Art&trA Ottobre e Novembre 2016

lucertola

Rivista d’arte, cultura e informazione

2.0

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Porno subito

di Silvano Pertone

acca edizioni Roma Srl

anno 8° - Ottobre / Novembre 2016

66° Bimestrale di arte & cultura - € 3,50

Tiziano

Sgarbossa

Brueghel, capolavori dell’arte fiamminga

Venaria Reale - Sale delle Arti

di Silvana Gatti


Paola ROMANO

“Il tempo” - 2016 - tecnica mista su tela - cm. 100 x 120

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“artisti contemporanei”

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n. 1294817

1ª di copertina: Tiziano Sgarbossa

courtesy: Galleria ess&rre

2ª di copertina: Paola Romano

courtesy: artingout.com

3ª di copertina:

courtesy: Pubblicità

Bimestrale art&tra

4ª di copertina Giuseppe amadio

courtesy: acca edizioni

copyright © 2013 acca edizioni Roma S.r.l.

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S O M M a R I O

RUBRIcHe

O T T O B R e - N O V e M B R e 2 0 1 6

Brueghel - capolavori dell’arte fiamminga Pag. 8

di Silvana Gatti

“Porno subito” L’Italia dal barbiere Pag. 24

di Silvano Pertone

“altro Mare” - TeD, il teatro delle idee da condividere Pag. 34

a cura di Paolo Serra

“Gli artisti e il sogno” Il pulviscolo di luci e coriandoli... Pag. 36

di Paola Simona Tesio

“Tra&arT” - L’Ippocampo Pag. 42

a cura di alimberto Torri

Un sogno che bisognava sognare Pag. 44

di Francesca Bogliolo

“Il dada è tratto” - Luce e nichlismo in e. Hopper Pag. 52

a cura di Pierpaolo Pracca

“Scoperte e massacri” a. Soffici e le avanguardie Pag. 58

a cura di Marilena Spataro

“7” Karl Wilhelm Diefenbach Pag. 66

di Piercarlo Bormida

Le Mostre in Italia e Fuori confine Pag. 82

a cura di Silvana Gatti

L’arte per la soliedarietà, ...in arte Lions Pag. 98

di Fulvio Vicentini

“Nel segno della Musa”-Ritratti d’artista- intervista a... Pag. 104

di Marilena Spataro

“Toulouse Lautrec” - L’amore per la vita Pag. 110

di Francesco Buttarelli

Letizia Lo Monaco - L’oltre dell’arte al femminile Pag. 113

di Paola Simona Tesio

“La foto sulla schiena” - Un tè con Luigi Fogliati Pag. 120

a cura di Giusi Lorelli

“Telesia Museum di San Roberto” Pag. 124

di Marilena Spataro

“assonanze” Brâncuşi-Palumbo Pag. 6

di alessandra Redaelli

Tonino caputo - Quel pittore ammaliato da Piero Pag. 22

a cura della Galleria La Gradiva - Roma

LO DO La FRa Pag. 54

a cura di Luca Beatrice e Vittorio Sgarbi

Massimo Pennacchini - L’immagine del tango Pag. 73

a cura di Massimo Pennacchini

Fabian Perez Pag. 77

di Valentina D’Ignazi

Mario esposito - e i suoi piccolini Pag. 88

a cura di Francesca Bogliolo

Il viaggio attraverso il tempo di a. Romanello Pag. 117

di Svjetlana Lipanovic


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Tano Friends

Associazione culturale, Via Beatrice Cenci 8, Roma

Tel. 063232868, mail: studiosoligo.deniarte@gmail.com

Tano Festa, “Senza titolo/Untitled”, 1961, tecnica mista su tavola/mixed media on panel, 58 x 108 cm.

é in preparazione il II volume delle opere presenti nello Studio Soligo - Archivio Storico Tano Festa

a cura del Prof. Duccio Trombadori e Prof. Gianluca Marziani

The catalogue of works present in the Studio - Archivio Storico Tano Festa

is currently being prepared, edited by Prof. Duccio Trombadori and Prof. Gianluca Marziani

Patrocinio:

Edizione:

Palazzo Collicola Arti Visive

Museo d’Arte Contemporanea - Spoleto

Costa Deniarte

Arte Contemporanea - Roma


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Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Via Maggio, 58/r - Tel. +39 055-2289297 - contemporary@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


6


8

BRUeGHeL – caPOLaVORI

DeLL’aRTe FIaMMINGa

Venaria Reale - Sale delle Arti

di Silvana Gatti

Pieter Brueghel il Giovane - 1564-1637/38 - Danza nuziale all’aperto - 1610 circa - Olio su tavola - cm. 74,2 x 94

Firmato in basso al centro - Collezione privata, Stati Uniti -Provenienza - Lord Radstock, Londra, 1821;

Anna Kann, Amsterdam, 1850 circa; Edmond Huybrechts, Anversa, - 915 circa

A

due passi

da Torino,

nelle Sale

delle Arti

della Reggia

di Venaria è stata

inaugurata il 21 settembre

2016 un’esposizione

interamente

dedicata alla dinastia

dei Brueghel, inventori

di un modo di

dipingere che ben presto

divenne “il marchio”

di eccellenza nell’arte

pittorica di una famiglia di artisti

attiva per oltre due secoli. La mostra,

prodotta e organizzata da Arthemisia

Group e curata da Sergio Gaddi e Andrea

Wandschneider, Direttore del Paderborn

Städtische Galerie in der

Reithalle, sarà visitabile sino al 19 febbraio

2017 e gode del patrocinio della

Città di Torino. A oggi, più di un milione

di persone ha già visitato questa

esposizione nelle sedi dove si è tenuta

in precedenza: Como, Tel Aviv, Roma,

Breslavia, Parigi, Paderborn e Bologna.

Il grande successo ottenuto è la

prova del valore universale dell’esperienza

artistica dei Brueghel che trascende

quasi cinque secoli di storia

della civiltà umana.

Il percorso della mostra si snoda attraverso

oltre centocinquant’anni dell’intera

dinastia dei Brueghel il cui apprezzato

talento artistico, unito alle

doti commerciali e promozionali, ha

dato origine ad una pagina affascinante

della storia dell’arte europea, con o-

pere che colpiscono il visitatore per la

ricchezza della scena compositiva e la

cura maniacale del dettaglio. Tematica

prediletta della dinastia Brueghel è la

realtà quotidiana dei contadini e mercanti

dell’epoca, descritta con dovizia

di particolari negli aspetti più popolari,

realistici, rudi o allegri.

Le opere dei Brueghel, ben riconoscibili,

come quelle di altri artisti fiamminghi,

si trovavano numerose e apprezzatissime

nella straordinaria collezione

del principe Eugenio di Savoia,

da lui raccolte nei suoi palazzi viennesi


e poi in gran parte giunte a Torino e

ora conservate alla Galleria Sabauda.

Nella Reggia di Venaria sono ben 115

i capolavori esposti, a partire dal capostipite

Pieter il Vecchio, vissuto nella

seconda metà del Cinquecento, passando

attraverso i suoi due figli, Jan il

Vecchio e Pieter il Giovane, sino alla

terza generazione, con Abraham e Jan

il Giovane, vissuti a cavallo tra Sei e

Settecento e autori di alcuni capolavori

entrati nell’immaginario collettivo dell’arte

fiamminga.

Nella prima metà del Cinquecento Anversa

è il nuovo centro economico del

mondo occidentale, nel 1568 la popolazione

supera i centomila abitanti, molte

cartine europee la definiscono come

la “città dei mercati”.

Conosciuta per le manifatture di arazzi,

la città è nota anche per le scuole di

scultura e architettura ed una borghesia

in cerca di affermazione e ricchezza.

Cresce, grazie al benessere, il numero

di artigiani e artisti presenti in città e

la pittura decanta le avventure di viaggiatori

e mercanti; le loro storie sono

raffigurate in quadri destinati ad abbellire

le case di committenti facoltosi. In

questo secolo emergono i primi pittori

paesaggisti, che dipingono montagne

immaginarie che si scagliano sullo

sfondo di un alto orizzonte, utilizzando

colori freddi, stesi per fasce cromatiche

in successione per ottenere un efficace

effetto prospettico. Questi artisti usano

una prospettiva aerea, a volo d'uccello,

creando un senso di irreale spazialità

che fa apparire i personaggi come piccoli

elementi attorniati da montagne ciclopiche,

sottolineando la limitatezza

umana di fronte alla grandiosità del

creato. Mentre la tendenza classicheggiante

del Rinascimento italiano con

Michelangelo, Leonardo da Vinci e Tiziano,

metteva in luce le virtù dell’Uomo

idealizzandolo, Pieter Brueghel si

indirizzò verso tutte le sue contraddizioni

e debolezze, evidenziando abiezioni

e difetti dell’uomo comune.

L’artista ben conosceva vizi e virtù dei

propri connazionali, e le sue opere riflettono

la fusione di folklore, proverbi

e tipiche allegorie, il tutto ambien- tato

in paesaggi di forte impatto visivo. La

grandezza di Brueghel è dovuta alla capacità

di esprimere da un lato la sua

ammirazione per il popolo fiammingo

e il suo carattere festoso, dall’altro l’ottusità

e la condotta morale, avvalendosi

dell’arma dell’ironia e dell’umorismo

per trasmettere il suo

messaggio.

Pieter Brueghel divenne

un maestro nella raffigurazione

del paesaggio,

in un periodo storico

in cui la diffusione

del calvinismo e

del protestantesimo nelle

Fiandre comportò la

valorizzazione della natura

e del paesaggio,

che da semplice sfondo

diventava ora protagonista

di primo piano

della rappresentazione

artistica: l’uomo

non era più il centro

dell’universo, ma uno

dei suoi elementi. Pieter

Brueghel il Vecchio

viaggia in Italia fra il

1552 e il 1556, come

documenta in mostra la

straordinaria tavola “Veduta

del porto di Napoli”

del 1556, dove il

porto è raffigurato in

modo realistico e con

i monumenti che identificano

chiaramente la

città. Il quadro, che appartiene alla

collezione della Galleria Doria Pamphilij

di Roma, è uno degli unici due

dipinti di Pieter il Vecchio presenti in

Italia, insieme alla “Parabola dei ciechi”

del Museo di Capodimonte di Napoli.

Nel suo viaggio è colpito dalla grandezza

delle montagne innevate, delle

vallate, delle cime, delle acque e di

tutto quanto trova di differente rispetto

al paesaggio pianeggiante dei Paesi

Bassi, e rientrato in patria realizza la

maggior parte delle sue opere tra il

1559 e il 1569, negli anni dell’arrivo

nei Paesi Bassi del feroce Duca d’Alba,

mandato dal re di Spagna Filippo II

per sedare con la forza l’espansione

della dottrina luterana e convertire i

protestanti con ogni mezzo. In un pesante

clima di tensioni religiose, Brueghel

è invece un colto individualista,

segue la filosofia stoica, conosce le posizioni

di Erasmo da Rotterdam e di

Tommaso Moro e frequenta il geografo

Abraham Ortelius, l’autore del primo

atlante del mondo.

Inizia la sua formazione artistica nella

bottega di Pieter Coeck Van Aelst, pittore

tra i più apprezzati dei Paesi Bassi,

Pieter Brueghel il Vecchio e aiuti - 1525 circa-1569

La resurrezione - 1563 circa - Olio su tavola - cm. 107 x 73,8

Firmato e datato in basso al centro - Collezione privata, Belgio

del quale diventa anche genero sposando

la figlia Maycken. Tra i due c’è

una profonda differenza di stile, come

si nota mettendo a confronto l’opera di

Brueghel con il “Trittico con adorazione

dei Magi, Annunciazione e Natività”

di Coeck Van Aelst, ed infatti

Pieter il Vecchio rimane estraneo al

gusto classicheggiante, dovuto al fenomeno

di adesione alle correnti artistiche

italiane. Rimane invece affascinato

dalle visioni fantastiche di Hieronymus

Bosch, considerato oggi da molti studiosi

come il primo surrealista della

storia dell’arte. Brueghel è talmente

colpito da questa pittura visionaria, capace

di evocare il contrasto fra sacro

e profano e la lotta tra fede e superstizione,

che realizza dipinti e incisioni

nello stesso stile, tanto da essere definito

come “il secondo Bosch”.

La casa editrice d’arte Aux Quatre

Vents di Hieronymus Cock chiede all’artista

disegni proprio sullo stile di

Bosch al fine di realizzare incisioni e

stampe, facili da vendere. Per gli uomini

del Cinquecento la stravaganza

iconografica di Bosch richiama immediatamente

alla mente il conflitto tra

bene e male e tra virtù e vizio, met-


10

Jan Brueghel il Vecchio - 1568-1625 - Paesaggio fluviale - 1604-1606 circa - Olio su tavola - cm. 18,7 x 24,4 - Firmato e datato in basso a

sinistra: “1604/6” Collezione privata, Spagna - Provenienza - Don Luis Alvear, Madrid; Barone di Villahermosa, Spagna, 1906

tendo il mondo in bilico tra la possibilità

della salvezza e il rischio dell’inferno.

Una chiara dimostrazione di questa

tesi si ha nell’opera in mostra, i “Sette

peccati capitali”, nella quale la scena

pittorica si presenta con una propria

sfericità accentuata anche dalla forma

leggermente concava della tavola, e

con la sovranità del Cristo crocifisso

nella parte alta del dipinto che allude

alla possibilità della redenzione. Il

mondo, in cui si muovono figure-simbolo

dei peccati capitali quali lussuria,

ira, superbia, invidia, accidia, gola e

avarizia, è appoggiato su una rupe, ed

oscilla tra la possibilità della salvezza

e il rischio dell’inferno, dove i demoni

e i “grilli” – figure tra l’u-mano, l’animalesco

e il fantasioso – sono pronti ad

accoglierlo laddove l’umanità dovesse

cedere al vizio e al peccato.

Diversamente da Bosch, Brueghel non

intende giudicare l’umanità ma solamente

descriverla, nel bene e nel male,

attraverso una visione più distaccata e

oggettiva. È la descrizione di un’umanità

che segue gli idoli della perdizione,

ma che può sempre trovare la

via della salvezza, come nel messaggio

del Cristo risorto e trionfante della tavola

“La resurrezione” del 1563.

Malgrado il numero piuttosto esiguo

di opere realizzate prima della

morte prematura, Brueghel riuscì a

diffondere il suo “marchio” grazie all’impiego

dell’incisione. Dalla collaborazione

con editori e stampatori importanti

(in particolare Hieronymus

Cock, Frans Huys e Pieter van der

Heyden) nacquero incisioni che favorirono

la diffusione su vasta scala dell’immaginario

figurativo dell’artista,

procurandogli fama internazionale.

Dopo la morte di Pieter, i figli sfruttarono

la notorietà del padre di cui ripresero

le idee e le tecniche riproponendo

molti dei soggetti e delle

composizioni inventati dal capostipite.

Ognuno di loro divenne a suo modo un

maestro e trasmise ai discendenti le

tradizioni di famiglia. Il marchio Brueghel

superò i limiti della cerchia familiare

per estendersi anche a quegli artisti,

in stretti rapporti con la grande dinastia,

che Georges Marlier ha definito

“Les Bruegheliens”. Marlier cita Marten

Van Cleve, Jacob Grimmer e Lucas

Van Valckwenborch tra i bruegheliani

che ispirarono Pieter Brueghel e dai

quali Pieter Brueghel venne a sua volta

ispirato. Questo spiega le difficoltà che

s’incontrano in alcuni casi nelle attribuzioni.

L’arte bruegheliana è atemporale, attuale

ai nostri occhi oggi come cinquecento

anni fa. I dipinti, i disegni e le

incisioni esposti in questa rassegna invitano

a riflettere sui temi universali –

l’avidità, il peccato, l’onestà, l’ipocrisia,

la cupidigia – con i quali l’uomo

moderno è chiamato ancora a confrontarsi.

Le opere esposte ripercorrono la storia

di ben cinque generazioni, documentando

la rivoluzione realista portata

avanti dal capostipite della famiglia

Pieter Brughel il Vecchio, seguito dai

figli Pieter Brueghel il Giovane - colui

che ha ripercorso il successo paterno

con opere come la “Danza nuziale allʼaperto”(1610

ca.) e “La trappola per

gli uccelli” (1601) - e Jan Brueghel il

Vecchio, detto anche dei Velluti per la

sua straordinaria perfezione pittorica.


Pieter Brueghel il Giovane - 1564-1637/38 - La trappola per gli uccelli - 1601 - Sul retro è visibile il timbro con lo stemma di

Anversa, la torre della città con le due mani - Olio su tavola - cm. 37,5 x 56,6 - Collezione privata, Lussemburgo

Ambrosius Brueghel - Vaso con tulipani e dalie - 1645-1650 circa

Olio su tavola - cm.24,5 x 14,5 -Firmato in basso a destra

Collezione privata, Amsterdam

L’artista attualizza i racconti biblici,

inserendoli nella sua epoca storica,

come si può notare nelle “Sette opere

di misericordia”, dipinto che rappresenta

le virtù cristiane – nutrire gli affamati,

vestire gli ignudi, visitare i malati

e i carcerati, seppellire i morti, dare

da bere agli assetati, alloggiare i pellegrini

– ambientate in un villaggio fiammingo

contemporaneo al pittore e non

nel periodo storico del Nuovo Testamento.

