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Ouroborosn°2 - 2016

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Rassegna trimestrale

Supplemento al n. 8/2016

di Orizzonte Magazine

di Studi Tradizionali

Anno 5 n. 2

Luglio 2016

Una pubblicazione

1


2


3


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ROMA

Specializzata in filosofia, esoterismo, magia,

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Rassegna trimestrale

di Studi Tradizionali

ANNO 5 n. 2

Luglio 2016

Supplemento al n. 8/2016 di

Orizzonte Magazine

Reg. trib. di Bari n° 19/2014

Direttore Responsabile

Franco Ardito

Redazione

via G. Colucci, 2

70019 Triggiano (BA)

OUROBOROS è sfogliabile

gratuitamente on-line al link

http://www.orizzontemagazine.

it/orizzontegroup/ouroboros/

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uscite inviare il proprio

indirizzo e-mail a:

franco.ardito@rivista-ouroboros.it

Articoli e immagini vanno

inviati per e-mail a:

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Gli articoli dovranno pervenire in

formato .doc o .docx e le immagini

in formato .jpg con risoluzione

non inferiore a 300 ppi

IN QUESTO NUMERO PARLIAMO DI:

7

Sacralità

8

Zero:

14

Il

20

La

36

Dalla

40

Introduzione

42

Arte

del numero

Editoriale

dal nulla all'infinito

di Gandolfo Dominici

numero otto

di Franco Ardito

Grande Piramide

di Rino Guadagnino

pietra grezza alla piramide

di Aldo Tavolaro

al Giubileo

di Franco Ardito

e scienza

di Paolo Maggi

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte della pubblicazione

può essere riprodotta,

rielaborata o diffusa

senza espressa autorizzazione.

della Direzione.

La collaborazione

avviene dietro invito.

Articoli e materiali non si

restituiscono. La Direzione

si riserva di adattare testi e

illustrazioni alle esigenze

della pubblicazione.

Le opinioni espresse

negli articoli impegnano

solo gli autori e non

coinvolgono né rappresentano

il pensiero della

Direzione

In copertina:

"Drago che divora una lucertola", tratto

da "Clavis Inferni" di Cipriano, tardo 18°

secolo,Wellcome Library, London.

(Copyrighted work available under Creative Commons

Attribution only licence CC BY 4.0)

5


6


L u g l i o

N

SACRALITÀ

DEL NUMERO

ella Bibbia è scritto: “Tu hai disposto ogni cosa con misura,

numero e peso" (Sap. 11,20). Per porre ordine nel Creato,

traendolo dal caos primordiale, Dio ha utilizzato il numero

nelle sue diverse espressioni: come estensione dei corpi nello

spazio (misura), come consistenza della materia (peso), come

espressione delle leggi che governano l’Universo.

Tuttavia fra tutte le cose che fanno parte della Creazione il

numero non compare; Dio non lo ha creato e questo significa

che il numero è parte di Lui, appartiene alle Sue prerogative,

è divino, quindi. Del resto presso le antiche civiltà la sacralità

del numero era ben nota: nell’antica Mesopotamia si attribuivano

numeri sacri agli dei, per Pitagora la Sacra Tetraktis

era una divinità, la Qabbalah ebraica afferma che le ventidue

lettere dell'alfabeto ebraico, e il loro relativo significato

numerico, sarebbero preesistenti alla creazione del mondo.

Giungendo infine ai giorni nostri, lo stesso Jung considerava

il numero un’entità numinosa, sacra e lo ha definito come

“un archetipo dell’ordine fattosi cosciente”.

Accade così che talvolta si scorge come i numeri, al di là delle

logiche matematiche legate al concetto di quantità, vivano

un’esistenza “metafisica” che segue logiche e norme completamente

diverse e, per molti versi, ancora ignote. Gli esempi

sono intorno a noi: il più semplice è la Tavola Pitagorica, con

la particolare disposizione delle cifre al suo interno, quindi i

quadrati magici, di cui è pieno il Medio Evo, e i tanti giochi

matematici, divertenti agli occhi di un osservatore superficiale

ma che pongono numerosi interrogativi a chi non

s’accontenta delle apparenze.

E poi la serie di Fibonacci, che sancisce la Sezione Aurea,

quella che Luca Pacioli chiamò la Divina Proporzione e che in

natura caratterizza una gran quantità di rapporti nel mondo

vegetale come nel mondo animale, uomo compreso. È l’espressione

matematica della bellezza della natura, la Firma di

Dio, la più immediata espressione della sacralità del numero,

che lo estrae dalla sua più semplice concezione matematica

per farne una finestra sul lato sconosciuto dell'Universo.

7


zer

dal n

all'inf

di Gandolf

8

S

crive Laotse, nel

Tao Te King, uno

dei grandi libri dell’Antica

Cina: "... Lo guardi e non lo vedi

lo ascolti e non lo senti ma se lo adoperi è

inesauribile…"

La sua è la descrizione del Tao,

dell’Assoluto, ma son parole che ben

si adattano alla presentazione dello

Zero, del Niente, un numero speciale

che richiede un’attenzione partico-

lare. È, infatti, un numero che porta

oltre la matematica, verso concetti

quali il Nulla e l’Infinito.

Secondo la sua definizione “enciclopedica”,

lo Zero (0) è il numero


o:

ulla

inito

o Dominici

che precede l’Uno

(1) e gli altri numeri

interi positivi, e segue

i numeri negativi (visione,

questa, squisitamente profana ma

che, come vedremo, apre ad un’interpretazione

esoterica ben diversa).

Nell’accezione comune, Zero significa

anche: niente, nulla, vuoto o

un'assenza di valore.

Il numerale o cifra zero si usa nei

sistemi di numerazione posizionali

(qual è il nostro), quelli cioè in cui il

valore di una cifra dipende dalla sua

posizione.

Attorno al 300 a.C. i Babilonesi

iniziarono a usare un semplice sistema

di numerazione in cui impiegavano

due cunei pendenti per marcare

uno spazio vuoto. Questo simbolo

non aveva una vera funzione se non

quella di segnaposto, e infatti sembra

9


10

che l'origine del segno 0 sia da attribuire

alla forma dell'impronta lasciata

sulla sabbia da un ciottolo tondo

dopo essere stato rimosso (e quindi

mancanza del numero). L'uso dello

zero come numero in sé è una introduzione

relativamente recente della

matematica, che si deve ai matematici

indiani.

Un primo studio dello zero, dovuto

a Brahmagupta, risale al 628.

Quindi gli arabi appresero dagli indiani

il sistema di numerazione posizionale

decimale, e lo trasmisero agli

europei durante il Medioevo (perciò

ancora oggi in Occidente i numeri

scritti con questo sistema sono detti

"numeri arabi").

Essi chiamavano lo zero sifr:

questo termine indicava un venticel-

lo caldo che spirava

in particolari periodi

dell'anno.

Fu in particolare

Leonardo Fibonacci

(Leonardo Pisano

filius Bonacci) a far

conoscere la numerazione

posizionale in

Europa: nel suo “Liber

Abaci”, pubblicato nel

1202, egli tradusse sifr

in zephirus; da questo

derivò zevero e quindi

zero. Anche il termine

"cifra" discende da questa

stessa parola sifr.

Nella storia della

matematica, la conquista

del concetto di

Zero e il suo riconoscimento

al rango di

numero non fu facile e

trovò molte resistenze.

Lo Zero, infatti, non è

indispensabile nell’aritmetica

più elementare:

i romani e i greci

ne fecero a meno, e

fig.1 fino al Medioevo lo

zero venne usato in modo impreciso

e con molta circospezione. In fondo,

usare lo zero implicava l’ammissione

dell’esistenza del Nulla, cosa non

semplice. Scrive Geymonat: “Tutti siamo

convinti di poter parlare sensatamente

del “nulla”, di intenderci fra noi allorché

usiamo questo termine […] esso deve avere

per noi un significato ben determinato.

Proprio questo fatto però, che esso significhi

qualcosa, che denoti un’effettiva realtà,

sembra particolarmente ripugnante al

pensiero comune”.

D'altra parte se lo Zero rappresenta

il Nulla si potrebbe ritenere, a

torto, che non sia così essenziale come

gli altri numeri. Ecco perché, al di

fuori della matematica in particolare,

lo Zero resta un numero imbarazzante

e ancora oggi lo si usa a fatica.


Sugli ascensori, per esempio,

raramente il piano terra viene indicato

con il numero 0 e si preferisce

invece usare la lettera T; le

pubblicazioni partono dal n.1 e lo

0 individua l’eventuale numero di

prova; sulla tastiera del computer

i numeri sono tutti in ordine dall'1

al 9, dopo il quale trova posto lo 0,

mentre sul telefono viene collocato

in basso, separato dagli altri numeri.

Evidentemente lo Zero continua

ad imbarazzarci. Tutti sappiamo

che dovrebbe precedere l'1, ma è più

sicuro tenerlo da parte, isolato.

La rappresentazione geometrica

dello Zero è il Punto, che Euclide

definiva appunto come “ciò che non ha

parti”, o in altre parole, secondo una

terminologia più “moderna”, senza

dimensioni.

L’intera geometria euclidea è costruita

a partire dagli “evanescenti”

punti; il che crea qualche imbarazzo

visto che enti geometrici che “non

hanno parti” (i punti) possono benissimo

essere “le parti” di altri enti

geometrici (spazi e figure), che hanno

dunque parti.

Ecco perché, da un punto di vista

esoterico, lo Zero e il Punto (sua

rappresentazione geometrica) sono

«simboli» che portano oltre…, verso

concetti quali il Nulla e l’Infinito, in

altre parole verso Dio.

Per comprendere questo è necessario

osservare la figura n. 1.

