A R C H E O L O G I A E B E N I C U L T U R A L I - Aidu Entos

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A R C H E O L O G I A E B E N I C U L T U R A L I


AIDU ENTOSARCHEOLOGIA E B ENI C ULTURALIUN PROGETTO:CON IL CONTRIBUTO:Università degli Studi di SassariCapanna delle riunioni. Villaggio nuragico di Monte Casteddu (Luogosanto).Foto di Fausto Ligios (F/64 Progetto Fotografia).


AIDU ENTOSArcheologiae Beni CulturaliANNO II n. 5-6Maggio-Dicembre 2008(SASSARI 2011)sommarioEditoriale.Fausto Ligios3Direttore ResponsabileFausto LigiosResponsabile ScientificoErcole ContuStudi e RicercheEditoreAssociazione ArcheologicaAidu EntosRedazioneFrancesco BelluRamona CappaiGabriele CarentiFlorinda CorriasLuca DoroLa fauna della grotta di Su Coloru:scavi 1996-98Stefano Masala4GraficaLuca DoroGabriele CarentiStampaT.A.S. s.r.l.Tipografi Associati SassariProblematiche sulla ceramica atticaa vernice nera di IV secolo a.C. nelMediterraneo occidentaleFlorinda Corrias18Registrazione pressoil Tribunale di Sassarin. 446/07 del 28/06/07ISSN: 20376103eISSN: 20376111www.aiduentos.comInformazioniredazione.aiduentos@gmail.comCopertinaIl tofet di Sant’Antioco.Foto di Fausto Ligios (F/64Progetto Fotografia).Seconda di copertinaResti di colonne romane aCapo Testa.Foto di Fausto Ligios (F/64Progetto Fotografia).Terza di copertinaIl pozzo di Santa Cristina aPaulilatino.Foto di Fausto Ligios (F/64Progetto Fotografia).La ricognizione aerea applicataall’archeologia:metodologia e potenzialitàGiovanna SannaNuragici e Fenici nel Sulcis.Panorama sugli studiLuca Cheri2327Copyrightquesta rivista è distribuitasotto la licenza CreativeCommon Attribuzione 2.5Italia


AIDU ENTOS 3EDITORIALEFausto Ligiosinfo@faustoligios.itLe prime foto aeree della storia della fotografiafurono realizzate in Francia da Nadar nel 1858(qualche suo detrattore afferma nel 1868 inquanto il celebre fotografo sembrerebbe che“truccò” la data), grazie all’ausilio di un aerostato,ovvero un pallone e un cesto frenato ad un’altezzadi circa 80 metri, dal quale il pioniere dellafotografia mondiale fotografò alcune case del villaggiodi Petit-Becèntre situato nei pressi di Parigi.Motivi strategici militari e rilievo catastale furonogli input che portarono all’impresa storica. Oggigli utilizzi della fotografia aerea sono i più svariati,ad esempio l’archeologia, così come ci spiega inquesto numero doppio di Aidu Entos, un interessantearticolo della dottoressa Giovanna Sanna.In Italia l’archeologia aerea è stata fortementecondizionata dall'esistenza di una legge del periodofascista, risalente al 1939, che non consentivadi scattare fotografie al territorio nazionale.Solo nel 2000 tale disposizione è stata abrogatacon un decreto del governo italiano che ha rimossotutte le precedenti limitazioni e, attualmente,permette di eseguire riprese e rilevamentiaerei senza richiedere l'autorizzazione alle autoritào agli enti pubblici. La semplificazione delleprocedure ha consentito in pochi anni di fare notevolipassi avanti in questo settore di ricerca, permettendocosì agli studiosi di osservare dall'alto isiti archeologici e i territori interessati dalla presenzadi resti più o meno visibili al livello del terreno.Come dire, osservare il medesimo soggettocambiando la propria prospettiva visuale, tesi chenon farebbe male se applicata a molti altricampi.Nel 1944, un altro pioniere, questa volta nelcampo dell’archeologia, a cui noi sardi in primisdobbiamo tantissimo, ovvero Giovanni Lilliu, pubblicò“Rapporti fra la civiltà Nuragica e la civiltàfenicio-punica”, dando un decisivo impulso aduna problematica storica tuttora aperta: esisteuna Sardegna nuragica e una Sardegna fenicia?.Partendo proprio da Lilliu che sosteneva che è esistitauna Sardegna nuragica che si è sviluppata etrasformata anche attraverso il rapporto con gli“altri”, nella fattispecie, con i fenici, e viceversa, ildottor Luca Cheri a pagina 27 tenta di tracciareun fil rouge tra i maggiori studi che, nel corso deglianni, hanno cercato di far luce sul rapporto intercorsofra queste genti.Alghero: Il promontorio di Cappo Caccia visto dallaPinetta di Mugoni.Buon viaggio a tutti.


Studi e ricercheLa fauna della grotta di Su Coloru:scavi 1996-98Stefano Masalasanciospenser@interfree.itFig. 1 - La regione dell'Anglona e la grotta Su Coloru.INTRODUZIONEI resti faunistici oggetto di questo studio archeozoologicovennero recuperati nella grotta di Su Colorupresso Laerru nel territorio di Perfugas (fig. 1) durantele campagne di scavo promosse dalla SoprintendenzaArcheologica di Sassari e Nuoro negli anni1996, 1997 e 1998. Lo scavo archeologico, affidatoal dott. Giuseppe Pitzalis, direttore del Centro Operativodi Perfugas della Soprintendenza Archeologica,in collaborazione con il dott. David Trump,dell’Università di Cambrige (UK), interessò l’ampiaimboccatura principale della grotta nella qualevennero aperti una serie di saggi (trincee) di varialunghezza (figg. 2-3).Le presenze archeologiche rinvenute all’internodella grotta si articolano nel tempo tra il IX millennioa.C. e il XVII secolo d.C.. I manufatti d’epoca medievalee romana sono stati rinvenuti nei livelli alti esono da considerarsi come episodi sporadici. Durantel’Età del Bronzo, invece, l’imboccatura dellagrotta sembra fissarsi come luogo di insediamento.Resti di focolari, materiali ceramici (ciotole, tegamiecc.), litici e contromacine in trachite documentanoquesta fase. Precedentemente il sito, almenoper la trincea principale (quadrati K L 30-32), risultaoggetto di frequentazione durante il NeoliticoMedio ed Antico, con ampie soluzioni di continuità 1 .La situazione stratigrafica e ambientale dell’area diFig. 2 - Rilievo topografico della grotta Su Coloru (Gruppo Speleologico Sassarese). Il quadrato indica l’area di scavo.


