Lo cambiamo? - Il Nuovo

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Lo cambiamo? - Il Nuovo

politica e società2 Il NuovoC’è un punto su cui Bellaria Igea Marinaha sempre vissuto un profondogap rispetto ad alcune dinamiche delsuo sviluppo. Sia durante gli anni dellacrescita disordinata e “furiosa”, siasotto la guida di “illuminate” figurepolitiche -quelle delle piastrelle, perintenderci-, ciò che è realmente mancatonel nostro Comune è stata unalungimirante, e al contempo concreta,politica culturale. Ciò che è mancato,e tuttora manca, -e non solo a BellariaIgea Marina-, è la capacità di pensaread una programmazione culturale chepossa incrociare anche i concreti interessidella vita della città, possa cioèrealmente riguardare tutti.Per questo risulta sicuramente interessantequanto sta programmando l’Amministrazionea riguardo dei temi delturismo e della cultura. L’idea di fondoè quella di costituire due poli, anche fisicamenteidentificabili, in cui da unaparte la cultura e dall’altra il turismomettano insieme le energie, le qualipoi potranno e dovranno interagire.Per capire meglio, interpelliamo il sindacoin persona.Ceccarelli, ci spieghi. Si tratta dispostamenti di uffici o di qualcosadi più?Decisamente di qualcosa di più. Ma lospostamento di uffici c’entra sicuramente.Diciamo che è il punto di partenza,l’occasione per una ristrutturazionepiù complessiva.Ci spieghi.Parto da un’analisi di fondo. Oggi abbiamoluoghi che sono decisamentesottoutilizzati rispetto alle potenzialità.La Biblioteca è un’interessante struttura,al centro della città. Il Palazzo delTurismo è allo stesso modo una realtàaltrettanto centrale, ricca di spazi. Oggiperò non sono punti di riferimento pergli operatori dei rispettivi ambiti. Perle attività culturali dobbiamo rifarciagli uffici in comune, oppure agli entiche risiedono in biblioteca, ovvero aresponsabili che non si sa dove siano.Lo stesso per il turismo. Di qui l’ideadi spostare le realtà di riferimento inquesti luoghi.Acculturare il turismo,promuovere la culturaC’è un progetto che potrebbe liberare numerose energie, mettendole al lavoroverso la stessa direzione. E’, finalmente, la possibilità di fare una cultura capacedi essere traino del paese (e di non rimanere chiusa in segrete stanze).di Emanuele Polverellita da un importante lavoro di mantenimento.Andando avanti nell’elencotroviamo il centro giovani Kas8 e Informagiovani,gestiti dall’associazioneGiovani 2000. Altra realtà che dovràinteragire più fattivamente sarà l’areadell’ex Macello, in via Ferrarin. Tuttociò per correggere lo scollamento chesi avverte ora.Ma cosa cambierà per l’utente?Oggi in biblioteca abbiamo solo un addettoassunto, peraltro in part time.Per il resto vi sono persone a progettoo comunque non stabili. Spostandol’ufficio cultura lì, avremo da subito ilvantaggio di trovare maggiori risorseumane stabili. Verrà costituita unasquadra che sotto la dirigenza del dott.Ivan Cecchini, potrà operare coordinatadal funzionario Gualtiero Gori. Ilnostro obiettivo è aumentare l’operatività,mettendo in moto tutte le energiedisponibili. Rendendole più efficaci.In concreto?Da subito vogliamo aprire la Bibliotecaper orari più distesi, fino a giungere acoprire anche le ore serali. Ma il nostrovero obiettivo è sfruttare al megliol’edificio intero e creare un pooldi operatori efficiente. E’ un edificioche, sistemando gli scantinati, offrenumerose risorse, utili in particolareper permettere di riporre e renderefruibile il numeroso materiale relativoalla storia della città. Per questo occorreràun’impegnativa ristrutturazioneall’edificio. Ma le cose che potrannoprendere posto in biblioteca sono numerose.Mi piace qui ricordare l’iniziativadel “Libro parlato”. L’amministrazioneha adibito una stazione informatica,perché il Lions Club guidatodal dott. Ferranti potesse offrire unservizio prezioso, dedicato ai