Uomini&Sport - DF Sport Specialist

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uomini e sportUomini&Sport - Trimestrale - Numero 6 - Dicembre 2011 - Pubblicazione gratuita61


WINTERVISTAROSSI - RIPAMONTICampioni di ieri e di oggiNicola Ripamonti e Antonio Rossidi Marco MilaniDa una parte un grande campioneche nella sua lunga carrieraha vinto tutto (ben cinque lemedaglie olimpiche), dall’altrauna giovane promessa prontaa spiccare il volo. Il primo èAntonio Rossi, classe 1968 elecchese doc, un personaggioche non ha certo bisogno dipresentazioni visto che nellacanoa ha dominato la scena peruna ventina di anni, il secondoè Nicola Ripamonti, classe 1990di Ballabio, che proprio in questigiorni ha lasciato la magliabluceleste della Canottieri Leccoper indossare quella delleFiamme Gialle.7


ROSSI - RIPAMONTICampioni di ieri e di oggiNicola RipamontiINTERVISTA“Purtroppo non sono stato molto fortunato - scherza subito Nicola- perché arrivare subito dopo Antonio Rossi ti dà una granderesponsabilità. La gente pensa che vincere come ha fatto lui siafacile… Fanno presto a dire “sei il nuovo Rossi”, ma non è cosìsemplice eguagliare i suoi risultati”. E Antonio ribatte con ironia:“Sei fortunato che ho smesso…”.Insomma, ci troviamo davanti due persone simpatiche e inqualche modo complici. Ma come avete scoperto la canoa?“Ho seguito le orme di mio fratello - racconta Nicola - anche sein realtà ho cominciato con il canottaggio. Poi ho visto che nellacanoa c’era più gente, l’ambiente era bello e a quell’epoca, avevocirca 8 anni, anche il mio amico Matteo Sala faceva canoa,così sono passato dal remo alla pagaia”. L’inizio di Antonio èstato molto simile: “Ho cominciato intorno al 1982 perché anchemio fratello faceva canoa. A quei tempi, però, in Canottieri sifaceva solo fluviale (la disciplina che prevede la discesa di fiumiin acqua mossa, ndr), poi è arrivato l’allenatore Giovanni Lozzae abbiamo cominciato a fare Olimpica anche perché, allenandocisu acqua piatta, era più comodo”.La prima volta che vi siete incrociati? “Ero ancora piccolo- ricorda Nicola - Antonio era in Canottieri e stavo mettendogli adesivi sulla sua vecchia canoa di legno”. “E’ vero… eranoproprio gli adesivi di Longoni” ricorda Antonio con un sorrido.Ma cosa ha di particolare questo sport? “Le ragazze - rispondesenza esitazione Antonio - visto che io mi sono sposatouna canoista e Nicola è fidanzato con una canoista… A parte glischerzi, la canoa riesce a darti un grande senso di libertà. E’ unosport in cui all’inizio fai molta fatica perché usi dei muscoli chesolitamente non sei abituato a usare. Poi, più ti alleni più vedi imiglioramenti e questo ti porta ad andare avanti”. Cosa si provain gara? “Vivo tutte le gare con la stessa intensità e se mi sonoallenato bene le affronto con la serenità giusta - spiega Nicola-. All’inizio mi dedicavo alla maratona, visto che era l’unico modoper riuscire ad entrare nel giro della nazionale, adesso la miaspecialità sono i 1000 metri”.Cosa vi ha dato questo sport? “Soddisfazioni incredibili - cidice Antonio - dal primo titolo italiano vinto qui in Canottieri Leccoalla prima medaglia olimpica (bronzo a Barcellona 1992, ndr).Sono soddisfazioni ed emozioni veramente molto forti che provisolo se partecipi a una Olimpiade. Altre due grandi emozionisono state portare la bandiera italiana alle Olimpiadi di Pechino2008 ed essere scelto come portabandiera degli atleti nel giubileodegli sportivi nel 2000 e quindi leggere un piccolo discorso alPapa. E poi la canoa, come tutti gli sport, ti insegna la disciplina,a rispettare le regole, a rispettare il proprio corpo. Hai la possibilitàdi crescere con ragazzi della tua età, ci sono atleti che sonoparticolarmente introversi e lo sport li aiuta ad aprirsi e conosceremeglio se stessi. Sono tantissimi i valori che impari grazie allacanoa e in generale grazie a tutti gli sport”.“Un altro aspetto bellissimo - aggiunge Nicola - è la possibilitàdi girare il mondo e conoscere nuove realtà. L’anno scorso sonostato in Australia per il raduno invernale e devo ammettere chemi hanno stupito sia l’ambiente sia la cultura che sono profondamentediversi da quello che siamo abituati a vedere. E poi haila possibilità di imparare una nuova lingua: grazie al confrontocon gli altri impari una parola dopo l’altra senza nemmeno accorgerti.La canoa è uno sport bello perché ti apre la strada adaltre discipline: sci di fondo, nuoto, corsa… tutti sport funzionaliall’allenamento. Penso che non sia giusto dire che si fanno tantisacrifici, perché se ti piace lo sport che fai tutti gli sforzi li affrontivolentieri. Sicuramente la canoa non è uno sport dove vinci facilmente.Quando ero piccolo vedevo Antonio e gli altri che andavanoalle Olimpiadi e vincevano tutto e anch’io avevo voglia diseguire quella strada. Ma adesso mi rendo conto che non è poicosì facile”.Antonio, tu sei rimasto nel mondo dello sport e adesso seiassessore provinciale… “E’ un’esperienza molto valida perchéti rendi conto delle necessità del nostro territorio. Lecco è unazona dove puoi fare ogni tipo di sport e ci sono tante associazioniche si impegnano anche a livello di volontariato. Io sono arrivatoin un momento di crisi, la situazione non è facile e forse bisognerebbeunirsi: fare meno eventi però coinvolgendo più comuni esocietà, mentre spesso si tende a fare il contrario. Per quantoriguarda la canoa si sta cercando di renderla più spettacolaretanto che alle Olimpiadi la gara dei 500 metri è stata sostituita8


INTERVISTAcon quella sui 200 metri. E’ una formula che sembra essere statamolto apprezzata. In Italia forse manca un marketing migliore,ma è difficile attrarre sponsor se la disciplina non è seguitadai media e allo stesso tempo è difficile che i media ne parlinose non c’è un richiamo degli sponsor. Non è facile entrare inquesto circuito, attualmente mancano personaggi di spicco, unpo’ come Alberto Tomba nello sci”. Proprio qualche giorno faè stato ufficializzato il passaggio di Nicola alle Fiamme Gialle,tu ci sei già da parecchi anni: “A parte alcuni sport, nellamaggior parte dei casi il supporto deglienti militari e non è fondamentale. AlleOlimpiadi di Pechino solo del gruppodelle Fiamme Gialle eravamo in 42 su300 persone. Adesso che arriva ancheNicola vorrà dire che mi dovrò allenareper fare l’ultimo campionato italiano conun compagno lecchese”.Nicola, quali sono i tuoi obiettivi?“Quello più ambizioso è andare alleOlimpiadi e farò di tutto per cercare diandare a Londra 2012: ci sono ancoratre posti disponibili (un K1 e un K2, ndr)per l’Europa. Non è un’impresa facilequalificare le barche, però sono già rimastifuori dai giochi parecchi pretendentiimportanti. C’è da lavorare, mafortunatamente non è impossibile… abbiamotempo fino a maggio.”Quale è il vostro risultato più bello?“Ne ho tanti di risultati belli - spiegaAntonio Rossi - ma la svolta della miacarriera penso sia coincisa con un titoloitaliano vinto nel K2 1000 metri con lamaglia della Canottieri Lecco. Ricordoche arrivammo davanti a un equipaggioche era andato ai mondiali Juniores:quello fu il primo risultato importante e da lì ho cominciato a sognare.Senza quel risultato probabilmente non sarei partito. “Glieuropei che ho vinto l’anno scorso – ha detto senza esitazioneNicola - anche se ci sono stati diversi campionati italiani che mihanno dato molta soddisfazione. Oppure ricordo dei campionatiregionali dove io e Matteo Sala vincemmo praticamente tutto”.Sullo sfondo delle loro carriere troviamo due allenatori chehanno fatto e stanno facendo la storia della Canottieri Lecco,Giovanni Lozza e Luisa Gilardi: “Mi ha sempre allenatoGiovanni e lo conosco bene - dice Antonio - è un bravissimotecnico e anche a lui debbo quello che ho raggiunto. Spessoin Italia gli allenatori di società tendono a sfruttare i più piccoliper farli vincere subito, ma questo comporta il fatto di bruciarli.Fortunatamente qui in Canottieri si lavora in un altro modo e sipunta a fare un discorso più ampio e generale di benessere fisico”.“Anch’io ringrazio sia Giovanni che Luisa, senza di loro nonsarei arrivato fin qui. Hanno il grosso merito di non “sfruttare” igiovani e pensano sempre al bene dell’atleta. Una volta tornaida un periodo con la nazionale con un dubbio sull’allenamentomesso a punto dal tecnico della squadra azzurra e chiesi consiglioa Giovanni. Semplicemente mi disse che la strada intrapresaera quella giusta e dovevo andare avanti fino alla fine.Sono due tecnici che rispettano gli altriallenatori e hanno la pazienza di farecrescere l’atleta, senza mettere tutto indiscussione per una sconfitta”.Quale ruolo ha avuto Antonio Rossinella tua carriera? “E’ stato ed è unpunto di riferimento. Quando ero ragazzo,per apprendere la tecnica di pagaiata,ci facevano vedere i filmati dellesue gare. Poi, il fatto che Antonio Rossifosse nato e cresciuto nella mia societàmi stimolava e, alle gare, quando melo chiedevano, era sicuramente un vantodire che ero della Canottieri Leccocome Rossi”.Un augurio a Nicola… “Gli auguro diavere una lunga carriera. L’importanteè non mollare e avere sempre la grintaper andare avanti. Ora è entrato inun club storico come le Fiamme Gialle.Come è stato per la maglia blucelestedella Canottieri Lecco, dovrà essere unonore indossare la maglia della Guardiadi Finanza. Gli dico anche di portaresempre con orgoglio la maglia azzurraperché, sia che si vinca o si perda,sono esperienze uniche. Al di là del risultato,la vita dello sportivo è una bella vita, una vita fortunata.Per questo deve godersela a pieno senza mai tirare su il piededall’acceleratore e soprattutto crederci sempre. Siamo arteficidel nostro futuro, quindi se si impegna con serietà si può toglieredelle belle soddisfazioni”.Un’ultima domanda… chi è il più forte adesso? “Lui!” rispondonoi due campioni in coro.9


