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L’OSSERVATORE ROMANO

GIORNALE QUOTIDIANO

Unicuique suum

POLITICO RELIGIOSO

Non praevalebunt

Anno CLVI n. 250 (4 7. 3 8 5 ) Città del Vaticano domenica 30 ottobre 2016

.

Respinta dall’esercito siriano una violenta offensiva dei ribelli per rompere l’assedio

Rilanciata l’ip otesi

di una tregua per Aleppo

DA M A S C O, 29. Il Cremlino rilancia la

possibilità di una tregua umanitaria

ad Aleppo. Per il presidente russo,

Vladimir Putin, è «necessario prolungare

la tregua umanitaria». Egli

inoltre «considera del tutto inopportuna»

la ripresa dei raid aerei sulla

seconda città siriana. Mosca auspica

una ripresa della tregua umanitaria

dopo quella unilaterale durata da

giovedì a sabato scorso che però non

ha portato all’evacuazione di alcun

ferito, ma solo di un numero ridotto

di civili.

Secondo quanto dichiarato dal generale

Sergei Rudskoi, ufficiali russi

hanno chiesto a Putin il permesso di

riprendere a bombardare la città siriana

perché «i jihadisti che si trovano

nell’area continuano a lanciare attacchi».

Peskov ha spiegato che per

Putin «questa pausa umanitaria

dev’essere utilizzata dai civili per lasciare

la città e per permettere ai no-

ne, Federica Mogherini, è arrivata

nella notte a Teheran, dove avrà una

serie di incontri sulle questioni legate

alla crisi mediorientale e soprattutto

alla Siria. Mogherini incontrerà

il presidente del’Iran, Hassan Rohani,

e il ministro degli esteri, Mohammad

Javad Zarif, e in seguito si recherà

a Riad, in Arabia Saudita.

Sul piano militare, i ribelli hanno

attaccato ieri l’area dell’aerop orto

militare di Nayrab, a sud-est di

Aleppo, e diverse altre postazioni a

sud-ovest. L’operazione ha comportato

l’uso di tank e lanciarazzi; circa

duemila gli uomini coinvolti.

L’obiettivo era quello di rompere le

linee governative e ricongiungersi

con le formazioni dei ribelli ancora

asserragliati nei quartieri orientali. Si

è trattato — come hanno scritto in

molti — della battaglia più violenta

degli ultimi tre-quattro mesi. L’O s-

servatorio siriano dei diritti umani

Resta sempre alta, intanto, la tensione

anche in Iraq, dove prosegue

l’assedio alla città di Mosul. L’e s e rc i -

to iracheno e le milizie curde peshmerga

hanno lanciato questa mattina

un’operazione per la conquista

di Tall Afar, centro a maggioranza

sciita caduto nelle mani del cosiddetto

stato islamico (Is) nel 2014.

Sembra essere questa l’ultima tappa

— dicono gli analisti — prima dell’effettiva

entrata a Mosul delle truppe

supportate dalla coalizione internazionale

a guida statunitense.

L’assalto finale a Mosul «è imminente»,

riferiscono fonti concordanti

sul campo, e gli uomini di Al Baghdadi

sono costretti a ricorrere

all’ultima orrenda e tragica strategia

difensiva: usare i civili come fossero

un bastione difensivo.

«Decine di migliaia di loro», senza

distinzione tra uomini, donne e

bambini, sono stati rastrellati a Mosul,

in ogni quartiere, in ogni

sobborgo, in ogni casa. La denuncia

non arriva da fonti non verificabili,

ma dalle Nazioni Unite a Ginevra,

per bocca della portavoce dell’Ufficio

dell’Alto commissario per i diritti

umani, Ravina Shamandasani. Che

ha anche confermato — come sottolineano

anche fonti della stampa internazionale

— il massacro di 232

persone (190 ex membri delle forze

irachene e 40 civili) che si

rifiutavano di obbedire agli ordini

dei jihadisti.

Papa Francesco alla vigilia del viaggio in Svezia

Il problema

nasce quando si è chiusi

«La mia attesa è quella di riuscire a fare un passo di

vicinanza, a essere più vicino ai miei fratelli e alle mie

sorelle che vivono in Svezia». Papa Francesco presenta

così il viaggio che compirà a Lund e a Malmö dal 31

ottobre al 1° novembre prossimi. Nell’intervista a Ulf

Jonsson — direttore della rivista culturale dei gesuiti

svedesi «Signum» e, dal 2011, editorialista dell’«O sservatore

Romano» — realizzata il 24 settembre scorso a

Santa Marta, il Pontefice si sofferma sui propri rapporti

personali con i luterani, lasciando emergere ricordi

inediti, legati in particolare alla figura del professore

Roberto Joppolo, «In cammino»

svedese di teologia spirituale Anders Ruuth, conosciuto

a Buenos Aires. Ma nel testo si sottolinea soprattutto

l’importanza dell’ecumenismo, con l’invito rivolto a

cattolici e luterani a «camminare insieme» per «non restare

chiusi in prospettive rigide, perché in queste non

c’è possibilità di riforma». Concetto rilanciato sabato

29 ottobre con un tweet sull’account @Pontifex: «Abbandoniamo

il linguaggio della condanna per abbracciare

il linguaggio della misericordia».

PAGINE 4, 5 E 8

L’Fbi riapre il dossier a pochi giorni dal voto

Nuova inchiesta sulle mail di Clinton

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Norme europee per i visti ai migranti

I corridoi umanitari

Ribelli siriani ad Aleppo est (Reuters)

stri partner americani di mantenere

la promessa di separare la cosiddetta

opposizione moderata dai gruppi

t e r ro r i s t i c i ».

Il presunto coinvolgimento dei

gruppi terroristici nelle operazioni

dei ribelli è uno dei punti chiave del

conflitto siriano. Di questo hanno

discusso i tre ministri degli esteri

riuniti a Mosca, sottolineando che

«è arrivato il momento di dichiarare

terrorista la cosiddetta opposizione

moderata che non si distacca dai

qaedisti» e riconoscerla «come un

obiettivo legittimo», ha dichiarato il

capo della diplomazia russa, Serghiei

Lavrov. Da parte sua, il ministro

degli esteri siriano, Walid Muallem,

ha assicurato che Damasco è

«pronta a ripristinare la tregua ad

Aleppo, ma a patto che quelli che

sono i protettori dei terroristi garantiscano

che i civili potranno sfruttare

la tregua per lasciare la città».

Mosca, inoltre, accusa Washington

di non avere mantenuto gli impegni

presi con l’accordo che in settembre

aveva portato a una breve

tregua ad Aleppo. E anche di questo

sono tornati a parlare ieri Lavrov e il

segretario di stato americano, John

Kerry, in un colloquio telefonico in

cui, secondo Mosca, si è discusso di

come cercare di arrivare «alla normalizzazione

attorno ad Aleppo

considerando gli approcci di base

contenuti nelle intese russo-americane

precedentemente raggiunte».

Sempre sul piano diplomatico,

l’alto rappresentante europeo per la

politica estera e di sicurezza comu-

FAU S TA SPERANZA A PA G I N A 2

(voce dell’opposizione con sede a

Londra) parla appunto di quindici

vittime e di centinaia di feriti. Secondo

le forze di Damasco, l’offensiva

sarebbe stata respinta. Il governo

del presidente Assad ha reso noto

che insieme ai ribelli hanno attaccato

anche gruppi di jihadisti di Fatah

al Sham (ex Fronte Al Nusra): tre di

loro si sono fatti saltare in aria a

bordo di un’autobomba nel tentativo

di far breccia nelle forze lealiste.

Uno di loro era un francese, secondo

fonti di stampa.

WASHINGTON, 29. «È doveroso che

l’Fbi pubblichi tutte le informazioni

relative alle nuove mail». A dirlo è

la candidata del partito democratico

alla Casa Bianca, Hillary Clinton,

oggetto delle nuove indagini del Federal

bureau of investigation (Fbi).

Così, dunque, l’ex segretario di stato

ha reagito alla riapertura dell’inchiesta

sulle mail private che la riguarda,

a dieci giorni dalle elezioni

presidenziali negli Stati Uniti.

L’antefatto è che, quando era segretario

di stato, Clinton ha usato

un server privato per le sue mail.

Ha spiegato di averlo fatto per convenienza,

mentre i repubblicani

l’hanno accusata di aver cercato di

nascondere così alcuni interessi privati

coltivati mentre era al governo.

L’Fbi ha condotto un’inchiesta durata

un anno e mezzo, e a luglio

Il dibattito sul cristianesimo nel mondo musulmano

Tre storie e una domanda

di ZOUHIR LO UA S S I N I

re storie recenti tratte dai media in lingua araba.

Con una domanda che non ha bisogno di commenti.

T

La prima storia è un’intervista trasmessa dalla tv satellitare

egiziana il 7 ottobre scorso. Un giornalista

chiede ad Ahmad Muhammad al-Tayyib, lo sceicco

della famosa università islamica al-Azhar, cosa pensa

del cristianesimo.

La risposta di al-Tayyib — ovviamente in lingua araba

e quindi destinata a una platea vastissima e in stragrande

maggioranza di fede islamica — è stata questa:

«Il cristianesimo è una religione di amore e di pace. È

una religione che aiuta a diffondere la pace. Invita addirittura

ad amare i propri nemici».

La seconda storia è quella di Wallat Mustafa, il primo

rifugiato siriano convertitosi al cristianesimo. La

vicenda rimbalza su internet. I social media mostrano

il video del suo battesimo, un documento che fa furore

tra i musulmani. Questi reagiscono con i commenti

più diversi: molti lo criticano, altri lo insultano, ma

moltissimi insistono sulla sua libertà di scelta. Qualcuno

si chiede addirittura se la conversione non sia colpa

dell’islam fanatico che si è impossessato di questa

grande religione, spingendo molti musulmani a rinnegarla.

La terza storia viene dal Marocco. Il giornale online

Hespress — più di un milione di visite al giorno — ha

avviato il 24 ottobre un dibattito sul fenomeno della

conversione di molti marocchini al cristianesimo. Dopo

una campagna intitolata «Marocchino e cristiano»,

diffusa su Facebook e YouTube, alcuni attivisti e difensori

della libertà di religione sono riusciti ad accendere

l’attenzione dell’opinione pubblica su questo

nuovo tema. Si ragiona insomma sul diritto di convertirsi

ad altre religioni.

Certo, non si tratta di un dialogo socratico: i toni

non sono sempre calmi e distesi. Tuttavia emerge,

chiara, la volontà di dialogare, sia nei testi giornalistici

sia tra i lettori che li commentano. È un dibattito promettente

ancora ai suoi primi passi. Se è vero che

«ogni albero si riconosce dal suo frutto», allora bisogna

aspettare per giudicare.

Le tre storie si possono trovare in rete cercando masihhiyya

(“cristianesimo”) con un motore di ricerca.

E ora la domanda: perché questo dibattito aspro ma

aperto non interessa i media occidentali?

l’ha chiusa senza chiamare nessuno

a giudizio. Il direttore James Comey

ha rimproverato a Hillary e ai

suoi collaboratori un comportamento

«estremamente irresponsabile»,

perché le mail transitate sul server

privato contenevano in parte informazioni

segrete, ma ha riconosciuto

di non aver rilevato prove di reati.

Ieri Comey ha inviato una lettera

ai leader del Congresso, spiegando

che «in relazione con un caso non

collegato, l’Fbi ha saputo dell’esistenza

di mail che appaiono pertinenti

all’inchiesta».

Da qui la scelta di «compiere

passi per esaminare le mail, determinare

se contengono informazioni

segrete, e valutare la loro importanza

per l’inchiesta». Comey ha dichiarato

che «l’Fbi non è ancora in

grado di valutare se questo materiale

è significativo, e che non si può

prevedere quanto tempo servirà per

completare il lavoro».

Clinton, in una conferenza stampa,

ha sottolineato che «lo stesso

direttore Comey ha ammesso di

non sapere se le mail cui si fa riferimento

nella lettera siano rilevanti o

meno». E da parte sua si è detta

«certa che di qualsiasi cosa si tratti,

non cambieranno le conclusioni

raggiunte a luglio».

La candidata democratica alla

presidenza degli Stati Uniti ha definito

«doveroso e imperativo che il

bureau spieghi la questione e sollevi

i quesiti che ritiene, senza ritardi».

Clinton ha ricordato che mancano

undici giorni a quella che ha definito

«forse l’elezione più importante

delle nostre vite» e che il voto è già

in corso, per ribadire che «il popolo

statunitense merita di avere immediatamente

il quadro dei fatti al

completo».

Secondo il «New York Times»,

che cita fonti investigative, le nuove

email sono state scoperte sui dispositivi

elettronici che l’Fbi ha sequestrato

alla principale advisor della

Clinton, Huma Abedin, e a suo marito,

l’ex membro del Congresso

Anthony Weiner, coinvolto in molteplici

scandali a sfondo sessuale. Il

più recente, quello che ha acceso i

fari dell’Fbi su Weiner, riguarda lo

scambio di messaggi dal contenuto

esplicitamente sessuale con una

quindicenne.

Bisogna aggiungere che fonti ufficiali

hanno assicurato che le nuove

email non provengono dal server

privato usato da Hillary quando era

segretario di stato. E questo, dunque,

sembrerebbe in contraddizione

con la ragione primaria dell’inchiesta,

ossia la possibile divulgazione

di segreti di stato attraverso l’uso

incauto della posta. In ogni caso,

gli analisti concordano sul fatto che

difficilmente si può ipotizzare la

chiusura dell’indagine prima dell’8

novembre, giorno del voto.

Secondo i media statunitensi, la

riapertura dell’inchiesta può avere

due conseguenze: influenzare il risultato

in favore del candidato repubblicano

Donald Trump oppure

esporre gli Stati Uniti al rischio di

eleggere un capo della Casa Bianca

che potrebbe presto essere incriminato.

L’effetto nell’immediato è stato

un contraccolpo sulla borsa con

perdite a Wall Street e sulle quotazioni

del dollaro.

Nessun commento è arrivato

nell’immediato da parte del presidente

Barack Obama, che in queste

ore dalla Florida ha ribadito il sostegno

a Hillary Clinton. Parlando

agli studenti della University of

Central Florida ha affermato che

«tutto il progresso compiuto in

campo sociale può svanire se il partito

democratico non vince queste

elezioni».

NOSTRE

INFORMAZIONI

Il Santo Padre ha ricevuto

questa mattina in udienza

l’Eminentissimo Cardinale

Marc Ouellet, Prefetto della

Congregazione per i Vescovi.