Abbiamo detto che il punto è un

ente geometrico «senza dimensioni» e

corrisponde allo 0, ossia l’assenza di

«valore numerico». Ma la definizione

di retta, come tutti sappiamo, è quella

di un «insieme infinito di punti»; la

retta, quindi, per esistere ha bisogno

del punto.

Anche le altre figure geometriche,

fig.2

bidimensionali e tridimensionali, non

potrebbero esistere senza il punto, essendo

da questo a loro volta formate

e composte. Possiamo quindi osservare

la «potenza» del punto che, pur

non avendo dimensioni, è l’elemento

fondante di qualsiasi figura nelle tre

dimensioni conosciute.

Lo stesso discorso vale per il

numero Zero. Guardiamo insieme

la figura n. 2: lo Zero è il «numero

non-numero» grazie al quale esistono

gli altri numeri, essendo il punto di

partenza, la scaturigine, oltre che la

demarcazione, dei numeri positivi e

di quelli negativi.

Non solo, ma se provate a mettere

lo Zero davanti una cifra qualsiasi

esso la riduce dividendola per 10,

mentre se lo aggiungete alla destra

della cifra, esso la moltiplica per 10.

Insomma, per essere un sinonimo

del “Nulla”, lo Zero ha davvero una

potenza inimmaginabile.

Un grande storico della matematica

moderna, Karl Menninger, scrive:

"Che tipo di folle simbolo è questo [lo zero]

che significa proprio il nulla? Se è nulla,

allora dovrebbe essere nulla e basta. Ma

qualche volta è nulla e qualche altra volta

è qualcosa… …Così ora zero diventa

qualcosa, qualcosa di incomprensibile ma

potente, se pochi “nulla” possono mutare

un piccolo numero in uno grandissimo.

Chi può capire questo?".

Ian Stewart, scienziato e matematico,

invece scrive: "Nulla è più interessante

del nulla, nulla è più intrigante del

nulla e nulla è più importante del nulla.

Lo zero è uno degli argomenti preferiti dai

matematici, un autentico vaso di Pandora,

per curiosità e paradossi…".

Per concludere, ragionare sullo

Zero e sul Punto insegna che "il Nulla

è Tutto, e Tutto è il Nulla. Tutto esiste grazie

al Nulla e Nulla esiste senza il Tutto"

11


12


13


il numero otto

di Franco Ardito

L

a numerazione

Una premessa importante da

fare consiste nel concetto stesso di

numerazione. Nell’uomo la percezione

diretta della realtà si limita a

due o massimo tre entità identiche,

oltre subentra il concetto di molti.

Questo significa che il bambino fra

i 12 e i 18 mesi riesce a distinguere

direttamente solo fra uno, due

o molti oggetti; fra i 2 e i 3 anni

concepisce il tre, mentre acquisirà

la facoltà di contare solo attraverso

l’insegnamento e l’esercizio del

pensiero astratto, che naturalmente è

funzione dell’ambiente in cui vive e

della civiltà a cui appartiene. Non a

caso in francese trés significa “molto”,

“oltre” in latino si traduce con

trans mentre in inglese è through; in

14


inglese folla è throng; in italiano si

dice "troppo" e si dice "truppa". E’

facile scorgere come questi termini

derivino tutti dalla radice di “tre”.

La numerazione è quindi un’operazione

profondamente astratta e

intellettuale, motivo per il quale la

matematica viene percepita come una

scienza scollegata dal concreto, salvo

le principali operazioni numeriche

necessarie per l’attività quotidiana.

Le civiltà più evolute si distinguono

per la complessità della loro numerazione;

ancora oggi in certe tribù

africane, ma anche asiatiche e sudamericane,

il pastore mette da parte

una pietruzza per ogni animale che

porta al pascolo, confrontando al

ritorno le pietruzze con gli animali rientrati:

se non gliene avanza nessuna

15


Nell'immagine:

Riproduzione del

Faro di Alessandria.

16

significa che gli animali ci sono tutti.

In effetti i numeri sembrano vivere

una vita propria, seguendo leggi delle

quali solo una parte è stata indagata

attraverso le logiche matematiche;

altre sono state percepite e vi si opera

attraverso artifici, altre ancora sono

inspiegabili o addirittura sconosciute,

e solo l’esoterismo cerca di penetrarle.

Il numero OTTO

Dopo i sei giorni della Creazione

e il settimo di riposo viene l’ottavo

giorno, il simbolo dell’eternità.

Per questo motivo i

Battisteri delle chiese hanno

molto spesso forma ottagonale,

a significare la rinascita

derivante dal sacramento del

battesimo: “[…] era giusto che

l’aula del Sacro Battistero avesse

otto lati - scrive Sant’Ambrogio

nel IV secolo d.C. - perché

ai popoli venne concessa la vera

salvezza quando, all’alba dell’ottavo

giorno, Cristo risorse dalla

morte.”

D’altra parte l’8 è la

dualità esaltata alla terza

potenza, quindi attiva sui tre

piani relativi a corpo, anima

e spirito; esprime il riflesso

dello spirito nel mondo creato,

dell’incommensurabile e

dell’indefinibile nell’universo

tangibile.

Definendo i quattro

Vangeli canonici, Ireneo di

Lione, teologo del II secolo,

affermava che “come vi

erano quattro angoli della terra e

quattro venti, così non potevano

esserci più di quattro o meno di

quattro Vangeli.” Il numero 4,

così definito come simbolo

della materia e della terra,

nell’8 si raddoppia, esaltando

la sua natura concreta e

tangibile; per questo motivo

l’otto indica la legge, il rigore

e la regola per procedere oltre. L’iniziato,

dopo avere attraversato i sette

cieli corrispondenti ai sette pianeti,

arriva alla rigenerazione, sintomo di

un nuovo inizio su un piano di coscienza

superiore; l’8 esprime quindi

l’incognito che segue alla perfezione

simboleggiata dal numero sette,

incita alla ricerca e alla scoperta della

trascendenza, e infine simboleggia la

morte come momento di transizione,

di passaggio verso livelli superiori.

Come l’ottava lettera, l’H, anche il


numero 8 è graficamente definito da

due figure contrapposte legate insieme,

sottolineando che la rigenerazione

passa attraverso la congiunzione

degli opposti.

L’Ottagono

Questo stato di elevazione verso

l’alto della condizione umana è

ancora più evidente nell’ottagono che,

derivando da un doppio quadrato

indica l'aspetto dinamico del numero

otto, che da uno stato d'instabilità

tende all'equilibro, come ogni cosa in

natura, raggiungendolo nella raffigurazione

statica del numero otto. Per

questo motivo l’8 viene considerato il

numero dell’equilibrio cosmico.

È noto inoltre che, al di là di ogni

connotazione simbolica, l'ottagono è

l'unica figura che consente di passare

da una costruzione impostata

su pianta quadrata (per esempio il

presbiterio) alla semisfera che tipicamente

lo sovrasta. L’ottagono rappresenta

quindi il termine di passaggio

dalla materia, definita

dal quadrato, alla divinità

rappresentata dal cerchio (o

dalla semisfera). E’ un motivo

che si trova in numerose

costruzioni sacre, a partire

dal Faro di Alessandria,

dove una costruzione quadrata

era sovrastata da una

torre ottagonale, alla quale

ne era sovrapposta un’altra

circolare. Altri esempi si

possono citare, oltre ai già

indicati Battisteri: la Cupola

della Roccia a Gerusalemme,

la chiesa di S. Vitale a

Ravenna, la moschea degli

Omayyadi a Cordoba.

L’Infinito

Questa definizione di

mediatore fra il basso e

l’alto pone il numero 8 come

simbolo dell’infinito; ma

qui l’indagine si fa più complessa.

Anche nel mondo

sensibile siamo circondati

dall’infinito, a cominciare

dai numeri naturali. In matematica

l’infinito è un numero

col quale si fanno operazioni,

l’insieme dei numeri razionali

è infinito e al suo interno

ci sono realtà infinite di

ordine superiore, ancora più

complesse: i numeri decimali

sono infiniti, i numeri irra-

17


stata calcolata la massa; si rimedia definendo

la probabilità che essa si trovi

in un particolare punto. Similmente,

lanciando una moneta, non è possibile

stabilire se essa mostrerà una faccia o

l’altra; si può solo definire la probabilità

che esca testa, fermo restando che

potrebbe uscire croce venti volte di seguito.

Interviene a consolarci la teoria

dei grandi numeri, per la quale all’infinito,

quindi su un numero infinito

di lanci, ognuno dei due eventi (testa

o croce) si

ve-

18

zionali sono composti da infinite cifre

decimali tutte diverse fra loro, i numeri

periodici hanno infinite cifre decimali

che si ripetono per gruppi con

regolarità (periodo) a volte precedute

da cifre decimali che compaiono una

volta sola (antiperiodo). E’ proprio

vero che i numeri sembra che vivano

una vita propria, della quale ci sfuggono

le logiche; per parte nostra, di tutto

questo ci limitiamo a considerare solo

la parte più evidente e ovvia: quella

che ci serve per fare i conti.

Intanto a rappresentare l’infinito

interviene sempre il

numero otto, questa volta

disposto in orizzontale,

quasi ad indicare

l’estendersi dell’infinito

nell’ambito

del mondo visibile,

orizzontalmente

quindi.

Su questo

piano l’infinito

comprende

sia l’infinitamente

grande che l’infinitamente

piccolo; la scienza cerca d’indagarli

tutti e due ma è costretta a fare i conti

con strane bizzarrie che, come abbiamo

detto, cerca di superare attraverso

artifici matematici: si tratta in sostanza

del calcolo delle probabilità e della

teoria dei grandi numeri.

Nella fisica dei Quanti, per esempio,

non è possibile misurare la posizione

di una particella della quale è

rifi-

cherà nel 50%

dei casi.

