Il Nuovo Carte Bollate - Ristretti.it

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carteBollatesettembre - ottobre numero 5/2010il nuovoPeriodico di informazione della II Casa di reclusione di Milano-BollateDOSSIERabitare il carcereUn altro carcere è possibileEvasioni, parlaPagano p. 4Emergenzacarceri p. 5Il fumofa male p. 27Que lindaes Cuba p. 28Credo in Bollate e neaccetto i rischidi Susanna RipamontiCome ridurreil dannoda sovraffollamentoMa proibirlonon bastadi Enrico LazzaraL’isola dovela gente sorridedi Silvia Palombi


EVASIONI 1 – Parla il provveditore alle carceri della Lombardia Luigi Pagano“Questo è il modellodi carcere in cui credo:la strada per il futuro”La mattina dell’11 agosto, un po’prima delle nove scatta l’allarme.Due detenuti sono evasi. La notiziarimbalza quasi in tempo realesu siti internet e giornali radio. Dentro,il tam-tam di radio-carcere la porta dicella in cella. Nel pomeriggio il provveditoreLuigi Pagano incontra i giornalistiin conferenza stampa e afferra ildiavolo per le corna: “A Bollate in diecianni abbiamo avuto due sole evasioni.E una si è conclusa in poche ore”. Anchein questo caso uno dei due evasi èstato riacciuffato nell’arco di un giorno,l’altro è stato preso il 6 settembre..Pagano difende il carcere che lui stessoha creato, trovando in Lucia Castellano,come ha detto in molte occasioni,“la persona giusta alla quale affidarela direzione”. Una casa di reclusionedove fosse possibile applicare su largascala un modello trattamentale, senzainventare niente di nuovo, ma soloapplicando le leggi esistenti, leggi chedovrebbero valere per tutti i penitenziariitaliani. “Questo è il carcere in cuicredo, è la strada per il futuro”.Ai giornalisti che gli stanno di fronteparla dei risultati: “Il numero degli exdetenuti che commettono nuovi reatiè molto basso, mentre aumenta quellodi chi trova lavoro grazie ai progettidi reinserimento. A chi mi chiede se ilmodello Bollate funziona rispondo: sì,il gioco vale la candela, i risultati chepossiamo vantare sopravanzano sicuramentegli episodi critici”.Bollate è un carcere dai molti record: il12% di recidiva, contro il 70% delle medienazionali, il 10% dei detenuti italianiche lavorano all’esterno sono di Bollate,più della metà della popolazione carcerarialavora, la società civile partecipaalle attività del carcere con almeno 200volontari che gestiscono assieme aidetenuti attività vitali, dallo sportellogiuridico alla biblioteca, dai giornali internialle attività di supporto. Ma questirisultati non sono solo medaglie alvalore per chi gestisce il carcere e necoordina le attività, sono risultati che4 carteBollatehanno una loro fisicità, una consistenzain carne ed ossa, fatta da quell’80% didetenuti, che una volta scarcerati hannotrovato la forza di camminare sulleL’eventotragicopuò esseredietrol’angoloma ti assumila responsabilità.E vai avantiproprie gambe e di non tornare a delinquere.Fatta dalla tenacia, dalla serietà,dall’impegno di chi è riuscito a farsiapprezzare sul lavoro, abbattendo pregiudizie timori. Insomma, il successodi Bollate si basa su una sorta di pattonon scritto tra l’istituzione carceraria ei detenuti, tra chi ha deciso di governareusando gli strumenti della fiduciae della responsabilizzazione più chequelli della coercizione e della forza etra chi ha scelto di cogliere l’occasionedi riscatto che gli veniva offerta. Questopatto non è siglato per sempre, varinnovato di giorno in giorno, perchénel tempo sono cambiati i contraenti,Nell’arco degli ultimi tre anni anche aBollate è raddoppiato il numero dei detenutie questo non può essere un datoininfluente. Ogni giorno arrivano faccenuove, detenuti a cui far capire chenon sono approdati nel paese di Bengodi,ma in un carcere in cui si lavoracon fatica, spesso con sofferenza, perdare un nuovo senso alla propria vita;poliziotti che devono imparare sul campouno nuovo stile di lavoro. È questala rivoluzione quotidiana di Bollate.Due evasioni in dieci anni, possonomettere in discussione questo modello?A chi punta il dito contro lo scarsocontrollo dei detenuti Pagano risponde:“Premetto che in nessun modo quelloche è accaduto può essere consideratoresponsabilità degli agenti penitenziari:Bollate è una struttura a custodia attenuatadove alla “vigilanza statica” siassocia il trattamento dei reclusi checoinvolge tutto il personale, dalla poliziaagli assistenti sociali. In una strutturacosì non si può certo pensare di mettereun agente per ogni detenuto, e non soloper una questione economica, ma ancheperché verrebbe meno la filosofia stessadi Bollate. E comunque nessuna strutturaè completamente impermeabile airischi”. Il Provveditore non ha dubbi: “Ilmodello Bollate andrà esteso, con il suomix di controllo e trattamento” Ma nonha dubbi neppure Franco Ionta, direttoredel Dap, che intervenendo a distanza,a proposito di sicurezza, ribadisce:“Sono convinto che il carcere sicuro siail carcere aperto”. E per chiarire chenon c’è nessun cambiamento di rotta invista, Pagano ha annunciato proprio inquesta occasione che non si sarebbe annullatal’iniziativa di Ferragosto, con ungruppo di detenuti impegnati all’esternonell’oasi di Vanzago, assieme ai volontaridel Wwf. “Credo davvero che questasia la strada giusta: non puoi pensaredi dormire tranquillo, perché l’eventotragico è dietro l’angolo, ma ti assumi laresponsabilità. E vai avanti”.Su s a n n a Ri pa m on t i


EVASIONI 2 – Un episodio che non deve mettere in discussione il progettoBollate rimaneun luogo di riscatto socialeAnche a Bollate si evade, magarilasciando sul tavolo unalettera di scuse per la direttrice.Mattinata caotica, congli altoparlanti posti nei piani dellesezioni che lanciano attraverso la vocedella polizia penitenziaria l’ordinedell’immediata chiusura, con il rientronella propria stanza. Nella concitazionegenerale, anche i colloqui giàin corso sono stati sospesi, così comele altre attività di questa comunità.L’incredulità e i forti interrogativi neivolti e nei pensieri dei detenuti, hannopreso il sopravvento; finché radiocarcere attraverso i corridoi fa filtrarela notizia dell’evasione di due detenutiche prestavano attività lavorativapresso la caserma degli agenti, postaall’esterno del muro di cinta. Nelle cellei commenti si sprecano e qualchetimore comincia ad aleggiare nell’aria:cosa succederà adesso? Quanto tempoci terranno chiusi? Che provvedimentisaranno adottati? Il pessimismo prevalefino alle ore tredici, quando lecelle vengono riaperte, i colloqui ripristinati,le varie attività riprendonoregolarmente. La voce del ProvveditoreLuigi Pagano attraverso gli organid’informazione, fa ritornare allarealtà oggettiva, esponendo i fatti,parlando dei dati che caratterizzanola realtà di Bollate, con un tasso direcidiva del 12% contro il 70% nazionale.Quello che è accaduto non può metterein discussione la validità dell’interoprogetto. Molte persone di questacollettività, uomini e donne, attraversoil lavoro, riacquistano quelladignità che consente di camminare atesta alta, allo stesso tempo il regimecarcerario attenuato e basato sullaresponsabilizzazione e la fiducia, ti dàmodo di sperimentare la possibilitàdi una vita normale e cancella quellarabbia e quella voglia di ribellioneche l’emarginazione trasmette, rendendocidrogati di trasgressione.In questo carcere, dove tutto è finalizzatoal reinserimento, l’obiettivo è quello direstituire alla società una persona nuova.Il lavoro è parte integrante del progetto,è ciò che alimenta la speranza di un cambiamentopossibile.Forse, fatti del genere potranno accaderedi nuovo a Bollate, anche se due sole evasioniin dieci anni confermano la validitàdel progetto. La speranza è che gli incidentidi percorso, le criticità, che inevitabilmenteci sono, non intacchino i risultatiraggiunti. A Bollate non si fa sperimentazione,semplicemente si applica ciò cheprevedono l’ordinamento penitenziario,la legge Gozzini e la Costituzione. Bollate,è l’esempio da seguire come dimostranoi tanti record positivi che caratterizzanoquesto istituto, che resta un luogo di riscatto,nonostante due nostri compagniabbiano scelto di allontanarsi.Sa n t in o St e fa n in iEVASIONI 3 – Un rischio a cui è esposto qualsiasi penitenziarioLa perfezione non èdi questo mondoLasciamo la perfezione alle leggidella natura e consideriamoinvece i benefici che produce ilcarcere di Bollate nella società,grazie alla capacità di liberare personeriabilitate in un numero considerevole:12% di recidiva a fronte del 70% nazionaleè forse un risultato modesto? Larealtà è che la cronaca a volte producesolo denigrazione. Un’evasione da Bollate:apriti cielo! Certo, non si può considerareun’evasione come una passeggiatafuori dalle mura penitenziarie. Èpur sempre un’evasione. Anche chi vain permesso e non rientra in carcerediventa un evaso. Nessun lenzuolo annodatoné sbarre tagliate come le normalievasioni, eppure queste ci sonoancora, si leggono solo su trafilettidi giornale, mentre se accade a Bollate(la seconda in 10 anni) diventauna notizia. Venerdì 13 agosto tutti igiornali la riportavano, uno fra i piùletti invece metteva anche un articoloripreso da carteBollate di DinoDe Benedictis, un detenuto che benriprendeva il concetto di rieducazionee reinserimento che si fa a Bollate.Il segretario del Sappe, sindacato diPolizia penitenziaria, commentandoin una intervista l’episodio disse:“meglio inseguire due evasi che ritrovareun suicida in cella”.Ad r i an o PasqualcarteBollate5


