review verranno analizzati i disturbi parossistici del sonno più comuni in età evolutiva.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Dott.ssa Elena Finotti, Dipartimento di Pediatria “Salus Pueri” Università degli Studi di Padova;<br />

e-mail: elena.finotti@unipd.it<br />

Introduzione<br />

La classificazione internazionale dei disturbi del<br />

sonno (ICSD-2) (1) suddivide i disturbi del sonno<br />

in varie categorie: 1. insonnia; 2. disturbi respiratori<br />

del sonno; 3. ipersonnie di origine centrale; 4.<br />

disturbi del ritmo circadiano; 5. parasonnie; 6. disturbi<br />

del movimento in sonno; 7. varianti fisiologiche,<br />

sintomi isolati e problemi irrisolti.<br />

È fondamentale pertanto un corretto approccio<br />

anamnestico che permetta al clinico di orientasi<br />

all’interno di questa ampia categoria di disturbi.<br />

La valutazione del bambino con disturbo del sonno<br />

deve comprendere un esame obiettivo, un esame<br />

dello sviluppo neuropsichico e delle modalità di<br />

interazione genitore/bambino, con particolare riferimento<br />

alla percezione genitoriale del disturbo, e<br />

all’interferenza di questo con la vita familiare e di<br />

coppia. La raccolta delle informazioni sul disturbo è<br />

estremamente importante perché può già permettere<br />

di orientarci verso la diagnosi e la terapia più<br />

appropriata. Se è in grado di descrivere il problema,<br />

bisogna ascoltare per primo il bambino (2). In caso<br />

di disturbi parossistici nel sonno si deve valutare: il<br />

momento di insorgenza (prima o ultima parte<br />

della notte); la costanza di presentazione temporale<br />

dell’evento; lo stato di coscienza durante l’evento;<br />

il ricordo dell’evento la mattina successiva.<br />

Andrebbe comunque richiesta l’eventuale registrazione<br />

video del disturbo da parte dei genitori.<br />

Le parasonnie<br />

Le parasonnie comprendono un’ampia varietà di<br />

comportamenti inusuali durante il sonno.<br />

L’American Academy of Sleep Medicine le definisce<br />

come eventi fisici o esperienze indesiderabili<br />

che si verificano all’inizio del sonno, durante il<br />

sonno, o al risveglio (1). Queste manifestazioni<br />

sono accompagnate da movimenti, comportamenti,<br />

emozioni, percezioni anomali correlati al<br />

sonno e all’attivazione del sistema nervoso autonomo.<br />

La classificazione internazionale dei disturbi


del sonno (ICSD-2) le suddivide in 3 gruppi: 1. i<br />

disturbi dell’arousal (parasonnie del sonno non-<br />

REM), 2. le parasonnie associate al sonno REM, 3.<br />

altre parasonnie (1).<br />

I disturbi dell’arousal<br />

I disturbi dell’arousal (DOA) si manifestano tipicamente<br />

durante il sonno ad onde lente (stadio 3-4),<br />

ma possono occorrere anche durante il sonno più<br />

leggero (3). Tali parasonnie insorgono nel primo<br />

terzo della notte, quando il sonno ad onde lente è<br />

predominante. Sono così definiti perché si ritiene<br />

siano causati da alterati meccanismi dell’arousal e<br />

sono caratterizzati da una percezione dell’ambiente<br />

circostante falsata, risveglio difficoltoso durante l’evento,<br />

segni d’attivazione autonomica, comportamenti<br />

afinalistici, disorientamento e amnesia retrograda.<br />

I disturbi dell’arousal sono frequenti durante<br />

l’infanzia, manifestandosi nel 15%-20% dei bambini<br />

preadolescenti (4). Un recente studio condotto in<br />

età pediatrica ha dimostrato che l’alta prevalenza si<br />

riscontra nei bambini in età prescolare (14,5% per<br />

il sonnambulismo, 39,8% per il pavor nocturnus) e<br />

può essere correlata con un disturbo d’ansia da<br />

separazione (5). Raramente tali disturbi persistono<br />

in età adulta; la prevalenza in questa fascia d’età è<br />

stimata intorno al 1%-4% per il sonnambulismo e<br />

meno dell’1% nel pavor nocturnus (1).<br />

L’elevata incidenza dei disturbi dell’arousal in età<br />

evolutiva sembra essere dovuta ad un’incompleta<br />

maturazione delle strutture del sistema nervoso<br />

centrale (SNC) implicate nella regolazione del<br />

sonno ad onde lente e dei meccanismi dell’arousal.<br />

Con il processo di maturazione tali meccanismi<br />

completano il loro sviluppo, avviene la sincronizzazione,<br />

e i sintomi si risolvono spontaneamente a<br />

meno che non sussista una patologia sottostante<br />

(6). L’attivazione del sistema serotoninergico è<br />

parzialmente responsabile dei risvegli ed è implicata<br />

nello scatenamento dei fenomeni motori (7).<br />

Questa alterazione neuro-trasmettitoriale può<br />

essere presa in considerazione per il trattamento<br />

di tali disturbi utilizzando farmaci contenenti precursori<br />

della serotonina (8). Alcuni fattori possono<br />

influenzare lo scatenamento di episodi parasonnici<br />

e le loro manifestazioni cliniche. La predisposizione<br />

genetica gioca un ruolo importante. La prevalenza<br />

del sonnambulismo e del pavor nocturnus<br />

nei parenti di primo grado dei soggetti affetti da<br />

pavor era di 10 volte superiore rispetto alla popolazione<br />

generale; se entrambi i genitori sono affetti da<br />

I disturbi parossistici del sonno in età evolutiva<br />

DOA c’è il 60% di possibilità che questo si manifesti<br />

nel bambino (9). Studi di popolazione su<br />

gemelli monozigoti e dizigoti suggeriscono che i<br />

fattori genetici sono implicati nel 65% dei casi di<br />

sonnambulismo (10).<br />

Inoltre alcuni studi neurofisiologici dimostrano una<br />

predisposizione ad ereditare un’instabilità del<br />

sonno NREM caratterizzata da alti livelli di oscillazione<br />

nei meccanismi dell’arousal, che sarebbero<br />

legati all’instabilità dei livelli di serotonina (11).<br />

Oltre all’influenza genetica, devono essere presi in<br />

considerazione diversi fattori contribuenti o scatenanti<br />

gli episodi come l’età, la deprivazione di<br />

sonno, un’inadeguata igiene del sonno, lo stress<br />

emotivo, l’eccessiva quantità di sonno o la deprivazione<br />

di sonno, i disturbi del ritmo circadiano e<br />

disturbi intrinseci del sonno (apnea ostruttiva, e i<br />

movimenti periodici degli arti) (12, 13). Sono stati<br />

riportati anche casi di disturbi dell’arousal correlati<br />

allo stato febbrile (14).<br />

I disturbi respiratori in sonno e i movimenti periodici<br />

degli arti inferiori (PLMs) sono entrambi<br />

responsabili nello scatenamento degli episodi di<br />

sonnambulismo o di terrore notturno sia perché<br />

determinano una frammentazione del sonno, sia<br />

perché inducono un rebound di sonno ad onde<br />

lente (15). Il trattamento del disturbo primario<br />

(apnee o PLM) determinava una scomparsa delle<br />

parasonnie (12). Dall’altro lato il trattamento dell’apnea<br />

ostruttiva può causare un aumento del<br />

sonno ad onde lente per effetto rebound predisponendo<br />

così agli eventi parasonnici (16). Altri<br />

fattori di rischio sono rappresentati dall’uso di<br />

alcuni farmaci (ad es. neurolettici, sedativi ipnotici,<br />

stimolanti, antistaminici) (17) e l’uso ed abuso di<br />

alcool. Inoltre anche fattori come la sovradistensione<br />

della vescica, i rumori, la luce o i risvegli forzati<br />

possono precipitare le parasonnie (3).<br />

I DOA vengono clinicamente suddivisi in: risvegli<br />

confusionali, sonnambulismo, terrore notturno<br />

(pavor nocturnus).<br />

I risvegli confusionali sono caratterizzati da un<br />

improvviso risveglio che si associa a confusione,<br />

disorientamento, movimenti e lamenti, talvolta<br />

accompagnati da comportamenti semi-intenzionali<br />

come il gridare, piangere o compiere atti aggressivi<br />

(1). Tipicamente si presentano nella prima<br />

parte della notte, ma possono anche insorgere più<br />

tardi, al momento del risveglio forzato al mattino<br />

o nei sonnellini diurni. Il tentativo di consolare o<br />

svegliare il bambino durante l’episodio può non<br />

67


68<br />

Finotti, et al.<br />

essere d’aiuto ed anzi può peggiorare o prolungare<br />

l’evento. Il paziente appare spesso confuso ed<br />

alcune volte può divenire aggressivo o agitato, particolarmente<br />

se viene obbligato a svegliarsi. Gli<br />

eventi possono essere brevi, della durata di 1 o 2<br />

minuti, ma possono prolungarsi anche fino 30- 40<br />

minuti prima che il bambino si calmi e torni a dormire.<br />

Alcune forme di risvegli confusionali possono<br />

evolvere in sonnambulismo in adolescenza, o<br />

esprimersi come eccessiva inerzia mattutina al<br />

risveglio (18). La diagnosi differenziale deve prendere<br />

in considerazione le crisi parziali in sonno,<br />

che possono mimare i risvegli confusionali, il sonnambulismo,<br />

il terrore notturno e anche i disturbi<br />

comportamentali in sonno REM (REM behavior<br />

disorders).<br />

Il sonnambulismo viene definito come “una serie<br />

di comportamenti complessi che usualmente iniziano<br />

durante un arousal dal sonno ad onde<br />

lente e culminano con l’alzarsi e camminare in<br />

uno stato di coscienza parziale”. Si manifesta<br />

spesso nel primo terzo della notte o a metà del<br />

sonno, durante il sonno ad onde lente, comunemente<br />

verso la fine del primo o secondo ciclo di<br />

sonno; raramente durante i sonnellini diurni. Il<br />

sonnambulismo può iniziare da quando il bambino<br />

è in grado di camminare a qualsiasi altro<br />

momento della vita. Generalmente tale disturbo<br />

si risolve spontaneamente intorno alla pubertà<br />

ma può continuare a persistere anche in adolescenza.<br />

Gli episodi possono verificarsi con<br />

cadenza di uno per notte e in alcuni casi anche<br />

più frequentemente.<br />

Esistono due forme di sonnambulismo: calmo e<br />

agitato, con diversi gradi di complessità e durata<br />

(3). Spesso i pazienti si siedono sul letto e in uno<br />

stato confuso si guardano attorno prima di iniziare<br />

a camminare, altre volte possono uscire subito<br />

dalla camera, correre nella stanza o fuori casa e<br />

parlare in un linguaggio incomprensibile, vestirsi,<br />

mangiare e bere. La forma di sonnambulismo agitato<br />

si manifesta più spesso nel bambino più grande.<br />

Gli episodi possono durare da pochi minuti<br />

fino anche a mezz’ora e si esauriscono usualmente<br />

con il ritorno del paziente a letto e con la ripresa<br />

del sonno. È presente amnesia dell’evento.<br />

Risulta difficile svegliare il paziente durante l’episodio,<br />

e se ci si riesce egli appare confuso.<br />

La diagnosi differenziale tra sonnambulismo e<br />

pavor può non essere di facile risoluzione, in quanto<br />

entrambi i casi possono manifestarsi con urli,<br />

scatti fuori del letto, corse e atti violenti sebbene<br />

nel paziente sonnambulo manchi l’attivazione<br />

autonomica e l’espressione tipica di terrore del<br />

pavor. Gli occhi sono spesso aperti e lo sguardo è<br />

vitreo e confuso; tale caratteristica può essere<br />

d’ausilio nella diagnosi differenziale con i disturbi<br />

comportamentali in sonno REM in cui gli occhi<br />

sono in genere chiusi.<br />

I pavor nocturnus sono i più drammatici tra i disturbi<br />

dell’arousal, caratterizzati da risvegli improvvisi<br />

dal sonno ad onde lente e da terrore o paura<br />

intensa, urla, sudorazione, confusione mentale,<br />

attivazione autonomica (midriasi, diaforesi, tachicardia,<br />

tachipnea, flushing e aumento del tono<br />

muscolare) (3). Gli episodi si presentano nel<br />

primo terzo della notte. I pazienti sembrano agitati,<br />

si siedono sul letto, sono irresponsivi agli stimoli<br />

esterni, e inconsolabili. Se vengono svegliati<br />

appaiono confusi e disorientati. Durante gli eventi<br />

i bambini possono riportare ricordi di immagini<br />

minacciose (mostri, ragni, serpenti) dai quali si<br />

devono difendere (12). L’episodio può durare 5<br />

minuti o più. Generalmente non hanno memoria<br />

di ciò che è accaduto e non riferiscono né sogni<br />

né incubi, ma possono ricordare vagamente<br />

immagini spaventose.<br />

Generalmente le parasonnie sono eventi benigni e<br />

autolimitantesi ma in alcuni casi è necessaria una<br />

diagnosi precoce e quindi un intervento.<br />

Il primo approccio nei disturbi dell’arousal è<br />

quello di rassicurare i genitori sulla benignità del<br />

disturbo e di dare consigli su come organizzare<br />

la casa in maniera sicura. È importante informare<br />

i genitori di non cercare di fermare il bambino o<br />

di svegliarlo perché questo potrebbe prolungare<br />

o addirittura peggiorare l’episodio.<br />

In secondo luogo è importante adottare principi<br />

di igiene del sonno, mantenere una regolarità del<br />

ritmo sonno-veglia ed evitare la deprivazione di<br />

sonno. Le bevande che contendo caffeina dovrebbero<br />

essere evitate perché possono contribuire a<br />

diminuire l’efficienza di sonno e predisporre così<br />

agli episodi.<br />

Vanno, inoltre, identificati e trattati ulteriori disturbi<br />

del sonno sottostanti: l’apnea notturna e i<br />

movimenti periodici degli arti inferiori, se presenti,<br />

possono essere fattori precipitanti gli eventi<br />

parasonnici (12).<br />

Ci si può avvalere anche di altri approcci terapeutici<br />

quali: i risvegli programmati (svegliare il<br />

bambino alcuni minuti prima dell’orario previsto


dell’evento) (19); la psicoterapia o l’ipnosi; la<br />

terapia farmacologica con benzodiazepine e/o<br />

antidepressivi triciclici (3); la terapia con L-5 idrossitriptofano<br />

(L-5HTP) (8).<br />

Le parasonnie associate al sonno REM<br />

I disturbi comportamentali durante il sonno<br />

REM (RBD) sono caratterizzati dalla mancanza<br />

fisiologica dell’atonia muscolare durante il sonno<br />

REM, con aumento dell’attività muscolare durante<br />

la fase REM che porta quindi all’agire il sogno.<br />

Nei bambini l’RBD è molto raro e si presenta<br />

come sintomo della narcolessia o associato a sindrome<br />

di Giles de la Tourette, di Moebius, degenerazione<br />

olivopontocerebellare, malattia di<br />

Parkinson ad esordio giovanile, tumori cerebrali,<br />

sclerosi multipla, autismo, e vari altri disturbi psichiatrici<br />

(3, 20). Le paralisi del sonno e le allucinazioni<br />

ipnagogiche se manifeste in età evolutiva<br />

sono normalmente associate a narcolessia ma<br />

possono essere presenti anche nelle paralisi del<br />

sonno familiari o sporadicamente come effetto<br />

rebound del sonno REM (21).<br />

Più comune nel bambino è, invece, il disturbo da<br />

incubi.<br />

Gli incubi sono sogni dai contenuti terrifici e<br />

accompagnati dal vivido ricordo e da sensazioni<br />

di intenso terrore che determinano il risveglio<br />

del paziente (23). Tipicamente tale disturbo<br />

insorge tra i 3 e i 6 anni, con un picco di incidenza<br />

tra i 6 e i 10 anni e tende a diminuire con<br />

la crescita. Gli incubi comportano nel bambino<br />

emozioni negative come ad esempio ansia,<br />

paura, terrore, collera, rabbia e disagio. Sebbene<br />

i bambini possano apparire agitati quando si<br />

risvegliano, riescono a fornire informazioni dettagliate<br />

a riguardo del sogno (18). Nei bambini dai<br />

3 ai 5 anni viene riscontrato che il 10%-15% ha<br />

incubi tali da disturbare il sonno dei genitori. Le<br />

adolescenti riportano questi episodi con maggiore<br />

frequenza (24).<br />

È stata riscontrata una comorbidità con patologie<br />

psichiatriche negli adulti e negli adolescenti e i disturbi<br />

psichiatrici prevalgono 3 volte di più nei bambini<br />

affetti da incubi (22). Gli incubi possono essere<br />

uno dei sintomi specifici di disturbo post traumatico<br />

da stress (PTSD) o di abuso sessuale in<br />

infanzia ed adolescenza (3, 24).<br />

Nei casi di sogni terrifici ricorrenti e in cui si<br />

sospetti una causa psicologica sottostante, può<br />

essere utile un trattamento psicoterapeutico,<br />

I disturbi parossistici del sonno in età evolutiva<br />

raramente (e solo nei casi più severi) viene<br />

impiegato l’approccio farmacologico che comprende<br />

l’utilizzo di soppressori del sonno REM<br />

(ad es. antidepressivi triciclici) (25).<br />

Altre parasonnie<br />

L’enuresi notturna è caratterizzata da episodi<br />

ricorrenti di perdita involontaria di urina nel sonno<br />

(1). Tende a manifestarsi con maggiore frequenza<br />

nei ragazzi rispetto alle ragazze prima degli 11<br />

anni, ma dopo tale età non sussistono differenze<br />

tra i sessi (26).<br />

Nei bambini al di sotto dei 5 anni, l’enuresi notturna<br />

è considerata fisiologica ed è presente in<br />

circa il 30% dei bambini di 4 anni. La prevalenza<br />

a 6 anni è di circa il 10% con remissione spontanea<br />

del 15% dei casi per anno. In adolescenza e<br />

in giovane età ne è colpito solo l’1-3% dei<br />

pazienti (1). L’enuresi può essere di tipo primario<br />

o secondario. È primaria quando la perdita di<br />

urine durante il sonno è presente dalla nascita e<br />

il bambino non ha mai presentato lunghi periodi<br />

di continenza urinaria. La forma secondaria è<br />

presente nei bambini che sono stati continenti<br />

per lunghi periodi (3). Gli episodi di enuresi possono<br />

presentarsi durante qualsiasi stadio di<br />

sonno, durante i risvegli notturni, e durante gli<br />

arousal transitori. La polisonnografia mostra una<br />

struttura del sonno non significativamente differente<br />

da quella dei bambini normali (27).<br />

Si pensa che la causa di enuresi notturna sia collegata<br />

ad un ritardato sviluppo dei meccanismi di<br />

continenza vescicale, che coinvolge l’interazione<br />

di fattori quali lo sviluppo del tratto urinario, il<br />

sistema endocrino, il sistema nervoso autonomo<br />

e aree del sistema nervoso centrale responsabili<br />

dei meccanismi di arousal e di risveglio. Alcuni<br />

bambini con enuresi primaria hanno una capacità<br />

vescicale diminuita ed una minor secrezione<br />

notturna di ormone antidiuretico (28). Fattori<br />

psicologici sembrerebbero essere presenti in<br />

meno dell’1% dei bambini prepuberi affetti da<br />

enuresi primaria. Gli stressor psicosociali come il<br />

divorzio, l’abbandono, gli abusi sessuali e l’istituzionalizzazione<br />

sono stati riscontrati in bambini<br />

affetti da enuresi secondaria.<br />

L’influenza genetica è molto importante nell’enuresi:<br />

se entrambi i genitori erano affetti il 75% dei<br />

figli ha il rischio di presentare enuresi, contro il<br />

15% della popolazione generale (29).<br />

69


70<br />

Finotti, et al.<br />

L’enuresi secondaria è più comunemente associata<br />

a fattori organici. Cause di enuresi persistente<br />

includono: 1. infezioni del tratto urinario; 2.<br />

malformazioni del tratto urogenitale; 3. pressione<br />

estrinseca sulla vescica, come costipazione cronica<br />

o encopresi; 4. poliuria, da diabete mellito o insipido;<br />

5. aumento di urina in seguito ad elevata ingestione<br />

di liquidi serali, di caffeina, diuretici o altro; 6.<br />

patologie neurologiche, come anormalità del<br />

midollo spinale con vescica neurogena; 7. disturbi<br />

respiratori durante il sonno; 8. epilessia.<br />

Il procedimento diagnostico inizia con la raccolta<br />

dell’anamnesi e l’esame obiettivo. L ‘esame delle<br />

urine con urinocultura dovrebbe essere effettuate<br />

in prima istanza. Esami strumentali come l’ecografia,<br />