AIDU ENTOS 5Fig. 3 - Planimetria riassuntiva degli interventi del 1996-1998 (da Trump D., Archivio Soprintendenza Archeologica per le provincedi Sassari e Nuoro).scavo non ha permesso di datare con esattezza l’interocampione osteologico: alcuni dei depositi archeologicidai quali provengono i resti ossei risultanorimaneggiati in epoca moderna, soprattutto neglistrati più alti, ma non mancano casi in cui buche diepoca classica o medievale intaccano livelli più antichi.Pare inoltre che una parte della grotta sia statasottoposta a continui interventi umani durante l’Oloceneal fine di una sistemazione o di un drenaggiodella zona più depressa della cavità, dove sino adalcuni anni fa scorreva dall’interno un rivolo d’acquache in passato poteva essere molto piùgrande. La presenza di materiale osseo e ceramicofluitato e la di pietrame di origine alluvionale potrebberoconfermare questa tesi.Ciononostante una parte dell’area di scavo (quadratiKL 30-32) presenta una stratigrafia molto benleggibile a cui è stato possibile assegnare una cronologiarelativa e assoluta sufficientemente attendibile2 . Grazie a questa stratigrafia e all’associazionecon reperti ceramici datanti, una parte del materialeosteologico è stato inquadrato in un contestoculturale e temporale. Il materiale datato è stato recuperatonella campagna di scavo del 1997 e ‘98,è attribuito al Neolitico, e più precisamente alla faciesculturale sarda di Bonu Ighinu e alla correnteculturale della Ceramica Impressa. Lo studio archeozoologicoè stato effettuato soprattutto suquesto materiale.ANALISI ARCHEOZOOLOGICADati faunistici relativi all’insieme dei reperti osseiIl numero totale dei frammenti è di 4517, di cui2953 determinabili e 1564 indeterminabili 3 (fig. 5);provengono da diverse aree dell’ingresso principaledella grotta alla quale è stata attribuita unafunzione prevalentemente abitativa. I frammentideterminati rappresentano le specie animali elencatenella figura 4.Si può subito notare che è stato possibile determinaregran parte dei frammenti. Fra gli animali domesticivi è una forte prevalenza degli ovini,rappresentati sia da pecore che da capre, rispettoai suini e ai bovini. Questi ultimi sono rappresentatidal ventiquattro per cento dei frammenti, unabuona percentuale se si considera che questo animaleoltre a fornire una quantità di carne superiorea quella delle altre specie domestiche, può esseresfruttato come forza lavoro (fig 6). Le specie selvatichesono nettamente inferiori a quelle domestiche,ma comunque presenti (fig. 7). Fra le specie cacciabilidi probabile introduzione antropica si segnalala presenza del cervo, del cinghiale, del muflone edel prolago. Altri animali invece, come la volpe, iltordo o la pernice sarda, sono di dubbia introduzione:potevano sia vivere sul posto sia essere cacciatidall’uomo.Dati faunistici relativi al materiale osseo attribuito alNeoliticoI frammenti determinati attribuibili al Neolitico sonoin totale 793, di cui 297 inquadrabili nel contestodella facies culturale sarda di Bonu Ighinu e 496 alNeolitico Antico caratterizzato dalla ceramica impressa.Sono stati recuperati durante la campagnadi scavo del 1997 dalla trincea principale(quadrati KL 22-32) nei tagli che vanno dal 67 al


Fig. 4 - Taxa identificati nell’intero campione.Fig. 5 - Proporzione fra i resti ossei determinabile e indeterminabili.Fig. 6 - Proporzioni fra le specie dell’intero campione osseo.Fig. 7 - Proporzione fra animali domestici e selvatici.69 e dall’ 83 al 92, a una profondità variabile fra i50 e i 130 centimetri.Nonostante la scarsa consistenza del campione èstato possibile ricavare interessanti dati, soprattuttoper quanto riguarda le caratteristiche degli animalidomestici, le associazioni faunistiche e lo sfruttamentodegli animali della grotta in un periodo dellapreistoria sarda come il Neolitico, per il quale le conoscenzedella fauna sono scarse. Riguardo alletendenze economiche, sarebbe azzardato dareeccessiva importanza alle conclusioni che si possonotrarre da questo studio a causa del numeroesiguo dei frammenti e della provenienza circoscrittaad un solo luogo; inoltre la funzione e le causedi formazione del deposito archeologico sono soloa livello di ipotesi. Sono state identificate le speciepresenti nella figura 8, 9 e 10.In entrambe le fasi del Neolitico fra gli animali domesticisono presenti gli ovini, rappresentati sia dallapecora che dalla capra, il maiale e il bove. Mentregli ovini e i suini hanno una percentuale simile nelledue fasi con una predominanza numerica dei primirispetto ai secondi, i bovini, già rappresentati da unabuona percentuale nel Neolitico Antico (20%), mostranoun significativo aumento nel Neolitico Mediodove il numero dei frammenti (53%) è maggiore rispettoa quello delle altre specie e il numero minimodi individui è simile a quello degli ovicaprini ma conuna resa di carne notevolmente superiore. L’aumentodei bovini potrebbe essere legato ad unmaggior impiego di questo animale per la trazionee in genere per i lavori pesanti. C’è da notare chenegli altri siti Neolitici della Sardegna centro-settentrionalepresi in considerazione la percentuale deibovini è sempre inferiore a quella degli ovicaprini etranne che per un caso a quella dei suini: nellagrotta Filiestru di Mara (SS) (Levine 1983 ) i frammentiossei appartenenti ai bovini sono il 3,53% sul totale,quelli dei suini sono il 5,95% e quelli degli ovicaprini il56,46%; a Sa Ucca De Su Tintirriolu (SS) (Wilkens 2003)gli ovicaprini sono il 46,7% del totale del campioneosteologico, i suini il 10,9% e i bovini il 4,6%; allaGrotta di S. Michele presso Ozieri (SS) (Wilkens 2003)un frammento sui sessantasei complessivi appartieneal bove, ma qui c’è da considerare il fattore ritualeessendo probabilmente, questo sito un luogodi culto. L’unico sito, fra quelli esaminati, che mostrauna significativa presenza dei bovini è il villaggioNeolitico di Contraguda (Lensi 2000) dove questianimali sono presenti con il 24,45% dei frammenti,meno degli ovicaprini (59,56%) e più dei suini(13,17%). È interessante notare che il villaggio diContraguda è situato nel territorio di Perfugas, nonmolto distante dalla grotta di Su Coloru. Per quantoriguarda gli animali selvatici, il prolago subisce unaflessione tra il Neolitico Antico e quello Medio dov’èpresente con tre individui rispetto ai venti della faseprecedente, equivalenti a circa il 33%. Non bisognaperò sopravvalutare l’importanza di tale animale in