CarceriAPPELLO – “carteBollate” aderisce a una iniziativa di Ristretti OrizzontiProposte minime per ridurreil danno da sovraffollamentoSi può fare qualcosa perché le persone detenute escanovive dalla galera e non finiscano a marcire nell’indifferenzadi tutti? Quelle che seguono sono Proposte minimedi riduzione del danno da sovraffollamentocarcerario, che la redazione di Ristretti Orizzonti ha elaboratoe indirizzato al Provveditorato dell’Amministrazione penitenziariadel Veneto, ai direttori delle carceri, ai magistratiProposte minime di riduzione del danno da sovraffollamentocarcerario1. Apertura notturna dei blindi da giugno a settembre per favorirela ventilazione e il ricambio di aria nelle celle (come già avvienenelle carceri di Torino, Verona, più di recente a Padova reclusionee in molti altri istituti);2. Apertura delle celle nel corso di tutta la giornata con libero accessoalle docce;3. Autorizzazione all’acquisto di frigoriferi per conservare i generialimentari (tipo frigobar), da installare all’interno delle celle (comegià avviene nella Casa di reclusione di Padova, nella Casa circondarialedi Trieste e nella casa di reclusione di Bollate);4. Autorizzazione all’acquisto di piccoli ventilatori elettrici da tenerein cella;5. Predisposizione delle sale colloqui con ventilatori in numero sufficienteper rendere sopportabile alle famiglie, e soprattutto ai bambini,la permanenza in tali aree;6. Utilizzo più ampio possibile dell’area verde per i colloqui;7. Concessione dell’aria estiva: un’ora aggiuntiva di passeggi dalle17,00 alle 18,00;8. Aumento delle ore di attività sportive (campo e palestra).di Sorveglianza e al comune di Padova. carteBollate fa propriequeste proposte, che ha inoltrato al Provveditorato della Lombardia,ai direttori delle carceri lombarde e alla magistraturadi sorveglianza. Precisiamo che tutte queste disposizioni sonogià in essere a Bollate, a conferma del fatto che un carcere piùumano è possibile.La Re d a z i on ePiccole proposte per non distruggere anche le famiglie,oltre che le persone detenute:1. In considerazione del sovraffollamento in strutture pensate e attrezzateper ospitare meno della metà dei detenuti presenti, per cercaredi “salvare” almeno le famiglie sarebbe opportuno portare a otto leore mensili previste per i colloqui;2. Dovrebbero essere migliorati i locali adibiti ai colloqui, e in particolareall’attesa dei colloqui, anche venendo incontro alle esigenzeche possono avere i famigliari anziani o i bambini piccoli, oggi costrettispesso a restare ore in attesa senza un riparo (servirebbero struttureprovviste di servizi igienici);3. Dovrebbero essere concessi con maggior rapidità i colloqui con leterze persone;4. Dovrebbero essere concesse a tutti i detenuti due telefonate supplementari,in considerazione delle condizioni disumane in cui stannovivendo: e forse telefonare più liberamente ai propri cari, mantenerecontatti più stretti quando si sta male e si sente il bisogno delcalore della famiglia, ma anche quando a star male è un famigliare,potrebbe davvero costituire una forma di prevenzione dei suicidi;5. Dovrebbero essere rese più chiare le regole che riguardano ilrapporto dei famigliari con la persona detenuta, uniformando peresempio le liste di quello che è consentito spedire o consegnare acolloquio, che dovrebbero essere più ampie possibile.Hanno aderito alla proposta:ACLI PadovaANTIGONE PadovaBEATI I COSTRUTTORI DI PACECAMERA PENALE “Francesco de Castello” PadovaCGIL PadovaCONFERENZA REGIONALE VOLONTARIATO GIUSTIZIAFP CGIL PadovaGIURISTI DEMOCRATICI PadovaMAGISTRATURA DEMOCRATICARISTRETTI ORIZZONTICARTEBOLLATECAMERA PENALE DI MILANO “G. Pisapia”michele de biase6 carteBollate


Occupazioneinvestimenti – In vista l’avvio di nuove attività produttiveIl lavoro non si ferma,malgrado la crisiLa Casa di reclusione di Bollate ènota tra gli istituti di pena italianianche per le tante opportunitàlavorative che offre alle personeristrette. Le possibilità di accesso diun’azienda all’interno di una strutturapenitenziaria, a fronte di molte facilitazionieconomiche non sono molte: glispazi sono ridotti e le limitazioni sonotante. Un esempio su tutti è quello chea parte i call center, tutte le altre attivitànon hanno un collegamento telefonicocon l’esterno. A fronte di tantedifficoltà, però, le aziende che operanoall’interno dell’istituto vedono comunquequesta possibilità come un valoreaggiunto all’attività.Lo scorso mese di luglio si è tenuta unariunione della commissione lavoro nelcui verbale leggiamo che in futuro arriverannoulteriori opportunità lavorative:il “progetto fotovoltaico” del qualesi sta discutendo da alcuni anni sta pianopiano concretizzandosi, un’aziendadi produzione di barche sarebbe interessataad avviare una lavorazioneall’interno dell’istituto, Confalbergatoriesprime la propria disponibilità a fareinserimenti lavorativi presso le struttureassociate, presso il laboratorio diWSC di riparazione dei telefoni cellulariinizieranno a lavorare anche detenutedel reparto femminile e infine, la costituendacooperativa Multiservizi inizieràad operare ristrutturando i localidoccia di tutti i reparti detentivi.In un momento storico in cui il mercatodel lavoro è in grave sofferenza vedereche qui, in un carcere, qualcosa si muove,oltre a indicare che la strada intrapresaè quella giusta, è rassicurante.En r i c o La z z a r aMELTING POT – Italiani o stranieri siamo tutti detenutiSe il carcere è un’occasioneper conoscere altre culture10 carteBollateLa prima cosa che salta agli occhi ealla mente frequentando Bollate,così come tutte le carceri italiane,è la grande varietà di lingue, volti,tipi che possiamo incontrare e manmano conoscere. Tutti vivono insieme,in un’unica grande comunità, trovandosi,lavorando, passando il tempo liberoassieme, parlando fra loro magari inun italiano un po’ difficoltoso e moltospesso diventando amici al di là dellalingua, della provenienza e della culturache ciascuno porta con sé.Questo è un fatto molto significativo.Difficilmente si trova una situazione incui le differenze culturali possano passarein secondo piano e più importantesia il rapporto di uno con l’altro, il sensodell’essere insieme, il senso di dovertutti superare la stessa grande difficoltàdel vivere in carcere.Certamente si può vedere in questo unagrande occasione. Esistono nell’istitutodi Bollate più di una cinquantina dinazionalità diverse provenienti da almenouna decina di aree geografiche.Il rapporto tra di loro, nei mesi e neglianni, si è già almeno in parte consolidato;manca tuttavia una conoscenzavera di quello che ogni persona porta insé nelle tradizioni e nel modo di viverenel proprio Paese, come lavora, comesi diverte, come cantano tutti insieme,come mangiano, come festeggiano glieventi importanti della vita, in una parolala cultura nel suo complesso checiascuno ha dentro, magari ritenendolaovvia, ma che ovvia non è per chi nonl’ha mai conosciuta né mai l’ha vissutaanche per un piccolo lasso di tempo.Per questo viene spontanea una piccolaproposta. Per Bollate ma anche pereventuali altri istituti che volessero seguirnel’esempio.Si potrebbero organizzare, ad intervalliregolari, delle manifestazione, o megliodelle presentazioni in cui a turnouna cultura ovvero un’area geograficache accomuna Paesi diversi in una culturapiù o meno affine, si mostra e sifa conoscere agli altri con le sue musiche,i suoi canti, i suoi balli, le diversevenature delle cucine tradizionalisempre così ricche e dai sapori spessosconosciuti e, perché no, anche con lalettura di poesie e prose che di solitosono totalmente ignote al di fuori dellapropria area geografica.Se si dovesse attuare questo tipo diiniziativa, i diversi istituti diverrebberodei veri centri di integrazione culturalee, sfruttando le loro differenti peculiarità,potrebbero porsi come potenti attoridi una crescita sociale e soggettiva,con notevoli benefici non solo per la societàin generale, ma soprattutto per lacrescita del singolo che, da una parte,potrebbe ancor meglio conoscere ed accettarel’altro e, dall’altra, potrebbe capirequanta ricchezza c’è dietro a ognisingola diversità.Potrebbe essere una buona occasione,non troppo difficile da attuare e chenella valutazione di costi e beneficiavrebbe una grande positività.Tante sono le possibilità. Si potrebberopresentare anche le diverse regioniitaliane, oppure si potrebbero porre aconfronto le diverse tradizioni musicali.Per tutti comunque la soddisfazionedi essersi fatti conoscere dagli altri e,anche, di conoscere più in profondo icompagni di questo viaggio nel tempo.St e fa n o Ma l o ya n