l’urodinamica e la cistoscopia possono essere eseguite<br />

nei bambini che continuano ad avere enuresi<br />

dopo 3 mesi di trattamento. L’indagine polisonnografica<br />

viene riservata a quelle situazioni in cui si<br />

sospetta un sottostante disturbo correlato al sonno<br />

come le apnee notturne o l’epilessia. Il trattamento<br />

del disturbo respiratorio in sonno, qualora presente,<br />

porta ad una remissione dell’enuresi (30).<br />

A livello terapeutico è importante tranquillizzare<br />

i genitori circa la benignità e remissione spontanea<br />

del disturbo e scoraggiarli dal mettere in atto<br />

punizioni o rimproveri che hanno l’effetto di<br />

aumentare l’ansia e la scarsa autostima nel bambino<br />

e quindi incrementare il problema. Non è<br />

necessario attuare alcun trattamento prima dei<br />

5-6 anni, dopo tale età la decisione verso il trattamento<br />

dipende dalla frequenza e gravità del<br />

disturbo. I migliori risultati si ottengono con combinazioni<br />

di più interventi terapeutici, ma il primo<br />

approccio è determinare se si tratta di una enuresi<br />

primaria o secondaria, nel qual caso è imperativo<br />

trattare le eventuali cause sottostanti.<br />

Molto utile si rivela una corretta igiene del sonno<br />

e l’approccio comportamentale: restrizione delle<br />

bevande serali, esercizi di condizionamento sfinterico,<br />

rinforzo positivo, ed eventualmente allarme<br />

per enuresi. È stato dimostrato da una review<br />

della Cochrane Database (31) che la terapia con<br />

allarme porta alla risoluzione del problema in<br />

circa i due terzi dei bambini, dimostrando che<br />

questo è il trattamento più efficace e l’unico che<br />

permette di risolvere l’enuresi.<br />

Il trattamento farmacologico è consigliato se l’enuresi<br />

si prolunga oltre i 7-8 anni e principalmente<br />

si prevede l’utilizzo della desmopressina e<br />

dell’imipramina (2, 32).<br />

I disturbi del movimento in sonno<br />

La sindrome delle gambe senza riposo (restless<br />

legs syndrome, RLS) è un disturbo senso-motorio<br />

caratterizzato dal bisogno irresistibile di muovere<br />

le gambe. Tale disordine colpisce generalmente la<br />

popolazione adulta, ma è stato descritto anche in<br />

età evolutiva, con una prevalenza del 1,9% in bambini<br />

di età scolare e del 2% negli adolescenti (33).<br />

L’eziologia è tuttora ignota, anche se fattori genetici,<br />

disfunzioni dopaminergiche e basse riserve di<br />

ferro nell’organismo sono stati imputati/chiamati in<br />

causa nella patogenesi. Inoltre, è stata descritta una<br />

comorbidità con il deficit di attenzione e iperattività<br />

(ADHD), indicando una possibile genesi<br />

comune dei due disturbi.<br />

La diagnosi nel bambino è spesso difficile, il piccolo<br />

paziente può non essere in grado di riconoscere<br />

e descrivere i sintomi, e per tale motivo il disturbo<br />

è spesso sottodiagnosticato. Sono riportati<br />

importanti ritardi di diagnosi fra l’esordio del disturbo<br />

del sonno e la diagnosi di RLS, ma anche fra<br />

la consultazione clinica e la diagnosi (34).<br />

Un altro disturbo spesso associato alla RLS è il<br />

mioclono periodico notturno degli arti (periodic<br />

leg movements, PLM), caratterizzato da ripetitivi e<br />

stereotipati movimenti degli arti nel sonno<br />

(PLMs), associati spesso a sintomi quali insonnia ed<br />

eccessiva sonnolenza diurna. Generalmente il<br />

63%-74% dei pazienti pediatrici con RLS presenta<br />

PLMs (35), anche se molti pazienti con PLM non<br />

presentano sintomi di RLS.<br />

Recentemente sono stati stabiliti dal Gruppo di<br />

Studio Internazionale sulla RLS, i criteri diagnostici<br />

nel bambino e nell’adolescente (36), che definiscono<br />

la diagnosi come certa, probabile o possibile.<br />

I criteri di diagnosi certa, a scopo clinico, sono<br />

applicabili solo ai bambini di età compresa fra i 2<br />

e i 12 anni, mentre per gli adolescenti vengono utilizzati<br />

gi stessi criteri degli adulti.<br />

Nel bambino, quindi, sono validi i criteri utilizzati<br />

per l’adulto: l’impellenza di muovere le gambe, la<br />

quale è peggiorata da condizioni di riposo e<br />

sedentarietà, tale sensazione peggiora la sera o<br />

durante la notte, ed è alleviata dal movimento<br />

degli arti. È molto importante lasciare che il bambino<br />

descriva il disturbo con parole proprie.<br />

Altri criteri utilizzabili in età evolutiva sono la presenza,<br />

oltre dei 4 criteri validi per l’adulto, anche di<br />

almeno 2 dei seguenti aspetti: un disturbo del<br />

sonno, familiarità per RLS, reperto polisonnografico<br />

di PLMs (indice di PLM >5 per ora di sonno).


La diagnosi differenziale nel bambino prevede altre<br />

condizioni che inducono sensazione sgradevole<br />

alle gambe quali i crampi notturni, l’artrite, la dermatite,<br />

le neuropatie in particolare quella di<br />

Osgood-Schlatter (34, 36).<br />

La RLS può riguardare quasi qualsiasi parte del<br />

corpo, con una tipica distribuzione a livello delle<br />

cosce e dei polpacci. È sempre necessario effettuare<br />

un esame obiettivo e la valutazione neurologica<br />

per escludere cause secondarie. La diagnosi<br />

è essenzialmente clinica ma quando non sono presenti<br />

i classici sintomi di RLS può essere necessario<br />

eseguire uno studio polisonnografico allo<br />

scopo di identificare la presenza di PLMs.<br />

Molti pazienti con RLS e PLM possono avere un<br />

basso livello di riserve di ferro, per cui risulta<br />

importante un esame completo che comprenda<br />

emocromo, ferritinemia e sideremia.<br />

Come per i disturbi respiratori del sonno, anche i<br />

disturbi del movimento in sonno possono determinare<br />

conseguenze cardiovascolari e cognitive in<br />

relazione alla frammentazione del sonno che determinano.<br />

In pazienti predisposti vi può essere poi un<br />

aumento della frequenza di episodi parasonnici, che<br />

si risolvono trattando il disturbo del movimento.<br />

Una buona igiene del sonno e ritmi sonno-veglia<br />

regolari sono i primi interventi da attuare.<br />

I pazienti con basse riserve di ferro possono<br />

beneficiare di una supplementazione marziale.<br />

Sono state utilizzate anche le benzodiazepine<br />

quali il clonazepam ma questo può determinare<br />

un peggioramento dell’iperattività nei pazienti con<br />

da deficit d’attenzione ed iperattività (attentiondeficit/hyperactivity<br />

disorder, ADHD). Possono<br />

essere utilizzati nel bambino anche i farmaci<br />

dopaminergici comunemente usati nell’adulto.<br />

I disturbi parossistici del sonno in età evolutiva<br />

Alternative terapeutiche in età evolutiva sono rappresentate<br />

da gabapentin e clonidina (37).<br />

I disturbi ritmici del movimento in sonno sono<br />

caratterizzati da movimenti ripetitivi, stereotipati,<br />

ritmici che si presentano soprattutto durante la<br />

sonnolenza o il sonno e coinvolgono ampi distretti<br />

muscolari (25).<br />

In genere riguardano la fase di transizione tra la<br />

veglia ed il sonno, ma possono manifestarsi anche<br />

nelle altre fasi, si risolvono spontaneamente verso i<br />

3-4 anni. Possono essere suddivisi in tre sottotipi:<br />

head rolling, head banging e body rocking. Non vi è<br />

alcuna terapia di elezione, è consigliabile creare un<br />

ambiente sicuro nel lettino del bambino per evitare<br />

possibili traumi fisici ed aiutarlo a rilassarsi in altro<br />

modo (musica, rituale dell’addormentamento…).<br />

Nel caso in cui il disturbo sia importante sono state<br />

utilizzate terapie come antistaminici, carbamazepina<br />

e benzodiazepine a breve emivita (25).<br />

Conclusioni<br />

Per il medico è generalmente possibile, sulla base<br />

della sola storia clinica, diagnosticare la maggior<br />

parte dei disturbi parossistici in sonno. A volte può<br />

essere necessario però, ricorrere a tecniche neurofisiologiche,<br />

come la registrazione video EEG o la<br />

polisonnografia, soprattutto per escludere la presenza<br />

di fenomeni di tipo epilettico, o quando non è<br />

possibile avere una descrizione dettagliata del fenomeno.<br />

In età evolutiva questi disturbi sono abbastanza<br />

frequenti, possono in alcun casi non incidere<br />

significativamente sulla qualità o quantità del sonno<br />

e generalmente si risolvono spontaneamente.<br />

Tuttavia in alcuni casi gli eventi parossistici possono<br />

essere causa di incidenti, frammentazione del sonno,<br />

o disturbi psico-fisici per il bambino e la sua famiglia.<br />

71


72<br />

Finotti, et al.<br />

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Luana Nosetti, Alessandra Cristina Niespolo, Luigi Nespoli<br />

Clinica Pediatrica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi dell’Insubria, Varese<br />

Polimorfismi genetici e fattori<br />

ambientali modificabili per<br />

ridurre il rischio di SIDS<br />

Genetic polymorphisms and environmental<br />

factors to reduce SIDS risk<br />

Parole chiave: SIDS, morte improvvisa del lattante, polimorfismi genetici, fattori di rischio ambientali<br />

Keywords: SIDS, sudden infant death syndrome, genetic polymorphisms, environmental factors<br />

Riassunto. La sindrome della morte improvvisa del lattante (sudden infant death syndrome, SIDS) consiste nella morte<br />

improvvisa di un bambino al di sotto dell’anno di vita, non prevenibile in base all’anamnesi e inspiegabile anche dopo accurato<br />

esame comprendente un’autopsia completa, l’analisi della scena del decesso e la revisione della storia clinica del caso.<br />

La SIDS è da considerarsi una conseguenza estrema dell’interazione tra genetica ed ambiente. Non a caso l’introduzione di<br />

norme comportamentali ne ha ridotto notevolmente l’incidenza, che statisticamente è massima nel weekend. La storia della<br />

SIDS è molto antica ed è in continua evoluzione ed è passata dalla descrizione del fenomeno alla sua interpretazione grazie<br />

al contributo dell’epidemiologia, dell’anatomia patologica e della genetica molecolare. Purtroppo esistono ancora molti punti<br />

da chiarire. Al momento attuale le norme comportamentali per ridurre i fattori di rischio ambientali e l’identificazione precoce<br />

di lattanti a rischio sono ancora le uniche possibilità disponibili per cercare di cambiarne la storia clinica. Anche se la genetica<br />

apre nuove prospettive ezio-patogenetiche.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Dott.ssa Luana Nosetti, Clinica Pediatrica, Facoltà di Medicina e Chirurgia,<br />

Università degli Studi dell’Insubria,Varese; e-mail: luana.nosetti@uninsubria.it<br />

Introduzione<br />

La sindrome della morte improvvisa del lattante<br />

(sudden infant death syndrome, SIDS) consiste nella<br />

morte improvvisa di un bambino al di sotto dell’anno<br />

di vita, non prevenibile in base all’anamnesi, e<br />

inspiegabile anche dopo accurato esame comprendente<br />

un’autopsia completa, l’analisi della scena del<br />

decesso e la revisione della storia clinica (1).<br />

La SIDS era già conosciuta nell’antichità, nel I Libro<br />

dei Re 3, 19 si dice: “il suo bambino morì schiacciato<br />

dal suo corpo”, ma solo nel 1969 venne per<br />

la prima volta definita come la morte di un bambino<br />

inaspettata ed inspiegata. Questa definizione<br />

è stata completata negli anni successivi fino ad<br />

arrivare a quella attualmente in uso. La diagnosi<br />

di SIDS è singolare in quanto non identifica una<br />

precisa causa di morte ma in verità è una diagnosi<br />

di esclusione, a cui si arriva solo dopo un’attenta<br />

analisi del caso. Solo quando si escludono tutte le<br />

possibili cause note si può usare questo termine.<br />

Epidemiologia<br />

La SIDS, è la causa più comune di mortalità infantile<br />

postneonatale, responsabile del 40%-50% di tutti<br />

i decessi dei lattanti di età compresa tra un mese ed<br />

un anno. L’incidenza annuale di SIDS varia molto<br />

nelle diverse nazioni. Negli Stati Uniti era di circa<br />

1,3-1,4/1000 nati vivi (circa 7.000 neonati/anno)<br />

prima del 1992, anno in cui l’American Academy of<br />

Pediatrics (AAP) ha raccomandato che i neonati


Polimorfismi genetici e fattori ambientali modificabili per ridurre il rischio di SIDS<br />

dormissero in posizione prona per ridurre il<br />

rischio di SIDS. Da allora, in particolare dopo l’inizio<br />

della campagna “Back to sleep” nel 1994, la frequenza<br />

della SIDS si è progressivamente ridotta<br />

per stabilizzarsi nel 2002 a 0,47/1000 nati vivi<br />

(2.295 neonati/anno) (2). In Italia, in uno studio<br />

effettuato nell’Italia del nord, l’incidenza è stata stimata<br />

intorno allo 0,54/1000 nati vivi nel periodo<br />

1990-2000 (3). Giappone ed Olanda hanno la più<br />

bassa incidenza di SIDS pari a 0,09-0,1/1000 nati<br />

vivi e la Nuova Zelanda ha la più alta incidenza di<br />

SIDS pari a 0,8/1000 nati vivi.<br />

Contributo della genetica molecolare<br />

Le importanti disparità nell’incidenza di SIDS nelle<br />

diverse popolazioni, nonostante l’introduzione<br />

delle norme comportamentali atte a modificare i<br />

fattori di rischio ambientali sembra legata ad una<br />

predisposizione genetica. Studiando la storia clinica,<br />

la neuropatologia e l’epidemiologia dei casi di<br />

SIDS si è riusciti ad identificare alcuni dei possibili<br />

geni che potrebbero predisporre alla SIDS. Non<br />

esiste un singolo gene della SIDS (Figura 1) ma una<br />

serie di geni associati ad alterazioni del sistema<br />

nervoso autonomo, del metabolismo e dei sistemi<br />

di conduzione cardiaca. La possibile evoluzione<br />

potrà essere legata alla disponibilità di ampi campioni<br />

su cui effettuare studi genetici, identificare<br />

caratteristiche fenotipiche tipiche e fornire informazioni<br />

sul valore predittivo dei fattori genetici<br />

>50% SIDS genuina<br />

fattori<br />

predisponenti<br />

Figura 1 Non esiste un unico gene della SIDS.<br />

~1% MCAD?<br />

stadio di<br />

sviluppo<br />

vulnerabile<br />

~3% FAO?<br />

Attivazione<br />

degli eventi<br />

identificati. Al momento attuale sono state identificate<br />

cinque categorie di geni candidati:<br />

1. geni per proteine dei canali ionici (long-QT);<br />

2. geni per trasportatori della serotonina;<br />

3. geni pertinenti lo sviluppo embrionario del<br />

Sistema Nervoso Autonomo (SNA);<br />

4. geni per metabolismo della nicotina;<br />

5. geni regolatori di infiammazione, produzione<br />

energia, ipoglicemia, termoregolazione.<br />

Geni per proteine dei canali ionici (long-QT)<br />

Schwartz e collaboratori ipotizzano una anomala<br />

ripolarizzazione cardiaca con allungamento del<br />

QT come possibile causa di SIDS; questo dato è<br />

supportato dal rilievo elettrocardiografico di un<br />

intervallo QT superiore a 440 millisecondi nel<br />

50% dei casi di SIDS contro il 2,5% rilevato in una<br />

intera coorte di 34.000 neonati. La sindrome del<br />

QT lungo (long QT syndrome, LQTS) è caratterizzata<br />

da un prolungamento patologico del QT che<br />

può provocare una torsione di punta (4). L’LQTS<br />

potrebbe essere associata ad una modificazione<br />

dei canali cardiaci del sodio e del potassio.<br />

Mutazioni nei canali ionici cardiaci costituiscano un<br />

substrato aritmogeno potenzialmente letale in<br />

alcuni neonati a rischio di SIDS. In una popolazione<br />

di 201 casi di SIDS, circa il 9,5% dei casi è risultato<br />

portatore di una variante dei geni LQTS con<br />

significato funzionale (5).Al momento attuale sono<br />

state scoperti 10 geni ritenuti responsabili di una<br />

~3% LQTS?<br />

mtDNA?<br />

?<br />

Disordine neuromuscolare<br />

~30% altri disturbi sconosciuti<br />

75


76<br />

Nosetti, et al.<br />

suscettibilità alla LQTS (Figura 2).Tra i geni identificati<br />

particolarmente interessanti sono l’LQT1 in<br />

cui stimoli scatenanti sono nuoto e esercizio fisico,<br />

l’LQT2 con stimolo scatenante uditivo e l’LQT3 in<br />

cui lo stimolo scatenante è il sonno (mutazione<br />

gain-of-function, si associa a accentuazione e persistenza<br />

della corrente Na tardiva, pro-aritmogena).<br />

In questi casi il 10%-15% delle mutazioni sono ex<br />

novo.<br />

Geni per trasportatori della serotonina (5-HT)<br />

La serotonina interviene nella regolazione della<br />

respirazione, del sistema cardiovascolare, della<br />

temperatura corporea e del ritmo sonno-veglia.<br />

Oltre a modulare l’attività dell’orologio circadiano,<br />

è il principale neurotrasmettitore del sonno non<br />

REM (non rapid eye movement). I nuclei troncoencefalici<br />

sono ampiamente interconnessi con altri<br />

nuclei del tronco e del midollo spinale e controllano:<br />

drive respiratorio, pressione sanguigna, arousal,<br />

termoregolazione. Agiscono anche come chemosensori<br />

respiratori centrali, regolano la risposta<br />

respiratoria alla ipossia episodica e, in vivo, generano<br />

il ritmo respiratorio. Numerosi casi di SIDS<br />

presentano alterazioni dei neuroni serotoninergici<br />

nel midollo allungato, sia a livello di sintesi, accumulo,<br />

captazione di membrana e metabolismo<br />

della serotonina, suggerendo una possibile correlazione<br />

tra 5-HT e SIDS. Il gene 5-HTT codifica per<br />

il trasporto della serotonina e controlla la durata<br />

e la forza delle interazioni fra 5-HT e i suoi recettori<br />

regolando il re-uptake della 5-HT(6). Sono<br />

stati identificati numerosi polimorfismi nella regione<br />

promoter del gene 5-HTT, localizzato sul cromosoma<br />

17. In particolare i polimorfismi: S (short<br />

allele) e L (long allele). Questi polimorfismi del trasportatore<br />

porterebbero a ridotte concentrazioni<br />

di serotonina a livello delle terminazioni nervose<br />

con l’allele “L”, rispetto all’allele “S”. Il genotipo L/L<br />

si associa ad un aumento dei trasportatori della<br />

serotonina negli studi di neuroimaging e negli studi<br />

di legame postmortem. Si è rilevata una associazione<br />

fra S e disturbi psichiatrici di ansietà, mentre<br />

il genotipo L/L e l’allele L sono molto più frequenti<br />

nelle vittime SIDS versus controlli. Mentre il<br />

VNTR (variable number tandem repeat) è un polimorfismo<br />

della regione 5’ regolatrice di 5-HTT che<br />

modula l’espressione del gene. Si è rilevata una<br />

associazione significativa tra SIDS e il genotipo L/L<br />

o L/S e genotipo 12/12 del VNTR negli afroamericani,<br />

non nei caucasici, ed una associazione significativa<br />

tra SIDS e il genotipo “L/12” del VNTR (7).<br />

Geni pertinenti lo sviluppo embrionario del SNA<br />

In molti casi di SIDS sono state segnalate precedenti<br />

alterazioni del SNA quali: sudorazioni profuse,<br />

temperatura corporea elevata,tachicardia<br />

seguita da bradicardia prima dell’evento, ridotta<br />

Variazioni comuni del<br />

PHOX2B<br />

repeat poliadenina in<br />

CCHS<br />

5’ Esone 1<br />

Esone 2 Esone 3<br />

3’<br />

Variazione nucleotidica: A1364G T459G T526A C552T C642T A726G G750A A762C C890A<br />

Alterazione della proteina: F153I S176T<br />

Regione di codifica<br />

Dominio Homeobox<br />

Segmento polialanina<br />

Regione dell’introne<br />

Regione non tradotta<br />

Figura 2 Rappresentazione schematica di polimorfismi identificati in 91 SIDS vs 91 controlli. CCHS, congenital central<br />

hypoventilation syndrome.