Il Santo Padre ha accettato

la rinuncia al governo pastorale

dell’Arcidiocesi di Huê

(Vietnam), presentata da Sua

Eccellenza Monsignor François

Xavier Lê Văn Hông.

Provvista di Chiesa

Il Santo Padre ha nominato

Arcivescovo di Huê (Vietnam)

Sua Eccellenza Monsignor

Joseph Nguyên Chí

Linh, finora Vescovo di

Thanh Hóa. Lo stesso Presule

è stato nominato Amministratore

Apostolico sede vacante et

ad nutum Sanctae Sedis della

Diocesi di Thanh Hóa.


pagina 2 L’OSSERVATORE ROMANO

domenica 30 ottobre 2016

Migranti osservano

i roghi nel campo di Calais (AP)

Canali più rapidi per i visti europei ai migranti

I corridoi umanitari

Resta la preoccupazione per accampamenti insalubri di migranti in Francia

Da Calais a Parigi

BRUXELLES, 29. Il ministro dell’interno

francese, Bernard Cazeneuve,

smentisce movimenti di migranti da

Calais a fuori Parigi ma annuncia

che comunque saranno presto

sgomberati gli accampamenti nei

pressi della capitale, dove negli

ultimi giorni sono aumentati i migranti.

Le associazioni umanitarie hanno

lanciato l’allarme sul numero sempre

più significativo di rifugiati e richiedenti

asilo accampati nel nordest

della capitale, tra l’avenue de

Flandre, Jaurès e Stalingrad, che sarebbe

salito da 2000 a 3000 in due

giorni e sarebbe da mettere in relazione

con lo sgombero di Calais.

Nel sito della ormai ex giungla

nel nord della Francia, ruspe e bulldozer

hanno continuato a demolire

ciò che restava di capanne e costruzioni.

Una operazione che secondo

il prefetto, Fabienne Buccio, finirà

lunedì sera. Nelle ultime ore un altro

pullman con 39 minori a bordo

è partito dalla bidonville verso la

Gran Bretagna nel quadro dei ricongiungimenti

familiari. A oggi, il Regno

Unito ha accettato il trasferimento

da Calais sul suo territorio di

274 minori non accompagnati. Secondo

l’emittente Bfm-Tv, nuovi

gruppi di migranti provenienti dalla

Germania e da altri paesi del nord

europa sono già arrivati a Calais

con l’obiettivo di tentare la traversata

in Gran Bretagna.

Intanto, in tema di migrazioni

fanno discutere le dichiarazioni del

primo ministro ungherese Vicktor

Orbán rivolte all’Italia che, a suo

dire, non farebbe «il suo dovere sugli

obblighi di Schengen», con un

presidente del consiglio dei ministri

italiano Matteo Renzi «nervoso per

il bilancio». Renzi ha smentito che

in Italia il deficit aumenti, come

detto da Orbán, e ha ribadito che

tutti devono rispettare gli impegni

che gli stessi capi di stato e di governo

Ue sottoscrivono, ricordando

che l’Italia, che è uno dei contribuenti

più generosi, lo fa.

Dopo il sisma del 26 ottobre che ha colpito nuovamente l’Italia centrale

Si allungano i tempi della ricostruzione

ROMA, 29. Si fa sempre più complesso

l’iter della ricostruzione nelle

zone colpite dal sisma nell’Italia

centrale. «A questo punto — ha detto

ieri il commissario straordinario

al terremoto e alla ricostruzione, Vasco

Errani — non è più un terremoto,

ma sono due. Anzi, abbiamo a

che fare con un secondo terremoto

che si è innestato sul primo». I controlli

e le misure di sicurezza finora

realizzati vanno messi da parte: l’ultimo

sisma del 26 ottobre ha costretto

ad azzerare tutto il lavoro

fatto per il precedente, quello del 24

agosto.

La nuova emergenza costringe

anche a rivedere i tempi. «I tempi li

abbiamo parametrati su un terremoto»

ha spiegato Errani. «Se però i

terremoti diventano due a distanza

di sessanta giorni uno dall’a l t ro ,

non è colpa di nessuno». La conseguenza

è che «i tempi tecnici non

possono non risentirne». Errani sta

esaminando tutti i paesi colpiti

dall’ultimo sisma, al confine tra

Umbria e Marche.

E intanto, nelle zone terremotate

si continua a respirare un clima di

angoscia, paura e frustrazione, mentre

le scosse continuano. «L’imp e-

gno del governo è di non fare andare

via nessuno dai luoghi di origine

e dalla loro comunità, e dare immediatamente

una risposta abitativa a

tutti, visto che si avvicina l’inverno»

ha detto questa mattina il ministro

dell’interno, Angelino Alfano. Ieri il

presidente della Repubblica, Sergio

Mattarella, ha telefonato al presidente

delle Marche, Luca Ceriscioli,

per informarsi personalmente sulla

situazione delle popolazioni colpite

e sugli interventi adottati in questa

prima fase dell’emergenza. La telefonata

del capo dello stato, si apprende

dallo staff del governatore, è

arrivata mentre Ceriscioli stava facendo

un sopralluogo con il capo

della Protezione civile, Fabrizio

Curcio, ed Errani nei comuni terremotati

del maceratese.

Danni provocati dal sisma a Visso nelle Marche (Ansa)

di FAU S TA SPERANZA

Sui documenti ufficiali si chiama

sponsorizzazione privata. È la risposta

alla domanda che, da anni, in

tanti si pongono di fronte alle carrette

del mare: c’è un’alternativa ai

viaggi della disperazione nel Mediterraneo?

Ed è proprio tra le pieghe

del diritto di quell’Unione europea

che sembra paralizzata di fronte ai

flussi migratori dal Nord Africa e

dal Medio oriente.

Mentre i leader dell’Ue discutono,

persone impegnate sul piano

umanitario hanno messo in moto un

meccanismo già previsto nel regolamento

europeo sui visti. Non è un

intervento d’emergenza portato a

chi rischia la vita in mare o a chi

sbarca assiderato e disidratato sulle

coste italiane e greche. Si tratta di

un contributo diverso, a monte.

Con l’obiettivo di permettere a persone

la cui vita è messa a rischio

dalla guerra o dalla fame di cercare

riparo in altri paesi evitando però i

viaggi della disperazione.

Si parla tanto, doverosamente, di

procedure per il riconoscimento dei

richiedenti asilo, per quanti hanno

diritto, secondo le norme internazionali,

allo status di rifugiato. Molti si

danno da fare per questo: dall’Alto

commissariato per i rifugiati

dell’Onu (Unhcr) al Jesuit refugee

service fino al Centro italiano rifugiati

(Cir). Per cercare di accelerare

più possibile l’iter, sono stati creati

hotspot sulle navi, che consentono

di procedere contestualmente ai salvataggi.

Ma sono iniziative che riguardano

profughi già in cammino.

Ovviamente chi si trova in situazioni

di conflitto non riesce ad accedere

alla procedura burocratica e diplomatica

per ottenere un visto in

Europa. Per questo si affida ai trafficanti

di esseri umani. Ma nel regolamento

sui visti europei c’è l’articolo

25, che rappresenta un’eccezione

alle regole di Schengen. Un’eccezione

prevista ben prima di tutti i ripensamenti

sulla libera circolazione

e prima ancora delle chiusure improvvise

delle frontiere europee sulla

rotta balcanica.

È l’eccezione che rende percorribili

i cosiddetti corridoi umanitari.

In tempi non sospetti, gli stati

membri hanno voluto introdurre

nell’ordinamento il Visto a territorialità

limitata (Vtl). Situazioni di

guerra, violenza tribale, catastrofi

ambientali sono i requisiti che permettono

di ottenere il Vtl, senza il

consueto percorso burocratico dei

visti. L’unica limitazione è che chi

usufruisce di questo visto non ha

accesso alla libera circolazione di

Schengen, che peraltro ora è in

buona parte sosp esa.

L’espressione sponsorizzazione

privata si spiega con il fatto che l’attivazione

della procedura si fonda

su iniziativa di elementi della società

civile, soprattutto volontari, che

sono chiamati a tirare fuori dalle

proprie tasche le risorse necessarie.

È stata la Comunità di Sant’Egidio,

in collaborazione con la Federazione

delle chiese evangeliche in Italia

e la Tavola della chiesa valdese e

con l’appoggio del governo italiano,

a rianimare l’articolo 25 e a farne un

percorso di riscatto e di vita, in sintonia

con le tante convenzioni internazionali

firmate a Ginevra.

Al momento l’Europa non riesce

ad alleggerire il carico degli arrivi su

Italia e Grecia. Su proposta della

commissione europea, il consiglio

dei capi di stato e di governo

Gruppo di migranti arriva all’ufficio visti britannico a sud di Londra (Ap)

ni, saranno arrivate tutte le mille

persone individuate.

L’Italia è il primo paese in Europa

ad aver sfruttato i Vtl, nell’attuale

contesto di emergenza per i profughi.

Ma l’iniziativa sembra felicemente

contagiosa: altre organizzazioni

umanitarie, a partire dalle Caritas,

stanno lavorando per riproporla

in Francia, in Olanda, in Polonia.

I costi di queste operazioni non sono

paragonabili a quelli sostenuti in

seguito allo scoppio di situazioni indell’Unione

aveva stabilito di ricollocare

160.000 richiedenti asilo tra i

vari stati membri, con percentuali di

poche centinaia per paesi come Ungheria,

Polonia, Repubblica Ceca e

Slovacchia che, però, dopo aver approvato

in sede di consiglio il provvedimento,

hanno serrato i confini.

Una corsa a chiudere le frontiere

che ha fatto seguito ad altre barriere

erette e minacciate, come quella del

Brennero. Tutto questo ha occupato

pagine e pagine di giornali e ha alimentato

dibattiti e populismi, mentre

da gennaio almeno 3930 persone

sono morte nel Canale di Sicilia.

Ma proprio negli stessi mesi, 400

persone sono arrivate in Italia sane

e salve grazie all’articolo 25, gli ultimi

126 proprio in questi giorni.

Hanno cominciato un percorso di

inserimento fatto di studio della lingua

e di abilitazioni al lavoro, logico

proseguimento del corridoio

umanitario. Non hanno fatto molto

scalpore e forse non lo faranno

neanche quando, nel giro di due ancontrollate,

come a Lesbo o a Calais.

Provvedere a questi costi, al

momento affrontati dalle sponsorizzazioni

private, potrebbe significare

anche risparmi per i governi.

I terreni di partenza del primo

progetto pilota italiano sono al momento

due: dal Libano, per siriani

in fuga dalla guerra conclamata;

dall’Etiopia, per eritrei, somali e sudanesi

in fuga da conflitti irrisolti.

Il canale per i primi si è già aperto.

Quello per i secondi si sta per

sbloccare. Tra i primi arrivati, ci sono

molti palestinesi: si tratta soprattutto

di donne e bambini nati nel

campo di Yarmuk, creato nel 1957 in

Siria, a sud di Damasco, per accogliere

profughi da territori divenuti

stato di Israele nel 1948. Nei cinque

anni di conflitto in Siria hanno conosciuto

anche da vicino la barbarie

degli uomini del sedicente stato islamico,

che nel 2014 hanno preso il

controllo del loro campo.

Islanda

al voto per le legislative

RE Y K J AV Í K , 29. Urne aperte oggi in

Islanda per le legislative anticipate,

dove gli elettori sono chiamati al

voto per il rinnovo dell’Althing, il

parlamento più antico d’E u ro p a .

Secondo i sondaggi, è previsto un

testa a testa tra i conservatori e il

partito anti-sistema dei pirati, guidato

da Birgitta Jónsdóttir.

Le ultime parlamentari si sono

svolte nel 2013: normalmente una

legislatura islandese dura quattro

anni, ma lo scorso agosto il governo

ha deciso di anticipare il voto in

seguito alla vicenda dei Panama papers,

la pubblicazione di documenti

riservati che aveva portato alle dimissioni

del primo ministro,

Sigmundur Davíð Gunnlaugsson,

del Partito progressista. Alle ultime

elezioni, il partito dei pirati aveva

ottenuto il 5 per cento dei voti, e

tre seggi sui 63 totali dell’A l t h i n g.

Nel corso degli anni, però, i suoi

consensi sono molto aumentati, soprattutto

dopo i Panama papers.

Elezioni presidenziali

in Moldova

CH I S I N AU, 29. Domenica i moldavi

si recano alle urne per le elezioni

presidenziali, in un paese sempre

più diviso fra filorussi e filoccidentali,

fra i sostenitori di un riavvicinamento

con la Russia e l’Unione

euroasiatica o chi intende avere legami

più stretti con l’Ue. Un duello

che ha costellato tutta la campagna

elettorale delle prime elezioni

dirette dal 1997. È la prima volta,

infatti, che ai cittadini viene concesso

di eleggere direttamente il capo

dello stato.

Il favorito dei sondaggi, il socialista

Igor Dodon, sostenuto da Mosca,

è seguito da Maia Sandu, candidata

del Partito azione e solidarietà,

di stampo pro-Europa. Se

nessun candidato otterrà il 50 per

cento dei voti sarà necessario il ballottaggio,

in programma per il 13

novembre. Nell’eventuale secondo

turno non è stabilita la soglia minima

di partecipazione al voto.

Tutto pronto per la firma

del Ceta

BRUXELLES, 29. Si sblocca la partita

del Ceta, l’accordo di libero scambio

tra Europa e Canada. I leader

dell’Unione europea e il primo ministro

canadese, Justin Trudeau, firmeranno

domani, domenica, il trattato

commerciale. A dare l’annuncio,

con un tweet, è stato ieri il presidente

del Consiglio europeo, Donald

Tusk. «Ho appena parlato con

Tusk» gli ha fatto eco, sempre su

twitter, il premier canadese, che poi

ha definito il Ceta «un accordo per

fare crescere la classe media canadese

e per rafforzare le nostre economie».

Trudeau avrebbe dovuto recarsi

a Bruxelles giovedì scorso, ma

il vertice era stato annullato dopo il

voto contrario del parlamento della

Vallonia all’accordo commerciale.

Nelle ultime ore, una serie di concessioni

e rassicurazioni hanno fatto

superare l’opposizione della regione

francofona belga, aprendo la strada

alla firma dell’a c c o rd o .