OGNI VOLTA “UN NOME”:DA NON DIMENTICAREdi Aldo Bonacossa*RICORDO DI UN ALPINISTA SIMPATICO:GERMANO “GIGI” VITALIGigi Vitali sulla punta di Saas, 3198m, tra la Val Saas ela Val Antrona, al termine della prima salita per la pareteENE, compiuta il 3 agosto 1946 (neg A. Bonacossa)10


GERMANO “GIGI” VITALIRicordo di un alpinista simpaticoAuguille Noire de Peutèrey, parete Ovest e cresta Sud, vista dalla Val VenyRicordiamo con un certo rimpianto quello stuolo di alpinisti determinanti, giovani spasmodicamente innamorati dell’arrampicata, checontraddistinse il territorio lecchese negli anni che precedettero immediatamente il secondo conflitto mondiale che, se interpose unapausa alla loro azione, non riuscì tuttavia ad imbrigliare la loro passione.Si trattava di gente di eccezionale levatura alpinistica ed umana, che senza darsi arie hanno compiuto imprese leggendarie su tantevie che adesso vengono riconosciute con il loro nome. Sarebbe una grave perdita se su di essi calasse un giorno il velo dell’oblio,e c’è da augurarsi che il ricordo che può essere destato da questa rivista possa almeno accendere il desiderio di conoscerli comeeffettivamente lo meritano.Iniziamo a portare all’attenzione dei lettori di “Uomini e Sport” uno di essi di cui ricorrono prossimamente i cinquant’anni della morte,avvenuta sul finire del 1962. Gigi Vitali viene rievocato attraverso un commosso articolo che, nel lontano 1965, Aldo Bonacossa, personaggionoto e grandissimo appassionato di montagna, passò alla sottosezione del C.A.I. Belledo, Sezione di Lecco, perché fossepubblicato sul suo Annuario. Riportiamo anche le sue poche parole di presentazione, perché evidenziano la sensibilità dell’autoree la stima sconfinata che nutriva verso l’alpinista lecchese di cui si parla: “Ringrazio i colleghi di Belledo di darmi il modo, sulla loro“Rassegna di Montagna”, bell’esempio di passione che sopperisce ai mezzi limitati, di ricordare Gigi Vitali. Perché siamo stati propriograndi amici sì che quando mi avviene di pensare a lui, ad anni di distanza è sempre la stessa profonda melanconia. Melanconiaunita ad un senso di tristezza: perché gli ultimi suoi anni, pieni di sventura, furono proprio un’ingiustizia del destino verso un uomoche tanto aveva dato agli altri, al suo paese, all’alpinismo.Avevo subito pensato di ricordarlo nella Rivista del Club Alpino e nella Guida dei Monti d’Italia per il tratto da Macugnaga al Sempione,alla quale aveva dato il suo inestimabile apporto; non è completamente colpa mia se l’uno e l’altro non sono ancora apparsi”.11OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE


Germano “Gigi” VitaliVitali sullo spigolo Nord del Corno del Nibbio ai Piani Resinelli(archivio Gianni Magistris)Vittorio Ratti e Gigi Vitali (archivio Gianni Magistris)Finita la guerra e rimasto senza compagni d’alpinismo, mi rivolsia Cassin che al Caffè Milano me ne fece conoscere uno: un morettodai denti bianchissimi in uno schietto sorriso allegro: GigiVitali.Naturalmente ero al corrente delle sue imprese più spettacolari:la Ovest dell’Aiguille Noire de Peutèrey, la Nordovest della SuAlto nel Civetta, tanto più che durante la guerra mi ero trovatospesso con Vittorio Ratti, anche pernottando a casa sua a Lecco;e con Riccardo, oltre alla Piccolissima di Lavaredo per lavergine parete Sudsudest, aveva ripetuta velocemente la Norddella Grande di Lavaredo allora ancora con pochi chiodi e quindiben diversa dal poi.Dopo una prima gita onde egli potesse avere una idea delle miepossibilità di uomo maturo, ci demmo a risolvere tutti i problemiche ancora esistevano nel tratto della catena alpina principaletra il Passo di Monte Moro e il Sempione, settore a me riservatoper la Guida dei Monti d’Italia (la quale da anni dorme inutilizzatain un mio cassetto).Anche se piuttosto brevi, nell’immediato dopoguerra quelle gitenon erano certo comode, come tanti di voi ricordano. Gigi partivada Lecco in treno il pomeriggio del sabato per essere la domenicanotte di nuovo a casa, il che significava per lui e per me che loraggiungevo a Milano viaggi sovente in piedi, corriere arcipieneseguiti da lunghi accessi notturni con poche ore di riposo magariin baite malandate.Ma il grande vantaggio di quelle salite era dato per me dall’avereun capocordata della classe di Gigi. In partenza, l’unico dubbiosulla riuscita era solo quello del tempo: altrimenti, non avevo maiquella preoccupazione a volte quasi angosciosa che si ha soventeprima di una salita inedita: andrà o non andrà? Con Vitali,sapevo già prima che sarebbe andata e perciò partivo semprepieno di ottimismo tanto più che di tutte le gite che gli proponevoconoscevo la via normale di discesa, il che rappresentava unabella tranquillità specialmente per noi che avevamo il tempo cosìlimitato.Durante le arrampicate. Gigi era non solo l’eccezionale fuoriclassema era un maestro nell’arte di infondere fiducia al compagno,nel fargli sembrare le cose più semplici di quanto magari nonfossero. Così nella traversa alla corda sulla parete della PuntaLaugera, la più bella arrampicata in Val Antrona, il vederlo al diOGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE12