La spiegazione scientifica, nell’uno

e nell’altro caso, è che la presenza

dell’osservatore influenza l’evento,

e questo apre il campo ad una serie

di considerazioni: se la posizione di

una particella può essere influenzata

dalla sola presenza dell’osservatore,

se la faccia mostrata dalla moneta

dopo il lancio può essere influenza-


di osservare gli eventi dall’esterno

attraverso il simbolo del serpente

Ouroboros; un serpente circolare che

si morde la coda, simboleggiando

il ripetersi ciclico del tempo, al cui

interno tutto è compreso ma che l’osservatore

guarda dall’esterno, come

se non ne facesse parte. E’ il simbolo

del caos primordiale, anch’esso

caratterizzato dal senso dell’infinito;

talvolta è composto da due serpenti,

che si mordono vicendevolmente la

coda, definendo così una polarizzazione

duale; talvolta questa polarizzazione

è definita da un

serpente unico arrotolato in

forma di Otto.

La polarizzazione

dell’infinito è ancora

più evidente nel

nodo d’amore:

un cordone

ta dalla presenza del lanciatore e di

coloro che assistono, è segno che gli

eventi umani sono influenzati non

solo da chi vi prende parte ma anche

da chi solo li osserva. Questo attribuisce

un valore ai concetti di positività

e negatività, può dare una ragione

dell’atteggiamento positivo, il proprio

ma anche quello degli altri, come

strumento di guarigione dalle malattie;

un fenomeno ben noto ai medici

ma non ancora spiegato. Il concetto

“niente avvie-

ne

per

caso” perde

così il suo aspetto

di semplice enunciato

quasi fatalistico per assumere significati

precisi; addirittura i concetti

di volontà e di preghiera, con la loro

potenzialità di focalizzare l’individuo

sulla riuscita di un evento, assumono

un significato diverso dal consueto.

L’Ouroboros

La tradizione esprime la necessità

unico disegna

il simbolo

dell’Otto

orizzontale i

cui due cerchi,

che hanno valenza

femminile,

sono attraversati da

un tratto che ha evidente

valenza maschile; ancora una

volta il segno descrive la necessità

di comporre gli opposti se si vuole

superare i propri limiti e tendere all’infinito,

perché l’infinito è assoluto, non

appartiene alla sfera del duale ma anzi

lo supera; di conseguenza è necessario

coniugare il proprio maschile col proprio

femminile se s’intende raggiungere

il senso della propria eternità.

19


la grande piram

di Rino Guadagnino

20

Nella piramide di Cheope è racchiuso

il passato dell’uomo e

la chiave di lettura del nostro futuro.

Eretta a sentinella nella piana di

Giza a controllare nascita, sviluppo e

scomparsa delle civiltà, eterna collina

di pietra che resterà anche quando

noi lasceremo questo pianeta, quan-

do, da chi e come è stata costruita?

Quale la sua vera funzione? Quali

segreti nasconde? È davvero un progetto

iniziato 12.000 anni fa, come

le cattedrali gotiche, che venivano

progettate secoli prima della loro

costruzione? Le analisi al carbonio 14

effettuate da tre laboratori diversi su


ide

pollini rinvenuti al suo interno forniscono

la data del 10500 a.C. Forse un

popolo scampato ad una catastrofe

globale ha voluto ricostruire parte

della propria cultura o lasciare un

messaggio ai posteri?

In effetti è una costruzione che

non sembra appartenere totalmente

all’Egitto e al suo popolo, la cui

storia peraltro si perde nel tempo: per

la scienza ufficiale inizia nel 3100

a.C. con Menes, il "Papiro di Torino"

parla di 9 dinastie di re prima di

Menes, la "Pietra di Palermo" ne cita

120, Manetone fornisce un elenco

che risale a oltre 25.000 anni. I 2,3

21


22

milioni di blocchi di calcare e granito

che compongono la piramide, per un

totale di ben 6 milioni di tonnellate,

fanno pensare che quel luogo sia stato

scelto proprio perché l’unico idoneo

a sostenere un tale peso. In origine

l’edificio era rivestito interamente con

115.000 lastre di calcare bianco da 10

tonnellate l’una, coperte di geroglifici.

Si dice che per copiarli sarebbero

occorse migliaia di pagine; se fossero

stati conservati, tutti i misteri della

piramide sarebbero stati risolti. Ma

l’azione dell’uomo e un terremoto

verificatosi nel 1300 a.C. hanno contribuito

alla loro distruzione.

Le misure rilevate nella piramide

espresse in pollici evidenziano una

profonda conoscenza scientifica dei

suoi costruttori dato che, se alcuni

dati possono sembrare coincidenze,

altri sembrano effettivamente voluti.

Il lato nord misura 230,2505 metri,

il lato ovest 230,3565 metri, il lato est

230,3905 metri e il lato sud 230,4535

metri. La loro somma è di 921,44

metri; esprimendola in pollici egizi

(2,5228 m.) si ottiene un valore pari

a 365,24, ovvero il numero di giorni

che compongono l’anno solare.

Il doppio del perimetro è di

1.842,88 metri, valore prossimo a

1/60 di grado alla latitudine dell’equatore,

pari a 1842,78 metri.

Il doppio perimetro diviso l’altezza

(146,6 metri) fornisce il valore del

pi greco (3,1416), determinante nella

costruzione delle piramidi.

La somma delle diagonali di base

è di 25.826,6 metri, analogo al numero

di anni corrispondenti all’Anno

Platonico, relativo alla precessione

degli equinozi.

Gli angoli della base misurano circa

90°, con un’approssimazione di solo 2".

Gli angoli d'inclinazione delle


quattro pareti sono uguali e misurano

51° 50' 35”; questo dimostra che

il p era conosciuto da chi progettò e

costruì il monumento.

La Piramide corrisponde all'emisfero

settentrionale della Terra in

scala 1:43200. I prolungamenti delle

sue diagonali dagli angoli di NO e

NE racchiudono il delta del Nilo.

La piramide è posta al centro esatto

della massa terrestre, all’incrocio

fra il 30° meridiano e il 30° parallelo,

che coprono la maggiore porzione di

terra, a 1/3 della distanza fra Equatore

e Polo Nord, nella linea centrale

che divide il globo e rappresenta lo

"zero" naturale di Longitudine.

Il meridiano che passa per il vertice

della Piramide taglia la Terra in

due parti quasi uguali, manca infatti

di soli 5 km il polo. Di conseguenza

Giza è la naturale Greenwich e questo

evidenzia la profonda conoscenza

astronomica di una civiltà perduta che

eresse i suoi maggiori centri tenendo

conto di dati matematici e geodetici,

incorporando nelle costruzioni le misure

della precessione degli equinozi.

Le quattro facce e i lati sono allineati

con i Punti Cardinali in modo

da posizionare i lati obliqui di fronte a

tali punti. È orientata con una precisione

stupefacente, lo scarto è infatti

di soli 3' 6". Le quattro pareti sono

leggermente curve e la loro curvatura

corrisponde a quella terrestre. Le ombre

proiettate dalla piramide marcano

con esattezza matematica le date degli

Equinozi di primavera e autunno e dei

Solstizi d'inverno e d'estate.

Al suo interno vi sono alcune

camere. Dalla camera ipogea parte un

tunnel verticale di uso sconosciuto,

noto come il condotto dei ladri. Per Zecharia

Sitchin quel condotto fu scavato

dai seguaci di Marduk per giungere

all’interno della piramide e liberare il

Dio che era tenuto prigioniero. Era il

tempo della battaglia fra gli déi.

In tempi remoti la stella polare era

Alpha Draconis, se gli egizi volevano

osservarla attraverso un telescopio

dovevano inclinarlo di 16° e 17’, la

stessa inclinazione del passaggio di-

Foto sotto:

La grande galleria.

23


Sopra:

Il sarcofago nella

Camera del Re.

Sotto:

La Camera della

Regina.

scendente a circa 31 metri sottoterra,

che riempito di acqua rifletterebbe la

stella come lo specchio di un moderno

telescopio. Attraverso il corridoio

ascendente arriviamo alla grande

galleria lunga 46 metri con una

pendenza 26°, alta 8,5 metri e con

un soffitto formato da 36 blocchi di

granito removibili, ciascuno dei quali

può essere rimosso singolarmente.

La galleria, larga alla base 2 metri, si

restringe in alto; contro il muro presenta

un gradino di 60 cm; al posto

del pavimento c’è un canale infossato

largo 1 metro, di cui non si conosce

la funzione.

La camera della regina non è

quadrata. Esami condotti all’interno

della Piramide con moderne strumentazioni

hanno rivelato vuoti e

cavità in diversi punti della piramide,

sotto la Sfinge e nell’intera piana di

Giza. Dietro al corridoio che porta

alla camera della regina sono state

rilevate diverse cavità delle quali

non si sono potute appurare le reali

dimensioni. Vi è solo la sicurezza che

in quel punto si trova un vano molto

profondo, colmo di sabbia e di oggetti

non identificati; di questa sabbia sono

stati prelevati dei campioni attraverso

trapanazioni accuratamente mirate.

Le analisi hanno evidenziato senza

possibilità di contestazioni, per l’alto

contenuto di metalli pesanti, una

datazione precedente a quella delle

glaciazioni. Sabbia di questo tipo non

è presente nelle immediate vicinanze

della piramide, ma a sei chilometri

più a Sud e nel Sinai. Alcuni dei

vani, scoperti nella zona, sono così

grandi che non è stato possibile accertarne

le misure dal momento che la

profondità del pavimento è rimasta

ignota. Nel 1839, durante i lavori

di sgombero di un corridoio della

piramide, fu segnalata, dagli operai

impiegati nel lavoro, una forte corrente

d'aria fresca. Un secolo e mezzo

dopo, nel 1951, tale evento fu accom-

24


pagnato da un rumore che durò una

decina di secondi. Segnalato più volte

dall'archeologo Ahmed Fakhri, che lo

localizzava nel corridoio orizzontale,

alla fine del passaggio dell'entrata occidentale,

il fenomeno faceva dedurre

la presenza di una comunicazione

con l'esterno ma questa apertura,

vicino all'entrata ovest, non è stata

ancora scoperta.

