Cronache - Anpi

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CronacheIl 62° dell’eccidio di BornascoLa splendida figuradi Raffaele Pieragostininel ricordodi Gelasio AdamoliA cura del Comitato Permanente della Resistenza dellaProvincia di Genova con la collaborazione del Comunedi Bornasco, si è ricordato, il 21 aprile scorso l’Eccidioqui avvenuto il 24 aprile 1945Venticinque detenuti politici il 23 aprile 1945 furonocaricati dalle SS su di una corriera per essere trasferiti aBolzano. C’erano tra di loro molti uomini di spiccodella Resistenza Ligure. Giunti a Bornasco, frazionedel Comune di Vidigulfo (PV),il convoglio venne attaccatoda aerei alleati, mentre la scorta si metteva al riparo,i prigionieri furono lasciati esposti al mitragliamento,quattro di essi furono colpiti: il Gen. CesareRossi, il magg. Gian Franco Stallo, Giovanni Napoli, ildott. Renato Negri, mentre altri due (Raffaele Pieragostinie Rinaldo Ponte) furono uccisi mentre tentavanodi fuggire.Raffaele Pieragostini era nella IV Sezione del Carceredi Marassi a Genova, il numero 2959, all’appello rispondevacon dignità e fermezza, anche se ormai avevail volto tumefatto dalle percosse, i polsi ormai ridottiad una piaga (da più di 70 giorni era ammanettato), vacillantesulle gambe per la fame patita.Gelasio Adiamoli futuro Sindaco di Genova, in unasua testimonianza ricorda così quei tragici giorni:«…Fu durante la mezz’ora che si concedeva ai prigionieridi prendere aria e non so come, quel giorno, ilnostro compagno Pieragostini non era stato portatovia dal corto cubicolo riservato agli isolati speciali. Improvvisamentevidi il suo volto, segnato dalla sofferenzadi settimane di torture e isolamento, appoggiatocontro le sbarre del cancelletto. Mi aveva visto ed isuoi occhi esprimevano l’ansiosa attesa che lo individuassi.È in quella circostanza che, fra l’altro, riuscì adirmi di un momento del suo dramma, uno di queimomenti che possono bastare per caratterizzare unuomo. La Polizia aveva trovato nelle tasche del nostrocompagno una chiave. Si trattava dell’alloggetto di viaLuccoli in cui in forma pienamente legale, come si dicevaallora, aveva trovato dimora. Io sapevo di quellacameretta, sapevo della padrona, una vecchietta che siera affezionata a Pieragostini e che aveva per lui premurecome se fosse un figlio, orgogliosa di avere ospitequell’avvocato (questa era la professione scritta suidocumenti legalmente falsi), così gentile così discreto.La polizia fascista e le SS scorsero in quella chiave chissàquale strumento per giungere ai segreti della Resistenzagenovese. E non poche delle tremende sofferenzedel nostro compagno furono legate a quellachiave e alla domanda ripetuta per giorni e giorni sottole torture: “Quale porta apriva quella chiave”. Pieragostinimi disse che anche nei momenti in cui si sentivaabbandonato da ogni forza e lucidità era riuscito aresistere, a tacere della famosa porta. Nella nebbia dellasemi incoscienza vedeva sempre il volto umano, materno,della vecchietta di via Luccoli e gli era inaccettabilela visione degli sgherri di Veneziani e di Kuckche irrompevano in quell’alloggetto portando certoterrore, forse la morte. Quella vecchietta nulla ha maisaputo della tragedia che anche per lei un comunistastava vivendo. Ma se avesse saputo, forse non si sarebbestupita. Aveva considerato un figlio quell’uomo cosìrispettoso ed era giusto che fosse stata consideratada lui una madre. ... Il mattino del 23 marzo ho avutooccasione di vedere Pieragostini profondamente addoloratodopo il prelevamento di 20 detenuti destinatialla fucilazione fra i quali v’era il compagno FrancoDiodati, da lui conosciuto fanciullo in Francia. Mi disseche aveva sofferto come un padre per il figlio. Diodatiriuscì a sfuggire alla fucilazione e son certo cheneanche la propria liberazione gli avrebbe potuto recaremaggior piacere». Più avanti ricorda ancora:«Sempre “all’aria” in aprile, quando i nostri aguzziniavevano allentato la sorveglianza, mi parlò della suacompagna, di Lina, mi disse del figlio che attendevano.E non potrò mai dimenticare il tono della sua voce,i suoi occhi chiari, venati di commozione, quandomi disse: “il mio dolore più profondo è che forse nonpotrò mai conoscere mio figlio”. Debbo a Pieragostini,nelle conversazioni lungo via Corsica, tanta partedella mia formazione. Ma gli debbo soprattutto ilgrande insegnamento umano e morale che riuscì adarmi anche attraverso le sbarre di un cancelletto...».Tutti i tentativi per liberarlo intrapresi dal CLN furonosempre vani. Le ultime sue due lettere alla compagnaLina Fibbi portano le date del 28 e del 29 marzo 1945:«Cara Lina, carta, tempo e vigilanza m’impediscono didirti tante cose. Sii forte e coraggiosa. Abbi cura delnostro prossimo figlio e se io non potrò vederlo né conoscerlo,sappi che già ora lo amo tanto. Il dolore dinon poterlo un giorno stringere nelle mie mani è grande,ma non dispero del tutto. Comunque educalo allascuola di suo padre e alla tua e chiamalo Gianni. Salutatutti i compagni e per te tanti baci e abbracci».«Cara Lina, i nostri biglietti, il mio del 28 e il tuo del21 si sono incontrati lungo il cammino ed io esaudiscoil tuo desiderio espresso in quelle poche righe. Sonolieto di saperti in buona salute e tutta intenta a prepararee a prepararti per il nostro bimbo. Non ti ripetoquanto ti scrissi ieri. Sono in attesa di tutto e di nulla.Ringrazio tutti per quello che si fa per me e anelo fortementeuna riuscita per poter riprendere posto nellanostra famiglia e partecipare alla ricostruzione del nostropaese. Abbi cura e abbine per il nostro bimbo qualoraio non ci fossi. Tanti baci a te e al nostro piccoloquando nascerà. Saluti a tutti».Ritornando alla cerimonia, dopo la Messa celebratanella Chiesa parrocchiale, e dopo un breve saluto delSindaco di Bornasco, Michele Degnoni, l’orazioneufficiale è stata affidata alla prof. Maria Pia Bozzo dell’IstitutoLigure per la Storia della Resistenza e dell’Etàcontemporanea. Un corteo ha quindi raggiuntoil cippo che ricorda i Caduti per la deposizione dellecorone.IV l patria indipendente l 24 giugno 2007

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