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Cameristica


Cameristica

domenica 25 settembre

I Solisti di Lugano

Pacato nella gioia e calmo nel dolore

A colloquio (immaginario) con Johannes Brahms

Eugenio Sacchetti

violino

di Gregorio Moppi

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Justina Auskelyte

violino

Anastasia Shugaeva

viola

Emlyn Stam

viola

Nikolay Shugaev

violoncello

Genevieve Brothwood

violoncello

programma

Johannes Brahms (1833 – 1897)

Sestetto n.1 in si bemolle maggiore

per archi, op. 18

1 – Allegro ma non troppo

2 – Tema con variazioni.

Andante, ma moderato

3 – Scherzo. Allegro molto.

Trio: Animato

4 – Rondò. Poco allegretto e grazioso

Johannes Brahms (1833 – 1897)

Sestetto n.2 in sol maggiore per archi,

op. 36

1 – Allegro non troppo

2 – Scherzo. Allegro non troppo.

Trio: Presto giocoso

3 – Poco adagio. Più animato.

Adagio

4 – Poco allegro

«Ecco, la mia vita – e non parlo soltanto della vita professionale – è

cominciata da qui. Di fatto, fino all’età di vent’anni non sono esistito».

Nella sua abitazione viennese Johannes Brahms tiene aperta di fronte

a sé una rivista dalla pagine spesse, ruvide, cavata fuori da mezzo

a partiture di Bach e Palestrina. È la “Neue Zeitschrift für Musik”,

giornale di critica musicale autorevole nei paesi di lingua tedesca,

sempre schierato dalla parte dei progressisti. Mostra un articolo di cui

indica la firma: Robert Schumann. «Un giorno ho bussato alla porta

della sua casa di Düsseldorf con un fascio di spartiti sottobraccio. Lui

ha acconsentito ad ascoltarli e ne è rimasto colpito, come la moglie

Clara, pianista eccelsa. Schumann non è stato propriamente mio

maestro. Tuttavia, dopo aver preso a frequentarlo, ho compreso che

quanto avevo fatto fino ad allora non valeva nulla. La sua vicinanza mi ha

spronato a librarmi alto nei recinti dell’arte, indirizzando il mio pensiero

verso le vette supreme della musica. Per me è stato come un venire di

nuovo alla luce, con una consapevolezza nuova. Il suo affetto e la sua

bontà mi hanno stimolato, incoraggiato. Ma l’elogio pubblico tributatomi

dalla pagine della rivista da lui fondata, l’aver presentato le mie prime

opere come qualcosa di eccezionale, hanno avuto su di me anche un

effetto destabilizzante: avrei saputo mostrarmene degno? sarei stato in

grado di non deludere le speranze?».

Sospira Brahms, con quel suo barbone bianco da profeta biblico

sul volto un tempo attraente. Gli anni ne hanno appesantito il fisico,

ma nessuna ruga gli segna la fronte; e la glauca velatura nordica degli

occhi trafigge l’interlocutore rammentando l’origine amburghese di

questo omone, scapolo incallito, che dietro l’aspetto severo dissimula

laceranti insicurezze. Un «eletto» lo definiva Schumann in quell’articolo

dell’ottobre 1853, pochi mesi prima di perdere il senno e venire

rinchiuso in manicomio.

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Nei lavori da camera e per pianoforte che il giovane Johannes gli aveva

presentato intravedeva un’attitudine tanto spiccata alla composizione

sinfonica («del pianoforte faceva un’orchestra di voci ora lamentose ora

esultanti di gioia. Erano Sonate, o piuttosto sinfonie velate...») da augurarsi

che presto vi si sarebbe dedicato con tutte le forze («se egli calerà la sua

bacchetta magica là dove la potenza della musica infonde la sua forza, nel

coro e nell’orchestra, allora ci verranno dischiuse prospettive ancora più

magnifiche nei segreti del regno dello spirito»).

Un viatico niente male per uno sconosciuto musicista di provincia,

no, maestro Brahms?