La camera del Re, posta a 45,5

metri dalla base, a circa 1/3 dell’altezza

della piramide, contiene un

sarcofago vuoto che ha il volume

esterno doppio di quello interno. Non

conosciamo come sia stato possibile

realizzarlo. Se vogliamo tracciare un

cerchio intorno al triangolo formato

dalla faccia della piramide dobbiamo

far centro nel punto in cui è ubicata

la Camera del Re. Detta camera, alta

5,81 metri (metà della diagonale del

pavimento di 11,62 metri), lunga 5,20

e larga 10,46, fornisce le misure esatte

dei due triangoli fondamentali del teorema

di Pitagora (571-497 a.C.) (uno

con i tre lati di 5-12-13 e l’altro con i

lati di 3-4-5).

La piramide presenta quattro condotti

inclinati, due per la camera del

re e due per la camera della regina,

che salgono verso l’alto. Nel condotto

della parte Sud della camera della

regina e stata rinvenuta, a 65 metri,

una porta con maniglie, oltre questa

una seconda porta. Nel condotto a

Nord è stato ritrovato del legno, una

pallina e del rame. Questo percorso

dopo 19 metri svolta a sinistra

per altri 4 metri evitando la galleria

principale. Si ferma ad una terza

porta provvista di maniglie, uguale a

quella del condotto sud. Si pensa che

contenga una camera segreta. I due

condotti della camera del Re sboccano

all’esterno e puntano sulla stella

Polare e Alpha Draconis, quelli della

regina, chiusi da porte, guardano

verso Sirio e Zeta Orionis.

Le piramidi, della IV dinastia,

25


Nell'immagine:

Ipotesi di rampa

a spirale per la

costruzione della

Grande Piramide.

disegnano sul terreno la disposizione

delle stelle di Orione e ricostruiscono

la costellazione sulla terra, divenendo

la raffigurazione di Osiride sulla

Terra. Considerando il Nilo emerge

la corrispondenza fra la posizione di

Orione con la Via Lattea, che per gli

Egizi rappresentava il Nilo celeste.

Il mistero più fitto riguarda però il

sistema adottato per la sua costruzione.

Molte sono le ipotesi: dal piano

inclinato, che doveva raggiungere

la lunghezza di circa un chilometro

e mezzo e un volume più elevato

di quello della stessa piramide, agli

argani, alla teoria dei legni corti di

Pincherle, alla serie di quattro rampe,

alla rampa a spirale che segue l’inclinazione

delle pareti proposta da Zahi

Hawass, alla teoria di Elio Diomedi

basata sulle traversine con l’utilizzo

delle gallerie interne come rampe

di trasporto, a quella dello scrittore

arabo del 1440 circa l’utilizzo di fogli

magici che facevano lievitare i blocchi

al suono di una specifica nota

musicale, in modo da poterli spingere

per svariati chilometri. Lo storico

arabo Ibn Abd Hock affermò che la

piramide fu costruita da Surid Ibn

Salhouk, un antico re egizio vissuto

12.000 anni fa, con lo scopo di preservare

le conoscenze acquisite dal

suo popolo; egli sognò che un disastro

si sarebbe abbattuto sulla Terra.

Leggende copte e la testimonianza

dell’egiziano Masudi confermerebbero

tale storia. Non ultima la teoria di

Davidovits, che ha pensato a blocchi

di pietra artificiale realizzati con un

impasto di calcare effettuato sul luogo,

ma che non spiega la presenza dei

blocchi di granito. Il calcare bianco si

trova a decine di metri di profondità

nel sottosuolo, il granito proviene

invece dalle Cave di Aswan, distanti

500 chilometri.

Sopra la Camera del Re vi sono

26


Associazione Culturale “Bensalem”

Castel del Monte

Il Tempio della Rosa

a cura di Attilio Castronuovo

Castel del Monte è uno dei misteri più affascinanti che, dalle nebbie del passato, siano giunti fino a noi.

Adagiato su un poggio che domina la pianura, enigmatico per tutto ciò che attiene ai suoi scopi e alla sua

funzionalità, sembra sfidare il visitatore desideroso di comprenderne il segreto. Si potrebbero affastellare

all’infinito ipotesi su ipotesi nella speranza di giungere a qualche certezza, ma il castello sembra sottrarsi a

questa ricerca, mostrandosi sempre più sfuggente, evanescente, irraggiungibile.

di Daniela Gagliano

edizionigagliano@gmail.com

27


Nell'immagine:

Disposizione delle

travi di pietra nella

struttura sulla

Camera del Re.

A destra:

Un amuleto d'oro

che riproduce lo Zed.

28

cinque camere formate da strutture di

granito o calcare. Portano i nomi di

Davison, Wellington, Nelson, Arbuthnot,

Campbell. Le prime 4 camere

sono strutture di granito uguali al

tetto della camera del Re, la quinta

è una struttura di calcare. Il tetto

della camera è costituito da 9 travi

di granito, il primo tetto rialzato ne

comprende 8, i successivi 9 ognuno,

l’ultimo ha 8 travi; in tutto 49 travi

tutte orientate in direzione nord-sud.

Il tetto a spiovente comprende 24 travi

a sbalzo di calcare orientate come le

altre. L’altezza totale è di 15 metri.

La torre è inserita tra due gigantesche

mura di calcare. Il peso totale è di

70 tonnellate. Le travi perfettamente

piatte sulla parte inferiore, risultano,

nelle superfici superiori, grezze e di

spessore disuguale. Presentano tutte

profonde scanalature. Per gli egittologi

tale struttura serve a proteggere il tetto

piatto della camera del re dal peso

eccessivo della piramide; avrebbero

la funzione di camere di scarico. In

realtà sostengono solo il loro peso; per

alleggerire la struttura sarebbe bastato

porre il tetto spiovente direttamente

sopra la camera del Re. La serie dei

tetti realizza la forma del pilastro Zed,

simbolo importantissimo rinvenuto

frequentemente nel rituale e nelle tombe

egizie, dato che rappresentava la resurrezione

di Osiride, in particolare la

sua colonna dorsale. Il suo significato

è quello di stabilire un contatto tra il

defunto e la vita dopo la morte.

Perché i costruttori posizionarono

1.200 tonnellate di travi di granito

sopra il tetto piatto della camera?

Forse per la capacità di risonanza del

granito? Le travi dovevano risuonare,

vibrare e interagire con quelle situate

nel soffitto della camera del Re? La

torre è una costruzione indipendente,


inserita

in una

struttura

di calcare in modo

da poter vibrare

liberamente interagendo

con

il granito

della

camera sottostante.

Le nove travi della

camera del re pesano

oltre 300

tonnellate,

il pavimento

non poggia sopra una

muratura piatta ma su

un rivestimento

modulare,

in modo da ridurre

l’area di contatto al

minimo e permettere

alle 21 pietre del pavimento

di vibrare liberamente.

Il tetto spiovente

facilita la risonanza

delle travi, massimizzando

la loro capacità

di vibrare al minimo

smorzamento. Le variazioni

nelle loro dimensioni

convalidano la

funzione acustica. In

alcune travi sono presenti

profonde scanalature,

come se si avesse

voluto accordare il

granito alterandone

le dimensioni fisiche.

Il granito difatti è

altamente risonante

e i pezzi più grandi,

una volta colpiti,

emettono un suono

chiaramente

udibile. Anni fa

l’obelisco Hashet

esposto al Cairo

emetteva un

suono

prolungato

se percosso.

Poiché tutti i

turisti lo percuotevano

fu

ancorato

al terreno col

cemento. Da quel

momento non produce

più

alcun

suono.

Il campo elettromagnetico

terrestre

comprende

una serie di risonanze,

che influenzano

tutto ciò che

vive o esiste sulla

Terra, conosciute

come le Risonanze

di Schumann, la cui

frequenza varia dai

7,83 Hz a 60 Hz. La

Camera del Re ha

una risonanza di 30

Hz; potrebbe darsi

che la Camera del

Re e la torre entrino

in risonanza

grazie alle vibrazioni

Schumann.

La piramide,

costruita in pietra,

diventerebbe

quindi un’estensione

della

Terra, vibrando

con essa. Con

i condotti

aperti sarebbe

potuto fuoriuscire

un

suono che

29


si sarebbe propagato all’esterno con

un effetto impressionante. Lo scopo?

Forse ricreare il suono della creazione,

o forse produrre un suono piacevole

e rilassante per intensificare il

profondo simbolismo religioso.

Per completare il quadro ricordiamo

che sono stati condotti esperimenti

sonici nella Camera del Re, dai

quali è emerso che questa è sensibile

alle frequenze molto basse grazie al

quarzo contenuto nel granito; le camere

sovrastanti avrebbero funzionato

da cassa di risonanza, modulando

diverse frequenze, e il tutto avrebbe

costituito una specie di grande diapason

per riprodurre le frequenze della

Terra. In tal caso i canali avrebbero

assunto la funzione di canne d’organo

in grado di riprodurre suoni

diversi. In seguito un terremoto

avrebbe rotto il meccanismo.

Il sarcofago stesso avrebbe

mostrato una svariata tipologia

di risonanze corrispondenti

a quelle ambientali.

