accadeva nell'anno… - DF Sport Specialist

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Luglio201012 - Anno III- N°8INTERVISTAMario Panzeri| pag. 2InchiestaImpostare la vita come Guida Alpina| pag. 5OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE“L’UltimaSolitaria”ITINERARICarlo Mauri rimarrà sempre con noi| pag. 12Non è più soltanto un sognola “via dei Bellunesi” per Marco Anghileri| pag. 19Trekking al Monte Rosso| pag. 22ACCADEVA NELL’ANNO…Spedizione “Tierra del Fuego 1966”| pag. 26T E S T I M O N I A LNoemy Gizzy| pag. 32in copertina:Mario Panzeriesulta sulla vetta del Dhaulagiri, 8167m,suo ultimo dei 14 Ottomila conquistati(Foto Archivio Mario Panzeri)FONDATORE: SERGIO LONGONICOMITATO DI REDAZIONE: RENATO FRIGERIO, MARCO MILANIPROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE: PAOLO MICHELIPOSTA E RISPOSTA: Angolo dei lettori “Uomini e Sport”uominiesport@df-sportspecialist.itDF-SPORT SPECIALISTRedazione “Uomini e Sport”Via Figliodoni, 14 - 23891 Barzanò - LC


EditorialeL’entusiastico saluto di Sergio Longoni a Mario Panzeri per la sua vittoria al Dhaulagiri,esprime la profonda passione del fondatore di “Uomini e Sport” per il grande alpinismo.In questo senso la sua lettera personale sostituisce in questo numeroil suo tradizionale editoriale.Caro Mario,vorrei complimentarmi con te piu’ che con queste poche parole, con unabbraccio forte e prolungato.La notizia della tua vittoria sul Dhaulagiri, la montagna che ha coronato latua straordinaria rincorsa sulle quattordici cime piu’ alte del mondo, mi haletteralmente commosso fi no alle lacrime.In questi giorni che tu vivi come in un bellissimo sogno,voglio chel’abbraccio con cui ti ho accolto nel segreto del mio entusiasmo, rappresentisimbolicamente il calore della tantissima gente che ti ha dimostratoaccoglienza gradita e applaudito negli incontri che hai avuto con me e chemi auguro possano proseguire ancora presto, non appena ti sentirai menosoffocato dal calore che ora ti circonda.Comunque, a parte un incontro uffi ciale, di cui sarai tu a decidere mi fara’immenso piacere poterti salutare personalmente; e spero che questo avvengaassai presto.Non ti ho ancora detto che sei stato davvero bravissimo e che l’alpinismolecchese, insieme ai suoi appassionati, ti dovra’ sempre tanto.Intanto gradisci un caro e caldo salutorivolto a te e alla tua gentile Signora Paola.Un abbraccioSergio LongoniIl valore dell’ultima grandiosa vittoria di Mario Panzeri: terzo italiano, dopo Reinhold Messner eSilvio Mondinelli, e trediciesimo uomo al mondo che si aggiudica tutti i 14 Ottomila senza ricorsoall’ossigeno.


INTERVISTAMario Panzeriuna montagna di passioneL’alpinista di Rongio ha conclusola scalata di tutti i 14 ottomila dellaterra senza ossigeno.di Marco MilaniNon sono né bravissimo né fortissimo”.Mario Panzeri taglia corto e non lasciaspazio a ricami, ma quando lo guardi nonpuoi fare a meno di pensare che sia un gigante.Del resto si contano sulle dita di una mano glialpinisti che hanno fatto ciò che ha fatto lui. Per chinon lo sapesse Mario, lo scorso maggio, ha scalatoil Dhaulagiri completando così la salita di tutti i 14ottomila della terra senza ossigeno. In Italia è il terzoad averlo fatto dopo Messner e Mondinelli, al mondosono poco più di una decina.Numeri… in fondo questi sono solo numeri: “Primadi partire per il Dhaulagiri sapevo benissimo chemi mancava un solo ottomila, ma allo stesso tempoil record mi interessava poco. Anzi, questa storiadell’ultimo ottomila stava quasi diventando un peso.Quello che ho fatto l’ho sempre fatto per me stesso,mi sono limitato a inseguire una mia passione. Conquesto non sto dicendo che sia stato semplice, anzi…Mi rendo conto di aver portato a termine un progettoche in pochi al mondo sono riusciti a realizzare, masicuramente non è stato questo aspetto a darmi la forzadi arrivare in cima ogni volta. Classiche, numeri,giornalisti che continuano a farmi domande… Perme è tutto più semplice, un po’ come quando arrampicavoe riuscivo a fare una via più difficile: sicuramenteera una soddisfazione grandissima, ma poi siricominciava a fare la vita di sempre”.Il primo ottomila fu il Cho Oyu nel 1988: “La montagnami ha dato tanto in tutti questi anni, i 14 ottomilami hanno dato tanto… Vivi sensazioni difficili da2| Uomini&Sport | Luglio 2012spiegare: il giorno della cima, ad esempio, è eterno epoi quando sei in vetta non ci sono parole. E’ bellissimo,il panorama è unico e non conta più niente. Mettida parte tutti i sacrifici fatti per raggiungere la cima.E poi devo chiamare mia moglie Paola perché anchelei ha fatto fatica con me e condividiamo la gioia. Masoprattutto di fronte a una montagna tutti gli uominisono uguali, le differenze si annullano. Perché viviuna dimensione speciale, sei solo con la montagna”.Dici sempre che è necessario entrare in sintonia conla montagna: “Non solo, è importantissimo impararea rispettarla. Entrare in sintonia significa osservareil gigante che ti sta davanti e saper leggere i segnaliche ti manda. E’ importante ricordarsi sempre di essereinferiori alla montagna perché alla fine decidesempre lei. Anche quest’anno al Dhaulagiri c’è capitatodi rischiare molto. Un giorno un ritardo casualedurante la partenza da campo 2 ci ha evitato di essereinvestiti da una valanga. Eppure nei giorni precedenti,a quella stessa ora, eravamo li dove la montagna sistava scrollando di dosso un po’ di neve. Si può chiamarefortuna, oppure fato… però sono ancora qui”.Cos’è l’aspetto più bello di queste spedizioni? “Laquota, il mondo nepalese, l’Himalaya… è bellissimo.E’ un mondo che più lo frequenti e più ti prende.E poi la popolazione è stupenda. Nonostante ci siauna povertà estrema, la gente non muore di fame. E’disarmante la loro gentilezza e i sorrisi che sono capacidi regalarti. E’ un’esperienza che farebbe benea tutti”.A lato:Il colosso himalayano come sipresentava alla partenza(Archivio Mario Panzeri)


La soddisfazione di un alpinista che conclude un lungo cammino: qui Mario Panzeri è arrivato alla quota8167m del Dhaulagiri (Archivio Mario Panzeri)“...il giorno della cima, ad esempio,è eterno e poi quando sei in vetta nonci sono parole. E’ bellissimo...”