GERMANO “GIGI” VITALIRicordo di un alpinista simpaticoLago Combal e Aiguille Blanche e Noire de Peutèrey(foto S. Norande libro - il gran giro del Monte Bianco)là del muro quasi senza appigli invitarmi a quel passo con un belsorriso allegro, mi dava un senso di certezza.Così tentando la via diretta sulla parete italiana del Pizzo d’Andolla,la più alta della valle, e tornati per il cattivo tempo, allorchél’indomani sul ghiacciaio d’accesso dovemmo traversare unaenorme frana, vagoni e vagoni di roba, caduta probabilmente pocheore prima, Gigi tutto allegro a dirmi: “siamo fortunati, almenonon cadrà più”. Alla salita del Pizzo di S. Martino per la compattaparete di Antrona direttamente fino alla gran croce di vetta miaveva portato Giovanni Ratti che divenne poi il mio abituale capocordata in tante belle arrampicate e mio simpatico amico.Dal mio settore di lavoro alpino, anche per variare un po’, neuscimmo alcune volte: così a Macugnaga avevamo vinta, sempreper primi, la grande parete Sudest dell’anticima della Cimadi Iazzi e la cresta Est del Pizzo Bianco e la parete Nord delPizzo dei Vittini che si vede dalla carrozzabile sotto a Borca; poi,nello stupendo bacino di Veglio al Sempione, il gran crestoneEst del Monte Leone e diverse vie nuove nelle vette minori, finendo,presso il Boccareccio, colla salita di un gran torrione verticaleisolato cui spero nella futura guida della zona venga dato ilnome di Torre Vitali. Era una giornata gelida; Gigi lavorò a lungoprima di riuscire su mentre io maneggiavo le due corde là sotto:felice lui, felice io anche se ne ebbi per un paio di settimane deicongelamenti alle mani.Quando Gigi sposò la Maria combinammo il loro viaggio di nozzea Capri dove, per chi non lo sapesse, si può arrampicarebene e anche molto, partendo per lo più in barca dal mare.Così aprimmo due nuove vie sul Faraglione di Terra e lui si tiròsu la sposina per la vergine parete attigua del Faraglione diMezzo.Furono giornate incantevoli. Più tardi la felicità dei due sposi toccòl’apice colla nascita di Dario. Ma poi i giorni tristi: la complicatafrattura alla gamba nell’incidente motociclistico di Malgrate;la lunga degenza con sofferenze lancinanti col pericolo semprepiù imminente di una amputazione; infine l’intervento prodigiosodell’illustre Prof. Franceschelli (“gli ho rifatto completamente ilginocchio”, diceva tutto soddisfatto, “ma di una forza d’animocome Gigi ne ho conosciuti pochi nella mia lunga carriera”). Allorchésperavamo potesse man mano ritornare ai monti, l’altroinesplicabile incidente motociclistico ai Resinelli.E quando, seduto in riva al lago colla sua Maria, vide scompariresott’acqua l’amatissimo ragazzo, ormai scopo della sua vita, fuper lui la fine; cosicché non mi stupì al ricevere laggiù nel Kenya,dove ero andato alla tomba di un altro mio grande compagno dimontagna, il Duca Amedeo d’Aosta, un telegramma annunciatemiche Gigi se ne era andato per sempre.(*) Bonacossa Aldo (1885-1975). Industriale della seta, alpinistaattivo per oltre mezzo secolo sia nelle Alpi centrali e occidentali,sia nelle Dolomiti, ha praticato anche molti altri sport; è stato frai precursori dello scialpinismo e con gli sci ha attraversato quasitutto l’arco alpino, salendo numerose cime.Fu compagno di cordata di re Alberto del Belgio e di alpinisti famosicome Preuss, Steger, Castiglioni; presidente del Club AlpinoAccademico Italiano fra il 1933 e il 1945.Fra le sue prime ascensioni ricordiamo: Monviso per la pareteNordovest, cresta Sudest dell’Aiguille Blanche de Peutèrey, pareteOvest-sudovest dell’Aletschhorn; realizzò anche, in tempi pionieristici,tre spedizioni sulle Ande. Bonacossa fu anche studiosodella storia alpinistica; collaborò a riviste specializzate europee, efu autore, per la collana “Guida dei Monti d’Italia” del C.A.I.-T.C.I.,del volume su Masino Bregaglia Disgrazia (1937).OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE13


HINTERVISTADANIEL ANTONIOLI,UN PROFESSIONISTA PER PASSIONEIl campione di wintertriathlon si racconta: “Amo la Grigna e i Resinelli: lapace che c’è qui non la trovi da nessuna parte”Daniel Antonioli in veste bucolica ai Resinelli (archivio Antonioli)intervista di Marco Milani14


La vittoria nella categoria Under 23 ai mondiali 2005 in SlovacchiaINTERVISTAUna scorza difficile da penetrare, tradita da due occhi da buonoche lasciano intuire un carattere solare. Daniel Antonioli èun solitario, che non disdegna la compagnia degli amici, quelliveri. Un uomo di montagna, in tutti i sensi, che vive la sua vitacon passione e, quando gli impegni sportivi lo permettono, tornavolentieri all’ombra della Grignetta, ai Piani dei Resinelli, dove igenitori gestiscono il Bed&Breakfast Ai Frassini.“Torno dai miei tre asinelli, dalle mie api e dai conigli. Qui il lavoronon manca mai, fare il fieno, la legna… sono tutte attività che mipiacciono molto”.Ma tu in realtà sei uno sportivo… “Faccio wintertriathlon, hofatto la leva obbligatoria nell’Esercito a Courmayeur e oggi sonoancora lì”.Ma andiamo con ordine. Daniel Antonioli è un ragazzo di 29anni, nato a Tirano ma che ha sempre vissuto ai Resinelli:“I miei ricordi partono da qui. I miei genitori arrivano dalla Valfurvae dalla Valdidentro. Mio padre cuoco e mia madre camerieracercavano un’attività, erano i primi anni ’80. Il destino li ha portatial Rifugio Porta che è stata la mia casa per vent’anni”.E poi l’amore per il wintertriathlon, questa speciale disciplinache unisce corsa, bicicletta e sci di fondo: “Sono arrivatoa questo sport grazie a Ermanno Riva (campione di sci di fondo,ndr) che, avendo una casa ai Resinelli, veniva spesso al rifugio.Quando ero ragazzino ho conosciuto i figli dell’Ermanno,Paolo e Pietro, due grandi sportivi. Ermanno cercava ragazzinida allenare soprattutto per lo sci di fondo, perché aveva creatolo Sci Club Alta Brianza e mi ha coinvolto. Il fondo mi è subitopiaciuto anche se i primi risultati non erano eccellenti visto cheai Resinelli non avevo la possibilità di allenare al meglio la partetecnica. Però fu Ermanno a trasmettermi questa grande passioneper lo sport. Abitando ai Resinelli d’estate mi allenavo spessoin bici e andavo a correre nei boschi e quando ho scoperto ilwintertriathlon ho pensato subito “questo è il mio sport”. Già daJunior ho cominciato a ottenere buoni risultati e grazie a PaoloRiva, che era nell’Esercito a Courmayeur e ora è il mio Maresciallo,ho fatto la leva obbligatoria in Val d’Aosta e sono ancoralì. Ho un incarico da atleta, ma non essendo il wintertriathlon unadisciplina olimpica non posso fare solo lo sportivo, anche perchéi fondi sono sempre meno. Ma ho comunque molto tempo perallenarmi e sono nelle condizioni ideali per farlo”.Sei nato ai piedi della Grigna, che rapporto hai con l’arrampicata?“L’ho praticata da ragazzino. Era inevitabile visto chemoltissimi alpinisti passavano dal rifugio Porta, ma quando hocominciato col triathlon ho dovuto metterla da parte. Ogni tantovado ancora, mi capita di andare sulla cresta Segantini, ma nientedi troppo difficile”.Adesso che sei un campione riconosciuto e da tanti anni faiparte della squadra azzurra, cosa pensi ti abbia dato d’im-15


16INTERVISTADANIEL ANTONIOLI,UN PROFESSIONISTA PER PASSIONEMondiali wintertriathlonportante il mondo dello sport? “Fin da ragazzino il mio mondoerano i Resinelli, il wintertriathlon mi ha dato la possibilità di giraree conoscere altra gente. Sicuramente è stata un’esperienzamolto formativa. Nel 2005 sono andato anche in Argentina: èstata una bellissima esperienza. Ho creato rapporti che duranoancora adesso: nell’ambiente dello sport, quando condividi lastessa passione, si diventa subito amici”.Corsa, bici e sci, cosa preferisci? “Non c’è una disciplina chepreferisco, il bello è variare. Se dovessi scegliere probabilmentedirei lo sci, ma solo per una questione di ambiente, infatti spessovado anche a fare sci alpinismo. Comunque questo sport mi piacenel suo complesso: se dovessi praticare una sola disciplinami annoierei. Anche l’allenamento, ovviamente, risulta molto varioe pesa meno. In estate faccio anche gare di duathlon (corsa,bici e corsa, ndr), quest’anno ho partecipato ai Mondiali. Mi piaceanche questo sport, ma spesso ti trovi a fare gare in mezzoalla pianura vicino alle città e quindi viene meno la componenteambientale che per me è fondamentale”.Sei uno sportivo metodico e preciso o affronti le gare in manierapiù romantica? “Mi sento un po’ un pioniere del wintertriathlon,in fondo siamo ancora in pochi a praticarlo. E’ chiaroche ho degli allenamenti da seguire, guai se non fosse così, maa volte mi piace anche improvvisare, seguire le mie sensazioni equindi, per una volta, mettere da parte la tabella. Se c’è una bellagiornata sicuramente preferisco andare in Grigna”.Inutile dire che la tua carriera è già ricca di soddisfazioni:“Tra i risultati più importanti ci sono sette titoli italiani consecutividi wintertriathlon e devo dire che non è facile ogni anno ripetersi,anche perché il livello si sta alzando sempre di più, soprattutto incampo internazionale. La scorsa stagione ho vinto la Coppa delMondo, e sono arrivato vicino al Mondiale. Ma il risultato a cuitengo di più è quando vinsi il Campionato del Mondo in Slovacchianel 2005, anche se purtroppo non mi venne riconosciuto. Ioero iscritto come Under 23 e la partenza della nostra categoriaera assieme agli Elite, la categoria massima. Arrivai primo assoluto,ma ufficialmente mi venne riconosciuto solo il titolo mondia-


