luglio2016pp

marcellopaffetti

BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE LEGBLU REG. A LIVORNO IL 31-12-97 N.10747 MOD.III GIUGNO LUGLIO 2016

Piazza Grande

Due piazza sono meglio di una .

1816 - 2016, i 200 anni

dell’Acquedotto di Colognole .

Dibattito in Porto

La Piattaforma Europa .

PUNTO UFFICIO

Forniture per Ufficio

Via della Bandiere, 32 - Livorno

e fax 0586 219 175

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ORIGINALI & COMPATIBILI

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B/N & COLORI


IL PENTAGONO

BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE LEGBLU

In sommario – pagina 2

IL PENTAGONO

giugno 2016

SOMMARIO:

pg. 3: In porto di A. Dechecchi

Il nuovo porto di Livorno

pg. 4: Rassegna stampa

Via dei Lardarel

già via dei Condotti Nuovi

pg. 6: In archivio

di M. Sanacore

L’archivio della famiglia

Moreno - As.li

pg. 9: In museo

Museo Fattori e Granai di VIlla

Mimbelli

pg. 10: In storia di M. Paffetti

Due piazze sono meglio di

una

pg. 12: In teatro di G. Ciacci

Madama Butterfy

pg. 13: In teatro di P. Mascagni

Open Opera ediz. 2016

pg. 14: In teatro di G. Ciacci

Teatro Goldoni, la stagione

2016 finisci con il botto!

pg. 16: In arte di P. Pasquinelli

Passeggiata tra l’arte

pg. 17: In cons. di G. Petelini

Musica, L’Improvvisazione

un’arte al tramonto?

pg. 18: In città di N. Pera

Sex Grindhouse & Gloria

Guida

pg. 20: In città di A. Mancini

Dalle strutture caritativoassistenziali

alle politiche

formative scuola/territorio

pg. 22: In storia

La Massoneria nell’emigrazione

livornese nel Levante

La casa editrice Donnino è nata a Livorno,

nel 2004, con il proposito di dare spazio

alle ricerche storiche in ambito locale.

Autori: Gaetano Ciccone,

Lina Sturmann Ciccone

Un palazzo importante, scomparso con i bombardamenti

della II guerra mondiale. Sapete

dire la sua ubicazione?

www GRANDUCATO com

Dacca, 1 luglio 2016

Una preghiera per le vittime ed una riflessione

su questi orrori sempre più

frequenti: gli assassini che commettono

queste stragi hanno dei finanziatori?

Chi sono?

Tutti lo sanno ma nessuno lo dice...

Nizza, 14 Luglio 2016

Gli articoli firmati rispecchiano

unicamente le opinioni degli

autori

La foto qui a destra e le altre

immagini pubblicate su IL

PENTAGONO sono state

create in Italia (o in territorio

italiano) e sono ora di pubblico

dominio poiché il loro copyright

è scaduto. Infatti secondo

la Legge 22 aprile 1941 n.

633, modificata dalla legge 22

maggio 2004, n. 128 articolo

87 e articolo 92, le foto generiche

e prive di carattere artistico

e le riproduzioni di opere

dell'arte figurativa divengono

di pubblico dominio a partire

dall'inizio dell'anno solare seguente

al compimento del

ventesimo anno dalla data di

produzione.

scrivi alla redazione:

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IL PENTAGONO BOLLETTINO

DELL’ASSOCIAZIONE LEGBLU

ATstudio di

Marzocchi Carlo

Borgo dei Cappuccini,27

57126 Livorno 329 0152 998


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In porto – pagina 3

di A. Dechecchi

Ultimo incontro, in F. Vecchia,

del dibattito pubblico dedicato

al NUOVO PORTO DI LIVORNO

e alla PIATTAFORMA EUROPA.

Dibattito interessante, interessanti

anche i precedenti incontri

e le visite guidate al porto alle quali ho partecipato con

piacere. Il nuovo Piano regolatore del Porto prevede la

realizzazione della Piattaforma Europa ovvero l’espansione

a mare del porto di Livorno che praticamente raddoppierà

l’estensione dell’area portuale.

Gli esperti dello SHIPPING ci spiegano che l’ampliamento

del Canale di Suez permetterà l’arrivo nel Mediterraneo

di navi molto più grandi delle attuali e questo, indirettamente,

apre per Livorno nuove e importanti occasioni.

Il cronoprogramma prevede la realizzazione

dell’opera in circa cinque anni, non sono molti, ma non

c’è tempo da perdere se vogliamo scrivere una nuova

storia per il porto e per la città di Livorno.

C’è poi il progetto relativo all’area della Stazione Marittima,

anche questo molto importante visto che a Livorno

arrivano, ogni anno, oltre 300 navi da crociera con più

di 600mila crocieristi. Sono certo che la nuova Stazione

Marittima risolverà i problemi attuali, suggestivo il

progetto di valorizzare la Fortezza Vecchia attraverso il

ripristino delle condizioni di acquaticità.

In una slide mi sembra di aver letto la proposta della

‘musealizzazione del Silos Granari’, sono un collezionista

ormai da molti anni e sconsiglio vivamente la realizzazione

di nuovi musei, semmai è necessario valorizzare

quelli esistenti. L’esempio è il Museo Barsotti del

quale molti livornesi ignorano l’esistenza, vi sono due

tavole attribuite alla scuola del Giotto che solo gli addetti

ai lavori hanno potuto ammirare.

Per il Silos Granari protagonista dello skyline cittadino

propongo una galleria commerciale al piano terra magari

con i banchi ex-piazza XX settembre, oggi in una

posizione infelice, un Business hotel ai piani successivi

per coloro che attendono l’imbarco, ed uno sky restaurant

sulla terrazza con una vista, come mostra la mia

foto, spettacolare. Una nuova struttura accessibile non

solo ai viaggiatori crociere / traghetti ma anche ai

livornesi attraverso un percorso interno o adiacente la

nuova Stazione Marittima (la soluzione del ’finger’ oltre

al costo elevato ha anche un impatto visivo negativo).


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In porto – pagina 3


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In rassegna stampa – pagina 5


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In archivio – pagina 6

Dott. M. Sanacore

Direttore AS.li

La famiglia Moreno, emigrata

da Livorno a Tunisi all'inizio

degli anni Trenta del XIX secolo,

ricoprì nella città africana

una posizione economica e

sociale di rilevante Importanza,

tanto all'interno della comunità

ebraica che nella più ampia

comunità italiana poi. Infatti,

oltre alla forte e mai abbandonata

identità ebreo-livornese gli appartenenti alla famiglia

aggiunsero una forte rivendicazione di italianità

soprattutto a partire dagli anni in cui la Tunisia fu

assoggettata, con i trattati del Bardo del 1881 e della

Marsa del 1883 alla Francia come Protettorato.

Una condizione che dette non pochi problemi diplomatici

con il governo italiano per la preponderante

presenza di suoi cittadini nel paese africano, all'inizio

della prima guerra mondiale stimati ancora in quasi

110.000, ovvero più del doppio dei 50.000 francesi.

Il capostipite delle quattro generazioni dei Moreno,

produttori della presente documentazione, fu Moisé,

che nacque a Livorno il 19 agosto 1783.

Il primo, in quanto più antico "pezzo", del fondo è il

"registro di farmacia", che in realtà per quasi la metà

delle sue pagine denuncia la prima attività di Moisé,

negli anni in cui era risieduto a Livorno, ovvero quella

di esattore per i vari creditori privati che, per debiti

ricorrenti e continuativi come ad esempio gli affitti, si

avvalevano di un professionista per riscuotere i propri

crediti.

L'attività non doveva però essere stata di piena soddisfazione

se Moisé si trasferì a Tunisi verso il 1830,

portando con sé la moglie Grazia Sonsino e i figli Sara

e Aron Daniele nonché la protezione politica granducale

garantita dai molti sudditi toscani regolarmente

censiti.

Moisé fu accolto nella non piccola comunità ebreolivornese

di Tunisi, che era tanto caratterizzata e con

una propria precisa identità storica culturale da essere

identificata con lo specifico nome di grana, ben

separata dall'altra comunità degli ebrei di Tunisi,

chiamati touanse.

Qui apri un banco ·per il suo nuovo lavoro di farmacista,

dal quale le restanti scritte nel registro sopraddetto.