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domenica 30 ottobre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 3

Maduro minaccia di arrestare i parlamentari dell’opp osizione

Manifestazioni di protesta

paralizzano Caracas

Madrid sostiene

il processo

di pace

colombiano

BO GOTÁ, 29. Re Filippo VI di

Spagna ha confermato ieri al presidente

colombiano, Juan Manuel

Santos, il supporto di Madrid nel

dialogo di pace con le Forze armate

rivoluzionarie della Colombia

(Farc), durante la cerimonia

di chiusura del summit Ibero-

American Business, svoltosi

nell’ambito del xxv Vertice iberoamericano

in corso a Cartagena

de Indias, in Colombia. «Siamo

di fronte a grandi sfide e insieme

saremo in grado di farvi fronte

con maggiori garanzie di successo»

ha affermato Filippo VI, congratulandosi

con Santos per il recente

premio Nobel per la pace.

In un ambiente caratterizzato

da forti aspettative, il presidente

colombiano ha parlato di pace, di

relazioni bilaterali, nonché

dell’appoggio al paese dato dalla

Spagna nelle sedi internazionali,

non tralasciando inoltre di ringraziare

Madrid per il sostegno costante

al processo di pace con le

Farc. Il paese, in seguito alla bocciatura

dell’accordo di pace firmato

tra il governo e i guerriglieri

nel referendum dello scorso 2 ottobre,

che avrebbe dovuto mettere

fine a decenni di conflitto armato,

sta attraversando un momento

molto delicato. I negoziati

sono ripresi pochi giorni fa. Il

leader della guerriglia Rodrigo

Londono, detto Timochenko, ha

scritto che l’atmosfera è caratterizzata

dall’ottimismo. Santos, in

un discorso alla nazione, ha dichiarato

che il suo governo ha ricevuto

445 proposte provenienti

da diversi settori del paese per

apportare modifiche, rettifiche e

chiarimenti all’accordo di pace.

Hanno preso parte al vertice

ibero-americano i capi di stato e

di governo di ventidue paesi, dei

quali 19 latinoamericani, nonché

Spagna, Portogallo e Andorra.

Sul tavolo, i temi legati alla gioventù,

all’istruzione e all’i m p re n -

ditorialità. Re Filippo ha parlato

anche al mondo delle imprese,

sottolineando l’importanza della

cooperazione tra paesi e continenti

e ricordando come la Spagna

abbia sempre sostenuto gli

accordi commerciali dell’Unione

europea con i paesi latinoamericani.

Tuttavia, il re ha anche chiesto

di andare «oltre», alla ricerca di

mercati nel sud-est asiatico.

CARACAS, 29. Non si allenta la tensione

tra governo e opposizione in

Venezuela. Il presidente, Nicolás

Maduro, ha minacciato ieri di arrestare

i parlamentari dell’opp osizione

se tenteranno di avviare la procedura

di impeachment nei suoi confronti.

Il capo dello stato, in un discorso

pubblico, ha affermato che, anche

trattandosi di membri del Congresso,

«se tenteranno di aprire un processo

politico, incostituzionale, la

magistratura deve procedere e arrestare

chi viola la Costituzione».

Lo sciopero generale di dodici

ore, indetto ieri dalle opposizioni

per protestare contro il governo, ha

paralizzato il paese. Stando alle prime

immagini diffuse dai social network,

la manifestazione di protesta

sembra aver riscosso una forte adesione.

Il presidente del parlamento,

in mano alla coalizione antichavista,

ha detto che lo sciopero generale è

stato «appoggiato da una forte maggioranza».

Di altro avviso è stato invece

il ministro dell’informazione,

Ernesto Villegas, secondo cui la manifestazione

è stato «un nuovo fallimento».

Come detto, lo sciopero è stato

deciso dal Tavolo dell’unità democratica

(Mud, antichavista), nell’ambito

di una serie di mobilitazioni di

protesta contro la sospensione del

referendum per revocare il mandato

di Maduro, dopo le manifestazioni

di mercoledì scorso che hanno visto

centinaia di migliaia di venezuelani

scendere in piazza contro il governo.

Ieri a causa dello sciopero il paese

era quasi completamente bloccato

con autostrade semideserte, stazioni

di autobus con poco servizio, zone

industriali apparentemente inattive.

Maduro e il suo numero due,

Diosdado Cabello, avevano minacciato

nei giorni scorsi di fare occupare

le fabbriche e le attività commerciali

dalle forze armate se i lavoratori

avessero aderito allo sciopero.

Il governo aveva inoltre promesso

un aumento del 40 per cento del salario

minimo, per convincerli a non

associarsi alla mobilitazione. Tuttavia,

per la prossima settimana le

opposizioni hanno minacciato una

Nuove regole per i provider

Svolta negli Stati Uniti

a tutela della privacy

WASHINGTON, 29. Svolta negli Stati

Uniti a tutela della privacy degli

utenti di internet, proprio mentre

l’Autorità garante della concorrenza

e del mercato europea accende i

riflettori su Facebook, WhatsApp e

Yahoo. La commissione federale

per le comunicazioni (Fcc) ha approvato

ieri nuove regole che impongono

ai provider a banda larga

di ottenere il permesso degli utenti

per raccogliere e cedere dati personali

tratti dalle loro navigazioni

online. Finora i provider potevano

tracciare i clienti a meno che non

ricevessero uno stop da parte loro.

È la prima volta che la Fcc approva

queste restrizioni per i provider

ad alta velocità, tra cui At&T,

Comcast e Verizon, mentre in passato

aveva già emanato norme a difesa

della privacy per smartphone e

le tv via cavo.

La decisione rischia di avere ripercussioni

sulla maxiofferta da

85,4 miliardi di dollari di At&T per

Time Warner: la questione della

gestione dei dati personali era un

punto essenziale dell’a c c o rd o .

nuova mobilitazione, ovvero una

marcia verso il palazzo presidenziale.

In questo clima di malcontento

generale e di alta tensione non sono

mancati episodi di violenza. Un poliziotto

è stato ucciso nello stato di

Miranda. Foro Penal Venezolano, un

gruppo per la difesa dei diritti umani,

ha denunciato poi l’uccisione di

tre persone a colpi di arma da fuoco

a Maracaibo.

La crisi politica e costituzionale

nel paese si è aggravata in seguito

alla recente decisione della Corte costituzionale

di bloccare la raccolta

firme per il referendum volto alla

destituzione di Maduro. A ciò si aggiunge

una crisi economica che ha

raggiunto livelli senza precedenti;

l’inflazione è stimata al 475 per cento.

Si parla da mesi di emergenza

umanitaria: la popolazione lotta

ogni giorno per reperire beni di prima

necessità; le condizioni igieniche

sono sempre più precarie e gli ospedali

sono in serie difficoltà per reperire

medicinali e garantire un adeguato

livello di assistenza.

Polizia e oppositori si fronteggiano a Caracas (Ap)

A causa dei combattimenti chiuse una settantina di scuole in Afghanistan

Istruzione negata

KABUL, 29. I ripetuti combattimenti

di cui è teatro la provincia meridionale

afghana di Uruzgan hanno provocato

una grave emergenza educativa

per migliaia di studenti, e solo

nell’ultimo mese e mezzo sono state

chiuse non meno di 70 scuole. Lo

hanno confermato all’agenzie di

stampa internazionali fonti locali.

Il portavoce del governo provinciale,

Dost Muhammad Nayab, ha

confermato che «oltre 70 scuole sono

state chiuse nel capoluogo Tirinkot

e in vari distretti negli ultimi 40

giorni, visto che i talebani bombardano

senza salvaguardare le aree

scolastiche». Non appena l’e m e rg e n -

za terminerà — ha assicurato — «riapriremo

le scuole chiuse per tutelare

la sicurezza degli allievi».

Secondo un altro funzionario

dell’Uruzgan, le scuole chiuse nei

distretti in conflitto di Khas Uruzgan,

Gizab, Shaheed Hasas e Dehrawood,

sarebbero invece «quasi 250».

Questa provincia si aggiunge ad altre,

come Kandahar ed Helmand a

sud, e altre a ovest, dove negli ultimi

anni centinaia di scuole sono state

chiuse per l’asprezza del conflitto

esistente, compromettendo il grado

di istruzione di una intera generazione

di giovani afghani.

Gli attacchi e gli attentati si intensificano

in tutto il paese. Otto militanti

talebani sono morti la notte

scorsa in un raid aereo nella provincia

orientale di Nangarhar. L’obiettivo

era la casa di un comandante del

gruppo, Maulvi Mohammad Alam,

che però è uscito indenne dall’attacco.

Lo riferisce l’agenzia di stampa

Pajhwok, aggiungendo che, secondo

fonti locali, nell’operazione sono

morti almeno quattro civili. Il portavoce

del governo provinciale, Attaullah

Khogyani, ha indicato che il raid

è stato realizzato nell’area di Markakhel

del distretto di Sherzad, ammettendo

che «ha provocato anche

vittime civili». Sulla vicenda è stata

subito aperta una inchiesta.

Un agente di polizia è invece

morto, e altri tre sono rimasti feriti,

in un attentato suicida avvenuto oggi

a Kandahar City, capoluogo della

omonima provincia meridionale.

L’obiettivo dell’attacco era il comandante

del nono distretto di polizia

locale, che però è sopravvissuto.

Ankara obiettivo

di possibili attentati

AN KA R A , 29. L’ambasciata degli

Stati Uniti in Turchia ha rinnovato

l’allarme relativo al rischio di attentati

nel paese. Dopo che il consolato

generale statunitense di Istanbul

aveva emanato lo scorso 23 ottobre

una nota relativa a possibili attacchi

terroristici, che avrebbero come

obiettivo cittadini stranieri che vivono

nella città, l’avviso di ieri riguarda

un possibile attentato nelle

manifestazioni previste per le prossime

ore ad Ankara.

Secondo quanto reso noto già in

precedenza dalla rappresentanza

diplomatica statunitense, l’allarme

— si legge in una nota — r i g u a rd a

possibili «conflitti a fuoco, rapimenti,

attacchi suicidi e altre forme

violente di aggressione da parte di

gruppi estremisti», ed è stato rilanciato

dal dipartimento di stato, che

fa riferimento a una «crescente minaccia

terroristica».

Ad Ankara e a Gaziantep sono

state vietate manifestazioni e aggregazioni

di persone, con provvedimenti

presi nel quadro dello stato

di emergenza in vigore nel paese

dopo il tentato golpe dello scorso

15 luglio. A riguardo, il presidente

turco, Recep Tayyip Erdoğan, in

occasione della odierna festa della

repubblica, ha dichiarato che il

paese è uscito rafforzato dal tentativo

di colpo di stato.

Un milione e mezzo di chilometri quadrati nel Mare di Ross

Nasce il parco marino più grande del mondo

CANBERRA, 29. Entro la fine del

2017, nelle acque internazionali

dell’Antartide nascerà la più grande

riserva marina del mondo. Dopo

cinque anni di promesse, compromessi

e negoziati falliti, l’Unione europea

e i 24 paesi che formano la

Commissione per la conservazione

delle risorse marine viventi dell’Antartide

hanno raggiunto ieri in Australia

lo storico accordo.

Il parco si estenderà su una superficie

di 1,55 milioni di chilometri

quadrati nel mare di Ross, di cui 1,1

milioni (come la superficie di Spagna

e Francia messe assieme) saranno

zona di protezione generale con

divieto assoluto di pesca. La riserva

avrà, però, una “scadenza”: cedendo

alle pressioni di Russia e Cina, le

parti hanno convenuto che il trattato

durerà 35 anni, e non 50, come inizialmente

chiesto da Stati Uniti e

Nuova Zelanda. La protezione non

ridurrà la quantità totale di pescato

permessa nel mare di Ross, ma terrà

lontani i pescherecci da habitat sensibili,

casa per pinguini, balene e foche.

L’accordo australiano istituisce

il primo parco marino in acque internazionali,

creando un precedente

per azioni analoghe volte a estendere

la tutela delle acque fino a raggiungere

il 30 per cento degli oceani

mondiali, come raccomandato

dall’Unione internazionale per la

conservazione della natura.

Le profonde acque del mare di

Ross, su cui si affaccia anche la base

italiana Mario Zucchelli, a Baia Terra

Nova, sono per gli scienziati l’ultimo

ecosistema marino ancora incontaminato

del pianeta. Un laboratorio

a cielo aperto per studiare i

cambiamenti climatici e la vita in

questo ambiente estremo.

DOHA, 29. La necessità della formazione

di un nuovo governo di

unità nazionale e della convocazione

di elezioni legislative è stata sottolineata

ieri al termine di un incontro

in Qatar fra il presidente

palestinese Mahmoud Abbas, leader

del partito Al Fatah, e il leader

politico di Hamas, Khaled Meshal.

Al colloquio, precisa la stampa

palestinese, ha partecipato anche

Ismail Haniyeh, dirigente dell’amministrazione

di Hamas nella Striscia

di Gaza. Sia da parte di Al Fatah

sia da quella di Hamas è stata

confermata l’importanza della «riconciliazione»

fra le varie fazioni

palestinesi, anche grazie alla mediazione

egiziana, per far promuovere

così — come scrive il quotidiano

«Al Ayyam» — «la piena realizzazione

della soluzione dei due stati

per due popoli» e quindi la costituzione

di uno stato palestinese

Riprende il dialogo

tra i palestinesi

autonomo e sovrano. Da parte sua,

il quotidiano israeliano «Haaretz»

sostiene che l’esercito israeliano è

preoccupato dal progressivo indebolirsi

in Cisgiordania del regime

di Mahmoud Abbas il quale deve

ora far fronte anche a faide interne

nel suo partito Al Fatah.

La questione della riconciliazione

inter-palestinese è un punto cruciale

nel quadro politico mediorientale.

La rottura tra Hamas e Al

Fatah è sfociata in violenza nel

giugno 2006, quando l’o rg a n i z z a -

zione fondata da Ahmed Yassin

prese il controllo della striscia di

Gaza estromettendo gli uomini di

Abu Mazen, i quali furono costretti

a riparare in Cisgiordania. Da quel

momento si è aperta una spaccatura

amministrativa e politica nei territori

palestinesi. Diversi tentativi

di mediazione sono stati compiuti

dal Cairo.


pagina 4 domenica 30 ottobre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO domenica 30 ottobre 2016 pagina 5

Linda Coppens

«Incontrami a metà strada»

di ULF JONSSON

L’ecumenismo — così come il dialogo tra le religioni e

anche con i non credenti — sta molto a cuore al Papa.

Lo ha fatto comprendere in molti modi. Ma soprattutto

egli stesso è un uomo di riconciliazione. Francesco

è profondamente convinto che gli uomini debbano

superare barriere e steccati, di qualunque genere

essi siano. Crede in quella che definisce la «cultura

dell’incontro». E questo perché tutti possano cooperare

al bene comune dell’umanità. Volevo che questa

visione di Francesco potesse toccare la mente e il cuore

di molti prima dell’arrivo del Papa in Svezia: l’intervista

sarebbe stata il mezzo migliore per raggiungere

tale obiettivo.