INTERVISTAle Under 23. Però alla fine non mi importa, anche se il mio nomenon è stato scritto nell’albo d’oro io so che sono arrivato davantia tutti. E’ la vittoria a cui tengo di più perché nessuno se l’aspettava,nemmeno io!”.Per anni sei stato il “Re della Grignetta” con il record di salitadalla chiesetta dei Resinelli alla vetta nella prova del chilometroverticale, poi è arrivato Nicola Golinelli di Rancio,che è riuscito ad abbattere il muro dei 33 minuti (32’45” nel2009): “Molti dicevano che vincevo perché conoscevo bene lasalita, ma la cresta Cermenati è un sentiero che ho percorsopochissime volte. Sicuramente era la gara di casa su una montagnache amo… Si può fare meglio di Golinelli? Secondo me sì.Golinelli quando mi ha battuto non lo conoscevo ancora, ricordoche era spuntato dal nulla. Ora è un amico e a volte ci troviamoper allenarci insieme”.Daniel Antonioli affronta la frazione di corsa ai mondiali di duathlon in Spagnaqualche piccola infrastruttura per valorizzare questo splendidoposto. Una pista di sci di fondo, secondo me, sarebbe importante,penso che la gente la sfrutterebbe molto perché si può raggiungerecomodamente in macchina. La neve non manca. Io misono comprato una motoslitta con cui ogni anno batto una pistapiccolina, un anello di 1,5 chilometri, che per allenarmi funzionabene. Mi piacerebbe farci sciare la gente, anche se ovviamentenon si può fare per questioni burocratiche… A livello turistico,comunque, qualcosina si sta muovendo. Il 20 maggio 2012 arriveràil Giro d’Italia di ciclismo che senza dubbio è un’ottimaoccasione per rilanciare i Resinelli, una vetrina unica. A parte igiorni della corsa, infatti, sono sicuro che la gente tornerà per rifarela salita in bici. Il Giro è sicuramente un’ottima pubblicità”.Come spiegheresti il wintertriathlon a chi non lo conosce?“E’ uno sport che può essere alla portata di tutti (8 km di corsa,15 in bici e 10 di sci di fondo, ndr). E’ la disciplina giusta per chivuole fare uno sport e staccare completamente. E’ molto varioe questo aiuta anche a livello mentale. Adesso per cercare ilmassimo dello spettacolo si gareggia su circuiti multi-lap, maquesto sport è nato con un primo tratto di corsa nel fondo valledove non c’era neve, una seconda frazione di salita in bici perraggiungere la pista di fondo e quindi un’ultima frazione suglisci. Ora è tutto più tecnico. Di recente ho scoperto che esistonoanche delle “catene da neve” per le scarpe! L’aspetto più difficile?Forse andare in bici sulla neve, anche se dipende moltodalle condizioni… sicuramente ci vuole esperienza”.Cosa c’è di speciale nei Resinelli? “La pace che c’è qui non sitrova da nessuna parte. Essendoci cresciuto sono molto legato aquesti posti. E’ sempre un piacere tornarci e un giorno mi piacerebbeportare avanti un’attività in questi luoghi. Magari gestire unrifugio, penso sarebbe la mia vita ideale”.Qualche anno fa hai anche organizzato una gara di wintertriathlonai Resinelli: “L’esperienza è stata positiva perché tantiamici con cui corro sono venuti a vedere la mia casa e sono rimastimolto entusiasti di questo posto. Di contro devo dire che forsesiamo ancora un po’ chiusi, guardiamo con un po’ di diffidenza lenovità. I Resinelli hanno molte potenzialità che andrebbero sfruttate.C’è poco da fare perché l’ambiente fa già molto. Serve soloA breve comincia la stagione: “Ora farò qualche gara di fondo,ma da gennaio comincia la stagione vera e propria. Conla maglia dell’Esercito inseguirò il titolo di Campione italiano,l’ottavo, poi parteciperò alla Coppa del Mondo, una circuito cheè sempre più duro visto che il livello si sta alzando. Quindi cisaranno le prove uniche del Mondiale e dell’Europeo dove mipiacerebbe arrivare sul podio”.E in un futuro più lontano? “Vorrei restare nell’ambiente comeallenatore, c’è già qualche giovane che mi chiede dei consigli:poterli aiutare mi dà una grande soddisfazione. Purtroppo attualmentenon ci sono scuole di wintertriathlon, c’è la squadranazionale ma non ci sono squadre giovanili. Di sicuro è unosport che andrebbe valorizzato maggiormente: se diventassesport olimpico sicuramente le cose cambierebbero in meglio”.E Daniel Antonioli può sicuramente essere un ottimo puntodi riferimento.L’inverno è alle porte e un timido sole fa capolino tra lenuvole che stanno lasciando spazio alle guglie affilate dellaGrignetta. “Quello è il Fungo e la c’è il rifugio Rosalba”. Eccoligli occhi sognanti di un uomo di montagna innamoratodella sua terra.17


ACCADEVA NELL’ANNO…Ricorriamo a “Rassegna di Montagna”, nell’annuario che la sottosezione di Belledo del C.A.I. Sezione di Lecco proponevaper l’anno 1965, per rievocare l’emozionante apertura di una nuova via sul Monte Spedone, la vetta con quota 1104 metri nelgruppo del Resegone, che si sprofonda a ponente con la bastionata di Sopra Corna, dominante l’abitato di Rossino, partendoda Calolziocorte. La cima del Monte Spedone si raggiunge normalmente attraverso il Pertus e percorrendo un facile sentiero dimezza costa sulle ripide scarpate meridionali dell’Ocone.Come si può rilevare dall’articolo, non erano solo i nomi roboanti delle vette più rinomate a suscitare l’interesse degli alpinistivalidi ed appassionati di quei tempi. Anche su una montagna modesta come questa si riusciva ad individuare vie di tutto rispetto,e già prima di questa direttissima aperta il 5 maggio 1963, altre tre vie erano state aperte sul Monte Spedone circa tredecenni prima, e precisamente la “Corti di sinistra” nel 1933 e la “Corti di destra” nel 1936, entrambe da Augusto Corti, e, quasial centro, la “Ruchin” da Ercole Esposito “1942”, la cui prima ripetizione effettuata da Gaetano Maggioni, Bruno Papini, CarloRusconi risale al 1954.Conta pure sapere che il protagonista che ha scritto la sua relazione, Alessandro Locatelli “Ninotta”, era da tutti consideratopersona distinta ed amabile, che non si sognava di far pesare la sua professione di ingegnere, all’epoca titolo prestigioso epiuttosto raro.Ebbi la fortuna di conoscerlo personalmente e diventarne amico, anche perché quasi coetaneo. Tesserato al C.A.I. di Calolziocorte,fu meritevolmente ammesso al gruppo Ragni e si impose come figura trainante del nucleo dei giovani alpinisti. Un maleincurabile lo strappò prematuramente, all’inizio autunno del 1972, alla montagna e alla famiglia che aveva formato da poco.Per questo gli mancò perfino la gioia di poter abbracciare la figlia che aveva ansiosamente atteso, e alla quale con amorevolesensibilità fu dato il suo stesso nome, Alessandra.LA “DIRETTISSIMA”AL MONTE SPEDONELa “Fracia” in Val San Martino (foto Beppe Raso) e, a destra, un ritratto di Alessandro Locatelli (archivio Locatelli)di Alessandro LocatelliACCADEVA NELL’ANNO…18