Il vento creerebbe una

vibrazione armonica

compresa fra 16 e 0,50

Hz, di bassa frequenza

e non udibile dall’orecchio

umano, simile ad

un accordo in Fa

diesis che corrisponde

al centro

di risonanza

della Terra,

cosa testimoniata

dagli antichi

scritti egizi. Quindi

i blocchi sarebbero

accordati sulla frequenza

della Terra. Gli

sciamani americani

intagliavano ossa e

legno per fabbricare

flauti che producevano

la stessa nota: un Fa

diesis. Un flauto ritrovato da Leopoldo

Batres nella Piramide del Sole

a Teotihuacan, andato perduto, sembra

che "producesse una scala musicale a

sette note, diversa da quella europea”.

Tutta la materia, corpo umano

compreso, è composta da atomi che

vibrano secondo determinate lunghezze

d’onda; la malattia è una alterazione

di queste frequenze. Recenti

studi hanno confermato che ogni particella

subnucleare è influenzata dalle

variazioni lunari, terrestri e solari,

da alterazioni dei campi magnetici,

macchie solari, terremoti, dai campi

elettromagnetici; abbiamo la dimostrazione

che a livello sub atomico la

materia vi-

30


vente interagisce con qualsiasi altra

materia. Si entra nel campo della

radioestesia. La piramide assume ben

altro e più grande significato. Siamo

in presenza di un tempio o di un congegno

che, sfruttando l’energia sonica

prodotta da qualche particolare nota

musicale, svolgeva una precisa funzione

a noi sconosciuta? Le ipotesi

sono molteplici: solo un effetto scenico,

una centrale energetica o, come

ipotizza qualcuno, una porta spazio

temporale? La teoria è a dir poco

affascinante ma potrebbe divenire inquietante

se si dovesse scoprire che si

trattava di un meccanismo utilizzato

per cambiare la frequenza delle onde

cerebrali; una sorta di macchina per

il lavaggio del cervello. Notiamo che

7 Hz provocano frequenze volte al

trascinamento del cervello e frequenze

Alfa vengono usate nella

terapia della musica per contribuire

a ridurre lo stress nei

pazienti.

Non dimentichiamo le

altre ipotesi riguardo alla

sua funzione: un teodolite

di precisione, un osservatorio

celeste, una pompa per

prelevare acqua dal Nilo,

un generatore di energia. Si

narra che, sia Siemens sia tale

Cameron Verne, scoprirono

un campo di energia intorno

ad essa. A un terzo dalla base,

all’incirca nella stessa posizione

della Camera del Re, gli effetti

erano più intensi quando un lato era

rivolto al nord magnetico in linea

col campo magnetico della Terra.

Era stata scoperta l’energia, il potere

della piramide. Ricordiamo il brevetto

di Drbal per affilare lamette, le

certificazioni di effetti terapeutici, la

capacità di mummificare, la moda di

conservare tutto in involucri a forma

di piramide.

Il fisico Gohed dichiarò che quanto

avviene all’interno del monumento

contraddice tutte le leggi della scienza.

Un girasole posto nella camera

del Re gira in senso contrario. Si dice

che la piramide abbia il potere di

rallentare l’inversione dei poli magnetici

che avviene al termine della

precessione e di evitare all’umanità

catastrofi naturali.

Dalla piramide sono state estrapolate

date di eventi storici, trasformandola

in un grande contenitore di

profezie; l’elenco delle date è lungo

e comprende la nascita di Cristo,

l’esodo degli Ebrei, la scoperta dell’America,

l’inizio e la fine della prima

Guerra mondiale, ovviamente le date

della seconda; viene segnalato il 1991

come epoca di grandi cambiamenti,

l’ultima data menzionata è il 2001.

Perché non si va oltre? Per caso questa

segnava la fine del mondo?

Ma per rimanere obiettivi rammentiamo

quanto scritto da Umberto

Eco nel suo Pendolo di Foucault:

"Misurando quel chiosco vedremo che la

lunghezza del ripiano è di 149 cm. Un

centomiliardesimo della distanza Terra-

Sole, l’altezza posteriore di 176 centimetri

divisa per la larghezza della finestra di 56

fornisce il valore di 3,14. La somma degli

spigoli, 190 + 176 x 2 è uguale a 730, anno

della vittoria di Poitiers. Lo spessore del

ripiano è di 3,10 centimetri e la larghezza

della cornice della finestra di 8,8, sostituendo

ai numeri interi le relative lettere

dell’alfabeto otteniamo C10H8 formula

della naftalina."

Siamo consapevoli che quando si

parla di piramide non esistono assolute

certezze ma solo teorie, ipotesi,

asserzioni che a volte la scienza ufficiale

accetta per convenienza.

Concludiamo quindi con una ipotesi

interessante che dipinge uno scenario

fantastico, ma non impossibile,

dove un’antica civiltà evoluta tecnologicamente,

in possesso di notevoli

conoscenze astronomiche, scopre una

catastrofe ciclica che mette in pericolo

l’intero pianeta. Ogni 18.900 anni

31


Nell'immagine:

Orientamento

astronomico dei

condotti della

Grande Piramide.

32

circa i campi elettromagnetici solari

si sovrappongono, causando un’inversione

magnetica solare che porta ad

un ribaltamento magnetico terrestre;

quando il campo magnetico solare

cambia direzione tende a sbilanciare

la Terra dal suo asse, esponendola a

terremoti, inondazioni ed eruzioni

vulcaniche. Quel popolo non può

evitare il disastro, ma i sopravvissuti

decidono di avvertire le civiltà future

riguardo al fenomeno e progettano

di lasciare un messaggio costruendo

qualcosa che il tempo non possa

distruggere

facilmente.

Scolpiscono

un

monolite,

che affiora

nella fertile

pianura,

dando

forma ad

un gigantesco

Leone

che osserva

all’orizzonte

il sorgere

dell’omonima

costellazione;

indicano

così il momento

dell’inizio di una nuova epoca.

Devono avvertire che la catastrofe è

legata al ciclo delle macchie solari,

la cui durata è di 11,1 anni. Di conseguenza

innalzano tre Piramidi in

modo che la loro distanza dal Leone

corrisponda a 111,111 gradi precessionali,

stabilendo un riferimento al

ciclo delle macchie solari. Inseriscono

quindi nella piramide più grande

dei "condotti", facendo in modo che

8.000 anni dopo, cioè nel 2450 a.C.,

risultino allineati con alcune stelle; il

numero 8000 diviso per 72, valore del

grado precessionale, fornisce 111,111.

Non solo, nel costruirle fanno in modo

che esse riproducano sulla Terra la

posizione delle tre stelle della cintura

di Orione; chi leggerà il messaggio

saprà che all’epoca della costruzione,

nel 10450 a.C., risultava spostata più

in alto di 111,111 gradi rispetto alla

sua posizione perché saranno trascorse

5 fasi e si avvicinerà il completamento

del relativo ciclo di 18.900

anni solari.

Edificano la Grande Piramide con

lo scopo di rallentare, o impedire,

l’inversione dei poli; la rivestono di

calcare bianco in modo che risplenda

al sole e sia visibile da lontano, la

ricoprono di iscrizioni che narrano

l’evento disastroso, spiegano la funzione

del monumento e cosa accadrà

nel futuro. Le piramidi creeranno

una cupola di energia di smisurate

proporzioni, idonea a salvare tutto

quanto si trova al suo interno.

Oggi sappiamo che un ciclo di

macchie solari si compie in 187 anni

e 20 cicli corrispondono a 1.366.040

giorni, un collegamento alla data

di inaugurazione del Tempio della

Croce di Palenque (1.359.540). Con i

Maya un’altra corrispondenza; considerando

che la distanza massima


fra una località e l’altra è metà della

circonferenza terrestre, la sezione aurea

di tale distanza è 12.360; in realtà

12.320 chilometri separano Giza da

Teotihuacan. Per caso la loro localizzazione

dipende da un unico progetto?

Il Viale dei Morti è allineato con

il vecchio Polo Nord con un errore

di soli 2 gradi. I Maya imputavano lo

spostamento dei poli terrestri proprio

all’inversione del campo magnetico

solare di cui conoscevano la durata

ciclica. Prestavano molta attenzione

al ciclo di 260 giorni perché in tale

periodo si sovrappongono i campi

magnetici solari; il pianeta Venere veniva

difatti osservato per tenere sotto

controllo i cicli delle macchie solari

dato che dopo venti cicli si verifica

tale inversione.

Attualmente ci troviamo nel momento

in cui il Leone osserverà il sorgere

dell’Acquario; siamo nell’età del

ferro; e questo ci riporta alla mente le

parole di Enoch: "Verrà il giorno in cui

la Torre renderà ciò che le è stato affidato;

la piramide salterà come un ariete e terminerà

la triste età del ferro."

Qualcuno dice che la piramide

generi delle energie, ma c'è di più:

le stesse energie sono riscontrabili

anche in tutti i modelli della Grande

Piramide e ogni tipo di modello costruito

dicono "mummifichi" qualsiasi

tipo di materia organica morta.

Carne, pesce, uova, frutta, fiori,

erbe, etc... Tutto viene perfettamente

conservati, anche per anni.

Di tutto questo gli Egizi non dovevano

essere a conoscenza. E' risaputo

infatti che non mummificavano i loro

Re ma ne imbalsamavano i corpi, privandoli

di tutte le interiora e di quelle

parti che avrebbero potuto causare

putrefazione.

Quindi il

corpo veniva

trattato,

con procedure

speciali

e cerimonie

religiose

appropriate,

per sessanta

giorni;

un numero

determinato

più che

altro dalla

cerimonia

religiosa,

riportando

tale trattamento

alla scomparsa periodica

dal cielo Boreale della stella Sirio.

Durante questo periodo il corpo era

tenuto in appositi bagni di aromi speciali,

poi spalmato di unguenti appositi

e infine, con cerimonie sacre che

accompagnavano ogni atto, veniva

fasciato con lunghe bende. Alla fine

di tutto questo, il corpo così preparato

veniva chiamato "mummia" e

deposto nel sarcofago, con una maschera

dorata, in luoghi sotterranei

fuori dalla portata dei profanatori di

tombe.