DOSSIERabitare il carcerebollate – Squarci e sguardi da esistenze di donne provvisoriamente detenuteDentro le nostre celle:ora rifugi ora prigioniProvate a guardare. Senza pregiudizi. Lo diciamo a voi, perché noi, qui dentro, sappiamo bene cosa significa questospazio di pochi metri quadrati che abitiamo, da sole o con altre. Sappiamo che è una prigione, ma talvolta un rifugio,in cui stare da sole con i nostri pensieri. Sappiamo che resta solo una cella se queste quattro mura sono nude o invece,come dimostrano queste pagine, un luogo che racconta molto di noi. A voi, là fuori, che sapete così poco. segue a pagina 12 fotografie di federica neeffcarteBollate11


continua da pagina 11DOSSIERLetti. Entrano e trovano le brande di ferro color minio, rigide ed essenziali,il materasso e il cuscino, da lì partono per costruire i loro letti d’evasione.Copriletti double face, trapunte di raso, organze e cretonne, tele a righe coloratee fioriture liberty, i letti diventano rifugi morbidi e colorati, isole per sosteappartate o accoglienti divani.arredi 1 – Rosso passione o stile afro-austriaco, basta poco per stare meglio in cellaReportage dettagliatoda un corridoio del femminileEcco, mi trovo in un corridoio del carcere di Bollate,nella sezione femminile: pavimenti lucidi a specchio etante piante ben curate allineate lungo la parete. Aimuri quadri fatti su tessuti o con tante piccole pietremulticolori, raffiguranti animali. Su questo corridoio ci sonootto camere singole, dalle quali sventolano le tende che ognunaha messo davanti alle porte, tanti colori e tante fantasie,ora tenui ora bizzarre, come l’arcobaleno che svolazza lì infondo. Ecco la stanza di Lella, colore dominante rosso “passione”eccentrico e solare come lei, amante delle belle cose.Con un’ospitalità da vera napoletana, mi offre un buon caffè.Come direbbe De André, “Ah, che bellu ccafè, sulo ‘n carcere‘o sanno fa“. Lo prepara in un cucinino, attrezzato conmensole, tappi che fanno da appendini per i piccoli oggetti12 carteBollate


Tende. Entrano e trovano la luce del carcere,che è spietata, come quella degli ospedali, dei manicomi, dei tribunali,dei luoghi di passaggio, delle istituzioni totali.La trasformano drappeggiando tende di garza, stoffe afro, filtrandolaattraverso colori che mischiano con strafottente libertà.fotografie di federica neeffda cucina, piastra elettrica, tende, frigo, minipimer, separatodal bagno con una vetrata. Anche lì mensole, specchio e (benfornito) reparto profumeria.Nella camera di Margit, un’austriaca anticonformista, un po’bohémienne, si nota il tocco dell’artista. Ha finito da pocodi scrivere un libro in cerca di editore e sono suoi molti deiquadri tutti paillettes appesi nei corridoi. La sua stanza è instile afro-austriaco, con copriletto zebrato e tende a macchiadi leopardo. La creatività è la sua valvola di sfogo, ciò che leconsente di addormentare il dolore e la tristezza della quotidianitàcarceraria.Queste celle singole in effetti sembrano dei monolocali, maanche le stanze a quattro letti sono spaziose e vivibili. La 211è la mia camera che divido con Rina e Cris. Il nostro mottoè: “Entra e troverai sempre un sorriso”. Con questo invito sidice tutto dei personaggi che ci abitano, abbiamo uno spiritodivertente, espressivo e provocatorio, parliamo mescolandonapoletano, calabrese e castigliano e anche qui non ci facciamomancare niente: dvd, mp3, casse per la musica, quadridove sono esposte le foto di famiglia. Ogni letto ha una luceda notte per poter leggere e scrivere, c’è la cucina completadi tutto quello che compriamo e che ci consente di esprimercinell’arte culinaria, e ovviamente c’è il bagno. Il caldo estivo èstato asfissiante, ma in tutte le celle ci sono i ventilatori. Tuttele camere, singole e multiple, hanno le stesse comodità, ladifferenza è solo nella privacy. Ogni sezione è composta da 8camere singole e 8 camere multiple. Bussiamo alla 316 in cuivivono Natalia, uruguaiana, Nadia, bulgara, e Sabina, romena.Natalia mi dice che prima di arrivare qui si sentiva chiusa comese fosse fuori dal mondo, in condizioni di sofferenza in cui eracalpestata la sua dignità di donna. Nadia racconta che ancheil diritto alla salute era inesistente: provengono entrambe dalcarcere di Monza. Nadia mi indica con un sorriso il suo angolopreferito, mostrandomi foto della sua famiglia e del suo grandeamore: nonostante il carcere presto si sposeranno.La 312 è occupata da due sorelle marocchine che si chiamanocarteBollate13


DOSSIERFotografie. Entrano e trovanopareti bianche e vuote.Le coprono di poster, poesie, lettere, quadretti,santini, souvenir, ma soprattuttodi fotografie dei loro figli, genitori, nipoti,amici, amanti, animali.Fotografie che alcune non voglionosiano fotografate, nell’estrema difesadel loro mondo che sta fuori.Amal e Haiat e da Iris, una rom che ha girato molte carceri,Lecce, Foggia, Potenza, Sassari, Cagliari, Vigevano, San Vittore,Roma. Ultima stazione Bollate. Salva solo Rebibbia: “Unistituto con un’organizzazione soddisfacente, con celle singoleche vengono assegnate a chi purtroppo si ritrova con unalunga condanna. Anche queste possono essere arredate secondoil gusto delle detenute e pure lì ci sono corsi di vari tipi,possibilità di lavoro e uno spaccio dove ogni detenuta munitadi scheda può fare la spesa”. Quello che rimpiange di più èdi essersi separata da Stellina, il cane che le era stato dato incustodia. Di Bollate dice: “Mi giro di qua e di là quasi comese non mi sentissi in carcere ma in collegio”. Dopo l’ottimo tèverde alla menta offerto da Amal, le due sorelle marocchinemi accompagnano a visitare la moschea che si trova sul piano,decorata con tappeti, con una tenda trasparente che copre lafinestra e molti quadri con vari versetti del Corano.Molte di noi vengono da carceri con regimi strettamente punitivi,in cui si sta chiusi in cella tutto il giorno e affrontare una vitacollettiva non è, all’inizio, per niente facile perché qui a Bollatesi vive in camere aperte, facendo varie attività e lavorando. Abbiamosu ogni piano delle cucine molto grandi che fanno da salapranzo, attrezzate con cucine e forni elettrici e un frigo grandeper chi non ne ha uno personale, c’è poi una camera lavanderiacon asse e ferro da stiro a vapore, mentre al piano terra sisvolgono le varie attività lavorative e trattamentali. Abbiamo lasartoria, il laboratorio del vetro, la sala avvocati, quella dellosportello giuridico e la redazione di carteBollate e c’è ancheuna saletta attrezzata per parrucchiere ed estetista.Un hotel a 5 stelle, come scrivono i giornali? Bollate in effetti ècome una bella donna, avvicinandosi e vivendoci si scoprono idifetti e anche se è il miglior carcere possibile, sempre galeraresta. Ci si sente più sereni perché si raggiunge un maggioreequilibrio, ma la mancanza di libertà, la lontananza degli affetti,l’impossibilità di comunicare con i propri cari già da solebastano ad espiare la pena.Sa n d r a Ar i o ta14 carteBollate


la staccata – Noi, le signore dell’edificio accantoLe donne di Bollate tra look,rabbia e tristezzeNella tanto agognata estate, qui a Bollate si boccheggiae ciononostante non si rinuncia al filino ditrucco, alla t-shirt firmata o alla minigonna: eccolele donne di Bollate, belle come il sole, che nonsi arrendono neppure alla forza devastante della natura…Eppure dietro il look curato sono quasi sempre arrabbiateo almeno risentite. È vero che Bollate è un carcere “sperimentale”e in definitiva si sta meglio che in altre carceri,ma è pur sempre “galera” e in galera ci si arrabbia anched’estate. Raramente, per fortuna, ma a volte ci scappanoanche le risse, i battibecchi per futili motivi e il risultato èche veniamo chiuse tutte in cella: una “politica” incomprensibilespesso contestata persino con la direttrice, ma le coserimangono così. E tra una discussione e l’altra, via a top ecarteBollate15segue a pagina 16 fotografie di federica neeff