E quando sali quanto contano i compagni? “In fondosei sempre da solo anche se il compagno è li vicinoa te. A quella quota puoi contare solamente sulle tueforze. Ma quando sei in vetta è il momento più bello,se poi i compagni sono anche tuoi amici allora è ilmassimo. Ma questo non vuol dire che puoi aspettartiun aiuto da loro”.La montagna più rischiosa? “Direi l’Annapurna…quando sono sceso ho detto che non ci sarei maipiù salito. Anche quest’anno al Dhaulagiri ho avutol’impressione in alcuni momenti di rischiare troppo.Campo 2 non è per niente sicuro e poi ho preso ifulmini, non mi era mai capitato in Himalaya. Sentivocome degli spilli sulla schiena e, a 200 metri daCampo 2, siamo stati costretti a scavare una bucanella neve e aspettare un’ora e mezza che passasseil temporale”.Le esperienze più belle? “Le amicizie che si sonocreate e i momenti divertenti perché durante questespedizioni c’è anche tempo per divertirsi. Un altro ricordobello è dato da tutta la gente che ho conosciuto.Volti provenienti da tutto il mondo, raccolti ai piedidi una montagna”E alla fine hai pure imparato l’inglese… “Non sonoandato a scuola per impararlo però mi arrangio. Ilmio amico dell’agenzia nepalese mi diceva sempre“Mario, you speak a mountain english””.E tutta questa attenzione nei tuoi confronti? “Nonme l’aspettavo. Non voglio dire che sia stato facilequello che ho fatto e non meriti attenzione. Dal miopunto di vista, però, è stato un percorso personaleche è maturato nel tempo e quindi non voglio farlosembrare un grandissimo evento. Il 14° ottomila nonè stato diverso o più importante rispetto alle altrebelle salite che ho fatto”.C’è qualcuno che devi ringraziare? “Sicuramente gliamici che non ci sono più, o meglio che sono sopragli ottomila ma anche qui vicino: Lorenzo Mazzoleni,Sergio Della Longa e Mario Merelli. Spessoquando ero in spedizione sentivo che queste personeerano lì in giro”.E adesso? “Non so… sicuramente continuerò a coltivarel’altra mia grande passione: il lavoro, che in tuttiquesti anni mi ha permesso di racimolare i fondi perportare a termine tutte le salite”. Mario Panzeri è unartigiano e lavora con suo fratello “Tore”: “Facciamoconsolidamenti montani di pareti rocciose, barriereparamassi, paravalanghe, micro pali e tiranti. Allafine il lavoro è la cosa più importante… a proposito,se qualcuno avesse bisogno…”Il sorriso pieno è concesso solo quando tutto è alle spalle (Archivio Mario Panzeri)


InchiestaIMPOSTARE LA VITA COME GUIDA ALPINA:NON È SOLO UN MESTIEREDALLE ORIGINI ALLE PROSPETTIVE PER UN LAVOROCHE È SOPRATTUTTO PASSIONE.di Renato FrigerioAnche se la cosa potrebbe raccogliere nutritointeresse, non rientra negli scopi di questarivista considerare l’aspetto storico che hapreceduto e da cui, in certo senso, è derivata l’attualeorganizzazione del Collegio nazionale delle guidealpine. Si tratterebbe comunque di una ricerca cuialtrove ci si potrebbe dedicare con esiti proficui edinteressanti, nella rievocazione di personaggi tantoumili quanto indispensabili e addirittura determinantiin quello che ha costituito le emozionanti conquistedelle prime vette alpine e, in seguito, anche dellecime himalayane. Quello che intendiamo fare inquesto numero è soltanto una specie di prefazione,necessaria per lanciare poi l’inchiesta che contribuirà,nelle intenzioni, a fare il punto su un’organizzazioneche si affianca ai numerosi appassionati che hannofatto dell’alpinismo la loro pratica sportiva esclusivao almeno privilegiata.Per non correre il rischio di parlarne in modoapprossimativo e non pertinente, abbiamo interpellatol’attuale Presidente del Collegio nazionale delleguide alpine, ed Erminio Sertorelli ci ha offerto congentile disponibilità la sua collaborazione. Grazieai prospetti sintetici che ci ha trasmesso, siamo ingrado di presentare un quadro completo di questaAssociazione, con un’esposizione essenziale diogni suo aspetto, ma appunto per questo chiara eprecisa. Ma, non solo per senso di riconoscenza,bensì per anticipare con una figura concreta il tipicocomponente delle guide alpine, vogliamo proporrela breve presentazione dello stesso Presidente,così come lui stesso si è voluto far conoscere coneccessiva modestia, pressato dalla nostra richiesta.“Posso sintetizzare alcuni miei dati che riguardanol’aspetto professionale. Il mio curriculum alpinisticonon costituisce niente di eclatante: si tratta di unabuona attività alpinistica completa, con esperienze intutto l’arco alpino, ma niente che possa essere degnodi nota. Ho frequentato di più i monti accompagnandoi miei clienti, che non con finalità di performancealpinistica. Dal punto di vista professionale vorreisegnalare che rappresento la terza generazione di unafamiglia di guide alpine e maestri di sci.Divento aspirante guida alpina nel 1979 e guidaalpina nel 1982. Da sempre questa è stata la miaprofessione, alternandola con il lavoro di maestro disci e allenatore di sci alpino. La mia sede di lavoro edi abitazione è Bormio, ma varie esperienze mi hannoportato ad operare in diversi altri luoghi delle Alpi.Da sempre sono socio della Scuola di AlpinismoGuide Alpine Ortler-Cevedale di Bormio. L’attivitàche svolgo si divide tra l’accompagnamento suitinerari classici e l’insegnamento delle varie tecnichealpinistiche e sci alpinistiche.Uomini&Sport | Luglio 2012 | 5


Mi sono interessato all’organizzazione della categoria con vari ruoli all’interno sia del Collegio regionalelombardo che in quello nazionale, dove sono consigliere dalla sua istituzione. Nei miei mandati ho semprecercato di portare la voce delle guide valligiane con un giusto equilibrio tra la modernità della professione e lafigura classica della guida alpina.Nel 2006 vengo chiamato alla Presidenza del Collegio nazionale, dove sto svolgendo il secondo mandato.Il piacere di accompagnare clienti in montagna e l’impegno nel seguire gli allievi rimangono per me puntiirrinunciabili della professione, anche se in questi ultimi anni ho dovuto ridurre un po’ l’attività a causa deinumerosi impegni istituzionali”Penso ci sia stato utile ascoltare una voce tanto autorevole e convinta, non priva di un gradito calore umano,prima di addentrarci nello schema certamente arido, però esaustivo per una conoscenza esatta e completasull’Associazione delle guide alpine italiane.Ritratto significativo di una Guida Alpina:Erminio Sartorelli, attuale Presidente del Collegio nazionale (Archivio Guide Alpine Italiane)“Da sempre le guide alpine hanno messo la loro professionalità al servizio dell’esplorazione delle montagnedel mondo e dello sviluppo di discipline sportive legate all’ambiente montano”.Definizione della professione: “È guida alpina chi svolge professionalmente le seguenti attività:accompagnamento di persone in ascensioni sci alpinistiche e in escursioni sciistiche; insegnamento delletecniche alpinistiche e sci alpinistiche su qualsiasi terreno e senza limiti di difficoltà.6 | Uomini&Sport | Luglio 2012


Una professione articolata:la figura professionale della guida alpina si definiscein termini di:1° funzioni – si tratta di un intreccio indissolubile diteoria, prassi e didattica. Le guide alpine insegnano,accompagnano, “guidano” e soccorrono.2° discipline formative – le guide alpine devonoessere capaci di esercitare la propria funzione nelleseguenti discipline: alpinismo e arrampicata in tuttele sue forme (neve, ghiaccio, misto, roccia, struttureartificiali, falesia, parete, cascate di ghiaccio, altamontagna, spedizioni, inverno); scialpinismo, sciescursionistico e sci fuoripista; free-ride, canyoninge discipline alpinistiche emergenti; escursionismo.3° competenze – l’esercizio della professione di guidaalpina richiede competenze tecniche, didattiche edi sicurezza. Una piattaforma formativa nazionalegarantisce, con continui aggiornamenti obbligatori, illivello teorico/pratico omogeneo e qualitativamenteelevato delle guide alpine. Le guide alpine poiorganizzano corsi di formazione, rivolti anche adambiti diversi da quello montano, ad esempio per ilavori in fune in quota, fornendo le nozioni teorichee organizzando esercitazioni pratiche.Altre competenze necessarie: sono le materieconnesse alle discipline alpinistiche ed occupanoun terzo della formazione professionale delle guidealpine, e la loro durata complessiva è di oltre 120giorni in tre anni. Si tratta di: storia dell’alpinismo,topografia e orientamento, meteorologia e nivologia,nozioni di primo soccorso, soccorso e autosoccorso,marketing.Percorso guidato di Freeride (Archivio Guide Alpine Italiane)