La vera mummificazione avviene

invece nei modellini in scala della

33


34

Grande Piramide, senza mai toccare

o manomettere il soggetto durante

il periodo chiamato "d'incubazione",

che varia da alcuni giorni a qualche

mese, a seconda delle dimensioni del

soggetto da "trattare"e delle dimensioni

della piramide. Tale sconcertante

e affascinante scoperta

avvenne per caso quando

un giorno un certo Antoin

Bovis, francese, durante

un viaggio in Egitto,

visitando la celeberrima

Piramide, trovò nella

Camera del Re alcuni topi

e pipistrelli mummificati,

entrati per caso e in seguito

morti, forse per fame.

Invece di imputridirsi

o marcire, come sarebbe

stato naturale che avvenisse,

erano lì, davanti ai

suoi occhi stupiti. Con un

lampo d'intuizione Bovis

dedusse che la causa poteva

essere proprio la forma

geometrica della piramide

per cui, rientrato dal viaggio,

volle provare se la sua

intuizione fosse valida:

realizzò con del semplice

cartone un modellino in

scala 1/500 della Grande

Piramide e vi sistemò, ad

1/3 di altezza (come è situata

la "Camera del Re" )

dalla base, un gattino morto.

Attese una settimana e

quando tornò a controllare

trovò sotto la piramide il

gattino perfettamente intatto, che non

emanava alcun cattivo odore.

Provò con altre sostanze organiche:

tutte puntualmente subivano lo

stesso effetto...

La notizia, tra l'incredulità generale,

fece comunque il giro del mondo,

snobbata dagli egittologi e raccolta dai

ricercatori privati; furono eseguiti altri

svariati esperimenti, finché, da un ingegnere

elettronico cecoslovacco, Karl

Drbal, nacque addirittura il brevetto

N° 91304, per modellini di piramide

"tipo Cheope" che consentono di

mantenere bene affilate le lamette da

barba. Difatti questo piccolo modellino

(circa 10 cm d’altezza) permette ad

una semplice lametta da barba delle

più comuni di eseguire tra le 50 e le

100 rasature, purché dopo l'uso venga

rimessa all'interno della piramide.

Non è facile immaginare quanto

abbia faticato quell'ingegnere a convincere

la commissione preposta al

rilascio del brevetto, poiché in realtà

non aveva argomenti validi a spiegare

quale fenomeno avviene in una simile


struttura di cartone. Infatti passarono

10 anni prima che la Commissione

giudicasse "del tutto eccezionale"

l'invenzione (diciamo meglio, la scoperta)

dell’ing. Drbal, rilasciandogli il

brevetto.

Approfittando della stranezza di

questa invenzione, una ditta californiana

di materie plastiche mise in

vendita a scopo pubblicitario alcune

centinaia di modellini di piramide in

plastica, confezionati con una lametta

da barba in omaggio. In breve

tempo però la produzione fu sospesa

e i modellini ritirati dal mercato: la

piramide funzionava e la vendita di

lamette stava calando; la civiltà dei

consumi ha le sue leggi.

Ancora oggi non si è riusciti a

scoprire che cosa davvero accade

nello spazio all’interno della piramide.

Sono state fatte molte ipotesi: si

parla di onde cosmiche provenienti

dallo spazio, che sarebbero convogliate

e amplificate nel

centro della piramide; o

anche dell’azione del flusso

del tempo che, amplificata

dalla costruzione, renderebbe

possibile conservare

la materia organica morta,

disidratandola così rapidamente

da non darle il

tempo di imputridire.

Secondo recenti studi

sembra invece che l’energia

in ballo sia un tipo di radiazione

elettromagnetica,

dell'ordine delle nano-onde.

Tale energia, irradiata

all'esterno e concentrata

nello spazio interno, sarebbe

dovuta semplicemente

alla forma della piramide

e al fatto di possedere 5

punte: l'apice e i 4 vertici

della base, che avrebbero la

funzione di ricetrasmettitori

di nano-onde. Le punte

convoglierebbero le radiazioni

delle molecole a 1/3

d'altezza dalla base della

piramide: nella "Camera

del Re", quindi.

Comunque l'energia

che riesce a concentrare la

piramide crea un’atmosfera

fortemente satura, con lunghezze

d'onda attorno ai 10 nanometri. Lo

stesso tipo di energia viene irradiato,

in parte, anche all'esterno della punta

superiore ma non sembra avere gli

stessi effetti, comunque alcune compagnie

aeree evitano di far passare i

loro aerei sopra le piramidi poiché a

volte si rilevano strane anomalie nella

strumentazione di bordo.

35


dalla pietra gre

alla piramide

di Aldo Tavolaro

36

Nel linguaggio

iniziatico la Pietra

grezza è il simbolo del neofita che non

possiede ancora la preparazione adeguata

per partecipare alla costruzione

del Tempio Universale. La pietra

cubica è invece il simbolo di chi ha

cominciato a lavorare su se stesso e

ad acquisire le conoscenze necessarie

a concorrere a quella costruzione.

E' comunque opportuno aggiungere

che la pietra grezza è considerata

anche androgina, costituendo la

perfezione dello stato primordiale.

Inoltre essa è materia passiva, ma se

su

di essa

viene esercitata

esclusivamente l'attività umana

essa si svilirà, mentre se vi si esercita

anche l'attività spirituale, al fine di

farne una pietra levigata, essa si nobiliterà.

La pietra levigata, detta anche

cubica, esprime quindi la nozione di

stabilità, equilibrio, compiutezza.

Se alla pietra cubica sovrapponiamo

una piramide il simbolismo si estende

ad indicare la manifestazione sottile


zza

che

penetra

integralmente

quella corporea

e la domina: stiamo parlando

dell'Opera dei Saggi o Pietra Filosofale.

In altre parole, alla dimensione

umana, rappresentata dalla pietra

cubica che condensa materia e spirito,

si aggiunge la Conoscenza.

Questo simbolismo in exterioribus

merita a mio parere un approfondimento,

tanto più che è evidente

l'intenzione in superioribus di quanti

questi simboli ci hanno tramandato.

Innanzi tutto l'inclinazione degli

spigoli della piramide richiama i raggi

del sole che scendono sulla terra,

sottolineati ed esaltati da uno squarcio

fra le nubi. E questo è già un accostamento

cosmico. Inoltre, fra le tante

piramidi che ci circondano, è quella di

Cheope la piramide per eccellenza, da

numerosi anni a questa parte oggetto

di continui studi che coinvolgono

37


icercatori d'ogni parte del mondo.

In quel monumento, a parte le ipotesi

stravaganti che non mancano mai in

nessuna ricerca, sono racchiuse formule

matematiche incontrovertibili

che lasciano stupefatti e che ne fanno

un libro di pietra.

Pur se è presente il p, che è un rapporto

correlato al cerchio, sovrano è

il f, il numero d'oro 1,618, che possiamo

ben definire come il rapporto

che domina nel creato. Infattioltre

che nel corpo umano, lo troviamo nel

mondo vegetale, nel mondo animale,

in quello sottomarino e perfino nelle

distanze dei pianeti dal Sole e di alcuni

satelliti dai pianeti.

In particolare nella Grande Piramide:

• l'altezza della faccia triangolare

divisa per la metà della base dà il

numero d'oro 1,618;

• la superficietotale della piramide

divisa per la superficie laterale dà

1,618;

• la superficie laterale della piramide

divisa per la superficie di base

dà 1,618;

• l'altezza della piramide divisa per

la metà del lato di base dà 1,272,

che rappresenta la radice quadrata

di 1,618;

• la lunghezza dello spigolo laterale

divisa per l'altezza della faccia

triangolare dà 1,174, che è la radice

cubica di 1,618;

• la superficie di una delle facce

laterali triangolari è uguale al

quadrato dell'altezza del monumento;

• l'altezza della piramide è medio

proporzionale tra la metà del lato

di base e l'altezza della faccia

triangolare;

• l'altezza della faccia triangolare

divisa per l'altezza della piramide

dà 1,272, radice quadrata di 1,618;

• dividendo il perimetro di base della

piramide per il doppio dell'altezza

si ottiene 3,14;

• la superficie del quadrato di base

divisa per la superficie del triangolo

mediano, corrispondente alla

sezione della piramide, dà 3,14.

La piramide è un libro di pietra, vi

sono racchiuse le conoscenze matematico-geometriche

che regolano

gran parte del creato, ma è anche

un esempio di come il numero sia

qualcosa di più di una entità astratta

usata per descrivere una quantità.

38


ORIZZONTE adv

39


Introduzione

al giubileo

di Franco Ardito

“I

ntroduzione al Giubileo”, ultimo del

libro di Claudio Monachesi, a

prima vista potrebbe sembrare una

delle tante attività fiorite intorno al

Giubileo della Misericordia e interessanti

solo perché funzione di questo

accadimento. Basta aprirlo, però,

per rendersi conto che si tratta di

tutt’altra cosa, che il Giubileo papale

ne rappresenta solo un aspetto e, per

certi versi, un puro pretesto e che il

libro vive di vita propria, mettendo

insieme concezioni cristiane, sacre

scritture, qabbalah, logiche iniziatiche

e tradizioni esoteriche diverse,

collegate e armonizzate da una mente

eclettica qual è quella di Claudio

Monachesi. Talchè non è strano che

nell’introduzione di Fabrizio Mariani,

peraltro scritta per la prima

stesura di Introduzione al Giubileo

2000 e qui riproposta, si parli di

percorso iniziatico in cui i luoghi,

pur sacri alla cristianità, diventano

luoghi dell’anima, cammino di perfezione,

strumenti verso la ricerca di

se stessi. Si scopre così che il pensiero

cristiano estende le sue radici in

territori ben più profondi dei semplici

aspetti dogmatici e devozionali, e

che anche in essi è la potenza della

rigenerazione.