«L’auspicio di Schumann che potessi volgermi all’orchestra ponendomi sulla

strada di Beethoven, dopo che nessun altro compositore era stato capace di

portarne avanti l’eredità sinfonica in maniera davvero autorevole, neppure

Schumann stesso, suscitò un gran fermento nell’ambiente musicale tedesco

ed enormi aspettative. Cosicché l’articolo della “Neue Zeitschrift” ebbe

allora l’effetto di inibirmi più che spronarmi. Mi pareva di essere atteso al

varco della storia. Non si può avere un’idea di quello che si sente avvertendo

alle spalle i passi di un gigante come Beethoven».

Perciò ha deciso di scansare il confronto con la sinfonia...

«No, anzi. Subito ho deciso di gettare alle ortiche tanta della musica da

camera scritta in gioventù, giudicandola indegna di essere conosciuta; ho

salvato dalla distruzione soltanto alcune pagine per pianoforte, che sono state

stampate. Poi mi sono gettato a capofitto nell’elaborazione di una sinfonia.

Volevo mostrarmi degno della stima accordatami da Schumann. Ma la

sinfonia non sono stato in grado di comporla, malgrado l’impegno che vi ho

profuso: ne è venuto fuori, invece, un Concerto per pianoforte e orchestra.

Oltre vent’anni sono trascorsi, e un travaglio creativo inimmaginabile, perché

esaudissi il desiderio di Schumann. Solo che lui ormai non c’era più e non ha

potuto ascoltare la mia prima Sinfonia».

Quella che è stata detta “la decima di Beethoven”?

«Sì, e vado fiero di questa definizione. Segno che la fiducia di Schumann

era ben riposta in me. Però, prima d’arrivare a tale sospirato traguardo, ho

voluto, e dovuto, affinare la mia tecnica compositiva, la conoscenza di tutti gli

strumenti musicali e dei diversi modi di amalgamarli. Lavoro lungo, gravoso,

di cui sono parte i due Sestetti».

Organico stravagante, privo di storia, il sestetto d’archi. Perché

sceglierlo?

«Vero. Prima dei miei, soltanto Louis Spohr aveva scritto un Sestetto,

edito nel 1850. Io l’ho sperimentato come uno dei tanti, graduali tentativi

di avvicinamento alla sinfonia negli anni in cui ero maestro di cappella del

principe Leopoldo III di Lippe-Detmold. Alla sua corte, dove avevo obbligo

di residenza tre mesi all’anno per dirigere l’orchestra, un piccolo coro e

dare lezioni alla famiglia regnante, si faceva parecchia musica da camera.

Difatti allora ho composto pure le due Serenate per orchestra, i due

Quartetti e il Quintetto per archi e piano».

Ma nessun quartetto d’archi.

«No. Il quartetto d’archi, organismo prezioso e delicatissimo, allora lo

temevo al pari della sinfonia per la tradizione illustre che si portava dietro.

Tolta qualche prova giovanile, soppressa perché la ritenevo inadeguata,

anche al quartetto sono giunto attorno ai quarant’anni».

Avvicinarsi al sestetto le ha procurato meno patemi?

«Il fatto che non avesse storia mi rassicurava, sebbene nel frattempo si

consolidasse la mia conoscenza del repertorio classico, e lo studio caparbio

delle opere di Bach e degli altri grandi maestri del passato mi portasse

a maneggiare con una certa naturalezza il contrappunto e la fuga. Di tale

studio si vedono i frutti soprattutto nel primo movimento del Sestetto

op. 36, innervato di procedimenti barocchi quali il canone inverso e

retrogrado».

Un’ esibizione di sapienza che ha fatto storcere la bocca al critico

della “Wiener Zeitung”.

«Eppure questa cosiddetta ‘sapienza’ non viene mai ostentata. Serve a

me, compositore, per orientarmi nella costruzione del pezzo, e magari

emerge dall’analisi minuta della partitura, ma all’ascolto è difficile coglierla.