AIDU ENTOS 7Fig. 8 - Taxa presenti nei campioni Neolitici.Gli animali domesticiGli ovicaprini sono rappresentati complessivamenteda 33 individui tra i quali sono state identificate 11pecore e 4 capre. L’abbattimento avveniva in tuttele classi di età (tra 1 e 4 anni) mai troppo anziana(fig. 13). Fra le pecore sono stati identificati due maschie tre femmine. La misura di una cavicchia indicache le corna maschili erano di discretedimensioni ma già differenziate da quelle del muflonepiù massicce.Presumibilmente l’allevamento era orientato allaproduzione di carne, considerando che nel Neoliuncampione faunistico come questo perché il prolagopuò essere usato solo nell’alimentazione(eventualmente per la pelle) e la sua resa in carneè molto inferiore a quelle delle altre specie. I restidegli altri animali selvatici formano una parte moltoesigua del campione osteologico, solo il 3% deiframmenti per ognuna delle due fasi del Neolitico,composto dai resti di un cinghiale, due cervi, quattrovolpi, una pernice sarda, due tartarughe d’acquadolce e un volatile non determinato. Mentrealcuni di questi resti (cervo, cinghiale e prolago)sono molto probabilmente riconducibili all’azioneumana, quelli della pernice della volpe e della tartarugapossono appartenere a individui penetratispontaneamente nella grotta. Anche la tartarugapoteva venire raccolta e mangiata, la zona eraricca d’acqua e la cattura di questo animale è particolarmentesemplice.Il campione osteologico è inoltre formato dai restidi almeno tre cani, da ossa lavorate e da frammentidello scheletro di alcuni esseri umani per i quali, inquesta sede, è sufficiente dire che appartenevanoin maggioranza a individui molto giovani (in alcunicasi a feti) ed erano concentrati principalmentenegli strati datati al Neolitico Medio.Fig. 9 - Proporzioni fra le specie del campione del Neolitico Antico.Fig. 10 - Proporzioni fra le specie del campione del Neolitico Medio.


Fig. 11 - Parti anatomiche dei principali animali presenti nel campione del Neolitico Antico.tico Antico è dubbia la produzione di lana comepure lo sfruttamento del latte per il consumoumano. La stima dell’età di morte non può esserepiù precisa in quanto è stata calcolata soprattuttodalla fusione delle epifisi a causa del limitato numerodi serie di denti mandibolari. Il rinvenimentodi tre astragali, un calcaneo e un metacarpo interiha consentito di determinare l’altezza al garresedi cinque pecore. Questa è in media di cm67,63 con variabilità da cm 70,68 a 60,01 (fig. 14).Sono altezze simili a quelle delle pecore di altri sitisardi del Neolitico (63,6 a via Besta; 69,1 a SaUcca). Non sono state riscontrate differenze sostanzialifra gli ovini delle due fasi del Neolitico.I maiali sono minimo undici, cinque dei quali conmeno di 1 anno, due con meno di 36 mesi e quattrocon più di 12-18 mesi; l’usura è sempre com-presa fra il I e il II grado, in un solocaso supera il quinto. Sono state riconosciutetre femmine e un maschio.È da segnalare unframmento di mandibola provenientedal taglio 89 (Neolitico Antico)con un affollamento deipremolari che potrebbe indicarel’accorciamento del diastema equindi del muso. Da un IV metatarsoè stata calcolata l’altezza diun individuo di cm 76,1 (fig. 14), superiorea quella di Sa Ucca de SuTintirriolu di cm 72,3.I bovini erano in totale 17 conun’età compresa tra meno di unanno e più di quattro. Sono presentitutte le classi di età, in maggioranzagiovani e adulti, ma nonmancano gli anziani come mostral’usura molto avanzata deimolari di un individuo. Si potrebbeipotizzare uno sfruttamento dell’animalein vita come forza da tiro.Da morto forniva sicuramente lapelle mentre le cavicchie e leossa potevano essere trasformatein utensili (tra gli altri è stato rinvenutoun metapode lavorato) masoprattutto dava una grandequantità di carne. Il bue di Su Coloruha discrete dimensioni, sicuramentemaggiori rispetto a quelledei bovini di alcuni siti sardi dell’Etàdel Bronzo e del Ferro. Si ècalcolata l’altezza di un individuodi cm 126,27 (fig. 14), superiore aquella di Madonna del Rimedio(Santoni, Wilkens 1996) 105,9(Bronzo) e di S. Imbenia (Manconi,2000) 110,5 (Ferro); per il Neoliticonon ci sono confronti significativi in Sardegna. Si segnalala presenza di due cavicchie ossee che sipossono avvicinare per le caratteristiche metrichee morfologiche, ad alcune popolazioni di Bos taurusbrachyceros, animali di dimensioni ridotte, abbastanzafrequenti nell’Età del Bronzo in Sardegnae in molte località dell’area mediterranea. Per ilNeolitico non ci sono ancora attestazioni nell’isola.Per l’Eneolitico sono stati fatti confronti con i resti dibovini rinvenuti nel sito di Monte D’Accoddi(Wilkens 2003). Le misure messe a confronto sonorisultate simili, ma si deve tenere conto che MonteD’Accoddi è un santuario con funzioni principalmentecultuali e che quindi la scelta degli animalirispondeva soprattutto a esigenze legate al rito. Ilcane, infine, è presente con un individuo adulto eun feto.