Dal 1850 al terzo millenio … e oltre.La storia delle prime guide delle Alpi è legataindissolubilmente al binomio cittadini, conquistatidal fascino esplorativo e dall’attrazione per lamontagna – valligiani, come sbocco lavorativo,grazie alla loro conoscenza del terreno. Questacordata fondata su motivazioni differenti, madeterminata al conseguimento di obiettivi comuni,diede origine a quel movimento dell’andar per montiesportato dalle Alpi a tutti i rilievi della terra.La Società delle Guide di Courmayeur, costituita difatto nel 1850 e ufficialmente approvata con decretodel Ministero degli Interni del neonato Regno d’Italianel 1868, rappresenta la prima organizzazionedi guide alpine sul versante italiano. Nel 1965 aZermatt (Svizzera) i rappresentanti delle guide alpineitaliane, francesi, austriache e svizzere hanno presola decisione di fondare l’Unione Internazionale delleAssociazioni di Guida Alpina (UIAGM).Il suo primo statuto del 1966 ne prevede gliscopi, che sono quelli di: conformare a livellointernazionale le leggi e i testi che regolamentanola professione e la formazione delle guide alpine;creare una carta d’identità internazionale che facilitila libera circolazione delle guide all’estero; renderedisponibile un’istanza di consiglio e conciliazioneche intervenga in caso di diverbio tra i membri o neiconfronti di terzi; studiare le problematiche generalied economiche della professione; creare legamidi amicizia e incoraggiare lo scambio di idee tra leguide alpine.Con Guida Alpina si arriva sul diffi cile dell’alta montagna: siamo sulla vetta dell’Ortler (Archivio Guide Alpine Italiane)


L’organizzazione nazionale.Il Collegio nazionale Guide Alpine Italiane èl’organo giuridico di coordinamento dei Collegiregionali e provinciali italiani costituiti in basealla legge n° 6 del 2 gennaio 1989 “Ordinamentodella professione di guida alpina”. Il Collegionazionale Guide Alpine ha, tra gli altri, ilcompito di elaborare le norme di deontologiaprofessionale e definire i contenuti dei corsiper l’abilitazione professionale. Il Collegionazionale Guide Alpine Italiane è organizzatoin 13 Collegi regionali e provinciali: Piemonte,Valle d’Aosta, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Trentino, Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna,Toscana, Abruzzo, Marche, Campania, Sicilia.Ad ognuno spetta la gestione dei relativi albiprofessionali, per un totale di 1750 tra GuideAlpine, Guide Vulcanologiche, Accompagnatoridi Media Montagna e Aspiranti Guide. Oggioltre 1500 Guide Alpine Italiane, riconosciutedai Collegi regionali, dal Collegio nazionalee dall’organizzazione internazionale UIAGMoperano professionalmente sul territorio nazionalee mondiale, con la seguente distribuzionenumerica per Collegio: 312 in Lombardia, 279 inValle d’Aosta, 253 in Trentino, 221 in Piemonte,191 in Alto Adige, 137 in Abruzzo, 122 in Veneto,148 complessivamente in Sicilia, Campania,Marche, Friuli, Emilia, Toscana. L’AssociazioneGuide Alpine Italiane (A.G.A.I.) è una sezionespeciale del Club Alpino Italiano, cui aderiscespontaneamente la maggior parte delle GuideAlpine. Scopo dell’A.G.A.I. è il coordinamentodelle iniziative che accomunano il Collegionazionale Guide Alpine e il C.A.I. Le attivitàdell’A.G.A.I., di carattere prevalentementedivulgativo, didattico e culturale, si concentranosulla figura della guida alpina all’interno delloscenario che riunisce gli operatori professionali ele figure volontarie operanti nell’ambito montano.L’obiettivo della Guida Alpina è stato completato: i Clienti sono visibilmente soddisfatti (Archivio Guide Alpine Italiane)Uomini&Sport | Luglio 2012 | 9


Pensiamo di aver esposto tutto quanto serviva peruna completa conoscenza delle guide alpine,pur consapevoli di averlo fatto in una formapiuttosto arida, quasi asettica, ma certamente esatta.Dobbiamo però precisare di aver esaurito solamenteuna necessaria premessa, quella prefazione cui si eraaccennato all’inizio. Perché se è ormai chiaro cosasiano le guide alpine e quali siano i loro scopi, non sipuò ignorare che anche qui, come in ogni situazioneche concerne l’uomo nel suo contesto sociale, conil susseguirsi degli anni sono intervenuti mutamentie problemi che interferiscono notevolmente sulleimpostazioni originarie. E in questa progressivae rapida evoluzione, assieme alle guide vengonoinevitabilmente coinvolti anche tutti coloro che daesse dipendono nella loro passione che li muove afrequentare la montagna con spirito sportivo, sia nellapratica dell’escursionismo che dell’arrampicata.Per comprendere, approfondire e considerare lepossibili soluzioni delle problematiche derivanti daqueste nuove situazioni, abbiamo voluto ascoltarele opinioni di alcune guide alpine, proponendo lorouna serie di quesiti, che prenderanno la forma di unacorposa inchiesta. Ci rivolgeremo pertanto a turno,per tre puntate consecutive su “Uomini e Sport”, acinque guide alpine che operano rispettivamentenel settore delle Alpi Centrali, Occidentali eOrientali. Alla fine potremo disporre, tale è la nostrasperanza, del previsto contributo di ben 15 esponentidelle guide alpine, che certamente verrà preso inconsiderazione ben oltre gli abituali interessi dellanostra rivista. Dovremo tuttavia armarci di un po’ dipazienza, perché non potendo ovviamente occuparel’intero spazio di un solo numero di “Uomini eSport”, l’inchiesta procederà necessariamente lungol’arco di tre numeri trimestrali. Un tempo lungo, losappiamo, ma varrà la pena aspettare la conclusioneche ci consentirà di disporre del quadro completo ereale di una situazione aggiornata, che sta a cuorea tutti coloro che amano la montagna e intendonofrequentarla in sicurezza, senza dover sottostare alimiti soggettivi, altrimenti proibitivi.10 | Uomini&Sport | Luglio 2012


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OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARECARLO MAURI rimarrà sempre con noidi Renato FrigerioCarlo Mauri non solo alpinista:qui esploratore lungo l’antica “via della seta” (Archivio Mauri)Potrebbe apparire fuori luogo includere inquesta rubrica il nome di un personaggio che,a trent’anni dalla sua scomparsa, non solonon è passato ancora nel dimenticatoio, ma èrimasto sempre presente nella scena alpinistica dellasua terra, e perfi no in molti angoli del paese Italia,come fi gura leggendaria, ammirata e stimolante.Se non altro, perché lui costituisce il punto diriferimento del ben noto “Concorso nazionale dinarrativa di montagna – Premio Carlo Mauri”,che si sta ripetendo consecutivamente nella suasedicesima edizione. Ma è appunto la ricorrenza deltrentennale della sua morte, avvenuta il 31 maggio1982, a suggerire l’importanza di ricorrere ad unpiù dettagliato e preciso ricordo di alcune delletappe della sua poliedrica carriera, perché la suaavvincente immagine risulti ravvivata dagli episodiche, come tutte le più esaltanti vicende del passato,vengono sbiaditi dalla polvere che inesorabilmentesi accumula di anno in anno.Ci serviamo di un articolo riassuntivo che ripensavaal Bigio, quando già da alcuni anni lui aveva lasciatonel rimpianto la folla di tanti amici e di innumerevoliammiratori: un articolo particolare, perché nellasua parte conclusiva auspicava e sembrava quasiprevedere proprio un’iniziativa del genere che si èpoi concretizzata nel “Premio Carlo Mauri”.12| Uomini&Sport | Luglio 2012