Di Jan Brueghel il Giovane (figlio di

Jan Brueghel il Vecchio) è esposta la

bellissima versione delle “Tre grazie

con cesto di fiori” realizzata nel 1635

insieme a Frans Wouters, mentre di

Abraham Brueghel (pronipote di Pieter

Brughel il Vecchio e specializzato nelle

nature morte) è presentata la “Grande

natura morta di frutta in un paesaggio”

(1670). Marten Van Cleve è tra i più attenti

al lavoro del capostipite della famiglia

e realizza, tra il 1558 e il 1560,

la straordinaria serie di sei tavole del

“Matrimonio contadino” attualizzando

anche temi evangelici come quello de

“La Parabola del buon pastore” (1578

circa).

Importante novità della tappa

torinese è rappresentata da alcune

opere risalenti alla metà

del Cinquecento, periodo di piena

attività di Pieter Brueghel il

Vecchio. Ad Anversa, il capostipite

della dinastia - oltre a essere

apprezzato come un radicale

rinnovatore dei temi biblici

- è anche conosciuto e lodato

per la qualità delle sue

raffigurazioni del mondo popolare.

La Natura in tutta la sua potenza

assurge al ruolo di vera

protagonista della storia umana

e viene rappresentata con

una ricchezza visiva, una cura

nel dettaglio e una bellezza

compositiva mai vista prima

nella storia della pittura come

nel minuzioso e dettagliato

“Paesaggio con la parabola del

seminatore” di Pieter Brueghel

il Vecchio e Jacob Grimer del

1557. In mostra un’importante

selezione di artisti - da Frans


12

Jan Brueghel il Giovane - 1601-1678 - Frans Wouters - 1612-1659 - Le Tre Grazie con un cesto

di fiori - 1635 circa - Olio su rame - cm. 47 x 34,7 - Caretto & Occhinegro, Torino, Italia

de Momper a Frans Francken, da Hendrick

Van Balen a Joos de Momper, a

molti altri che hanno scritto una delle

pagine della storia dell’arte più ricche,

articolate e affascinanti - insieme ai

membri della famiglia Brueghel, veri

maestri del dettaglio e specialisti nella

pittura di animali, di fiori e di oggetti.

La moda dei fiori è dettata dall’interesse

popolare per le nuove specie che

giungono dalle Americhe e dall’Oriente,

sostenuta anche dalla Chiesa

cattolica, che utilizza le composizioni

di fiori sia come immagine simbolica

dei valori cristiani, sia attribuendo a

ogni singola varietà precisi significati

allegorici e morali. Anche l’arcivescovo

di Milano Federico Borromeo,

amico intimo di Jan Brueghel dei Velluti,

è un fervente amatore e collezionista

di quadri floreali. L’interesse per

i fiori è collegato anche al fenomeno

della “tulipomania”, la prima speculazione

borsistica della storia, in cui lo

smanioso interesse per i bulbi di tulipano

provoca enormi innalzamenti dei

prezzi, seguiti, nel 1637, da un crollo

improvviso della domanda che produce

la prima crisi economica del mondo

occidentale.

“Il giudizio morale, natura regina,

soldati e cacciatori, viaggiatori e mercanti,

allegorie e parabole, splendore e

vanità, vita silente e danza degli ultimi”:

attorno a queste sezioni il visitatore

della mostra scoprirà un racconto

appassionante, ancora attuale.

Brueghel. Capolavori

dell’arte fiamminga

Reggia di Venaria 10078 Venaria

Reale, Torino www.lavenaria.it

Date al pubblico 21 settembre 2016

19 febbraio 2017

Orari di apertura lunedì: giorno di

chiusura da martedì a venerdì: dalle

ore 9 alle 17 sabato, domenica e festivi:

dalle ore 9 alle 19.30

Informazioni e prenotazioni

tel. +39 011 4992333

Sito: www.lavenaria.it

Biglietti Intero € 14,00

(audioguida inclusa)

Ridotto € 12,00 (audioguida inclusa)

maggiori di 65 anni e quanti previsti

da Gratuiti e Ridotti)

Ridotto gruppi € 12,00

gruppi di min. 12 persone

Ridotto ragazzi dai 6 ai 20 anni

Universitari under 26 € 8,00 (audioguida

inclusa) Ridotto Scuole € 4,00

Omaggio (audioguida inclusa) minori

di 6 anni e Possessori di Abbonamento

Musei e Piemonte Card.

L’evento è consigliato da Sky Arte HD.

Catalogo edito da Skira.



BaTTLe cRaSH · 2008 · acrilico e vetri rotti su tela · cm. 121 x 176


18

Tiziano Sgarbossa

estrusioni su tela

“Presenze” – 2016

estrusione su tela-acrilico

cm. 80 x 50

“Geometria continua – 2016

estrusione su tela-acrilico - cm. 80 x 80


“Opera 98” – 2016 - estrusione su tela-acrilico - cm. 80 x 80

Galleria Ess&rrE

Via Alatri, 14 - 00171 Roma

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20

Anna M aria Tani

“Composizione in Blu n° 2” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016 “Composizione in Blu n° 3” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016

“Composizione in Blu n° 5” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016 “Composizione in Blu n° 6” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016

Studio: 00169 Roma Viale di Torre Maura, 120/Z/14

Cell. 393 9912034 - tani.anna.maria@gmail.com

AnnaMariaTani-pittore/incisore


“Composizione in Blu n° 7” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016 “Composizione in Blu n° 11” cm.30x30 tec. mista su tela 2016

“Composizione in Blu n° 13” cm. 30x30 tec. mista su tela 2016 “Composizione in Blu n°8” cm. 20x20 tec. mista su tela 2016

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22

Tonino CAPUTO

Quel pittore ammaliato da Piero

Frequenti nei dipinti di Caputo

le memorie e più le concordanze

col Quattrocento, percepibili

subito in molti primi

piani dove alla disposizione pluridimensionale

degli oggetti è demandato

il compito di creare la suggestione

dello spazio e del tempo fermo. Lo ha

notato, con acume e con finezza di stesura,

Guido Giuffrè nella presentazione

del pittore, rilevando nell'inquietudine

dominante, le immagini, l'ascendenza

quattrocentesca, congiunta con un'eco,

appena, di incongruità surrealista, per

cui l'amore dell'ordine e della chiarezza

subisce il trauma e insieme lo stimolo

del suo contrario: sicché nell'invenzione

figurale (e nella resa arida del

colore e nella illuminazione d'altro pianeta,

diresti) circola onnipresente una

curiosità inappagata, un trasalimento

dell'animo sul punto di intervenire per

sconvolgere il ricercato ordine lucido.

Da Piero a Mondrian, da De Chirico a

Dalì, i riferimenti culturali non sono di

poco conto, ma nei confronti di ciascuno

è quel tanto di sfalsamento, di

diversità e novità che di Caputo dà la

schietta e, si direbbe, naturale autenticità.

Tant'è che quei riferimenti sono

una sorta di seconda istanza, quando il

riguardante cerca appoggio alla malia

che dalle immagini si leva come il

muto canto della sirena. Ed è in questo

senso malia, nell'incantamento ma

anche nel sottile disagio, nella ritrosia

inquieta che frena l'abbandono, e reca

il sogno alla soglia dell'incubo; è in

questa somma di sentimenti contrastanti

la poetica originale di Caputo.

«Nell'interno affollato il disagio cresce.

La vivacità dei colori non è mai

calda: tutto è immobile ma più di un

equilibrio risulta precario, le piante vivono

artificialmente come in un labo-


atorio da fantascienza, e in altri laboratori

che la dimensione della fantasia

accantonano pericolosamente: la casualità

di oggetti innoqui, persino in

un'ambigua venatura giocosa, sfiora la

presenza di altri oggetti, altrettanto casuali

ma meno innocui, sì che in questi

silenti luoghi di sgombero, tra gli echi

spenti, può celarsi l'urlo e lo strazio

del torturato»,

Allusioni, enigmi che riguardano l'uomo

da vicino, con bruciante attualità:

non sono sogni ad occhi aperti o richiamati

dalla frammentaria memoria del

sognato nel sonno.

«Cortili deserti, porte e finestre

chiuse, simmetriche

assorte ma anche crudeli

nella fissità impietosa contro

cicli ambientali e irrespirabili,

i gendarmi delle

ciminiere vegliano su una

città di morti». Caputo ha trasformato

una sconosciuta edilizia utilitaria e popolare

in un piccolo ma significativo

universo di solitudine pensosa, peregrinando

«per i sentieri oscuri e assolati

della propria coscienza» .

Da “Il Tempo”, terza pagina (1982).

Recensione della mostra alla Galleria

“La Gradiva” di Roma.


24

Porno subito:

L’ITaLIa DaL BaRBIeRe

di Silvano Pertone (Luther Blisset) Mail artist

Il '68? Sì, mi è piaciuto, … ma

preferisco il '69!!

Con questa battuta, degna del miglior

Peter Paper/Woody Allen,

uno dei tanti personaggi che caratterizzò

la scena italiana, proveremo a ripercorrere

insieme quell'incredibile

onda trash che travolse letteralmente le

edicole italiane durante l’age d’or delle

pubblicazioni fumettistiche nostro Paese,

con la creazione del tascabile erotico

che prolificherà per oltre un

decennio.

E’ necessario sottolineare che, secondo

un’opinione diffusa e perfettamente

conforme al “comune senso del pudore”,

si trattò solamente di un momento

poco ispirato dal punto di vista

artistico e poco consono allo standard

morale (o moralistico?) e bigotto del

Paese.

I primi fervori erano presenti già poco

prima del ‘68 con testate quasi erotiche

quali le fantascientifiche ALIKA del

‘65, URANELLA del ‘66 o ancora la

satanica BELFAGOR, sempre del ‘66.

In queste pubblicazioni non si andava

oltre al mostrare ragazze in biancheria

intima o, al massimo, qualche

seno pudicamente abbozzato, nessuno

si sarebbe mai immaginato quello che,

da lì a breve, sarebbe stata la svolta!

Alla fine degli anni ‘60 il fumetto era

essenzialmente rappresentato dal genere

“nero” che con la ferocia e la

sfrontatezza dei suoi protagonisti, si

era attestato al vertice delle preferenze

dei lettori italiani: DIABOLIK, KRI-

MINAL, SATANIK erano solamente

la punta di un iceberg ben più massiccio

che si componeva di una grande varietà

di testate di tutto rispetto quali

SPETTRUS, ZAKIMORT, SADIK,

DEMONIAK etc. (la “K” finale era volentieri

declinata sia al maschile che al

femminile per evocare in modo sottile

ed inconscio un certo senso del mistero

ed una diffusa abitudine alla crudeltà

che caratterizzava i protagonisti).

Cominciava a diffondersi nell’aria, ed

innegabilmente nei costumi degli italiani,

quella condizione libertina e

sfacciata che caratterizzò il ‘68; pertanto,

matite ed inchiostri di tutto ri-


Il critico e dissacrante TELEROMPO, dove i protagonisti della

vita politica e televisiva dell’epoca venivano messi al centro

della storia dando vita a trame sexy...

Magnus è stato ritenuto l’assoluto precursore del trend che

caratterizzerà la scena fumettistica degli anni ‘80...

spetto quali MANARA, CREPAX,

MAGNUS e FROLLO, cominciarono a

dare vita ad una tendenza assolutamente

sexy del fumetto nostrano disegnando

donne dai fisici prorompenti ed

esagerati che facevano sognare ragazzi

… e non solo!

Se tutti conosciamo la bellezza e l’avvolgente

sensualità della VALENTINA

di Crepax, o la stupenda eroticità delle

ragazze di Manara, è senz’altro meno

nota la partecipazione di quest’ultimo

a numerosi progetti paralleli dove l’impronta

satirica ed erotica era decisamente

più marcata, quali il critico e

dissacrante TELEROMPO, dove i protagonisti

della vita politica e televisiva

dell’epoca venivano messi al centro

della storia dando vita a trame sexy oppure

l'ottimo GENIUS, che da fotoromanzo

sexy si è poi tramutato in fumetto,

evento di una certa rarità nel

mondo delle pubblicazioni.

Sempre in questo filone possiamo ricordare

le vituperate opere di Magnus:

la serie GESEBEL che a causa di uno

scarso riscontro commerciale venne da

lui abbandonata dopo soli sei numeri,

ed il successivo NECRON nel quale si

susseguivano scene esplicitamente pornografiche.

Magnus è stato ritenuto l’assoluto precursore

del trend che caratterizzerà la

scena fumettistica degli anni ‘80 quando,

per rilanciare il settore decisamente

in declino, le scelte editoriali si orientarono

nettamente verso la pornografia.

Ma fu indubbiamente Leone Frollo

ad elevare il tascabile erotico ad un livello

decisamente superiore e a renderlo

fenomeno di massa.

Nato a Venezia nel ‘31, fu l'autore delle

principali testate dell'epoca.

Con infaticabile maestria sfornava

sexy eroine con un tratto riconoscibilissimo

che fece scuola.

Tra le sue opere principali piace ricordare

il fantascientifico FAN, la vampira

YRA e la sexy rivisitazione della

fiaba di BIANCANEVE dove la protagonista

perderà i connotati originari di

ingenua dolcezza, ripiegando su una

convinta dipendenza verso il sesso in

uno scenario fantastico popolato da regine,

mostri e principi. Successivamente

la testata con diversa

denominazione fu pubblicata anche

all’estero (per esempio in Francia e

Brasile), contribuendo ulteriormente al

suo successo e determinando oggi un

grande interesse tra i collezionisti.

Certamente le sue migliori produzioni

sono state NAGA la maga e LUCI-

FERA.

La prima narra le avventure di una

maga discendente della famiglia Romanoff

con il suo fedele servitore e

amante Yul (con le fattezze di Yul Brinner)

dove la componente erotica è sempre,

insieme ai poteri magici,

(Tavola autografa di Leone Frollo)


26

fortemente in primo piano.

Il bellissimo fumetto ebbe un tale

successo che fu ristampato per ben tre

volte, fatto abbastanza raro per questo

genere di testate, come altrettanto anomala

fu la longevità di Lucifera, ben

nove anni, per un totale di 170 numeri.

La protagonista è un demone la cui esistenza

è incentrata nella lotta contro il

bene e nelle sue gesta l’eroticità è sempre

evidente ed esasperata da perfidia

e sadismo.

La sofferenza dell’essere umano è per

lei godimento e per questo si vedranno

impalamenti, squartamenti e molto

altro, nonché una fellatio al diavolo in

persona.

Successivamente uscirono con alterne

fortune un'infinità di pubblicazioni;

molte serie si esaurirono in brevissimo

tempo, quali ad esempio SATANIA con

6 numeri, JACOPONE DA LECCO e

BRANCHISCIOTTE DA CHIAVARI

dello stesso anonimo autore in 3 numeri

e addirittura la testata LE STRE-

GHE, con una sola uscita.

In moltissimi casi si presero a prestito

le sembianze di personaggi famosi al

fine di attrarre maggiormente l'attenzione

del lettore, creando così personaggi

popolarissimi quali IL MON-

TATORE, con il viso di Lando Buzzanca,

operaio totalmente dedito ad

una particolare “lotta di classe”, IL

LANDO, con le fattezze del molleggiato

Celentano, fancazzista spiantato

per eccellenza, la conturbante sexy

vampira SUKIA, identica ad Ornella

Muti, il playboy GOLDRAKE con le

sembianze del guascone Jean Paul Belmondo,

RAFFA che riproduceva la

Raffaella nazionale, JOLANDA DE

ALMAVIVA con la bellissima Senta

Berger, ed il “rude” Bud

Spencer nei panni di

FRÀ DIAVOLO, e molti

altri ancora.

Mentre la maggior

parte dei personaggi in

questione si faceva una

risata o al massimo non

considerava la cosa rimanendo

indifferente, si

dice che Lando Buzzanca

fece di tutto per

comperare i diritti della

testata che lo riguardavano

al fine di farla

sparire, anche se riesce

difficile crederlo visto

i ruoli che normalmente

interpretava nei

suoi films.

Il successo fu strepitoso:

era tutto un fiorire

di fiabe erotiche,

sexy eroine naziste,

orge medievali e storie

di quotidiana simpatia,

così che molte pubblicazioni

uscirono in diversi

paesi d'Europa

quali Spagna, Francia, Germania e

Belgio, nonché in alcuni del Sud

America, il tutto senza mai sfociare

nel porno, svolta che purtroppo avverrà

durante gli anni ‘80 con la speranza di

rilanciare la scena ma con scarsissimi

risultati sino alla definitiva chiusura

delle varie testate.

Oggi, a distanza di trent’anni, molte di

queste pubblicazioni sono state rivalutate

e divenute oggetto di ricerca da

parte dei collezionisti, raggiungendo

quotazioni importanti e dando vita

anche alla creazione di vari siti web

dove è possibile documentarsi ed addentrarsi

in questo articolato universo

che riserva continue sorprese. Per chi

volesse saperne di più, consigliamo

due ottimi siti: VINTAGE COMICS e

GUIDA AL FUMETTO ITALIANO.

Quella del fumetto erotico italiano è

stata una parentesi editoriale veramente

unica, dove trovarono spazio e

sfogo goliardia e puro divertimento.

Queste piccole pubblicazioni non avevano

pretese se non quello di far trascorrere

simpaticamente una mezz’ora

spensierata tra donne pettorute e storie

inverosimili …. come quella mezz’ora

che si trascorreva una volta del barbiere

… leggendo al riparo da sguardi

indiscreti, per ingannare quel lasso di

tempo prima del nostro turno.


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“Altro mare”

TeD, IL TeaTRO DeLLe

IDee Da cONDIVIDeRe

di Paolo Serra

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Per quanto mi riguarda il Ted

(Technology, Entertainment,

Design) era solo un’insegna. O

almeno così è stato fino a

qualche settimana fa. Poi mi sono informato,

e ho scoperto che dietro

quell’insegna c’è un’associazione noprofit

con sede negli Stati Uniti, che

dal 1984 organizza conferenze su una

vasta gamma di argomenti. Ciò avviene

secondo il criterio di Ted, che è

ben riassunto nel suo slogan: “idee che

vale la pena diffondere”. Questi discorsi

tipicamente si tengono nei teatri,

ma la maggior parte degli appassionati

di Ted ne fruisce attraverso la Rete.

