Idee Uniche

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Idee Uniche


5 Gennaio 2015 di Marco Marazza

Il jobs act del governo accende il

conflitto generazionale

La riforma del lavoro del Governo Renzi non è ancora valutabile. L’assenza di altri

decreti attuativi rende infatti impossibile esprimere un giudizio sull’impatto delle

nuove misure in materia di licenziamento in quanto l’efficacia della nuova flessibilità in

uscita è inevitabilmente condizionata dagli interventi che verranno adottati in materia

di mercato del lavoro. Se a questo primo decreto dovesse seguire l’eliminazione di

tipologie contrattuali flessibili (partite iva, lavoro autonomo, collaborazioni coordinate e

continuative, lavoro intermittente, contratto a termine, ecc…) l’organizzazione del lavoro

risulterebbe più rigida rispetto al passato ed il costo del lavoro sarebbe comunque più

elevato.

Intanto, è però necessario mettere in evidenza alcune criticità affatto trascurabili.

La nuova disciplina dei licenziamenti, come noto, è applicabile esclusivamente ai

nuovi assunti. Una riforma così impostata non solo rischia di incrementare il conflitto

intergenerazionale ma ha un impatto sulla competitività del sistema economico solo nel

lungo periodo (non producendo alcun effetto per i lavoratori dipendenti già occupati) e

rischia di bloccare la mobilità degli attuali occupati, che non sono incentivati a cambiare

lavoro e datore di lavoro per il timore di perdere tutele di cui oggi beneficiano.

Ancora una volta le riforme del lavoro contraddicono il processo di privatizzazione del

pubblico impiego iniziato nel 1993, introducendo regimi differenziati per dipendenti

pubblici e provati. Se è pur vero che nella pubblica amministrazione il licenziamento per

motivi economici può essere considerato marginale, non vi è alcun motivo per tutelare

diversamente dipendenti pubblici e privati in caso di licenziamenti disciplinari. Anzi, proprio

nel pubblico impiego l’interesse generale richiede una maggiore responsabilizzazione

del lavoratore.

Il nuovo articolo 18 (per i nuovi assunti) è un passo avanti ma non è una rivoluzione

copernicana. Una vera riforma dei licenziamenti, in coerenza con quanto accade negli

ordinamenti europei piùevoluti, avrebbe richiesto un intervento semplice ed efficace:

fatti salvi i licenziamenti discriminatori o comunque nulli, per i lavoratori giàoccupati e

per i nuovi assunti in tutti i casi di licenziamento viziato dovrebbe trovare applicazione

esclusivamente una tutela indennitaria. La scelta adottata, come noto, è molto lontana

da questa impostazione.

Nei licenziamenti economici viziati non è più prevista la reintegrazione ma già con la

riforma Fornero del 2012 le ipotesi di reintegrazione risultavano sostanzialmente limitate

a pochi casi. La novità è positiva ma di impatto relativo. L’indennizzo è compreso tra 4 e

24 mensilità e dipende dall’anzianità di servizio del lavoratore. Se da un lato viene limitato

il potere discrezionale del giudice nella quantificazione dell’indennizzo dall’altro per i

lavoratori con maggiore anzianità il risarcimento sarà sempre elevato, anche nel caso in

cui il motivo di licenziamento –per quanto non pienamente legittimo – abbia comunque

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una sua razionalità. E’ positiva l’estensione del nuovo regime sanzionatorio anche ai

licenziamenti collettivi, ove però emergerà con ancora più evidenza l’irrazionalità di un

impianto di riforma destinato esclusivamente ai nuovi assunti.

Nei licenziamenti disciplinari sono più circoscritte le ipotesi in cui il giudice può disporre la

reintegrazione del lavoratore ma la formulazione del decreto lascia prevedere incertezze

giurisprudenziali e fa emergere il rischio di un’applicazione irrazionale del meccanismo

sanzionatorio. Il giudice può infatti disporre la reintegrazione se il fatto materiale contestato

al lavoratore non esiste. Ne deriva che se il datore di lavoro ha licenziato il lavoratore

per un ritardo di pochi minuti realmente esistito (e provato in giudizio) la reintegrazione

non potrà essere disposta ed il lavoratore illegittimamente licenziato avrà diritto ad un

indennizzo proporzionato alla sua anzianità di servizio. Per offrire al mercato una regola

più facile da comprendere e di applicazione più certa era necessario escludere del tutto

l’ipotesi di reintegrazione in caso di licenziamento viziato e modulare l’indennizzo in una

componente fissa legata all’anzianità di servizio del lavoratore ed in una componente

variabile quantificata dal Giudice alla luce del caso concreto preso in considerazione.

In questo modo i datori di lavoro avrebbero avuto la certezza di non dover reintegrare il

lavoratore ed i lavoratori licenziati ingiustificatamente per futili motivo avrebbero avuto

un indennizzo economico maggiormente consistente.

La riforma della flessibilità in uscita non è sufficiente, da sola, a rilanciare la competitività

del sistema produttivo. E’ grave la totale assenza di novità sui temi della produttività

del lavoro (incentivazione della contrattazione di secondo livello sulla produttività;

orari di lavoro effettivo; flessibilità delle mansioni; controlli sui lavoratori, ecc..), della

semplificazione delle procedure di ristrutturazione aziendale (tempi più brevi e maggiori

certezze applicative per le imprese) e della rappresentanza sindacale (previsione per

legge delle regole di misurazione della rappresentanza sindacale, anche ai fini della

estensione dell’efficacia dei contratti collettivi aziendali sottoscritti da sindacati più

rappresentativi).

Solo per i nuovi assunti nel 2015 con contratto a tempo indeterminato la legge di stabilità

introduce uno sgravio contributivo per tre anni. Ogni sforzo per ridurre il costo del lavoro è

positivo ma sono tante le cose che non convincono. La copertura è limitata alle assunzioni

del 2015 (e non ha, quindi, una portata strutturale). Per come è congegnato, inoltre,

l’incentivo è destinato ad alimentare start up di nuove attività che possono gravemente

alterare la concorrenza tra imprese, in maniera eccessiva soprattutto nei settori labour

intensive. La concentrazione del beneficio contributivo nell’arco di tre anni comporterà la

nascita di nuove imprese con un breve ciclo di vita, in molti casi coincidente con la durata

degli sgravi. Al termine del periodo incentivato emergerà in molti casi l’insostenibilità

dell’incremento del costo del lavoro con rischio di disequilibrio economico dell’azienda

e conseguente. E’ probabile che tutto ciò alimenti la spesa pubblica per ammortizzatori

sociali. Per scongiurare queste gravi anomalie, già ampiamente emerse in tutte le

precedenti analoghe esperienze di incentivazione, le risorse disponibili dovrebbero

essere utilizzate per una generale ed indistinta riduzione del cuneo fiscale dei nuovi

assunti e di coloro che sono già occupati. La misura adottata dal Governo Renzi segue

evidentemente la logica elettorale di incrementare nel brevissimo periodo il numero

delle nuove assunzioni senza curarsi dei rilevanti effetti collaterali che il meccanismo

produrrà nell’arco del prossimo triennio.

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11 Gennaio 2015 di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi

Euro debole, tassi bassi e petrolio giù: le

tre occasioni da non sprecare

In un inizio d’anno prodigo di pessime notizie, tre elementi danno qualche speranza alla

nostra malandata economia: il riallineamento verso il basso dell’euro rispetto al dollaro,

la tenuta dei tassi di interesse sui livelli minimi storici, ed il sostenuto calo del costo del

petrolio.

Partiamo dal primo fattore. Nel corso degli ultimi 8 mesi il tasso di cambio euro/dollaro è

passato da 1,38 a 1,18. Un deprezzamento del 15% che ha riportato la valuta unica vicino

al rapporto di cambio con il dollaro registrato al momento della sua nascita, nel lontano

gennaio del 1999. Questo riallineamento del tasso di cambio verso valori che sono

coerenti con le divergenti dinamiche dell’Eurozona rispetto all’economia statunitense

è anche dovuto al “dividendo di credibilità”che in questi anni il Presidente della BCE,

Mario Draghi, ha saputo accumulare sui mercati finanziari. La determinazione con cui

Draghi ha affermato di volere utilizzare ogni strumento –convenzionale e non- di politica

monetaria per contrastare rischi di dissoluzione e pericolose dinamiche deflazionistiche

nell’Eurozona ha finalmente convinto gli investitori a vendere euro in cambio di dollari.

A nessuno è sfuggito come questa impostazione di politica monetaria si sia fatta largo

nonostante l’opposizione, che talora rasenta i margini dell’ottusità, da parte di una

Bundesbank in preda a ossessioni anti-inflazionistiche che trovano scarsa giustificazione

nel quadro macroeconomico attuale.

Il secondo fattore è ugualmente positivo: nonostante il ritorno della volatilitàsui mercati

a motivo delle imminenti elezioni in Grecia e del complesso quadro geopolitico a livello

globale, e pur in assenza di vere riforme da parte del Governo Renzi, il rendimento del

BTP decennale –benchmark di riferimento per misurare il premio per il rischio che i

mercati richiedono per sottoscrivere il debito pubblico italiano- rimane fermo all’1,86%,

valore in linea con i minimi storici. Èdifficile spiegare in maniera esauriente l’andamento

dello spread, ma dobbiamo dire grazie alla protezione dell’ombrello del “whatever it

takes”pronunciato da Draghi nel 2012 e agli interventi di emergenza messi in atto dal

governo Monti, in particolare sul fronte delle pensioni. Si badi però che gli equilibri

raggiunti possono velocemente incrinarsi: nella fattispecie, questa Legge di Stabilità

confusionaria e debolissima sul fronte della riduzione della spesa corrente rischia di fare

tornare nei prossimi mesi il nostro Paese sotto i radar della Commissione Europea.

Il terzo fattore è fondamentale: dopo anni in cui il prezzo del barile di greggio è rimasto

stabilmente al di sopra dei 100 dollari, da qualche mese a questa parte èiniziato un

aggressivo trend al ribasso. Le tre probabili cause di questo andamento che ha portato

il prezzo del barile al di sotto dei 50 dollari sono le seguenti: (i) la rivoluzione dello shale

oil negli USA, (ii) il dumping messo in atto dai Paesi produttori dell’area del Golfo, Arabia

Saudita in primis, esattamente per contrastare la maggiore produzione statunitense

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abbassando drasticamente la profittabilità degli investimenti nelle nuove tecnologie

estrattive, e infine (iii) il calo della domanda proveniente dalla Cina.

L’occasione da non sprecare

I tre fattori macroeconomici discussi sopra sono un’ottima medicina per la nostra

economia affaticata: per un Paese come il nostro, in cui la quota di export al di fuori

dell’area UE 15 è cresciuta in maniera vigorosa passando dal 48,8% del totale nel 2007 al

55,9% (fonte: Rapporto Export SACE), e in presenza di uno scenario macro di stagnazione

della domanda UE e di crescita della domanda extra-UE, un euro debole costituisce

la migliore benzina per le nostre esportazioni. Il mantenimento di un basso costo del

debito pubblico èancora piùrilevante. Bassi tassi, in considerazione del peso della spesa

per interessi sul debito pubblico sul bilancio dello Stato, pari a circa 83 miliardi di Euro

(equivalente al 4 percento del PIL), dovrebbero costituire -in presenza di un Governo

capace tagliare le inefficienze e gli sprechi della spesa pubblica corrente- un formidabile

serbatoio di risorse economiche da destinare ad investimenti produttivi sulle infrastrutture

chiave per la competitività del Sistema Paese.

Infine, in un Paese privo di risorse naturali e la cui economia nazionale si basa su una

serie di industrie energivore (quali, per esempio, la ceramica e l’industria meccanica), il

calo del costo dell’energia equivale di fatto ad un taglio della fiscalità sulle imprese.

Tutto bene allora? Purtroppo no. L’inerzia in materia di riforme da parte del Governo

-unita al continuo e crescente distacco tra classe politica e Paese reale- costituiscono

un propellente naturale per tutti i populismi che agitano a meri fini elettorali il fantasma

dell’uscita dall’Euro. In realtàl’uscita dalla moneta unica e l’assai probabile perdita di

credibilità del Paese che ne risulterebbe comporterebbero l’immediata vanificazione

degli effetti benefici sopra descritti.

Intendiamoci: un ritorno alla Lira porterebbe senz’altro a un ulteriore deprezzamento

della nostra valuta, ma l’economia è la scienza “delle coperte corte”: questo vantaggio

di breve termine deve essere confrontato con il costo di probabili dazi doganali che

penalizzerebbero il nostro export nella UE e con una piùonerosa bolletta energetica per

le nostre imprese costrette ad approvvigionarsi di energia dall’estero. Non solo: i fautori

dell’uscita dell’Italia dall’euro devono confrontarsi con il rischio altissimo di una corsa

agli sportelli e –nella fase successiva all’eventuale uscita- con il difficile ammortamento

del debito esistente, il quale rimarrebbe denominato in costosi euro per la parte relativa

ai creditori esteri. La stabilità finanziaria del Paese sarebbe a rischio, e –quand’anche le

istituzioni bancarie restassero in piedi- resta il problema del costo dei debiti futuri, sia

pubblici che privati, in assenza dell’ombrello di credibilitàportato dalla BCE. Il problema è

sintetizzabile così: un investitore che voglia prestare ancora soldi a soggetti italiani vorrà

ottenere un tasso di interesse che lo compensa del rischio di svalutazione futura delle

nuove lire. Qui entra in gioco la gestione dell’agognata e riagguantata sovranità monetaria:

se essa venisse utilizzata per creare creare inflazione e abbattere il valore del debito

pubblico esistente, il rischio estremamente fondato èche anche la politica monetaria

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successiva da parte della nuovamente autonoma Banca d’Italia sia di tipo inflazionistico,

cosicchéi futuri tassi di interesse saranno molto elevati per il fatto di incorporare questo

tasso di inflazione piùelevato (che si porta dietro un’aspettativa elevata di svalutazione

ulteriore della nuova lira). Il finale è ahinoi noto: i debitori italiani dovranno pagare tassi di

interesse elevati a creditori sia stranieri che italiani.

In sintesi, fermo restando che tanto ancora rimane da fare in Europa per abbattere il

dogma dell’austerity, il quale va sostituito con una leva fiscale fortemente espansiva

focalizzata su investimenti produttivi, e che una politica monetaria espansiva senza riforme

strutturali serve a poco, chi oggi vende l’illusione di un ritorno alla lira come panacea di

ogni male sta giocando con il fuoco. Per molti aspetti capiamo il forte pessimismo dei

fautori di Eurexit rispetto ai pannicelli caldi proposti dal governo Renzi. Tuttavia crediamo

che con l’uscita dall’euro il rischio per gli italiani di bruciarsi sia altissimo, in nome di

benefici in larga parte illusori.

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14 Gennaio 2015 di Emanuela Farris

Tante slides, zero risultati. Da Strasburgo

carniere vuoto per palazzo Chigi

Con l’intervento del Premier Renzi davanti ad un’aula plenaria del Parlamento europeo a

Strasburgo molto vuota e più preoccupata per l’attentato di Parigi che per la cerimonia di

chiusura del Semestre di presidenza si è chiuso oggi definitivamente la Presidenza italiana

dell’Unione Europea: un evento importante per il paese ospitante, sia per la visibilità che

ne ottiene, sia per la possibilità di indirizzare, con alcuni limiti, l’agenda dell’Unione. Fatto,

quest’ultimo, particolarmente importante nel contesto di crisi in cui viviamo. Alla fine di

questa esperienza dunque ci si domanda come valutare il bilancio dell’operato di Matteo

Renzi in seno all’Europa, che significato dare alla nostra Presidenza dell’UE?

Ebbene, il semestre di presidenza italiano del Consiglio dell’Unione europea è destinato

a non lasciare tracce di particolare rilevanza ne’ nel Palazzo Justus Lipsius a Bruxelles,

sede del Consiglio, ne’ nella memoria dei cittadini italiani ed europei. Tutto ormai è pronto

per voltare pagina. Il prossimo paese presidente di turno, la Lettonia, ha inaugurato il

suo semestre a Riga con una pièce del compositore Eriks Esenvalds intitolata “After the

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Storm” (Dopo la tempesta). Ogni riferimento al predecessore italiano è ovviamente una

libera associazione, ma in verità la bufera deve ancora venire. E questo soprattutto a

causa delle promesse fatte ma non mantenute dal nostro Premier in Europa.

Molti gli elementi di cui si deve tenere conto mentre si rileggono i mesi a ritroso, provando

a stilare un bilancio delle cose non fatte e dei problemi rimasti irrisolti.

“L’Europa cambia verso”. Con questo leitmotiv Renzi si era presentato agli italiani durante

la campagna per le europee per misurare sul campo la propria potenza di fuoco elettorale.

Le dichiarazioni del Premier erano state chiare, schiette e dirette sin dall’inizio: durante la

Presidenza italiana dell’UE si sarebbe occupato di smussare il dogma del 3% del deficit,

del Fiscal Compact e di flessibilità economica in genere; avrebbe lavorato a fondo per

riuscire finalmente a costruire “un’Europa più democratica e sentita, vicina ai cittadini”

e soprattutto si sarebbe dedicato ad una rinnovata e attenta politica sull’immigrazione

solidale concentrandosi in maniera particolare sulla complessa e delicata zona del

Mediterraneo che nell’ultimo anno ha visto innumerevoli vite spegnersi in mare. “Crescita”

sarebbe dovuta essere la parola d’ordine; cambiamento, sviluppo e progresso le linee

direttive su cui correre e costruire la nuova Europa.

Forte della storica vittoria alle europee, la carica di speranza e di cambiamento che Renzi

portava a Bruxelles, tutto questo dava l’avvio del semestre di presidenza italiana, che

sarebbe iniziato di lì a poco più di un mese, e che si preannunciava dunque carico di

promesse. Troppe promesse, con il senno di poi…

A esperienza ormai conclusa la domanda infatti sorge spontanea: l’Europa ha davvero

cambiato verso?

Il grande problema del nostro Premier è stato – ancora una volta – quello di aver sognato

troppo in grande compiendo voli pindarici che hanno influenzato in maniera errata le idee

dei cittadini, soprattutto di quegli italiani che vedevano questa importante occasione

come un toccasana per l’economia del Bel Paese.

Se si dà uno sguardo a ritroso al programma per i sei mesi di Presidenza italiana si nota

facilmente che ogni punto – dalle riforme fiscali alla necessità di ricostruire un pathos

tipicamente europeista, dal turismo all’Expo2015, passando per l’occupazione giovanile

– era trattato come una priorità ed una necessaria manovra a cui prestar particolare

attenzione. Non serve una mente particolarmente aguzza per capire che laddove tutto è

una priorità, nulla diventa una priorità!

Aspettative troppo alte e poca concentrazione sugli obiettivi realmente raggiungibili e

costantemente messi da parte per far spazio alle discussioni su moneta unica e recessione,

hanno caratterizzato questo semestre: la ricostruzione di un sentimento realmente

europeo e solidale, la rinascita di un vero sogno europeo ed una reale e corretta politica

sull’immigrazione che poneva come primo interesse la tutela e la salvaguardia dei diritti

dell’uomo, dovevano essere al centro di un’agenda italiana che si è invece dimostrata –

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nel suo semestre di presidenza – troppo ambiziosa ed estremamente approssimativa.

Matteo Renzi ha inoltre commesso altri due errori: aver più volte attaccato gli euroburocrati

e l’aver snobbato la Commissione. Attacchi ingiustificati verso i primi perché si

sono trovati ad appoggiare i voleri dell’Ue soltanto perché non hanno trovato l’appoggio

del proprio governo nazionale (non si contano in Commissione i funzionari italiani bravi

ma isolati che spesso hanno fatto carriera senza mai ricevere un appoggio da parte del

proprio paese come invece accade sistematicamente per i loro colleghi di altri paesi

UE). La poca attenzione verso la Commissione rischia invece di presentare un conto

salato all’Italia: “Capotavola è dove mi siedo io”, teorizzava quando era in auge Massimo

D’Alema. Coerente con questo imperativo, Renzi si è concentrato sulle dispute interne

al Consiglio da lui presieduto: le schermaglie con la Merkel, il gioco delle alleanze con

Hollande. Mentre ha riservato soltanto battutacce contro la vecchia Commissione Barroso

e la nuova presieduta dall’eterno lussemburghese Juncker. Una predilezione che l’Italia

rischia oggi di pagare cara (anche in vista del varco che ci aspetta a fine marzo sui conti

pubblici italiani). Nel Consiglio infatti dominano i tedeschi, mentre la tela diplomatica

degli interessi italiani si è sempre tessuta tra Commissione e Parlamento, due fronti ora

lasciati sguarniti e senza figure di peso che sappiano rappresentare le nostre istanze

(sulla sostanziale inutilità per l’Italia della nomina di Federica Mogherini a capo della

diplomazia europea si è già scritto molto in questa sede e quindi non mi ripeterò).

Erano in molti a non aspettarsi questa fine del semestre di presidenza Ue. L’inizio coincise

infatti con la cavalcata trionfale del 40,8% alle elezioni europee del 25 maggio. Con il

discorso di apertura il 2 luglio 2014 di fronte al Parlamento europeo in cui il Premier si

paragonava a un eroe dell’Odissea: “La generazione nuova che abita oggi l’Europa ha

il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità dei padri dell’Europa…”, recitava il

Premier a Strasburgo.

Oggi Renzi-Telemaco termina il viaggio con un magro bilancio e con una situazione sia

interna che europea di imprevista difficoltà, confusione politica e instabilità economica.

Tutto il semestre renziano, in realtà, è stato giocato sulle esigenze domestiche. L’Europa

come vincolo per far passare le riforme in Italia: l’eliminazione del Senato elettivo, il Jobs

Act sul mercato del lavoro, l’abolizione dell’articolo 18. In questo il governo Renzi ancora

una volta non ha cambiato nulla rispetto ai suoi predecessori; “l’Europa ce lo chiede”, è

stato il refrain di tutti i governanti italiani da Maastricht in poi.

Il “Renzi style” si è visto poi soprattutto nell’approccio polemico verso le istituzioni

europee. Da Bruxelles ci giungono oggi voci critiche che osservano che la nostra

presidenza sembrava “la presidenza del Dott. Jekyl e di Mr. Hyde”. Ossia, da una parte la

presidenza italiana intesa come macchina diplomatica, grigia e tradizionale, e dall’altra il

presidente Renzi, aggressivo e spesso esuberante – come lo era stato Berlusconi prima

di lui – contro la burocrazia europea. Chi conosce il felpato protocollo brussellese ha

saputo cogliere in piu’ di un’occasione la nostra Rappresentanza Permanente a Bruxelles

correre ai ripari per rimediare agli errori e alle esuberanze renziane.

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Infine, i dossier su cui si era impegnata la presidenza italiana.

Un flop l’agenda digitale, su cui Renzi si era mobilitato personalmente con il vertice

di Venezia: ancora indietro il progetto “Continente connesso”, l’Italia resta agli ultimi

posti in classifica per uso di Internet, più di un terzo degli italiani non l’ha mai usato. E

a parte un buon risultato sulle politiche ambientali e agricole, con la posizione unitaria

dell’Europa sugli Ogm alla conferenza Onu di Lima costruita dall’Italia, sulla questione

politicamente più calda, l’immigrazione, l’Italia ha portato a casa un magrissimo risultato.

Entrato in vigore lo scorso 1 novembre, il programma comunitario Triton era stato pensato

dall’Europa come “sostegno” all’impegno italiano, rappresentato dall’operazione Mare

Nostrum, non come sostituzione totale. Se la richiesta di aiuto all’Europa evocata da

Renzi e da Alfano era stata sbandierata come gran successo del governo, la potenza di

Triton appare tuttavia assai dubbia. Considerato il numero degli arrivi, 270.000 persone

soltanto nel 2014 (il 60% in piu’ rispetto al 2013), con appena 3€ milioni al mese – contro i

9€ milioni di Mare Nostrum – Triton rischia di rivelarsi non solo inutile ma anche la solita

soluzione “a metà” che porterà più danni che benefici nel lungo termine.

Sul dossier importantissimo per le nostre aziende del “Made In” è stato registrato un

altro flop clamoroso per il nostro paese. E’ stato bloccato, come in passato, dal “nein”

categorico della Germania. L’obbligo di indicare la provenienza dei prodotti non alimentari

avrebbe dato una mano all’export italiano, ma il governo non è stato capace di trovare un

accordo con altri Stati in modo da fare blocco contro la Germania.

Infine, niente di memorabile sul piano culturale. Un anno fa, di questi tempi, un gruppo

di lavoro messo in piedi a Palazzo Chigi era all’opera per organizzare un mega-convegno

internazionale sull’identità europea, con i grandi nomi dell’intellettualità. All’epoca il

premier era Enrico Letta, Renzi fece cadere l’idea. Più che il passato contava il futuro.

Quello del Premier che poi tanto si sbraccia a dire che “si, in Italia con la cultura si mangia”.

In conclusione, sei mesi che rispecchiano la figura dell’euro-populista Renzi, pochissimo

interessato a un’azione pedagogica sull’opinione pubblica interna sulle radici dell’Europa.

Il semestre italiano è passato, il premier lo archivia senza tanti rimpianti, gli effetti speciali

sono mancati. E ora, nel giro di poche settimane, ci saranno le elezioni in Grecia, il voto

sul Quirinale, e poi il possibile tentativo italiano di forzare i trattati dell’Unione in vista

dell’esame – non scontato – dei nostri conti a fine marzo da parte dell’Unione europea.

Il vero semestre di Renzi comincia ora. Quello dell’Europa è appena terminato con un

brutto nulla di fatto e un’altra occasione persa per il nostro Paese.

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19 Gennaio 2015 di Francesco Micheli

Jobs Act o no jobs? Le contraddizioni di

una riforma zoppa

Leggendo i testi dei decreti viene da chiedersi come è possibile da parte del governo

sostenere che si tratti di vera rivoluzione copernicana in materia di lavoro quando in

realtà’ più’ che parlare di flessibilità in entrata si sta enfatizzando, anche esagerando,

la flessibilità in uscita attraverso pur modeste modifiche dell’art 18. La promessa, più

volte reiterata, era di dotare il Paese di una riforma/riordino del mercato del lavoro

finalizzata allo sviluppo dell’occupazione in una prospettiva di crescita. Niente di tutto

ciò , al momento. Il cosiddetto contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti,

applicabile solo ai futuri assunti, altro non è che il contratto a tempo indeterminato che

conosciamo tutti al quale, appunto per i neo assunti, si applicheranno minori tutele

“reali”: quindi nessuna novità che lasci intravedere sviluppi dell’occupazione coerenti

con i bisogni dell’Italia e dei tanti cittadini, giovani e non. Anzi, ci troveremo difronte ad

un mondo del lavoro spaccato in due tronconi, dove uno, quello dei giovani, risulterà

ancora soccombente: diversi saranno i trattamenti in entrata così come diversi saranno

i trattamenti loro riservati in uscita. Potrebbe adombrarsi l’ipotesi di discriminazione

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vera e propria. E poi, quante aziende, sulla scorta dei benefici contributivi in capo alle

nuove assunzioni – per il momento solo per il 2015 – nasceranno o abbandoneranno il

mercato allo scadere dei benefici stessi? E quanto e come la concorrenza tra le imprese

ne risentirà? Conseguenze sul piano sociale tutte da verificare. Ad ottobre erano state

prospettate dal governo misure in materia di contratti, politiche attive del lavoro, assegno

universale di disoccupazione, flessibilità , cambio di mansioni e riduzione dei contratti. A

gennaio c’è ancora poco e il poco, che dobbiamo augurarci che divenga molto nel più

breve tempo possibile, è confuso e molto probabilmente ininfluente per una crescita

sostenibile dell’occupazione. Non si parla più di salario minimo e non sappiamo quale sarà

la sorte dei contratti flessibili ancora in vigore ( partite IVA, co.co.pro, lavoro autonomo,

intermittente e contratto a termine ). Quel che è certo che si sta danneggiando senza

ragione il contratto di apprendistato, a differenza proprio di quel che si è verificato in

Germania dove questo tipo di contratto rappresenta il punto di contatto forte tra scuola

e mondo del lavoro. Si è parlato molto di modello tedesco come riferimento per un seria

riforma del lavoro in Europa, soprattutto in Francia e in Italia: partendo dall’assunto che il

merito del successo della Germania nella crescita di questi ultimi anni fosse da ascrivere

proprio ai contenuti di detta riforma che, ricordo, prevedeva sussidi di disoccupazione

universali, sussidi maggiorati per gli over 50, categoria da noi più a rischio e di cui non si

parla volentieri, retribuzione per lavori socialmente utili, midjob ( lavori atipici a 400 euro

al mese ), minijob ( lavori precari senza garanzie ), reddito di cittadinanza e finanziamenti

alle micro imprese. Il successo di cui si parla però è stato soprattutto figlio di un modello

di relazioni industriali che ha consentito alle parti sociali di gestire tutti i processi di

riorganizzazione e di moderazione salariale con il consenso dei lavoratori attraverso una

contrattazione decentrata che ha visto chiudersi migliaia di accordi in deroga. La chiave

di volta nella crescita industriale e nell’abbattimento della disoccupazione è stata perciò

il decentramento della contrattazione senza precedenti e la grande mole degli accordi

aziendali che hanno comportato la riduzione del costo del lavoro ed una maggiore

produttività. Una possibile lezione, questa, per tutte le parti sociali del nostro paese, a

partire dal governo: riformare il lavoro in Italia significa porre anzitutto la questione del

sistema di relazioni industriali per apportarvi i miglioramenti necessari e coerenti con

le condizioni di scenario e l’andamento dell’economia: rafforzare la contrattazione di

secondo livello, puntare sul salario di produttività sul quale concentrare tutti i possibili

benefici di legge sia sul versante fiscale che contributivo, sono temi che non possono

non entrare nell’elenco delle priorità del paese. Relazioni industriali e contrattazione

salariale, per lo sviluppo dell’occupazione al di la di qualsivoglia equivoca riforma, sono

temi difficili ma non impossibili da affrontare se c’è l’interesse delle parti sociali ad

affrontarli nella consapevolezza della straordinarietà del momento.

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13 Gennaio 2015 di Riccardo Puglisi

Semestre Europeo, la scommessa

perduta di Renzi

C’è poco da dire: anche la gestione del Semestre Europeo è stata coerente con l’approccio

politico/mediatico del presidente del consiglio Renzi, che consiste nell’enfatizzare le

iniziative nella fase dell’annuncio (come per il timing delle riforme mese per mese, il

pagamento integrale dei debiti della Pubblica Amministrazione entro l’estate, la Legge

di Stabilità che taglia le tasse per 18 miliardi) per poi glissare nella fase della deludente

esecuzione, in attesa dell’annuncio successivo. Nel caso del Semestre Italiano la fase del

consuntivo viene gestita in maniera leggermente diversa, vendendo come eccezionali

risultati ordinari, poco significativi.

Come raccontato da Marco Damilano su l’Espresso, dal punto di vista politico Renzi

poteva inizialmente contare sull’ottimo risultato ottenuto alle Elezioni Europee dal

Partito Democratico, con un eclatante 40,8% sui voti totali, ma si è poi rivelato piuttosto

inconcludente nella gestione operativa del Semestre stesso, puntando velleitariamente

a spostare gli equilibri all’interno del Consiglio Europeo invece di badare maggiormente

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a Commissione e Parlamento, e finendo invischiato in una gestione schizofrenica del

rapporto con la burocrazia europea, bistrattata in pubblico nel suo complesso e trascurata

dal lato del personale di provenienza italiana.

Sono soprattutto i contenuti dell’azione politica durante il Semestre che lasciano molto

a desiderare: l’idea di sostituire rapidamente l’Europa dell’austerità e dei vincoli con

l’Europa della crescita e dell’occupazione può funzionare come slogan (forse), ma si

scontra con la realtà di cambiamenti marginali: il piano di investimenti da 300 miliardi

proposto da Juncker è largamente insufficiente rispetto alle dimensioni dell’economia

europea, mentre non è ancora chiaro in che misura gli investimenti pubblici verranno

scomputati dal calcolo del deficit ai fini del Patto di Stabilità. Forse l’Italia ha ottenuto

esiti migliori dal lato della prevenzione e contrasto all’immigrazione clandestina, con la

chiusura del programma Mare Nostrum a finanziamento interamente italiano, sostituito

dal programma Triton, più piccolo ma a finanziamento comune.

La distanza tra i proclami entusiastici di Renzi e la realtà delle cose fatte resta ampia

anche a motivo del clima mediatico che si è instaurato in Italia: un clima che io chiamo

“melassa renziana” e che si impernia sul ruolo cruciale giocato da Filippo Sensi, il bravo

e potente spin doctor di Renzi, nei rapporti con i giornalisti nostrani. A proposito del

Semestre Italiano, è molto interessante il racconto fatto da Stefano Feltri, giornalista de

Il Fatto Quotidiano, al convegno dell’associazione A/Simmetrie (qui dal minuto 16:31):

secondo Feltri i giornalisti italiani che seguono Renzi nei vertici europei e negli incontri a

Bruxelles nella loro stragrande maggioranza aspettano che Sensi esca dalle riunioni per

essere imbeccati sui magnifici risultati ottenuti da Renzi medesimo. Al contrario le buone

regole vorrebbero che i giornalisti stessi “facciano i compiti”, cioè ottengano e raccolgano

informazioni in maniera indipendente dal governo in carica, comportandosi da doverosi

“cani da guardia” (watchdog). La verifica di questa artificiale sopravvalutazione dei risultati

ottenuti in Europa da Renzi è presto fatta: basta dare un’occhiata ai principali giornali

europei per constatare l’assenza di questi annunci – e risultati- roboanti.

Tornando alle nostre faccende domestiche, attraverso un controllo piuttosto ferreo sui TG

nazionali è probabile che per qualche tempo riesca ancora a Renzi il gioco di continuare

a vendere promesse su promesse. Ma –come per un bolla speculativa su un mercato

finanziario- questa gestione dei media può ritardare il momento in cui scoppia la bolla,

ma non può in alcun modo impedirne lo scoppio. Anzi, una bolla tenuta artificialmente

piena per più tempo rischia di scoppiare con maggiore fragore e danno nel momento in

cui lo farà. Non voglio tuttavia essere troppo pessimista: sono dell’avviso che il Governo

Renzi abbia ancora tempo per “tornare a quote più normali” dal punto di vista della

differenza tra fatti e promesse.

Tuttavia, il tempo disponibile per colmare questa differenza non è molto: a marzo si

ricomincerà a parlare di economia e conti pubblici in un contesto difficile, con gli ultimi

dati ISTAT che raccontano di una disoccupazione al 13,4% e di un deficit pubblico al

3,7%. Intanto il Semestre Italiano è finito in cantina come le decorazioni di Natale. Ma le

decorazioni di Natale hanno il vantaggio di fare il loro dovere senza annunci eccessivi, e

di restare in cantina per soli 11 mesi.

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31 Gennaio 2015 di Lelio Alfonso

È nata Italia Unica

Amiche e amici di Italia Unica, benvenuti!

Siamo arrivati a questa giornata con l’emozione di chi intende dedicare d’ora in avanti i

propri sforzi alla politica. Un’emozione che si carica ancora di più di passione, vedendo

quanti siamo qui oggi e già immaginando quanti saremo da domani.

Questa mattina è nata Italia Unica. Un momento intenso, permettetemi di dire storico,

condiviso con i fondatori giunti da ogni parte d’Italia e che rappresentano l’Assemblea

Nazionale. A tutti loro va il nostro primo grazie.

Salutiamo le autorità, delegazioni dei partiti, i rappresentanti delle ambasciate, delle

associazioni, i tanti ospiti che hanno voluto accompagnare oggi questa giornata così

importante. Non immaginavamo di essere così in tanti, qui, oggi.

Siamo orgogliosi di essere parte di questo progetto. Siamo orgogliosi di aver fondato

non un nuovo partito, ma un partito nuovo. E siamo davvero felici di aver acclamato

come Presidente di Italia Unica una persona straordinaria come Corrado Passera!

E’ una giornata di festa, una giornata speciale. Lo è per Italia Unica come lo è per le nostre

istituzioni. Abbiamo un nuovo Capo dello Stato, chiamato a garante della Costituzione e

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del Paese. Vi chiedo dunque un applauso per Sergio Mattarella

Il suo ruolo è il più alto, il suo compito è il più difficile. Scelto solo da una parte dei Grandi

Elettori deve essere invece il Presidente di tutti. E se il metodo che lo ha portato al Colle

non è da noi condiviso, siamo e saremo rispettosi della sua figura.

Un 31 gennaio davvero Unico, dunque, come Unica è la nostra sfida. Abbiamo iniziato

con i saluti e gli applausi “ai due Presidenti”, ma la giornata speciale è per tutti coloro che

hanno reso possibile un sogno neppure immaginabile un anno fa.

Era il 23 febbraio – ricordate? – quando Corrado annunciò le proposte shock per

rilanciare il Paese: 400 miliardi e più, una sferzata necessaria che il governo Renzi, appena

insediatosi, ha testardamente snobbato e, quando ha copiato, ha copiato male.

In giugno, il 14 giugno, ci siamo ritrovati sempre a Roma per l’apertura del cantiere. Oggi

quel cantiere è un edificio solido, luminoso, ben disegnato. Le fondamenta sono i valori,

il codice etico, il programma. Ma ad averlo costruito siete stati voi!

In meno di un anno, dunque, un sogno è diventato realtà, una associazione si è fatta

partito, un gruppo di persone è diventato una rete di oltre 150 Porte territoriali diffuse in

tutte le regioni d’Italia.

In una fase di diffidenza e rifiuto della politica, veder sorgere così tanti luoghi aperti

di dialogo e proposta è stato fantastico. Grazie alle 100 tappe del tour per arricchire il

programma e la presentazione di “Io Siamo”, siamo diventati tantissimi.

Questo lungo percorso lo abbiamo fatto con entusiasmo, certo anche con fatica, ma con

la crescente consapevolezza che ne valesse davvero la pena. Vedere stamani registrarsi

i delegati di tutta Italia è stata più che una soddisfazione.

L’Assemblea Nazionale, composta dai Fondatori e dai Delegati delle nostre magnifiche

porte territoriali, ci ha regalato poche ore fa il calore e l’abbraccio che da oggi saranno

l’energia per fare la differenza rispetto alla vecchia politica.

Siamo in tanti, oggi, e siamo in tanti anche ad aver deciso – molti per la prima volta nella

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vita – di prendere una tessera di partito. Prima ancora che nascesse, e la cosa davvero

emoziona, ben in tremila hanno chiesto la propria tessera, il proprio logo Unico.

Non è solo una simbologia. La tessera personalizzata grazie all’algoritmo che realizza un

logo non replicabile dà pienamente il senso della pluralità unica di chi fa parte di questa

sfida. Queste tessere devono diventare decine di migliaia. E lo diventeranno.

Ora che il Partito, scusate il bisticcio, è partito, ci aspetta la grande sfida di farci

conoscere ancor di più, di spiegare le nostre proposte – oggi ascolterete le prime su cui

ci mobiliteremo – di far capire quanto diversi siamo rispetto agli altri partiti.

Dicono che fare politica sia un modo per avere potere, per farsi gli affari propri, per

guadagnare soldi e consenso senza fatica. Luoghi comuni certo, che però i politici di

professione hanno trasformato negli ultimi decenni in molto più che un sospetto.

Scandali, comportamenti arroganti, disinteresse per la cosa pubblica. Come potersi

attendere stima e fiducia da parte dei cittadini? Eppure la politica è una cosa straordinaria.

Perché racchiude opportunità, valori, occasioni di dare e non pretendere.

Per questo Corrado ha voluto che Italia Unica fosse un partito. Con uno Statuto e un

Codice Etico che sono tanto rigorosi quanto innovativi, perché coniugano regole forti e

una grande apertura verso la responsabilizzazione dei singoli.

In molti hanno ironizzato sul partitino che cerca spazio per chissà quale scopo. Fino ad

oggi abbiamo risposto con le parole, da oggi lo facciamo con i nostri volti. E’ questa

platea la forza del nostro progetto, sono le nostre persone, le nostre idee.

Chi oggi può permettersi di creare un partito plurale, senza capibastone o filtri intermedi,

dove le Porte si autogestiscono, si autoorganizzano, scelgono le proposte da portare

all’attenzione del territorio?

Chi oggi può permettersi di affidare alle Porte l’individuazione dei propri coordinatori

provinciali senza che ci sia una supervisione regionale, perché crediamo profondamente

che il rapporto con il centro deve essere il più facile possibile?

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Chi oggi può permettersi di affidare all’Assemblea Nazionale il 60% dei voti e inserire

nello Statuto una norma che porterà questa maggioranza all’80 per cento nel giro di

cinque anni, rafforzando ulteriormente il senso territoriale del partito?

Chi, infine, oggi può dire alle proprie Porte: diteci dove ritenete che si possa essere vincenti

e convincenti alle comunali, proponeteci idee e programmi, aiutateci a confrontarci con il

civismo e con le persone protagoniste per merito e competenza?

Noi vogliamo scommettere sul territorio, perché è il territorio che vive ogni giorno,

concretamente, le necessità e i bisogni del cittadino e può produrre proposte e idee

concrete per tutto il Paese.

Il dirigismo centralista è una pagina della politica che non ci rappresenta. Per questo,

negli ultimi mesi, abbiamo preso contatto con i sindaci italiani, avviando con oltre 200 di

essi una fase di dialogo e confronto.

Un grazie particolare va dunque a loro, e soprattutto ai quasi 100 che oggi sono qui a

testimoniare questo dialogo. Ascolteremo le loro voci, le loro idee, in questo pomeriggio

per noi tanto importante.

Italia Unica non vuole essere un Partito oligarchico che sfrutta la base per costruire

potere. Ma un Partito che vive e cresce nella base e per la base. Senza tutti voi, oggi, non

potremmo essere qui a cominciare il nostro viaggio.

Per questo intendiamo sviluppare il nostro Partito come una rete, virtuale e materiale, di

idee, proposte e persone. Una rete attraverso la quale, con il web, con le porte e i gruppi

tematici, coagulare le proposte in un modo realmente nuovo.

Non ci sentiamo diversi, siamo diversi. Perché le nostre vite professionali non sono state

vissute grazie alla politica, ma alla politica teniamo eccome. Perché, soprattutto, è giusto

saper anche mettere a disposizione i propri talenti, saper restituire.

La logica di questo partito, che Corrado vi spiegherà meglio al termine di questo intenso

pomeriggio, è di apertura alle idee, alle collaborazioni, alle condivisioni. Ma è chiusa a

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compromessi, fusioni o alleanze con chi, semplicemente, deve cedere il passo.

Non è arroganza – di quella ce ne è anche troppa in giro -, è ambizione. Ambizione di

sapere cosa serve per cambiare realmente verso, per spazzare la paura attraverso la

costruzione di un percorso nuovamente fiduciario tra cittadini e politica.

Oggi si vive di selfie e di slide, si twitta invece di dialogare, si insulta invece di parlare. Ti

metti una felpa e diventi un leader, mandi tutti a quel paese e ti credi un capopopolo. Ma

non è solo questione di stile. E’ soprattutto una questione di sostanza.

La sostanza sta nel progetto, nel programma, nella leadership di Corrado, in una squadra

che non è divisa per correnti, ma per competenze e aree di interesse tematico e territoriale.

Ed è soprattutto nel fatto che ognuno può concorrere.

Molte delle persone che sono state invitate a far parte dei fondatori o della Direzione non

se lo aspettavano. Ma il grande sforzo espresso in questi mesi, la disponibilità mostrata

andavano premiate concretamente!

Molte delle nostre Porte sono nate attraverso segnalazioni via mail, contatti spontanei,

con la creazione di network tra persone che non si conoscevano. Oggi sono realtà vitali,

compatte. Questa è la nostra più grande soddisfazione.

Con lo Start Up Team, i 100 Unici, i co-moderatori dei gruppi tematici, le Porte, siamo

dunque giunti a uno straordinario risultato. Per questo ci sentiamo pronti, anche se è solo

l’inizio del nostro cammino, ad essere tra i protagonisti della politica.

25 secoli fa, Pericle così spiegava agli ateniesi il senso della politica: “Qui ad Atene noi

facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene

chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così: quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a

preferenza di altri chiamato a servire lo Stato, non come un atto di privilegio, ma come

una ricompensa al merito…

E ancora: Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo Stato noi non

lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una

politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi

crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore”.

Anche dopo così tanto tempo, parole come queste ci emozionano e ci chiamano all’azione.

Per questo siamo e saremo un partito politico.

Un partito nuovo.

Un partito vero.

Viva Italia Unica!

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8 Gennaio 2015 di Franco Frattini

I musulmani moderati facciano sentire

ancora di più la loro ferma condanna

“I terroristi che hanno ucciso a Parigi hanno colpito il nostro modo di essere, la nostra

cultura, la nostra storia, la nostra democrazia. In primo luogo bisogna ricordare che per

troppo tempo e in troppi casi ci sono state incertezze da parte occidentale, arrivando

addirittura ad adombrare una sorta di giustificazionismo – del tipo: chi usa le armi

reagisce a una violazione della democrazia – all’indomani delle missioni internazionali in

Iraq e Afghanistan, oppure per gli attacchi contro lo Stato di Israele.

Mi auguro che sia arrivato il momento per dire che mai l’atto terroristico può essere

giustificato. E per questo bisogna mobilitare una reazione sempre più forte e corale dei

milioni di musulmani moderati che, come in questi giorni sui social network, denuncino

e si ribellino a chi professa di uccidere in nome di Allah e di Maometto. L’Occidente

ha il dovere morale prima che istituzionale di dire con assoluta chiarezza che ci sono

dei principi, e il primo tra questi è il rispetto della vita di ogni essere umano e della sua

dignità, che non sono negoziabili e che non possono essere violati per nessuna ragione.

E per questo dobbiamo riaffermare con forza l’appello di Papa Francesco affinché le

religioni siano messaggi di vita e non di morte per evitare eventuali folli ritorsioni contro

uomini e donne musulmane”.

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3 Febbraio 2015

Buon lavoro, presidente Mattarella. Ma

la riforma elettorale e quella del Senato

sono un pasticcio pericoloso

Il discorso di insediamento del presidente della Repubblica dinanzi al Parlamento in

seduta congiunta è stato accolto da generale consenso, salvo l’irriducibile Beppe Grillo

(anche se non pochi tra i Cinquestelle hanno applaudito le parole del neo capo dello

Stato) e lo sbrigativo Salvini che alla cerimonia non è andato perché “non ricordo se mi

hanno invitato o no e comunque uno come Mattarella non mi rappresenta”. Tutti gli altri

parlamentari, va rilevato, si sono spellati le mani punteggiando l’intervento presidenziale

con oltre una quarantina di applausi.

Buon segno. In un Paese così dilaniato e che ha alzato fino all’inverosimile i decibel del

furore parolaio tutto demagogia e invettive, il tono pacato e le argomentazioni piane

di Sergio Mattarella hanno l’effetto di un balsamo. In puro stile che potrebbe ricordare

quello moroteo, aggiungerebbe qualcuno con un pizzico di malizia. Vero. Come è vero

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che lo statista pugliese è morto 35 anni fa e immaginare di riproporne la felpatezza come

discrimine politico è inverosimile: quei tempi non torneranno più. Ciò non toglie che la

pacatezza sia una dote apprezzabile; il low profile un’opzione lungimirante; il sussiego

un’arma che se ben usata può spuntare tante asperità. E dio solo sa se ce n’è bisogno.

È indubbio tuttavia che il compito che attende il nuovo inquilino del Colle è di quelli che

non fanno dormire la notte. Intanto la sua elezione è avvenuta per la combinazione di due

fattori: la spregiudicatezza che a tratti è sfociata in arroganza di Matteo Renzi; le macerie

che ora dopo ora si sono accumulate sul centrodestra nelle sue varie articolazioni e che

hanno portato a forti, e chissà quanto ricomponibili, divaricazioni sia dentro FI che nel

partito di Alfano. Dunque è verosimile ritenere che i primi due compiti che Mattarella

vorrà intestarsi, in certo senso metapolitici sotto il profilo dell’impronta che intende dare

al settennato e dell’immagine con cui vuole presentarsi agli italiani, saranno da un lato

garantire un’atteggiamento autonomo e una relativa distanza da palazzo Chigi, magari

provando a frenare alcune delle spericolate accelerazioni che potrebbe avere in mente

Renzi (per esempio attuando un controllo accurato sulla legittimità dei provvedimenti

governativi e invitando a limitare i decreti); dall’altro mostrando attenzione istituzionale

verso quelli che non l’hanno votato, Berlusconi in primis. L’invito alla cerimonia del

giuramento è un primo segnale. Altri, più sostanziosi forse, seguiranno.

Questa è la cornice. Poi arriva la sostanza. Che – lasciando per un momento sullo sfondo

la crisi economica – si chiama riforma elettorale e del Senato. Proprio la debacle nella

partita per il Colle segnala un problema decisivo per la politica: l’equilibrio tra schieramenti

è diventato squilibrio nel senso che uno dei due, quello appunto di centrodestra, è

incerto e irretito. Meglio: sbriciolato, se si rinuncia al galateo di Palazzo. Fatto che si

sposa con l’altro assai più grave: un meccanismo elettorale sartorialmente disegnato

sul profilo non tanto del Pd quanto direttamente di Renzi. In altre parole per ciò che

ieri era considerata calcolata furbizia e adesso appare resa incondizionata, FI e Ncd si

apprestano a dire sì ad un Italicum che lascerà briglie sciolte alla incursioni del premier,

oggi e ancor più domani. Senza controbilanciamenti, senza meccanismi di salvaguardia,

senza contrappesi istituzionali. Con il 40 per cento o anche meno dei voti – che in termini

assoluti sono la metà considerato che alle urne si reca il 50 per cento degli italiani – il

Pd, cioè Renzi visto che nessuno allo stato può fargli ombra e non si profila lista in grado

di ottenere più consensi elettorali di lui, si annette la maggioranza in Parlamento e di

conseguenza il governo, i giudici della Consulta eletti delle Camere (5 su 15); quelli del

Csm (un terzo) di identica investitura, e l’elezione del presidente della Repubblica.

Una minoranza priva di argini significativi trasformata diabolicamente in maggioranza

pigliatutto. Uno strapotere che ben si adatta a quel partito della Nazione che tanto

affascina (e comprensibilmente…) il presidente del Consiglio. Quanto poi sia breve o lungo

il passo che dal Partito della Nazione conduce al Partito Unico lo lasciamo giudicare ai

tanti aficionados del renzismo e del mai reso pubblico patto del Nazareno, e soprattutto

ai tantissimi parlamentari della sedicente opposizione che invece di indignarsi e lavorare

per un sistema davvero rispettoso dei diritti degli elettori si attaccano al carro di Renzi,

forse sperando in qualche briciola di potere o di sottogoverno.

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Quanto invece tutto questo sia confacente con i dettati della Costituzione ai quali, e

giustamente, in tanti passaggi del suo discorso si è rifatto, lo lasciamo giudicare al capo

dello Stato. Al quale, anche se sicuramente non ce n’è bisogno, ricordiamo che l’Italicum

– guardacaso in barba alle sentenze della Consulta di cui Mattarella faceva parte e che

ha bocciato il Porcellum giudicando incostituzionali le liste bloccate – mantiene un

insopportabile potere di scelta per i parlamentari a favore dei capi partito, poiché assegna

cento deputati bloccati sia alla maggioranza “premiata” che all’opposizione sconfitta.

Tutto costituzionale, signor Presidente? Non erano forse assai più in linea con la Carta

quei collegi uninominali in una cornice di sistema maggioritario con i quali si votò nel

passaggio dalla prima alla seconda repubblica? Sommessamente ma convintamente

pensiamo di sì. Azzardando che in cuor suo anche lei dia la medesima risposta. Se non

altro perché fu l’estensore della legge che infatti da lei prese il nome di Mattarellum.

E che dire della riforma del Senato, che invece di abolire e basta palazzo Madama come

sarebbe opportuno per esigenze di governabilità, trasparenza, risparmio, lascia intatta

l’istituzione “semplicemente” mettendola nelle mani dei Consigli regionali (molti Pd, per

pura coincidenza) e dei loro infiniti particolarismi? Anche qui sul serio nulla da eccepire

per un insieme che fa pericolosamente sbandare il baricentro delle istituzioni a favore

di un leaderismo dai tratti tanto indistinti quanto inquietanti, di fatto introducendo un

premierato forte senza contrappesi?

Sul fronte del rispetto del dettato costituzionale non possiamo che consegnare questi

(e altri) interrogativi nelle mani di Mattarella, riconoscendoci nella sua volontà di essere

custode della Carta e arbitro tra pulsioni di parte. Purtroppo sottolineando però fin d’ora

la risposta assolutamente negativa alla richiesta avanzata al momento del giuramento:

cioè che i giocatori lo aiutino comportandosi in maniera corretta. No, signor presidente,

non è così. È scorretto il premier che, in virtù di una cultura approssimativa delle regole,

mira a trarre il massimo vantaggio personale dalla riscrittura di delicatissimi meccanismi

politici ed istituzionali. È scorrettissima l’opposizione di centrodestra compresi quelli

che, innalzando le insegne dei moderati, da sponde governative e di maggioranza si

accodano ai disegni populisti – ma si potrebbe dire anche peronisti – dell’inquilino di

palazzo Chigi rinunciando al ruolo che hanno loro assegnato gli elettori.

Noi, Italia Unica Unica appena costituita in partito ed il suo presidente Corrado Passera,

non saremo tra questi. Con lealtà e senso della misura – ma anche con assoluta

determinazione – svolgeremo il nostro ruolo di coscienza critica, di guardiani che si

battono contro involuzioni di sapore autoritario. Faremo opposizione, cioè. Costruttiva,

ragionevole, non urlata, ferma e intransigente. Vorremmo dire costituzionale, se ci è

consentito.

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6 Febbraio 2015 di Lelio Alfonso

Scelta Civica, lo svincolo di mandato

Sarebbe facile fare dell’ironia sulla improvvisa – solo nei modi, non certo nel travaglio –

decisione dei parlamentari di Scelta Civica di trasferirsi in massa tra le accoglienti spire

renziane, ma una riflessione più profonda è necessaria, specie in un momento storico

in cui la filosofia del Partito Unico sta rapidamente facendosi strada tra chi confonde

l’impegno con il pegno.

Il costituzionale diritto a non avere un mandato obbligatorio è una conquista democratica

che troppo spesso è stata confusa come passepartout per giri di giostra senza biglietto.

Nella frenesia della politica è un vulnus che viene considerato inevitabile e quindi non ci

scandalizzeremo neppure questa volta, salvo far notare che in passato si definiva questa

pratica come “campagna acquisti” e oggi come “suggello al percorso riformatore”.

Lo svincolo di mandato diventa quindi una agile scorciatoia per accasarsi,

indipendentemente da quanto proclamato con la mano sul cuore fino a poco prima.

Chiaramente, quando si prendono decisioni così sofferte, il pensiero va a tutelare la

propria immagine, a spiegare, ragionare, confutare le prevedibili critiche. In questo caso,

dagli otto “neodem”, non si sfugge alla regola. Comunicato ufficiale, dichiarazioni ai

media e tanti sorrisi.

No, questa volta un motivo per un fermo immagine c’è tutto. Scelta Civica era nata, due

anni fa, per dare alle istanze liberali e riformiste una casa, per superare un bipartitismo

malato e pervicacemente aggrappato al potere, per portare in politica metodi nuovi e

volti nuovissimi. Una proposta che, nonostante molti errori di gioventù, era stata premiata

da tre milioni di persone. Che non vedevano né nel Pd né nel Pdl una risposta ai problemi

del Paese.

Certo, poi è arrivato Renzi. Certo, poi Monti è stato il primo a non credere nel progetto

e ad abbandonarlo. Certo, Berlusconi non ha saputo innovare il centrodestra come è

successo invece nel centrosinistra. Anche considerando tutte queste cose, sembra un

po’ pretestuoso dire che Scelta Civica muore perché ha già trovato le sue risposte nel Pd.

Per me, che in Scelta Civica ho creduto, no. E immagino anche in molti di quei 3 milioni

di cittadini.

E’ solo un amaro dettaglio, purtroppo, che questa diaspora avvenga a pochi giorni dal

Congresso nazionale che eleggerà il nuovo segretario. Altri addii, magari anche più

pavidi, c’erano stati in passato. Quest’ultima è solo una stilettata senza stile per evitare

un nuovo corso a un partito. E noi invece auguriamo a Scelta Civica di saper ritrovare

con maggiore energia e trasparenza quel cammino liberale e riformatore che ne aveva

segnato la nascita.

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11 Febbraio 2015 di Pierpaolo Groppoli

Prostituzione, nuove regole e più

coraggio

Nell’Italia del 2015, in ambito politico, Il tema della prostituzione è ancora rigorosamente

da evitare. Perché divide, perché ha implicazioni etico-morali, perché si rischia di

scontentare sempre qualcuno, così dicono gli esperti. Sarà forse per questo che la

politica italiana ha perso molto del suo sex-appeal? Molto più attenta a non scontentare

qualcuno, che a proporre soluzioni per i cittadini.

Nessuno può ragionevolmente sostenere di avere la “soluzione” al fenomeno della

prostituzione, che attraversa la storia dell’umanità dai suoi albori, non conosce confini

geografici e culturali, si è fatto beffa di qualunque ordinamento politico-istituzionale

tuttavia è evidente ignorare il problema appare il peggiore dei rimedi.

Le considerazioni che seguono sul mutevole fenomeno della prostituzione hanno un

taglio pratico, nessun giudizio morale od etico, ambito che appartiene alla coscienza di

ognuno di noi. Una coscienza recalcitrante per almeno nove milioni di italiani, numero

stimato di clienti delle “lucciole”.

Bisogna partire dal fatto che la prostituzione è un fenomeno estremamente mutevole,

comunque molto diverso da quello regolamentato dalla Legge Merlin. Basta solo

pensare alle ragazze straniere reclutate dalla criminalità e costrette a prostituirsi. Oggi

rappresentano la maggioranza, circostanza certo non prevedibile nel 1958. Cosa salvare

dunque della Merlin? Un punto fondamentale: l’esercizio della prostituzione attiene alla

sfera privata dei rapporti fra adulti consenzienti, non perseguibile né per chi la esercita,

né per chi la utilizza. Ciò che invece va stroncato è lo sfruttamento economico delle

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prostitute.

Partendo però da un dato di realtà: possiamo abbandonare l’utopia che una legge dello

Stato possa estinguere la prostituzione. Perciò il compito “razionale” di un ordinamento

democratico è quello di contenere il fenomeno e regolamentarlo, tutelando per quanto

possibile le donne. Senza per nulla trascurare quelle fasce di cittadini meno abbienti

che con la prostituzione a cielo aperto ci devono convivere tutti i giorni. Non possiamo

continuare a pensare di scaricare sulle periferie della città i problemi della prostituzione

e dell’immigrazione.

Il compito è chiaramente complesso, bisogna mediare tra interessi nettamente

contrapposti: da una parte, la difesa della dignità della persona (quasi sempre donna)

visto che la prostituzione conosce forme sempre più aggressive di riduzione in schiavitù

e forme di sfruttamento. Dall’altra la tutela della sicurezza dei cittadini.

Qualche dato sulle dimensioni del fenomeno prostituzione in Italia:

Settantamila prostitute; 9 milioni di clienti ; un giro d’affari di 5 miliardi di euro.

(Fonte: Commissione Affari Sociali della Camera nel 2010). Stima del fenomeno aleatoria

e in continua mutazione. Un settore che sfugge a qualunque controllo sociale, sanitario

e fiscale.

Scontiamo un ritardo legislativo almeno trentennale ed oggi non possiamo accontentarci

di rimedi tampone, dettati dall’emergenza e destinati a scarso successo.

E’ di questi giorni l’eco mediatica del tentativo di realizzazione della “red zone”, nell’area

EUR di Roma, soluzione che è vecchia, ancor prima di nascere. In pratica, si riduce a

ghettizzare in un paio di strade di periferia centinaia di prostitute, prevedendo nuove

spese a carico del bilancio della Capitale. Ogni commento appare superfluo.

Un fenomeno di tale portata deve essere aggredito ponendosi una serie di priorità

ed obiettivi strutturali: 1) sottrarre allo sfruttamento donne e uomini che per motivi di

debolezza sono soggetti a rischio; 2) sottrarre la prostituzione alle regole del mercato

clandestino e alla contiguità con il crimine organizzato; 3) ridare sicurezza e dignità ai

cittadini che il fenomeno della prostituzione, lo subiscono.

Ci si può prefissare dei nobili obiettivi, ma questi devono essere realizzabili dal punto

di vista economico. I progetti di recupero e di reinserimento sociale hanno un costo,

così come le campagne educative, quelle di controllo sanitario, la sicurezza, che non

possono ricadere sul cittadino che paradossalmente rispetta le regole.

L’approccio innovativo al problema è quello di creare un sistema che autofinanzi gli

obiettivi sociali del reinserimento, della sicurezza e del recupero delle aree degradate

delle nostre città, senza gravare sulla tassazione.

In pratica: la copertura finanziaria per raggiungere gli obiettivi può essere trovata tassando

la prostituzione, che ha un giro d’affari stimato in 5 miliardi di euro.

I fondi così recuperati sono da destinare, in parte alle Politiche sociali per progetti di

reinserimento, organizzati dal terzo settore e/o dagli Enti pubblici; in parte alle Campagne

di formazione per operatori sociali, mediatori sociali e Forze di polizia; in ultimo, alle

Campagne di educazione sessuale, mediante anche la distribuzione gratuita o a basso

costo di preservativi, controlli sanitari (obbligatori).

Dal punto di vista più strettamente legislativo, nel settore civile occorre prevedere

l’esercizio della prostituzione come vera e propria attività in forma individuale od

associata.

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In materia penale: è necessario prevedere l’utilizzo di stabili adeguati all’esercizio della

prostituzione, possibilmente quelli provenienti dai sequestri alla criminalità organizzata

o mafiosa; occorre abolire il reato di favoreggiamento della prostituzione. Inoltre è

necessario concentrare l’attività repressiva dello Stato sui reati di sfruttamento e

costrizione violenta della prostituzione e del traffico internazionale di esseri umani, con

particolare riguardo alle situazioni che coinvolgono minori.

Infine, dovrebbero essere destinati fondi, provenienti dalla tassazione della prostituzione,

per la lotta al degrado urbano.

Recupero urbanistico e divieto della prostituzione su strada sono fattori indispensabili

per migliorare la percezione della sicurezza da parte dei cittadini.

La scelta è chiara: possiamo continuare a far finta di non vedere o avere il coraggio di

nuove scelte di politica criminale.

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16 Febbraio 2015 di Fabrizio W. Luciolli

Libia, cinque priorità per affrontare la

crisi

Il tumultuoso avvicinamento delle milizie dell’Isis a poche miglia dalla nostra penisola

ha avuto l’effetto di elevare lo stato d’allerta e l’attenzione delle istituzioni nazionali e

internazionali sulla reale pericolosità della minaccia proveniente da Sud. Secondo un

protocollo altrettanto tumultuoso, dapprima il ministro degli esteri, quindi il presidente

del consiglio, e infine il ministro della difesa, hanno annunciato che “l’Italia è pronta

a guidare in Libia una coalizione di paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord per

fermare l’avanzata del Califfato che è arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste”.

Dichiarazioni, peraltro, effettuate agli organi di stampa senza passare il vaglio “preventivo”

del Parlamento ma non quello della radio ufficiale del Califfato – l’emittente al-Bayan

che trasmette via internet da Mosul – che ha prontamente risposto minacciando l’Italia

“crociata”.

La crisi libica è giunta all’attuale livello di criticità per cause e responsabilità che vanno

ricercate per lo più nella nostra sponda del Mediterraneo. L’interventismo militare della

Francia, le costanti divisioni dell’Unione Europea, la riluttanza degli Stati Uniti a svolgere il

proprio ruolo nella regione, la cronica debolezza dei governi italiani, non hanno permesso

di inquadrare l’intervento del 2011 in Libia in una prospettiva strategica di medio-lungo

termine e di far seguire alle operazioni della NATO a protezione dei civili un robusto

piano di stabilizzazione e ricostruzione necessario per rilanciare lo sviluppo democratico,

economico e sociale del paese.

Oggi l’Italia e la comunità euro-atlantica, sono chiamate ad affrontare in Libia una

drammatica prova d’appello ed una minaccia che destabilizza non solo la regione ma

mina la sicurezza internazionale e prefigura la distruzione degli stessi valori fondanti

delle nostre società, libere e democratiche.

A differenza del passato, affinché la risposta sia credibile ed efficace occorrerà definire 5

priorità unitamente a una strategia che andrà fondata su alcuni elementi fondamentali.

1. Prospettiva regionale. La rilevanza strategica di un intervento in Libia va ben oltre i

permeabili confini geografici del paese e dovrà essere considerato con una prospettiva

regionale. Attualmente, la Libia costituisce la chiave per la sicurezza del Mediterraneo

e qualora dominata dal Califfato, minerebbe la stabilità dei governi dei paesi vicini,

quali la Tunisia, l’Algeria, il Mali, così come dello stesso Egitto e degli Emirati Arabi Uniti,

che sostengono la lotta ai movimenti legati ai Fratelli Musulmani. Le milizie dell’Isis

in Iraq e Siria acquisterebbero maggiore spazio, andando a delineare un arco di crisi

che dal Mediterraneo si salderebbe pericolosamente con le instabilità del Caucaso,

dell’Afghanistan e dell’Ucraina.

2. Partenariati. Un intervento in Libia non può prescindere da un rinnovato e solido

rapporto di partenariato con alcuni paesi della regione: quali l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti,

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la Tunisia e altri. Sotto questo profilo, l’avanzata delle milizie dell’Isis hanno compattato gli

interessi di diversi paesi della regione rendendone più agevole una loro cooperazione.

Fra i paesi occidentali che prenderebbero parte alla coalizione figurano, oltre all’Italia, la

Francia, la Germania, il Regno Unito, la Spagna, Malta. Gli Stati Uniti, saranno coinvolti nella

strategia ed è verosimile ritenere che forniranno gli assetti essenziali per la conduzione

delle operazioni (enablers).