31 maggio 1982: la notizia ha colto tutti di sorpresaa Lecco, ed ha lasciato uno di quei segni che non sicancellano più. Si sapeva che Mauri era ricoverato inospedale, perché un nuovo attacco cardiaco l’avevacolto mentre stava salendo da solo, il pomeriggiodell’undici maggio, il primo tratto della ferrataGamma 1 del Pizzo d’Erna. L’amico Aldo Anghileril’aveva accompagnato all’ospedale, ma tuttipensavano che il “Bigio” si sarebbe ripreso, comel’altra volta. La notizia della sua morte lascia in tuttii lecchesi che l’hanno conosciuto un vuoto che nonsarà presto colmato.Carlo Mauri faceva ormai parte della vita di Lecco,era diventato come un emblema per l’alpinismo: e gliemblemi rimangono sempre. Rimarrà il suo ricordo,ma non è la stessa cosa che lui.Gli anni che passano non hanno spento il ricordodi Carlo Mauri, una figura caratteristica, ches’imponeva per le sue molteplici attività pienedi fascino, condensate in un volto estremamenteespressivo, indimenticabile. Ci restano nella mentele ore terribili nelle quali ci colse la notizia del suomalore, la sicurezza prima e la speranza poi di unasua ripresa, ed infine lo sgomento per l’annunciodella sua morte.Carlo Mauri era cresciuto quando l’alpinismo erauna ribalta che creava ancora gli eroi,e lui forse fu l’ultimo eroe dell’alpinismo moderno,con una personalità che sapeva richiamare allamontagna entusiasmo e sempre nuove leve. Ognigiovane che ha voluto imparare l’alpinismo sullemontagne di Lecco, per molti anni lo ha fatto avendonel cuore la figura di un campione da emulare, di uneroe quasi leggendario: ed era lui, il “Carletto” Mauriche, partendo dal San Martino, dalle Grigne e dalResegone era approdato alle vette più prestigiose, esi era poi trasformato in quel poliedrico esploratore,forse ormai inimitabile.Mauri è stato in Groenlandia, in Congo, inAmazzonia, sulle Ande, in Patagonia, nella Terra delFuoco, in Himalaya, in Australia, in Nuova Guinea,in Nuova Zelanda, al Polo Sud, in Siberia, al limitedella Cina sulle orme di Marco Polo; accanto apopolazioni che sono state fin troppo sfruttate. Dallaloro misera esistenza ha saputo approfondire il sensoreale della vita, riuscendo perfino ad accostare la lorocritica situazione alle sue estreme esperienze comealpinista.Il suo ideale umano, la sua critica alla falsa fratellanza,la troviamo ben chiaramente precisata in un suoarticolo pubblicato dalla “Domenica del Corriere”(anno 1967): “La montagna mi ha insegnato a soffriretutti i disagi: il freddo, la fame, la tremenda pazienzadegli innumerevoli bivacchi; e tutto questo mi portaalla comprensione, almeno parziale, di popoli che,privi di beni materiali, vivono quotidianamente indisagi al limite delle possibilità umane. La loro vita,nella tremenda lotta per sopravvivere, è una speciedi “sesto grado superiore”: qualcosa che anch’ioconosco”.Carlo Mauri è uno dei pochissimi alpinisti chenon abbia scritto un libro, vero e proprio, sulle sueavventure in montagna. Numerosi articoli, valideinterviste, e le sue apprezzatissime conferenze glisono state sufficienti per manifestare le sue ideesull’alpinismo, sulla montagna e sulla vita.Per Mauri ciò che conta è la salita, cioè l’azione,in cui ci si esalta e si vive intensamente; l’arrivo incima suscita nausea e vuoto nell’affiorare della faticacompiuta; la discesa verso il rifugio fa prendere formaalle sensazioni provate e solo allora, non in cima, siha il senso di aver conquistato per sempre qualcosadi valido. Perciò la conquista della montagna è unodei modi più alti di sentirsi vivi, come ogni impresatotale sul piano dell’uomo, ed è, secondo una suaespressione apparentemente paradossale. “come ilmare”.Tra i primi a conquistare le vette di ghiaccio dell’Antartide(Archivio Mauri)Uomini&Sport | Luglio 2012 | 13


Le sue due prime grandi imprese le compì conWalter Bonatti, e furono due “invernali”.Dal 22 al 24 febbraio 1953, con 25 gradisotto zero, 2 bivacchi notturni e 40 ore di scalata,i due amici salirono la via Cassin sulla Cima Ovestdi Lavaredo. 48 ore dopo fu la volta della CimaGrande, per l’itinerario tracciato da Comici e ifratelli Dimai. Prima di questo imponente exploitin invernale sulle Lavaredo, Mauri aveva però giàtracciato vie nuove sulle Prealpi lecchesi e ticinesi,e in Dolomiti nel gruppo dei Cadini di Misurinasulla Torre del Diavolo.Nel 1949 si era distinto, in cordata con LuigiCastagna, scalando in soltanto 19 ore nei giorni10 e 11 luglio, la via Cassin sul Pizzo Badile comeseconda ripetizione assoluta, mentre la primaripetizione della stessa via era riuscita l’anno primaai francesi Gaston Rèbuffat e Bernard Pierre, chel’avevano scalata in sole 28 ore, nei giorni dal 27 al29 agosto.Nel 1956 Mauri salì sul Sarmiento, agli estremigelidi e tempestosi limiti meridionali del SudAmerica, con Clemente Maffei. Il 6 agosto 1958compì la sua impresa più sensazionale conquistandocon Bonatti, i 7925 m del Gasherbrum IV nelKarakorum, e avendo come capospedizione ilgrande Riccardo Cassin, caposcuola del nostroalpinismo. Nello stesso anno Mauri scalò da solo la“Poire” sul versante della Brenva al Monte Bianco,parallelamente a Bonatti che scalava la “Major”.Lo troviamo ancora nel 1958 in Patagonia, semprecon Bonatti, e di seguito nel 1959 con PieroGhiglione e Bruno Ferrario alla Punta Alessandrasul versante Ovest del Ruwenzori e nel 1960 inGroenlandia con la spedizione di Ghiglione.Nel 1961 doveva partire con Cassin e i suoi “Ragni”per l’Alaska per scalare il McKinley, ma sciando aCourmayeur si ruppe una gamba con complicazionicosì disastrose e quasi assurde da dover subireuna serie di radiografie, di diagnosi diverse, dioperazioni disparate, fra cui l’asportazione dellamilza. Dal 1961 al 1965 perciò passò quattro annitra sconfitte e vittorie, tra crisi e impennate.Con la gamba stretta in un apparecchio di cuoio,da lui scherzosamente chiamato “bresaola”, constampella e racchetta da sci affrontò facili sentieri,salì dapprima la casalinga Grignetta e, dopo ladegenza da lui definita un “bivacco”, andò adesercitarsi nel 1964 sul Dente del Gigante e sullelastre lisce e ripide dell’Aiguille du Midi, e nel 1965sul Disgrazia e sulla parete di sesto grado dellaTofana di Roces, lungo la via Costantini-Apollonio.14 | Uomini&Sport | Luglio 2012Esperienza su un’imbarcazionedi papiro per dimostrare una fattibilità storica(Archivio Mauri)