Il Monte Spedone con la bastionata di Sopra Corna (foto Beppe Raso)Alessandro Locatelli in azione (archivio Locatelli)Ne sentii parlare per la prima volta in negozio Cassin. Il Tonostava chiedendo informazioni ad un tizio barbuto su quandoavrebbe portato a termine la sua via in “Fracia”. A dire il vero ioavevo capito in Francia ed ero perciò rimasto un po’ perplessoquando lo avevo sentito rispondere che l’avrebbe finita poco pervolta alla domenica o quando ne avrebbe avuto il tempo. In seguito,un anno o due dopo, capii l’errore in cui ero incorso ed anzifui invitato a partecipare a quella meravigliosa avventura che sichiama: “direttissima al Monte Spedone”.Molti avranno notato – soprattutto passando sul ponte che collegaOlginate con Calolziocorte – la parete bruno-giallastra chesovrasta Rossino. Ricordo la prima volta che la notai: si tornavada una gita fatta alla Monzese ed il signor Carletto, un vecchioalpinista, ci raccontava le imprese, i bivacchi ed i “voli” fatti daivari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, ecc. su quegli strapiombi cheil sole del tramonto, con i giuochi vari di luci ed ombre, mettevameglio in risalto.Sulla parete del Monte Spedone (meglio nota con il nome di“Fracia” per la friabilità della roccia) alta circa centosettanta metrierano già state aperte tre vie: la Corti di sinistra, la Corti didestra e – quasi al centro – la “Ruchin”. Il “Barba” o, per megliodire, l’ora Accademico del C.A.I. Mario Burini (da quando hatagliato la barba non è più possibile chiamarlo con il suo soprannomedi battaglia) durante le sue peregrinazioni di lavoroa Lorentino, Erve, Carenno e negli altri paesetti soprastanti Calolziocorteaveva studiato e trovato la possibilità di fare una vianuova proprio nel centro della parete. Detto fatto eccolo subitoall’opera: suoi compagni d’ascensione sono il Giacomo, l’Angelino,il Monguzzi, l’Ezio ed altri di cui mi sfugge il nome. Misia lecito inviare da queste pagine il mio ringraziamento perché,grazie alla loro opera, ho potuto proseguire ed uscire dallaparete senza bivacchi e senza le particolari avventure da essivissute.L’Angelino ed il Monguzzi soprattutto ne sanno qualcosa! Ilprimo, infatti, quando tornarono indietro e si calarono in cordadoppia, dovette – alla fine della corda – passare sul “famoso”cordino del Mario (una corda di nylon intrecciata di 8 millimetriche aveva la proprietà di allungarsi come un elastico. N.d.R. –Grazie a Dio adesso il Mario non la usa più!): il tutto a più di ventimetri da terra e staccato tre o quattro metri dalla parete.Bene, a farla breve, l’Angelino fece come una capriola e solograzie alla sua abilità e fortuna riuscì a raggiungere la base fragli applausi dei presenti (spettatori duecento circa).Per il secondo le cose andarono meglio: intervennero solo ipompieri che, avvertiti da qualche spettatore forse un po’ preoc-ACCADEVA NELL’ANNO…19


LA “DIRETTISSIMA”AL MONTE SPEDONE“Fracia” - parete Sudovest (foto Beppe Raso)cupato (evidentemente non conosceva il Mario), accorsero con iriflettori e tennero desti i due scalatori mentre bivaccavano dopoaver raggiunto la via “Ruchin” e deciso di uscire l’indomani mattinalungo questa via (Lascio a voi immaginare le parole di fuocouscite dalla bocca del “Barba”).Dopo una calata a corda doppia di sei o sette metri dal balconedi casa mi trovo, zaino in ispalla, sul cancello ad aspettare ilMario. Sono le quattro e mezza quando egli sopraggiunge sulsuo rombante cavallo d’acciaio: è ancora buio e fa abbastanzafrescolino. Lasciata la moto sul bordo della strada carrozzabile ciinnalziamo lungo un sentierino che ci porta, in breve tempo, allabase della parete. Prepariamo uno zainetto con pochi viveri, dueborracce di thè e molto materiale e diamo inizio alla scalata. Cominciaad albeggiare e si preannuncia una splendida giornata.Il primo tratto di parete sarà condotto da Mario che ormai lo conoscecome le sue tasche, poi passerò al comando io. Un’obliquaa destra ci porta all’inizio delle difficoltà: esse sono costituite darisalti rocciosi che presentano, oltre agli strapiombi della paretestessa, la particolarità di essere formati da una roccia stratificataed estremamente friabile. Ritorniamo verso il centro della paretee superiamo, mercè l’ausilio di un’abile chiodatura, il primo tiro.Non si può certo dire che la fermata sia una piazza d’armi, comunqueci si sta abbastanza comodi in piedi. Mario prosegue eben presto scompare dalla mia visuale: solo le schegge di rocciache cadono ed il lento scorrere della corda mi segnalano la suaprogressiva salita. Quando giunge il mio turno di partenza è giàtrascorsa più di un’ora; mi innalzo abbastanza velocemente, ancheperché abbiamo deciso di lasciare chiodata la via, e pocodopo mi trovo impegnato in un diedro leggermente inclinato adestra ed estremamente friabile. Gli unici appigli sicuri sono ichiodi. Faccio fermata due metri circa sotto Mario e, dopo averbevuto una sorsata di thè, si riparte. Obliquando a sinistra suplacche lisce e quindi attraversando in leggera discesa per dueo tre metri, Mario giunge su di un pulpito da cui, con facile manovradi corda, si può raggiungere la “Ruchin”: qui aveva lasciatoun mazzo di chiodi nel suo ultimo tentativo. Quando, a mia vota,ACCADEVA NELL’ANNO…20


Alessandro Locatelli e Mario Burini in una foto d’epoca (archivio Burini)ho fatto la traversata (facilitata da uno spezzone di corda fissa)non posso fare a meno di complimentarmi con lui e, contemporaneamente,di dargli dello stupido. Complimentarmi perché lavia tracciata mi si sta scoprendo come una superba ascensione:la roccia in questa ultima lunghezza di corda (e d’ora in avantisino al termine della salita) è diventata sana e da quassù losguardo spazia su tutta la valle dell’Adda e si perde sulle verdicolline brianzole. Sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltatodella strada che da Calolzio sale ad Erve e la vista si sprofondanel nero baratro del “paradiso dei cani”. Dargli dello stupido perché,per non voler mettere un solo chiodo ad espansione (comevedremo poi) egli aveva deciso di schiodare tutta la via sin quipercorsa e di non portarla a termine.Ora mi porto al comando: supero alcuni salti e mi trovo su terrenovergine. Riesco a piantare un chiodino venti o trenta centimetrisopra l’ultimo di Mario e poi non trovo più nulla. Mi faccio una cinturadi moschettoni che aggancio al chiodino: quest’ultimo tieneperché con una staffa lo carico verso il basso e con i moschettonilo tiro verso l’alto.Mi affanno a cercare a destra ed a sinistra ma non riesco a trovarela minima crepa, il più piccolo buco ove infilare un chiodo. Epensare che un metro sopra inizia la roccia grigia promettitrice difessure ed appigli! Alea iacta est! Il dado è tratto: metto un chiodoa pressione e poi via su chiodi però non molto sicuri. Facciofermata su staffe e recupero Mario sino ull’ultimo chiodo primadi quello ad espansione. Proseguo quindi in libera e superatoquest’ultimo tratto, con le braccia morte e pregando il Signoreche il chiodo tenga, mi lascio andare su di esso. Purtroppo ilmateriale è finito: mi resta solo un chiodo poco adatto alla largafessura che ho davanti. Lo conficco ugualmente (con le mani)e pianto a martellate un piccolo cuneo di legno che ho in tasca:tuttavia non mi fido a ricuperare su questo chiodo ed allora,tratto ancora una volta il punteruolo, preparo un altro buco emetto un secondo chiodo a compressione. Ricupero un po’ ilmio secondo e lo lascio una decina di metri sotto accontentandomidi far salire sino a me solo del materiale. Proseguo fino aduna cengietta leggermente fuori via che sgombero dei massipericolanti e finalmente ci possiamo concedere una breve sosta.Vorrei che la lunghezza successiva, che è anche l’ultima, latirasse Mario ma egli, mi costringe, da quel crapone che è, pernon bivaccare, a proseguire in testa. Per raggiungere la vettaci si prospettano due possibilità: o seguire una fessura dirittache esce dieci metri sotto la cima o prenderne un’altra più lungaed obliqua che ci porterebbe proprio sulla sommità. Propendiamoper la prima soluzione e con una bella arrampicata in liberaraggiungiamo la cima. Sono le diciotto ed il sole volge ormaial tramonto. Dopo la rituale stretta di mano divalliamo sino araggiungere il sentiero che ci porta alla moto: aspetto Mario cheè risalito a prendere lo zaino e quindi via fino a Rossino dove cifermiamo a bere birra e gazzosa.ACCADEVA NELL’ANNO…21