Io sono uno di questi, e infatti quell’insegna

- fino a qualche settimana fa -

anch'io l’avevo vista solo attraverso lo

schermo del computer. A volte era appoggiata

su un palcoscenico, altre appesa

sul fondale di un teatro. Ciò che

di solito accade davanti a quell’insegna

non è nulla di particolarmente nuovo:

una persona in piedi sul palco di un

teatro, altre sedute in platea. Quella in

piedi parla, gli altri ascoltano, tutto

qui. Un rituale antico, ma che davanti

a quell’insegna, chissà perché, assume

un valore diverso.

Quando ti imbatti per la prima volta in

una conferenza Ted, hai la sensazione

di aver assistito a qualcosa di mai visto

prima. Poi ne vedi un’altra e un’altra

ancora, e continui a stupirti. Spesso mi

sono chiesto come sia possibile che

alle Ted sia sempre tutto così perfetto.

Cos’è quel qualcosa in più che ogni

volta è in grado di tenermi incollato

allo schermo per ben diciotto minuti.

Sarà che i format americani sono studiati

nel minimo dettaglio. Per esempio,

i creatori di Ted hanno stabilito

con assoluta precisione che diciotto

minuti è la durata ideale di un discorso.

O quanto meno di un discorso che sarà

ascoltato davanti a un computer. In

pratica c’è qualcuno dall’altra parte

dell’oceano, che pur non conoscendomi

sa che dopo diciotto minuti esatti

trascorsi davanti allo schermo del portatile,

per quanto sensazionale possa

essere un discorso, comincerò inevitabilmente

ad annoiarmi. E infatti è così,

anzi diciotto minuti è il mio record personale

di attenzione sul web, e l’ho

raggiunto solo con le Ted. Detto ciò,

non credo che il successo di questo format

sia dovuto solo alla cura dei dettagli,

come non credo che sia solo merito

degli speaker, o della qualità dei loro

speech. Tanto meno voglio pensare di

essere diventato così esterofilo e anglofilo,

da rimanere incantato davanti

a un conferenziere che fa il suo - seppur

bel - discorso, solo perché al Ted i

conferenzieri li chiamano speaker, e i

loro discorsi speech. No, ci doveva essere

qualcosa in più. E infatti c’era.

L’ho capito il 24 settembre scorso, e

cioè il giorno in cui sono andato al


primo Ted di Rovigo.

Nato dalla collaborazione fra Luca

Grandi, già professionista nella promozione

di eventi, e Manuel Tuozzi di Archimedia,

società che si occupa di web

e marketing, il primo “TedxRovigo” ha

visto esibirsi all’Auditorium del Conservatorio

Venezze, nove talenti fuori

dall’ordinario, nove vite e nove carriere

completamente diverse fra loro,

nove persone che in comune avevano

solo l’urgenza di condividere le loro

esperienze.

Eccola la parola chiave, la sintesi del

successo di Ted in un solo vocabolo:

condivisione. Talvolta le storie che gli

speaker di Rovigo hanno condiviso

sono state toccanti, come per esempio

quella di Monica Silva, che avrebbe

voluto parlare della sua carriera come

regista e fotografa, ma che è finita per

concentrare il suo intervento sul percorso,

a dir poco accidentato, che dalle

favelas brasiliane l’ha portata al mondo

della moda di Milano. Altre volte si è

parlato di esperienze incoraggianti,

come quella di Marcello Mari, che ci

insegna come tutti noi abbiamo la possibilità

di diventare ciò che vogliamo.

C’è stato spazio anche per divertirsi,

con il fantasista comico Tino Fimiani,

che ci ha raccontato la sua passione per

il palcoscenico e l’importanza di prenderci

cura della nostra parte emotiva.

Ma c’è stato anche un momento dedicato

ad amare riflessioni, con il discorso

del Professor Francesco Gonella,

che seguendo il viaggio di un proiettile,

ci ha parlato dei costi sociali ed

economici delle guerre. E poi l’esploratore

artico Michele Pontrandolfo, il

designer di giocattoli Marco Moroso, i

temi ambientali affrontati da Gianni

Gaggiani, l’attore e conduttore radiofonico

Matteo Caccia, con il suo “ascoltate

e raccontate storie per rendere migliore

questo mondo”, Federico Baglioni

sulle biotecnologie, fra scienza

e bufale, e infine il pubblico di Rovigo,

al quale è stata concessa l’opportunità

di condividere una giornata intera con

queste persone. Si è pranzato insieme,

abbiamo discusso, riso, pianto e applaudito:

un frullatore di emozioni condivise,

dalle 9 del mattino alle 7 della

sera.

In conclusione ve lo voglio dire qui,

sulla carta. Prendetelo come l’invito di

uno di voi, un nostalgico dei luoghi fisici

come questa bella rivista che profuma

di cellulosa appena stampata. Se

avete ancora dei dubbi, se non avete

mai visto una Ted in vita vostra, fate un

salto su internet, e cercate i discorsi tenuti

al primo “TedxRovigo”. Vedrete

che anche voi non potrete fare a meno

di condividerli.


36

Gli artisti e il sogno.

Il pulviscolo di luci e coriandoli

genera il “cordiandolismo”

Testo di Paola Simona Tesio

Destarsi dopo

quella inconsueta visualizzazione

inte-

una visione

di colori che

riore, intuendo che

i n f o n d o n o

quei corpuscoli luminescenti

nell’animo il sapore

della sospensione, tra

realtà ed illusione, memoria

e ricordi. La memoria

si accresce nel

divenire della vita e si

affievolisce nel farsi del

tempo; il ricordo, al

contrario, è qualcosa dal

rimandavano

al segreto dell’esistenza,

sin dalle più

ancestrali forme. Nel

cercare risposte sopite

e sconosciute Silvio

comunica queste fantasticherie

all’amico

Claudio, anch’egli artista,

sapore nostalgico e

ed è quest’ultimo

permane come un senso

che appartiene.

“062 Black and red” 2016 - tecnica personalizzata su telaio cm. 50 x 70

che le svela, paragonandole

ad una brillante

Il sogno lascia nello spirito quel

perdersi e confondersi dello smarrimento

per il trascorso insieme

all’arcano segreto della simbologia

che richiede un’interpretazione autentica.

Ed è proprio da quell’universo

immaginario onirico che in una

notte carica di sensazioni percettive,

sensoriali, olfattive, tattili, visive,

sonore, in un farsi di puntinati colori

che si svelano alla mente, pullulando

velocemente come saette dalle

innumerevoli ed infinite traiettorie,

un uomo si domanda il perché di

tavolozza di aulici colori. È possibile

immaginare che quel dialogo tra

questi arguti creativi sia avvenuto

in uno studio dal sapore antico,

intriso di storie scolpite tra le tele,

appartenenti ad istanti diversi.

Incisivo gesto, armonioso, nel sus-


“027 Blu” 2016 - tecnica personalizzata su telaio cm. 40 x 50

seguirsi dei peculiari stili indomiti

che evidenziano intensi momenti

esisten-ziali. L’esperienza coloristica

pittorica di Silvio, fondata sulle

modulazioni espressioniste, parla

anch’essa di risvegli, di tumulti, di

nature e paesaggi talvolta infuocati

o “sublimati” nelle scolpite pennellate,

gettate con impeto come

strati di pensiero furibondi, che si

annidano persino nelle scomposte

remini-scenze cubiste.

L’artista e il sognatore parlano a

lungo delle loro esperienze, si narrano

emozioni; infine Silvio e

Claudio giungono alla conclusione

che sia possibile realizzare quel

sogno così enigmatico, decifrandolo

sulla tela in simbologie cariche di

cromatismi altrettanto vibranti,

suggerendo l’idea di un’innovativa

corrente artistica denominata

“Coriandolismo”.

Quei bagliori, simili ai fosfeni

(apparizione visiva di punti, intrecci

e scintille che si percepiscono ad

occhi chiusi in seguito alla pressione

o sfregamento del bulbo oculare),

rievocano altresì il puntinismo e

sono intrisi di energia che rimanda

alle pulsazioni ancestrali, al “Big

Bang” primordiale, alle cellule che

si scambiano informazioni, alle

immagini che l’uomo percepisce sin

dagli albori persino in quanto

embrione, nonché alle luci ed ombre

della stessa privata esistenza.

I coriandoli amati sin dall’infanzia

racchiudono sensazioni di gioia e

riportano ad uno stato emotivo

simile a quello della memoria

involontaria di cui parla Marcel

Proust nelle intense pagine de “Il

Tempo ritrovato”, reminiscenze che:

«Componevano un libro magico

complicato e fiorito, la loro principale

caratteristica era che non ero

libero di sceglierle, che mi venivano

date così com'erano». Proprio come

nel sogno di Silvio, indecifrabili e:

«Date così com’erano» …

Occorreva intessere quelle emozioni,

per renderle durature sulla tela, così

dopo un fiorente periodo di sperimentazione,

nasce “Lo Studio

ClaSil”, dalla fusione dei nomi del

sognatore e dell’artista. Iniziarono

prendendo delle “strisce di coriandoli”

intrecciandone, con l’ausilio di

un telaio, trama ed ordito per poi

indirizzarsi all’utilizzo di brillanti

fettucce di raso, dal suadente effetto

tattile e visivo e dei rispettivi "tragitti

estetici".

Coincidenza significativa, pur senza

saperlo, si erano indirizzati in un

campo di cui involontariamente

stavano ripercorrendo la memoria

perché i “coriandoli”, così come oggi


38

“50 Black” 2016 - tecnica personalizzata

su telaio cm. 24,5 x 30

“61 White” 2016 - tecnica personalizzata

su telaio cm. 20 x 30

sono conosciuti, nacquero proprio in

una fabbrica di tessuti a Crescenzago

dove, nel 1875, il cavalier Enrico

Mangili, proprietario dell’azienda in

cui lavoravano molte operaie del

luogo, ebbe l’idea di recuperare i

minuscoli tondini di scarto dei fogli

traforati utilizzati da lettiere per i

bachi da seta. Prima di questa

invenzione, nelle cerimonie nunziali

e durante le sfilate dei carri carnevaleschi,

si usava lanciare confetti

aromatizzati con semi di coriandolo

da cui, appunto, deriva il nome

“coriandoli”. Grazie a Mangilli il

carnevale divenne carico di emozioni

arricchito da una pioggia di minuscole

stelle variopinte.

I Coriandolisti, nel fare della loro

arte, applicano l’antico mestiere della

tessitura, trasformando la tradizione

in contemporaneità. Un passaggio di

testimonianza dalle radici profonde:

sin dall’antichità l’intessere ha

suscitato magmatiche meditazioni,

soprattutto per gli aspetti esistenziali

sottesi a questo mestiere che, dagli

albori, ha ispirato favole e miti,

fornendo notevoli spunti di riflessione

per la condizione umana;

basti pensare all’intensa narrazione

che vede le Moire intente a filare i

destini.

Le scomposizioni e le forme dei

Coriandolisti rammentano alcune

geometrie delle architetture impossibili

di Maurits Cornelis Escher

e potrebbero incarnare un’evoluzione

del cubismo in quanto le “astrazioni

intessute” a quattro mani simboleggiano

i differenti angoli visuali

scanditi simultaneamente, in una


“021 Viola” 2016 - tecnica personalizzata su telaio cm. 40 x 25

sorta di specularità e differenza.

Distinte sensibilità

che si incontrano e,

come nel dialogo tra il

sognatore e l’artista, narrano

le loro storie che non

si esauriscono ma divengono

infiniti fili di trame

e di orditi che si incrociano

con innumerevoli altri fati.

Chi osserva queste opere

ne arricchisce la continuità.

Giochi di luce, dati

da cromatismi e luminescenze,

da ombre e bagliori,

che conducono in

un universo onirico e reale

traboccante di emozioni.

Molteplici sono i punti di

osservazione poiché le fettucce

di raso si lasciano

colpire dai momenti del

tempo e variano con esso,

apparentemente simili e

mai uguali, come le forme

dell’esistenza.

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Galleria Wikiarte

12 - 24 novembre 2016

Inaugurazione sabato 12

ore 17,00

PELLIN

presenta

Prof. Giovanni Faccenda

Curatrice

Deborah Petroni

Orari di apertura

dal martedi al sabato 11,00 - 19,00

domenica e lunedi chiuso

ingresso gratuito

Galleria Wikiarte - Via San Felice 18 - 40122 Bologna

info@wikiarte.com / Tel. 051-5882723


42

“Tra&arT”

L'IPPOcaMPO

di Alimberto Torri

www.angoloart.it

L’

ippocampo, come tutti

sanno di sapere giacché

risaputo e risaputello

guarda questo quant'è

bello gli darò nome Fiorello

se lo vede mio fratello se ne

fa un bel cappello, e ancora virgola,

è il terreno ubertoso dal

quale nascono adiposi ippopotami.

Vengon su dalla terra come

fossero riesumati da forze misteriose

e a iosa vengon su per giù

con su tra fra. Da molli terricci,

collinette di terra protrudono la

sagoma degli ippopotami e, gravide

di questi, li partoriscono nel

compier di uno sput.

Gli ippopotami, come tutti

ignorano di ignorare giacché ignorato

e ignorantello guarda questo

quant'è bello.... sono animali

dallo sguardo supplichevole che

subito, appena nati, chiedono all'ippocampagnolo,

di nome Pippo,

di recidere l'edera ombelicale e le

sue frange per poter crescere esso

stesso, lì messo per benino e

spesso. Di fatti, le prime parole

degli ippopotami sono: “Pippo,

potami; Pippo, potami; Pippo potami”.

Ora, è bene sapere che nel mito

ippocampale, Pippo era il primo

abitante dell'ippocampo, la primeva

creatura di questo nostro

pianeta terra, meglio conosciuto

come Circo Togni. Come tramandano

le secrete scritture, Pippo era

solo sul pianeta e così, dice il

mito, Dio, vedendo che ciò era

cosa non buona, inventò per tenere

compagnia a Pippo la Pippa,

più nota al centro sud come Sega.

Pippo era dunque il primo segaiolo,

profeta dell'onanismo, da cui

la religione onanista secondo la

quale Pippo non può fare a meno

della Pippa anche se questo suo

peccato origenitale lo condannerà

per l'eternità allo nanismo, da cui

l'odierno detto se ti tocchi rimani

nano. I discepoli principali di Pippo

furono ovviamente i setti nani:

Primolo, Segalo, Dandolo, Mettilo,

Toglilo, Rantolo e Trombalo.

Oggi l'onanismo conta molti fedeli

che si salutano tra loro con

un tipico gesto della mano destra

portata all'inguine e mossa con

movimenti sussultori. I sacerdoti,

i sapienti della chiesa onanista,

coloro che hanno la visione mistica

della Pippa mentale conducono

vita riservata e solitaria a

mo' di esempio per tutti i fedeli.

Gli idoli adorati nei templi dell'onanismo

sono L'Ippopotamo e

la Ippoputtana dalle grandi poppe

a pera che ispira i sacerdoti all'estasi

onanistica durante la funzione

religiosa.


Paola ROMANO

“Il tempo” - 2016 - tecnica mista su tela - cm.100 x 120

Acca Edizioni

Via Alatri, 14 - 00171 Roma

Tel. +39 06 2014041 - +39 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


44

Un sogno che bisognava sognare: l’arte

visionaria di Rubens Fogacci

di Francesca Bogliolo

L’

arte di Rubens Fogacci è un luogo in

cui soggetto e oggetto si incontrano,

metafora e realtà convivono, originalità

e tradizione si fondono; un

percorso originale in continua evoluzione che

mostra i caratteri di una ricerca intima dalle

sfumature liriche. Nella linea curva si rintraccia

l’eco di una dolcezza ricercata e

perduta insieme, un afflato nostalgico e consapevole

dell’unicità di un momento struggente.

Scivola il pennello tra le mani di

Fogacci per originare ricercate forme consapevolmente

naïf, quasi a ricordare, come

sosteneva Wittgenstein, che gli aspetti più

importanti delle cose risultano spesso nascosti

per via della loro semplicità e familiarità, che

sono le cose che vediamo ogni giorno a nascondere

la complessità e la verità della vita.

Come se attraverso la deformazione, la caricatura,

gli accurati manierismi si dovesse

ricercare un sogno ormai perduto, antico e

moderno, triste e felice, reale e illusorio

insieme. Negli occhi aperti delle figure di

Rubens Fogacci si specchia un mondo che

bisognerebbe sognare, spinti da un’irrefrenabile

sete di bellezza, ormai sempre più

spesso trascurata, sottovalutata o perduta.