3. Interessi nazionali. L’Italia, ancor prima della formazione di una coalizione, dovrà

aver ben chiari quali interessi nazionali perseguire. Oltre alla stabilità della Libia e della

regione, l’Italia dovrà aver definito quali interessi vitali, strategici o contingenti andranno

salvaguardati o conseguiti. Tale compito difficilmente avviene in Italia in maniera coerente

per l’assenza di una Strategia di sicurezza nazionale e di un relativo processo che affini

costantemente le strategie volte al perseguimento degli interessi nazionali. La decisione

del ministro della Difesa Pinotti di redigere un Libro Bianco sulla sicurezza internazionale

e la difesa, per quanto vada nella giusta direzione, appare tuttavia episodica e non in

grado di soddisfare definitivamente questa esigenza. Inoltre, gli interessi energetici

dell’Italia in una certa area del paese non devono, come in passato, andare a scapito di

una visione strategica più ampia. L’Italia è il primo importatore di greggio libico. Fra gli

interessi strategici figura certamente l’approvvigionamento energetico che, a causa dei

frequenti blocchi dei terminali petroliferi, nel 2014 ha subito un calo del 64% per ciò che

riguarda il greggio. A seguito del danneggiamento dell’impianto di liquefazione di Marsaal-Brega,

il gasdotto Greenstream che collega Mellitah a Gela è rimasto l’unico canale

di fornitura in funzione, sebbene a intermittenza, rendendo l’Italia il solo destinatario del

gas libico

4. Nazioni Unite. L’Italia, oltre a sostenere il processo politico intentato in Libia dall’Inviato

Speciale dell’ONU, Bernardino Leon, dovrà adoperarsi per ottenere dalle Nazioni Unite

una risoluzione con un mandato particolarmente robusto e Regole d’ingaggio chiare. A

tal fine, vanno ricordate le recenti Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza n. 2098 (2013)

e 2147 (2014) relative alla missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica

del Congo e che hanno per la prima volta autorizzato la costituzione di una Brigata

d’Intervento con compiti “offensivi” per la protezione dei civili e “impedire l’espansione

di tutti i gruppi armati, neutralizzando e disarmando questi gruppi, al fine di contribuire

a ridurre la minaccia rappresentata dai gruppi armati nei confronti dell’autorità statale e

alla sicurezza dei civili … e fare spazio alle attività di stabilizzazione”. Attualmente, l’Italia

figura al sesto posto in termini di contributi al bilancio delle Nazioni Unite. L’eventuale

missione dovrà essere dotata di uno strumento credibile e robusto, ancorché flessibile.

Per quanto le caratteristiche del paese consentano, in determinati casi, un agevole

controllo del territorio, va ricordato che in Bosnia ed Erzegovina, la cui superficie è pari a

un terzo di quella libica, la NATO entrò nel 1995 con 60.000 uomini. Trascorsi venti anni,

600 uomini permangono tuttora nell’ambito della missione Althea dell’Unione Europea.

5. NATO. L’Italia dovrebbe, richiedere con urgenza la convocazione del Consiglio Atlantico

per consultazioni sullo scenario di sicurezza e la possibile adozione di provvedimenti

quali il dispiegamento di batterie di missili Patriot a difesa delle coste italiane da eventuali

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lanci di missili Scud. Tale procedura trova fondamento nell’art. 4 del Trattato Atlantico ed

ha ricevuto applicazione per due volte in Turchia. Invece, nel caso di un attacco diretto

contro l’Italia, scatterebbe automaticamente il meccanismo di solidarietà collettiva

previsto dall’art. 5 del Trattato Atlantico

Tali priorità potranno essere perseguite attraverso una strategia che dovrà fondarsi su

alcuni elementi fondamentali.

• DDR (Disarmament, Demobilization, Reintegration). Fra i compiti prioritari di un’eventuale

missione dovrà figurare quello di Disarmo, Smobilitazione e Reintegrazione di tutti i

gruppi armati, affiancato da un programma auspicabilmente guidato dai Carabinieri sul

modello della NATO Training Mission in Afghanistan volto a ricostituire su base unitaria e

democratica le Forze armate e di sicurezza del paese.

• Ricostruzione. Affinché il processo di stabilizzazione divenga auto-sostenibile nel tempo

occorre che questo sia accompagnato da un robusto piano di ricostruzione e sviluppo

che in Libia è reso più agevole dalle ingenti risorse energetiche e finanziarie presenti in

Libia. Si calcola che la Libia disponga attualmente di riserve in valuta straniera per 119

miliardi di dollari, mentre ulteriori 50 miliardi costituiscono il fondo sovrano.

• Peacebuilding Commission. L’Italia dovrebbe considerare l’opportunità dell’assistenza

della Peacebuilding Commission, organo consultivo intergovernativo delle Nazioni Unite

che sostiene gli sforzi di pace in paesi che escono da un conflitto.

• Mediterraneo. L’Operazione Active Endeavour di pattugliamento del Mediterraneo

andrebbe rafforzata. Questa operazione marittima della NATO, varata all’indomani dell’11

settembre, dovrebbe continuare a rimanere inquadrata nell’ambito dell’art. 5 (difesa

collettiva) e non andrebbe declassata a semplice operazione di sicurezza collettiva,

come attualmente in discussione.

• Immigrazione. Una missione in Libia dovrà, altresì, avere come compito quello di arginare

il fenomeno della immigrazione clandestina incontrollata attraverso lo svolgimento di

attività di monitoraggio e di eventuali procedure d’asilo in loco.

• Cooperazione. La crisi libica offre, peraltro, l’opportunità di ripensare al sistema dei

partenariati delle istituzioni euro-atlantiche su basi nuove. Lo scenario di crisi che

circonda l’Europa a Est e a Sud, ha certificato, difatti, il fallimento delle diverse politiche

di partenariato e di “vicinato” condotte dall’Unione Europea all’indomani dei processi

d’allargamento voluti dalla Commissione Prodi. Oltre 15 milioni di euro sono stati spesi

in questi anni in programmi di cooperazione dall’Unione Europea che dovranno in futuro

essere indirizzati con logiche effettivamente cooperative e più settoriali.

• Comprehensive Approach.Gli elementi sopra indicati andranno coniugati efficacemente

secondo la decantata dottrina dell’Unione Europea e della NATO dell’Approccio Globale,

che intende combinare gli strumenti civili e militari per dare risposte coerenti alle diverse

dimensioni delle moderne sfide alla sicurezza.

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• NATO-UE. La crisi libica potrebbe costituire una straordinaria opportunità di cooperazione

tra la NATO e l’Unione Europea, che condividono 22 su 28 paesi ma non sono mai riuscite

a trovare un terreno per una piena intesa. In tale prospettiva, l’Italia e l’Alto Rappresentante

dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza possono svolgere un

ruolo determinante.

La crisi libica costituisce una minaccia imminente alla sicurezza nazionale e internazionale.

Essa, peraltro, presenta numerosi fattori che se colti e efficacemente combinati, offrono

un’opportunità unica per rinnovare i partenariati e il ruolo delle istituzioni euro-atlantiche

nella regione mediterranea.

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19 Febbraio 2015 di Massimo Brambilla

Un anno di Renzi. L’arroganza delle

promesse e il vuoto dell’opposizione

Ed eccoci giunti al primo anniversario del Governo Renzi. Una ricorrenza per la quale

c’è ben poco da festeggiare. Entrato in carica il 22 febbraio 2014 con la promessa di fare

una riforma al mese, il Governo ha caratterizzato il suo primo anno di azione all’insegna

di un’esclusiva focalizzazione sulle riforme volte alla conservazione del potere, a spese

delle vere priorità del Paese.

Dagli 80 Euro alla legge elettorale, passando per il semestre Italiano dedicato alla battaglia

per l’inutile nomina di Federica Mogherini al ruolo di Alto Rappresentante per l’Unione

per gli affari esteri e la politica di sicurezza, non un singolo provvedimento dell’Esecutivo

ha avuto come priorità il contrasto al calo di produttività del nostro sistema economico,

vero fattore alla base della strutturale incapacità della nostra economia di ritornare su

un percorso di vera crescita.

Certo, lo scenario macroeconomico è migliorato rispetto a qualche mese fa. La

combinazione degli effetti della politica monetaria espansiva annunciata dalla Banca

Centrale Europea in termini sia debolezza dell’Euro rispetto al Dollaro che di riduzione

dei tassi di interesse e del prezzo del petrolio non può non avere benefici su un’economia

manifatturiera ed orientata all’export come la nostra. Ma, a costo di essere tacciati come

menagrami, vale la pena di rammentare che stiamo parlando di effetti congiunturali e

non strutturali e che in assenza di vere riforme anche questi si tradurranno nell’ennesima

occasione persa per il nostro Paese.

In particolare l’Italia, come molte altre economie occidentali ed il Giappone, dopo

decenni caratterizzati da un’eccezionale crescita economica, è intrappolata in uno

scenario di bassa, se non nulla, crescita sul medio-lungo termine. Secondo il McKinsey

Global Institute il nostro paese è destinato ad una riduzione del tasso di crescita del PIL

nei prossimi 50 anni rispetto a quello registrato nel periodo 1964-2014 pari al 36%.

Questo scenario è la conseguenza di una serie di fattori che reciprocamente si rafforzano:

• L’invecchiamento della popolazione e la conseguente diminuzione della forza lavoro;

• L’incremento del livello di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza

(che nel medio termine deprime i consumi);

• Il deterioramento delle qualità delle infrastrutture causato dall’abitudine dei Governi di

tagliare le spese in conto capitale per non toccare quelle correnti;

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• La riduzione degli investimenti in Ricerca e Sviluppo da parte delle nostre imprese e, di

conseguenza, del livello di competitività;

• Lo scollegamento tra l’offerta formativa proposta dal sistema scolastico ed i profili

richiesti dal mercato.

Italia Unica da oltre un anno propone, inascoltata da Governo e Parlamento, soluzioni per

affrontare queste problematiche.

In primo luogo il calo sia della natalità del nostro Paese (che proprio nel 2014 ha raggiunto

il minimo storico di 509.000 nascite) sia della partecipazione delle donne al mondo del

lavoro (con un tasso di occupazione ai minimi in Europa pari al 46,6%) sono le prime aree

in cui è necessario un intervento. Aumentare le nascite è fondamentale per mantenere

l’economia del Paese vitale. In questo senso vanno le nostre proposte di garantire 5.000

Euro all’anno di supporto finanziario per ogni bambino fino ai 5 anni d’età e di aumentare

esponenzialmente gli asili nido per consentire alle donne di entrare nel mercato del

lavoro senza dolorose scelte tra lavoro e famiglia. Inoltre va incentivata la partecipazione

al mercato del lavoro delle persone più anziane e dei giovani, con una flessibilizzazione

delle regole, la valorizzazione dell’apprendistato, la facilitazione della ricollocazione

lavorativa e la valorizzazione del ruolo del Terzo Settore.

Per combattere l’aumento della disuguaglianza non servono politiche redistributive in

senso classico (che spesso penalizzano la produzione di ricchezza senza diminuire la

disuguaglianza), ma una combinazione di misure fiscali che aumentino la No Tax Area

per i nuclei familiari con reddito inferiore ai 100.000 Euro in funzione dei famigliari a

carico, unita a politiche che riattivino l’ascensore sociale, dalla riforma del sistema

dell’educazione superiore e professionale, alla semplificazione e il sostegno per le nuove

imprese, a sistemi premianti per l’aumento della produttività (come la nostra proposta

relativa alle due mensilità aggiuntive in busta paga).

Il deterioramento della dotazione infrastrutturale va combattuto con un vero piano di

investimenti nelle infrastrutture chiave sia a livello nazionale che pan-europeo (non

certo il Piano Juncker, privo di ambizione ed insufficiente nell’ammontare). La liquidità

immessa sul mercato dalla BCE andrebbe utilizzata per finanziare un piano di investimenti

a livello UE di dimensione non inferiore a 1.000 miliardi finanziato da Bond emessi dalla

Banca Europea per gli investimenti, uniti, nel nostro Paese, a 100-200 miliardi di nuovi

investimenti pubblici e privati finanziati da Fondi Strutturali e valorizzazione degli attivi

pubblici.

La riduzione degli investimenti in Ricerca e Sviluppo da parte delle imprese e

conseguentemente della loro livello di produttività va combattuta sia con stimoli fiscali

che con interventi sistemici volti a contrastare il nanismo e l’arretratezza di parte del

nostro settore manifatturiero e, soprattutto, dei servizi (che nelle economie più sviluppate

tende ad essere il più importante motore in termini di creazione di nuova occupazione).

Basterebbe che il nostro sistema economico (e la nostra Pubblica Amministrazione, incluso

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il Servizio Sanitario Nazionale) adottasse alcune best practices a livello internazionale

per fare un significativo tasso in termini di produttività di processi.

Di equale importanza è la riforma del formazione professionale e universitaria. Un sistema

in cui convive una disoccupazione giovanile al 42% con un terzo delle aziende che ha

difficoltà a trovare profili professionali in linea con le esigenze del mercato è un sistema

in cui il sistema scolastico necessità di una riforma radicale.

L’Italia (e non solo) si trova a un bivio. Senza riforme radicali la nostra economia sarebbe

condannata a decenni senza crescita e opportunità per le generazioni che seguiranno.

In Italia Unica crediamo che la missione della politica non sia pensare alla prossima

scadenza elettorale ma alla prossima generazione. E anche in questo consiste la nostra

unicità.

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19 Febbraio 2015 di Alessandro Rimassa

Se 150.000 vi sembran pochi. Così Renzi

brucia il futuro della scuola

Matteo Renzi fa un passo avanti e 150.000 in senso contrario.

Mercoledì è stato contestato al Politecnico di Torino perché ha detto che ci sono Università

di serie A e di serie B. Inutile girarci attorno: ha ragione! E che il sistema scolastico nel

suo complesso sia da rivedere Italia Unica ne è più che convinta, tanto che abbiamo

proposto tempo pieno per tutti a materna ed elementari e obbligo scolastico fino al

diploma superiore con un anno in meno di scuola, passando dagli attuali 13 a 12 anni. E

sull’Università stiamo lavorando a diverse idee che presto si trasformeranno in proposte

concrete.

Ma, proprio per questi motivi, è assurdo che il premier dia il via a 150.000 assunzioni senza

concorso di docenti nella scuola. Non ce l’abbiamo coi precari della scuola: al contrario.

Ma non pensiamo che un’assunzione indifferenziata, ope legis, seguendo schemi vieti di

assistenzialismo in usi negli anni ’70 e sia la strada giusta. Forse sana errori precedenti

commettendone però uno ancor più grave: compromettere il futuro del Paese, che

passa attraverso la formazione dei nostri bambini e ragazzi.

Una ricerca della Fondazione Agnelli ha ben sottolineato come ci siano problemi di

mismatch territoriale e disciplinare, di equità e di conoscenza del profilo professionale

(tra i probabili assunti ci sarebbe chi non insegna da tempo e chi addirittura non ha mai

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insegnato): “L’idea di assumere tutti i precari storici delle Graduatorie ad Esaurimento,

se realizzata senza radicali correttivi, potrà avere effetti molto negativi, con il rischio di

abbassare la qualità dell’offerta formativa e ostacolare nei prossimi anni il rinnovamento

della scuola italiana e del corpo docente”.

C’è da aggiungere qualcosa?

Poco serve parlare di nuove materie, dalle lingue straniere al coding (il linguaggio di

programmazione informatica) se si assume chi non sarà in grado di insegnarle e di fatto

non si avranno poi più fondi per scegliere docenti preparati e competenti.

La domanda quindi è una sola: la #Buonascuola proposta dal governo, che nel dossier

redatto da esperti competenti ha sicuramente spunti interessanti e che grazie alle

consultazioni condotte su tutto il territorio si è arricchito di idee valide, è un progetto serio

per il Paese o un paravento dietro cui nascondere un’operazione di consenso, puramente

elettoralistica? Sono 150.000 scommesse sul futuro o 150.000 segni sul simbolo del PD?

Di certo sono 150.000 passi da gamberone. Di certo dimostra che Matteo Renzi non ha

né un progetto concreto e di ampio respiro né le idee chiare, ma presta più attenzione a

conquistare la scena mediatica. Di certo è un colpo al sistema formativo italiano, perché

per rimediare ai tanti errori del passato si attenta al futuro dei nostri figli, che passa

attraverso la qualità della scuola.

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20 Febbraio 2015 di Marco Marazza

L’illusione del lavoro creato per legge

I decreti attuativi del Jobs Act così come annunciati dal Governo al termine di un

complicato Consiglio dei Ministri sono destinati a non risolvere i problemi di disorganicità

della tanto proclamata riforma del lavoro. Italia Unica è da sempre convinta che il Jobs

Act abbia dei gravi problemi di impostazione, a partire dal fatto che le novità riguardano

solo i nuovi assunti scaricando inutilmente sulle nuove generazioni una eccessiva dose

di flessibilità che poteva e doveva essere distribuita con maggiore equilibrio.

Ma ora ciò che emerge è il rischio di un inaccettabile arretramento nella flessibilità in

entrata rispetto alla situazione attuale.

Sul contratto a tutele crescenti sarebbe un grave errore insistere su ulteriori e artificiose

differenziazioni. Contrariamente a quanto richiede una parte significativa del PD, il nuovo

regime, già ingiustificatamente riservato ai soli nuovi assunti, dovrebbe non solo essere

applicabile anche ai licenziamenti collettivi ma, soprattutto, a tutti i pubblici dipendenti.

Sul riordino dei contratti di lavoro, invece, è solo un’illusione l’idea che il contratto

a tutele crescenti sia lo strumento che possa accompagnare l’inserimento di tutti i

lavoratori flessibili. Un contratto che rende il lavoratore più facilmente licenziabile ma

che nulla di nuovo aggiunge sui temi della produttività, dell’orario di lavoro, delle nuove

tecnologie. L’unica flessibilità che il Governo considera, quella delle mansioni, per come

è congegnata è inevitabilmente destinata ad alimentare costosi contenziosi giudiziali.

Pensare che nell’era della digitalizzazione e del terziario avanzato questo cosiddetto

contratto a tutele crescenti – in tutto identico all’attuale contratto di lavoro subordinato,

se non per la disciplina dei licenziamenti – possa accogliere tutti gli attuali lavoratori

flessibili rievoca la suggestione errata che il lavoro si possa creare per legge, con una

imposizione.

Non è così. Se un’impresa ha esigenze produttive discontinue, servono strumenti in

grado di assecondare queste specificità e non serve complicare le modalità di utilizzo

del lavoro intermittente. Se un lavoratore vuole gestire liberamente la sua professionalità

nel mercato, magari a fronte di maggiori prospettive di guadagno, deve poter utilizzare

contratti adeguati a tale scopo. Ed è per questo che il lavoro autonomo, al contrario di

quanto dichiara il Premier in queste ore, non può essere eliminato, ma deve essere più

razionalmente regolamentato consentendo l’utilizzo delle collaborazioni coordinate e

continuative, quelle vere e non quelle usate per coprire il lavoro di chi in realtà è un

dipendente, per tutti i lavoratori più professionalizzati che aspirano ad una gestione

autonoma dei tempi di lavoro.

Pensare che queste naturali esigenze del mercato possano essere anestetizzate dagli

sgravi contributivi previsti esclusivamente per gli assunti nel 2015 con il contratto a

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tutele crescenti, in una prospettiva di verifica dell’impatto della riforma che guarda solo

al brevissimo termine, può essere una mossa politicamente scaltra ma certamente

perdente nel medio-lungo periodo. La finalità meramente elettorale degli sgravi concessi

dal governo finirà per scontrarsi con le conseguenze di una pericolosa alterazione della

concorrenza tra imprese e con i costi dei trattamenti di disoccupazione che dovremo

sostenere per i tanti che verranno licenziati al termine delle agevolazioni.

La visione di Italia Unica è diversa, guarda più avanti. Molto meglio concentrare tutte

le risorse disponibili, anche quelle del progetto Garanzia Giovani che ad oggi sono del

tutto inutilmente impiegate, per defiscalizzare l’inserimento di giovani disoccupati e il

reinserimento degli anziani con contratti a contenuto formativo di facile e pronto utilizzo.

Ogni altra risorsa disponibile dovrebbe invece essere utilizzata per defiscalizzare il salario

di produttiva riconosciuto dalla contrattazione collettiva aziendale a fronte di recuperi di

efficienza organizzativa chiari ed oggettivi o semplicemente concorrere ad una riduzione

lineare – per tutti, nuovi assunti e non – del cuneo fiscale.

Nei decreti neanche una parola, poi, sugli strumenti che dovrebbero consentire il

necessario raccordo tra scuola e lavoro, oggi bloccati da un contratto di apprendistato,

che il Governo sembra orientato a confermare sostanzialmente così com’è, talmente

complicato da risultare di fatto inutilizzato. E ciò mentre per il raccordo tra scuola e lavoro

basterebbe valorizzare il lavoro accessorio per consentire agli studenti di integrare il

loro percorso di studi con esperienze lavorative gestite dai datori di lavoro senza alcun

appesantimento burocratico.

E’ sbagliata, infine, anche l’idea di portare avanti una riforma del lavoro senza valorizzare

il confronto tra le parti sociali e la contrattazione collettiva, che certamente merita una

nuova cornice di regole certe ed esigibili. Anzi, il punto di partenza dovrebbe essere

proprio questo, perché per una vera e duratura riforma del lavoro utile per il Paese prima

del merito sarebbe bene avere le idee chiare sul metodo..

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23 Febbraio 2015 di Massimo Brambilla, Riccardo Puglisi

3,6%: il nuovo numero magico del

renzismo

Pensavate di avere un po’ di pace dopo i mesi passati a farvi rintronare le orecchie con

il 40,8% di voti presi dal PD alle elezioni europee? (si badi bene, con il 44% tra schede

bianche, nulle ed astensioni) Ci spiace deludervi, ma ecco spuntare il nuovo numero

magico della propaganda renziana: 3,6%, che misurerebbe l’effetto totale delle riforme

attuate o promesse dal governo sul PIL da qui al 2020.

Prima che andiate a stappare una sequenza di bottiglie di champagne, vi invitiamo a

riflettere su alcuni punti che la #MelassaRenziana sui media eviterà accuratamente di

menzionare.

Primo punto: non è una crescita annua ma cumulata (cioè non è il nuovo tasso di crescita

della nostra economia ma la somma degli effetti sulla crescita nei prossimi cinque anni;

un dato non solo non significativo ma anche poco verificabile): attenti al trucchetto di

fornire un numero più grosso solo perché si sommano gli effetti di 5/6 anni, andando

appunto a valutare di quanto sarebbe più alto il PIL nel 2020 grazie alle riforme ideate

dall’attuale esecutivo rispetto all’andamento del PIL in assenza di tali riforme. La risposta

a questo trucchetto consiste banalmente nel calcolare la somma degli effetti annui di

queste riforme, che è pari circa allo 0,7%: niente di fantasmagorico, vero? Rimettiamo

lo champagne in frigo.

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Secondo punto: spesso Renzi non c’entra nulla con le riforme che generano i suddetti

effetti. A quale riforme si sta facendo riferimento? Nel nostro misto di pignoleria e

gufaggine – in realtà stiamo facendo quello che banalmente tutti i partiti di opposizione,

dovrebbero fare – abbiamo studiato con attenzione il documento dal ridondante titolo

“2014: A turning point for Italy” (2014: Un punto di svolta per l’Italia) pubblicato nei giorni

scorsi sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze .

Il documento ha come oggetto l’impatto sulle prospettive dell’economia italiana delle

mirabolanti riforme del Governo Renzi, distinguendo due scenari: il Trend Scenario, che

include le riforme a oggi già tradotte in legge, e il Policy Scenario, che include quelle che

Renzi ha promesso (disciplina in cui si è dimostrato sinora primatista mondiale).

Partiamo dal Trend Scenario della Tabella 1 del documento (che riportiamo al termine

dell’articolo), la quale ripartisce gli effetti aggiuntivi delle riforme in quattro categorie:

• Public administration (la Legge Semplifica Italia del Governo Monti e il Decreto 90/2014

del Governo Renzi);

• Competitiveness (le Leggi Semplifica Italia, Cresci Italia e Crescita del Governo Monti e

il Decreto 91/2014 del Governo Renzi);

• Labour Market (la legge 92/2012 del Governo Monti ed il Decreto Poletti del Governo

Renzi);

• Justice (la legge 155/2012 del Governo Monti, il Decreto del Fare del Governo Letta, ed

il Decreto 90/2014 del Governo Renzi).

Sorpresa: il Governo ammette che l’effetto di trascinamento delle riforme sino ad

oggi tradotte in legge è, in grandissima parte, dovuto alle leggi prodotte dai due

precedenti Governi. Inoltre, il Ministero sottolinea sempre nel medesimo documento

che per le prime due categorie gli impatti previsti sono quelli quantificati nel DEF 2014

(redatto a inizio aprile 2014 e che neppure considerava i Decreti 90 e 91/2014), quindi

escludendo che il Governo Renzi abbia alcun merito per l’eventuale impatto positivo

delle riforme.

Rimangono la categoria Labour Market e quella Justice per misurare l’impatto di quanto

sinora prodotto da Renzi (anche se in verità anche qui c’è parecchio dei precedenti

Governi): un impatto travolgente pari ad un incremento complessivo del nostro PIL dello

0,6% da qui al 2020 (ZERO PUNTO SEI PERCENTO), cioè poco più dello 0,1% all’anno

(ZERO PUNTO UNO PER CENTO). E nel lungo termine (quando saremo tutti morti, diceva

Keynes) un grasso 1,8% cumulato! Altro che champagne. Rimettiamo in frigo anche il

chinotto.

Le sorprese non sono finite qui: guardiamo il Policy Scenario (cioè prendiamo per buone

le promesse di Renzi). E quali sono gli effetti aggiuntivi delle riforme promesse rispetto

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alle precedenti riforme, prendendo come punto di riferimento la fatidica data del 2020?

Sulla base della Tabella 1, il calcolo è semplice: si tratta del 2,5% (cioè il 3,9% meno l’1,4%

che dipende dalle precedenti riforme), quindi almeno un punto in meno rispetto allo

sbandieratissimo 3,6%. L’0,5% annuo. Detto in altri termini: con questo ritmo di “crescita”

in assenza di altre riforme servirebbero 18 anni per tornare al PIL Italiano del 2007,

e difficilmente si creerebbe occupazione stabile. Se invece in un afflato di buonismo

vogliamo guardare al lungo termine (cioè oltre il 2020), gli effetti aggiuntivi delle

riforme promesse da Renzi rispetto a quelle già implementate sono pari al 3,4%, cioè la

differenza tra il 10,7% degli effetti rispetto a uno scenario senza riforme e gli effetti delle

precedenti riforme –pari al 7,3%. Questo ben misero 3,4% di effetti aggiuntivi è in larga

parte dovuto al capitolo di riforma dell’istruzione, cioè la cosiddetta #LaBuonaScuola,

su cui ci si permetta di esprimere più di una perplessità, in quanto a oggi essa appare in

larga parte come un’elettoralistica mega-assunzione di precari.

Rimane a tutti un forte dubbio su questi numeri tanto sbandierati. Non è che si vuol

far passare per effetti delle riforme una parte degli effetti automatici delle politiche

di Draghi e degli Emiri del petrolio? Tassi di interesse a zero, cambio dell’Euro molto

favorevole, costo del petrolio dimezzato: queste circostanze favorevoli rappresentano

un triplo dividendo che nei prossimi cinque anni potrebbe portare, cumulativamente,

una decina di punti percentuali di PIL in più. Se questa crescita non ci sarà vorrà dire che

il nostro Governo tiene il freno a mano tirato.

In sintesi questi sono i numeri con cui lo stesso Governo ammette l’irrilevanza della

propria azione rispetto all’obiettivo di stimolare la crescita economica. Pertanto, quando

Renzi si presenterà in TV come salvatore della Patria (leggi: tutti i giorni prossimi venturi)

il migliore commento resta quello del caro e vecchio Totò: ma ci faccia il piacere.

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25 Febbraio 2015 di Luigi Massa

Responsabilità civile dei magistrati:

cambiare non è riformare

Ebbene, dopo decenni di tentativi e roventi polemiche non certo sopite, la Camera dei

Deputati ha approvato definitivamente la nuova legge sulla responsabilità civile dei

magistrati, con l’astensione di Lega, Fi, Sel, Fdi e gli ex M5S di “Alternativa Libera” ed

il solo voto contrario del M5S, che ha modificato la propria posizione rispetto al voto

favorevole espresso al Senato.

In attesa della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del testo normativo, non poteva, però,

mancare il tweet festoso e giubilante del nostro Presidente del Consiglio dinanzi al fatto

che fosse finalmente legge la responsabilità civile dei magistrati.

Interessato dimentico che una legge già ci fosse, infatti, il nostro Premier non poteva

certo lasciarsi sfuggire l’ennesima occasione per spacciare come riforma epocale ciò

che, invece, a ben riflettere, altro non è che un cambiamento tutto sommato annacquato

della legge Vassalli, con profili di criticità che non mancheranno di emergere nel prossimo

futuro.

Ad ogni buon conto, che un intervento teso a rendere più efficaci le norme in materia

fosse necessario non v’è dubbio. Vale, perciò forse la pena di accogliere il provvedimento

appena varato, se non come una svolta, quanto meno come un passettino in avanti,

sebbene timido e un po’ claudicante.

Ma come si è arrivati a questo passaggio, comunque, atteso?

I meno giovani ricorderanno come corresse l’anno 1987, allorquando, sull’onda emotiva,

e non solo, del caso Tortora, i cittadini italiani furono chiamati a pronunciarsi in merito

alla responsabilità civile dei magistrati, con un referendum abrogativo della normativa

esistente promosso dai Radicali di Pannella, i Socialisti di Craxi e i Liberali di Biondi, cui si

aggiunsero solo a fine corsa i Comunisti di Natta, finalizzato ad ottenere che i magistrati

potessero rispondere, non solo degli errori giudiziari ma, soprattutto, dei danni procurati

ai cittadini per colpevole leggerezza, imperizia o negligenza.

Come noto, il referendum fu vinto con oltre l’80 per cento di “si”. Tuttavia, come nella più

costante prassi parlamentare, ci pensò la Legge 13 aprile 1988 n. 117, promossa dall’allora

Guardasigilli del governo Craxi, Giuliano Vassalli, a sterilizzare nella sostanza gli effetti

ben più incidenti del pronunciamento popolare.

Le legge n.117/88, infatti, introdusse in via principale la responsabilità diretta dello Stato

e solo in via residuale l’azione di rivalsa (artt. 7 e 8) nei confronti del magistrato, entrambe

43


ilevabili solo nella ricorrenza di “dolo” e “colpa grave” (artt. 2 e 3) nell’esercizio delle

sue funzioni ovvero conseguente “a diniego di giustizia”, così escludendo ogni ipotesi di

responsabilità piena e diretta del magistrato.

Contestualmente, si escluse potesse essere fonte di responsabilità per il magistrato

“l’attività di interpretazione di norme di diritto” oppure quella “valutazione del fatto e

delle prove”.

L’azione risarcitoria riconosciuta in capo al cittadino che avesse subito un danno ingiusto,

poi, nel caso di danno non patrimoniale veniva ulteriormente condizionata alla sola

ipotesi che esso fosse derivato “da privazione della libertà personale”.

Si introdusse, altresì, un filtro preliminare di ammissibilità (art. 5), per consentire

all’autorità giudicante, in composizione collegiale, di valutare il rispetto dei termini e dei

presupposti dell’azione ovvero di rilevarne la manifesta infondatezza.

Si stabilì, infine, che la misura della rivalsa (art. 8) verso il magistrato riconosciuto

responsabile del danno non potesse superare una somma pari al terzo di una annualità

dello stipendio salva l’ipotesi del fatto commesso con dolo.

Orbene, a distanza di più di 27 anni dall’introduzione delle legge Vassalli, i risultati del

sistema creato dal legislatore del 1988 erano là a denunciare il sostanziale fallimento

dell’impianto normativo e la grave derubricazione delle finalità sottese al pronunciamento

referendario da cui prese le mosse: 406 cause avviate dai cittadini nei confronti dello

Stato (non del magistrato) e solo 4 di queste arrivate ad una condanna.

Il dato numerico sarebbe già stato di per sé sintomatico della necessità di rivedere la

legge n.117 del 1988 e da sprono ad una riforma seria dell’Istituto, ma solo in tempi recenti

la più forte spinta delle regole europee e della giurisprudenza delle corti sovrannazionali

ha reso non eludibile un intervento riformatore.

Infatti, solo sulla base di alcune pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea

(causa C-173/03 – Traghetti del Mediterraneo e causa C-224/01 – Köbler), esitate nella

più recente sentenza 24 novembre 2011 resa nella causa C-379/10 “Commissione c.

Italia”, in uno alla più cogente necessità di far fronte alla conseguente procedura di

infrazione promossa dalla Commissione europea al fine di ottenere una modifica della

norma italiana sulla responsabilità civile del magistrato, si sono moltiplicate le proposte

legislative tese ad una riforma della Legge Vassalli.

Peraltro, non senza scontare strumentali interpretazioni della posizione espressa dalla

Corte di Giustizia UE che, lungi dall’esprimersi in merito alla responsabilità personale del

magistrato, si era invece interessata esclusivamente della responsabilità dello Stato per

danni arrecati a singoli individui a seguito della violazione del diritto dell’Unione (e non

del diritto interno) operata da parte dell’organo giurisdizionale di ultimo grado.

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In sintesi, secondo la Corte, quando fosse accertata una violazione del diritto dell’Unione,

il giudice italiano (nel caso di specie, la Cassazione) che fosse chiamato a decidere sulla

base dell’art. 2, commi 1 e 2, della legge n.177 del 1988, avrebbe dovuto interpretare

l’espressione “violazione di legge con colpa grave” di cui all’art. 2 citato, in modo

equivalente a “violazione di legge in maniera manifesta”, poiché tale era ed è la nozione

accolta dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia per casi di questo tipo.

Secondo gli “eurogiudici”, dunque, nel caso di specie, l’interpretazione offerta dalla

Cassazione, diversa da quella offerta dalla giurisprudenza europea, si palesava

erroneamente più restrittiva, di fatto limitando i diritti del singolo, soprattutto a fronte della

clausola di salvaguardia di cui all’art.2, co.2 (esclusione di responsabilità per “l’attività di

interpretazione di norme di diritto” e “quella di valutazione del fatto e delle prove”), con

ciò ponendosi in contrasto con il principio generale di responsabilità degli Stati membri

per la violazione del diritto dell’Unione.

Sebbene, dunque, la questione affrontata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea,

ovverosia il principio del risarcimento dei danni per violazione del diritto comunitario,

non investisse né involgesse la responsabilità personale del giudice, ma soltanto la

responsabilità dello Stato, così salvaguardando i principi di autonomia e indipendenza del

potere giudiziario, non sono stati pochi coloro che hanno, nel tempo, surrettiziamente

brandito la spada di Damocle europea per sostenere la necessità di una responsabilità

civile diretta in luogo di quella indiretta introdotta dalla Legge Vassalli.

D’altra parte, sarebbe bastato uno sguardo comparato alle legislazioni degli altri Paesi

europei per depotenziare e rendere poco spendibile l’argomento europeista a sostegno

della tesi di responsabilità diretta del magistrato.

In Francia, per esempio, è lo Stato a rispondere, in via prioritaria, degli eventuali danni (e

interessi) determinati dall’amministrazione della giustizia nei confronti di coloro che sono

ad essa sottoposti, sulla base di tre diversi regimi di responsabilità civile dei magistrati

(Code de l’organisation judiciaire, artt. L 141-1 e ss.), tutti comunque fondati su un’azione

diretta solo verso lo Stato, fatta salva la facoltà dello Stato stesso di rivalersi sul magistrato.

Così, in sostanza, anche in Germania, dove la Legge fondamentale tedesca (Grundgesetz

– GG), all’articolo 34, sancisce la responsabilità dello Stato (Federazione o Land) in caso

di violazione dei doveri della funzione da parte di un giudice.

Nel Regno Unito, addirittura, trova applicazione un generale principio di esonero da

responsabilità civile del magistrato per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni,

radicato nel Common Law a presidio dell’indipendenza della magistratura (financo quella

onoraria), salvo un temperamento determinato dall’incorporazione nel diritto interno

della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), rappresentato dallo Human

Rights Act 1988, che, in attuazione dell’art. 5 della Convenzione, ha riconosciuto il diritto

al risarcimento per ingiusta detenzione.

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In Spagna, infine, dove la normativa in materia di responsabilità civile dei giudici e dei

magistrati è contenuta in alcuni articoli della Ley Orgánica 6/1985 del Poder Judicial (LOPJ),

con la previsione di una loro responsabilità civile per i danni e i pregiudizi causati quando,

nello svolgimento delle loro funzioni, incorrano in “dolo” o “colpa” (art. 411). Accanto a

questa responsabilità di tipo personale del magistrato o giudice, esiste poi anche una

responsabilità patrimoniale dello Stato per gli errori giudiziari, per il funzionamento

anomalo dell’amministrazione della giustizia e per l’ingiusta carcerazione preventiva.

Nessuna sorpresa, dunque, che anche il Governo Renzi abbia inteso promuovere una

modifica della Legge Vassalli, riproponendo la responsabilità indiretta dei magistrati,

pur con alcuni aggiustamenti di evidente compromesso.

Così, dunque, il provvedimento licenziato dalla Camera rivede le condizioni per chi ha

subito un danno conseguente ad un comportamento o un atto di un giudice con dolo o

colpa grave o per diniego di giustizia, prevedendo che egli possa agire contro lo Stato

per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, anche se i danni

non derivino da privazione della libertàpersonale, come invece accade ora.

Mentre la legge Vassalli, poi, prevedeva che non potesse mai dare luogo a

responsabilitàl’attivitàdi interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del

fatto e delle prove; con le nuove norme, invece, questa clausola di salvaguardia viene

limitata, escludendola nei casi di dolo e colpa grave.

Sulla spinta delle sentenze della Corte di Giustizia UE, inoltre, le fattispecie di colpa

grave vengono ridefinite in:

• violazione manifesta della legge o del diritto dell’Ue;

• travisamento del fatto o delle prove;

• affermazione di un fatto la cui esistenza è esclusa incontrastabilmente dagli atti del

procedimento o negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli

atti del procedimento;

• emissione di un provvedimento cautelare personale o reale fuori dai casi consentiti

dalla legge o senza motivazione.

Per la determinazione dei casi in cui c’è violazione manifesta della legge, inoltre, si

stabilisce si debba tener conto «del grado di chiarezza e precisione delle norme violate

nonché dell’inescusabilitàe gravitàdell’inosservanza»

Si portano da due a tre anni i tempi per presentare domanda di risarcimento del danno.

Viene del tutto abrogato il filtro di ammissibilità della domanda di risarcimento

presentata dal cittadino.

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Inoltre, risultano ampliati l’ambito ed i termini dell’azione di rivalsa dello Stato verso il

magistrato, da esercitarsi entro due anni (oggi è un anno) dal risarcimento in tutti i casi

di: – diniego di giustizia oppure quando la violazione manifesta della legge nazionale o

europea oppure il travisamento del fatto o delle prove sono stati determinati «da dolo o

negligenza inescusabile».

La nuova legge, infine, ridisegna anche la misura della rivalsa, aumentandola fino a un

massimo della metà di un anno di stipendio netto (fino ad oggi il tetto era fissato a un

terzo).

Nessuna riforma epocale, dunque, come nessuna ingegnosa novità sotto il sole,

ma modesto cambiamento di un sistema già fallito e, comunque, demolito dalla

giurisprudenza europea che, sebbene abbia offerto a Renzi l’occasione di intestarsi il

provvedimento per evitare la scure della procedura d’infrazione europea, ha però lasciato

sul tavolo diversi nodi da risolvere e sbilanciamenti alla lunga devastanti.

In primis, non si fa fatica ad immaginare le conseguenze insidiose che possano venire

dall’aver ridefinito la colpa grave anche nei termini di “travisamento del fatto e delle

prove”, con ciò immettendoun elemento che potrebbe influire sulla libertà interpretativa

del magistrato e indurlo ad opzioni meno perigliose per lui, ma forse anche meno

evolutive per il diritto.

Altra questione irrisolta sta nell’aver esautorato ogni filtro di ammissibilità a monte,

senza però aver concepito un bilanciamento che, per esempio, sanzioni adeguatamente

colui che eserciti un’azione di responsabilità a fini meramente intimidatori o ritorsivi, alla

stregua della lite temeraria in sede civilistica.

L’occasione, poi, poteva essere propizia anche per un’impostazione complessiva diversa

che superasse il sospetto di un circuito auto-referenziale e corporativo, laddove siano

magistrati a giudicare l’operato di altri magistrati.

D’altra parte, non di rado la c.d. autodichia o giurisdizione domestica nel nostro Paese ha

finito per risolversi in una sorta di giurisdizione “addomesticata”, dove gli appartenenti

ad una specifica categoria professionale tendano a “preservare la specie”, con giudizi

disciplinari o giurisdizionali dagli esiti quasi sempre abbastanza compassionevoli.

Una riforma sì epocale e storica, dunque, avrebbe dovuto considerare la possibilità di

ricalibrare anche questo aspetto su basi davvero nuove, magari con la configurazione

di un’Autorità indipendente cui demandare certi delicati giudizi, ma, di certo, questo

avrebbe significato anche una capacità di analisi strutturale e complessa poco funzionale

alla corsa forsennata al cambiamento “purché sia”, cui Governo e Parlamento ci stano

abituando.

Il passetto avanti, perciò, resta. E se sia vera gloria o vanagloria renziana lo dirà la storia.

Al momento, però, è la solita storia: cambiare non è riformare.

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1 Marzo 2015 di Corrado Passera

Il caso Parma, un calcio da ripensare

Premessa, amo lo sport ma non sono un tifoso di calcio. Mi piace l’idea della competizione

sana, avvincente sul piano tecnico e scaldata da un tifo colorato e gioioso e – come il mio

amico Giovanni Malagò – credo che con lo sport si possa unire il Paese, portando avanti

politiche di integrazione, educazione, salute e vivibilità. Quanto però sta accadendo in

queste settimane al Parma Calcio non può lasciare nessuno indifferente, in special modo

chi – come me – ha scelto di impegnarsi in politica fondando un partito, Italia Unica, che

al binomio sport-società dedica una parte importante del suo programma di rilancio

del Paese. Che una squadra non possa giocare, che una tifoseria venga abbandonata,

che una città sia frastornata e presa in giro da un tourbillon di presunti mecenati del

pallone è semplicemente inaccettabile. E non stiamo parlando di una squadra di terza

categoria, ma di un team di serie A, con atleti forti e un allenatore serio. Vanno introdotte

regole chiare sulla proprietà delle squadre di calcio, non è che chiunque può comprarsi

una squadra di calcio e il permanere delle condizioni va tenuto sotto controllo nel

tempo. Esperti e addetti ai lavori si sono interrogati a lungo su come questo sia potuto

accadere. Non aggiungo altro se non il pensiero di chi, per trent’anni impegnato a guidare

aziende nel privato e nel pubblico, nel profit e nel no profit, non crede possibile che gli

organismi preposti, la Lega Calcio in primis, ma anche la Figc non sapessero. Al di là del

campionato falsato, delle umiliazioni subite dagli atleti, dai dipendenti della società e dei

tanti tifosi, che forse andrebbero indennizzati attraverso una class action, mi colpisce

che i vertici del calcio – lo sport nazionale! – si rimpallino le responsabilità. La questione

Parma va affrontata con serietà, non con i riti stanchi delle corporazioni. In concreto, la

Lega sostenga i costi essenziali per permettere al Parma di terminare dignitosamente

il campionato, si faccia chiarezza al più presto nei conti societari del club, allontanando

gli incapaci e punendo i responsabili di un default incomprensibile, e si apra un tavolo

politico serio per evitare nuovi casi-Parma. La serietà di un Paese passa anche attraverso

le sue espressioni sociali e collettive. Vedere che il calcio si fa autogol in questo modo

è inaccettabile. Vogliamo ospitare le Olimpiadi nel 2024? Bene, cominciamo a sommare

meriti, non errori, e potremo giocarci al meglio anche quella partita. E forza Parma!

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4 Marzo 2015 di Massimo Brambilla

Governo, Telecom e rispetto degli

azionisti

Tanto tuonò che alla fine non piovve. Il documento relativo alla Strategia Italiana per la

Banda Ultra Larga e la Crescita Digitale, presentato all’esito del Consiglio dei Ministri del

3 Marzo, pare non contenere (almeno per ora) l’editto di sapore vagamente venezuelano

che avrebbe imposto a Telecom Italia (vale la pena di ricordare: società a capitale

interamente privato) la rottamazione della propria rete in rame, iscritta a bilancio per un

valore pari a circa 11 miliardi di Euro, la quale sarebbe stata conseguentemente oggetto

di una pesante svalutazione contabile con ovvi effetti sugli equilibri economici e finanziari

dell’ex monopolista. Per ora, appunto. Puntualizzazione obbligata in quanto, come nello

stile della casa Renzi, al momento è stato presentato unicamente un documento di

indirizzo e non un testo legislativo, con il rimando a successive non meglio specificate

misure ad hoc, da includere in un ancora più vago provvedimento specifico.

Detto questo rimane a chi ha osservato la vicenda il sapore amaro in bocca di un possibile

provvedimento che avrebbe interferito con le strategie di un operatore privato, in totale

dispregio dei legittimi interessi patrimoniali dell’azionariato dello stesso. Una totale

mancanza di attenzione nei confronti di aziende, investitori e mercato in perfetta continuità

con una serie di altre misure già partorite dal nostro Governo, dalla revoca con effetti

retroattivi del previsto taglio dell’aliquota IRAP, al rinvio di 6 mesi rispetto alla scadenza di

fine marzo per l’approvazione della legge delega fiscale (richiesta dall’Unione Europea al

fine di semplificare il nostro bizantino sistema tributario), alla dieta imposta al disegno di

legge annuale sulla concorrenza (a sua volta richiesto dall’Antitrust) che ne ha eliminato

all’ultimo minuto gran parte dei provvedimenti volti a liberalizzare interi comparti del

settore dei servizi, ai ritardi relativi alle riforme della pubblica amministrazione e della

giustizia civile, alla poco trasparente cessione di una partecipazione di riferimento in CDP

Reti ad una società controllata dal Governo Cinese fino all’ambiguità sinora dimostrata in

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merito alla vicenda Mediaset/Rai Way (che induce anche l’osservatore più benevolente

a pensare male).

In sintesi, il Governo dimostra che il professato #cambiaverso non va a modificare

l’abitudine dei nostri esecutivi di subordinare la tutela dei diritti degli investitori e la

certezza del diritto all’opportunità politica del momento, abitudine che negli anni ha

portato il nostro Paese al 56esimo posto della classifica redatta dalla Banca Mondiale

relativa all’attitudine di un sistema economico in termini di semplicità di avviare e gestire

un’impresa (terz’ultimi tra i Paesi classificati ad alto reddito dall’OECD, prima solo di

Grecia e Lussemburgo). Con l’ovvia conseguenza di dissuadere investitori finanziari e

strategici relativamente a impiegare risorse finanziarie e manageriali nel nostro Paese,

come dimostrato dal dato che prova che, nonostante le tante eccellenza manifatturiere

italiane, a fine 2013 lo stock di investimenti diretti esteri in rapporto al PIL Italiano era pari

al 32% della media dell’Unione Europea.

Il tutto mentre il QE avviato dalla Banca Centrale Europea immetterà nel mercato

60 miliardi di Euro al mese di nuova liquidità, la quale, per trasmettere i propri effetti

all’economia reale e non limitarsi a gonfiare i valori degli strumenti finanziari rischiando di

creare una nuova pericolosa bolla speculativa, richiede, come peraltro più volte ricordato

anche dallo stesso Mario Draghi, riforme strutturali all’insegna della chiarezza del quadro

offerto agli investitori.

Riforme che devono essere attuate subito a non tra 1000 (che nel frattempo sono

diventati molti meno) giorni. Questo perché a chiunque abbia abitudine a frequentare

i mercati e non solo le segreteria dei partiti, non sfugge che l’elemento temporale di

introduzione di un nuovo prodotto o servizio è uno degli elementi fondamentali ai fini di

prevederne il relativo successo. In un mondo sempre più competitivo e caratterizzato da

una tendenziale riduzione delle prospettive di crescita del PIL globale, la competitività di

un sistema economico si gioca sulla capacità di attirare investimenti stranieri. Per farlo,

un Governo deve innanzitutto dimostrare prevedibilità e coerenza nella propria azione,

quella prevedibilità e quella coerenza che riducono il profilo di rischio percepito di un

Paese e consentono ad un investitore di prevedere i ritorni dei propri investimenti. Chi

scrive ritiene che, con l’unica eccezione delle infrastrutture strategiche, lo Stato debba

essere arbitro e non giocatore in economia. Ma il buon arbitro è quello che applica con

coerenza le regole, non quello che cambia l’interpretazione della regola del fuorigioco

ad ogni azione. Se no, non c’è da stupirsi che prima o poi i giocatori smettano di giocare.

Certo nell’epoca della politica spettacolo, del leader solo al comando, delle alleanze

estemporanee e dei tweet, predicare la coerenza e la prevedibilità come principio

ispiratore dell’azione di Governo può sembrare un po’ fuori moda. Ma in questo sta la

differenza tra chi ha il profilo dello statista e chi ne è privo (con o senza elicottero): il

sapere guardare al di là delle mode.

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6 Marzo 2015 di Andrea Catizone Folena , Roberto Cuccarini , Lorenzo Antonini

Così il Governo commissaria il terzo

settore

Il Governo dimostra di non avere fiducia nel Terzo Settore e di fatto lo commissaria.

Questi sono gli effetti dell’emendamento all’art. 2 della normativa che riforma il Terzo

settore che lascia i poteri di monitoraggio e controlli in capo al Ministero del Welfare.

Il principio di in sé risponde ad una finalità corretta, soprattutto alla luce degli scandali

di Mafia Capitale, ma applica un metodo sbagliato che mette sotto vigilanza e tutela

forzata la moltitudine di realtà associative che operano nel terzo settore. Considerando

il ruolo di supplenza, svolto dal mondo del volontariato e del no profit, alle inefficienze

dello Stato e delle Amministrazioni locali di erogare servizi e di assistenza ci si sarebbe

aspettati un atteggiamento, se non di gratitudine, quantomeno di rispetto. Invece di

trasmettere fiducia, di rimboccarsi le maniche, di ampliare lo sviluppo del Terzo Settore,

si svolta, ancora una volta, nella direzione opposta, quella dirigista.

La soluzione più adeguata ed anche la più semplice sarebbe stata il ripristino con gli

opportuni aggiustamenti, dell’Agenzia per il Terzo settore tagliata inspiegabilmente dal

precedenti governo Monti per semplici motivazioni contabili, che nel suo ruolo di terzietà

non solo avrebbe avuto la funzione di ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e

questo mondo di prossimità, ma anche un luogo ideale per garantire la correttezza

e la trasparenza del settore senza mettere sotto tutela un ambito così fondamentale

e delicato. In seno all’Agenzia o all’Authority si sarebbero dovuti predisporre tutti gli

strumenti per promuovere adeguati sistemi di auto-controllo degli enti capaci di rendere

trasparenti e conoscibili le attività svolte dai vari enti.

Un’altra occasione mancata che avrà delle ripercussioni sui servizi e sull’assistenza di cui

usufruiscono milioni di cittadini italiani. Invece di guardare al futuro, di far crescere una

nuova consapevolezza e una nuova responsabilità, si riabbracciano gli errori del passato,

per non dire del trapassato. Ora aspettiamo solo i piani quinquennali.

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10 Marzo 2015

La scuola di Italia Unica. Un patto tra gli

italiani di oggi per gli italiani di domani

Merito e ideali per ridare al sapere il ruolo centrale della società

Al centro del futuro dell’Italia c’è l’istruzione che diamo oggi ai nostri figli. Al centro della

scuola ci sono le persone che la vivono: gli studenti, le loro famiglie, gli insegnanti, il

personale non docente. Non è retorica. Nei paesi avanzati è la qualità del capitale umano

la più importante delle leve per competere nel mondo. Sebbene la crisi economica abbia

inferto un duro colpo alla fiducia degli Italiani negli “investimenti” a lungo termine, inclusi

quelli formativi, come dimostra il costante calo delle immatricolazioni all’università, è

ancora vero che chi studia ha più possibilità di farcela, di trovare il proprio posto nel

mondo, migliorare la propria condizione sociale di partenza, trovare un buon lavoro.

Con merito e soddisfazione propri e del Paese che lo ha garantito.

Lo stato di salute del sistema di istruzione italiano è “a macchia di leopardo”. La scuola

primaria è in generale di discreta qualità, ma assai limitata nei tempi e nelle strutture;

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molti dei nostri licei sono fra i migliori al mondo, come sperimentano gli studenti italiani

che trascorrono un semestre o un anno all’estero, o quelli che vengono ammessi nelle

migliori università straniere. Molti altri dati, però, sono preoccupanti. Troppi studenti

italiani “performano” male ai test comunitari/PISA e colpisce il divario tra Settentrione e

Mezzogiorno: mentre il Nordest raccoglie risultati da primo della classe in Europa nelle

competenze matematiche, il Sud arranca sotto la media in tutte le aree. Un altro grave

problema del nostro sistema di istruzione è la dispersione scolastica, in Italia più alta

che nel resto d’Europa (il 17,6% contro il 12,8%), la cui causa principale può esser fatta

risalire allo scarso orientamento che viene dato ai giovani e alle loro famiglie. Il Paese

perde così possibili talenti, con grave danno sia per gli individui coinvolti che per il sistema

economico, sociale e civile.

Il Governo attuale sta destinando 3 miliardi all’anno a una maxi-assunzione di precari,

ope legis, senza passaggio da un vero concorso per la maggioranza dei 150.000. Si tratta

di una scelta sbagliata: perché avvelena i pozzi e consegna per decenni i nostri ragazzi

a 150.000 persone la cui bravura e competenza non è, in parte, passata attraverso il

vaglio di un concorso. Tre miliardi di euro all’anno sono una cifra enorme, si tratta di 30

miliardi in un decennio (aggiuntivi rispetto a quelli già stanziati per l’edilizia scolastica),

che potrebbero davvero fare la differenza per le nostre scuole, che, se ben investiti, le

metterebbero al passo coi tempi e con i migliori standard internazionali. Noi diciamo di

destinare questi 30 miliardi ai dieci obiettivi per la scuola di Italia Unica.

Se, tuttavia, guardassimo solo agli aspetti “tecnici” ci limiteremmo a un miglioramento

superficiale della nostra scuola, lo stesso errore che stanno commettendo tutti i Governi.

Non basta. L’efficienza dei metodi d’insegnamento, l’apprendimento di materie moderne,

l’inglese e l’economia sono solo un pezzo della grande trasformazione che serve. La

scuola è soprattutto il campo in cui rifondare la civiltà italiana del ventunesimo secolo

– quindi è il terreno più politico che ci sia – e non dobbiamo avere paura di ripensarla

con ideali profondi e nobili. Questo significa reimpostare i programmi scolastici non

soltanto per formare persone in grado di inserirsi nel mondo del lavoro e di rimanerci o

in grado di affrontare gli studi universitari, ma cittadini dotati di senso critico e in grado

di valutare ciò che succede intorno a loro sia dal punto di vista economico che sociale.

L’educazione civica intesa cioè non solo come conoscenza del funzionamento delle

istituzioni, ma come condivisione dei nostri valori costituzionali nella loro applicazione a

un mondo in evoluzione sempre più rapida.

Quelle che seguono sono le idee di Italia Unica per un grande patto tra gli italiani, che

torni a fare della scuola un potente ascensore sociale in una società dinamica, capace di

premiare i tanti diversi talenti senza lasciare nessuno indietro, valorizzando, sul serio!, gli

insegnanti più capaci e più impegnati. Ma, soprattutto, queste nostre proposte hanno il

coraggio di vedere nella scuola il principale investimento culturale e civile dell’Italia che

verrà. Dopo decenni in cui l’istruzione è stata ridotta e svilita a basso pragmatismo e ad

inutile nozionismo, oltre che a macchina assistenzialista e clientelare nei casi peggiori,

noi vogliamo – invece, finalmente – collegarla ai grandi valori che ci possono rendere di

nuovo pionieri nel mondo.

53


1.

2.

3.

Innoviamo con coraggio e buon senso la scuola italiana,

mettendola al passo coi tempi e rinnovando contenuti e

cicli scolastici valorizzando quanto di buono c’è

Far guadagnare un anno di vita a tutti portando da 13 a 12 gli anni di studio per

arrivare al diploma di maturità. Come in buona parte del mondo. Portare l’obbligo

scolastico da 10 a 12 anni e non lasciarsi più indietro le centinaia di migliaia di

giovani che oggi si perdono per la strada.

E’ necessario ripensare i cicli scolastici per guadagnare un anno di vita, allineandoci

a modelli di successo internazionali: intendiamo passare dagli attuali 13 anni a soli 12

anni di scuola primaria e secondaria, ma portando tutti al diploma di scuola media

superiore. Grazie al risparmio ottenuto dal taglio di un anno di scuola superiore, pari

a circa 3,5 miliardi di euro annui, potremo finanziare la maggior parte del costo di asili

nido, scuole materne ed elementari a tempo pieno per tutti.lavoro.

Assicurare maggiori pari opportunità di partenza garantendo a tutti scuola materna

ed elementare a tempo pieno. Con possibilità di iniziare la prima elementare a

cinque anni.

Un paese civile deve garantire scuola materna e scuola elementare a tempo pieno

per tutti. Sono anni quelli pre-elementari estremamente importanti per la formazione

e in molti casi possono dare la possibilità di iniziare la prima elementare a cinque anni

(portando a due gli anni di vita “guadagnabili” rispetto ad oggi). Si tratta di un obiettivo

realizzabile anche attraverso iniziative di autorganizzazione, aziendali e in generale

di Terzo Settore, per esempio con l’uso di voucher. Senza asili e scuole primarie a

tempo pieno per tutti si impedisce il raggiungimento delle condizioni d’eguaglianza

di partenza e si rende ancora più difficile l’inserimento delle madri nel mondo del

lavoro.

Arricchire la scuola nei metodi di insegnamento e nelle materie (es. Arti, educazione

civica, inglese). Sul serio, per tutti. Insegnare a imparare, fare e rischiare.

In un mondo imprevedibile e in continuo cambiamento ciò che importa è imparare

a imparare: le nozioni e le tecniche diventano subito vecchie. Serve sviluppare la

curiosità e imparare un metodo di aggiornamento continuo che dovrà durare tutta la

vita. In un mondo dove si vince di creatività, di imprenditorialità, di innovazione bisogna

insegnare il gusto del rischio, la convivenza con l’errore, la bellezza della diversità, e

serve mettere i giovani in contatto con l’arte – tutte le arti – e far loro apprezzare fin da

giovanissimi la bellezza delle diversità. Nel contempo bisogna insegnare il gusto del

rischio e la convivenza con l’errore. In un mondo di informazione infinita e disponibile

bisogna insegnare lo spirito critico, la capacità di gerarchizzare, selezionare,

collegare. In un mondo di interculturalità e di interdisciplinarità bisogna insegnare

non solo l’inglese come l’italiano, ma il lavoro di gruppo, l’educazione civica, la buona

condotta, le tecniche di collaborazione, la comunicazione e la gestione dei progetti,

la disponibilità alla contaminazione tra saperi e capacità di visione sistemica. Bisogna

54


aumentare esponenzialmente il numero dei ragazzi e delle ragazze che riescono

a passare un periodo significativo di studio all’estero durante la scuola secondaria.

Tutti dovrebbero essere incoraggiati e messi in condizione di vivere una esperienza

significativa di volontariato.

4.

5.

6.

Rafforzare la formazione tecnica e professionale e assicurare maggiore integrazione

tra la scuola e il mondo del lavoro.

Uno dei principali problemi della scuola secondaria italiana è che gli istituti tecnici e

professionali sono spesso scollegati dal mondo del lavoro, e non riescono a formare

individui che siano pronti per entrarvi, al termine del ciclo di studi. Va riqualificata

l’istruzione tecnica e professionale in collaborazione con il mondo delle imprese.

Serve maggior collaborazione del mondo dell’impresa e del mondo della scuola

nel programmare i fabbisogni; occorre valorizzare gli Istituti Tecnici e diffondere

gli Istituti Tecnici Superiori per garantire educazione terziaria senza dover passare

per l’università; vogliamo riqualificare la formazione professionale integrandola con

quella tecnica e recuperando le enormi risorse oggi sprecate in questo settore. I

campi di specializzazione delle scuole tecniche e professionali devono essere molto

più numerosi di oggi, sulla scorta di quanto succede per esempio in Germania. Va

aumentato esponenzialmente il numero di giovani che fanno una esperienza di vita in

azienda durante la scuola secondaria.

Meritocrazia vera: promossi gli studenti e gli insegnanti

migliori

Premiamo il merito degli studenti. Attuiamo pienamente l’art. 34 della Costituzione

“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi

più alti degli studi”

Chi ha le capacità e mostra adeguato impegno deve poter arrivare fino al massimo

della formazione anche se non in possesso dei mezzi per mantenersi agli studi: oggi

non è così. Prevediamo un sistema di voucher per gli studenti meritevoli, da includere

nel budget destinato al welfare famigliare, per evitare l’abbandono scolastico da

parte di chi si trovi in condizioni di partenza meno fortunate.

Premiamo il merito degli insegnanti migliori. Carriera e riconoscimenti per i docenti

che si aggiornano, si impegnano e ottengono i migliori risultati.

Il ruolo e la professionalità degli insegnanti migliori meritano di essere adeguatamente

riconosciuti. Rispettiamo la competenza e premiamo il merito: ci sono insegnanti

capaci, che si aggiornano, che si impegnano e ce ne sono altri meno capaci, meno

aggiornati e che si impegnano molto meno. Vogliamo premiare in termini di carriera,

di stipendio e di graduatorie gli insegnanti con buoni risultati formativi, che fanno

ricerca e aggiornamento, che si impegnano più degli altri. Pensiamo che a tal fine

vada conferita maggiore autonomia alle scuole e maggiore responsabilità ai dirigenti

scolastici (da formare e selezionare a loro volta).

55


7.

8.

Autonomia, parità alle paritarie e orientamento chiaro per

scegliere bene il proprio futuro

Vera parità tra scuole statali e scuole paritarie: detrazioni/voucher per le famiglie,

controlli di qualità rigorosi.

Le scuole statali e le scuole paritarie vanno considerate come parti di un unico

insieme: la scuola pubblica. Entrambe svolgono un servizio di inestimabile utilità

pubblica, ed entrambe contribuiscono ad assicurare libertà, sapere e pluralismo nella

società italiana.

Dal livello di libertà dell’istruzione dipende il livello di libertà di un Paese, e per questo

è un servizio che non può essere erogato in regime di monopolio, neppure statale.

Anche nel settore dell’istruzione la competizione tra diversi istituti – statali e non –

può esercitare, in un quadro di buone regole, la spinta verso un più alto livello di

servizio, ottenuto con l’impiego dei migliori insegnanti, la definizione di programmi più

efficaci e innovativi, l’attrazione di studenti motivati, l’offerta di servizi di orientamento

in entrata e in uscita, l’utilizzo di strutture e attrezzature funzionali.

Gli strumenti per assicurare a famiglie e studenti libertà di scelta ed equità sul piano

contributivo possono essere diversi. Si può assegnare a ciascuno studente un voucher

che incorpori il valore delle risorse efficienti destinate dallo Stato alla sua formazione,

oppure un credito d’imposta alle famiglie con redditi capienti che decidano di istruire

i propri figli in una scuola paritaria.

Maggiore autonomia alle scuole pubbliche: anche nel selezionare gli insegnanti.

Vogliamo promuovere l’autonomia delle istituzioni scolastiche, sviluppando anche

modelli di governance e organizzativi alternativi. Autonomia deve voler dire disporre

di un minimo di risorse finanziarie, di know how e di strumenti di diritto privato per

realizzare concretamente le sperimentazioni. Autonomia deve voler dire poter

scegliere, almeno in parte, gli insegnanti che si considerano migliori, affidando

una chiara responsabilità ai dirigenti scolastici e “debellando”, tra l’altro, la pratica

degradante delle supplenze, oggi offerte a scadenze anche brevissime di settimana

in settimana. Il problema delle supplenze si può superare, non con assunzioni

massive ope legis, bensì garantendo l’opzione ai docenti abilitati – come accade in

altri Paesi europei – di coprire le ore di supplenza in cambio di riconoscimenti e di

una remunerazione ad hoc. Naturalmente, ogni dirigente scolastico dovrebbe poter

selezionare con contratto diretto gli insegnanti che considera migliori per queste

attività, senza alcun tipo di graduatoria burocratica.

Un buon esempio di autonomia scolastica sono le Charter Schools. Si tratta di

scuole finanziate dal bilancio pubblico ma gestite indipendentemente da privati e

con precise regole e controlli. Il modello ha trovato diverse declinazioni a seconda

del Paese di recepimento. Nell’America del Nord, in Canada, ad esempio, il sistema

delle Charter Schools è diffuso con risultati formativi anche di grande interesse. Nella

socialdemocratica Svezia, le Charter Schools sono addirittura gestite da società

commerciali, che hanno possibilità di profitto; di recente, anche il Regno Unito ha

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aperto il proprio sistema di istruzione alle Charter Schools, riservandolo però solo ad

enti non-profit. In Italia, potremmo avviare una sperimentazione.attività, senza alcun

tipo di graduatoria burocratica.

9.

Valutazione e trasparenza per assicurare meritocrazia e orientamento.

