acta ordinis fratrumminorum - OFM

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32 AN. CXXVIII – IANUARII-APRILIS 2009 – N. 1posito di santità, non sono per niente frate minore»(2Cel 145).Verrebbe allora da dire: niente di più naturaledell’obbedienza e sottomissione allaChiesa per chi ha assunto la minorità così intesaquale proprio stile di vita. E c’è allora dachiedersi: là dove tale obbedienza si fa arduao incomprensibile e suscita resistenza, non sipone forse un problema di minorità, prima ancorache di obbedienza?Probabilmente vi è ancora qualcosa da riscopriree di cui riappropriarci nella nostraricerca di come essere francescani oggi, proprioin relazione alla minorità. Perché oggi,in particolare, ho l’impressione che uno stilemite, non arrogante, discreto, paziente, capacedi ascolto e di riflessione, propositivo, privodi facili giudizi, remissivo farebbe bene nonsolo alla vita interna delle nostre comunità, maalla stessa Chiesa e al suo porsi nel mondo e difronte al mondo.E vengo alla fedeltà: fedeli e sottomessi.A me pare che l’idea di fedeltà illumini ilsenso della sottomissione. Questa, la sottomissione,ha ragione di esservi nella misura incui esprime la fedeltà al vangelo, o in quantorende effettiva l’obbedienza al vangelo: preoccupazionequesta radicale e, per così dire,onnicomprensiva di Francesco, per il qualevivere il santo vangelo è la chiave e la sintesidell’essere cristiano.Ancora una volta, credo che si debba direche fedeltà non indica semplicemente un’obbedienzapassiva o formale. Francesco sa beneche l’obbedienza va alla mediazione della volontàdivina espressa dai prelati, ma per superarela mediazione e giungere a Dio e a allerichieste irrinunciabili del Vangelo.Questo è ben espresso, come tutti sappiamo,nella celebre terza Ammonizione, particolarmenteilluminante a questo proposito: testoin cui Francesco presenta come “obbedienzaperfetta” quella che di fatto è una “non-obbedienza”all’ordine ricevuto, presentandosiquesto “contro la sua anima”. In realtà tale disobbedienzasi rivela radicale fedeltà o obbedienzaad un valore che sta sopra, o sta oltre, lamediazione umana, per quanto autorevole, edè la fedeltà al vangelo.Dunque anche la sottomissione alla Chiesagerarchica, ai prelati, ecc. si colloca dentro lafedeltà al vangelo.Mi rendo conto che qui il discorso può divenireparticolarmente delicato, perché potrebbeanche dare spazio a discutibili disobbedienzein nome di discutibili o presunte fedeltà al vangelo.È necessario un profilo morale elevato eduna cristallina purezza di intenzione per direun sì a Dio e al vangelo che passa attraverso ilno agli uomini rappresentanti di Dio. E si devericordare che Francesco pone la sua fedeltà alvangelo, in una Chiesa segnata da non pochielementi di decadenza, mai con arroganza ocon il piglio del ribelle. Egli fa dono alla Chiesadella sua evangelicità con lo stile – ancorauna volta – del “minore”, con umiltà, rispetto,discrezione. Egli non dice mai: ora ti mostroio come si vive il vangelo; o peggio: io sì vivoil vangelo e tu no. ” Là dove la Chiesa egli uomini di Chiesa contraddicono il vangelo,egli semplicemente lo pratica, gli è fedele consemplicità, schermendosi da ogni lode nei suoiconfronti («Spesso, quando … si proclamavache era un santo, il beato Francesco ribatteva:“Non sono ancora sicuro che non avrò figlie figlie!”» CAss 10). Precisamente in questomodo egli è radicalmente e realmente fedelealla Chiesa e ai suoi ministri.Ed è ancora la preziosa terza Ammonizionea ricordarci un’altra condizione della verafedeltà alla Chiesa e ai suoi rappresentanti.Francesco osserva che la già richiamata nonobbedienza,nel caso di un ordine contro lapropria anima, non deve comunque condurrealla divisione, alla separazione: né dal superiorené dalla comunità; anzi: «se per questodovrà sostenere persecuzione da parte di alcuni,li ami di più per amore di Dio. Infatti, chisostiene la persecuzione piuttosto che volersiseparare dai suoi fratelli, rimane veramentenella perfetta obbedienza, poiché offre la suaanima per i suoi fratelli» (Am 3,8-9).Una sincera e appassionata fedeltà al vangelopotrebbe anche determinare difficoltà direlazione con chi esercita l’autorità – nellaChiesa e nell’Ordine -; tuttavia nulla mai giustificala rottura della comunione, bene supremoe irrinunciabile. Del resto, se la Chiesa èper la comunione, poiché «si presenta come“un popolo adunato nell’unità del Padre, delFiglio e dello Spirito Santo”» (Lumen gentium4), se il papa e i vescovi sono principio visibiledi unità nella Chiesa e nelle Chiese (cf ivi 18;23), anche la fedeltà-sottomissione nella Chiesaè per la comunione. Una pretesa fedeltà alVangelo che recasse danno alla comunionenon sarebbe autentica fedeltà.Mi sia permesso di confessare, concludendo,che, vivendo – diciamo - al centro dellaChiesa “visibile”, e forse ravvisandone più da

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