L’artista regala ai nostri occhi il mondo di

visionari come Verne, come il postino francese

Cheval o Rousseau il Doganiere, che pur

senza mai viaggiare seppero dare forma a

nuovi mondi del tutto plausibili, perché

“Amy Winehouse”


“Ligabue”

“John Lennon”

corrispondenti ai sogni di ognuno. Lo sguardo di Fogacci

si posa con rispetto sulla realtà e sui significati che essa

racchiude: esso ha la capacità di aprire una porta sull’altrove,

sullo stupore che l’osservatore – consapevole

o meno - conserva dall’infanzia, ponendo alla sua attenzione

quello che viene percepito prima ancora di ciò

che viene visto e poi rappresentato. Nell’esperienza

estetica di ciascuno rimane accesa la fiamma dell’infanzia,

che permette di avvicinarsi senza remore al

misterioso e al perturbante: nelle memorie di Man Ray

e Magritte resta impressa la volontà di avanzare

artisticamente verso l’ignoto senza dimenticare l’aspetto

ludico del processo creativo, che sia latore di

un’esperienza emotivamente coinvolgente. Memore di

questo principio Fogacci si addentra tra forma e colore

alla ricerca di un’armonia che mostri chiaro quale debba

essere il dono per le generazioni future: la sua arte

desidera spogliare la realtà, liberarla dalla sua ovvietà

apparente, ricordare che, come sosteneva Calvino, “ogni

esperienza è irripetibile”, foriera di percezioni vitali

uniche e proprie del momento presente. Non scevro di

un senso malinconico, Fogacci ci guida aldilà del velo

di Maya attraverso una semplificazione per via di levare,

alla ricerca di un nucleo di significati che vanno ben

oltre l’apparenza estetica.

“Madonna”


46

“IL GLOBO D'ORO” - 2015

tecnica mista su tela - cm.100 x 100

Giuseppe Menozzi

Ospite in personale presso i Magazzini del Sale - Siena

30 dicembre 2016 - 15 gennaio 2017

Inaugurazione venerdì 30 dicembre

ore 16.30 nella Sala delle Lupe

all'interno del Palazzo Pubblico di Siena

in piazza del Campo

Organizzazione Associazione Estrosi,

presentazione Giammarco Puntelli


Caterina Tosoni

“E 77 - Nutella” - materiale plastico su tavola e colore acrilico - cm. 70 x 70

Presente ad Arte Padova dall’11 al 14 novembre 2016 e al Baf Bergamo Arte Fiera dal 26 al 28 novembre 2016

info@caterinatosoni.com


48

Giovanni MaNZO

“Venezia” - 2015 - Olio su tela - cm. 80 x 80

acca edizioni Roma Srl

Via alatri, 14 - 00171 Roma

Tel. 06 2014041 - cell. 329 4681684

www.accainarte.it - acca@accainarte.it


LUCA MAROVINO

“SILENZIOSE GRIDA XX” - 2016 - marmo nero del belgio

h. cm. 16 x 11 x 17

“SILENZIOSE GRIDA XVIII” - 2016 - marmo nero del belgio

h. cm. 22 x 11 x 9

Il processo creativo dello scultore Luca Marovino occupa uno spazio importante nel panorama artistico. Egli elabora

ed esprime una ricerca costante per la materia nella quale si struttura un’ interpretativa originale di notevole comunicazione.

I segni tracciati sul marmo e sulla pietra sono ricchi di significati e di simboli suggestivi che si riconoscono

appieno e che trasmettono vere e proprie emozioni al fruitore. Sono opere che vengono plasmate con un’energia manuale

prorompente e con un concreto studio dei volumi e delle forme che lasciano il segno. La fantasia di Marovino,

di cui è intrisa ogni sua creazione scultorea, determina uno spazio di lavorazione altamente personale ed espressivo

colmo di sentimento. Egli evidenzia un lavoro complesso, ricco di padronanza e di conoscenza della materia non fine

a se stesso. L’esecuzione dei vuoti e dei pieni, di fondamentale significato, ingloba molteplici componenti sia estetico-visive

che contenutistiche. L’artista Luca Marovino, dalle forme più stilizzate a quelle più sinuose, porta avanti

un iter di grande fascino dal valore unico e dall’ evidente esperienza tecnica per un risultato finale che si differenzia

e che ci regala sensazioni continue.

Monia Malinpensa

(TITOLARE E DIRETTORE ARTISTICO DELLA GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA)

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL LUNEDI AL SABATO DALLE 15,00 ALLE 19.00


www.tornabuoniarte.it

“Materialità̀dell'Invisibile # 3” - 2015 - marmo di Carrara e fili di acciaio - cm. 89 x 92 x 41

Mikayel Ohanjanyan

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Via Maggio, 58/r - Tel. +39 055-2289297 - contemporary@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


52

52

a

“Il dada è tratto”

Luce e nichlismo

in e. Hopper

di Pierpaolo Pracca

grifonepierre@gmail.com

"Forse io non sono molto umano. Tutto quello che volevo fare era dipingere la luce

del sole sul lato di una casa" edward Hopper.

“Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo” edward Hopper.

I

luoghi e i volti

di Hopper appartengono

alla

nostra memoria,

hanno assunto

tratti quasi mitologici;

le sue atmosfere

vivono oggi nei romanzi

degli scrittori

che sono venuti dopo

di lui o nelle creazioni

di altre forme

espressive. La sua

poetica del silenzio e

della solitudine è diventata

ormai il motivo

dominante di

molta pittura, poesia,

letteratura, cinematografia

contemporanea

al punto da costituire

un paradigma della

desolazione della civiltà

occidentale.

In - Sunlights in Cafeteria - nei vapori

assolati di un bar anonimo due solitudini

si scrutano con un senso di smarrita

intimità. Quali saranno i pensieri

che balenano in questo uomo e in

questa donna?

Non sappiamo quello che l’uomo osservi

nella donna e ciò che lei pensi

del suo svagato ammiratore, ma si


può indovinare in entrambi un miracolo

di umana malinconia e solitudine

che prende forma avanti ai loro

occhi a poco a poco nella luce glauca

di un mattino qualunque. Quali mondi

inconfessati ed inconfessabili nascondono

i loro volti? Forse dietro il

loro sguardo c’è solo un vuoto che li

spaventa e li rende muti?

Una cupidigia d’amore che mai troverà

il coraggio di un agito sottende il

loro silenzio. E’ come se immersi nella

luce non sapessero piangere d’amore.

Come se non riuscissero a sentire

altro che il vuoto che li circonda perché

in amore conta il corpo e il sangue,

conta la vita, ma loro sono

staccati da una distanza siderale, consci

tuttavia del fatto che la ragione indietreggia

dinanzi alla vita. Ma è

proprio questo il tema caro a Hopper:

vite sospese, congelate nella quotidianità

di giorni e notti nei quali gli

spazi intrappolano uomini e donne

nella forma d’ambra dell' assenza, una

maledizione a vivere l’istante in un’eternità

che li astrae dal tempo storico

della vita.

Umanità che non sa trovare parole di

conforto, nella dissipazione di ore

morte scandite da una luce che contrasta

con il buio che possiamo immaginare

animare le coscienze dei protagonisti

dei quadri.

Ecco allora che il significato della

luce trasmuta nel suo opposto, essa

non è più la redenzione dai mali del

mondo, ma diventa foriera di un buio

interiore che annichilisce gli uomini.

Il tema della luce che “schiaccia” creando,

di fatto, il suo contrario è caro

ai classici e da lì a pochi anni sarà ripreso

dal semiotico Roger Caillois nel

suo capolavoro I Demoni meridiani.

Essa grava sui protagonisti e definisce

una vita che si ritira nella quale uomini

e donne cedono ad una sorta di

psicoastenia che coinvolge l’intero

universo, come se quella luminosità e

l’ombra da lei prodotta avessero il potere

di bloccare i corpi e le coscienze

costringendo i protagonisti del quadro

in un mondo racchiuso in se stesso,

una monade incapace di aperture. In

questo caso non esiste la possibilità di

resistere all’azione annichilente della

luce e sembra chiara la resa al richiamo

mortifero di un taedium vitae

che coinvolge persone e cose. E’ l’accidia

che rende incapaci, isola ed

aliena dalla società rendendo la gente

sola: una solitudine che assume toni

metafisici. Le due figure sono imprigionate

nel posto che occupano e sembrano

prive di qualsiasi slancio relazionale.

Il loro rapporto è con le

cose e non con le persone. Ecco allora

la donna fissare la tazzina del caffè e

l’uomo posare su di lei uno sguardo

vacuo, svogliato, senza il minimo desiderio

o tensione immaginativa come

se anch’essa fosse un oggetto inanimato

privo di mistero.

La vita di questi

due protagonisti,

il cui sguardo è

perso nel vuoto,

ci appare nella

sua disarmante

nudità; non ci è

dato conoscere il

contenuto dei loro

pensieri, queste

due povere anime

sono prigioniere

di una mortale

lontananza, testimoni

di un evento al quale non riescono

dare nome. La loro solitudine

diventa un triste rifugio del desiderio.

E’ esattamente questo che ci turba osservando

questo ed altri quadri di

Hopper. Il desiderio di andare oltre

immaginando

mondi interiori

che non si rivelano

e la relativa

costrizione

ad un qui ed

ora che ci riempie

di inquietudine.

La sfida è

quella di portare

alla luce

tracce di vita

che paiono invisibili

a occhio

nudo, uno

scandalo che costringe

a guardare e a riguardare, a domandare

senza ottenere risposta. Ma

qual è la domanda?

Il quadro di Hopper ci riporta alla memoria

quella di Albert Camus intorno

all’unica questione che abbia senso,

se la vita valga la pena di essere vissuta

oppure no. Gli sguardi dei due

non forniscono una risposta soddisfacente

e al taedium vitae sembra doversi

associare, da un momento all’altro,

quella volontà annichilente

descritta mirabilmente da Guido Morselli

nella sua Dissipatio come se sui

due incombesse il pericolo di un misterioso

quanto prossimo annichilimento,

un dissolvimento nel nulla di

una umanità, di fatto già morta, composta

da poveri automi per i quali

Ogni cosa è ugualmente e tragicamente

inutile.


54

LO DO La FRa

Marco Lodola - “Beatles” - cm. 102 x 110 - scatola luminosa in perspex

Il percorso artistico, nel bellissimo

spazio della Galleria

del Palazzo, punto focale per

le esposizioni dell’arte moderna

e contemporanea di Firenze,

comprende 18 opere realizzate

con tecniche varie.

La mostra presenta lavori recenti

dell’artista Marco Lodola, molto

affermato a livello internazionale,

realizzati impiegando plexiglass,

led, neon e vibranti tinte

acriliche, assieme alla delicata e

raffinata pittura di Giovanna Fra,

reminiscente dell’Astrattismo Multimediale.

Unendo linguaggi espressivi

molto diversi tra loro, la mostra

cattura l’energia dei segni cromatici

e della luce in un’unica forma

intensa e significativa, esaltando

la modernità dell’arte contemporanea

nelle sue nuove forme

espressive.

Il segno astratto e cromatico di

Fra ha origini nella Pittura

d’Azione, il colore, la materia, il

segno, diventano scrittura, poesia

del visibile.

La ricerca di Lodola è legata al

Nuovo Futurismo e alla Pop Art.

L’artista trae ispirazione dalla

danza e dall’energia che trasmette

la luce, traducendo l’eleganza del

movimento in opere luminose attraversate

da led.

Il trait d’union fra i due artisti è

rintracciabile non solo nell’aspetto

concettuale del lavoro,

ma anche in quello materico. La

configurazione pittorica di Fra

brilla, attraversata dall’opera dinamica,

elettrica e comunicativa

di Lodola.


Giovanna Fra - “7” - cm. 100 x 150

INFO:

La mostra personale di

Marco Lodola e Giovanna Fra

apre la programmazione

invernale della Galleria del

Palazzo.

Vernissage giovedì 6 giugno 2016

Ore 18:00

Galleria del Palazzo - Firenze

Lungarno Guicciardini, 19

La mostra è visitabile dal 7 al 26 Ottobre 2016.

Orario. Mart.–Sab. 11:00-13:00 / 15:30-19:00

Chiuso lunedì e i giorni festivi

Catalogo Skira a cura di Luca Beatrice e Vittorio Sgarbi.

Reperibile in galleria.

Ufficio beatrice cifuentes-sarmiento.

beatrice@galleriadelpalazzo.com tel. 055 281044

Con il Patrocinio del Comune di Firenze


56

www.tornabuoniarte.it

“Soldatino” - 1966 -tecnica mista su ottone, cartone e latta - cm. 27 x 7,5 x 7,5

Pino Pascali

Firenze 50125 - Lungarno Benvenuto Cellini, 3 Tel.+39 055 6812697 / 6813360 - info@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Via Maggio, 58/r - Tel. +39 055-2289297 - contemporary@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


BRUNO ABBONA

FOTOGRAFIA DIGITALE

Il fotografo Bruno Abbona, con professionalità dei mezzi, estrema sensibilità ed entusiasmo, realizza immagini altamente

suggestive. Esse, intrise di contenuti profondi e di evidente bellezza, diventano subito agli occhi dell’osservatore

assolute protagoniste. Abbona, con un complesso studio della tecnica fotografica e con una costante precisione

nel fermare l’attimo, ci trasporta in una dimensione artistico-umana di ampio respiro. Attraverso la sua ricerca, vivono

nella foto effetti magistrali di luce e di ombre che movimentano un tessuto espressivo notevole, evidenziando un progetto

concepito con rigoroso senso di interpretativa. Il dialogo continuo con la natura e con i suoi volti è per lui parte

integrante e significante del suo operare che lo porta ad una precisa e sicura rappresentazione dell’immagine. Dai

suoi ritratti fuoriesce il suo stato d’animo perché è una fotografia ricca di sentimenti umani e di puro effetto magnetico.

Bruno Abbona, tramite il suo obbiettivo, esprime un discorso universale di consolidata esperienza e particolare bellezza.

È con tutti questi elementi di vitale importanza che egli realizza le sue fotografie caricandole di passione, di

impegno e di un proprio sentire.

Monia Malinpensa

(TITOLARE E DIRETTORE ARTISTICO DELLA GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA)

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

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ORARIO GALLERIA: DAL LUNEDI AL SABATO DALLE 15,00 ALLE 19.00


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Scoperte

e massacri.

ardengo Soffici e le

avanguardie a Firenze

Galleria delle Statue e

delle Pitture degli Uffizi

Dal 27 settembre 2016 all'8 gennaio 2017

di Marilena Spataro

Non è solo una ricostruzione monografica

delle opere di Ardengo Soffici la

mostra che gli Uffizi di Firenze dedicano

a questo grande maestro del secolo

scorso. Intitolata, non a caso, Scoperte e

massacri. Ardengo Soffici e le avanguardie a Firenze,

l'esposizione rappresenta nelle intenzioni

dei curatori, Vincenzo Farinella e Nadia Marchioni,

un più ampio e, per quanto possibile,

esaustivo discorso, sull'impegno intellettuale

dell'artista di Rignano sull'Arno, trovando una

guida nel suo memorabile libro Scoperte e massacri.

Scritti sull'arte, edito a Firenze da Attilio

Vallecchi nel marzo del 1919, che raccoglie una

scelta dei testi storico artistici pubblicati, per lo

più su La Voce , a partire dal 1908. Alla data cruciale

del 1919, appena conclusa la Grande Guerra,

Scoperte e massacri si presentò come un vero

e proprio spartiacque tra due epoche: quella delle

avanguardie europee e quella del ritorno all'ordine.

Lo spunto che ha dato il via all'importante

evento in corso, dal 27 settembre all'8 gennaio

2017, nelle Galleria delle Statue e delle Pitture

degli Uffizi di Firenze, è la recente donazione di

un autoritratto di Ardengo Soffici, da parte dei

suoi eredi agli Uffizi (Ardengo Soffici, Autoritratto,

1949, Firenze, Galleria degli Uffizi). La

mostra punta, soprattutto, l'attenzione sugli anni

che videro il maestro toscano assumere un ruolo

di assoluto protagonista nell'aggiornamento della

Ardengo Soffici - Autoritratto - 1949- olio su tela cartonata

Firenze- Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi


Ardengo Soffici - Decorazioni di Bulciano - 1914

Tempere murali staccate e riportate su pannelli

cultura figurativa italiana. E' infatti

da tempo riconosciuto che i

suoi scritti pubblicati tra il primo

e il secondo decennio del Novecento

e le iniziative culturali da

lui sostenute e organizzate (come

la Prima Mostra italiana dell'Impressionismo

allestita a Firenze

nel 1910), costituirono un momento

decisivo per lo svecchiamento

e il rinnovamento dell'arte

in Italia. L'esposizione degli Uffizi

da conto di tutto questo percorso

artistico e intellettuale, il primo

approccio del visitatore è con la

rievocazione di un evento decisivo

non solo per il giovane Soffici, ma

per l'intera cultura fiorentina, la

Festa dell'Arte e dei Fiori (18 dicembre

1896 - 31 marzo 1897). A

17 anni Soffici ha modo di visitare

varie volte questo grande consuntivo

di cinquant'anni d'arte italiana

ed europea: un evento nato

sotto l'egida del mito di Botticelli,

come dichiarato dal manifesto di

Attilio Formilli, con una Flora

ispirata alla Primavera degli Uffizi

visibile in apertura della mostra.