Quel recensore diceva che la mia musica lo riempiva di desolazione, che

il Sestetto gli procurava una noia subdola e vertiginosa per lo sforzo

compositivo senza speranza basato su un artificio evidente, clamoroso.

Non era nemmeno il solo ad accusare di troppa cerebralità l’op. 36.

D’altronde questi nostri tempi sono caratterizzati da una marcata polarità

critica, senza fondamento: io vengo considerato un reazionario perché

mi dedico ai generi della tradizione (sonate, concerti, sinfonie, quartetti)

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disdegnando la musica descrittiva tanto in voga oggi, contro cui una volta

mi sono anche pronunciato pubblicamente; e a me viene contrapposta senza

reale fondamento l’“arte dell’avvenire” predicata da Liszt e Wagner. Invece

non si accorgono, questi critici, che tutti noi impieghiamo gli stessi mezzi

musicali».

A quando risale l’op. 36?

«Cominciata nell’estate 1864 a Baden Baden, l’ho finita l’inverno

seguente. Dei quattro movimenti, il secondo è uno Scherzo, però più lirico

e fatato che davvero scherzoso. Il tempo lento un tema con variazioni.

E l’ultimo, quello venuto al mondo con più facilità».

Qualcuno afferma che occulti un messaggio d’amore cifrato.

«È una questione molto personale e non dovrebbe riguardare nessun

altro che me. Comunque immagino si riferisca al nome di Agathe von

Siebold crittografato in un motivo secondario del primo movimento,

La – Sol – La – Si – Mi, ossia secondo la notazione alfabetica tedesca

A – G – A – (t)H – E. Motti del genere non sono il primo ad averne usati,

se ne trovano negli autori rinascimentali, in Bach, in Schumann».

Ma chi è Agathe?

«Mi fa male parlarne, poiché con lei sono stato uno scellerato. L’avevo

conosciuta a Göttingen nell’estate del 1858. Lei, figlia di un professore

universitario, era una fanciulla d’ingegno vivace, temperamentosa, occhi

neri e fieri, capelli corvini, voce deliziosa, acuto senso dell’umorismo.

Abbiamo trascorso insieme amabili giorni d’estate trasfigurati dalla gloria

dell’amore. Ci eravamo scambiati la promessa di matrimonio. Solo che a un

certo punto, benché l’amassi molto, l’ho abbandonata perché non tolleravo

di dover portare delle catene. La mia fedele amica e confidente Clara

Schumann, che mal sopportava questa relazione, ha tirato un sospiro

di sollievo quando ci siamo lasciati».

È difficile immaginarla innamorato...

«Credo che le passioni non siano naturali per l’uomo. Sono sempre

eccezioni o escrescenze. L’uomo ideale, genuino, è pacato nella gioia

e calmo nella pena e nel dolore».

Sembra una dichiarazione d’estetica riferita alla sua musica.

«La prenda come vuole. La musica, per me, non deve trovare altro senso

che in se stessa, nella sua struttura, nel suo sviluppo».

Per caso anche nel Sestetto op. 18 si nasconde qualche storia

inconfessata? Viene infatti soprannominato “della primavera”.