AIDU ENTOS 9Fig. 12 - Parti anatomiche dei principali animali presenti nel campione del Neolitico Medio.Macellazione e segni d’usoLe tendenze generali della tecnica di macellazioneindicano l’utilizzo di strumenti litici per la scarnificazione,la disarticolazione e la scuoiatura. Isegni di queste attività sono stati individuati su diverseossa dei bovini e degli ovicaprini mentre i restidei maiali non presentano evidenze significativeanche perché il consumo di questo animale nonpresuppone la scuoiatura.BoviniNon si conoscono le tecniche utilizzate per il distaccodel cranio e il recupero delle parti commestibili.Le mandibole sono molto frammentarie.Alcuni lievi graffi sulla zona articolare di due mandibolepotrebbero essere stati provocati per disarticolarladal cranio, mentre in un’altra le tracce distrumenti litici nella zona del diastema fanno pensarealle operazioni per il distacco della lingua. Dueframmenti di osso ioide presentano numerosi graffidovuti anche questi con molta probabilità al recuperodella lingua. Le poche vertebre recuperate(1 epistrofeo, 2 cervicali, 1 lombare) non presentanosegni. Molti frammenti di costole presentanograffi sia sulla faccia interna cheesterna prodotti, nel primo caso,durante lo svuotamento della carcassae, nel secondo, per scarnificare.La maggior parte dei segni siconcentrano nelle zona delle epifisidelle ossa carpotarsali (figg. 15-16) e nelle falangi e sono dovutiprincipalmente alle operazioni didisarticolazione, in qualche caso discarnificazione. In una seconda falange,nella parte mediana, sonopresenti dei lievi graffi dovuti ascuoiatura con strumento litico.Anche per le altre ossa (scapola,omero, radio, femore e tibia) isegni si concentrano nelle partiprossimali, distali e nelle diafisi. Perquanto riguarda il coxale sonostati rinvenuti un frammento di alailiaca e di pube, entrambi con ungraffio.OvicapriniLe tecniche di macellazione e ladislocazione dei segni rinvenutinegli ovicaprini (fig. 17) non sembranodifferire da quelle osservatenei bovini: scuoiatura e smembramentocompleto della carcassaper disarticolazione e scarnificazione.I frammenti che presentanodei segni sono in numero inferiore rispettoa quelli dei bovini in quantole ossa degli ovicaprini sono maggiormente soggettea frantumazione.Gli animali selvaticiNella grotta Su Coloru l’attività venatoria sembraavere un ruolo secondario. Gli animali selvatici, infatti,sono rappresentati, tranne che il prolago, dapochi resti: un frammento di cranio e uno di diafisidi tibia appartengono a un cervo; due resti dicoxale con tuberosità ischiatica non fusa sonoquel che resta di un cinghiale. Le volpi sono due,una adulta, che poteva avere la tana nellagrotta, e una giovane. All’individuo giovane appartieneuna diafisi di omero con tracce di bruciatoche fanno pensare ad un uso alimentare diquesta specie.Due frammenti di piastrone appartengono a dueEmys orbicularis, tartarughe d’acqua dolce che vivonoin habitat molto umidi e ricchi d’acqua; tra ivolatili è stata identificata la pernice sarda.Il prolago è presente con almeno venti individui neilivelli del Neolitico Antico mentre in quelli del NeoliticoMedio diminuisce drasticamente raggiungendoi sei individui. La sua introduzione è dovuta


Fig. 13 - Età di morte dei reperti del Neolitico (Habermehl, 1961).Fig. 14 - Altezze della pecora, del bue e del maiale.molto probabilmente all’uomo anche se bisogna rilevareche sulle ossa non sono stati trovati segni dovutiad attività antropiche, se non nel caso di duetibie con bruciature distali causate durante la preparazionedel cibo (fig. 18).CENNI SULLE OSSA LAVORATE RINVENUTE A SU COLORUDato che uno studio prettamente archeozoologicoprescinde dall’analisi dei reperti ossei lavorati, inquesta sede si è tentata soprattutto una classificazionebasata sull’origine animale e anatomica dideterminati strumenti cercando di evidenziare letecniche di lavorazione utilizzate 4 . Solo per alcunimanufatti si è condotta un’analisi convenzionalepiù dettagliata certamente non esaustiva e informa del tutto preliminare. Fra i 4517 frammentiche compongono questo campione faunistico,sono stati individuati trentuno manufatti in osso conevidenti e macroscopiche tracce di lavorazione,che provengono da diverse zone dello scavo, principalmenteconcentrati negli strati Neolitici. I restiossei lavorati sono in massima parte frammentarima in alcuni casi si è potuto riconoscere la tipologia,le tecniche di fabbricazione e l’origine specificae anatomica (fig. 19).Le tecniche di lavorazione sono da mettere in relazionecon gli strumenti disponibili e i materiali usati;sembrano costanti nel Neolitico ed Eneolitico, mentrecambiano o si integrano dall’Età del Bronzo inseguito all’uso di attrezzi in metallo. I metodi per lalavorazione dell’osso che non presuppongono l’usodi metalli possono essere così riassunti: per frattura,per incisione longitudinale nelle scanalature, perabrasione delle superfici dorsale e plantare, percombinazione di tecniche (abrasione e incisione). Ilprocedimento di taglio poteva essere effettuatocon strumenti litici (selce, ossidiana ecc.), la levigaturae la lucidatura con vari tipi di pietre. Il metodoper incisione longitudinale veniva praticato generalmentesui metapodi, per via del solco centraleentro il quale è facile far scorrere con precisione unostrumento litico. La frattura è invece più frequente suossi diversi dai metapodi, come tibie e ulne. Questeoperazioni lasciano dei segni che possono essere distintida quelli causati dall’uso dell’oggetto finito.Sembra che la maggior parte dei reperti ossei lavoratidi Su Coloru siano stati realizzati con il metododell’incisione longitudinale e successiva abrasione.Fig. 15 - Segni di macellazione nel bovino.