Santo Padre, il 31 ottobre lei visiterà Lund e Malmö per

partecipare alla commemorazione ecumenica dei cinquecento

anni della Riforma, organizzata dalla Federazione luterana

mondiale e dal Pontificio Consiglio per la promozione

dell’unità dei cristiani. Quali sono le sue speranze e

le sue attese per questo storico evento?

A me viene da dire una sola parola: avvicinarmi. La

mia speranza e la mia attesa sono quelle di avvicinarmi

di più ai miei fratelli e alle mie sorelle. La vicinanza

fa bene a tutti. La distanza invece ci fa ammalare.

Quando ci allontaniamo, ci chiudiamo dentro noi

stessi e diventiamo monadi, incapaci di incontrarci.

Ci facciamo prendere dalle paure. Bisogna imparare a

trascendersi per incontrare gli altri. Se non lo facciamo,

anche noi cristiani ci ammaliamo di divisione. La

mia attesa è quella di riuscire a fare un passo di vicinanza,

a essere più vicino ai miei fratelli e alle mie sorelle

che vivono in Svezia.

In Argentina i luterani compongono una comunità piuttosto

ristretta. Lei ha avuto modo di avere contatti diretti

con loro nel passato?

Sì, abbastanza. Ricordo la prima volta che sono

andato in una chiesa luterana: è stato proprio nella

loro sede principale in Argentina, nella calle Esmeralda,

a Buenos Aires. Avevo 17 anni. Mi ricordo bene

quel giorno. Si sposava un mio compagno di lavoro,

Axel Bachmann. Lui era lo zio della teologa luterana

Mercedes García Bachmann. E anche la mamma di

Mercedes, Ingrid, lavorava nel laboratorio dove lavo-

In un pomeriggio di settembre

Da un’idea maturata a metà dello scorso giugno

è nata l’intervista che Ulf Jonsson, docente di filosofia

al Newman Institute di Uppsala,

direttore della rivista culturale dei gesuiti svedesi «Signum»

e, dal 2011, editorialista dell’«Osservatore Romano»,

ha realizzato nel tardo pomeriggio del 24 settembre,

a Santa Marta, in compagnia di Antonio Spadaro,

direttore della «Civiltà Cattolica».

Il testo della conversazione, durata circa un’ora e mezza,

è riportato integralmente sui siti

dell’«Osservatore Romano» e del quindicinale

dei gesuiti italiani, ed è stato anticipato in un lungo articolo

che il quotidiano svedese «Dagens Nyheter»

ha pubblicato sul suo sito e nell’edizione del 29 ottobre.

ravo io. Quella era la prima volta che assistevo a una

celebrazione luterana. La seconda volta è stata

un’esperienza più forte. Noi gesuiti abbiamo la facoltà

di teologia a San Miguel, dove io insegnavo. Lì vicino,

a meno di dieci chilometri di distanza, c’era la

facoltà di teologia luterana. Il rettore era un ungherese,

Leskó Béla, davvero un brav’uomo. Con lui avevo

rapporti molto cordiali. Io ero professore e avevo la

cattedra di teologia spirituale. Ho invitato il professore

di teologia spirituale di quella facoltà, uno svedese,

Anders Ruuth, a tenere insieme a me lezioni di spiritualità.

Ricordo che quello era un momento davvero

difficile per la mia anima. Io ho avuto molta fiducia

in lui e gli ho aperto il mio cuore. Lui mi ha molto

aiutato in quel momento. Poi è stato inviato in Brasile

— conosceva bene anche il portoghese — e quindi è

tornato in Svezia. Lì ha pubblicato la sua tesi di abilitazione

sulla «Chiesa universale del regno di Dio»,

che era sorta in Brasile alla fine degli anni Settanta.

Era una tesi critica. L’aveva scritta in svedese, ma

aveva un capitolo in inglese. Me la inviò e io lessi

quel capitolo in inglese: era un gioiello. Poi è passato

del tempo... Nel frattempo sono diventato vescovo

ausiliare di Buenos Aires. Un giorno venne a farmi

visita in episcopio l’allora arcivescovo primate di Uppsala.

Il cardinale Quarracino non c’era. Lui mi ha

invitato alla loro messa nella calle Azopardo, nella

Iglesia Nórdica di Buenos Aires, che prima era chiamata

«Chiesa svedese». A lui ho parlato di Anders

Ruuth, il quale poi è tornato ancora una volta in Argentina

per celebrare un matrimonio. In quella occasione

ci siamo rivisti, ma fu l’ultima: uno dei suoi due

figli, il musicista — l’altro era medico — un giorno mi

chiamò per dirmi che era morto.

Un altro capitolo dei miei rapporti con i luterani

riguarda la Chiesa di Danimarca. Ho avuto un bel

rapporto col pastore di allora, Albert Andersen, che

adesso è negli Stati Uniti. Lui mi ha invitato due volte

a fare una predica. La prima era in un contesto li-

II nel 1989. Quello era un tempo di entusiasmo ecumenico

e di profondo desiderio di unità tra cattolici e luterani.

Da allora il movimento ecumenico sembra avere perso vigore

e nuovi ostacoli sono sorti. Come dovrebbero essere

gestiti questi ostacoli? Quali sono, a suo giudizio, i mezzi

migliori per promuovere l’unità dei cristiani?

Chiaramente spetta ai teologi continuare a dialogare

e a studiare i problemi: su questo non vi è alcun

dubbio. Il dialogo teologico deve proseguire, perché

è una strada da percorrere. Penso ai risultati che su

questa strada sono stati raggiunti con il grande documento

ecumenico sulla giustificazione: è stato un

grande passo avanti. Certo, dopo questo passo immagino

che non sarà facile andare avanti a causa delle

diverse capacità di comprendere alcune questioni teologiche.

Ho domandato al patriarca Bartolomeo se

era vero quel che si racconta del patriarca Atenagora,

cioè che avrebbe detto a Paolo VI: «Andiamo avanti

Chiesa evangelica a Buenos Aires

noi e mettiamo i teologi a discutere tra loro su un’isola».

Mi ha detto che è una battuta vera. Ma sì, si deve

continuare il dialogo teologico, anche se non sarà

facile.

Personalmente credo anche che si debba spostare

l’entusiasmo verso la preghiera comune e le opere di

misericordia, cioè il lavoro fatto insieme nell’aiuto

agli ammalati, ai poveri, ai carcerati. Fare qualcosa insieme

è una forma alta ed efficace di dialogo. Penso

anche all’educazione. È importante lavorare insieme e

non settariamente. Un criterio dovremmo averlo molto

chiaro in ogni caso: fare proselitismo nel campo

ecclesiale è peccato. Benedetto XVI ci ha detto che la

Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.

Il proselitismo è un atteggiamento peccaminoso. Sarebbe

come trasformare la Chiesa in una organizzazione.

Parlare, pregare, lavorare insieme: questo è il

cammino che dobbiamo fare. Vedi, nell’unità quello

che non sbaglia mai è il nemico, il demonio. Quando

i cristiani sono perseguitati e uccisi, lo sono perché

sono cristiani e non perché sono luterani, calvinisti,

anglicani, cattolici o ortodossi. Esiste un ecumenismo

del sangue.

Ricordo un episodio che ho vissuto con il parroco

della parrocchia di Sankt Joseph a Wandsbek, Amburgo.

Lui portava avanti la causa dei martiri ghigliottinati

da Hitler perché insegnavano il catechismo.

Sono stati ghigliottinati uno dietro l’altro. Dopo

i primi due, che erano cattolici, fu ucciso un pastore

Intervista a Papa Francesco alla vigilia del viaggio in Svezia

Il problema

nasce quando si è chiusi

luterano condannato per lo stesso motivo. Il sangue

dei tre si è mischiato. Il parroco mi disse che per lui

era impossibile continuare la causa di beatificazione

dei due cattolici senza inserire il luterano: il loro sangue

si era mischiato! Ma ricordo anche l’omelia di

Paolo VI in Uganda nel 1964, che menzionava insieme,

uniti, i martiri cattolici e anglicani. Ho avuto

questo pensiero quando anch’io ho visitato la terra

d’Uganda. Questo succede anche ai nostri giorni: gli

ortodossi, i martiri copti uccisi in Libia... È l’ecumenismo

del sangue. Quindi: pregare insieme, lavorare

insieme e comprendere l’ecumenismo del sangue.

Una delle cause maggiori di inquietudine del nostro tempo

è la diffusione del terrorismo rivestito di termini religiosi.

L’incontro di Assisi ha posto l’accento anche sull’importanza

del dialogo interreligioso. Come l’ha vissuto?

C’erano tutte le religioni che hanno contatto con

Sant’Egidio. Ho incontrato coloro che Sant’Egidio ha

contattato: non ho scelto io chi incontrare. Ma erano

in tanti, e l’incontro è stato molto rispettoso e senza

sincretismo. Tutti insieme abbiamo parlato della pace

e abbiamo chiesto la pace. Abbiamo detto insieme

parole forti per la pace, che le religioni davvero vogliono.

Non si può fare la guerra in nome della religione,

di Dio: è una bestemmia, è satanico. Oggi ho

ricevuto circa 400 persone che erano a Nizza e ho salutato

le vittime, i feriti, gente che ha perso mogli o

mariti o figli. Quel pazzo che ha commesso quella

strage lo ha fatto credendo di farlo in nome di Dio.

Pover’uomo, era uno squilibrato! Con carità possiamo

dire che era uno squilibrato che ha cercato di usare

una giustificazione nel nome di Dio. Per questo l’incontro

di Assisi è molto importante.

Ma lei ha recentemente parlato anche di un’altra forma

di terrorismo, quello delle chiacchiere. In che senso e come

si fa a vincerlo?

Sì, c’è un terrorismo interno e sotterraneo che è un

vizio difficile da estirpare. Descrivo il vizio delle mormorazioni

e delle chiacchiere come una forma di terrorismo:

è una forma di violenza profonda che tutti

abbiamo a disposizione nell’anima e che richiede una

conversione profonda. Il problema di questo terrorismo

è che tutti possiamo metterlo in atto. Ogni persona

è capace di diventare terrorista anche semplicemente

usando la lingua. Non parlo delle liti che si

fanno apertamente, come le guerre. Parlo di un terrorismo

subdolo, nascosto, che si fa buttando parole come

«bombe», e che fa molto male. La radice di questo

terrorismo è nel peccato originale, ed è una forma

di criminalità. È un modo per guadagnare spazio per

sé distruggendo l’altro. È necessaria, dunque, una

profonda conversione del cuore per vincere questa

tentazione, e bisogna molto esaminarsi su questo

punto. La spada uccide tante persone, ma ne uccide

più la lingua, dice l’apostolo Giacomo nel terzo capitolo

della sua Lettera. La lingua è un membro piccolo,

ma può sviluppare un fuoco di male e incendiare

tutta la nostra vita. La lingua si può riempire di veleno

mortale. Questo terrorismo è difficile da domare.

La religione può essere una benedizione, ma anche una

maledizione. I media spesso riportano notizie di conflitti

tra gruppi religiosi nel mondo. Alcuni affermano che il

mondo sarebbe più pacifico se la religione non ci fosse.

Che cosa risponde a questa critica?

Le idolatrie che sono alla base di una religione,

non la religione! Ci sono idolatrie legate alla religione:

l’idolatria dei soldi, delle inimicizie, dello spazio

superiore al tempo, la cupidigia della territorialità

dello spazio. C’è una idolatria della conquista dello

spazio, del dominio, che attacca le religioni come un

virus maligno. E l’idolatria è una finta di religione, è

una religiosità sbagliata. Io la chiamo «una trascendenza

immanente», cioè una contraddizione. Invece

le religioni vere sono lo sviluppo della capacità che

ha l’uomo di trascendersi verso l’assoluto. Il fenomeno

religioso è trascendente e ha a che fare con la verità,

la bellezza, la bontà e l’unità. Se non c’è questa

apertura, non c’è trascendenza, non c’è vera religione,

c’è idolatria. L’apertura alla trascendenza dunque non

può assolutamente essere causa di terrorismo, perché

questa apertura è sempre unita alla ricerca della verità,

della bellezza, della bontà e dell’unità.

Lei ha spesso parlato in termini molto chiari della terribile

situazione dei cristiani in alcune aree del Medio

oriente. C’è ancora speranza per uno sviluppo più pacifico

e umano per i cristiani in quell’a re a ?

Io credo che il Signore non lascerà il suo popolo a

se stesso, non lo abbandonerà. Quando leggiamo delle

dure prove del popolo di Israele nella Bibbia o facciamo

memoria delle prove dei martiri, constatiamo

come il Signore sia sempre venuto in aiuto del suo

popolo. Ricordiamo nell’Antico testamento l’uccisione

dei sette figli con la loro madre nel libro dei Maccabei.

O il martirio di Eleazaro. Certamente il martirio

è una delle forme della vita cristiana. Ricordiamo

san Policarpo e la lettera alla Chiesa di Smirne che ci

dà il racconto delle circostanze del suo arresto e della

sua morte. Sì, in questo momento il Medio oriente è

terra di martiri. Possiamo senza dubbio parlare di

una Siria martire e martoriata. Voglio citare un ricordo

personale che mi è rimasto nel cuore: a Lesbo ho

incontrato un papà con due bambini. Lui mi ha detto

che era tanto innamorato di sua moglie. Lui è musulmano

e lei era cristiana. Quando sono venuti i terroristi,

hanno voluto che lei si togliesse la croce, ma lei

non ha voluto e loro l’hanno sgozzata davanti a suo

marito e ai suoi figli. E lui mi continuava a dire: «Io

l’amo tanto, l’amo tanto». Sì, lei è una martire. Ma il

cristiano sa che c’è speranza. Il sangue dei martiri è il

seme dei cristiani: lo sappiamo da sempre.

Lei è il primo Papa non europeo da più di 1.200 anni a

questa parte, e spesso ha messo in rilievo la vita della

Chiesa in regioni considerate «periferiche» del mondo.

Dove, secondo lei, la Chiesa cattolica avrà le sue comunità

più vive nei prossimi 20 anni? E in che modo le Chiese

d’Europa potranno contribuire al cattolicesimo del fut

u ro ?

Questa è una domanda legata allo spazio, alla geografia.

Io ho allergia a parlare di spazi, ma dico sempre

che dalle periferie si vedono le cose meglio che

dal centro. La vivacità delle comunità ecclesiali non

dipende dallo spazio, dalla geografia, ma dallo spirito.

