Nei meandri della memoria: la giacchetta abbandonata - Anpi

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I diari, le storie, le memorieNei meandri della memoria:la giacchetta abbandonatadi Luigi RaimondiCominesiIl Presidente Ciampi rendeomaggio al Sacrario diMontelungo nel 60° anniversariodella battaglia.Credo fosse proprio il 1934, perchéquell’anno fu fondamentale per la miacrescita fisica, ma anche per quella culturale;infatti mi sviluppai in altezza e diventaipiù robusto, cominciai a disobbedire aigenitori e a correre in bicicletta fuori dal rionein cui abitavo, con passione lessi l’Odissea,imparai a memoria alcune favole di Fedro,iniziai lo studio del francese, aiutato inciò dal consiglio paterno di ascoltare le trasmissionidi Radio Tolosa “per imparare lapronuncia”.Da adulto compresi lo scopo nascosto diquell’invito che mi portò a sentire voci bendiverse da quelle dell’emittente governativadell’Italia fascista, tanto che negli anni successiviseguii la campagna militare di aggressioneall’Etiopia attraverso le informazioniche mi giungevano dalla Francia e che furonofra gli elementi primi della futura miaformazione di antifascista.Altri ricordi sono legati alla copertina delnumero della Domenica del Corriere cheillustrava l’assassinio di Alessandro di Jugoslavia,a Marsiglia: vedo ancora la sciaboladell’Ufficiale di scorta al Sovrano, calata sull’attentatore.Marsiglia e, ancora la linguafrancese, che fu il primo strumento di conoscenzadelle “cose proibite”. Infatti, proprionel 1934, durante le ore di francese, cominciaronoad arrivare dal banco dietro al mio,una alla volta, pagine diun opuscoletto erotico,esaurientemente esplicativodi incontri amorositravolgenti e conturbanti,per comprenderei quali ero costrettoad usare tutte le conoscenzelinguistichefino ad allora acquisitee ad apprenderne dellealtre. Non ho mai saputochi fosse il misteriosomittente di “tali”insinuazioni peccaminose.Ma talvolta capita digiungere “per mala adbona”, e forse questoera il fine ultimo del-l’operazione: infatti ad un certo momentola catena della conoscenza sessuale cominciòa fornire altra ben più raffinata materia e fuin questo modo che lessi Rien de nouveau àl’Ouest, il romanzo di Remarque, proibitodal fascismo, che divenne uno dei mieivangeli.Crescevo e imparavo. È facile accusare di silenziola generazione che precedette la mia,di condiscendenza succube al fascismo, machi la pensava in modo diverso non sempreaveva il coraggio di esporsi, di salire sullebarricate e usava strumenti di opposizionesegreti, nascosti ed il seme restava sotto laneve. Germogliò, e bene.Il docente di Italiano, per esempio, qualecomplemento alla lettura dei classici e allostudio della grammatica, dovette adottareuna raccolta di novelle italiane, commentatedal Lipparini, attento esecutore della prescrizionecontenuta nei programmi Ministeriali,generati dalla Riforma Gentile, che imponevanoanche quello strumento formativo.Ma, il nostro professore, un siciliano, abilmentescartò le novelle di autori di strettaosservanza governativa e ci propose Boccaccio,Sacchetti, Bandello, Dall’Ongaro, Serao,Di Giacomo; più avanti, il Settembrini.Fu così che mi imbattei in Renato Fucini attraversouna novella che si intitolava “Lagiacchetta rivoltata”.Raccontava di un modesto studente cheaveva portato per anni la stessa giacca, chead un certo momento era stata rivoltata perfarla parer nuova e dar quindi lustro a chil’indossava. Fu rivoltata un’altra volta e tornòvecchia. Fu data, infine, in