AIDU ENTOS 11Fig. 16 - Distale di metapode bovino con graffi da disarticolazione(rep. SCL K23 70).Alcuni lavori di sperimentazione su ossa attuali(Wilkens 1994-95; Murray 1979), hanno mostrato cheil procedimento di fabbricazione di strumenti conquesta tecnica richiede un tempo abbastanzalungo, ma permette di ottenere strumenti perfettifino dai primi tentativi. Nella realizzazione di un punteruoloda un metatarso di ovicaprino, per esempio,dopo aver segato longitudinalmente ilmetapode, sia nella faccia dorsale sia in quellaplantare, vengono separate le due metà con uncolpo in prossimità dell’epifisi distale, che sembra laparte di maggior coesione dell’osso. Le due parti ricavatevengono a loro volta spezzate mediantepercussione sulla diafisi. Da un singolo metapode siricavano così quattro punteruoli: due comprendonoparte dell’epifisi prossimale e due quella delcondilo distale. Le punte dei punteruoli si ottengonocon alcuni piccoli colpi e soprattutto con levigaturaper mezzo di un ciottolo calcareo. Glistrumenti ottenuti mostrano, in prossimità dei tagli,la superficie coperta da linee parallele nel sensodella lunghezza, parzialmente obliterate dalla levigatura.Per quanto riguarda l’uso, i manufattivengono generalmente divisi in tre gruppi: gli strumenti(qualsiasi oggetto di uso pratico), gli oggettidi ornamento e gli oggetti di difficile interpretazione,come gli amuleti o oggetti di uso incerto(Camps-Faber, D’Anna 1977).A Su Coloru gli strumenti in osso sono rappresentatisoprattutto da punteruoli, una spatola e una puntaottenuti con la tecnica dell’incisione longitudinalee successiva abrasione. In qualche caso, come ledue lamine di canini di maiale e un punteruolo (fig.20, nn. 1, 2, 4), è ipotizzabile un doppio uso, sia comestrumento che come ornamento.I manufatti interi sono solo due e classificabili comepunteruoli o punte (fig. 21, nn. 9-12). È stato inoltrepossibile attribuire quattro frammenti a due distintistrumenti identificati in una spatola e in una punta.I due frammenti che appartengono alla spatolasono stati recuperati in due settori differenti dellagrotta. Il primo, quello che dovrebbe essere partedel manico dello strumento, proviene dal quadratoK30 taglio 83 a una distanza di circa cinque metrida dove è stato rinvenuto l’altro frammento, checostituisce la parte terminale e la zona d’uso dellostrumento.Fig. 17 - Segni di macellazione negli ovicaprini.


Fig. 18 - Tibie di prolago con bruciature distali (rep. SCL K22).Ad un’attenta osservazione è risultato che i dueframmenti, con molta probabilità, appartenevanoad un unico oggetto. Sebbene i due reperti non forminolo strumento intero, è stato possibile tentareuna ricostruzione che si avvicina approssimativamenteall’aspetto originario dello strumento (fig. 22).Le tecniche di fabbricazione, infatti, sono identicheper i due resti ed entrambi sono stati soggetti ai medesimiagenti deposizionali (colore, segni sulla superficie).Si nota, inoltre, una piccola spaccatura alcentro del frammento identificato come impugnaturache lo percorre per intero andando a terminarenell’altro reperto.Si tratta di uno strumento ipoteticamente lungo 15-16 centimetri, largo da tre a un centimetro e spessoFig. 19 - Tipologia, parte anatomica e provenienza stratigrafica dei reperti ossei lavorati.intorno ai tre millimetri; nei due frammenti che formanol’oggetto si distinguono tre parti. Il reperto checostituisce la parte iniziale della spatola ha una lunghezzaresidua di sette centimetri e presenta unazona pressoché circolare (la parte iniziale del manico)che continua in maniera leggermente convessaallargandosi lievemente fino al termine delframmento. L’altro reperto (lunghezza residua 4 cm)è formato da una porzione del manico che si restringefino a formare la parte terminale del manufatto,corrispondente alla zona d’uso. La partemancante del frammento probabilmente era simileal resto del manico e aveva una ipotetica lunghezzadi tre-quattro centimetri.L’oggetto è finemente lavorato ed è stato realizzatoprobabilmente con il metodo dell’incisione longitudinaledi un osso lungo, ma la difficoltà maggiorenella fabbricazione di uno strumento del genereconsiste nell’ottenere uno spessore così ridotto euniforme della placca ossea tramite levigatura conmateriale litico. Osservando i segni d’uso sulla puntaè possibile, in questo caso, determinare il modo incui era utilizzato lo strumento e, naturalmente,anche il verso. L’utilizzo nel tempo ha provocatoabrasioni sulla parte terminale, che alla vista risultapiù lucida rispetto al resto dello strumento. È possibileche fosse utilizzato verticalmente in posizioneleggermente obliqua nella parte dove risulta (ancoravisibile) la zona porosa dell’osso. La sua funzioneè difficile da stabilire, tuttavia la struttura delmanufatto e i segni d’uso fanno ipotizzare che nonvenisse adoperato in azioni particolarmente bruschee azzardate tali dacompromettere un lavorocostato molto tempo e ingegno.Lo strato da cuiproviene uno dei dueframmenti (83) è stato attribuitoalla facies culturale diBonu Ighinu del NeoliticoMedio. A questa Cultura èstata attribuita una spatolarinvenuta a sa Ucca De SuTintirriolu (SS) sostanzialmentedifferente da quelladi Su Coloru se non per laforma della parte inizialedel manico (fig. 23). In entrambiè di forma circolaree di spessore simile, manella spatola di Sa Uccasono presenti tre fori circolarie delle scanalatureche fanno assomigliarel’impugnatura a un voltoumano mentre a Su Coloruquesta zona è completamenteliscia.


AIDU ENTOS 13Il secondo manufatto è stato ricostruito quasi interamenteunendo due frammenti che provenivanoda due settori dello scavo distanti circa quattrometri l’uno dall’altro (fig. 25).Lo strumento, di circa venti centimetri, è compostoda una parte impugnabile appena sbozzata e dauna punta arrotondata che ne costituisce la zonad’uso. È stato ottenuto da un radio bovino fratturatoall’incirca nel mezzo dell’epifisi prossimale, risparmiandouna parte dell’epifisi e della diafisi. Ilmanufatto è stato in seguito levigato ponendoloorizzontalmente su una superficie abrasiva perpoter livellare le asperità provocate dalla frattura.Ma è soprattutto nella parte terminale che l’artigianoha dedicato la massima cura. Questa èstata ben lisciata a tutto tondo per circa quattrocentimetri a formare una sezione piano convessae a terminare in una punta arrotondata. Semprenell’estremità inferiore, lungo la parte piana sonoben visibili dei segni obliqui provocati dall’impiegonel tempo.È da segnalare un altro manufatto osseo rinvenutointero la cui funzione sembrerebbe dubbia (fig. 26).Proviene dal quadrato K25, nel taglio 66, ed è costituitoda una placca ossea quadrangolare foratache prosegue in un puntale aguzzo. È lungo in totale3,7 cm, la placca 1,7 cm e la punta 2 cm. L’oggettoè stato ottenuto da un’epifisi distale dimetapode di ovino come si vede bene dal profilodella placca. La tecnica usata è quella della se-Fig. 20 - 1-2) lame o ornamenti da canini di maiale; 3) dente fossile; 4) punteruolo e/o ornamento da metapode ovicaprino; 5-6) spatola;7) probabile doppio punteruolo; 8) punta da radio di bovino.