Autonomia, parità con le paritarie, meritocrazia, riduzione della dispersione scolastica

attraverso miglior orientamento sono tutti obiettivi raggiungibili solo se saranno adeguati

gli strumenti di valutazione degli istituti scolastici e se verranno trasparentemente

messi a disposizione i risultati di tale valutazione. Perché i giovani e le rispettive famiglie

siano in grado di scegliere il corso di studi più adatto e promettente è necessario che

i dati sulla valutazione siano messi a disposizione unitamente a informazioni del tipo:

che risultati hanno ottenuto gli studenti di ogni particolare scuola, che successivo

curriculum di studi o di lavoro hanno successivamente scelto, con quali risultati. Non

ha senso, come proposto dall’attuale Governo, ipotizzare autovalutazioni da parte dei

singoli istituti scolastici, che dovrebbero valutare se stessi: la valutazione o è esterna

e oggettiva, o non rappresenta un vero orientamento.

Orientamento inoltre significa aiutare ogni singolo ragazzo e ragazza a capire le proprie

attitudini e propensioni, e fornire loro elementi almeno di massima sul prevedibile

andamento del mercato del lavoro (professioni/mestieri/specializzazioni in crescita,

in calo, con offerta saturata o non coperta, ecc.).

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13 Marzo 2015 di Luca Bolognini

Quei 200 milioni di briciole

Al netto dei non docenti, la spesa annuale per gli insegnanti ammonta a oltre 30 miliardi

di euro senza calcolare i 3 miliardi stanziati per la maxi-assunzione.

I 200 milioni declamati da Renzi per il “merito”, che peraltro sarebbero assegnati con

criteri valutativi discutibili e incerti, sono le briciole delle briciole. I 3 miliardi per la maxiassunzione

ope legis avrebbero si’ fatto la differenza se destinati a premiare i docenti

più meritevoli: cosi’, invece, assistiamo ad un misero zero virgola percentuale che la dice

lunga su quanto al Governo interessi introdurre vero merito a scuola e quanto, invece,

sia spasmodica l’attenzione al consenso fine a se stesso. E il fatto di avere mantenuto gli

scatti di anzianità per la carriera è eloquente in tal senso, purtroppo.

“I presidi potranno finalmente scegliere i docenti da un albo”: che bello che sarebbe,

peccato che l’innovazione si riferisca non ai docenti migliori, che dovrebbero essere

contendibili sul mercato, ma solo ai 100.000 (in prospettiva 150.000) neo-assunti in

blocco senza concorso.

Anche con riferimento alle detrazioni fiscali per le paritarie assistiamo al solito gioco:

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si introduce il nome, lo slogan, ma poi i fondi destinati e i paletti sono estremamente

riduttivi. E ancora vaghi e fumosi, tanto la gente non va a tediarsi cercando le cifre (che

infatti mancano nel comunicato ufficiale del Governo) e le basta il profumo, l’idea. Come

con certi prodotti al tartufo, che di tartufo, dentro, non hanno neanche l’ombra e sono

aromatizzati con speciali gas.

La “Buona Scuola” proposta dal Governo Renzi è focalizzata sugli insegnanti, ai quali

viene anche regalato un bonus di 500 euro annui per andare a teatro o cose simili,

ma non nel senso che servirebbe (selettivo e meritocratico), solo nella direzione della

captatio benevolentiae più smaccata. Degli studenti, che dovrebbero essere l’obiettivo

di qualunque riforma dell’istruzione, il Governo non sembra appassionarsi più di tanto.

Forse perché non votano oggi?

E’ peraltro una “Buona Scuola” senza coraggio culturale, priva di slancio valoriale

e di “visione di mondo e di Italia”. Resta appiattita sul terreno delle tecnicalità e del

pragmatismo minimale.

In generale, anche questa volta dobbiamo prendere atto della tattica camaleontica del

rottamatore: impadronirsi in superficie di titoli e concetti giusti (autonomia scuole e presidi,

detrazioni per paritarie, merito, ecc.), e in realtà dedicare alla sostanza – sotto l’apparenza

– risorse minime, cambiamenti irrilevanti. Usa queste parole-chiave confondendo le idee

a giornali e opinione pubblica, che leggono slides in cui il quasi niente è spacciato per

tutto. Chissà cosa ne pensano gli insegnanti bravi, quelli che, di fronte a uno studente

che risponde correttamente a una sola domanda su dieci, danno l’insufficienza e non gli

riconoscono la lode.

Confidiamo nel Parlamento, che possa trasformare il disegno di legge proposto,

ribaltando le proporzioni tra sostanza e apparenza: e, magari, recependo le idee di Italia

Unica per rivoluzionare davvero la scuola italiana.

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16 Marzo 2015 di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi

Il bazooka di Draghi è ok, ma senza

investimenti pubblici la crescita resta un

miraggio

La prima settimana di Quantitive Easing può essere consegnata agli archivi. A partire

dal 9 Marzo la Banca Centrale Europea ha avviato il cosiddetto Public Sector Purchase

Program (PSPP). Si tratta di un massiccio programma di acquisti sul mercato secondario

messo in atto in parte dalla stessa BCE e, in misura più significativa, dalle singole banche

centrali nazionali, e riguardante una combinazione di titoli sovrani (per un ammontare

pari a 44 miliardi di Euro al mese), di titoli emessi da istituzioni sovranazionali basate

nell’Unione Europea – prevalentemente la Banca Europea degli Investimenti e il Fondo

Europeo di Stabilità – (per 6 miliardi al mese), e di titoli più complessi come le assetbacked

securities e i covered bond (per 10 miliardi al mese). L’obiettivo finale di questa

ampia manovra è quello di riportare l’inflazione dell’area Euro in linea con l’obiettivo di

medio termine del 2%.

Gli effetti del PSPP si fanno già notare in questi primi giorni: il tasso di cambio Euro/

Dollaro ha toccato il valore di 1,05, ai minimi da 12 anni a questa parte e, per quanto

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iguarda il nostro Paese, lo spread tra il BTP decennale ed il Bund ha toccato gli 85

punti, valore mai visto dal lontano 2010, così da portare il rendimento dei nostri titoli

al minimo storico dell’1,04%. Sono tutte notizie positive, che però hanno un retrogusto

preoccupante e fastidioso: che il Programma -oltre ad abbassare le tensioni sui mercati

e a beneficiare le nostre esportazioni- stia anche allentando l’attenzione nei confronti

delle riforme strutturali e della necessità di politiche fiscali espansive.

Questa sarebbe la peggiore delle notizie. Certamente il nostro Paese è uno dei maggiori

beneficiari del PSPP in ragione di due fattori. In primo luogo, essendo l’allocazione degli

acquisti dei titoli sovrani basata sull’incidenza dei singoli paesi sul PIL e sulla popolazione

dell’area Euro (e dunque pari al 17,5% per quanto riguarda l’Italia), nel corso del periodo

di validità del Programma verranno acquisiti ben 146 miliardi di titoli di stato italiani (pari

al 6,7% del nostro debito pubblico, giunto in questi giorni a toccare il valore massimo

da sempre) e la conseguente riduzione dei rendimenti consentirà alle finanze dello

Stato di risparmiare diversi miliardi di Euro a partire dalle prossime emissioni. In secondo

luogo, data la vocazione all’export della nostra industria manifatturiera, il deprezzamento

dell’Euro nei confronti delle altre valute equivale a una spinta della competitività delle

nostre produzioni rispetto a quelle dei nostri concorrenti al di fuori dell’area Euro.

Il brutto rovescio della medaglia è presto detto: il nostro Paese sarebbe tra quelli

maggiormente svantaggiati da un calo di tensione sul fronte delle riforme e degli

investimenti. Per capire questo punto basta una riflessione sulle determinanti della crisi

nel nostro Paese. La crisi finanziaria del 2008 e quella dei debiti sovrani nel 2011 sono

infatti virus che hanno colpito, nel nostro caso, un organismo già prostrato da oltre un

decennio di incremento della spesa pubblica (cresciuta di 269 miliardi di Euro cioè del

50% dal 2000 al 2012), di conseguente incremento delle imposte (cresciute nel medesimo

periodo di 228 miliardi, pari al 42,5%), di deterioramento della dotazione infrastrutturale (a

causa della sostituzione della spesa in conto capitale con quella in conto corrente) e di

stagnazione della produttività del nostro sistema manifatturiero.

La storia economica insegna che le politiche di espansione della base monetaria sono,

se prese singolarmente, utili stimoli economici solo nel breve termine, appunto per via

dell’effetto di svalutazione valutaria e –sotto certe condizioni- dell’abbassamento del

costo del denaro. In un orizzonte temporale più lungo la leva monetaria necessita però

del contributo delle politiche fiscali e delle riforme strutturali, al fine di potere attivare

quella catena di trasmissione che permetta alla nuova base monetaria di essere assorbita

da un incremento dei finanziamenti a famiglie ed imprese, a loro volta determinati da

un aumento della fiducia nelle prospettive future dell’economia. In assenza di questo

meccanismo di trasmissione è sempre la storia a insegnarci che i QE finiscono per

inflazionare i prezzi delle attività finanziarie: da questo processo inflattivo scaturiscono

nuove bolle speculative, il cui inevitabile improvviso sgonfiamento tipicamente produce

pesanti effetti recessivi sull’economia reale, a partire dai paesi, come il nostro, caratterizzati

da maggiori squilibri strutturali.

Che fare quindi? In primo luogo è necessario, come noi di Italia Unica sosteniamo da

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tempo, un poderoso piano di investimenti pubblici, di pagamento dei debiti della Pubblica

Amministrazione nei confronti delle imprese, di trasferimenti di fondi nelle tasche dei

lavoratori a fronte di accordi di produttività a livello aziendale, il tutto finanziato dalla

combinazione della valorizzazione degli attivi pubblici, dall’utilizzo dei Fondi Strutturali e

dal rafforzamento della dotazione della Cassa Depositi e Prestiti.

In secondo luogo è necessaria una poderosa riduzione di imposte sia a carico delle

imprese (dimezzando l’IRES dal 27,5% al 13,75%) che delle famiglie (aumentando la no

tax area in funzione dei figli a carico) nonchè una politica di incentivazione della natalità

(fondamentale per rendere sostenibile il nostro sistema previdenziale a fronte di un

apparentemente inarrestabile invecchiamento della popolazione) coperta da una vera

spending review strutturale, la quale può liberare fino a 50 miliardi di Euro di risorse

aggiuntive.

Nel contempo va aumentata la partecipazione al mercato del lavoro di giovani,

donne e disoccupati over 50 tramite una vera riforma all’insegna della flessibilità e

dell’adeguamento dei modelli contrattuali alle esigenze delle imprese (e non riducendo

tutti i modelli contrattuali ad un contratto a tempo indeterminato, poco flessibile per le

aziende ad ancora meno tutelante per i lavoratori).

Non solo: bisogna attivare nuove risorse grazie a robuste liberalizzazioni nel settore

dei servizi, che di fatto è la vera locomotiva occupazionale nei Paesi più avanzati

economicamente (e non con le finte riforme del DDL Concorrenza che servono solo a

tutelare le lobby vicine al Governo). Per non dimenticare la madre di tutte le riforme:

quella della Pubblica Amministrazione, all’insegna del merito e della responsabilità (al

contrario di quanto sta facendo il Governo che non tocca l’articolo 18 per i dipendenti

della PA e lascia il merito al di fuori della scuola).

Il QE di Draghi è una grande occasione per il nostro Paese. Sta a noi, parafrasando Dante,

cogliere l’opportunità ed uscire a rivedere le stelle, invece di adagiarsi su finti allori per

poi ripiombare nel più cupo degli inferni.

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19 Marzo 2015 di Lelio Alfonso

Se Renzi balla con i Lupi, di certo non

balla da solo

L’ennesimo scandalo scoppiato intorno a gestione e controllo dei grandi appalti non

può essere liquidato come una semplice questione di ruberie e malversazioni. Certo,

riaffermata la presunzione d’innocenza, che deve valere per ciascuna delle figure

convolte, occorre aspettare che la magistratura inquirente porti fino in fondo il lavoro

di riscontro dei vari elementi, così come si dovrà attendere il giudizio delle varie corti.

Tuttavia, il rilievo politico della vicenda è sotto gli occhi di tutti. E non soltanto perché

vede coinvolto uno dei più importanti ministri (tra l’altro neppure indagato), ma perché

offre ancora una volta lo spaccato di una commistione fra politica e affari. Un legame che

pare impossibile spezzare e che, invece, è al centro della famosa questione morale che

non ci fa fare una gran bella figura nelle classifiche delle grandi agenzie internazionali

e che, spesso, porta a dire che gli italiani (da questo punto di vista) non sono poi molto

affidabili, con conseguente freno anche agli investimenti come in ogni altra realtà di

illegalità diffusa.

Come Italia Unica, in questi mesi, abbiamo più volte ricordato una serie di proposte

tese a contrastare i fenomeni corruttivi, a cominciare dalla riduzione del numero delle

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partecipate pubbliche e degli oltre 35.000 (sì, trentacinquemila) centri di spesa pubblica

diffusi su tutto il territorio nazionale.

Oggi, però, s’impone anche un giudizio sul Governo e sull’atteggiamento dello stesso

Matteo Renzi, il quale ogni volta che scoppia una qualche grana (basti pensare alle tangenti

legate all’Expo o al Mose, per non parlare di Mafia Capitale) assume l’atteggiamento di

uno che passa di lì per caso, come se fosse ancora il Sindaco di una bella città e nulla più.

E, come parlasse con gli amici al Bar Sport, si limita ad invocare pene sempre più severe

e a trincerarsi dietro la pur rassicurante figura di Raffaele Cantone, Alto Commissario

Anticorruzione che si spende in molte dichiarazioni, fino a quella di rivedere la legge

Severino.

Così, anche nella vicenda che vede coinvolto Maurizio Lupi, lui che fa? Si defila, lascia

che siano altri ad infarinarsi con le pastette di una trattativa con NCD, sperando che alla

fine il ministro ‘spontaneamente’ rassegni le dimissioni (magari in cambio di una qualche

contropartita politica) e gli risolva la grana e passare oltre.

Ma non era lui che parlava di rottamare tutti i vecchi vizi della politica? Non era lui che

diceva di voler smontare il “Sistema”?

Di certo, a smontarlo, non aiutano le proposte e le bozze legislative circolate in queste

ultime settimane. Non aiuta la sua proposta di un Senato dove siedono sindaci e consiglieri

regionali, né tantomeno il suo “Italicum” congegnato per mettere tutto il potere nelle

mani di un solo uomo. Non aiuta il controllo diretto del governo sulla Rai e la riduzione

del potere mediatico al servizio del “pensiero unico”.

Tra l’altro, per pura coincidenza, anche questa volta le indagini sono partite proprio alla

sua città. Quella Firenze dove, da Sindaco, aveva già potuto sperimentare la abnorme

lievitazione dei costi del Teatro dell’Opera, del sottoattraversamento dell’Alta Velocità,

della Stazione Foster, della Scuola Marescialli, della Variante di Valico, per citare soltanto

alcuni dei tanti investimenti mal riusciti.

Questo “sistema”, quindi, non è soltanto un portato del passato, è una realtà del presente.

E per sconfiggerlo non basterà un qualche aggiustamento normativo. Bisognerà mettere

in campo un di più di disapprovazione sociale verso certe pratiche, ma soprattutto mettere

ai margini coloro che si sono macchiati di reati contro la pubblica amministrazione.

Un lavoro di lunga lena e di grande rigore morale. Noi siamo pronti a portare il nostro

contributo di idee e di serietà comportamentale. Ma con una consapevolezza: se Renzi

balla con i Lupi, di certo non balla da solo.

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20 Marzo 2015 di Corrado Passera

Lotta al terrorismo, il tempo è scaduto.

Ecco come si può sconfiggere

I fatti di Tunisi, le vittime anche italiane sul campo, ci dicono che il tempo è scaduto e

che la sfida del terrorismo jihadista richiede una risposta immediata e all’altezza della

situazione. Gli italiani hanno giustamente paura, il loro timore e la loro preoccupazione

sono pienamente giustificati. Anche per questo ci riconosciamo nella saggezza del

presidente Mattarella nell’intervista alla Cnn. Cos’altro deve succedere affinché scatti

l’allarme delle cancellerie internazionali? Quante altre vittime devono essere sacrificate

sull’altare del disinteresse e degli egoismi nazionali? Chi parla di scontro di civiltà e della

necessità di evitarlo ormai devia colpevolmente dal problema. L’affondo dell’Isis non ha

nulla di civile. Imbracciare un mitra e sparare contro turisti inermi; sgozzare gli ostaggi

davanti agli schermi tv, bruciare vive persone chiuse in una gabbia, ingaggiare bambini

e farli diventare boia è l’atteggiamento che contraddistingue i carnefici, non i martiri. La

guerra proclamata unilateralmente dal fanatismo è rivolta contro ogni forma di civiltà,

occidentale e orientale, europea o araba che sia. È contro ogni tipo di religione, cristiana

o islamica. È un attacco globale, e globale deve essere la risposta. Guai a pensare che

interventi singoli, che innalzano il vessillo di nazionalismi miopi, siano la strada giusta: al

contrario sarebbero la catastrofe.

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Quel che davvero occorre è mettere in campo una coalizione la più larga possibile, che

veda l’Europa in prima fila ma coinvolga a pieno titolo anche gli USA, la Russia e gli

Stati arabi moderati del nord dell’Africa. Quel che davvero serve è avviare una intensa e

pressante iniziativa diplomatica che da un lato punti a colpire i Paesi che surrettiziamente

o addirittura a viso aperto finanziano, proteggono e sono complici del terrorismo, e

dall’altro abbia come fine non di scongiurare l’uso della forza bensì di prepararla al

meglio. Non facciamoci illusioni. Non è mettendo sui balconi la bandiera arcobaleno dei

pacifisti che fermeremo le stragi terroriste: la risposta all’attacco jihadista non potrà non

avere una dimensione anche militare, sul campo.

Ma deve essere una risposta non frutto dell’improvvisazione. L’esempio dei Mirage

francesi contro Tripoli insegna: prima di bombardare bisogna sapere quale sarà il passo

successivo. Deve invece essere il frutto di un coinvolgimento dell’ONU e degli Stati che

vogliono essere in prima fila a difendere valori che sono alla base della convivenza e

della libertà. L’Unione Europea esiste soprattutto per questo! Senza peraltro dimenticare

che una strategia nella regione mediterranea non può prescindere da profonda revisione

critica da parte dell’Unione Europea della propria politica di Vicinato che, tanto a Sud

come a Est, ha dimostrato il suo fallimento e che dovrà essere concretamente indirizzata

a un robusto piano di sviluppo sociale ed economico in chiave cooperativa.

Anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte. Che dovrà essere quella di lavorare e

spendere le sue capacità per sollecitare la realizzazione di quel tipo di coalizione

internazionale che abbia lo spessore ed il consenso necessario a intervenire in maniera

efficace. Ridicolo sentir parlare di 5000 uomini pronti: per far che? Con chi ? Come parte

di una forza militare di 10.000 o di 100.000 uomini? L’importante è che, vista la rilevanza

e la drammaticità della sfida e del pericolo che tutti noi corriamo, quegli sforzi siano

condivisi, coinvolgano il Parlamento, le forze politiche e sociali, la pubblica opinione, e

le facciano sentire protagoniste. Il contrario di quanto finora avvenuto. Palazzo Chigi di

queste cose non parla: grave essere stati irrilevanti in Ucraina, ma sulla Libia non possiamo

proprio permettercelo. La politica estera e la guerra contro il terrorismo sono priorità per

costruire il futuro e dobbiamo smetterla di comportarci in maniera dilettantesca.

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23 Marzo 2015 di Corrado Passera

Così si combatte la corruzione

La corruzione è un cappio che stringe alla gola l’Italia e le toglie l’ossigeno delle risorse

economiche (60 mld sottratti alle finanze pubbliche, secondo la Corte dei conti) e della

coesione sociale. È un mostro. Ma non è invincibile. Con Italia Unica ci siamo sforzati

di mettere nero su bianco proposte concrete e immediatamente realizzabili che già

sintetizzammo, per primi, dopo “Mafia Capitale”. Fa da sfondo a questo decalogo una

visione della politica diversa da quella attuale: molte delle cose che proponiamo non

sono difficili ma non sono state mai fatte perché l’attuale politica vuole continuare a

intermediare tutti i fondi pubblici possibili invece di utilizzarli per ridurre le tasse o per

grandi progetti che tagliano fuori i clientelismi locali; mantenendo il controllo delle

10.000 partecipate pubbliche per fare i suoi interessi, non vuole rompere la complicità

tra corrotti e corruttori. Ecco le dieci proposte anti-corruzione di Italia Unica. Le abbiamo

individuate insieme ad altre da alcuni mesi, confrontandole in innumerevoli colloqui e

dibattiti prima di selezionare proprio queste.

1. Ridurre drasticamente, cioè dividere almeno per 100, il numero delle stazioni

appaltanti per garantire un adeguato livello di professionalità e di controllo. Il

numero di questi “rubinetti aperti” va portato dai 35.000 di oggi a 350 (ma si potrebbe

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arrivare anche a numeri molto inferiori ), incrementandone gli obblighi di trasparenza e

le possibilità di controllo diffuso.

2. Rendere più difficile l’infiltrazione della criminalità negli appalti pubblici. È urgente

rivedere i criteri di valutazione economica e soprattutto quello di massimo ribasso

delle offerte. Esso, infatti, è spesso sintomo della incapacità della PA di offrire il prezzo

corretto a fronte della qualità richiesta. È causa di infiniti contenziosi e, infine, agevola

le organizzazioni criminali che possono avvantaggiarsi di risorse umane, materiali e

finanziarie non a prezzi di mercato.

3. Semplificare la mostruosa normativa oggi vigente superando del tutto l’intricata

normativa nazionale vigente sui contratti pubblici – anche per i contratti sotto-soglia

– uniformando l’Italia al recepimento delle Direttive Europee, per essere finalmente

allineati con i mercati di forniture pubbliche di tutti gli altri Paesi UE. Si può provocare

una formidabile iniezione di trasparenza attraverso un’anagrafe pubblica degli

incarichi, delle nomine e delle forniture – dirette o in subfornitura – tra la Pubblica

amministrazione e ogni singolo cittadino o persona giuridica. Vogliamo un database

alimentato obbligatoriamente da tutti gli enti pubblici e un sito internet snello, simile alla

homepage di un motore di ricerca, in cui basti digitare il nome di un qualsiasi cittadino

o società per verificare quali rapporti abbia e/o abbia avuto con lo Stato, sia a livello

centrale che locale. Va inoltre introdotto il divieto assoluto di poter lavorare con la PA

– né direttamente né in subappalto – per le società delle quali non sia chiaramente

conosciuto il beneficiario finale in Italia o all’estero. Spingiamo perché a livello mondiale

vengano rese illegali le transazioni con i Paesi che non danno trasparenza dei beneficiari

ultimi.

4. Introdurre regole che assicurino la effettiva selezione meritocratica per gli incarichi

pubblici apicali (concorsi veri basati su criteri trasparenti e pubblicazione dei nomi dei

nominati e dei requisiti soddisfatti), e l’avvicendamento dei responsabili in tutte le posizioni

di responsabilità entro un numero di anni massimo ben definito e non superiore a dieci.

5. Rendere completi, veritieri e comprensibili i bilanci di tutte le entità pubbliche: dai

comuni alle ASL, dalle città metropolitane alle Regioni. Garantire ai cittadini la possibilità

di valutare e confrontare i risultati dei loro amministratori. Perché ciò succeda i bilanci

devono essere standardizzati (oggi sono compilati nei formati più diversi ), consolidati

(oggi molto spesso costi impropri e debiti sono “nascosti” nelle società partecipate che

non vengono consolidate nei bilanci ), certificati e disponibili on line in Open Data per

poter essere elaborati da chiunque sia interessato.

6. Ridurre l’enorme mondo delle partecipate pubbliche dove spesso le Amministrazioni

Centrali e Locali collocano attività che non possono svolgere come PA e dove si annidano

molti rischi di corruzione. Il compito della politica e dell’Amministrazione è quello di

fare buone regole e buoni controlli non di gestire attività che possono essere affidate

al mercato o alle comunità ( principio di sussidiarietà ). Chiudere pertanto o reinserire

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nella PA o privatizzare – a entità profit o non profit secondo i casi – tutte le partecipazioni

attualmente detenute dalle Amministrazioni Centrali e Locali con la possibilità di

mantenere quote rilevanti solo nelle reti essenziali (modello Terna e Snam) e impedire

7. Ridurre drasticamente l’enorme quantità di fondi gestiti in maniera discrezionale dalle

Amministrazioni Locali con rischio di spreco e di corruzione. Ridisegnare completamente

la destinazione dei Fondi Strutturali Europei riducendo drasticamente la miriade di

piccoli e piccolissimi progetti a livello di singola amministrazione locale a vantaggio di

pochi progetti strutturali strategici (es. ferrovie moderne per il Sud). Inoltre sostituire tutte

le forme discrezionali di contributi a fondo perduto e altri incentivi alle attività economiche

in meccanismi automatici come le riduzioni delle aliquote fiscali o i crediti di imposta.

8. Facilitare il compito della magistratura nel combattere la corruzione. Al di là degli

interventi generali per rendere la giustizia penale più efficace ed efficiente, è necessario

recidere il cordone che unisce corrotti e corruttori in un perverso rapporto di complicità

e convenienza, anche accogliendo le indicazioni del dottor Pignatone, Procuratore della

Repubblica di Roma, e dunque estendendo ai reati di corruzione alcune delle norme

premiali della legislazione sui pentiti e sui collaboratori di giustizia.

9. Adattare al sistema giudiziario italiano il modello statunitense del False Claims

Act. Il fulcro di questa legge del 2009 è quello di dare più potere e spazio ai così detti

“whistleblowers” (“spifferatori”), ossia a persone che denunciano malfunzionamenti e

illeciti che si verificano all’interno di un organismo pubblico o privato in cui lavorano o

con cui comunque collaborano. I campi di azione sono stati svariati in USA con recuperi

di decine di miliardi di dollari da parte dell’Amministrazione. La chiave del successo

di questa normativa sta nel permettere al cittadino o lavoratore pubblico e privato di

segnalare più facilmente alla magistratura le irregolarità di cui è stato testimone non

solo ricevendo protezione, ma godendo anche di un incentivo economico significativo

calcolato sui recuperi effettivamente realizzati.

10. Regolare l’attività di lobby con una opportuna normativa che dia, da un lato, assoluta

trasparenza e visibilità ai cittadini su tutto quanto viene fatto e, dall’altro, garantisca

certezza del diritto a chi fa questo mestiere e alla politica che dialoga, senza perdere

autonomia, con i rappresentanti di interessi. L’area grigia in cui si muove adesso il settore

del lobbying è intollerabile e foriera di malaffare, contro l’interesse dei professionisti del

lobbying onesti per primi.

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23 Marzo 2015 di Corrado Passera

Toccare le pensioni fa male e crea

incertezza, soprattutto se l’obiettivo è

prepensionare.

Italia Unica invita il Governo a sospendere lo stillicidio di proposte – più o meno abbozzate

– di taglio alle pensioni. Si tratta di un approccio sbagliato, che crea incertezza, e che

potrebbe mettere a rischio la ripresa dell’economia e dell’occupazione, che per ora è

fragile e insufficiente. Il governo sembra colpevolmente dimenticare che negli ultimi anni

si è già intervenuti sul sistema previdenziale, e che nel 2011 l’itinerario di riforme è stato

completato con il passaggio al sistema contributivo (cioè con pensioni legate agli effettivi

versamenti) e con l’innalzamento dell’età di pensionamento (per tener conto in maniera

adeguata della crescente durata media della vita). Grazie a una larghissima maggioranza

parlamentare e al sostegno delle parti sociali, il sistema è stato reso finanziariamente

sostenibile, così da allontanare il rischio di commissariamento per il nostro Paese. Italia

Unica è dunque contraria ad altri interventi riduttivi.

Come su molti altri temi, anche sulle pensioni l’esecutivo si è caratterizzato per un

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andamento ondivago, per non dire confuso. Da una parte –soprattutto nei documenti

ufficiali come la Nota di Aggiornamento al DEF- palazzo Chigi si è espresso in termini

elogiativi sulla Riforma Fornero lodandone il contributo cruciale all’equilibrio dei nostri

conti pubblici. Dall’altra parte, esponenti del governo e della maggioranza hanno

strizzato l’occhiolino alla demagogia prospettando smantellamenti parziali (o totali) della

riforma attraverso insostenibili prepensionamenti, eufemisticamente catalogati come

forme di “maggiore flessibilità” nella data di pensionamento. Infine -ed è ciò che qui

stigmatizziamo in modo particolare – si sono succeduti annunci disordinati e inquietanti

su possibili interventi di riduzioni delle pensioni già in essere. In sequenza si sono espressi

in questo senso il ministro Poletti con un’intervista estiva, a cui è seguita in autunno una

proposta di legge da parte dei deputati Baretta, Damiano e Lenzi. Sempre sulla stessa

linea Yoram Gutgeld -il principale consigliere economico di Renzi- ha esplicitamente

collegato i “contributi di solidarietà” sulle pensioni più elevate alla maggiore flessibilità

sulla data di (pre)pensionamento, lasciando intendere che le nuove regole interpretative

del Patto di Stabilità ora consentono di agire in questo senso. Infine è intervenuto il

Presidente dell’INPS Boeri. In tutto ciò i mass media italiani non si preoccupano di agire

come cani da guardia e di rimarcare il comportamento erratico e incoerente del governo.

Italia Unica è contraria ad altri interventi di taglio sulle pensioni per molteplici ragioni. Il

ceto medio sta soffrendo moltissimo dopo tanti anni di crisi, e di fatto i pensionati hanno

contribuito al risanamento dei conti pubblici attraverso il blocco dell’adeguamento delle

pensioni all’inflazione. È importante smentire subito la volontà di tagliare le pensioni per

evitare che il livello di incertezza aumenti ulteriormente, con esiti difficilmente prevedibili.

Il pericolo è che questi elementi aggiuntivi di incertezza mettano a rischio la tenue ripresa

economica che grazie a Draghi e agli Emiri del petrolio si sta faticosamente avviando.

Anche in questo caso, l’approccio utilizzato dal governo è figlio di una cultura politica da

racchiudere in 140 caratteri che privilegia l’impatto mediatico delle proposte rispetto alla

volontà di analizzare in dettaglio e di risolvere i problemi in maniera decisa. La sostenibilità

del nostro sistema previdenziale nel medio termine non può essere mantenuta e

rafforzata aumentando ulteriormente il carico fiscale sulle erogazioni, ma con politiche

volte da un lato a facilitare l’ingresso dei giovani e delle donne sul mercato del lavoro e

il rientro di chi, a causa della crisi, ne è uscito; e dall’altro a focalizzate sull’incremento

del rendimento delle gestioni pensionistiche collegando le gestioni stesse con il mondo

delle imprese.

Inoltre, invece di immaginare nuovi contributi sulle pensioni, bisogna avviare un processo

sistematico di riduzione della spesa corrente, quel processo che il governo Renzi –

come ampiamente dimostrato dal defenestramento del commissario Cottarelli – ha

pochissima voglia di attuare, proseguendo piuttosto sulla strada perversa di finanziare

aumenti di spesa di vasta portata ma dai contorni incerti (i prepensionamenti, le assunzioni

generalizzate della scuola) attraverso risparmi di spesa solo simbolici e di dimensioni

ridotte. Aree di spesa sostanziosa e politicamente gradevole come il cumulo di pensioni

con le retribuzioni offerte dalle cariche pubbliche elettive, i trasferimenti inefficienti a

imprese e partecipate locali (spesso funzionali unicamente alla distribuzione di favori

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e prebende alle clientele dei partiti) e le miriadi di centri d’acquisto dentro la Pubblica

Amministrazione restano placidamente indisturbate, mentre la mancanza di coraggio

e competenza nel fare spending review non è gratis, ma viene di fatto pagata sia dai

cittadini, i quali godono di minori servizi e di un carico fiscale da primato mondiale, sia

dalle imprese, che nel 2014 si sono ad esempio viste scippare in autunno il taglio IRAP

deciso in primavera.

Non è questa la politica economica che noi vogliamo. Non è questa la politica di cui ha

bisogno il nostro paese per creare le condizioni su cui fondare la crescita.

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27 Marzo 2015

Appello per la democrazia ai

parlamentari e ai cittadini italiani

Italia Unica rivolge un appello ai Senatori e ai Deputati, quali rappresentanti del

popolo italiano, e lo estende a tutte le forze politiche, alle associazioni e ai cittadini,

per arginare una pericolosa deriva che accompagna la nuova legge elettorale,

il cosiddetto “Italicum”. Questa riforma, in combinazione con quella altrettanto

sbagliata del Senato, rischia di produrre effetti deleteri per la democrazia italiana,

assicurando una concentrazione di potere in mano di un’estrema minoranza, portando

a una quasi totale esautorazione degli elettori dalla scelta dei loro rappresentanti in

Parlamento e dando enorme potere ai Consigli Regionali.

Onorevoli Senatori, Onorevoli Deputati,

tra poche settimane sarete nuovamente chiamati a pronunciarvi, e in maniera definitiva,

su quella che ad avviso di Italia Unica rappresenterebbe una grave lesione della

democrazia nel nostro Paese. Una nuova legge elettorale che umilia la partecipazione

e la rappresentanza attraverso l’adozione di meccanismi in grado di regalare a una

minoranza partitica il controllo assoluto di tutto: Parlamento, Governo, Presidenza

della Repubblica e, a cascata, tutte le altre posizioni istituzionali, a partire dalla Corte

Costituzionale. Così come immaginato, l’ impianto della legge elettorale non risponde

allo spirito della Costituzione e ai rilievi della Corte Costituzionale che hanno portato

all’abrogazione del Porcellum.

In particolare ci preoccupano due scelte strutturali molto pericolose:

La prima scelta che riteniamo sbagliata e pericolosa riguarda il premio fino al 15% –

equivale a molti milioni di voti – alla lista che raggiunga il 40% al primo turno senza che

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venga previsto alcun tipo di contrappeso (per esempio maggioranze qualificate per la

nomina del Presidente della Repubblica). Si tratta di una soluzione che non ha pari in

nessun’altra democrazia matura.

La seconda scelta che riteniamo sbagliata e pericolosa riguarda la sostanziale

impossibilità per i cittadini di poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento: la

stragrande maggioranza di Deputati e Senatori rimarrebbero dei “nominati”: il 100% dei

Senatori sarebbero eletti in secondo grado, quasi tutti dai Consigli Regionali, e buona

parte dei Deputati – grazie a liste bloccate e candidature multiple – sarebbe scelta dalle

segreterie dei partiti.

Alla antidemocratica legge elettorale che sta per essere licenziata si unisce la pessima

riforma del Senato della Repubblica. Il Senato non viene abolito, ma anzi – come si evince

chiaramente dal nuovo articolo 55 della Costituzione – continua a rivestire un ruolo

chiave nella formazione delle leggi. La legge di riforma, di fatto, offre al Senato il potere

di intervenire su quasi tutte le tematiche (basti citare che esso resta competente sulle

“decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche

dell’Unione Europea”).

Pur non avendo l’ultima parola e non potendo dare la fiducia al Governo, il Senato finirà per

imporre tempi comunque lunghi di approvazione praticamente su ogni legge. Insomma

si trasforma il Senato in una specie di nuovo CNEL, ma solo fintamente consultivo

perché la Camera dovrà rivotare con maggioranze qualificate ogni qualvolta Palazzo

Madama esprimerà un parere negativo. Consideriamo infine sbagliato “affidare” il Senato

ad amministratori locali che continueranno a ricevere i loro emolumenti dai Consigli

Regionali e avranno l’inevitabile tendenza a favorire e ad occuparsi prioritariamente di

interessi territoriali. Come pure consideriamo sbagliato far passare l’idea che si possa

svolgere il compito di Senatore e di Consigliere Regionale part-time.

Si tratta di scelte pericolose fatte a colpi di maggioranza, senza aver costruito quell’ampio

consenso parlamentare che dovrebbe caratterizzare qualsiasi riforma costituzionale.

Entrambe le riforme sul tavolo non risolverebbero comunque nessuno dei grandi

problemi che pretendono, in astratto, di affrontare:

• Non favorirebbero la partecipazione dei cittadini perché una legge elettorale che

costringe fin dal primo turno partiti e movimenti del tutto eterogenei in liste unicamente

finalizzate alla conquista del premio e che impedisce di scegliere il proprio rappresentante

in Parlamento allontana ulteriormente la gente dalla politica e favorisce l’astensionismo;

• Non favorirebbero la governabilità: sappiamo tutti che si creeranno coalizioni camuffate

da liste singole, con dentro tutto e il contrario di tutto, che il giorno dopo le elezioni

comincerebbero a sfaldarsi;

• Non si ridurrebbero i costi della politica perché l’apparato del Senato continuerebbe a

costare praticamente come oggi. Il risparmio di emolumenti, al netto dei costi diretti e

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indiretti derivanti dai Senatori part time e in continua trasferta, sarà del tutto irrilevante.

E non si dica che non ci sono altri modi per ottenere più partecipazione, più governabilità,

minori costi della politica! Basterebbe, per esempio, considerare le proposte di Italia

Unica: sistema elettorale a doppio turno di coalizione, collegi uninominali che collegano

realmente candidati ed elettori, riduzione netta del numero di parlamentari (non oltre

400) eventualmente anche con un’unica Camera.

Per tutte queste ragioni diciamo NO all’Italicum e all’attuale riforma del Senato: la

consideriamo un grave errore istituzionale, politico e legislativo, disegnato sulle

esclusive esigenze di un singolo Partito che aspira in maniera esplicita a porsi come

Partito Unico della Nazione. Si sta procedendo allo stravolgimento di cardini essenziali

della nostra Carta Costituzionale, esautorando il Parlamento da qualsiasi ruolo rilevante

e trasformando in modo surrettizio la nostra Repubblica parlamentare in “Repubblica del

Premier” senza contrappesi democratici.

Perciò facciamo appello alla sensibilità e all’indipendenza di ciascun Parlamentare, alle

forze politiche, alle associazioni e ai cittadini italiani, affinché si possa correggere la rotta.

Onorevoli Senatori e Onorevoli Deputati, siete e siamo ancora in tempo. La difesa della

Costituzione e delle istituzioni è un dovere morale e politico di tutti!

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4 Aprile 2015 di Massimo Brambilla

Istat e Giano Bifronte

Non sappiamo se il Ministro Padoan sia appassionato di mitologia romana. In ogni caso le

sue recenti dichiarazioni sul Documento di Economia e Finanza che verrà presentato al

Parlamento entro il 10 Aprile ricordano il Giano Bifronte, la divinità dai due volti, capace di

guardare sia il passato che il futuro. In effetti, l’annuncio di un DEF espansivo per lavoro ed

investimenti dà l’impressione che anche il ministro dell’economia si ispiri al bifrontismo

del Governo di cui fa parte, che contrappone la faccia espansiva degli annunci con quella

dell’aumento della tassazione contenuta nei provvedimenti.

Questo non lo diciamo noi, ma lo attesta l’Istat nelle rilevazioni sul “Conto Economico

delle Amministrazioni Pubbliche alla fine del Quarto Trimestre 2014” in cui a fronte di un

rapporto Deficit/PIL che, nonostante i significativi risparmi sugli interessi passivi, calati

del 4,6% nel corso del 2014, danza pericolosamente sulla soglia del 3% (oltrepassata

la quale scatterebbe il ritorno del nostro Paese nella procedura per deficit eccessivo),

dimostra che “la più grande riduzione delle tasse di sempre” annunciata da Renzi

qualche mese fa ha portato ad un ulteriore aumento della pressione fiscale al record

storico del 43,5%. Il tutto a fronte di una spesa corrente che, nel corso dell’anno appena

concluso, ha continuato a crescere dell’1,2% al netto, appunto, degli interessi passivi e di

un ulteriore calo degli investimenti fissi lordi, che determinano la qualità della dotazione

infrastrutturale del nostro Paese, al valore anch’esso minimo di 36 miliardi di Euro (-6%

sul 2013).

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Non che la situazione sembri potere migliorare nel corso del 2015. A fronte dell’esclusione

dalla base imponibile IRAP del costo del lavoro a tempo indeterminato, il Governo ha

sinora dato mostra di fantasia invidiabile su come aumentare il peso del fisco sulle

tartassate imprese Italiane spaziando dalla retromarcia sulla riduzione dell’aliquota IRAP

prevista originariamente a partire dal 2014, alla combinazione del reverse charge e dello

split payment che hanno aumentato la tensione finanziaria in capo alle Piccole e Medie

Imprese con particolare accanimento su quelle fornitrici della Pubblica Amministrazione.

A tutto ciò si sono aggiunte la traduzione in legge delle scellerata circolare dell’Agenzia

del Territorio che ha reso imponibili ai fini IMU i beni strumentali “Imbullonati” e i ritardi

relativi all’approvazione delle delega fiscale. In sintesi la mannaia del tassatore ha

continuato a colpire con fredda precisione il sistema delle imprese. Per non parlare del

rischio di ulteriore aumento degli acconti IRES e IRAP 2015 in caso di incapienza del

gettito IVA introdotta nel Decreto Milleproroghe o dei ritardi sul fronte del pagamento dei

debiti della Pubblica Amministrazione (dei 68 miliardi di debiti rimasti dopo il pagamento

di 22 miliardi da parte dei Governi Monti e Renzi ne risultavano saldati dal Governo Renzi

al 31 Gennaio 2015 solo 13,7, più che compensati dai nuovi debiti che nel frattempo si

sono aggiunti a quelli pregressi).

Se il DEF vorrà essere realmente espansivo per occupazione e investimenti, servirà una

vera svolta rispetto alla continuità dimostrata dal Governo in termini di fare pagare ad

imprese e famiglie il continuo aumento della spesa pubblica corrente. I primi numeri

sull’impatto sull’occupazione derivante dalla decontribuzione ai fini IRAP del costo

del lavoro a tempo indeterminato (che temiamo confermate dai prossimi dati relativi

all’impatto del Jobs Act) mostrano, ancora una volta, che il lavoro non si crea per decreto

ma ponendo in atto le condizioni, fiscali, amministrative e legali, necessarie per incentivare

ed attirare gli investimenti.

Il DEF che vorremmo si porrebbe degli obiettivi di crescita del PIL ben superiori rispetto

dell’anemico 0,7% preannunciato da autorevoli esponenti del Governo, sommando

alle previsioni per il 2015 contenute nei precedenti DEF (1,3% nel DEF di Aprile 2014 poi

rivisto ad un modesto 0,6% nella nota di aggiornamento di Settembre) l’impatto del

QE di Draghi e del calo del costo del petrolio, non previsti nei precedenti documenti e

stimati complessivamente pari ad un +1,5% di PIL. Vorremmo anche vedere una riduzione

della pressione fiscale finanziata da un vero intervento di ridimensionamento della

spesa corrente ben superiore rispetto ai 10 miliardi preannunciati da Gutgeld, che parta

dall’adozione delle raccomandazioni dell’ex Commissario Cottarelli e dei suoi gruppi di

lavoro, i cui rapporti sono stati resi finalmente pubblici dopo una censura indegna di uno

Stato di diritito. A fronte del taglio della spesa corrente, auspichiamo anche una vera

ripresa degli investimenti fissi per trarre vantaggio della massa di liquidità immessa sui

mercati dal QE di Mario Draghi e del, peraltro insufficiente, Piano Juncker per procedere

a un ammodernamento delle nostre vetuste infrastrutture partendo dal Sud Italia, la cui

posizione strategica al centro del Mediterraneo deve essere valorizzata con investimenti

nelle ferrovie e nei porti, al Nord del Paese i cui distretti produttivi, tornati motore di crescita

per meriti propri, scontano infrastrutture inadeguate. Il DEF che vorremmo stimerebbe

l’impatto sul PIL di una vera riforma della Pubblica Amministrazione, all’insegna del

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merito e delle misurazione dei risultati (e non della volontà di conservazione dello

status quo dimostrata anche dalla non applicabilità al settore pubblico delle misure

sulla licenziabilità) e di una semplificazione degli adempimenti burocratici gravanti

sulle imprese (magari creando nel nostro Paese un meccanismo di tutela ispirato al

Regulatory Flexibility Act che negli USA blocca ogni nuova legge che aumenta il peso

della burocrazia sulle imprese).

Il DEF e la politica economica del Governo che vorremmo avrebbe un’unica faccia.

Sorridente nei confronti di chi, nonostante tutto, continua a produrre beni e servizi in

Italia. E che ha bisogno di vere riforme e non dell’ennesimo annuncio trionfante.

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11 Aprile 2015 di Fabrizio W. Luciolli

L’Iran e la scommessa di Obama

L’accordo

La maratona negoziale che ha riunito in Svizzera l’Iran e i cinque membri permanenti del

Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania (P5+1) e che questa volta ha

visto la partecipazione dell’attuale Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari

esteri e la politica di sicurezza, rappresenta un passaggio diplomatico di straordinaria

rilevanza nelle trattative ultra decennali sul programma nucleare iraniano.

L’accordo annunciato il 2 aprile impegna i contraenti per un periodo compreso fra i dieci

e i quindici anni e prevede limitazioni allo sviluppo del programma nucleare iraniano da

perseguirsi attraverso una serie di parametri e un meccanismo stringente d’ispezioni,

tuttora da definirsi, che dovrebbe consentire all’Agenzia internazionale per l’energia

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atomica (AIEA) di verificare la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare

iraniano. Una volta accertata da parte dell’AIEA l’ottemperanza iraniana all’accordo, gli

Stati Uniti e l’Unione Europea revocheranno le sanzioni imposte all’Iran limitatamente al

programma nucleare. Tale revoca non riguarda, pertanto, le sanzioni imposte dagli Stati

Uniti per il sostegno dell’Iran a gruppi terroristici o quelle relative alla violazione dei diritti

umani.

Le trattative di Losanna si sono, tuttavia, limitate al raggiungimento di un accordo-quadro

i cui dettagli dovranno essere definiti in protocolli tecnici che le parti si sono impegnate a

concordare entro il 30 giugno. L’accordo alimenta speranze ma legittima, altresì, diverse

riserve e cautele sugli esiti del processo negoziale e le sue conseguenze sulle dinamiche

geopolitiche della regione mediorientale e non solo.

In effetti, un’attenta analisi dei parametri indicati nell’accordo-quadro permette di

rilevare diverse criticità, e di sollevare dubbi e quesiti circa l’efficacia delle limitazioni al

programma nucleare iraniano. Le differenze di linguaggio dei diversi comunicati ufficiali,

l’indeterminatezza del meccanismo delle ispezioni, l’incertezza della tempistica prevista

per la revoca delle sanzioni, la mancata previsione della distruzione delle centrifughe,

la rinuncia allo spostamento fuori dal paese delle tonnellate di uranio in eccesso, la non

inclusione nell’accordo della proliferazione di vettori missilistici atti a trasportare testate

nucleari, appaiono tutti elementi che rischiano di minare l’efficacia dell’accordo e che

caratterizzeranno l’impegnativo processo negoziale dei prossimi mesi.

La Dottrina Obama

Il raggiungimento dell’accordo con l’Iran costituisce un’ indubbia affermazione della

leadership del Presidente Obama. Dopo gli anni in cui gli Stati Uniti hanno manifestato

la propria “riluttanza” ad agire se non “from behind”, Obama sembra aver intrapreso un

diverso approccio volto a incidere significativamente sugli equilibri regionali in Medio

Oriente e non solo.

La dottrina Obama si inserisce, peraltro, in quell’Agenda per un mondo libero da armi

nucleari annunciata nel 2009 a Praga e che è annoverata fra le priorità della nuova

Strategia di sicurezza nazionale che il Presidente degli Stati Uniti ha rilasciato lo scorso

febbraio.

Il perseguimento della strategia avviata da Obama si rivela, tuttavia, non priva di rischi

in quanto dovrà saper far fronte a diversi fattori avversi, di natura interna piuttosto che

internazionale.

Nonostante l’accordo sia di carattere tecnico e non preveda alcuna formale

normalizzazione delle relazioni fra i rispettivi paesi, Obama come il Presidente iraniano

Rohani, sono chiamati a confrontarsi in patria con una diffusa opposizione e fortissime

resistenze. Negli Stati Uniti, quarantasette senatori repubblicani hanno inviato una lettera

aperta alla Guida Suprema Ali Khamenei per invitarlo a non stringere accordi con gli

Stati Uniti che non fossero approvati dal Congresso, testimoniando con ciò la spaccatura

creatasi sulla questione tra il potere esecutivo e quello legislativo, e il conseguente

rischio di una politica estera statunitense multipolare e indebolita.

Al fine di comunicare meglio i contenuti dell’accordo ad una stampa statunitense che

ne ha accolto con scetticismo l’annuncio, il 5 aprile Obama ha rilasciato una importante

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intervista al New York Times. In essa il Presidente ribadisce che “non c’è alcuna formula,

alcuna opzione per impedire che l’Iran ottenga un arma nucleare che sia più efficace

dell’iniziativa diplomatica e dell’accordo quadro”. L’ipotesi di un attacco militare se da

un lato fermerebbe temporaneamente il programma nucleare, dall’altro spingerebbe

l’Iran a un suo rilancio segreto. Inoltre, il permanere del solo regime di sanzioni non

accompagnato da altra azione, non farebbe altro che favorire il perseguimento del

programma secondo le modalità attuate dall’Iran sino ad oggi. Secondo il Presidente

Obama, solo l’iniziativa diplomatica, corroborata da una stringente attività ispettiva,

permetterebbe se non di bloccare, di rallentare per almeno dieci anni il programma

nucleare iraniano e, soprattutto, di monitorarne l’intera “catena”. Nel caso si verificasse

una violazione degli accordi da parte dell’Iran, il breakout time, ovvero il periodo di

tempo necessario per produrre il materiale per un ordigno, risulterebbe con l’accordo

comunque triplicato, ovvero si allungherebbe dagli attuali due o tre mesi a un anno.

Periodo sufficiente per imbastire un’adeguata risposta.

Le reazioni

Le insidie che Obama deve affrontare nel Congresso sono, inoltre, connesse con la

posizione fortemente critica di Israele. Il Premier Benjamin Netanyahu ha apertamente

osteggiato l’accordo di fronte al Congresso e ha attaccato l’Amministrazione Obama

perché non avrebbe fatto ricorso a tutte le leve negoziali con l’Iran. Israele interpreta

l’accordo come un riconoscimento del crescente ruolo regionale di Teheran e del suo

diritto di mantenere un programma nucleare, seppur civile. Ciò viene a minare l’esclusiva

sul nucleare che Israele vanta nella regione e la sua posizione d’interlocutore privilegiato

degli Stati Uniti. Inoltre, Israele teme che la revoca del regime delle sanzioni possa favorire

una ripresa da parte dell’Iran del finanziamento di movimenti terroristici in Libano, a Gaza

e nella regione.

L’accordo sul programma nucleare civile iraniano da parte dei P5+1 rischia di spingere

l’Arabia Saudita, l’Egitto e la Turchia, a dotarsi di capacità simili. In tal caso, sarà difficile

impedire a questi paesi ciò che è stato permesso all’Iran. L’Arabia Saudita, in particolare,

è pronta a ricorrere “a qualsiasi misura necessaria”, inclusa la possibile costruzione

di armi nucleari, per garantire la propria sicurezza nei confronti dell’Iran, ha dichiarato

l’ambasciatore saudita a New York. Riyadh avrebbe a suo tempo finanziato lo sviluppo

del programma nucleare pakistano sulla base di un accordo che prevedrebbe da

parte di Islamabad la cessione di testate in caso di necessità. In tale quadro, personale

pakistano opererebbe da tempo presso la base missilistica di al-Watan, a sud della

capitale, dove presto giungeranno i moderni vettori cinesi DF-21 in grado di ospitare

testate convenzionali e nucleari.

Vi è, inoltre chi nel mondo arabo ritiene che l’accordo di Losanna, riconoscendo di fatto

l’Iran quale potenza nucleare, renda necessaria la costituzione di una “NATO sunnita”,

a difesa e garanzia dello status nucleare del Pakistan quale alleato nei confronti della

“minaccia iraniana e israeliana” nella regione.

Il rischio che l’accordo fra gli Stati Uniti e l’Iran possa alimentare processi di riarmo nel

delicato quadrante mediorientale può essere affrontato, per il Presidente Obama, con

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una più intensa cooperazione che rassicuri i paesi arabi sunniti e le monarchie del Golfo

e ne rafforzi le rispettive capacità di difesa, anche missilistica.

La scommessa

Tuttavia, è sulle potenzialità legate ad un ritorno dell’Iran nell’economia mondiale,

attraverso la revoca delle sanzioni e lo sfruttamento non di materiali fissili ma delle

straordinarie capacità imprenditoriali della popolazione iraniana e delle sue giovani

generazioni, che si gioca la “scommessa” del Presidente Obama. Un “test” che non

prevede appello ma che il Presidente Obama ritiene oggi vada intentato. “L’America,

grazie alla sua potenza schiacciante, deve avere maggiore fiducia in se’ e deve essere

consapevole di poter assumere qualche rischio calcolato per cogliere importanti nuove

opportunità, come appunto il forgiare un accordo diplomatico con l’Iran.”

Un “rischio calcolato” che andrà attentamente ponderato, tenendo in considerazione non

solo gli effetti immediati e di breve periodo che l’accordo esplicherà per gli Stati Uniti

e l’Iran ma, soprattutto, l’impatto che questo potrà avere sulle dinamiche geopolitiche

in atto nella regione mediorientale. Rischi e valutazioni che richiedono da parte della

comunità internazionale una strategia coerente ed una visione globale dello scenario di

sicurezza di medio e lungo periodo che, così come per l’accordo di Losanna, rimangono

ancora da definirsi.

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19 Aprile 2015 di Corrado Passera

Lettera di Passera ai direttori dei media

sul pericolo dell’Italicum

L’iniziativa politica di Italia Unica contro la riforma elettorale e del Senato si arricchisce di

un nuovo capitolo. Corrado Passera ha inviato una lettera a tutti i direttori di quotidiani e

televisioni per ribadire le ragioni della contrarietà e soprattutto sensibilizzare i media sui

pericoli che l’Italicum contiene per le regole del gioco politico e l’equilibrio tra istituzioni

e cittadini. La lettera ha ricevuto una importante eco e ringraziamo i direttori che l’hanno

pubblicata integralmente o ne hanno dato conto.

Caro direttore,

Noi di Italia Unica fin dal gennaio 2014, ossia dal primo momento, ci siamo battuti contro

l’Italicum e la riforma del Senato, quasi sempre in solitudine e scontando l’indifferenza

o, peggio, l’ostracismo delle altre forze politiche. Oggi il nodo arriva al pettine e tutti

possono vedere quante lacerazioni, scontri, divaricazioni dentro e fuori dai partiti quei

provvedimenti stanno provocando. Le riforme costituzionali finiscono per arrivare al

traguardo con l’imprimatur solitario – e peraltro non compatto – del Pd e con l’avallo

soltanto di altre formazioni minori.

Abbiamo ripetutamente illustrato i motivi della nostra fortissima contrarietà: l’abbiamo

fatto con il Presidente della Repubblica che ancora ringraziamo per la disponibilità e

sensibilità; con un appello indirizzato a tutti i parlamentari; con iniziative territoriali in tutta

Italia.

Ma i giochi si stanno chiudendo e lanciamo una ulteriore accorata, denuncia. Le cronache

raccontano di un premier arroccato nei suoi no e di dissidenti interni al suo partito più

o meno decisi a contrastarlo. Non è questo il punto. Le regole del gioco politico, che

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iguardano milioni di italiani, non possono risultare dall’ennesimo episodio di regolamenti

di conti dentro ad una forza politica, la replica seriale di una faida infinita a sinistra. Lo

diciamo senza enfasi, ma con grande determinazione: qui è in gioco il sistema democratico

nel suo complesso, inteso come sano equilibrio di poteri e giusti contrappesi. Il premio

di maggioranza previsto dall’Italicum è abnorme e senza pari nel mondo, con il risultato

che il partito che vince prende tutto, anche gli organi di garanzia come il Presidente

della Repubblica e la Corte Costituzionale; la stragrande maggioranza dei parlamentari

resta sciaguratamente nominata dalle segreterie dei partiti in spregio ad un elementare

diritto di scelta dei cittadini; il Senato in mano a consiglieri regionali in carica è il trionfo

dei particolarismi.

Già così ce ne sarebbe a sufficienza. Ma l’elemento più tossico sta nel colpo di maglio

inferto al principio cardine di ogni democrazia: la possibilità di alternanza garantita dal

bipolarismo. Renzi dice di voler difendere entrambi, ma mente: con l’Italicum si realizza

invece il disegno opposto, e non più nascosto, del Partito della Nazione, cioè del Partito

Unico di infausta memoria. Noi vogliamo che l’Italia vada avanti, Renzi vuole tornare

indietro ad esperienze già fallite.

L’Italicum e il nuovo Senato disegnano un sistema nel quale un potere enorme viene

assegnato ad un solo partito, ad un solo leader. Con gli antagonisti ridotti al ruolo di

comparse, e soprattutto senza contrappesi democratici. Non sono questi i principi che

possono e devono ispirare una democrazia moderna, compiuta, liberale, popolare. Siamo

i primi a voler sapere, la sera stessa delle elezioni, chi ha vinto e quindi governerà, ma

tante democrazie mature ci mostrano che si puòottenere questo risultato anche senza

rinunciare alle garanzie democratiche.

Neppure è vero che ormai è troppo tardi per ripensare l’impianto della legge. Intanto,

contro uno scempio il tempo non scade mai, e poi perché intestardirsi in una corsa

affannata quando alla scadenza naturale della legislatura, termine che Renzi ha sempre

detto di voler rispettare, mancano addirittura tre anni?

Per questo, ancora una volta, rinnoviamo il nostro invito al Parlamento: correggete una

legge sbagliata e foriera di storture e dissesti per le istituzioni. Agli italiani, oltre a ridare

il potere di stabilire quale governo avere e quali rappresentanti designare, va soprattutto

riconsegnata la voglia di tornare ad appassionarsi della politica: quella sana, quella che

è impegno civile e competizione ideale sui valori e concreta sui programmi. Le riforme

che servono sono queste, non altre.

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21 Aprile 2015 di Corrado Passera

Schiaffo al Parlamento, il renzismo

che fa male all’Italia. Italia Unica sta

costruendo l’alternativa che non c’è

La sostituzione dei dieci dissidenti Pd in Commissione Affari costituzionali della Camera

in vista dell’esame della riforma elettorale rappresenta uno schiaffo senza precedenti

al Parlamento. Non ci stancheremo mai di dirlo e di segnalarlo alla pubblica opinione

e a chi ha a cuore le istituzioni e su di esse, sul loro funzionamento, vigila: la riforma

elettorale, come e più del nuovo Senato, non possono essere un affare interno al Pd; un

modo per regolare conti tra componenti. Stiamo parlando delle regole fondamentali del

gioco politico, che dunque riguardano e sono patrimonio di tutti. Il modo in cui procede il

premier Matteo Renzi è inaccettabile. Da oltre un anno, per primi e praticamente da soli,

abbiamo lanciato l’allarme contro un pacchetto di riforme pericolose e fuorvianti. Oggi

siamo arrivati al dunque. L’epurazione – che’ di questo si tratta – dei dissidenti è un atto

che mortifica il Parlamento e getta una luce equivoca sulle reali intenzioni del premier.

Perché un leader vero, che aspira ad essere uno statista, non piega il funzionamento delle

Camere ai suoi interessi personali, non usa la posizione dominante di cui pro tempore (e

senza avallo degli elettori: guai a dimenticarlo) gode per incursioni sulle regole istituzionali.

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E se l’Italicum venisse approvato nella veste attuale, le cose sarebbero ancora peggio

visto che quella legge assegna un potere enorme e senza bilanciamenti ad un partito

solo, ad un solo leader.

L’ Italia ha molti problemi e certamente la mancanza diffusa di lavoro è il principale e il più

urgente. Il Governo ha perso un anno per dedicarsi a sue priorità di puro potere e oggi

siamo il paese d’Europa che meno si avvantaggia della ripresa ( con eccezione di Cipro

). Ora lo scenario si aggrava. Dando via libera all’Italicum corriamo il serio rischio dire sì

al consolidamento di un potere pervasivo e senza rivali, con uno squilibrio dannoso per

istituzioni e cittadini. La riforma elettorale arrivata all’ultimo miglio alla Camera, è deleteria

perché innalza un muro verso la creazione dell’alternanza, che della democrazia è il sale.

Non prevede i collegi uninominali dove la competizione tra candidati può svolgersi in

modo sano e comprensibile per gli elettori. Impedisce apparentamenti al ballottaggio e

dunque favorisce il partito unico. È questo il vero vulnus democratico, ciò che ci spinge

a definirlo un modello autoritario. Di fatto il patrimonio più importante della cosiddetta

Seconda repubblica ossia il bipolarismo, l’alternanza e la contendibilita’ della guida del

Paese, rischia di evaporare a favore di tentativi equivoci e pericolosi di partito Unico o

della Nazione che dir si voglia.

Il panorama si fa più cupo se esaminiamo le misure adottate dal governo per fronteggiare

la crisi economica. In realtà bisognerebbe parlare di “non misure”, visto che dopo un anno

di renzismo tutti i principali indicatori economici continuano ad avere il segno meno,

mentre crescita e sviluppo restano un binomio con la sostanza dei miraggi. Di riduzione

vera della tassazione non se ne parla, anzi: il prelievo aumenta in maniera costante.

Di tagli effettivi alla spesa neppure: la vicenda Cottarelli è emblematica. Di interventi

veri di razionalizzazione della spesa e di lotta agli sprechi non c’è traccia, e le società

partecipate sono ancora lì, pascolo per i partiti, allevamento di poltrone e prebende a

spese dei contribuenti.

Questo stato di cose si salda all’altro dato squilibrante: l’assenza di una opposizione

credibile e capace di gareggiare per il governo del Paese. Non c’è dubbio che la

responsabilità principale di questa situazione ricade sulle spalle di Silvio Berlusconi. Aver

suscitato tante speranze ed averle poi lasciate marcire è imperdonabile. Il problema è

sotto gli occhi di tutti. Forza Italia è nel caos preda di spinte centrifughe; il suo leader ha

rotto l’intesa con Renzi e cerca adesso ammiccamenti elettorali a puri fini di potere con il

lepenismo leghista o con il neo-centrismo, asservito alle logiche renziane, di Ncd.

È evidente a tutti che così non si crea alcuna opposizione. Peggio: su questa strada si

spingono milioni di elettori a rifiutare le urne, privandoli di un corretta rappresentanza

sociale e parlamentare. Si spiega così il fatto che in tanti siano finiti sotto le bandiere

di Renzi: non sono certo le grida di Salvini o le invettive di Grillo a poter coagulare il

consenso necessario ad un’alternativa di tipo europeo.

A noi di Italia Unica questo stato di cose appare chiarissimo. Ed è questa la motivazione

che mi ha spinto ad impegnarmi personalmente nella creazione di un partito.

Italia Unica, infatti, è nata sulla base di due ipotesi di lavoro. La prima: che Renzi non

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sarebbe stato in grado di innovare abbastanza per rimettere in moto il Paese e purtroppo,

come abbiamo detto, numeri alla mano la realtà si sta dimostrando peggio del previsto.

La seconda: che nessuno degli altri partiti sarebbe stato in grado di essere vera alternativa

al PD di Renzi. E purtroppo anche qui il risultato è stato peggio del previsto. Italia Unica

crede nel bipolarismo ed è convinta che si possa realizzare anche in Italia. Siamo certi

che nel nostro Paese ci sia una grande maggioranza silenziata con la quale costruire una

forte alternativa al PD di Renzi; che vuole essere orgogliosa di sentirsi italiana; che vuole

ritrovarsi in un progetto ambizioso di vera innovazione; che è disposta a guardare in faccia

i problemi rifuggendo dalla demagogia e dalla propaganda populista. Le proposte per

innovare profondamente l’Italia le abbiamo ( e altri contributi saranno ben accetti ), tanta

gente in gamba si sta organizzando in tutta Italia ma bisogna accelerare cercando quel

massimo comune divisore sul quale costruire l’alternativa politica di cui oggi l’Italia ha

bisogno. Abbiamo l’ambizione di diventare l’opposizione che non c’è e che si candida a

prendere il timone del governo. Senza paura del nuovo.

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9 Maggio 2015

Migrazioni straordinarie da Africa e

Medio Oriente: le proposte di Italia Unica

La Direzione Nazionale di Italia Unica, riunitasi sotto la presidenza di Corrado Passera, ha

affrontato il tema del crescente e drammatico flusso migratorio proveniente da vari paesi

dell’Africa e del Medio Oriente, che ha come suo obiettivo immediato le coste italiane,

“porta” d’Europa di questa fuga da povertà e paura.

Dopo aver ricordato che oggi cade la Festa dell’Europa, che ci vide fondatori e oggi

ci relega troppo spesso ai margini dei processi decisionali che vogliamo al contrario

rafforzare, perché in più Europa crediamo, la discussione si è aperta sottolineando che

siamo in presenza di un epocale sconvolgimento geopolitico di enormi dimensioni:

assurdo pensare che possa farsene carico un solo Paese.

Le migliaia di vittime – spesso ignote – che il Mediterraneo ha inghiottito sono un

monito ad agire rapidamente e con serietà per tutta la comunità internazionale, nessuno

escluso. Non sono accettabili le lacrime di circostanza che si asciugano in fretta per poi

voltarsi dall’altra parte. I governi hanno compiti e obiettivi da raggiungere per assicurare

accoglienza, garantire la sicurezza, evitare un esodo che non è sostenibile.

Uno scenario allarmante che tocca tutti da vicino.

“Se osservassimo un minuto di silenzio per ogni scomparso in mare, nessuno dovrebbe

parlare per 5 giorni e 8 ore”, ha dichiarato l’UNHCR, l’organismo dell’ONU che si batte

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per i diritti dei rifugiati. Ricordiamo l’ecatombe in cui hanno perso la vita almeno 800

persone, il 18 aprile 2015, la più grande perdita di vite di rifugiati e migranti mai accaduta

nel Mediterraneo. Più di 25.000 persone sono state soccorse in mare dal 2000 ad oggi

e ci si aspetta un’altra ondata di circa 9.000 persone nelle prossime settimane. Queste

persone sono bambini, donne, esseri umani. Anche dopo lo sbarco, i drammi continuano:

in base ad un documento diffuso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano,

dall’inizio del 2014 i minori non accompagnati arrivati in Italia dal Nord Africa sono stati

circa dodicimila: di essi, circa tremila – uno su quattro – sono scomparsi.