DOSSIERcontinua da pagina 15pantaloncini per la tintarella nonostante il prepotente solleone.In realtà si passa il tempo, d’inverno come d’estate,a esorcizzare l’amarezza, la tristezza e forse la solitudine.Io le osservo come se il mio fosse un occhio estraneo: devodire che la situazione non è affatto rassicurante, visto che alcaldo torrido si aggiunge la carenza del personale di poliziapenitenziaria, anche se devo ammettere che le agenti, purnon facendo miracoli, fanno lo stesso il possibile per venirciincontro.Eppure le donne non si perdono d’animo e quasi tutte hannocercato di rendere confortevoli le celle che ormai rispecchianol’indole della “proprietaria pro tempore”.Ci sono tende di vario tipo e, se non fosse per le sbarre, entrandoin ogni stanza non si direbbe un carcere. C’è una saletta,terminologia carceraria, visto che è una stanza comunepiuttosto ampia, nella quale viene distribuito il vitto. Probabilmenteil direttore si illudeva che mangiassimo tutte insiemecome facevano gli uomini che stavano qui prima di noi, ma noisiamo donne e come tali più bisognose della nostra privacy,o almeno quel po’ che ci è concessa. Non va bene neanchel’ammasso di gente attorno ai carrelli, cosa poco igienica: sipotrebbe adottare il criterio dei “numerini” come al supermercatoe forse si ovvierebbe al caos che succede in quelmomento. In saletta si festeggiano anche svariati compleanni,anniversari ecc., e ogni scusa sembra buona per far festa,forse pensando di esorcizzare... perché c’è un festeggiamentoproprio appena sopra...? Può darsi, o forse è solo un modo perstare insieme – per chi ne ha voglia, non per tutte – solo perdivertirsi, ballare e mangiare pasticcini, torte fatte o acquistatee scacciare altri pensieri troppo pesanti da sopportare. Lamancanza di libertà solo a pensarci mette una grande angoscia,una forte amarezza: è forse per questo che si ha anchebisogno di “evadere”. In queste occasioni, delle carnevalate sipotrebbero definire, le donne di Bollate si “addobbano” comealberi di Natale, belle come il sole, tristi come la luna.El e n a Ca s u l a16 carteBollate


Cucine. Entrano e trovanola minuscola cucina attaccata al piccolo bagno.La attrezzano con ordine scrupolosoe meticolosa pulizia.La presina in tinta con la tenda di pizzoche nasconde secchi e detersivi sotto il lavello.carteBollate17


DOSSIER18 carteBollate


fotografie di federica neeffDa donna a donna:una nuova educatriceal femminileappena arrivata. La dottoressa MariaÈ Ruggeri è la nuova educatrice della sezionefemminile di Bollate. “Per una donna”,ci dice, “lavorare con le donne significamettersi in gioco in prima persona”.Dettagli. Entrano e cancellanoogni traccia di prigione. Fioriscono i tavoli,dalle pareti arrivano suggestioni esotiche.Sulla porta pattine colorate per non sporcarei pavimenti lucidati con l’ammorbidente oil talco, in cucina le scorte per i giorni futuri,in bagno tanti prodotti di bellezzaper non dimenticare chi si è,e poi decorazioni che non finiscono mai.Che cosa l’ha spinta a scegliere comeprofessione quella di educatrice in uncarcere?Mi sono laureata in giurisprudenza, ma lamia aspirazione non era e non è quelladi difendere imputati di reati e dunque dioptare per l’avvocatura, bensì quella dioccuparmi della riabilitazione dei condannati.E dunque eccomi qua.E’ stata una sua scelta venire al femminile?E come è stato l’impatto?Non l’ho scelto ma mi è capitato. La primaimpressione non è stata per nulla negativa,anzi mi è sembrato, da donna, dipotere aiutare le detenute e capire le loroproblematiche, creando più facilmenteun minimo di confidenza. Lavorare con ledonne, significa mettersi in gioco in primapersona.Quale differenza ha riscontrato tra sezionemaschile e femminile?L’unica credo sia che con una donna si haun modo più diretto di lavorare, ma nonho avuto modo di verificare una differenzanetta.Cosa cambierebbe o aggiusterebbe inquesto sistema carcerario?Non credo di volere cambiare nulla eneanche di voler aggiustare nulla, vorreifare solamente un buon lavoro, soddisfarele richieste che mi vengono poste, insommaaiutare la riabilitazione delle personedetenute in questa casa di reclusione.Carla MoltenicarteBollate19


DOSSIERCulti. Entrano e lasciano traccedi miti, credenze, identità, evasioni.differenze – Maschile/femminile: due modi diversi di vivere il carcereDimmi come stai (in cella)e ti dirò chi sei...In redazione ci siamo confrontati sul diverso modo degli uominie delle donne di vivere la detenzione e i luoghi che abbiamoa disposizione. Nell’immaginario di chi non conoscequesti luoghi, il carcere è come ci viene proposto dai film intelevisione, ma la realtà è molto diversa. Gli istituti di pena inItalia sono, per buona parte, in una condizione inimmaginabile,con strutture fatiscenti e vecchie di secoli, rappezzate in qualchemodo, dove l’igiene, la pulizia e la sicurezza degli ambienti sonomolto spesso optional e contengono quasi il doppio delle personeper le quali sono state pensate. A Bollate abbiamo la fortunadi avere una struttura recente e di non vivere il sovraffollamentoe inoltre la Direzione ci permette di arredare con molti accessorigli ambienti e questo spinge ognuno di noi a decorare la propriastanza secondo i propri gusti e la propria personalità.20 carteBollate


fotografie di federica neeffNella nostra società i compiti sono suddivisi quasi identicamentein ogni casa: la donna si occupa principalmente della gestionequotidiana, mentre all’uomo toccano la manutenzione e i piccolilavori. Se si accettasse questa tesi in termini assoluti, le differenzetra le celle dei reparti maschili e quelle del femminiledovrebbero essere molto forti. Eppure, se si visitano le nostresezioni, l’idea di uomini con celle più spartane e meno curate edi donne con celle meno “attrezzate” ma perfette grazie al loro“tocco femminile” viene meno.Quando una persona arriva a Bollate, solitamente viene assegnatauna cella che divide con altre tre persone. L’ambiente èpiù gradevole che in altri istituti: giallini, verdini, azzurri e rosaantichi hanno preso il posto del bianco delle pareti, tende allefinestre, scrivanie, mobiletti e mensole restituiscono una sortadi normalità. Ma a parte un maggiore decoro, nei “celloni” nonviene fuori la “personalità” di ciascuno. Dopo un periodo più omeno lungo, secondo una graduatoria data dall’età, dal tempodi presenza in istituto e dalla durata della pena, molti accedonoa una cella singola. È il passaggio in queste stanze che mostra lareale natura di ognuno. C’è chi usa la cella solo come luogo doveci si deve cambiare e si deve dormire e non gli interessa renderlapiù confortevole, facendola diventare una sorta di magazzino piùo meno pulito e più o meno in ordine. C’è chi se ne prende curarendendola graziosa e accogliente, ma senza impegnarsi troppo.E c’è anche il patito, colui che deve avere sempre tutto perfettamentein ordine: una stanza senza uno spillo fuori posto, doveogni mensola è coordinata con il resto, tutto dello stesso colore,dove il pavimento viene lavato tutti i giorni una se non due volte,o dove si entra solo con le pattine ai piedi perché “c’è la cera perterra”, in una sorta di maniacalità ossessiva. Forse anche questoè uno degli effetti del carcere.Le celle delle “ragazze” sono sicuramente più accoglienti di quelledi molti uomini, e solitamente guardandone una a caso si capiscesubito se è abitata da un uomo o da una donna, però leeccezioni ci sono anche tra noi al maschile.Enrico LazzaracarteBollate21


DOSSIERLoro. Norma, Carmen, Carla, Elena, Margit…entrate ognuna con la propria storia,ognuna dal proprio Paese. Estranee e straniere.Ora coinquiline forzate di questa casa checi mostrano con giustificato orgoglio.Non più carcere forse, ma luogo di passaggioverso avventure più liete.in sartoria – Maschi precisi come geometri, creativi come ValentinoRichieste coi fiocchi. FucsiaHo sempre pensato che le donne fossero più ambizioseper quanto riguarda la casa, tenessero più degli uominia come arredarla, renderla più carina ecc. Vi posso assicurareinvece che non è assolutamente così e vi spiegoper quale ragione ho cambiato idea.Lavoro in sartoria da un anno, ma mai come ultimamente le richiestedel reparto maschile sono cambiate. Vero è che in sartoriasono arrivate 2 ragazze, Alma e Vlora, che sono brave e ingegnose.Alma poi è una sartina molto attenta e le piace coccolare imaschietti ed ecco come ho scoperto che i nostri compagni didetenzione sono addirittura più attenti delle donne ai particolari.Dal femminile arrivano delle domandine semplici semplici tipo:“Prego la S.V. di poter acquistare delle tende per cella singola,oppure zanzariera per cella singola o a quattro” e l’unica variazioneè il colore: chi rosso, chi viola, chi blu.Prendete invece una domandina in arrivo dal maschile e il livellodel dettaglio vi stenderà. Sul retro della richiesta ecco i particolari:tende di colore giallo, con passanti tenda finestra mt. 110 x60, oppure senza passanti per blindo ma con fiocco mt. 2.10 x 80e ancora finestra bagno, porta bagno, ma attenzione tutto in coordinato…Oppure uno stemma da applicare a 10 cm dal fiancoin larghezza e 5 cm dall’orlo…22 carteBollate