È vero che le Chiese giovani hanno uno spirito

più fresco e, d’altra parte, ci sono Chiese invecchiate,

Chiese un po’ addormentate, che sembrano essere interessate

solamente a conservare il loro spazio. In

questi casi non dico che manchi lo spirito: c’è, sì, ma

è chiuso in una struttura, in un modo rigido, timoroso

di perdere spazio. Nelle Chiese di alcuni Paesi si

vede proprio che manca freschezza. In questo senso

la freschezza delle periferie dà più posto allo spirito.

Bisogna evitare gli effetti di un cattivo invecchiamento

delle Chiese. Fa bene rileggere il capitolo terzo del

profeta Gioele, lì dove dice che gli anziani faranno

sogni e che i giovani avranno visioni. Nei sogni degli

anziani c’è la possibilità che i nostri giovani abbiano

nuove visioni, abbiano nuovamente un futuro. Invece

le Chiese a volte sono chiuse nei programmi, nelle

programmazioni. Lo ammetto: so che sono necessari,

ma io faccio molta fatica a porre molta speranza negli

organigrammi. Lo spirito è pronto a spingerci, ad andare

avanti. E lo spirito si trova nella capacità di sognare

e nella capacità di profetizzare. Questa per me

è una sfida per tutta la Chiesa. E l’unione tra anziani

e giovani è per me la sfida del momento per la Chiesa,

la sfida alla sua capacità di freschezza. Per questo

a Cracovia, durante la giornata mondiale della gioventù,

ho raccomandato ai giovani di parlare con i

nonni. La Chiesa giovane ringiovanisce di più quando

i giovani parlano con gli anziani e quando gli anziani

sanno sognare cose grandi, perché questo fa sì

che i giovani profetizzino. Se i giovani non profetizzano,

alla Chiesa manca l’aria.

La sua visita in Svezia toccherà uno dei Paesi più seco-

Il teologo svedese Anders Ruuth (foto Johan Persson)

turgico. In quella occasione fu molto delicato: per

evitare di creare imbarazzo circa la partecipazione alla

comunione, quel giorno non ha celebrato la messa,

ma un battesimo. Successivamente mi ha invitato a

tenere una conferenza ai loro giovani. Ricordo che

con lui ho avuto una discussione molto forte a distanza,

quando lui era già negli Stati Uniti. Il pastore mi

ha rimproverato tanto a causa di quel che avevo detto

circa una legge che riguardava problemi religiosi in

Argentina. Ma devo dire che mi ha rimproverato con

onestà e sincerità, come un vero amico. Quando è

tornato a Buenos Aires, sono andato a chiedergli scusa

perché in effetti il modo in cui mi ero espresso in

quel caso era stato un po’ offensivo. Poi ho avuto anche

una grande vicinanza col pastore David Calvo,

argentino, della Iglesia Evangélica Luterana Unida.

Anche lui era una brava persona.

Ricordo inoltre che per il «giorno della Bibbia»,

che a Buenos Aires si celebrava a fine settembre, sono

tornato nella prima chiesa in cui ero stato da giovane,

in calle Esmeralda. E lì ho incontrato Mercedes García

Bachmann. Abbiamo tenuto una conversazione.

Quello è stato l’ultimo incontro istituzionale che ho

avuto con i luterani quando ero arcivescovo di Buenos

Aires. Poi invece ho continuato ad avere rapporti

con singoli amici luterani a livello personale. Ma l’uomo

che ha fatto tanto bene alla mia vita è stato Anders

Ruuth: lo penso con tanto affetto

e riconoscenza. Quando qui è

venuta a trovarmi l’arcivescova primate

della Chiesa di Svezia, abbiamo

fatto un riferimento a quella

amicizia tra noi due. Ricordo bene

quando l’arcivescova Antje Jackelén

è venuta qui in Vaticano nel maggio

2015 in visita ufficiale: ha fatto un

gran bel discorso. L’ho incontrata

successivamente anche in occasione

della canonizzazione di Maria Elisabeth

Hesselblad. Allora ho potuto

salutare anche il marito: sono persone

davvero amabili. Poi da Papa sono

andato a predicare nella chiesa

luterana di Roma. Mi hanno molto

colpito le domande che mi sono state

fatte allora: quella del bambino e

quella di una signora sulla intercomunione.

Domande belle e profonde.

E il pastore di quella chiesa è

proprio bravo!

Nei dialoghi ecumenici le differenti comunità

dovrebbero provare ad arricchirsi

reciprocamente con il meglio delle

loro tradizioni. Che cosa la Chiesa cattolica

potrebbe imparare dalla tradizione

luterana?

Mi vengono in mente due parole:

«riforma» e «Scrittura». Cerco di

spiegarmi. La prima è la parola «riforma».

All’inizio quello di Lutero

era un gesto di riforma in un momento

difficile per la Chiesa. Lutero

voleva porre un rimedio a una situazione

complessa. Poi questo gesto —

anche a causa di situazioni politiche,

pensiamo anche al cuius regio eius religio

— è diventato uno «stato» di separazione,

e non un «processo» di

riforma di tutta la Chiesa, che invece

è fondamentale, perché la Chiesa è

semper reformanda. La seconda parola

è «Scrittura», la parola di Dio.

Lutero ha fatto un grande passo per

mettere la parola di Dio nelle mani

del popolo. Riforma e Scrittura sono

le due cose fondamentali che possiamo

approfondire guardando alla tradizione

luterana. Mi vengono in

mente adesso le congregazioni generali

prima del Conclave e quanto la

richiesta di una riforma sia stata viva

e presente nelle nostre discussioni.

Solo una volta prima di lei un Papa

ha visitato la Svezia, Giovanni Paolo

larizzati al mondo. Una buona

parte della sua popolazione

non crede in Dio, e la religione

gioca un ruolo abbastanza

modesto nella vita

pubblica e nella società. Secondo

lei, che cosa si perde

una persona che non crede in

Dio?

Non si tratta di perdere

qualcosa. Si tratta di non

sviluppare adeguatamente

una capacità di trascendenza.

La strada della trascendenza

dà posto a Dio, e in

questo sono importanti anche

i piccoli passi, persino

quello da essere ateo ad essere

agnostico. Il problema

per me è quando si è chiusi

e si considera la propria vita

perfetta in se stessa, e dunque

chiusa in se stessa senza

bisogno di una radicale trascendenza.

Ma per aprire

gli altri alla trascendenza

non c’è bisogno di fare tante

parole e discorsi. Chi vive

la trascendenza è visibile: è

una testimonianza vivente.

Nel pranzo che ho avuto a

Cracovia con alcuni giovani,

uno di loro mi ha chiesto:

«Che cosa devo dire a un

mio amico che non crede in

Dio? Come faccio a convertirlo?».

Io gli ho risposto:

«L’ultima cosa che devi fare

è dire qualcosa. Agisci! Vivi!

Frontespizio della Bibbia tradotta da Lutero in tedesco (edizione del 1534)

Poi davanti alla tua vita, alla

tua testimonianza, l’a l t ro

forse ti chiederà perché vivi

così». Io sono convinto che chi non crede o non cerca

Dio forse non ha sentito l’inquietudine di una tegando

il viaggio di un giorno. Infatti volevo che la

nità cattolica, ho deciso di celebrare una messa, allunstimonianza.

E questo è molto legato al benessere. messa fosse celebrata non nello stesso giorno e non

L’inquietudine si trova difficilmente nel benessere. nello stesso luogo dell’incontro ecumenico per evitare

Per questo credo che contro l’ateismo, cioè contro la di confondere i piani. L’incontro ecumenico va preservato

nel suo significato profondo secondo uno spi-

chiusura alla trascendenza, valgano davvero solamente

la preghiera e la testimonianza.

rito di unità, che è il mio. Questo ha creato problemi

organizzativi, lo so, perché sarò in Svezia anche nel

I cattolici in Svezia sono una piccola minoranza, e per lo giorno dei Santi, che qui a Roma è importante. Ma

più composta da immigranti da varie nazioni del mondo. pur di evitare fraintendimenti, ho voluto che fosse così.

Lei incontrerà alcuni di loro celebrando la messa a Malmö

il 1° novembre. Come vede il ruolo dei cattolici in una

cultura come quella svedese?

Lei è un gesuita. Sin dal 1879 i gesuiti hanno svolto le

Vedo una sana convivenza, dove ognuno può vivere

la propria fede ed esprimere la propria testimo-

rivista «Signum» e, negli ultimi 15 anni, grazie all’Isti-

loro attività in Svezia con parrocchie, esercizi spirituali, la

nianza vivendo uno spirito aperto ed ecumenico. Non tuto universitario Newman. Quali impegni e quali valori

si può essere cattolici e settari. Bisogna tendere a stare

insieme agli altri. «Cattolico» e «settario» sono questo Paese?

dovrebbero caratterizzare l’apostolato dei gesuiti oggi in

due parole in contraddizione. Per questo all’inizio Credo che il primo compito dei gesuiti in Svezia

non prevedevo di celebrare una messa per i cattolici

sia quello di favorire in ogni modo il dialogo con coloro

che vivono nella società secolarizzata e con i non

in questo viaggio: volevo insistere su una testimonianza

ecumenica. Poi ho riflettuto bene sul mio ruolo di

credenti: parlare, condividere, comprendere, stare accanto.

Poi chiaramente occorre favorire il dialogo

pastore di un gregge cattolico che arriverà anche da

altri Paesi vicini, come la Norvegia e la Danimarca.

ecumenico. Il modello per i gesuiti svedesi deve essere

san Pietro Favre, che era sempre in cammino e che

Allora, rispondendo alla fervida richiesta della comu-

era guidato da uno spirito buono, aperto. I gesuiti

non abbiano una struttura quieta. Bisogna avere il

cuore inquieto e avere strutture, sì, ma inquiete.

Chi è Gesù per Jorge Mario Bergoglio?

Gesù per me è colui che mi ha guardato con misericordia

e mi ha salvato. Il mio rapporto con lui ha

sempre questo principio e fondamento. Gesù ha dato

senso alla mia vita di qui sulla terra, e speranza per la

vita futura. Con la misericordia mi ha guardato, mi

ha preso, mi ha messo in strada... E mi ha dato una

grazia importante: la grazia della vergogna. La mia

vita spirituale è tutta scritta nel capitolo 16 di Ezechiele.

Specialmente nei versetti finali, quando il Signore

rivela che avrebbe stabilito la sua alleanza con

Israele dicendogli: «Tu saprai che io sono il Signore,

perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione,

tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato

quello che hai fatto». La vergogna è positiva: ti

fa agire, ma ti fa capire qual è il tuo posto, chi tu sei,

impedendo ogni superbia e vanagloria.

Una parola finale, Santo Padre, su questo viaggio in

Svezia...

Quello che mi viene spontaneo da aggiungere

adesso è semplice: andare, camminare insieme! Non

restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste

non c’è possibilità di riforma.


pagina 6 L’OSSERVATORE ROMANO

domenica 30 ottobre 2016

Christian Beyer

Dieta di Augusta (1530)

Il segretario generale del Wcc sul quinto centenario della Riforma

Tempo di reciproca responsabilità

BE R L I N O, 29. Quello della «reciproca

responsabilità» è l’atteggiamento

giusto con il quale i cristiani,

tutti i cristiani, possono accostarsi

alle celebrazioni per il

quinto centenario della riforma.

Nell’imminenza della ricorrenza

del 31 ottobre, il reverendo Olav

Fykse Tveit, teologo luterano e segretario

generale del World

Council of Churches (Wcc), affronta

il tema dell’anniversario

protestante da un punto di vista

ecumenico. E ha parole di sentito

apprezzamento e di speranza per

i frutti che, si augura, faranno

certamente seguito alla partecipazione

di Papa Francesco alle

manifestazioni di Lund, in Svezia.

«Questo evento — afferma —

ha una rilevanza e sarà importante

per tutto il movimento ecumenico».

Tveit ha affrontato l’a rg o m e n t o

in un ampio intervento tenuto in

questi giorni presso l’University

Church of Heidelberg, la più antica

università tedesca, e diffuso

dal sito in rete del Wcc, sostenendo

in primo luogo la necessità di

porre in essere «un’agenda comune»

tra il pur variegato mondo

della riforma e l’intero movimento

ecumenico.

La riforma protestante, che ricorda

Tveit, tradizionalmente si fa

iniziare con la pubblicazione, avvenuta

il 31 ottobre 1517, delle 95

tesi di Lutero, ha segnato profondamente

la storia d’Europa, e poi

del mondo intero, con la conseguente

divisione del cristianesimo

occidentale. Oggi, però, «la responsabilità

reciproca deve essere

l’atteggiamento centrale per commemorare

la riforma». E ciò si

sviluppa sia attraverso «il riconoscimento

dei doni che abbiamo

ricevuto e condiviso, che attraverso

la critica costruttiva». Al contrario,

avverte, celebrazioni a

«senso unico» e «autoreferenziali»

non conducono in altri posti

se non nei vicoli ciechi dell’«orgoglio»

e del «potere fino a se

stesso».

Per i cristiani e per la Chiesa

l’approccio più efficace e appropriato

per celebrare l’anniversario

è dunque quello di guardare al

passato e al presente mettendosi

al cospetto di Dio. «Per stare davanti

a Dio, il nostro dovere è

quello dell’assunzione di responsabilità,

sia nei confronti della

ni, anche quelle che si sono sviluppate

al nostro interno».

Infatti, «la responsabilità reciproca

è l’atteggiamento centrale

che ha portato alla nascita del

movimento ecumenico come comunione

di Chiese». La responsabilità

reciproca è esercitata

quando «come Chiese ci chiediamo

e rispondiamo vicendevolmente

in modo trasparente, aperto,

umile e costruttivo su ciò che

abbiamo fatto della nostra eredità

comune, del Vangelo e della Tradizione

della Chiesa».

Tveit suggerisce di percorrere

una strada già sperimentata con

profitto. Il miglior modo per celebrare

la riforma, rileva ancora,

deve prevedere una «purificazione

della memoria», per costruire in-

La chiesa luterana di Jasper (Alberta)

In questo senso, il segretario

generale del Wcc cita a esempio

anche il recente documento Erinnerung

heilen. Jesus Christus bezeugen

(“Guarire la memoria. Testimoniare

Gesù Cristo”) presentato

insieme dal cardinale presidente

della Conferenza episcopale tedesca,

Reinhard Marx, e dal vescovo

presidente del Consiglio della

chiesa evangelica in Germania,

Heinrich Bedford-Strohm. Allo

stesso modo, e a maggior ragione,

viene ricordata anche l’imp ortanza

di Dal conflitto alla comunione,

il documento pubblicato nel 2013

dalla Commissione luterano-cattolica

per l’unità che è alla base

della commemorazione comune

del 2017. «Su questo spirito di

rinnovata energia dovranno essere

seminati e raccolti i frutti del dialogo,

un dialogo che certamente

prevarrà — sostiene Tveit — anche

in occasione della prossima celebrazione

tra i rappresentanti della

Federazione luterana mondiale e

Papa Francesco il prossimo 31 ottobre

a Lund».