Questa attività egli l'aveva probabilmente già

svolta a Livorno, appresa nelle botteghe dei parenti

dalla moglie, dall'illustre medico e farmacista Emanuele

Sonsino, o trafficando nella drogheria di Abramo

Sonsino. Il figlio secondogenito Aron Daniele,

nato a Livorno il 14 maggio 1820, non continuò però

l’attività del padre, morto a Tunisi nel 1869, ma si

impiegò nel banco di commercio di Isacco Coriat,

facoltoso uomo d'affari nella città, sposandosi con

Fortunata Deloia. Le sue indubbie capacità professionali

risaltarono ben presto e gli consentirono di

entrare direttamente nell'attività commerciale, fondando

con il vecchio datore di lavoro la Società di

commercio Coriat Moreno il 1° agosto 1876, che divenne

poi A. D. Moreno Figli e C.ie, nel 1900 Maison

Raffaello Moreno & C.ie e infine Moreno Fils & C.ie,

gestita dai Moreno ma partecipata da vari componenti,

anche collaterali, della famiglia.

Questa società durò per oltre un secolo, fino agli inizi

degli anni Sessanta del Novecento, sviluppandosi e

specializzandosi soprattutto nel commercio dei legname

da costruzione, esportato per anni e in quantità

in Europa. Nella ditta di commercio a sua volta si

associò prima e successe poi il figlio di Aron Daniele

Raffaello, nato nel 1844, primo ramo tunisino dei Moreno.

Raffaello dette ulteriore notevole impulso alla

società, che fu trasformata in società anonima per

azioni e nella quale entrarono vari parenti fra cui, con

una discreta quota azionaria, il genero Daniel Cardoso,

marito della figlia di Raffaello Emma.

Tanto Aron Daniel che Raffaello ed Ugo esercitarono

anche l'attività creditizia con la propria banca privata

dei prestiti, con la quale dettero denaro anche al Bey

di Tunisi. I prestiti dovettero essere anche di entità

cospicua, visto che era spesso richiesta la garanzia

ipotecaria, come appare dalla documentazione rimasta.

Lo sviluppo dell'attività economica era nel frattempo

condizionata dalla nascita del protettorato, che aveva

posto la presenza sempre più ingombrante dei francesi,

anche se i Moreno avevano già cominciato a

diversificare gli interessi economici anche lontano da

Tunisi, come con il fratello più giovane di Raffaello,

Leone, che sì era dedicato alle coltivazioni agricole,

erigendo un mulino nella sua tenuta presso il villaggio

agricolo di Zaghouan l'antica città di Zita.

Una regione agricola ma tuttavia non periferica, ricca

di acqua e già "frequentata" dalla comunità ebraica,

visto che Isacco Lumbroso, a lungo presidente della

Comunità tunisina altrimenti detta "ebraicaportoghese"

era stato il promotore dell'acquedotto

che da qui partiva per rifornire la capitale. Non nascoste

erano le tendenze nazionaliste di Leone, che

nella sua tenuta impiegava solo lavoratori italiani ed

era amico personale e corrispondeva con il console

generale italiano a Tunisi con ciò segnalandoci l'inizio

della resistenza alla politica assimilazionistica

impiantata dai francesi.

Questa politica era invece accettata dal resto della

comunità ebraica tunisina, che dall'instaurazione del

protettorato aveva cominciato a ricevere notevoli miglioramenti

alla sua situazione economica e giuridica

determinando un'ulteriore separazione dai "livornesi"

che avevano costruito una propria sinagoga e senza

che la comune frequentazione dell'Alleanza Israelitica

Universale di Tunisi avvicinasse i due gruppi.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In archivio – pagina 7

La vita sociale dei componenti della famiglia Moreno si

concentrò di conseguenza all'interno della comunità

livornese tunisina, con non infrequenti matrimoni fra

cugini. Tuttavia vi furono anche casi di matrimoni con

esponenti di altre comunità ebraiche Italiane, che testimoniano

degli scambi e dei viaggi che venivano fatti

all'epoca dai Cohen di Genova, mantenendo però con

la famiglia d'origine rapporti assai stretti, testimoniati

dalla quantità di fotografie di appartenenti a quel ramo,

che in Italia si diffuse tra Genova, il Piemonte e la Toscana.

Un ultimo e anziano figlio di Giulia e Giuseppe Cohen,

Giacomo, pagò poi il contributo della famiglia all'Olocausto

nazista scomparendo in un campo di sterminio,

sorte che invece scamparono i membri della famiglia a

Tunisi per le difficoltà che ebbero i nazisti tedeschi e i

collaborazionisti francesi a spedire oltremare, in Europa,

gli ebrei africani. Gli ebrei, come tutti gli altri italiani,

ebbero problemi anche dopo la resa italo-tedesca

in Tunisia del 1943, considerati dai francesi comunque

nemici per la loro italianità sempre rivendicata sul piano

politico e culturale. Anche se non vi sono riferimenti

nel fondo appare assai improbabile che la famiglia non

abbia sostenuto la fondazione nel 1886 del giornale

"L'Unione", che fu sempre l'indubbia e meditata

“espressione della borghesia liberale e in particolare

dell'élite di origine livornese”, cui era piena parte la

famiglia Moreno. Particolare attaccamento ebbero infatti

sempre tutti i Moreno, comprese le donne, con la

madre lingua italiana, tanto che i suoi maggiori membri,

Leone, Ugo e Giacomo si iscrissero alla Società

Nazionale Dante Alighieri mentre, Ugo, consigliere

emerito della stessa, ad associazioni come il Touring

Club Italiano, il Circolo filologico livornese, la Lega navale

italiana etc., mentre le donne, come Gilda Cardoso

si iscrissero alla Croce Rossa Italiana. Giornali e

riviste giungevano regolarmente dall'Italia e molto significativa

fu la grande amicizia di Ugo con Corrado

Masi, direttore de L’Unione giornale che contrastava

l’influenza francese, di cui è conservata una fotografia

nel fondo.

Del resto, in precedenza, Raffaello aveva animato il

Sindacato internazionale di difesa degli interessi commerciali,

agricoli e finanziari della Tunisia, dopo aver

vissuto contrasti che già il padre Aron Daniel, cavaliere

d'Italia nel 1880, aveva avuto con i francesi.

I Moreno, grazie alla loro duplice identità, poterono

sempre dialogare con autorità tunisine e quelle

italiane, ponendosi come ponte politico fra i

due interessi. Dalle autorità tunisine riuscirono ad

ottenere le famose, e antiche, cave di marmo

giallo venato di Chemtou, conosciute e sfruttate

fin dall'epoca romana, un Interesse economicamente

cospicuo fra le varie proprietà immobiliari

della famiglia, testimoniati dalla documentazione

archivistica. La famiglia possedette il pacchetto di

maggioranza della società, diretta dai Cardoso,

anche se poi, per quanta passione e speranza

fosse riposta nel loro sfruttamento, non dette mai

grandi ritorni economici, fino al fallimento alla metà

degli anni Sessanta del Novecento.

Tuttavia anche questa impresa economica contrassegnata

dal nazionalismo, poiché non è pensabile che

Chemtou non fosse una meta dei molti italiani e soprattutto

toscani che partivano come stagionali per

lavorare nei marmi o nell'agricoltura.

Filantropi nell'accezione borghese del tempo, sostenitori

dell'Ospedale italiano, dell'Orfanotrofio Principe di

Piemonte dì Tunisi e quindi finanziatori della Società

Italiana di Assistenza i Moreno coniugarono al meglio

la loro attività di difesa della lingua e delle tradizioni

italiane con un impegno a favore della scuola italiana,

che non riguardava solo il finanziamento ma anche

l'assunzione degli insegnanti e il diretto controllo dei

programmi.

Una materia delicata, che già dopo l'Unità d’Italia aveva

visto costituirsi un comitato di notabili presieduto

dal console d'Italia Francesco Gambarotta con l'obiettivo

di istituire un'istituzione scolastica. Raffaello, Ugo,

Leone furono a lungo sostenitori finanziario e membri

del consiglio di amministrazione della scuola italiana,

frequentata dai giovani Moreno dalle elementari fino al

liceo, dopo il quale venivano in Italia a laurearsi.