fotografie di federica neeffLe zanzariere poi… Le donne le chiedono per cella singola odoppia e si accontentano del colore che c’è. Al maschille no dicerto… C’è chi la vuole rossa e chi verde con misure e relativodisegno al retro della domandina. Non possiamo sbagliare, altrimentiGiulia, la responsabile della Cooperativa Alice che le consegna,le riporta puntualmente indietro. La domandina più buffatra quelle ricevute dai maschietti? Eccola. “ Prego la S.V. di poteracquistare tenda con fiocco e passanti di colore fucsia e relativazanzariera, non intendo acquistare nessun altro colore!... “. Beh,posso assicurarvi che lo abbiamo accontentato, ma più ancoraentusiasta è stata Alma perché è riuscita a trovare proprio ilcolore che voleva. Quanto a me, un po’ meno perché cucendoquella zanzariera, come si dice, la mia vista “faceva batista”.Chi sono le donne che accontentano i perfettini? Ve le presento.Paola, la nostra sarta, viene dall’esterno è molto brava e pignola,non potete avere idea delle volte che mi fa rifare un lavoro! Leivuole la perfezione, ma diteglielo anche voi che la perfezione nonesiste! Le ho chiesto cosa l’ha spinta a venire a farci il corso. Mi harisposto che voleva conoscere il carcere dal di dentro, portandola propria esperienza professionale a noi che siamo qui rinchiuse.Sapeste quanta pazienza ha con noi…tantissima e con la suadolcezza riesce sempre a tirare fuori il meglio di ciascuna. E cosìgiorno dopo giorno è con noi, nonostante le amiche le avesseroconsigliato di stare attenta… Poi c’è Lidia, una ragazza del Paraguay,simpatica, che ce la mette tutta per imparare, mentre Almaè la sartina che ha viziato il maschile. Lei è albanese e, che dire,è brava, gentile ed educata. Vlora è albanese, anche lei, dolce etaciturna: i beauty-case che vendiamo sono stati ideati proprioda lei. Anila è la nostra piccolina, frequenta il corso e Paola nonricorda mai il suo nome così l’abbiamo nominata la piccolina.Giulia, la responsabile esterna della cooperativa, porta e ritira ilavori, è molto disponibile e ha un sorriso bellissimo… Infine cisono io: Carla, non posso dirvi nulla di me, sarei poco corretta.Chissà un giorno qualcuno vi potrà dire che sono diventata nonuna sarta perfetta come Paola, non una sartina brava come Almae Vlora, ma almeno una sartina nomale. Ca r l a Mo lt e n icarteBollate23


2° REPARTO 1 – Festa del Rinnovamento: da ghetto a sezione normaleL’ingranaggio difettosoha cominciato a girareCome sempre il penitenziariodi Bollate controverte iltrend carcerario dello Stivale,rendendo possibile unevento festoso all’interno di un luogodi reclusione. C’è stata infatti una festaper “celebrare” il vento nuovo chespira all’interno del 2° reparto, in tempiabbastanza recenti additato (a ragionveduta) come l’ingranaggio difettosoall’interno di un meccanismo perfettoqual è la II Casa di reclusione di Milano.È tempo di bilanci, nei corridoi si vocifera,si bisbiglia, ognuno esprime lapropria opinione sull’evento. Man manosi va delineando un’opinione soggettivadella comunità dei ristretti.Oggettivamente si può affermare cheil bicchiere è decisamente mezzo pieno.L’emblema della riuscita e del gradimentodell’avvenimento è stata lapartecipazione: presente circa il 75 percento della popolazione detenuta delreparto. Un risultato degno di menzione:è di dominio pubblico infatti chenel vademecum del detenuto alla voce“festa” la descrizione sia un laconico“omissis”.Senza ombra di dubbio la qualità delbuffet è stata di livello medio-alto, grazieal coordinamento di chi si è occupatodella preparazione delle cibarie.Pentole, forni stravaganti e personealtalenavano fra i piani con sincronismistudiati e riusciti perfettamente.Ognuno ha dato quello che poteva e chinon ha potuto fornire apporto materialenon si è risparmiato nel profonderedisponibilità al lavoro. Inizialmente lalocation designata per l’occasione eral’area verde-colloqui ma un cielo uggiosoha dirottato tutti verso la secondaopzione: il teatro. La logistica è risultataottimale nonostante il cambio dirotta in extremis.Inizialmente, Nino Spera ha tenuto undiscorso in cui ha disegnato l’excursusdel reparto, senza omettere di esporrei problemi ancora esistenti. Il pomeriggioè continuato con la proiezione di uncortometraggio ispirato all’evoluzionedel reparto, curato da Raffaele Gammino.La band invitata a condire di musicail momento di aggregazione ha lasciatospazio alle acrobazie canore di alcuninostri compagni: qualcuno si è dilettatoin brani pop-retrò, altri in uno streetrapche è piaciuto moltissimo. L’avvenimentosi è concluso con la visita delladirettrice Lucia Castellano, che non hamancato di manifestare il proprio compiacimentoper la crescita del 2° repartoe contestualmente ha ricordato chei traguardi raggiunti devono costituireun punto di partenza e non di arrivo.Infine, si può certamente asserire chela sensazione percepita ascoltando lepersone che popolano l’ormai ex “ghetto”è che la macchina del rinnovamentosia in moto, pilotata dalla voglia dicrescere ulteriormente. L’ingranaggiodifettoso ha cominciato a girare.Lu c i an o Pacelella vegliaremi n’diayeremi n’diaye24 carteBollate


emi n’diaye2° REPARTO 2 – La svolta fondamentale è avvenuta con l’apertura dei pianiUna scommessa vintaAbbiamo auto-celebrato la “Festadi Rinnovamento” del 2°reparto (destinato in origineai tossico dipendenti). Tuttociò è stato possibile per una spintaspontanea nata dentro tutti noi che nefacciamo parte: per questo un grazie atutti, ma in particolare alla nostra educatriceLuisa Corelli e al nostro compagnoRaffaele Gammino, che con caparbietàe impegno hanno creduto dasubito in questo progetto (uno di loroanche a rischio di rapporto) e si sonoadoperati perché tutto ciò avvenisse.Vogliamo anche evidenziare che questoistituto, attraverso i suoi dirigenti,ci ha dato la possibilità di interpretareappieno i dettami dell’ordinamento penitenziario,consentendoci di costituirerealtà, come la sala hobby, la commissionereferenti di piano, la commissionecultura, la commissione sportiva, ilgruppo giardinaggio e altre ancora. Danon dimenticare l’importantissima emassiccia presenza del volontariato.Queste realtà in sinergia tra loro hannodato la possibilità di iniziare a romperequel muro di resistenza e di indifferenzaspesso trovato durante questopercorso non certo facile. Un percorsoche a volte qualcuno di noi ha abbandonatoper le continue risposte disattese,perché sfiduciato, ma che subitodopo, per ragioni d’affetto e per l’insistenzadi qualche amico, ha ripreso.Inizialmente da ogni “parte” veniva alzatoun piccolo muro, giustificato ancheda una sorta di vittimismo per la condizionedi “ghetto” che ognuno di noiviveva in confronto ad altri reparti. Dalmomento che si è smesso di fare questo,tutti si sono tirate su le manicheper dimostrare che il rinnovamento erapossibile: bastava crederci. E come perincanto qualcosa iniziava a smuoversianche nelle persone più resistenti.La svolta fondamentale è avvenuta conl’apertura dei piani, benché da più partisi temesse che in un reparto come questo,considerato da tutti a rischio, potessegenerare chi sa quale “catastrofe”. L’unicacertezza era quella che a breve sarebberostati richiusi. Così non è stato, e questograzie a noi e al bisogno di riscattarci daquella nomea che da ogni dove arrivava.Poi il primo successo, con la festa diNatale, dove abbiamo avuto il riconoscimentodi tutti, a partire dalla poliziapenitenziaria che è stata parte attivadi questo rinnovamento, a volte anchesopportandoci, per richieste che a noisembravano dovute. Non a caso oltre adenominarla festa del “Rinnovamento”per meglio far comprendere a tutti ciòche è stato, abbiamo anche disegnatouna sorta di allegoria, prendendo inprestito le tre cantiche di Dante, cercandodi mettere in evidenza le diversefasi della nostra crescita, con la prospettivadi un futuro: perché questorinnovamento e il suo futuro siamo statie siamo noi a volerlo.Resta una nota dolente che sottolineiamoa gran voce, pensando d’interpretareil desiderio di quasi tutti: vogliamoprotestare per la spazzatura buttatadalle finestre da alcuni di noi, da questopunto di vista ci sentiamo ancora unavolta “battuti”. È qualcosa che offendela nostra dignità, perché chi getta laspazzatura dalle inferriate della cellafa un dispetto a tutti noi che viviamola quotidianità del reparto e ai nostricompagni che potrebbero impiegare diversamenteil tempo che serve inveceoggi per pulire le scale e le aree.Se questa è una forma di protesta, chiediamoa queste persone uno slancio dicoraggio, chiediamo di comunicare(con una delle varie realtà che abbiamoelencato prima) il loro disagio e le lororagioni. Personalmente, a queste personechiedo con affetto di fare uno sforzoper abbattere quel muro di resistenzache frena lo slancio necessario per unfuturo costruttivo e lo proporrei comeprimo obbiettivo, tra le cose da fare dasubito dopo la festa.Nin o SperacarteBollate25


poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesia ✍ poesiaGIALLE…POESIESotto il candido lenzuolo del silenziose ne stanno, assopitii semi della boccati cerco accantoai passi lentia testa bassadentro un cielo grigioche per dispetto ed egoismonemmeno piovee piega il tempofra l’inchiostro e il fogliose non parli,una parolaallora ti aspettocon le ossa umidesopra, le foglie mortecome le primule di marzo.COLORI SBAGLIATIPensieri persi nel grigioredi colori sbagliatitra smog e cementonell’illusione di un arcobalenodi un orizzonte troppo lontanocoperto dai palazzi popolarioffuscato dalla presunzionedei ventannidi un sole che non riscaldaquanto un cucchiaino.Luca DentiMeleonIL MIO PAESE D’INVERNOCosì veniva l’inverno al mio paesecon qualche frutto di bosco e tanta paura.Veniva la neve a passo d’uomoe la carezza del vento che ti portava viala sera invece medicine per guarire.Mio nonno raccontava una favolacon poche rime.Ma i paesi sono storia e anche geografiatu paese mio nasci e muori quando vuoisole, luce Dio.È finito l’inverno.Antonio VadalàSEDUZIONEOmbre percorronola mia fantasiascarlattasagome irradiatedi luce rossa seduconola mia mentetu sei fra questee danzi sulle muradella mia razionalitànuda cavalchile mie passioniora più che maicarnale desiderioproprio ora chenon posso averti.L’URLOAndrea MammanaLa gioia, il dolore la tristezzacontemplandonella penombra della stanzala pioggia che scendela pioggia che splendel’autunno e i suoi sogni spentichiamo me stesso pazzoper accorgermi che sto morendo.Amarildo ZiuALZHAIMERUN FULMINE HA COLPITO…ricordo quel fieniledella cascina al poggioricordo quella corsatra acqua sotto e sopraLa rampicata su quei piolila grandine sui coppiquel bacio un po’ rubatoil suo rossore al visoe la paglia tra i capelliRisento la sua vocequando cantava allegra.Si racconta il temporalee sbraita nel cielo.ATTESAAspetterò con pazienzache la tua vita mi concedadi poter riassaporarel’estasi che ho provatoLuciano Petronial contatto della tua pellecolor dell’ebanoche mi ha dato una certezzasvanita nel tempo.FONTE DI PUREZZACristian GhisalbertiNel buio gelido della stanza,steso sul suo letto,i pensieri appesi al tetto,sinfonia di mortificazione.Sospiri di sofferenza,stanchezza, amarezza,e mi domando:perché hai preso le distanzesenza giustificazione né chiarezza.Non obbedire alla tua decisione,alle leggi della tua dittatura.Non farai di me il tuo desaparecidos.Chiamerò, sveglierò, promuoveròl’esercito del mio orgoglio ,metterò in campo i miei interlocutori,sentimenti, ragioni della mia resistenza.Indosserò la mia camicia rossae scenderò nella tua piazza,intercetterò il tuo palazzo di vetro,il tuo consiglio di sicurezza,lotterò contro la tua rebatasunache alimenta la tua indifferenza.Non far la pazza dopo che sei statafonte di purezza,di forme, di norme di saggezza.Jomaà BassanUN MAGNIFICO SOGNOSei apparsa un giono di primaveravestita di rosso come una rosaun abbaglio tra il cielo e il giardinodel cuoreraccoglierei chicchi di granoche germogliano nel tuo campoti regalerei granelli di sabbia perparlare al tuo cuoreruberei un raggio di sole perscaldare il tuo corpoe l’arcobaleno per la tua paceti regalerei polvere di stelleper farti sognare.Angelo Palmisano26 carteBollate


DIVIETI – Cerchiamo nuove regole condivise per ridurre il dannoIl fumo fa male,ma proibirlo non basta“Il fumo danneggia gravemente te echi ti sta intorno”, “Il fumo provocacancro mortale ai polmoni”, “Ilfumo crea un’elevata dipendenza,non iniziare”, “Il fumo ostruisce le arteriee provoca infarti e ictus”, “Smetteredi fumare riduce il rischio di malattiecardiovascolari e polmonari mortali”,“Fumare in gravidanza fa male al bambino”,“Il fumo uccide”. Queste sono alcunedelle scritte che troviamo su ognipacchetto di sigarette. Ormai anche isassi avranno capito che il fumo fa male,però i fumatori rimangono moltissimi.Dopo l’entrata in vigore della legge inmateria di “fumo”, nel 2005, sono cambiatemolte realtà. I locali pubblici, dovefino a quel momento si fumava, sonodiventati tutti off-limits alle sigarette, ameno che non avessero delle zone riservateai fumatori, così gli uffici pubblici ei luoghi di lavoro.Ma i divieti hanno anche contro-indicazioni.Nelle aziende, per esempio, il fattoche un impiegato debba alzarsi dallapropria scrivania per andare a fumareall’esterno, allontanandosi dal lavoro,porta a un abbassamento della redditività.Per questo, la George S. May, importanteazienda di consulenza aziendale,attenta alla salute dei propri dipendenti,ma anche a ridurre al minimo i costi, offrivaloro 1.000 euro se avessero smessodi fumare.Negli istituti di pena questo divieto èstato accolto in modo abbastanza contraddittorio.Dovevatrovare applicazionesolo negli uffici, nellesale colloqui e nei localidove si frequentanoi corsi scolastici,anzi no, in tutti glispazi comuni, anzino, forse in tuttol’istituto e quindi intutte le celle. È così?Boh, forse. Sta di fattoche attualmentea Bollate regole nonscritte consentono difumare nei corridoi, ai piani, nelle cellesingole o in quelle riservate ai fumatori.Ora la direzione del carcere ci invitaad aprire un dibattito sul fumo, facendocampagna perché sia ammesso solonelle celle e ai piani. I non fumatorisono ovviamente d’accordo, ma comela mettiamo con quelli che non hannoancora deciso di smettere? Le personedetenute non possono uscire a fumaree in un carcere come quello di Bollatequasi tutti passano buona parte dellagiornata al lavoro, a scuola, in riunione,nelle sale dove si svolgono le varie attività.Se vogliono fare una pausa sigarettaattualmente vanno in corridoio, ma seanche in questi spazi si vietasse il fumo,dovrebbero andare in cella? E i fumatoriin divisa, gli agenti di polizia penitenziaria,come la pensano?Nei prossimi giorni la redazione di carteBollatedistribuirà un questionario adetenuti, educatori e poliziotti, dividendoil campione tra fumatori e non fumatori,per raccogliere pareri e proposte,ma intanto cominciamo a metteresul tavolo qualche idea. Ad esempio sipotrebbero creare delle aree fumatorinelle vicinanze dei luoghi di lavoro,nell’area trattamentale e negli spazicomuni dei reparti, per non costringerechi comunque continuerà a fumare afarlo di nascosto, infrangendo le nuoveregole. Meglio ancora, si potrebbero organizzarepercorsi terapeutici e gruppidi auto-aiuto per chi vuole smettere difumare, promuovendo una seria campagnacontro il fumo, che non si basi suidivieti, che in carcere rischiano di essereuna pena aggiuntiva, ma sull’educazionealla salute.Enrico LazzaracarteBollate27