dono ad uncoetaneo, amico dello studente stesso, ancorpiù povero di lui, un bracciante che l’indossavaanche quando, da volontario garibaldino,fu colpito a morte in un combattimentocontro gli austriaci. Nelle stesse vicended’armi era stato coinvolto anche lostudente che conservò per tutta la vita lagiacca del compagno, senza mai far rammendareil foro della palla di piombo cheaveva tolto la vita ad un giovane eroe.Con Garibaldi, per Garibaldi: un Italia incompiuta?Quella storia e i cavalleggeri del Fattori furonoi primi contatti con il Risorgimento28 l patria indipendente l 30 settembre 2005


italiano, in un’epoca, in una scuola,in una società che accettavano il depistaggiodel patriottismo verso il nazionalismoesasperato, il razzismo,l’imperialismo.Al di là delle personali scelte, nonchédelle vicende in cui fui coinvolto, mela son sempre sentita addosso quellagiacchetta, portata da un uomo libero.«Noi siamo da secoli calpesti e derisiperché non siam popolo perchésiam divisi»... «Qui si fa l’Italia o simuore»… «Ven chi Nietta suta l’ombrelin…»che si trasformò in: «Avantipopolo alla riscossa...».E tutto, intorno, mi diceva che nonera quella l’Italia di Garibaldi!* * *Da qualche decennio ho voglia diraccontare anch’io la storia di un’altragiacchetta e lo faccio nel Calendariodel Circolo Ivan Trinko 2005,nel Calendario dei Beneciani, perchéparla del primo sloveno da me incontrato.Proprio nel 1934.Una mattina, si era già avanti con ilprogramma annuale, ci trovammocon uno di più in classe: uno slovenodi Idria, anzi un italiano di nazionalitàslovena di Idrija, paese freddo,coperto di nebbie, così almeno da meallora immaginato. Lontanissimo.Dove c’erano miniere di mercurio, ilmetallo che correva sul pavimentoquando si rompeva il termometro, liquido,imprendibile.Il ragazzo si chiamava Mariano Felc,che si leggeva Felz, come disse il professoresiciliano; per noi era Felch,detto alla vecchia maniera.Era biondo, di buona statura, robusto,“ben tenuto” nel vestire, con ipantaloni corti; finì relegato in fondoalla classe, perché non c’erano postiliberi, nel banco di consueta destinazioneper ogni ultimo arrivato.Felc era silenzioso, educato, pensoche incontrasse notevoli difficoltà diinserimento in una classe frequentatada cattolici, da protestanti, da ebrei,da italiani, da tedeschi, da ungheresi,lui, unico sloveno in una classe che riflettevauna città ancora non per moltocosmopolita, ormai capoluogo diuna minima provincia dell’Italia fascistadella quale stava diventando antemurale,ai bordi di un confine “inviolabile”.Addio incontro fra i popoli,addio Garibaldi!Il Sacrario militare di Montelungo.A me Felc era simpatico, per la suaattenta e silenziosa presenza, mi piacevache non fosse chiacchierone comelo ero io, né spocchioso come uncompagno svizzero-tedesco, né appiccicosocome il figlio di un funzionariodel Regno, che insegnava sempretutto a tutti. Sapevo che era arrivatoa Fiume perché là vi era statotrasferito il padre, tecnico della famosaminiera; per me inesplicabile dilemmavisto che nella nostra cittànon c’erano miniere.Un altro fatto lo rese ancor più misterioso.Una mattina all’appello nonfu chiamato Felc, ma Felze!Egli si era alzato in piedi rispondendo:«Presente!» quasi con pudorequasi non fosse più lui, ma un altro,trasformato come il cognome era,uno nuovo, diverso.Mia madre, che aveva subìto lo stessotrauma, ancora dopo molti anni, ripeteva:«Mi chiamavo Vlacancich emi hanno ribattezzato Valacchini,non mi pare nemmeno un cognome,tanto è