“Il piede mi tirava in dentro, ma bastava poggiarlod’esterno e teneva. Io salivo.Ciò che avevo fatto prima, sul Bianco e sulleLavaredo, sul Badile, prima dell’incidente, nonesisteva più, quel Mauri era un altro, io eroquello presente, era la prima volta che andavo inmontagna”…Rieducato, redivivo, Carlo Mauri aprì il 1966partendo con la spedizione “Città di Lecco” allaTerra del Fuoco e salendo in febbraio sulla cimaancora inviolata del Buckland detto il “Cervinoghiacciato”. Proseguì poi verso i 6962 mdell’Aconcagua, in un intermezzo fra inverno eprimavera; e in giugno scalò, con l’italo-brasilianoDomingos Giobbi e il cognato Carlo Aldè, la cimaperuviana del Nevado Uruashraju di 5735 m nellaCordillera Blanca.Tutto questo con un palmo di cicatrice fra stomacoe ventre e una gamba priva di tendini.


Nel 1967 Mauri si cimentò sui monti della Nuova Guinea e della Nuova Zelanda, per passare poi in Australia,e successivamente al Polo Sud con Sir Edmund Percival Hillary. L’anno seguente, a capo di una spedizioneufficiale scientifico-alpinistica del C.A.I., con Alessio Ollier e Ignazio Piussi, ritorna in Antartide. Nellostesso anno sale sulla parete Est del Grand Capucin al Monte Bianco, tracciando con Casimiro Ferrari, AldoAnghileri, Pino Negri e Guerrino Cariboni, la “direttissima dei Ragni, via Lecco.Nel 1969 affronta un’esperienza del tutto nuova, chiamato da Thor Heyerdhal a far parte dell’equipaggio chesulla barca di papiro Ra I, doveva dimostrare che sarebbe stato possibile agli antichi egizi raggiungere la costadel centro America, partendo dalla terra africana. Questa prima esperienza non si conclude positivamente, maverrà ripetuta con successo con il Ra II.Nel 1970 la sua forte personalità fa breccia tra i giovanissimi alpinisti della sottosezione del C.A.I. di Belledo,che lo scelgono come capospedizione nel tentativo di conquistare dal versante Ovest il celebre Cerro Torrein Patagonia. Se la vetta non viene, per un soffio, conquistata, la spedizione non fu considerata negativaproprio per il fatto che un grande maestro aveva potuto per lunghi durissimi giorni stare a contatto con deigiovanissimi, ai quali farà scuola di vita e di tecnica in un modo indimenticabile ed irripetibile.L’avventura del Polo Nord per il censimento dell’orso bianco (Archivio Mauri)Il suo nome è ancora un richiamo in campo mondiale, tanto che la sfortunata spedizione internazionale che simuove nel 1971, guidata da Dyhrenfurth, per salire l’Everest, lo chiama a farne suo componente.La sua vita avventurosa continua poi con scopi documentaristici per giornali e per la televisione italiana esvizzera, tra dolori spesso immani per le conseguenze della sua gamba fratturata. A questo si aggiungeva ilprimo attacco di infarto, dal quale si riprendeva assai presto, deciso a non volerne essere condizionato nellesue attività. Affrontava così il tentativo di ripercorrere la strada di Marco Polo; ripeteva la “Via del sale” perincarico della televisione ticinese: e di tanto in tanto ritorna pure anche sulle sue amate montagne.I lecchesi lo seguivano anche in questa sua nuova attività e ne apprezzavano i risultati che pure in questo settorelo imponevano all’attenzione ed all’ammirazione. Appena possibile approfittavano della sua disponibilità perseguirne le conferenze arricchite dalle sue preziosissime diapositive.


Cinquantadue anni sono pochi per uno che muorecome lui, pieno ancora di ideali e di forza perrealizzarli. La sua è stata una vita troppo breve, anchese si è presentata estremamente variegata, tutta pienadi grandi cose.A sedici anni, nel 1946, fa parte di quel ristrettonumero di alpinisti che da vita al glorioso GruppoRagni della Grignetta, vanto dell’alpinismo lecchese.Ben presto diventa istruttore nazionale d’alpinismo,a venti anni è già nominato accademico del C.A.I.e nel 1959 viene ammesso al prestigioso gruppofrancese G.H.M. (Groupe de Haute Montagne).I suoi meriti alpinistici vengono riconosciutiufficialmente nel 1965 con la sua nomina a Cavalieredella Repubblica Italiana.La disgrazia che l’aveva colpito con la frattura di unagamba gli condiziona il resto della sua vita e lo spingea trovare nuovi scopi, aperti a tutte le soluzioni.È il primo italiano che, venuto a conoscenza dellospecialista sovietico professore Gabril AbramovicIlizarov che opera sugli arti per accorciarli odallungarli, si rivolge a lui con coraggiosa fiducia.La sua gamba ritorna alla sua lunghezza normale,e di questa miracolosa esperienza fa dono ai suoiconcittadini, mettendo in contatto il professorIlizarov con specialisti lecchesi che ne seguirannopoi la scuola.Anche questo fa parte delle caratteristiche di Mauri,tutte speciali qualità che colpiscono sia l’opinionepubblica in senso generale sia soprattutto chi gli èstato vicino come amico, come compagno di salita ocome semplice ammiratore.Con Mauri muore qualcosa di Lecco, e chi veramenteama l’alpinismo vorrà trovare qualcosa di nuovo checontinui la sua superba e nello stesso tempo semplicetestimonianza di alpinista.Uomini&Sport | Luglio 2012 | 17


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“L’Ultima Solitaria”NON È PIÙSOLTANTO UN SOGNOLA “VIA DEI BELLUNESI” PER MARCO ANGHILERIdi Renato Frigeriofotografi e Marco AnghileriUn caparbio Marco Anghileri non è riuscitoa resistere fino all’arrivo della primaveraper togliersi un’altra grossa soddisfazionein montagna.Possiamo benissimo comprendere anche noiquanto grande possa essere stata la soddisfazionedi chi, dopo aver sognato, o subito per anni comeun miraggio, un evento troppo bello per diventarevero, quasi non gli riesca nemmeno di crederedi aver finalmente raggiunto quello che avevaa lungo sospirato. In questo caso l’obiettivo erarappresentato dalla Via dei Bellunesi sullo Spiz diLagunaz, quella che Franco Miotto, Riccardo Beee Stefano Gava avevano individuata e realizzata intre giorni di arrampicata nel luglio 1979. Questaera la via che si era scolpita nel cuore dell’alpinistalecchese attraverso l’immagine raffigurata nelbellissimo “quadro in bianco nero” che si trovacollocato all’ingresso della locanda Col di Prà dellaValle di San Lucano, nell’Agordino, che a lui èsempre stata familiare.Con l’intuito dell’alpinista esperto e appassionato,Marco Anghileri si era immediatamente resoconto della magia di quella via che si snodava suun tracciato stupendo, dominato da una magnificaprua verticale che saliva oltre un impegnativodiedro. Un’arrampicata così attraente non potevache essere predestinata solo a chi è più innamoratodella montagna, tanto che molti alpinisti con nomipiù o meno conosciuti avevano tentato invano diripeterla. Anzi, a dire il vero, la cosa era riuscitauna sola volta, precisamente alla cordata formata daIvo Ferrari e da Silvestro Strucchi, che l’avevanoaffrontata il 17 e il 18 luglio di un lontano 2004.Il famoso e leggendario traverso “Del Non Ritorno”Uomini&Sport | Luglio 2012 | 19