L’Europa, assieme alla NATO ed agli Stati Uniti, fino al 1989, anno della caduta del muro

di Berlino, aveva considerato il Mediterraneo come un quadrante essenziale della difesa

dell’Occidente; le sue acque erano presidiate dalla VI Flotta degli USA e dalla Marina

Italiana, considerata una delle migliori del bacino. Fino ad allora, ancorché si fossero

sviluppati eventi bellici di vasta portata (Crisi Libano-Israeliana, guerra dei 6 giorni,

crisi Somala, crisi dei Paesi sub-sahariani ecc.) non vi erano stati significativi tentativi di

migrazione di massa per sfuggire alla guerra o, se vi erano stati, venivano ben contenuti

dagli accordi con i Paesi di origine o di transito, soprattutto con la Libia di Gheddafi. Con

la caduta del muro di Berlino, l’Europa, la NATO e gli USA hanno destinato più energie e

interessi strategici fuori del Mediterraneo, verso i Paesi dell’Est Europa.

Il fenomeno migratorio presenta peculiarità che richiedono un ventaglio di misure: non

tutti i migranti sono infatti dello stesso tipo o hanno esigenze identiche. I rifugiati sono

per esempio persone bisognose di protezione, e per loro debbono valere le regole e le

misure sancite nei trattati internazionali.

Sono sempre più numerose le persone che provengono da Paesi che potenzialmente

presentano caratteristiche per riconoscere il diritto alla protezione internazionale ma la

realtà è che siamo di fronte a un flusso di ingressi non programmati che solo in parte (si

stima il 55% sulla base delle domande di riconoscimento di protezione internazionale

che hanno avuto esito positivo) sono riconducibili alla definizione di profughi: questa

percentuale si riferisce a una parte minoritaria dei migranti – quella censita, appunto

– mentre la stragrande maggioranza degli arrivi si compone di migranti non profughi.

Il resto, persone provenienti dal Centro Africa sono legate a tratte organizzate per

canalizzare a pagamento migranti in cerca di lavoro. Tale fenomeno si è incrementato

nei centri di raccolta libici nel corso dell’operazione Mare Nostrum e questo flusso si sta

attualmente riversando nelle traversate del mar Mediterraneo.

Va considerato comunque che circa due terzi degli arrivati non risultano essere presenti

in Italia (si calcola che, nel 2014, su circa 174000 arrivati, siano rimasti solo in circa 64000)

e che pertanto tali soggetti non hanno presentato domanda di asilo: insomma quella dei

profughi è una minoranza da non confondere con coloro che arrivano in cerca di lavoro

per i quali servono interventi specifici e diversi; ci sono centinaia di migliaia, ma si parla

addirittura di milioni, di esseri umani in attesa di trasferirsi in cerca di un mondo migliore,

e la storia è dalla loro parte: gli uomini sono sempre stati, e lo sono ancora, in movimento.

E poi esistono i delinquenti che vogliono venire in Europa, mescolati tra persone per

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ene, che arrivano anche scommettendo sulle difficoltà del sistema-giustizia italiano,

ingolfato e lentissimo. Su tutto questo si impianta la crescente attività criminale di tratta

di migranti.

Due cose devono essere chiare. Primo, la tratta dei migranti è un crimine odioso che

va combattuto con tutti i mezzi: è peraltro evidente che il traffico dei migranti è opzione

quasi esclusiva di gruppi criminali stranieri, i cui vertici rimangono nei paesi di origine o

di transito e che, nel nostro Paese operano con figure di secondo piano che hanno solo

il compito di gestire il “passaggio” in Italia verso l’estero, per cui noi possiamo perseguire

solo l’ultimo anello della sporca catena, ma non gli organizzatori responsabili. La tratta va

combattuta all’origine con un impegno che coinvolga le forze di polizia e di intelligence

dei Paesi europei e dei principali extra-europei. Rispetto al passato, l’organizzazione di

tali tratte presenta caratteristiche di elevata pericolosità legate agli espliciti collegamenti

di molti gruppi criminali con i movimenti fondamentalisti islamici interessati a finanziare

le loro operazioni militari e a destabilizzare gli stati occidentali.

In secondo luogo, chi si mette in viaggio per mare e si trova in difficoltà va soccorso

secondo i criteri fondamentali di umanità e le norme costituzionali e internazionali.

Tuttavia, se è vero che lo Stato (qualunque esso sia) non può non tener conto degli Accordi

Internazionali sui flussi migratori, sugli interventi di soccorso in mare, sull’accoglienza dei

richiedenti asilo, allo stesso modo non può e non deve voltare le spalle al diritto dei suoi

cittadini di pretendere una vita senza le incombenti minacce implicitamente connesse ad

una “accoglienza” illimitata e non ben regolamentata. In questi anni, l’Italia ha assorbito

oltre 5 milioni di immigrati (che quando si sono integrati hanno rappresentato anche

una risorsa demografica ed economica positiva per il Paese), ma ora non è in grado di

assorbirne altri fatto salvo l’impegno all’assistenza ai profughi.

Rivoluzionare il ruolo dell’Europa nel Mediterraneo.

Italia Unica registra con sconcerto ed amarezza che le autorità italiane finora hanno

operato poco e male sulla Libia, ed hanno lasciato colpevolmente incancrenire il

fenomeno dell’immigrazione clandestina e degli scafisti. I salvataggi in mare sono

stati opera della Marina italiana i cui meriti vanno riconosciuti assieme a quelli della

Guardia costiera (senza trascurare il fondamentale apporto di Protezione Civile, volontari

e amministrazioni locali): si tratta di un’attività che però va maggiormente condivisa a

livello comunitario.

Serve subito un intervento adeguato che poggi sul concerto della UE, dell’ONU, degli

Stati rivieraschi del Nord Africa. Non esiste una soluzione univoca o facile ad un problema

di questa portata, né ci sono ricette semplificatorie da adottare. Occorre operare su

vari livelli (diplomatico, di polizia internazionale, umanitario e se necessario anche

militare) e l’Italia deve pretendere dagli altri Paesi della UE la condivisione degli

oneri finanziari e assistenziali che interventi di tale portata richiedono.

Mare nostrum è stata abbandonata a favore di Triton (un programma perfino meno

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ambizioso del precedente): è cambiato il nome ma ciò non ha evitato al Mediterraneo di

diventare lo stesso un immenso cimitero. Mentre il semestre italiano di guida dell’Unione

si è rivelato una occasione sprecata, anche i recentissimi summit con i partner UE hanno

prodotto risultati miseri, nonostante la grancassa che da Palazzo Chigi si è riversata sui

media.

L’Italia ha invece l’interesse primario a essere protagonista nel controllo integrato dei

confini, per cui deve necessariamente muoversi per rivedere gli accordi di Dublino:

la UE deve avere una politica più chiara e forte in termini di immigrazione sia in termini

di meccanismi di selezione all’entrata sia in termini di integrazione. Non possono

essere lasciati ai singoli Paesi – che costituiscono i confini stessi della UE – l’onere e

la responsabilità di “difendere” tali confini e determinare la politica d’immigrazione

comune. Per realizzare quanto sopra, Italia Unica si impegnerà in sede europea anche

per promuovere le opportune modifiche ai Trattati della UE (TUE) e del Funzionamento

della UE (TFUE).

Bruxelles deve intessere rapporti di collaborazione con tutti i Paesi d’origine e di

transito in Africa e in Europa e di destinazione del fenomeno migratorio, concordando

aiuti economici e altre forme di cooperazione in cambio di impegni a trattenere i migranti o

a riaverli indietro se rimpatriati.Con l’Egitto, la Tunisia e con il Marocco sono stati sottoscritti

accordi internazionali appena sufficienti. I Paesi del centro Africa, invece, si rifiutano

di accettare il rientro dei loro cittadini e le nostre Istituzioni non sono particolarmente

solerti nel determinare le condizioni per vincolare questi Paesi a riprendere i loro cittadini

emigrati illegalmente.

Per le popolazioni che intendono lasciare il loro paese a seguito di conflitti ma che poi

hanno intenzione di ritornarvi, è necessario stringere accordi con i Paesi rivieraschi

che ospitano o potrebbero ospitare campi di raccolta di ogni tipo di migranti, perché la

gestione di tutti i campi venga trasferita all’ONU e che a tali strutture possano essere

riversati anche buona parte degli aiuti europei.

Un capitolo a parte riguarda la Libia, principale porto di passaggio e ripartenza dei migranti

e coacervo dell’azione dei trafficanti. È impossibile immaginare di tamponare i flussi senza

pacificare e stabilizzare la Libia, che oggi è un Paese privo di istituzioni affidabili e dove

si scontrano interessi di tribù, potentati locali, signori della guerra, infiltrazioni jihadiste.

Occorre impegnarsi per un riassetto statuale della Libia e allo stesso tempo operare

sul piano umanitario e militare. Resta fondamentale la stabilizzazione del Paese. La Libia

deve ritrovare un equilibrio superando la guerra interna che la sta distruggendo. Per

perseguire tale obiettivo, appare necessario cominciare a dare chiari segni di supporto al

Parlamento e al Governo di Tobruk attraverso aiuti diretti e attraverso il ruolo sul campo

che può svolgere il vicino Egitto. Appare invece del tutto irrealistico mettere intorno allo

stesso tavolo e sullo stesso piano fazioni islamiche estremiste e movimenti addirittura di

estrazione terroristica.

Per quel che riguarda l’aspetto umanitario, la presa in carico dei campi profughi libici

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non può che essere compito dell’ONU. Mentre la UE dovrebbe prendersi la responsabilità

di pattugliare militarmente le coste libiche per individuare gli scafisti e bloccare i barconi

in partenza con immigrati clandestini.

Razionalizzare la burocrazia italiana dell’immigrazione.

Guardando al nostro interno, fortemente carenti restano sia le operazioni di registrazione

degli sbarcati, sia la distribuzione equa dei carichi sui territori, sia i tempi burocratici per

l’accoglimento o meno delle domande di asilo che spesso sforano i 12 mesi.

Italia Unica propone di triplicare o più le Commissioni incaricate di svolgere il

compito di valutazione delle domande di asilo. Il problema è aggravato dal fatto che

le persone che hanno visto respinta la domanda continuano a permanere nei centri di

accoglienza a spese dello Stato: sostanzialmente tutti attivano i ricorsi e permangono nei

centri, rischiando anche degenerazioni “interessate” di alcune mele marce operanti nel

pur essenziale e nobile settore dell’accoglienza e nel relativo indotto (es. alberghiero). A

questo proposito, Italia Unica chiede al Governo di rappresentare in maniera compiuta

gli oneri diretti e indiretti che il fenomeno migranti comporta per le amministrazioni

centrali e locali del nostro Paese.

In aggiunta a ciò, Italia Unica propone che tutte le persone che hanno ricevuto una

risposta dalla Commissione preposta debbano fuoriuscire dai centri di accoglienza

(o espulsi dall’Italia o accettati come profughi); oppure che la condizione della loro

permanenza all’interno dei centri sia condizionata alla frequentazione obbligatoria di corsi

di educazione civica e allo svolgimento di attività di pubblica utilità. Questo certamente

non significa “fare lavorare gratis” i migranti, come improvvidamente proposto da alcune

forze politiche e perfino da rappresentanti di governo, ma anzi valorizzare l’impegno

richiesto ai migranti come corrispettivo degli oneri dalle Amministrazioni Pubbliche per

il loro sostentamento.

Il Governo, infine, anziché scaricare il problema della distribuzione dei profughi agli

apparati amministrativi che sono impotenti nel gestire i rapporti con i territori (è del tutto

evidente che l’accordo Stato-Regioni-Enti locali del 10 luglio 2014 non è più in grado

di rispondere alle attuali esigenze), abbia il coraggio di assumersi la responsabilità

di adottare gli interventi straordinari in grado di garantire una equa distribuzione dei

carichi d’accoglienza interni, per esempio tra Regioni e Comuni, affinché non gravino solo

su alcuni territori più esposti ai cui cittadini vanno anzi riconosciuti gli sforzi assicurati

sinora.

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9 Maggio 2015

Italicum, una legge sbagliata e

pericolosa. Continua la battaglia sulle

riforme

La Direzione nazionale di Italia Unica, riunitasi sotto la presidenza di Corrado Passera,

ha esaminato la situazione politica alla luce dell’approvazione definitiva della riforma

elettorale da parte della Camera.

Italia Unica, fin da subito, per più di un anno e praticamente da sola, ha denunciato i

limiti e le storture dell’Italicum, mettendo soprattutto in luce gli aspetti lesivi dei corretti

equilibri politico-istituzionali che la legge contiene.

Prima al Capo dello Stato, che ringraziamo ancora per l’incontro avuto e per l’attenzione

data al nostro partito, poi in appelli rivolti a tutti i Parlamentari, a lettere al Presidente del

Consiglio e al Ministro Boschi e per ultimo ai segretari dei vari partiti, abbiamo spiegato

le ragioni della nostra fortissima contrarietà. Siamo anche scesi in piazza a Montecitorio

con una manifestazione di protesta simbolica, proprio per testimoniare la volontà di non

lasciare nulla di intentato.

Tanta determinazione ha un motivo preciso. Con il nuovo meccanismo, infatti, un potere

abnorme, che non ha pari nel resto delle democrazie evolute, viene assegnato ad un solo

partito e ad un solo leader. Non è in discussione l’impianto maggioritario, sul quale da

sempre ItaliaUnica concorda: chi vince le elezioni deve avere la maggioranza in Parlamento

e dunque la possibilità di governare per tuta la legislatura. Ciò che consideriamo abnorme

è che vengano dati molti milioni di voti in premio ad una minoranza trasformandola in

maggioranza al primo turno, che non vengano permessi apparentamenti e coalizioni

al secondo turno rischiando di dare la maggioranza dei seggi a un partito di estrema

minoranza (che rappresenta magari il 15% degli italiani), che il partito che vince non solo

ha i voti per gestire il Paese, ma anche – di fatto – quelli per determinare gli organi di

garanzia: Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale.

Senza dimenticare che, ancora una volta, i cittadini verranno sostanzialmente privati del

potere di scegliere i loro Parlamentari visto che la stragrande maggioranza degli stessi

verrà stabilita dalle segreterie dei partiti attraverso i capilista bloccati e le candidature

multiple.

L’Italicum non favorisce la partecipazione perché forza a liste eterogenee tenute insieme

dalla voluttà del premio di maggioranza. Non favorisce nemmeno la governabilità: che

tenuta ha un Governo basato su incomprimibili eterogeneità e che preferisce accordi

di lista nascosti a trasparenti accordi di coalizione ? Né infine deve far velo la soglia

di sbarramento per l’accesso alla Camera, ridotta al 3 per cento. Per noi potrebbe

tranquillamente essere innalzata. Il punto è la coerenza e democraticità dell’intero

meccanismo, non qualche seggio in più per accontentare forze minoritarie.

L’Italicum è un meccanismo elettorale funzionale al progetto del Partito della Nazione, un

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sistema dove si vorrebbe una grande “balenottera” al centro, inamovibile e onnipotente,

circondata da forze politiche disorganizzate, estremiste o frammentate. Un disegno

lucido – dove alcuni sono caduti, altri hanno trovato il loro interesse di breve periodo, altri

ancora hanno avuto un rigurgito di dignità troppo tardi – di divide et impera che rischia di

condannare l’Italia ad una nuova fase di consociativismo, di trasformismo e di corruzione.

Certamente di declino.

La “scusa” della governabilità è il peggiore degli alibi.

È stata fatta passare sui media e nell’opinione pubblica la considerazione che, a causa

del tragico e colpevole immobilismo dei decenni scorsi, bisognava comunque fare

qualcosa sulla legge elettorale, indipendentemente se quel qualcosa rappresentasse

un giovamento o invece una torsione indebita delle regole del gioco. Un’immagine

sbagliata e rischiosa. Contro la quale Italia Unica si è spesa proponendo, come è nel

suo stile, precise e praticabili alternative: un sistema elettorale maggioritario con doppio

turno di coalizione e apparentamenti al ballottaggio; collegi uninominali per far valutare

e scegliere i deputati ai cittadini; monocameralismo con non più di 400 parlamentari.

Anche a costo di forzare come mai in precedenza i regolamenti parlamentari e

usando come un randello i voti di fiducia, Renzi ha condotto in porto una riforma

ritagliata sulle sue esigenze ed i suoi interessi. Contraddicendo il principio da lui stesso

solennemente annunciato per il quale provvedimenti delicatissimi sotto il profilo degli

equilibri democratici come questo dovessero essere approvati dal più largo numero

di forze politiche possibile. È accaduto invece che l’Italicum sia stato votato solo dallo

schieramento di maggioranza e con il netto dissenso di una parte del PD.

L’obiettivo è il bipolarismo.

Decisivo obiettivo politico di Italia Unica resta quello di coalizzare – nella salvaguardia

di precisi e fondamentali principi costituzionali e di equilibrio istituzionale – una parte

significativa del dissenso che in Parlamento e nel Paese, tra le forze politiche, le categorie

sociali ed economiche, gli esperti e soprattutto tra i cittadini (uno su due, dicono le

rilevazioni), si è manifestata contro l’Italicum. La battaglia per il bipolarismo vero, per la

partecipazione e la rappresentanza può raccogliere un largo fronte di cittadini italiani

che, come noi, non si danno per vinti.

Coerentemente con uno sforzo che dura da oltre un anno, Italia Unica non intende

adesso ripiegare. Ora la battaglia si sposta sulla riforma costituzionale: la nostra iniziativa

si concentrerà sulla necessità di introdurre contrappesi e bilanciamenti allo strapotere

del partito e del leader vincente. Per esempio mediante l’innalzamento significativo dei

quorum per la nomina del Presidente della Repubblica. Ragionando poi se riprendere in

considerazione anche la possibilità di un Senato elettivo al posto di quello immaginato

nella formulazione attuale della riforma, prigioniero dei Consigli regionali e dei loro

interessi.

Quanto infine alla possibilità di un referendum, valuteremo con il massimo impegno la

percorribilità di abrogazione di almeno le più evidenti storture della riforma.

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12 Maggio 2015 di Corrado Passera

Immigrazione, Passera: Piano Juncker

rischioso per l’Italia

“Sull’immigrazione dal Nord Africa e sulla tratta dei migranti, Italia Unica si è già espressa

in modo netto con il documento della Direzione nazionale di sabato scorso. Ma in vista del

vertice UE domani, alla luce delle indiscrezioni riguardo il piano redatto dal Presidente

Juncker, appaiono necessarie e urgenti alcune precisazioni, richiamando l’Unione Europea

ad un ruolo più attivo e responsabile, come chiesto anche dal Presidente Mattarella, e

che non prefigurino – come emerge chiaramente dalle bozze – una penalizzazione del

nostro Paese.

E’ molto importante che su questo tema la UE parli con una sola voce all’ONU. L’obiettivo

finale è di ottenere l’appoggio delle Nazioni Unite per la necessaria cornice di legalità

internazionale ai fini di interventi forti e coordinati contro la tratta degli esseri umani.

Tuttavia bisogna stare molto attenti a quali sono le mosse da adottare in ambito

comunitario. Sotto questo profilo, infatti, il cosiddetto piano Juncker appare molto

pericoloso per il nostro Paese. Intanto perché, di fatto, “commissaria” l’Italia per quanto

riguarda le procedure di accertamento dei migranti (identificazione, fotosegnalamento,

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ecc) e lascia trasparire l’intento della UE di tutelarsi rispetto alla intenzione di molti

migranti di trasferirsi verso altri Paesi europei. In secondo luogo, conferma ciò che è

sancito dall’Accordo di Dublino e dunque che la responsabilità ultima del trattamento

e accoglienza dei migranti è del Paese europeo di arrivo. Inoltre l’idea di una task force

ha senso se a valle del fotosegnalamento si definisce immediatamente il trasferimento

dei richiedenti protezione in altri Paesi UE sulla base di quote predefinite e non per

fossilizzarne la presenza in Italia a prescindere dalla vera volontà degli interessati .

Non solo. Il piano Juncker parla di appena 20.000 rifugiati da suddividersi tra Paesi

europei, tra cui ovviamente la stessa Italia. È appena il caso di rilevare la necessità di

porre estrema attenzione a parametri che potrebbero essere penalizzanti per noi.

La conseguenza di una simile impostazione – che ci auguriamo palazzo Chigi, la

responsabile Pesc Mogherini ed il ministro Gentiloni non recepiscano – sarebbe che

l’Italia, se non si interrompono gli sbarchi, diventerà un Paese con un numero imprecisato

ma grandissimo di immigrati non programmati e conseguenti costi altissimi di gestione:

già oggi non siamo lontani da 2 miliardi. Non dimentichiamo che sono già decine di

migliaia i contenziosi instaurati da altri Paesi UE per rimandarci migranti clandestini

secondo le norme di Dublino.

In sostanza se l’atteggiamento del Governo non cambia siamo nei guai: il sospetto è che

tanta acquiescenza sia da ricercare nella campagna elettorale in atto e nella volontà del

governo di non affrontare temi così spinosi. A cominciare dalla responsabilità di una così

grave emergenza troppo a lungo rimandata, e che ci sta scoppiando in mano.

Italia Unica guarda con attenzione agli sviluppi di una questione così delicata, e come

è nel suo stile è pronta a mettere sul tavolo proposte concrete di prima soluzione, oltre

naturalmente a quelle già contenute nel documento approvato dalla Direzione nazionale

e pubblicate qui.

Innanzitutto dobbiamo drasticamente accelerare le nostre capacità di accertamento

prevedendo anche un canale straordinario per la gestione delle cause di appello fino

al giudizio della Cassazione riguardanti le richieste di asilo, ricordando che finché non si

arriva al verdetto finale quel tipo di immigrazione resta a carico dell’Italia.

Soprattutto è fondamentale ottenere da subito che gli altri Paesi europei si facciano

carico di un numero di rifugiati (riconosciuti tali) ben maggiore dei 20.000 di cui si parla

oggi. Oppure contribuiscano in modo sostanziale agli oneri sostenuti dal Paese di entrata

nella UE. Dobbiamo inoltre cercare di ottenere una modifica dell’Accordo di Dublino

(che passa per modifica della Costituzione UE) che porti la gestione dei migranti non

programmati (almeno quelli con diritto di asilo) tra le responsabilità della UE, visto che

oggi a livello comunitario si parla solo di armonizzazione e fondi per integrazione.

Italia Unica ribadisce con forza, dunque, la necessità di un’azione seria della UE che

coniughi diritti e sicurezza, condividendo tra i vari Paesi membri le responsabilità

e l’impegno per risolvere un dramma di proporzioni enormi che non può e non deve

vedere l’Italia unica frontiera davanti alla straordinaria migrazione di centinaia di migliaia

di persone in fuga dalla paura e dalle guerre.

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21 Maggio 2015 di Riccardo Puglisi

Bonus Poletti, Malus Damiano

Sulla base del dibattito che si è acceso, sono opportune alcune riflessioni sulla sentenza

della Corte Costituzionale (la “sentenza Sciarra”) che ha dichiarato incostituzionale

il blocco degli scatti per inflazione delle pensioni superiori a tre volte la minima, e sui

provvedimenti presi e/o annunciati dal governo Renzi al proposito.

I costi

Partiamo dai numeri. Sulla base di quelli forniti dall’INPS e dalla Ragioneria dello Stato,

Renzi ha precisato che un rimborso totale degli scatti pensionistici per il quadriennio

2012-2015 costerebbe 18 miliardi di euro, cioè più di un punto di Pil: si tratterebbe di

una mazzata gigantesca sull’equilibrio dei conti pubblici, anche perché a ciò devono

essere aggiunti qualcosa come 5/6 miliardi di costo aggiuntivo per gli anni successivi

(su questo punto il governo non ha ancora fornito cifre precise). La ragione di questo

aggravioèsemplice: il monte pensioni aumenta a motivo della rivalutazione completa e

questa rivalutazione si trasla in avanti negli anni successivi.

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Proprio su queste basi, si chiarisce che la tanto ingiustamente bistrattata riforma Fornero

costituisce il principale intervento strutturale per rendere sostenibile il nostro sistema

pensionistico di fronte alla sfida posta dall’invecchiamento della popolazione. Nel rendere

sostenibile il sistema pensionistico, la riforma mette al sicuro i nostri conti pubblici nel

medio/lungo termine. Non solo: la riforma delle pensioni è stato ed è uno straordinario

provvedimento liberale di spending review, finalizzato a evitare nel breve termine

un’esplosione insostenibile delle prestazioni pensionistiche che –non dimentichiamoloin

un sistema a ripartizione come il nostro sono finanziate dai contributi e dalle imposte.

Gli effetti della sentenza della Consulta

Riguardo al modo in cui il governo Renzi ha gestito la questione, bisogna come al solito

distinguere il piano sostanziale da quello mediatico. Come è giusto che sia, partiamo

dal piano sostanziale: dal momento che nel decreto legge appena emanato si prevede

di restituire gli scatti per inflazione solo nel caso di pensioni di importo tra 3 e 6 volte

la minima (per un costo totale di 2 miliardi circa, rispetto a un’ipotetica restituzione di

18 miliardi) il dato di fatto è che il governo sta sostanzialmente confermando la riforma

Fornero delle pensioni, perlomeno nella sua parte relativa al breve termine. In realtà sta

andando anche oltre perché, a quanto si capisce, paga il “bonus” nel 2016 e quindi prolunga

ulteriormente il congelamento. Badate bene: la sta confermando, ma senza dirlo, perché

parlare bene della riforma Fornero appare elegante e moralmente accettabile solo nei

documenti ufficiali come il Documento di Economia e Finanza (DEF), quando si tratta di

mostrare al mondo la sostenibilità dei nostri conti pubblici.

Per quanto riguarda il futuro, si prevede un costo aggiuntivo di 500 milioni all’anno per gli

anni successivi (si evince dal comunicato stampa di palazzo Chigi): la questione non è del

tutto chiarita, ma molto probabilmente Renzi confermerà l’indicizzazione all’inflazione

decisa dal Governo Letta con la Legge di Stabilità 2014, ovvero un’indicizzazione

decrescente che si azzera per una pensione sei volte la minima. Il costo aggiuntivo (500

milioni) è dato dal fatto che il monte pensioni iniziale cresce a motivo dell’incremento

una tantum di cui sopra.

La propaganda mediatica

Passiamo all’aspetto mediatico della questione: qui Renzi agisce con la sua proverbiale

furbizia da professionista della politica: la restituzione di una parte dell’indicizzazione

viene venduta come un bonus graziosamente elargito dal governo (l’ormai famoso

#BonusPoletti). Non solo: purtroppo Renzi presenta se stesso come colui che sistema gli

errori compiuti dai governi passati, dolosamente dimenticandosi che dal punto di vista

dei conti il suo governo attuale sta sostanzialmente confermando la riforma Fornero,

perlomeno nei suoi effetti di breve termine. Giova anche ricordare –a vantaggio della

numerosa e crescente turba degli smemorati- che la riforma Fornero fu votata alla

Camera con una percentuale di sìpari all’80.6%, e con l’unanime appoggio dei deputati

del PD presenti: 199 sì, 0 astenuti, 0 contrari.

99


La restituzione una tantum

Bisogna anche prestare molta attenzione al modo in cui il governo intende finanziare

il pagamento di questa restituzione una tantum: ha perfettamente ragione Massimo

Brambilla quando ragiona sul fatto che sia increscioso utilizzare per questo fine il

fantomatico “tesoretto”(leggi: uno 0,1% di Pil aggiuntivo di spesa in deficit) contenuto

nell’ultimo DEF: questi spazi di spesa aggiuntivi dovrebbero essere utilizzati per

strumenti concreti di lotta alla povertà. Si provveda piuttosto a questa spesa straordinaria

con privatizzazioni e dismissioni aggiuntive: dismissioni una tantum per pagare una

restituzione una tantum. Non è ancora del tutto chiaro come verranno finanziati i 500

milioni annuali aggiuntivi per gli anni successivi: a nostro parere l’unica strada consiste

nel rendere più profonda la revisione della spesa corrente.

Il bonus Damiano

Veniamo ora alle vere dolenti note che si annidano nelle scelte del governo. L’astuta

– e pericolosa – mossa politica, la quale persegue anche il fine di compattare ala

renziana e ala sindacale del PD, consiste di fatto nel mettere insieme questo magico

Bonus Poletti con un #BonusDamiano, cioè l’introduzione della cosiddetta “flessibilità

in uscita”: un modo elegante per reintrodurre prepensionamenti nel sistema italiano. Ne

conseguirebbe uno smantellamento della riforma Fornero nella sua parte principale,

cioè nei suoi effetti benefici effetti sulla sostenibilità di medio-lungo termine del sistema,

che dipendono dall’allungamento dell’età pensionabile e dal passaggio al metodo di

calcolo contributivo per tutti. Attenzione dunque all’inganno che sta dentro il pacchetto

proposto: il rischio è di farsi distrarre dall’involucro (il Bonus Poletti) dimenticandosi della

sorpresa all’interno, cioè i prepensionamenti tanto amati dall’ala sinistra del PD (e non

solo).

Partiamo dalle basi: la riforma Fornero ha reso sostenibili le pensioni italiane e dunque le

ha salvaguardate, adesso e per il futuro. Se riapriamo il tema dei prepensionamenti –cioè

se mettiamo in discussione l’elemento fondante della riforma che consiste nell’innalzare

dell’età di pensionamento- il rischio grave è che venga colpito in maniera irresponsabile

l’intero impianto della riforma, così da creare un buco nei conti pubblici dell’ordine delle

decine – se non centinaia – di miliardi. Questo rischio è tanto maggiore quanto più il PD

in Parlamento si farà illudere dall’idea che il lavoro per i giovani si crea prepensionando

i lavoratori anziani, invece che tagliando le tasse e lasciando lo spazio agli investimenti.

Sotto questo profilo, affermare che tagliando di qualche decina di euro le pensioni sia

possibile andare in pensione con anni di anticipo assomiglia a un imbroglio bello e buono:

dal momento che il nostro è un sistema pensionistico a ripartizione (“senza tesoretto”), i

mancati contributi di chi va in pensione in anticipo e l’aumento della spesa pensionistica

si caricano entrambi sulle spalle di lavoratori e contribuenti attuali. Un breve accenno al

modo in cui il Governo si è difeso davanti alla Consulta: l’Avvocato dello Stato Giustina

Noviello -con cui ho avuto modo di interagire in questi giorni- è stato nominato come

responsabile della difesa della Presidenza del Consiglio quando Renzi era già in carica.

La memoria difensiva della Noviello rischia di rimanere nei cassetti di Consulta, Governo

100


e Avvocatura per un tempo che non vorremmo arrivasse all’anno, come già accaduto con

i dossier del Commissario alla Spending Review Cottarelli. Lo stesso Cottarelli –durante

l’ultima puntata del talk show Di Martedì- ha pacatamente espresso qualche dubbio

intorno all’efficacia della difesa del decreto SalvaItalia da parte di Governo e Avvocatura,

soprattutto dal punto di vista dell’effetto sui conti pubblici di una eventuale pronuncia di

incostituzionalità.

A questo punto vogliamo sapere come il governo Renzi ha difeso la riforma Fornero

davanti alla Consulta attraverso l’Avvocatura dello Stato: come è stata impostata la

causa? Quali dati contabili sono stati forniti dal Governo e dalla Ragioneria Generale

dello Stato a supporto di tale difesa?

Possiamo anche andare oltre: come suggerito dall’ex ministro della Giustizia Claudio

Martelli e dal costituzionalista Augusto Barbera, il governo potrebbe riproporre la

stessa misura di blocco parziale delle indicizzazioni contenuta nella riforma Fornero

affiancandola con una documentazione contabile di supporto più estesa e dettagliata

(rispetto alla descrizione già contenuta nella relazione illustrativa al SalvaItalia, come

spiegavo qui).

In ogni caso, è giusto che i cittadini sappiano come è stata gestita la questione: dopo

tutto non esistono soldi pubblici, ma solo soldi dei contribuenti (cit.). Ed è giusto che il

governo ben difenda questi soldi.

101


28 Maggio 2015

Togliamo la Rai ai partiti, restituendola ai

cittadini

Un decalogo per ritrovare democrazia, pluralismo e qualità nel servizio pubblico

radiotelevisivo.

Noi crediamo nel servizio pubblico radiotelevisivo perché ci sono attività fondamentali

per l’economia, la cultura e la democrazia del Paese che il mercato, da solo, non potrebbe

garantire: prima di tutto una informazione non di parte, uno spazio di dibattito politico

aperto nel rispetto delle pari opportunità, la valorizzazione in tutto il mondo del “Made

in Italy” sia culturale che economico. E infatti tutte le democrazie europee mantengono

un servizio pubblico più o meno ampio (e dedicando risorse in alcuni casi anche molto

superiori a quelle italiane).

Crediamo che la RAI possa garantire tale servizio pubblico in modo efficace ed efficiente

se saranno garantite buona gestione e autonomia dalla politica, due ingredienti

fondamentali, che si tengono insieme: infatti, non vi può essere una gestione sostenibile

e un vero servizio pubblico in presenza di commistioni malsane tra management e

ingerenze politiche varie.

La Rai va considerata prima di tutto una grande impresa editoriale e come tale focalizzata

soprattutto sulla creazione di contenuti di qualità mondiale, sulla capacità di attrarre

e valorizzare talenti in questo campo e sulla capacità di raggiungere con le migliori

tecnologie i suoi pubblici di riferimento.

La riforma proposta dal Governo Renzi è una pura operazione di potere che non chiarisce

gli obiettivi del servizio pubblico, che non assicura una buona gestione ‐ si conferma la

legislazione raffazzonata e inefficiente che ha portato la RAI alla situazione attuale ‐ e che

non solo non garantisce autonomia dalla politica ma sancisce in maniera inequivocabile

la dipendenza diretta della Rai dal Governo. Per quanto riguarda le nomine, infatti, si

conferisce al Presidente del Consiglio, in sostanza e al di là dei tecnicismi, il diritto di

occupazione totale: il Cda della RAI verrà eletto in parte dal Governo guidato da Matteo

Renzi e in parte da Matteo Renzi Segretario del PD (mediante maggioranza parlamentare

semplice e attraverso i Consigli Regionali controllati dal partito), mentre l’Amministratore

Delegato sarà sua diretta espressione! La montagna sta partorendo un ratto pericoloso

per la libertà d’informazione e il pluralismo democratico.

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Ecco i principali punti della riforma che Italia Unica propone:

1. Una RAI che sappia interpretare al meglio lo spirito del servizio pubblico, al passo

coi tempi. E’ necessario rilegittimare il Servizio Pubblico assicurando:

a. Informazione internazionale, nazionale e locale approfondita e sopra le parti.

b. Spazi di dibattito democratico. Vogliamo una RAI che riconosca spazi di confronto

tra cittadini e rappresentanti delle forze politiche sia parlamentari sia espressione della

società civile (movimenti, comitati referendari, terzo settore, ecc.).

c. Sviluppo di contenuti originali di qualità, contenendo la tendenza ad affidarsi sempre

più frequentemente a format internazionali.

d. Sviluppo e promozione della cultura e della creatività italiana (cinema, musica, teatro

e tutte le arti) in Italia e nel mondo.

e. Promozione dell’economia e delle imprese italiane nel mondo, con programmi

multilingua e format internazionali.

f. Formazione diffusa per contribuire a superare il digital divide, per accelerare il

superamento dell’enorme gap nella conoscenza della lingua inglese, per diffondere la

cultura del rischio e dell’impresa e per far crescere la coscienza civica.

Il servizio pubblico può fare la differenza per il livello di pluralismo, anche nel rispetto

delle pari opportunità, e quindi di livello di democrazia nel nostro Paese.

RAI dovrà assicurare un’offerta che favorisca pari accesso e rappresentazione di entrambi

i generi, evitando di trasmettere immagini e ruoli stereotipati nonché di usare espressioni

che possano essere discriminatorie e incitare alla violenza di genere. Allo stesso modo,

occorre garantire l’adeguatezza dell’offerta per il pubblico dei minori, attraverso la

trasmissione di programmi che tutelino la loro dignità e il loro sviluppo fisico, psichico

ed etico.

2. Un’offerta completa ma non pleonastica e che permetta di concentrare le risorse.

Nella nostra visione di Servizio Pubblico l’attuale offerta di canali RAI (14!) appare del tutto

pleonastica e non in linea con alcuno standard europeo. In prima battuta apparirebbero

sufficienti i tre canali generalisti ai quali aggiungere un canale all news, un canale culturale

di grande qualità, un canale in inglese di promozione nel mondo di tutto ciò che è italiano

(impresa, cultura, stili di vita, sport, ecc.). Si potrebbe eventualmente considerare un

canale di qualità per bambini per evitare che questa offerta sia limitata a coloro che

possono permettersi un abbonamento di pay TV.

L’intero prodotto della RAI, oltre che attraverso la televisione e la radio ( dove fare di

più ), in un’ottica di progressiva convergenza delle piattaforme tecnologiche, va inoltre

distribuito su tutti i nuovi media e avvalendosi delle migliori tecnologie via via disponibili.

La piattaforma BBC Partner può essere un interessante riferimento.

3. La RAI come motore dell’industria cinematografica e delle attività teatrali. La RAI

può essere un formidabile motore di sviluppo dell’industria creativa italiana, con il giusto

approccio. Nel cinema, per esempio, si deve passare da un rapporto di fornitura – cost

plus – a un rapporto di partenariato tra RAI e produttori: oggi questi ultimi producono

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per conto della RAI in un rapporto di “sudditanza” (ulteriormente esasperato quando

il duopolio si era trasformato in un sostanziale monopolio televisivo) che andrà invece

trasformato in un rapporto imprenditoriale che condivida maggiormente costi e ricavi.

Ciò permetterebbe di valorizzare i migliori produttori e le migliori opere – film, serie TV,

ecc. – selezionando invece più rigidamente le produzioni di minore qualità.

Per quanto riguarda il teatro la RAI potrebbe, per esempio, selezionare ogni anno un certo

numero di compagnie/produzioni alle quali assicurare un contributo iniziale a fronte dei

diritti di ripresa – ad hoc per la televisione – e di trasmissione dalla fine della stagione.

Sia in campo cinematografico sia in campo teatrale una quota dell’investimento RAI

andrebbe destinato ad artisti esordienti

4. Assicurare alla Rai indipendenza e autonomia dai partiti e dal Governo. Per

garantire l’indipendenza dai partiti e dal Governo, la RAI dovrebbe essere una

Fondazione autonoma affidata ad un Consiglio di Garanti composto di cinque/sette

persone, assicurando la presenza di uomini e donne di comprovata competenza

manageriale ed editoriale e senza conflitto di interesse alcuno, come dovrebbe

essere una vera autorità indipendente. La nomina dei Garanti potrebbe essere affidata

al Presidente della Repubblica e ad eventuali altri organi di Garanzia. Il Consiglio dei

Garanti nominerebbe il vertice operativo (Amministratore Delegato, direttore editoriale,

direttore amministrativo) al quale verrebbe garantita una forte autonomia nella gestione

ordinaria.

5. Sopprimere la Commissione Parlamentare di Vigilanza. Il Parlamento avrebbe la

responsabilità di approvare in aula il Contratto Triennale del Servizio Pubblico (entro il

settembre dell’ultimo anno di validità del precedente, diversamente si rinnoverebbe

quest’ultimo automaticamente di anno in anno fino all’approvazione del nuovo) e di

valutare il rendiconto annuale della gestione (con possibilità di togliere la fiducia ai

Garanti solo in caso di particolari mancanze rispetto agli impegni contrattuali e solo con

particolari maggioranze). Solo i Garanti, invece, avrebbero la facoltà di rimuovere, così

come di nominare, il vertice operativo della RAI.

6. Assicurare alla RAI risorse economiche certe. Le attuali risorse di cui la RAI dispone

sono in linea con quelle dei principali Paesi europei, in molti casi inferiori. Il servizio

pubblico radiotelevisivo deve essere pagato con i proventi del canone, di importo certo

(introducendo quindi meccanismi di esazione automatici), la cui destinazione deve essere

garantita con una rendicontazione precisa e certificazioni rigorose. Il canone che deve

rimanere ai livelli attuali , deve confluire direttamente nel bilancio della Fondazione e

non può derivare ed essere corrisposto alla RAI ‐ in nessun modo, diretto o indiretto – dal

Governo, altrimenti il controllo dell’esecutivo rientrerebbe sull’azienda per vie traverse.

La RAI deve mantenere inoltre la possibilità di raccogliere pubblicità confermando

regole e limiti attuali.

7. Ristrutturare l’azienda, efficientando e tagliando i costi. Oltre 12.000 dipendenti

e 8000 collaboratori sono dimensioni del tutto insostenibili: vanno pertanto ridotti i

numeri assoluti prevedendo però la possibilità di fare assunzioni di particolare qualità

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ed esperienza. Ci sono poi altri enormi costi non più sostenibili come per esempio quelli

delle eccessive strutture territoriali.

8. Lanciare un grande piano di investimenti da finanziare anche con dismissioni. La

RAI, per raggiungere i suoi obiettivi, deve realizzare importanti investimenti tecnologici,

oltre che in competenze e inoltre deve procedere ad una profonda ristrutturazione

interna.

Per finanziare tutto ciò, RAI può valorizzare – almeno in parte – il patrimonio di

partecipazioni, immobili, e altri attivi che nel tempo l’azienda ha accumulato. Appare a

questo fine opportuno, per esempio, cedere Rai Way a Cassa Depositi e Prestiti secondo

il modello Terna/SNAM. Non consideriamo necessario che la RAI possegga la rete dei

ripetitori (che può essere considerata una rete essenziale per il Paese) nè pensiamo che

sia opportuno cederla ad altri concorrenti.

9. Una RAI sul mercato senza lacci burocratici. In funzione di tutto quanto detto nei

punti precedenti, la RAI che proponiamo non è da considerarsi come una qualsiasi

Pubblica Amministrazione con tutti i vincoli e le storture imprenditoriali che essere

parte della PA comporta. Questo non significa assecondare capricci, privilegi o sprechi

fuori controllo, ma assicurare margini di competitività: certamente vanno previsti codici

deontologici per evitare abusi in tema, per esempio, di compensi, vanno previste precise

rendicontazioni per l’uso delle risorse del canone, ma la RAI che abbiamo in mente deve

essere fortemente sburocratizzata e in grado di ottenere risultati senza inutili ingessature

procedimentali.

10. Superiamo l’Auditel. Serve un sistema di misurazione dell’audience molto più

efficace dell’attuale. Conoscere in maniera molto più precisa la quantità e la qualità dei

propri ascoltatori è uno strumento fondamentale di sviluppo del settore anche per chi

ha un compito – come la RAI – che va ben oltre la concorrenza sugli ascolti. Inseguire

misurazioni imprecise ed eccessivamente sbilanciate sul piano quantitativo, a discapito

del merito editoriale, rischia inoltre di avere effetti negativi sulla stessa qualità dell’offerta

e quindi impatti socio-culturali dannosissimi per i cittadini.

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1 Giugno 2015 di Lelio Alfonso

Il golden goal e l’autogol

Dicono che la miglior difesa sia l’attacco. Raramente era successo che un leader politico

preferisse la fuga. Come giudicare diversamente la decisione di allestire in fretta e furia

una missione in Afghanistan per evitare di commentare il voto delle regionali? Eppure

Matteo Renzi l’ha fatto, tra l’altro non per annunciare alle truppe impegnate nella missione

di peacekeeping che si torna a casa, ma che il loro lavoro ad Herat deve continuare

ancora.

A nulla valgono le accuse avvelenate lanciate contro la Bindi e i dissidenti liguri dai semivertici

del Pd o il refrain del 5-2. Altro che golden goal: la stampa internazionale e gli

osservatori indipendenti, come l’Istituto Cattaneo, spiegano come dai tempi del 40,8% i

renziani abbiano perso due milioni di voti nelle sette regioni chiamate al voto, un default

che supera perfino quello di Forza Italia, che ha comunque lasciato per strada un altro

milione di consensi.

Il partito del non voto – purtroppo autentico trionfatore di questa tornata, ma certo

aiutato in questo dalla totale assenza di programmi e di credibilità degli attuali partiti –

contagia oltre metà degli aventi diritto e continua ad ingrossare le proprie fila, in attesa di

quella proposta concreta e seria che da oggi ci impegniamo ad interpretare con tutte le

persone e le realtà che vogliono davvero rilanciare il Paese e innovarne i valori.

I populismi di Salvini e Grillo, paladini del “no”, sono ancora una volta protagonisti perché

manca la capacità di trasformare la protesta in proposta. Guai a sottovalutarne il ruolo

e ancor di più guai a non comprendere le ragioni di chi si rifugia in questa grande

dimostrazione di sfiducia che non scade però nel rifiuto totale alla partecipazione. Sono

istanze che vanno ascoltate, guidate, sicuramente affrontate. Senza che si pensi solo di

cavalcarle.

Infine i gregari di lusso della politica, quelli che comunque si dichiarano soddisfatti anche

di fronte a “sventole” memorabili. Complici di lotta e di governo, pronti ad alzare il prezzo

un secondo dopo il termine dello spoglio per la paura di essere spogliati dell’unica cosa

a cui tengono, la livrea di servizio. Loro colpa grave, da Area Popolare a Scelta Civica,

è quella di ragionare non per un elettorato o un progetto ma per una sopravvivenza. E i

risultati si vedono.

Ha dunque perso, e sonoramente, il Pd. Ma ha perso il modello del Partito della Nazione,

la logica della propaganda, il tesorettismo elettorale, la mascella volitiva del possovoglio-comando.

L’elettore ha risposto chiaramente a questa narrazione e chiede altro,

cercando dove può un’alternativa, fino ad arrivare a rifiutarsi di cercarne più una. E

spetta a Italia Unica fare in modo che questa domanda abbia una risposta vera, liberale,

popolare e riformista.

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3 Giugno 2015 di Corrado Passera

La vera alternativa al renzismo

Sono tutti lì a dire che hanno vinto. O che comunque non hanno perso. O ancora che

la sconfitta “vera” è degli altri. Come accadeva nelle peggiori liturgie della Prima

Repubblica una volta chiuse le urne. Il fatto che metà degli elettori a quelle urne e a ciò

che rappresentano abbiano voltato le spalle; il dato agghiacciante che il 50 per cento (ma

computando le schede bianche e nulle quel limite viene senz’altro superato) degli italiani

ancora una volta abbia esclamato “se lo spettacolo è questo, noi ce ne andiamo” sembra

scivolare via come acqua sulla pietra dell’indifferenza. Invece no. Invece se continuiamo

così imbocchiamo la strada senza ritorno del disastro. Un elettore su due che diserta i

seggi minaccia di far suonare la campana dell’ultimo giro per una democrazia che invece

di calamitare espelle con un’alzata di spalle i suoi protagonisti: le persone in carne ed

ossa con i loro bisogni ed i loro desideri; i tantissimi italiani che dalla politica invocano

risposte e al contrario si ritrovano solo slogan. Alcuni anche truculenti.

La disaffezione elettorale, diventata stabilmente il primo partito italiano, rappresenta un

pericolosissimo segnale d’allarme che Italia Unica rilancia ad ogni tornata, praticamente

da sola. È anche questo lascia esterrefatti.

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Segnale che peraltro si aggiunge ad altri, ugualmente inquietanti. Se infatti sommiamo

i voti conquistati domenica scorsa dalla Lega di Salvini e dai Cinquestelle otteniamo il

secondo partito italiano. Il primo è la diserzione dai seggi; il secondo la protesta estremista

e a tratti anti-sistema. Anche questa è campana di pericolo grave.

Lo so. Nelle orecchie sento l’affannata indignazione di chi si riempie le narici di

indignazione: e il Pd? È l’invidia che vi spinge a scolorire il 5 a 2 del bottino renziano dei

presidenti di regione, che addirittura diventa 10 a 2 se consideriamo tutte le consultazioni

amministrative da un anno a questa parte? È o non è questa una vittoria che porta Renzi

nell’Olimpo dei leader europei?

La nostra risposta è no. Perché quel risultato va, come si dice, politicamente pesato.

E allora ci si rende conto non solo che il Pd ha perso due milioni di voti rispetto alle

Europee e mezzo milione persino rispetto alle regionali del 2010; che il 40 per cento

tanto sbandierato si è sgonfiato in pochi mesi (vedi risultati in Veneto, per esempio);

che il partito della Nazione per stessa ammissione dei dirigenti piddini è morto nella

culla. La realtà è che gli italiani – non votando, votando la protesta o penalizzando il

maggior partito italiano – hanno espresso una sostanziale sfiducia nella politica nel suo

insieme e nella narrazione che il renzismo ha sciorinato a piene mani in quest’anno e

mezzo. Riforme annunciate e mai fatte oppure fatte molto male, di problemi non risolti

e rimandati, di mancanza di coraggio nel dire la verità agli Italiani, di ricerca a tutti i costi

del potere come con la legge elettorale tipo l’Italicum. Misure economiche che invece

di avviare crescita strutturale e aiutare i più bisognosi hanno lasciato in bocca un amaro

sapore elettoralistico: gli 80 euro. Incredibili sottovalutazioni di vere e proprie emergenze

epocali, come l’immigrazione dal nord Africa che oggi ci scoppia in mano. Entrambi temi

che avrebbero dovuto qualificare il nostro semestre europeo che, al contrario, si è svolto

in modo del tutto inconcludente. L’elenco è lungo: gli italiani lo conoscono a perfezione.

Al dunque il voto regionale ha messo in fila uno dietro l’altro le ragioni per cui Italia Unica

è nata ed è assolutamente fondamentale: la necessità di colmare un vuoto sempre più

evidente, il vuoto determinato dall’assenza di una offerta politica seria e credibile che

aggreghi il ceto medio e in generale tutto quel grandissimo segmento della popolazione

che per pigrizia mentale si continua a definire “i moderati”. E poiché Italia Unica nasce per

una complessiva operazione verità: sulla politica, sull’economia, sulla società intera, allora

bisogna essere chiari. E dunque chiaramente affermare che se il destino dell’alternativa

al renzismo viene lasciato nelle mani dell’estremismo di Salvini o dell’ antagonismo di

Grillo vuol dire che non c’è scampo: è una alternativa che nasce perdente in partenza.

Grillo si autoisola nell’oceano del web. Salvini semplicemente con il centrodestra non

c’entra nulla: è estremismo allo stato puro che mai (e fortunatamente) potrà diventare il

mastice di una alleanza vincente. Qualcuno mi ha chiesto se sono interessato a primarie

per scegliere il leader anti-Renzi. Primarie sulle idee e sui programmi certamente. Tuttavia

per parlare di primarie e di alleanze bisogna avere valori condivisi e condivisa visione di

Paese. Per intenderci: a nessuno in Francia viene in mente di fare primarie tra Marine Le

Pen e Sarkozy. Il leader leghista primarie oggi, con il programma che presenta, può farle

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con Fratelli d’Italia o con Casapound: nient’altro. E questo vale anche per Forza Italia.

Se Berlusconi infatti, dopo essere stato a rimorchio di Renzi ora volesse mettersi alla

coda di Salvini, faccia. Ma sono sicuro che non lo farà perché sa che si tratta di un errore

catastrofico.

Se lo scenario è questo, quali gli obiettivi ed i prossimi passi di una formazione

completamente nuova come siamo? Abbiamo detto che gli elettori non di sinistra che

avevano firmato una cambiale di fiducia al premier hanno compreso che gli annunci del

presidente del Consiglio non si trasformano in riforme vere e decisive. E altrettanto chiaro

risulta che né la Lega né i Cinquestelle possono costituire un’alternativa efficace: sono

serbatoi di protesta e disincanto da considerare e rispettare ma che vanno trasformati

in energia positiva senza essere confuse con proposte di governo. Quel che occorre

ora è organizzare e dare gambe e voce politica a quel pezzo d’Italia, tendenzialmente

maggioritario, che rifugge sia dai bluff di Renzi che dall’estremismo di Salvini e Grillo.

Italia Unica è nata ed opera in questa direzione. L’obiettivo non può che essere quello di

riunire gli elettorati liberali, popolari e riformisti intorno ad un grande e profondo piano

di risanamento e rilancio ambizioso del Paese. Partendo da valori quali l’onestà e la

correttezza perchè non è vero che la politica è solo interesse e potere per il potere,

i diritti umani e quelli civili, la libertà individuale e quella d’impresa, la competenza, il

merito, la trasparenza e la solidarietà. Immaginando un’Europa meno lontana dai bisogni

dei cittadini e che, anzi, li aiuti nel rilancio dello sviluppo economico, rispetto al quale

oggi ci sono condizioni che potrebbero diventare irripetibili (basso prezzo del petrolio,

parità euro-dollaro che favorisce le nostre esportazioni, tassi d’interesse prossimi allo

zero grazie al ruolo di Mario Draghi a capo della Bce).

In questa prospettiva, occorre cominciare a pensare e preparare al meglio le

amministrative della prossima primavera, quella del 2016 quando si andrà alle urne per

il rinnovo di 1.193 Comuni, fra le quali importanti centri come Milano, Torino, Bologna,

Trieste, Napoli e Cagliari. Il tutto con un obiettivo ambizioso perché il voto di domenica

scorsa ci svela che il Pd di Renzi è tutt’altro che un Moloch imbattibile. Anzi, potrebbe

presto rivelarsi un gigante dai piedi d’argilla.

Da oggi, dunque, Italia Unica è pienamente in campo, dopo questi primi mesi di doveroso

e incoraggiante rodaggio che ci hanno visti anche protagonisti a fianco di tanti sindaci

eletti in tutta Italia. L’anno prossimo le nostre liste e il nostro simbolo saranno presenti

sulle schede elettorali di tanti comuni importanti chiamati al voto. Con il fine di costituire

l’alternativa vera e praticabile al renzismo e all’inconcludenza estremistica”.

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6 Giugno 2015 di Fabio Giuseppe Angelini

Direzione nazionale: presenti alle

amministrative 2016 e Passera candidato

a Milano

L’analisi delle ultime elezioni regionali e amministrative

La Direzione Nazionale di Italia Unica, riunitasi in data 6 giugno 2015 a Milano per l’analisi

del voto delle recenti elezioni regionali e amministrative e le conseguenti prospettive

politiche, ha discusso e approvato un documento presentato da Lelio Alfonso, coordinatore

del movimento, in cui si rimarca che l’area del non voto (con le schede bianche e le

nulle) supera ormai il 50 per cento dell’elettorato ed è stabilmente il primo partito. Un

dato che dovrebbe preoccupare tutti, perché sottolinea una volta di più il distacco e il

disgusto che le donne e gli uomini di questo Paese hanno verso un sistema dei partiti

incapace di vera progettualità e di comportamenti improntanti a etica e correttezza. La

riprova è di queste ultime ore. La seconda tranche dell’inchiesta su Mafia Capitale che ha

portato in carcere altri 44 fra esponenti di partito e funzionari pubblici è soltanto l’ultimo

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e clamoroso episodio di una lunga saga di malaffare e di cattiva politica che poi alimenta

quella che è stata definite l’antipolitica. E’ anche per questo, dunque, che – dopo il partito

del non voto – il secondo vincitore della tornata elettorale di domenica scorsa è il partito

della protesta (Lega e Cinquestelle sommati) che supera abbondantemente il partito

della Nazione di Renzi, tornato al livello di consensi del Pd di Bersani.

La bocciatura del Governo da parte degli italiani

Su questo punto, Italia Unica vede anche una bocciatura dell’azione di governo di questo

ultimo anno e mezzo. Una bocciatura che riguarda le cose fatte e quelle non fatte o

fatte male (pasticcio delle Province, riforma della scuola, provvedimenti anti corruzione,

semestre europeo, sicurezza sociale), ma anche l’insipienza di chi non ha saputo cogliere

le favorevoli condizioni internazionali (calo del prezzo del petrolio, parità euro dollaro

e tassi europei prossimi allo zero) per far ripartire il mercato del lavoro. Un’insipienza

coniugata con l’arroganza di chi non ha esitato a piegare le istituzioni ai propri interessi

di bottega (vedi Italicum e riforma del Senato). In questo scenario – Non Voto, Protesta e

Partito della Nazione – l’area popolare e liberaldemocratica non trova più i suoi riferimenti

politici e una sua convincente rappresentanza.

Italia Unica grande alternativa a incompetenza e vuoti populismi

Italia Unica ha lanciato il suo progetto politico aperto proprio per dare voce e prospettive

a questa larga parte dell’elettorato messa ai margini o rifugiata nell’astensione, e che

rifugge sia dai bluff di Renzi che dalla vuota protesta di Salvini e Grillo. Vogliamo riunire

gli elettorati liberali, popolari e riformisti intorno ad un grande e ambizioso piano di

risanamento e rilancio del Paese. Partiamo da valori quali la libertà individuale e quella

d’impresa, la competenza, il merito, la trasparenza, la solidarietà, l’integrità e lo spirito di

servizio, i diritti umani e quelli civili. Immaginiamo un’Europa meno lontana dai bisogni dei

cittadini e che, anzi, si impegni con forza nel rilancio dello sviluppo economico, rispetto al

quale oggi ci sono condizioni che potrebbero diventare irripetibili.

Dal programma al territorio: proposte, Porte, coordinamenti provinciali

I primi mesi di attività politica di Italia Unica sono serviti a mettere a punto una prima serie

di proposte di soluzione ai principali problemi del Paese, e a radicare la presenza nelle

varie realtà territoriali (oltre 150 “Porte” operative sul territorio). Abbiamo consolidato i

buoni rapporti instaurati con le centinaia di sindaci e amministratori locali che dal 31

gennaio hanno iniziato a interloquire con noi. Buoni sono stati anche i risultati di quei

candidati sindaci cui in questa primavera 2015 abbiamo offerto il nostro supporto. Un

sostegno che rinnoviamo per coloro che andranno al ballottaggio domenica 14 giugno.

Dopo l’analisi del voto, la Direzione nazionale di IU ha anche affrontato il tema della sua

organizzazione interna, in vista delle Assemblee che – tra la fine di giugno e la prima

settimana di luglio – porteranno all’elezione dei vari coordinatori provinciali, come da

indicazioni statutarie. Si è deciso di far presiedere ognuna di tali assemblee da un garante,

e si ricorda che il termine dell’iscrizione per aver diritto di voto attivo e passive per questo

112


appuntamento organizzativo è fissato al 15 giugno prossimo.

Il futuro di Italia Unica

La Direzione conferma con forza il debutto ufficiale delle liste di Italia Unica: la primavera

del 2016, quando saranno chiamate al rinnovo le amministrazioni di ben 1.193 comuni in

tutta Italia. Di cui 119 superiori ai 15.000 abitanti e, tra questi, 21 capoluoghi: Varese, Novara,

Milano, Torino, Bologna, Trieste, Cagliari, Napoli, Olbia, Carbonia, Villacidro, Crotone,

Cosenza, Salerno, Caserta, Benevento, Latina, Grosseto, Rimini, Savona, Pordenone.

L’impegno richiesto a tutti i dirigenti e militanti di Italia Unica è quello di attivarsi da subito

per mettere in campo idee e proposte per rispondere al meglio alle esigenze delle

comunità da amministrare, ma anche quello di compiere un rigoroso lavoro di selezione

per proporre candidature di competenza e integrità.

Corrado Passera candidato a sindaco di Milano 2016

Un invito unanime è stato rivolto al presidente Corrado Passera affinché si assuma in prima

persona l’impegno di candidarsi a sindaco di Milano. Il modo migliore per dimostrare che

Italia Unica mette a disposizione del Paese le sue migliori risorse umane ed intellettive.

Corrado Passera ha confermato la disponibilità ad aprire una fase di confronto e

ascolto sul territorio per poter interpretare al meglio, con la propria candidatura, il ruolo

aggregante del civismo solidale e intraprendente, delle competenze e dei valori liberali,

popolari e riformisti che possono dare alla città il ruolo che le compete nel panorama

economico, sociale, culturale europeo attraverso un progetto realmente innovatore.

113


21 Giugno 2015 di Fabio Giuseppe Angelini

La lezione della Laudato Sì: ecologia

umana e inclusione

La pubblicazione dell’enciclica di Papa Francesco, dedicata ai problemi ambientali,

offre in realtà l’occasione per riflettere sulle conseguenze dell’agire umano in campo

economico e sociale, nel contesto di un mondo che appare sempre più come una

complessa rete di relazioni dove tutto si tiene e nulla ha senso se non in rapporto con

l’altro.

Nel passare in rassegna i grandi temi connessi al degrado ambientale globale

(inquinamento, rifiuti, surriscaldamento globale, perdita della biodiversità, accesso

all’acqua, ecc…), la Laudato Si’ evidenzia l’insufficienza di un approccio incentrato su

visioni parziali della realtà, incapaci di coglierne la complessità in relazione agli effetti

delle scelte umane sulla natura e sulle future generazioni future, invitandoci a cogliere

l’errore antropologico su cui si basa il nostro modello di sviluppo. Il degrado ambientale,

ci ricorda il Pontefice, è strettamente connesso al degrado sociale, a sua volta figlio

legittimo di una certa visione dell’uomo incapace di coglierne la sua dimensione di

missione (non esistiamo per noi stessi) e relazionale.

114


Sussiste, infatti, un’intima relazione tra le cose del mondo, poiché la natura è sempre in

rapporto a Dio e all’uomo. Di fronte ad essa quest’ultimo non si pone come dominatore

assoluto ma come “amministratore responsabile” (LS, 116), perché la natura è per l’uomo

e l’uomo è per Dio. È in questa relazione che la libertà umana deve sapersi coniugare

con la responsabilità di ogni uomo davanti al genere umano, comprese le generazioni

future, e dinanzi a Dio. La “casa comune” è, dunque, una ricchezza posta nelle mani

prudenti e responsabili dell’uomo su cui questo è chiamato ad esercitare un mandato di

conservazione e non un diritto assoluto.

La critica di Papa Francesco si rivolge, in particolare, verso l’assunzione del “paradigma

tecnocratico” (LS, 106) – secondo cui l’uomo crede che la realtà sia totalmente disponibile

alla sua manipolazione – quale leva (estrattiva) del progresso e dello sviluppo, poichè

“l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere

umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza” (LS, 105).

La risposta ai problemi del nostro tempo e, in particolare, alle esternalità negative

dell’attività economica globale che impattano sulla ambiente e, con esso, sui poveri e

sugli esclusi, deve essere pertanto di natura antropologica, connessa alla necessità di

riaffermare la necessità di riferimenti etici e morali in tutti i campi dell’agire umano, a

partire dall’economia e dalla finanza. Papa Francesco, riprendendo l’insegnamento di

Giovanni Paolo II e della Dottrina Sociale della Chiesa, propone perciò un’ecologia umana

integrale, intendendo con tale espressione la necessità di porre quale paradigma del

nostro modello di sviluppo un’autentica concezione della persona, capace di coglierla

nella sua integralità (non solo, quindi, nella sua dimensione di homo oeconomicus),

libera dal mito secondo cui al progresso tecnologico corrisponderebbe sempre un vero

sviluppo umano inclusivo. Una ricetta antropologica che ci invita a riflettere sul senso

della nostra esistenza e sull’uso che facciamo degli strumenti (quali sono l’economia

e la finanza) a nostra disposizione, invitandoci a costruire istituzioni economiche e

politiche (in ambito internazionale, nazionale e locale) inclusive, a promuovere nuovi

stili di vita, a rispettare l’integrità e i ritmi della natura, guardando al progresso secondo

un’ecologia integrale che sappia riorientare i comportamenti umani uscendo dalla logica

individualistica e relativistica del consumo e dello scarto.

La lezione della Laudato Si’ offre però anche spunti interessanti per il nostro dibattito

politico, che vanno ben oltre i temi ambientali. Essa da forza alla prospettiva programmatica

di Italia Unica che si basa proprio sulla considerazione che, in un sistema complesso

come il nostro, tutto si tiene e che una vera trasformazione del Paese può avvenire solo

attraverso interventi sistematici e di grande portata, incidenti tanto sul quadro normativo

esistente, quanto sui comportamenti individuali e finanche sulla nostra cultura. È la sfida

che Italia Unica ha raccolto sin dalla sua fondazione e su cui saranno costruiti, attraverso

l’ascolto e la partecipazione, anche i programmi locali in vista delle prossime elezioni

amministrative, a partire da Milano.

L’enciclica ci invita poi ad un’azione politica più decisa, tesa a proporre soluzioni in

grado di trasformare le nostre istituzioni estrattive, inclini al malaffare ed alla corruzione,

dove la burocrazia appare sempre più strumento di difesa delle rendite di posizione

e di accrescimento del potere nelle mani di pochi, in istituzioni inclusive capaci di

promuovere un esercizio più responsabile del potere politico ed economico, di elevare

i più bisognosi e coloro che sono esclusi dalle dinamiche dello sviluppo attraverso la

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creazione di nuove opportunità e di un sistema economico e sociale più meritocratico, in

cui contino le capacità e le competenze più che le relazioni personali o familiari.

In questa prospettiva, perciò, la sfida di Italia Unica e di Corrado Passera è dunque quella di

offrire al Paese una proposta politica che sappia puntare su una maggiore libertà in campo

economico e sociale e, nello stesso tempo, sulla definizione di una cornice istituzionale

(giuridica, sociale e culturale) inclusiva in grado di indirizzare la libertà individuale

verso il bene comune favorendo, nel contempo, una maggiore consapevolezza sulle

conseguenze delle scelte individuali e favorire una più diffusa solidarietà rispetto alle

sorti di chi ci è accanto. Il Paese ha infatti bisogno di uno straordinario sforzo corale e

della partecipazione di tutti, nonché, di una piena assunzione di responsabilità da parte

di chi ha sin qui avuto di più, tesa a tendere la mano verso chi è invece rimasto ai margini,

vittima di un sistema poco incline a favorire l’inclusione sociale. È questo lo spirito con

cui Corrado ha deciso di mettersi al servizio del Paese ed è questo l’orientamento ideale

di fondo che deve guidare l’azione politica di Italia Unica al servizio del Paese.