Ugo, sposato con Gilda Cardoso, fu il personaggio di

famiglia che si dedicò alle più diverse attività. Avvocato

esercitante in Tunisi, riprese l'attività bancaria di

famiglia fondando e presiedendo la Banca Italiana di

Credito fino al 1931, promosse nel 1901 con Ettore

Mangano la Société du petrol, che fu poi rilevata dalla

Société Françaìse des Petroles, un'anonima solo apparentemente

francese visto che nel 1906, fondendosi

con la Société Pétroles de Montechìno, costituì a

Genova la S. A. Petroli d'Italia, che avrebbe ripreso

l'attività pionieristica di ricerca in Tunisia.

Importante in Ugo fu anche l'attività politica, dove proseguì

quel fondamentale compito di trait d’union fra

arabi e francesi che già aveva svolto il padre. Consigliere

municipale di Tunisi dal 1919, anno in cui fu fatto

commendatore della Corona d'Italia per il sostegno

dato all'Italia prima e durante la guerra (importante la

corrispondenza con il conte Caccia-Dominioni, console

generale a Tunisi), fu costantemente al vertice della

Municipalità tunisina, fra le personalità che accolsero i

presidenti francesi in visita a Tunisi.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In archivio – pagina 8

Il fondo ha anche materiale riguardante gli anni bui

che vanno dalle leggi razziali del 1938 alla guerra. Le

prime non colpirono direttamente la famiglia che pure

seguì preoccupata l'evoluzione presso i componenti in

Italia, ma i loro sentimenti politici che negli anni Trenta

erano trascolorati dal nazionalismo al pieno sostegno

al fascismo e alla sua politica mediterranea. Discriminata

dagli Italiani dopo le leggi razziali del novembre

1938, la famiglia Moreno lo fu anche dai francesi, dopo

la sconfitta dell'Asse in Tunisia subendo confische

dei beni immobiliari e addirittura l'Internamento nei

campi di prigionia, degli italiani. Nel fondo questa vicenda

è "solidamente" testimoniata dal piatto di latta

portante la scritta "Gafsa - 1943", il campo di concentramento

del sud tunisino dove, con Giacomo Moreno,

vennero rinchiusi gli arrestati del secondo semestre

del 1943 nelle retate antitaliane delle autorità coloniali

francesi. Dopo la guerra l'attività di Ugo e del figlio

Giacomo Moreno, laureato in giurisprudenza e avvocato

per un breve periodo in Italia, proseguì in un contesto

politico ormai mutato dalla preponderanza francese,

tanto che l'altro figlio Daniele si trasferiva definitivamente

a Roma. Continuarono le loro attività economiche

che valsero ad Ugo, già decorato alla Corona

d'Italia, la nomina a grande ufficiale al merito della

Repubblica Italiana e a Giacomo Moreno la nomina a

commendatore della Repubblica.

Una particolare menzione merita senz'altro la sezione

fotografica della famiglia. Si tratta in gran parte di ritratti

e foto di gruppo degli svariati componenti, ma fin

nei rami più laterali e anche lontani da Tunisi, che testimoniano

dei rapporti e dell'unità di questa famiglia,

forse paragonabile a un rapporto di clan. Peraltro alcune

testimoniano delle attività e dell'importanza rivestila

dai membri e dal loro ruolo pubblico, alcune con

significati simbolici di evidenza provocatoria (ad

esempio i prodotti agricoli presentali ad un'imprecisata

mostra dalla ditta Cohen sotto la scritta "Colonia italiana

di Tunisia"). Purtroppo vari personaggi e anche

diverse foto "ufficiali" sono da identificare, mancando

spesso ogni riferimento e pur con l'intervento

"riconoscitivo" della signora Giuliana Moreno.

Note sul fondo archivistico. Il fondo è stato donato

all'Archivio di Stato di Livorno nel novembre 2009

dalla signora Giuliana Moreno, discendente diretta del

capostipite ed in possesso, attraverso il padre Giacomo,

della maggior parte della documentazione familiare.

Il primo "pezzo", il registro di farmacopea, è stato

inaugurato a Livorno, così come qui è stato acquistato

il volume della Farmacopea ferrarese, edito nel 1827,

ma il resto della documentazione è stato prodotto in

Tunisia dai discendenti diretti di Moisé. A parte alcuni

rotoli di documenti che sembrano riguardare cause di

tribunale dell'avocato Ugo in lingua araba, la restante

documentazione è parte in italiano e parte in francese.

Finita la residenza a Tunisi, la documentazione è

stata quindi "rimpatriata" in Italia dalla signora Giuliana,

e per la sua sensibilità donata all'ASLi, in considerazione

del fondamentale fatto che la storia dei Moreno

è la storia di una famiglia italiana all'estero.

“Non c’era al mondo cosa più bella, cosa più importante, più appagante

che dipingere, tutto il resto erano stupidaggini, perdita di tempo,

inutile affaccendarsi. Meraviglioso era dipingere, delizioso era

dipingere”


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In museo – pagina 9

FABRIZIO BRESCHI

Questa Domenica, come ogni prima domenica del mese, ingresso

gratuito al Museo Fattori di Villa Mimbelli, si poteva ammirare la collezione

civica permanente, dislocata sui tre piani della Villa, che conta

le grandi tele di Giovanni Fattori e di altri esponenti della corrente

dei Macchiaioli.

Presente, al piano terra, uno speciale allestimento di arte sacra,

erano esposte tre tavole del XV secolo “Adorazione del Bambino”,

“Madonna col Bambino” e “Crocifissione”

Al primo piano nella saletta dedicata a Osvaldo Peruzzi erano esposte

sei opere dell’illustre futurista livornese.


Purtroppo ho visto le solite venti persone delle

solite tre associazioni culturali livornesi, sempre

le stesse, ormai ci conosciamo nel pomeriggio invece

c’è stata fortunatamente una maggiore affluenza con un buon

numero d visitatori.


http://fabriziobreschi.jimdo.com

Ai Granai di Villa Mimbelli, dal 12

marzo al 17 aprile, la mostra dedicata

all’artista contemporaneo Fabrizio Breschi.

Una mostra antologica, intitolata semplicemente

“Breschi”, che ripercorre la

produzione dell’artista negli oltre cinquant’anni

della sua carriera artistica.

Sono esposte quaranta opere (dal 1976

al 2016) che attraversano tutte le stagioni

dell’artista conosciuto e apprezzato a

livello nazionale.

M I C H E L E G O R D I G I A N I

R I T R A T T O D E L L A C O N T E S S A B A S T O G I

sopra: MARE VERTICALE

sotto: L’INTERVENTO

Sarebbe però necessaria una maggiore partecipazione ed un maggiore

impegno dei livornesi nel valorizzare ciò che di bello ed unico

abbiamo in città anziché trascorrere le domenica pomeriggio al centro

commerciale, tempio del consumismo.

Una maggiore attenzione e valorizzazione del settore artistico e culturale

è fondamentale per il contributo che questo può offrire allo

sviluppo sociale ed economico della collettività. A Livorno ci sono le

condizioni per rilanciare la città nel mercato del turismo con positive

ricadute sull'economia dell'intero territorio.

Purtroppo i primi a non credere a queste grandi opportunità sono

proprio i livornesi che disertano gli importanti appuntamenti culturali

organizzati dalle istituzioni e dalle associazioni culturali.


IL PENTAGONO

BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE

In storia – pagina 10

Piazza Vittolio Emanuele: l’evoluzione urbanistica

della principale piazza di Livorno

Furio Diaz (Livorno, 1916 – Livorno, 9 dicembre

2011) fu il primo sindaco del dopoguerra, carica

riconfermata con le Elezioni Amministrative del

1951 e del 1954. A soli 29 anni divenne il primo

sindaco comunista della nostra città a capo di una

giunta del PCI. C’erano vari progetti relativi alla

ricostruzione di Livorno ma, in accordo con le forze

politiche di opposizione, l’Amministrazione

dell’epoca decise di realizzare il progetto di Marcello

Piacentini, uno dei più importanti architetti del

precedente regime fascista, la dimostrazione che

l’intelligenza ed il talento vanno oltre l’appartenenza

a questo o quel partito politico.

In Municipio, con la fine della guerra e le nuove

elezioni democratiche, erano tornati il Sindaco ed i

Consiglieri, c’era la voglia e forse il bisogno di far

“vedere” la democrazia e la creazione della piazza

del Municipio rispondeva pienamente a questa

esigenza.