ridicolo!».Lei, nazionalista dannunziana, italianissima,cattolicissima: tanto possonoi nomi e i tiranni.Non trovai il coraggio per avvicinarmia Felc, neppure con un gesto diamicizia una parola; d’altro canto sene stava appartato, si sentiva lontanoda noi che pur non avevamo colpa alcunadelle sue traversie, se ne aveva.Ma, tant’è, spesso agli uomini si affibbianocolpe mai avute per mali maicommessi, mentre «alii qui delinquunt»vengono assolti, applauditi,seguiti, votati se in democrazia, osannatise in dittatura. Com’era arrivato,Felc-Felze scomparve. Non ci fu alcuncommento nostro né dei docenti:si era con la testa cacciata nei libri,ormai alla fine dell’anno, e poco si dicevao si poteva dire.Il banco in fondo tornò ad esserevuoto. Io mi portai dentro quel ragazzosia per il cambio del cognome,sia per il nome, perché a Fiume, nelgruppo delle case dove abitavo, c’eraun’ osteria che si chiamava “Andemodal Mariano”.Per la simpatia che mi aveva ispirato.Molti anni dopo, forse nel 1965, conmia moglie decidemmo di intraprendereun viaggio nell’Italia Centro-Meridionale, per visitare le zone doveavevo combattuto nel Primo RagguppamentoMotorizzato Italiano enel Corpo Italiano di Liberazione «finalmentea fianco dei miei amici francesidi Radio Tolosa»... degli inglesi,degli americani, dei polacchi.Eravamo il nucleo fondatore di unesercito che doveva essere “democraticoe antifascista” almeno nelle speranzedi molti di noi: Santarelli, Pignoni,Santaniello, Mignacca, Polselli,Cavallero. Chissà se vado contro ledisposizioni di legge sulla privatezzao privaticità, palesando i loro nomi?Chissà dove sono, ora? E Pellis, Lancia,Di Niscia?Tornai anche a Mignano Montelungo,nel piccolo cimitero dov’eranostati sepolti i Caduti dei freddi giornidel dicembre 1943 durante i quali, inparallela vita con i partigiani si cominciavaa riscattare il Paese dall’ignominiain cui era stato portato, inpatria indipendente l 30 settembre 2005 l 29


Montelungo 1944: colazione al sacco con il generale Infante.cui si era lasciato condurre, stringendosial collo la cavezza del fascismocon le proprie mani.Al cimitero di Montelungo ero inpreda a una profonda commozione:li avevo visti partire quei morti, nonero fra loro solo perché appena uscitodalla clandestinità, volontari comeme, certi di liberare Roma, in breve.Il motto di Garibaldi: «O Roma oMorte» era scritto sulla fiancata diun’autocorriera piena di bersaglieridel 51° di Marostica: un’infinità diCaduti! Il mio reparto li aveva sostituiti,con lo stesso entusiasmo, con lastessa paura: l’Italia era lunga “assai”,la casa era lontana, il nemico crudele.«Italiani traditori, Badoglio, comunisti!»ci gridava di notte il nemico sulfronte di Cassino...In quel lontano 1965 camminavo,con Paola, fra emozioni e meditazioni,leggendo i nomi dei Caduti,quando mi trovai di fronte ad una lapide:“Mariano Felc classe 1922”.Rimasi sconvolto, quel nome mi travolsecome una valanga di anni e miritrovai nell’aula del ginnasio il giornodopo la sua partenza. E, dopo,una serie di interrogativi: «Era lui?Come mai il suo cognome originario?Perché era finito fra quei morti?».La curiosità del ricercatore, dello studiosoprevalse sulla commozione e,non appena fui rientrato a Udine,scrissi alla Direzione del Sacrario diMignano-Montelungo per avere informazioniprecise sul mio compagnodi scuola del 1934. Inutile richiesta,vana domanda mai evasa; talvoltacapita, ma raramente. La gentilezzanel rispondere potrebbe essereanche un dovere civile, specialmentese si tratta