116


29 Giugno 2015 di Lelio Alfonso

Delega fiscale, ennesimo bluff. Un’altra

occasione persa

Il punto di forza del Renzismo è che sai sempre cosa aspettarti. Un misto tra propaganda

da piazzista, qualche furbata, mancanza di visione ed occasioni perse.

I decreti collegati alla delega fiscale purtroppo non possono essere annoverati tra le

eccezioni rispetto alle consuetudini della casa.

Un minimo di storia: la c.d. delega fiscale trova origine nel ddl AC 4566 presentato dal

Governo Berlusconi il 29 Luglio 2011 avente ad oggetto una delega legislativa per la

riforma fiscale e assistenziale volto a razionalizzare e semplificare il quadro normativo

vigente. Il disegno di legge è stato successivamente ripreso dal Governo Monti con

il ddl di delega per la revisione del sistema fiscale presentato del 18 giugno 2012

(A.C. 5291) che fu approvato in prima lettura dalla Camera. Il ddl del Governo Monti

riguardava la revisione del catasto dei fabbricati nonché le norme in materia di evasione

ed erosione fiscale, la disciplina dell’abuso del diritto ed elusione fiscale, le norme in

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materia di tutoraggio, semplificazione fiscale e revisione del sistema sanzionatorio, la

razionalizzazione organizzativa dell’Amministrazione finanziaria, nonché la revisione del

contenzioso e della riscossione degli enti locali e la revisione dell’imposizione sui redditi

di impresa e la previsione di regimi forfettari per i contribuenti di minori dimensioni,

nonché la razionalizzazione della imposte indirette e del sistema dei giochi.

La storia infinita ha poi conosciuto un nuovo capitolo durante il Governo Letta con

l’approvazione da parte della Camera del ddl 1058 avente ad oggetto “Delega al

Governo recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato

alla crescita”. La delega fiscale è poi diventata legge agli albori del Governo Renzi, l’11

marzo 2014 con la L. 23/2014 con la quale il Parlamento delegava il Governo ad adottare

entro il 27 marzo 2015 decreti legislativi recanti la revisione del sistema fiscale per un

sistema più equo, trasparente ed orientato alla crescita, Nel frattempo la Commissione

Europea ha emanato le raccomandazioni indirizzate al Governo Italiano del 2 Giugno

2014 relative alla richiesta di “attuare la legge delega di riforma fiscale entro marzo 2015,

in particolare approvando i decreti che riformano il sistema catastale onde garantire

l’efficacia della riforma sulla tassazione dei beni immobili; sviluppare ulteriormente il

rispetto degli obblighi tributari, rafforzando la prevedibilità del fisco, semplificando le

procedure, migliorando il recupero dei debiti fiscali e modernizzando l’amministrazione

fiscale; perseverare nella lotta all’evasione fiscale e adottare misure aggiuntive per

contrastare l’economia sommersa e il lavoro irregolare”.

Entrati nell’era del Renzismo, la scadenza della delega fiscale viene prorogata con un

emendamento al DL 4/2015 (Misure urgenti in materia di esenzione IMU) al 27 Giugno

2015.

Un percorso lungo ed accidentato per giungere alle 21.30 del 26 Giugno 2015 (2h e 30

minuri prima dell’ultima scadenza) quando il Consiglio dei Ministri ha licenziato i cinque

decreti attuativi del lungo percorso partito nel 2011. Tanta attesa sarebbe stata giustificata

dalla rilevanza del provvedimento: in fondo la competività di un sistema economico è

anche funzione dell’equità, prevedibilità e certezza del proprio sistema fiscale.

Purtroppo non è stato così, nonostante il nuovo hashtag #tantaroba coniato, in perfetto

stile Wanna Marchi, dal Premier in piena conferenza stampa con il ministro Padoan, un

tempo tecnico ed oggi ballerina di fila. Le regole del Renzismo sono rigorose e non

conoscono eccezioni neppure per quanto riguarda la delega fiscale.

In primo luogo prevale un’assenza di visione unitaria. La delega fiscale era stata pensata

fin dagli inizi per immaginare una riforma organica del nostro sistema tributario. Il

Governo Renzi l’ha parcellizzata in una serie di provvedimenti a macchia di leopardo in

cui si fa fatica a scorgere una visione unitaria, a discapito dell’intellegibilità ed unitarietà

del sistema.

A questo si aggiunge il silenzio (o l’ennesima proroga) sulla revisione del catasto, sui

regimi forfettari per i contribuenti di minori dimensioni (figli di un dio minore per questo

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Governo che ha già tentato di penalizzarli con l’ultima legge di stabiità nonchè con il

goffo tentativo di ribaltare su di loro la copertura del buco dei contributi previdenziali

generato dal Jobs Act) e sulla razionalizzazione delle imposte indirette e del sistema dei

giochi., priorità della delega fiscale fin dal lontano 2012.

Nulla sulla limitazione dell’onnipotenza dell’Agenzia delle Entrate, che oggi controlla,

in palese contraddizione con i principi di un qualsiasi stato di diritto, l’interpretazione

delle norme, l’accertamento e la riscossione (anzi la razionalizzazione del sistema delle

Agenzie sembra essere prodromica all’ulteriore rafforzamento dell’Agenzia condotta

da Rossella Orlandi). Niente per difendere il principio di non retroattività delle norme

fiscali (presente nello Statuto del Contribuente e violentato dal Governo nell’ultima

legge di stabilità con la retromarcia sul fronte del taglio del 10% dell’aliquota IRAP). Bene

sull’interpello, ma nulla sulla riqualificazione professionale delle commissioni tributarie

(un tema fondamentale in quanto le multinazionali investono nelle giurisdizioni in cui la

giustizia fiscale è più prevedibile grazie alla maggiore competenza dei giudici). Nulla

sulla terzietà degli organi giudicanti e sull’introduzione del giudice monocratico per i

contenziosi di minore entità. Nulla sulla limitazione della discrezionalità del giudice sulle

compensazioni delle spese. Debole sul fronte della semplifiicazione del sistema fiscale

e non una parola per combattere gli affollamenti di scadenze fiscali come quello che

i contribuenti stanno provando sulla propria pelle durante queste settimane. E poi la

furbata sulle tax expenditures, il cui taglio va ad alimentare il fondo “taglia tasse” solo

a partire dal 2017 (per lasciare libero il campo ad un ulteriore aumento della pressione

fiscale nel 2016 per coprire le timidezze della prossima spending review e la bocciatura

della UE relativa al reverse charge).

In sintesi, la delega fiscale avrebbe potuto essere un provvedimento su cui basare

l’attrazione di investitori ed imprese internazionali e per creare occupazione. Si è tradotta

in un’occasione persa. E, purtroppo, non è una novità.

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5 Luglio 2015 di Lelio Alfonso

Una vittoria larga che profuma di

sconfitta

Una vittoria larga che profuma di sconfitta. Per l’Europa, che ostinatamente ha pensato al

tavolo delle trattative come al bancone degli imputati e per la stessa Grecia, che prova

da subito a rilanciare il negoziato dopo averlo bruscamente e unilateralmente interrotto,

dimenticando che non basta la volontà di un popolo a giustificare la scellerata gestione

finanziaria e sociale del proprio Paese.

Il referendum è strumento democratico importante. Peccato Tsipras lo abbia indetto in

modo strumentale, agendo sulla leva della rabbia e della paura prima che dell’orgoglio

nazionale. Hanno votato due greci su tre, un voto storico che va al di là del caso specifico.

Per la prima volta l’Europa esce sconfitta politicamente. Un “no” bruciante che in troppi si

affrettano a indirizzare alla Merkel, ma che invece è da suddividere tra molti.

Cosa accadrà domani, alla riapertura dei mercati? Cosa si diranno la cancelliera e

Hollande, l’asse di ferro europeo che appare ora indebolito, ma non per questo deciso

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a cedere? Quali mosse Draghi si inventerà, ancora una volta, per evitare il default di un

Paese e di un sistema? Quale sarà la reazione di Obama, azionista di peso del Fondo

Monetario, preoccupato che la Russia sia pronta a sostenere la ribellione del governo di

Syriza?

Sono tutte domande importanti, ma forse manca quella decisiva: in questa settimana

di stallo la situazione della Grecia è ulteriormente peggiorata, le banche rischiano

seriamente di non riaprire e la popolazione non potrà cibarsi di orgoglio. Fino a che punto

è giusto mettere in ginocchio una comunità che si è ribellata, ma che non potrà avere

all’infinito altre decine di miliardi di euro dei cittadini europei per colmare un pozzo senza

fondo?

Le misere speculazioni personalistiche dei politici di casa nostra, da Grillo a Salvini, da

Fassina a Brunetta non sono ciò che l’Italia dovrebbe mostrare in momenti come questi.

Purtroppo non è con i tweet o le gite con bandiera che si affrontano questioni di tale

portata. Così come non ci è piaciuto il “distacco” con cui il Governo ha seguito la vicenda,

a partire dal semestre di presidenza. Se siamo usciti dal tavolo decisionale è anche e

soprattutto per colpa nostra.

Ma al di là delle polemiche interne resta l’amarezza e la preoccupazione per la sconfitta

pesante che in un certo senso l’Europa si è autoinflitta, sottovalutando l’iniziale crisi greca,

non suggerendo in modo esplicito la strada maestra del rigore abbinato allo sviluppo,

come accaduto in Irlanda, Portogallo e Spagna. La Grecia sembrava troppo piccola, con

il suo 2% di peso di Pil, per preoccupare la grande Europa, ma così non è stato.

Adesso non bisogna perdere occasione per rilanciare il dialogo e dare alla Grecia una

altrettanto forte lezione di democrazia europea. Nuovi aiuti potranno essere stanziati

solo di fronte alla volontà reale di far parte della UE da parte dei greci, del suo governo

e del suo leader. Se Tsipras, Varoufakis e i loro sodali populisti pensano di aver vinto, con

questa battaglia, la guerra contro il “mostro” di Bruxelles, anche questo referendum sarà

stato inutile.

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9 Luglio 2015 di Massimo Brambilla

Jobs Act e Boeri, l’insostenibile

inconsistenza della propaganda

Mentre la Grecia è sempre più un laboratorio per l’osservazione degli effetti di lungo

termine dell’irresponsabilità della politica economica di un paese sui destini di un

popolo, la relazione annuale dell’INPS presentata (ma non resa pubblica, una delle tante

anomalie di questo Paese) da Tito Boeri è la migliore dimostrazione che il monopolio

dell’irresponsabilità non appartiene a Tsipras & Co.

Primo fatto: Boeri ha graziosamente informato il Paese che la decontribuzione triennale

per i nuovi rapporti a tempo indeterminato attivati nel corso del 2015 e prevista nella

Legge di Stabilità 2015 non è semplicemente sostenibile. Altro che le previsioni di minori

entrate per le casse dello Stato contenute nella nota tecnico-illustrativa alla Legge

di Stabilità pari a 1.9 miliardi nel 2015 ed a circa 5 miliardi nel 2016. Il vero buco per il

nostro sistema previdenziale ammonterebbe, secondo Boeri, a 5 miliardi nel 2015 ed a 10

miliardi nel 2016 e nel 2017 e sarebbe generato dal, peraltro largamente prevedibile sulla

base della razionalità degli attori di un sistema economico, arbitraggio da parte dei datori

di lavoro relativamente alle diverse forme contrattuali. Arbitraggio che, si badi bene,

non va, se non marginalmente, a produrre nuova occupazione in quanto, come peraltro

evidenziato dall’ultimo rapporto ISTAT sullo stato dell’economia Italiana, la domanda di

nuova occupazione rimane debole in ragione dell’incertezza in merito alle dinamiche

dei consumi e degli investimenti nazionali. L’occupazione che non si crea per decreto,

un principio di buon senso e, appunto, ignorato dagli esecutivi e dall’alta burocrazia del

Paese.

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Non che questa si possa definire una breaking news. In fondo lo stesso Boeri , quando

era uno stimato tecnico libero di potere esprimere la propria valutazione sull’inettitudine

del Governo Renzi, aveva evidenziato, come peraltro anche noi di Italia Unica, che le

stime dei maggiori oneri derivanti dalla decontribuzione per i nuovi assunti fornite dal

Governo fossero perlomeno fantasiose. Il tutto salvo peccare di ottimismo nel momento

in cui andava a stimare l’onere per lo Stato per quanto riguarda il 2015 in misura pari a 3

miliardi ed a solo 5,3 miliardi nel 2016.

La domanda sorge spontanea. Come è possibile che il Governo in primo luogo (o meglio

il Ministero dell’Economia e Finanze guidato da Padoan, la cui trasformazione da tecnico

eminente a politico irresponsabile farebbe invidia a Gregor Samsa, il personaggio nato

dalla penna di Kafka) e, successivamente, la Ragioneria Generale dello Stato, a cui

compete la vigilanza della norma costituzionale secondo la quale ogni provvedimento

deve prevedere un’adeguata copertura tramite la cosiddetta “bollinatura”, non si siano

accorti dell’evidente sottostima del buco che si andava a creare nelle casse dello Stato

in ragione del provvedimento di decontribuzione? In realtà molto più probabilmente

se ne sono accorti ma hanno semplicemente preferito tacere. In fondo la brusca

retromarcia posta in atto qualche mese fa dal Governo (nella persona del Ministro

Poletti) relativamente all’ipotesi di un contributo straordinario su imprese e partite IVA

per coprire i maggiori oneri derivanti dal suddetto provvedimento è indicativa di un certo

grado di consapevolezza del problema. Ma le elezioni amministrative si avvicinavano

e non era il caso, in piena campagna elettorale, di togliere argomentazioni alla vuota

retorica del Renzismo. E mostrare che la parte produttiva del Paese era destinata, ancora

ed ancora, a coprire i costi dell’irresponsabilità della politica non era il miglior modo per

avvicinarsi alla scadenza elettorale e pertanto, con buona probabilità, si decise che era

meglio tenere la proposta nel cassetto fino alla prossima legge di stabilità.

Secondo fatto: le irresponsabilità sono come le ciliegie ed una tira l’altra. Mentre Boeri,

pacatamente, denuncia l’insostenibilità della decontribuzione dei nuovi contratti a tempo

indeterminato, lo stesso continua a portare avanti la sciagurata idea del ritorno alla pratica

dei pre-pensionamenti (leggasi pensioni baby, quelle che oggi stiamo additando come

una delle cause dell’implosione dell’economia greca) a fronte di una maggiore tassazione

sulle c.d. pensioni d’oro. Attenzione che dietro alla definizione di pensioni d’oro ci sono le

pensioni della classe media, la stessa classe media che storicamente, e non solo in Italia,

è il principale motore dei consumi interni e, conseguentemente, la fascia di popolazione

che determina l’andamento dell’economia nazionale (soprattutto in un momento in cui

le tensioni finanziarie in Cina rischiano di avere un impatto significativo sul nostro export).

Quindi si cerca di riesumare un istituto (i pre-pensionamenti) facendo pagare il relativo

prezzo a chi è alla base della nostra fragile ripresa economica, soprattutto in un contesto

in cui gli indicatori esogeni volgono al peggio. In poche parole si pongono le basi per un

ulteriore provvedimento i cui effetti sul bilancio dello Stato sono difficilmente stimabili

ma che rischiano di aprire ulteriori voragini nel bilancio dello Stato da colmare alle spese

della fiscalità generale.

Atene dista da Roma meno di due ore di volo. Non abbiamo bisogno di politiche

economiche che accorcino la distanza.

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4 Agosto 2015 di Marco Marazza

La sfida persa del Jobs Act per

l’occupazione

Il Jobs Act ad oggi non produce nuova occupazione e le stesse previsioni del Governo per

l’intero 2015 non sono così rassicuranti. Ammesso che a fine anno il saldo degli occupati

(che per ora è negativo) sia positivo di qualche migliaia di unità il risultato sarebbe,

comunque, molto negativo per via dell’ingente spesa pubblica destinata agli incentivi

per le assunzioni del 2015.

La situazione non può non fare riflettere. C’è da capire come mai gli incentivi alle assunzioni

e le nuove regole del lavoro (in primis, licenziamenti e controlli) non producono i risultati

attesi dal Governo, ed i motivi sono essenzialmente due.

Il primo, ovvio, è che l’occupazione non deriva dalle regole del lavoro ma dallo sviluppo del

sistema economico. I dati che rappresentano un’occupazione stagnante ci raccontano,

soprattutto, che il Paese non ha ancora individuato le giuste leve per il suo corretto

sviluppo industriale. Insomma, latita un progetto Paese che selezioni e sostenga i settori

produttivi sui quali costruire il futuro. Un progetto che andrebbe prima condiviso a livello

europeo e, poi, reso effettivo in Italia. Manca una visione. Si continua, purtroppo, a gestire

l’emergenza.

Il secondo motivo è da ricercare tutto nelle pieghe del Jobs Act. Perché se è vero che

il lavoro non si crea per legge è anche vero che le regole del lavoro sono efficaci se

strutturate per sostenere e accompagnare il progresso del sistema produttivo: anche

il Jobs Act ne tiene conto, ma invece di guardare alla situazione attuale considera il

sistema produttivo che ci sarà tra circa 10/15 anni. Apparentemente potrebbe sembrare

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un disegno di lungo periodo, ma il punto è capire se tutto questo tempo ce lo possiamo

realmente permettere. Il dubbio è così consistente che per accorciare i tempi del

ricambio occupazione il Governo è costretto a ragionare anche su onerosi percorsi di

prepensionamento, che però possono ulteriormente aggravare la situazione dei conti

pubblici.

E’ l’inevitabile conseguenza di un impianto di riforma irrazionalmente destinato, come

più volte abbiamo sottolineato, solo ai nuovi assunti. Per loro è una riforma dura, per

certi versi pure eccessiva. Un datore di lavoro potrà controllare i minuti che il dipendente

dedica su internet al suo passatempo preferito e per 10 minuti di svago il licenziamento,

per quanto illegittimo, verrà sanzionato solo un indennizzo economico rigidamente

proporzionato alla anzianità di servizio del lavoratore.

Ma gli altri? I milioni di lavoratori già occupati, la cui produttività è condizione essenziale

per la competitività di imprese che si confrontano, da anni, nel mercato nazionale e

internazionale?

Per loro continua a trovare applicazione l’art. 18 e, all’opposto di quanto accade per i nuovi

assunti, la sanzione del licenziamento è esposta ad un’irragionevole discrezionalità dei

giudici (non era meglio una regime sanzionatorio più equilibrato, ma uguale per tutti?).

Per loro non ci sono interventi sul cuneo fiscale e, anzi, è venuta meno la possibilità

di abbattere il cuneo fiscale con lo strumento della defiscalizzazione del salario di

produttività (non era meglio ridurre il cuneo fiscale e contributivo per tutti, senza

distinzione tra vecchi e nuovi assunti?). Per loro il recupero di produttività resta affidato

alla auspicabile evoluzione della contrattazione collettiva, ma se da un lato il Governo ha

eliminato gli incentivi fiscali destinati alla contrattazione di secondo livello per altro verso

resta ancora bloccato l’indispensabile progetto di legge sulla rappresentanza sindacale

e contrattazione collettiva.

Le conseguenze di tutto ciò sono sotto gli occhi di tutti.

Le imprese stanno sistematicamente cercando ogni soluzione, al limite della legalità,

per sostituire i vecchi assunti con nuova occupazione incentivata. C’è da credere che

a partire dal 2016, anche tenuto conto delle ristrette disponibilità economiche, questi

processi di riorganizzazione saranno oggetto di un rilevante contenzioso con gli enti

previdenziali che contesteranno la natura elusiva di molti processi di riorganizzazione e

la sussistenza dei presupposti di attivazione degli incentivi.

Le imprese che non vorranno o potranno dare vita a questi (talvolta innaturali) percorsi

forzati sostituzione della forza lavoro si troveranno, anzitutto, a competere con imprese

neo costituite che potranno avvalersi un costo del lavoro sensibilmente più basso.

Non solo. E’ forse ancora più grave il fatto che queste imprese non potranno disporre

di strumenti per rendere più competitiva la loro preesistente organizzazione del lavoro

per l’assenza di adeguate certezze sul sistema di relazioni industriali, sulle procedure

di riorganizzazione aziendale e sui costi del licenziamento disciplinare del dipendente

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inadempiente.

Il punto è che per creare nuova occupazione le riforme avrebbero dovuto, in primo luogo,

preoccuparsi di garantire la competitività delle organizzazioni del lavoro già esistenti. Per

renderle più produttive e incentivarle a crescere e, quindi, anche ad ingrandirsi. Il Jobs

Act, tutto concentrato sui nuovi assunti, presuppone che i datori di lavoro assumano solo

perchè il costo del neo assunto è più basso. I dati sull’occupazione dicono che non è

così. Le imprese, come ovvio, assumono solo se hanno bisogno di assumere. Se la loro

efficienza e produttività cresce e richiede, di conseguenza, l’inserimento nuovi lavoratori.

Anche le regole sul lavoro possono contribuire a questo incremento di produttività e

efficienza, ma a condizione che riguardino tutti, senza distinguere tra nuovi e vecchi

assunti.

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7 Agosto 2015 di Corrado Passera

Care amiche, cari amici,

esattamente due mesi fa la Direzione nazionale mi chiedeva ufficialmente di proporre la

mia candidatura a sindaco di Milano. Ho accolto con grande entusiasmo la richiesta e,

infatti, da quel 6 giugno sono impegnato in un compito che mi appassiona e inorgoglisce.

Milano è la mia città, è il condensato di alcune delle migliori energie del Paese ma

anche di opportunità non valorizzate da una amministrazione incapace di dare a Milano

l’ambizione che la città può permettersi di avere.

Soprattutto la sfida di Milano è la voglia di testimoniare che Italia Unica è un partito vero,

radicato sul territorio, con tanta gente perbene che vuole impegnarsi per il futuro del

Paese. Che non ci fa paura, bensì al contrario ci sprona, misurarci con il consenso dei

cittadini; che io sono pronto ad assumermi le mie responsabilità, a metterci la faccia

come si dice, in una competizione virtuosa – che tale io intendo la mia candidatura:

fuori da ogni convenienza personale o interesse privato – per dare a Milano un primo

cittadino all’altezza dei problemi che deve affrontare e risolvere per diventare una delle

più dinamiche città del mondo. Aggregando idee e persone in modo nuovo. È per questo

che in queste settimane, nonostante il periodo estivo e anzi proprio per questo, mi sono

messo a girare anche quelle parti della città – vecchie e nuove – che conosco meno

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per sondarne gli umori, approfondirne le problematiche, avviare un vero ascolto di tutti

i cittadini.

Voglio dare alla mia candidatura questo specifico senso intendo rivolgermi direttamente

a tutti i milanesi, con un programma forte di sviluppo delle imprese, di sostegno delle

famiglie, di tutela della legalità, di valorizzazione della cultura, della creatività e delle

università di Milano. Lavoro, qualità della vita, solidarietà, con grande pragmatismo.

Per costruire ambizione sull’orgoglio dei milanesi per la loro città e per la forte area

metropolitana che è parte integrante dell’identità milanese. Parleremo naturalmente con

i partiti, ma non intendiamo partire da cartelli elettorali posticci e inutilmente limitanti.

Il “progetto Milano” è parte chiaramente importante del nostro impegno per le

amministrative 2016. Stiamo lavorando sodo per radicarci ancora più sul territorio, con

nuove Porte e tante iniziative, in modo da far sentire la nostra presenza anche in altre

città che l’anno prossimo cambieranno i loro sindaci, dal Nord al Sud del Paese. Qualche

giorno fa è stato il caso di Trieste dove Roberto Di Piazza è un candidato fortissimo.

E’ bellissimo vedere quanto entusiasmo e disponibilità c’è nel proporre programmi,

nell’aggregare energie. Perché per noi di Italia Unica la politica è servizio, non pretesa. E

per me, in particolare, è un impegno totale.

La mia candidatura a Milano, come le altre in tutte le parti d’Italia, vogliono essere

acceleratore del progetto politico nazionale di Italia Unica. Serve sempre di più un

approccio economico, sociale e istituzionale come il nostro.

In questi due mesi, infatti, molte cose sono accadute e la gran parte porta il segno negativo.

Abbiamo visto l’euro barcollare sotto i colpi della crisi greca; leader improvvisati giocare ai

dadi con i destini del proprio Paese; istituzioni europee incapaci di elaborare progetti seri

e duraturi, dai migranti, all’Ucraina, al terrorismo. In particolare abbiamo dovuto assistere

al disarmante spettacolo del balbettio del governo italiano, capace di mutare posizione a

seconda del vento del momento, dopo aver sprecato in malo modo l’opportunità offerta

dal semestre di presidenza della UE. Non è così che deve comportarsi un grande Paese.

Non è così che deve operare un presidente del Consiglio. Non è così che deve agire uno

statista.

Non basta. Sul fronte interno abbiamo visto cadere una dopo l’altra le illusioni sparse con

sconcertante irresponsabilità da Matteo Renzi. Autorevoli organismi internazionali hanno

recentemente spiegato che con l’andamento attuale per tornare ai livelli occupazionali

pre-crisi l’Italia dovrà attendere vent’anni. Vent’anni, capite? Significa bruciare le speranze

di una e più generazioni: un disastro. E in questo quadro il Mezzogiorno occupa una

posizione particolarmente inquietante. È dei giorni scorsi la rilevazione dalla Svimez

secondo cui il Sud è cresciuto la metà della Grecia (!), mentre la disoccupazione supera

l’agghiacciante quota del 40 per cento della forza lavoro.

Potrei andare avanti, ricordando come le tasse siano aumentate, la spesa pubblica

cresciuta, gli investimenti tagliati. Ma non è il caso, almeno in questa sede. Quel che mi

interessa rilevare è la progressiva incapacità di Renzi di affrontare i nodi strutturali del

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Paese, cui fa da supporto la pervicace volontà di assicurarsi tutto il potere possibile, con

leggi elettorali, riforme costituzionali, occupazione della Rai, asservimento ope legis dei

livelli dirigenziali della Pubblica amministrazione. Un’operazione condotta con disinvoltura

e spregiudicatezza, con compagni di strada improbabili, supini o voltagabbana. In vari

casi, entrambi.

Io, Italia Unica, tutti voi lavoriamo per un’Italia diversa. Dove vincano il merito e la

responsabilità, dove a tutti siano garantite pari opportunità ma poi i capaci ed i meritevoli

trovino il giusto riconoscimento.

Auguro a tutti una buona estate, un’estate di relax, ma anche di lavoro. Perché non

dobbiamo perdere neanche un minuto per rendere possibile l’alternativa, per dare all’Italia

un bipolarismo corretto ed efficace, per garantire ai nostri giovani un futuro degno di loro.

Ce la possiamo fare. Io ne sono sicuro.

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10 Agosto 2015 di Corrado Passera

Il mezzogiorno ha perso l’anima, ma è lo

specchio di tutto il Paese

Il rapporto Svimez sul Sud ha, ancora una volta, sollevato polemiche e attenzioni da

parte della politica, dei commentatori e in generale dei cittadini che tengono al bene

nazionale. Stando all’affresco Svimez, dovremmo tradurre Sud, come acronimo, in “Senza

un domani”, ma sarebbe sbagliato almeno quanto liquidare la nostra secolare questione

meridionale al livello del mero piagnisteo (che errore, Renzi, negare i problemi reali con

sarcasmo caricaturale…).

Vorrei concentrarmi su aspetti culturali e, direi, umanistici dell’attuale Sud italiano o almeno

di quel Sud che ho imparato a conoscere (pur sempre parzialmente e da “profano”) in

questi ultimi anni, e quindi arrivare a una riflessione sull’Italia intera, inscindibile dal suo

meridione.

Galli della Loggia, sul Corriere del 9 agosto, lamenta una mancanza di afflato statuale

e legalista tra la gente del Sud. Contesta inoltre al Premier di non avere capito che

con il solo sviluppo economico e infrastrutturale il Mezzogiorno non si salverà, mentre

servirebbero un ritorno all’educazione civile con rinnovato ruolo forte dello Stato e

valori e disegni alti per rifondare una buona coscienza nei cittadini meridionali e nei loro

rappresentanti. O almeno così ho personalmente interpretato l’editoriale di GdL. E credo

abbia in buona parte valide ragioni, di primo acchito, salvo che – ma forse sbaglio lettura

e penso male – laddove il professore appare nostalgico dell’approccio alla questione-

Sud avuto nel ‘900 fino al crollo della Prima Repubblica (peraltro, va a mio avviso pur

sempre ricordato che grandi colpe nell’impoverimento industriale del Sud risiedono

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nelle politiche di svuotamento e delocalizzazione adottate post-unità d’Italia e nelle

parassitosi assistenzialistiche della seconda metà del novecento).

Proprio in questi giorni mi è capitato di percorrere nuovamente la costa “da Maratea a

Pizzo”, citata da GdL nel suo articolo come esempio simbolico di concretizzazione della

cattiva coscienza collettiva (abusivismo diffuso che rovina luoghi altrimenti bellissimi),

e ho anche girovagato per la Sila, montagna tanto amata da calabresi, lucani e pugliesi.

Ebbene (anzi, emmale), ogni volta quei cementi mostruosi che violentano il paesaggio

senza soluzione di continuità, con le loro corna di ferro arrugginito e incompiuto, mi

stringono il cuore. Come d’altronde avvelenano l’anima le immondizie sparse ai bordi delle

strade o gli incendi dolosi o le fogne svuotate a mare senza depuratori: autolesionismi

di un intero popolo, rassegnato o inconsapevole o anestetizzato, che fanno gridare

vendetta.

Ma c’è qualcosa di più, oltre al deficit di legalismo e senso dello Stato, qualcosa di

maggiormente “domestico” e particolare. C’è quello che io definisco un “funzionalismo

brutto e amorale” che fa abbrutire il cittadino in ogni microcosmo piccolo o grande che

sia: si tende ad adottare soluzioni (infrastrutturali, edilizie, accessorie, d’arredamento,

di mobilità, ecc.), in ambito pubblico come privato, che servono a uno scopo pratico

a prescindere dal fatto che siano soluzioni accettabili esteticamente (letteralmente,

percepibili, respirabili), armoniche e compatibili con l’ambiente, la storia e la cultura

circostanti. Devi piantare una rosa ed esporla sul davanzale? Mettila in una bottiglia di

plastica vuota e tagliata a metà. Devi creare il parapetto di un molo al porticciolo? Prendi

qualche blocco di cemento da guard rail autostradale e il gioco è fatto. Vuoi scacciare

le talpe dal giardino? Spargi sacchetti di plastica attaccati a bastoni mozzati di scope e i

roditori scavatori fuggiranno impauriti (a dire il vero le talpe dimostrano maggiore buon

senso degli umani, a volte). Devi costruire con fondi UE una stazione meteorologica

sperimentale sulle cime sopra Camigliatello? Appoggiala su un ammasso di mattonacci

di cemento prefabbricato armato, tanto l’importante è che regga. Da cosa deriva questo

funzionalismo brutto? Probabilmente da carenza diffusa di “cultura del bello” – e in

questo la scuola è stata il primo e principale fallimento delle politiche meridionali degli

ultimi decenni: ma non basta e non si può semplificare individuando una sola causa

in una sedimentazione complessa di cattive pratiche in corso dall’800, interconnesse

alla pervasiva criminalità organizzata che inquina pure le istituzioni e divora le radici

dell’etica civile. Tuttavia, questo è poco e parziale ma sicuro: intossicato dal “primum

vivere”, qualcuno ha perso il senso umanistico e organico dell’armonia.

Altri indicatori allarmanti sono le chincaglierie in vendita in molti negozi nei centri dei

paesini turistici e anche il tipo di sagre e celebrazioni organizzate nel periodo estivo:

“cineserie” e cibi-spazzatura a non finire nelle botteghe (quasi zero librerie, quasi zero

gastronomia di qualità), sagre della birra (prodotto che, come noto, contraddistingue

le tradizioni calabresi) e pressoché mai rassegne letterarie o artistiche, per non parlare

dell’immancabile karaoke di canzoni anni sessanta e settanta del secolo scorso. Che tipo

di turismo si attirerà mai, con cotanta offerta? Sembra che un incantesimo abbia fermato

al 1982 molti bar e negozi di località meridionali. Perfino i tavoli e le sedie dei caffè nelle

piazze risalgono a quell’epoca, in tanti casi, con i nastri tubolari di plastica colorata che si

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usavano quando l’Italia vinceva i mondiali in Spagna.

Ma sono davvero, quelli del ridotto afflato legalistico collettivo che suggerisce GdL,

del funzionalismo amorale e della scadente/decadente offerta commerciale-culturale

nei paesi, problemi solo meridionali? Basta la maggiore ricchezza economica a far

considerare salvo o addirittura indenne da queste derive il resto della nazione? In

Piemonte, Emilia-Romagna o Lombardia non abbiamo criminalità organizzata a rodere i

cavi delle istituzioni e dell’etica civile e a permeare amministrazioni? C’è totale dedizione

alla legalità lassù? O il rischio – pur in tono minore nell’immediato e con “debiti arretrati”

più blandi – riguarda tutta la Penisola, progressivamente, drammaticamente?

L’Italia è per di più, tutta intera, il Sud d’Europa: è porta necessaria d’accoglienza di

persone appartenenti a culture lontanissime dalla nostra che faticano ad adeguarsi alle

consuetudini, alle regole etiche e agli ideali occidentali, prese come sono dallo sforzo di

sopravvivere e di trascinare con sé pezzi di identità inconciliabili coi nostri: ci rifugeremo

nel funzionalismo pragmatico e senz’anima, nella diluizione di tradizioni e ambizioni

ideali, per assorbirne l’impatto?

Non c’è forse un funzionalismo disumano in alcune periferie, in certi campi (non solo

nomadi) in cui lasciamo vivere famiglie con bambini in miseria e degrado, senza servizi

essenziali e spesso oltre ogni diritto fondamentale? Non è funzionalismo brutto il

passaggio di navi giganti davanti a San Marco a Venezia in nome del mero business? E il

cubo di cemento bianco sul Canal Grande che cos’è?

Armonie, estetica e bellezza non sono cose futili, perché salvaguardano la libertà, fatta

di rispetto reciproco e rispettive originalità. Sono fondamenta, architravi e portici, strade

con una direzione, premesse e conseguenze dell’evoluzione civile. L’amore per ciò che

è bello, curato e armonico corrisponde alla cautela per i valori fondanti di una civiltà

amica dell’essere umano e dell’ambiente, della dignità e del decoro, della cultura e

della legalità, dell’ordine e della qualità, della ricerca e della creatività, della salute e del

benessere.

Esistono ancora, comunque, baluardi paesani di senso scollegati dalla mera utilitarietà.

Viaggiando in auto attraverso i disordinati agglomerati calabresi o per le colline deturpate

da lottizzazioni selvagge del triveneto o dell’Emilia, io che critico sempre le cattedrali nel

deserto e certe opere o eventi apparentemente inutili costati tanti soldi ai cittadini, ammiro

con sollievo e consolazione certe chiesette erette in mezzo al “nulla”. Il mio ragionamento

non ha alcunché di religioso. Credenti e non credenti, tutti dovremmo ringraziare che un

bambino immerso nel non-sense inanimato e circondato da abusi e funzionalismi brutti,

da chincaglierie e souvenir – senza contare il quotidiano bombardamento televisivo –

possa almeno aggrapparsi all’armonia profonda di una piccola chiesa storica nel centro

del suo paese.

Che si creda o meno, lì non è morto – parafrasando Guccini – un Dio bello e civile, insieme

sacro e laico, ricco di tradizioni passate e fiducioso nel futuro, rispettoso dell’umanità e

del suo sviluppo dignitoso. Il “campanilismo”, così inteso in modo positivo e nobile, è un

ri-appiglio estremo, provvidenziale, alle unicità profonde che ogni nostro luogo conserva.

Al Sud come al Nord, e forse dopotutto nell’intera Europa.

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6 Agosto 2015 di Fabio Giuseppe Angelini

Un ricettario senza ricette: la

(non) Riforma della Pubblica

Amministrazione/1

Il Parlamento ha approvato la legge Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione.

Un provvedimento complesso che contiene qualche luce e tantissime ombre. Italia

Unica considera la PA fondamentale, sia per i riflessi economici sia soprattutto per il

rapporto con i cittadini. Per questo ne proponiamo una disamina approfondita in due

capitoli. Questo è il primo, mentre qui si può leggere la seconda parte.

La legge delega approvata nei giorni scorsi dal Parlamento – enfaticamente (e

dolosamente) spacciata per riforma della Pubblica Amministrazione – altro non se non

una lunga lista della spesa (peraltro pure incompleta ed in alcuni punti contraddittoria)

composta per larga parte da desiderata, auspici e frasi ad effetto miste a ad alcuni

(limitatissimi) interventi di dettaglio riguardanti strumenti di azione della PA che, più volte

rimaneggiati in più di vent’anni di continue riforme e controriforme amministrative, hanno

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già dimostrato di aver ben poco a che fare con i nodi critici nel nostro sistema pubblico.

A ben guardare, la legge Madia assomiglia più ad un libro di ricette infarcito di titoli e

fotografie allettanti, al punto da far venire la voglia a chiunque di cimentarsi ai fornelli,

che ad un illuminato disegno di riforma organico della Pubblica Amministrazione. Essa,

infatti, si riduce ad un ricettario privo di qualsivoglia indicazione in ordine agli ingredienti

necessari ed alle modalità di preparazione di ciascuna ricetta. In definitiva, un grande

spot elettorale in perfetto stile renziano in cui sono indicati alcuni ambiti di intervento,

senza però rispondere alla domanda fondamentale: come? facendo cosa? e secondo

quale disegno complessivo?

Per rendersene conto è sufficiente guardare la struttura del provvedimento legislativo.

Esso si concentra su quatto aspetti: semplificazioni amministrative, organizzazione,

personale e semplificazione normativa, riducendosi però ad un’elencazione di deleghe

(più di venti) in favore del Governo e di principi e obiettivi ambiziosi che spetterà a

quest’ultimo raggiungere proponendo soluzioni adeguate. Il problema, dunque, sta

proprio in questo: nell’assenza di un filo conduttore in grado di delineare i tratti salienti

del nuovo sistema amministrativo e, pertanto, di delineare in concreto le soluzioni che

il Governo dovrà adottare in sede delegata al fine di perseguire il modello indicato dal

legislatore.

Per comprendere meglio il senso di tale affermazione ci soffermeremo di seguito,

seppure a grandi linee, sulle singole previsioni della legge delega al fine di mostrarne il

limitatissimo impatto immediato e, di contro, l’elevatissimo grado di aleatorietà connesso

all’assenza di qualsivoglia indicazione di merito in ordine alle modalità attraverso cui

il Governo, specie in materia di semplificazioni amministrative, organizzazione e

semplificazione normativa, eserciterà le proprie deleghe legislative.

Il primo capo è dedicato alle semplificazioni amministrative, ovvero, per la quasi

totalità, al conferimento di ampie deleghe al Governo affinché: (i) intervenga sul Codice

dell’Amministrazione Digitale al fine di favorire la digitalizzazione delle procedure

amministrative, dei rapporti tra cittadino e PA e tra soggetti pubblici e degli strumenti

di gestione della PA, nonchè, di ridefinire criteri e standard tecnici necessari al

raggiungimento di tali obiettivi; (ii) intervenga sulla Legge generale sul procedimento

amministrativo (la nota l. 241/1990) modificando la disciplina della Conferenza di Servizi

nell’ottica di una riduzione dei casi in cui l’indizione della stessa è obbligatoria, di favorire

l’uso di strumenti informatici, di una riduzione dei tempi di chiusura della stessa e

della previsione di meccanismi di silenzio assenso tali da evitare situazioni di blocco

del procedimento in caso di inerzia di una o più delle amministrazioni partecipanti e,

infine, di contenere il più possibile le ipotesi in cui le amministrazioni possono chiedere

una revisione in autotutela delle decisioni assunte; (iii) adotti norme concernenti

misure di semplificazione e accelerazione dei procedimenti amministrativi concernenti

insediamenti produttivi, opere di interesse generale e l’avvio di attività imprenditoriali,

prevedendo poteri sostitutivi in capo al Presidente del Consiglio dei Ministri; (iv) adotti

norme per la precisa individuazione dei procedimenti per i quali trovano applicazione

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la SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio di Attività), il Silenzio assenso, l’Autorizzazione

espressa e quelli per i quali è sufficiente una comunicazione preventiva, nonché, dei

termini di conclusione di tali procedimenti ove sia previsto il rilascio di un provvedimento

espresso; (v) intervenga sul decreto recentemente approvato in materia di pubblicità,

trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle amministrazioni (d.lgs. 33/2013)

al fine di semplificarne il contenuto; (vi) adotti misure tese a promuovere la ristrutturazione

e la razionalizzazione delle spese di giustizia.

A fronte di tale imponente concentrazione di potere governante affidato dal Parlamento

al Governo Renzi, risultano essere solo due i reali interventi di riforma: (i) l’introduzione

della disciplina del Silenzio assenso tra pubbliche amministrazioni e gestori di beni e

servizi pubblici, mediante l’introduzione dell’art. 17 bis alla l. 241/1990 e (ii) il restyling delle

norme concernenti l’esercizio dei poteri di autotutela (revoca e annullamento d’ufficio)

da parte della PA, nel tentativo di contenere il più possibile le possibilità di ricorso a tali

strumenti. Interventi questi ultimi certamente utili ma decisamente marginali rispetto agli

obiettivi dichiarati dalla riforma Madia.

Su questo fronte specifico, non si può però non evidenziare come ancora una volta si

cerchi di incidere sulle procedure, inseguendo l’ennesima semplificazione complicante,

senza però affrontare il punto nevralgico del problema, rappresentato dalla necessità

di operare a monte una semplificazione degli interessi in gioco sulla base di un chiaro

disegno politico in grado di delineare una strategia di intervento slegata da logiche

elettorali. Di tutto questo nella legge Madia non v’è traccia se non sotto forma di delega

al Governo il quale, tuttavia, difficilmente avrà modo di incidere in modo sostanziale

modificando l’assetto degli interessi in gioco senza coinvolgere il Parlamento.

Allo stesso modo, nessuna attenzione è rivolta al tema del contenimento, entro i labili

confini della legalità, della discrezionalità amministrativa e della predeterminazione a

monte dei requisiti e delle condizioni per l’esercizio da parte dei cittadini delle proprie

libertà, nel pieno rispetto degli interessi pubblici, nel caso questi ultimi risultino suscettibili

di entrare in contrasto con quelli privati.

Il secondo capo è, invece, dedicato all’organizzazione. Anche in questo caso si tratta

di un’ampia serie di deleghe estremamente fumose affinché il Governo: (i) promuova

una riorganizzazione dell’amministrazione statale riducendo gli uffici dedicati ad

attività strumentali e rafforzando quelli incaricati dell’erogazione dei servizi ai cittadini,

favorendo accorpamenti e soppressioni di uffici ed enti al fine di eliminare duplicazioni

o sovrapposizioni di strutture o funzioni (è in questo contesto che si prevede la

soppressione del Corpo Forestale dello Stato) e (ii) provveda al riordino delle funzioni e

del finanziamento delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura.

Anche su questo fronte la legge delega si limita ad indicare alcune linee guida (alcune di

queste in palese sintonia con il programma di Italia Unica e con le riflessioni della nostra

Squadra Programmatica) e degli obiettivi da raggiungere, rimettendo però ogni scelta

concreta al Governo.

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11 Agosto 2015 di Fabio Giuseppe Angelini

Un ricettario senza ricette: la

(non) Riforma della Pubblica

Amministrazione/2

Il Parlamento ha approvato la legge Madia sulla riforma della Pubblica Amministrazione.

Un provvedimento complesso che contiene qualche luce e tantissime ombre. Italia

Unica considera la PA fondamentale, sia per i riflessi economici sia soprattutto per il

rapporto con i cittadini. Per questo ne proponiamo una disamina approfondita in due

capitoli. Questa è la seconda e ultima parte.

Il terzo capo è dedicato al personale e, in particolare, alla delega al Governo a promuovere

una riforma della dirigenza pubblica incentrata sull’istituzione di un sistema articolato in

ruoli unificati e coordinati, caratterizzato dalla piena mobilità tra i ruoli, uno per i dirigenti

dello Stato, uno per i dirigenti delle Regioni e uno per i dirigenti degli Enti Locali, dalla

revisione delle modalità di reclutamento e affidamento degli incarichi e della durata

degli stessi, nonché, dall’introduzione di un più stretto collegamento tra valutazione,

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conferimento e rinnovo degli incarichi e permanenza negli stessi.

Infine, il quarto capo è invece dedicato alle deleghe per la semplificazione normativa.

In questo campo, il Governo è chiamato ad intervenire al fine di semplificare le norme

in materia di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione, di partecipazioni

societarie delle amministrazioni pubbliche e di servizi pubblici locali di interesse generale.

In particolare, con riferimento al pubblico impiego, la legge delega affida al Governo il

compito di definire nuove regole per i concorsi (tra cui l’eliminazione del voto minimo

di laurea per la partecipazione ai concorsi), per il lavoro flessibile e per la valutazione

dei pubblici dipendenti, nonché, di rafforzare il principio di separazione tra indirizzo

politico-amministrativo e gestione (ma solo nell’ottica di chiarire che la responsabilità

amministrativo-contabile è imputabile solo ai dirigenti e non agli organi di vertice

politico!). Con riferimento alle società partecipate da pubbliche amministrazioni, la

legge Madia delega il Governo ad adottare un decreto legislativo teso ad assicurare la

chiarezza della disciplina, la semplificazione normativa, la tutela e la promozione della

concorrenza, operando una distinzione tra tipi di società in relazione alle attività svolte,

agli interessi pubblici tutelati e alla tipologia di partecipazione societaria, individuando

quale condizione per l’assunzione ed il mantenimento della stessa il perimetro dei

compiti istituzionali o di ambiti strategici. Infine, con riferimento alla disciplina dei servizi

pubblici locali di interesse economico generale la legge delega affida al Governo il

compito di riordinare la disciplina sopprimendo i regimi di esclusiva, di definire i compiti

di regolazione e organizzazione in capo alla PA, di individuare i criteri per la definizione

dei regimi tariffari e le modalità di tutela degli utenti.

Si tratta, dunque, di un programma di riforma (più che di una riforma della PA) fortemente

aleatorio, privo di qualsiasi indicazione concreta sugli ingredienti fondamentali e sulle

modalità di combinazione degli stessi. Proprio in virtù di queste caratteristiche, risulta

persino difficile essere in disaccordo con l’elencazione degli ambiti di intervento

individuati dalla maggioranza. Tuttavia sarà in sede di attuazione delle deleghe che Renzi

dovrà smentire la sua fama di affabulatore dimostrando, da un lato, di saper resistere alle

sabbie mobili dei decreti delegati e attuativi e, dall’altro, di avere una specifica idea su

quale PA serva per il rilancio del Paese. Sin qui il Governo ha dimostrato di avere molte

idee, tutte ben confuse, prive di un disegno unitario, salvo su un aspetto: il rafforzamento

del potere nelle mani della politica e, in particolare, del Premier – Segretario del PD.

È certo, dunque, che in virtù dell’ampiezza delle deleghe conferite dalla legge Madia,

la palla passa pienamente nelle mani del Governo al punto tale che qualsiasi forma di

insuccesso non potrà essere imputato ad altri se non al Governo.

Per il bene del Paese si spera perciò che quest’ultimo si concentri più nell’affrontare i

veri nodi della PA che nel restaurare poteri feudali al fine di concentrarlo nelle mani di

un numero sempre più ristretto di istituzioni, organi e uffici. In verità, un chiaro segnale in

tal senso, davvero poco tranquillizzante, si rintraccia anche nella legge Madia laddove

si delinea un chiaro rafforzamento del ruolo della Presidenza del Consiglio dei Ministri

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e, in particolare, del Premier, tanto in relazione ai poteri sostitutivi previsti nell’ambito

delle procedure amministrative concernenti attività di interesse strategico quanto nella

nomina dei dirigenti. Un simile accentramento di potere, in un contesto istituzionale

già fortemente compromesso da una legge elettorale come l’Italicum e dal crescente

indebolimento del ruolo delle istituzioni di garanzia, rischia di accrescere piuttosto che

ridurre i profili fortemente estrattivi della nostra cornice istituzionale che vedono proprio

nell’apparato burocratico lo strumento essenziale per la difesa e la protezione degli

interessi delle oligarchie.

La proposta di Italia Unica sul fronte della Riforma della PA, a cui in Governo si spera

saprà attingere (come peraltro sembra aver già fatto in relazione a vari punti della legge

delega) in sede delegata, si basa al contrario su un chiaro disegno politico che vede

nel cambiamento della pubblica amministrazione il vero e proprio fattore di svolta

dell’economia e della società italiana. Essa si articola in tre cambi di passo.

Il primo è quello concernente la rifocalizzazione della pubblica amministrazione sulla

propria ragion d’essere, soverchiando quelle regole non scritte di funzionamento della

stessa che, in quanto tali, non sono riformabili per legge ma solo mediante nuove pratiche

e prassi amministrative. Lungo questa via occorre accentuare la separazione tra politica

e amministrazione, facendo in modo che l’unica cinghia di trasmissione tra queste due

sfere di competenza sia il merito, attraverso l’individuazione di nuovi metodi di valutazione

delle performance per chi è già all’interno dell’amministrazione e di selezione per chi,

invece, ambisca ad entrarci (dal metodo della raccomandazione e dell’anzianità a quello

valorizzazione dell’impegno e della capacità di raggiungere gli obiettivi). Nello stesso

tempo, occorre investire in capitale umano, formazione e tecnologia, promuovendo un

complessivo ripensamento degli ambiti di intervento dei pubblici poteri e delle modalità

di azione ritenute più efficaci ed efficienti – alla luce delle risorse disponibili e del grado

di capacità della società civile di rispondere autonomamente ai propri bisogni – per il

perseguimento degli interessi pubblici identificati come tali dal legislatore.

Le riforme istituzionali dovrebbero accompagnare tale rifocalizzazione ridefinendo i ruoli

del Parlamento, del Governo, delle autonomie territoriali e dell’amministrazione. Occorre

superare il modello di amministrazione previsto nell’art. 95 della Costituzione (quello

che la vede servente rispetto alla politica) valorizzando maggiormente quello previsto

dall’art. 97 della Costituzione (quello che la vede indipendente rispetto al potere politico,

sottoposta soltanto alla legge e retta dal principio di imparzialità e buon andamento).

In questo senso, il legislatore deve saper indentificare gli interessi ritenuti meritevoli di

tutela e definire le diverse possibili modalità di intervento per il loro soddisfacimento.

A loro volta, il Governo e gli organi esecutivi delle autonomie territoriali devono farsi

sempre più promotori di tali interventi legislativi, nonché, esercitare il proprio indirizzo

politico-amministrativo basato principalmente sulla nomina, in base a criteri trasparenti

e meritocratici, dei dirigenti di vertice delle amministrazioni, sulla definizione di obiettivi

puntuali, sull’allocazione delle risorse e sulla verifica del raggiungimento degli stessi.

All’amministrazione deve spettare, invece, la gestione responsabile, sulla base dei

principi di imparzialità e buon andamento, delle risorse assegnate per il raggiungimento

138


degli obiettivi di interesse pubblico definiti in astratto dal legislatore e dettagliati dagli

organi esecutivi, nonché, la scelta di quelle modalità di intervento pubblico ritenute più

idonee al raggiungimento degli stessi.

Il secondo attiene al superamento della logica dei tagli indiscriminati, funzionali alla

ricerca di soluzioni di contenimento della spesa a brevissimo termine, puntando su una

riorganizzazione volta a creare valore. Sul fronte organizzativo è ora di superare quella

visione secondo cui a ciascun ente territoriale debba necessariamente corrispondere un

apparato burocratico servente rispetto ai suoi organi politici. Non ha più senso prevedere,

per esempio, che ciascun ente locale abbia un proprio ufficio tecnico o un proprio ufficio

anagrafe, quando al contrario tali servizi possono essere gestiti su basi territoriali più vaste

rispondendo, quindi, all’indirizzo di più organi politici secondo un disegno di poliarchia

istituzionale capace di coniugare efficienza, sussidiarietà e autogoverno.

Per fare questo, valorizzando le eccellenze interne, occorre formare dei team di lavoro a cui

affidare la gestione, ai vari livelli di governo, dei processi di riorganizzazione all’interno del

settore pubblico, che sappiano coinvolgere tutto il mondo del pubblico impiego facendo

sentire ciascun dipendente in grado di far parte di un’unica grande organizzazione che

persegue uno scopo comune. I sacrifici e i benefici della riorganizzazione dovranno essere

concordati con i sindacati ed essere ripartiti equamente, facendo ricorso a strumenti

come la cassa integrazione, la mobilità e i piani di riqualificazione finanziati mediante la

cessione di asset pubblici, appositamente destinati a tale scopo dal legislatore. Inoltre,

dovranno essere introdotte nuove regole interne e prassi in grado di ridurre le ipotesi

di esercizio della discrezionalità da parte della dirigenza pubblica al fine di promuovere

la certezza del diritto ed evitare ingiustificate disparità di trattamento. In tal senso,

deve essere promossa una maggiore centralizzazione delle decisioni di spesa per una

maggiore efficienza ed un maggiore controllo della stessa. Dovranno, altresì, essere

rafforzati i controlli e le verifiche interne al fine di creare una nuova cultura del rispetto

delle regole ed una nuova focalizzazione sul risultato piuttosto che sulla procedura.

Il terzo riguarda, invece, il ripensamento complessivo sia degli ambiti di azione della

pubblica amministrazione, sia delle modalità di intervento. Occorre chiedersi, infatti,

procedura per procedura, settore per settore, se ha ancora senso l’intervento pubblico

e se le modalità di con cui lo stesso viene realizzato siano compatibili con il grado di

maturità del mercato e della società civile. Si scoprirà, in molti casi, che la risposta più

efficace non è quella di promuovere semplificazioni complicanti come si è fatto negli

ultimi decenni, bensì, di lasciare la libera iniziativa ai privati, ovvero, di supportarne

l’azione finanziando i servizi alla collettività piuttosto che erogandoli direttamente. In altri,

si scoprirà che piuttosto che imporre l’acquisizione in via preventiva di autorizzazioni,

nulla osta o altri analoghi strumenti come la SCIA, la DIA o il silenzio assenso, sia invece

preferibile riallocare il personale delle amministrazioni su funzioni di controllo ex post, in

grado di verificare in concreto, senza mortificare la libera iniziativa, la compatibilità delle

attività dei privati con gli interessi pubblici.

Infine, occorre prendere coscienza del fatto che la pubblica amministrazione rappresenta

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la nostra più grande rete informativa e che, se posta al servizio dell’economia e della

società civile, essa può rappresentare uno straordinario strumento di rilancio economico

oltre che di efficientamento dell’apparato burocratico del Paese.

IU suggerisce tre livelli di intervento per una riforma strutturale della pubblica

amministrazione in grado di trasformarla nella sostanza, restituendole la propria ragion

d’essere: quella dimensione di servizio al Paese che le è propria. Si tratta di riforme che

richiedono al tempo stesso interventi legislativi accompagnati da competenze gestionali

e da politiche aziendali tese a promuovere una leadership diffusa all’interno del settore

pubblico, affiancate da una regia politica forte ed autorevole (capace più di affrontare

nel merito i problemi che di comunicare scambiando programmi elettorali per soluzioni

concrete), capace di porre le condizioni affinché il nostro sistema istituzionale diventi

realmente inclusivo, liberandolo dal groviglio di interessi particolari che ne bloccano

ogni tentativo di modernizzazione. Un progetto di riforma complessiva che sappia

abbracciare, nello stesso tempo, la dimensione giuridica e quella aziendale, coniugare

quella legislativa con quella attuativa, per portare la nostra pubblica amministrazione a

livelli in grado di competere con i Paesi più avanzati del mondo. Tutto quello che la legge

Madia non è e non può essere.

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23 Agosto 2015 di Luca Bolognini

Quando la decadenza e incertezza della

legge genera mostri

Non mi interessa entrare nel groviglio di noiosi dettagli burocratici su chi sapesse o chi

dovesse fare o vietare cosa fra le plurime istituzioni preposte alla salvaguardia dell’ordine

e della legalità nella Capitale – la magistratura farà gli approfondimenti del caso, se

necessario; invece, a mio avviso, c’è spazio e bisogno di una breve riflessione liberalgiuridica

di fondo, sulla decadenza dei diritti e dei doveri.

C’è qualcosa di storto che accomuna il caso del funerale di pessimo gusto, consumatosi

a Roma sotto gli occhi indignati (e anche un po’ ipocriti e appena svegli) di molti, con

altri dati e fatti ben noti: per esempio, qualcosa che c’entra con gli attentati terroristici

avvenuti di recente in Francia, anche nelle ultime ore con l’arresto eroico del nordafricano

armato di kalashnikov sul treno ad alta velocità Amsterdam-Parigi (si è sempre trattato

di personaggi già schedati dai servizi di sicurezza come pericolosi terroristi integralisti);

o, ancora, con la miriade di libri scritti da magistrati, giornalisti e osservatori vari su Cosa

Nostra, sulla ‘ndrangheta, sulla camorra ecc. – nei quali si indicano con nomi e cognomi

e dovizia di particolari le famiglie mafiose che comandano in ciascun paesino di ogni

territorio al Sud come al Nord d’Italia.

Il “qualcosa di storto” è: se tutti sanno – e soprattutto le autorità competenti sanno – che

questa gente è criminale, perché pascola a piede libero? Per usare un gergo da film,

intonato con gli eventi stucchevoli all’ordine del giorno, “le chiacchiere stanno a zero” e

i casi sono due, si direbbe che tertium non datur: o alcuni di questi non sono criminali,

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e allora si critichi pure il gusto di una celebrazione in pubblico ma senza offendere le

“diverse culture” né pretendendo di spingersi oltre i divieti di apologia di reato e oltraggi

vari (visto che siamo in democrazie liberali e non in dittature eticiste), oppure alcuni di

questi sono criminali certificati e allora dovrebbero essere nelle patrie galere e non in

giro alla luce del sole, a bordo di treni o censiti stabilmente su libri, su articoli di cronaca

e perfino su Wikipedia (provare per credere).

Purtroppo, la sensazione è che, invece, spesso tertium datur eccome: la decadenza dei

nostri sistemi giuridici iper-civilizzati (la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni,

fatte di leggi e di procedure giurisdizionali così diabolicamente arzigogolate e sottili da

rivelarsi inutili nel contrasto alla criminalità a tutti i livelli) ci ha reso molli, lenti e facili

prede di chiunque voglia fare il duro fuorilegge, nelle piccole come nelle grandi cose,

dal non pagare il biglietto sul tram, al taglieggiare, al corrompere, allo spacciare, allo

sparare per le ragioni più assurde.

Eppure, in Europa e nel resto del mondo civilizzato, teniamo tutto e tutti sotto controllo,

intercettiamo, schediamo, archiviamo, profiliamo, le forze dell’ordine e i giudici possono

conoscere ogni dettaglio di chiunque: ma non fermiamo chi va fermato, lo lasciamo

circolare. E in Italia rincariamo la dose, aggiungendo anche ingredienti di irrazionalità

legale crudele, quasi a volerci far perdonare l’inefficienza di fondo del sistema, con

un uso smodato di custodie cautelari e presunzioni di colpevolezza senza reale

pericolosità, o con invenzioni giuridiche sbagliate e illiberali come il “concorso esterno

in associazione mafiosa” (reato vaghissimo, magari a volte utile ma che può portare ad

inquisire malcapitati inconsapevoli perché si trovavano a cene con cinquanta persone

una delle quali mafiosa) o l’accertamento esecutivo fiscale, solve et repete, che vessa i

contribuenti costringendoli a pagare cartelle esattoriali subito, a discapito del loro diritto

di difesa.

Tutto ciò ha un nome: incertezza del diritto. Ecco la stortura. Nell’incertezza del diritto, i

criminali e i terroristi prosperano. E il potere pubblico se la prende con individui regolari e

qualsiasi, più semplici da identificare e da sanzionare con meno sforzi. I cittadini normali

sono tra l’incudine e il martello, e hanno paura: paura dei criminali, dai quali il potere

pubblico fatica a difenderli; paura del potere pubblico, quando pretende troppo dalle

persone per bene e assai poco dai veri delinquenti. La decadenza della legge genera

una giustizia dura coi deboli, debolissima con i duri.

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27 Agosto 2015 di Marco Marazza

Lavoro, quando la realtà smaschera la

propaganda

Una delle citazioni più abusate -e di più difficile attribuzione- della storia è quella relativa

all’utilizzo delle statistiche da parte di un politico assimilabile a quello di un lampione da

parte di un ubriaco; non per cercare luce ma sostegno. Non importa se l’autore del detto

fosse stato l’ex premier britannico Benjamin Disraeli, lo scrittore Mark Twain o il poeta A.

E. Housman, ma fatto sta che sicuramente il Governo Renzi rimarrà nella storia come un

caso di scuola relativamente alla sua veridicità.

La vicenda di questi giorni relativa ai dati sulle nuove attivazioni ne è l’ennesima

dimostrazione. Nella nota flash del 25 agosto il Ministero del Lavoro annuncia

trionfalmente che il numero dei nuovi contratti a tempo indeterminato nei primi 7 mesi

dell’anno ammonta a 630 mila unità con un saldo tra contratti attivati e cessati positivo

per 2,3 milioni. Neanche il tempo per un twitt euforico da parte del Premier ed il dato

viene sbugiardato da Marta Fana del Manifesto che ha ricostruito il dato dei primi 7 mesi

dell’anno sulla base delle singole note mensili facendo emergere non solo un significativo

rallentamento del ritmo di stabilizzazione dei contratti di lavoro negli ultimi mesi (con un

saldo tra nuovi contratti a tempo indeterminato e cessazioni pari a Luglio a solo 47 unità

dopo le 271 di Maggio ed il calo di 9.768 di Giugno) ma soprattutto un inspiegabile errore

nei dati presentati dal ministero. Il vero saldo dei nuovi contratti a tempo indeterminato e

delle trasformazioni di precedenti contratti a tempo determinato in tempo indeterminato

ammonta infatti nei primi 7 mesi a ben 303 mila unità (il 48%) in meno rispetto a quanto

comunicato dal ministero mentre il saldo complessivo tra attivazioni e cessazioni delle

diverse forme contrattuali (non solo tempo determinato, ma anche indeterminato,

apprendistato, collaborazione ed altre forme contrattuali) ammonta a 1,1 milioni, 1,2

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milioni (il 52%) in meno rispetto alle stime ministeriali. Un errore macroscopico da parte

del ministero che si è limitato a sostituire sul sito la tabella incriminata senza alcuna

spiegazione o nota di scuse.

Una vicenda paradossale che porta a due considerazioni. Le prima è che il Jobs Act,

nonostante la propaganda governativa, non solo è inefficace per quanto riguarda la

creazione di occupazione (il numero degli occupati è calato in Italia di 125mila unità nel

corso del 2015) ma anche il celebrato trend di stabilizzazione dei contratti di lavoro ha

perso vigore dopo l’andamento positivo dei primi mesi dell’anno, essenzialmente per la

perdita di fiducia del sistema produttivo rispetto alla capacità del Governo di rilanciare

l’economia.

La seconda considerazione è che il costante -e sempre più improbo- sforzo da parte del

Governo di trovare sostegno statistico in merito all’efficacia sull’andamento dell’economia

della propria presunta agenda di riforme sta, progressivamente, deteriorando

l’affidabilità dei dati prodotti dagli uffici ministeriali (e minando ulteriormente la credibilità

dell’Esecutivo sia in Italia che all’estero). È, a questo riguardo, di poche settimane fa la

polemica del Presidente dell’ISTAT Giorgio Alleva in merito i dati utilizzati dal ministro del

lavoro Giuliano Poletti utilizzati a fini propagandistici da Matteo Renzi, polemica che non

può che acquisire nuovo vigore alla luce della gaffe del Ministero del Lavoro.

Il punto è che un buon governo è un governo credibile. Ogni giorno che passa risulta

più evidente il fallimento delle politiche poste sinora in atto dal premier, nonostante la

loro onerosità per le finanze pubbliche che ha distolto risorse da impeghi ben più utili o

urgenti. A partire dal bonus degli 80 Euro, che costa 10 miliardi di Euro all’anno alle casse

dello Stato e che è stato venduto come un motore per la ripresa dei consumi interni

(che, per contro, sono calati nel corso del 2014 e sono stazionari nel 2015), passando

dal Jobs Act, troppo oneroso per gli equilibri del nostro sistema previdenziale (con un

buco contributivo che potrebbe arrivare, secondo le stime dell’INPS, a 10 miliardi di

Euro, eguagliando pertanto il costo degli 80 Euro) rispetto all’inefficacia sinora dimostrata

come veicolo di creazione e di stabilizzazione dell’occupazione, fino alla ripresa degli

investimenti pubblici e privati, pietra angolare del Documento di Economia e Finanza

2015 e calati, per quanto riguarda la componente pubblica, del 9% nel corso del primo

trimestre 2015.

Prova ne è la difficoltà di raggiungere il-peraltro modesto- obiettivo di conseguire una

crescita del PIL nel corso del 2015 pari allo 0,7% a meno di un’accelerazione nel corso

del secondo trimestre dell’anno (accelerazione che sembra, dato dopo dato, sempre

meno probabile) nonostante la combinazione positiva di petrolio, tassi di interesse e

cambio euro/dollaro che consente a tutti gli stati dell’Unione Europea (Cipro e Grecia

incluse e con la sola esclusione della Finlandia legata all’economia russa) di registrare

una performance migliore rispetto al nostro Paese.