Nel 1900 Soffici, ventenne, è a Parigi

in compagnia di Giovanni Costetti

e Umberto Brunelleschi per

visitare l'Esposizione Universale. I

suoi primi anni parigini sono vissuti

nell'ambiente delle riviste

mondane e umoristiche e si collocano

ancora entro una sfera simbolista,

come testimoniato dal Bagno

(1905 - 1906, collezione privata), l'unico

pannello decorativo sopravvissuto

tra quelli realizzati tra il

1905 e il 1906 per il Grand Hotel

delle Terme di Roncegno. A partire

dal 1904 comincia tuttavia a

maturare nell'artista toscano un

primo interesse per le novità degli

impressionisti e dei postimpressionisti,

con la scoperta al Salon d'Automne

delle opere di Paul Cézanne

e di Medardo Rosso. A Cézanne,

Soffici dedicherà, nel 1908, un importante

saggio pubblicato su Vita

d'Arte, qui Cézanne non è più, come

nel 1904, un protagonista del

gruppo impressionista, ma ora, all'interno

di una rilettura primitivista

che ne accentua l'assoluta

modernità, è diventato il superatore

dell'impressionismo e il precursore

di Picasso come attesta il

dipinto, Paesaggio (Campagnes de

Bellevue) del 1885-87 (Washington

DC, The Phillips Collection). L'occasione

di massacrare senza pietà

tutta la bella pittura che trionfava

nei salotti borghesi e nelle gran-


60

Ardengo Soffici - Il bagno - 1905 - olio su tela - collezione privata

Paul Ceźanne - Campagnes de Bellevue (Paesaggio) - 1885-1887 - olio su tela

Washington DC, The Phillips Collection

di esposizioni internazionali, offerta

dalle recensioni delle Biennali veneziane

del 1909 e del 1910, si collega

alla possibilità di poter assistere alle

celebri retrospettive di Courbet e

Renoir, ricordate anche dal giovane

Roberto Longhi come una vera e

propria liberazione (Gustave Courbet,

Il ponte dell'asino di (1864,

New Haven, Yale University Art

Gallery). Un altro soggiorno parigino

effettuato da Soffici tra il 1910

e il 1911, gli suggerirà l'importante

saggio, pubblicato nell'agosto del

1911 su La Voce, dedicato a Picasso

(di cui nella mostra degli Uffizi si

espone Pipa, bicchiere, bottiglia di

Vieux Marc (e Lacerba ) (1914, Venezia,

Peggy Guggenheim Collection)

e a George Braque (in mostra

con Natura morta con chitarra,

1912, Milano, Museo del Novecento).

Lo spregiudicato corto circuito

tra passato e presente che

avviene spesso negli scritti d'arte di

Soffici trova in El Greco un momento

esemplare: l'artista, di cui

era in atto in quegli anni una vera e

propria riscoperta - come suggerito

in mostra dalla grande tela del

Musée d'Orsay di Parigi di Ignacio

Zuloaga, Ritratto di Maurice Barrès

con veduta di Toledo, 1913, Parigi,

Musée d'Orsay - viene riproposto

come esempio di pittore capace di

fuggire dalla piovra accademica del

Rinascimento italiano (in particolare

da Michelangelo e da Raffaello)

e di incarnare il ruolo di precursore

della modernità. Nel maggio del

1911 Soffici, di ritorno da Parigi, visita

la mostra futurista di Milano, di

cui nel mese successivo redige una

feroce e sarcastica stroncatura: cominciano

così i rapporti, controversi,

con il gruppo di artisti che si

erano raccolti attorno a Marinetti.

Nel 1913, con la nascita di Lacerba

, Soffici e Papini decidono di unirsi

all'unica forza di avanguardia che

sia in Italia: ma la temporanea adesione

al Futurismo, da parte di Soffici,

risulterà sempre condizionata

dalle fondamentali premesse cézanniane

e cubiste maturate a Parigi e

mai del tutto rinnegate. Lo rivelano

chiaramente le opere presentate

nella mostra fiorentina di Lacerba,

organizzata con Ferrante Gonnelli,

a partire dal novembre di quell'anno:

Ardengo Soffici, Sintesi di

un paesaggio autunnale, 1912-13,

collezione privata; Carlo Carrà,

Ritmi di oggetti, 1911, Milano, Pinacoteca

di Brera; Umberto Boccioni,

Studio per Vuoti e pieni di

una testa, 1912, Londra, Estorick

Collection, e le scanzonate e dissacranti

decorazioni murali ideate per

la casa di Papini a Bulciano (Ardengo

Soffici, Pannelli decorativi

per la stanza dei manichini di Bulciano,

1914, Firenze, collezione privata).

Proprio la ricostruzione, mai

fino ad oggi tentata, della cosiddetta

stanza dei manichini di Bulciano

costituisce uno dei punti focali più

emozionanti e spettacolari di questa

mostra. La parentesi futurista di

Soffici lo vide nel 1914 polemizzare

con Boccioni, staccarsi dalla cerchia

del marinettismo e fondare un autonomo

gruppo fiorentino, che guarda

anche ad altre, antitetiche esperienze

figurative, come testimonia

il breve scritto del 1914 dedicato ai

fratelli Savinio e de Chirico, il mu-


Pablo Picasso - Pipa, bicchiere, bottiglia di Vieux Marc (e “Lacerba”)

tecnica mista - Venezia - Peggy Guggenheim Collection

sicista e il pittore, incrociati a Parigi,

dove risulta acutamente evidenziata

la prospettiva onirica e antimoderna

che caratterizzava la produzione

del prossimo capofila della

Metafisica. La prima guerra mondiale

costituisce per l'interventista

Soffici, partito volontario per il

fronte, non solo una lunga parentesi

nell'attività artistica, limitata quasi

esclusivamente alla realizzazione,

in collaborazione con Carrà (di cui

esponiamo La carrozzella, 1916, Rovereto,

MART) e de Chirico, delle

illustrazioni per la Ghirba (un giornale

di trincea), ma anche una

drammatica cesura psicologica e

culturale. Tornato dalla guerra il

maestro d Rignano sull'Arno, non

sarà più lo stesso, sia come uomo

che come intellettuale: messe da

parte le provocazioni delle avanguardie

nei loro aspetti più sovversivi,

egli inizierà a seguire un percorso

da cui scaturirà la ricostruzione

dei valori e del linguaggio figurativo.

E' questo il momento che

vedrà l'artista produrre alcuni dei

suoi più maturi capolavori,

tra cui la sequenza

di nature morte

realizzate nel 1919

(Ardengo Soffici, Mele

e calice di vino,

1919, collezione privata),

in contatto con

quel nuovo clima culturale

che trova nella

rivista Valori Plastici

, fondata da Mario

Broglio, la sua più

compiuta espressione.

La mostra Scoperte e

massacri. Ardengo Soffici

e le avanguardie a

Firenze è promossa

dal Ministero dei beni

e delle attività culturali

e del turismo con

le Gallerie degli Uffizi,

la Galleria delle

Statue e delle Pitture

degli Uffizi e Firenze

Musei.

Boccioni - Studio per la scultura Vuoti e pieni astratti di

una testa (Voglio dare il prolungamento degli oggetti nello

spazio) - Matita, inchiostro e acquerello nero su carta


62

ITALO

Il Maestro Alexander Kanevsky fondatore del Movimento del Nuovo Rinascimento

ha nominato l'artista Italo Duranti Direttore Mondiale del Movimento

del Nuovo Rinascimento per la Scultura. Tale ruolo prevede un

lavoro di rappresentanza, di scelta di altri scultori e di promozione eventi

legati al Nuovo Rinascimento in tutto il mondo, a partire da New York.


DURANTI

Italo Duranti - Nuovo Rinascimento - 2016


64

64

Galleria Wikiarte

26 novembre - 08 dicembre2016

Inaugurazione sabato 26

ore 17,00

presenta

Prof. Giovanni Faccenda

ICONS

di

MARCO BISCARDI

&

RUBENS FOGACCI

Curatrice

Deborah Petroni

Orari di apertura

dal martedi al sabato 11,00 - 19,00

domenica e lunedi chiuso

ingresso gratuito

Galleria Wikiarte - Via San Felice 18 - 40122 Bologna

info@wikiarte.com / Tel. 051-5882723


Michele Angelo Riolo

“Serie ACT 002” - 2016 - applicazione a rilievo su legno - cm. 50 x 50

Studio: 00033 Cave (Roma) - Via Prenestina Vecchia, 19/A1

Cell. 333 2957049 - michelangeloriolo@gmail.com


66

“7”

“Karl Wilhelm Diefenbach”

piercarlobormida@gmail.com

Il desiderio di completezza e quello di soddisfare una più

ampia gamma di interessi dei nostri lettori, mi ha messo alla

ricerca di un intellettuale che avesse contezza di un un ambito

di ricerca che alla rivista ancora mancava: l'esoterico.

Ho trovato in Bormida la persona giusta, laureato in illustrazione

presso l'Istituto Europeo di Design, innamorato del dadaismo

e cultore del libero pensiero.

Per come lo conosco io, è la persona che più si avvicina all'idea

di “Druido”. Ritiratosi in campagna coltiva, oltre all'orticello,

il suo interesse per il mondo sottile e dunque per l'arte, la scrittura,

la musica e l'esoterismo.

Eccolo a voi con il suo primo articolo su Arte&trA, curatore da

oggi della rubrica che ho voluto intitolare 7. Semplicemente e

complicatamente 7.

Alimberto Torri

Èun dato di fatto che il

mondo dell’esoterismo

sia costellato da artisti,

ma è il mondo

dell’arte attraversato dall’esoterismo

che vogliamo esplorare.

Come un esploratore

condotto dal suo sesto senso

mi sono lasciato cullare dai ricordi

di un futuro anteriore e

ho trovato, primo tra tutti, un

gigante dimenticato. Un artista

regale, una figura imponente,

uno di quelli che vivono

la propria vita come

un’opera d’arte (citando il

principe di Montenevoso), un

profeta: Karl Wilhelm Diefenbach.

Nasce il 21 febbraio 1851

nella cittadina di Hadamar, in

Assia (Germania), figlio di un

professore di disegno nonché

pittore di una certa fama, diviene

egli stesso pittore, ma

persegue la propria rivoluzione

conducendo una vita basata

sul vegetarismo e sull’astinenza

dall’alcool e dal tabacco

in totale armonia e sintonia

Karl Wilhelm Diefenbach.

con la natura. Il dipinto ad

olio “Non devi uccidere” è

esempio incontrastato a cavallo

tra mistica e sacralità

della vita. Anarco-socialista

volkish vive con la famiglia

(all’epoca composta dalla

moglie e da due figli) e con

alcuni discepoli in una cava

di pietra abbandonata, anticipando

di alcuni anni una

comune più famosa, quella

del Monte Verità vicino ad

Ascona nel Canton Ticino.

In questo periodo le autorità

lo sottopongono al primo

processo della storia per nudismo.

Diefenbach è sicuramente

il principale antesignano

del movimento della

Lebensreform che si svilupperà

nel mondo tedesco

alla fine del XIX secolo. La

riscoperta della bellezza del

corpo e la sua celebrazione

all’interno di una natura incorrotta

e purificatrice lo avvicinano

all’ordine esoterico

ariosofico di cui entra presto

a far parte, l'Ordo Novi

Templi di Jörg Lanz von Lie-


enfels (1874-1954). Questi, direttore

della rivista Ostara (in onore

alla dea pagana della primavera),

ex monaco cistercense ed erudito

teologo viennese, pone le basi per

quella particolare dottrina che lui

stesso battezza “ariosofia” e che

ha come comun denominatore la

Teosofia di Helena Petrovna Blavatsky

e il Cristianesimo graalicoesoterico

il cui culmine è rappresentato

dalla pubblicazione

‘Teozoologia. La scienza delle nature

scimmiesche sodomite e l’elettrone

divino’.

Malattie, miseria, crimini d’ogni

tipo, prostituzione e degenerazione,

delitto e suicidio, strage

che grida al cielo chiamata

“guerra” sono le conseguenze naturali

dell’ingiustizia della società,

dell’irreligiosità delle

istituzioni, dell’allontanamento

da Dio’ tuona Diefenbach nei suoi

proclami pubblici, inimicandosi

quelli che contano. Ma sono gli

anni in cui si crede ad un nuovo

mondo, un mondo basato sulle

leggi della natura e con l’arte in

primo piano. Diefenbach usa materiali

poveri per la realizzazione

delle sue tele (olio, bitume, cenere,

terreno) determinando in

questo modo un legame indissolubile

tra opera d’arte e natura madre:

i suoi così evocativi paesaggi

naturali e gli elementi che ne

compongono la trama, concorrono

a rafforzare l’anima della sua

opera. Diefenbach attribuisce alla

pittura una funzione magico-religiosa:

la sua figura carismatica ed

il suo modo di vestire monacale

testimoniano inequivocabilmente

il suo ruolo di magus ed artista al

contempo: padrone degli

elementi e figlio di

una natura cosmica,

selvatica ed incontaminata.

Puro. I suoi quadri

trasmettono le vibrazioni

elettriche, per

dirla con il linguaggio

dei Nuovi Templari, che

generano emozioni antiche

dai toni sublimi e

misteriosi, lontane dal

chiacchericcio della massa

tanto detestata. Si

scorge la forza del Vril,

quell’energia che permea

di vita tutte le

cose e le rende uniche.

Pioniere della cultura

della riforma è parte attiva

dell’elitaria attività

rituale dell’Ordo

Novi Templi, lo

stesso Lanz lo chiama

“Fra(ter)”. La familiare

gnosi dualistica dell’ordine

(in cui si contrapponevano

per esempio

l’angelo e il fauno) si riflette

parimenti nell’opera di Diefenbach:

il Cristo-Frauja (secondo

la denominazione gotica) nel passaggio

dal cervo a Dio, da Kernunnos

al Cristo. Solo l’occhio allenato

può penetrare il mondo sovrasensibile

dei fratelli vestiti di

bianco che celebrano il santo uffizio

nel bosco di Werfenstein, il

‘castello del Graal’ acquistato da

von Liebenfels e divenuto priorìa

dell’ONT.

Pittore, quindi artista, quindi perfetto

confratello per un ordine che

punta anche sulla bellezza fisica,

oltre che sulla purezza spirituale

degli arya (nobile, puro in sanscrito),

e dunque, sulla valorizzazione

di tutto quanto è naturalmente

bello, l’Arte come senso

dell’esistere. Come visione di tempi

antichi fuori dal tempo: gli è

cara la Sfinge, dopotutto gli ariosofi

sono persone che credono ad

Atlantide, a Thule, ad Iperborea:

ad un mondo reale che per i più è

irreale. I templi sparsi per l’Austria,

la Germania, la Persia (l’ordine

si spinse sino laggiù) sono

una risposta all’imbarbarimento

dell’uomo e della società del denaro:

la creazione di rifugi spirituali

contro il materialismo deve

aver giocato non poco sull’immaginario

di Diefenbach e sulla sua

scelta di affiliarsi.


68

Pur non essendo per niente clericale,

egli considera questi conventi

ariosofici come ‘sedi del

genio creatore’. ‘Villa imperiale’

può essere interpretata come una

postura runica di controllo superumano

delle forze della natura,

una natura primordiale in cui

l’eroe anela alla luce come un

mago selvatico delle rune: bianchi

e neri, ancora una volta agli antipodi:

il bianco come una luce fantasmatica,

il nero come la notte

più buia. Anticipatore dello stile

liberty con i suoi disegni (in

bianco e nero) è però con la pittura

che emerge la sua forza dirompente:

si può collocare tra

Makart e Klimt, nella misura di

un legame mancato tra i due.

Quasi un legame telepatico, generato

da un’ideale catena invisibile

e proprio per questo ancor più

salda. Di certo Klimt fu influenzato

da Diefenbach e portato verso

il Secessionismo. Lo stesso

Kupka (secondo molti l’autore del

primo quadro astratto della storia)

è un fan accanito del nostro clochard-volkish,

al punto da imitarne

lo stile pittorico e lo stile di

vita (diviene vegetariano anch’egli,

senza mai nascondere l’influenza

del suo maestro). Vienna,

Trieste, Napoli a Capri, un viaggio

verso Sud in un ideale percorso

dalla Nigredo verso l’Albedo: di

fronte alla penisola sorrentina finisce

la vita di Diefenbach, il 13

dicembre 1913 muore per un attacco

di peritonite. Presto dimenticato

in Germania, il suo seme

sopravvive in Italia dove lascia

svariati eredi da diverse donne e

svariati debiti, nel più puro stile

dannunziano. Ma lascia soprattutto

tele di grandi dimension, rimaste

nello studio fino al 1931 e

poi trasferite alla Certosa di San

Giacomo di Capri dove per anni

sono abbandonate al degrado e

alle cure di vandali e saccheggiatori.

Solo agli inizi degli anni ’70,

per l’interessamento di Friedrich

Fridolin von Spaun, figlio di Stella

Diefenbach, le opere vengono salvate

e donate allo stato italiano. Il

Prof. Raffaello Causa, Sovrintendente

ai Beni Storici della Campania,

permette la realizzazione nel

1974 del Museo Diefenbach in alcune

sale della Certosa di San

Giacomo: sono presenti 31 tele, 5

sculture in gesso, e un ritratto del

pittore dipinto da Ettore Ximenes.

Presso il museo della città di Hadamar

in Assia è possibile visionare

il fregio di 68 metri intitolato

“Per Aspera ad Astra” realizzato

per il transatlantico austriaco

Franz Ferdinand Este con la sua

sequenza di silhouettes danzanti e

musicanti, di bambini, animali e

figure esotiche tanto amata dai

suoi confratelli dell’ONT. Un giovane

che risponde al nome di

Höppener viene influenzato profondamente

dalle teorie di Diefenbach

e ne diventa il discepolo più

fedele, meritando il soprannome

di Fidus. Pseudonimo che userà

per tutta la vita, anche dopo la separazione

dal Maestro, e che lo accompagnerà

nell’olimpo degli

artisti più conosciuti di un’epoca

contrastata. Ma questa è un’altra

storia.

Bibliografia essenziale:

Nicholas Goodrick-Clarke, Le radici

occulte del Nazismo Sugarco Edizioni,

Roma 1993

Rudolf J. Mund, Jörg Lanz von Liebenfels

und der Neue Templer

Orden. Die Esoterik des Christentums,

Spieth, Stoccarda 1976

Massimo Introvigne, Il cappello del

mago. I nuovi movimenti magici

dallo spiritismo al satanismo.

SugarCo, Milano 1990

Daim Wilfried, L' ideologo di Hitler.