di ricerche storiche su Cadutiin guerra.Quasi quasi ci riproverei ora, puntandosul mutamento dei vertici dirigenziali,probabilmente avvenutoper età.Trascorse altro tempo, cinque, sei anni,allorché un pomeriggio capitònella sede dell’ANPI di Udine MarioKaris “Maks” un vecchio combattenteantifascista, un garibaldino fra iprimi, che viveva in Slovenia. Lo presiin disparte e gli dissi: «Ti sa che unvostro Sloveno che mi conossevo demulo el xe sepelido a Montelungo co iTaliani che i era co i Inglesi...Ti pensiche se poderia portarlo a Idria, provasentir la ZZB de Lubiana». E gli raccontaitutta la storia.Maks mi guardò: «Non xe vero! No ‘lxe morto! El sta a Idria!».«A Idria?».«Sì. Conosso ben suo cognado…».Quando fui insignito della Plaketadell’O.F., per aver promosso e sostenutol’amicizia fra i popoli sloveno efriulano, la cerimonia avvenne in unalbergo di Cerkno, nel corso della firmadel gemellaggio tra la frazione deiRizzi, Comune di Udine e Cerkno,Circhina, dov’erano caduti dei garibaldinidei Rizzi, combattenti a fiancodi formazioni partigiane slovene.Si rinnovava un vecchio legame travicini di casa, rafforzandolo, al confinepiù aperto d’Europa, in pienaguerra fredda.Mario Karis mi venne incontro e mipresentò il cognato di Felc; poiscomparve. Con mia grande sorpresa,prima che i festeggiamenti fosserofiniti, ritornò al ristorante, portandosidietro un signore robusto, biondobiancodi capelli, attonito più chemeravigliato.Era Mariano Felc: un abbraccio el’ormai tenue filo dei ricordi.«Ma come mai sei sepolto a Montelungo?».E lui: «Non so chi sia morto al mioposto, con il mio nome, nella miagiacchetta. All’armistizio dell’ottosettembre fuggii dal reparto per nonessere catturato dai tedeschi che rastrellavanola zona, ero dalle parti diCassino ed ero ancora in divisa, piuttostodisorientato e con la voglia diandarmene a casa, a Idria. Incontraiun gruppetto di ferrovieri che mi invitaronoa seguirli per buttare la divisadell’Esercito e indossare quelladelle Ferrovie dello Stato. Per mimetizzarmifra loro che i tedeschi noncontrollavano con eccessiva pignoleria.Mi condussero in un loro deposito,piccolo, di quelli dove tengonogli attrezzi e il materiale di manutenzionedelle linee. In quella casupolaabbandonai la giacca da soldato e glialtri indumenti militari e mi vestii daferroviere; feci un pezzo di strada conloro, mi salvai così la vita, sfuggii allacattura, alla prigionia in Germania...».* * *Sul risvolto del bavero della giacca, alsuo interno, avevamo, almeno noiAllievi, una piastrina di alluminio conil cognome, il nome, la classe di levae forse il distretto militare di appartenenza.Non ricordo.Chi prese la giacchetta abbandonatada Felc? Chi la indossò? Fu sempre lastessa persona? Chi era l’ucciso e dovecadde? Chi fu sepolto a Montelungocon quell’indumento?Ritengo che non lo sapremo mai,perché nei giorni terribili del settembre1943 i soldati italiani, da Cefaloniaa Cividale, erano diventati delle“cose” e contavano meno delle sagomeda bersaglio che si riempiono dicolpi a piacimento.Da venticinque anni non so più nulladi Felc.Maks è morto e l’hanno tenuto giornie giorni in cella frigorifera perché«non sapevano se fosse italiano o sloveno»e perciò «non sapevano doveseppellirlo».Ringraziamo il Circolo “I. Trinko” deglisloveni delle Valli del Natisone per averciautorizzato alla pubblicazione di questoarticolo, apparso in sloveno su “Kalendar2005”.30 l patria indipendente l 30 settembre 2005

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