Nel frattempo Matteo Renzi, in calo di consensi e credibilità, dispensa, da tutti i palchi

possibili ed immaginabili, promesse fiscali degne del miglior Cetto La Qualunque,

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finanziate non da tagli degli sprechi dalla pubblica amministrazione ma, facendo leva sui

propri successi in politica estera, dallo spumante fatto bere a Hollande alle barzellette

raccontate al marito della Merkel, da presunte flessibilita che l’Unione Europea ci

concederebbe relativamente al rapporto deficit/PIL 2015.

Promesse estive, destinate purtroppo a dissolversi con i primi freddi, rivelandosi una

ricetta per il disastro. Un disastro sulla pelle sia di chi in Italia lavora e fa impresa sia di chi

un lavoro lo vorrebbe trovare ma non riesce. Il tutto mentre il Governo vede spegnersi,

uno dopo l’altro, i lampioni statistici a cui aggrapparsi.

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3 Settembre 2015 di Luca Bolognini

Quel bambino parla al cuore duro

dell’Europa

Stamattina in un hotel londinese guardavo Sky News in diretta dalla stazione di Budapest.

Quanti bambini disperati tra i migranti all’assalto dei treni, per terra o in braccio a genitori

esausti. Senza cibo né giochi né colori. Spaesati, sradicati.

Il portavoce del Governo ungherese dichiarava al giornalista che non sono tutti

profughi, quelli arrivati a migliaia in questi giorni in Ungheria, e che potrebbero esserci

infiltrazioni: ha ragione. Il problema è terribilmente complesso e non si risolve a colpi di

indignazione buonista o di semplificazione becera. Molte le azioni da intraprendere a

livello internazionale e di singoli Stati.

Però il mio pensiero torna a quei bambini – a quelli ancora vivi, per i morti vale solo

una profonda pietà – che arrivano, innocenti, e stanno soffrendo le pene dell’inferno:

dobbiamo salvarli.

Se l’Europa da qualche decennio è la culla dei diritti umani, gli europei devono

dimostrare che è vero e trasformare lo sconcerto personale e i principi astratti in azioni

umanitarie concrete. Nessuno di noi, da solo, può ragionevolmente farsi carico del

“dolore complessivo del mondo”, ma le nostre istituzioni collettive (non solo UE e Stati,

anche organizzazioni non governative e terzo settore in genere) possono fare molto per

il pronto soccorso dei bambini in fuga. Loro sono la priorità assoluta, senza se e senza

ma, mentre parallelamente va avanti il duro, articolato e difficile impegno per cercare di

fronteggiare le cause, a monte, di questa tragedia epocale che sta cambiando la storia

di tre continenti.

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12 Settembre 2015

Il nostro Paese vive una fase di smarrimento senza eguali dal dopoguerra. Pur dotato di

energie, intelligenze, capacità, creatività concorrenziali rispetto agli altri Paesi, è guidato

da leader attenti al giorno per giorno, troppo spesso privi di una visione complessiva dei

problemi e lungimirante nel cercare le soluzioni. Leader – politici e non solo – per i quali

la comunicazione vale più del merito.

Il risultato è che il sistema italiano oscilla paurosamente: è stata scavata una voragine

sotto la possibilità di creare vere e credibili possibilità di alternanza al potere. Il risultato

è che la democrazia italiana è zoppa perché priva delle condizioni per determinare

maggioranze alternative in una sana e corretta competizione all’interno di regole

condivise e funzionanti. Giorno dopo giorno si è imposto una sorta di pensiero unico

che sfocia nelle velleità di costituire un cosiddetto Partito della Nazione imperniato

sulla figura dell’attuale premier.

Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario del Pd, governa l’Italia da oltre un

anno e mezzo. È arrivato a Palazzo Chigi in seguito ad un regolamento di conti interno

al Partito Democratico e alla maggioranza, all’insegna delle parole d’ordine del ricambio

generazionale e della rottamazione della vecchia nomenklatura del partito e della

politica. Sfide che hanno attratto una parte importante di consensi moderati, come mai

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era successo a un leader di sinistra. Dal giuramento al Quirinale del 22 febbraio 2014,

sono stati 18 mesi di fuochi d’artificio verbali, slides accattivanti, narrazione ipertrofica.

I risultati concreti latitano, acuendo le difficoltà del Paese. Le riforme istituzionali ed

elettorali, quelle del lavoro e della scuola non solo non hanno provocato quel balzo

in avanti tanto necessario quanto insistentemente promesso: al contrario, hanno

approfondito gli squilibri del sistema italiano. E il consenso, dapprima lentamente poi

in modo sempre più evidente, ha iniziato ad erodersi.

Italia Unica per prima, più di tutti e quasi sempre da sola, ha compreso i rischi che il

Renzismo stava insinuando e i danni che avrebbe provocato. Avevamo ragione

nel denunciare i limiti e i pericoli dell’azione di governo, come pure la sostanziale

acquiescenza, se non dichiarata subordinazione, delle cosiddette forze di opposizione:

non per questo possiamo dirci soddisfatti. Non siamo mai stati né mai saremo per il tanto

peggio tanto meglio: siamo infatti nemici dichiarati della demagogia e del populismo.

Ci sforziamo, piuttosto, di far riacquisire alla politica quella dimensione di confronto ideale,

di progettualità, di capacità di andare oltre l’ordinario che decenni di battibecchi con

l’occhio rivolto solo ai sondaggi o al consenso immediato le hanno sottratto. In sei mesi

di vita Italia Unica, che si è costituita ufficialmente in partito il 31 gennaio scorso, è

cresciuta in autorevolezza e consenso, perché ha proposto una alternativa ragionata

e sul merito, non urlata o drogata dal populismo.

Per questo possiamo affermare senza remore che abbiamo le carte in regola per

costruire una nuova guida del Paese. Abbiamo stabilito di farlo partendo dal livello

più vicino ai bisogni dei cittadini: dalle amministrazioni locali, dai comuni. Dopo aver

contribuito al successo di decine e decine di amministratori alle ultime comunali,

saremo ufficialmente presenti alle elezioni amministrative della prossima primavera

che coinvolgeranno alcune delle principali città italiane e tanti altri centri del territorio.

Il nostro non vuole limitarsi ad essere l’ennesimo tentativo, più o meno levigato, di

rianimare la partecipazione politica. Ci muove la consapevolezza che l’asticella dei

problemi del Paese ha superato il limite di guardia e non c’è più tempo da perdere.

L’ambizione è di riunire sotto uno stesso tetto, e per percorrere il medesimo tratto di

strada, alcune delle migliori energie italiane, fuori da preconcetti schemi ideologici

o asfittici legami di appartenenze. Il tempo delle divisioni e del piccolo cabotaggio,

dell’attenzione agli interessi particolari, della cura del proprio orticello di convenienze è

definitivamente scaduto. Per tutti. Occorre uno sforzo che coniughi spirito di servizio e

competenze, capacità e dedizione, talento e abnegazione. È necessario che attorno alle

proposte vere, concrete, praticabili di soluzione dei tanti e annosi problemi che affliggono

l’Italia si assiepino tutte le persone di buona volontà, che hanno a cuore il futuro delle

generazioni che verranno, che sono convinte che il declino non è un sentiero ineluttabile.

Tante, troppe volte ci siamo detti e soprattutto ci siamo sentiti dire: le vostre idee sono

belle ma non si potranno mai realizzare. Non è vero. Si può cambiare, e in meglio. Molto

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meglio. L’Italia e gli italiani possiedono le precondizioni: umane, sociali, economiche – sì

anche economiche se gli sprechi vengono definitivamente debellati – per giocarsela al

meglio nella globalizzazione in atto. Ci vuole la generosità di chi non si tira indietro e

si spende in prima persona. Milioni e milioni di cittadini che ridanno alla politica la sua

dimensione più vera e nobile. Non è un’utopia. Al contrario è un bisogno che sale dal

profondo del corpo stesso del Paese.

Corrado Passera ha deciso fin da giugno di candidarsi alla guida di Milano. Un gesto

di generosità, lontano dai giochi tattici delle segreterie partitiche, che racchiude in sé

anche una precisa valenza politica: testimoniare concretamente che l’Italia può essere

modello in Europa, che una politica “alta” è possibile. Siamo convinti che ci siano le

condizioni per costruire un largo consenso trasversale partendo da posizioni liberaldemocratiche,

popolari e riformiste, offrendo agli italiani soluzioni ambiziose e

concrete attraverso persone competenti, oneste e capaci di vero spirito di servizio.

Dopo il default evitato, tre anni di non risposte

E’ bene ricordare che solo quattro anni fa, nell’agosto del 2011, l’Italia era ad un passo

dal commissariamento e nessuno voleva più sottoscrivere i titoli di Stato. Come in Grecia

oggi, si cominciava a intravedere il rischio di non avere i soldi per pagare stipendi pubblici

e pensioni. Parallelamente e di conseguenza, l’incubo del default prendeva consistenza.

L’attività di governo, sia di centrodestra che di centrosinistra, aveva portato nei

precedenti 10-15 anni a una situazione disastrosa: basti pensare che in pochi anni erano

aumentate di oltre 200 miliardi sia le tasse che la spesa pubblica corrente. Né furono

sufficienti le tre “Finanziarie” a raffica del ministro Tremonti per riportare un minimo di

fiducia nel nostro Paese. Il risultato paradossale fu che tali interventi pesantissimi furono

poi messi in conto al governo successivo.

La politica aveva fallito, e segnali di logoramento istituzionale ed insofferenza sociale

avanzavano in maniera preoccupante. L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio

Napolitano, scelse la strada di un esecutivo di emergenza – di cui anche Corrado

Passera fu chiamato a far parte – che in pochi mesi evitò l’intervento della troika,

rimise in binario i conti pubblici, rese sostenibile il sistema pensionistico, fece alcune

riforme importanti col voto praticamente unanime del Parlamento e con il pieno

supporto di molte forze politiche che oggi ne criticano l’operato.

Ma, bisogna riconoscerlo, quell’esecutivo ebbe anche un grave limite: dopo il salvataggio

non riavviò la crescita dell’economia e dell’occupazione che mancava ormai da 15 anni. In

parte ciò avvenne per mancanza di coraggio, in parte perché la politica vecchio stampo,

una volta messi a posto i conti dell’emergenza, riportò il Paese in una situazione di stallo

preelettorale.

La parentesi del governo Letta, fragile esecutivo nato dal voto non convinto degli italiani,

non cambiò senso di direzione: al contrario rese sempre più esplosiva la competizione

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interna al Pd, scaricando sul Paese l’eterna lotta tra correnti e fazioni di quel partito.

È su queste macerie interne, e su quelle ancora più vistose di Forza Italia e di Ncd-Udc,

che è nato il governo di Matteo Renzi. Il consenso per il neo premier alle successive

elezioni europee superò quota 40 per cento (anche se con meno voti di quelli raggiunti da

Veltroni quando perse a vantaggio del Pdl), godendo del fatto che una quota consistente

di cittadini si rivolse a lui non volendo cadere nelle braccia di Grillo o di Salvini, mentre

l’astensione raggiunse percentuali da record. Su quel voto – alimentato dalla mancia

elettorale degli 80 euro che sottrae 10 miliardi all’anno a ben più efficaci politiche di

rilancio economico e sociale – l’ex sindaco di Firenze ha costruito la sua narrazione.

Sacrifici sprecati, occasioni perdute: la ricetta per il disastro

Il governo Renzi sta sprecando i sacrifici degli italiani e una situazione macroeconomica

vantaggiosissima che ci viene garantita dai giusti interventi di Draghi – che hanno

portato i tassi di interesse ai minimi storici – e a una insperata svalutazione dell’Euro,

oltre che a prezzi dell’energia bassi come non mai. Nonostante tutto questo, sta

inanellando e insistendo in una serie di errori gravi dal punto di vista della politica di

sviluppo.

Del resto, quale sia la china sulla quale stiamo scivolando ce lo conferma trimestre

dopo trimestre l’andamento del PIL, sia in assoluto che rispetto a quello dei Paesi

dell’eurozona e i nostri concorrenti sui mercati internazionali. Che poi si cresca dello 0.2,

0.3 o 0.4 (peraltro corrispondente all’effetto dell’azione di Draghi, che sia benedetto!) non

fa differenza: con questi livelli impalpabili di crescita non si rimette in moto seriamente

l’occupazione. Ed è impressionante come questa triste realtà sia confermata dai dati

dell’occupazione, malgrado le dosi massicce di doping che il governo sta malamente

somministrando.

Senza una discontinuità radicale nella politica economica, gli Italiani rischiano un

futuro di povertà. Tra disoccupati, inoccupati, cassaintegrati e sottoccupati, siamo un

Paese con dieci milioni di persone – erano la metà all’inizio della crisi – che non hanno

un lavoro o ne hanno uno non sufficiente per consentire di viverci. Significa che quasi la

metà delle famiglie vive una condizione di precarietà personale e sociale ed ha paura

del futuro. Tutto ciò produce un mix di rabbia, depressione, voglia di lasciare l’Italia. Una

miscela micidiale, in particolare per le giovani generazioni.

Il Renzismo e il Partito della Nazione: due risposte sbagliate

Spiace vedere che il presidente del Consiglio/Segretario del Pd, invece di arginare la

deriva populista l’ha di fatto esasperata, occupandosi di superficiali restyling negando

i problemi invece di affrontarli e inducendo la gente a credergli. Dispiace dover parlare

così del capo del governo, ma è tale il rischio che stiamo correndo che i mezzi giudizi e

le timidezze diventano complicità. E siccome le politiche fin qui attuate peggioreranno

la situazione sia economica che sociale, consideriamo dovere di Italia Unica denunciarlo

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con chiarezza.

Il Renzismo è una sindrome terminale della Prima e della Seconda Repubblica, una

caricatura della politica liquida. Il Renzismo è figlio della politica politicante, angusta

e strumentale, di chi non conosce né la geopolitica né l’impresa. Non a caso il premier

da quando ha i calzoni corti non ha fatto altro che politica: potremmo dire che è il più

“vecchio” di tutti i leader politici attuali. Ed è legittimo anche sostenere che Renzi si trova

dov’è non solo per la bravura comunicativa e la mancanza di avversari credibili, ma anche

grazie a due suicidi politici: quello di Forza Italia e quello della vecchia classe dirigente

Pd, che non ha saputo rigenerarsi nelle troppe sconfitte.

Renzi interpreta al meglio la visione che fa corrispondere la politica alla comunicazione

in cui la narrativa prevale sul fare, e che quindi inevitabilmente conduce alla

demagogia di brevissimo periodo. Anche se molti considerano oggi inevitabile

questo modo di intendere la politica, noi continueremo a considerarla una pericolosa

degenerazione per la democrazia. Per questo ora più che mai occorre parlare chiaro

agli italiani. Fare cioè un’operazione verità vasta, continua ed approfondita che

riguardi principalmente l’economia e la società. L’obiettivo di Italia Unica è rilanciare

la nostra democrazia malata. Siamo e saremo oppositori durissimi a ogni populismo e

quindi alternativi anche al Renzismo che sta facendo tanto male all’Italia.

Il Renzismo è fatto di ossessione per il potere, vedi l’Italicum, e occupazione di tutte

le posizioni che questo garantisce: Rai, Pubblica amministrazione, holding di Stato,

partecipazioni statali e locali. È insomma la perpetuazione sotto mentite spoglie della

vecchia politica, che odia il merito e avversa l’indipendenza della società civile; che

manca di visione e difetta di coraggio, che interviene per proteggere e non per liberare.

Tipico l’esempio della riforma della scuola: alla fine tutto si è ridotto all’assunzione

praticamente ope legis di centomila precari, con migliaia di cattedre vacanti perché non

sono stati inseriti i docenti con le competenze di cui effettivamente c’era bisogno e non

sono stati sufficientemente motivati quelli che già oggi mandano avanti tra mille difficoltà

la nostra scuola.

Come prima cosa, è necessario sgretolare il pilastro principale su cui si regge questa

narrazione. Cioè che per troppo tempo la politica non ha fatto le riforme necessarie e

che quelle realizzate o ipotizzate da questo Governo siano finalmente quelle giuste per

rimettere in sesto l’Italia e consentirle di correre alla stessa velocità dei partner europei.

Fosse così! Purtroppo non lo è e abbiamo spiegato in più occasioni e nel merito perché

si tratta di riforme in gran parte sbagliate. Quando non sono sbagliate sono del tutto

insufficienti e spesso le riforme micro sono peggio di nessuna riforma perché danno

la sensazione di aver affrontato i problemi rinviandoli, di fatto, sine die. Ma, come è nel

nostro modo di concepire la politica, quando presentiamo una critica sempre proponiamo

soluzioni alternative che consideriamo migliori. Lo abbiamo fatto fin dal 23 febbraio 2014,

quando Passera ha presentato il progetto di Italia Unica e ogni giorno da allora, come

testimonia il nostro sito.

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C’è chi accusa Italia Unica ed il suo leader di essere preconcettualmente contrari a

Renzi, di fargli opposizione di tipo ideologico. Non è così: siamo liberali e consideriamo

il rispetto dell’avversario un valore assoluto, da coltivare e difendere. Per cui non abbiamo

difficoltà quando si tratta di riconoscere la bontà di talune iniziative legislative. Tuttavia

rifiutiamo l’accusa di essere benaltristi, di voler vedere sempre il bicchiere mezzo

vuoto. Se un malato ha la broncopolmonite pretendere di curarlo con l’aspirina è

semplicemente sbagliato e in taluni casi molto pericoloso.

Da mesi insistiamo nel fornire un quadro oggettivo della situazione, dei rischi economici,

politici e sociali, delle manchevolezze che restano, dei ritardi che azzoppano. Si stanno

operando scelte profondamente sbagliate, che non modificano la situazione, non

eliminano le zavorre, non incidono in profondità sulle storture di decenni.

I fan del premier, variamente collocati, ri-collocati e disseminati, sostengono con

fierezza di essere l’unico antidoto, politicamente parlando, alle orde “barbariche” e antisistema

dei Cinquestelle e di Salvini. Che sono loro, le legioni del premier, a fare argine

e a rappresentare il baluardo migliore contro la dissoluzione del sistema. Purtroppo

è vero esattamente il contrario. Proprio l’azione sbagliata ed inefficace di governo,

l’occupazione sistematica di ogni angolo e angolino di potere, l’annuncio roboante

di riforme che non riformano e non risolvono, sono il terreno di coltura migliore e

più produttivo per l’insofferenza, la delusione, la rabbia e il disorientamento dei

cittadini. In altri termini, con la loro azione, Renzi ed il Renzismo spianano la strada

alla demagogia ed ai populisti: altro che fare da barriera!

La conferma più convincente arriva dalla disaffezione ormai endemica dei cittadini verso

le urne. Proprio in questi ultimi 18 mesi – non a caso – nelle due tornate elettorali si sono

raggiunti i minimi storici di partecipazione al voto. Un dato impressionante che invece di

provocare insonnia nella classe dirigente viene accettata come un fenomeno intrinseco

ai sistemi democratici. Per Italia Unica è esattamente l’opposto.

La sindrome del populismo soffoca l’Italia

Una situazione del genere – sfiducia, disoccupazione, crescente impoverimento,

dilapidazione di speranze e risorse – come ci insegna la storia è ideale per favorire il

propagarsi dei populismi della peggior specie. E infatti oggi l’Italia è devastata da 4

populismi che si inseguono e cercano di superarsi a vicenda. I populismi sono un

fenomeno ben conosciuto nella storia anche dell’ultimo secolo e prendono forme

diverse combinando in varia misura le seguenti caratteristiche:

I populisti cavalcano e fomentano il malcontento che la gente ha per le difficoltà e le

delusioni accumulate. Usano la paura come arma di penetrazione di massa.

• Ai populisti non interessa risolvere i problemi, a loro basta denunciarli, illudendo

che ci siano soluzioni facili e indolori: a loro non interessa andare a comprendere le

radici profonde dei problemi o le soluzioni strutturali perché per loro esiste solo l’effetto

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immediato da raggiungere nei sondaggi.

• Politica e comunicazione per i populisti tendono a coincidere e quindi se le politiche

non funzionano, invece di cambiare politica cambiano narrazione. Considerano

i cittadini dei superficiali che ragionano solo con la pancia e quindi bisognosi di dosi

sempre più massicce di demagogia e di slogan autoconsolatori. Chi cerca di entrare nel

merito dei contenuti, viene subito tacciato di gufismo.

• I populisti cercano sempre un nemico esterno sul quale concentrare le colpe per

ridurre le proprie responsabilità (molti degli attuali leader sono esponenti di partiti che

hanno governato per decenni creando i problemi che ora denunciano istericamente): un

tempo i colpevoli di tutto erano i “terroni” ora gli immigrati; un tempo era “Roma ladrona”

ora Bruxelles o Francoforte.

• I leader populisti non vogliono intralci nei loro rapporti con i singoli cittadini o i singoli

operatori economici: ma quali rappresentanze! Ma quali sindacati! Tutta roba vecchia

per loro. Lanciano slogan in tv o su Twitter, non accettano nessun vero confronto, vivono

di sondaggi e di annunci. E se un annuncio non funziona o si dimostra una fregatura per

la gente, lo si copre con un annuncio ancora più roboante. Qualcuno si vanta addirittura

di essere populista scambiando populista per popolare.

I quattro attuali padroni della politica sono tutti a loro modo populisti con dosi e

aggravanti di vario genere: due leader antisistema e antieuropei (Grillo e Salvini); un

leader che dovrebbe essere di alternativa governativa (Berlusconi) ma che sta invece

disperdendo un capitale politico immenso e continua a vacillare tra improbabili velleità

di rivincita e smottamenti di consenso verso Renzi ed il Renzismo, per non parlare della

deriva pro-Salvini che porterebbe i moderati fuori dal contesto del Partito Popolare

Europeo.

Esemplare di come populismo e demagogia, fondendosi, provochino distorsioni e guasti

drammatici è la questione dell’immigrazione e di come viene affrontata nel dibattito politico

interno. Dopo averla colpevolmente e sciaguratamente trascurata, magari immaginando

che qualcuno la potesse risolvere al posto nostro, ora la tragedia di centinaia di migliaia

di persone, tra cui moltissimi bambini, che fuggono da un destino di morte per magari

finire affogati o asfissiati nei barconi degli scafisti, viene usata per raccattare qualche

consenso in più o in meno vellicando le coscienze o gli egoismi, a seconda dei casi.

Così mentre in Germania la Merkel mostra leadership concreta e di stampo continentale

decidendo di affrontare e gestire il fenomeno con l’occhio rivolto anche agli interessi

nazionali attraverso la “scelta” di chi accogliere, dalle nostre parti volano insulti (“verme”,

“animale”, e via dicendo), emergono fenomeni di corruzione agghiaccianti e la macchina

amministrativo-burocratica dell’accoglienza, con buona pace del ministro Alfano, mostra

lacune e crepe non degne di un Paese civile. Quella che si sta delineando tra Berlino e

Roma è la linea di demarcazione che passa tra statisti e politicanti.

153


Dalla propaganda alla trasparenza

Il bilancio dei primi 18 mesi di governo di Matteo Renzi è al tempo stesso deludente

e preoccupante: molte delle riforme non sono sufficienti perché – come già detto – se

si dà un’aspirina a chi necessita di un antibiotico non si può poi sostenere che è un passo

nella direzione della guarigione. Altre sono del tutto sbagliate come quella della scuola,

di fatto ridotta ad una gigantesca operazione di sapore assistenzialistico. Altre ancora

invece risultano addirittura pericolose, come l’Italicum, legge iperpresidenzialista senza

eguali al mondo.

La realtà è che abbiamo perso quasi due anni su priorità sbagliate. Invece di affrontare

l’emergenza occupazionale, il Governo ha costretto il Parlamento ad occuparsi

di brutte riforme istituzionali. Alzando la bandiera del “la sera delle elezioni bisogna

sapere chi comanda” si è dato all’Italia una legge elettorale che – in abbinata con la

riforma del Senato – consegna un potere enorme e privo di quei bilanciamenti – che

tutte le democrazie prevedono – nelle mani di una persona sola.

Un premio in seggi smisurato senza stabilire maggioranze veramente qualificate per gli

organi di garanzia e con l’impossibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Sul

Senato, all’insegna del “superiamo il bicameralismo perfetto” si è fatto un gran pasticcio,

con un meccanismo disegnato su misura per gli interessi del Pd. Per non parlare della

“non” eliminazione delle Province.

Abbiamo denunciato per primi la pericolosa devianza democratica dell’Italicum,

siamo scesi in piazza, abbiamo spiegato come il combinato disposto della nuova legge

elettorale – peggiore perfino del Porcellum – con la riforma antifederalista del Senato

messo in mano a consiglieri regionali in trasferta pagata, rovinerebbe il Paese. Fino ad

ora gli interessi di pochi hanno prevalso, ma la battaglia non è affatto conclusa!

Una politica economica dilettantesca ed autolesionistica fa sì che l’Italia non

cresca malgrado grandi sacrifici e condizioni macroeconomiche molto favorevoli e

probabilmente irripetibili. La formula esiziale che sta consumando il Paese è facile da

sintetizzare: nessun freno (bensì aumento!) alla spesa pubblica corrente e zero spending

review strutturale; tasse altissime e in crescita; investimenti bassi e in diminuzione.

La pratica degli incentivi a pioggia (dopo gli 80€ è stata la volta degli sconti

previdenziali del Jobs Act) non risolvono i problemi e impegnano risorse allo stato non

disponibili. Il risultato di questi interventi è palese: bassissima crescita, debito pubblico

alle stelle, che azzoppano in particolare le nuove generazioni che Renzi dice di voler

rappresentare ipotecandone, in realtà, il domani.

L’attesissima riforma della scuola è stata tutta concentrata su 100.000 assunzioni ope

legis senza tener conto delle effettive esigenze in termini di competenze e togliendo

risorse che potevano essere destinate agli insegnanti meritevoli. Nessun passo

rilevante per portare la scuola italiana nel XXI secolo (materie, metodi di insegnamento,

154


disegno dei cicli); passi impercettibili verso la vera autonomia e nessun vero passo verso

il riconoscimento del ruolo pubblico delle scuole paritarie.

Riforma del mercato del lavoro in nessun modo legata alle esigenze del XXI secolo:

una visione novecentesca dell’impiego, nessuna attenzione alle nuove professioni e alla

crescente “autonomizzazione del lavoro”, incentivi a pioggia non legati a effettiva nuova

occupazione né ad aumento della produttività che creeranno un buco potenzialmente

enorme nei conti pubblici o un innalzamento dei contributi sociali; illusoria sensazione di

stabilizzazione per la stragrande maggioranza degli assunti e mercato del lavoro ancora

più dualistico a favore di chi godeva di “vecchi” diritti e posizioni di rendita; nessuna

attenzione alle nuove professioni.

Riforma del Terzo Settore e dell’Impresa Sociale rinunciataria e illusoria: basta

considerare che non sono previsti fondi. Una grande occasione sprecata per allargare il

campo d’azione dell’impresa sociale, per darle gli strumenti di rafforzamento patrimoniale,

per mettere ordine nelle forme giuridiche e nella regolamentazione fiscale.

Riforma della RAI che non risolve nessun problema né aggiorna il senso del servizio

pubblico. Governance rinnovata secondo le famigerate regole della Gasparri nonostante

un esplicito impegno in senso contrario del premier, e nessuna iniziativa di effettiva

modernizzazione dell’azienda. Ci si limita a riproporre il vetusto schema della lottizzazione

in barba ai tanto sventolati propositi di rinnovamento; nessun riferimento alla necessaria

ristrutturazione, al necessario rilancio editoriale, al necessario piano di investimenti.

Riforma fiscale incompleta, che non tocca i temi della modernizzazione della giustizia

tributaria, senza la quale è illusorio immaginare un ritorno degli investimenti nel nostro

Paese e che limita la possibilità di accedere all’adempimento collaborativo ad una

manciata di mega facoltosi con un giro d’affari superiore a dieci miliardi di Euro.

Riforma della Pubblica Amministrazione dispersa in un’elencazione infinita di deleghe

priva di un filo conduttore e senza alcuna certezza sulle modalità e le tempistiche con

cui le deleghe si trasformeranno in interventi di modernizzazione della burocrazia.

Migranti, corruzione, Mezzogiorno, salvaguardia ambientale rimandati sine die:

temi scottanti sui quali il capo del governo preferisce non sporcarsi le mani perché

comporterebbero coraggio e misure impopolari. Con il risultato che quelle stesse

questioni peggiorano e marciscono, avvitando sempre più l’Italia sul perno delle proprie

insufficienze.

Privatizzazioni dilettantesche, e addirittura controproducenti come quella delle

Poste. Un vero controsenso quella dell’ENAV. In compenso della dismissione o chiusura

delle 10.000 partecipate pubbliche soprattutto locali, nemmeno l’ombra!

Ruolo dell’Italia nella politica europea e internazionale sostanzialmente nullo. Il

semestre di presidenza UE era un’occasione irripetibile. È stata gettata alle ortiche

155


invece di rappresentare l’opportunità per costruire grandi alleanze su un macro-piano di

investimenti per lo sviluppo e una vera politica comune per l’immigrazione.

Di internazionale questi ultimi 18 mesi si portano dietro il crescente numero di gruppi

italiani che emigrano fiscalmente e operativamente e di imprese italiane che gettano la

spugna e si fanno acquisire da gruppi internazionali. La lista delle imprese in vendita o

potenzialmente in vendita è lunghissima e non si contano le famiglie imprenditoriali che

hanno da tempo i loro figli e i loro interessi prevalenti fuori d’Italia.

Restiamo in attesa di una Legge di Stabilità che, dopo le precedenti due fortemente

deludenti, chiarisca punti importanti per evitare di mantenere l’Italia in questa

situazione di non crescita e di rimettere i conti pubblici a grave rischio: cresceranno

finalmente gli investimenti pubblici? Smetterà di salire il già insostenibile carico

fiscale?

In particolare:

le clausole di salvaguardia scatteranno creando nuove tasse?

• come si copriranno i promessi tagli fiscali? Con altre tasse come si fece per gli 80€ ?

• come si copriranno gli incentivi del Jobs Act in questo e nei prossimi anni: pagherà lo

Stato o pagheranno le imprese con aumento dei contributi sociali?

• come si copriranno le nuove pensioni anticipate delle quali si parla da mesi? Si

taglieranno altre pensioni e si manterrà l’attuale incertezza che logora soprattutto il ceto

medio ?

• ci sarà o no una effettiva spending review oppure l’aumento della spesa continuerà ad

essere scaricata su Comuni e Regioni e dunque sulla riduzione dei servizi ai cittadini?

• si proseguirà a tagliare gli investimenti per far quadrare i conti distruggendo così il

nostro futuro ?

Non si tratta di domande provocatorie o irridenti. Sono quesiti fondamentali per capire

se la barra del Governo è salda o affidata a mani inesperte se non addirittura incapaci.

Purtroppo a molte di queste domande temiamo di non avere risposta, come avvenne

quando Renzi promise il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione in pochi

mesi, scommettendo di andare a piedi a un Santuario. Il pellegrinaggio lo hanno fatto i

creditori, finora, per evitare il fallimento in attesa di ricevere i soldi dovuti.

L’opposizione che non c’è, l’opinione pubblica narcotizzata

La “classe intellettuale” – in gran parte – dopo essersi innamorata di tutte le mode, si

è innamorata di Renzi e stenta ad ammettere che tale innamoramento era basato su

156


criteri che nessuno di noi applicherebbe alla scelta né del medico o dell’avvocato o

dell’architetto di fiducia, né dell’insegnante dei propri figli, né del manager a cui affidare

la propria impresa: è giovane! è nuovo! ha grande vitalità! comunica bene! ha cacciato

i vecchi capi del Pd! E comunque la litania è sempre la stessa: gli Italiani ragionano e

votano solo con la pancia e quindi la politica deve essere di pancia, e Renzi sa parlare

alla pancia.

Gli Italiani fortunatamente sono meglio e la dinamica innamoramento-delusione è

stata ancora più veloce di quella di tutti i Premier precedenti anche se la capacità di

propaganda di questo Governo non ha veramente pari nella storia recente del nostro

Paese ed è sicuramente facilitata da precisi accordi con alcuni grandi gruppi economici.

Ma la maggiore responsabilità sta in quelle forze politiche che si sono rivolte all’elettorato

assicurando di voler svolgere il compito di opposizione che le urne avevano loro

assegnato. Forza Italia si è disgregata in mille centri di potere locali e fazioni in lotta

tra loro, mentre Berlusconi coltiva improbabili e ingannevoli disegni di rivincita. La

Lega, sotto impulso di Matteo Salvini, ha scelto una deriva sempre più estremistica,

lepenista, che mai e poi mai può appartenere ad un Paese di antica e radicata

tradizione moderata come il nostro. Grillo ha operato per anni come forza antisistema

senza portare a casa alcun risultato di rilievo e anzi scontando la delusione di molti

suoi militanti. Ora cerca di cambiare registro e implementare una classe dirigente

imposta dall’alto. Ma un partito e i suoi leader non si improvvisano, sono qualcosa di

molto diverso dallo sfogatoio nullista ed anarcoide della Rete.

Il punto più significativo dello scenario italiano rimane sempre lo stesso: chi rappresenta,

chi dà voce a quei milioni di italiani che non sono renziani, hanno capito il bluff dell’ex

sindaco di Firenze, sono profondamente delusi dalle promesse irrealizzate di Berlusconi

e non accettano di essere ammassati e salire sulle ruspe salviniane? Si tratta di una fetta

enorme di elettori, potenzialmente maggioritaria. Sono innanzi tutto coloro che credono

ancora nel nostro Paese e lo mandano avanti ogni giorno nell’impresa, nelle professioni,

nella Pubblica Amministrazione, nell’economia sociale. E poi, i tartassati ceti medi ormai

finiti dentro la soglia di povertà, i professionisti depauperati di clienti, ma aggrediti da un

fisco vorace, gli insegnanti sfiancati dal sabba delle riforme della scuola una accatastata

sull’altra e tutte ugualmente ed inesorabilmente inefficaci, i lavoratori specializzati che

non sanno più dove riversare le loro competenze e guardano gli orari dei treni e degli

aerei per capire quando partire per l’estero, il popolo gonfiato e ormai informe delle

partite Iva, gli anziani lasciati soli senza assistenza, l’esercito di ragazzi che chiudono a

chiave la porta delle loro stanze perché fuori per loro non c’è lavoro né futuro: l’elenco

è lunghissimo.

Questa massa tanto consistente di italiani, vera spina dorsale del Paese, oggi non trova

sbocco politico alle sue necessità. E se per gli uomini la situazione è difficile, per le donne

è addirittura drammatica perché nulla questo governo realmente ha fatto per agevolare

il loro ruolo nella società tutelandone la centralità nel sistema familiare.

157


Dopo aver perso su tutta la linea alle consultazioni europee, politiche e regionali, i

partiti che rappresentano il grande mondo moderato rischiano ora di commettere

l’errore finale e confluire da una parte nel Partito della Nazione e dall’altra confondersi

nell’estremismo lepeniste di Salvini (ve lo immaginate Sarkozy che si mette nelle mani

della Le Pen?).

Italia Unica, il partito che “risolve”

Come è noto, Italia Unica si è trasformata da associazione in partito il 31 gennaio 2015.

Perché un partito quando ce ne sono così tanti e gli italiani mostrano scarsissima fiducia

verso di loro? Semplice. Perché ci riconosciamo nella Costituzione che proprio nei partiti

individua i collettori del consenso popolare.

Ma una scelta così impegnativa si fonda anche su solide basi politiche e sociali. Il dato

da cui siamo partiti è che il 97% degli italiani manifesta una sfiducia profonda nelle attuali

forze politiche. Il risultato più clamoroso e inquietante di questo stato di cose sta nel fatto

che oltre la metà degli elettori diserta le urne e non si reca a votare. Il che impatta in modo

negativo sulla legittimità e rappresentatività dei partiti nel loro complesso. È dunque più

che mai necessario, anzi indispensabile, contribuire a delineare un’offerta politica tale

per cui gli italiani si sentano di nuovo rappresentati e invogliati alla partecipazione e

al voto. Italia Unica nasce con questo obiettivo e questa ambizione.

Vogliamo dare voce anche a quella parte di società che oggi non si sente rappresentata

e dunque si rifugia nell’astensione oppure defluisce sotto il tetto di Renzi per non finire

preda delle spinte demagogiche e populiste di Grillo da un lato e Salvini dall’altro. Un

pezzo di società “silenziato” che non è un bene per nessuno.

Ma Italia Unica è soprattutto il partito della proposta, di chi è pronto a sfidarsi sulle

soluzioni per superare i mali del Paese. Abbiamo messo a punto un programma robusto

e credibile, che il libro di Passera “Io Siamo” condensa e approfondisce. Abbiamo idee

molto chiare

Cosa servirebbe all’Italia dal punto di vista economico e sociale?

• Un fortissimo stimolo all’economia con una operazione da 400 miliardi (mediante

spending review e valorizzazione barra cessione del patrimonio pubblico non storicoartistico

né strategico) comprensiva del dimezzamento dell’Ires, del pagamento

• finalmente – di tutti i debiti scaduti della PA, di 200 miliardi di garanzie di credito a

PMI e famiglie, di un forte credito di imposta per investimenti in ricerca, innovazione e

internazionalizzazione.

• Una scossa concreta e strutturale all’occupazione: gli incentivi del Job Act – oggi sparsi

a pioggia – andrebbero concentrati sui nuovi contratti di apprendistato (liberandoli dalla

formazione regionale) e di produttività, offrendo alle imprese la possibilità di pagare

un salario di produttività fino a due mensilità nette. Al contempo, il cuneo contributivo

previdenziale delle Partite Iva va ridotto di almeno un terzo per venire incontro al popolo

158


dei nuovi lavoratori autonomi.

• Interventi veri a favore della famiglia e delle donne in particolare: ad esempio i fondi

attualmente destinati agli € 80 andrebbero concentrati sulle famiglie con figli sotto un

certo reddito (è nostra la proposta dirompente di un bonus di 5000€ annui per ogni

bambino fino a 5 anni di età), asili nido scuole materne ed elementari a tempo pieno per

tutti, assistenza certa agli anziani, ecc.

• Riforme profonde a favore del Terzo Settore, della Scuola e dell’Università, della

Giustizia.

Cosa servirebbe all’Italia dal punto di vista istituzionale?

• Una formidabile semplificazione dei livelli istituzionali: il Comune e un solo altro livello

amministrativo intermedio tra Comune e Stato (secondo i casi: aree metropolitane, grandi

province storiche, piccole regioni).

• Una vera ed efficace riforma della pubblica amministrazione che premi merito e

competenza e cambi le regole del gioco oggi vessatorie dando certezze ai cittadini e alle

imprese ( da autorizzazioni ex ante a controlli ex post, accertamenti fiscali che devono

diventare esecutivi solo dopo la condanna, inversione dell’onere della prova, ecc.)

• Un’efficace lotta alla corruzione attraverso interventi decisi per ridurre drasticamente il

numero delle partecipate pubbliche, delle stazioni appaltanti e dei centri di acquisto ; per

correggere le storture degli appalti pubblici; per premiare chi collabora con la Giustizia;

per rendere trasparenti i conti pubblici sia al centro che in periferia.

• Una legge elettorale maggioritaria e democratica (doppio turno di coalizione, collegi

uninominali) e un effettivo monocameralismo salvaguardando il ruolo della conferenza

Stato-Regioni. Agli italiani, ne siamo convinti, non servirebbe il Partito della Nazione,

architettato per il mantenimento e la gestione del potere. Agli italiani non servirebbero

ammassi politici tra “forzati” e del tutto eterogenei come quelli che l’Italicum porterebbe

a creare per puri fini di vittoria elettorale ma conseguente incapacità di governare. Non

sono certo né Grillo né Salvini la soluzione. Al contrario sono nient’altro che manifestazioni

del disagio, non certo ingiustificato, di una larga parte dell’opinione pubblica.

Questi, appena elencati in estrema sintesi, sono solo alcuni dei pilastri su cui basiamo

il nostro Programma che resta sempre aperto, consultabile e da arricchire entrando nel

merito di ogni singola soluzione (dalle politiche europee ed internazionali a quelle culturali

ed educative, dal turismo al welfare, dall’infanzia all’immigrazione, dalla sicurezza alla

giustizia fino ai diritti civili, dalla salute all’ambiente e all’energia). Perché un partito vuole

proporre intende farlo sempre al meglio.

Costruire l’alternativa

Alla democrazia italiana serve un vero, moderno bipolarismo. Bipolarismo significa

la possibilità di scegliere tra due praticabili alternative di Governo. Oggi non è così.

Ciò che manca è un moderno raggruppamento liberal-popolare che si contenda

il consenso con un moderno raggruppamento socialdemocratico. Tali definizioni

tendono a perdere parte del loro significato ideologico ma fanno riferimento a valori

159


che, checché se ne dica sono ancora distinguenti e identificano modi diversi di intendere

la vita, il bene comune, le dinamiche economiche, le reazioni sociali e civili. Senza voler

costruire un pantheon di personaggi ai quali pure ci ispiriamo, non possiamo continuare a

considerare la politica solo uno slogan: ci sono tradizioni, valori, principi che non possono

essere considerati un optional. E intorno ai quali possiamo ritrovarci in molti, in moltissimi.

Per questo è stata fondata Italia Unica: perché anche in Italia si crei la moderna forza

politica che oggi non c’è. Abbiamo fatto veramente tanto in pochissimi mesi e ne siamo

orgogliosi. Senza un euro di finanziamento pubblico abbiamo organizzato un viaggio in

cento città per presentare e arricchire il programma, confrontandoci con i cittadini, le

associazioni, il tessuto sociale di ogni comunità. Da questa esaltante avventura ha preso

forma “Io siamo”, il libro di Corrado che racchiude non solo il programma di rilancio del

Paese, ma il manifesto e i valori dell’impegno di un gruppo di uomini e donne determinati

a ridare orgoglio e speranza alla nostra straordinaria Italia.

In migliaia e migliaia ci hanno dato fiducia, creando le Porte, che è il nostro modo

di intendere l’ingresso in politica, attraverso l’impegno sui territori. Oggi sono 160,

attive in ogni regione e entro fine anno ogni provincia avrà la sua realtà di Italia Unica.

La nascita del partito a Roma è stato un momento di intensa emozione. Oltre tremila

persone sono convenute a Roma il 31 gennaio per dire sì a un partito nuovo, non ad un

nuovo partito. Un partito con un codice etico stringente, regole di accesso rigorose e

una rete territoriale che conta e non è orpello per la burocrazia interna. E’ questa rete

che, in giugno, ha eletto i propri coordinatori provinciali: nessuna imposizione dall’alto,

un’autonomia che ben spiega il processo e il progetto democratico di Italia Unica.

Insomma, in pochi mesi e con le nostre risorse e la nostra energia abbiamo fatto ciò

che gli altri partiti hanno costruito – si fa per dire – in molti anni, utilizzando denaro

pubblico e una concezione della politica non di servizio ma di gestione. Siamo contenti di

quanto abbiamo fatto, ma non ci basta. Per questo è partita la nostra scuola di formazione,

per questo stiamo costruendo una rete di dirigenti e amministratori locali che possa

confrontarsi e crescere per numero e competenza, per questo la nostra rete diventerà

modello di condivisione e proposta. Non sono promesse, sono passi concreti, come tutte

le fasi che hanno accompagnato ad oggi la giovane vita di Italia Unica, rispettati senza

un ritardo.

Sappiamo tutti che sarà un lavoro lungo: tutti i partiti maggiori oggi presenti hanno

impiegato lustri se non decenni ad emergere a livello nazionale: noi ci stiamo mettendo

molto meno tempo. Sappiamo tutti che sarà un lavoro difficile, ma pensiamo di avere

le caratteristiche per farcela perché puntiamo a risvegliare la voglia degli italiani di

interessarsi alla politica rigettando ogni forma di demagogia e di populismo e puntando

invece all’offerta di soluzioni concrete per debellare i mali del Paese e ridare fiducia e

speranza a chi l’ha persa.

L’obbiettivo di riferimento per Italia Unica erano e rimangono le elezioni politiche del

2018 (o prima se la situazione dovesse precipitare).

160


Le elezioni amministrative del 2016 saranno un acceleratore formidabile per il

nostro progetto politico a partire dalla candidatura a sindaco di Corrado Passera,

perché Milano può costituire il punto di svolta nel Paese. La decisione di Corrado

Passera di candidarsi a sindaco di Milano, infatti, vuole dimostrare ai cittadini che Italia

Unica è pronta a misurarsi con il consenso dei cittadini, credendo profondamente nel

proprio leader e nel suo programma. Quella di Milano è una sfida fondamentale per

dimostrare a tutti – ma in particolare a chi nutre scetticismo e delusione verso la

politica – che l’alternativa è vera e possibile, che le nostre idee non sono tanto belle

quanto irrealizzabili bensì al contrario sono opportunità concrete e solide, verificabili e

misurabili, frutto di merito e dell’unione di competenze, da cogliere e impiantare nel vivo

della realtà italiana.

161


15 Settembre 2015 di Corrado Passera

Senato, lettera di Passera ai senatori: una

riforma così non serve

On.li Senatori,

Italia Unica fin dal primo momento, e troppo spesso da sola, ha messo in guardia dai

pericoli che Italicum e Riforma del Senato dall’altro, avrebbero portato all’edificio

istituzionale italiano. Siamo arrivati addirittura ad imbavagliarci davanti Montecitorio per

sensibilizzare al massimo Parlamento e opinione pubblica sui quei pericoli.

Ora siamo ad un passaggio cruciale e molti si rendono conto della fondatezza delle

nostre preoccupazioni. Il combinato disposto di riforma elettorale e meccanismo elettivo

di secondo grado dei Senatori consegna un potere abnorme ad una sola forza politica

e, di fatto, ad un solo leader, senza stabilire gli indispensabili contrappesi – tra cui quello

fondamentale di consentire ai cittadini di sceglierei i loro rappresentanti in Parlamento

– che fanno del sistema democratico il meccanismo migliore per impedire abusi e rischi

di derive autoritarie.

È indispensabile che le regole del gioco vengano scritte con un consenso il più largo

possibile, mentre oggi il tema delle riforme appare, volenti o nolenti, soprattutto un

modo per risolvere i rapporti di forza interni ad un solo partito. Né può valere il discorso

che siamo ormai troppo avanti e tornare indietro equivarrebbe a bloccare il processo di

revisione elettorale e costituzionale. La durata della legislatura dà ancora il tempo per

elaborare ed approvare una legislazione migliore di quella oggi all’esame del Senato.

162


Nessuno più di me è consapevole che all’Italia servono riforme coraggiose e innovative

per rimetterla al passo con i Paesi più avanzati. Ma cattive riforme (e in questo caso

addirittura pericolose!) sono il contrario di quel che è utile al Paese ed ai cittadini. Senza

dimenticare che nella loro saggezza i padri costituenti stabilirono un iter molto articolato

per i cambiamenti della Carta proprio perché riflessione e ponderazione prevalessero su

possibili colpi di mano o eccessi di frettolosità.

Non è troppo tardi per cambiare direzione: anzi, questo è il momento giusto: sull’architettura

istituzionale servono interventi condivisi e di largo respiro, non accordicchi di potere.

Sulla carta ci sono ancora due letture, a Palazzo Madama e a Montecitorio, per mettere

riparo almeno alle più vistose incongruenze. A patto che modifiche così delicate siano

strappate alle beghe e agli equilibri interni di maggioranza e opposizioni.

È per questo che Le chiedo un supplemento di riflessione per riaprire la discussione

su questo tema così importante e delicato. Anche perché se sciaguratamente dovesse

arrivare il via libera, chi si è assunto quella responsabilità dovrà motivarla di fonte ai cittadini

al momento del voto sul referendum confermativo. È già successo che importanti forze

politiche o segmenti di esse si siano espresse in un modo in prima lettura e si accingono

a cambiare atteggiamento adesso. Non è questa una ragione già sufficiente per chiedere

un supplemento di cautela?

Siamo al punto di non ritorno. Io e Italia Unica restiamo disponibili a qualunque confronto

ed in qualunque sede, anche perché portatori di proposte alternative perfettamente

applicabili: nessuno può perciò accusarci di voler creare deleteri vulnus istituzionali.

Si può dare all’Italia una riforma elettorale e del Senato in grado di esprimere chiare

maggioranze, di restituire ai cittadini il potere di scegliere i loro rappresentanti, di superare

il bicameralismo riducendo anche drasticamente i costi del sistema. Non lasciamo

arrivare al traguardo una riforma che sarebbe tra le peggiori di tutti i paesi democratici!

Rimango a disposizione per qualsiasi approfondimento e la saluto molto cordialmente.

163


20 Settembre 2015 di Massimo Brambilla

Def, Renzi e il suo doppio. La propaganda

vince sulla realtà

Lo ha ammesso anche il premier: esistono un Renzi 1 ed un Renzi 2. Non un fenomeno

di sdoppiamento della personalità non infrequente negli uomini di potere ma uno

sdoppiamento di comunicazione che consiste nella coesistenza del Renzi delle parole e

del Renzi dei numeri.

Il Renzi delle parole è quello che quotidianamente dispensa una narrativa di un’Italia che

cresce grazie alle prodigiose riforme del suo Governo arrivando addirittura nel gruppo

di testa di chi cresce di più in Europa, in cui si è in procinto di assistere alla più grande

riduzione di tasse della storia dell’umanità finanziato da un’ancora più ambiziosa azione

di taglio degli sprechi nascosti nella spesa pubblica. Un’Italia in cui gli investimenti

pubblici riprendono, in cui ridurre il debito è un dovere verso le prossime generazioni,

in cui la spesa pubblica viene tagliata e le partecipazioni dello Stato e degli enti locali

privatizzate. Il Renzi che ripara gli errori della legge Fornero, che se ci fosse stato lui non

sarebbe mai stata votata, ma purtroppo era impegnato a riparare le buche nelle strade

di Firenze e che comunque bisogna ritornare ai pre-pensionamenti, perchè le nonne è

giusto che curino i bambini.

164


Poi arriva la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza e spunta il

Renzi dei numeri. E si scopre una realtà un po’ diversa da quella che Renzi dispensa dai

palchi o nelle interviste fatte da cronisti così compiacenti da fare sembrare la TV di stato

Nord Coreana un esempio di giornalismo di inchiesta. Una realtà che smentisce tutte le

promesse di Renzi 1.

Una realtà in cui la pressione fiscale cresce – sulla base delle leggi vigenti – dal

43,7% previsto nel 2015 al 44,2% nel 2016 e al 44,3% nel 2017 (al netto delle fantasiose

riclassificazioni degli 80 Euro che smentiscono le direttive UE in materia di bilanci pubblici),

che, a volere fare i gufi, risulta in crescita pure rispetto alle percentuali del DEF di Aprile

(43,5%, 44,1% e 44,1%) il che, a rigore di logica, vuole dire che nel frattempo la legislazione

si è modificata nella direzione dall’aumento del carico fiscale. Ma non preoccupatevi, ci

spiega Renzi 1, che si intrufola anche nella nota di aggiornamento del DEF, che a livello

programmatico (cioè quello etereo delle promesse) la pressione fiscale calerà nel 2016

non in ragione del calo della spesa corrente al netto degli interessi promesso dal Governo

(che anzi prevede di aumentare in rapporto al PIL come provato dal confronto tra la

previsione tendenziale 2016 del 41,9% del DEF di Aprile con quella del 42% della Nota

di Aggiornamento mentre ogni riduzione rispetto agli anni precedenti è dovuta, come

da ammissione del Governo, all’azione dei precedenti esecutivi) ma perchè l’Europa ci

consentirà di aumentare il deficit rispetto al previsto perché l’economia va male. Basta

vedere il confronto a pagina 2 della Nota di Aggiornamento tra debito a fine 2016 nello

scenario programmatico (quello che comporterebbe un calo della pressione fiscale) e

quello tendenziale (in cui le tasse aumentano). Ecco spuntare un 1,1% di maggior debito

in rapporto al PIL vale a dire 18 miliardi di buco aggiuntivo nelle casse dello Stato che

prima o poi qualcuno dovrà pagare (leggasi le nuove generazioni così in cima ai pensieri

di Renzi 1). Un buco che nel DEF di Aprile ammontava allo 0,5% in meno in rapporto al

PIL. Anche qui a rigor di logica c’è una sola spiegazione: Renzi 2 ha rinunciato a tagliare

le spese ma finanzia le promesse di taglio delle tasse con nuovo deficit.

A proposito della concessione dell’Europa a causa del poco entusiasmante andamento

dell’economia una domanda sorge spontanea: Renzi 1 non magnificava l’aumento delle

previsioni di crescita del PIL per il 2015 dal 0,7% allo 0,9% (non per merito del Governo ma

di Draghi e emiri)? Peccato che Renzi 2 ci spieghi a pagina 21 della Nota di Aggiornamento

che “tuttavia le previsioni di crescita contenute nel DEF erano estremamente prudenziali

e non incorporavano pienamente gli stimoli alla crescita provenienti da un tasso di

cambio e da una domanda estera particolarmente favorevoli”. Lo dicevamo pure

noi qualche mese fa (http://www.italiaunica.it/istat-giano-bifronte/) che il Governo

giocava al ribasso non incorporando nelle previsioni l’impatto del QE di Draghi e quello

del basso costo del petrolio ed ora il Governo candidamente lo confessa. E che dire

del 2016, dove il Governo aumenta le previsioni di crescita dall’1,3% all’1,6% (andando

in controtendenza rispetto all’OCSE che solo un settimana fa le ha diminuite all’1,3%

dall’1,5% di Giugno peraltro confermando la posizione di retroguardia del nostro Paese in

Europa, anche qui smentendo Renzi e le sue pretese di maglia rosa)? Sarà forse l’effetto

delle fantasmagoriche riforme di Renzi 1? Non illudetevi, Renzi 2 a pagina 24 della Nota

di Aggiornamento fa coming out: l’azione di Governo pesa solo per lo 0,1% mentre il

165


estante 0,2% è dovuto all’auspicata disattivazione della clausole di salvaguardia che il

Governo delega alla famosa benevolenza della Commissione UE in termini di deviazione

dal sentiero verso l’Obiettivo di Medio Termine. Per quanto riguarda la grande campagna

di privatizzazioni si scopre poi che porterà introiti pari a solo lo 0,4% del PIL nel 2014 e lo

0,5% del 2015. Come dire, volere impedire l’affondamento del Titanic con un secchiello.

Che dire degli investimenti pubblici, che sono l’unica componente che dovrebbe

crescere molto, ma così non è? Un aumento dal 2,2% del PIL nel 2014, al 2,3% nel 2015,

2017 e 2018, per ritornare al 2,2% a partire dal 2019. Il tutto a fronte di un calo del 9% nel

primo trimestre del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014.

La chicca finale è riservata alla Legge Fornero, che Renzi 1 mai avrebbe votato e

Renzi 2 a pagina 51 della Nota di Aggiornamento elogia con queste parole “Le nuove

regole introdotte dalla riforma adottata con la L. n.214/2011 hanno modificato in modo

significativo il sistema pensionistico migliorandone la sostenibilità nel medio-lungo

periodo e garantendo una maggiore equità tra le generazioni.”. Quindi Renzi 2 plaude alla

Legge Fornero: ma allora perchè continuare a prendere in giro gli Italiani promettendo il

ritorno ai pre-pensionamenti?

Siete confusi con tutto questo Renzi 1 e Renzi 2? Pure noi, oltre che preoccupati. L’amara

sintesi della Nota di Aggiornamento è che la grande innovazione della politica economica

di Renzi si riduce in una ricetta vecchia come il mondo: fare nuovo deficit per finanziare

le promesse, con l’auspicata benedizione della Commissione UE. Il tutto a scapito della

chiarezza. Non si possono prendere in giro gli Italiani: si dica chiaramente che o aumenta

la pressione fiscale o aumentano deficit e debito e che non ci possiamo permettere i prepensionamenti

e si smetta di creare una gran confusione tra promesse e numeri che non

può non avere un impatto sulla fiducia di famiglie, investitori ed imprese. Il punto è che

nulla inibisce la fiducia più della confusione. Non lo diciamo noi, ma il ministro Padoan

nella premessa della Nota di Aggiornamento “La fiducia è una componente decisiva

delle prospettive di crescita e le istituzioni hanno il dovere di sostenere al meglio gli

sforzi dei protagonisti della vita economica del paese: le famiglie e le imprese italiane.”

166


3 Ottobre 2015 di Fabrizio Luciolli

Siria, la UE in ordine sparso. L’Italia non

sprechi le sue chances

Malgrado la stretta di mano tra Barack Obama e Vladimir Putin al termine dell’Assemblea

Generale delle Nazioni Unite, la strada per il ritorno di Stati Uniti e Russia dal confronto alla

cooperazione resta in salita e disseminata di potenziali motivi di tensione. Dall’Ucraina

passando per l’Europa, la conflittualità che attraversa le relazioni tra Mosca e Washington

sembra ora guadagnare la superficie anche nel Mediterraneo, dove la crisi in Siria si trova

a un punto di svolta.

Nell’attuale scenario di sicurezza l’Italia potrebbe e dovrebbe, assumere un ruolo primario

nella composizione diplomatica dei diversi interessi in campo, facendo leva sulle buone

relazioni tanto con gli Stati Uniti che con la Federazione Russa e sulla particolare attenzione

e sensibilità nei confronti dei problemi e delle dinamiche del Mediterraneo e del Medio

Oriente. L’Italia dovrebbe, pertanto, svolgere un ruolo più incisivo nel promuovere quella

“transizione politica” auspicata dal Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a margine del

Consiglio di Sicurezza dell’ONU, “a conclusione della quale Bashar al-Assad dovrà uscire

167


di scena”, ricercando un punto di compromesso di medio periodo attorno al quale tutti

gli attori coinvolti, a livello regionale e internazionale, possano coalizzarsi per far fronte al

nemico comune del terrorismo e, più in particolare, all’ISIS.

Un’operazione di mediazione si rende quanto mai necessaria alla luce delle criticità

emergenti dal compromesso raggiunto fra Mosca e Washington, che non trova

fondamento su di una visione strategica condivisa, bensì sul timore che l’ISIS destabilizzi

i paesi limitrofi – soprattutto Libano e Giordania – forte del controllo che esercita su

di un’ampia regione fra Siria ed Iraq e della sua crescente capacità di reclutamento di

militanti a livello globale.

Il disaccordo tra Stati Uniti e Federazione Russa appare evidente soprattutto con

riferimento ai tempi della transizione. Mentre Putin difende una soluzione di lungo

periodo, Obama mira a una transizione più rapida che tenga conto anche dell’opposizione

di alcuni partner europei forti, quali la Francia, che si oppone a qualsiasi accordo con il

regime di Bashar al-Assad.

L’andamento del tavolo negoziale e del conflitto sul terreno sono, peraltro, interdipendenti.

Pertanto, all’accettazione del protrarsi dell’era Assad dovrà corrispondere un effettivo

coordinamento in ambito militare e di sicurezza da parte russa. L’avvio di una transizione

politica rischia, difatti, di essere compromesso dai recenti sviluppi militari della crisi. I

primi bombardamenti compiuti da Mosca non sono apparsi essere diretti contro l’ISIS,

ma piuttosto contro altri gruppi di ribelli prossimi ad al-Qaida, che per gli Stati Uniti non

sono attualmente considerati una priorità.

Se Russia e Stati Uniti non riusciranno a combattere la stessa battaglia sul campo, allora

verrà meno anche la disponibilità accennata dalla Turchia e la possibilità d’indurre

gradualmente l’Arabia Saudita a stringere un’intesa, allontanando così qualsiasi

prospettiva di mettere fine ad un conflitto che perdura da oltre quattro anni, che ha

causato più di 200.000 vittime e di cui l’emergenza rifugiati che ha travolto l’Europa ne

costituisce una piccola appendice.

Il coinvolgimento diretto della Federazione Russa ha indubbiamente contribuito al

superamento di una fase di stallo e a far ripartire il processo politico, compensando

la sterilità mostrata sinora dall’impegno statunitense ed europeo in Siria e Iraq e oltre,

come testimoniato dal radicamento dell’ISIS in Libia. Le intenzioni di Mosca vanno però

effettivamente verificate sul campo. Se le azioni della Federazione Russa non risulteranno

finalizzate a promuovere una reale transizione – come Putin e il suo Ministro degli Esteri,

Sergei Lavrov, hanno inteso assicurare – i termini del confronto con Washington e gli

europei diverranno più evidenti anche nel Mediterraneo.

In tal caso sarebbe auspicabile che l’Unione Europea, attraverso l’Alto Rappresentante

per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, fosse in grado di

esprimere una posizione coesa e credibile, evitando l’insorgere di instabilità e minacce

alla sicurezza nel Mediterraneo tali da richiedere successivamente l’intervento della

NATO.

168


Nell’attuale situazione di crisi, tuttavia, l’irrilevanza dell’Europa è da considerarsi un dato

consolidato. Tra i cosiddetti EU-3 non vige, difatti, alcuna unità di vedute sul futuro di

Assad. Contrariamente a Gran Bretagna e Germania, che hanno abbracciato la linea di

compromesso statunitense, la Francia mantiene un approccio intransigente e insiste

nel richiedere le sue immediate dimissioni. Parigi, inoltre, non ha mancato di marcare la

sua presenza sui cieli siriani con raid aerei contro un campo di addestramento dell’ISIS,

riaffermando le sue ambizioni di leadership.

Malgrado il recente vertice trilaterale nella capitale francese, a cui l’Alto Rappresentante

dell’UE Federica Mogherini, è stata invitata a partecipare, la trojka continua a procedere

sulla Siria in ordine sparso, mancando quel minimo di coesione necessaria affinché l’UE

possa esprimere una linea comune.

Sullo sfondo di una simile inconsistenza, specchio della grave crisi esistenziale europea,

all’Italia si offre oggi la straordinaria opportunità di tornare a ricoprire una posizione di

centralità nel Mediterraneo, attraverso la realizzazione di una grande iniziativa diplomatica

sulla Siria che consenta il raggiungimento di una soluzione politica per la stabilizzazione

del paese, seguendo le indicazioni già scaturite nella prima conferenza di pace sulla Siria

tenutasi a Ginevra nel giugno 2012.

In tale prospettiva, facendo leva sulle relazioni privilegiate con Stati Uniti e Federazione

Russa, l’Italia è chiamata a incoraggiare il consolidamento dell’intesa raggiunta sulla

Siria, affinché possa evolversi in un’autentica cooperazione capace di dar vita a politiche

e strategie di pace e stabilità condivise che dalla Siria si estendano anche alle altre aree

di crisi del Mediterraneo e del Medio Oriente, favorendo una distensione in grado di

pervadere anche il Caucaso e l’Ucraina.

169


13 Ottobre 2015 di Massimo Brambilla

Legge di Stabilità: i trucchi del governo,

le necessità del Paese

Il circo torna in città. L’ultima volta che è passato era un anno fa e ha tentato di stupirci con

gli effetti speciali degli illusionisti. Diciotto (18!) miliardi di tasse in meno. Una spending

review da 15 miliardi. Quasi 4 miliardi in più dalla lotta all’evasione. Vagonate di denari

dalle cessione delle frequenze della banda larga. E poi le mazzate sulle partite IVA e

sui risparmi, travestiti da tagli di tasse. E una gran lenzuolata sui crediti dei Comuni per

rendere più sostenibili i tagli dei trasferimenti da Roma.

Peccato che i trucchi non fossero un granché. I primi ad accorgersene furono quelli

di Bruxelles. Non erano passati pochi giorni dopo lo show del mago Matteo che dai

Paesi Bassi perveniva una recensione negativa sullo spettacolo di arte varia messo in

scena a Palazzo Chigi. I trucchi dello spettacolo circense non erano piaciuti all’impresario

europeo ed era necessario modificarli. Non si è fatta attendere la risposta dell’apprendista

stregone Pier Carlo: non vi piacciono i nostri trucchi? Eccone altri: facciamo un pochino

più di deficit (300 milioni), diminuiamo la quota di co-finanziamento dei fondi dell’Unione

170


Europea (500 milioni a cui corrisponde un danno più che doppio in termini di risorse

disponibili per gli investimenti del Paese) ed estendiamo il reverse charge sulla grande

distribuzione (730 milioni, anche questi qualche mese dopo respinti al mittente da

Bruxelles in quanto in ovvia violazione degli accordi a livello UE).

Peccato che anche gli altri trucchi fossero, appunto, solo trucchi. Nonostante il mitico

taglio di tasse di 18 miliardi di Euro, la pressione fiscale è rimasta invariata (41,1% era alla

fine del secondo trimestre 2014 e 41,1% è un anno dopo), i 4 miliardi in più rispetto al 2014

derivanti dalla lotta all’evasione sono diventati 150 milioni. I ritorni dalla cessione delle

frequenze della banda larga sono stati il 23% in meno rispetto al preventivato (462 milioni

vs 600 milioni). Per quanto riguarda la spending review, siamo al non pervenuto. Anzi la

spesa corrente al netto degli interessi è cresciuta dell’1,1% nei primi sei mesi del 2015

rispetto allo stesso periodo del 2014.

Se poi si guarda agli effetti sulla crescita, è lecito alzare più di un sopracciglio. Certo è

vero che il Pil è tornato a segnare un segno positivo. Peccato che meno di noi in Europa

cresca solo la Finlandia, la cui economia va a braccetto con quella russa che ha ben altri

problemi. Lo stesso per quello che riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro, dove

il resto dell’Europa cresce dello 0,9% (che non autorizza comunque fuochi d’artificio) e

noi dello 0,3%. In poche parole, abbiamo saputo trarre vantaggio meno degli altri paesi

europei delle favorevoli condizioni create dal Quantitative Easing della Banca Centrale

Europea e dal calo del prezzo del petrolio. Se poi si pensa alla cosiddetta stabilizzazione

dei contratti di lavoro, gli ultimi dati ISTAT che riportano una forte crescita di quelli a

tempo determinato, sono la migliore certificazione di un oneroso (per le casse dello

Stato) fallimento.