H11° SENTIERO DELLE GRIGNETROFEO SCACCABAROZZI“Il diluvio rovina la festa alla finale di Coppa del Mondo ISF 2011”Il podio maschile: da sx Stefano Butti terzo, Tom Owens primo e Luis Alberto Hernando secondo (foto Maurizio Torri)di Maurizio TorriPASTURO (LC): Esistono gare dal fascino unico. Gareche incutono timore e rispetto anche nello skyrunner più esperto.Gare almeno una volta nella vita vuoi e devi correre per entrarea pieno titolo nella ristretta cerchia dei “corridori del cielo”.Una di queste, per lunghezza, spettacolarità tecnicità deipassaggi è il Sentiero delle Grigne. Con i suoi 43km (6400m didislivello totale), abilmente disegnati su alcune delle più scenografichevette delle Prealpi Lecchesi da uno skyrunner di razzacome Adriano Greco, il Trofeo Scaccabarozzi non a caso è statodefinito da Kilian Jornet “La Gara”!!Peccato solo che la kermesse voluta e portata avanti dagli CaiMissaglia si sia più volte dovuta confrontare con condizioni meteoavverse che, oltre a vanificare mesi e mesi di lavoro, hannopiù volte negato ai numerosi concorrenti il passaggio in Grignettae Grignone.Così è stato anche domenica 18 settembre quando un vero eproprio diluvio ha letteralmente rovinato la festa della finale dicoppa del mondo ISF. Nella giornata che festeggiava il nuovoprimato iscrizioni (461 adesioni con 235 sulla lunga e 226 sullacorta) con 51 stranieri provenienti da ben 13 nazioni, una pioggiabattente con tanto di grandine in quota a gara in corso ha infatticostretto gli organizzatori ad un’ulteriore modifica del percorsoalternativo.I disguidi che ne sono seguiti hanno mandato fuori tracciato alcunidei protagonisti, rimescolando le carte in tavola nelle posizionia ridosso del podio. Al termine di una prova resa a dirpoco ostica dal nubifragio, a vincere è stato il britannico TomOwens 2h23’54” sul campioncino di casa Stefano Butti 2h24’13”22


e sullo spagnolo Luis Alberto Hernando. Nella gara in rosa unaEmanuela Brizio fresca di titolo italiano ha superato la leader dicoppa Oihana Cortazar giungendo in solitaria al traguardo di Pasturocon il tempo di 2h57’52”. Seconda piazza per la Cortazar– 2h59’13” e medaglia di bronzo per la sua connazionale NuriaDominguez Azpeceta – 3h05’23”-.A fini della classifica di Coppa Luis Alberto Hernando ha vinto iltitolo 2011 davanti all’azzurro Mikhail Mamleev e all’altro ibericoJabi Olabarria. Nella graduatoria in rosa l’unica novità è stata determinatadall’assenza della transalpina Stephanie Jimenez che,non presenziando alla finale, ha di fatto perso il secondo postofinale. Come da pronostico, si è quindi imposta Oihana Cortazarsu Emanuela Brizio e la Jimenez.Stefano Butti testimonial df Sport Specialist (foto Maurizio Torri)MEZZA MARATONAValtellinesi alla ribalta nella mezza “Città di Pasturo” grazie aisuccessi di Raffaella Rossi (Team Valtellina) e Daniele Zerboni(Sportiva Lanzada). Loro i più veloci tra i 226 iscritti a questamezza maratona sempre più dal sapore internazionale. Se almaschile Zerboni ha approfittato di un dritto al giro di boa deltedesco Helmut Schiessl per salutare il camoscio messicano RicardoMejia e centrare l’ennesimo oro stagionale, nella gara inrosa l’azzurra di specialità ha gestito le energie tenendo semprea debita distanza le rispettive avversarie.Classifica alla mano Zerboni si è imposto con il tempo di2h06’58”, mettendo in fila Ricardo Mejia -2h08’29”- e il premaneseGianola Erik -2h10’01”-. Al femminile, invece, la Rossi hatrionfato in 2h40’19” con un discreto margine sulle locali DanielaGilardi -2h49’53”- e Manuela Buzzoni - 3h03’25”-.L’arrivo vincente di Emanuela Brizio (foto Maurizio Torri)23


UNA SCALATA LUNGA VENT’ANNILA STORIAEugenio Manni in vetta al Lauteraarhorn, sullo sfondo lo Schreckhorn salito 9 ore primaFoto e testo di Eugenio ManniL’alpinista lecchese lo scorso 11 settembre ha concluso la salita di tuttigli 82 quattromila delle AlpiUna scalata lunga vent’anni che va ben oltre a una cima raggiunta. La storia di Eugenio Manni è qualcosa di più: passione, ricerca,avventura, amicizia… Un pezzo di vita di un uomo come tutti gli altri, un amico, con una particolarità: un grande amore per la montagnache lo ha portato in cima a tutti gli 82 quattromila delle Alpi. Nato a Lecco nel 1968, Eugenio è consigliere del Gruppo AlpinisticoLecchese Gamma e socio del Cai di Calolziocorte, risiede a Galbiate e di professione è imprenditore. In realtà la sua carriera sportivacomincia con un passato da cestista, ma dopo anni di camminate in montagna col nonno e i primi passi con l’Alpinismo Giovanile delCai Lecco l’attrazione per il verticale non tarda a tornare galla.24


passo indietro per non rischiare di mettere a repentaglio la buonariuscita della salita, permettendo a me e Fabio di realizzare laseconda ripetizione italiana della via.LA STORIACORDA, IMBRAGO E ALL STARSI miei genitori gestivano il circolo di San Giovanni e ricordo chela sera si ritrovavano diverse compagnie. C’era un gruppo, però,che mi sembrava più vivo degli altri e la domenica apparivaparticolarmente euforico. Allora ascoltai le loro conversazioni…parlavano di arrampicate. Osservando la loro gioia e confrontandolacon le altre compagnie che si ritrovavano al circolo maspendevano la domenica facendo poco o niente, pensai subitoche doveva essere una cosa bellissima e chiesi ad alcuni di lorodi portarmi. Avevo 16 anni e la mia prima arrampicata la feci conle All Stars bianche che usavo per giocare a basket. La scintillaera scoccata e così frequentai il corso roccia dei Gamma. Quellafu la mia fortuna perché finii sotto l’ala del Robi Chiappa e diGiuseppe Rocchi (attuale presidente del Cai Calolzio) con cuifeci quasi due anni di arrampicate. Furono due ottimi istruttori acui sono legato tuttora, tanto che nella spedizione al McKinleydel 2009 sulla via Cassin con me e Fabio Valseschini dovevaesserci anche Robi che però fu costretto a dare forfait a causadi un trauma al ginocchio procuratosi durante un allenamento inGrigna. In quella occasione Robi ha avuto il coraggio di fare unIL PRIMO 4000: MONTE BIANCOPiano piano ho cominciato a muovere i miei primi passi da soloe a 18 anni ho salito la prima via di montagna: la Cassin sullaNord-Est del Badile con Danilo Granata e Marco Dell’Oro. Lamia attività si è sempre indirizzata verso Bianco e Bregagliaperché rispecchiavano il mio modo di intendere la montagna:ghiaccio, neve, quote elevate e una predilezione per il granito.Così, negli anni dell’università, un mio compagno di studi DinoMaggioni, incuriosito e interessato a quello che facevo, mi proposedi salire con lui la vetta del Monte Bianco. Dino non era unalpinista, anzi, era un tipo sedentario con un po’ di pancetta, maaveva i nonni della Val d’Aosta e durante le vacanze estive chetrascorreva da loro osservava sempre il Bianco, tanto che nelsuo immaginario era diventata una montagna mitica. Allora fecifare un po’ di uscite di allenamento a Dino sulle nostre montagnee i 1800 metri del Resegone furono la sua vetta più alta primadel Bianco! Chiesi poi a Giuseppe Rocchi quale potesse esserela via più facile per il Bianco e lui mi indirizzò sul versante francese,quello del Gouter. Partimmo con pochissimi soldi, a 23/24anni eravamo studenti spiantati, così viaggiammo in autostope mezzi pubblici. E malgrado questo “limite”, si svolse tutto talmentebene che nell’arco della stessa giornata toccai la cima delBianco, alle 7.05, mentre alle 23 scesi dal treno a Calolzio e miincamminai verso Vercurago dove abitavo! Fummo così fortunatida trovare prima un passaggio da Chamonix a Courmayeur, epoi un altro da lì fino a Torino. Nella seconda tratta ci caricò unaragazza che faceva la giornalista per una rivista di montagna.Aveva un pandino rosso e faceva la pendolare tra Torino e Milanoperciò conosceva a memoria tutti gli orari dei treni. Ci portòin stazione a Torino, addirittura quasi sul binario, scavalcandoun cordolo e passando in una zona vietata perché il treno stavapartendo. Era il 1992 avevo 24 anni e, senza nemmeno saperlo,avevo cominciato il mio viaggio.LA “DIRETTA DEGLI ITALIANI”L’altra bella impresa, sempre lo stesso anno, l’abbiamo compiutadurante il campeggio Gamma a Briancon. Eravamo quattroGamma: io, Michele Frigerio, Manuele Panzeri e Riccardo Milaniche aveva avuto l’idea di aprire una via sulla parete Sud dellaBarre des Ecrins, uno dei due 4000 di questo massiccio interamentefrancese. Battezzammo la via come “Diretta Gamma”,mentre oggi è conosciuta come la “Diretta degli italiani”, e la cosami fa sorridere specialmente se penso alla diretta americana alDru o al pilastro dei francesi al Brenta. Tu vai là e c’è la “Direttadegli italiani”, che altri non erano che quattro “ragazzacci” invena di avventura! Una via che abbiamo realizzato in tre giorni edue notti, con due bivacchi in parete per 1400 metri di dislivello e25