Dove ti portereiCuba – Nella terra di Fidel, padre un po’ troppo protettivoL’isola dove la gentesorride spessoÈnotte, l’aria che entra dal portelloneè pesante, molle, mio cuginomi aspetta fuori, vive qui, ha promessodi farmi conoscere l’isola.A La Habana vieja c’è un viavai tranquillodi persone, tanti tratti somatici,ristoranti e palazzi dal patio traboccantedi piante che piovono fitte: acquazzoniverdi da cortile che suggeriscono unpo’ di fresco, pochi clienti alla Bodeguitadel Medio, c’è crisi ma Ernest sorride,appoggiato al bancone.Ubriaca di sonno vado a letto, alle seidella prima mattina cubana godo l’unicomomento di fresco della giornata, finestreaperte e ancora niente sole. Un’oradopo l’aria è umida, il cielo biancastro emio cugino per strada. Esco. A due passi,sotto un portico che pare scampato allaguerra, una vecchietta minuscola di pellerosa chiaro è a un tavolino, dal thermosversa il cafesito in certe tazzinette: lievementesalato, tiepido, forte e zuccherato,è buonissimo e difficile da trovare, non èfacile individuare qualcuno con un thermosin un muro. Al mercato tra frutta coloratae opulenta, mentre scelgo il mangogigante che mi farà da pranzo noto che icubani sorridono spesso e hanno l’aria serena.Le facce cupe sono una prerogativadel mondo ricco.Una mattina si va a Playa de l’Este, comeOstia per Roma, non è posto da turisti.Acqua tiepida, accogliente, tersa, lucenetta come quella del nord Africa, dinuotare non viene voglia e si rimane amollo a chiacchierare o leggere, il mareè bianco-verde striato di turchese, stabene alla pelle scura dei cubani dalle infinitele sfumature: pane integrale, cioccolatofondente, al latte, caffè crudo,tostato, caffellatte, nocciola, gianduia,e qualità superiore alla nostra, tessutosottile, compatto, rari i difetti e le rughe.Un chirurgo plastico può solo prendereappunti: le bocche, tutte carnose,sembrano disegnate, i seni, esibiti connaturalezza ma mai scoperti del tutto,stanno tutti su da soli. Tutti hanno democraticamentelo stesso diritto al sole,all’aria, al mare e al divertimento. E alcibo, a quanto pare, visto che sono tuttiin carne.Chiacchierando constato che per tuttiFidel è un papà che non si arrende all’etàadulta dei figli “ci hai dato l’istruzione ei mezzi per crescere – dicono con passione– siamo capaci di discernere e capire,lasciaci andare almeno un poco”;gli sono grati perché è tutta la vita chedifende una terra insidiata da ogni lato“se non ci fosse lui saremmo morti, inonni mi dicono che gli dobbiamo tuttoma vorrei che qualcosa cambiasse, nonper comprarmi una maglietta firmatama un libro o un gelato senza troppi problemi”chiariscono. Quando raccontoche in Italia rischiamo che a scuola o inospedale possano andarci solo i ricchi siallarmano increduli. Un giorno chiedo aun’amica di mio cugino se hanno paurache l’America invada anche loro. Sorride:tranquila, Cuba no tiene petrolio.Per girare in città niente è meglio delcoco-taxi: tutto giallo sembra il cascoda moto del colosso di Rodi con dentroun triciclo a motore, si fila nel trafficosempiterno, la pelle s’insudicia e ci siasfissia felicemente vedendo un saccodi cose senza sudare.Le scritte per le strade mi piacciono.Señores imperialistas! no les tenemosabsolutamente ningún miedo! esclamaun monumento. In quanti sanno che gliUSA, la cui storia nasce dal genocidiodegli indiani nativi e che esporta democraziacoi carri armati, mette fuori leggele vacanze a Cuba!La paz es l’arma de los nuevos tiempos.Obama che ne pensa?E No hay nada de más importante queun niño. I bambini a Cuba fanno i bambini:la vita del paese è resa difficilissimada una povertà totale eppure i bambini,protetti da un sistema che non concepisceil lavoro minorile, crescono in modosano. Con orgoglio condivisibile mi raccontanoche nessun bimbo rimane senzascuola, neanche se vive in localitàsperdute, (l’analfabetismo è debellato)e che neanche chi è poverissimo è privodi assistenza sanitaria. Nell’isola mancacompletamente il superfluo, è vero,ma non c’è fame, anche se l’appetito èmantenuto vigoroso. Soprattutto nonc’è guerra.Unica tappa decisa dall’Italia Santa Clara,il mausoleo del Che: grande, semplicee solo mi commuove, faccio foto sufoto, nella cripta buia, davanti alla lapide,piccola, spoglia, con un fiore solo,provo profondo struggimento.La strada che attraversa Cuba da uncapo all’altro è un documentario: piantefederica neeffsilvia palombi28 carteBollate


forti e rigogliose, donne, uomini, giovanie vecchi camminano o chiedonopassaggi o vendono dolci di zucchero emattonelle di formaggio, collane di nonsi sa che e frutta di ogni razza; animalipazienti: cani, tignose (specie di avvoltoi)e capre; carretti a somaro che percorronola carreggiata come automobili,corriere sgangherate e puzzolenti e biciclettepersino. Neanche un lampione!Chissà di notte che paura, infatti viaggiamosolo di giorno.Dopo il bivio per Trinidad si attraversauna terra collinosa verde bottiglia denso,opaco di caldo e polvere, piena dimucche che mangiano ma non ingrassano(loro); non fosse per palme, bananie manghi, sembrerebbe l’Umbria. Nellachiesa principale di Trinidad c’è unGesù seduto ma non per bene, è straccosulla sedia, l’aureola di sghimbescio, ilpastorale appoggiato a un ginocchio ela testa a una mano, un povero Cristoavvilito che non ne può più di quel chevede e non fa niente per nasconderlo:uno che dice lasciate che i pargoli venganoa me e non lo dice per strozzarli,poteva immaginare che al mondo cisarebbero stati uomini che a testa altaprogettano bombe giocattolo per mutilarli,i pargoli?Viaggiamo a ritmo serrato per Guantanamoe poiché è facilissimo sbagliarestrada la sbagliamo, si fa tardi, un buiosodo ci casca addosso e un temporaleelettrico violentissimo dà fondo a tutto ilrepertorio di trucchi teatrali del terrore.Oltre alla paura ancestrale di chi subisceuna sfuriata di sua maestà la natura temiamoanche di ammazzare qualcuno,siamo paralizzati dal buio e dal rumoreinsopportabile della natura che urla.Finalmente in fondo alla strada senzapiù illuminazione Guantanamo, comeun miracolo smette di piovere, davantia casa il vento ha sradicato un limone,acqua ed elettricità mancano ovunquema in quell’apocalisse i parenti di amicihabaneri di mio cugino, tanti, variegatie affettuosi, hanno cucinato prelibatezzecreole per noi. Mangiamo come fossimodigiuni da giorni, nel rassicurantebuio casalingo rischiarato da mozziconidi candela succhiamo da ogni boccone ilgusto d’essere usciti vivi da un incubo.Guantanamo non è malaccio e fortunatamentel’ignobile base americana neanchesi intravede, al mercato vendonofoglie di pannocchia, servono per la polenta:granturco giovane macinato insaporitocon sale e pezzetti di carne, tuttoinfagottato nella foglia fresca e bollito,un canederlone che sa un po’ d’erba.Qualche giorno di riposo a Baracoa,primo insediamento spagnolo dell’isola,dichiarata patrimonio dell’umanitàdall’Unesco. Da Guantanamo la stradasale sinuosa e ridiscende verso il maretra paesini, fattorie, fermate d’autobus;Baracoa è piena di fiori, turisti e carrettia cavallo, sullo sfondo, forte e misteriosa,El Yunque, la strana montagna a formadi incudine che la protegge.Davanti alla chiesa il busto di marmo diHatuey, taïno. Belli e fieri, sani e delicati, itaïnos, indios nativi imparentati coi maya,agricoltori, notabili e sacerdoti, hannopreferito l’estinzione alla schiavitù: a lorodobbiamo parole come amaca, mannaia,canoa, iguana e colibrì; con un dio delmale che si chiamava Yuracan, così similealla parola uragano. I taïnos, che la vecchiasignora Europa in cinquant’anni dimalattie, abusi e sfruttamento ha spintoall’autoeliminazione con aborti e suicididi massa, riuscendo a decimarli ma nonestinguerli, che per fortuna si incontranoancora per la strada.Dopo Baracoa Gibara, già luogo di vacanzeper cubani ricchi, oggi sede unpo’ sbrindellata di un vivace festival internazionaledel cinema povero, smozzicatama affascinante; vecchi palazziun tempo floridi perdono i pezzi, facciateche ci vedi il cielo attraverso fannoimmaginare un passato di ricevimenti ebanchetti da Gattopardo. Il lungomareè di scogli per niente allettanti. Qui, riluttante(ma la curiosità mi frega sempre),ho assaggiato la tartaruga, non miè piaciuta.Tornando indietro tappa d’obbligo aSantiago, la Moncada, il museo del 26luglio, la Rivoluzione. Decido di concluderecon un po’ di mare. La strada versoil punto di imbarco termina in una pistadi cacao amaro in polvere che proseguecon le assi di legno dove c’è il barconeampio e pulito che in venti minuti traghettai turisti a Cayo Levisa nel Golfodel Messico, piccolo paradiso terrestrespartano e silenzioso, un’isola che haquasi la stessa forma di Cuba snobbatadal turismo divoratore.Una settimana di sogno in perfetta solitudine,in un bungalow che dista dalmare sette passi da leone, di sabbiabianco avorio perfetta per una clessidrae acqua così calda che sembra una scodellonadi minestrina materna.Ogni mattina all’alba realizzo il sognodella mia vita: svegliarmi con la vogliadi sorridere e, senza nessuno tra i piedia far domande, uscire dal letto e affidarmial mare nuotando pigramente avantie indietro beata e grata. Poi mi asciugoall’aria e dopo colazione cammino lentada un estremo all’altro dell’isola, ognivolta è una meditazione: leggo, prendoappunti, rifletto, riposo, nuoto. E ricomincio.L’ultima mattina, vado presto al maree fatta colazione mi avvio malvolentierialla partenza, la luna c’è ancora, la stessabarca della settimana scorsa è pronta,sono l’unica passeggera tra personedello staff che in serata torneranno alcayo.Rientro a La Habana con la sensazionedi tornare a casa e dedico l’ultimo giornoai regali: sigarini leggeri, sigaroni dafilm, magliette, rum e sacchetti di zuccherodi canna, certificato bio (se non èdi vera canna qui!) e mattonelle di marmellatadi mango e guaiaba.Arrivederci Cuba.Silvia Pa l o m b isilvia palombifederica neefffederica neeffcarteBollate29