Fig. 21 - 9-12) punteruoli; 10-11-13-14-16-17-18-19-20-21-22-23-25-26) frammenti di punteruoli; 15) frammento di punteruolo da costola;27) frammento di costola bovina in fase di lavorazione; 24) frammento di puntale da fibula di maiale.zione longitudinale e l’abrasione. La lisciatura e lalevigatura devono essere state attente e molto accurateper permettere di assottigliare il frammentodi epifisi prossimale senza compromettere l’integritàdella punta. Tipologicamente rientra nella categoriadei punteruoli, ma il foro e la lavorazione accuratafanno pensare a un doppio uso. Un punteruolosimile è stato rinvenuto nei livelli Neolitici di Sa Uccade su Tintirriolu presso Mara (SS) (Loria-Trump 1978).Questo è stato ottenuto con la medesima tecnicae dalla stessa parte anatomica, la punta risultaperò più lunga e la placca ossea non è forata.Un altro confronto prende in considerazione unframmento in fase di lavorazione rinvenuto nei livelliEneolitici di Monte D’Accoddi (fig. 26) (Wilkens2003). Le similitudini riguardano la parte anatomicautilizzata per la fabbricazione (un’epifisi distale dimetapode di ovicaprino) e soprattutto la tecnicadi realizzazione, accurata e impegnativa in entrambii casi.Tra i reperti, infine, è stato rinvenuto un dente fossile(fig. 27), che sembra essere stato sottoposto a la-


AIDU ENTOS 15dall’acqua. Il reperto deve essere stato trovato casualmentedurante il Neolitico, magari inglobatonel calcare delle pareti della grotta, attirando l’attenzionedi chi abitava la cavità per la sua forma eper l’aspetto rifinito.Fig. 22 - Spatola, visione anteriore e posteriore.vorazione. È lungo circa due centimetri, largo unonella parte più larga. Nella parte piana del reperto,sulla parte opposta alla punta, parrebbe che si siatentato di praticare un foro che risulta appena abbozzatoe che forse ne ha causato la rottura. Tenendopresente che in altri contesti la foratura deidenti veniva praticata per trasformarli in vaghi dicollana, si può ipotizzare che anche il dente di SuColoru fosse destinato ad un ornamento. La peculiaritàdi questo reperto consiste nel fatto che è costituitoda un fossile. I vaghi di collana che sono statirinvenuti per esempio nelle Domus de Janas di AngheluRuju presso Alghero o nella grotta Rifugio diOliena, sono stati infatti ottenuti da conchiglie, dazanne di cinghiale o da canini di volpe o cervo (Lilliu,1999, schede 227-234). Il dente di Su Coloru appartenevasicuramente ad una specie estinta,identificabile puramente a titolo di ipotesi con unosqualo che viveva durante il Miocene (24-5 milionidi anni fa) nella zona dell’Anglona, allora invasaFig. 23 - Sa Ucca de Su Tintirriolu, spatola in osso (da Loria-Trump1978, p.128, fig. 10,1, tav. IX, 4).CONSIDERAZIONI E PROSPETTIVEI dati presentati sono stati ottenuti da un campioneosteologico complessivamente abbondante. Sideve tuttavia considerare che i 4517 frammentinon provengono da un singolo contesto temporalema erano distribuiti in diversi strati olocenici formatisidurante un arco cronologico compreso fra ilNeolitico e il XVII secolo d.C. Sembra che la maggiorparte dei reperti ossei fosse concentrata nei livellipiù bassi e soprattutto nella zona compresa frai quadrati KL22 - 32. Una parte di questo settore(quadrati KL 30 - 32) presenta una sequenza stratigraficaben delineata che ha permesso di attribuireparte del deposito archeologico al Neolitico. I restiossei inquadrati in questo periodo sono 793. Pur nonessendo molto numerosi hanno consentito di ricavarealcune preliminari indicazioni sulla situazioneambientale, sul tipo di economia, sulla funzioneprincipale della grotta, nonché su alcuni aspettimorfologici degli animaliAttraverso l’associazione con ceramica è stato possibiledistinguere almeno due fasi neolitiche, una relativaalla facies cultuale di Bonu Ighinu e l’altra allacorrente culturale della Ceramica Impressa.Già in questo periodo della preistoria sarda a SuColoru gli animali domestici sono in netta maggioranzarispetto alle specie selvatiche, scarsamenterappresentate non solo tra i resti ossei attribuiti alNeolitico ma anche in tutto il materiale faunisticodella grotta. Potrebbe trattarsi di un’economia ditipo agro-pastorale dove la caccia aveva un ruolodel tutto secondario: venivano allevati pecore ecapre, buoi e maiali. Il calcolo del numero minimodi individui (NMI) e della percentuale dei frammentiper ogni singola specie (NISP) mostrano che gli ovicaprinie i maiali nelle due fasi del Neolitico mantengonoun rapporto numerico costante conpredominanza dei primi rispetto ai secondi mentrei bovini subiscono un aumento sostanziale passandodal 20% dei frammenti nel neolitico Antico al53% nel Neolitico Medio. È difficile dire a cosa siadovuto questo aumento, probabilmente a unamaggiore necessità legata a problemi di trazionedove questo animale poteva essere utilizzato comeforza da tiro o nei lavori pesanti in genere. Il calcolodell’età di morte indica che gli animali venivanogeneralmente macellati quando raggiungevano ilmaggiore peso corporeo: gli ovicaprini venivanouccisi tra 1 e 4 anni prevalentemente in età adultamai troppo anziana, anche i suini non raggiungevanoun’ età troppo avanzata. Solo fra i bovini èstato identificato un individuo particolarmente an-