bambininon vedenti. Abbiamo già deliberato ea settimane dovrebbe essere operativo.Ma le iniziative saranno molteplicie saranno il risultato di questo nuovostile di lavoro. In una parola sinteticasi può dire che da un lavoro che venivasvolto da ognuno in termini autonomi,si dovrà passare ad un vero lavoro inrete.Ovvero un pezzo di Comune sisposterà…?In un certo senso sì. L’ufficio culturaavrà sede in biblioteca comunale, insiemea Zaffiria, al teatro, al Bellaria FilmFestival… Sono tutte realtà che peraltrodovranno imparare a lavorare in sinergia.Non può accadere, come taloraè accaduto in passato, che le iniziativedegli uni non siano neppure conosciutedagli altri, oppure che gli uffici nonabbiano le dovute informazioni. L’ideaè quella della costituzione di un veroe proprio polo culturale, in cui chi hainteresse in merito, sia come fruitoreche come organizzatore di eventi,possa avere un riferimento chiaro edesaustivo. La Biblioteca sarà questoriferimento. E’ un riferimento fondamentaleper interloquire con realtàche saranno sempre più integrate,come Casa Panzini, rispetto alla qualepresto avremo la ristrutturazione dellacasa di Finoti e che dovrà essere apertain maniera più continuativa, e nonsolo in qualche occasione come di fattosuccede ora. Altra realtà che si dovràrelazionare con la biblioteca sarà laTorre saracena, anche essa interessa-E il turismo, seguirà gli stessipassi…Certo. Ma guardi che una volta resiidentificabili responsabilità e staff dilavoro, poi le due realtà non potrannoche dialogare, per loro natura intrinseca.In fin dei conti un’attività culturalepreziosa e seria, non può che contribuireall’appetibilità del nostro paese.D’altro canto presentare la nostra cittàcontinua nella pagina accantoIl NuovoGiornale di Bellaria Igea MarinaQuindicinalewww.ilnuovo.rn.itStampa:La Pieve Poligrafica EditoreVilla Verucchio srl (Villa Verucchio)Direttore responsabile:Emanuele PolverelliRegistrazione:Tribunale di Rimini n. 12/2004Direzione e Redazione:via Virgilio n. 24Tel. e Fax: 0541-33.14.43E-mail: epolverelli@ilnuovo.rn.itEditrice:Associazione NuovaBellaria Igea MarinaPubblicità: Tel. 0541-33.14.43(3397447247 - ore 15-20)Tiratura: 7500 copie.Chiuso in tipografiail 3.3.2010


storia e sport4Il Nuovo15 giugno 1946: dopo il referendum del 2giugno e la vittoria della Repubblica sullamonarchia, l’Italia risale in bicicletta.il Giro d’Italia riparte e, come un’idealefiaccola di pace, attraversa lo stivale riunendogli italiani dopo la buriana della IIGuerra mondiale. Tafferugli, sparatorie equalche arresto nella tappa verso Trieste.Ma il Giro riprende, e scalda gli animi:Bartali primo, Coppi, già recordista alvelodromo Vigorelli di Milano nel ’42, èsecondo. Bellaria Igea Marina non difettadi spirito nazionale. E’ il periodo in cuianche i romagnoli cominciano a brillaresulle due ruote: Mario Vicini, “il granderosso” di Cesena, il velocista forliveseGlauco Servadei, Vito Ortelli e, più tardi,Ercole Baldini, sono solo alcuni esempidi atleti romagnoli che si sono distinti alivello nazionale. Le due ruote ‘tirano’ancora più del calcio: nello spirito combattivoe nei “garretti d’acciaio” dei campioninazionali si ripone tutta la speranzadel futuro. E al momento dell’arrivo ditappa, tutto si ferma: si abbandona il lavoroe tutti al bar Centrale, ad ascoltare lacronaca alla radio. “Perché mica si avevala radio in casa –ricorda Marcello Rubinetti-ci si ritrovava tutti al bar. A Bellariail ciclismo era lo sport più seguito, tuttiimpazzivano, e durante il Giro i bar si riempivanoper sentire l’arrivo”. Rubinetti,classe 1926, nativo di Fratta Terme egiunto a Bellaria all’inizio degli anni ’30a seguito del lavoro del padre, casellantein via Properzio, nel 1946 è un giovane dibelle speranze: un diploma di ragionierein tasca, guadagnato grazie alla maestraQuanta sabbia nei miei sandali !La storia del ciclismo degli