OT TAWA , 29. Nel gennaio 2017

la Conferenza episcopale canadese

e la Chiesa evangelica luterana

in Canada pubblicheranno

un documento comune per celebrare

il cinquecentesimo anniversario

della Riforma protestante.

Si intitola Insieme in Cristo:

luterani e cattolici commemorano

la Riforma e include una

«guida allo studio» in cinque

parti per le parrocchie che può

Tema al centro dell’assemblea plenaria della Comece

I poveri nell’Europa dei cristiani

creazione di Dio, in particolar

modo con coloro che sono creati

a immagine di Dio, sia verso tutti

gli esseri viventi», ha detto Tveit.

«La responsabilità è quell’atteggiamento

che ha sempre contraddistinto

il movimento ecumenico.

Un atteggiamento di fermezza, il

nostro, a dimostrazione che siamo

affidabili e onesti, trasparenti,

aperti, umili. Ciò che abbiamo

sempre preteso come Chiese — ha

proseguito — è il dialogo: malgrado

le possibili differenze, divisiosieme

la pace, così hanno

fatto le Chiese membro

del Wcc in Irlanda del

Nord, nel Sud Africa

e in molti altri paesi.

BRUXELLES, 29. «Il compito che ci

aspetta, come membri della Comece,

non è di cercare soluzioni nel

passato, tornando indietro, ma, coscienti

delle ricchezze del passato,

trovarle nel futuro, guardando con

fiducia verso l’avvenire». Dal punto

di vista della Chiesa poi, con la

sua vocazione universale, si deve

sempre considerare «ciò che gli

uomini hanno in comune, al di là

delle frontiere». Se l’assemblea

plenaria della Commissione degli

episcopati della Comunità europea

(dal 26 al 28 ottobre a Bruxelles) è

stata dedicata in gran parte alle

difficoltà patite dai poveri nel vecchio

continente e alle strategie

dell’Ue per sradicare l’indigenza, i

vescovi si sono confrontati anche

su altri temi, sulle «molteplici crisi»

che assillano l’E u ro p a .

Nel discorso di apertura, il cardinale

arcivescovo di München

und Freising, Reinhard Marx, presidente

della Comece, ha ribadito

al riguardo la rilevanza del contributo

della Chiesa: «In questa crisi

esistenziale dell’Ue, la Comece è

più importante che mai». E parlando

delle conseguenze della decisione

del Regno Unito di lasciare

l’Unione europea, il porporato

ha sottolineato che non è unicamente

un problema britannico. Al

contrario, è l’Unione europea nel

suo insieme che deve garantire,

nuovamente, gli obiettivi che essa

persegue. Al di là della Brexit,

Marx ha invitato il Regno Unito

come l’Ue a «voltarsi di nuovo

l’uno verso l’altra», e ha annunciato

che la Commissione degli episcopati

della Comunità europea

organizzerà un congresso a Roma

nell’autunno del 2017 sul tema

«Ripensare l’Europa», in particolare

sul futuro del progetto di integrazione

politica.

Della Brexit ha parlato anche il

vescovo ausiliare di Birmingham,

William Kenney, delegato della

Conferenza episcopale di Inghilterra

e Galles, per il quale, dopo il

risultato del referendum, c’è stata

«poca chiarezza sulle conseguenze

del voto». In ogni caso, «quando

il Regno Unito negozierà i differenti

accordi commerciali necessari,

la Chiesa dovrà essere la voce

delle persone emarginate e svantaggiate».

Preoccupati anche il vescovo

ausiliare di Westminster, Nicholas

Gilbert Hudson, il vescovo

di Aberdeen, Hugh Gilbert, e il

vescovo di Down and Connor,

Noël Treanor: aumento dei crimini

di odio commessi nel Regno Unito

contro gli stranieri, riapertura

del dibattito sull’indipendenza in

Scozia e crisi sociale (soprattutto

fra i giovani) in Irlanda rappresentano

le questioni più urgenti da

e s a m i n a re .

Durante i lavori i vescovi — che

in occasione della messa svoltasi

mercoledì sera nella chiesa dei domenicani

a Bruxelles hanno dato il

benvenuto al nuovo segretario generale

della Comece, padre Olivier

Poquillon — si sono incontrati con

le associazioni locali che si occupano

dei poveri nella capitale belga,

discutendo dell’argomento con

esperti e responsabili istituzionali.

Fra gli intervenuti, Jorge Nuño

Maier, segretario generale di Caritas

Europa, che ha presentato

un’analisi della situazione della

povertà nell’Ue fra azione individuale

e impegno istituzionale, Doreen

Huddard, relatrice di una ricerca

sulla povertà infantile al Comitato

europeo delle regioni, e

Michel Servoz, incaricato presso la

Commissione europea per il lavoro,

gli affari sociali e l’inclusione,

che ha illustrato i progetti in corso

di attuazione per affrontare ineguaglianze

sociali, esclusione e povertà

nei vari Paesi. Fra i dati

emersi, uno su tutti suscita preoccupazione:

119 milioni di europei,

Intervista al cardinale Koch

Quello che Lutero

ci insegna

«In Lutero la questione di Dio e il

cristocentrismo del suo annuncio

sono fondamentali e molto positivi:

e noi cattolici abbiamo ancora da

imparare su questi temi». A poche

ore dalla partenza del Papa per

Lund, in Svezia, il cardinale presidente

del Pontificio Consiglio per

la promozione dell’unità dei cristiani,

Kurt Koch, torna sull’imp ortanza

della commemorazione comune,

tra cattolici e luterani, del quinto

centenario della riforma.

Lo fa in un’intervista pubblicata

il 29 ottobre sul «Giornale del Popolo»,

quotidiano cattolico svizzero,

nella quale viene ribadito, come

di recente ha affermato Papa Francesco,

che l’«intenzione originaria»

del padre della Riforma non era

quella «rompere l’unità e di creare

nuove Chiese», bensì era «incentrata

sui modi di annunciare Dio».

Poi, certamente, la storia ha preso

anche altre direzioni. E sono nate

le divisioni e le sanguinose guerre

di religione. Da un punto di vista

storico, sicuramente, «le colpe

stanno da tutte e due le parti». E,

riconosce il porporato, «anche la

Chiesa cattolica a quel tempo non

era aperta al rinnovamento chiesto

da Lutero, come già aveva affermato

Papa Adriano VI nel suo messaggio

alla dieta di Norimberga

del 1522-1523, quando chiese scusa

per il comportamento inammissibile

della Curia romana». Per questo,

osserva Koch, «è difficile dire

“f e s t e g g i a re ”, meglio “commemor

a re ”».

ovvero quasi un quarto della popolazione

complessiva, sono minacciati

da povertà ed esclusione

sociale. I vescovi — ha annunciato

il cardinale Marx — elab oreranno

una posizione comune che comprenderà

proposte concrete, centrata

sulla dignità della persona e

sulle politiche di lotta alla povertà.

Oggi, tuttavia, si respira un altro

clima. E quella in programma a

Lund, sottolinea il cardinale rispondendo

a Giuseppe Rusconi,

sarà «la prima commemorazione

storica della riforma in età ecumenica».

Finora, infatti, «tali commemorazioni

erano confessionali, talvolta

con toni un po’ trionfalisti».

Adesso, invece, «la situazione è

cambiata, dopo cinquant’anni di

dialogo ecumenico tra cattolici e

luterani. Sono gli stessi luterani

che hanno espresso il desiderio di

commemorare insieme con noi l’avvenimento».

Per Koch «è chiaro» che tutto

ciò rappresenta «molto di più di

un segno di amicizia». Infatti,

«l’ecumenismo è anche scambio di

doni». Anzi, proprio questo aspetto,

per certi versi, ne costituisce il

«nucleo». In questo senso, «nessuna

Chiesa è tanto povera da non

poter dare un contributo alla bellezza

del cristianesimo, a una sua

maggiore unità. E nessuna Chiesa

è così ricca da permettersi di non

ricevere doni dalle altre».

In questa prospettiva, il cardinale

parla anche delle tappe future

del cammino ecumenico e della necessità

di approfondire la comune

riflessione su tre tematiche: chiesa,

eucaristia e ministero ordinato.

«Non è un lavoro facile ma molto

bello. E io sono convinto — riconosce

— che il vero ministro ecumenico

non sono io ma lo Spirito santo.

In questo senso posso dormire

tranquillamente, perché so che lo

Spirito santo è sempre sveglio».

In Canada annunciato un documento comune

Luterani e cattolici insieme in Cristo

essere utilizzata a segmenti individuali

o come serie completa in

ogni sessione di studio luterana,

cattolica o ecumenica centrata

sull’evento del prossimo anno.

Il testo è concepito per portare

le parrocchie cattoliche e luterane

a incontrarsi per facilitare

l’approfondimento di alcune

questioni storiche e teologiche

legate alla Riforma protestante e

dei progressi verso la riconciliazione

compiuti negli ultimi cinquant’anni.

Insieme in Cristo

prende spunto da noti documenti

come la Dichiarazione congiunta

sulla dottrina della giustificazione,

del 1999, e Dal conflitto

alla comunione, del 2013, elaborati

dal Pontificio consiglio per

la promozione dell’unità dei cristiani

e dalla Federazione luterana

mondiale.

Per domenica 29 gennaio —

giornata conclusiva della Settimana

di preghiera per l’unità

dei cristiani 2017 e data di presentazione

di Insieme in Cristo —

è stata elaborata una «risorsa

omiletica» destinata a celebranti

e predicatori, incoraggiati attraverso

essa a mettere in luce il

tema della riconciliazione e l’importanza

dell’unità dei cristiani

durante l’anno celebrativo. Inoltre,

molte comunità luterane e

cattoliche hanno già annunciato

che, per celebrare insieme la Riforma,

utilizzeranno P re g h i e ra

comune, il testo preparato dal

gruppo di lavoro liturgico della

Commissione luterano-cattolica

sull’unità che, fra l’altro, sarà alla

base della preghiera ecumenica

comune in programma il 31

ottobre nella cattedrale luterana

di Lund, in Svezia, alla quale

parteciperanno, come è noto,

Papa Francesco, il vescovo Munib

Younan, presidente della

Federazione luterana mondiale,

e il reverendo Martin Junge, segretario

generale della medesima

organizzazione.

La Chiesa evangelica luterana

in Canada è la più grande denominazione

luterana del Paese,

con 114.592 battezzati membri di

525 congregazioni. Fa parte della

Federazione luterana mondiale,

del Consiglio delle Chiese

canadesi e del Consiglio ecumenico

delle Chiese. È guidata da

una donna, il vescovo Susan

Johnson.


domenica 30 ottobre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 7

La cattedrale

di Karonga

in Malawi

Per la cerimonia di consacrazione della cattedrale di Karonga

Il cardinale Filoni

inviato papale in Malawi

Lo scorso 4 settembre è stata pubblicata la nomina del cardinale

Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli,

a inviato speciale del Papa alla consacrazione della cattedrale di Karonga

(Malawi), che avrà luogo il 5 novembre. La missione pontificia al seguito

del porporato sarà composta da don Alick Sikwase, vicario giudiziale

e parroco di San Michele in Karonga, e da padre Simon Kwang Kyu Choi,

nato in Corea del Sud, della congregazione della Società di Maria,

unico sacerdote religioso e missionario presente nella diocesi di Karonga.

Di seguito il testo della lettera pontificia di nomina.

Venerabili Fratri Nostro

FERDINAND O S.R.E. C a rd i n a l i

FILONI

Congregationis pro Gentium

Evangelizatione Praefecto

Ad orandum utique et ad fidei

mysteria celebranda convenitur in

templum Domini. Merito igitur sacra

aedes extollitur, quae quidem

caelestia dona praestatura suum in

gremium recipit fideles ingredientes,

de quibus manifeste dicit Apostolus:

«Vos estis templum Dei vivi» (1 Cor

13, 16).

Spiritalia haec nunc ad Karonganam

dioecesim in Malavio convertuntur,

ubi mox cathedrale templum

consecratum iri sat scimus. Sacra ibi

haec aedes, varia subsidia suppeditantibus

Institutis, exstructa est, ut

precationis esset locus et divinus

cultus congruenter explicaretur.

Convenit igitur ac permagni refert

ut eventus hic congruenter commemoretur

et optimo iure extollatur.

Celebratio enim haec copiam dat et

facultatem non huius rei dumtaxat

memoriam repetendi, verum animos

ad ferventiorem religionis sensum,

firmiorem fidem certioraque proposita

permovendi.

Quocirca Venerabilis Frater Martinus

Anwel Mtumbuka, Karonganus

Episcopus, cum rogavisset ut

Purpuratum Patrem illic mitteremus,

huic postulationi obsecundandum

iudicavimus. Ad te ideo, Venerabilis

Frater Noster, cogitationem convertimus,

qui, gentibus evangelizandis

assiduam dans operam, aptus videris

ut eventui illi intersis personamque

inibi Nostram geras. Itaque

permagna moti affectione, te Missum

Extraordinarium Nostrum re n u n -

tiamus et constituimus ad consecrationem

cathedralis templi dioecesis

Karonganae, die V proximi mensis

Novembris agendam.

Universis igitur participibus hominibusque

inibi cunctis voluntatem

Nostram benignam ostendes, cum

quamvis longo spatio separemur,

adsimus spiritu praesentes. Te profecto

comitabitur Benedictio Nostra

Apostolica, quam magna animi affectione

tibi impertimur, quamque

clero, religiosis viris mulieribusque

et cuncto fideli populo transmittas

volumus, veluti animorum renovationis

signum et supernarum gratiarum

pignus.

Ex Aedibus Vaticanis, die XXVII

mensis Octobris, anno MMXVI,

Iubilaeo Misericordiae, pontificatus

Nostri quarto.

