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1 year ago

FuoriAsse#17

Officina della cultura

Sguardi a cura di

Sguardi a cura di Antonio Nazzaro Come si fotografa la morte di nessuno che è solo il mio mondo… Il Viaggio di Hugo Angel G. tra documentario, arte e autobiografia. ©Hugo Angel G. Da sempre, la morte è presente nell’arte dalle orazioni funebri, nelle poesie scritte in morte di… nei dipinti che ritraggono malati e morenti e nei famosi ritratti del rinascimento, detti: momento mori. Il cinema prima, la televisione poi e adesso il mondo digitale ci hanno abituato alla visione della morte. Anzi, se pensiamo a certi film, si direbbe che più è orrenda, più affascina. Ma come affrontiamo la morte dei nostri cari? Possiamo immaginare di raccontare questo percorso attraverso una fotografia documentale, narrativa e, inevitabilmente, autobiografica, al di là delle giuste o ingiuste obbiezioni sul rispetto e non rispetto della morte e dei suoi valori morali o religiosi? Qui raccontiamo l’esperienza di Hugo Angel G., un fotografo cileno che, lavorando ad altri progetti fotografici, quasi inconsapevolmente ha dato il via a un lavoro che è durato quasi dieci anni e che lo ha visto ritrarre non la morte di un bambino sulla spiaggia delle coste europee, né quella delle bombe, ma quello spettacolo mesto che occupa due righe in un giornale: la morte di una persona cara. «All’inizio non so neanche io perché di fronte al morire dei miei nonni ho sentito la necessità di fermare quel momento. Adesso, a distanza di tanto tempo, devo ammettere che ha avuto una funzione taumaturgica in me e forse allo stesso tempo, come spesso avviene nel mondo della fotografia documentale, ho potuto farlo proprio perché la macchina fotografa non era solo il mezzo per registrare questi eventi che mi toccavano direttamente, ma diventava un filtro che permetteva una distanza dal soggetto e quindi uno spazio di dolore e anche di riflessione e di ricordo che non poteva non far parte dei ricordi della vita di chi fotografavo e di me che mettevo a fuoco la mia perdita». FUOR ASSE 132 Sguardi

La morte nella fotografia familiare non è una novità, soprattutto in America Latina. In particolare in Messico, terra di grandi fotografi della storia della fotografia, e di cui fa parte Romualdo García (Messico,1852-1930). García aveva fatto della morte la sua modella preferita, la morte lo visitava spesso nel suo studio e divenne per quelle terre il suo fotografo privato. Con la sua macchina fotografica, García, a partire dalla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, nello stato di Guanajuato, ha catturato il volto e le ultime espressioni dei morti. Con la fotografia post-mortem, si cercava di conservare un ricordo dell’ultimo momento che “si sarebbe condiviso con la persona amata” e Romualdo Garcia fu incaricato di immortalare il momento, ricordando, a ogni sguardo, la propria condizione mortale. Di certo, la fotografia di Hugo non ha molto a che vedere con l’opera di García. García mostrava come nel mondo popo- re, le classi povere, andando incontro ai servizi del fotografo di Guanajuato e curando, nella foto post-mortem, la sua costruzione scenografica – le mani giunte come se pregassero, i bambini posti in grembo alle madri o sdraiati come se dormissero – aiutavano a ricreare, in un mondo dove la fotografia era cosa per pochi, un album familiare in cui l’ultimo momento assieme si registrava come un ricordo di vita. «Nella mia fotografia, la morte anche se vista forse nella stessa chiave di un ciclo continuo in cui vita e morte hanno lo stesso peso, cerco anche di ritrattarla come un dissolversi della realtà dove gli oggetti, ossia i ricordi, si mescolano ad altri, nel tentativo di raccontare il mescolarsi delle emozioni di chi vive un momento di così intenso dolore e allo stesso tempo diventa una forma di dare una narrazione al soffrire che permetta sopportarlo». Nel titolo Genealogia si fa evidente l’elemento autobiografico dove la fotografia acquista il valore di presenza di un’assenza. ©Hugo Angel G. FUOR ASSE 133 Sguardi

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