Il viaggio si sviluppa attraverso

la “Rosa del Giubileo”, suddivisa in

12 settori perché il 12 rappresenta il

numero della completezza, del ciclo

concluso, che diventano 14 se si considerano

anche il sopra e il sotto. In

questo modo il cerchio si trasforma

in struttura elicoidale, scopre l’alto e

il basso, la necessità di salire.

La “Rosa del giubileo” comprende

40


tutti gli spazi da visitare, con i relativi

“misteri”, da scorgere soprattutto

nella propria interiorità:

1. S. Maria ai Martiri, situata

nel Pantheon, un testimone bimillenario.

Rappresenta i misteri dell’iniziazione

e dell’ascensione in cielo

come passaggio di un culto in un altro

culto, di un cielo in un altro cielo.

2. S. Maria in Vallicella, la

Chiesa Nuova fatta costruire da San

Filippo Neri, che vi è sepolto. Individua

i misteri della gioia e dell’allegria.

3. San Pietro in Vaticano, la ricchezza,

le due chiavi: d’oro e d’argento: i

misteri della grandezza di questo mondo.

4. Porziuncola, luogo della

riunione mondiale delle religioni; è il

simbolo dei misteri del farsi piccoli.

5. S. Maria Aracoeli, il risveglio

dal sonno, Mosè ed Elia, Cesare Augusto.

I misteri della trasfigurazione.

6. S. Paolo fuori le mura e l’Abbazia

delle Tre Fontane, la tomba

di Paolo nella croce egizia. Il luogo del

martirio. L’altare di San Bernardo di

Chiaravalle con accanto l’Ara dei Fratelli

Arvali: i misteri della conversione.

7. San Sebastiano fuori le mura.

La “Memoria Apostolorum” nelle

catacombe. Due acrostici: Ictus,

Vitriol. Le orme dei piedi (i pesci) lasciate

sulle pietra da Gesù). I misteri

delle profondità degli abissi e della

Pentecoste.

8. San Lorenzo fuori le mura.

Due basiliche che si uniscono una

all’altra annodandosi agli absidi. Il

silenzio. La cenere di Lorenzo. I misteri

della morte.

9. Santa Croce in Gerusalemme.

Le ultime sette parole di Gesù sulla

croce. Le 14 stazioni della Via crucis.

INRI, INBI, INMH. I misteri della

passione.

10. Santa Maria Maggiore. La

fondazione rituale con l’aratro fatta

da Papa Liberio, che ne tracciò il

perimetro similmente agli antichi. I

misteri della nascita, della verginità,

dell’assunzione.

11. Santa Prassede, dove è stato

raccolto il sangue di circa duemilatrecento

martiri. I misteri della Gerusalemme

Celeste.

12. Santo Stefano Rotondo,

il sepolcro di Gesù. I misteri della

resurrezione.

13. San Giovanni in Laterano,

Mater Urbis et Orbis, ovvero i misteri

dell’ascensione in cielo.

14. Sancta Sanctorum, ovvero i

misteri di “Atziluth”.

Così il ciclo è completo. Obiettivo

del viaggio è assumere l’esperienza

giubilare a motivo iniziatico,

farne una strada d’elevazione, la

propria strada, vivendola in modo

pieno e completo, trasportandosi in

un luogo non luogo, in un tempo

al di là del tempo, sostanzialmente

muovendosi in una dimensione

sacrale con la coscienza di essere

noi stessi luogo, tempo e sacralità.

E ritrovare se stessi alla fine del

viaggio, con la consapevolezza che

un ciclo si è concluso, e che siamo

in grado di iniziarne un altro.

Ci ritroviamo di nuovo tutti insieme

giù, poco fuori l’edificio della Scala

Santa; ci sono ancora commenti richieste

consigli interrogativi baci strette di

mano... E qualcuno che si meraviglia

del tempo, repentinamente cambiato,

senza più vento, il cielo d’un grigio uniforme

e una pioggerellina che quasi non

bagna i nostri capelli i nostri vestiti.

Alcuni di noi per andare alle automobili

camminano ancora insieme,

alcuni osservando il cielo... Sono stanco,

ma soddisfatto e quasi incredulo che

sia potuto accadere tutto questo... Una

vecchia mendicante farfuglia con la

bocca vuota ‘la carità’… E in fondo, già

visibile, la statua di S. Francesco benedicente...

E di lato Porta S. Giovanni, e

le mura aureliane che si dirigono virili

verso S. Croce in Gerusalemme.

“ Dove andiamo a cena stasera?”

Claudio Monachesi

Introduzione

al Giubileo

Edizioni

Terre Sommerse

www.terresommerse.it

41


arte e scienza

di Paolo Maggi

42

“O tu ch’onori scienzia ed arte,

questi chi son c’han cotanta orranza,

che dal modo delli altri li diparte?”

E quelli a me: “L’onrata nominanza

Che di lor suona su nella tua vita,

grazia acquista in ciel che sì l’avanza”

(Inferno, IV)


Dante, un maestro di sapere,

come il suo Virgilio, per essere

definito tale doveva essere un erudito

tanto nelle materie scientifiche, quanto

il quelle letterarie. Ma esiste oggi

nella cultura moderna un dialogo tra

arte e scienza? Almeno apparentemente

no. Nella mentalità corrente il

sapere umanistico e il sapere scientifico

sembrano anzi essere due forme

di conoscenza in antitesi tra loro. Sono

percepiti come due modi di vedere

il mondo completamente divaricanti,

basati il primo su un approccio intuitivo

ed estetico alla realtà, il secondo

su un approccio razionale. E tra di

essi non può essere stabilito nessun

rapporto di collaborazione. Due mon-

Nella foto:

Jan Vermeer.

L'Astronomo

(1668)

43


44

di che, peraltro, spesso si guardano

l’un l’altro con reciproco disprezzo.

Eppure questa dicotomia tra arte

e scienza è relativamente moderna,

frutto della rivoluzione scientifica del

XVIII secolo. In epoca classica non

esisteva una contrapposizione tra la

dimensione estetica e quella scientifica.

Basti pensare che il termine greco

techne e l’equivalente latino ars, significavano

entrambi tecnica, ma anche

arte. Le grandi filosofie dell’antichità

erano spesso un esempio di profonda

armonia tra scienza ed arte. Pitagora

e i suoi successori vedevano il mondo

della natura, quello della matematica

e della musica intimamente interconnessi.

Ippocrate, nel V secolo a.C.,

dava della medicina una definizione

che si collocava a metà strada tra le

certezze dell’episteme e le incertezza

dell’esperienza empirica.

Aristotele poi aveva un’idea ben

chiara di cosa potesse essere definita

arte, un’idea rivoluzionaria e tuttora

attuale, ancorché ignorata dai più:

arte e scienza sono entrambe figlie di

un’unica madre, l’esperienza. E l’arte

è punto di incontro fra molte competenze

empiriche.

“L’esperienza è per gli uomini solo il

punto di partenza da cui derivano scienza

ed arte. L’arte nasce quando da una molteplicità

di nozioni empiriche venga prodotto

un unico giudizio universale che abbracci

tutte le cose simili tra loro. Infatti l’esperienza

si limita a ritenere che una certa

medicina sia adatta a Callia colpito da una

certa malattia, o anche a Socrate o a molti

altri presi individualmente; ma a giudicare,

invece, che una determinata medicina

è adatta a tutti costoro considerati come

un’unica specie (ossia affetti, ad esempio,

da catarro o da bile o da febbre), è compito

riservato all’arte.” (Aristotele, Opere,

Metafisica, Laterza Bari, 1988).

Dunque, la definizione di arte che

dà Aristotele, è assai più ampia di

quella comunemente intesa, che la

vede solo come un’attività umana che

porta a forme creative di espressione

estetica. E la medicina, secondo la


Leonardo da Vinci e il

Rinascimento

L’esergo ci ricorda poi come, nel

Medioevo, il sapere fosse percepito

come un’unità che non poteva

prescindere dalle sue due principali

componenti. Ma forse è il Rinascimento

l’epoca in cui sono stati più

stretti i rapporti tra scienza ed arte,

soprattutto grazie all’opera geniale di

Leonardo da Vinci che ha rappresentato

il più alto punto d’incontro tra

questi due universi. Le sue macchine

ne sono un chiaro esempio. Macchine

da guerra e teatrali, idrauliche e

industriali, per muoversi sulla terra,

sopra e sotto le acque, e per volare.

In esse, lo studio della prospettiva,

nato nel mondo della pittura, assume

un ruolo centrale. Ma Leonardo, artista

e scienziato, non costruisce solo

macchine. Studia la natura: le forme

delle nubi, il movimento delle acque,

gli insetti e gli uccelli. E soprattutto

il corpo umano. Leonardo dunque

personifica l’idea aristotelica di arte e

scienza: entrambe sono intimamente

connesse, frutto di un'incessante ricerca

empirica. E collaborano fra loro

per produrre conoscenza.

In tutto il Rinascimento gli artisti

usano la prospettiva per rappresentare

e per documentare il mondo

che li circonda. Ma la prospettiva

ha un ruolo ancora più importante

nella filosofia dell’epoca: è usata per

assegnare all'uomo un ruolo nuovo

nel creato. Un ruolo centrale. La

geometria e la matematica diventano

dunque sia un mezzo per rappresentare

il mondo, sia per conferire

all’uomo che lo osserva una posizione

di preminenza.

visione aristotelica, allora come ora, è

arte per eccellenza.

La situazione attuale

Oggi vi sono delle zone di confine

in cui arte e scienza sembrano tornare

a dialogare, come nel Rinascimento.