Beatificati a Madrid quattro monaci benedettini martiri della guerra civile spagnola

Chi non ha paura della santità

Le relazioni tra vescovi e religiosi al centro del convegno sulla vita consacrata

Andata e ritorno

Avendo come bussola le indicazioni

di Papa Francesco, suggerite

nell’udienza di venerdì mattina, 28

ottobre, 250 vicari episcopali e delegati

della vita consacrata si stanno

confrontando a Roma per mettere a

frutto un vero e proprio «capitale

spirituale» attraverso la relazione tra

pastori e religiosi. «Funzione e ruolo

del vicario episcopale per la vita

consacrata» è, infatti, il tema del

convegno internazionale aperto venerdì

dall’intervento del cardinale

João Braz de Aviz, prefetto della

Congregazione per la vita consacrata

e le società di vita apostolica. I

lavori si concludono domenica 30.

Proprio la questione delle «mutue

relazioni» tra vescovo e religiosi è

stata affrontata da monsignor José

Rodríguez Carballo, arcivescovo segretario

della Congregazione: «un

tema sempre attuale — ha detto —

sia perché non mancano problemi

sia perché ci troviamo in un processo

di rielaborazione dell’attuale documento

Mutuae relationes». Mutue

relazioni, ha fatto presente, che «avvengono

solo lì dove c’è un incontro

autentico tra persone o un gruppo

di persone; lì dove queste persone

si rispettano mutuamente, apprezzando

la dignità di ciascuna; e

dove dialogano con umiltà e spirito

di fraternità». Invece «non esistono

mutue relazioni lì dove gli uni, per

paura o convenienza, si chinano

davanti ad altri; lì dove manca il

dialogo o, semplicemente, il dialogo

è tra sordi». E certamente, ha

aggiunto, «non esistono mutue relazioni

dove si confondono giusta autonomia

e indipendenza». Del resto,

ha spiegato, «le mutue relazioni

sono sempre un cammino di andata

e ritorno: se vanno bene, è merito

di vescovi e religiosi; se vanno male,

l’esperienza ci dice quasi sicuramente

che la responsabilità è condivisa».

Oggi, ha affermato l’a rc i v e s c o v o ,

si riconoscono «elementi positivi» e

altri «che vanno migliorati». Considerata

«la necessità di crescere di

continuo, nello spirito delle mutue

relazioni, per superare i problemi

esistenti o semplicemente per passare

da ciò che è buono a ciò che è

migliore», il segretario del dicastero

ha invitato a chiedersi come fare

passi avanti. È evidente che «le varie

forme di vita nella Chiesa non

possono essere considerate come

compartimenti chiusi, ma in correlazione

e in complementarità, in modo

da esprimere l’unità e la diversità

che Gesù ha voluto per la sua Chiesa».

Proprio «la mancanza di interconnessione,

sinergia e comunione

paralizza e rende inefficace il lavoro

nella e per la Chiesa».

Monsignor Rodríguez Carballo

ha anche delineato «alcuni principi

perché si possano instaurare sane e

adeguate mutue relazioni». Con le

parole di Papa Benedetto,

ha spiegato

che la «giusta relazione

fra “universale”

e “p a r t i c o l a re ” si verifica

non quando

l’universale retrocede

di fronte al particolare,

ma quando il particolare

si apre all'universale

e si lascia

attrarre e valorizzare

da esso». Il presule

ha inoltre fatto notare

che «le mutue relazioni

suppongono

tre atteggiamenti essenziali:

incontro,

dialogo e rispetto».

Incontro «tra pastori

e il resto del popolo

di Dio: laici, consacrati,

sacerdoti». Ma

«incontro fraterno e

non semplicemente

formale». E poi

«dialogo, non monologo

in cui uno parla

e l’altro ascolta passivamente,

in cui uno

comanda e l’altro si

sottomette». Quindi

«rispetto: anzitutto

come persone che

hanno una dignità

che viene loro da

D io».

Da parte sua, suor

Nicla Spezzati, sottosegretario

della Congregazione,

ha rilanciato

«il cammino

che la vita consacrata sta compiendo

per intravedere alcuni punti di convergenza

nelle Chiese particolari, alla

luce dell’ultimo magistero conciliare

e del magistero di Papa Francesco»,

e assumere così «l’invito a crescere

nella comunione missionaria come

processo di relazione feconda». La

religiosa ha riaffermato anche che

«la vita consacrata appartiene indiscutibilmente

alla Chiesa». E così

«voci, dinamiche e processi in atto

nella vita consacrata» sono stati al

centro del suo intervento, nel quale

ha anche suggerito le strade per una

vera «uscita missionaria».

Per delineare «l’orizzonte teologico

e spirituale della costituzione

ap ostolica Vultum Dei quaerere»

hanno poi preso la parola suor Elena

Beccaria, del monastero Santa

Chiara in via Vitellia a Roma, e

Dalla serie «Pray to Love» di Anne Goetze

suor Stefania Costarelli, del monastero

benedettino di Monte San

Martino. «Preghiera, adorazione,

Eucaristia, lavoro» ma anche «formazione,

vita fraterna, impegno

ascetico, clausura, silenzio e comunicazione»

sono state le parole chiave

delle loro testimonianze. Il gesuita

Gianfranco Ghirlanda ha presentato

quindi gli «aspetti giuridici» riguardo

«la cura e la vigilanza del

vescovo». Sull’«accompagnamento e

l’estinzione degli istituti di vita consacrata

in diminuzione» è intervenuto

il passionista Leonello Leidi, capo

ufficio del dicastero, mentre «le

premesse giuridiche sulla vita contemplativa

femminile» sono state

tracciate dal sotto-segretario, il cistercense

Sebastiano Paciolla.

Un parallelo tra l’anziano sacerdote

francese Jacques Hamel, ucciso

tre mesi fa a Rouen, e i martiri

benedettini della guerra civile

spagnola è stato proposto dal cardinale

Angelo Amato durante la

cerimonia di beatificazione di

questi ultimi, presieduta in rappresentanza

del Papa sabato mattina,

29 ottobre, a Madrid.

«I nuovi beati non ebbero paura

della santità a cui li chiamava

ogni giorno la vocazione benedettina

mediante la preghiera, il lavoro

e il sacrificio», ha detto il

prefetto della Congregazione delle

cause dei santi, ricordando come

anche Hamel anelasse «con

tutto il cuore alla santità». Essa,

diceva, «è un dono di Dio. È lui

a renderci santi. Non abbiamo

paura della santità». E come lui

che «non ha avuto paura della

santità e non ha avuto paura del

martirio», anche José Antonio

Gómez, Antolín Pablos, Rafael

Alcocer e Luis Vidaurrázaga «affrontarono

il dono della vita come

suprema testimonianza di fede».

Del resto, ha fatto notare il porporato,

i quattro «avevano ben

presenti le raccomandazioni della

Regola benedettina che dice:

“Non rendere male per male.

Chiostro del monastero di Santo Domingo de Silos

Non fare torti a nessuno, ma sopportare

pazientemente quelli che

vengono fatti a noi; amare i nemici,

non ricambiare le ingiurie e le

calunnie, piuttosto rispondere con

la benevolenza verso i nostri offensori,

sopportare persecuzioni

per la giustizia”». E così fecero:

«Non si ribellarono ai loro carnefici.

Erano consapevoli del pericolo

che stavano correndo. Furono

fucilati nella loro patria, da spagnoli

come loro; uccisi a sangue

freddo, non perché erano malfattori,

ma perché erano sacerdoti».

Proseguendo nella rievocazione

delle ultime ore di vita dei quattro

monaci, il cardinale Amato ha

ricordato che padre Antolín, il

quale «nel 1918 era già sfuggito

alla persecuzione messicana, fu

catturato e condotto al supplizio

con altre quattrocentotrenta persone»

e «morì gridando: “Vi v a

Cristo re!”».

Viene allora naturale domandarsi

come sia stato possibile che

uomini mansueti, inermi e innocenti

siano stati brutalmente maltrattati

e barbaramente uccisi. La

risposta del prefetto della Congregazione

delle cause dei santi è

stata individuata nel clima sociopolitico

degli anni Trenta dello

scorso secolo in Spagna, clima

«caratterizzato da una manifestazione

senza precedenti di terrore

contro la Chiesa cattolica», una

«persecuzione cruenta, che incendiò,

profanò e distrusse chiese,

monasteri, monumenti e tesori artistici

inestimabili». E che nel ciclone

rivoluzionario finì col travolgere

«le persone — vescovi, sacerdoti,

religiosi e laici — che andavano

uccise e annientate senza

lasciare tracce, con o senza processi

sommari».

Al punto che, ha spiegato il celebrante,

«con gli occhi della fede»

è possibile vedere «in

quell’orrore la momentanea supremazia

del regno del male, fatto di

odio e di conflitti, sul regno di

Dio, che è regno di pace, giustizia

e amore»; anzi «il nemico di

Dio per breve tempo riuscì a dispiegare

la sua fredda ala di morte

e di ostilità fratricida, bagnando

di sangue innocente questa

terra benedetta da martiri, santi e

missionari. Non si può spiegare

altrimenti l’accecamento dei carnefici,

che sembravano aver sostituito

il cuore di carne con un

cuore di pietra, pieno di rancore,

di morte, divenendo lupi sanguinari

alla caccia di agnelli innocenti».

Ma — ha chiarito il cardinale

Amato — «la Chiesa riapre questa

tragica pagina della storia» «perché

vuole conservare la memoria

dei giusti, il ricordo della loro testimonianza

del bene e non

dell’ingiustizia subita».

Del resto, i «quattro monaci

erano di fatto persone buone e

mansuete»: José Antón Gómez

«era una persona sorridente, acuta,

colta, che si prodigava per gli

altri». Antolín Pablos «era monaco

nella cella, nel confessionale e

nella biblioteca. Come missionario

in Messico, era miracolosamente

sfuggito alla persecuzione

iniziata lì nel 1914». Il madrileno

Rafael Alcocer «colto e amante

della liturgia» viene ricordato come

«un oratore e uno scrittore

brillante», così come «Luis Vidaurrázaga,

il più giovane del

gruppo», che era di carattere nobile

e sincero: «stimato predicatore,

era soprattutto un apostolo

dell’Eucaristia». La loro testimonianza

è oggi un invito per «tutti,

credenti e non credenti — ha concluso

il porporato — a non ripetere

più questa storia di orrore e di

morte». Al contrario occorre

«creare ogni giorno gesti di vita,

opportunità di incontro, atteggiamenti

di accoglienza e di comprensione»

alimentati dal perdono

e dalla fraternità.

Nomina episcopale

in Vietnam

La nomina di oggi riguarda la Chiesa

in Vietnam.

Joseph Nguyên Chí Linh

arcivescovo di Huê

È nato il 22 novembre 1949 a Ba

Lang, Tinh Gia, Thanh Hóa. Ha

compiuto gli studi nel seminario minore

di Nha Trang (1962-1967), nel

collegio Provvidenza di Hué (1967-

1968), nel collegio Buon Pastore di

Nha Trang (1968-1970) e nel Pontificio

collegio di Dalat (1970-1977). A

causa degli avvenimenti politici nel

Paese è stato obbligato a tornare in

famiglia e a lavorare duramente per

14 anni, facendo nel contempo tirocinio

nella parrocchia di Song My,

Phan Rang, Ninh Thuan. È stato

ordinato sacerdote il 20 dicembre

1992 e incardinato nella diocesi di

Nha Trang. È stato vice parroco a

Phuoc Thien per tre anni (1992-

1995). Dal 1995 al 2003 ha studiato

in Francia, all’Istituto cattolico di

Parigi, dove ha conseguito il dottorato

in filosofia, ed è tornato in diocesi

nel novembre 2003. Ha insegnato

nel seminario maggiore di

Nha Trang. Il 21 maggio 2004 è stato

nominato vescovo di Thanh Hóa

e il 4 agosto successivo ha ricevuto

l’ordinazione episcopale.


pagina 8 L’OSSERVATORE ROMANO

domenica 30 ottobre 2016

Il 31 ottobre il Pontefice in Svezia per la commemorazione del quinto centenario della Riforma

Finalmente

la stessa storia

di ANTJE JACKELÉN*

Il 31 ottobre cattolici e luterani di tutto il

mondo si riuniranno a Lund per commemorare

il quinto centenario della Riforma.

Quel giorno ricorreranno i 499 anni

dall’affissione, da parte di Lutero, delle 95

tesi che contestavano la Chiesa e la teologia

del suo tempo.

Il Pontificio consiglio per la promozione

dell’unità dei cristiani e la Federazione

luterana mondiale hanno collaborato

nell’organizzare questo evento ecumenico

speciale a Lund. Per me, come arcivescovo

della Chiesa di Svezia, è un piacere che la

responsabilità di ospitarlo sia stata affidata

a noi, in cooperazione con la Chiesa cattolica

in Svezia.

Martin Lutero voleva rinnovare la Chiesa

dal suo interno, non frammentarla. La

storia ha seguito un percorso diverso. La

Riforma ha avuto una grande importanza

per gli sviluppi in molti ambiti, dalla

Chiesa e lo Stato, all’educazione, l’economia

e la cultura. Quello che desideriamo,

però, non è una celebrazione trionfale della

Riforma. Al contrario, luterani e cattolici

esprimeranno insieme, nella preghiera

condivisa, la gioia per ciò che hanno in

comune, il pentimento per il danno creato

dalla discordia e la ferma intenzione di

testimoniare insieme al mondo la misericordia

di Dio, operando per la riconciliazione,

la pace e la giustizia per l’i n t e ro

c re a t o .

di ANDERS ARBORELIUS*

Quando è stato reso noto che Papa Francesco

era stato invitato in Svezia, la maggior

parte della gente ha accolto l’annuncio come

una buona notizia. Prima di lui un solo

Papa aveva visitato il nostro paese, ovvero

Giovanni Paolo II nel 1989. All’epoca fu

più difficile; i pregiudizi anticattolici erano

ancora forti, ma quando arrivò venne comunque

accolto molto bene. Da allora la

Svezia è diventata più secolarizzata, ma

anche più multiculturale e plurireligiosa e,

si spera, più tollerante. La popolazione

cattolica sta crescendo grazie all’immigrazione,

soprattutto ai rifugiati. Tanti protestanti

sono interessati alla spiritualità e alla

visione etica cattolica. Inoltre, molti di coloro

che appartengono ad altre confessioni

o anche coloro che non ne professano alcuna

sembrano considerare Papa Francesco

gentile e degno di fiducia. Viene visto come

autorità morale e spirituale da una

grande varietà di persone. Oso dire che il

Pontefice verrà accolto molto bene in Svezia.

È importante ricordare che il Papa è invitato

alla commemorazione comune della

Riforma, organizzata da luterani e cattolici.