Polimorfismi genetici e fattori ambientali modificabili per ridurre il rischio di SIDS<br />

variabilità della frequenza cardiaca, sudorazione<br />

fredda e pallore al viso, ridotta risposta a episodi<br />

ostruttivi.Tutto questo ha indotto Weese-Mayer e<br />

collaboratori (8) a studiare i geni coinvolti nello<br />

sviluppo embrionario del SNA. Il gene PHOX2B<br />

(Figura 3) ha un ruolo chiave nello sviluppo del<br />

SNA soprattutto nelle prime fasi della vita<br />

embrionale. Esso, agendo sui geni RET e MASH1,<br />

regola la differenziazione del sistema noradrenergico.<br />

Regola anche la differenziazione in neuroni<br />

motori o colinergici nel SNC (Sistema nervoso<br />

centrale). Si è pertanto cercata una eventuale<br />

espansione della polialanina, che però è risultata<br />

normale nei casi di SIDS, mentre per i geni<br />

PHOX2B, RET, ECE1, TLX3, EN1 si sono riscontrati<br />

11 rari polimorfismi con alterazioni proteine<br />

nel 15,2% dei casi di SIDS verso il 2,2% dei controlli.<br />

Per l’esone 3 di PHOX2B si sono evidenziati<br />

8 polimorfismi nel 22% di casi di SIDS verso il<br />

12% controlli. Per l’introne 2 di PHOX2B il polimorfismo<br />

GG, GA è risultato più comune nei casi<br />

di SIDS. Nessun caso SIDS mostra espansione<br />

Fattori di rischio ambientali<br />

Dormire con faccia<br />

verso il basso<br />

o di lato<br />

Fumo<br />

Stress termico<br />

Letto soffice<br />

Figura 3 Patogenesi della SIDS.<br />

Diminuita<br />

regolazione<br />

autonomica<br />

SIDS<br />

polialanina, pertanto CCHS e SIDS hanno meno<br />

sovrapposizioni rispetto a quanto ipotizzato in<br />

passato (8). Tuttavia poiché taluni polimorfismi<br />

sono più comuni nei casi di SIDS, potrebbe essere<br />

verosimile che questi da soli o in associazione con<br />

altri polimorfismi soprattutto di RET, possano rappresentare<br />

un rischio aumentato di SIDS.<br />

Geni per metabolismo della nicotina<br />

Poiché il rischio SIDS è aumentato di 2-4 volte<br />

nei figli di madre che avevano fumato in gravidanza<br />

e la nicotina è teratogena per il SNC del<br />

feto, si è pensato che alterazioni dei geni che<br />

controllano il suo metabolismo potessero essere<br />

presenti in casi di SIDS. Si è ipotizzato che potessero<br />

esistere alterazioni nei geni che presiedono<br />

alla detossificazione degli idrocarburi aromatici<br />

policiclici (PAH) contenuti nel fumo di tabacco al<br />

punto di renderli più vulnerabili alla SIDS. Il citocromo<br />

P-450 entra nel primo passaggio di detossificazione<br />

che trasforma i composti da idrofabici<br />

a idrosolubili.<br />

Fattori di rischio genetico<br />

5-HTT<br />

polimorfismo<br />

ANS<br />

polimorfismo<br />

Patologia cardiaca<br />

del canale ionico<br />

Complemento<br />

o polimorfismo<br />

dell’interleuchina<br />

77


78<br />

Nosetti, et al.<br />

La glutatione S-transferasi o la uridin-difosfo-glucoronosiltransferasi<br />

intervengono nella fase<br />

seconda di escrezione dei composti detossificati.<br />

Ma non si sono riscontrate associazioni fra SIDS e<br />

polimorfismi dei geni di questi enzimi (9). Sono<br />

necessarie pertanto ulteriori indagini.<br />

Geni regolatori di: infiammazione, produzione<br />

energia, ipoglicemia, termoregolazione<br />

Nei lattanti colpiti da SIDS, inoltre, sono state<br />

riportate alterazioni del gene della frazione C4<br />

del complemento, in quanto quelli che prima<br />

della morte soffrivano di infezioni lievi delle vie<br />

respiratorie superiori avevano maggiori probabilità<br />

di presentare una delezione sia del gene<br />

C4A, sia del C4B, rispetto alle vittime della SIDS<br />

senza infezioni o rispetto ai controlli viventi.<br />

Questi dati suggeriscono che delezioni parziali<br />

del gene C4, se associate a una infezione lieve<br />

delle vie respiratorie superiori aumentino il<br />

rischio di SIDS.<br />

Nelle vittime di SIDS è stato inoltre segnalato un<br />

polimorfismo nella regione promoter del gene<br />

dell’IL-10, una citochina antinfiammatoria. La<br />

morte improvvisa del lattante era fortemente<br />

associata al genotipo dell’IL-10, sia con l’aplotipo<br />

ATA, sia con la presenza degli alleli-592*A e -<br />

592*C. Questi polimorfismi dell’IL-10 si associano<br />

a ridotti livelli di IL-10 e possono quindi contribuire<br />

alla SIDS, ritardando l’inizio della produzione<br />

di anticorpi protettivi o per una ridotta<br />

capacità di inibire la produzione di citochine<br />

infiammatorie (10).<br />

Una causa non comune di SIDS è legata a mutazioni<br />

del gene TSPYL (Testis-Specific Y- Like), che<br />

causano anche disgenesia testicolare (11). Per<br />

quanto riguarda la presenza di alterazioni dei geni<br />

che regolano metabolismo e termoregolazione si<br />

sono studiati i polimorfismi della glucochinasi e<br />

della glucoso-6-fosfatasi, ma non si è potuto dimostrare<br />

un rapporto con la SIDS, nonostante statisticamente<br />

sia dimostrato un maggior rischio in<br />

lattanti prematuri e con basso peso alla nascita<br />

maggiormente soggetti a ipoglicemie.<br />

Interazioni tra geni ed ambiente<br />

Il rischio reale di SIDS, nei singoli lattanti, è determinato<br />

da complesse interazioni tra fattori di<br />

rischio genetici e ambientali. Potrebbe inoltre<br />

esservi un legame tra fattori di rischio modificabili,<br />

come l’uso di coperte soffici, la posizione prona<br />

nel sonno e lo stress termico, e i fattori di rischio<br />

genetici come le anomalie ventilatorie o del risveglio<br />

e i difetti di regolazione della temperatura o<br />

del metabolismo.<br />

La SIDS è da considerarsi una conseguenza estrema<br />

dell’interazione tra genetica ed ambiente. Non<br />

a caso l’introduzione di norme comportamentali<br />

ne ha ridotto notevolmente l’incidenza. Al<br />

momento attuale le norme comportamentali per<br />

ridurre i fattori di rischio ambientali e l’identificazione<br />

precoce di lattanti a rischio sono ancora le<br />

uniche possibilità disponibili per cercare di cambiarne<br />

la storia clinica.<br />

Fattori di rischio ambientali<br />

In Europa è stato effettuato lo studio European<br />

Concerted Action on SIDS (ECAS) in cui sono<br />

stati valutati 745 casi clinici di SIDS e 2.411 controlli<br />

nel periodo compreso tra settembre 1992 e<br />

aprile 1996 in 20 centri europei (12). Questo studio<br />

ha consentito di identificare i fattori di rischio<br />

più comunemente associati alla SIDS quali posizione<br />

prona nel sonno, madre fumatrice, eccessiva<br />

copertura del bambino, basso peso alla nascita,<br />

gravidanze multiple, madre di età inferiore ai 18<br />

anni. Sono stati anche identificati dei possibili fattori<br />

protettivi quali la condivisione della camera<br />

con i genitori ma non del letto e l’utilizzo del succhiotto.<br />

Nell’ultimo decennio si è registrata una<br />

diminuzione di oltre il 50% dell’incidenza di SIDS<br />

negli Stati Uniti e nel mondo, che può essere almeno<br />

in parte attribuita alle campagne informative<br />

volte a ridurre i principali fattori di rischio associati<br />

con questa sindrome come appunto la posizione<br />

prona nel sonno, l’eccessiva copertura e l’esposizione<br />

a fumo passivo.<br />

Fattori di rischio non modificabili<br />

I soggetti più a rischio di andare incontro a SIDS<br />

sono quelli di circa 2-4 mesi e la maggior parte dei<br />

decessi si è verificata entro i 6 mesi di vita.<br />

La predominanza stagionale invernale, di comune<br />

osservazione nella SIDS, si è ridotta insieme alla<br />

riduzione della posizione prona in alcune nazioni<br />

come la Gran Bretagna. I neonati maschi hanno il<br />

30%-50% di probabilità in più di SIDS, rispetto alle<br />

femmine. Vi è una massima incidenza dei casi di<br />

SIDS nel fine settimana (13).


Fattori di rischio modificabili<br />

Polimorfismi genetici e fattori ambientali modificabili per ridurre il rischio di SIDS<br />

Posizione nel sonno<br />

Le raccomandazioni attuali consigliano la posizione<br />

supina nel sonno per tutti neonati.<br />

È stato dimostrato che il sonno in posizione<br />

prona aumenta il rischio di SIDS. Il rischio di SIDS<br />

potrebbe essere più elevato nei neonati che abitualmente<br />

non dormono proni, ma che vengono<br />

messi in questa posizione nell’ultimo sonno<br />

(“proni non abituati”) o che vengono trovati<br />

proni (“proni secondari”). La posizione dei “proni<br />

non abituati” si verifica con maggiore probabilità<br />

durante l’assistenza diurna o in altri momenti di<br />

assistenza fuori casa; si sottolinea quindi la necessità<br />

di istruire tutti coloro che si prendono cura<br />

del lattante sulle posture appropriate durante il<br />

sonno.<br />

I neonati che dormono distesi sul fianco hanno<br />

una probabilità doppia di morire di SIDS, rispetto<br />

a quelli che dormono supini. Questo aumento<br />

del rischio può essere correlato con la relativa<br />

instabilità della posizione, che porta alcuni neonati<br />

distesi su un fianco a rotolare in posizione<br />

prona.<br />

L’eccessiva copertura del bambino<br />

In passato era frequente ritrovare casi di SIDS con<br />

indumenti che coprivano loro il volto, tanto che si<br />

pensava che fossero morti soffocati nel sonno.<br />

Circa il 20% delle vittime di SIDS sono state trovate<br />

con una coperta sopra la testa, con una frequenza<br />

dieci volte maggiore dei controlli di età<br />

corrispondente e significativamente più alta anche<br />

considerando la presenza contemporanea di altri<br />

fattori di rischio.<br />

L’esposizione a fumo di sigaretta<br />

Il fumo materno è attualmente il più importante<br />

fattore di rischio per la SIDS dopo le campagne<br />

informative che hanno spinto a modificare la posizione<br />

nel sonno del bambino e l’eccessiva copertura.<br />

Il consiglio sulla riduzione dell’esposizione al<br />

fumo passivo è quello che ha avuto una minor<br />

presa sulla famiglia (14). Esiste una forte associazione<br />

tra esposizione al fumo di sigaretta sia<br />

intrauterina che dopo la nascita (15, 16) e il rischio<br />

di SIDS. L’incidenza di SIDS risulta circa 3 volte<br />

maggiore nei figli delle fumatrici, negli studi condotti<br />

prima della campagna per la riduzione della<br />

SIDS negli Stati Uniti e 5 volte maggiore in quelli<br />

successivi. Il rischio di morte aumenta progressivamente<br />

con l’aumento del consumo quotidiano<br />

di sigarette. Esiste una risposta dose-dipendente<br />

per il numero di familiari che fumano, per<br />

il numero di persone che fumano nella stessa<br />

stanza in cui si trova il lattante e per il numero di<br />

sigarette fumate.<br />

Un aumento del rischio di SIDS si osserva anche<br />

nei lattanti la cui madre ha cominciato a fumare<br />

solo dopo il parto.<br />

Consumo di droga e alcool<br />

La maggior parte degli studi ha stabilito una correlazione<br />

tra l’abitudine della madre di consumare<br />

sostanze stupefacenti durante la gravidanza e un<br />

aumentato rischio di SIDS. Non è stata trovata<br />

alcuna associazione tra il consumo materno di<br />

alcool (in epoca prenatale o postnatale) e la SIDS.<br />

I fratelli dei lattanti con la sindrome alcolica fetale<br />

hanno, però, un rischio dieci volte maggiore di<br />

andare incontro a SIDS, rispetto ai controlli.<br />

Fattori correlati alla gestazione<br />

Numerosi fattori ostetrici si associano a un<br />

aumento del rischio di SIDS. I lattanti colpiti da<br />

SIDS hanno spesso un ordine di nascita più alto, a<br />

prescindere dall’età materna e sono nati da gestazioni<br />

dopo brevi periodi intergestazionali. Le madri<br />

di neonati colpiti da SIDS ricevono generalmente<br />

meno cure prenatali e in una fase più avanzata<br />

della gravidanza. Sono inoltre fattori di rischio il<br />

basso peso alla nascita, la nascita pretermine e una<br />

crescita intrauterina e postnatale più lenta.<br />

Ambiente del sonno del neonato<br />

I materassi vecchi e troppo soffici, i cuscini imbottiti<br />

o la biancheria da letto più morbida si associano<br />

a un più alto rischio di SIDS, come pure le trapunte<br />

pesanti che possono finire per coprire la<br />

testa e il viso del lattante. Anche il surriscaldamento<br />

rappresenta un fattore di rischio, in base a indicatori<br />

come temperatura ambiente più alta, elevata<br />

temperatura corporea, sudorazione ed eccesso<br />

di vestiti o coperte.<br />

Diversi studi hanno indicato la condivisione del<br />

letto come un fattore di rischio per la SIDS, in particolare<br />

nei lattanti fino a 3 mesi di età. Questa abitudine<br />

è particolarmente rischiosa quando altri<br />

bambini dormono nello stesso letto, quando il<br />

genitore dorme con un neonato su un divano o su<br />

79


80<br />

Nosetti, et al.<br />

un’altra superficie di appoggio morbida o ristretta,<br />

e per i neonati di età inferiore ai 4 mesi. Il rischio<br />

risulta aumentato anche in caso di condivisione del<br />

letto di durata prolungata o per tutta la notte.<br />

Vi sono sempre più evidenze, invece, che la condivisione<br />

della stanza, ma non del letto, si associ a<br />

una minor frequenza di SIDS; sembra che per i lattanti<br />

il posto più sicuro in cui dormire sia il loro<br />

lettino, soprattutto se collocato nella stanza dei<br />

genitori (17).<br />

Modalità di alimentazione dei lattanti<br />

Numerosi studi hanno dimostrato un effetto protettivo<br />

dell’allattamento al seno che però non è<br />

presente dopo aggiustamento per fattori potenzialmente<br />

confondenti. Se ne deduce che l’allattamento<br />

al seno sia un marcatore di uno stile di vita<br />

o di uno stato socioeconomico, più che rappresentare<br />

un fattore indipendente. Sebbene i benefici<br />

di questa pratica siano molteplici, non si dispone<br />

di dati sufficienti per raccomandarla come strategia<br />

atta a ridurre il rischio di SIDS.<br />

Uso del succhiotto<br />

L’uso del succhiotto riduce il rischio di SIDS nella<br />

maggior parte degli studi.<br />

Sebbene non sia noto se questo sia un effetto<br />

diretto del succhiotto stesso o di comportamenti<br />

associati dal lattante o dei genitori, vi sono sempre<br />

più prove che l’uso del succhiotto possa far sì che<br />

il lattante si risvegli più facilmente durante il sonno<br />

e anteriorizzi la posizione della lingua nel sonno<br />

(18). Le Linee Guida più recenti dell’American<br />

Academy of Pediatrics raccomandano l’uso del<br />

succhiotto dopo l’inizio dell’allattamento al seno.<br />

Non è emersa alcuna associazione tra le vaccinazioni<br />

e la SIDS. I neonati colpiti da SIDS hanno<br />

minori probabilità di essere stati vaccinati, rispetto<br />

ai controlli, e in quelli vaccinati, non è stata identificata<br />

alcuna correlazione temporale tra la somministrazione<br />

dei vaccini e la morte. Occorre quindi<br />

rassicurare i genitori che le vaccinazioni non comportano<br />

alcun rischio di SIDS.<br />

Gruppi di lattanti ad aumentato rischio<br />

di SIDS<br />

Eventi ad alto rischio per la vita<br />

I neonati con un evento apparentemente a rischio<br />

per la vita (apparent life-threatening event, ALTE)<br />

sono a maggior rischio di SIDS. Un’anamnesi di<br />

ALTE idiopatica è stata riportata nel 5%-9% delle<br />

vittime di SIDS, e il rischio sembra maggiore se gli<br />

eventi inspiegati sono due o più; tuttavia, non sono<br />

disponibili dati definitivi sull’incidenza. Rispetto ai<br />

soggetti sani di controllo, il rischio di SIDS può<br />

essere da 3 a 5 volte maggiore nei lattanti che<br />

hanno una storia di ALTE (19).<br />

Fratelli di una vittima della SIDS,<br />

nati successivamente<br />

I fratelli di un lattante deceduto per qualsiasi causa<br />

naturale non infettiva sono a rischio significativamente<br />

maggiore di morte neonatale dovuta alla<br />

stessa causa, compresa la SIDS. Il rischio relativo è<br />

di 9,1 per la recidiva di SIDS, rispetto all’1,6 per<br />

una causa di morte diversa.<br />

L’aumentato rischio, nelle famiglie con casi di SIDS,<br />

è compatibile con l’interazione di fattori di rischio<br />

genetici ed ambientali.<br />

In passato alcuni operatori sanitari hanno affermato<br />

che solo l’omicidio tende a ricorrere nelle famiglie<br />

e che tutti i casi successivi di morte infantile<br />

inaspettata devono essere indagati come possibili<br />

omicidi. Esistono dati sostanziali a riprova che fattori<br />

genetici ed ambientali concorrono ad aumentare<br />

il rischio di SIDS ricorrente in alcune famiglie.<br />

La percentuale dei casi di morte infantile ricorrente<br />

da SIDS, nei fratelli, è 5-9 volte maggiore rispetto<br />

alla percentuale dei probabili omicidi.<br />

Prematurità<br />

Molti studi hanno identificato una correlazione<br />

inversa tra il rischio di SIDS da una parte, e l’età<br />

gestazionale e il peso alla nascita dall’altra. I fattori<br />

di rischio ambientali, nei neonati pretermine, non<br />

sono sostanzialmente diversi da quelli osservati<br />

nei neonati a termine. Rispetto ai neonati con<br />

peso alla nascita superiore a 2.500 g, i neonati con<br />

peso alla nascita di 1.000-1.499 g e 1.500-2.499 g<br />

hanno rispettivamente 4 e 3 volte più probabilità<br />

di morire per SIDS.<br />

Conclusioni<br />

La SIDS è la conseguenza dell’interazione tra<br />

genetica ed ambiente. L’ipotesi del “triplice rischio”<br />

ritiene infatti la SIDS il risultato di un insulto finale<br />

o meglio fatale che va ad agire su un bambino, in<br />

una fase critica di sviluppo, intrinsecamente vulnerabile<br />

sia su base genetica che per fattori esterni


Polimorfismi genetici e fattori ambientali modificabili per ridurre il rischio di SIDS<br />

ambientali. Questa ipotesi è stata proposta in varie<br />

forme da numerosi Autori negli ultimi 15 anni<br />

(20). I recenti sviluppi dettati dalle conoscenze di<br />

fattori ambientali, immunologici, genetici e fisiologici<br />

del bambino e riconoscimento delle modificazioni<br />

di tutti questi sistemi nei primi mesi di vita<br />

supportano il modello del triplice rischio come<br />

causa della morte inaspettata ed inattesa di un lattante<br />

apparentemente sano. Si auspica che la comprensione<br />

della sua patogenesi consenta una riduzione<br />

del numero di casi SIDS.<br />

81


82<br />

Nosetti, et al.<br />

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Ahmad Kantar1, Luigi Terracciano2, Alessandro Fiocchi2, Giovanni Rossi3 1Centro di Diagnosi, Cura e Riabilitazione dell’Asma Infantile, Istituto Pio XII, Misurina (BL);<br />