«È un nomignolo avventato, che non sopporto. Comunque l’op. 18 la

ritengo uno dei miei lavori migliori. Scritto nel 1860, è come se dentro

vi aleggiasse lo spirito dei classici viennesi. Lo Scherzo e il rondò finale,

per esempio, occhieggiano al Settecento di Haydn e Mozart. Invece pare

venire dritto dritto dall’epoca di Corelli e Händel il secondo tempo, un

tema con variazioni dal carattere arcaizzante in virtù del basso che si ripete

sempre uguale a se stesso mentre, di volta in volta, gli strumenti sopra

espandono e arricchiscono la melodia. Di questo “Andante” esiste anche

una versione pianistica che ho donato alla diletta Clara in occasione di

un suo compleanno. I primi ascoltatori, amici competenti e fidati alla cui

valutazione sottopongo sempre le mie opere prima di divulgarle, hanno

dato giudizi lusinghieri dell’op. 18. Il violinista Josef Joachim ha affermato

che “già il motivo d’apertura colpisce per grazia e colore, e tutto fluisce

mobile e cattivante sull’ala della prima sensazione”. Eduard Hanslick,

critico musicale per cui provo un affetto infinito, e il luminare della

chirurgia Theodor Billroth, fine conoscitore di musica e strumentista per

diletto, hanno parlato di “splendore dell’armonia”, di “universo di pura

bellezza”, e hanno commisurato questo Sestetto alla venustà di

un Raffaello».

I Sestetti sono due, e spesso nel suo catalogo le composizioni

vanno a coppie. Perché?

«Il mio scrivere è metodico. La prima composizione in un certo genere

(si tratti di quartetto, sestetto, sonata, sinfonia) mi aiuta a tastare il

terreno, a farmi la mano con quell’organico, con quella forma, e serve

da stimolo immediato per scriverne un’altra della medesima specie

che perlopiù nasce con maggior facilità e risulta più tornita, coesa,

tecnicamente più robusta e resistente. La prima è sempre un cimento

sofferto. La seconda un esito compiuto».

Gregorio Moppi

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Eugenio Sacchetti

violino

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Classe 1992, figlio di due musicisti,

ha iniziato a tre anni lo studio del

violino: fin da piccolo è entrato a far

parte dell’Orchestra Suzuki di Torino,

con la quale ha compiuto numerose

tournée in Italia e all’estero suonando

con musicisti come Mario Brunello e

Salvatore Accardo.

Ha ottenuto prestigiosi premi e

riconoscimenti: nel 2015 è stato

selezionato a fare parte dell’European

Union Youth Orchestra (unico italiano

nella sezione archi), prendendo parte

al Tour estivo e tenendo concerti

nelle sale da concerto più importanti

d’Europa, collaborando con direttori di

fama internazionale come Xian Zhang e

Gianandrea Noseda, e con solisti come

la violoncellista Alisa Weilerstein e il

soprano Diana Damrau.

Attualmente frequenta il Master of

Art in Music Performance presso il

“Conservatorio della Svizzera Italiana”

di Lugano sotto la guida del violinista

Pavel Berman. Il suo repertorio

contempla i principali brani della

letteratura violinistica, dal Barocco

al Classicismo, dal Romanticismo al

Novecento.

Parallelamente alla carriera di

violinista, sotto la guida del padre

ha studiato organo, composizione e

direzione d’orchestra e da anni tiene

concerti d’organo in tutta Italia e

all’estero.

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In veste di orchestrale e solista si è

esibito con artisti ed ensemble di fama

internazionale (Umberto Clerici, Sergio

Balestracci, Anna Kravtchenko, Enrico

Dindo, Arturo Tamayo, Diego Fasolis,

Orchestra della Svizzera Italiana,

Martha Argerich, Renaud Capuçon,

Mischa Maisky e molti altri).


Justina Auškelyte

violino

Anastasia Shugaeva

viola

Emlyn Stam

viola

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Violinista lituana di giovane

generazione, Justina Auškelytė è

ammirata dal pubblico per la sua

sensibilità musicale fuori dal comune,

la grande immaginazione, per il

virtuosismo e la capacità di comunicare

emozioni attraverso il suono.

Nota per i suoi successi musicali

in concorsi di violino e spettacoli

in festival e concerti internazionali,

Justina ha ricevuto riconoscimenti

dal presidente della Lituania per il

contributo artistico dato al suo Paese:

“Essere riconosciuti per i risultati

– afferma la musicista – è sempre

una grande gioia e motivazione.

Tuttavia, la soddisfazione più grande è

raggiungere con la musica l’animo di

chi ascolta”.