Una brillante decisione che vede il nuovo assetto

della principale piazza di Livorno composta da una

prima piazza dominata dalla Cattedrale di San

Francesco ed una seconda grande piazza realizzata

arretrando la ricostruzione di tutti i palazzi

preesistenti: Il Palazzo Granducale, il Palazzo della

Banca d’Italia costruito nello spazio precedentemente

occupato del Palazzo della Prefettura ed il

Palazzo dell’Anagrafe sorto al posto dei Tre Palazzi.

Le due piazze sono poi collegate dal “Foro Civico”

così l’architetto Luigi Vagnetti definisce il Palazzo

Grande, un fabbricato che in realtà è composto da

due corpi separati uniti da un ponte e con gallerie

pedonali che congiungono le due piazze.

Con questi incontri la nostra associazione pone

l’attenzione su delle realtà storiche oggi purtroppo

dimenticate, volutamente ignorate.

Sono invece convinto che al di là del colore politico

non possiamo che ringraziare quella generazio-


IL PENTAGONO

BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE

In storia – pagina 11

ne di livornesi che ha ricostruito Livorno

dimostrando grande abilità e

professionalità.

Furio Diaz viene ricordato oltre che

per la sua vita politica anche per la

prestigiosa carriera universitaria

mentre Luigi Vagnetti dopo i due palazzi

in p.zza Grande si trasferì a Roma

dove realizzò altri importantissimi

progetti (il Ministero delle Poste e

Telecomunicazioni in Roma-EUR -

1962-1973).

Un momento dell’apericena: “ Il Palazzo

del Municipio restava fuori dalla p.zza

Vittorio Emanuele, completamente

‘oscurato’ dal Palazzo Granducale che

invece si trovava in una posizione avanzata

rispetto all’asse dei palazzi della piazza”

Sopra e sotto alcune cartoline di Piazza Grande e Piazza del Municipio (in vendita su ebay) che mostrano le

due nuove piazze. Pur essendo delle semplici cartoline sono un documento importante, mostrano la volontà

dei livornesi di far conoscere la città ricostruita, moderna, pronta ad affrontare le sfide ed a cogliere le opportunità

del XX secolo.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In teatro – pagina 12

di Guglielmo Ciacci

Sabato 16 e Domenica 17 nella splendida cornice del Teatro Goldoni di Livorno è

andata in scena una brillante edizione di Madama Butterfly diretta dal direttore Valerio

Galli. L'opera composta da tre atti (in origine due) di Giacomo Puccini, su

libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, definita nello spartito e nel libretto

"tragedia giapponese" e dedicata alla regina d'Italia Elena di Montenegro.

La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 17 febbraio

1904, della stagione di Carnevale e Quaresima. Voglio cominciare subito scrivendo

dell’Orchestra e Coro della Toscana che insieme al direttore del coro Mauro Fabbri

hanno centrato lo spirito di Madama Butterfly. Ci hanno fatto ascoltare quelle splendide

sfumature che molti direttori sorvolano nelle parti più drammatiche, quelle piccole

pause che sono indispensabili per entrare nell’atmosfera del dramma pucciniano.

Giacomo Puccini rimase affascinato da questo nuovo paese che era il Giappone

e si informò dettagliatamente degli strumenti musicali che venivano usati, le Buttetrfly

che abbiamo ascoltato molti anni fa, anche con artisti prestigiosi, non ci facevano

gustare quei momenti affascinanti che Madama Butterfly contiene.

Iniziò in questo restauro Herbert Von Karajan, un ritorno alle origini che prosegue

con il m.° Gianandrea Gavazzeni e continua con il m.° John Barbirolli e con gli altri

direttori che si sono succeduti.

Madama Buttetrfly che rimane affascinata da questo “principe azzurro”, ufficiale della

Marina dagli Stati Uniti, si accorgerà troppo tardi che il suo sogno americano non

si realizzerà e che addirittura dovrà rinunciare all’amatissimo figlio, sceglierà quindi

pronunciando quella famosa frase “Con onor muore chi non può serbar vita con

onore” di suicidarsi. Sul palcoscenico del Teatro Goldoni si è esibita una

splendida Cio-Cio-San (Donata D’Annunzio Lombardi) che ha eseguito questo capolavoro

pucciniano sia scenicamente che vocalmente nelle migliori condizioni possibili.

Un piccolo incidente durante la rappresentazione, una bottiglia d’acqua è caduta

da un palco del secondo o terzo ordine disturbando il pubblico, vediamo per

favore di fare più attenzione, si può bere anche durante l’intervallo!

Abbiamo assistito ad uno spettacolo di alto livello con un pubblico attento e partecipativo

che ha lungamente applaudito la soprano al termine della romanza “Un bel dì

vedremo” e alla fine di altre esibizioni vocali: il coro a bocca chiusa al termine del II

atto. Applausi anche per tutti gli altri artisti che hanno partecipato alla rappresentazione

dell’opera pucciniana: Suzuky (L. Scarlata), F.B. Pinkerton (L. Decaro), Sharpless

(G. Altomare).

L’amico Alberto Paloscia

nel presentare l’opera ha

annunciato agli spettatori la

presenza in platea di Lucia

Stanescu, la celebre soprano

che tante volte in passato

si è esibita con successo

al Goldoni, l’artista è stata

lungamente applaudita dal

pubblico presente in teatro.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In teatro – pagina 13

di Pietro Mascagni

FOTO ANDREA NALIN

Al Teatro di Collesalvetti sono stati due gli appuntamenti del

“GALA” di OpenOpera: il primo (25 febbraio) dedicato a “Rigoletto”

di Verdi e il secondo (17 marzo) a “Carmen” di Bizet. L’opera verdiana

andò in scena alla Fenice di Venezia l’11 marzo 1851, mentre

quella di Bizet fu presentata per la prima volta all’Opéra Comique

di Parigi il 3 marzo 1875.

A differenza di Verdi che ebbe vita lunga (1813-1901) e che gli

permise di assaporare appieno la sua fama (Rigoletto compreso), il

francese invece (1838-1875) morì giovane (37 anni) e le sue opere

– fatta eccezione per L’Arlésienne – non riscossero l’immediato

successo sperato. Perfino Carmen s’impose e trionfò a Vienna sei

mesi dopo la morte dell’autore (suicidio?). Infatti la critica dell’epoca

tacciava Bizet di “verdismo” o, più spes-so, di “wagnerismo” e

ciò gli procurava gravi stati di depressione durante i quali distruggeva

materialmente, e per intero, le sue composizioni, opere comprese.

Detto questo, occupiamoci ora dei due “gala” che ci hanno sottoposto

all’ascolto un discreto numero (14) di cantanti (in prevalenza

donne) che si sono impegnati in un vario e colorito repertorio, accompagnati

dall’Orchestra “Ensemble Amedeo Modigliani”, dal

Coro “Società Corale Pisana” e dalla pianista Heejin Byeon con la

direzione artistica del bravo Mario Menicagli, insostituibile ideatore

e promotore della manifestazione.

Presenti, e puntuali nell’esprimere i loro giudizi, affermati ospiti

d’onore, tutti importanti critici musicali, direttori artistici, agenti teatrali

e registi. Dunque, quattordici cantanti, tutti di belle speranze,

alcuni dei quali con alle spalle almeno un debutto sul palcoscenico.

Nella prima parte dei programmi dei due “gala”, abbiamo ascoltato

delle buone prestazioni dei quattordici selezionati a conferma della

loro passione per l’opera lirica che richiede grandi sacrifici e impegno

costante nello studio, in certi casi faticoso, che senza dubbio

proseguiranno, come li hanno esortati gli ospiti d’onore, sorretti dal

desiderio di migliorarsi e per arricchire le loro capacità vocali e

interpretative.

Non desideriamo qui stilare una classifica dei cantanti perché

apparirebbe ingeneroso verso il loro genuino entusiasmo per l’opera

lirica e il teatro in generale; vogliamo invece, come semplice

nota informativa, portare a conoscenza che tra i soprano (6), mezzosoprano

(2), baritono (2), basso (1) e tenore (2), stavolta era

presente anche un controtenore croato. Lo citiamo perché al giorno

d’oggi, con la riscoperta e la riproposizione nei teatri di tutto il mondo

del repertorio barocco, i controtenori si riprendono quel ruolo

importante che avevano nelle opere di quel periodo (1660-1750

circa) e a loro riservato dai vari Handel, Purcel, Scarlatti, Lully,

Rameau, Monteverde ed altri ancora.