2Melloni Pediatra, Ospedale “Fatebenefratelli - Melloni”, Milano; 3U.O.C. di Pneumologia,<br />

IRCCS “Giannina Gaslini”, Genova<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione:<br />

non tutti nascono uguali<br />

Inhaled corticostroids:<br />

not all are born the same way<br />

Parole chiave: corticosteroidi per inalazione, aerosol, nebulizzazione<br />

Keywords: inhaled corticosteroids, aerosol, nebulisation<br />

Raggiungere i polmoni con un aerosol<br />

terapeutico<br />

Un aerosol è costituito da particelle liquide o solide<br />

sospese in un gas che funge da agente veicolante.<br />

La somministrazione di farmaci per via inalatoria<br />

costituisce uno strumento importante nel<br />

repertorio terapeutico dei pediatri che si occupano<br />

della cura e della gestione dei bambini asmatici.<br />

La somministrazione dei farmaci nebulizzati<br />

direttamente ai polmoni offre vantaggi innegabili:<br />

una maggior concentrazione del farmaco, una<br />

deposizione mirata nelle vie aeree con conseguente<br />

aumento dell’efficacia e riduzione degli<br />

effetti avversi sistemici. Alcuni farmaci inoltre sono<br />

Pneumologia Pediatrica 2009; 34: 83-102<br />

Riassunto. Il razionale della terapia inalatoria si basa sulla possibilità di portare un’appropriata quantità di farmaco in corrispondenza<br />

del suo sito d’azione (recettori) nelle vie respiratorie senza esporre al farmaco zone non interessate dal processo<br />

patologico; ciò consente elevata efficacia terapeutica con dosi sostanzialmente ridotte di farmaco e minima possibilità di effetti<br />

collaterali. La realizzazione dei risultati attesi dalla terapia è condizionata da tre fattori principali: il device, il paziente e il farmaco.<br />

Questi tre fattori devono essere alla base di ogni scelta della terapia inalatoria.<br />

La nebulizzazione è uno tra i modi più antichi per la somministrazione dei farmaci. Sebbene i nebulizzatori attualmente impiegati<br />

non abbiano subito, nell’ultimo secolo, radicali trasformazioni, le innovazioni tecniche ne hanno migliorato le prestazioni. Oggi<br />

sono a nostra disposizione un gran numero di farmaci e apparecchi tecnologicamente avanzati per la nebulizzazione. Nonostante<br />

questo, la terapia inalatoria per nebulizzazione è ancora oggi di fatto un trattamento empirico e, pur in presenza di evidenza di<br />

efficacia clinica, molti fattori risultano poco studiati. Ad esempio, la compatibilità tra farmaco e nebulizzatore, il comportamento<br />

del farmaco nel nebulizzatore e l’effetto della modalità di inalazione e il pattern respiratorio del paziente. La scelta di una formulazione<br />

di steroidi inalatori per la nebulizzazione dovrebbe indagare principalmente l'idrosolubilità come fattore determinante<br />

dell’output del farmaco. Senza informazioni sul diametro aerodinamico di massa mediano e sulla percentuale di particelle<br />

respirabili erogate, la dose inalata rimane ignota e il risultato degli studi clinici può essere interpretato impropriamente.<br />

Accettato per la pubblicazione il 13 maggio 2009.<br />

Corrispondenza: Dott. Ahmad Kantar, Centro di Diagnosi, Cura e Riabilitazione dell’Asma Infantile, Istituto Pio XII,<br />

Misurina (BL); e-mail kantar@tin.it<br />

terapeuticamente efficaci solo se inalati (per<br />

esempio la maggior parte degli steroidi inalatori) e<br />

la somministrazione di farmaci mediante aerosol è<br />

conveniente e indolore.<br />

Per contro, uno degli svantaggi più importanti della<br />

terapia aerosolica consiste nella necessità di tecniche<br />

inalatorie specifiche per l’utilizzo corretto dei<br />

dispositivi attualmente disponibili: una tecnica inalatoria<br />

non ottimale determina una diminuita<br />

deposizione di farmaco nelle vie aeree e una<br />

potenziale riduzione di efficacia del trattamento.<br />

La proliferazione di questi dispositivi ha moltiplicato<br />

83


84<br />

Kantar, et al.<br />

e confuso le possibili scelte da parte del medico:<br />

ciò, oltre ad essere fuorviante, può indurre in confusione<br />

sia il medico che il paziente relativamente<br />

al loro corretto utilizzo.<br />

È di fondamentale rilevanza saper identificare le<br />

dosi effettive di farmaco che raggiungono i polmoni,<br />

la distribuzione regionale, e le modalità con<br />

le quali queste variabili possono essere influenzate<br />

dall’ostruzione delle grandi e piccole vie aeree. Il<br />

successo della terapia aerosolica dipende principalmente<br />

dalla possibilità che una dose adeguata<br />

di farmaco raggiunga i recettori specifici del tratto<br />

respiratorio (1).<br />

Se a livello polmonare giunge una dose di farmaco<br />

sufficiente a ottenere una risposta clinica adeguata,<br />

questi dispositivi possono essere considerati<br />

soddisfacenti. Tuttavia rimane una significativa<br />

quantità di farmaco inutilizzata che non riveste<br />

alcun ruolo nel miglioramento clinico e che, anzi,<br />

può essere causa di effetti avversi. La sfida è quella<br />

di far giungere il farmaco inalato esclusivamente<br />

ai recettori polmonari specifici, in modo da ottimizzare<br />

la risposta terapeutica e minimizzare i<br />

potenziali effetti avversi.<br />

Le caratteristiche fisiche ottimali dell’aerosol e i<br />

profili di somministrazione al paziente necessitano<br />

di essere definitivamente stabiliti per ciascuna<br />

classe di farmaci inalatori; la terapia aerosolica<br />

deve inoltre essere adattata alla malattia respiratoria<br />

e al suo grado di severità, alla sede predominante<br />

del processo patologico nelle vie aeree e<br />

all’età del paziente.<br />

Per esempio, gli steroidi inalatori agiscono sui recettori<br />

per i glicocorticoidi localizzati in tutto l’albero<br />

bronchiale: una maggiore deposizione polmonare, se<br />

appropriatamente indirizzata alle vie aeree, dovrebbe<br />

portare ad un maggior beneficio clinico (2).<br />

Per massimizzare la risposta terapeutica è fondamentale<br />

indirizzare il farmaco a specifiche regioni<br />

delle vie aeree: per esempio utilizzando i β 2 -agonisti<br />

è fondamentale che la deposizione avvenga<br />

nelle vie aeree, anziché a livello alveolare. Usmani,<br />

et al. hanno recentemente dimostrato che particelle<br />

di salbutamolo di diametro maggiore, se correttamente<br />

somministrate, inducono una maggior<br />

broncodilatazione rispetto alle particelle più piccole,<br />

in quanto si verifica una migliore corrispondenza<br />

tra la distribuzione intrapolmonare e la<br />

muscolatura liscia delle vie aeree (3).<br />

Gli Autori hanno inoltre dimostrato che la distribuzione<br />

regionale nelle vie aeree dei β 2 -agonisti è<br />

importante nel modulare la risposta broncodilatatrice<br />

e che, modificando la deposizione intrapolmonare<br />

mediante la variazione di diametro delle<br />

particelle, è possibile ottimizzare la deposizione<br />

del farmaco inalato.<br />

Nella valutazione della dinamica d’inalazione di un<br />

aerosol, i parametri in vivo importanti da considerare<br />

sono la dose totale che viene erogata al<br />

paziente (una misura dell’esposizione globale del<br />

corpo al farmaco e quindi della sicurezza) e il pattern<br />

di deposizione della dose inalata nelle vie<br />

aeree (una misura della quantità di farmaco distribuita<br />

sia ai siti farmacologicamente attivi che a<br />

quelli non attivi e quindi una misura di sicurezza ed<br />

efficacia). Il primo di questi parametri può essere<br />

misurato in vitro con delle semplici tecniche di filtraggio:<br />

queste misurazioni però non sempre sono<br />

validamente predittive in vivo poiché il pattern<br />

respiratorio e i picchi di flusso possono influenzare<br />

significativamente l’inalazione dell’aerosol.<br />

Ottenere delle stime più realistiche della dose<br />

erogata può essere molto più complesso di quanto<br />

si possa prevedere.<br />

Il secondo parametro, la deposizione e la distribuzione<br />

nelle vie aeree dell’aerosol inalato può, per<br />

definizione, essere determinato solo in vivo: i test<br />

di laboratorio in vitro devono quindi utilizzare una<br />

misurazione sostitutiva.<br />

I pattern di deposizione nelle vie aeree umane<br />

sono regolati da tre fattori principali: la geometria<br />

delle vie aeree, la distribuzione dimensionale aerodinamica<br />

delle particelle e il flusso inspiratorio del<br />

paziente. La prima variabile è una caratteristica<br />

strettamente intrinseca del paziente e, sebbene<br />

importante, non è correlata al sistema di generazione<br />

dell’aerosol. Le altre due variabili, invece,<br />

possono essere caratteristiche legate sia alla formulazione<br />

sia al dispositivo di erogazione: il diametro<br />

delle particelle -perché l’aerosol che viene<br />

inalato è generato dal dispositivo, e il profilo inspiratorio<br />

- perché può essere influenzato dalle<br />

caratteristiche di resistenza di un dispositivo. Tra<br />

questi due fattori, il diametro aerodinamico delle<br />

particelle è rappresentativo per la deposizione, ma<br />

devono sempre essere presi in considerazione l’effetto<br />

del dispositivo sulle modalità d’inalazione e<br />

l’aerodinamica dell’aerosol nelle vie aeree.<br />

Solitamente la terapia aerosolica si avvale di aerosol<br />

polidispersi, mentre gli aerosol monodispersi<br />

non sono comunemente disponibili. Per questi ultimi<br />

la deposizione è identica in relazione sia alla


massa che al numero di particelle inspirate, ma la<br />

questione è differente per gli aerosol polidispersi.<br />

La deposizione regionale delle particelle polidisperse<br />

può essere ottenuta dividendo la distribuzione<br />

di massa polidispersa in frazioni monodisperse,<br />

calcolando la distribuzione regionale di ciascuna<br />

frazione e sommando i valori per ciascuna regione.<br />

Il diametro aerodinamico di massa mediano (mass<br />

median aerodynamic diameter, MMAD) viene utilizzato<br />

per descrivere un aerosol polidisperso come<br />

quello prodotto dalla maggior parte dei dispositivi<br />

per la generazione di aerosol utilizzati nella pratica<br />

clinica. Il diametro aerodinamico di massa mediano è<br />

la dimensione delle particelle al di sopra e al di sotto<br />

della quale si distribuisce il 50% della massa delle<br />

particelle: più è alto questo parametro e maggiore è<br />

il numero di particelle con diametro superiore.<br />

Le particelle di aerosol con diametro tra 1 e 5 µm<br />

raggiungono le vie aeree più periferiche del polmone.<br />

Con un diametro maggiore di 3 µm si verifica<br />

il viraggio della deposizione polmonare dalla<br />

periferia alle vie aeree centrali. La deposizione orofaringea<br />

aumenta quando si supera una dimensione<br />

delle particelle di 6 µm, mentre la perdita espiratoria<br />

è elevata per le particelle di diametro inferiore<br />

a 1 µm. Questi dati sono strettamente riferiti<br />

alle particelle trasportate dal flusso d’aria inspirata<br />

a volume corrente, mentre, quando le particelle<br />

sono erogate da un dispositivo di inalazione pressurizzato<br />

(pMDI) o da dispositivi a polvere secca<br />

(DPI), la loro velocità è decisamente superiore<br />

rispetto alla velocità dell’aria inspirata, pertanto<br />

solo una piccola frazione della massa (frazione non<br />

balistica) sfugge alla deposizione inerziale nell’orofaringe<br />

e penetra nella trachea. La frazione della<br />

massa di particelle depositate in orofaringe (frazione<br />

balistica) può essere determinata sperimentalmente:<br />

essa comprende oltre il 50% della massa<br />

rilasciata dai dispositivi d’inalazione.<br />

Un aerosol terapeutico può ottenersi mediante<br />

atomizzazione pneumatica, ultrasonica, idraulica o<br />

elettrostatica, mediante dispersione di polvere<br />

secca o dispersione in un propellente a vaporizzazione<br />

istantanea. Ciascuno di questi processi ha<br />

aspetti peculiari che devono essere considerati<br />

quando si tenta di prevedere la deposizione polmonare<br />

degli aerosol generati dai dispositivi che<br />

impiegano queste tecniche. Lo stato fisico delle<br />

particelle può essere liquido, solido, in soluzione o<br />

in sospensione. Molti aerosol sono intrinsecamente<br />

instabili dal punto di vista fisico poiché soggetti<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