Marco Anghileri ci prova finalmente una prima voltail 24 febbraio di quest’anno, e si spinge in altofino al punto in cui un alpinista di rango è costretto achiedersi, senza potersi dare una risposta convincente,se proseguire quando una rischiosa vittoria sembraormai a portata di mano, o se sia più prudente desisteree scendere. Sono gli aspetti mentali, non quelli atleticie fisici, che gli fanno decidere per una rinuncia che ècalcolata in base alla sua concezione alpinistica, checonsidera l’arrampicata come divertimento puro, avvoltoda una sensazione di piacere e di libertà. Evidentementenon è questo che avverte in quel preciso momento: ma èsolo questione di tempo. Martedì 13 marzo 2012 infattinon è tanto lontano a lui, che si trova ancora in zonaper motivi di lavoro, non per caso si trova in macchinatutte le attrezzature che potrebbero servire per “questa”arrampicata solitaria.Il sogno si ripresenta in forma ancora più viva e incisiva,e questa volta la decisione prorompe in una convinzionedeterminata, che non lo abbandonerà più in nessunmomento di quei tre giorni in cui, gustando l’arrampicatametro per metro, come sempre gli piace fare, arriveràfino alla cima dello Spiz di Lagunaz.Il sogno che aveva a lungo custodito nel cassetto dellasua più forte passione, adesso si è felicemente avverato:ma quanti ne rimangono ancora in quel misteriosocassetto di Marco Anghileri?L’attrezzatura necessariaper la sua ascensione20 | Uomini&Sport | Luglio 2012


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ITINERARITrekking alMonteRossodi Stefano MichelinClassico trek battuto ogni periodo dell’anno, “l’Anello di Monterosso”è adatto a tutti, purché si abbia un minima consapevolezza di cosavuol dire impegnarsi in una passeggiata che richiede comunque tutta lagiornata, affrontando qualche centinaio di metri di dislivello.22 | Uomini&Sport | Luglio 2012


I CONSIGLI DELL’ ESPERTOGli attrezzi per un trekking di media montagnadi Paolo Rusconi e Giuseppe “Pinello” Caligioregiornata, al trek impegnativo di più giorni. Il personale dei nostri punti vendita è sempre pronto aconsigliare il meglio per le tue esigenze.BASTONI TELESCOPICISPORT SPECIALISTPEDULE BRONAVAL DONNAZAINO SASS DE STRIA 32 PEDULE MONT LAKOTA UOMO ZAINO ALP 28TAZZA METALOSPORT SPECIALISTSET COTTURA POPOTETENDA IBIZA 2 POSTI SPORT SPECIALISTby FERRINO SACCOLETTO LIGHTECH 800SQby FERRINOSACCO LINING ENVELOPEUomini&Sport | Luglio 2012 | 25


ACCADEVA NELL’ANNO…SPEDIZIONE “TIERRA DEL FUEGO”1966di Carlo MauriCesare Giudici alle prese con il ghiaccio della Terra del Fuoco.Da sinistra: Guido Machetto, Casimiro Ferrari, Carlo Mauri, Gigi Alippi, Cesare Giudici(archivio Cesare Giudici)Se ci troviamo concordi con coloro che affermano che la storia è maestra della vita, saremo certamentefrettolosi di andare a cercare, tra le pagine di un nuovo numero di“Uomini e Sport”, questa rubrica fissa che ci riporta ad avvenimenti accaduti in anni più o meno lontani.E senza dubbio saranno ormai pochi quelli che conoscono o ricordano quanto raccontato nella relazionedi questa spedizione effettuata nel 1966, dove possiamo trovare anche tante lezioni di vita, sulle quali nonsi può fare ameno di soffermarsi a riflettere e confrontarsi.Ci dice ancora qualcosa il personaggio che, con una menomazione che gli rende addirittura problematicopoter camminare, non può resistere alla sua smisurata passione,tanto da imbarcarsi in un’impresa dove servono gambe robuste ed estremamente efficienti?Consideriamo forse normale che degli alpinisti impegnati in operazioni estreme si nascondano l’unl’altro dubbi e paure per non influire negativamente sul morale dei propri compagni?Non è possibile anche oggi descrivere con la stessa semplicità e modestia, e con altrettanto gustoavvincente, le fasi di una conquista che ai nostri giorni avrebbe fatto il giro del mondo?Ma questo nostro mondo è cambiato davvero così tanto?26 | Uomini&Sport | Luglio 2012


I medici mi avevano dato per spacciato, manell’estate 1965, dopo ben quattro anni di ospedalicausa un incidente sciistico, riprendevo ad andare inmontagna.Durante il periodo di degenza negli ospedali e diassenza dalle mie montagne, avevo perso il gustodi tutto, isolandomi. Soffrivo anche quando deicari amici mi venivano a trovare, perché essi miricordavano la salute e l’aria aperta. Il mio desiderioera di ritornare con loro, fuori… perché dentro negliospedali c’è troppa miseria e la cosa più triste è chequesta, dopo un po’, la si accetta come un fato.Piano piano, ripresi a salire la nostra bella Grigna.Fu come un nuovo inizio perché mi dovevoabituare, adattare a praticare l’alpinismo, non più inperfette condizioni fisiche: avevo la gamba destrarovinata, fragile come quella di un bambino, senzamuscoli e senza più l’articolazione della caviglia.Mentre camminavo, aiutato da un paio di bastoncinida sci, la gamba mi doleva ed era tanto debole chemi si incurvava…Però, mentre sentivo questa sofferenza, mi rendevoconto che avvertivo ancora la gioia di vivere. Il mioanimo godeva, godeva il doppio… e allora, perchévivere da infermo, da mutilato… mutilato avevosolo un arto, non lo spirito.Tante volte, durante le grandi scalate sulle Alpi, allaHimalaya, sulle Ande, in Africa e in Groenlandiail mio corpo era stanco, sfinito dagli sforzi odalla mancanza di ossigeno, eppure continuavo asalire. Ecco la scoperta dell’alpinista: la capacitàspirituale, come forza essenziale per vivere.In montagna incontravo di nuovo le mie amicizie.Appunto con alcuni di questi miei amici, organizzouna spedizione fuori dalle Alpi, alla scoperta eper la conquista di una montagna ancora vergine,verso quell’alpinismo classico fatto di esplorazione.Questi sono i miei compagni: Giuseppe Pirovano,Guido Machetto, Cesare Giudici, Gigi Alippi,Casimiro Ferrari, tutti forti ed esperti scalatori.Finalmente, dopo tante apprensioni per la ricercadei mezzi economici necessari, il 18 gennaio 1966,lasciamo Roma in aereo diretti a Buenos Airese, dopo una notte di volo passiamo dall’invernoall’estate dell’emisfero sudamericano. Il 20gennaio, ripartiamo da Buenos Aires e dopo varieperipezie sofferte su un traballante aereo e su duemacchine attraverso la pampa patagonica, conben sette forature e con il cristallo del parabrezzafrantumato, arriviamo il 21 notte a Punta Arenas.Festosamente e cordialmente siamo accolti dallacolonia italiana che con grande entusiasmo ciospita ed aiuta a sbrigare le nostre faccende. Anchele autorità cilene ci dimostrano somma cortesiaoffrendoci il loro appoggio per il buon esito dellanostra impresa. Il comandante generale dell’esercitoci dona una bandierina del Cile, accompagnata dauna lettera con bellissime parole, da portare in cimaalla montagna.Punta Arenas è una bella cittadina che in pochi anniha raggiunto i 50.000 abitanti e può considerarsila metropoli più australe della terra. Capitale dellaprovincia magellanica cilena, trae la sua ricchezzadall’allevamento delle pecore ed ora anche dallosfruttamento del sottosuolo, ricco di petrolio edi altri importanti minerali. La felice posizionegeografica di Punta Arenas, a metà dello Stretto diMagellano, forma lo sbocco naturale per l’imbarcodi tutti i prodotti lanaioli che vengono dallenumerose “estancias” dall’interno del continente eanche dalla regione insulare della vicina Terra delFuoco.All’estremità della lunga lingua di terradell’America del Sud, la quale assottigliandosi siavvicina al Polo, fiancheggiata dai due oceaniAtlantico e Pacifico, si estende l’arcipelagodella Terra del Fuoco, il famoso Capo Horn, divisodal continente dallo stretto di Magellano.Uomini&Sport | Luglio 2012 | 27