Nella seconda parte dei programmi, dopo l’intervallo, la novità di

questa edizione è stata l’apertura a due giovani registi Fabrizio

Carbone e Andjela Bizimoska (macedone) che hanno curato rispettivamente

l’idea registica di Rigoletto e di Carmen. Cioè, hanno

proposto i momenti più significati (ed anche i più noti) delle due

opere in un concertato scenico (pur nella ristrettezza del palcoscenico

in parte occupato dall’orchestra, dal pianoforte e dal direttore)

impegnando e alternando i cantanti nei vari ruoli peraltro vestendoli

con bellissimi costumi di scena (Costumeria Capricci Livorno).

Ne è venuto fuori un aspetto interessante molto gradito al folto

pubblico (teatro più che esaurito) che ha coinvolto maggiormente i

cantanti tutti i quali, in tal modo, hanno potuto esprimere al meglio,

e con maggior naturalezza, le loro già ascoltate qualità canore.

Insomma, una formula da reinventare e da riproporre, magari da

migliorare, per la prossima edizione.

Il tutto presentato e alleggerito dalla simpatia dei bravi Leonardo

Fiaschi e Ubaldo Pantani.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In teatro – pagina 14

di Guglielmo Ciacci

Al Teatro Goldoni di Livorno, sabato 12 marzo,

in scena una spettacolare AIDA con la direzione

del m.° Marco Boemi, la regia e le scene di

Franco Zeffirelli e la Stagione 2015/2016 al Teatro

Goldoni è terminata con il botto!

Aida che certamente si caratterizza per i suoi elementi spettacolari:

cori, balli, processioni, i costumi esotici, la marcia trionfale

è in realtà una spietata lotta fra i personaggi, con le loro

passioni individuali, nelle dinamiche dell’amore e del potere.

La trama vede protagoniste due donne: Aida schiava nera,

figlia segreta del re d'Etiopia, e Amneris figlia bianca del re d'Egitto

entrambe innamorate di Radamés capitano dell'esercito

faraonico. L'esercito etiope guidato dal Re Amonasro (padre di

Aida) sta marciando verso Tebe ed il Faraone designa

proprio Radamés comandante dell'esercito che combatterà

contro gli Etiopi. Una vittoria che al suo ritorno viene celebrata

con la famosa "Marcia Trionfale". Il Faraone, per gratitudine,

concede la mano della propria figlia a Radamés che solo apparentemente

acconsente a diventare lo sposo di Amneris. Sulle

rive del Nilo, vicino al tempio di Iside, Radamés incontra Aida e

gli confessa il suo amore svelandogli involontariamente un segreto

di guerra. Il Re Amonasro spia il colloquio e fugge dal

suo esercito portando anche Aida. Radames si consegna prigioniero

al sommo sacerdote per aver seppur involontariamente

tradito il suo paese. Condotto davanti al tribunale non si difende

e viene condannato dai sacerdoti ad essere sepolto vivo.

Rinchiuso nella cripta invoca Aida che inattesa appare, intuendo

la terribile sorte Aida si era nascosta nel sotterraneo per

morire al suo fianco. I due innamorati si abbracciano e vanno

incontro al loro triste destino, sopra la cripta c'è Amneris che

prega e piange chiedendo agli dei la pace per l'anima di Radamés.

La Storia, quando nel novembre del 1869 a Giuseppe Verdi

il viceré d’Egitto Ismail Pascià chiede di comporre un inno per

l’inaugurazione del Canale di Suez il grande compositore di Busseto rimane perplesso: mai in passato

aveva ricevuto una simile richieste.

Il viceré d’Egitto Ismail Pascià non si da per vinto ed invia a Parigi Auguste Mariette con l’incarico

di mettersi in contatto con Camille Du Locle e convincere Verdi ad accettare la sua proposta.

Successivamente Du Locle presenta a Verdi il programma di una nuova opera scritta proprio Mariette

ed il Maestro ne è entusiasta e accetta finalmente di comporre la musica per Aida che andrà

in scena al Teatro dell’Opera del Cairo la sera del 24 dicembre 1871.

Giuseppe Verdi non è presente alla prima che viene diretta da Giovanni Bottesini, protagonista il

soprano Antonietta Pozzoni Anastasi; tenore Pietro Mongini; mezzosoprano Eleonora Grossi; baritono

Francesco Steller, un grande successo per il quale riceverà il prestigioso titolo di Commendatore

dell’Ordine Ottomano.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In teatro – pagina 15

Alcuni mesi dopo, 8 febbraio 1872, nella cornice

del Teatro alla Scala di Milano ha luogo la prima

italiana di AIDA diretta da Franco Faccio ed è un

secondo grande successo.

La recensione

Personaggi e interpreti:

AIDA (soprano) Donata D'Annunzio Lombardi

RADAMÉS (tenore) Dario Di Vietri

AMNERIS (mezzosoprano) Giovanna Casolla

AMONASRO (baritono) Sergio Bologna

RAMFIS (basso) Elia Todisco

I livornesi, ma non solo, che erano presenti al

Teatro Goldoni Sabato 12 Marzo hanno assistito

ad uno spettacolo veramente affascinante. La regia

e le scene erano quelle che Franco Zeffirelli

realizzò per i ridotti spazi del Teatro di Busseto,

una regia gradevole senza smagliature.

I cantanti hanno eseguito questa difficile partitura

con perizia e talento:

Donata D’Annunzio Lombardi, ha dimostrando

di saper interpretare la parte nel migliore dei modi.

Dario Di Vietri, ha risolto Radames scenicamente

e vocalmente esprimendo nelle parti più

difficili una profonda conoscenza di questo personaggio.

Giovanna Casolla, che come sappiamo è un

artista di grande prestigio è stata sublime Amneris,

tanto che gli spettatori del Tatro Goldoni gli

hanno tributato, al termine del processo a Radames

(III atto), lunghi e calorosi applausi.

Al termine dello spettacolo, ho incontrato l’artista

nel suo camerino ed ha ringraziato il pubblico livornese

per il calore dimostrato.

Elia Todisco, Applausi anche per questo bravo

artista di Torre del Greco che ha interpretato il

suo ruolo con passione e talento.

Concludendo uno spettacolo da ricordare anche

per il contributo del coro e dell’orchestra diretti dal

Maestro Marco Boemi, ci troviamo davanti ad un

direttore d’orchestra che ha dimostrato di conoscere

la scrittura verdiana anche nei suoi più piccoli

dettagli.

L’acustica del “nostro” Teatro Goldoni è sempre

perfetta ma quando orchestra e coro suonano

nelle migliori condizioni la qualità dello spettacolo

è paragonabile all’Aida messa in scena nei più

grandi teatri del mondo. Voglio concludere evidenziando

che in questa stagione 2015/2016 tutte

le opere rappresentate (La Traviata, Simon Boccangra,

Madama Butterfly e quest’ultima Aida)

hanno riscosso calorosi consensi e positivi apprezzamenti

dal pubblico livornese.

Una simpatica sorpresa per gli spettatori che hanno

trovato all’ingresso della platea le statue degli dèi

Anubi e Sekhmet


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In arte – pagina 16

Si é svolta sabato 18 giugno 2016 sulle Colline

livornesi alla Mochi Farm delle Vallicelle la 7 a edizione

di “Passeggiata tra l’Arte”. All’appuntamento,

ormai divenuto tradizionale, si sono ritrovati numerosi

appassionati dell’arte contemporanea che

hanno potuto apprezzare i lavori prodotti in loco da

artisti e allievi delle Accademie d’Arte di Carrara e

Dusseldorf , invitati da Piero e Anna Mochi , accompagnati

dal Prof. Fabio Sciortino per Carrara e

dall’artista Giuseppe Donnaloia trait d’union con

Dusseldorf. Questa settima edizione ha mostrato

caratteristiche interessanti d’arte contemporanea

quali installazioni, performances, letture e musiche.

Insomma una sorta di mini happening stile

anni sessanta con proposte diversificate, talvolta

realizzate in gruppo (allievi di Carrara con una sorta

di accampamento aperto) e talvolta singolarmente

(interessante ad esempio il lavoro sulle trasparenze

di Irene Rung) o con improvvisati ensemble

come nel caso molto apprezzato di Jonas Kohn

(sonorità collimate in strutture tubolari improvvisate)

ed Emiliano Degl’Innocenti al contrabbasso che

ne eseguiva una simulazione musicale. Dopo la

passeggiata tra le opere esposte ha fatto seguito

uno spaccato letterario con la presentazione di

Paolo Bottari del libro di Gino Fantozzi “Spazzola

bene le parole” illustrato da Roberto Saviozzi con

relativa interpretazione di alcuni brani da parte di

Irene Mori, precedentemente apprezzata anche

per la performance “Suono, canto e riflessi sotto

l’olivo”. Come spesso accade dai Mochi, all’imbrunire

viene approntata una tavolata di cibi preparati

dai convitati da gustarsi tra una chiacchera e l’altra.