Non si tratta di una celebrazione o di un

giubileo qualsiasi, bensì di una commemorazione

in spirito di penitenza e di riflessione.

Da entrambe le parti c’è il comune

intendimento di voler passare dal conflitto

alla comunione. Oggi, cinquecento anni

dopo la Riforma con la quale ci siamo allontanati

gli uni dagli altri, cercheremo di

camminare insieme verso la piena e visibile

unità in Cristo. Più e più volte ho cercato

di spiegarlo ai tanti cattolici confusi perché

avevano l’impressione di dover “c e l e b r a re ”

la Riforma. No, questo evento è inteso come

una commemorazione in spirito di riconciliazione

e di penitenza. Con l’aiuto di

Dio, vogliamo sanare le ferite del passato,

purificare i ricordi dolorosi del tempo della

Riforma, quando abbiamo combattuto gli

uni contro gli altri. D’ora in poi possiamo

procedere in pace verso quel futuro che

speriamo e per cui preghiamo, in cui saremo

pienamente uniti.

Al tempo della Riforma, la Svezia, e il

nord Europa in generale, erano cattolici,

ma poi questa parte del mondo ha abbandonato

completamente la Chiesa cattolica.

Di fatto, la Riforma è stata molto efficace.

Dopo che Gustav Wasa (1496-1560) iniziò

a introdurre nel paese la fede luterana per

ragioni politiche ed economiche, in Svezia

la Chiesa cattolica si estinse per diversi secoli.

All’inizio riscontrò una forte resistenza.

Ci furono perfino delle insurrezioni.

Tuttavia, l’autorità reale riuscì a prevalere e

a imporre la fede luterana. La Svezia va

considerata un paese luterano dal 1593. Nel

Verosimilmente l’incontro a Lund assumerà

un’importanza storica. È stato preceduto

da cinquant’anni di dialogo tra il

Pontificio consiglio per la promozione

dell’unità dei cristiani e la Federazione luterana

mondiale. Questo dialogo ha portato

alla rivoluzionaria pubblicazione Dal

conflitto alla comunione (2013), ora disponibile

in dodici lingue. Il testo è basato su

ciò che ci unisce, senza ignorare ciò che

ancora ci divide. Per la prima volta, dopo

cinquecento anni, luterani e cattolici si sono

accordati su una descrizione congiunta

della storia, nonché su imperativi comuni

per il futuro. È un fatto nuovo e importante

per il nostro cammino verso una più

grande unità visibile della Chiesa.

È giusto riconoscere le conseguenze

contrastanti della Riforma. Essa ha portato

benefici a livello letterario in termini di

capacità sia di lettura sia di scrittura e, per

estensione, ha contribuito allo sviluppo

della democrazia. La famiglia del pastore

protestante è diventata un fattore culturale.

Alla Riforma è seguito un lungo periodo

di conflitti politici sia all’interno dei

Paesi europei, sia tra di loro. La guerra

dei trent’anni (1618-1648) ha lacerato comunità

e ha causato tragedie per migliaia

di famiglie. La gente è stata perseguitata

per la sua fede. Il monachesimo è stato

danneggiato. L’unica vera dottrina stabilita

dal potere secolare ha creato per molti

secoli limiti alla fede e alle usanze religiose.

Questo ordine ha colpito tanto i fedeli

dievali sono restate vive

in tutti questi secoli nelle diverse parti

della Chiesa.

Dopo cinquecento anni, forse è stato

più che mai facile aver raggiunto una visione

equilibrata della Riforma, capace di

commemorare continuità e disaccordo, benefici

e oppressione. Le sconcertanti parole

di Lutero sugli ebrei hanno contribuito

a un odio devastante verso questi ultimi.

È doloroso leggere della vigorosa macchina

della propaganda contro quello che veniva

definito papismo, del sentimento anticattolico

e della caccia alle streghe

Per sanare le ferite del passato

1617 nella legge per i cattolici fu introdotta

la pena capitale. Alla fine del diciottesimo

secolo, però, fu offerta tolleranza a cattolici

ed ebrei stranieri. Da allora la Chiesa cattolica

ha iniziato a svilupparsi, lentamente,

passo dopo passo.

Che la Svezia sia stata scelta per ospitare

la commemorazione iniziale della Riforma

è un fatto straordinario. In nessun’altra

parte del mondo i protestanti sono stati capaci

di sradicare e abolire la Chiesa cattolica

con tanto successo come nel nord Europa.

Tuttavia, oggi il processo di riconciliazione

tra cattolici e protestanti mostra di

aver avuto più successo nei nostri paesi che

in molte altre parti del mondo. Quindi è

un segno davvero profetico e carico di speranza

il fatto che la commemorazione inizi

proprio qui in Svezia.

Vale anche la pena notare che la Chiesa

luterana di Svezia ha conservato più tracce

della tradizione cattolica rispetto ai luterani

in Germania o altrove. In molte chiese

luterane in Svezia è possibile trovare una

statua o un’immagine di nostra Signora e

di altri santi. La Chiesa di Svezia vanta

una successione apostolica, sebbene questa

non sia mai stata riconosciuta dalla Chiesa

cattolica. La tradizione e la cultura svedese

mantengono molte tracce del passato cattolico.

Eppure per secoli la Chiesa cattolica è

stata vista come il nemico, come una cosa

pericolosa ed estranea ai valori svedesi.

Nel secolo passato, lo spirito di ecumenismo

ha iniziato a crescere per poi svilupparsi

molto rapidamente. Non si può non

ricordare il nome dell’arcivescovo luterano

di Uppsala, Natan Söderblom (1866-1931).

È stato un vero pioniere del movimento

ecumenico. All’inizio del ventesimo secolo

i cattolici non erano molto aperti al dialogo

ecumenico. Subito dopo la seconda

guerra mondiale la Chiesa cattolica aveva

iniziato a crescere in Svezia. A livello mondiale,

fu il concilio Vaticano II ad aprire

all’ecumenismo. Anche in Svezia iniziarono

a svilupparsi relazioni ecumeniche. Oggi la

maggior parte delle Chiese cristiane fa parte

del Consiglio cristiano di Svezia. Lavoriamo

insieme e cerchiamo di parlare con

una sola voce su molti temi. Ci sono però

questioni dogmatiche ed etiche sulle quali

non possiamo condividere la stessa visione.

Comunque, a livello umano e personale c’è

spesso una profonda amicizia tra cristiani

delle diverse denominazioni. Per noi cattolici,

che in molti luoghi spesso non abbiamo

una chiesa, è una gioia e un privilegio

poter utilizzare, su base regolare, più di

cento chiese luterane per la nostra liturgia.

Allo stesso tempo, molti luterani sono interessati

a visitare monasteri e centri di ritiro

cattolici. Poco a poco cattolici e luterani

stanno crescendo nel dialogo e nell’amicizia

spirituale.

cristiani delle diverse

confessioni quanto

quelli ebrei e musulmani.

Allo stesso tempo, la

letteratura spirituale in

Svezia è stata comunque

molto aperta alle

influenze ecumeniche,

tra cui gli scritti della

tradizione ignaziana. Il

teologo luterano

Johann Arndt, che fu

una sorta di autore di

best-seller del suo tempo,

basò in parte il proprio

lavoro su testi della

terziaria francescana

Angela da Foligno.

L’eredità ecumenica e le

tradizioni spirituali me-

mune. Siamo grati perché condividiamo

la stessa fede fondamentale

nel Dio uno e trino e

nella salvezza portata per mezzo

di Cristo. Siamo dispiaciuti

e deploriamo di aver combattuto

gli uni contro gli altri. Ma

ora possiamo dare una testimonianza

comune della gioia e

della bellezza della nostra fede

e mostrare il suo potere di trasformare

il nostro mondo ferito

dal peccato, specialmente ai

poveri e agli oppressi. È della

massima importanza che si lavori

insieme per promuovere

pace, giustizia e riconciliazione.

Dobbiamo dare un segno

profetico di misericordia e di

carità in un mondo diviso.

Cattolici e luterani sono

sempre più consapevoli del tragico

fatto che i cristiani sono

perseguitati in diverse parti del

mondo. La Svezia è diventata

un porto sicuro per molti cristiani

provenienti dal Medio

oriente. Anche questo ha avuto

un impatto sull’ecumenismo in

Svezia. Il numero dei cattolici

orientali è cresciuto nell’ultimo

decennio, e sono arrivati anche

molti ortodossi da quella parte

del mondo. Ciò significa che

la dimensione ecumenica si è

allargata e che è aumentata la

nostra consapevolezza della

precaria situazione dei cristiani

in quei Paesi. Il martirio non è

una lontana realtà del passato,

Un momento della visita di Papa Francesco alla comunità evangelica luterana di Roma (15 novembre 2015)

Elise Ritter, «Comunione dei santi» (particolare)

Il 2 ottobre scorso il quotidiano svedese

«Svenska Dagbladet» ha pubblicato un articolo

— riportato integralmente in italiano

dall’Osservatore Romano — scritto dal cardinale

Kurt Koch, presidente del Pontificio

consiglio per la promozione dell’unità

dei cristiani, e da Martin Junge, segretario

generale della Federazione luterana mondiale.

In questo articolo i due hanno sintetizzato

il processo di riconciliazione tra

cattolici e luterani in tre concetti chiave:

gratitudine, contrizione e testimonianza coder

globale. Naturalmente ciò non significa

che il ministero petrino come tale viene accettato,

ma in qualche modo si tratta di un

importante passo verso la piena e visibile

unità per la quale Gesù vuole che noi preghiamo

e a cui vuole che aneliamo. In un

mondo globale, mediale, il Papa assume

sempre più importanza come simbolo

dell’unità cristiana. Questa commemorazione

comune della Riforma sembra essere

una sorta di risposta alla domanda posta

da Giovanni Paolo II ai cristiani non catto-

bensì un fenomeno molto contemporaneo.

Paradossalmente, questo fatto

tragico ha anche aiutato noi cristiani in

Svezia — cattolici, ortodossi e protestanti —

a crescere nell’unità e nella solidarietà. È

davvero un fatto provvidenziale e profetico

che Papa Francesco, il quale tanto ha fatto

per ricordare a tutti noi i nostri martiri cristiani

contemporanei, verrà da noi in

Svezia.

La presenza del Papa a questo evento

storico indica che i luterani gli danno una

sorta di riconoscimento implicito come lealici

nella sua enciclica Ut unum sint: come

volete che sia e agisca il Papa per accettarlo?

I luterani hanno tenuto a invitare il

Pontefice a partecipare alla solenne apertura

di quest’anno di commemorazione, pertanto

apprezzano la sua presenza come segno

profetico e pegno di speranza per

l’unità che Cristo vuole per tutti i suoi discep

oli.

*Vescovo di Stockholm

dell’ortodossia estrema contro la religione

p op olare.

Comunque, la gioia e la libertà che derivano

dalla giustificazione per mezzo della

grazia attraverso la fede spiccano come

dono perenne. Liberati per grazia di Dio,

i cristiani possono vivere e lavorare insieme

per un mondo giusto, pacifico e riconciliato.

L’anniversario della Riforma coincide

con una fase di crescita nel cristianesimo.

L’Europa non domina più la comunità

mondiale delle Chiese. Negli ultimi decenni

nell’emisfero settentrionale si è verificata

una secolarizzazione relativamente

rapida, mentre il numero dei cristiani sta

crescendo in modo consistente in quello

meridionale. Non è un caso che il Papa

sia argentino e che il segretario generale

della Federazione luterana mondiale venga

dal Cile.

La discordia tra cattolici e luterani non

appartiene in modo identico all’e re d i t à

storica dei cristiani in altre parti del mondo.

La sfida per la comunità delle Chiese

non riguarda in primo luogo le differenze

confessionali, bensì le questioni relative

all’ingiustizia sociale, ai conflitti armati e

alla povertà. I cambiamenti nel panorama

religioso e politico hanno portato a una

maggiore apertura ecumenica rispetto al

passato.

Quello di Lund sarà un incontro globale

tra cattolici e luterani. Come luterani

abbiamo motivo di riflettere in maniera

autocritica su come possiamo raccontare la

storia della Riforma con rispetto reciproco,

spirito di responsabilità ecumenica,

consapevolezza globale e volontà costante

di fare in modo che la riforma avvenga.

Abbiamo anche ragione di commemorare

la continuità da quando questa nostra parte

del mondo è per la prima volta diventata

cristiana. Questa continuità ha contribuito

alla scelta del Vaticano e della Federazione

luterana mondiale di tenere il loro

incontro congiunto a Lund, dove c’è una

cattedrale che da sola testimonia molte

centinaia di anni di presenza cristiana.

In un recente articolo, il cardinale Kurt

Koch, presidente del Pontificio consiglio

per la promozione dell’unità dei cristiani,

e Martin Junge, segretario generale della

Federazione luterana mondiale, hanno affermato:

«In un mondo in cui la comunicazione

fallisce, in cui sempre più spesso

vengono pronunciate parole accese che dividono,

in cui la violenza e i conflitti aumentano,

i fedeli luterani e cattolici attingono

alla profondità della loro fede comune

nel Dio uno e trino quando dichiarano

pubblicamente: Insieme, cattolici e luterani,

si avvicineranno sempre più al loro comune

Signore e Redentore Gesù Cristo».

O, come ha detto il cardinale Walter

Kasper, presidente emerito del Pontificio

consiglio per la promozione dell’unità dei

cristiani: «L’ecumenismo non significa

conversione di una Chiesa a un’altra; significa

conversione di tutti a Gesù Cristo»,

il che rispecchia il modello proposto

dal Papa, ovvero quello di un poliedro, di

un corpo dalle molte sfaccettature, dove

tutte le parti formano un insieme; ma partecipano

all’insieme in modi differenti, ed

è proprio perché mantengono la loro unicità

che contribuiscono alla bellezza e

all’attrattiva dell’insieme.

Una donna luterana, sposata con un

cattolico, chiedendo al Papa quali fossero

le possibilità di ricevere insieme la santa

comunione, ha ottenuto la seguente risposta:

«Fate sempre riferimento al battesimo...

Un solo battesimo, un solo Signore,

una sola fede. Parlate con il Signore e andate

avanti».

Atteggiamenti passati di antiecumenismo

e di autocompiacimento riemergono

in tutte le comunità di fede. La commemorazione

comune del 31 ottobre, però, ricorderà

con forza che non c’è miglior

cammino per andare avanti di quello della

guarigione della memoria, di un ecumenismo

dell’amicizia e di un servizio comune

verso un mondo che chiede ad alta voce

speranza, pace giusta e riconciliazione.

*Arcivescovo primate

della Chiesa luterana di Svezia

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