ad evaporazione, espansione, attrazione o repulsione<br />

reciproca, specialmente a causa del passaggio<br />

dalle condizioni ambientali del dispositivo di<br />

generazione a quelle del tratto respiratorio, con<br />

conseguenti gradienti di temperatura e umidità.<br />

Il pattern di deposizione delle particelle inalate<br />

può essere espresso come funzione di tre classi di<br />

variabili: le caratteristiche dell’aerosol, i parametri<br />

ventilatori e la morfologia del tratto respiratorio.<br />

L’efficienza dei differenti meccanismi di deposizione<br />

(impatto inerziale, sedimentazione e diffusione)<br />

possono essere, di volta in volta, formulati nei termini<br />

di queste variabili.<br />

Conseguentemente, attraverso la comprensione<br />

dei ruoli legati ai rispettivi fattori di deposizione, il<br />

personale medico può prevedere la deposizione<br />

del farmaco nei polmoni: ad esempio, nelle regioni<br />

superiori dell’albero tracheobronchiale la deposizione<br />

delle particelle di grosse dimensioni è principalmente<br />

attribuita all’impatto inerziale, mentre<br />

nelle vie aeree più periferiche può essere ascritta<br />

principalmente alla sedimentazione e alla diffusione.<br />

La deposizione dovuta all’impatto inerziale può<br />

essere aumentata nelle vie aeree superiori aumentando<br />

la velocità del flusso inspiratorio o, al contrario,<br />

si può promuovere la deposizione nelle vie<br />

aeree periferiche mediante la sedimentazione,<br />

aumentando la durata della pausa post-inspiratoria<br />

(il tempo in cui viene trattenuto il respiro alla<br />

fine dell’inspirazione). Si potrebbero ottenere<br />

benefici distinti se i farmaci inalati potessero essere<br />

depositati selettivamente.<br />

Nella pratica clinica è spesso necessario somministrare<br />

dosi massicce all’intero polmone per indurre<br />

una risposta terapeutica adeguata; se, invece,<br />

potessimo indirizzare i farmaci a siti specifici<br />

potremmo eliminare gli effetti avversi secondari<br />

alla quantità di farmaco che si deposita al di fuori<br />

della sede desiderata. Se i farmaci fossero mirati, lo<br />

spreco (sovradosaggio polmonare per portare<br />

una quantità utile alla sede desiderata) potrebbe<br />

essere minimizzato, se non del tutto eliminato,<br />

migliorando così il rapporto costo-beneficio del<br />

trattamento.<br />

Linee Guida per la scelta dei<br />

dispositivi<br />

I dispositivi per inalazione utilizzati nella gestione<br />

dell’asma possono essere classificati in: nebulizzatori,<br />

inalatori predosati pressurizzati (pMDI), pMDI<br />

85


86<br />

Kantar, et al.<br />

con distanziatori o camere d’inalazione munite di<br />

valvole (valve holding chamber, VHC) e inalatori a<br />

polvere secca (DPI).<br />

Un problema clinico comune è: quale dispositivo<br />

occorre utilizzare con un determinato farmaco<br />

per uno specifico paziente?<br />

Ci sono vantaggi e svantaggi per ciascun tipo di<br />

dispositivo. Le metanalisi recenti sulla selezione dei<br />

sistemi di erogazione di aerosol per l’asma acuto<br />

hanno concluso che il dosaggio inalato di β 2 -agonisti<br />

short acting erogati da un nebulizzatore o da<br />

un pMDI con VHC, è sostanzialmente equivalente<br />

(4-6). La più esauriente revisione sistematica basata<br />

sull’evidenza è stata pubblicata da Dolovich e<br />

collaboratori (4). Questi Autori hanno revisionato<br />

gli studi sui pMDI (con e senza VHC) e i DPI per<br />

la somministrazione di β 2 -agonisti, anticolinergici e<br />

steroidi inalatori in diverse situazioni cliniche<br />

(dipartimenti di emergenza, terapie intensive,<br />

pazienti ricoverati e pazienti ambulatoriali) e in differenti<br />

categorie di pazienti (BPCO, asmatici adulti<br />

e bambini).<br />

Nella review sono stati inclusi solo studi randomizzati<br />

controllati nei quali lo stesso farmaco era stato<br />

somministrato con dispositivi differenti. Il risultato<br />

della revisione è che ciascun dispositivo può funzionare<br />

ugualmente bene in diverse situazioni cliniche,<br />

ammesso che i pazienti siano in grado di utilizzare<br />

i dispositivi in maniera appropriata. Queste<br />

conclusioni non devono però essere fraintese: la<br />

scelta del dispositivo non è irrilevante, al contrario,<br />

lo studio sottolinea quanto sia fondamentale il<br />

corretto utilizzo dei diversi dispositivi. Si tratta di<br />

una affermazione importante perché, nella maggior<br />

parte degli studi, specialmente se condotti su<br />

pazienti ambulatoriali, si selezionano pazienti capaci<br />

di utilizzare ciascun dispositivo con la tecnica<br />

appropriata o comunque i pazienti vengono addestrati<br />

e istruiti sull’uso dei dispositivi.<br />

Gli studi randomizzati valutati nella review di<br />

Dolovich e collaboratori non forniscono molte<br />

indicazioni per prevedere pazienti abbiano buone<br />

probabilità di utilizzare correttamente un dispositivo<br />

piuttosto che un altro, e non prendono in<br />

considerazione molti altri aspetti che sono importanti<br />

nella scelta del dispositivo di erogazione per<br />

uno specifico paziente, in una specifica situazione<br />

clinica (capacità del paziente di utilizzare il device,<br />

preferenze del paziente, disponibilità e costo del<br />

dispositivo). Ci sono situazioni cliniche in cui la<br />

selezione è determinata principalmente dalle<br />

caratteristiche del paziente; per esempio i lattanti<br />

ed i bambini più piccoli molto probabilmente non<br />

sono in grado di utilizzare un pMDI (senza VHC)<br />

o un DPI. Ci sono, inoltre, pochi studi randomizzati<br />

controllati sull’uso di pMDI senzaVHC nei dipartimenti<br />

di emergenza, poiché molti medici credono<br />

che la dispnea grave vissuta dai pazienti asmatici<br />

in questa situazione clinica, possa impedire loro<br />

un corretto utilizzo del dispositivo. La review non<br />

comprende studi che abbiano confrontato dispositivi<br />

dello stesso tipo (ad esempio nebulizzatori o<br />

VHC di diversi produttori). I nebulizzatori e le<br />

VHC hanno diversi tassi di erogazione dei farmaci<br />

in relazione sia al tipo di device che al farmaco. La<br />

review posiziona tutti i dispositivi sullo stesso livello<br />

di efficacia sebbene diversi studi abbiano dimostrato<br />

significative differenze tra dispositivi della<br />

stessa categoria.<br />

Barry e O’Callaghan hanno messo in evidenza differenze<br />

significative nell’erogazione di salbutamolo<br />

con diverse categorie di nebulizzatori e anche tra<br />

nebulizzatori apparentemente della stessa categoria<br />

(7). Dati analoghi sono stati riportati anche da<br />

Rau e collaboratori (8). Un andamento parallelo è<br />

stato descritto recentemente riguardo le differenze<br />

nell’erogazione di salbutamolo con differenti<br />

combinazioni di pMDI-VHC (9). Questi dati focalizzano<br />

l’attenzione sull’assioma che afferma la diseguaglianza<br />

dei dispositivi appartenenti alla stessa<br />

categoria per la quale ciò che è valido per un dispositivo<br />

non è necessariamente valido per gli altri.<br />

La revisione di Dolovich e collaboratori non ha<br />

preso in considerazione gli studi con bassi livelli di<br />

evidenza, quali, ad esempio, gli innumerevoli lavori<br />

che hanno valutato in vitro gli apparecchi per<br />

aerosol.<br />

L’efficacia dei broncodilatatori inalati è legata da<br />

una caratteristica curva dose-risposta alla quantità<br />

di farmaco depositata nei polmoni (10, 11). La<br />

maggior parte degli studi ha un valore limitato poiché<br />

utilizza β 2 -agonisti a dosi che sono generalmente<br />

superiori, o comunque molto vicine, alla<br />

curva dose-risposta.<br />

Uno degli errori più comuni nella comparazione<br />

dell’efficacia di diversi dispositivi è l’utilizzo, come<br />

outcome, dell’incremento del FEV1 in risposta ai<br />

β 2 -agonisti short-acting. Numerosi studi hanno<br />

dimostrato che si può ottenere un’analoga broncodilatazione<br />

pur utilizzando dosi di β 2 -agonisti<br />

inferiori a quelle comunemente utilizzate (12, 3).<br />

Fishwick e collaboratori hanno dimostrato che


quando il salbutamolo viene inalato da pazienti<br />

asmatici adulti si ottengono incrementi di FEV1 quasi<br />

identici somministrando una dose cumulativa di 400<br />

µg in 90 minuti o di 800 µg seguendo lo stesso regime<br />

e gli stessi intervalli di somministrazione (12).<br />

Il problema della dose di broncodilatatore somministrato<br />

nella fase di plateau massimo della curva<br />

dose-risposta è evidenziato da uno studio pediatrico<br />

che ha mostrato come, sebbene la deposizione<br />

polmonare utilizzando un pMDI con o senza<br />

distanziatore fosse rispettivamente del 23,5% contro<br />

il 12,3%, non vi erano differenze nelle variazioni<br />

di FEV1 (13).<br />

Alla luce dei dati attuali è evidente che una correlazione<br />

dose-risposta significativa per un inalatore<br />

non basta per concludere che uno studio sia in<br />

grado di distinguere tra diversi dispositivi esaminati.<br />

Si possono trarre conclusioni riguardo al rapporto<br />

relativo dose-potenza dei farmaci e/o dei<br />

dispositivi esaminati solo se, in aggiunta, si osservano<br />

significative modificazioni delle curve cumulative<br />

dose-risposta.<br />

Dentro il nebulizzatore<br />

Viene definita atomizzazione la conversione di<br />

liquido in piccole goccioline. Questa dispersione di<br />

fase richiede energia per produrre sia area di<br />

superficie che trasporto del fluido atomizzato. La<br />

base dell’atomizzazione a getto d’aria è l’interazione<br />

di una corrente d’aria ad alta velocità con un<br />

flusso di liquido che si muove a bassa velocità. La<br />

fase liquida viene dispersa nella fase gassosa e,<br />

quindi, convertita in piccole goccioline. Le forze<br />

fisiche che governano il processo sono la tensione<br />

superficiale e la viscosità opposte alle forze aerodinamiche.<br />

Queste ultime agiscono sulla superficie<br />

del liquido determinandola rottura dei legami ed<br />

esercitando una forza esterna sulla massa del liquido:<br />

la quantità di energia necessaria e la modalità<br />

con la quale essa agisce sul liquido, possono<br />

influenzare la dimensione delle particelle.<br />

Gli apparecchi per aerosol tradizionali sono rappresentati<br />

dai nebulizzatori a flusso continuo. I<br />

nebulizzatori pneumatici differiscono dagli atomizzatori<br />

per la loro capacità di riutilizzare il fluido e<br />

per la presenza di uno o più deflettori o siti di<br />

impatto che bloccano il primo l’aerosol erogato<br />

dall’atomizzatore (Figura 1).<br />

Il ricircolo del fluido e l’azione dei deflettori favoriscono<br />

il controllo delle dimensioni delle particelle,<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

della velocità e del volume del flusso di aerosol: se<br />

non fosse presente il deflettore, l’aerosol verrebbe<br />

erogato ad alta velocità (>100 m/sec) e in<br />

volume eccessivo (1-2 mL/secondo). In questo<br />

modo le particelle emesse dal nebulizzatore<br />

hanno un range dimensionale che permette loro<br />

di immettersi e penetrare facilmente nell’albero<br />

bronchiale (14).<br />

Nei nebulizzatori pneumatici il gas passa da un<br />

sistema ad alta pressione attraverso un ugello di<br />

calibro molto ridotto, noto come Venturi. In corrispondenza<br />

delVenturi la pressione crolla, la velocità<br />

del gas aumenta enormemente, producendo un<br />

fronte coniforme che passa ad alta velocità sull’estremità<br />

del tubo di alimentazione del liquido o di<br />

un sistema di alimentazione concentrico. In quel<br />

punto viene a crearsi così una pressione negativa<br />

grazie alla quale il liquido viene risucchiato ed<br />

estratto in sottili filamenti che successivamente,<br />

sotto l’influenza della tensione superficiale, collassano<br />

in goccioline (15). Solo lo 0,5% della massa di<br />

particelle primarie (quindi le particelle più piccole)<br />

lascia il nebulizzatore direttamente, mentre il<br />

restante 99,5% impatta sui deflettori o sulle pareti<br />

interne: il liquido ritorna quindi all’ampolla e<br />

viene nebulizzato nuovamente.Vi sono diversi tipi<br />

di ugelli utilizzati nei nebulizzatori, ma sono scarsi i<br />

dati forniti dalle aziende produttrici riguardo la<br />

Figura 1 Il deflettore. Solo lo 0,5% delle goccioline esce<br />

direttamente dal nebulizzatore. Il rimanente 99,5%<br />

impatta sul deflettore, sulle pareti della ampolla e successivamente<br />

viene riciclato.<br />

87


88<br />

Kantar, et al.<br />

loro struttura e le loro performance. Le dimensioni<br />

degli ugelli possono differire significativamente e<br />

le imperfezioni di questi prodotti sono all’origine<br />

della inter- ed intra-variabilità dei nebulizzatori.<br />

La dimensione, la forma e il posizionamento del<br />

deflettore giocano un ruolo importante nel controllo<br />

dell’erogazione: i diaframmi interni vengono<br />

utilizzati per ridurre le dimensioni delle particelle,<br />

ma essi incrementano l’area delle superfici<br />

del nebulizzatore e conseguentemente il volume<br />

residuo e lo spreco di farmaco. I nebulizzatori a<br />

emissione continua producono in modo continuo<br />

un aerosol che viene diluito durante l’inspirazione<br />

dall’aria inalata attraverso un raccordo a<br />

T. Questi nebulizzatori richiedono alti flussi d’aria<br />

compressa (> 6ml/min) allo scopo di ottenere<br />

un tempo di trattamento accettabile e delle<br />

caratteristiche di emissione adeguate. Durante<br />

l’utilizzo di nebulizzatori a flusso continuo almeno<br />

il 50% dell’aerosol viene disperso nell’ambiente<br />

durante l’espirazione.<br />

Il nebulizzatore open vent (Figura 2, in alto) è un<br />

modello dotato di un’apertura accessoria attraverso<br />

la quale è possibile un ulteriore ingresso d’aria<br />

nella camera grazie alla pressione negativa<br />

generata dall’espansione dell’aria compressa in<br />

prossimità del Venturi, allo stesso modo in cui<br />

viene risucchiato il liquido dal tubo di alimentazione.<br />

Ciò produce un flusso d’aria maggiore e continuo<br />

attraverso la camera di nebulizzazione il<br />

quale favorisce l’emissione di particelle più piccole,<br />

nell’unità di tempo, e determina tempi di nebulizzazione<br />

più brevi (16).<br />

La caratteristica più importante per valutare la performance<br />

di un nebulizzatore è la frazione respirabile,<br />

cioè la quota di particelle erogate con diametro<br />

compreso tra 1 e 5µm.Altre caratteristiche<br />

da valutare sono il minimo spreco di farmaco, il<br />

tempo ridotto di nebulizzazione, la facilità di utilizzo,<br />

pulizia e sterilizzazione.<br />

In genere viene raccomandato un volume di<br />

riempimento di 4-5 ml, a meno che il nebulizzatore<br />

sia specificamente progettato per volumi<br />

maggiori o minori (17). Per portare il volume di<br />

riempimento a 4-5 ml, si deve aggiungere soluzione<br />

fisiologica nel nebulizzatore; l’aumento del<br />

tempo di nebulizzazione dovuto al maggior volume<br />

di riempimento può essere contenuto<br />

aumentando il flusso utilizzato per alimentare il<br />

nebulizzatore: in questo modo si ottiene anche<br />

una diminuzione delle dimensioni delle particelle.<br />

Il flusso raccomandato è di 6-8 L/min, a meno<br />

che il nebulizzatore sia specificamente progettato<br />

per un flusso diverso.<br />

Diversi studi hanno riportato differenze di performance<br />

tra nebulizzatori di diversi costruttori e tra<br />

nebulizzatori dello stesso produttore (18, 19).<br />

Nebulizzatori che riducono lo<br />

spreco di aerosol<br />

Il nebulizzatore tradizionale è concepito per fondere<br />

due flussi: il flusso del nebulizzatore e il flusso<br />

aereo del paziente. I nebulizzatori breath enhanced<br />

(Figura 2, al centro) utilizzano un sistema open-vent<br />

dotato di valvole: il paziente respira attraverso il<br />

nebulizzatore aumentando l’erogazione dell’aerosol<br />

durante la fase inspiratoria. Durante la fase<br />

espiratoria, invece, una valvola monodirezionale<br />

devia il flusso del paziente all’esterno. Molti studi<br />

riportano una maggiore deposizione polmonare<br />

con l’impiego di questi modelli rispetto ai nebulizzatori<br />

tradizionali (20-22).<br />

La perdita di aerosol durante la fase espiratoria<br />

può essere eliminata se il nebulizzatore è attivato<br />

solo durante la fase inspiratoria; questo è il principio<br />

d’azione dei nebulizzatori breath-activated<br />

(Figura 2, in basso) i quali sono attivati dagli atti<br />

respiratori (sincronizzati al respiro). Molti studi<br />

hanno riportato un ridotto spreco di farmaco con<br />

questo tipo di nebulizzatori (23-25).<br />

Una variante di questo metodo è utilizzata dall’adaptive<br />

aerosol (26-28) che si avvale di una<br />

modalità di erogazione sviluppata per ridurre la<br />

variabilità della dose rilasciata, per ridurre la dispersione<br />

dell’aerosol nell’ambiente durante l’espirazione<br />

e per migliorare l’adesione del paziente<br />

al trattamento e all’utilizzo dell’apparecchio. Il<br />

dispositivo analizza il pattern respiratorio del<br />

paziente e, quindi, determina i tempi d’erogazione<br />

pulsata: le variazioni di pressione del flusso<br />

aereo nei primi 3 atti respiratori vengono utilizzate<br />

per determinare il momento preciso in cui<br />

attivare l’erogazione dell’aerosol durante l’inalazione.<br />

Il monitoraggio dei 3 atti respiratori continua<br />

per tutto il trattamento cosicché il dispositivo<br />

si adatti continuamente al pattern respiratorio<br />

del paziente.<br />

Leung e collaboratori hanno rilevato che, rispetto<br />

ai nebulizzatori breath-activated, i modelli breathenhanced<br />

hanno tempi di inalazione inferiori (29)<br />

(Figura 3).


Nebulizzatori a membrana vibrante<br />

microforata (mesh)<br />

Molti produttori hanno realizzato apparecchi per<br />

aerosol che utilizzano una maglia o una piastra con<br />

diversi fori (30-32). Questi apparecchi utilizzano una<br />

membrana vibrante o un corno oscillante. Nel<br />

primo caso (ad esempio, Aerogen Aeroneb, Nektar,<br />

San Carlos, California; eFlow, Pari, Richmond,Virginia)<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

Nebulizzatore convenzionale open-vent<br />

Nebulizzatore open-vent breath-enhanced<br />

Nebulizzatore open-vent breath activated<br />

Figura 2 Nebulizzatore convenzionale open-vent (in alto). Nebulizzatore open-vent breath-enhanced (al centro).<br />

Nebulizzatore open-vent breath activated (in basso).<br />

la contrazione e l’espansione di un elemento vibrante<br />

producono il movimento alternato verso l’alto e<br />

verso il basso di una piastra cupoliforme che presenta<br />

circa 1.000 fori conici. Questi forellini presentano<br />

la sezione più grande verso il lato in cui è contenuto<br />

il liquido e la sezione più stretta sul lato da<br />

cui fuoriescono le goccioline. Il farmaco è posizionato<br />

in un serbatoio al di sotto della piastra. In<br />

89


90<br />

Kantar, et al.<br />

Inspirazione<br />

Espirazione<br />

Nebulizzatore<br />

convenzionale e open vent<br />

40:60<br />

Figura 3 Rappresentazione schematica del pattern respiratorio e dei rapporti inspirazione/espirazione con tre tipi di<br />

getti da diversi nebulizzatori. Il farmaco disponibile per l’inalazione è indicato dalle aree grigio scuro. Le aree grigio<br />

chiaro indicano l’aerosol che viene disperso nell’aria ambiente. Queste due aree sono utilizzate per calcolare il rapporto<br />

medio inspirazione/espirazione relative all’emissione di aerosol da diversi tipi di nebulizzatore.<br />

prossimità della membrana viene generata una<br />

pressione che crea un’azione di pompa ed espelle la<br />

soluzione attraverso i fori, producendo così un aerosol.<br />

Le dimensioni delle particelle ed il flusso sono<br />

determinati dal diametro di uscita dei fori: esso può<br />

essere modificato per applicazioni cliniche specifiche.<br />

Nel sistema con corno oscillante (ad esempio,<br />

Omron, Omron Healthcare, Bannockburn, Illinois)<br />

un cristallo piezoelettrico, stimolato da una corrente<br />

elettrica, vibra ad alta frequenza. La vibrazione viene<br />

trasmessa ad un trasduttore, producendo così un<br />

movimento alternato verso l’alto ed il basso della<br />

membrana microforata che è a contatto con la soluzione:<br />

il liquido passa attraverso le aperture e forma<br />

l’aerosol. La nebulizzazione con un dispositivo a<br />

membrana dipende dalle caratteristiche del fluido;<br />

questi modelli possono infatti non essere adatti ai<br />

fluidi viscosi, pertanto è fondamentale che la formulazione<br />

dei farmaci venga valutata a seconda del dispositivo<br />

utilizzato (33, 34). Il meccanismo a membrana<br />

vibrante può essere associato all’erogazione<br />

adattiva dell’aerosol, come nell’apparecchio I-neb<br />

(Respironics, Murrysville, Pennsylvania) (35).<br />

Respimat soft mist inhaler<br />

L’apparecchio Respimat Soft Mist Inhaler<br />

(Boehringer Ingelheim, Germany) eroga una dose<br />

misurata di farmaco in forma di nebbia fine (36-38).<br />

Breath-enhanced<br />

open vent<br />

65:30<br />

Breath-activated<br />

open vent<br />

100:0<br />

Il farmaco erogato dal Respimat è conservato allo<br />

stato liquido all’interno della cartuccia in un sacchetto<br />

pieghevole. Con ciascuna attivazione, il<br />

dosaggio corretto viene estratto dal serbatoio<br />

interno e il sacchetto flessibile, di conseguenza, si<br />

contrae. Un giro della base dell’inalatore comprime<br />

una molla, un tubo scivola attraverso un canale<br />

nella cartuccia e ne estrae la dose in una micropompa.<br />

Quando il pulsante di rilascio della dose<br />

viene premuto, l’energia rilasciata dalla molla, forza<br />

il liquido attraverso un sistema di canali, ne determina<br />

il rallentamento rilasciando così un aerosol a<br />

velocità contenuta. L’ugello estremamente sottile<br />

di questo sistema è l’elemento centrale del<br />

Respimat. Quando la soluzione di farmaco viene<br />

forzata attraverso l’ugello, due getti escono e convergono<br />

con un angolo ottimizzato affinché il loro<br />

impatto generi un aerosol che si muove lentamente<br />

e ha una durata maggiore rispetto a quello<br />

prodotto da un pMDI. Il Respimat, confrontato<br />

con un pMDI di fenoterolo e ipratropio bromuro,<br />

nei pazienti asmatici garantisce una broncodilatazione<br />

equivalente utilizzando metà della dose (39).<br />

Studi scintigrafici hanno dimostrato inoltre che,<br />

rispetto alla somministrazione con pMDI, la deposizione<br />

polmonare è raddoppiata e quella orofaringea<br />

ridotta (40-42).<br />

Un ulteriore studio ha rilevato che la maggioranza<br />

dei pazienti preferisce il Respimat al pMDI (43).