Justina collabora spesso con

orchestre sinfoniche e da camera: nel

febbraio 2016 con il pianista italiano

Cesare Pezzi ha registrato per la casa

discografica Naxos un CD di prossima

uscita con opere originali complete

di Balys Dvarionas. Nel maggio del

2016 ha debuttato al Musikverein di

Vienna, nel II Concerto per violino di

H. K. Gruber “Nebelsteinmusik” alla

presenza del compositore.

Justina Auškelytė è allieva di celebri

maestri: da Pavel Berman a Jurgis

Dvarionas e Boris Kuschnir.

Nel 2015 ha vinto un Master in Musica

presso la Juilliard School di New York,

studiando sotto la guida del compianto

Stephen Clapp e Laurie Smukler.

Attualmente, la violinista è tornata

a Vilnius, sua città natale, dove ha

intrapreso una carriera artistica che la

vede protagonista in festival musicali,

attività didattiche e progetti artistici

innovativi.

Nata a Zarinsk, piccola città della

Siberia, ha studiato con Elena Ozol

alla celeberrima scuola Gnessin

di Mosca – che accoglie giovani

dal talento eccezionale – dove si è

diplomata con il massimo dei voti

e la lode. Nel 2009 si è diplomata

con un attestato di merito anche al

Conservatorio statale di Mosca e

attualmente si sta perfezionando al

Conservatorio della Svizzera Italiana

a Lugano, sotto la guida del professor

Yuval Gotlibovich.

Ha partecipato a corsi di

perfezionamento di violisti famosi

come Yury Bashmet e Hartmut

Lindeman. Negli anni moscoviti ha

vinto numerosi concorsi nazionali,

mentre nel 2013 le è stata assegnata

una prestigiosa borsa di studio che il

Governo svizzero destina a giovani

eccellenze musicali.

Anastasia è spesso ospite di

festival musicali quali Eurythmie

Sieben Worte (Svizzera), Jeunesses

Musicales (Croazia), Accademia

Musicale Chigiana (Italia), al fianco

di altri grandi musicisti della nuova

generazione: i pianisti Fatima

Alieva, Zlata Chochieva, Andrei

Korobeinikov, Yuri Favorin, Fazil Dire

e il violinista Pavel Milukov.

La sua tecnica brillante e le sonorità

profonde fanno di Anastasia Shugaeva

una delle più apprezzate interpreti

capaci di conciliare la migliore

tradizione russa ed europea.

Emlyn Stam è stato per anni assistente

principale violista della Residentie

Orkest dell’Aia sotto la direzione di

Neeme Järvi. Nella sua carriera artistica

ha già collaborato con la Philharmonia

Orchestra, la BBC National Orchestra del

Galles e il Teatro dell’Opera di Tolone.

Spesso ospite di registrazioni per

la radio e la televisione olandese, ha

suonato come solista con l’Amsterdam

Symphony Orchestra, Orquestra

d’Espinho (Portogallo) e il Schönberg

Ensemble. È spesso invitato in

festival come il Festival Kuhmo in

Finlandia, il Giverny Chamber Music

Festival e il Festival di Utrecht. Con

il Quartetto Parkanyi ha debuttato al

Concertgebouw. Suona di frequente con

l’ Ysaÿe Trio di cui è membro fondatore.

Il trio ha pubblicato il suo primo cd nel

2013 per l’etichetta RDC.

Come docente tiene regolarmente

corsi di perfezionamento in numerosi

conservatori: dai Paesi Bassi all’Estonia,

dalla Cina alla Svezia. Sta attualmente

lavorando al suo dottorato presso

l’Istituto di Orfeo, Gent e l’Accademia

per Creative e Performing Arts presso

l’Università di Leiden.

È di frequente invitato a tenere

lezioni presso l’Università di Leeds e

alla Hochschule der Künste di Berna.

Dopo il diploma e il Master presso il

Conservatorio Reale dell’Aia sotto

la guida di Ferdinando Erblich e

Vladimir Mendelssohn, Emlyn Stam si è

perfezionato con Pinchas Zukerman, Kim

Kashkashian e Yuri Bashmet.