UNA SCALATA LUNGA VENT’ANNIEugenio Manni e Pietro Riva sulla vetta dello Schreckhornnon abbiamo più mangiato.Al secondo bivacco invece, a sorpresa, ci ha raggiunti un elicotteromandato lassù poiché dal basso avevano notato un po’di movimento in parete. Ci puntava, diritto davanti a noi, con lepale che ci sfioravano e vedevamo distintamente nella cabinapilota e copilota. C’è stato un attimo di suspance in cui ci siamoguardati: se in quel momento qualcuno avesse ceduto e avessedetto “saltiamo su” ci saremmo giocati la via. Fortunatamentenessuno ha aperto bocca e il giorno dopo siamo arrivati in vetta.Eravamo affamati, disidratati, stanchi ma anche così gasati chein quattro ore siamo tornati al campeggio: siamo arrivati alle 4 dipomeriggio ed è stata festa grande. Il cuoco, Pier, ha cominciatoa spadellare e siamo andati avanti a mangiare, ridere e festeggiarefino a notte.LA STORIA1600 di sviluppo. E’ stata una vera avventura soprattutto quandola sera del primo bivacco ho chiesto ai compagni chi avessepreso la busta con la roba da mangiare… ci siamo guardati infaccia ma nessuno aveva il cibo nello zaino. Uno scherzo? Purtroppono, avevamo lasciato i viveri in macchina! La cena è statauna busta di riso liofilizzato in quattro, mentre la colazione dellamattina seguente l’abbiamo fatta con mezzo Mars a testa… poiLA SCOPERTA DEL CLUB DEI 4000Da quella volta ho fatto altri 4000 in maniera sporadica, e sempreperché stavo facendo altro non pensando alla fatidica quota cherappresentavano. Il Maudit, ad esempio, l’ho salito perché sonoandato a ripetere la via Kuffner, la Punta Walker alle GrandesJorasses perché ho salito la via Cassin sulla Nord, il Lenzspitzee il Breithorn per le loro pareti Nord in piolet, e via di questo passo…Nel 2005, però, ho scoperto che esisteva un Club dei 4000(www.club4000.it) e sono entrato quando ne avevo già una cinquantinaall’attivo. Solo allora salire tutti gli 82 quattromila delleAlpi è diventato un progetto e quindi ho cambiato un po’ l’allenamento:i gradi si abbassavano, ma avevi bisogno di muoverti inquota, stare in ballo tante ore, muoverti sul misto con scarponi eramponi. Il botto l’ho fatto nel 2008 quando ho salito ben 20 cime.Con l’allenamento raggiunto riuscivo ad andare in giro anche con“giovinastri” di vent’anni più giovani rispetto a me come GiacomoBianchi Bazzi (compagno anche al Mc Kinley e ideatore diquella bella spedizione) puntando a fare concatenamenti anchedi 5/6 quattromila alla volta. Quelli tecnicamente più impegnativicredo siano stati l’Aretè du Diable e l’Aiguille Blanche de Peutéreydal versante Nord in piolet con prosieguo lungo la cresta diPeutérey, entrambi saliti con Fabio Valseschini. Questi, insiemeall’integrale del Brouillard e al concatenamento Schreckhorn -Lauteraarhorn, sono stati i più “fisici” ma anche i più belli perchéabbiamo scelto delle vie di salita particolari.L’AVVENTURA PRIMA DI TUTTODurante il mio percorso non ho quasi mai salito una via normale,ho sempre cercato qualcosa in più. Ad esempio lo Schreckhorne il Lauteraahorn di solito si fanno uno da un versante e unodall’altro, ma io mi ero messo in testa di concatenarli, lo fannoin pochi perché è una mattata e se cerchi documentazione nontrovi praticamente niente. Però mi son detto: “Perché andar su indue week-end diversi quando si può fare tutto in una volta sola?”In quel caso andai con Pietro Riva, figlio dell’Ermanno Riva carissimoamico di Sergio Longoni a cui ha dedicato il bivacco ai26


LA STORIAComolli. Pietro è stato campione nazionale di Wintertriathlon equando vai in giro con lui corri, e io avevo giusto bisogno di unsocio così. Eravamo i primi, quest’anno, a tentare il concatenamentoe tra l’altro io non stavo troppo bene. Alla fine ci abbiamomesso 6 ore per salire sullo Schreckhorn e 9 ore per compierela traversata e arrivare sul Lauteraahorn. Proprio durante quellauscita ho conosciuto due ragazzi di Cuneo Roberto Garnero eDiego Fiorito, proprio quest’ultimo mi ha accompagnato a fare gliultimi due quattromila: il Taschhorn e il Dom. A Lecco non trovavonessuno che poteva accompagnarmi, chi per un motivo e chi perl’altro, allora ho chiesto a Diego e con lui sono riuscito a completarela mia avventura nel 2011. Anche in quel caso la vicendafu travagliata: infatti verso la fine di agosto ho trovato un socioche mi avrebbe accompagnato solo fino al Taschhorn ma non intraversata al Dom. Quindi rinunciai nonostante un preziosissimoweek-end di bel tempo perché per me quella salita aveva sensosolo se fatta in traversata. Un po’ perché era il luogo dove eramorto Patrick Berhault proprio mentre stava tentando il concatenamentointegrale dei quattromila; un po’ perché ci avevo giàprovato nel 2004 con Fabio Valseschini, Marco Perego, un amicoscomparso, e Antonio Orsenigo. Insomma, pur di seguire i mieiprincipi e fare queste due cime a modo mio, ho rischiato di nonriuscire a chiudere la mia collezione nel 2011.QUESTIONE DI NUMERI E APPETITOL’11 settembre 2011, a dieci anni dall’attentato delle torri Gemelle,esattamente alle 11.11 sono arrivato in cima al Dom. Hochiuso la partita a modo mio perché, in fondo, ho sempre cercatoqualcosa che rendesse queste salite più intriganti. E’ stata unabellissima esperienza, nata per caso. Poi è diventato un modoper andare in montagna e conoscere quasi ogni valle da qui alDelfinato, all’Oberland. Ho sempre cercato compagni particolari,la cerchia è sempre stata abbastanza ristretta. Ma soprattutto,dopo l’ultima salita, non c’è mai stato un momento in cui ho detto“è finita” perché ho capito che questa “collezione” è stata solo unpassaggio. Ho capito che non smetterò mai di andare in montagnaperché di vie da fare ce ne sono ancora una valanga e fra isogni nel cassetto ci sarebbe anche la ripetizione del via sul pilonedel Freney che, con Marco Perego, sfumò nel 2003. Quandosono arrivato in cima al Dom mi sono reso conto che è statocome quando ho finito un qualsiasi altro 4000. Ingenuamentepensavo sarebbe stato diverso, credevo mi sarei sentito sazio,ma questa voglia di fare e questa ricerca che hai dentro non conoscesazietà. Finito un progetto riparti per un altro.UNA MONTAGNA DI SENTIMENTIE’ un progetto talmente lungo che sicuramente richiede determinazione,anche se penso sia alla portata di molte persone.Passi week-end bestiali: ore di macchina e metri di dislivello persalire al rifugio, ti svegli all’una di notte, scali la montagna e arriviin vetta, poi altre migliaia di metri di discesa per ritornare allaIl panorama dalla vetta del Taschhornmacchina con le prime luci della sera e ti metti alla guida perchéil lunedì mattina devi andare al lavoro… quelle poche volte chetornavo da solo mi è anche capitato di dovermi fermare in unapiazzola di sosta in autostrada, buttar giù i sedili e dormire unpo’ nel bagagliaio perchè avevo dei colpi di sonno pazzeschi!Alcuni mi chiedono come faccio ogni volta ad avere la voglia diripartire. Ma c’è un fascino particolare dietro a ogni salita perchéte la studi sulle cartine, ti costruisci il percorso migliore, e cosìinizia a prendere corpo una nuova avventura. Ti senti pioniere,come se mai nessuno avesse salito quella cima. In fondo su 82cime, una quarantina sono quasi sconosciute. E’ un’esperienzache ti consente di raggiungere la maturità completa comealpinista: ti muovi su ghiaccio, roccia, misto, ti devi districareda solo dai problemi, devi trovare la via di salita. Ho passatoanche la fase in cui vai e ripeti un vione, ti dà soddisfazione maalla fine è poco più che un gesto atletico … mancano in partel’aspetto della ricerca, il romanticismo e l’avventura. Al di là cheuna montagna sia più o meno di 4000 metri, quello che conta èl’esperienza a tutto tondo che si vive. Un ingaggio completo cheti spreme in più ambiti, la fisicità dello stare in giro anche 24 ore,il piacere dell’arrampicata fine a se stessa, l’ambiente di granderespiro, la lontananza dalla massa e dai tracciati comuni…questa la considero la perfezione. E, ovviamente, quello chefa grande un percorso del genere non è la meta ma il viaggio.Conosci nuovi posti, nuove persone, crei amicizie e trovi personaggiche aumentano il tuo bagaglio di conoscenze. Il fatto diracchiudere queste cose nella salita di 82 montagne è solo unmodo per mettere un po’ di ordine. Ma in mezzo c’è un pezzodi vita, il matrimonio, la nascita dei figli, il lavoro, creare unaazienda, andare in vacanza al mare… i week-end passati inmontagna sono solo i pezzetti di un filo che collega tutto.27