Jorg Lanz von Liebenfels, Settimo

Sigillo edizioni, Roma 2014


FERNANDA CERRINA

MOSTRA PERSONALE ALLA

GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA BY MALINPENSA

DAL 15 AL 24 NOVEMBRE 2016

“DALLA TRASFIGURAzIONE DEL SOGNO AD

UN’ IMMAGINE REALE RICCA DI SIMBOLISMO”

Particolare dell’opera “PAZIENTE ATTESA” - 2016 - Olio su tavola - cm. 101 x 83

Scaturiscono dall’emotività e dalla sensibilità dell’artista Fernanda Cerrina immagini di notevole valenza simbolica e

spirituale, esse, scavate nella memoria e nei sogni, raccontano una magica e sognante dimensione, che è linfa vitale

nella sua arte. Ella riesce a trasformare ogni sua opera in una espressione di sentimenti e di verità di rara forza intimista.

L’occhio dell’anima che osserva i suoi personaggi con grande empito lirico in una descrizione che travolge il

fruitore. I volti di donne, che sono al centro della sua ricerca artistica, hanno il potere di comunicare l’autenticità e la

verità essenziale dei sentimenti con un impeto emozionale continuo. La Cerrina, con evidente e maturo stile, ci offre

un impatto visivo-contenutistico di profonda interiorità per una ricerca sempre più appassionata e sincera che richiama

al simbolismo.

Monia Malinpensa

MOSTRA, DEPLIANT E PRESENTAzIONE CRITICA A CURA DI MONIA MALINPENSA

La Telaccia by Malinpensa - Via Pietro Santarosa 1 - 10122 Torino

Tel/Fax +39.011.5628220 +39.347.2500814 - +39.347.2257267

w w w . l a t e l a c c i a . i t - i n f o @ l a t e l a c c i a . i t

ORARIO GALLERIA: DAL LUNEDI AL SABATO DALLE 15,00 ALLE 19.00


70

Carmelo CONSOLI

luce e magia del colore

“Paesaggio astratto - A71” - olio su tavola

“Paesaggio astratto -A/73” - olio su tavola


“A/107” - olio su tavola

CERNOBBIO (CO)

BARI

gAllERIA

StEfANO SImmI

ROmA

PERugIA

ROMA

Studio: via dello Scudo, 42 - 06132 - Pila (PG)

Tel. 075 774878 - Cell. 368 519066

www.carmeloconsoli.it consolicarmelo@tin.it


72

Fabio Guglielmi

Serie “Alberi”

“Olivo” - 2016 - olio su tela - cm 60 x 80

“Quercia” - 2016 - olio su tela - cm 70 x 70

50055 - Lastra a Signa - fraz. Ginestra Fiorentina - FI

Via Gavignano, 9 - Cell. 347 8020108


Massimo Pennacchini

Il tango è nato nelle bettole, tra

violenza, sesso, coltelli e forti

passioni, ed è finito sui palcoscenici

di tutto il mondo, davanti

a un pubblico silenzioso e attento,

che assiste al rituale stilizzato

dell’incontro tra un uomo e una donna .

Eppure nel corso di questa apparente

“ascesa”, il tango ha staccato il cordone

ombelicale con le sue radici: è si diventato

spettacolo teatrale, ma continua a essere

una musica e una danza da balera, in orari

curiosi che consentono incontri spesso

extraconiugali sotto gli occhi di avventori

seri e attenti.

Il tango è soprattutto un gioco di tensione

e distensione lo è gia, nella musica

forgiatasi nell’incontro tra i ritmi afroamericani

e le melodie europee. Sebbene

la presenza dei neri fosse scarsa a Buenos

Aires, agli inizi del secolo i ritmi degli ex

schiavi africani, giunti soprattutto da

nord, erano penetrati anche in Argentina,

trovando un terreno di coltura in un rito

festivo pagano, il candombè. Ma a Buenos

Aires, nei quartieri portuali più malfamati,

questi ritmi presero a fondersi con

melodie italiane, tedesche, ispaniche. Le

canzoni che ne nascevano parlavano di

solitudine, tradimento, abbandono, di

amore e morte; ma soprattutto di quell’impulso

vitale, insopprimibile, a incontrare

l’altro sesso e a gioire e soffrire per

esso.

Negli ultimi anni vi è un ritorno alla

danza proprio come strumento di

corteggiamento e di comunicazione, le

persone si avvicinano così ai balli da sala:

liscio, danze latino americane e anche

“PASSION” - olio su tela - cm. 180 x 100 - 2016


74

“LA SOLISTA” - olio su tela - cm. 100 x 70 - 2016 “CLUB TANGO” - olio su tela - cm. 80 x 80 - 2016

tango argentino.

Il tango oltre ad offrire convenzioni

offre la possibilità di battersi in un

gioco cortese di latente seduzione di

biunivoca unicità.

Mentre piedi scivolano languidi e

silenti su di un piano ben levigato, gli

animi irrequieti, si rincorrono cantando

l’inno celebrativo della complicità, la

danza è complessa, altamente faticosa

per il controllo fisico,senza mai

perderlo: i corpi continuano a emettete

passione ed energia.

Il tango non è soltanto una danza, ma

un sentimento, un modo di vivere, odio,

amore, passione sfrenata, un grido

disperato di un popolo sofferente. Il

tango colma un vuoto, soddisfa una

necessità, quella di comunicare, di stare

insieme, di conoscersi, sentire l’altro e

farsi sentire, fa nascere coppie e

dividerne altre, è il mondo racchiuso in

un ballo: il tango es como la vida, come

dicono in Argentina, perché puoi ballarlo

in maniera elegante, sensuale,

triste e infine con grande dolcezza. Il

tango come metafora della società contemporanea;

chi non soffre la solitudine

in questo mare di persone? Chi non

ama il contatto fisico pulito, dato da

una carezza, uno sguardo? E quale

movimento di massa ha unito etnie

diverse, fuori dai paesi di origine, più di

questa danza?

Una lettura più attenta delle opere ci

porta indietro nel tempo , alla fine dell

‘ottocento quando in quella fetta di

mondo, che è l’Argentina, convergevano

popolazioni diverse , spagnoli,

portoghesi, italiani, tedeschi, russi ed

ebrei, che più che un castigliano sgangherato

erano uniti da una danza

particolare, che si balla cuore a cuore, il

Tango.

Un uomo e una donna, anche senza

parlare ma con un semplice sguardo si

univano per il tempo di un ballo

abbattendo tutte le barriere etniche.

Quanto è attuale il Tango, quante

storie può raccontare il Tango.


“SEDUCCION” - olio su tela - cm. 80 x 80 - 2016

“IL PIANISTA” - olio su tela - cm. 180 x 100 - 2016

“ABRAZO” - olio su tela - cm. 80 x 80 - 2016

email | massimo@pennacchini.it

mobile | +39 338.94.38.553


FaBIaN PeReZ

"Lungo il mio cammino mi sono lasciato alle spalle molte cose, e tante altre

ormai le ho perse. Ma le ruote continuano a girare e io vedo la strada dritta davanti

a me e so che quella strada mi condurrà a numerose nuove esperienze"

di Valentina D'Ignazi

Arte è Vita: sognata o vissuta, imprigionata

in un'opera senza tempo... questo

rappresentano le opere di Fabian

Perez, frammenti di un'esistenza sofferta

e maledetta, ricordi di un'infanzia

cruda vissuta nei bordelli illegali di suo padre.

Nasce nel 1967 a Buenos Aires in Argentina, da un

padre vizioso ed una madre che ripone nell'arte e

nei sogni la salvezza di suo figlio, incentivandolo

a catturare la bellezza anche in una drammatica realtà.

Perde i suoi genitori nell'adolescenza, vivendo

come uno zingaro alla ricerca di un destino che era

ancora tutto da scrivere. Nelle Arti Marziali trova

la forza interiore di riprendersi i troppi sogni strappati

dalla vita e questo grazie alla conoscenza con

Oscar Higa che, oltre suo insegnante, divenne suo

mentore, suo amico, quella figura paterna che non

ha mai avuto. Segue Higa in Italia, a Padova inizia

ufficialmente la sua carriera artistica. I turisti Europei

rimangono affascinati dalle sue opere ed inizia

così a realizzare delle piccole mostre.

Rimane in Italia per 7 anni, qui trova l'ispirazione

per scrivere il libro "Reflections of a dream", pubblicato

negli USA qualche tempo dopo. Successivamente

si trasferisce in Giappone dove vivrà per

un anno, giusto il tempo di realizzare due opere

meravigliose:

“The Japanese Flag” e “A Meditating Man”, oggi

Geisha en turquesa - 2006 - cm. 61 x 51


78

esposte al Palazzo del Governo.

Le Arti marziali, l'attrazione verso

alcuni grandi artisti come Loutrec,

Picasso, Sargent, Cézanne ed il suo

trascorso, influenzano

notevolmente la

sua tecnica pittorica.

“Cosa significa per

me la pittura?...fuggire

dal mondo che

non mi piace”

Fugge dal suo passato,

catturandone principalmente

un'unica

bellezza: le Donne.

Angeli dai movimenti

lenti e sensuali,

diavoli capaci di

sedurre un uomo con

un calice di rosso fra

le mani o accendendo

semplicemente una

sigaretta.

Le sue creazioni avvengono

al mattino o

nel primo pomeriggio,

quando la luce è migliore per

rappresentare la magia della notte.

Nelle sue opere usa la vernice acrilica

perchè non deve aspettare che si

asciughi, segue i suoi impulsi e la

sua foga di generare nuovi tratti con

il pennello. Gioca con i colori, rende

più nitido il soggetto e più sfocate le

ambientazioni di contorno comunque

curate nel dettaglio e ricche di

odori e sapori visibilmente percettibili.

Dipinge stati d'animo, emozioni,

inebriando i sensi dello

spettatore che riesce con molta semplicità

a catturare il messaggio della

sua arte rimanendone inconsciamente

attratto. Esalta la ruvidità

della stoffa mettendola in contrasto

con l'elasticità dolce e calda della

pelle. Impronta la pittura sulla comunicazione

e la musica, ritrae la

bellezza, la passione, la pura sensualità

che sfuma nelle curve di una

bella donna... comunica i piaceri

universali della vita. La musica è

evidente nei suoi pezzi di flamenco,

dove il ritmo è colore e tecnica ricca

di poesia in un aura quasi romantica.

La sua arte non ha categoria, non


appartiene ad una corrente specifica o ad un

genere; se fosse inserita in una categoria ciò

limiterebbe la sua figura di artista ed anche

le sue creazioni basate su percezioni prettamente

soggettive. Oggi Fabian Perez ha uno

studio a Los Angeles, dove vive dal 2007

con sua moglie Luciana ed i suoi tre figli.

“Per Lei nulla è impossibile se voglio qualcosa,

cercherà di renderla possibile per

me”; questo scrive parlando della sua

donna, che molto spesso appare in alcuni

dei suoi affascinanti dipinti.

Quella strada sconosciuta che tanto lo spaventava

da bambino oggi lo ha fatto divenire

socio onorario della "Accademia degli

artisti" e il più giovane e famoso artista a livello

internazionale nella pittura e nella

scultura contemporanea mondiale.

Amante dell'arte in genere, della fotografia,

della musica, della pittura, della scrittura e

di tutto ciò che completa e gratifica l'animo

umano, Perez è la reincarnazione di quell'arte

che, prendendo vita dai propri sogni,

riesce a cogliere il vero senso dell' esistenza.

L'Arte è un Sogno che prende forma, ed i

sogni sono la vita dell'Anima.


MODULO DI

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Silvio Sparaci

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rivista Art&trA

6 numeri € 13,00

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dell’annuario d’arte moderna 2017

Desidero ricevere le copie della rivista al seguente indirizzo:

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Tancredi

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Firenze 50125 - Via Maggio, 58/r - Tel. +39 055-2289297 - contemporary@tornabuoniarte.it

Milano 20121 - Via Fatebenefratelli, 34/36 - Tel. +39 02 6554841 - milano@tornabuoniarte.it

Forte dei Marmi 55042 - Piazza Marconi, 2 - Tel +39 0584 787030 - fortedeimarmi@tornabuoniarte.it

Firenze 50125 - Antichità - Via Maggio, 40/r - Tel. +39 055 2670260 - antichita@tornabuoniarte.it


82

MOSTRE D’ARTE in iT

A cura di Silvana Gatti

BOLOGNA

PALAZZO FAvA

Fino: all’ 8 gennaio 2017

BOLOGNA DOPO MORANDI

1945-2015

Due anni dopo la mostra “Da Cimabue

a Morandi”, che passava in rassegna

sette secoli di arte a Bologna,

partendo da Cimabue fino ad arrivare

ai tempi di Morandi, il critico e storico

dell’arte Renato Barilli riparte da lì per

andare oltre ed analizzare in modo

analitico quanto è avvenuto nell’ultimo

mezzo secolo di arte bolognese,

il periodo che va dal 1945 fino al 2015.

La mostra presenta 150 opere di circa

settanta artisti, tutti nati o attivi a Bologna

e dintorni, che hanno influenzato

con la loro personalità e il proprio

stile la storia dell’arte bolognese dal

secondo dopoguerra ad oggi. Un percorso

articolato in 12 “stazioni”, ognuna

delle quali prende la misura sui

grandi fenomeni a livello nazionale e

internazionale: da Morandi e il dopoguerra

alle influenze del post cubismo

e dell’Informale di Alberto Burri fino

alla Pop Art e alla video-arte con una

sosta nel mondo dei fumetti dove

spicca la figura di Andrea Pazienza con

la bellissima opera “Betta sullo squalo”

del 1981.

BOLOGNA

MUSEO DELLA STORIA DI BOLOGNA

PALAZZO PEPOLI

Dal 4 novembre 2016

al 19 marzo 2017

HUGO PRATT e CORTO MALTESE

50 anni di viaggi nel mito

A 50 anni dalla nascita di Corto Maltese,

apparso per la prima volta nel

1967 in “Una ballata del mare salato”,

il Museo della Storia di Bologna

propone un’antologica per celebrare

Hugo Pratt e la sua creatura più famosa.

La mostra è curata da Patrizia

Zanotti e presenta oltre 400 opere tra

disegni, acquerelli, chine, riviste e rarità.

In mostra non solo Corto Maltese

ma anche Anna della Giungla

(1959), Ernie Pike del 1961, La giustizia

di Wathee del Sg.t Kirk del 1955,

e ancora le tavole e acquerelli degli

Scorpioni del Deserto che conducono

il visitatore nell’Etiopia del 1941-

1942, sovrapponendo ai personaggi

dell’immaginario i personaggi storici.

Come una mostra nella mostra, saranno

esposte le 164 tavole originali

di “Una ballata del mare salato”, un

classico della letteratura disegnata.

L’esposizione è un viaggio tra finzione

letteraria e biografia; un racconto

segnato da incontri fortuiti,

vicende intessute in un panorama che

abbraccia l’Africa dell’Italia fascista,

come la magia alchemica di Venezia

e molto altro ancora dacché, come

scrive la curatrice Patrizia Zanotti

“in questa mostra abbiamo cercato di

intrecciare la vita e lo spirito di Hugo

Pratt e di Corto perché sono le due

facce della stessa personalità”. Mille

suggestioni condurranno i partecipanti

tra le acque dei Mari del Sud

fino ai profumi dei vicoli di Samarcanda.

I visitatori, attraverso le avventure

del personaggio più famoso di

Hugo Pratt, Corto Maltese, viaggeranno

in terre lontane e in mondi fantastici

e avventurosi. L’avventura con

Corto Maltese, sarà molto apprezzata

dagli appassionati delle vicende dell’affascinante

pirata, nato dalla mano

di un artista tra i più fertili del novecento.”

Pratt ci ha insegnato a non

perdere mai lo spirito di curiosità, di

avventura, di apertura verso il diverso,

l’altro, l’ignoto, ed il suo insegnamento

fa riflettere su alcuni grandi

capitoli del ‘900 e permette, in questo

momento storico, di guardarci allo

specchio con spirito critico.

CITTÀ DI CASTELLO (PG)

EX SECCATOI DEL TABACCO

Fino al 6 gennaio 2017

ALBERTO BURRI: Lo spazio di materia

- tra Europa e U.S.A.

Le celebrazioni del Centenario della

nascita di Burri si concludono a Città

di Castello, suo luogo natale. La mostra

offre una panoramica sulle più si-


AliA E fuORi cOnfinE

gnificative tendenze dell’arte contemporanea

del secondo dopoguerra

del XX secolo, riconducibili all’arte di

Burri. Presenti opere di autori poste

in rapporto dialettico con l’arte di

Burri sia in quanto tematicamente

antecedenti ad essa sia in quanto

coeve o successive. Burri è uno dei

più innovativi artisti del periodo del

secondo dopoguerra mondiale, in

quanto ha dato origine ad opere che

sono simultaneamente pittoriche e

scultoree, influenzando in seguito artisti

associati col New Dada, il Noveau

Réalisme, il Postminimalism e

l’Arte Povera italiana. Burri, con l’impiego

della materia, ha ottenuto una

spazialità inedita all’insegna di un

“controllo dell’imprevisto” e di un

equilibrio che ne ha qualificato le

forme. Nella mostra a Città di Castello,

accanto ad un nucleo scelto di

opere di Burri - circa 20 - dai catrami

alle muffe, dai sacchi ai gobbi, dai

legni alle combustioni, dai ferri alle

plastiche, dai cretti ai cellotex fino al

“nero e oro”, è possibile ammirare

opere di Maestri protagonisti del XX

e XXI secolo: Fautrier, Dubuffet, Pollock,

Motherwell, Hartung, De Kooning,

Wols, Calder, Marca-Relli,

Scarpitta, Matta, Nicholson, Tàpies,

Colla, Rauschenberg, Twombly,

Johns, Fontana, Manzoni, Castellani,

Uncini, Lo Savio, Klein, Rotella, Christo,

Tinguely, Arman, César, Morris,

Sonnier, Beuys, Kounellis, Calzolari,

Pistoletto, Pascali, Nevelson, Piene,

LeWitt, Scialoja, Mannucci, Leoncillo,

Andre, Afro, Chamberlain, Capogrossi,

Kiefer, Miró, Soulages e altri. Accanto

alle opere di questi artisti, un repertorio

fotografico e documentario dello storico

frangente tra il 1947 e il 1989 si

snoda lungo un percorso separato dalle

opere stesse, facilitando la fruizione di

questo particolare momento storico

culturale dell’arte dal dopoguerra al termine

della Guerra fredda e della caduta

del muro di Berlino. Un catalogo raccoglie

saggi e contributi critici di Pietro

Bellasi, Paola Bonani, Mario Diacono,

Thierry Dufrệne, Aldo Iori, Petra Richter,

Luigi Sansone, Chiara Sarteanesi,

Francesco Tedeschi, Italo Tomassoni,

Denis Zacharopulos, Adachiara Zevi,

preceduti da interventi introduttivi di

Bruno Corà, curatore della mostra e

Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini

Collezione Burri e di Richard

Armstrong, Direttore del Solomon R.