Paolo Pasquinelli, artista contemporaneo ©

Livorno, 21/06/2016

Sopra:

Istallazione-performance “Sonorità collimate” di J. Kohn

con al contrabbasso E. Degl’Innocenti.

FOTO PAOLO PASQUINELLI

Sotto:

Performance “Suono, canto e riflessi sotto l’olivo” di Irene

Mori.

Sopra:

installazione “Trasparenze” di Irene Rung.

Sotto:

Installazione disordinata “Accampamento aperto”. Allievi

dell’Accademia d’Arte di Carrara.


IL PENTAGONO

BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE LEGBLU

In conservatorio – pagina 17

“Non è un mistero che il nostro Paese, nei secoli passati fonte di ispirazione musicale per l’intera

Europa e ricca culla dell’improvvisazione musicale, oggi sia fra le ultime nazioni a curare questo

aspetto importantissimo se non imprescindibile della Musica: sia a livello accademico, che non. Dal

momento in cui si andò profilando anche in Musica il concetto di opera d’arte (anni trenta dell’Ottocento),

le figure di compositore ed esecutore si andarono scindendo e persero gradualmente identicità,

se non in casi sempre più sporadici e non più richiesti ufficialmente; l’opera composta diventò inviolabile,

inalterabile, da eseguirsi “alla nota”. Le scuole europee tuttavia hanno mantenuto viva

questa pratica, seppure in modi e con finalità differenti: cito a tal proposito la scuola francese, in cui

di Gabriella Petelini nel corso del periodo romantico si verificò un divario fra conservatoire e schola cantorum, il primo

proteso allo sviluppo della Musica in direzione del nuovo e della modernità; la seconda finalizzata alla

riscoperta e alla salvaguardia della tradizione musicale antica. Al contrario, la scuola italiana non sembrò più interessarsi

a questo aspetto della Musica come creazione plasmabile senza la mediazione della lettura/scrittura, del quale in precedenza

era stata appunto fecondissima fucina nonché modello internazionale per la professione e produzione di ogni musicista”.

Nel mese di gennaio di questo anno il M° Mecarelli ha ricevuto l’incarico

di tenere una Masterclass sull’improvvisazione clavicembalistica al

Conservatorio L. Cherubini di Firenze da parte del M° Alfonso Fedi,

docente titolare della Scuola di Clavicembalo presso lo stesso conservatorio,

già allievo di Gustav Leonardt, nonché, a livello mondiale, uno

tra i più grandi clavicembalisti viventi.

Nell’incontro avuto a Firenze a conclusione dell’evento, il M° Mecarelli

ha rilasciato al nostro periodico la seguente dichiarazione:

“Con immensa gratitudine ho accolto la proposta del M° Fedi, vedendo

in questa un provvidenziale spiraglio di speranza che l’arte di improvvisare,

tanto cara al tempo antico, possa in qualche modo riacquistare

visibilità ed essere, per così dire, rilanciata… Durante il seminario da

me presieduto ho spiegato sommariamente i princìpi salienti dell’improvvisazione

nello stile barocco e dedicato uno spazio del tempo a

disposizione anche a prove pratiche di “creazione dal vivo”, coinvolgendo

il pubblico presente. In conclusione di questa esperienza, ho

chiaramente constatato che la perdita di questo prezioso potenziale

“tecnico-mnemonico” non è da ascrivere soltanto a semplici negligenze

scolastiche di natura “ministeriale”, ma soprattutto allo stile di vita del

musicista odierno: è evidente il divario tra la modernità ed un tempo in

cui l’allievo, avviato sin dalla più tenera età ad apprendere la Musica, si

trovava immerso per l’intera giornata nella dimensione musicale, dalla

mattina alla sera a contatto col proprio maestro, a trascrivere musica di

proprio pugno senza possibilità di fotocopiarla, a far pratica organistica

giornaliera alle messe nelle chiese. Oggi i tempi più frenetici e dispersivi

cui siamo vincolati, la concezione diversa del “FARE musica”

comportano che la meta da raggiungere sia soltanto una esecuzione

tecnicamente irreprensibile e quanto più “letterale” possibile. E sovente

si ignora che, nelle composizioni prodotte fino al tardo Settecento, ciò

che veniva scritto non era tutto; bensì gran parte della musica da eseguire

era per così dire “sottintesa”, come un clichet scontato o affidato

all’arbitrio e al buongusto dell’esecutore, che – come detto - era al contempo

compositore.

Il mio seminario ha destato plauso e notevole interesse nei partecipanti

che, come eredi che improvvisamente si accorgono di poter rivendicare

un patrimonio dimenticato, hanno auspicato un successivo approfondimento

dell’argomento e in alcuni casi chiesto anche qualche “lezione”

esemplificativa. Poc’anzi ho detto che in altri paesi europei, come la

Francia, tutto questo viene insegnato ordinariamente agli allievi, sia pur

in direzioni non conformi alle pratiche antiche, bensì in forma politonale,

atonale e soprattutto impressionistica. Ebbene, l’esortazione che sento

di dare a tutti gli strumentisti che nel nostro Paese si accostano a quest’arte

oggigiorno, è di non perdere mai occasione di far pratica

“creativa” sul proprio strumento, dedicando almeno 15 minuti al giorno

ad inventare secondo la propria fantasia e usare per questo le nozioni

stilistiche e armoniche apprese nei propri studi, come un prontuario di

formule a disposizione. Così facendo, ciascuno di noi potrà scoprire e

mettere in opera un potenziale creativo che non sospettava di possedere,

una facoltà altrimenti destinata ad atrofizzarsi nell’inerzia della pura

e felice ricapitolazione delle “opere d’arte” altrui, e contribuire un domani

a restituire al tramonto di questa valorosa Arte una nuova alba”.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In città – pagina 18

di Nicola Pera

Sabato 20 febbraio alle ore 18.00 presso la Premiata Libreria Belforte 1805 si è

svolta una doppia presentazione all'insegna dell'erotismo con SEX GRIND-

HOUSE, una raccolta di 22 racconti erotici a cura di Simone Giusti e GLORIA

GUIDA il sogno biondo di una generazione (di Gordiano Lupi e Roberto Poppi).

SEX GRINDHOUSE a cura di Simone Giusti è una

carrellata di storie erotiche senza censure di ventidue

autori, alcuni anonimi, equamente divisi tra

uomini e donne e provenienti da ogni parte d'Italia,

ma a cui Livorno ha dato un contributo importante.

Storie che sconfinano nei generi più disparati, presentate

come se fossero dei corti e mediometraggi

in un grindhouse, uno di quei cinema degli anni

Settanta dove si facevano cicli di proiezioni che

lasciavano estrema libertà alla violenza e al sesso.

Storie allora chiamate d’exploitation, che oggi, grazie

a Tarantino, verrebbero definite pulp.

Quindi gli autori come registi e sceneggiatori, i personaggi

come attori, per accompagnare i lettori in

questa ideale proiezione.

Chi avrà questo libro tra le mani, e dunque sarà

entrato nel nostro cinema, non dovrà far altro che

attraversare l’atrio, comprare dei popcorn e scegliersi

un posto in platea. Sta per iniziare una maratona

di genere, una giornata di sexploitation.

Ventidue storie e sei trailer con cui gli daremo il

benvenuto in SEX GRINDHOUSE.

GLORIA GUIDA - IL SOGNO

BIONDO DI UNA GENERA-

ZIONE, accanto a una raccolta

così hot non poteva mancare,

per completare un pomeriggio

all'insegna dell'erotismo,

il libro che Gordiano Lupi

(insieme a Roberto Poppi)

ha dedicato a una delle più

sognate attrici erotiche italiane,

Gloria Guida.

È il 28 febbraio 1974 quando,

per la prima volta, compare

sugli schermi italiani Gloria

Guida. Nessuno la conosce,

a parte qualche appassionato

di canzonette. È bellissima,

giovanissima e tutti si innamorano

di lei. La critica non si

entusiasma più di tanto per

quel suo film diretto da un

quasi esordiente Mario Imperoli

e le commissioni di censura

capiscono che da lì in

poi dovranno fare gli straordinari.