Nebulizzatori ad ultrasuoni<br />

Un nebulizzatore ultrasonico converte l’energia<br />

elettrica in onde ultrasoniche ad alta frequenza. In<br />

commercio sono disponibili nebulizzatori ad ultrasuoni<br />

di piccole dimensioni realizzati per la somministrazione<br />

per via inalatoria di farmaci broncodilatatori,<br />

ma l’utilizzo di questi apparecchi è inibito<br />

dai loro frequenti malfunzionamenti meccanici.<br />

Un problema potenziale di questo tipo di nebulizzatori<br />

consiste nella possibilità che le onde ultrasoniche<br />

causino l’inattivazione del farmaco, sebbene<br />

questo fenomeno non sia stato dimostrato con<br />

i farmaci comunemente utilizzati.<br />

I nebulizzatori ultrasonici mostrano un’inefficiente<br />

nebulizzazione delle formulazioni in sospensione<br />

(44).<br />

Binomio farmaco-dispositivo<br />

Nonostante l’ampia disponibilità di dispositivi pressurizzati<br />

(pMDI) e a polvere secca (DPI), i nebulizzatori<br />

continuano ad essere ampiamente utilizzati<br />

per la terapia inalatoria, con la realizzazione di<br />

nuovi apparecchi, come quelli a membrana vibrante.<br />

Ciò è principalmente dovuto al fatto che essi<br />

possono essere utilizzati per somministrare quasi<br />

tutte le classi terapeutiche di farmaci per il tratto<br />

respiratorio, sia nei pazienti sottoposti a ventilazione<br />

meccanica che in quelli ambulatoriali (45). I<br />

nebulizzatori generalmente sono fabbricati per<br />

l’impiego di diversi prodotti, sovente realizzati da<br />

differenti case farmaceutiche, in base al giudizio e<br />

alle prescrizioni dei medici. Nel caso dei pMDI e<br />

dei DPI la situazione è radicalmente diversa poiché<br />

il farmaco e il dispositivo che lo eroga sono<br />

direttamente legati e sono quasi sempre sotto la<br />

responsabilità della compagnia farmaceutica che<br />

produce entrambi. La regolamentazione dei nebulizzatori<br />

ha tradizionalmente avuto luogo mediante<br />

la sezione dispositivi delle varie agenzie, seguendo<br />

procedure separate da quelle usate per regolamentare<br />

i farmaci con i quali essi vengono utilizzati.<br />

In difformità da questa consuetudine, attualmente<br />

i nebulizzatori, in una guida regolatoria unificata<br />

Health Canada-EMEA sulla Pharmaceutical<br />

Quality of Inhalation and Nasal Products, vengono<br />

inclusi in altre classi di inalatori portatili (46, 47). Le<br />

Linee Guida paneuropee sui nebulizzatori come<br />

dispositivi per la somministrazione di farmaci, sviluppate<br />

circa 7 anni fa, stabilivano di definire standard<br />

uniformi per il loro utilizzo (48), mediante<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

test di performance intrapresi in accordo con il<br />

European Committee for standardization (CEN)<br />

(49). È in fase di revisione, per la possibile inclusione<br />

nella farmacopea dell’Europa (50) e degli Stati<br />

Uniti (51), una monografia sulla caratterizzazione<br />

delle formulazioni per la nebulizzazione.<br />

Riconoscendo il bisogno di armonizzare gli standard<br />

focalizzati sui dispositivi e gli standard relativi<br />

al farmaco, la maggior parte delle metodologie<br />

proposte nella bozza della monografia è basata,<br />

ove possibile, sulle procedure descritte nello standard<br />

CEN 2001 (49). Più recentemente l’avvento<br />

della Next Generation Pharmaceutical Impactor<br />

(NGI) ha preso posto dopo che questo standard<br />

era stato emanato: NGI offre importanti informazioni<br />

aggiuntive (52).<br />

Il nebulizer Sub-Team dell’European Pharmaceutical<br />

Aerosol Group fu istituito nel 2005 per rivalutare i<br />

metodi usati per la caratterizzazione in vitro dei<br />

nebulizzatori, alla luce degli sviluppi precedentemente<br />

esposti. Questa decisione è stata tempestiva<br />

e necessaria in considerazione della nuova attenzione<br />

prestata a questi dispositivi sia dai compendi che<br />

dalle agenzie regolatorie per lo sviluppo di nuovi tipi<br />

di dispositivi, compresi i nebulizzatori breath-activated<br />

e breath-adaptive. Questi ultimi, ad esempio, non<br />

possono avvalersi dei metodi di campionamento<br />

utilizzati per i nebulizzatori a flusso continuo. Come<br />

ulteriore esempio, i metodi ottici per la caratterizzazione<br />

delle dimensioni delle particelle, in particolare<br />

la diffrattometria laser, pur essendo rapidi e<br />

pertanto potenzialmente utili come strumenti per<br />

eseguire il controllo di qualità dei farmaci utilizzati<br />

con un nebulizzatore, si rivelano inappropriati, senza<br />

le dovute precauzioni, per i nebulizzatori che consentono<br />

l’evaporazione interna dell’aerosol (tutti i<br />

nebulizzatori ad emissione continua). Essi sono inadatti<br />

anche per le formulazioni in sospensione nelle<br />

quali le particelle di aerosol possono non contenere<br />

il farmaco o possono contenere più molecole di<br />

farmaco per ogni particella erogata. Queste limitazioni<br />

non sono sempre annoverate ed evidenti nelle<br />

guide informative industriali e nella documentazione<br />

standard.<br />

Formulazioni farmaceutiche per la<br />

nebulizzazione<br />

Il farmaco è un fattore di primaria importanza poiché<br />

è in grado di influenzare significativamente la<br />

deposizione a livello polmonare. Le caratteristiche<br />

91


92<br />

Kantar, et al.<br />

fisiche e chimiche della preparazione farmaceutica<br />

ed il comportamento del farmaco durante la<br />

nebulizzazione sono fattori da prendere in considerazione<br />

nel momento in cui si prescrive una<br />

terapia inalatoria. Quando si nebulizza una soluzione,<br />

ammesso che la soluzione contenuta nel<br />

nebulizzatore sia uniformemente miscelata, ciascuna<br />

gocciolina di aerosol ha un’elevata probabilità di<br />

avere una concentrazione del farmaco relativamente<br />

uniforme in qualsiasi momento della nebulizzazione.<br />

Peraltro, siccome i diluenti del farmaco<br />

(come la soluzione isotonica) tendono ad evaporare<br />

durante la nebulizzazione, la concentrazione<br />

del farmaco nell’aerosol aumenta via che procede<br />

il processo (53, 54).<br />

In una sospensione di farmaco relativamente insolubile,<br />

ciascuna gocciolina nebulizzata di diluente è<br />

un potenziale veicolo di molecole di farmaco in<br />

fase solida, a condizione che le goccioline di<br />

diluente siano di dimensioni maggiori delle particelle<br />

solide di farmaco. Occorre dedicare particolare<br />

attenzione agli steroidi per nebulizzazione in<br />

sospensione: le singole particelle micronizzate di<br />

steroide di 2 µm di diametro, acquisendo un rivestimento<br />

di soluzione veicolante durante la nebulizzazione,<br />

aumentano di volume, pertanto un<br />

nebulizzatore con deflettori che consentono il rilascio<br />

solo delle particelle di diametro inferiore o<br />

uguale a 2 µm, teoricamente, non rilascerà particelle<br />

di steroide per l’inalazione.<br />

Il binomio farmaco-nebulizzatore è un fattore cruciale<br />

per ottenere la deposizione ottimale del farmaco<br />

in un sito specifico. Non tutti i farmaci sono<br />

idonei alla nebulizzazione: le caratteristiche fisicochimiche<br />

del fluido influenzano l’erogazione del<br />

farmaco dai nebulizzatori (55). Una scarsa idrosolubilità<br />

e un’alta viscosità, causano la nebulizzazione<br />

di particelle particolarmente grandi, che non<br />

sono in grado di raggiungere le piccole vie aeree.<br />

Alcune case farmaceutiche utilizzano additivi<br />

come il glicole propilenico per aumentare la solubilità<br />

del farmaco nel diluente (56).<br />

I farmaci solitamente vengono nebulizzati come<br />

soluzioni in cui il principio attivo è disciolto in una<br />

soluzione, in genere acquosa, formando una fase<br />

continua. Le sospensioni possono essere adeguatamente<br />

nebulizzate: il fatto che ci siano due fasi nel<br />

volume di riempimento del nebulizzatore non<br />

impedisce il trasporto delle particelle sospese nella<br />

fase gassosa, ammesso che il nebulizzatore abbia<br />

uno spazio sufficiente per la loro distribuzione<br />

fisica. L’influenza dello stato fisico del liquido sul<br />

funzionamento del nebulizzatore è evidente.<br />

La relativa alta efficienza del nebulizzatore, associata<br />

alla distribuzione delle particelle piccole, riflette<br />

il suo sistema di deflettori interno, idoneo per<br />

soluzioni acquose. Nel caso, ad esempio, della<br />

sospensione di budesonide, i deflettori interni catturano<br />

molte delle particelle di farmaco di diametro<br />

maggiore.<br />

Non sempre si tiene conto del fatto che la formulazione<br />

del farmaco può inficiare la prestazione<br />

del nebulizzatore. MacNeish e collaboratori, con<br />

uno studio, hanno rilevato che l’emissione di un<br />

nebulizzatore era significativamente maggiore con<br />

una formulazione che conteneva un particolare<br />

conservante, probabilmente grazie alla sua specifica<br />

attività di superficie (57). Quando veniva utilizzata<br />

la soluzione senza conservante le particelle<br />

più grandi aderivano alle pareti del nebulizzatore,<br />

mentre ciò non avveniva con la formulazione contenente<br />

il conservante. Berlinski e Waldrep hanno<br />

riportato che la nebulizzazione contemporanea di<br />

salbutamolo e altri farmaci, può modificare l’output<br />

dell’aerosol e le caratteristiche dello stesso (58).<br />

Anche altri Autori hanno riportato gli effetti che le<br />

diverse formulazioni del farmaco hanno sull’output<br />

da parte del nebulizzatore (59, 60).<br />

I medici ed i pazienti preferiscono miscelare le formulazioni<br />

per diminuire il tempo richiesto per il<br />

trattamento, ma prima di consentire la miscela di<br />

più farmaci nell’ampolla di nebulizzazione il medico<br />

dovrebbe essere certo che tale combinazione<br />

risponda a criteri di compatibilità (61-64).<br />

L’importanza dell’abbinamento appropriato del<br />

farmaco con un nebulizzatore è spesso ignorata.<br />

Le più recenti soluzioni di farmaci (pentamidina,<br />

ribavirina, deossiribonucleasi ricombinante umana,<br />

tobramicina) sono state approvate per la loro<br />

somministrazione con specifici nebulizzatori.<br />

C’è una considerevole variazione nella performance<br />

tra diversi modelli di nebulizzatore e non tutte<br />

le marche sono ideali per ogni terapia farmacologica<br />

(65, 66). L’output del farmaco e la dimensione<br />

delle particelle variano a seconda del modello, del<br />

marchio del nebulizzatore nonché delle proprietà<br />

fisico-chimiche del farmaco (67, 68).<br />

I produttori di formulazioni farmacologiche per la<br />

nebulizzazione generalmente non raccomandano,<br />

per l’utilizzo di ciascun farmaco, uno specifico nebulizzatore<br />

o una combinazione ideale nebulizzatore/compressore:<br />

ne consegue che ogni farmaco


può venire somministrato con un’ampia varietà di<br />

nebulizzatori e ciò conduce ad una variabilità della<br />

dose inalata e dell’efficacia della terapia. Newman<br />

e collaboratori, comparando 4 modelli di nebulizzatori<br />

con 4 diversi flussi d’aria compressa per l’erogazione<br />

della gentamicina (69), hanno rilevato<br />

una differenza consistente (di 10 volte) tra l’apparecchio<br />

più efficiente e quello meno efficiente,<br />

giungendo così alla conclusione che i pazienti<br />

potrebbero andare incontro ad un sottodosaggio<br />

qualora vengano impiegati sistemi di nebulizzazione<br />

inefficienti. In un altro studio, che ha valutato le<br />

performance di 12 nebulizzatori per il trattamento<br />

della fibrosi cistica (CF), i ricercatori hanno riportato<br />

un’ampia variazione nell’efficienza dei diversi<br />

nebulizzatori, con una percentuale di farmaco efficacemente<br />

aerosolizzato variabile dal 30% a meno<br />

del 5% della dose iniziale (70).<br />

I medici dovrebbero poter adattare la prescrizione<br />

alla performance del nebulizzatore disponibile<br />

per il loro paziente e identificare la combinazione<br />

nebulizzatore/compressore più efficiente nel<br />

garantire un’efficacia terapeutica ottimale.<br />

Valutazione delle performance farmaconebulizzatore<br />

Nell’industria farmaceutica la determinazione della<br />

distribuzione dimensionale delle particelle (particle<br />

size distribution, PSD) è indispensabile per valutare<br />

le caratteristiche di deposizione delle particelle nei<br />

polmoni. Nella pratica il metodo dell’impatto è<br />

quello più comunemente utilizzato: i cascade<br />

impactor (CI), incluso il modello Multistage Liquid<br />

Impinger (MSLI) è utilizzato per l’analisi in vitro<br />

delle dimensioni delle particelle aerosolizzate dagli<br />

inalatori. Essi sono gli equipaggiamenti di scelta<br />

nella Farmacopea sia dell’Europa che degli Stati<br />

Uniti (71, 72) e sono raccomandati negli attuali<br />

documenti normativi per l’industria pubblicati dalle<br />

corrispondenti autorità regolatorie.<br />

I CI si avvalgono di un modello semplificato dell’apparato<br />

respiratorio umano: l’aerosol viene guidato,<br />

mediante una corrente d’aria a flusso definito,<br />

attraverso una curva rettangolare analoga al<br />

faringe umano fino ai successivi stadi di impatto,<br />

mostrando che le dimensioni delle particelle<br />

determinano la deposizione nelle differenti aree<br />

polmonari. Ulteriori informazioni sui CI e sul principio<br />

di misurazione possono essere approfondite<br />

in una serie di monografie di Lodge e Chan (73).<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