Guggenheim Museum di New York.

FIRENZE

PALAZZO STROZZI

Dal 23 09 2016 al 22 01 2017

AI WEIWEI

Artista dissidente e personalità provocatoria,

protagonista di mostre presso i

maggiori musei del mondo, Ai Weiwei

invaderà Palazzo Strozzi con opere storiche

e nuove produzioni che coinvolgeranno

tutto lo spazio: la facciata, il

cortile, il Piano Nobile e la Strozzina.

Per la prima volta Palazzo Strozzi sarà

utilizzato come uno spazio espositivo

unitario, creando un’esperienza totalmente

inedita per i propri visitatori ed

esaltando una delle peculiarità dell’arte

di Ai Weiwei, il rapporto tra tradizione

e modernità, in un luogo

simbolo della storia di Firenze.

La mostra proporrà un percorso tra installazioni

monumentali, sculture e

oggetti simbolo della sua carriera,

video e serie fotografiche dal forte impatto

politico e simbolico, permettendo

una totale immersione nel

mondo artistico e nella biografia personale

di Ai Weiwei. Le opere esposte

spazieranno così dal periodo newyorkese

tra gli anni ottanta e novanta in

cui scopre l’arte dei suoi “maestri”

Andy Warhol e Marcel Duchamp alle

grandi opere iconiche degli anni duemila

fatte di assemblaggi di materiali e

oggetti come biciclette e sgabelli, fino

alle opere politiche e controverse che

hanno segnato gli ultimi tempi della

sua produzione artistica, come i ritratti

di dissidenti politici in LEGO o i recenti

progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo.

MILANO

PALAZZO REALE

DAL 2710 2016 al 27 02 2017

PIETRO PAOLO RUBENS

e la nascita del Barocco

La mostra di Rubens presenta l'opera

dell’artista fiammingo, considerato

l'iniziatore della pittura barocca europea.

Dopo la stagione classicheggiante,


84

MOSTRE D’ARTE in iT

il periodo trascorso da Rubens in Italia

fu importante per la ricerca di un

linguaggio pittorico innovativo, influenzato

dai grandi artisti conosciuti

a Venezia, Mantova e Roma, tra cui

Michelangelo, Raffaello, i Carracci,

Caravaggio e Barocci. Il risultato è una

pittura dal timbro vibrante e spazioso,

ricco di gigantesche figure che

popolano lo spazio prospettico, in cui

forme e colori si fondono con dirompente

armonia. La mostra di Rubens a

Milano evidenzia come la produzione

matura del maestro abbia influenzato

lo stile di giovani artisti come Pietro

da Cortona, Gian Lorenzo Bernini e

Luca Giordano, destinati a diventare i

protagonisti della successiva stagione

barocca. Tra rievocazioni della classicità

e innovazioni formali, la mostra

presenta una ricca selezione di importanti

capolavori del pittore, accostandoli

a esempi significativi della

statuaria classica, dell'arte rinascimentale

e alle opere di altri artisti del

Barocco.

MILANO

MUDEC

Dal 28 ottobre 2016 al 27 febbraio 2017

JEAN-MICHEL BASQUIAT

La mostra di Basquiat al Mudec di Milano

avvicina il visitatore all'arte del

graffito, con le opere dell'artista che,

insieme a Keith Haring, ha portato

questo tipo di pittura dalle strade metropolitane

ai grandi musei mondiali.

La breve e tormentata vita di Jean-Michel

Basquiat si svolge nelle strade newyorkesi,

dopo aver lasciato la scuola,

tormentato dal dolore provocatogli

dalla separazione dei genitori. Il giovane

artista, dal talento precoce, cerca

di sbarcare il lunario producendo e

vendendo un'arte che intende affermare

la propria identità, sostenendo le

proprie idee in un mondo spesso ostile

e incerto. La sua fortuna è in gran parte

dovuta all’incontro, nel 1983, con Andy

Warhol, che diventerà il suo più grande

sostenitore. La frequentazione di Keith

Haring, la relazione con la cantante

Madonna, l'incontro con poeti e musicisti

che forniranno a Basquiat costante

ispirazione, saranno fondamentali

per l'elaborazione di quel

mondo graffito che si ritrova nelle sue

opere più importanti. La mostra di Basquiat

a Milano permette di avvicinarsi

ad un mondo "scarabocchiato",

fatto di figure filamentose che si intrecciano

con parole, figure che hanno

contemporaneamente la spontaneità

della strada e il riferimento colto alle

avanguardie del Novecento europeo e

alla Pop Art americana. Lo stile peculiare

dell'arte di Basquiat divenne un

caso mondiale, portò l'arte del graffito

ad uno stato di dignità ormai universalmente

riconosciuto e rese l'artista

famoso in tutto il mondo. A soli 27

anni, l'uso di droghe e la vita spericolata

portarono l'artista ad una morte

drammatica e precoce, valendogli il titolo

di “James Dean dell'arte moderna”.

NAPOLI

MUSEO DI CAPODIMONTE

Dal: 18 novembre 2016 al 9 febbraio 2017

vERMEER A CAPODIMONTE

Una giovane donna seduta alla finestra

accorda un liuto mentre fissa lo

sguardo fuori dalla finestra. La luce

che entra nella stanza illumina le

perle all’orecchio e al collo della

donna, così come le borchie in lucido

ottone della sedia accanto a lei. Spartiti

musicali sono sparsi sul tavolo, ed

un libro è caduto sul pavimento di

marmo. Sul fondo della stanza, una

carta geografica dell’Europa, colorata a

mano, è appesa al muro bianco, ed una

sedia con pesanti finiture scolpite è

posta distante dal tavolo. Questo è il

soggetto, e la scena, rappresentati nel

quadro “Donna al liuto” del pittore

olandese Jan Vermeer (Delft, 1632 – 15

dicembre 1675) conservato al Metropolitan

Museum di New York e che

viene esposto al Museo di Capodimonte.

Per ricreare l’ambiente del

quadro nella stessa sala vengono esposti

due elementi chiave della narrazione

di Vermeer: il liuto e la carta

geografica. Il liuto presentato da Vermeer

sembra essere un esemplare "alla

francese" a 11 ordini. Poiché il cavigliere

e il numero di corde non sono

ben visibili, lo strumento dipinto potrebbe

essere identificato in un antico


AliA E fuORi cOnfinE

liuto rinascimentale a un numero inferiore

di ordini, in uso fino ai primi decenni

del XVII secolo, in Francia fino al

1640 circa, e all'epoca in cui fu realizzato

il dipinto del tutto obsoleto. Tali

considerazioni hanno indotto ad accostare

al dipinto di Vermeer un esemplare

di liuto del 1644, dovuto al

costruttore parigino Jean Des Moulins,

appartenente alle collezioni del Musée

Instrumental du Conservatoire di Parigi,

custodito presso il Museo della

Cité de la Musique. La carta geografica

esposta è quella edita postuma da Willem

Blaeu e inserita nel suo Theatrum

Orbis Terrarum, sive, Atlas Novus

(1644), custodita presso la Società Napoletana

di Storia Patria e restaurata

per l’occasione. In un’altra sala, esposte

altre 4 tavole, dalla prestigiosa collezione

del Museo, che rappresentano

donne suonatrici: l’ “Autoritratto alla

spinetta” di Sofonisba Anguissola (Cremona

1532 – Palermo 1625) datato

circa 1559; la “Santa Cecilia in estasi”

di Bernardo Cavallino (Napoli 1616-

1656 ca) del 1645; quella di Francesco

Guarino (Sant’Agata Irpina 1611-Solofra

1654) del 1650 circa e la “Santa Cecilia

all’organo e angeli musicanti e

cantori” di Carlo Sellitto (Napoli 1581-

1614) del 1613 circa. Tutte opere del

Seicento quindi che presentano donne

“musiciste”, per sottolineare come

nello stesso periodo dipinti con soggetti

di donne musiciste potevano avere valenze

assai differenti.

PARMA

FONDAZIONE MAGNANI ROCCA DI

MAMIANO DI TRAvERSETOLO

Fino: al 11 dicembre 2016

MONET Quelle Ninfee che anticiparono

l’Informale.

In questa mostra le ninfee di Claude

Monet (Parigi 1840 – Giverny 1926),

provenienti dagli Stati Uniti, esposte

insieme ad altri due capolavori dell’artista,

precedono il ciclo delle serie e

preannunciano l’Informale. Attraverso

il lavoro “en plein air” l’artista aveva

l’obiettivo di cogliere le variazioni luministiche

al variare delle condizioni

metereologiche. Mentre nella prima

fase del suo percorso è la resa della percezione

ad essere studiata nei suoi

istanti effimeri, nel periodo della maturità

la sua tecnica rende visibile la durata

dell’impressione. E’ così che

Monet , alla fine dell’Ottocento, produce

le famose “serie”, ripetendo più

volte lo stesso soggetto in momenti o

condizioni atmosferiche differenti. Questi

studi iniziano dal 1876 nei dipinti

dedicati alla stazione di Saint-Lazare a

Parigi, documentando anche le trasformazioni

industriali in città. È però con

la serie delle Cattedrali di Rouen, a partire

dal 1892, che Monet raggiunge non

solo la fama, ma anche significativi risultati

per queste nuove indagini colo-

ristiche. Lo spazio rappresentato in

momenti evanescentì è ravvisabile

nei dipinti delle scogliere della Normandia.

L’opera di Monet “Falaises à

Pourville, soleil levant”, conservata

presso la Fondazione Magnani Rocca,

fa parte di una serie di cinque dipinti

sul tema, eseguiti dall’artista tra gennaio

e marzo 1897, ed è a confronto

con “Falaise du Petit Ailly à Varengeville”,

opera della collezione Tanzi

in cui l’alba, indagata dal vero, illumina

di rosa le rocce, creando tagli

asimmetrici col mare, in cui i colori

dell’acqua riflettono le condizioni atmosferiche.

In questa direzione, la

serie delle Ninfee rappresenta l’ultima

ossessione di Monet, la summa

di una profonda ricerca sulla rifrazione,

impegnandolo negli ultimi

trent’anni della sua vita. Per concentrarsi

sul progetto, si sposta a vivere

a Giverny, dove nella sua dimora costruisce

un giardino e uno stagno, e

coltiva fiori di vario tipo, comprese le

ninfee, dipinte in opere che si collocano

a metà tra la pittura di paesaggio

e una nuova pittura con risultati

quasi astratti, che hanno nella costruzione

spaziale la loro novità. I toni

cromatici, ora, non esprimono più

solo le metamorfosi della luce e dei

riflessi, ma sono mezzi che trascendono

la realtà per creare qualcosa di

completamente inedito, sovratemporale

e intangibile.


86

MOSTRE D’ARTE in iT

PAVIA

SCUDERIE DEL CASTELLO vISCONTEO

Fino: al 18 dicembre 2016

GUTTUSO. LA FORZA DELLE COSE

A Pavia una mostra dedicata a Renato

Guttuso, a cura di Fabio Carapezza Guttuso

e Susanna Zatti. Le nature morte

di Guttuso sono un punto di riferimento

per gli artisti della sua generazione,

grazie all’espressività ed al

cromatismo. La rassegna presenta cinquanta

opere, documentando la carica

travolgente delle nature morte di Guttuso

. Opere quali “Natura con drappo

rosso” (1942) documentano l'impegno

dell'artista a testimoniare la drammaticità

della dittatura e della tragedia della

guerra, cui si contrappone simbolicamente,

come una bandiera, il grande

panno, rosso squillante; nel dopoguerra,

con Finestra (1947) o Bottiglia e barattolo

(1948), è notevole l’interesse verso

la sintesi postcubista picassiana, che rivela

il profondo impegno dell'artista nel

recupero della cultura artistica europea;

si prosegue, negli anni sessanta, con

una nuova fase della pittura guttusiana,

che rivela una dimensione più meditativa,

derivante anche dalla elaborazione,

nei suoi scritti, dei temi del

realismo e dell'informale, visibile ne Il

Cestello (1959), La Ciotola (1960) e Natura

morta con fornello elettrico

(1961).L'esposizione termina con una

serie di dipinti della fine degli anni settanta-inizio

anni ottanta, periodo in cui

la continua ricerca del reale di Guttuso

si accentua per dando vita a celebri dipinti

come Cimitero di macchine

(1978), Teschio e cravatte, Bucranio,

mandibola e pescecane (1984) che di-

ventano metafore e allegorie del reale.

Durante la sua carriera Renato Guttuso

ha collaborato con scrittori come Moravia

e Vittorini, scultori come Manzù e

Moore, poeti come Pasolini e Neruda,

registi come De Sica e Visconti, musicisti

come Luigi Nono e artisti come Picasso.

Questi rapporti hanno influenzato

i suoi lavori ispirando non solo dipinti,

ma anche illustrazioni per libri, scenografie

teatrali, collaborazioni cinematografiche,

sodalizi letterari e politici. La

mostra è arricchita da una serie di fotografie

concesse dagli Archivi Guttuso,

che approfondiscono la vita dell'artista,

raccontandone abitudini, amicizie e curiosità.

Approfondimenti video messi a

disposizione da Rai Teche, avvicinano

ulteriormente il visitatore all'artista e

alla sua opera, ascoltando la sua voce,

vedendolo dipingere. Accompagna l'esposizione

un catalogo Skira.

ROMA

ARA PACIS

Dal 13 ottobre 2016 al 19 febbraio 2017

PICASSO EN IMAGES. L’OPERA, L’ARTISTA,

IL PERSONAGGIO

All’Ara Pacis una rassegna con oltre duecento

fotografie e opere grafiche di Pablo

Picasso, direttamente da Parigi. La mostra

segue un percorso originale attraverso

la ricchezza del fondo di fotografie,

opere d’arte e documenti del Musée national

Picasso di Parigi. Si studiano ad

esempio le prime esplorazioni (dal 1901)

della fotografia, usate sia come ispirazione

da trasporre in pittura che come

mezzo per documentare l’avanzamento

delle sue opere. In seguito Picasso, ormai

affermato, abbandona la camera preferendo

instaurare feconde collaborazioni

con fotografi d’avanguardia per favorire,

anche presso i galleristi, la migliore conoscenza

della propria produzione artistica.

È del 1932 l’incontro con Brassaï,

in occasione della pubblicazione delle

sue sculture nella rivista Minotaure:

dell’autore sono divenute celebri anche

le intense riprese dei diversi atelier del

genio catalano. La compagna Dora

Maar, con la sua declinazione surrealista

del medium grazie anche all’applicazione

di una rara tecnica incisoria i

clichés-verre, la cosiddetta gravure diaphane,

entrerà in scena nel 1936, per

documentare la genesi e la segreta elaborazione

di Guernica. La compagna

Dora Maar, con la sua declinazione surrealista

del medium grazie anche all’applicazione

di una rara tecnica incisoria

i clichés-verre, la cosiddetta gravure

diaphane, entrerà in scena nel 1936,

giusto in tempo per documentare la genesi

e la segreta elaborazione di Guernica.

Dopo aver fatto ritorno in Francia

nel 1936, Picasso ricevette l’incarico di

ella realizzare un grande murales per

rappresentare la Repubblica Spagnola

nell’Esposizione Universale di Parigi

del 1937. Mentre preparava il soggetto,

venne colto dalla notizia dello sterminio

della popolazione della cittadella

basca di Guernica, a causa di un bombardamento

aereo nazista. Turbato e

pronto a denunciare le atrocità belliche,

Picasso eseguì nel 1937 un’opera diventata

icona: Guernica, per l’appunto,

opera che racconta la drammaticità del

bombardamento, raffigurando una

stanza in cui figurano volti deformi,

corpi sfatti e cavalli moribondi, restituendoci

una delle opere che meglio incarnano

il suo impegno morale e civile.

Finita la guerra, Picasso lancerà la carriera

del giovane Andres Villers, recen-


AliA E fuORi cOnfinE

temente scomparso, con il quale si instaurerà

una lunga sintonia punteggiata

di libri, come Diurnes del 1962 con le

poesie di Prévert, e di ardite sperimentazioni,

come i fotogrammi sovraimpressi

a partire dalle figure ritagliate del maestro.

Il culto iconico del personaggio fu

oltretutto alimentato dai raffinati e potenti

scatti di grandi fotografi come Robert

Capa, Henri Cartier-Bresson,

Lucien Clergue, David Douglas Duncan,

Edward Quinn e Robert Doisneau che

per i diffusi magazine come Life e Paris

Match lo immortalarono anche nell’intimità

di uomo, circondandolo di

un’aura leggendaria.