UNA SCALATA LUNGA VENT’ANNIEugenio Manni con Fabio Valseschini al Bianco in cima al Tacul dopo lacavalcata delle 5 vette dell’Arete du DiableQUELLI CHE MI HANNO PERMESSO DI SOGNAREUn grazie va a tutti gli amici che mi hanno accompagnato. Io nonsono un “solitarista” e penso che la felicità vada condivisa peressere gustata a pieno, se poi il compagno è anche un amico ètutto più bello. Alla fine sono 21 gli amici che ho ringraziato peravermi accompagnato all’altro capo della corda in questa lungaavventura. In particolare, qui, vorrei ringraziare quelli che piùspesso si sono legati con me a partire da Marco Perego chenon c’è più, Antonio Orsenigo di Merate che io amo definire un“UGM” (uomo geneticamente modificato) perché dall’alto dei suoi54 anni si muove veloce e meglio di un 20enne, Manuele Panzericarissimo amico, Fabio Valseschini con cui ho condiviso anchel’esperienza al McKinley, Giacomo Bianchi Bazzi, un ragazzo di23 anni con una grande voglia di fare e che dovrebbe essere unesempio per le nuove generazioni e poi tanti altri… Faccio i mieimigliori auguri ad Alessandra Casiraghi alpinista di Merate cheè già a quota 80 e se non fosse stato per una bufera al Biancoavrebbe terminato anche lei quest’anno il suo lungo viaggio. Epoi un grazie a Diego Fiorito, Pietro Riva un grande amico, GigiLosa con cui ho fatto le vette scialpinistiche, Cristina Morello excampionessa nazionale di scialpinismo, Raffaele, Michele, Pier… Insomma, 21 volte grazie!Manuele Panzeri e Antonello Martinez, sulla calotta del Dom du Gouter, in discesa dall’Integrale del BrouillardLA STORIA28


DAI NOSTRI TESTIMONIALSLa Ovest della Torre Egger è il più difficile, pericoloso e complicato problema alpinisticodella Patagonia, e questo spiega perchè questa parete sia ancora inviolata.Nel 2010 i due Ragni di Leccoe testimonial Sport SpecialistMatteo Della Bordella e MatteoBernasconi sono riusciti asalire 350 metri degli oltre milleche condurrebbero alla cima,e questo in un solo giorno dibel tempo, bivaccando peraltre due settimane nellagrotta di ghiaccio da loro scavataalla base del loro sognoambizioso.Matteo Della BordellaL a o v e s t d e l l a E g g e r f o t o g r a f a t a d a M a t t e o B e r n a s c o n i ,spedizione 2011Matteo BernasconiIl 13 Dicembre i due fortissimi e giovani alpinistiripartiranno per la Patagonia, motivati a riprovarcinei due mesi successivi. Sarà difficile seguirne in direttail loro tentativo, essendo i due giovani convintisostenitori di un alpinismo non troppo inquinatodalla multimedialità. L’anno scorso arrivavano rarissimisms, col satellitare, di aggiornamento. La lorointenzione è di tentare con una portaledge e diresistere in parete alle scariche di pietre e ghiaccio,alle tempeste e al vento sempre superiore ai centokm all’ora, alla fatica, senza mai scendere.Sul sito www.ragnilecco.com trovate il trailer delvideo del tentativo del 2010.29


ALL BLACKSLa danza sportiva più famosa del mondoAll Blacks, danza Maoridi Fabio PalmaC’è un momento, nello sport mondiale, in cui milioni dispettatori e un intero stadio ammutolisce e contemplacon il brivido che agita ogni poro della pelle una danzache, in qualsiasi altro contesto, susciterebbe ilaritàe ironia.Ma nessuno, nessuno davvero, ride o scuote la testa, senon per ammirazione, quando gli All Blacks danzano ilrituale Maori prima delle loro partite.Il rugby, in Nuova Zelanda, non è come il calcio in Italia o il Basketa Los Angeles o a Chicago quando c’era Michael Jordan.E’, incredibilmente, ancora molto di più. Un popolo si riunisce,nessuno escluso, intorno alla loro squadra di colossi, atleti chepiù di qualsiasi altri ricordano le perfette forme greche dei primigiochi olimpici, dove forza e velocità si combinavano senzaesclusione di attributi.Leggendari, ammirati, vere icone sportive, gli All Blacks non vincevanoil mondiale da molto, molto tempo. 24 anni. Nello sport,sono tre generazioni. Nella storia del rugby neozelandese, unasemi-tragedia, da intaccare perfino il titanico spessore della leggenda.E, nel 2011, toccava proprio ai “Kiwi” organizzare il mondiale.Una preparazione da lancio nello spazio, oltre due anni di lavorotecnico, fisico, soprattutto psicologico. E, come 24 anni prima,ancora una finale vinta contro la Francia, che allora, sempre30


ALL BLACKSLa danza sportiva più famosa del mondoScozia - All Blacks32


Joe RokocokoALL BLACKSLa danza sportiva più famosa del mondo33


ALL BLACKSLa danza sportiva più famosa del mondoAustralia - All Blacksmente in finale. Lui, forse, aveva il cuore in gola, ma un interopopolo aveva come uno squarcio nel petto. Può, lo sport, esserecosì importante per uno spettatore, per un semplice appassionato?E’ fumo negli occhi? Cosa dovrebbe rappresentare lo sport,e come dobbiamo considerare un tifo che, letteralmente, fa starmale? Abituati agli eccessi del nostro calcio, molti sarebbero tentatidi dire, è solo un momento di sport, che migliaia di invasaticonsiderano più importante di quello che è. Eppure…eppure ilrugby è diverso, è la stretta di mano sincera fra veri guerrieri, èl’urto rumoroso di colossi leali, è il giocatore che pieno di cicatrici,cerotti, bende e rivoli di sangue non presta attenzione alla sirenadel lamento ma corre e lotta per il valore della squadra, più cheper se stesso. Il pacchetto di mischia, per esempio…quell’incredibileversione moderna delle formazioni a testuggine delle guerreantiche…non c’è, negli altri sport, una prova di squadra così.Dove il singolo è totalmente annullato in funzione della squadra,della resistenza comuneCosì, il 23 Ottobre 2011, il mondo dello sport ha reso omaggio aduna Francia straordinaria ma ha tirato un grosso sospiro di sollievo;c’era da preservare un mito e, di questi tempi, la memorabiledanza degli All Blacks è un mito da salvare, vedere e rivedere.Rissa? I rugbisti non fanno risse, ma cercano soltanto diconoscersi più da vicino. (Todd Blackadder)34


La sala gremita della conferenza di Simone MoroDAI NOSTRI TESTIMONIALSLo scorso 25 Novembre Simone Moro ha tenuto una conferenza presso il CAI di Olgiate,in collaborazione con Sport Specialist, di cui è Testimonial da sempre.Il solito foltissimo pubblico ha seguito la conferenza, e Simone ha anche parlato dell’avventurache lo sta attendendo, insieme a Denis Urubko, per il tentativo invernale al NangaParbat. Simone e Denis, insieme all’americano Cory Richard, hanno salito lo scorso Invernoil Gasherbrum II, un ottomila che era stato tentato invano dai migliori himalaysti del mondo.Precedentemente, sempre Simone aveva salito nel 2009 addirittura il Makalu, 8463 m s.l.m, enel 2005 lo Shisha Pangma (prima ascensione invernale, con Piotr Morawski).Insomma, dove le temperature sono davvero basse, il nostro Simone sembra essere a suoagio, e non dimentichiamo i rischi enormi di queste ascensioni in inverno, dove le vie normalinon sono certo nelle stesse condizioni estive. Carico di neve, stabilità dei pendii, temperature,ore di luce: tanti sono gli aspetti che cambiano al variare delle stagioni, anche se quelloche fa davvero la differenza tra una montagna e l’altra è la collocazione, ovvero la latitudine.In realtà, infatti, in inverno in Himalaya di giorno il sole può far raggiungere temperature miti,non dissimili da quelle delle Alpi, ma è la notte che le cose cambiano, e non poco. Inoltre,in Himalaya quello che sempre si teme più d’inverno è il vento. perchè le correnti possonoarrivare alla punta dei “jet stream”, le tempeste d’alta quota che possono verificarsi ancheall’inizio della primavera, quando si comincia a salire. Questoper gli alpinisti significa non solo non potere proseguire, ma magarianche essere costretti a bivaccare in quota con condizioniveramente estreme. Soltanto in Antartide gli alpinisti trovanocondizioni di freddo e vento così estreme, o sui versanti ovestdella Patagonia.Simone con Segio LongoniSimone MoroMatteo Bernasconi35


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