anni d’oro, raccontata con gli occhi di un protagonistabellariese: Marcello Rubinetti.di Elisabetta SantandreaCiani, che riesce a far proseguire gli studial giovane Marcello dalle elementari diBellaria al ginnasio dei frati salesiani diIvrea, primogenito di una famiglia numerosa,tenta di inserirsi nel difficile mondodel lavoro del dopoguerra. “Lavoro nonse ne trovava –racconta- e anche dovec’era, pagai lo scotto di essere figlio diun ex fascista. Mi ero appena diplomato,primo di cinque fratelli, e avevo bisognodi lavorare. Ricordo che mio padre andòalla Cassa di Risparmio, dove cercavanoun ragioniere, ma la risposta fu che siccomelui era stato un fascista, per suo figliolavoro non ce n’era. In banca poi ci entrai,ma nel 1950. Dal ’46 al ’49 riempii il miotempo con la bicicletta, e cominciai unpo’ per disperazione. Senza lavoro, nonavevo altro da fare”. E, nonostante l’età,Marcello dimostra di avere talento. Sonoin molti ad accorgersi delle sue possibilitàdi progredire come atleta, primi fra tuttiquelli della Renato Serra di Cesena, cuiRubinetti si affilierà, arrivando ad un soffiodal professionismo.Da dove è partito tutto?“Tutto cominciò con una bici che mio padrecomprò per poche lire da un inglese,dopo il passaggio del fronte. E’ guardandoquella bici che pensai “Voglio provare”.Solo che ci voleva una bici professionale,e quella non lo era. Ricordo un giorno, erapassata una corsa e provai a starci dietro.Una fatica! Quelli avevano delle bici cheandavano! Così decisi di modificarla:tolsi il manubrio, il parafango, trovai unpaio di fermapiedi e andai da GiovanninoGiorgetti, che faceva il meccanico. Luimi mise il manubrio da corsa e montò ifermapiedi, mentre Giove, il ciabattino,montò i tacchetti sulle scarpe. Giove miammonì, dicendo che per fare il corridoreavrei dovuto fare sacrifici: niente fumo,niente morosa… Ma senza un soldo, miero mai potuto permettere le sigarette e lamorosa?? Gli scarpini me li diede VittorioGiorgetti, il macellaio. Li aveva compraticon la bici da corsa, che però gliela avevanoportata via gli inglesi. E così degliscarpini non se ne faceva più niente, e lidiede a me”.Questo primo tentativo fai-da-te, ebbe ilgrosso pregio di far appassionare Marcello.Insomma, ci prese gusto, e di lì a pocosi costituì un primo gruppo di irriducibilisostenitori. “Cominciai ad allenarmi eprovai tutte le cosiddette corse di parrocchia.Al bar Centrale hanno cominciato a


storia e sport5Il NuovoNella pagina a fianco foto di gruppo dellaSocietà sportiva “Renato Serra”, scattataa Cesena il 15 settembre 1947. I corridorisono: Evangelisti, Ridolfi, Barducci, Medrie Rubinetti.Qui sopra, una recente foto di MarcelloRubinetti.starmi dietro, tanto che decisero di fareuna colletta per comperarmi una verabici da corsa. In una settimana raccolsero40mila lire e con quei soldi io, EugenioPironi, che faceva il meccanico, Vittorio ePépp ad Mauro, fruttivendolo della piazzadi Bellaria, andammo su a Cesena inbici da Mario Vicini. Era il 1945: Viciniera gregario di Coppi nella Bianchi e lacasa gli passava le bici e il materiale davendere. Solo che per una bici professionaledi mila lire ce ne sarebbero volute47-48! Così Vicini tirò fuori una Viscontea,che venne modificata montando pezzida corsa: sella, pedali, ruote e tubolari.La andò a prendere Pepp il giorno dopo,perché andava a Cesena al mercato dellafrutta, e io me la misi in camera, vicino alletto. La domenica successiva corsi con laViscontea a Savignano: c’erano i membridell’UVI, Unione Velocipedisti Italiani, iocorrevo con i liberi. Quel giorno presi latesta della corsa, ma in una curva saltò ilfreno dietro. Poi, per evitare una donnache si era sporta dal pubblico, mi si ruppeanche il freno davanti. Un disastro: finì infondo alla corsa e il giorno dopo, subito sitenne la riunione al bar. Pepp e Vittoriopartirono alla volta di Vicini, e lo volevanomenare!” La