È una magra consolazione che la mazzata sulle partite IVA sia stata rimandata (giusto per

aggiungere incertezza a un mondo che – appunto – di incertezza sta morendo) mentre

invece l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie (attenzione che il diavolo

si nasconde nei dettagli, stiamo parlando della tassazione sui fondi pensione e della

rivalutazione del TFR, ergo dei risparmi dei lavoratori dipendenti) abbia confermato il suo

aumento. Poi per quanto riguarda il tentativo di estorsione sull’anticipo del TFR in busta

paga, gli italiani non sono caduti in trappola.

Un capitolo a parte merita la lenzuolata sul bilancio degli enti locali. Un comma

malandrino (il 509 per la precisione) consente l’accantonamento per i crediti non esigibili

in misura compresa tra i 36% ed il 55% rispetto a quanto imposto per legge. Leggasi la

legalizzazione del falso in bilancio degli enti locali per coprire il calo dei trasferimenti da

Roma. Della serie nascondo la polvere sotto il tappeto fino a che qualcuno non se ne

accorge. Tanto poi il conto dell’impresa di pulizie lo pagano gli ignari italiani.

Il circo torna in città. Entro giovedì il Governo è tenuto a presentare alla Camere la legge

di Stabilità. Non è una legge qualsiasi ma quella che determina come vengono spesi

i soldi dello Stato. Che, parafrasando la signora Thatcher, sono i soldi non di un’entità

astratta e metafisica ma quelli di tutti gli italiani. È pertanto lecito attendersi che invece

171


dei trucchi degli illusionisti ci sia serietà e, soprattutto, focalizzazione su come recuperare

il gap di produttività della nostra economia rispetto a quelle dei nostri partner europei.

Che poi è la vera determinante dei motivi sottostanti all’incapacità della nostra economia

di creare occupazione nel corso dei cicli economici positivi e della maggiore sensibilità

a quelli negativi.

Per abitudine non commentiamo le indiscrezioni (anche se quello che leggiamo non ci

piace) ma potete essere certi che continueremo a svolgere il nostro ruolo di gufi criticoni

se le proposte del Governo non saranno in linea con quello che serve al Paese. Non

perché ci piace essere i pierini della situazione ma perché ci piacerebbe che, nonostante

quanto scriveva Flaiano, quando la situazione nel Paese è grave, il Governo dia mostra

di serietà.

172


17 Ottobre 2015 di Massimo Brambilla

Legge di Stabilità, il respiro corto fatto di

più debiti e tasse

La Legge di Stabilità dovrebbe essere l’atto principe dell’azione del potere esecutivo e

di quello legislativo. In fondo dispone delle (per definizione scarse) risorse dello Stato

per raggiungere gli obiettivi di crescita economica e sociale del Paese. Tutto questo

in ragione del fatto che, parafrasando la Signora Thatcher, lo Stato in quanto tale non

possiede nulla e le sue risorse sono quelle dei suoi cittadini che, in rapporto alla loro

capacità contributiva, funzione dei redditi ricavati dal lavoro o dai frutti dell’ingegno,

contribuiscono al bene comune. In questo consiste l’alchimia su cui si basa la res publica,

ovvero la saggia amministrazione di un complesso di beni che sono originati da una

moltitudine di privazioni individuali in favore del bene comune.

Sarebbe lecito aspettarsi serietà da una Legge di Stabilità. Da parte dell’Esecutivo

che la prepara, ispirandosi alla propria visione del futuro del Paese ed all’ideale della

massimizzazione dell’utilità collettiva (che poi è una sommatoria di felicità individuali) nel

rispetto delle prerogative di ogni componente della collettività. E da parte del Parlamento

che la discute e modifica, rappresentando, anche conflittualmente quando necessario, gli

173


interessi delle varie componenti del Paese, al fine di produrre, al termine di un processo

democratico figlio della dialettica politica, un provvedimento legislativo armonioso, in cui

risorse ed impegni si compendino realizzando la proporzione tra i diversi interessi di chi

contribuisce con il proprio lavoro e le proprie risorse al benessere collettivo.

Fin qui la teoria. La pratica di questa repubblica, che non abbiamo capito se sia seconda,

terza o un’appendice della prima ma che di certo non è res publica, è purtroppo molto

diversa. A partire dall’esecutivo che trasforma la presentazione delle proprie proposte

di allocazione della risorse della collettività in una televendita in cui l’unica utilità che

viene massimizzata è quella dei soggetti che ne fanno parte alla spasmodica ricerca

di un consenso di breve termine fine a se stesso, riducendo l’attività di governo in una

campagna elettorale permanente e senza fine.

Pensiamo alla mitica evocazione della clausole di flessibilità. La flessibilità non è un

fuoco donato da un benevolente Prometeo, ma semplicemente debito aggiuntivo. Poco

conta che ce la conceda o meno l’Europa, che non è un’entità astratta ma un ideale

politico di cui noi Italiani siamo fondatori non solo in ragione dei trattati che abbiamo

firmato (non da questo o da quel Governo, ma da noi Italiani che dai Governi da noi eletti

dovremmo essere rappresentati) ma del contributo della nostra storia alla costruzione

dell’identità europea. Sempre di debito si tratta. Debito che qualcuno prima o poi dovrà

pagare. Può essere la generazione dopo la nostra (i figli che noi Italiani facciamo sempre

di meno perchè in fondo siamo i primi ad avere paura del futuro) o forse noi stessi tra un

anno, quando la Cina, la Russia, la Federal Reserve o gli alieni determineranno un nuovo

rallentamento dell’economia ed ormai la clausola di flessibilità ce la saremo giocata e

non ce ne sarà un’altra.

Oddio, c’è debito e debito. Le famiglie si indebitano per comprarsi una casa o per fare

studiare i figli. Ci si indebita per il futuro, per porre le basi di un qualcosa che ha un’utilità

di lungo termine. Peccato che questo governo crei debito per fare spesa corrente. Zero

investimenti per il Sud, a parte 150 milioni per la Terra dei Fuochi (che nelle slide -di una

politica fatta di grafica senza contenuti- vengono furbescamente presentati come 450

senza specificare che si fa riferimento al triennio). 150 milioni come uno schiaffo di fronte

ai bisogni del Sud del nostro Paese, quel Sud che ha nutrito l’identità europea e che soffre

la disillussione dell’ennesima promessa mancata, il masterplan che Renzi ha promesso

ad Agosto di fronte ai dati del Censis. E zero investimenti sulla banda ultra larga e per le

infrastrutture che frenano la competitività delle nostre imprese (a meno che non giunga

in aiuto l’anemico Piano Juncker) . Quasi zero per l’edilizia popolare, dimenticando lo

stato delle nostre periferie, in cui la privazione materiale alimenta il disagio ed uccide la

speranza. Ed un altro zero per il potenziamento del credito d’imposta per gli investimenti

in ricerca e sviluppo. Zero, zero, zero, lo stupefacente di una politica che vuole inebriare

gli Italiani con la rappresentazione di un segno più che non esiste. Mentre gli frega il

futuro.

Intanto aumenta la spesa corrente. 50 miliardi in più tra il 2014 ed il 2019. E 100 miliardi in

più di tasse. Lo dice il Governo a pagina 60 del Documento ANALISI E TENDENZE DELLA

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FINANZA PUBBLICA dell’Aprile 2015. Come nel gioco delle tre carte si mostra all’inizio la

carta vincente (il taglio delle tasse sulla prima casa e quello dell’IRES, se l’Europa ce lo

concede e se no, colpa dei burocrati e noi ci abbiamo provato) ma poi si perde, non si sa

come mai. Intanto nella Legge di Stabilità (o perlomeno in una delle bozze fatte trapelare

come se fossero brioche per sfamare un popolo affamato) di certo a pagare sono Regioni

e Comuni (art. 46-47), a cui viene richiesto un contributo alla finanza pubblica pari a 2,1

miliardi per il 2016 (che vanno a crescere negli anni successivi).

Intanto si accumulano le incertezze. Sulle clausole di salvaguardia che non vengono

cancellate ma prorogate al 2017 (art. 3), sulle tax expenditures che per il momento

rimangono ma chissà fino a quando, su come colmare gli ammanchi contributivi generati

dagli incentivi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato (oltretutto prorogati

anche se con ammontari più ridotti) e sulle coperture per i provvedimenti della Corte dei

Conti, dai contratti pubblici al blocco delle pensioni.

E poi c’è il marketing. Il sostegno per le pensioni più basse aumentando la detrazione

fiscale di 250 euro all’anno. “Grandi” cifre comunque soggette alla benevolenza europea.

Oppure la lotta alla povertà. 700 milioni quando gli 80 Euro, la madre di ogni marchetta

elettorale sono costati 9,5 miliardi. Oppure le idee che pure sarebbero buone se non

fossero posti limiti quantitativi che le riducono a mera sperimentazione. Dai maxi

ammortamenti (art. 8) che avranno un effetto finanziario per le imprese in gran parte

prorogato al 2017, dato il divieto di tenerne conto in sede di determinazione dell’acconto

2015 e 2016 (che in tutta sostanza torna ad essere un maxi acconto), al regime fiscale

dei premi di produttività (art. 14) alle misure in materia pensionistica e di invecchiamento

attivo (art. 24). E cosa dire del pasticcio sul canone Rai in bolletta che sposta il presupposto

contributivo dal possesso di un apparecchio all’allacciamento alla rete elettrica, aprendo

il fronte ad una serie di ricorsi senza fine? Ed infine i grandi assenti, dalla spending review

(ridotta del 50% rispetto ai proclami di sei mesi fa) alle modalità per la riduzione delle

partecipate degli enti locali fino al pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione

con il venire meno delle sanzioni per i dirigenti della PA responsabili dei ritardi nella

certificazione del credito (art. 51) e al continuo occhieggiare ai fini di recupero di gettito

nei confronti del gioco d’azzardo, senza misure per combatterne le patologie che ad

esso sono connesse (art. 69).

Ma non preoccupatevi. Per quanto deludenti possano essere le bozze di Legge di

Stabilità prodotte dal Governo, il Parlamento riuscità nell’impresa di peggiorarle. Questo

perchè l’unica opposizione che si intravede nei palazzi romani è quella agli interessi degli

Italiani.

Il percorso di una Legge di Stabilità è una maratona che inizia a metà Ottobre e termina

a Natale. Il nostro impegno sarà quello di monitorare ogni singolo articolo, ogni relazione

tecnica ed illustrativa e la coerenza delle coperture ad ogni provvedimento. Per fare,

anche se al di fuori delle aule parlamentari, quell’attività di opposizione che chi siede in

Parlamento non sa o vuole fare e che è alla base di una democrazia sana e dello stato

liberale. Perchè si passi dalla repubblica alla res publica.

175


27 Ottobre 2015 di Massimo Brambilla

Le forbici impazzite del governo sulla

digitalizzazione della PA

La storia dell’economia è fatta da rivoluzioni industriali che si succedono una dopo l’altra,

dall’introduzione della macchina a vapore, alla produzione di massa, alla automazione e

digitalizzazione dei processi di produzione di beni e servizi. Rivoluzioni che prima o poi

pervadono ogni componente del tessuto economico fino ad arrivare a toccare i processi

della Pubblica Amministrazione.

Per quanto riguarda l’Italia tutto vero, almeno fino a quando non abbiamo letto il

Disegno di Legge Stabilità che, all’art. 29 riporta misure relative alla razionalizzazione dei

processi di approvvigionamento di beni e servizi relativi all’information e communication

technology delle pubbliche amministrazioni. Nulla da dire sulla modalità indentificata

(l’accentramento degli acquisti presso i soggetti aggregatori, vale a dire il CONSIP e una

centrale di acquisti per ciascuna regione), ma lascia sconcertati l’obiettivo di risparmi

identificato dal Governo, pari al 50%. Il 50%??? Le famose slide di Cottarelli identificavano

a pagina 7 un obiettivo di risparmio derivante dalla centralizzazione delle procedure di

176


acquisto in misura pari al 24%. Come è possibile che l’obiettivo di risparmio derivante dagli

acquisti di materiale informatico sia superiore al doppio di quello delle altre categorie di

spesa?

Delle due l’una. O sul materiale informatico le pubbliche amministrazioni fanno una cresta

di proporzioni epocali (ed allora ci si domanda come mai la Corte dei Conti non abbia

sollevato il tema e come la magistratura non stia perseguendo i responsabili) oppure

l’esecutivo vuole imporre un taglio al programma di digitalizzazione della PA . Taglio

che sarebbe in aperta contraddizione non solo con le indicazioni della stessa Corte dei

Conti, che ha più volte identificato nella digitalizzazione della Pubblica Ammnistrazione

una leva fondamentale per conseguire obiettivi di risparmio per i Bilanci dello Stato,

ma anche con lo stesso Cottarelli che, a pagina 25 delle sopra citate slide, identificava

risparmi potenziali derivanti appunto dalla digitalizzazione in misura pari a 2,5 miliardi.

E che dire dell’accorato appello della Ministra Madia che, nell’estate del 2014, denunciava

con parole forti l’inaccettabile ritardo sulla digitalizzazione?

Non sarà che il Governo, incapace di tagliare i veri sprechi della Pubblica Amministrazione,

e alla ricerca di coperture di breve respiro per le proprie manovre elettoralistiche vada

a colpire un comparto come quello dell’IT che, come nessun altro, è foriero di risparmi

di spesa nel lungo termine? In attesa che qualche autorevole membro delle opposizioni

in Parlamento sollevi il tema e che il Governo fornisca una risposta esauriente, il dubbio

rimane.

177


4 Novembre 2015 di Massimo Brambilla

Legge Stabilità, uno scrigno di sorprese

amare. Anche per l’IVA.

Il tempo fugge e il Governo continua a rimandare il mantenimento delle promesse.

Anche quelle fatte al popolo delle Partite IVA, che continua ad essere figlio di un

dio minore. Sembra ieri quando Renzi si cospargeva, tardivamente, il capo di cenere

per le disposizioni contenute nella Legge di Stabilità 2015, che elevavano l’aliquota

dell’imposta sostitutiva IRPEF per il cosiddetto “regime dei minimi” dal 5% al 15%. Un

provvedimento che è andato a colpire pesantemente la platea dei lavoratori autonomi

e dei professionisti e che, a fronte di un’ondata di proteste, ha dato avvio ad una serie

di scaricabarile all’interno dell’Esecutivo con annesse promesse di correre ai ripari nella

prima occasione disponibile.

È passato meno di un anno dal mea culpa del premier e il regime fiscale dei professionisti

e delle imprese di piccole dimensioni è, con la Legge di Stabilità 2016, oggetto di nuovi

correttivi. Correttivi solo apparentemente favorevoli alla platea delle Partite IVA, con

il ritorno all’aliquota del 5%, soglie più elevate per accedere alla tassazione forfettaria

178


nonchè una serie di misure di tutela raggruppate sotto la definizione di Jobs Act degli

Autonomi, contenute in un collegato alla legge di Stabilità.

Si può pertanto concludere che tutto è bene quello che finisce bene? Pare di no. In primo

luogo gli incerti tempi di approvazione del collegato rischiano di consegnare le tutele a

favore dei lavoratori autonomi ad un futuro indeterminato. Ancora più sorprendente è

quanto si scopre leggendo con attenzione la Relazione Tecnica alla Legge di Stabilità

secondo la quale le agevolazioni fiscali, tanto magnificate dal Governo, incominciano

ad avere effetto solo a partire dal 2017 (si veda l’immagine seguente che riporta il

passaggio delle Relazione Tecnica relativo all’articolo relativo ai provvedimenti fiscali

dei professionisti).

Per contro nel 2016 la Legge di Stabilità drena ulteriori 282 milioni di Euro dalle già

martoriate partite IVA in ragione della reintroduzione dei minimi contributivi (seppur con

una riduzione pari al 35% rispetto alla precedente normativa).

In poche parole, il Governo promette ai lavoratori autonomi futuri ed eventuali benefici

fiscali a fronte di un immediato sacrificio in termini di contributi previdenziali. La famosa

prima occasione disponibile per riparare i danni della prima Legge di Stabilità del Governo

179


Renzi si è tradotta nell’ennesima occasione per fare delle Partite IVA un Bancomat con

cui coprire gli esborsi derivati da altri provvedimenti. Esborsi che più opportunamente

avrebbero potuto trovare copertura con un rigoroso sforzo di spending review.

Il Governo si comporta nei confronti dei professionisti come un dottore che aspetta

a prescrivere i farmaci necessari a curare una grave malattia correndo il rischio che il

peggioramento delle condizioni del paziente determino il decesso dello stesso prima

dell’avvio della cura. I lavoratori autonomi, che spesso sono tali loro malgrado, non hanno

bisogno di tardivi mea culpa ma di provvedimenti seri ed immediatamente efficaci.

Provvedimenti dovuti sia per ragioni di equità fiscale che di memoria storica nei confronti

delle continue penalizzazioni di cui i professionisti sono stati oggetto in questi anni.

Il mantra governativo recita Italia con il segno più? Sì, ma con calma. Prima un po’ di

segno meno.Autonomi, contenute in un collegato alla legge di Stabilità.

Si può pertanto concludere che tutto è bene quello che finisce bene? Pare di no. In primo

luogo gli incerti tempi di approvazione del collegato rischiano di consegnare le tutele a

favore dei lavoratori autonomi ad un futuro indeterminato. Ancora più sorprendente è

quanto si scopre leggendo con attenzione la Relazione Tecnica alla Legge di Stabilità

secondo la quale le agevolazioni fiscali, tanto magnificate dal Governo, incominciano

ad avere effetto solo a partire dal 2017 (si veda l’immagine seguente che riporta il

passaggio delle Relazione Tecnica relativo all’articolo relativo ai provvedimenti fiscali

dei professionisti).

180


7 Novembre 2015 di Massimo Brambilla

L’Italia riparte, ma nella propaganda

renziana. La Ue dice il contrario

È proprio vero: il diavolo si sta nasconde nei dettagli. Un detto antico che ha trovato

l’ennesima conferma nelle “European Economic Forecast – Autumn 2015”, pubblicate

dalla Commissione Europea il 5 Novembre 2015. Un freddo documento redatto da quegli

euroburocrati così disprezzati nei proclami di Matteo Renzi ma che, nonostante i suoi

deprecabili autori, ha saputo suscitare esultanze che non sfigurerebbero in una curva di

uno stadio nel corso di un derby.

Dal sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze, un tempo austero ed istituzionale

ed oggi piegato alla propaganda al pari del suo massimo rappresentante, ai tweet

ed alle dichiarazioni pubbliche della claque parlamentare ex dalemiana oppure ex

bersaniana oppure ex centrista, oppure addirittura ex berlusconiana ed ora renziana, la

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cui incompetenza in materia di economia è spesso pari unicamente alla propensione

al trasformismo, è stata tutta un’esultanza a suon di hashtag per cifre, che a loro dire,

confermano che nell’anno due dell’era renziana l’Italia, finalmente, riparte.

Al di là del fatto che il documento della Commissione, a distanza di solo un mese e

mezzo dalla Nota di Aggiornamento al DEF, peggiora tutte le stime contenute nel quadro

programmatico del Governo, dal tasso di crescita del PIL (+1,6% sia nel 2016 che nel

2017 nella Nota del Governo vs +1,5% e +1,4% in quello della Commissione), a quello di

disoccupazione (rispettivamente 11,9% e 11,3% vs 11,8% e 11,6%) al rapporto debito/PIL

(131,4% e 127,9% vs 132,2% e 130,0%), il punto che, forse per incompetenza, forse per tifo,

forse per opportunità politica, il MEF e la corte renziana fingono di non vedere è relativo

ai dati che dimostrano l’incapacità della politica economica del Governo di incidere sui

punti di debolezza della nostra economia.

Partiamo dalla storica incapacità del nostro Paese di crescere nelle fasi espansive in

rapporto agli altri Paesi dell’Eurozona. Al di là degli entusiasmi del Governo, secondo

la Tavola 1 del Documento della Commissione (pag. 1) l’Italia è prevista crescere meno

della media dell’Eurozona sia nel 2015, che nel 2016 e nel 2017. Nel 2015 peggio di noi

fanno solo la Finlandia (per ovvie motivazioni legate alla dipendenza dall’economia

Russa), Austria e Grecia, nel 2016 Belgio, Grecia, Finlandia, Francia e Cipro e nel 2017

solo la Finlandia. In termini di tasso di disoccupazione, peggio di noi nel 2016 solo Grecia,

Spagna, Cipro e Portogallo mentre nel 2017 il Portogallo è previsto superarci.

Oppure la scarsa propensione nei confronti degli investimenti in infrastrutture strategiche.

Secondo la Tavola 12 (pag. 159) gli investimenti pubblici sono previsti costanti nel 2015

e nel 2016 (2,2%) ed addirittura in calo nel 2017 (2,1%). Siamo costantemente sotto la

media Ue (che in termini di macroeconomie e quella che investe meno, nonostante il

Piano Juncker, che è un brodino che pretende di curare un malato terminale) e siamo

tra i paesi che investono meno (con la Germania, e questo è il principale motivo di critica

alla Cancelliera Merkel).

O la scarsa produttività del nostro sistema manifatturiero e dei servizi. Secondo la Tavola

27 (pag. 167) l’andamento della produttività del lavoro è addirittura negativo nel 2015 (-0,2%

vs 0,7% della media dell’Eurozona) e sempre sotto l’andamento medio dell’Eurozona nel

2016 e nel 2017.

Ennesima triste conferma, la pervasività dello Stato nell’economia. Secondo la Tavola

34 (pag. 170) siamo sopra la media Ue come spesa pubblica in rapporto al Pil (50,8% vs

47,4%) così come (Tavola 35) lo siamo come entrate dello Stato (48,2% vs 44,9%).

Oppure la propensione al risparmio. Secondo la Tavola 44 (Pag. 175): non siamo più un

paese di risparmiatori. I risparmi privati in rapporto al Pil sono inferiori alla media Ue

(18,2% vs 20,8%) ed il dato delle famiglie è calato dal 16,4% di fine anni 90 all’11% del 2015

(Tavola 45).

O, infine, ma potremmo andare avanti, anche l’andamento dell’export (che dovrebbe

essere un fiore all’occhiello) che, secondo la Tavola 47 (pag. 177) cresce in termini

percentuali meno della media dell’Eurozona. Quindi stiamo approfittando meno dello

scenario dei tassi di cambio rispetto ai nostri partner.

In estrema sintesi il Documento della Commissione ci racconta una scomoda verità.

Più di un anno e mezzo di proclami del Governo Renzi non hanno scalfito neppure in

superficie i fattori su cui si basa il declino della nostra economia. Le proclamate, ma non

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attuate, riforme del Governo non hanno accresciuto la competitività del nostro sistema

economico e non hanno aumentato la propensione alla crescita dell’economia nel suo

complesso. Lo Stato continua ad essere pervasivo senza però investire risorse nelle

infrastrutture strategiche (altro che ponte sullo stretto) mentre le famiglie risparmiano

sempre meno (anzi consumano i risparmi passati per fare fronte alle esigenze della

quotidianità) e le nostre imprese esportatrici fanno sempre più fatica, nonostante le

irripetibili condizioni esogene.

Condizioni esogene, tasso di cambio con il dollaro, bassi tassi di interesse e basso costo

del petrolio, che ii Governo non sta sfruttando mentre consuma per fare spesa corrente

i margini di flessibilità che la Commissione UE concede in termini di maggiore deficit. Il

tempo passa e le opportunità se ne vanno.

Il diavolo sta nei dettagli. Ed i dettagli ci dicono che l’eredità che lascerà Renzi è un’Italia

ancora meno pronta ad affrontare la prossima crisi economica globale, a prescindere di

quando si verificherà. Mentre la claque esulta.

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14 Novembre 2015 di Corrado Passera

“Esprimo la mia più profonda solidarietà a tutta la comunità francese delle nostra città e

al Console a Milano, Olivier Broche, ai quali mi stringo angosciato per quanto accaduto

a Parigi”.

Così Corrado Passera, candidato Sindaco di Milano, commenta l’attacco terroristico nella

capitale francese e aggiunge: “dopo il vile agguato all’ebreo milanese, ora lo sgomento

per questi terribili attacchi che colpiscono tutti noi. Dobbiamo rimanere uniti e agire con

determinazione e fermezza contro tutti coloro che intendono minare l’esistenza stessa

della nostra civiltà”.

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15 Novembre 2015 di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi

Oltre il G-20. La nuova sfida turca alla Ue

Il meeting del G20, in corso in queste ore, ha all’ordine del giorno la crisi siriana e la

questione dei rifugiati e dei profughi e si tiene ad Antalya, in Turchia, dove poche

settimane fa, il 1° novembre, le lezioni anticipate hanno riportato il Presidente Recep Tayyip

Erdoğan, ed il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), saldamente al comando.

Tuttavia, la crescente instabilità interna e l’aggravarsi dei conflitti regionali, a cui Ankara è

strettamente connessa, rende ineludibile da parte del nuovo governo del Primo Ministro

Ahmet Davutoglu l’adozione di scelte politiche con rilevanti effetti tanto sul piano interno

che in politica estera. Ma sebbene il 49,4% dei voti consenta Erdoğan di dare forza e

continuità alla propria politica, non sarà sufficiente per realizzare la sua ambiziosa riforma

costituzionale presidenzialista per cui si renderà necessario ricercare un accordo con

altre forze politiche e, in particolare, con il Partito Democratico del Popolo del leader

curdo, Selahattin Demirtas.

La questione curda

Il difficile rapporto con i curdi, all’interno come all’esterno dei confini nazionali, è la

questione centrale che il Presidente e il nuovo esecutivo turco dovranno affrontare.

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Un’eventuale trattativa sulla riforma costituzionale acquista, pertanto, una rilevanza che

travalica i confini nazionali per assumere una dimensione regionale. Essa, difatti, verrebbe

a coinvolgere non solo il Partito dei Laoratori Curdi (PKK) in Turchia che in Iraq, ma anche

il suo corrispettivo siriano, il Partito dell’Unità Democratica (PYD), entrambi considerati da

Ankara organizzazioni terroristiche. Inoltre, tale questione viene a toccare direttamente

gli interessi regionali di Stati Uniti e Russia, poiché i combattenti dell’Unità di Protezione

Popolare (YPG), braccio armato del PYD, si sono rivelati gli alleati più efficaci degli Stati

Uniti in chiave anti-ISIS e sono considerati potenziali partner dalla stessa Federazione

Russa.

Tuttavia, ad Ankara permane un atteggiamento ostile nei confronti dell’YPG: il timore è

che un’eventuale saldatura delle due aree controllate dai combattenti curdi al confine

meridionale con la Siria possa far nascere un’entità autonoma. Nei piani di Erdoğan e

Davutoglu quest’area, attualmente controllata dall’Isis, una volta liberata, verrebbe

destinata ad accogliere i rifugiati e posta sotto l’ombrello protettivo di una no-fly zone,

impedendo di fatto la formazione di un’entità curda autonoma. Ma tale progetto non

ha mai ottenuto l’avallo degli alleati della NATO, preoccupati che la presenza di truppe

turche in Siria possa provocare uno scontro diretto con l’YPG o con l’esercito di Bashar

al-Assad. Inoltre, l’intervento militare russo e l’incremento di forze di terra iraniane a

sostegno di al-Assad hanno allontanato ulteriormente la prospettiva di una no-fly zone,

sebbene Erdoğan ne abbia richiesto nuovamente l’attuazione in corrispondenza delle

trattative con l’Unione Europea sull’emergenza migranti e rifugiati. Nel frattempo, Ankara

ha ripreso i bombardamenti aerei contro le posizioni del PKK in Iraq, all’interno del

territorio del Governo Regionale Curdo, mentre restano piuttosto sporadici gli attacchi

alle posizioni del sedicente Stato Islamico in Siria.

Le relazioni con la Nato

Al fine di riaffermare le credenziali di appartenenza alla NATO e riequilibrare scelte di

politica nazionale, che non sempre sono apparse coerenti con le direttrici strategiche

degli Alleati, il Primo ministro turco ha offerto la disponibilità a ospitare il vertice dei Capi

di Stato e di Governo dell’Alleanza successivo a quello in programma a Varsavia nel

prossimo luglio, e ad assumere nel 2021 la guida della Very High Readiness Joint Task

Force (VJTF), la forza avanzata d’intervento rapido della NATO.

Tuttavia, in una prospettiva di approfondimento della cooperazione con la NATO e

l’Unione Europea, la Turchia è chiamata a definire con chiarezza il proprio ruolo nello

scenario internazionale e ad assumere maggiori responsabilità, in particolare nella

regione mediterranea e mediorientale, dimostrando una reale apertura verso l’Occidente

e i suoi valori di libertà, sicurezza e rispetto delle regole del diritto.

Il ruolo nel Mediterraneo e Medio Oriente

In Siria, oltre a svolgere un ruolo costruttivo nelle dinamiche militari del conflitto, Ankara

potrebbe e dovrebbe favorire il raggiungimento di un accordo per l’avvio della transizione

politica che conduca al dopo-Assad, facendo leva sugli stretti legami con i principali

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gruppi d’opposizione riuniti nel Consiglio Nazionale Siriano, di cui Erdoğan è stato sin

dall’inizio il principale sostenitore. In Libia, Ankara è chiamata a favorire il processo di

stabilizzazione che passa per l’accettazione da parte di Tripoli dell’accordo promosso

dalle Nazioni Unite per la formazione di un governo di unità nazionale. I numeri scaturiti

dalle elezioni conferiscono, inoltre, al governo turco la credibilità necessaria per ricercare

la cooperazione e un nuovo partenariato strategico anche con l’Egitto del Presidente

Abdel Fattah al-Sisi, così come di riprendere il filo del dialogo con Israele finalizzato al

rilancio del processo di pace con i palestinesi.

Le relazioni con la Cina

Peraltro, la prospettiva di una maggiore apertura della Porta d’Oriente verso una direttrice

strategica euro-atlantica, impone alla Turchia di chiarire con gli Alleati la natura delle

relazioni avviate con la Cina nel settore della difesa. In particolare, a dissipare i dubbi

sollevati dalla gara per l’acquisto da parte turca di un sistema di difesa missilistica di

fabbricazione cinese. Tale sistema non potrà ovviamente essere integrato nella struttura

militare della NATO e appare in contraddizione con la solidarietà manifestata dalla stessa

Alleanza atlantica che per ben tre volte ha risposto alle richieste formulate dal governo

turco – sulla base dell’art. 4 del Trattato atlantico – di proteggere i confini del paese per

mezzo del dispiegamento di batterie di missili Patriot.

Inoltre, Ankara ha siglato un’intesa che fa della Turchia un Dialogue Partner della Shangai

Cooperation Organization.

Le relazioni con l’Unione Europea

Infine, è con l’Unione Europea che l’attuale crisi relativa alla gestione dei flussi di migranti

e rifugiati siriani, offre alla Turchia una nuova opportunità per rilanciare e approfondire

le relazioni di partenariato. In tale prospettiva, tuttavia, ad Ankara si richiede di compiere

importanti riforme che assicurino una netta discontinuità nella gestione del potere

giudiziario e dei rapporti con i media. Pilastro fondamentale della NATO dal 1952, anche

in funzione della sua posizione strategica, la Turchia è chiamata ad affrontare rilevanti

responsabilità e altrettante sfide, sia nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, che nei

Balcani, nel Caucaso e in Asia Centrale. ebbene spetti ancora a Erdogan indicare la

direzione della politica estera della Turchia e il suo livello di apertura verso l’Occidente,

sarà compito dell’Unione Europea e della NATO saper favorire la cooperazione con

Ankara e essere comunque pronti a saper gestire le scelte che compirà.

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18 Novembre 2015 di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi

Legge di Stabilità, per la UE il deficit è

nudo

Il rischio principale insito nella propaganda -per chi la fa- consiste nel dimenticarsi della

realtà sottostante e credere alla propaganda stessa. Tuttavia, prima o poi la realtà delle

cose riemerge squarciando il velo degli eufemismi e delle omissioni. Nel caso dei nostri

conti pubblici, il pesante richiamo alla realtà prende la forma dell’opinione espressa

dalla Commissione UE, secondo cui vengono avanzate parecchie riserve a proposito del

Disegno di Legge di Stabilità per il 2016. Legge di Stabilità che viene di fatto rimandata a

un successivo esame nella primavera del prossimo anno.

L’impressione che abbiamo è che in questi frangenti il presidente del consiglio Renzi si

sia esattamente comportato secondo questo pericoloso canovaccio, fingendo di credere

alla sua stessa propaganda, generosamente amplificata dai mass media amici. Tutto iniziò

con le famigerate slide di presentazione della Legge di Stabilità, in cui campeggiava una

rassicurante “flessibilità UE” per 14,6 miliardi di euro, cioè quasi un punto di Pil. Chiamiamo

le cose con il loro nome: “flessibilità UE” è un fastidioso eufemismo per nascondere

il fatto che la seconda Legge di Stabilità renziana è in larghissima parte finanziata dal

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deficit, cioè da un divario tra le spese totali e le entrate totali dello stato.

Detto in altri termini: non è vero che l’Unione Europea graziosamente ci dona quasi

15 miliardi di euro, come ha fatto intendere il premier davanti alla stampa italiana.

Semplicemente ci concede di deviare rispetto a un programma di riduzione della

montagna del nostro debito pubblico qualora questa deviazione sia legata a riforme

strutturali o investimenti in grado di influenzare positivamente sul tasso di crescita del

PIL. Al contrario il governo Renzi ha deciso di rallentare decisamente il raggiungimento

del pareggio di bilancio, in quanto la Legge di Stabilità 2016 prevede per l’appunto un

deficit aggiuntivo pari allo 0.9% del Pil senza vere riforme strutturali ed ancora meno

investimenti.

Il punto cruciale è appunto questo, ed è il punto su cui si sofferma la Commissione UE

nella sua opinione: la Legge di Stabilità è finanziata da deficit aggiuntivo, e la flessibilità

richiesta dall’Italia a proposito di un avvicinamento più lento al pareggio di bilancio

necessita di una verifica ulteriore, in quanto tale richiesta è basata sulle cosiddette

clausole “degli investimenti” e “delle riforme strutturali” (qui i chiarimenti formulati dalla

Commissione stessa), i due grandi assenti della politica economica del Governo Renzi.

Sotto questo profilo la Commissione UE (punto 17 dell’opinione) si riserva di verificare se:

1. il deficit aggiuntivo sarà utilizzato per aumentare gli investimenti pubblici;

2. l’implementazione delle riforme strutturali farà progressi;

3. vi saranno programmi credibili per riprendere la strada verso il pareggio di bilancio.

Si tratta dunque di una serie di riserve sulla credibilità dei proclami della coppia Renzi-

Padoan. Riserve particolarmente pesanti in quanto non fanno soltanto riferimento allo

squilibrio complessivo tra uscite ed entrate, ma vanno a toccare altri temi strutturali

(punto 16 dell’opinione) tra cui:

1. la riforma di un catasto iniquo -fatto di valori alti nelle periferie delle città e

comparativamente bassi in centro- è stata rimandata; lo stesso vale per la riforma delle

agevolazioni fiscali (a cui lavorava Roberto Perotti, secondo commissario alla spending

review sostanzialmente defenestrato da Renzi) e per la razionalizzazione delle tasse

ambientali;

2. l’abolizione della tassazione sulla prima casa è in contrasto con il progetto a lungo

termine di abbassare le imposte sui fattori produttivi (in primis: il lavoro) finanziando tale

sgravio con l’aumento di tassazione su altre basi imponibili (tra cui le attività inquinanti)

3. il processo di revisione della spesa pubblica (spending review) dovrebbe essere

integrato con le procedure standard di formazione del bilancio pubblico: un modo

diplomatico per suggerire che la spending review bisogna farla, oltre che annunciarla?

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Da lungo tempo abbiamo fatto notare i pericoli esistenti in questa Legge di Stabilità da

Prima Repubblica, solo in apparenza generosa grazie al deficit aggiuntivo ma che è in

realtà completamente priva di una visione in termini di politica economica, andando a

creare nuovo debito non per fare nuovi investimenti ma semplicemente per manifesta

incapacità -o poca volontà- di andare a tagliare la spesa pubblica improduttiva che

alimenta i peggiori vizi della politica del nostro Paese.

Non ci stupisce il fatto che anche la Commissione UE condivida molte delle nostre

perplessità. Mentre aspettiamo la versione finale della Legge di Stabilità votata dai due

rami del Parlamento siamo parecchio curiosi di vedere in quanto tempo i mass media

italiani racconteranno ai cittadini che il deficit è nudo.

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23 Novembre 2015 di Pietro Ferrara

Nessun bambino è un bambino

qualunque. Lotta totale agli abusi sui

minori

Il maltrattamento nell’infanzia e nell’adolescenza rappresenta una delle principali

emergenze del nostro tempo, sia dal punto di vista sanitario che sociale. In particolare,

l’abuso sessuale ai danni di minori è la forma di maltrattamento che crea maggiori

difficoltà interpretative al medico e che si ripete quasi sempre per mesi, per anni, tra le

mura domestiche, tra silenzi e omertà.

Secondo la definizione dell’OMS, per violenza sessuale sul minore si intende il

coinvolgimento di un/una bambino/a in attività sessuali che non può pienamente

comprendere e per le quali non è in grado di dare un consenso informato. Non si intende

quindi solamente la costrizione di bambini/e ad impegnarsi in qualsiasi attività sessuale,

ma anche lo sfruttamento dei fanciulli alla produzione di materiali o di spettacoli

pornografici e tanto altro.

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La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea

Generale delle Nazioni Unite nel 1989, recita in diversi dei suoi 54 articoli la necessità da

parte degli Stati membri di adottare ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed

educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità

fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento,

compresa la violenza sessuale.

Le Convenzioni sono però insufficienti se non supportate dall’impegno concreto dei

Governi che, i recenti allarmanti dati dell’OMS, ci dicono non essere ancora abbastanza:

è stato stimato che in Europa nel 2013, quasi 20 milioni di bambini e bambine sono stati

vittima di violenza sessuale. Sempre da una ricerca della European Union Agency for

Fundamental Rights, l’11% delle donne in Italia ha subito qualche forma di abuso sessuale

prima di compiere 15 anni e il 33% di violenza in generale. Una su tre. Percentuali simili si

ritrovano in Spagna, Germania, Finlandia e, leggermente più elevate, in Francia, Inghilterra

e Olanda. I dati sono impressionanti e rappresentano solo la punta dell’iceberg perché

nella stragrande maggioranza dei casi le bambine molestate tendono a non rivelare “il

proprio segreto” perché provano vergogna, paura, senso di colpa.

Gli effetti dell’abuso sessuale sulle piccole vittime possono essere devastanti, con

conseguenze sulla psiche ma anche, come conferma la più recente letteratura

scientifica, sull’organismo con riduzioni sensibili di aree ben precise a livello cerebrale,

manifestarsi di obesità e aumento di incidenza di alcuni tumori. I disordini psichici e

comportamentali quali depressione, disturbo post-traumatico da stress, ansia, disturbi

del sonno e del comportamento alimentare, si associano a tendenze suicide, abuso di

sostanze stupefacenti, condotte violente e comportamenti delinquenziali. Di frequente

riscontro sono inoltre l’aumento dell’incidenza di patologie gastrointestinali, articolari e

urogenitali.

Non è più possibile chiudere gli occhi dinanzi ad uno scenario di violenze ai danni dei più

piccoli che si verificano quotidianamente anche nei nostri “civilissimi” Paesi.

Il tempo è oramai maturo di abbandonare quella troppo frequente latitanza e farci

protagonisti di un impegno in difesa dell’infanzia perché nessun bambino è un bambino

qualunque.

La prima Giornata europea per proteggere i minori dallo sfruttamento e dagli abusi

sessuali, celebrata nei giorni scorsi, ci fornisce la possibilità di ricordare la responsabilità

e l’impegno che i Governi dell’Unione Europea si assumono nel sostenere i bambini e le

bambine vittime di violenza attraverso la comunicazione ai minori, ai genitori e all’intera

collettività di quanto importante sia la prevenzione di questo diffuso fenomeno dandoci

inoltre la possibilità di riflettere seriamente su cosa significhi essere un Unione di Paesi

“Sviluppati”, perché il grado di civiltà di un Paese non può far riferimento al solo sviluppo

economico e finanziario dello stesso, ma deve necessariamente esplicarsi (a partire

da questa Giornata) anche nell’individuazione e nella predisposizione di politiche per

l’infanzia e per l’adolescenza: “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra

192


personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico…. Non

possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi

del Paese sulla base del P I L [.…]”, ebbe a dire Robert Kennedy all’Università di Kansas

nell’ormai lontano, ma oggi più attuale che mai, 1968.

Italia Unica da sempre pone al centro delle sue scelte politiche e sociali la persona e

i suoi diritti essenziali ed in particolare si è sempre rivolta con sensibilità e attenzione

ad ascoltare la voce dei più piccoli che hanno bisogno di aiuto, cercando di favorire la

presa di coscienza di questa vera e propria emergenza sanitaria e sociale sempre più

impressionante e sensibilizzare l’opinione pubblica ad intervenire con proposte concrete

quali:

promuovere una banca dati per poter conoscere realmente l’entità del fenomeno e

monitorarlo, strumento che attualmente non esiste ancora ma che sarebbe indispensabile

per poter poi intervenire;

promuovere iniziative concrete di prevenzione e contrasto al fenomeno in ambito

istituzionale, medico, scolastico, territoriale con incontri, campagne informative e corsi;

permettere alle Amministrazioni competenti di poter mettere in atto tutte le misure

possibili per conoscere e far emergere i reali casi di maltrattamento e abuso, stanziando

risorse che potenzino i servizi e i “professionisti dell’infanzia” e intercettando il prima

possibile i segnali di disagio minorile.

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27 Novembre 2015 di Flavio Andreoli Bonazzi

Cop21, Origini e necessità della

Conferenza delle Nazioni sul clima

Quali sono le origini e le necessità alle quali deve assolvere la Cop21?

“There are multiple mitigation pathways that are likely to limit warming to below 2°C

relative to pre-industrial levels. These pathways would require substantial emissions

reductions over the next few decades and near zero emissions of CO2 and other longlived

greenhouse gases by the end of the century. Implementing such reductions poses

substantial technological, economic, social and institutional challenges, which increase

with delays in additional mitigation and if key technologies are not available. Limiting

warming to lower or higher levels involves similar challenges but on different timescales.”

IPCC – Climate Change 2014, Synthesis Report.

L’ affermazione dell’IPCC è la ragione dei negoziati internazionali sul clima: lo scopo della

conferenza è la firma di un accordo tra le Nazioni avente ad oggetto il contenimento del

riscaldamento terreste causato da fattori antropici sotto i 2°C entro la fine del secolo in

corso.

L’evento rappresenta, di certo, il più importante appuntamento internazionale della

nostra era; ad esso parteciperanno 154 Paesi che condivideranno l’obiettivo comune di

diminuire l’inquinamento del pianeta.

Ogni Paese partecipante ha consegnato, entro il 30 Ottobre, una proposta contenente le

194


misure di riduzione delle emissioni nocive e le misure di mitigazione per contrastare la

vulnerabilità del territorio e della società agli effetti dei cambiamenti climatici.

Gli evidenti effetti dell’inquinamento, dovuto alla industrializzazione del XX secolo, hanno

spinto la comunità internazionale a prendere atto dei danni ambientali causati.

Durante il secolo scorso, le nazioni più ricche hanno basato il loro sviluppo sull’utilizzo

massiccio di risorse naturali, spesso provenienti da aree meno sviluppate del mondo.

L’utilizzo indiscriminato di risorse ha generato evidenti danni ai territori e alle comunità

facendo, di fatto, sorgere una crescente attenzione verso la salvaguardia dell’ambiente.

La comunità internazionale ha preso atto, inoltre, che lo sviluppo del XX secolo è

avvenuto in modo asimmetrico; i Paesi meno sviluppati non hanno giovato del beneficio

della modernità ma, al contrario, sono stati serbatoio di risorse naturali per i Paesi più

ricchi.

In questo contesto, alla fine degli anni ’70, sono iniziati i negoziati internazionali sul clima

nell’ambito della prima Conferenza sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Ginevra nel

1979.

Per poter affrontare in modo sistematico e scientifico l’impatto dell’inquinamento, vi era

la necessità di dotarsi di uno strumento ad alta valenza scientifica e indipendente. Fu

così creato nel 1988, dalle Nazioni Unite, l’Intergovernmental Panel on Climate Change,

(IPCC).

L’IPCC è l’anima scientifica delle Nazioni Unite. Esso ha lo scopo di raccogliere e analizzare

tutti i dati disponibili a livello globale sui cambiamenti climatici ed elaborare una posizione

sullo stato del clima mediata e neutrale. Nel 1990, nel suo Primo Report, l’IPCC riconosce

ufficialmente l’effetto clima alterante delle emissioni in atmosfera dei gas derivanti dai

processi industriali quali l’anidride carbonica CO2, il metano CH4, gli ossidi di azoto

NOx e altri gas presenti in minore concentrazione. Nel 2007 venne assegnato il Premio

Nobel per la Pace, congiuntamente, all’ IPCC e ad Albert Arnold (Al) Gore per “gli sforzi

profusi a creare e disseminare maggiore conoscenza in merito ai cambiamenti climatici

di origine antropica e per aver gettato le basi per le azioni necessarie a combattere tali

cambiamenti”.

Nel 1992, durante la conferenza di Rio de Janeiro, venne creata la United Nation

Framework Convention of Cimate Change (UNFCCC) il cui obiettivo fu la determinazione

di misure per limitare le emissioni di gas nocivi. La Convenzione è entrata in vigore nel

1994 ed è stata sottoscritta da 195 Paesi. Da quell’anno, venne istituito un incontro annuo

tra i membri aderenti al UNFCC, chiamato Conference of the Parties (COP)

Il ruolo della Convenzione UNFCCC fu determinate per la adozione del Protocollo di Kyoto,

approvato nel 1997 durante la COP 3 , appunto a Kyoto, ed entrato in vigore ufficialmente

nel 2005 durante la COP 11. Il protocollo di Kyoto fu un accordo internazionale di enorme

rilevanza, secondo il quale non meno di 55 Paesi industrializzati, rappresentanti almeno

il 55% delle emissioni dei Paesi aderenti alla UNFCCC, si sono obbligati, per un primo

periodo 2008-2012, a ridurre del 5% le loro emissioni rispetto ai livelli del 1990, e del 18%

per il periodo 2013-2020. Il Protocollo si basa sul concetto secondo il quale solo i Paesi

che hanno avuto un sviluppo industriale durante il xx secolo sono obbligati a ridurre le

emissioni.

195


Attualmente i Paesi aderenti sono 192. Per cogliere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto,

i Paesi dovettero, anzitutto, implementare politiche nazionali di riduzione. Tuttavia, in

aggiunta, furono creati meccanismi di mercato di scambio di permessi di emissione tra i

membri del Protocollo.

Il mercato dei titoli di emissione si basa sul concetto della irrilevanza del luogo ove

vengono abbattute le emissioni; ciò che conta è la diminuzione netta a livello globale

dei gas inquinanti.

E’ importante sottolineare che al protocollo di Kyoto non aderirono gli Stati Uniti, nel 1998

principale potenza industriale e Paese con primaria incidenza sulle emissioni globali.

La Cina e l’India aderirono al Protocollo, ma non furono ritenuti soggetti a vincoli onerosi

di riduzione di emissioni perché si imposero come Paesi emergenti e, di conseguenza,

non direttamente responsabili delle emissioni avvenute durante il periodo della

industrializzazione del secolo scorso.

Dopo l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, la comunità internazionale si è posta

il problema di stabilire un nuovo contesto di azione per la riduzione delle emissioni

successivo alla fine del primo periodo di validità del Protocollo.

Durante la COP 15 tenutasi a Copenhagen, venne stabilito, a seguito di quanto presentato

dallo studio della IPCC, che l’aumento massimo della temperatura media terreste

dovesse essere contenuto sotto i 2°C entro la fine del secolo in corso, ma non venne

raggiunto alcun accordo vincolante sull’estensione del Protocollo di Kyoto.

La COP 16 a Cancun, la COP 17 a Durban, la COP 18 a Doha e la COP 19 a Varsavia nel 2013

sono stati le tappe di una progressiva condivisione delle politiche climatiche da parte

della comunità internazionale.

I punti su cui si è concentrato il dibattito sono stati la prosecuzione del Protocollo di Kyoto

fino al 2020, la determinazione di meccanismi di supporto alle politiche di mitigazione

ambientale da parte delle nazioni industrializzate alle nazioni in via di sviluppo, la

determinazione di azioni di riduzione e mitigazione, a partire dal 2020, per contenere

l’aumento del riscaldamento globale entro i 2°C.

Il momento di convergenza del percorso complesso e pluriennale fino ad ora svoltosi è

la COP 21 di Parigi, dove gli stati aderenti alla UNFCCC potrebbero siglare uno storico

accordo.

Con lo scopo di consolidare l’obiettivo del contenimento dei 2°C entro la fine del secolo,

durante la COP15 e la COP16, le nazioni più sviluppate si impegnarono a mettere a

disposizione fondi a favore dei Paesi emergenti per un importo pari a 100 miliardi di

dollari all’anno a partire dal 2020. Come detto, in vista della COP21 di Parigi, tutti i paesi

sono stati invitati a presentare un documento con gli impegni assunti per contribuire al

contenimento dell’aumento climatico (Intended Nationally-Determined Contributions –

INDC), supportato da informazioni sulla misurabilità degli stessi.

I Paesi in via di sviluppo hanno elaborato le loro proposte anche in funzione della

capacità di finanziare le proprie politiche climatiche nazionali con il fondo annuale messo

196


a disposizione dai Paesi sviluppati.

Stato dei negoziati

Profonde divergenze sussistono tra i principali “Gruppi d’interesse” (UE, G7, Alleanza

delle piccole isole, USA, Cina, India). Tali divergenze riguardano, in particolare, le

modalità concrete di attuazione e applicazione pratica dei dettami che verranno recepiti

nel documento.

La precedente riunione svoltasi in Perù, alla COP 20, terminò con un testo di compromesso,

composto da un preambolo (Lima call for climate action) e da un corposo (più di 40

pagine) documento annesso. In questo periodo, il testo base per il nuovo accordo si è

ulteriormente dilatato (più di 80 pagine) a causa dell’inserimento di nuove ‘proposte di

linguaggio’. Nella versione attuale, quindi, per ognuna delle sei aree principali del futuro

documento

(mitigazione, adattamento, finanza, trasferimento di tecnologia, capacity building e

trasparenza), sono inserite tutte le ‘proposte di linguaggio’, spesso di segno opposto,

presentate dai citati “Gruppi di interesse”.

Posizione europea

L’UE ha già inviato al Segretariato UNFCCC il proprio contributo che consiste

essenzialmente nella riduzione, entro il 2030, di almeno il 40% delle emissioni di gas

serra rispetto al 1990. E’ previsto che tale obiettivo, facente parte del pacchetto

2030 approvato nell’ottobre scorso, sia raggiunto attraverso un utilizzo più efficiente

dell’energia e un maggior ricorso alle rinnovabili. Tale obiettivo è stato richiamato anche

nella Comunicazione della Commissione Europea con riferimento all’Unione Energetica

dello scorso 25 febbraio.

Il pacchetto 2030 per le politiche dell’energia e del clima fissa tre obiettivi:

riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del

1990. Tali riduzioni dovranno essere realizzate nel solo territorio europeo;

aumento della quota di rinnovabili almeno fino al 27%. Tale obiettivo non preclude

traguardi nazionali maggiormente ambiziosi;

raggiungimento del target del 27% per l’efficienza energetica al 2030, riservando

comunque la possibilità di rivederlo al rialzo nel 2020, tendenzialmente al 30%.

Il documento fornisce la posizione comune europea degli obiettivi del “Protocollo di

Parigi” e, allo stesso tempo, invita le economie più avanzate ad assumere un ruolo guida

nel processo UNFCCC.

L’auspicio della Commissione Europea è che l’accordo di Parigi assuma la forma giuridica

del protocollo, abbia quale obiettivo la riduzione delle emissioni globali nel 2050 del 60%

rispetto ai livelli del 2010, sia legalmente vincolante per tutte le Parti e coerente con i

principi della Convenzione Quadro nel contesto delle c.d. evolving responsibilities.

In vista di Parigi, i Ministri europei degli Affari Esteri hanno adottato una Climate Diplomacy

Action Plan con l’obiettivo di rendere prioritario, nelle agende dei forum di dialogo politico

197


(G7, G20 e Assemblea Generale ONU), il tema dei cambiamenti climatici.

La posizione degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti e la Cina, congiuntamente, rappresentano il 45% delle emissioni globali

e sono le due economie più importanti. Nel 2008 la Cina ha superato gli stati Uniti per

quantità di emissioni in atmosfera.

Entrambi i Paesi hanno intrapreso politiche climatiche nazionali e, nel novembre

2014, hanno sottoscritto un reciproco accordo per il contenimento dell’inquinamento

atmosferico.

Le politiche nazionali e l’accordo tra i due Paesi possono contribuire in modo sostanziale

alla firma di un documento di vasta portata e stabilità durante la COP 21.

Gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla sottoscrizione di accordi vincolanti per la riduzione

delle emissioni. Le amministrazioni repubblicane del passato, in particolare quella di

George W. Bush, ritenevano il protocollo di Kyoto una minaccia alla competitività del

Paese.

Nel corso degli anni, anche grazie alla crescente divulgazione mediatica, l’opinione

pubblica americana ha rivolto maggiore attenzione al tema dei cambiamenti climatici

tanto che, lo scorso agosto, Barack Obama e la US Environmental Protection Agency

(EPA) hanno annunciato il Clean Power Plan, un piano il cui il Paese si obbliga alla riduzione

delle emissioni di CO2 del 32% rispetto ai livelli di emissione del 2005.

Il Piano rappresenta un atto storico per un Paese che, da sempre caratterizzato dal timore

di perdere competitività e di deprimere il consumo interno, ha ingenerato nella comunità

internazionale un aumentato ottimismo in vista della COP21 di Parigi.

Come una doccia fredda è calata però la recente dichiarazione del Segretario di Stato,

John Kerry, il quale ha affermato che gli Stati Uniti non firmeranno accordi vincolanti a

Parigi.

Tale inaspettata posizione viene interpretata come una interferenza delle elezioni

presidenziali del 2016. La debolezza in senato dei democratici fa loro propendere per

una posizione di estrema prudenza per non andare alla scontro diretto con i repubblicani,

la cui politica è da sempre contraria a vincoli economici imposte da restrizioni climatiche.

La posizione della Cina

La Cina è il principale Paese in via di sviluppo e maggior contribuente mondiale alle

emissioni di gas clima alteranti.

Durante la fine degli anni 90 e i primi anni 2000, la Cina ha intrapreso un processo di sviluppo

economico espansionista responsabile di una crescita industriale, massicciamente

dipendente dall’utilizzo di risorse naturali. Il 68% dell’energia primaria consumata è

generata dalla combustione del carbone di cui la Cina è il primo consumatore, produttore

e importatore mondiale. Il carbone è anche responsabile della maggior quota delle

emissioni in atmosfera.

Combattere l’inquinamento significa per la Cina modificare il proprio modello industriale

dipendente fortemente dalle risorse naturali, ma questo comporterà necessariamente

198


un rallentamento dell’economia. D’altra parte, il Governo Centrale si trova pressato

dall’opinione pubblica che, negli ultimi dieci anni, si è dimostrata sempre più sensibile ai

dati dell’inquinamento. Il governo ha concesso la pubblicazione su internet dei dati sulla

qualità dell’aria a partire dal 2011, quando, per la prima volta, vennero resi noti i dati della

centrale situata all’interno dell’Ambasciata Americana. Da allora, la qualità dell’aria ha

assunto per i cinesi una grande importanza. Di enorme impatto sull’opinione pubblica fu

la cosiddetta “airpocalypse” del 2013-2014 , in cui i livelli rilevati di PM2,5 furono in misura

di 56 volte superiori a quelli raccomandati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ad agosto 2015, l’opinione pubblica cinese è stata ulteriormente scossa dall’incidente di

Tianjin in cui sono morte 100 persone nell’esplosione di un deposito di materiale chimico,

mettendo a nudo la fragilità del sistema industriale cinese dal punto di vista ambientale

e della sicurezza sul lavoro.

Il Presidente Xi Jinping ha promosso la riforma del settore energetico. Nel 2014 è entrato

in vigore l’Energy Development Strategic Action Plan per il periodo 2014-2020, il quale

stabilisce l’obiettivo di contenere per il 2020 il consumo di energia primaria entro 4.8

miliardi di tonnellate di carbone equivalente. Sempre nel 2014, la National Development

and Reform Commission (NDRC), equivalente ad un super ministero dello sviluppo, ha

emanato il National Plan on Climate Change contenente misure in grado di modificare il

sistema produttivo cinese e traghettarlo verso un modello meno dipendente dal carbone.

Inoltre, nel 2014, sono stati investiti in Cina circa 90 miliardi di dollari per l’istallazione di

nuova energia rinnovabile, principalmente eolica e fotovoltaica, e tale valore tende a

essere confermato nel 2015.

Con queste premesse, la Cina si presenta alla COP 21 con misure che prevedono entro il

2030 la copertura del 20% dei consumi con energia rinnovabili e un abbattimento del 60-

65 % di emissioni rispetto ai livelli del 2005. Entro il 2020 il 10% dei consumi sarà coperto

da gas naturale e il 2030 viene indicato come anno in cui, “approssimativamente”, verrà

raggiunto il picco di emissioni di CO2.

I target cinesi destano non poche perplessità da parte dei commentatori internazionali,

ritenendo che i target siano troppo ambiziosi per poter costringere la Cina a un patto

vincolante.

Recentemente, sul ruolo della Cina alla COP21, è calata una tegola: l’istituto nazionale di

statistica ha pubblicato dati che dimostrano come il consumo del carbone sia stato, fin

dal 2000, superiore di quantità tra il 10 e il 15 % rispetto a quanto fino ad oggi previsto,

con un aumento delle emissioni stimato dal 6 al 10%. Ciò sembrerebbe corroborare le

posizioni che vedono le misure cinesi come non realistiche.

L’accordo congiunto sul clima tra Stati Uniti e Cina

Nel novembre del 2014, i presidenti di Cina e Stati Uniti hanno siglato un accordo

congiunto sui cambiamenti climatici.

L’accordo prevede che i due Paesi si diano “responsabilità comuni, ma differenziate”

secondo le “rispettive capacità”. Se, quindi, da una parte l’accordo tra i due principali

paesi inquinanti è senza dubbio un segno della volontà politica di modificare propri

199


modelli industriali, dall’altra il linguaggio del trattato mette in evidenza la labilità degli

obiettivi.

I due Paesi si sono, infatti, dati obiettivi non vincolanti e differenziati: gli Stati Uniti

dichiarano di abbattere le emissioni entro il 2020 e la Cina entro “approssimativamente”

il 2030 in quantità tra loro diverse.

In questo sembrerebbe che la Cina abbia riportato una piccola vittoria diplomatica

perché è riuscita a passare nuovamente il concetto che il suo stato di sviluppo è arretrato

rispetto a quello degli Stati Uniti, giustificando, quindi, riduzioni alle emissioni inferiori a

quelle degli Stati Uniti. La stessa motivazione, si ricorda, fu addotta per non subire vincoli

onerosi alle riduzioni in sede di approvazione del Protocollo di Kyoto.

Nonostante l’accordo tra i due Paesi presenti evidenti limiti, la comunità internazionale

ha accolto con positività l’evento, ritenendo che si siano gettate le basi per un dialogo

più puntuale sui temi dei cambiamenti climatici. Non solo. La comunità internazionale

ritiene, inoltre, che l’accordo darà maggiore impeto alle forze concorrenti alla firma di un

nuovo Protocollo vincolante tra le Nazioni.

La posizione di Papa Francesco

A maggio del 2015, quindi dopo la sigla degli accordi tra Cina e Usa e in seguito alla

pubblicazione del Report dell’ IPCC, irrompe sul tema dei cambiamenti climatici la

Enciclica “Laudato Si’ ” di Papa Francesco.

L’adozione di politiche climatiche globali porta a una epocale modifica dell’economia

mondiale, dove, se da una parte è vero che ci si muoverà verso un complessivo

miglioramento dell’ambiente, dall’altra non vi è alcuna garanzia che non si creino processi

asimmetrici e speculativi.

A tal proposito, le economie in cui i meccanismi di mercato sono più aggressivi, in primis

gli Stati Uniti, hanno salutato il nuovo corso economico con entusiasmo, ben consci

della enorme quantità di denaro che verrà investita per concorrere alla mitigazione

dell’inquinamento. Il World Economic Forum stima che, solo nel settore elettrico, verranno

investiti fino al 2040 nei Paesi OCSE circa 280 miliardi di dollari ogni anno per la riduzione

delle emissioni. Capitali che, male utilizzati, creerebbero ulteriori future disuguaglianze

tra paesi e tra strati sociali.

Il Papa, con la sua enciclica, ha compiuto un atto necessario per bilanciare la straripante

forza dei meccanismi di libero mercato attraverso un messaggio che pone sullo stesso

piano il rispetto dell’ambiente e il rispetto dell’uomo.

L’enciclica “ Laudato Si“, scritta in italiano con linguaggio semplice e di immediata

comprensione, si oppone perentoriamente a un utilizzo acritico delle tecnologia, mosso

da una visione antropocentrica del mondo. Il Papa esorta a confluire verso un modello

circolare di economia basato su riciclo e sul riutilizzo, limitando al massimo l’uso delle

risorse non rinnovabili, perché il degrado ambientale genera il degrado umano colpendo

i più deboli, togliendo loro la possibilità di sostentamento derivato dalle risorse naturali

e dalla disponibilità di acqua. Ne consegue che un approccio ecologico allo sviluppo

diviene, secondo questa visione, un approccio sociale. Il Papa esorta a non sottomettere

la politica alla finanza, la quale, avulsa dall’economia reale sottostante, ingenera

meccanismi speculativi le cui conseguenze sono il degrado sociale e ambientale.

200


Un’economia di mercato senza regole si basa sull’idea di crescita infinita e ciò suppone

una disponibilità infinita di risorse naturali, cosa che è, con ogni evidenza, falsa. I

meccanismi di mercato non sono in grado di includere i costi ambientali a sociali nei

propri modelli. L’orizzonte temporale che si pongono è, infatti, di breve tempo e l’obiettivo

è la sola massimizzazione dei profitti. Il Papa, quindi, propone un modello economico che

contemperi un approccio integrale socio-ambientale, in grado di combattere la povertà

e prendersi cura della natura. Per questo occorrerà un rinnovato umanesimo composto

dai diversi saperi, incluso quello economico. Un nuovo approccio integrato dovrà poi

non solo risolvere il problema delle solidarietà sociale, ma anche quello della solidarietà

tra le generazioni. L’ambiente è giunto alla generazione vivente sotto forma di prestito e

questa dovrà restituirlo integro alla generazione successiva. Il Papa interviene, inoltre, a

proposito della internazionalizzazione dei costi ambientali, elemento di grande criticità

nei negoziati avvenuto fino ad oggi. Francesco si schiera a sostegno dei paesi in via di

sviluppo il cui processo di crescita non deve essere rallentato dagli oneri ambientali

derivanti dallo sviluppo avvenuto, negli scorsi decenni, dei paesi industrializzati; questi

dunque, secondo il Papa, dovranno sostenere maggiori oneri di mitigazione ambientale

rispetto ai paesi più poveri.

La posizione di Italia Unica

Principio fondante di Italia Unica è la considerazione dell’ambiente come bene assoluto

da rispettare, migliorare e tramandare alle future generazioni.

Italia Unica propone uno sviluppo fondato sulla economia di mercato, ritenendo però

profondamente errato il modello della crescita infinita, intesa come crescita insaziabile ed

erosiva. Occorre, al contrario, perseguire crescita e sviluppo non a discapito delle risorse

naturali, ma adottando criteri di riciclo e riuso delle risorse naturali secondo modelli

circolari. Senza limitazione, dovrà essere perseguita l’armonia sociale ed ambientale.

Il corretto ciclo della economia circolare contempla e utilizza gli strumenti finanziari per

sostenere la crescita; la finanza è intesa come servizio alla economia reale, non come

strumento avulso dalla economia sottostante e utilizzato per creare sacche speculative.

Il modello economico di Italia Unica contempla, naturalmente, il perseguimento dell’utile

di impresa, la cui massimizzazione non dovrà mai indurre a evadere costi ambientali e

sociali.

Note queste premesse, la posizione di Italia Unica sui cambiamenti climatici, in particolare

rispetto alla prossima COP 21 di Parigi, è la convinta adesione a un patto intergovernativo

vincolante per la riduzione delle emissioni.

Italia Unica concorda sul principio secondo il quale i Paesi che maggiormente hanno

utilizzato le risorse naturali per perseguire il proprio sviluppo debbano concorrere alla

crescita dei Paesi in via di sviluppo attraverso meccanismi di perequazione dei costi

ambientali. Inoltre, riconosce pienamente quanto espresso dal Papa secondo cui la

giustizia ambientale e la giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia.

201


28 Novembre 2015 di Flavio Andreoli Bonazzi

Cop 21, in cerca di un accordo. E che sia

vincolante

202


La migliore risposta agli attacchi perpetrati pochi giorni fa al cuore dell’Europa può

venire dalla firma di un accordo ampiamente condiviso alla Conferenza globale sui

cambiamenti climatici, che sta per aprirsi a Parigi. Incidere sulla stabilizzazione delle aree

geopolitiche più instabili mettendo in atto efficaci e condivise politiche di miglioramento

ambientale – che è uno degli obiettivi principali di questo appuntamento delle Nazioni

Unite – significa guardare a un traguardo ben più ampio, come il maggiore equilibrio dei

flussi economici e una minore disparità tra popoli e strati sociali.

Per un partito come Italia Unica, che ha come principio fondante la considerazione

dell’ambiente come bene assoluto da rispettare, migliorare e tramandare alle future

generazioni, la 21esima Conference of the Parties to the United Nations Framework

Convention on Climate Change (UNFCCC) rappresenta una tappa cruciale verso questo

orizzonte.