I diffrattometri laser (LD), definiti anche e più correttamente<br />

strumenti low angle laser light scattering<br />

(LALLS), costituiscono una classe di analizzatori<br />

del diametro delle particelle. Il principio di analisi<br />

agisce in funzione dell’interpretazione del pattern<br />

di rifrazione della luce su un insieme di particelle<br />

solide e liquide, in un raggio collimato di luce<br />

costante (74). Il pattern di rifrazione della luce è<br />

convertito in una distribuzione volume-massa<br />

delle dimensioni delle particelle: questa conversione<br />

avviene mediante l’applicazione di un modello<br />

che descrive la relazione tra l’energia luminosa dispersa<br />

e l’angolo di rifrazione, in relazione all’asse<br />

definito dalla sorgente luminosa, dall’aerosol e<br />

dalle ottiche di rilevamento. Questa tecnica è<br />

molto rapida perché vengono eseguite diverse<br />

centinaia di scansioni del raggio nell’intervallo di 1<br />

sec, e con i moderni strumenti si raggiungono le<br />

2.500 scansioni al secondo.<br />

A differenza dei CI, nei quali la distribuzione<br />

dimensionale è solitamente derivata direttamente<br />

da analisi chimiche della massa di principi farmacologici<br />

attivi (API) raccolti nei diversi stadi, la diffrattometria<br />

laser determina le dimensioni delle<br />

particelle indirettamente dal pattern di rifrazione<br />

dell’intensità luminosa rilevata dallo strumento. É<br />

quindi essenziale utilizzare un modello ottico<br />

appropriato in grado di tradurre accuratamente<br />

questa informazione nella distribuzione dimensionale<br />

delle particelle.<br />

I diffrattometri laser devono essere utilizzati con<br />

cautela poiché questa metodica non tiene conto<br />

degli effetti della concentrazione del soluto che<br />

possono risultare importanti quando si verifica<br />

una rapida evaporazione delle goccioline. Clark e<br />

Borgström hanno evidenziato, inoltre, che questa<br />

tecnica non è applicabile all’analisi dell’aerosol<br />

ottenuto dalle sospensioni senza una validazione<br />

mediante un metodo indipendente di misurazione<br />

delle particelle, in quanto essa discrimina in base<br />

alle dimensioni delle particelle anziché delle singole<br />

particelle di API (75). Nelle formulazioni in<br />

sospensione è possibile trovare più particelle di<br />

API in una gocciolina o, parimenti, goccioline che<br />

non contengono API, contrariamente alle formulazioni<br />

in soluzione nelle quali le API sono distribuite<br />

omogeneamente in tutte le goccioline indipendentemente<br />

dalle dimensioni. Questo fenomeno è<br />

stato illustrato da Hickey e Evans in riferimento a<br />

un tipo di formulazione in sospensione, erogata da<br />

un inalatore pressurizzato predosato (pMDI) (76).<br />

93


94<br />

Kantar, et al.<br />

Considerazioni analoghe sono applicabili anche<br />

alle formulazioni in sospensione destinate alla<br />

nebulizzazione.<br />

Concludendo, vi è accordo sul fatto che il processo<br />

di misurazione con CI è complesso e molto<br />

impegnativo, ma al momento esso costituisce l’unico<br />

sistema per determinare la distribuzione<br />

dimensionale delle particelle inalate quantificando<br />

la massa delle API separatamente dalle altre componenti<br />

della formulazione.<br />

Nebulizzazione di corticosteroidi<br />

inalatori<br />

L’uso di nebulizzatori per somministrare steroidi<br />

inalatori (ICS) ha diverse e significative limitazioni. Le<br />

caratteristiche igroscopiche del farmaco sono<br />

importanti fattori che determinano la solubilità nel<br />

diluente utilizzato (di solito soluzione fisiologica). Gli<br />

ICS relativamente insolubili in acqua, come il beclometasone<br />

diproprionato (BDP) e il fluticasone propionato<br />

(FP) vengono nebulizzati in modo sostanzialmente<br />

differente rispetto agli ICS più solubili in<br />

acqua come il flunisolide (FLU) o il budesonide<br />

(BUD) (Tabella 1). La diminuzione della solubilità in<br />

acqua e l’incremento della viscosità producono<br />

principalmente particelle più grandi: ciò costituisce<br />

un problema perché in questo modo il 99,5% delle<br />

particelle ritorna nel serbatoio per essere nebulizzato<br />

nuovamente: le particelle di diametro maggiore<br />

vengono riciclate e solo quelle fini sfuggono all’effetto<br />

del deflettore. Questo limita l’erogazione del<br />

farmaco: esso rimane infatti nel dispositivo mentre<br />

viene erogato solamente il diluente sottoforma di<br />

particelle respirabili. Le particelle del farmaco in<br />

sospensione, inoltre, sono largamente eterodisperse<br />

determinando così una deposizione nelle basse<br />

vie aeree estremamente modesta.<br />

Tabella 1 Solubilità di alcuni steroidi inalatori. Modificata da<br />

(93).<br />

Solubilità Tempo di<br />

in acqua solubilizzazione<br />

(µg/ml) (fluido bronchiale<br />

umano in vitro)<br />

BPD/BMP 0,13/15,5 >5 h/-<br />

Budesonide 16 6 min<br />

Flunisolide 140 8 h<br />

La nebulizzazione offre importanti vantaggi rispetto<br />

agli altri metodi d’inalazione. Nei DPI gli ICS<br />

sono di solito inalati come microcristalli che devono<br />

dissolversi nei fluidi epiteliali: la lipofilia può<br />

ritardare la loro dissoluzione, il che, in una certa<br />

misura, può risultare vantaggioso (tempo di permanenza<br />

polmonare prolungato), ma può nel frattempo<br />

determinare la loro rimozione dalle vie<br />

aeree periferiche da parte del sistema di trasporto<br />

mucociliare. Le goccioline di aerosol prodotte<br />

dai nebulizzatori, poiché sono disciolte nel diluente,<br />

hanno minori probabilità di aggregarsi rispetto<br />

alle particelle erogate da un DPI, inoltre sono in<br />

grado di trattare superfici polmonari più estese<br />

per la tendenza del liquido ad espandersi sotto<br />

l’effetto delle forze di dispersione superficiale.<br />

Prima dell’assorbimento attraverso la membrana<br />

alveolare, la soluzione di farmaco può diffondere<br />

su un’area relativamente grande degli alveoli sotto<br />

l’azione delle forze di dispersione generate dalla<br />

differenza tra la tensione superficiale del liquido<br />

d’aerosol e del surfactante che ricopre gli alveoli e<br />

le vie aeree (77). Il contributo di questo meccanismo<br />

alla farmacocinetica globale degli ICS rimane<br />

ancora da approfondire e determinare (78).<br />

La scelta di una formulazione di ICS per la nebulizzazione<br />

dovrebbe indagare principalmente l’idrosolubilità<br />

come fattore determinante l’output<br />

del farmaco. Senza informazioni sul diametro aerodinamico<br />

di massa mediano e sulla percentuale di<br />

particelle respirabili erogate, la dose inalata rimane<br />

ignota e il risultato degli studi clinici può essere<br />

interpretato scorrettamente (79).<br />

Comportamento degli ICS durante la<br />

nebulizzazione<br />

Molti farmaci possono essere formulati per la<br />

nebulizzazione in dosi sia molto alte che molto<br />

basse (0,01 mg-1 g), sia in sospensione che in soluzione:<br />

la scelta del tipo di formulazione è in funzione<br />

delle proprietà fisico-chimiche del farmaco.<br />

Se si utilizza una sospensione, per ottenere una<br />

nebulizzazione analoga a quella prodotta utilizzando<br />

una soluzione, occorre disporre di un farmaco<br />

formulato in particelle piccole, disperse e distribuite<br />

omogeneamente.<br />

I farmaci scarsamente idrosolubili, come gli ICS,<br />

rappresentano una sfida e uno stimolo per lo sviluppo<br />

di formulazioni adatte alla nebulizzazione. Un<br />

farmaco che presenta un’idrosolubilità moderata o


pH-dipendente, come si osserva con gli elettroliti<br />

deboli, può essere formulato come una soluzione:<br />

tuttavia questo approccio può richiedere<br />

volumi maggiori rispetto a quelli utilizzati usualmente<br />

e, di conseguenza, tempi di inalazione più<br />

lunghi, compromettendo l’aderenza terapeutica<br />

del paziente. I farmaci con idrosolubilità molto<br />

bassa o virtualmente nulla per poter essere<br />

nebulizzati devono essere formulati come microo<br />

nano-sospensioni (80, 81).<br />

Sebbene in commercio ci siano molti prodotti in<br />

sospensione, essi sono destinati principalmente<br />

alla somministrazione per via orale poiché questa<br />

non richiede particolare attenzione alla distribuzione<br />

dimensionale delle particelle di farmaco. Nei<br />

prodotti per la nebulizzazione, invece, questo<br />

parametro diventa critico in quanto le goccioline<br />

piccole di aerosol non possono veicolare particelle<br />

di farmaco di dimensioni maggiori: il diametro e<br />

la forma delle particelle di farmaco in sospensione<br />

per l’inalazione dovrebbero essere significativamente<br />

minori di 3-5 µm allo scopo di consentire<br />

una buona nebulizzazione e alti dosaggi di frazione<br />

respirabile senza il rischio di intasare gli ugelli del<br />

nebulizzatore. Le nanosospensioni sono difficili da<br />

formulare in quanto sono necessarie speciali tecniche<br />

di dispersione e di riduzione delle dimensioni<br />

ed è inoltre arduo ottenere una loro stabilizzazione.<br />

La tecnica delle nanosospensioni è stata<br />

recentemente sperimentata per migliorare le<br />

caratteristiche del budesonide nebulizzato (82).<br />

Un altro modo per migliorare la deposizione<br />

polmonare dei corticosteroidi nebulizzati è di<br />

migliorare la solubilità di un farmaco aggiungendo<br />

additivi co-solventi come ad esempio tamponi<br />

o surfactanti (83). L’output del farmaco e la<br />

percentuale di farmaco contenuta in particelle<br />

piccole sono normalmente maggiori con una<br />

soluzione rispetto a una sospensione. La formulazione<br />

di flunisolide (disponibile in Italia) contiene<br />

glicole propilenico, che agisce come cosolvente<br />

per favorire la dissoluzione del flunisolide (56).<br />

Generalmente le preparazioni di corticosteroidi<br />

per la nebulizzazione sono formulate come<br />

sospensioni: il flunisolide, essendo disponibile<br />

come soluzione, costituisce un’eccezione. La<br />

nebulizzazione delle sospensioni è significativamente<br />

diversa da quella delle soluzioni perché<br />

quando una particella di steroide viene nebulizzata,<br />

si trova circondata da un involucro di fluido<br />

veicolante. Il conseguente aumento di volume<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

provoca una minore erogazione di particelle di<br />

corticosteroide per l’azione dei deflettori del<br />

nebulizzatore. I primi tentativi di nebulizzare una<br />

sospensione di 50 µg/ml di BDP, infatti, presentarono<br />

il rilascio di una modesta quantità di farmaco<br />

nebulizzato in particelle abbastanza piccole da<br />

penetrare nel polmone (84) ed una scarsa risposta<br />

clinica (85, 86). Un’alternativa possibile per<br />

incrementare la quota di BDP erogata potrebbe<br />

essere quella di aumentare la concentrazione del<br />

farmaco, ma la sospensione di BDP alla concentrazione<br />

più elevata commercialmente disponibile<br />

in Italia ha mostrato risultati sovrapponibili alla<br />

preparazione con minore concentrazione.<br />

Incrementare la concentrazione, inoltre, può<br />

influenzare le dimensioni delle particelle: la nebulizzazione<br />

di 2 ml di una formulazione contenente<br />

400 µg/ml di BDP ha prodotto un aerosol con<br />

un MMAD di 6,4 µm con il Bimboneb (nebulizzatore<br />

open-vent) e di 5,4 µm con il nebulizzatore<br />

convenzionale Nebula Plus (87).<br />

Quando il BDP viene nebulizzato sono poche le<br />

particelle di aerosol che contengono il farmaco: le<br />

particelle di BDP sono circondate da un involucro<br />

fluido che aumenta ulteriormente il diametro delle<br />

particelle. Le goccioline che non contengono la<br />

BDP sono probabilmente più numerose, piccole e<br />

sono costituite solamente da soluzione veicolante<br />

(diluente).<br />

Recenti studi in vitro di O’Callaghan et al. hanno<br />

valutato l’erogazione di farmaco per il BDP, il FLU<br />

e il BUD con diversi nebulizzatori (Tabelle 2 e 3)<br />

(87-89). Gli Autori hanno utilizzato la MSLI e tecniche<br />

di simulazione del respiro pediatrico. I risultati<br />

di questi studi mettono in evidenza l’interazione<br />

tra nebulizzatori di diversa generazione con le<br />

molecole di ICS utilizzate: entrambi influenzano la<br />

qualità, la quantità della nebulizzazione e la distribuzione<br />

dimensionale delle particelle, provocando<br />

in questo modo una variabilità della dose respirabile<br />

per i bambini.<br />

I nuovi nebulizzatori, diversi da quelli convenzionali,<br />

sono stati progettati per aumentare l’erogazione<br />

della frazione respirabile, ma si sono rivelati quasi<br />

del tutto inefficienti per l’erogazione dei farmaci in<br />

sospensione: è infatti molto complesso il meccanismo<br />

d’interazione tra il principio di generazione<br />

dell’aerosol e la formulazione delle sospensioni.<br />

Questi dati indubbiamente indicano che la solubilità<br />

di un farmaco è un fattore chiave nella nebulizzazione<br />

degli ICS.<br />

95


96<br />

Kantar, et al.<br />

Tabella 2 Il rilascio dei farmaci è stato misurato utilizzando la metodologia MSLI. L’emissione totale del farmaco<br />

è stata rilevata mediante l’utilizzo di un simulatore del pattern respiratorio dei bambini (87, 88, 89). MMAD, diametro<br />

aerodinamico di massa mediano; GSD, deviazione standard geometrica. Per ogni parametro vengono<br />

indicate media (n= 4) e deviazione standard tra parentesi.<br />

BUD FLU BDP<br />

Dose Nominale 500µg Dose Nominale 600µg Dose Nominale 800µg<br />

Nebulizzatore Nebula Plus BimboNeb Nebula Plus BimboNeb Nebula Plus BimboNeb<br />

Peso del farmaco (µg) 113,4 119,9 257,7 246,9 236,0 206,1<br />

nebulizzato (9,5) (9,6) (16,3) (12,4) (33,6) (27,4)<br />

% di farmaco nebulizzato 22,68 23,98 41,18 39,01 29,5 25,75<br />

(1,9) (1,9) (2,28) (2,39) (4,2) (3,42)<br />

MMAD µm 3,38 4,48 3,86 3,87 5,36 6,37<br />

(0,38) (0,44) (0,21) (0,14) (0,16) (0,36)<br />

GSD 1,9 1,8 1,88 1,8<br />

(0,04) (0,01) (0,07) (0,06)<br />

Massa erogata (µg) 86,8 76,7 208,7 201 149,6 105,2<br />

in particelle


Conclusioni<br />

Qualsiasi dispositivo per l’inalazione (nebulizzatore,<br />

DPI o pMDI) genera un aerosol di farmaco in<br />

maniera differente, quindi risulteranno diverse<br />

anche le dimensioni delle particelle, la frazione<br />

respirabile, la deposizione e la distribuzione nel<br />

polmone. Conseguentemente, se lo stesso farmaco,<br />

alla stessa dose nominale, viene erogato con<br />

dispositivi differenti o in diverse formulazioni, può<br />

risultare non bioequivalente (90, 91).<br />

Poiché i farmaci e i dispositivi non sono interscambiabili,<br />

gli studi clinici basati sulle comparazioni<br />

dei dispositivi risultano ingannevoli e non riproducibili<br />

a causa dalle differenze nella farmacologia<br />

e farmacocinetica dei farmaci. Un altro aspetto da<br />

considerare nella progettazione di diversi sistemi<br />

di erogazione, oltre all’interazione tra farmaco e<br />

Corticosteroidi per la nebulizzazione: non tutti nascono uguali<br />

Tabella 2 Il rilascio dei farmaci è stato misurato utilizzando il Next Generation Pharmaceutical Impactor (NGI).<br />

L’emissione totale del farmaco è stata rilevata mediante l’utilizzo del simulatore del pattern respiratorio dei bambini<br />

Pari COMPAS Breathing Simulator (controllo computerizzato) per ogni farmaco (dati forniti da Valeas S.p.A).<br />

MMAD, diametro aerodinamico di massa mediano; GSD, deviazione standard geometrica. Per ogni parametro<br />

vengono indicate media (n= 4) e deviazione standard tra parentesi.<br />

FLU BDP<br />

Dose Nominale 600µg Dose Nominale 800µg<br />

Nebulizzatore Pari Turbo Boy N compressor Pari Turbo Boy N compressor<br />

MMAD µm 3,36 (0,35) 5,48 (0,32)<br />

Massa nebulizzata (µg) in particelle


98<br />

Kantar, et al.<br />

sono spesso influenzati dalle consuetudini e da<br />

considerazioni di carattere economico.<br />

I farmaci nebulizzati sono utilizzati per la somministrazione<br />

sia locale che sistemica di farmaci per via<br />

polmonare: questo, però, è un processo complesso<br />

che dipende da numerosi parametri quali il<br />

meccanismo di generazione dell’aerosol, il dispositivo,<br />

la formulazione farmaceutica, il pattern respiratorio<br />

del paziente ed altri fattori.<br />

Nell’ultimo decennio i sistemi di erogazione sono<br />

diventati sempre più efficienti: è fondamentale,<br />

però, che i medici educhino ed informino adeguatamente<br />

i pazienti affinché essi utilizzino i dispositivi<br />

che si avvalgono delle più moderne tecnologie.<br />

Non vi è alcuna ragione tecnologica perché una<br />

terapia aerosolica tramite nebulizzazione non<br />

debba essere usata per un’erogazione più efficace<br />

del farmaco al polmone. Ci sono, ovviamente,<br />

ragioni economiche che dettano le scelte, per cui<br />

alcuni dispositivi possono sembrare non ideali perché<br />

poco accessibili; i pazienti sono sovente obbligati<br />

ad utilizzare nebulizzatori di progettazione e<br />

fabbricazione scadenti, così come accade in molti<br />

centri medici. I nebulizzatori pneumatici sono dispositivi<br />

popolari utilizzati per somministrare farmaci<br />

nel tratto respiratorio: ve ne sono disponibili<br />

molti differenti modelli, ma le linee guida per la<br />

loro valutazione non tengono conto dei diversi tipi<br />

di farmaci da nebulizzare. Alcune formulazioni di<br />

steroidi sono presenti sul mercato come sospensioni<br />

e i dati sperimentali a disposizione si riferiscono<br />

spesso alle formulazioni in soluzione pertanto<br />

essi non possono essere applicabili alle<br />

sospensioni. Il farmaco è un fattore molto importante<br />

nell’influenzare la deposizione nei polmoni e,<br />

quando si prescrive una terapia aerosolica, occorre<br />

tenere in considerazione le caratteristiche fisiche<br />

e chimiche della formulazione e il comportamento<br />

del farmaco durante la nebulizzazione.<br />

È degno di nota, tra i farmaci emessi più di recente,<br />

il Pulmozyme, emesso dalla Genentech<br />

(http://www.pulmozyme.com), nella cui confezione<br />

è allegato un foglietto illustrativo che raccomanda<br />

l’uso di un ristretto numero di nebulizzatori<br />

specifici, cioè solo quelli che, in fase di sviluppo<br />

Ringraziamenti<br />

del farmaco, sono stati trovati equivalenti nell’erogazione<br />

in vitro della rhDNase. Questo approccio<br />

di co-marketing sarà sempre più probabile per i<br />

nuovi farmaci destinati alla nebulizzazione.<br />

Qual è la distribuzione dimensionale ideale per un<br />

corticosteroide nebulizzato? La distribuzione delle<br />

dimensioni delle particelle aerosolizzate deve<br />

essere tale che le dosi erogate forniscano la massima<br />

efficacia con il minimo spreco di farmaco<br />

(idealmente nullo). L’aerosol deve essere abbastanza<br />

fine da raggiungere il bersaglio e quindi<br />

garantire la deposizione di una sufficiente quantità<br />

di farmaco nei siti di flogosi, ma non deve nemmeno<br />

essere troppo fine, altrimenti si corre il<br />

rischio che le particelle non vengano trattenute<br />

nel polmone. Occorre, in sintesi, un bilanciamento<br />

tra fisica, fisiologia e formulazione.<br />

Ogni farmaco può presentarsi in diverse formulazioni<br />

ed essere contenuto in dispositivi con diversi<br />

sistemi di erogazione: la combinazione nebulizzatore-ICS<br />

determina l’effetto terapeutico e l’utilità<br />

del trattamento, a seconda del coinvolgimento<br />

e dell’interazione dei diversi fattori implicati nel<br />

processo.<br />

Il sito, l’estensione e la distribuzione della dose<br />

depositata sono fattori determinati principalmente<br />

dalla performance del dispositivo di erogazione.<br />

La dissoluzione, la clearance e l’uptake nelle vie<br />

aeree, l’affinità recettoriale, il tempo di permanenza<br />

nei recettori, il metabolismo locale e l’assorbimento<br />

sistemico sono fattori governati dalle caratteristiche<br />

fisico-chimiche e farmacologiche intrinseche<br />

dell’ICS.<br />

Gli attuali sistemi sanitari basati sul principio di<br />

gestione dei costi e contenimento della spesa, incoraggiano<br />

i medici a selezionare le formulazioni di<br />

minore costo: questo approccio, purtroppo, impedisce<br />

di scegliere la migliore preparazione in funzione<br />

del beneficio per il paziente e di considerare i<br />

progressi nello sviluppo dei farmaci e dei dispositivi.<br />

L’enfasi nella gestione della salute si sta orientando<br />

verso il controllo della qualità; è auspicabile, pertanto,<br />

che questa nuova tendenza stimoli la ricerca<br />

clinica alla definizione, anche in merito alla terapia<br />

inalatoria, di indicatori di qualità attendibili.<br />

Si ringrazia la Sig.ra Manfredi Federica per il suo contributo nella preparazione e traduzione<br />

di questo manoscritto.


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93. Högger P, Rohdewald P. Glucocorticoid receptors<br />

and fluticasone propionate. Rev Contemp<br />

Pharmacother 1998; 9: 501-522.<br />

BIBLIOGRAFIA


Congressi<br />

Congresses<br />

Congressi<br />

Congresses<br />

GIUGNO 2009<br />

Corso di aggiornamento residenziale interattivo<br />

in pneumo-allergologia pediatrica<br />

Simeri (CZ) 18 - 20 giugno 2009<br />

Organizzato da:<br />

Dipartimento di Pediatria "F. Fede" II Università di<br />

Napoli<br />

Segreteria organizzativa:<br />

iDea congress SrL<br />

Tel. 06. 36381573<br />

E-mail: info@ideacpa.com<br />

L’ostruzione bronchiale. Viaggio nella<br />

gestione delle patologie respiratorie<br />

ostruttive tra ospedale e territorio<br />

San Giovanni Gemini (AG) 19 - 20 giugno 2009<br />

Segreteria organizzativa:<br />

Omnia congress<br />

Tel. 0922. 602911<br />

E-mail: info@omniacongress.com<br />

Info: http://www.omniacongress.com/<br />

XI International course on pediatric<br />

pneumology<br />

Atene (Grecia) 28 - 30 giugno 2009<br />

Organizzato da:<br />

International Course on Pediatric Pneumology, CIPP<br />

Tel. +33. 497. 038 597<br />

E-mail: cipp@cipp-meeting.com<br />

Info: http://www.cipp-meeting.com/<br />

AGOSTO 2009<br />

IX corso di approfondimento professionale<br />

per il pediatra - impariamo insieme<br />

sapere, saper fare e sapersi relazionare<br />

Golfo Aranci (OT) 25 - 30 agosto 2009<br />

Organizzato da:<br />

Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale<br />

Segreteria organizzativa:<br />

iDea congress SrL<br />

Tel. 06. 36381573<br />

E-mail: info@ideacpa.com<br />

SETTEMBRE 2009<br />

Il test da sforzo cardio-polmonare<br />

(CPET): basi e applicazioni<br />

Parma 24 - 25 settembre 2009<br />

Organizzato da:<br />

Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma<br />

Segreteria organizzativa:<br />

Planning congressi Srl<br />

Tel. 051. 300100<br />

E-mail: a.martino@planning.it<br />

Info: www.planning.it<br />

OTTOBRE 2009<br />

XIII Convegno della Società Italiana per le<br />

Malattie Respiratorie Infantili<br />

Napoli 15 - 17 ottobre 2009<br />

Organizzato da:<br />

Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili<br />

Segreteria organizzativa:<br />

iDea congress SrL<br />

Tel. 06. 36381573<br />

E-mail: info@ideacpa.com<br />

CHEST 2009<br />

San Diego (Stati Uniti) 31 ottobre - 5 novembre<br />

2009<br />

Organizzato da:<br />

American College of Chest Physicians<br />

Tel. +39. 847. 498. 1400<br />

Info: http://www.chestnet.org/<br />

103


104 Congressi<br />

Congresses<br />

NOVEMBRE 2009<br />

Bambino e attività sportiva. Stili di vita,<br />

prevenzione e terapia.<br />

Corso teorico pratico sul test da sforzo<br />

cardiopolmonare e corso PBLS-D<br />

(Pediatric Basic Life Support and early<br />

Defibrillation)<br />

Roma 20 - 21 novembre 2009<br />

Segreteria organizzativa:<br />

Center Comunicazione e Congressi<br />

Tel. 081 19578490<br />

Fax 081 19578071<br />

Info: www.centercongressi.com/basp<br />

DICEMBRE 2009<br />

II° corso residenziale.<br />

Il pediatra ospedaliero e il bambino con<br />

patologia grave: l’insufficienza respiratoria<br />

in età pediatrica<br />

Roma 3 - 4 dicembre 2009<br />

Segreteria organizzativa:<br />

Center Comunicazione e Congressi<br />

Tel. 081 19578490<br />

Fax 081 19578071<br />

Info: www.centercongressi.com/irb2009


La <strong>Rivista</strong> pubblica contributi redatti in forma di editoriali,<br />

articoli d’aggiornamento, articoli originali, articoli originali<br />

brevi, casi clinici, lettere al Direttore, recensioni (da libri,<br />

lavori, congressi), relativi a problemi pneumologici e allergologici<br />

del bambino.<br />

I contributi devono essere inediti, non sottoposti contemporaneamente<br />

ad altra <strong>Rivista</strong>, ed il loro contenuto conforme<br />

alla legislazione vigente in materia di etica della ricerca.<br />

Gli Autori sono gli unici responsabili delle affermazioni contenute<br />

nell’articolo e sono tenuti a dichiarare di aver ottenuto<br />

il consenso informato per la sperimentazione e per la<br />

riproduzione delle immagini.<br />

La redazione accoglie solo i testi conformi alle norme editoriali<br />

generali e specifiche per le singole rubriche.<br />

La loro accettazione è subordinata alla revisione critica di<br />

esperti, all’esecuzione di eventuali modifiche richieste ed al<br />

parere conclusivo del Direttore.<br />

NORME GENERALI<br />

Testo: in lingua italiana o inglese, in triplice copia, dattiloscritto,<br />

con ampio margine, con interlinea doppia, massimo<br />

25 righe per pagina, con numerazione delle pagine a partire<br />

dalla prima, e corredato di:<br />

1) titolo del lavoro in italiano, in inglese;<br />

2) parola chiave in italiano, in inglese;<br />

3) riassunto in italiano, (la somma delle battute, spazi inclusi,<br />

non deve superare le 2.500);<br />

4) titolo e didascalie delle tabelle e delle figure.<br />

Si prega di allegare al manoscritto anche il testo memorizzato<br />

su dischetto di computer, purché scritto con programma<br />

Microsoft Word versione 4 e succ. (per Dos e<br />

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Nella prima pagina devono comparire: il titolo (conciso);<br />