Per la ragazza di Merano comincia un tour de force

che la vedrà protagonista di ben ventisette pellicole

in soli otto anni. Minorenne, in blue jeans, novizia,

liceale, ragazza alla pari, affittacamere e infermiera

di notte. Ma anche meravigliosa e matura

commediante in film di Steno, Capitani, Corbucci e

Risi.

Poi ci penserà Johnny Dorelli

a portarcela via, anche se non

del tutto. Fra quelli che s'innamorano

di lei c'è un ragazzino:

Gordiano Lupi da Piombino

che oggi, più di quarant'anni

dopo, quasi per un debito di

riconoscenza decide di farle

un regalo per il suo compleanno,

un metaforico mazzo di

rose i cui delicati petali sono

fogli di carta.

Per lei, Gloria Guida. Che è

sogno e poesia (perché gli occhi

di Gloria e non solo quelli,

sono sogno e poesia). Rimpianti

di un tempo che non tornerà

più, amore cinefilo incondizionato

e amore tout court.

Questo libro è un omaggio alla

divina dallo sguardo dolce e

assassino, con il viso stupendo

di un angelo tentatore e il

corpo che è perfezione d'artista.


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In città – pagina 19

Le immagini mostrano alcune fasi della

realizzazione del primo episodio

Si è svolta a Pisa una interessante iniziativa per la raccolta

di crowdfunding per IL BASTIONE che sarà il primo episodio

di una serie web. La storia si svolge a Pisa dove il film è

stato girato. Il progetto è nato da un'idea di David Giuntoli,

infermiere con una viscerale passione per la scrittura e il

cinema, che dopo aver dato vita al racconto de "il Bastione",

ha pensato che avesse potenzialità per diventare un film.

Resosi conto di vivere in una regione con un patrimonio artistico

non indifferente, il Giuntoli ha proposto il progetto ad

artisti locali formando una squadra affiatata ed entusiasta.

Ogni generazione ha un suo Bastione, un potente anticorpo

capace di affrontare le oscure forze del male che quotidianamente

superano le barriere dimensionali indebolite

dall'implacabile scorrere del tempo. Grazie alla collaborazione

del Cercatore, un esperto di occulto e di magia e della

Lama, una guerriera indomabile, il Bastione affronta ogni

sorta di nefandezza che mina la sicurezza della razza umana

. Se il terzetto è composto, come in questo caso, da tre

Toscani DOC il risultato non potrà che essere divertente.

Preparati a mistero, piccoli brividi di paura e a grasse risate.

Sei pronto? Noi lo siamo. Il Bastione sta per cominciare....

I protagonisti della storia sono Federico Guerri (Il Bastione),

Valerio Cioni (il Cercatore) e Serena Cercignano (la Lama).

Gli altri attori sono Orazio Cioffi, nella parte di un giornalista

scettico, Tommaso Menchini Fabris, il padrone di casa, uno

strano personaggio che vi farà porre diverse domande e

Margherita Masetti, alias la misteriosissima Lucrezia. Il suo

ruolo apparentemente marginale verrà sviluppato in futuro,

dando vita a un'inquietante nemesi.

Leonardo Miraglia, interpreta una parte di cui nulla si può

dire. L'operatore di camera è Lorenzo Costagliola, che si è

occupato anche della fotografia e del montaggio. La colonna

sonora è composta ed eseguita da Luca Locci, Phil Hynd

(Toscano di adozione) e Yuri Bernardini. Il Fonico è Simone

Giusti. Degli effetti speciali e del trucco si è occupata Fabiana

Saselle, con la collaborazione di Francesca Cotugno. La

locandina al momento misteriosa, è opera di Daniele

"Danzo" Milano


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In città – pagina 20

“ESSERE BAMBINI E BAMBINE A LIVORNO, DALLE

STRUTTURE CARITATIVO-ASSISTENZIALI ALLE POLITI-

CHE FORMATIVE INTEGRATE SCUOLA/TERRITORIO”

Alessandra Mancini in un momento dell’intervista

a Granducato TV

La mostra è nata da un’idea di Serenella Frangilli ed

è composta da elementi descrittivi scritti tratti dalla

tesi e da foto di eventi, materiali e documenti, riguardanti

le tematiche in ambito livornese descritte di seguito,

che si susseguono secondo lo sviluppo del

“riconoscimento dell’identità della persona”, del

“riscatto della sua dignità”, del “valore della formazione”

e del “concetto di pari opportunità”. Sede dell’esposizione:

il Centro Donna.i

CASE PIE

Specializzate nel settore dell’accoglienza di minori in

difficoltà.

Hanno rappresentato l’inizio di un’eredità cittadina sul

versante del supporto a questa categoria altrimenti

emarginata, con disagio economico e, di singolare

interesse nel ‘600, nell’integrazione sociale, tipico

dell’infanzia abbandonata.

OPERA DI ANGELICA PALLI

La studiosa si è battuta contro la discriminazione

nei confronti delle bambine rispetto

ai maschi, anche se la loro educazione

era già stata presa in considerazione alle

Case Pie.

Resta che Angelica Palli ha sentito e diffuso

il disagio per la condizione femminile,

in un connubio di studio ed impegno socio

-politico.

Esposizione storica

L’esposizione è tratta dal primo capitolo e dall’appendice

della tesi di laurea di Alessandra Mancini in

Scienze dell’educazione. Titolo della tesi “Essere

bambini a Livorno. Dalle strutture caritativoassistenziali

alle politiche formative integrate scuolaterritorio”.

Titolo del capitolo “Lo sviluppo delle strutture

e l’evoluzione delle realtà a sostegno dell’infanzia

nella città di Livorno”.

OPERA NAZIONALE MATERNITA’ E INFANZIA

Livorno, come il resto d’Italia, è stata sede di strutture

ONMI, che, nonostante possano essere contestate

per il fine politico di cui erano strumenti, hanno testimoniato

un riscatto nei confronti della negazione

dell’infanzia e la necessità di quest’ultima di particolari

attenzioni. La tesi ne illustra anche l’operato successivo

al secondo conflitto mondiale.

ISTITUTO PROVINCIALE PER LA PROTEZIONE E

L’ASSISTENZA ALL’INFANZIA

L’esperienza di trasformazione di un istituto d’accoglienza

per l’infanzia negli anni ’60-’80, per maschi e

femmine, “interni” e “semi-convittori”. L’impostazione

della programmazione educativa per rispondere alle

esigenze di ogni bambini/a nella sua individualità,

con le sue peculiari necessità.

OPERA DI DON QUILICI

Angelica Palli non si era preoccupata

dell’educazione delle femmine in basse

condizioni socio-economiche, a differenza

di Don Quilici ed della sua percezione della

condizione degli emarginati come un

sentimento indotto dalla società. La sua

opera è stata diretta soprattutto al riscatto

delle prostitute, dei loro figli, ed alla formazione

professionale delle femmine.

Nella foto sopra : Stella Sorgente, Vice Sindaco del Comune di Livorno


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In città – pagina 21

OPERA DI EDDA FAGNI

Edda Fagni si faceva portavoce delle richieste della

cittadinanza e cercava e trovava soluzioni, effettuando

ricerche e consultando esperti di settore.

Tra il 1975 ed il 1980 è stata assessore all’Istruzione.

La trasformazione dell’IPPAI e molti servizi per l’infanzia

sono stati opera sua.

La mostra è sta esposta per la prima volta durante il

Settembre Pedagogico 2014 ed è stata integrata con

pannelli raffiguranti l’attività pedagogica negli asili nido

del Comune di Livorno.

a sinistra: Lilia Bottigli, funzionario socio pedagogico del Comune di Livorno

IL DISTINTIVO DEL GENOA

La sede della maggiore Istituzione massonica d’Italia viene posta sotto

sequestro e perquisita su mandato emesso dal Procuratore della Repubblica

a capo di una procura del meridione. Il Segretario del partito politico

al governo spera così di trovare tra gli iscritti a quell’Istituzione i

nomi dei suoi avversari politici per poterli in tal modo eliminare. Una

storia di fantasia ma che, ai giorni nostri, potrebbe essere di una sconcertante

e inquietante realtà.

PIETRO MASCAGNI è nato a Livorno dove vive.