ACCADEVA A NELL’ANNO…SPEDIZIONE“TIERRADELLa gigantesca Cordigliera delle Ande che scendendo lungo tuttal’America scompare bruscamente sotto lo Stretto di Magellano,riappare, tutta ricoperta di ghiaccio, sulle isole della Terra delFuoco. E qui, in questa misteriosa e fredda solitudine dell’Antarticosi eleva il Monte Buckland che come un gigantesco monolite, siinnalza per 1.800 metri dal mare.Il primo contatto con queste montagne l’ebbi nel 1956, quando,con la spedizione guidata dal grande esploratore e missionariosalesiano Padre Alberto De Agostini, scalai il difficile MonteSarmiento, una piramide di ghiaccio alta 2.404 metri. Fu allora chevidi per la prima volta il Monte Buckland.A Punta Arenas, in quattro giorni approntiamo il viaggio,acquistiamo i viveri per un mesee affittiamo un “cutter” con tre uomini esperti per l’equipaggio. Il24 gennaio ci imbarchiamo e iniziamo così la parte più “mossa”e difficile della spedizione, la navigazione per l’attraversamentodello Stretto di Magellano che ci porterà nei fiordi della Terra delFuoco. Navighiamo su un mare famoso per i suoi naufragi e dabuoni alpinisti ci disponiamo come per una grande scalata di sestogrado superiore, sempre in attesa del peggio.Il 26 gennaio finalmente approdiamo sulle rive della Baia Incanto,dove piantiamo sulla terra ferma il nostro campo base nel fiordoDe Agostini. Ci troviamo proprio sotto alla nostra montagna el’ambiente attorno a noi è fantastico, ghiacciai enormi scendonodalle cime e come grandi fiumi si gettano nel mare seminandolo dipiccolo iceberg. Verdi foreste, quasi equatoriali, fanno da contrasto.Organizzato il campo base, con una serie di esplorazioni lungouna paludosa valle, armati di accetta per abbattere alberi e stivalidi gomma per l’attraversamento di vari corsi d’acqua e fiumi,scopriamo e segnaliamo la via che ci avvicina al Buckland. Siamoqui nel regno del maltempo, delle piogge e del vento che raggiungea volte la spaventosa velocità di 200 Km/ora polverizzando l’acqua.A quota 550 metri piantiamo il secondo campo, proprio alla base diun ripido canale ghiacciato che sale verso la nostra meta. Da questeparti, a 350 metri circa termina la vegetazione e i 600 metri sono daparagonare ai 3.000 delle nostre Alpi.Riforniamo il campo due con viveri e materiale alpinistico. Ilcontinuo maltempo non ci permette di proseguire e ci costringenelle tende per intere giornate e notti insonni.28 | Uomini&Sport | Luglio 2012


FUEGO 1966” Carlo MauriDal campo base il Monte Buckland. Dopo unanevicata, uno dei rari momenti in cui la spedizioneha potuto vedere la montagna(archivio Cesare Giudici)Il forte vento scaraventa la neve addosso alle tende. Una si allagae così dobbiamo trovare rifugio in quattro, dentro l’altra piccoladi due posti. Questi giorni di forzata inattività, sono i più lunghie difficili da sopportare: diventiamo nervosi e per un nonnullapossono nascere odiose discussioni, come se la causa di tutto fosseda attribuire e sfogare tra i compagni che condividono i disagi.Ogni tanto scendiamo al campo base perché si esauriscono i viveri.Al campo base, quando c’è l’alta marea l’acqua si spinge ad unpaio di metri dalle tende e c’è solo da sperare che il mare non siagiti troppo, altrimenti saremmo sommersi.Intanto nella zona, operavano altri due gruppi, uno nordamericanoe uno giapponese.Fortunatamente per noi, queste due ben attrezzate spedizioniintenzionate anch’esse a scalare il Buckland, per cause diverse nonhanno potuto raggiungere la Baia Incanto, permettendo così a noidi precederle.Risaliamo altre volte al campo due, ma il tempo brutto non cipermette di continuare e il disagio quassù debilita. Anche farsi damangiare è una difficoltà, perché il vento, anche in tenda, spegnela fiamma del fornello.Finalmente con una giornata relativamente buona, Giudici, Ferrarie Alippi riescono a portarsi avanti e vincere il primo punto chiavedell’ascensione. Essi salgono il ripidissimo canale di ghiaccio di800 metri che porta al colle. Durante la discesa, questi tre fortialpinisti fissano 300 metri di corde nei punti più difficili, facilitandocosì la via per la salita finale. Ritornano da questa ricognizione,imbiancati dalla bufera di neve. Questa prima vittoria ci riempie digioia. Ora la via verso la cima è aperta e tutti noi, ormai ambientati,ci sentiamo pronti ad attaccare.Domenica 6 febbraio suono la sveglia al secondo campo, sono ledue e tira un forte vento.Rientriamo nei nostri sacchi ed attendiamo che si calmi. Alle cinqueil vento calma di intensità e decidiamo di partire. Scaldiamo delcaffè, ne beviamo un po’ e il rimanente lo mettiamo in due thermos.Sono le cinque e mezza quando imbacuccati, ci riscaldiamocamminando sulla prima “morena”. Nel cielo corrono veloci lesolite nuvole provenienti dall’oceano Pacifico.Alla base del canale di ghiaccio ci leghiamo in tre cordate: Giudicicon Ferrari, io con Alippi, Pirovano con Machetto. Calzati iramponi e armati di piccozza, moschettoni e chiodi, attacchiamo.Grossi crepacci ci obbligano a zigzagare e a procedere con cautela.Man mano saliamo il canale si fa sempre più ripido e strettoincuneandosi tra il Buckland e la sua seconda vetta. Raggiungiamole corde fissate precedentemente e su di queste ci innalziamoaiutandoci con le braccia. Fatichiamo comunque, perché nella altaneve fresca sprofondiamo. Raffiche di vento sollevano nuvole dinevischio provocando tormenta. Scaliamo uno per volta, mentre ilcompagno di cordata lo assicura trattenendogli la corda.Uomini&Sport | Luglio 2012 | 29