Fig. 24 - Monte D'Accoddi. Frammento di metapode ovicaprino infase di lavorazione.ziano. L’allevamento sembrerebbe principalmenteindirizzato alla produzione di carne e di altri prodotticome la pelle e le corna. Dubbia invece pare laproduzione di latte per il consumo umano e dellalana. Si ritiene che in Sardegna la pecora, il maiale,il cervo e il bue siano stati importati a scopo alimentare.Non è stato ancora provato che in questo periododella preistoria si fosse già manifestata quellamutazione, coltivata fino all’eccesso dalla domesticazione,che facendo predominare lo sviluppoabnorme della borra sulla giara è stata all’originedel pelame lanoso delle pecore domestiche. I primiindizi sull’utilizzazione della lana si hanno a partiredal V - IV millennio a.C. da parte delle comunità delVicino Oriente (Davis 1984, 1987).L’associazione faunistica di su Coloru differisce daquella degli altri siti contemporanei della Sardegnasolo per la presenza massiccia dei bovini altrovescarsamente rappresentati se non nel casodel villaggio Neolitico di Contraguda, nel territoriodi Perfugas, dove questo animale è rappresentatodal 24,45% dei frammenti.Riguardo alla morfologia degli animali, gli ovicaprinie i suini non sembrano differire da quelli deglialtri siti neolitici della Sardegna, mentre per i bovininon sono stati trovati confronti contemporaneisignificativi nell’isola. Sono comunque di dimensionimaggiori rispetto ai buoi rinvenuti in alcuni siti dell’Etàdel Bronzo e del Ferro e di taglia simile a quellidatati all’Eneolitico che provengono dal santuariodi Monte D’Accoddi.Tra i selvatici, il prolago, l’unica specie cacciabilenumericamente significativa, subisce una drasticadiminuzione sia nel numero di frammenti che nelnumero minimo di individui fra il Neolitico Antico eMedio passando dal 15% al 2% dei frammenti. Lecause di questa flessione possono essere le più svariate,da un’eccessiva pressione venatoria su que-sta specie a una situazione economica incentratasull’allevamento con la conseguente perdita di interesseper la caccia.Per quanto riguarda la situazione ambientale, lapresenza dei resti di alcune specie come la tartarugad’acqua dolce (Emys orbicularis) e di pesci,fra i quale è stato identificato un cefalo (Mugil sp.,specie che può vivere in acqua dolce), fanno ritenereche la grotta e l’ambiente circostante fosserocaratterizzati da un habitat molto umido e riccod’acqua. Il rinvenimento di resti ossei fluitati da continuotrasporto e contatto con acqua sembranoconfermare questa tesi.La funzione prevalentemente abitativa dellagrotta, già ipotizzata dagli archeologi responsabilidello scavo, pare confermata dai dati faunisticiraccolti. I resti degli animali domestici, infatti, rappresentanotutte le parti (figg. 11-12) dello scheletroe appartenevano a animali di età differente, moltiresti presentano segni d’uso e tracce di bruciato einfine sono presenti diversi resti ossei lavorati sia finitisia in fase di lavorazione. Questi fattori indicano chel’ingresso della grotta (almeno nella parte scavata),ampio e luminoso, era caratterizzato daun’assidua attività antropica soprattutto nelle fasipiù antiche e in particolare durante il Neolitico. GliAnimali venivano portati all’interno della cavità,Fig. 25 - Punta da radio bovino.macellati e consumati sul posto e da alcune ossa siricavavano gli strumenti necessari. Se fossimo in presenzadi un sito stagionale legato alla cacciaavremmo avuto un’associazione faunistica caratterizzatadalla presenza di molti giovani; se l’attivitàmaggiormente praticata fosse legata alla macellazionesi sarebbero rinvenute principalmente determinateparti anatomiche (zona costale, frammentidi cranio); se l’attività svolta fosse stata indirizzataprevalentemente alla produzione di strumentiavremmo trovato numerosi ossi che rappresentavanole varie fasi che caratterizzano la produzionedi un manufatto.I pochi resti ossei umani rinvenuti appartenevano