Appassionato di musica classica e lirica in particolare, si è sempre

dedicato all'attività letteraria con raccolte di poesie e narrativa

.

Il suo libro di racconti "Un antico amore" edito dalla Casa Editrice

lbiskos e poi ripubblicato dalla Casa Editrice UNIPOP di Torino, è

stato nel 2006 finalista al 3° Concorso Internazionale degli Autori

per l'Europa e ancora finalista al Premio letterario "Città di Sissa-

Parma", mentre alcuni suoi racconti sono risultati finalisti e vincitori

in diverse edizioni del Premio letterario "Città di Empoli Domenico

Rea" . Un suo lavoro teatrale è stato rappresentato durante

la stagione estiva 2006 de "La Caprillina" riscuotendo favorevoli

consensi di pubblico e dalla critica dei maggiori quotidiani

nazionali . Con il romanzo "La sala del tango" ha vinto nel 20 l3 il

Premio letterario internazionale "Città di Sissa-Parma" ; nel 2014

con il romanzo "La bottega della liutaia" ha vinto il Premio letterario

internazionale "Padus Amoenus " e nel 2015 con il romanzo

"Lettere provvisorie" ha vinto il Premio letterar io internazionale

"Padus d'Oro".


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In storia – pagina 22

Una interessante lezione di storia di Livorno, nei locali

di una delle due sedi storiche dell’Oriente di Livorno,

all'incontro pubblico hanno partecipato molti

livornesi di entrambi i sessi.

L’incontro è iniziato con una introduzione di Massimo

Bianchi che ha poi presentato il prof. Maurizio

Vernassa, docente alla Facoltà di Scienze Politiche

dell’Università di Pisa.

Vernassa ha cominciato il suo intervento dando i numeri

di questa emigrazione avvenuta nella prima metà

dell’800.

E’ nei rapporti dei Consoli delle varie

città del nord Africa che troviamo

queste preziose informazioni. Gli

emigranti, tra livornesi e toscani, erano

37 a Beirut, 18 a Damasco, 100

ad Algeri, 300 a Costantinopoli, alcune

centinaia ad Alessandria

(interessante la fitta corrispondenza

che una loggia di quella città intratteneva

con Livorno dove si può leggere,

tra l’altro, di un progetto per liberare

Napoleone), oltre cinquecento a

Tunisi, la comunità più numerosa

che ha sempre mantenuto forti legami

anche familiari con Livorno importanti

a tal punto da prendere posto in

un suk, il suk-el-Grana, ovvero Mercato

dei Livornesi.

Troviamo altri toscani al Cairo nel ‘48, i documenti

testimoniano la loro attività nel reperire uomini e

mezzi da inviare in Italia nella guerra contro l’Austria.

Significative attività patriottiche anche tra i toscani

emigrati a Smirne.

Una interessante lezione di storia livornese “una conversazione

non un convegno” come ha tenuto a precisare

il prof. Vernassa che ha permesso ai presenti

di conoscere questo particolare e importante aspetto

storico della nostra città.

Foto sopra: UFFICIO DI LEVA DI TUNISI

Gli ebrei italiani emigrati parteciparono alla Grande Guerra sotto la bandiera dell'esercito regio. I trattati cvon la Francia avevano

consentito all'Italia di avere un ufficio di leva a Tunisi dove si erano arruolati i giovani partiti per la guerra di Libia e quella mondiale.

Le morti e le mutilazioni avevano poi spinto il Governo italiano ad aprire anche un ufficio delle pensioni di guerra. ASLi-15


BOLLETTINO DELL’ASSOCIAZIONE IL PENTAGONO

In storia – pagina 23

Relatore del convegno il prof. Lorenzo Greco, docente di letteratura italiana all’Accademia Navale di Livorno

E’ stato Paolo Pilloni, Presidente dei Maestri Venerabili

dell’Oriente di Livorno, a fare gli onori di casa ed a presentare

il prof. Lorenzo Greco docente di letteratura italiana

all’Accademia Navale di Livorno.

Questo terzo convegno, un incontro pubblico nei locali

dell’Oriente di Livorno, era dedicato alla presenza della

cultura massonica nella letteratura italiana: ”Spunti ed

esperienze massoniche in alcuni scrittori italiani”.

Il prof. Lorenzo Greco ha spiegato di essere rimasto sorpreso

nel constatare la ricca presenza della cultura massonica,

sempre riconoscibile ed a volte protagonista, nella

letteratura italiana.

Molti scrittori e poeti nel corso dei secoli si sono avvicinati

all’universo massonico.

Carlo Osvaldo Goldoni (Venezia, 25 febbraio 1707 –

Parigi, 6 febbraio 1793) è stato un drammaturgo, scrittore,

librettista e avvocato italiano.

Autore di famose commedie, vogliamo ricordare LE DON-

NE CURIOSE dove si racconta la vita di una loggia massonica.

I principali interpreti sono quattro donne che, a

Bologna, non essendo ammesse ai "lavori" dei loro uomini,

si introducono, con una serie di stratagemmi,

furtivamente nella "loggia" dove

però non possono far altro che costatare

che i loro mariti, padri, fratelli e fidanzati si

riuniscono solo per il piacere di stare insieme

e che non fanno niente di sconveniente:

Florindo: Ciascuno di noi, in questa nostra

amichevole società, soddisfa il proprio

genio e passa il tempo tranquillamente

in tutto ciò che onestamente gli da piacere.

Io ho la mia passione per le opere

ingegnose.

Ottavio: Bisogna essere filosofi, come lo

sono io, per burlarsi di loro.

Il conte Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16

gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803)

è stato un drammaturgo, poeta, scrittore e

attore teatrale italiano. Nella sua opera

autobiografica VITA SCRITTA DA ESSO

narra che durante un banchetto di liberi

muratori declamò alcune rimerie: "...Egli

ti additi il murator primiero,

Del grande Ordine infin l'origo estrema... "

con le quali chiede scusa ai fratelli se la

sua musa inesperta osa cantare i segreti della loggia. Poi il

capitolo in terzine prosegue menzionando il Venerabile, il

primo Vigilante, l'Oratore, il Segretario. Negli elenchi della

massoneria piemontese il nome dell'Alfieri non è mai comparso.

I suoi primi biografi supposero che egli fosse stato

iniziato nei Paesi Bassi o in Inghilterra, nel corso di uno dei

suoi viaggi giovanili.

Niccolò Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Londra,

10 settembre 1827) nella sua opera DEI SEPOLCRI spiegando

il valore politico della tomba (affinché questi grandi

uomini possano, attraverso il loro ricordo, suscitare nelle

generazioni future la memoria dei grandi valori morali) presenta

proprio Vittorio Alfieri che racchiude in sé il valore

politico della poesia.

Giosuè Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio

1835 – Bologna, 16 febbraio 1907) che fu il primo italiano

a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906, nella

sua poesia A SATANA scritta in forma di inno narra la

superiorità del libero pensiero e della razionalità, il progresso

delle scienze contro il fanatismo cristiano.

Aderì alla Massoneria del Grande Oriente d'Italia sin dal

1862 e nel 1866 fu tra i fondatori della Loggia bolognese

"Felsinea", divenendone il segretario. Successivamente

scrisse un opuscolo di protesta per conto della Loggia

"Felsinea" e le conseguenze furono lo scioglimento della

loggia, nel 1867, per ordine del Gran maestro Lodovico

Frapolli e l’espulsione del

Carducci dalla Massoneria.

Venne nuovamente affiliato

il 20 aprile 1886, dal nuovo

Gran maestro Adriano Lemmi,

alla Loggia "Propaganda

massonica" di Roma, dove

raggiunse il 33° e massimo

grado del Rito scozzese

antico ed accettato.

Il Prof Greco ha citato anche

altri importanti scrittori e

poeti italiani che durante la

loro vita hanno aderito o si

sino avvicinati alla cultura ed

ai valori massonici: Giovanni

Pascoli, Francesco De

S a n c t i s , T r i l u s s a

(pseudonimo anagrammatico

di Carlo Alberto Camillo

Mariano Salustri) e lo scrittore

livornese Giovanni Marchi.

Una serata interessante,

che ha permesso ai presenti

di conoscere questa importante realtà della letteratura italiana,

che si è conclusa con i ringraziamenti del Presidente

Pilloni che ha consegnato al prof. Greco una copia del

libro Viaggio nel Tempio del libero Muratore.

SITOGRAFIA: /IT.WIKIPEDIA.ORG/

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