In traversata la salita verso la cima del Buckland(archivio Cesare Giudici)La tormenta ci imbianca la barba, le sopracciglia ele ciglia chiudendo gli occhi che si appiccicano tradi loro. Poche sono le parole che intercorrono: sonole parole essenziali che si continuano a ripetere perogni tiro di corda: tira, tira… molla, molla la corda…sono arrivato… parti tu.Ognuno ha il preciso dovere d’impegnarsial massimo per non rallentare la salita, maspecialmente per contribuire, con la sua presenza,al morale della cordata. Ogni titubanza deve esserecontrollata e mascherata per non influire anchei compagni. Anzi ognuno deve essere sempred’esempio di coraggio e di generosità. In questacondizione “l’unione fa la forza”.Sono le dieci circa quando sbuchiamo dal tetrocanale sul piano del colle. Qui ci concediamo unabreve sosta e battezziamo questo colle, “Colle deiRagni”, in onore ai Ragni di Lecco. Fredde raffichedi vento ci invitano a rimetterci in movimento.Attacchiamo un ripido pendio di ghiaccio che dalcolle si innalza verso la vetta. Le nebbie avvolgonotutto e i nostri occhi, protetti dagli occhiali, cercanodi penetrarle per scoprire la via da seguire. Ciinnalziamo lentamente entrando in un mondoimmacolato di ghiaccio e nebbie. Uniche macchiein questo candore, siamo noi, che disponendocia una distanza visibile, serviamo come punto diriferimento per orientarci e per mantenere unadirezione.Un muro strapiombante di ghiaccio alto una ventinadi metri ci si para davanti. Lo attacca Giudici checon provata tecnica del sesto grado lo vince usandouna decina di chiodi.Tutti superiamo questo faticoso ostacolo eriprendiamo a salire per un altro pendio attraversatoda enormi crepacci. Ci arrampichiamo per qualchecentinaio di metri, preoccupati a non perderel’orientamento e cerchiamo di incidere il piùpossibile il ghiaccio per lasciare una traccia che ciserva al ritorno.Ed ecco, apparire tra le nebbie una lunga macchiascura. Ci avviciniamo e ci troviamo di fronte allacrepaccia terminale che divide il pendio dalla paretedella cima. Entriamo in questa grossa crepaccia perripararci dal vento e riprendere fiato.30 | Uomini&Sport | Luglio 2012


Mentre Pirovano cerca di adattarla per un eventualebivacco, nella forma di un ripido canalino dighiaccio, scavato tra due imponenti pareti che siinnalzano dalla crepaccia terminale. Il vento èfortissimo e la visibilità si riduce, a pochi metriGiudici e Ferrari ci seguono.La vetta sembra ormai vicina… quando un’enormestrapiombo di ghiaccio ci sbarra la salita. Conpericolose manovre ridiscendiamo alla crepaccia.Siamo provati dalla fatica e per l’impossibilità divedere la via di uscita e la prospettiva di un possibilebivacco, incominciano a preoccuparci.Ferrari riparte gradinando su per un altro canalinoe velocemente scompare in alto nelle nebbie. Dopopoco, anche il suo compagno di cordata Giudici lodeve seguire, lamentandosi per i pezzi di ghiaccioche gli cadono addosso.Noi aspettiamo l’esito di questa seconda ricognizione.Dopo circa un’ora, il vento ci portauna voce gioiosa che grida… “dèe che se pasàa”… Cimuoviamo anche noi, partono Machetto e Pirovanoe quindi Alippi con me. Scaliamo il canalino per 70metri e poi sotto lo strapiombo della cima, iniziamouna lunga traversata verso destra fino a raggiungereil filo della cresta Sud. Questa difficile e pericolosatraversata sarà la chiave della vittoria.Sotto di noi, un salto di 1.500 metri. Fortunatamentetutta l’esposizione di questo passaggio non lapossiamo vedere perché la nebbia riempie il vuoto.La crosta di neve della cresta è friabilissima einconsistente. Ci tiriamo su uno per volta con moltaattenzione. Il forte vento non permette di sentircila voce. Ferrari e Giudici sono già sulla cima, poi,tutti, godiamo un attimo di immensa gioia… ciabbracciamo… leghiamo le bandierine d’Italia edel Cile su una piccozza e a turno solleviamo questisimboli in segno di vittoria.La cima del Buckland è stretta e potrebbe cadere,essendo tutta di ghiaccio, trascinandoci con sé. Nonci concediamo sosta o abbandono di nessun genere.Unica distrazione, conoscendone l’importanzadocumentaria, sono le foto e il film. Questi sarannoi ricordi visivi che, assieme a tutte le emozioni dellascalata, godremo noi… quando saremo a casa e pertutta la vita.Ritratto del lecchese Cesare Giudici,Guida Alpina e Ragno della Grignetta(archivio Cesare Giudici)Dal notiziario trimestrale del C.A.I. Sezione di Lecco – numero 1 anno 1966.


Noemy Gizzi - Running Team Sport SpecialistT E S T I M O N I A L32 | Uomini&Sport | Luglio 2012Noemy GizziUna grande atleta completa ilRunning Team Sport SpecialistNoemy Gizzi, Classe 1975, una laurea in Ingegneria alPolitecnico di Milano e tante esperienze lavorative alle spalle.Si avvicina al mondo della corsa molto tardi, a 30 anni. Dopo16 anni di pallavolo e beach-volley ad alti livelli, nel 2005approda, quasi per caso, al running, chiudendo a Milano lasua prima maratona. Da lì è stato amore a prima vista! Dal2007, oltre a dedicarsi alle ultramaratone su strada, sperimentaanche la corsa in montagna, in particolar modo l’ultratrail egare lunghe di skyrunning.Nel 2009, grazie al tempo conseguito a Seregno nella suaprima 100km (8h53min, quinta miglior prestazione italianadell’anno), entra a far parte della Nazionale Italiana diUltramaratona. Con la maglia azzurra partecipa al Campionatodel Mondo ed Europeo di 100 km svoltosi a Torhout, inBelgio, dove centra la medaglia di bronzo a squadre insieme aMonica Carlin e Giovanna Cavalli. Sempre nel 2009 partecipaalla Courmayeur – Champex - Chamonix, gara Internazionaledi ultratrail sul monte Bianco con oltre 5600 mt di dislivellopositivo, dove si piazza settima assoluta. Nel 2010, oltre amigliorare i personali sulla maratona e sulla mezza maratona,centra nuovamente l’obiettivo della convocazione in Nazionaledi Ultramaratona. Al Campionato del Mondo ed Europeo di100 km svoltosi a Gibilterra, si piazza terza delle italiane conil tempo di 8h17min (quinto miglior tempo italiano del 2011).Nel 2011, vince la 50 km di Seregno e la Monza-Resegone,stabilendo, insieme a Monica Casiraghi e FrancescaMarin, il nuovo record del percorso (3.42.19).Migliorainoltre i suoi personali sia sulla mezza maratona che sullamaratona, centrando un ottimo secondo posto alla MaratonaInternazionale del Custoza e un quarto posto alla prestigiosa50 km di Castel Bolognese. Convocata in Nazionale per ilterzo anno consecutivo, il 10 settembre veste nuovamentela maglia azzurra al Campionato del Mondo ed Europeo diWinschoten (Olanda).PERSONAL BEST100 km: 8h 17min 17sec (Gibilterra – Novembre 2010)50 km: 3h 35min 51sec (Seregno – Aprile 2011)Maratona: 2h 57min 29sec (Piacenza – Marzo 2011)Mezza maratona: 1h 22min 36sec (S. Benedetto del Tronto – Aprile 2011)SOCIETA’di appartenenza: ATLETICA 85 FAENZA (Campione d’ItaliaMaster 2009 – 2010 – 2011 - 2012)VITTORIE 2012Mezza maratona di SeregnoBrianza Grand Prix (gara notturna a coppie di 22 km)Trofeo del Custoza ( ecotrail di 25 km)MOMOT: Monza Motevecchia (ecotrail di 32 km a coppie)MONZA RESEGONE (Con Monica Casiraghi e Francesca Marin)


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