i nomi degli Autori e l’istituto o Ente di appartenenza; la<br />

rubrica cui si intende destinare il lavoro (decisione che è<br />

comunque subordinata al giudizio del Direttore); il nome,<br />

l’indirizzo e l’e-mail dell’Autore cui sono destinate la corrispondenza<br />

e le bozze.<br />

Il manoscritto va preparato secondo le norme internazionali<br />

(Vancouver system) per garantire la uniformità di<br />

presentazione (BMJ 1991; 302: 338-341). È dunque indispensabile<br />

dopo una introduzione, descrivere i materiali e<br />

i metodi, indagine statistica utilizzata, risultati, e discussione<br />

con una conclusione finale. Gli stessi punti vanno<br />

riportati nel riassunto.<br />

Nelle ultime pagine compariranno la bibliografia, le didascalie<br />

di tabelle e figure.<br />

Tabelle (3 copie): devono essere contenute nel numero<br />

(evitando di presentare lo stesso dato in più forme), dattiloscritte<br />

una per pagina e numerate progressivamente.<br />

Figure (3 copie): vanno riprodotte in foto e numerate sul<br />

retro. I grafici ed i disegni possono essere in fotocopia, purché<br />

di buona qualità.<br />

Si accettano immagini su supporto digitale (floppy disk, zip,<br />

cd) purché salvate in uno dei seguenti formati: tif, jpg, eps e<br />

con una risoluzione adeguata alla riproduzione in stampa<br />

(300 dpi); oppure immagini generate da applicazioni per<br />

grafica vettoriale (Macromedia Freehand, Adobe Illustrator<br />

per Macintosh). Sono riproducibili, benché con bassa resa<br />

qualitativa, anche documenti generati da Power Point. Al<br />

contrario, non sono utilizzabili in alcun modo le immagini<br />

inserite in documenti Word o generate da Corel Draw.<br />

La redazione si riserva di rifiutare il materiale ritenuto tecnicamente<br />

non idoneo.<br />

Informazioni per gli autori<br />

comprese le norme per la preparazione dei manoscritti<br />

Bibliografia: va limitata alle voci essenziali identificate nel<br />

testo con numeri arabi ed elencate al termine del manoscritto<br />

nell’ordine in cui sono state citate. Se gli autori sono<br />

fino a quattro si riportano tutti, se sono cinque o più si<br />

riportano solo i primi tre seguiti da “et al.”.<br />

Esempi di corretta citazione bibliografica per:<br />

articoli e riviste:<br />

Zonana J, Sarfarazi M, Thomas NST, et al. Improved definition<br />

of carrier status in X-linked hypohydrotic ectodermal dysplasia<br />

by use of restriction fragment lenght polymorphism-based linkage<br />

analysis. J Pediatr 1989; 114: 392-395.<br />

libri:<br />

Smith DW. Recognizable patterns of human malformation.<br />

Third Edition. Philadelphia: WB Saunders Co. 1982.<br />

capitoli di libri o atti di Congressi:<br />

Krmpotic-Nemanic J, Kostovis I, Rudan P. Aging changes of the<br />

form and infrastructure of the external nose and its importance<br />

in rhinoplasty. In: Conly J, Dickinson JT, (eds). “Plastic and reconstructive<br />

surgery of the face and neck”. New York, NY:<br />

Grune and Stratton 1972: 84-95.<br />

Ringraziamenti, indicazioni di grants o borse di studio, vanno<br />

citati al termine della bibliografia.<br />

Le note, contraddistinte da asterischi o simboli equivalenti,<br />

compariranno nel testo a piè di pagina.<br />

Termini matematici, formule, abbreviazioni, unità e misure<br />

devono conformarsi agli standard riportati in Scienze 1954;<br />

120: 1078.<br />

I farmaci vanno indicati col nome chimico.<br />

Per la corrispondenza scientifica:<br />

Prof. Eugenio Baraldi<br />

Dipartimento di Pediatria<br />

Università di Padova<br />

Via Giustiniani 3<br />

35128 Padova<br />

baraldi@pediatria.unipd.it<br />

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alle bozze corrette.<br />

Gli estratti sono disponibili in blocchi da 25.<br />

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Pneumologia Pediatrica è trimestrale. Viene inviata gratuitamente<br />

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✒<br />

Note<br />

Notes


Articoli del prossimo numero<br />

Forthcoming articles<br />

Inserto speciale:<br />

Paediatric HERMES:<br />

European Syllabus in Paediatric Respiratory Medicine<br />

Articoli del prossimo numero<br />

Paediatric HERMES:<br />

al confine fra Pneumologia e Immuno-allergologia pediatrica<br />

1<br />

2<br />

3<br />

4<br />

5<br />

6<br />

7<br />

La suscettibilità genetica alle infezioni respiratorie<br />

Genetic susceptibility to airway infections<br />

F. Cardinale, et al.<br />

Allergia alimentare e asma<br />

Food allergy and asthma<br />

A. Martelli, et al.<br />

Rinite allergica ed asma in età pediatrica<br />

Allergic rhinitis and asthma in childhood<br />

M.A.Tosca, et al.<br />

Aspergillosi broncopolmonare<br />

Bronchopulmonary aspergillosis<br />

V. Raia, et al.<br />

Asma e apoptosi<br />

Asthma and apoptosis<br />

F.M. de Benedictis, et al.<br />

Le malattie respiratorie ad eosinofili nel bambino<br />

Eosinophil-associated respiratory disease in children<br />

N. Fuiano<br />

Journal club - Corticosteroidi per via orale in bambini<br />

di età prescolare con wheezing episodico virale:<br />

cosa resta di questa terapia?<br />

Oral corticosteroids in preschool children<br />

with episodic viral wheezing:<br />

what’s left of this therapy?<br />

E. Opocher, et al.<br />

107


1. DENOMINAZIONE DEL MEDICINALE<br />

NASONEX 50 microgrammi/erogazione spray nasale, sospensione<br />

2. COMPOSIZIONE QUALITATIVA E QUANTITATIVA<br />

Mometasone furoato (come monoidrato) 50 microgrammi/erogazione. Questo<br />

prodotto medicinale contiene 0,2 mg di benzalconio cloruro per grammo.<br />

Per l’elenco completo degli eccipienti, vedere paragrafo 6.1.<br />

3. FORMA FARMACEUTICA<br />

Spray nasale, sospensione. Sospensione di colore bianco - bianco sporco<br />

opaco.<br />

4. INFORMAZIONI CLINICHE<br />

4.1 Indicazioni terapeutiche. NASONEX spray nasale è indicato nel trattamento<br />

dei sintomi della rinite allergica stagionale o perenne negli adulti e nei<br />

bambini dai 12 anni di età. NASONEX spray nasale è indicato anche nel trattamento<br />

dei sintomi della rinite allergica stagionale o perenne nei bambini di<br />

età compresa tra 6 e 11 anni. In pazienti con anamnesi positiva per sintomi di<br />

rinite allergica stagionale di entità da moderata a grave, il trattamento pro�lattico<br />

con NASONEX spray nasale può essere iniziato �no a quattro settimane<br />

prima dell’inizio previsto della stagione dei pollini. NASONEX spray nasale è<br />

indicato per il trattamento dei polipi nasali in pazienti adulti a partire dai 18<br />

anni di età. 4.2 Posologia e modo di somministrazione. Dopo un iniziale<br />

caricamento della pompa di NASONEX spray nasale (azionare 10 volte, �nchè<br />

non si osserva un getto uniforme), ogni erogazione libera circa 100 mg di sospensione<br />

contenente mometasone furoato monoidrato equivalente a 50 microgrammi<br />

di mometasone furoato. Se la pompa spray non viene utilizzata<br />

per 14 o più giorni, deve essere nuovamente caricata con 2 spruzzi �nché non<br />

si osserva un getto uniforme prima dell’uso successivo. Rinite allergica stagionale<br />

o perenne. Adulti (compresi i pazienti geriatrici) e bambini dai 12<br />

anni di età: la dose solitamente raccomandata è di due erogazioni (50 microgrammi/erogazione)<br />

in ogni narice una volta al giorno (dose totale 200 microgrammi).<br />

Una volta che i sintomi siano controllati, la riduzione della dose ad<br />

una erogazione in ogni narice (dose totale 100 microgrammi) può essere ef�cace<br />

per il mantenimento. Se i sintomi sono controllati in modo inadeguato, la<br />

dose può essere incrementata �no ad una dose massima giornaliera di quattro<br />

erogazioni per ogni narice una volta al giorno (dose totale 400 microgrammi).<br />

Si raccomanda la riduzione della dose una volta ottenuto il controllo dei<br />

sintomi. Bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni: la dose solitamente<br />

raccomandata è di una erogazione (50 microgrammi/erogazione) in ogni narice<br />

una volta al giorno (dose totale 100 microgrammi). NASONEX spray nasale<br />

in alcuni pazienti con rinite allergica stagionale ha dimostrato l’insorgenza<br />

di attività clinicamente signi�cativa entro 12 ore dalla prima dose; tuttavia, un<br />

completo bene�cio legato al trattamento può non essere raggiunto nelle prime<br />

48 ore. Pertanto il paziente deve continuare l’uso regolare per ottenere un<br />

completo bene�cio terapeutico. Poliposi nasale. Il dosaggio iniziale comunemente<br />

raccomandato per la poliposi è di due erogazioni (50 microgrammi/<br />

erogazione) in ciascuna narice una volta al giorno (per una dose totale di 200<br />

microgrammi). Se dopo 5 o 6 settimane i sintomi non sono sotto adeguato<br />

controllo, il dosaggio può essere aumentato �no ad una dose giornaliera di<br />

due erogazioni in ciascuna narice due volte al giorno (per una dose totale di<br />

400 microgrammi). Il dosaggio deve essere ridotto alla dose minima alla quale<br />

si mantiene un controllo ef�cace dei sintomi. Si devono prendere in considerazione<br />

terapie alternative se non si veri�ca un miglioramento dei sintomi<br />

dopo 5 o 6 settimane di trattamento due volte al giorno. Gli studi di ef�cacia<br />

e sicurezza di NASONEX spray nasale nel trattamento della poliposi nasale<br />

sono durati quattro mesi. Prima di somministrare la prima dose, agitare bene<br />

il contenitore ed azionare la pompa 10 volte (�nchè non si ottiene uno spruzzo<br />

uniforme). Se il vaporizzatore non si usa per 14 o più giorni, caricare la pompa<br />

con 2 spruzzi �nchè non si osserva un getto uniforme. Agitare bene il contenitore<br />

prima di ogni uso. Il �acone deve essere gettato dopo aver effettuato il<br />

numero di erogazioni indicate in etichetta o entro 2 mesi dopo il primo utilizzo.<br />

4.3 Controindicazioni. Ipersensibilità al principio attivo o ad uno qualsiasi<br />

degli eccipienti di NASONEX spray nasale. NASONEX spray nasale non deve<br />

essere utilizzato nel caso di infezioni localizzate non trattate che coinvolgono<br />

la mucosa nasale. A causa dell’effetto inibitore esercitato dai corticosteroidi<br />

sulla cicatrizzazione delle ferite, i pazienti recentemente sottoposti ad un intervento<br />

di chirurgia nasale o che abbiano subito un trauma non devono utilizzare<br />

un corticosteroide nasale �no a che non sia avvenuta la cicatrizzazione.<br />

4.4 Avvertenze speciali e precauzioni d’impiego. NASONEX spray<br />

nasale deve essere utilizzato con cautela, o addirittura non usato, nei pazienti<br />

con infezioni tubercolari attive o quiescenti del tratto respiratorio o nel caso<br />

di infezioni non trattate fungine, batteriche, sistemiche virali o nel caso di<br />

Herpes simplex oculare. Dopo 12 mesi di trattamento con NASONEX spray<br />

nasale non c’è evidenza di atro�a della mucosa nasale; inoltre il mometasone<br />

furoato tende a ripristinare il normale fenotipo istologico della mucosa nasale.<br />

Come per ogni trattamento a lungo termine, i pazienti che usano NASONEX<br />

spray nasale per diversi mesi o più devono essere esaminati periodicamente<br />

per veri�care possibili modi�che della mucosa nasale. Se si sviluppa un’infezione<br />

fungina localizzata nel naso o nella faringe, può essere richiesta la sospensione<br />

della terapia con NASONEX spray nasale o un trattamento appropriato.<br />

La persistenza di un’irritazione nasofaringea può essere un’indicazione<br />

alla sospensione di NASONEX spray nasale. Sebbene NASONEX controlli i<br />

sintomi nasali nella maggior parte dei pazienti, l’uso concomitante di un’appropriata<br />

terapia supplementare può alleviare anche altri sintomi, in particola-<br />

Riassunto delle caratteristiche del prodotto<br />

re quelli a livello oculare. Non c’è evidenza di soppressione dell’asse ipotalamo-ipo�si-surrene<br />

(HPA) in seguito a trattamento prolungato con NASONEX<br />

spray nasale. Tuttavia, richiedono particolare attenzione quei pazienti che<br />

passano dalla somministrazione a lungo termine di corticosteroidi sistemicamente<br />

attivi a NASONEX spray nasale. La sospensione dei corticosteroidi sistemici<br />

in questi pazienti può determinare un’insuf�cienza delle ghiandole<br />

surrenaliche per alcuni mesi, �no al recupero della funzionalità dell’asse HPA.<br />

Se questi pazienti mostrano segni e sintomi di insuf�cienza surrenalica, la<br />

somministrazione di corticosteroidi sistemici deve riprendere e devono essere<br />

istituite altre terapie e appropriate misure. Durante il passaggio da corticosteroidi<br />

sistemici a NASONEX spray nasale, in alcuni pazienti possono veri�carsi<br />

sintomi da sospensione di corticosteroidi sistemicamente attivi (es. inizialmente<br />

dolore articolare e/o muscolare, stanchezza e depressione) malgrado<br />

la remissione dai sintomi nasali, e questi pazienti andranno incoraggiati a continuare<br />

la terapia con NASONEX spray nasale. Tale passaggio può anche portare<br />

alla luce condizioni allergiche pre-esistenti, quali congiuntivite allergica<br />

ed eczema, precedentemente soppresse dalla terapia corticosteroidea sistemica.<br />

La sicurezza ed ef�cacia di NASONEX non sono state studiate per il<br />

trattamento di polipi unilaterali, polipi associati alla �brosi cistica o polipi che<br />

ostruiscono completamente le cavità nasali. I polipi unilaterali che appaiono<br />

inusuali o irregolari, specialmente se ulcerativi o sanguinanti, devono essere<br />

valutati più approfonditamente. I pazienti trattati con corticosteroidi che sono<br />

potenzialmente immunosoppressi devono essere avvertiti del rischio derivante<br />

dalla esposizione a certe infezioni (es. varicella, morbillo) e dell’importanza<br />

di ricorrere al medico se si veri�ca tale esposizione. In seguito all’uso di corticosteroidi<br />

per via intranasali, molto raramente sono stati riscontrati casi di<br />

perforazione del setto nasale o incremento della pressione intraoculare. La<br />

sicurezza ed ef�cacia di NASONEX spray nasale per il trattamento della poliposi<br />

nasale non sono state studiate nei bambini e negli adolescenti di età inferiore<br />

a 18 anni. Gli effetti sistemici dovuti all’uso di corticosteroidi per via<br />

nasale possono veri�carsi in particolare a seguito di dosi elevate somministrate<br />

per periodi prolungati. Ritardo di crescita è stato riportato in bambini<br />

trattati con corticosteroidi nasali alle dosi autorizzate. Si raccomanda di controllare<br />

regolarmente l’altezza dei bambini in trattamento prolungato con corticosteroidi<br />

nasali. Se la crescita fosse rallentata, la terapia deve essere rivista<br />

allo scopo di ridurre, se possibile, la dose del corticosteroide nasale alla minima<br />

che consenta un ef�cace controllo dei sintomi. Inoltre, si deve consigliare<br />

il paziente di rivolgersi ad un pediatra. Il trattamento con dosaggi superiori a<br />

quelli raccomandati può determinare una soppressione clinicamente signi�cativa<br />

a livello del surrene. Se c’è evidenza che debbano essere usati dosaggi<br />

superiori a quelli raccomandati, deve essere presa in considerazione una<br />

copertura supplementare con corticosteroidi per via sistemica durante i periodi<br />

di stress o in caso di intervento chirurgico di elezione. 4.5 Interazioni con<br />

altri medicinali ed altre forme d’interazione. (Per l’uso con corticosteroidi<br />

sistemici, vedere il paragrafo 4.4. Avvertenze speciali e precauzioni d’impiego).<br />

È stato condotto uno studio clinico di interazione con loratadina. Non<br />

sono state osservate interazioni. 4.6 Gravidanza ed allattamento. Non sono<br />

disponibili studi adeguati o ben controllati in donne in gravidanza. In seguito<br />

a somministrazione intranasale della massima dose clinica raccomandata, le<br />

concentrazioni plasmatiche di mometasone non sono misurabili; pertanto è<br />

prevedibile che l’esposizione fetale sia trascurabile ed il potenziale di tossicità<br />

riproduttiva sia molto basso. Come per le altre preparazioni nasali contenenti<br />

corticosteroidi, NASONEX spray nasale non deve essere utilizzato durante la<br />

gravidanza o l’allattamento, a meno che il potenziale bene�cio per la madre<br />

giusti�chi ogni potenziale rischio per la madre, il feto o il neonato. Bambini<br />

nati da madri trattate con corticosteroidi durante la gravidanza devono essere<br />

osservati attentamente per eventuale ipoadrenalismo. 4.7 Effetti sulla capacità<br />

di guidare veicoli e sull’uso di macchinari. Non noti. 4.8 Effetti indesiderati.<br />

Gli eventi avversi correlati al trattamento riportati negli studi clinici per<br />

la rinite allergica condotti in pazienti adulti e adolescenti sono di seguito elencati<br />

(Tabella 1).<br />

Tabella 1: Rinite allergica<br />

Effetti indesiderati correlati al trattamento per NASONEX spray nasale<br />

molto comune (≥ 1/10); comune (≥ 1/100, < 1/10); non comune (≥ 1/1.000, < 1/100);<br />

raro (≥ 1/10.000, < 1/1.000); molto raro (< 1/10.000)<br />

Patologie respiratorie, toraciche e mediastiniche<br />

Comune: Epistassi, faringite, bruciore nasale, irritazione nasale, ulcerazione nasale<br />

Patologie sistemiche e condizioni relative alla sede di somministrazione<br />

Comune: Cefalea<br />

L’epistassi era generalmente autolimitante e di lieve gravità e compariva con<br />

maggior incidenza rispetto al placebo (5%), ma con un’incidenza più bassa<br />

o comparabile rispetto ai corticosteroidi nasali di controllo studiati (�no<br />

al 15%). L’incidenza di tutti gli altri effetti era confrontabile con quella del<br />

placebo. Nella popolazione pediatrica, l’incidenza di eventi avversi, come epistassi<br />

(6%), cefalea (3%), irritazione nasale (2%) e starnutazione (2%), è stata<br />

paragonabile a quella con placebo. In pazienti trattati per poliposi nasale,<br />

l’incidenza globale degli eventi avversi era paragonabile al placebo e simile a<br />

quella osservata in pazienti con rinite allergica. Gli eventi avversi correlati al

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