E il punto di incontro sembra

tornato ad essere il mondo delle

Nella foto:

Leonardo da Vinci,

L'uomo vitruviano

(ph. Luc Viatour)

45


Nell'immagine:

Alberi come frattali.

46

immagini.

I frattali ne sono un esempio. Nel

1975, un matematico francese di

origine polacca, Benoit Mandelbrot

coniò il termine frattale per indicare

quelle forme geometriche che, a differenza

di quelle euclidee, non sono

regolari. In natura ne esistono esempi

diversi: dai fiocchi di neve alle nuvole,

alle montagne, ai rami degli alberi.

Un albero ha molti rami, e questi

somigliano a piccoli alberi, i rami

grandi si dividono in rami sempre più

piccoli, e anche questi somigliano ad

alberi ancora più piccoli. In alcuni

casi, come i cristalli, questo fenomeno

è riproducibile fino a livello microscopico.

Si tratta della cosiddetta

autosomiglianza frattalica. E fu proprio

con le immagini tridimensionali,

realizzate presso i laboratori IBM,

che Mandelbrot riuscì a dimostrare la

sua nuova teoria geometrica. E' stato

questo un evidente esempio di convergenza

tra arte e scienza. Quelle

immagini hanno sorpreso per la loro

bellezza e, al tempo stesso, per il loro

valore scientifico. C’è chi sostiene

che un panorama, un arredamento,

un’immagine ci colpiscono per la loro

bellezza non quando hanno le forme

squadrate della geometria euclidea,

ma quando ripropongono il fenomeno

dei frattali.

Nel 1986 la 42esima edizione della

Biennale di Venezia, curata dal grande

critico dell’arte Maurizio Calvesi,

fu dedicata proprio al rapporto tra

arte e scienza. E furono invitati i

principali esperti in questo campo. In

quell’occasione, le immagini generate

al computer furono definite una nuova

tecnica paragonabile per importanza

alla scoperta rinascimentale della pro-


spettiva. In quegli anni Donna Cox,

un’artista che da anni lavora a fianco

di scienziati all'Università dell'Illinois,

scrisse un saggio intitolato "Rinascimento

digitale", espressione ancora oggi

utilizzata per definire il rapporto fra

arte e tecnologia. Il computer oggi,

come lo studio della prospettiva all'epoca

di Leonardo, è un mezzo per rappresentare

e ricostruire il mondo che

ci circonda. Con il computer siamo in

grado di rappresentare un universo in

cui le barriere spazio-temporali sono

state abbattute. Con il computer è

possibile generare nuove immagini,

nuovi modelli sia della realtà, che dei

prodotti della tecnica. La prospettiva

del terzo millennio è dunque il computer

e il suo immenso potere di rappresentazione.

Il computer ha ripreso

a far dialogare scienza e arte.

Roger Guillemin, Nobel per la

medicina nel 1977 per aver scoperto

le endorfine, si dedica da alcuni

anni all’arte digitale. Egli sostiene

che la tecnologia e, in generale, tutte

le applicazioni della scienza sono

vicine all'arte perché, come quest’ultima,

sono vere e proprie creazioni

della mente umana. E il computer è,

ancora una volta, il punto d’incontro

tra arte e tecnica, perché con esso si

possono fare calcoli scientifici, come

realizzare opere d'arte.

Sotto:

Mosca bianca,

opera digitale di

Antonio Riello.

47


48

La ricerca del bello

Ma arte è anche rapporto con il

bello. E vi è una affascinante quanto

controversa teoria secondo cui la nascita

delle scoperte scientifiche sarebbe

guidata dalla ricerca del bello. In altre

parole, la storia della scienza sarebbe

una storia d’immagini che hanno

attirato gli scienziati

per il loro fascino, la

loro bellezza, la loro

semplicità e, come

conseguenza naturale,

la loro veridicità.

Secondo questa

ipotesi, la sensazione

di bellezza che si può

provare di fronte ad

una teoria può essere

tale da rendere possibili

quei balzi della

mente dall’esperienza

sensibile all’intuizione

di un’ipotesi scientifica

rivoluzionaria,

che sono in grado

di superare i vincoli

coartanti del rigoroso

criterio deduttivo.

Certo, il senso

artistico, il senso del

bello possono aiutare

molto la mente intuitiva

che oggi molti

sono disposti a ritenere

il vero motore di

ogni grande scoperta

scientifica, e la bellezza

dell’immagine,

intuita nel fenomeno

naturale studiato,

può essere essa stessa

talmente potente da

rendere secondaria l’importanza della

validazione sperimentale della teoria:

Pulchritudo splendor veritatis.

Indubbiamente si tratta di una teoria

molto discutibile, che trova le sue

origini nelle testimonianze di grandi

scienziati che hanno descritto le loro

scoperte.

Il fisico matematico Hermann

Weyl disse: “Nelle mie ricerche mi

sforzai sempre di unire il vero al bello; ma

quando dovetti scegliere fra l’uno e l’altro,

di solito scelsi il bello” .

Lo stesso Einstein, rispondendo

a chi gli chiese cosa avrebbe fatto se

l’esperimento non avesse confermato

la sua teoria, disse: “Tanto peggio per

l’esperimento. Ha ragione la teoria!”

Paul Dirac, dopo aver costruito

un’equazione dell’elettrone matematicamente

più elegante delle prece-


denti, che in seguito portò alla teoria

dell’antimateria, affermò: “Per le nostre

equazioni la bellezza è più importante

dell’accordo con gli esperimenti”.

Werner Heisenberg, parlando del

momento in cui realizzò l’importanza

di una sua scoperta, racconta: “La

mia prima impressione fu di sgomento:

ebbi l’impressione di osservare, oltre la

convincenti. Un fatto è certo: la bellezza

della natura è un potente stimolo

allo studio dei suoi misteri. Diceva

il grande matematico Henri Poincaré:

“Lo scienziato non studia la natura perché

sia utile farlo. La studia perché ne ricava

piacere; e ne ricava piacere perché è bella.

Se la natura non fosse bella, non varrebbe

la pena di sapere e la vita non sarebbe

degna di essere vissuta

(...). Intendo riferirmi

a quell’intima bellezza

che deriva dall’ordine

armonioso delle parti e

che può essere colta da

un’intelligenza pura”.

superficie dei fenomeni atomici, un livello

più interno di misteriosa bellezza”.

I detrattori di questa teoria ricordano

che, in alcuni casi, le ipotesi

dimostratesi vere non erano necessariamente

quelle più esteticamente

Arte e Medicina

Pochi dubbi invece

vi sono che sia la

medicina il territorio

in cui arte e scienza si

incontrano e generano

i risultati migliori.

Questo perché la salute

è un’entità molto

diversa da qualsiasi

altra cosa ci circondi

e che possa coinvolgere

l’attività dell’uomo.

La salute non

è un prodotto della

tecnica, e dunque

il medico non è un architetto,

un ingegnere

o un artigiano. La

salute non è ricerca o

conoscenza e dunque

il medico non è uno

studioso nel senso

stretto del termine,

o un insegnante. La

salute non è organizzazione

sociale e dunque

il medico non è un avvocato, un

economista o un politico. La salute non

è un’opera d’arte e dunque il medico

non è un artista, almeno nel significato

corrente che diamo a questo termine.

Eppure per riprodurre o per tutelare la

Nella foto:

Lezione di anatomia

di Velpeau all'Hôpital

de la Charité-

Tavola di Augustin

Feyen-Perrin (1864).

49


Nell'immagine:

Pablo Picasso,

Scienza e Carità,

1895. Museo Picasso

de Barcelona

50

salute servono tutte le cose che abbiamo

citato: la tecnica, la ricerca, la

cultura, l’organizzazione sociale. E il

medico deve interessarsi spesso di tutte

queste discipline rimanendo sempre

altro da ciò, restando un punto d’incontro

e sintesi di questi diversi saperi,

secondo la definizione che dà del’arte

Aristotele.

Infine, a proposito di arte, non possiamo

dimenticarci che, ancor oggi,

l’unica categoria entro la quale può

ricadere l’attività del medico è quella

dell’arte, appunto, l’arte medica.

E se, per Aristotele, l’arte medica

nasce dall’incontro fra le diverse discipline

del sapere empirico di cui essa si

compone, il metodo medico consiste

nel ricostruire il percorso tra queste

discipline. Studiare il metodo somiglia

un po’ a quel gioco nel quale si disegnano

figure su di un foglio unendo i

puntini secondo una data sequenza.

La finalità è una sola: acquisire

un’intelligenza complessiva del sapere

umano, che permette di interagire

saggiamente con il corpo ammalato.

L’intelligenza complessiva del sapere è

una delle prerogative che caratterizza

questo indefinibile mestiere che deve

far dialogare la scienza, la tecnica, la

cultura, la società. E si fa, per questo,

arte, secondo l’idea di Aristotele.

Possedere l’intelligenza complessiva

del proprio ruolo è una caratteristica

di quei pochi che sono ancora

capaci di coltivare campi diversi

del sapere umano, e che riescono a

sottrarsi alla marea montante dell’analfabetismo

culturale, che oggi ci

vorrebbe tutti superesperti nel nostro

ristrettissimo campo d’interesse e

totalmente ignoranti di tutto il resto.

Tornare ad avere l’intelligenza

complessiva della scienza vuol dire

tornare a considerare l’uomo di

scienza e il medico come punti di

incontro e di sintesi tra sapere scientifico

e sapere umanistico, riuscire a

individuare come il proprio campo di

conoscenza si colloca nella società e

nella storia.


E' uscito

ORIZZONTE MAGAZINE

E' possibile sfogliarlo e scaricarlo gratuitamente all'indirizzo web

http://www.orizzontemagazine.it/orizzonte-n8-agosto-2016/

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