AIDU ENTOS 17Fig. 26 - Punteruolo forato da metapode di ovicaprino.Fig. 27 - Frammento di dente fossile.soprattutto a individui molto giovani e a un feto ederano principalmente concentrati negli strati attribuitial Neolitico Medio (quadrati KL 30-32). È probabile,quindi che occasionalmente la grottaabbia ospitato delle sepolture.In conclusione risulta opportuno sottolineare le potenzialitàarcheozoologiche della grotta Su Colorusoprattutto per lo studio delle faune del Neolitico inSardegna per le quali esistono più quesiti che risposte.Le problematiche sono relative soprattutto all’introduzionedelle varie specie, ai caratterimorfologici delle prime specie domesticate e altipo di impatto economico e sociale. Per quanto riguardail caso specifico di Su Coloru uno scavoestensivo potrebbe fornire materiale faunistico sufficientea chiarire alcuni aspetti relativi all’aumento,alla morfologia e al ruolo dei bovini, e alle cause responsabilidella diminuzione numerica del Prolagodurante il Neolitico.NOTE1Vedi PITZALIS G., MARTINI F., FENU P. 1999-2000; TRUMP D. 1988.2Vedi FENU P., MARTINI F., PITZALIS G. SARTI L. 2002.3Le ossa sono state misurate secondo il metodo di A. VonDen Driesch (Von Den Driesch 1976), le altezze al garresesono state calcolate usando i coefficienti di M. Teicher peri maiali e le pecore (Teicher, 1969), per i bovini è stata utilizzatala tabella di Matolcsi (Matolcsi 1970). Le età di mortesono state ottenute secondo il metodo di K. H. Habermehel(Habermehel 1961). Le fasi di usura dei denti degliovicaprini, suini e bovini sono state calcolate con le tabelledi B. Wilkens (Wilkens 1990).Ringrazio la Dottoressa Laura Manca per gli utili suggerimenti.BIBLIOGRAFIACAMPS-FABER H., D’ANNA A. 1977, Fabrication expérimentaled’outils à partir de métapodes de mouton et de tibiasde lapin. Colloques Internationaux du C.N.R.S. n°568, in CAMPS-FABER H., a cura di, Méthodologie appliquéea l’industrie de l’os prèhistorique. Aix-en Provence,pp. 311-323.DAVIS S.J.M. 1987, The Archeology of Animals, B.T. Bastford:London.DRIESCH A. VON DEN 1976, A guide to the measurement ofanimal bones from archeological sites. Paebody Meseumof Archeology and Etnology Harvard University.FENU P., MARTINI F., PITZALIS G. SARTI L., 2002, Le datazioni radiometrichedella grotta Su Coloru (Sassari) nella transizioneMesolitico-Neolitico. Rivista di Scienze Preistoriche,L II, , pp. 327-335.HABERMEHEL K. H. 1961, Die Altersbestimmung bei Haustieren,Pelztieren und beim jagdbaren Wild. Paul PareyVerlag, Berlin.LENSI F. 2000, Il Villaggio neolitico di Contraguda (Perfugas,SS): analisi archeozoologica egeoarcheologica.Tesi di Laurea, Pisa.LEVINE M. 1983, La fauna di Filestru (trincea D), In TRUMP H.D., La grotta di Filestru a Bonuinghinu, Mara (SS). Quaderni-13-Soprintendenza ai Beni archeologici per leprovince di Sassari e Nuoro. Sassari.LILLIU G. 1999, Arte e Religione della Sardegna prenuragica,“idoletti, ceramiche, oggetti d’ornamento”. SardegnaArcheologica, Studi e Monumenti 4, CarloDelfino Editore, Roma.LORIA R., TRUMP D. H. 1978, Le scoperte a Sa Ucca de suTintirriolu e il neolitico sardo. “Mon. Ant. Lincei”, II, 2, pp.115-253.MANCONI F. 2000, La fauna dell’età del Ferro degli scavi1988 e 1990 del nuraghe S. Imbenia da Alghero (Sassari).Atti del 2° convegno nazionale di Archeozoologia,Asti 1997, pp. 267-277.MATOLCSI J. 1970, Historische Erforschung der Körpergröbedes Rindes auf Grund von ungarischem Knochenmaterial.Zeitschrift für Tierzüchtung undZüchtungsbiologie, Band 87, Heft 2, pp. 89-137.MURRAY C. 1979, Les techniques de débitage de métapodesde petits ruminants a Auvernier-Port, In CAMPS-FABER H., a cura di, L’industrie en os et bois de cervidédurant le néolithique et l’àge des métaux. Parigi 1979,pp. 27-31.PITZALIS G., MARTINI F., FENU P. 1999-2000, Gli scavi nellagrotta Su Coloru (Sassari): primi risultati e prospettive diricerca. Rivista di Scienze Preistoriche, L, pp. 165-187.SANTONI V., WILKENS B. 1996, Il complesso nuragico “LaMadonna del Rimedio” di Oristano. Quaderni della SoprintendenzaArcheologica di Cagliari-Oristano, 13, pp.29-43.TEICHERT M. 1969, Osteometrische Untersuchungen zur Berechnungder Widerristhöhe bei vor-und frühgeschichtlichenSchweinen. Kuhn-Archiv, Band 83, Heft 3, pp.237-292.TRUMP D. 1988, Grotta di Su Coloru Laerru (Sassari), in Paleo- Express “comunicazioni di preistoria italiana”, n° 2.WILKENS B. 1990, La fauna del Villaggio del Colle dei Cappuccini(Ancona). Rassegna di Archeologia, 9, pp. 327-364.WILKENS B. 1994-95, L’industria ossea di Conelle. Scienzedell’Antichità - Storia, Archeologia, Antropologia, N° 8-9, pp. 161-178.WILKENS B. 2003, Archeozoologia. Manuale per lo studiodei resti faunistici dell’area mediterranea, CD Rom,Schio.


AIDU ENTOSARCHEOLOGIA E BENI CULTURALIHANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO:Fausto LigiosSassarese, laureato in Scienze Politiche, fotografo egiornalista professionista, ha lavorato per due anni nellaredazione de Il Quotidiano di Sassari dove è statoanche responsabile dell’inserto “Sa Chida Sarda”. Presidentedi F/64 Progetto Fotografia, collabora con diversiperiodici isolani.Stefano MasalaAssegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Storia dell’Universitàdi Sassari. Dottorando all’università di Sassaricon un progetto di ricerca inerente ai cambiamentifaunistici in Sardegna fra l’Età del Bronzo e del Ferro. Haun master in Information Comunication Tecnology per iBeni culturali. Collabora, in qualità di archeozoologo,con diverse università Italiane. Attualmente è impegnatoin una ricerca che affronta le problematiche deicambiamenti delle faune isolane connessi alle attivitàantropiche.Florinda CorriasDottoranda di ricerca in Storia, Letterature e Culture delMediterraneo, indirizzo archeologico, Università degliStudi di Sassari, Dipartimento di Storia, con un progettodi ricerca sulla ceramica attica a vernice nera di IV secoloa.C. nel Mediterraneo occidentale. Ha presoparte a numerose campagne di scavo in Sardegna eall’estero. Responsabile del laboratorio degli scavi alleTerme Pallottino, parco archeologico di Porto Torres,sotto la direzione scientifica del prof. G. Pianu. Dal 2006collabora con la Soprintendenza per i beni archeologicidelle province di Sassari e Nuoro. È vice presidentedell’associazione Aidu Entos e membro del direttivo regionaledell’Associazione Nazionale Archeologi, sezioneSardegna.Giovanna SannaGiovanna Sanna si è laureata a Sassari nel 2003 conuna tesi di Archeologia Romana sulla Sardegna in etàvandalica. Presso la stessa università ha conseguito nel2008 il Dottorato di Ricerca presentando uno studio sulriutilizzo in età romana, tardo antica e altomedievaledei monumenti preistorici e protostorici sardi. L’articoloproposto nasce in seguito alla frequentazione della XIVscuola estiva di “Ricognizione aerea fotografia digitalee interpretazione GIS based”, organizzata dall’Universitàdegli Studi di Siena in collaborazione con EnglishHeritage e AARG (Aerial Archaeology ResearchGroup). Attualmente vive e lavora a Torino.Luca CheriLuca Cheri é laureato in Archeologia presso l'Universitádi Sassari discutendo una tesi dal titolo "I materiali fittilinuragici della capanna 2 del Nuraghe Sirai - Carbonia”.Ha partecipato a numerose campagne di scavo in Italia,Spagna e Tunisia. Attualmente è iscritto al Master in"Arquelogia y Territorio" presso l'Universitá di Granada(Spagna).Carloforte: la porta del castello.Foto di Fausto Ligios (F/64 Progetto Fotografia).

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