Anche se il terribile attacco mosso da Daesh getta inevitabilmente un’ombra cupa

sulla conferenza, questa rappresenta una straordinaria opportunità di dialogo attorno

al tema comune della salvaguardia ambientale e assume maggiore importanza nella

ricerca di un accordo vincolante tra le nazioni, per abbattere le emissioni climalteranti ed

elaborare efficaci e condivise politiche di miglioramento, appunto, dell’ambiente. Sarà

anche l’occasione per offrire a una vasta rappresentanza della comunità internazionale

la possibilità di incontrarsi e ragionare su misure che guardino anche alla prevenzione

del terrorismo, che è l’espressione più violenta di una instabilità economica e politica

sottostante: dunque la eradicazione dei movimenti fondamentalisti potrà avvenire, nel

medio termine, con scelte politiche ed economiche, più che con scelte militari.

Italia Unica concorda sul principio secondo cui le nazioni che più hanno utilizzato le

risorse naturali debbano ora concorrere alla crescita dei paesi in via di sviluppo attraverso

meccanismi di perequazione dei costi ambientali e riconosce pienamente anche quanto

esposto da papa Francesco: la giustizia ambientale e la giustizia sociale sono due facce

della stessa medaglia. E un fallimento del summit alimenterebbe la instabilità politica

e la disparità economica tra popoli con conseguenze che potrebbero rilevarsi

catastrofiche.

203


29 Novembre 2015 di Massimo Brambilla

Il novembre delle occasioni perdute. E

Renzi fa finta di niente

Sarà che è il mese di Halloween, ma Matteo Renzi ricorderà questo Novembre per

l’affollarsi di gufi che hanno alzato il velo sui mediocri risultati della politica economica del

suo governo, ormai in carica da quasi due anni. Tanto mediocri da aumentare la nostra

preoccupazione per l’andamento del Paese e da rendere ancora più urgente l’appello,

che andiamo ripetendo da oltre un anno, per una vera politica economica orientata allo

sviluppo.

Ha aperto le danze il Fondo Monetario Internazionale a inizio mese, rivendendo al ribasso

tutte le previsioni di crescita del PIL contenute nella nota di aggiornamento al DEF

204


che data a solo due mesi fa. La palla è poi passata alla Commissione Europea, che ha

condizionato il via libera alla richiesta di maggiore benevolenza in termini di deviazione

rispetto al sentiero di diminuzione del rapporto deficit/PIL alla verifica che questa serva

a fare investimenti e non per continuare ad alimentare la spesa pubblica. È seguita

Confindustria, che pare avere finalmente dismesso l’abito del plauso incondizionato nei

confronti dei proclami del premier, accorgendosi dell’irrilevanza della tanto declamata

ripresa renziana. E poi l’OCSE, che ha rammentato che l’Italia è, tra le 34 economie

mondiali più sviluppate, quella che ha il più basso tasso di occupazione dei laureati e tra

le poche (con Grecia, Turchia e Spagna) in cui più del 30% dei giovani tra i 20 e i 24 anni

non studiano nè lavorano. Si è aggiunta l’ISTAT con i dati relativi ai minimi storici di natalità

nel Paese, portato dell’incertezza in cui versano le famiglie in merito alle prospettive

economiche. Infine ha chiuso le danze ancora la UE con l’Italia unico Paese in cui la

disoccupazione giovanile è peggiorata nel 2014 ed in cui la bassa produttività mette a

rischio la sostenibilità delle finanze pubbliche

Niente male per un Governo che ha presentato la propria manovra economica con

l’hashtag #Italiacolsegnopiù. Purtroppo a questo segno più, apprezzabile solo dagli

entomologi in ragione delle microscopiche dimensioni, pare che ormai ci credano solo i

ministri del Governo Renzi, o forse neppure loro.

Il punto è che in questi 21 mesi di Governo, Matteo Renzi ha vissuto di rendita su condizioni

esogene straordinariamente favorevoli e non ha fatto assolutamente nulla per incidere

realmente su quelli che sono i fattori che fanno si che il nostro Paese cresca meno di

ogni altro nelle fasi di espansione economica e decresca molto più degli altri durante le

recessioni.

Nulla sul fronte delle inadeguate dotazioni infrastrutturali fisiche e digitali del Paese, con

un costante calo degli investimenti pubblici per finanziare spesa pubblica improduttiva

e regalie elettorali (di cui i 500 Euro ai 18 enni sono l’ultimo, insultante, esempio). Nulla

per colmare la forbice di produttività accumulato negli ultimi 15 anni tra il nostro sistema

produttivo e quello degli altri Paesi dell’Eurozona (Germania in primis) che determina

un costante calo della quota di mercato del nostro export a livello globale e che frena

gli investimenti esteri nel nostro Paese. Nulla per riformare il nostro sistema scolastico

per renderlo in linea con le esigenze formative delle aziende. Nulla sul fronte della

liberalizzazione del mercato dei servizi e sulla semplificazione della burocrazia e nulla

sul fronte della tassazione sulle imprese.

21 mesi di occasioni perdute che rischiamo di rimpiangere quando le condizioni esogene

favorevoli non ci saranno più (ed il rallentamento dei paesi emergenti, l’ormai sempre più

probabile rialzo dei tassi di interesse USA e le tensioni geopolitiche rischiano di avvicinare

quel momento) e quando il calo del PIL riporterà l’allarme sulla sostenibilità del nostro

debito pubblico. Una totale inazione che alimenta le proposte dei populismi alternativi

a quello del Partito della Nazione di Renzi, dall’uscita dall’Euro alla decrescita felice,

capaci solo di rendere la malattia della nostra economia ancora più grave ed il probabile

decesso del paziente.

205


Il tutto all’insegna di sprechi di risorse che avrebbero potuto essere impiegate per davvero

per invertire la parabola discendente della nostra economia. Dai 10 e passa miliardi che

ci costa ogni anno l’inutile Jobs Act, con cui si sarebbe potuta tagliare la tassazione sulle

imprese per riportare gli investimenti nel Paese e creare vera e sostenibile occupazione e

non obbligare i nostri giovani ad andare all’estero alla ricerca di una prospettiva di lavoro.

Oppure gli altri 10 miliardi all’anno degli 80 Euro, con cui sarebbe stata possibile una

reale azione di contrasto alla crescente povertà (un fenomeno che l’ISTAT ci ha ricordato

questa settimana riguardare un Italiano su quattro) e si sarebbero potuti porre in essere

strumenti a sostegno delle famiglie per incrementare le nascite. O i tanti miliardi spesi

per le lenzuolate di assunzioni nelle scuole a cui si sono aggiunti i fondi per la mancetta

destinata ai diciottenni con cui si sarebbe potuta modernizzare la didattica delle nostre

scuole. O i ritardi accumulati relativamente alla strategia del dopo EXPO, che potrebbe

essere il volano per la modernizzazione del Paese e rischia invece di diventare una

cattedrale nel deserto. O i ritardi sulla spesa dei fondi strutturali in scadenza a fine anno,

il che determinerebbe una minore allocazione per il futuro (tant’è che, del Piano Juncker,

in Italia arriveranno solo le briciole), allargando ulteriormente la voragine tra il nostro

meridione, che di questi fondi ha disperato bisogno, ed il resto d’Europa.

Ritardi, sprechi ed occasioni perdute che urlano vendetta. E che noi di Italia Unica

denunciamo da sempre e continueremo a farlo non per il gusto della polemica ma in

quanto tacere vuole dire essere complici. E noi non vogliamo esserlo perché abbiamo

un unico interesse, che è quello di garantire un futuro all’Italia ed agli Italiani.

206


3 Dicembre 2015 di Massimo Brambilla

Il governo non ama i professionisti, addio

ai fondi UE

C’è un fantasma che si aggira tra i palazzi romani. Ed è un fantasma che c’è l’ha con i

professionisti e le partite IVA. Un fantasma che si nasconde negli anfratti più nascosti del

Governo e del Parlamento e che spunta fuori, puntuale e preciso, ogni volta che c’è da

penalizzare il mondo di chi lavora in proprio.

Non è chiaro perché questo fantasma ce l’abbia così tanto con i professionisti. Magari

è un po’ sadico, visto che di tiri mancini alle sue vittime predilette ne ha tirati davvero

molti in questi anni. O forse perché è convinto che tra i professionisti si annidino sediziosi

evasori fiscali. O perché da sempre il mondo dei professionisti non è creatore di tessere

sindacali ed è lontano dalla politica e, ancor di più, dai partiti. O, più probabilmente, perché

i professionisti sono troppo impegnati a lavorare e non hanno tempo per protestare.

Fatto sta che lo spettro è implacabile. L’avevamo già segnalato lo scorso 4 novembre

quando avevamo scoperto nelle pieghe delle relazione tecnica alla Legge di Stabilità

207


che il tanto declamato taglio dell’aliquota applicabile alla tassazione forfettaria avrebbe

avuto effetti solo dal 2017, mentre nel 2016 il Governo continua a drenare risorse finanziarie

con l’aumento della pressione contributiva.

È passato meno di un mese e il fantasma si è inventato un nuovo scherzo. A una

settimana dall’approvazione da parte del Senato del maxi-emendamento alla Legge di

Stabilità che, in un comma, equiparava i professionisti alle PMI relativamente all’accesso

ai piani operativi regionali e nazionali dei fondi sociali europei (FSE) e del fondo europeo

di sviluppo regionale (FESR), ecco comparire una serie di emendamenti alla Camera

che mirano a subordinare questa equiparazione al possesso di requisiti non richiesti ai

colleghi europei.

Una svolta assolutamente inspiegabile. In primo luogo in quanto l’estensione ai

professionisti delle possibilità di accesso ai fondi strutturali andava ad accogliere la

raccomandazione della Commissione europea 2003/361/CE che al punto (3) estendeva

la definizione di micro imprese e PMI a “qualsiasi entità, a prescindere dalla forma giuridica

rivestita, che svolga un’attività economica, incluse in particolare le entità che svolgono

un’attività artigianale o altre attività a titolo individuale o familiare, le società di persone

o le associazioni che svolgono regolarmente un’attività economica”. Un’estensione

fondamentale in quanto appunto consentirebbe ai professionisti, in forma singola o

associata, di accedere ai suddetti fondi strutturali. E poi perché, a fronte del mediocre

andamento del mercato del lavoro e nonostante l’onerosissimo e inutile doping costituito

dagli incentivi del Jobs Act, i professionisti sono uno dei principali serbatoi di creazione di

nuova occupazione in Italia. E infine perché in un Paese che, come il nostro, ha difficoltà

di spendere i fondi strutturali (tant’è che se non avverrà un miracolo nelle prossime

settimane relativamente all’allocazione dei fondi che vanno in scadenza a fine anno, la

UE ci taglierà le future assegnazioni) tutto bisognerebbe fare tranne limitare il numero

delle categorie che appunto a questi fondi strutturali possono avere accesso.

Fatto sta che i professionisti rischiano di essere penalizzati per l’ennesima volta, in modo

iniquo e irragionevole. E non rimane che invocare l’intervento di ghostbuster che, una

volta per tutte, neutralizzi questo fantasma dispettoso. Nell’interesse del mondo delle

professioni e di tutta l’economia Italiana.

208


10 Dicembre 2015 di Lelio Alfonso

I fasti della Leopolda, le occasioni

mancate del Paese

Il Partito della Nazione ha una sede vera, iscritti entusiasti (come accade per ogni carro

temporaneamente vincente) e finanziatori neppure tanto occulti disseminati tra gli

amati/odiati poteri forti. La sede è alla Leopolda, e dove è andata in onda l’Assemblea

numero 6, anche se sarebbe meglio definirlo Club Meeting, data la cura quasi maniacale

dei dettagli per assicurare al leader maximo dalla credibilità minima l’auspicata visibilità.

Già, il secondo anno dell’era renziana si va a completare cancellando la politica vera

dal Paese e sostituendola con l’accrocchio di interessi, poteri e convenienze (molto

sconvenienti) individuali. Un copione già visto in altre epoche ma che qui viene “narrato”

come il nuovo, il #cambiaverso, la “visione”. Agli italiani servirebbe ben altro che una

kermesse autocelebrativa, ma tant’è, questa è oggi la priorità del Renzismo: apparire.

L’operazione verità che Italia Unica quotidianamente propone al Paese dice però ben

altro e ha come filo rosso promesse mancate, impegni non realizzati e rimandi a tempi

209


migliori. Dalla giustizia alla pubblica amministrazione al digitale, dall’equità fiscale a una

vera politica di sviluppo, il Renzismo Leopoldiano ci ha “regalato” (si fa per dire) solo

slides e spizzichi di speranza. Certezze, nessuna.

Non si tratta di un bilancio da gufi o rosiconi. Non è nello stile di chi mette sotto ogni

proposta modi, cifre e tempi per realizzarla. In questo patchwork affaristico che si chiama

Leopolda, vanno a braccetto le idee comuniste di Gennaro Migliore e i lobbismi di Denis

Verdini, il galleggiamento di Angelino Alfano e la zattera di Scelta Civica. Per non parlare

del Nuovo Centro Democratico (pardon, Destra), dei “responsabili con le Ali” e via andare.

Non è con il collante del potere che si governa un Paese e non è neppure con il

Leopoldismo, fatto di comparsate, musica ambient e “visioni”, che si innova la politica.

Il socialismo renziano è molto più che reale, va oltre le dimensioni dell’irrealtà,

semplicemente perché non ha contezza di cosa serve al Paese. E quando lo sa, ne

stravolge il senso per puro opportunismo, come accade con le finte privatizzazioni o una

gestione spavalda della CDP.

Cosa dovrebbe celebrare in questo weekend la Leopolda numero 6? Forse una riforma

della scuola partita con tante speranze e naufragata tra le proteste nonostante la più

colossale assunzione di massa della storia? Oppure un Jobs Act che è solo un insieme di

agevolazioni fiscali e non crea lavoro in modo strutturale? O ancora il nostro ruolo sullo

scenario europeo e mondiale, ridotto a quello di comparse, quando va bene?

Certo, le capacità comunicative di Matteo Renzi sono indubbie e lo vedremo saltellare

gioiosamente sul palco, ma anche lui sa bene che la verità non è mai quella che ci si

vuole raccontare. Nonostante le misure di Draghi, siamo agganciati – a fatica – all’ultimo

vagone della locomotiva europea, i dati su disoccupazione, criminalità, pressione fiscale,

spending review e via andare segnano solo desolanti record negativi.

Se tutto questo a Renzi non interessa – e non interessa – allora assisteremo a una

Leopolda col botto, fatta di nuove promesse, e con la voglia matta di archiviare

definitivamente il Pd e le regole democratiche (leggasi Italicum e Senato, ma anche

Province e Corte Costituzionale) perché questi riti della politica sono così fuori moda…

Eh no, mister Leopolda! Festeggia pure con il tuo club esclusivo a Firenze. L’Italia, quella

vera, è un’altra. E lo dimostrerà presto.periferie

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11 Dicembre 2015 di Fabio Giuseppe Angelini

Guardare al mondo con gli occhi degli

ultimi: il Giubileo di Francesco

In un periodo in cui l’incertezza, la conflittualità sociale e la sfiducia regnano incontrastate

nelle nostre vite, l’anno santo appena inaugurato da Papa Francesco rappresenta – per

credenti e non credenti – un’occasione di rinnovamento in due direzione: quella interiore,

intima e personale, che ci spinge ad interrogarci sul senso della nostra esistenza; e quella

sociale, comunitaria che, invece, ci spinge a riflettere su come sia ancora possibile usare

parola come misericordia, perdono, amore con riferimento al nostro stile di vita.

Interrogativi potenti che, se presi sul serio, possono rappresentare l’occasione per

riscoprire il senso del nostro stare insieme, come italiani, come europei e come cittadini

di un grande Paese destinato a giocare ancora un ruolo importante sullo scacchiere

globale.

Dal giorno della sua elezione, in ogni suo intervento, Papa Francesco non ha mai smesso di

parlarci di inclusione sociale e di periferie. Si tratta della cifra del pontificato di Francesco,

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in piena continuità con i suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tra questi

pontefici cambia lo stile e il carisma ma non il messaggio, ovvero, il contributo che il

magistero intende offrire sul fronte sociale, politico ed economico. Inclusione e periferie

non rappresentano per Papa Francesco le priorità di un programma politico, bensì due

complementari chiavi di lettura della realtà che il Pontefice offre al mondo intero: un invito

a guardare la nostra società, con tutti i suoi pregi e in suoi difetti, attraverso gli occhi degli

ultimi, degli esclusi, di coloro i quali si trovano in stato di bisogno. È certamente questa

la prospettiva da cui quel bambinello nato in una stalla guardò i suoi contemporanei ed

è sempre da questa prospettiva che quello stesso bambino, divenuto adulto, sconfisse

la morte offrendo all’intera umanità un nuovo inizio, un’occasione di riconciliazione che

solo nella misericordia di Dio può essere compresa fino in fondo.

In questa vicenda umana, come tale comprensibile sia da chi crede che da chi non crede,

si coglie tutta la profondità del legame tra l’appello all’inclusione sociale e il Giubileo

dedicato alla Misericordia.

Anche il nostro Paese ha un grande bisogno iniziare di guardare se stesso con occhi

nuovi. Tornare alla radici del nostro stare insieme significa avere la capacità di riscoprire

quel senso di comunità e di regole condivise su cui si reggono le nostre istituzioni e in

cui, solo in nome del quale, trovano la propria ragion d’essere le tante limitazioni alla

nostra libertà, la stessa burocrazia e il prelievo fiscale.

Dal dopoguerra in poi abbiamo via via perso l’abitudine di guardare la nostra società

con gli occhi di chi, indipendentemente dalla propria condizione sociale, sentiva di voler

offrire qualcosa al Paese. Nello stesso tempo, però, abbiamo iniziato a costruire barriere,

a difenderci dall’altro piuttosto che a favorire la cooperazione, a guardarci con sospetto

piuttosto che a riconoscere i meriti dell’altro. In molti casi, politiche pubbliche nate per

sostenere i più bisognosi si sono rivelate, da un lato, trappole incapaci di liberare dal

bisogno ampie fasce della popolazione, innescando quella mobilità sociale che nel

nostro Paese è largamente assente, e dall’altro, strumenti a servizio delle classi dirigenti

piuttosto che degli ultimi.

Una storia di assistenzialismo di destra e di sinistra che, purtroppo, è ancor oggi il mantra

delle politiche del Governo Renzi e dei vari populismi che occupano la scena politica

italiana.

Per Italia Unica raccogliere, in quest’anno giubilare, l’invito di Papa Francesco significa

contrapporre lo stile di una politica intesa come servizio e non come strumento di potere

di cui servirsi. Questo spirito che caratterizza il nostro impegno politico rappresenta l’anima

stessa delle nostre proposte programmatiche le quali vedono proprio nell’inclusione

sociale la leva essenziale per lo sviluppo e la crescita economica del Paese.

Declinare i temi della difesa della libertà economica e della promozione della concorrenza

secondo la prospettiva indicata da Papa Francesco significa proporre soluzioni che

guardino prioritariamente all’inclusione sociale quale strumento per favorire una

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maggiore competitività, assicurando nel contempo quella dose di sicurezza e di mobilità

sociale in grado di rimettere in moto il Paese. Sicurezza e lavoro, dunque, esattamente

uno dei punti chiave su cui si poggia il nostro progetto per Milano.

Non solo. Per Italia Unica, guardare la realtà con gli occhi degli ultimi significa trasformare

la nostra cornice istituzionale, rompendo il patto delle oligarchie che operano nel pubblico

e nel privato e che rendono fortemente estrattivi i caratteri delle nostre istituzioni.

Significa promuovere la mobilità sociale attraverso più concorrenza e contendibilità

delle opportunità, più libertà e autogoverno, controbilanciata da una maggiore azione

pubblica in chiave sussidiaria, tesa a promuovere l’uguaglianza nei punti di partenza.

In altri termini, spezzare le catene delle oligarchie che, impedendo anziché favorendo

l’inclusione sociale, impoveriscono il Paese. Questa è l’anima del nostro programma. Per

questo, in quest’anno giubilare dedicato alla Misericordia, offriremo ai cittadini chiamati

alle urne una cultura governo capace di promuovere lo sviluppo attraverso l’inclusione

sociale di coloro che oggi sono esclusi dal mondo del lavoro, dell’impresa e della

rappresentanza, rimettendo le nostre città al loro servizio e mai viceversa.

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26 Dicembre 2015 di Massimiliano Brambilla

Un passo indietro per i comuni e due per i

cittadini: la Stabilità è un gambero

C’era una volta un giovane sindaco che diceva che il futuro sarebbe ripartito dalle città.

Che diceva che i Comuni fossero “l’unico punto di partenza oggi per tornare a far credere

agli italiani che il futuro possa non essere una minaccia. ….. e che l’autonomia ai comuni

non sia un fatto semplicemente tecnico [1]”. E che l’Italia dei sindaci sarebbe dovuta

diventare un nuovo modello di governance a livello nazionale, simbolo di un rapporto

diretto tra elettori ed eletti fatto di controlli e responsabilità.

Quel giovane sindaco ha fatto carriera velocemente. Ha saputo bruciare le tappe ed oggi

siede a Palazzo Chigi. E sembra avere cambiato idea sull’importanza dell’autonomia delle

città. Lo ha dimostrato con la sua prima Legge di Stabilità, all’insegna dei tagli agli Enti

Locali, 8,1 miliardi di cui 1,2 miliardi a carico dei Comuni e un 1 miliardo (che diventeranno

2 nel 2016 e 3 nel 2017) a carico di Città Metropolitane e Province a cui si sommano i

contributi di 375 milioni di Euro richiesti nel 2014 ai Comuni con uno dei primi atti del

suo Governo (il DL 66/2014), che diventano 563 milioni per ciascuno degli anni 2015,

2016 e 2017. Lo hanno confermato i continui slittamenti dell’emanazione del Decreto

Enti Locali che hanno messo in forte difficoltà i Comuni che, a causa dell’incertezza

sulle risorse finanziarie disponibili a valere sul fondo di solidarietà comunale 2015, sono

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stati costretti a prolungare a dismisura l’esercizio provvisorio di bilancio, con impatti

sulla capacità dei sindaci di operare una corretta programmazione dei flussi finanziari

determinando un pesante ritardo nella determinazione delle aliquote dei tributi locali e

delle tariffe dei servizi pubblici.

La ciliegina sulla torta è venuta con la Legge di Stabilità 2016. Salutata da Fassino,

presidente di un’ANCI schiacciata sulle posizioni dell’esecutivo come mai successo nel

passato, come la prima che non opera tagli a carico dei Comuni, la seconda Legge di

Stabilità dell’era di Renzi costituisce un salto indietro senza pari in merito all’autonomia

finanziaria dei Comuni.

A partire dall’abolizione dell’IMU e della TASI sulla prima casa che, tramite il meccanismo

di compensazione del mancato gettito per i Comuni sulla base di un Fondo di Solidarietà

Comunale, non fa altro che cristallizzare la situazione attuale a beneficio dei Comuni

meno virtuosi che, invece di aumentare la pressione fiscale sui propri cittadini, hanno

lavorato sul contenimento della spesa corrente, al congelamento delle aliquote dei tributi

comunali per il 2016 che rischia di porre le basi per un aumento dell’imposizione sulle

seconde case, a discapito di contribuenti che, non essendo residenti, non dispongono

dello strumento elettorale per sanzionare chi aumenta la pressione fiscale per coprire

scarsa disciplina gestionale, la Legge di Stabilita 2016 fa venire meno il principio

dell’autonomia impositiva degli enti locali, che data al lontano 1865 con la Legge

Minghetti.

Per non parlare del blocco del turnover del personale limitato al 25% dei risparmi

ottenuti l’anno precedente, dell’irragionevole obiettivo di risparmio del 50% della spesa

informatica, vera e propra pietra tombale su ogni progetto di digitalizzazione degli

enti locali (ma che però non vale per l’Inps, l’Agenzia delle entrate, la Sogei, la Consip

e l’amministrazione della Giustizia, perchè la legge non è uguale per tutti), dello stop

agli aumenti delle aliquote IMU-TASI adottate dai Comuni dopo il 30 Luglio 2015, che

colpisce i Comuni penalizzati dal ritardo del Decreto Enti Locali. E l’assenza di soluzioni

per sbloccare i crediti che i Comuni vantano nei confronti degli uffici giudiziari che

ammontano a oltre 700 milioni di Euro e, nonostante gli entusiasmi del ministro Galletti

sugli accordi di COP21, l’amnesia sul tema delle risorse necessarie per la mobilità

sostenibile e per l’introduzione di tecnologie a basso impatto ambientale per la mobilità

urbana.

Noi ci sentiamo d’accordo con quello che diceva quel rampante sindaco di Firenze. Il

futuro passa dalle città e, noi di Italia Unica, ne siamo così convinti che è dalle città –

Milano in primis con la candidatura di Corrado Passera – ma anche dagli altri Comuni

grandi e piccoli del nostro Paese, che intendiamo applicare la diversità del nostro modo

di fare politica, fatto di pochi proclami e di tanta concretezza. La strada però non è di

limitare l’autonomia dei Comuni, ma al contrario di responsabilizzare i rappresentanti dei

cittadini a livello locale per quanto riguarda la razionale gestione delle risorse pubbliche e

l’efficace erogazione di servizi. Ed il passo indietro imposto ai Comuni da questa Legge di

Stabilità non ci piace perchè fa venire meno il ruolo dei cittadini come primi controllori

di come gli amministratori locali spendono i soldi dei contribuenti. Alimentando il

circolo vizioso dell’irresponsabilità.

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30 Dicembre 2015 di Massimo Brambilla

2015, le cinque grandi occasioni perse da

Renzi

Fine anno e tempo di bilanci. Ecco il punto sul 2015 per analizzare e spiegare quante e

quali occasioni sono state perse nel secondo anno di governo

I tassi scendono, gli investimenti non crescono

Un anno fa ricordavamo come i tassi d’interesse, il cambio dollaro/euro ed il prezzo del

petrolio fossero tre occasioni da non sprecare per riportare l’economia su un sentiero

di crescita sostenibile per mezzo di un programma di investimenti produttivi sulle

infrastrutture chiave per la competitività del Sistema Paese. Una misura doverosa non

solo in ragione dell’urgenza di colmare il disavanzo di produttività del nostro sistema

manifatturiero e dei servizi, che fa si che il nostro Paese cresca meno degli altri nelle

fasi di espansione dell’economia (come per esempio appunto nel corso del 2015 in cui a

fronte di una crescita prevista del PIL nella UE pari all’1,9% e nell’Eurozona dell’1,6%, l’Italia

si fermerà allo 0,8%) e decresca di più nelle fasi recessive, ma anche per trasmettere

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all’economia reale gli effetti finanziari del quantitative easing della Banca Centrale

Europea.

I fatti hanno dimostrato che il nostro auspicio è caduto nel vuoto: la nota di aggiornamento

al DEF ha confermato che l’incidenza degli investimenti fissi sul PIL è prevista rimanere

agganciata al 2,3%, in linea con gli anni precedenti con addirittura la previsione di un

ulteriore decremento a partire dal 2018 con il ritorno al minimo storico del 2,2%. La

timidezza sul fronte degli investimenti pubblici ha di fatto inibito anche la componente

privata, prevista in crescita di un modesto 1,2% nel 2015, dopo il calo del 3,3% nel 2014.

A questo riguardo la Legge di Stabilità 2016 si muove nella perfetta continuità di una

politica fatta di spesa corrente a base di erogazioni elettoralistiche a pioggia finanziate

da deficit, senza alcuna focalizzazione sugli investimenti o sforzo sul fronte del taglio

della spesa pubblica improduttiva o per disinnescare le clausole di salvaguardia che

rischiano, tra poco più di dodici mesi, di porre una definitiva pietra tombale sui consumi

interni

La chimera della liberalizzazioni

Un’altra occasione persa è quella relativa alla liberalizzazione del settore dei servizi.

Nel Febbraio del 2015 lamentavamo l’inadeguatezza del DDL sulla concorrenza, figlio di

un esecutivo prigioniero delle lobby e privo di coraggio. Ebbene, sono passati 10 mesi e

quel DDL non è stato ancora convertito in legge ed le liberalizzazioni sono ancora una

lontana chimera.

L’occupazione perduta

E che dire della terza grande occasione persa, vale a dire il taglio della tassazione sulle

imprese come leva per attirare investitori nel nostro Paese e stimolare l’occupazione,

da finanziare con i tanti miliardi all’anno (quasi 10) che costa l’inutile Jobs Act che ha

creato solo 84.000 posti di lavoro nel periodo tra Dicembre 2014 ed Ottobre 2015 (un

misero + 0,3%) senza scalfire la massa degli inattivi (che anzi sono aumentati nello stesso

periodo di 39.000 unità)? La conseguenza è che il calo del tasso di disoccupazione, che

il nostro premier non mancherà di celebrare come un grande successo, è unicamente

figlio dell’aumento degli scoraggiati e dei pensionati, tant’è che il tasso di inattività dei

giovani dai 15 ai 24 anni è cresciuto dal 73,9% al 74,1%. Anche la presunta stabilizzazione

dei lavoratori rientra purtroppo nella categoria dei fallimenti epici, con i posti di lavoro

permanenti passati da 14,525 milioni a 14,527 con un incremento di sole 2.000 unità (a

fronte di un aumento di 178.000 unità dei contratti a termine).

Le povertà ignorate

La quarta grande occasione persa è relativa alla lotta alla povertà con quasi il 30% di

connazionali a rischio povertà o di esclusione sociale a cui il Governo non ha saputo fare

fronte, salvo l’insufficiente stanziamento di 700 milioni di Euro all’anno contenuto nella

Legge di Stabilità 2016, che impallidisce di fronte ai 10 miliardi all’anno che costano gli

80 Euro.

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Le amnesie sulle banche

Ed infine la quinta amnesia è quella relativa alle banche. Serve a poco accusare la

Germania di avere aiutato nel passato le proprie banche se si è, per convenienza o

indifferenza, ignorata troppo a lungo la situazione in cui versavano i quattro istituti oggetto

del Decreto Salva Banche (nonchè quella di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza

che non è certamente migliore). Il tempo per intervenire c’è stato e se alla fine si è fatto

pagare il salvataggio ai risparmiatori ed alle banche sane, gli unici colpevoli vanno cercati

in quei rapporti tra politica e credito che l’esecutivo non ha combattuto ma anzi favorito.

Il 2015 passerà alla storia come un anno di straordinarie condizioni esogene positive.

Condizioni che il Governo Renzi non ha saputo sfruttare e che difficilmente si ripeteranno.

E che il Paese rischia di rimpiangere a lungo.

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19 Gennaio 2016 di Lelio Alfonso

CyberCarrai, l’insostenibile leggerezza

del governo

La sicurezza è uno dei temi più delicati che i governi si trovano ad affrontare in questa

fase nuova della convivenza globale. I ripetuti attacchi terroristici dei fondamentalisti

islamici, tanto feroci quanto abili nell’utilizzo delle tecnologie, allarmano per imprevedibilità

e network digitale in grado di infiltrarsi anche negli angoli più sicuri delle nostre città.

Parallelamente le attività degli hacker, i crimini informatici in continuo aumento, la tutela

dei dati sensibili e la necessità di integrare e far dialogare i linguaggi binari delle varie

polizie, richiede una sempre maggiore specializzazione e sangue freddo nella gestione di

profilazioni e notizie di grande delicatezza, in grado di sconvolgere l’assetto democratico

di intere nazioni.

Non è dunque affatto sbagliato che anche il nostro Governo si attivi su questo fronte e,

sia pure in ritardo, approvi – come ha fatto il premier Renzi nei mesi scorsi – una direttiva

nella quale si stabiliscono impegni e percorsi di queste attività di tutela e informazione.

Altrettanto naturale che vi sia anche una sorta di “riservatezza doppia” su questo fronte,

con la nascita di una sorta di “controspionaggio informatico” dipendente da palazzo Chigi,

tradizionale cabina di regìa delle attività di informazione. E fin qui tutto bene, anche se di

fronte alle decantate voci di accorpamentodelle forze di polizia un più saggio equilibrio

tra chiusure e aperture andrebbe considerato. Ciò che invece sconcerta e preoccupa

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è la leggerezza con cui, a seguire queste attività di cybersecurity verrebbe chiamata,

con un incarico ancora non chiarito, ma comunque non smentito, una figura di stretta

osservanza renziana come Marco Carrai.

Non è la mancanza di laurea o il curriculum assolutamente inadeguato per una

responsabilità così delicata e dalla quale passano appunto le sorti di un Paese, ma la

leggerezza che evidentemente è diventata tratto caratteristico dell’agire governativo, con

la superficiale convinzione che si possa nominare chiunque, foss’anche un vigile urbano a

capo del legislativo presidenziale, per seguire i dossier più riservati e imbarazzanti. Nulla

di personale contro Marco Carrai. Non siamo tra coloro che – a proposito di spionaggio

– frugano tra i ricordi personali o le amicizie da tenere strette. Ma nessuno può difendere

una possibile nomina come questa da un giudizio fortemente critico, specie quando si

parla di servizi informativi e di uffici che in altri Paesi sono stati affidati – e giustamente –

ad autentiche autorità in materia.

Il ricordo personale va ad Enrico Micheli, un signore della politica, quando ammoniva –

proprio dalla sua sedia di Sottosegretario ai Servizi – verso il fascino del potere, soprattutto

laddove si hanno responsabilità che possono incidere sulle vitedegli altri. Tempi passati?

Forse, ma forse anche no.

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26 Gennaio 2016 di Massimo Brambilla

Sulle banche la nave affonda e il

comandante twitta

Ci sarebbe da stupirsi della leggerezza delle prese di posizione da parte di Renzi e Padoan

relativamente ai continui e prolungati crolli dei prezzi delle azioni delle banche italiane.

Se l’ineffabile duo che regge nelle proprie mani il futuro dell’economia nazionale non

avesse già dato prova in molteplici occasioni di una totale disconnessione dalla realtà,

sarebbe naturale essere sconcertati da come il Governo Italiano dimostri una sostanziale

indifferenza nei confronti della valutazione da parte degli investitori in merito alla solidità

del nostro sistema creditizio. Uno stupore che sarebbe ben più che giustificato da una

serie di considerazioni che dimostrano quanto il nostro Esecutivo si dovrebbe sentire

chiamato in causa da quanto sta avvenendo quotidianamente sui mercati:

1. Una delle principali motivazioni sottostanti al calo dei prezzi è relativa alla

preoccupazione sull’ammontare di crediti in sofferenza in carico alle nostre banche. Una

montagna pari a circa 200 miliardi di Euro (più o meno il 10% del PIL) che frena la capacità

delle banche di finanziare il nostro sistema imprenditoriale. 200 miliardi che, al netto

degli accantonamenti già appostati nel bilancio delle nostre banche, ammontano a circa

80 miliardi, una cifra che, miliardo più, miliardo meno, equivale all’indebitamento della

Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese. La domanda sorge spontanea:

se la Pubblica Amministrazione avesse sbloccato i pagamenti nei confronti dei propri

fornitori (magari seguendo le raccomandazioni di Italia Unica basate su quanto fatto con

successo in Spagna) forse le imprese italiane sarebbero state in grado di ripagare i propri

debito nei confronti delle banche, riducendo le sofferenze e rendendo queste ultime

meno vulnerabili nei confronti della speculazione?

2. La situazione delle banche è ulteriormente aggravata dal sempre più probabile

scenario di aumento dello spread tra BTP e Bund e dal conseguente calo dei prezzi di

titoli di stato italiani, di cui i bilanci delle nostre banche sono carichi. A questo riguardo,

vale la pena di imbarcarsi ora in una polemica con la Commissione Europea sui margini

di flessibilità da concedere al nostro Paese? Non perché Bruxelles sia senza colpe, anzi

l’ostinata ed ottusa difesa della dottrina dell’austerità di bilancio nel corso degli ultimi

anni ha certamente reso più acuto l’impatto della crisi finanziaria sull’economia degli

stati membri, ma perché il nostro Paese è reduce da una Legge di Stabilità fatta di nuovo

deficit e nessun taglio di spesa pubblica improduttiva, non per finanziare investimenti

fissi ma spesa pubblica improduttiva e regalie elettorali (dai famosi 80 Euro alla mancia ai

diciottenni), aggravata da continui proclami su possibili provvedimenti sul nostro sistema

pensionistico, anch’essi con un impatto esiziale sulla sostenibilità delle finanze pubbliche.

I mercati se ne sono accorti ed ogni volta che il nostro Governo chiede flessibilità,

questo viene tradotto in nuovi sprechi in arrivo. Aumentando la preoccupazione sulla

sostenibilità del nostro debito pubblico, il che si traduce in un aumento dei rendimenti

e in una riduzione del prezzo dei titoli di stato. Con diminuzione della redditività attesa

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delle nsotre banche e conseguente pressione sui loro valori di Borsa.

3. Certamente lo scenario macro-economico globale è meno roseo di quanto appariva

un anno fa. Il rallentamento della crescita cinese, il calo dei prezzi delle materie prime

che pesa sulle economie emergenti (dalla Russia al Brasile), il graduale rialzo dei tassi

d’interesse USA fanno presagire un rallentamento della crescita globale. E storicamente

il nostro Paese soffre di più i rallentamenti del quadro economico globale, in ragione del

grave gap in termini di produttività dei fattori della produzione rispetto ai nostri partner. E

questo i mercati lo sanno, e pesa sulle aspettative dell’andamento delle nostre imprese,

che a loro volta impattano sulla valutazione della banche. Invece di perdere 12 mesi

twittando #italiariparte, non sarebbe stato più sensato trarre vantaggio delle straordinarie

ed irripetibili condizioni esogene per fare quegli investimenti necessari a colmare, almeno

in parte, questo gap e rendere la nave della nostra economia più resistente rispetto alle

tempeste provenienti da fuori?

4. Casualmente le banche più punite dal mercato sono quelle in cui il rapporto tra politica

e finanza locale era più incestuoso. Da MPS a Carige, per troppo tempo la sinistra italiana

ha fatto finta di niente, approvando nel contempo la normativa europea sul bail-in (forse

senza capirla fino in fondo) con il risultato di lasciare il cerino nelle mani dei correntisti.

Tutto questo, insieme con il pasticcio del Decreto Salva Banche e la difficile situazione

della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, non fa altro che aumentare la

percezione di rischio sistemico relativamente al sistema creditizio italiano. Non sarebbe

stato sensato rescindere i suddetti legami fino a che si era in tempo?

Ci sarebbe da stupirsi nei confronti delle amnesie di Renzi e Padoan sulle gravi

responsabilità del Governo sulla crisi del nostro sistema bancario. Ma purtroppo 2 anni di

irresponsabilità in termini di politica economica dimostrano che non ci si deve stupire di

nulla. La nave affonda e il comandante twitta. E i risparmiatori rimangono senza scialuppe.

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26 Gennaio 2016 di Riccardo Puglisi e Massimo Brambilla

Il chiaroscuro dei nostri conti pubblici

Bassi rischi nel breve e nel lungo termine, problemi nel medio

Dopo la pubblicazione del Fiscal Sustainability Report da parte della Commissione

Europea il presidente del Consiglio Matteo Renzi dovrebbe innanzi tutto ringraziare le

passate riforme del nostro sistema pensionistico per avere messo in sicurezza i nostri

conti pubblici nel lungo termine. Questo è il messaggio principale che si può ricavare

dalla lettura della parte del rapporto dedicata all’Italia (qui da pagina 126): la Commissione

reputa bassi i rischi di tenuta dei nostri conti pubblici nel lungo termine, cioè dal 2026 in

avanti, e formula un giudizio simile per il breve termine, cioè per l’anno in scorso. Tuttavia,

l’analisi sull’Italia è fatta di chiaroscuri, in quanto i rischi nel medio termine -cioè dal

2017 al 2026- sono ritenuti elevati.

Come in tutte le questioni economiche siamo nel regno dell’incertezza, ma è comunque

possibile formulare delle previsioni probabilistiche sull’andamento del nostro debito

pubblico in rapporto al PIL andando ad analizzare gli effetti su di esso di variabili cruciali

come il tasso di crescita del reddito reale, il tasso di inflazione e i tassi di interesse. In

termini semplici, è questa la logica dell’esercizio compiuto dalla Direzione per gli Affari

Economici e Sociali presso la Commissione: il nostro principale elemento di debolezza

sta nell’elevato livello di debito pubblico, insieme con un tasso di crescita striminzito:

è tanto più difficile ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL quanto più lenta –o

assente- la crescita di quest’ultimo, cioè del denominatore. Dal lato dei conti pubblici

per se stessi (il numeratore) un avanzo primario sostenuto -cioè una differenza ampia tra

entrate e uscite diverse dal pagamento degli interessi- è ritenuto cruciale per ottenere

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un abbassamento sensibile del rapporto debito/PIL. Questo peraltro va a influenzare la

capacità di porre in atto politiche fiscali espansive, ancora più urgenti di fronte ad uno

scenario di rallentamento della crescita economica globale.

I nostri conti pubblici nel lungo termine beneficiano di un profilo di sostenibilità elevato

esattamente a motivo delle due riforme delle pensioni principali, cioè la cosiddetta

riforma Dini del 1995 e la riforma Monti-Fornero del 2011, le quali hanno allungato l’età

pensionabile in proporzione all’aumento della speranza di vita e sostituendo l’insostenibile

calcolo retributivo delle pensioni con il calcolo contributivo, pur mantenendo un sistema

“senza tesoretto”, cioè con pensioni annualmente pagate dai contributi dei lavoratori

attivi.

Sotto questo profilo rinnoviamo il nostro sospiro di sollievo per il fatto che il governo

Renzi non abbia preso la strada dei prepensionamenti all’interno dell’ultima Legge di

Stabilità: contemporaneamente restiamo preoccupati per le spinte –provenienti sia

dall’ala sindacale del PD (niente di strano) che dal presidente dell’INPS (qui un po’ ci

stupiamo)- finalizzate a reintrodurre forme insostenibili di prepensionamenti durante

l’anno in corso.

Ancora: troviamo piuttosto sgradevole la “doppiezza renziana” per cui si loda la riforma

Monti-Fornero nei documenti ufficiali (ad esempio il DEF) e nel contempo la si tratta

con sufficienza o disprezzo nelle apparizioni televisive. Tuttavia, il governo Renzi non

dovrebbe dimenticare che la rendita a favore dei conti pubblici che deriva dalle passate

riforme agisce soprattutto nel lungo termine, mentre nel medio termine i rischi restano

elevati, soprattutto se il processo di efficientamento e riduzione della spesa pubblica

verrà ancora rimandato, così come ampiamente dimostrato dalle infelici dipartite dei

commissari alla spending review Cottarelli e Perotti. Ed ancora di più se il Governo

continua a limitare la propria politica economica su interventi di sapore elettoralistico,

a base di spesa corrente, trascurando da un lato gli investimenti fissi, fondamentali per

contrastare l’apparantemente inesorabile declino della competitività del nostro sistema

economico, che mina alle basi la capacità della nostra economia di approfittare delle

fasi economiche espansive e di fare fronte a quelle recessive e, dall’altro, l’urgenza di

veri interventi a contrasto delle povertà, vecchie e nuove, che mettono a repentaglio il

senso di coesione della società italiana. In questo senso l’incapacità di approfittare delle

straordinarie opportunità offerte dall’eccesso di liquidità sui mercati rende ancora più

colpevole l’attuale esecutivo.

Infine, le ultime uscite del presidente del Consiglio durante questo nuovo anno –

dettate da motivi politici interni, ad esempio l’esigenza di distrarre l’opinione pubblica

dalle amnesie e dalle ambiguità in merito alla gestione delle crisi bancarie- lasciano

presagire un approccio anche peggiore, all’insegna di un antieuropeismo autolesionista:

non badare per nulla ai moniti della Commissione Europea perché “loro” sono amici

dell’austerità e nostri nemici. Dimenticando che ogni Paese è in larga parte il fabbro della

propria sostenibilità economica, cioè della propria fortuna.

224


2 Febbraio 2016 di Marco Marazza

Le riforme del lavoro inefficienti per la

crescita dell’occupazione

Il 2015 è passato e si possono tirare le somme sull’andamento dell’occupazione: le riforme

del lavoro sono state inefficienti. A fronte di un impegno di spesa di oltre 15 miliardi di

euro destinati allo sgravio contributivo di 36 mesi per i nuovi assunti nell’anno appena

passato (di cui sono ancora bene da individuare le coperture) abbiamo un incremento di

occupazione rispetto al dicembre 2014 di sole 109.000 unità. In sostanza per lo Stato, cioè

per noi tutti, ogni occupato in più rispetto al dicembre 2014 è costato la non trascurabile

somma di euro 137.614,67 (in 36 comode rate). Una somma esorbitante. Destinata ad

una giusta causa, ma spesa male. Un mercato del lavoro che non decolla nonostante un

intervento di spesa pubblica senza precedenti dovrebbe (oltre che allarmare i più liberali)

fare riflettere tutti. In primo luogo i tanti cittadini che, pur dovendo contribuire con le loro

tasse a questa spesa, non ne hanno avuto alcun vantaggio. Penso non solo ai lavoratori

già occupati o a coloro che sono rimasti disoccupati, ma anche agli imprenditori che nel

2015 già erano in attività ed hanno dovuto difendere le loro aziende (e i loro lavoratori)

dalla concorrenza di nuove imprese nate (quasi esclusivamente) sulla scia degli sgravi

contributivi del governo Renzi e della flessibilità del lavoro che le riforme hanno destinato

solo ai nuovi assunti. Poi, è naturale che riflettano anche coloro che grazie agli incentivi

sono stati assunti a tempo indeterminato ma sono giustamente molto preoccupati della

sorte che li toccherà quando, finiti i tre anni di incentivi, potranno essere licenziati ad un

costo inferiore ai benefici dello sgravio. Infine, è giusto che riflettano tutti coloro (penso

in primo luogo agli imprenditori) che temono di dover mettere mano al portafoglio per

coprire la mostruosa cifra di 15 miliardi necessaria a finanziare tutto questo se, come

pare, le coperture non sono ancora certe.

225


9 Febbraio 2016 di Massimo Brambilla

Non possiamo permetterci una nuova

recessione, governo e UE si muovano

“Chi non conosce la storia è destinato a ripeterla” scriveva George Santayana nel suo “la

Vita della ragione”. Una massima applicabile a molti contesti, inclusa la politica economica.

Da più di un anno ammoniamo il Governo Renzi e gli altri Governi Europei a non sedersi

sugli allori delle politiche monetarie espansive poste in atto dalla BCE per non trovarsi a

rivivere le tensioni dei mercati già viste nel 2007 e nel 2011. Un ammonimento che non

nasce da capacità di preveggenza ma semplicemente osservando le dinamiche della

storia.

Le grandi crisi finanziare del passato hanno tratto le proprie origini in fasi, più o meno lunghe,

di espansione monetaria, che hanno generato fenomeni di “esuberanza irrazionale” dei

mercati. Questo avviene perchè le politiche monetarie espansive devono essere sempre

accompagnate da piani di investimenti pubblici sulle infrastrutture strategiche, in grado

non solo di porre le basi per una crescita economica di lungo termine ma di fare sentire

gli effetti della leva monetaria sull’economie reale.

In caso contrario, l’eccesso di moneta va a gonfiare il prezzo degli asset, finanziari o

immobiliari, generando pericolose bolle speculative che richiano di esplodere da

un momento all’altro, qualora fattori esogeni creino crisi di fiducia negli investitori.

Esattamente quanto sta succedendo in queste settimane in cui il rallentamento delle

economie emergenti e la continua stagnazione dell’economia europea unite al brusco

calo dei prezzi delle materie prime, figlio anche delle dinamiche geopolitiche globali

con la fine dell’imbargo sull’Iran e delle modifiche strutturali intervenute nelle dinamiche

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produttive del settore energetico, hanno riportato sui mercati finanziari tensioni che non

si vedevano dal 2011.

Questo è ancora più pericoloso per un paese come il nostro, fiaccato da una quindicinale

stagnazione che trova le motivazioni più profonde nel deterioramento della produttività

dei fattori produttivi della nostra economia e particolarmente soggetto alle fluttuazioni

sui mercati non solo in ragione del massiccio stock di debito pubblico, che moltiplica

esponenzialmente gli effetti sulle finanze statali delle fluttuazioni sui tassi d’interesse,

ma anche perchè, appunto a causa delle problematiche strutturali del nostro sistema

economico, non riesce a tradurre il basso costo dell’energia in un vantaggio competitivo.

Questo avviene perchè, a causa della forte incidenza della componente fiscale

sull’energia, paradossalmente:

a. il calo del barile può spingere la delocalizzazione produttiva verso contesti in cui

l’onere della tassazione è meno forte ed in cui si ha il beneficio pieno derivante da un

probabile scenario di prezzi bassi sul medio termine.;

b. per quanto riguarda l’impatto sui consumi anche questo si trova ad essere limitato

dalla componente fiscale;

c. relativamente all’export uno scenario prolungato di bassi costi del petrolio rischia di

frenare le nostre esportazioni verso i paesi produttori;

d. tutto questo viene reso più grave dalla permanenza di fenomeni deflattivi che rendono

più pesante il servizio del debito rispetto a quanto potrebbe avvenire in presenza di un

tasso di inflazione allineato agli obiettivi della BCE che, espandendo la crescita del PIL

nominale, genererebbe maggiori introiti con cui ripagare il debito pubblico, utile anche

per alleggerire lo stock di non performing loans che pesano sui bilanci delle banche.

Il nostro paese in primis, e l’Unione Europea nel suo complesso, non si può permettere

una nuova recessione. In primo luogo perchè avverrebbe nel momento in cui la BCE

sta per esaurire le munizioni possibili per porre in atto politiche anti-cicliche ma anche

perchè si accompagnerebbe con la crisi di credibilità delle istituzioni europee, generata

anche dall’incapacità di porre freno all’emergenza migranti.

Ci sentiamo pertanto di fare un nuovo e definitivo appello affinchè:

1. L’Unione Europea ponga in essere fin da subito un grande progetto di investimenti su

scala continentale da finanziare tramite emissioni di obbligazioni da parte della BEI, le

quali, in ragione dell’elevato rating, consentono di finanziarsi sul mercato a rendimenti

ancora molto contenuti (dinamica che sembra rafforzarsi in ragione degli investitori che

abbandonano in questi giorni gli asset più rischiosi in favore di quelli che sono percepiti

più stabili)

2. Si trovi un’immediata risoluzione all’emergenza migranti tramite rafforzamento del

presidio dei confini esterni dell’Unione ed una combinazione di interventi umanitari,

diplomatici e militari nei paesi di provenienenza che evitino la chiusura delle frontiere

interne in violazione degli accordi di Schengen che, aumentando il costo della logistica,

. determinerebbe un calo del PIL continentale in misura stimata pari allo 0,5%.

Si accelerino i negoziati relativi al TTIP per compensare le minori esportazioni verso i

Paesi emergenti con un aumento dei flussi verso il Nord America.

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Il nostro governo proceda ad un immediato taglio della tassazione sulle imprese da

finanziarsi tramite un taglio delle spesa corrente non pensionistica ed il progressivo

abbandonamento degli inefficaci provvedimenti del Jobs Act, evitando però effetti

retroattivi che aumenterebbero il livello di incertezza per gli investitori internazionali.

3. Si accelerino i negoziati relativi al TTIP per compensare le minori esportazioni verso i

Paesi emergenti con un aumento dei flussi verso il Nord America.

4. Il nostro governo proceda ad un immediato taglio della tassazione sulle imprese

da finanziarsi tramite un taglio delle spesa corrente non pensionistica ed il progressivo

abbandonamento degli inefficaci provvedimenti del Jobs Act, evitando però effetti

retroattivi che aumenterebbero il livello di incertezza per gli investitori internazionali.

5. Si proceda ad un taglio delle accise sui carburanti, per ribaltare il minore costo

dell’energia sui consumi, finanziando il provvedimento con i risparmi per il bilancio dello

stato derivanti dai minori costi di approvvigionamento di materie prime

6. Si avvii un programma di investimenti fissi nazionali sia sulle infrastrutture digitali

che sulla sostenibilità ambientale dei modelli di trasporto e riscaldamento in ambiente

urbano, sia utilizzando le dotazioni dei fondi strutturali europei che valorizzando gli attivi

pubblici potenziando la Cassa Depositi e Prestiti.

7. Si proceda con un immediato programma di liberalizzazioni dei servizi. È inaccettabile

che il disegno di legge concorrenza sieda in Parlamento da quasi un anno, prigioniero

delle lobby.

Quanto sta avvenendo sui mercati rischia di essere l’inizio di una nuova tempesta e le

motivazioni sono nell’inerzia del nostro Governo e dell’Europa. È il momento di agire

perché il tempo sta per scadere.

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12 Febbraio 2016

di Massimo Brambilla e Riccardo Puglisi

Renzi esca dalle slide e guardi in faccia

la realtà

Egregio Presidente Matteo Renzi,

il nostro sospetto è che Lei abbia sottovalutato le difficoltà che sono inerenti al ruolo di

Presidente del Consiglio: nelle Sue scelte di politica economica e finanza pubblica ci

sembra che abbia creduto troppo –ingannando se stesso e soprattutto i cittadini italianiche

bastino gli annunci entusiastici e le riforme appena abbozzate perché il Paese

ricominci a crescere in maniera sostenuta.

“Non si ferma il vento con le mani”: citando con enfasi Seneca questo fu il Suo slogan

durante la Leopolda del 2011. Ci spiace ma la versione giusta per descrivere la Sua

esperienza alla Presidenza del Consiglio è un’altra: “non si ferma la realtà con le slide”.

La realtà che le slide da Lei tanto amate non possono fermare è quella raccontata oggi

dall’ISTAT, secondo cui il tasso di crescita del PIL per il 2015 è dello 0,6% e non dello

0,9% come scritto nella Nota d’Aggiornamento al DEF nel settembre dello scorso anno,

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ivedendo al rialzo dello 0,2% il dato –molto più realistico, con il senno di poi- dello 0,7%

che era stato previsto a primavera all’interno del DEF.

Egregio Presidente, non si scherza con i conti pubblici e con le previsioni sull’economia,

soprattutto se le revisioni al rialzo della crescita del PIL servono all’unico scopo di

migliorare la stima del deficit per il 2015 e il 2016 (prima della Legge di Stabilità) e dunque

rivendicare lo spazio per fare una manovra che questo deficit lo aumenta: per il 2016

dallo 1,4% al 2,2% con lo scopo di perseguire con una politica fatta di spesa corrente che

finanzia erogazioni elettoralistiche

Non si ferma la realtà con le slide: il pericolo di raccontare e raccontarsi una storia

irrealistica per lasciare ancora lo spazio a politiche della Prima Repubblica basate sul

deficit è che prima o poi la realtà bussa alla porta nella forma dei dati ufficiali e aumenta

ulteriormente l’incertezza di cittadini e imprese, che hanno sempre meno voglia di fidarsi

degli annunci del governo, e di quelle “sorti magnifiche e progressive” che purtroppo non

vediamo. L’Italia continua ad essere un Paese con un grave gap di produttività rispetto

al resto dell’Europa che si traduce in una incapacità strutturale di crescere al ritmo degli

altri Paesi durante le fasi congiunturali positive (e la sotto-performance nel corso del

2015 tristemente lo dimostra) e che soffre più degli altri le recessioni (ancora di più se

accompagnate da una deflazione che rende ancora più oneroso il servizio dell’elevato

livello del nostro indebitamento pubblico). Ed il Suo Governo non ha fatto nulla per

combattere questo pesante vincolo alla nostra economia, se, come anche la suddetta

Nota di Aggiornamento sottolinea a pagina 24, l’impatto programmatico complessivo

delle Sue riforme sul PIL è stimato pari ad un anemico +0,1% nel corso del 2016. Il tutto

prima che si attivino gli aumenti di IVA ed accise di cui alle clausole di salvaguardia

che il Suo Governo ha saputo solo posticipare, con probabili ulteriori effetti gravemente

deleteri sull’incertezza che soffrono da troppo tempo gli Italiani.

Egregio Presidente, purtroppo il quadro fosco non finisce qui: il Suo capitale politico

a livello europeo è stato a nostro parere sprecato per ottenere margini di flessibilità

sulla creazione di deficit aggiuntivo e, soprattutto, per distrarre l’opinione pubblica dal

fallimento evidente della politica economica del Suo esecutivo. Con lo scontro che ha

ingaggiato con il presidente della Commissione EU negli ultimi giorni Lei ha colpevolmente

deciso di barattare un potenziale asse diplomatico con l’unico interlocutore istituzionale

pronto ad essere un importante alleato del nostro Paese per l’esclusione delle spese

legate all’emergenza migranti dal patto di Stabilità in cambio di qualche punto in più di

gradimento nei sondaggi nazionali. Grazie a questo Suo azzardo Lei ha annullato anche

i possibili margini di trattativa del nostro Paese sul tema scottante dei crediti incagliati e

delle banche in dissesto.

Ora gli spazi si restringono ancora di più, perché l’economia va peggio di quanto previsto

nei documenti di bilancio del Governo. A nostro parere la strada giusta è un’altra, e si basa

sulla revisione decisa della spesa pubblica corrente per lasciare spazio a investimenti

pubblici sulle infrastrutture strategiche e privati e per combattere l’emergenza ecologica

che vivono i grandi centri urbani e su una riduzione robusta e permanente della tassazione

sulle imprese e a vantaggio delle famiglie che hanno e vogliono fare bambini. Italia Unica

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da sempre propone investimenti di almeno 15 miliardi di euro in credito imposta per la

ricerca e l’innovazione e investimenti in in infrastrutture tradizionali che innovative, come

la banda larga mentre il governo ha addirittura ridotto la spesa in informatica della PA.

Qualche giorno fa, su questo sito, abbiamo lanciato un appello in 7 punti su quello

che servirebbe per evitare che l’Italia si ritrovi tra qualche mese in una recessione che

non possiamo permetterci.

Da ormai due anni Italia Unica e Corrado Passera invocano e propongono un grande e

coraggioso piano di investimenti per tornare a crescere come l’Italia merita. Di fronte ai

dati macro-economici di oggi ci sentiamo di ribadirle quegli appelli e queste proposte

con forza e convinzione.

Egregio Presidente, esca dalle slide e guardi in faccia la realtà.

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23 Febbraio 2016 di Massimo Brambilla

Le spese nascoste del governo

Mai sprecare un anniversario. È un’occasione per guardarsi indietro e fare un bilancio

onesto su come è stato messo a frutto il tempo che ci è stato concesso. Nella vita come

in politica. Nel giorno del secondo anniversario del governo Renzi, il premier, invece di

perdersi in autocelebrazioni, dovrebbe domandarsi onestamente se il suo esecutivo,

sesto per durata nella storia repubblicana, abbia ben utilizzato il tempo che gli è stato

concesso per realmente incidere sulla capacità del nostro Paese di affrontare le sfide dei

prossimi anni.

A partire dall’economia. Due anni caratterizzati da un’irripetibile coincidenza di fattori

esterni positivi – tassi d’interesse, costo del petrolio e cambio euro/dollaro – avrebbero

dovuto essere caratterizzati da una serie di riforme volte ad incidere sulla produttività

della nostra economia. Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati da un costante calo

della produttività totale dei fattori produttivi, intesa come rapporto tra la produzione

di beni e servizi da parte della nostra economia e i fattori della produzione utilizzati

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(lavoro e capitale), calato dello 0,3% annuo tra il 1995 ed il 2014 (fonte: ISTAT – Misure

di produttività – 3 agosto 2015). In sintesi, le nostre imprese, a parità di fattori della

produzione, producono ogni anno un po’ meno rispetto all’anno precedente e pertanto

perdono in termini di competitività rispetto a quelle di altri paesi.

Per invertire questo trend, particolarmente pericoloso per un paese esportatore

come il nostro, sarebbe necessario intervenire su quattro dimensioni: la formazione

professionale, la dotazione infrastrutturale, i meccanismi di negoziazione contrattuale

e il trasferimento delle competenze dalla ricerca universitaria alle imprese.

Per quanto riguarda la prima dimensione serve un’immediata riforma della scuola

secondaria, per allinearla alle richieste delle imprese, accompagnando questa riforma

con misure di stimolo dell’apprendistato. La Buona Scuola è, a questo riguardo, il

perfetto esempio dell’incapacità di questo governo di leggere la realtà: nessun

intervento sul fronte della riforma della formazione professionale e misure sul fronte

dell’alternanza scuola – lavoro totalmente inefficaci e ben lontane dall’incentivare

l’istituto dell’apprendistato (tant’è che il ricorso a questa tipologia contrattuale è calata

del 20% nel corso del 2015). Apprendistato che, vale la pena di ricordare, è la tipologia

privilegiata di ingresso nel mondo del lavoro nei paesi caratterizzati da un sistema della

formazione professionale forte ed allineato ai bisogni delle imprese.

Che dire della seconda dimensione, vale a dire gli investimenti sulla dotazione

infrastrutturale? Anche qui il nulla assoluto. A fronte di un aumento della spesa corrente

pari a 52 miliardi di euro nel corso del solo 2015 (+10%, come certificato dallo studio di

Unimpresa, basato sui dati disponibili sul sito di Bankitalia), la spesa in conto capitale

è calata di 11 miliardi di euro nel corso dell’anno (-20%), dimostrando la propensione

dell’esecutivo di privilegiare obiettivi elettoralistici di breve termine (con provvedimenti

dagli 80 euro alle lenzuolate di assunzioni nella pubblica amministrazione) ai fattori sui

cui si basa la competitività del sistema Paese.

Anche per quanto riguarda la negoziazione contrattuale, da spostare dal livello

centralizzato a quello aziendale, più legato alla produttività, siamo quasi al nulla di

fatto. È totalmente insufficiente quanto contenuto nella Legge di Stabilità in rapporto

all’imposizione separata dei premi di produttività fino ad un massimo di 2.000 euro

mentre per quanto riguarda la riforma della contrattazione, dietro i proclami di Poletti c’è

il nulla.

Il nulla è anche la cifra degli interventi sul fronte del trasferimento tecnologico.

Nove anni non sono bastati per immaginare un dopo EXPO che, appunto sul tema del

trasferimento tecnologico potrebbe trovare uno dei principali fili conduttori. Il tutto mentre

gli altri paesi, dal Regno Unito, al Portogallo, dall’Austria alla Svezia adottano il modello

Fraunhofer per importare il modello di dialogo tra ricerca universitaria ed impresa che

costituisce uno dei fattori di successo dell’economia tedesca.

730 giorni di governo e una serie irripetibile di circostanze favorevoli propizie per invertire

la dinamica dell’economia italiana sprecati in un fiume di slide, proclami e promesse

non mantenute. Tempo che passa inesorabile, trascinando al ribasso la capacità

delle nostre imprese di competere sui mercati globali e frenando gli investimenti

produttivi nel Paese. Mentre Renzi festeggia.

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9 Marzo 2016 di Massimo Brambilla

A tutti sarà capitato di sentire il proprio nome scandito dagli altoparlanti di un aeroporto

con un volo pronto a partire senza aspettarci. Chissà se il ministro Padoan prova la

stessa sensazione di tempo che scorre inesorabile di fronte alla lettera ricevuta dal vice

presidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis e dal Commissario agli Affari

Monetari Pierre Moscovici.

Dietro il solito linguaggio tecnocratico, la missiva contiene un semplice messaggio: la

pazienza con il nostro Paese sta per finire e la prospettiva di finire sotto il giogo della

procedura per deficit eccessivo si avvicina pericolosamente. Una prospettiva, che

vorrebbe dire vanificare i sacrifici degli ultimi anni, e che condividiamo con la sola Bulgaria,

come evidenziato dalla tavola successiva pubblicata sul sito della Commissione Europea.

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I fattori di preoccupazione della Commissione Europea sono quelli che denunciamo da

mesi: eccessivo debito pubblico con una Legge di Stabilità che non ha fatto altro che

creare nuovo deficit per finanziare interventi elettoralistici, bassa produttività dei fattori

della produzione (che continua a calare ogni anno fin dal lontano 2000 nonostante

la stagnazione dei redditi che pesa sulla dinamica dei consumi interni), lentezza nel

trovare soluzioni sulla problematica delle sofferenze bancarie ed un elevato tasso di

disoccupazione di lungo termine. E poi pochi progressi sul fronte delle privatizzazioni,

delle liberalizzazioni, sul fronte della riforma degli strumenti di contrattazione collettiva,

sulla spending review, sulla riforma fiscale e sulla lotta alla corruzione.

In sintesi un quadro sconfortante per un Paese incatenato in un circolo vizioso fatto

di alto debito, che non consente politiche fiscali espansive e bassa crescita che non

consente di ottenere quella riduzione del rapporto debito/PIL che appunto costituirebbe

il presupposto base per le suddette politiche. Il tutto reso più grave da uno scenario

di deflazione persistente (basta vedere l’indice dei prezzi alla produzione dei prodotti

industriali, calato del 2,5% nel corso degli utlimi 12 mesi) che rende più oneroso il servizio

dello stock di debito privato e da un rallentamento della domanda globale.

Un quadro che, al di la dei tweet propandistici di Renzi, richiederebbe un’immediata

svolta delle politiche economiche del governo nella direzione di un immediato taglio

della spesa corrente non pensionistica per porre in essere un piano di investimenti

infrastrutturali in grado di incidere sul livello di produttività delle nostre imprese. E

liberalizzazioni che colpiscano le troppe corporazioni che questo Paese non si può più

permettere, una vera riforma fiscale all’insegna della semplificazione e della certezza

del diritto ed una rivoluzione della contrattazione che la sposti sul livello aziendale, per

premiare la produttività.

Continuare a sperare unicamente nella portata taumaturgica degli interventi della

Banca Centrale Europea ed entusiasmarsi per trimestri di crescita da entemologoche

ci costringono alle ultime posizioni in Europa per poi non porre in atto vere riforme

strutturali non fa altro che rendere più vulnerabile nei confronti dei rallentamenti

dell’economia mondiale il nostro Paese, con tutte le sue debolezze. Se non si provvede

subito a rafforzare lo scafo della nostra economia, il prossimo vento contrario rischia di

trasformarsi in un uragano. Facendo finire sugli scogli tutti gli italiani, sapendo che la

prossima scialuppa di salvataggio monterà la bandiera della troika.

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