mirabolante avventurasi concluse senza menar le mani: vennerosostituiti i freni con altri più professionali,e Marcello risalì in sella. “Mi affiliaialla Renato Serra di Cesena. In squadracon me erano tutti ragazzi della mia età,andavamo forte e di coppe ne abbiamoportate a casa un fumo. Noi, che vestivamola maglia bianco-nera, avevamocome diretti avversari i ‘Forti e liberi’ diForlì. Era una bella guerra!” Sono ancoragli anni del ciclismo ruspante: bicicletteche pesano come macigni, lontane millemiglia dai telai in fibra di carbonio dioggi, approvvigionamenti a base di panee mortadella –quando c’erano- e un’immaginedello sport su due ruote forsepoco tecnologica, un po’ ingenua, ma sicuramentepiù viscerale, fatta soprattuttodi tattica e sudore. “Io ho cominciatoa correre tardi –spiega Marcello- ma gliintenditori mi han sempre detto che avevobuone opportunità di progredire. Hosempre cercato di fare corse importanti,non mi è mai interessato di vincere allecorse minori. Quelle fanno numero, mavale molto più un secondo o terzo postoin una corsa importante che molte vittorieminori”.Che rapporto c’era con i compaesani?“A Bellaria mi seguivano quelli del bar,il mio team storico composto da Pepp,Vittorio e Eugenio, poi Sergio e LucianoMantovani, che mi seguirono fino a Savona,in una prova di campionato dilettanti.Ricordo che la gente mi fermava per stradagià dal sabato, per sapere dove andavoa correre. Si informavano, chi poteva venivain trasferta”.Rimane memorabile quella di un gruppodi bellariesi che ti seguì al Barbotto, doveci scappò anche il morto. Tutto vero?“Tutto vero. Quella del Barbotto me laricordo eccome, erano su un camion, piùdi trenta!”Sconfitte?“Certo. C’è stata una corsa in cui ho pianto.L’unica. Era una corsa indipendenti edilettanti, 240 km Verona-Pieve di Centoe ritorno. Mi ci portò Cimatti di Bolognaa quella corsa. Stavamo arrivando in 4-5al traguardo, quando uno dei corridori miha tirato per la maglia”.Quando ci fu la decisione di smettere dicorrere?“Nel 1949, avevo già 23 anni, mio padremi disse che non mi aveva mandato ascuola per fare il corridore, che di tuttoquello studio non ce n’era mica bisogno!Così decisi di fare il servizio militare, cheprima avevo rimandato per motivi di studio,ma la Renato Serra non mi volevamollare e mi volevano far passare a tutti icosti a professionista. Il loro obiettivo erafarmi fare la coppa Agostoni e quindi ilGiro di Lombardia. Si mosse addiritturala fidanzata di Filippi, il presidente dellaSerra, che era figlia del generale Tabellini,per far sì che io potessi continuare ad allenarmianche in servizio. L’allenamentoin effetti proseguì, facevo 120-130 km algiorno, ma alla fine alla coppa Agostoninon partecipai. Dopo il congedo attaccaila bici al chiodo, e cominciai a lavorare”.Insomma, nella volata verso il professionismo,Rubinetti, per un soffio, ha decisodi non tagliare il traguardo. E, sempre perun soffio, non ha portato il doppio cognome:una piccola curiosità che non c’entracol ciclismo, ma con la sua vita e coi suoiaffetti. “La storia è questa: mio padrenon fu riconosciuto dai suoi genitori naturaliFu affidato ad una balia che avevaappena perso una bambina, che poi loadottò. Quando dovevo nascere io, trovòtracce dei suoi genitori naturali: si eranoentrambi creati una famiglia, il padre eraun signorotto, faceva di cognome Foschie abitava verso Civitella, mentre la madrestava nei pressi di Meldola. Suo padrefu contento di averlo ritrovato e quandoseppe che c’era un figlio in arrivo, dissedi volerlo riconoscere per potermi dareanche il suo cognome. Non andò così: lamoglie non prese bene la notizia, ancheperché avevano due figlie da marito, e ioavrei rovinato la loro dote. Per cui allafine tornò sui suoi passi, e io rimasi MarcelloRubinetti”.Festa della donnaUn weekend tutto al femminile, magici momenti di profondo benessere alla Blu Spa