Nei meandri della memoria: la giacchetta abbandonata - Anpi

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Nei meandri della memoria: la giacchetta abbandonata - Anpi

Montelungo 1944: colazione al sacco con il generale Infante.cui si era lasciato condurre, stringendosial collo la cavezza del fascismocon le proprie mani.Al cimitero di Montelungo ero inpreda a una profonda commozione:li avevo visti partire quei morti, nonero fra loro solo perché appena uscitodalla clandestinità, volontari comeme, certi di liberare Roma, in breve.Il motto di Garibaldi: «O Roma oMorte» era scritto sulla fiancata diun’autocorriera piena di bersaglieridel 51° di Marostica: un’infinità diCaduti! Il mio reparto li aveva sostituiti,con lo stesso entusiasmo, con lastessa paura: l’Italia era lunga “assai”,la casa era lontana, il nemico crudele.«Italiani traditori, Badoglio, comunisti!»ci gridava di notte il nemico sulfronte di Cassino...In quel lontano 1965 camminavo,con Paola, fra emozioni e meditazioni,leggendo i nomi dei Caduti,quando mi trovai di fronte ad una lapide:“Mariano Felc classe 1922”.Rimasi sconvolto, quel nome mi travolsecome una valanga di anni e miritrovai nell’aula del ginnasio il giornodopo la sua partenza. E, dopo,una serie di interrogativi: «Era lui?Come mai il suo cognome originario?Perché era finito fra quei morti?».La curiosità del ricercatore, dello studiosoprevalse sulla commozione e,non appena fui rientrato a Udine,scrissi alla Direzione del Sacrario diMignano-Montelungo per avere informazioniprecise sul mio compagnodi scuola del 1934. Inutile richiesta,vana domanda mai evasa; talvoltacapita, ma raramente. La gentilezzanel rispondere potrebbe essereanche un dovere civile, specialmentese si tratta di ricerche storiche su Cadutiin guerra.Quasi quasi ci riproverei ora, puntandosul mutamento dei vertici dirigenziali,probabilmente avvenutoper età.Trascorse altro tempo, cinque, sei anni,allorché un pomeriggio capitònella sede dell’ANPI di Udine MarioKaris “Maks” un vecchio combattenteantifascista, un garibaldino fra iprimi, che viveva in Slovenia. Lo presiin disparte e gli dissi: «Ti sa che unvostro Sloveno che mi conossevo demulo el xe sepelido a Montelungo co iTaliani che i era co i Inglesi...Ti pensiche se poderia portarlo a Idria, provasentir la ZZB de Lubiana». E gli raccontaitutta la storia.Maks mi guardò: «Non xe vero! No ‘lxe morto! El sta a Idria!».«A Idria?».«Sì. Conosso ben suo cognado…».Quando fui insignito della Plaketadell’O.F., per aver promosso e sostenutol’amicizia fra i popoli sloveno efriulano, la cerimonia avvenne in unalbergo di Cerkno, nel corso della firmadel gemellaggio tra la frazione deiRizzi, Comune di Udine e Cerkno,Circhina, dov’erano caduti dei garibaldinidei Rizzi, combattenti a fiancodi formazioni partigiane slovene.Si rinnovava un vecchio legame travicini di casa, rafforzandolo, al confinepiù aperto d’Europa, in pienaguerra fredda.Mario Karis mi venne incontro e mipresentò il cognato di Felc; poiscomparve. Con mia grande sorpresa,prima che i festeggiamenti fosserofiniti, ritornò al ristorante, portandosidietro un signore robusto, biondobiancodi capelli, attonito più chemeravigliato.Era Mariano Felc: un abbraccio el’ormai tenue filo dei ricordi.«Ma come mai sei sepolto a Montelungo?».E lui: «Non so chi sia morto al mioposto, con il mio nome, nella miagiacchetta. All’armistizio dell’ottosettembre fuggii dal reparto per nonessere catturato dai tedeschi che rastrellavanola zona, ero dalle parti diCassino ed ero ancora in divisa, piuttostodisorientato e con la voglia diandarmene a casa, a Idria. Incontraiun gruppetto di ferrovieri che mi invitaronoa seguirli per buttare la divisadell’Esercito e indossare quelladelle Ferrovie dello Stato. Per mimetizzarmifra loro che i tedeschi noncontrollavano con eccessiva pignoleria.Mi condussero in un loro deposito,piccolo, di quelli dove tengonogli attrezzi e il materiale di manutenzionedelle linee. In quella casupolaabbandonai la giacca da soldato e glialtri indumenti militari e mi vestii daferroviere; feci un pezzo di strada conloro, mi salvai così la vita, sfuggii allacattura, alla prigionia in Germania...».* * *Sul risvolto del bavero della giacca, alsuo interno, avevamo, almeno noiAllievi, una piastrina di alluminio conil cognome, il nome, la classe di levae forse il distretto militare di appartenenza.Non ricordo.Chi prese la giacchetta abbandonatada Felc? Chi la indossò? Fu sempre lastessa persona? Chi era l’ucciso e dovecadde? Chi fu sepolto a Montelungocon quell’indumento?Ritengo che non lo sapremo mai,perché nei giorni terribili del settembre1943 i soldati italiani, da Cefaloniaa Cividale, erano diventati delle“cose” e contavano meno delle sagomeda bersaglio che si riempiono dicolpi a piacimento.Da venticinque anni non so più nulladi Felc.Maks è morto e l’hanno tenuto giornie giorni in cella frigorifera perché«non sapevano se fosse italiano o sloveno»e perciò «non sapevano doveseppellirlo».Ringraziamo il Circolo “I. Trinko” deglisloveni delle Valli del Natisone per averciautorizzato alla pubblicazione di questoarticolo, apparso in sloveno su “Kalendar2005”.30 l patria indipendente l 30 settembre 2005

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