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Nikolay Shugaev

violoncello

Geneviève Brothwood

violoncello

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Nato nel 1988 in una famiglia di

avvocati e filologi dove si respirava

passione per la musica classica, la

letteratura, le arti, Nikolay Shugaev si

è diplomato con il massimo dei voti

presso il Conservatorio Gnessin di

Mosca – sua città natale – e presso

il Conservatorio di Stato. Attualmente

è iscritto al Conservatorio della

Svizzera Italiana di Lugano, dove studia

con Enrico Dindo.

Eccellente combinazione della più

alta scuola russa e occidentale, negli

anni ha frequentato masterclass con

diversi giganti del violoncello, quali

David Geringas, Natalia Gutman,

Gary Hoffman, Maria Kliegel, Ralf

Kirshbaum e Misha Maisky. La sua

carriera internazionale lo ha già portato

a esibirsi nelle più importanti sale

russe ed europee insieme a musicisti

quali Enrico Dindo, Danilo Rossi,

Massimo Quarta, Fazil Say e Andrei

Korobeinikov.

Vincitore di vari concorsi

internazionali, dal Concorso

Internazionale Valsesia Musica al

Concours International de Musique

de Lausanne, dall’International

Competition of Chamber Music di

Cracovia al “New Masters on tours”

of THIMS American Fine Arts Young

artist program, Nikolay è di frequente

ospite in molti festival di musica da

camera in tutto il mondo, in sedi come

il Concertgebow di Amsterdam,

l’Auditorium RSI di Lugano e la

Carnegie Hall di New York.

In Italia ha suonato per istituzioni

musicali quali l’Accademia Musicale

Chigiana di Siena e la Società dei

Concerti di Milano.

Geneviève Brothwood attualmente

sta terminando il Master of Arts in

Music Perfomance al Conservatorio

della Svizzera Italiana di Lugano,

con Monika Leskovar. Ha iniziato a

suonare il violoncello all’età di cinque

anni e si è diplomata nel 2013 con

lode al Royal College of Music di

Londra, dove ha vinto il Premio Henry

Wood.

Ha avuto esperienze orchestrali

come prima parte in istituzioni

concertistiche e sale dell’Inghilterra

tra cui il Royal Festival Hall, St. John’s

Smith Square e Queen Elizabeth Hall,

dove ha suonato sotto la direzione di

Vladimir Jurowski.

Grande appassionata di musica

da camera, si è esibita con varie

formazioni presso Mantova Chamber

Music Festival (Italia), LAC - Lugano

Arte e Cultura (Svizzera), London

Chamber Music Society (Londra).

La sua esperienza londinese le è

valsa nel 2009 un’intervista alla radio

nazionale BBC; sempre a Londra ha

suonato nella Band di Junior Marvin

(ex membro di Bob Marley and the

Wailers).

Geneviève vorrebbe ringraziare

sinceramente il generoso sostegno

delle seguenti borse di studio,

senza la cui disponibilità i suoi

studi musicali non sarebbero

stati possibili: Emanuel Hurwitz

Charitable Trust, Henry Wood

Trust, Denne Gilkes Memorial Fund,

Felicity Belfield Trust, Seary Trust,

Larry Slattery Memorial Fund, the

Worshipful Company of Saddlers,

WJ Smith Trust, Kathleen Trust e

Lyra Stiftung.

Geneviève Brothwood suona un

violoncello c.1780 Benjamin Banks.

9 ottobre (ore 16.00)

fuori abbonamento

Il ladro di Bagdad

Orchestra San Marco di Pordenone

Mark Fitz-Gerald direttore

in collaborazione con

Le Giornate del Cinema Muto

20, 21 ottobre (ore 20.45)

palcoscenico

fuori abbonamento

Gli IMperfetti

di Sonia Antinori

regia di Gigi Dall’Aglio

15

29 ottobre (ore 20.15)

lirica

Il barbiere di Siviglia

Orchestra Fondazione

Teatro Lirico Giuseppe Verdi

di Trieste

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