In brevemichele de biadiplomatiDiventare ragionieri a BollateAll’interno degli istituti di pena frequentarei corsi scolastici è unodei modi più proficui per impiegare iltempo, dandogli un senso. Lo scorsomese di giugno si sono conclusi i corsidi alfabetizzazione, le scuole medie e lesuperiori. Gli studenti che hanno frequentatofino al termine uno di questicorsi, nell’anno scolastico appena concluso,sono stati circa cento e ognunodi loro si è sforzato di trovare dentrosé stesso la serenità e spesso anche lavoglia di mettersi sui libri e studiare. Ilcarcere è un luogo che spesso fa passaredei periodi difficili, nei quali trovaredentro di sé la costanza di applicarsia qualunque cosa non è semplice.A questo si aggiunge la difficoltà cheaccomuna quasi tutti gli studenti dellenostre scuole: riprendere a studiare inetà adulta, con una mente non allenataa recepire nuove nozioni.Però, onore al merito, i risultati ci sono:per quanto riguarda le scuole medie,gli studenti che lehanno frequentatesono stati, secondoi tabelloni con i risultatidi fine anno,55; di questi 16 nonsono stati ammessiagli esami di Stato(quasi tutti a causadi trasferimentiin altri istituti oper scarcerazione)e, dei restanti 39,37 hanno superatol’esame. Per quantoriguarda l’IstitutoTecnico Commerciale, 50 studentihanno frequentato e di questi 28 hannosuperato l’anno, 14 hanno debiti formativie dovranno superare a settembregli esami di riparazione e i restanti 8sono stati bocciati, anche qui molti diloro per trasferimento o scarcerazione.Abbiamo avuto ben 5 diplomati, tutticon voti molto alti: Andrea C. (92/100),Gualtiero L. (80/100), Vincenzo M.(87/100) e Francesco T. (90/100) e, neanchea corroborare la teoria secondocui l’avanzare dell’età rende più difficilestudiare, i risultati degli esami sonostati proprio in ordine di età.En r i c o La z z a r aremi n’diayeFERRAGOSTO COL WWFUna domenica particolareUna domenica speciale di ferragosto,organizzata dal DAP, PRAP di Milanoe WWF Lombardia, che ha vistoprotagonisti i volontari e un numerocospicuo di detenuti delle carceri milanesi(circa 120 persone ospiti dellestrutture di Bollate, Opera, San Vittoree Monza) alle prese con la pulizia delbosco WWF di Vanzago, che includeanche la Cascina Gabrina, due laghetti,e svariati ettari di riserva naturale peruccelli e cervi oltre ad una strutturaadibita al recupero di animali selvatici.La Sig.ra Paola Brambilla, Presidentedell’Associazione WWF Lombardia ciillustra il passaggio da una riserva dicaccia (un luogo di morte), che diventaun luogo di vita: “quello che unisce ilcentro di recupero degli animali selvaticicon il carcere - dice - è l’obiettivodi riabilitare l’ospite e rimetterlo in libertà”.Il provveditore alle carceri dellaLombardia Luigi Pagano, sottolinea, riferendosialla recente evasione, che nonostantegli episodi di fuori programma,si continua a lavorare tutti insieme,operatori ministeriali, dirigenti e agen-30 carteBollateti di Polizia Penitenziaria, associazionidi volontariato. Tutti, ma i protagonistisiamo noi detenuti, che dobbiamo farcapire alla società la nostra voglia diparteciparvi e di costruire un futuroverdeggiante. I detenuti sono arrivatisul posto in gran parte, accompagnatidai familiari. Dopo, l’organizzazione deigruppi: chi deve lavorare in cucina perpreparare il pranzo, altri che devonotagliare l’erba, altri invece si sono datialla pulizia del sottobosco e dei ruscelliche costeggiano i campi; il tutto per unpaio d’ore intense, in un ritrovato sensocivico e con la voglia di fare qualcosadi utile. Caricati i rifiuti sul trattore, sitorna in cascina dove ci aspettavano ifamiliari attorno a tavolate imbandite,con vino e svariati piatti coloratissimi,tutti a base di verdura (che senso hapranzare in un oasi naturale mangiandogli ospiti?). Ai tavoli colmi di allegriae ottimismo, si respira aria di libertà,nostalgia e ritrovato benessere, si riscontranovisi diversi da quelli che sivedono dietro alle sbarre anche se sonosempre le stesse persone! Alla domanda“come va?” ci sono state molte rispostediverse: dalla più semplice alla piùanalitica, senza tralasciare chi si sentivaeuforico, alticcio, arrivando alla piùrazionale “è la normalità persa che siripete in attesa di riacquistarla definitivamente”.Pensandoci bene è questoil vero senso di giornate simili, riuscirea fare cose utili per la società, per inostri figli e fare felici chi le riceve. Èun grande sollievo per chi ha sbagliato(il senso di redenzione) e ciò che è piùimportante, è un’occasione per coglierela bellezza di ciò che ci circonda e cheabbiamo momentaneamente perso.H’m a m Habibmichele de biase


CONCERTIVento in poppa con i Freedom SoundFesta musicale tenuta in 5 concertidalla “Band Freedom Sound” ognidomenica in ogni reparto, maschile efemminile.Sunday bloody Sunday degli U2 comeapertura di spettacolo. Navigandosulle note di un hard rock iniziamoquesto viaggio, ormeggiando alla primabanchina, dove la presenza non èpoi così rilevante. Sicuramente il caldol’ha fatta da padrona, ma anche lapoca curiosità ha svolto il suo ruolo.Arrivare alla seconda banchina è statodifficoltoso, a tal punto da dover rimandarel’approdo per il mare agitatoe in tempesta. I ragazzi, forti di questacrociera musicale, solo alla terzabanchina hanno trovato l’accoglienzapiù calorosa: erano infatti tutti lì adaspettare, come una nave piena disperanze, uno spazio di libertà mentalespesso “limitato” da menti pocoaperte. Alla quarta banchina non èstato possibile fare il concerto permancanza di marinai pronti all’attracco.Alla quinta banchina attracco nonprevisto per mancanza di abitanti.Alla settima banchina mobilitazionetotale, con coinvolgimento e musicaaraba. Nella banchina dell’isola dellefemmine acclamazione a gran voce; edetto tra noi le donne hanno davverouna marcia in più, a differenza di noisono infatti capaci di staccare la spinae lanciarsi con naturalezza in balliipnotici e sensuali. Grazie anche a unpiccolo input di Sabrina e della nostraLella, le trascinatrici iniziali, tuttesono state coinvolte in danze tribali,una sorta di liberazione dei corpi, trarap africano e reggae di Bob Marley:un trasporto totale di mani e di corpiin brani impegnativi e di protesta, informa di rap e hip hop.A ogni porto dunque, una festa dispensieratezza nella musica e nel ballo:anche personale della polizia penitenziaria,al femminile, nonostante ilruolo istituzionale, si è lasciato andarecanticchiando. Questa la dice tuttasul coinvolgimento che questi ragazzihanno saputo dare “toccando” ognigenere musicale, anche brani del LucioBattisti nazionale.Per questo possiamo dire che, questonuovo spazio di libertà mentale, volutoinsistentemente dai ragazzi dellaBand, ha saputo dare un valore aggiuntoall’iniziativa.La musica da sempre è espressione digioia e aggregazione, ma è anche unponte per la libertà.Nin o SperaLABORATORIOIl ladro dell’arcobalenoarriva al FemminileIl 28 Giugno è iniziato un nuovo corsoal reparto femminile: lavorazione delvetro. Nessun punto di comunicazionecon le tradizionali vetrerie, qui si imparaa creare un’armonia di luce in oggettiartistici. Una decina sono le ragazzeche si sono iscritte al corso, un quintodella popolazione femminile del reparto.Santo Tucci è il maestro vetraio.L’evento straordinario è che anche luiè un detenuto seppur in art. 21 O.P.Due righe per narrare di lui e trarneil lato positivo che può far crescere lasperanza di un reinserimento socialeper tutti i detenuti. Santo ha 54 anni,di cui i due terzi trascorsi in carcere,carcerazione anche dura, in anni difficili,ma che non gli ha tolto la voglia dicredere nel futuro.La svolta è arrivata dopo aver vistoall’opera una maestra vetraia. Si è subitoinnamorato di questa arte che neglianni gli ha portato premi e riconoscimenti.Recentemente ha costruitouna cooperativa, “Il Passo” con cui hainiziato a lavorare presso un suo laboratorioall’esterno oltre a seguire quelloall’interno del carcere. Con questocorso vuol trasmettere la sua passionee maestria alle donne del femminile,come già in passato aveva fatto con altricompagni di pena. La stanza adibitaal corso, che sarà di 300 ore (finanziatodalla Regione Lombardia) ha subitopreso un’impronta femminile: paretitinteggiate di fresco di un colore rosa,michele de biasetavoli da lavoro ordinati e attrezzatureappese in una specie di bacheca,, le finestreaddobbate con numerosi ritaglidi vetro colorato, gli stessi utilizzatiper comporre i futuri oggetti artistici.Per tutte le partecipanti il corso è unmomento di magia, ad ogni lezione, unpo’ tutte hanno provato la gioia di vedernascere un oggetto: uno splendidosole, alcune farfalle, un’aquila fannomostra sulle mensole delle pareti e unparticolare orgoglio e spirito di grandeentusiasmo anima il gruppo. “Il ladrodell’arcobaleno” l’aveva definito unagiovane studentessa, in visita con lasua classe al laboratorio di Santo pressol’istituto. E lui fece suo questo marchio,tanto da scriverlo nei suoi bigliettida visita.Ora tutte le corsiste possono dare spazioalla fantasia giocando con i colori.Qualsiasi corso ha sempre una funzioneformativa, ma questo riesce a dareanche nutrimento all’anima, a quellavoglia cambiare, a una speranza in cuifermamente credere.Lella Ve g l i acarteBollate31

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