ROMA

COMPLESSO DEL vITTORIANO,

ALA BRASINI

Dal 11 11 2016 al 08 01 2017

ANTONIO LIGABUE (1899-1965)

Le sale del Complesso del Vittoriano -

Ala Brasini di Roma ospitano la mostra

di Antonio Ligabue (1899-1965), artista

tormentato, originario della Svizzera tedesca,

ma che a Gualtieri, sulle rive del

Po, visse fino alla morte, dopo essere

stato espulso dal Paese natale nel 1919.

Autodidatta, genio visionario dalla capacità

di trasfigurazione straordinaria,

toccò i vertici di una pittura tragicoespressionista,

profondamente umana e

intrisa di una sensibilità viscerale che

gli valsero la conquista di una propria

identità e, dopo fatiche e ostracismi, i riconoscimenti

da parte di appassionati e

di storici dell’arte. Attraverso un centinaio

di lavori, la mostra propone un excursus

storico e critico sull’attualità dell’opera

di Ligabue che rappresenta oggi

una delle figure più interessanti dell’arte

del Novecento. Nato a Zurigo nel 1889,

dopo tormentati e inquieti anni di vagabondaggio,

nel 1919 giunge a Gualtieri

dove nel 1929 incontra Renato Marino

Mazzacurati (artista della Scuola Romana

e poliedrico esponente di correnti

artistiche quali il cubismo, l’espressionismo

e il realismo) che ne comprende

l’arte genuina e gli insegna l’uso dei colori

a olio, guidandolo verso la piena valorizzazione

del suo talento. Ligabue si

dedica alla rappresentazione della lotta

senza fine, per la sopravvivenza, di animali

della foresta, ed esegue centinaia di

autoritratti che riflettono il tormento e

l’amarezza che lo hanno segnato, anche

per l’ostilità e l’incomprensione che lo

circondavano; sono opere di matrice più

serena le rappresentazioni del lavoro nei

campi e degli animali che tanto amava

e sentiva fratelli (in particolare, i cani).

Tra gli olii esposti Carrozza con cavalli

e paesaggio svizzero (1956-1957), Tavolo

con vaso di fiori (1956) e Gorilla con

donna (1957-1958), accanto a sculture in

bronzo come Leonessa (1952-1962) e

Lupo siberiano (1936). In mostra anche

una sezione dedicata alla produzione

grafica con disegni e incisioni quali

Mammuth (1952-1962), Sulki (1952-

1962) e Autoritratto con berretto da fantino

(1962) e una sezione sulla sua

incredibile vicenda umana. L’esposizione,

promossa dalla Fondazione

Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, è

curata da Sandro Parmiggiani, direttore

della stessa Fondazione e da Sergio

Negri, presidente del comitato scientifico,

con l’organizzazione generale di Arthemisia.Group

e C.O.R. Creare-organizzare-realizzare.

URBINO

Palazzo Ducale

Fino al 18 dicembre

La venere di Urbino

La “Venere di Urbino” ritorna nella

città marchigiana per la gioia degli

amanti di Tiziano, pittore rinascimentale

dalla potente innovazione

coloristica e grazia ritrattistica. A

quasi cinque secoli dalla committenza

di Guidobaldo II Della Rovere,

per la prima volta la Venere, dipinta

dal maestro veneto nel 1538 e custodita

attualmente nella Galleria degli

Uffizi, tornerà ad Urbino. La sensuale

e misteriosa donna nuda fu

ammirata da Giorgio Vasari nel guardaroba

dei duchi nel 1548 e, dopo un

passaggio all’Imperiale di Pesaro

dove il capolavoro risultava presente

nell’inventario del 1624, giunse a Firenze

in via definitiva. Opera più

provocante rispetto alla Venere di

Dresda di Giorgione (dove la dea

dorme e non invita quindi lo spettatore

a guardarla), con la Venere di

Urbino nacque il soggetto della Venere

distesa, che fu portato avanti

per tutto il XIX secolo, fino all'Olympia

di Édouard Manet. L’opera

di Tiziano, dolcemente erotica, porta

in sé sia un messaggio di fedeltà, trasmesso

dal cagnolino dipinto ai piedi

della donna, che di bellezza e caducità,

come il mazzo di rose che la Venere

tiene nella mano destra


88

I piccolini di Mario Esposito


possono essere assemblati e incorniciati

in 1000 modi diversi

Mario Esposito

artista in permanenza presso:

Galleria Wikiarte di

Deborah Petroni

Via San Felice 18 , 40122

Bologna

www.wikiarte.com

INFO:

marioespo@gmail.com

www.marioesposito61.it

premioceleste

Cell. 339 6783907


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Emidio

“Dittico” - Haribo su tela - cm. 80x80

L’artista sarà presente ad Arte Forlì con la Galleria Arte Progetto


Asquino

Cell. +39 389 1285590 - emidioasquino453@gmail.com


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“WEDDING IV” cm. 100 x 100 tecnica mista su tela

"A volte il cambiamento nella vita,

non solo è auspicabile ma necessario"

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Claudio Alicandri

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Via Santa Rita da Cascia, 40 - 00133 Roma

Cell. 368 3148296 - c.alican@alice.it


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S I L V A N A G A T T I

Silvana Gatti partecipa alla mostra della solidarietà organizzata

da Artquake Centro Italia, che avrà luogo ad Ancona nei prestigiosi

spazi della Mole Vanvitelliana dal 6 al 27 novembre 2016. Per l’occasione

l’artista ha donato l’opera “La nuova vita”. Così come un albero,

trascinato dalla corrente del fiume, giunge sulla riva del mare

e viene colonizzato dalle alghe e dai piccoli pesci, allo stesso modo

l’artista augura che avranno una nuova vita, una nuova opportunità,

i comuni terremotati.

S i l v a n a G a t t i – P i t t r i c e f i g u r a t i v a e s i m b o l i s t a

V i a l e C a r r ù 2 – 1 0 0 9 8 R i v o l i ( T O ) - Te l . 338 6403477

http: //digilander.libero.it/silvanagatti

silvanamac@libero.it


Alla ricerca dell’identità - 2016 - Olio su tela - cm. 40 x 50 –

L’artista esporrà presso la

Galleria Wikiarte (Bologna)

Dal 10 al 29 dicembre 2016

Inaugurazione il 10 dicembre alle ore 18.00

“ATMOSFERE MEDITERRANEE”

Mostra personale dell’artista presso la Sala Klimt,a cura di Deborah Petroni e Francesca Bogliolo


MOSTRA D’ARTE: 4 ARTISTI SI RACCONTANO

DAL 4 AL 14 NOVEMBRE 2016

GIUSEPPE BORSOI - ANTONIO CELLINESE - DANIELA ROSSO - PRIN - JOHANN STOCKNER

GIUSEPPE BORSOI

“Il Mondo Capovolto” - fotografia digitale

Testi critici di Monia Malinpensa

“L’artista Giuseppe

Borsoi sviluppa

con una

spontaneità lirica

ed intensa una

serie di opere fotografiche

molto

suggestive e cariche

di sensazioni.

Egli, che

fissa l’immagine

dal suo obbiettivo

con impegno

notevole e rappresentazione

creativa, entra

cm. 30 x 40 - 2014

nel soggetto con

una poetica evidente e con un’intima analisi che non teme concorrenza.

La sua è una fotografia realizzata sia in bianco e nero che a

colori in cui si rappresenta l’azione dinamica della vita nei suoi vari

aspetti scenografici, naturalistici, esistenziali e culturali. L’artista Borsoi

penetra nel suo scatto fotografico per catturare l’attimo, l’emozione

ed il sentimento e lo fa in modo altamente personale come

diretta testimonianza di una società urbana e umana autentica”.

DANIELA ROSSO - PRIN

“Attenta osservatrice

l’artista

Daniela Rosso,

in arte Prin, interpreta

la figura

umana con una

carica emozionale

intensa e

con vivo temperamento

tanto

da mettere in

evidenza una vibrantee

personale

contemplativa.

Ella trasforma

i suoi di-

“Hey - Ba - Ba - Re - Bop” olio su tela 60 x 70 - 2014

pinti in una felice

sintesi figurativa dove l’elemento chiaroscurale e i rapporti tonali ci regalano

esaltanti effetti di luce, movimento e poesia. La Prin ama comunicare

attraverso la sua pittura stati d’animo, sensazioni e scene di vita,

in particolare quella dei musicisti, suoi assoluti protagonisti nell’opera, e

lo fa con uno spessore formale-cromatico davvero dinamico. L’elemento

intimista e la sensibilità sono evidenti ed altamente significativi nel suo

percorso artistico; essi si sublimano di costanti valori umani e atmosfere

uniche”.

ANTONIO CELLINESE

“L’uso del colore e

della materia sono

per l’artista Antonio

Cellinese di evidente

maestria e di vera

presenza armonica

all’interno della

sua opera. Troviamo

immagini cariche di

un linguaggio concettuale-informale

di

affascinante ideazione,

progettualità e

manualità. La spatolata

decisa e ampia

e la spazialità del

segno fanno sì che

la sua resa formale

acquisti un’identità

pittorica equilibrata

ed incisiva. Dalle

composizioni del

" Palmeto " acrilico su tavola 50x70 - 2016 Cellinese scaturiscono

un’ energia e

una contemplativa non comune; egli con una gestualità dirompente

ed originale, traccia un ricorrente simbolismo nell’opera”.

JOHANN STOCKNER

“Senza titolo” - tecnica mista su compensato

sabbia naturale non trattata, marmo,

colori acrilici (bianco) cm. 50 x 70 - 2002

“La ricerca tecnico- formale

è per l’artista, Johann Stockner,

di fondamentale importanza

nel suo iter; le sue

opere dinamiche e di evidente

progettualità segnano,

in piena libertà d’inventiva,

una forza compositiva

attenta e moderna. La

tecnica personalissima da

lui usata, servendosi di materiali

diversi quali polvere di

alabastro, marmo, sassolini

e sabbia naturale, crea una

stesura originale che gli permette

di ottenere successi

evidenti sia visivi che formali

di notevole interesse. La

composizione delle forme

geometriche e la rappresentazione

dei segni e dei simboli

appaiono in una valida

prospettiva strutturale di

evidente partecipazione e

di sensibilità cromatica”.

REFERENzE E QUOTAzIONI PRESSO LA GALLERIA D’ARTE

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ORARIO GALLERIA: DAL LUNEDI AL SABATO DALLE 15,00 ALLE 19.00


98

L’arte per la

solidarietà, ... in arte...Lions

A cura di Fulvio Vicentini

Salone espositivo

Si è da poco conclusa a Palazzo

Trentini a Trento la coinvolgente

mostra d’arte realizzata

con le opere prestate dai soci

collezionisti del “Lions Club Trento

Host”per festeggiare i cento anni

dell’ associazione fondata da Malvin

Jones il 7 giugno del 1917.

Oggi la forza di questo importante

sodalizio, ramificato ormai in tutto

il mondo, conta oltre 1.400.000 soci

che si prodigano con altruismo per

aiutare i bisognosi.

Per questo primo appuntamento di

solidarietà del centenario, il Presidente

dei Lions trentini, dott. Michele

Moser assieme ai soci Lions

hanno pensato di devolvere i proventi

della vendita dei cataloghi

della mostra ad Irifor Trentino, l’associazione

che si occupa dei non vedenti

più bisognosi del territorio.

Catalogo della mostra …IN ARTE LIONS…

Già nel 2014 alla Galleria Civica di

Trento, terza sede del polo museale

che fa capo al MART di Rovereto era

stata realizzata una mostra sulle collezioni

private, titolata “Chiamata a

raccolta, collezioni private in mostra”,

ma in quell’occasione erano

stati inseriti anche alcuni capolavori

del MART, mentre la presente mostra

…IN ARTE LIONS… è stata realizzata

esclusivamente con solo

opere dei soci. Va evidenziato che

per realizzare importanti collezioni

private non sempre è sufficiente

avere grandi disponibilità finanziarie,

ma serve soprattutto avere l’occhio

ben allenato verso il bello e in

più una buona preparazione culturale

per l’arte e la sua storia.

La mostra dei Lions si articola in

varie direttrici e periodi. Dall’acquaforte

della Crocifissione di Albrecht

Dürer 1471-1528, alla matita-acque-


Albrecht Dürer – Crocifissione, Acquaforte - cm 20 x 14

rello Barche di Francesco Guardi

1712–1793, fino alle delicate opere

dei Maestri trentini dell’Ottocento:

Bartolomeo Bezzi, Giuseppe Angelico

Dallabrida, Tullio Garbari, Attilio

Lasta, Guido Polo, Ernesto

Armani.

Segue anche un interessante disegno

a pastello su carta di Iras Baldessari

(Innsbruck 1894 - Roma 1965) dal titolo

Motociclista + velocità, che richiama

il primo Futurismo.

Le collezioni passano poi alle opere

del XIX secolo, un secolo di per sé

difficile, molto movimentato e rivoluzionario

per l’arte ma anche per la

storia che lo vedeva attraversato da

due conflitti mondiali.

In mostra a fare la parte del leone è

Fortunato Depero, nato a Fondo in

val di Non (Tn) (1892 – 1960) al

quale i roveretani per onorare la sua

arte gli hanno dedicato il Museo :

Casa d’Arte Futurista Depero, un

tempo chiamata “La casa del Mago”.

Il Maestro fin da giovane ha legato

con tutti i componenti più importanti

del movimento Futurista marinettiano.

In esposizione è presente con tre

quadri e un arazzo, tra le opere la

Pesatrice, una chicca in doppia versione:

lo studio preparativo in china

e penna diluita su carta cm. 60x52

(1947), affiancato dal quadro ad olio

nella versione definitiva.

Nel percorso espositivo non potevano

mancare i grandi Maestri del

Novecento.

Amedeo Modigliani (Livorno 1884

Iras Baldessari - Motociclista + velocità, pastello su carta

cm. 15,5 x 23,4 (1916)


100

Amedeo Modigliani - Portrait de Beatrice Hastings

a la palette, matita su carta cm. 32 x 24 (1915)

Mario Tozzi – Figura olio su tela

cm. 73,7 x 50,7 (1971)

Fortunato Depero - Pesatrice

olio su tela cm. 60x50 (1948)

Fortunato Depero anni 30

Parigi 1920) Fa bella mostra un suo disegno preparatorio

a matita su carta che ritrae Beatrice Hastings a la palette,

opera storica che si è meritata la copertina del catalogo.

Il ritratto ad olio di Beatrice è di proprietà della

Fondazione Barnes di Philadelfia (U.S.A.) Va ricordato

che nel 2011 il MART di Rovereto ha dedicato al genio

livornese una irripetibile mostra che vedeva per la

prima volta riunite tutte le 28 sculture di teste in pietra

realizzate dal Maestro a Parigi prima di ammalarsi.

In esposizione anche le opere dei Maestri che hanno

fatto la storia del Novecento:

Mario Tozzi - Figura - olio su tela cm73,7 x 50,7 (2010)

Tancredi Parmeggiani - Composizione - olio su tela 50x50

(Feltre 1927 – Roma 1916)

Filippo De Pisis - Vaso di fiori - olio su tela, cm 52x36,5

(1928) Ferrara 1896 - Roma 1956

Giuseppe Maraniello - Chiaroscuro - Tecnica mista su

legno e tela - cm140x55 (2008) Napoli 1945

Umberto Mastroianni - Senza titolo - acrilico su cuoio,

cm 105,5x94,5


Marcello Jori – Arcobaleni – olio su tavola

cm. 70x85 (1989)

Piero Dorazio - Dis-Pari – Olio su

tela, cm. 70x 50 (1981)

Nicola de Maria – Elegia del Regno

dei fiori- olio su tela , cm. 70x60

(2002)

Sandro Chia – Senza titolo – olio su

tela, cm. 88x78

Salvo – Alberi e lampioni – olio su

tela cm. 100x130, (1990)

Mario Ceroli - Lui e Lei – legno,

cm. 35x55x70

Alighiero Boetti – 1983 – acquerello

su carta, cm. 50x70 (1983)

Getulio Alviani – Superficie a testura

vibratile- alluminio, cm.

36x41 (1964)

Enrico Baj – Clown – tecnica mista,

cm. 55x46 (1966)

Luigi Ontani- Ranomor - acquerello

su carta,cm. 35x50 (1998)

Albin Egger Lienz- Il pranzo - pastello

su carta, cm. 30x44

La panoramica delle opere evidenzia

l’amore per l’arte e la buona preparazione

culturale e artistica dei

collezionisti del “Lions Club Trento

Host” che, con occhio attento al

mercato non hanno trascurato gli

artisti dell’età di mezzo, consapevoli

che tra loro alcuni potranno diventare

i Maestri di domani.

Marcello Jori – Arcobaleni – olio su

tavola, cm. 70x85 (1989)

Luca Coser - Cera una volta - olio

su tela, cm80x70 (1984)

Stefano Cagol – Stars &stripes – fotografia

da video, cm. 100x130

Ettore Tripodi - Il falso Quadrato -

China e acquerello, cm. 32x35

(2010)

Helmut Pizzinini – Senza titolo- legno e stoffa,

cm. 36x40 (2004)

Nicola Samori - Senza titolo - olio

su tavola, cm55,3x52’3 (2008)

Helmut Pizzinini - Senza titololegno

e stoffa, cm. 36x40

Nei saloni espositivi erano presenti

70 lavori di 56 artisti provenienti

dalle collezioni del Lions del trentino.

Non è stato facile collocare

tutte le opere negli spazi dello storico

Palazzo Trentini, va dato anche

merito al dottor Giannantonio Radice

che, con la sua lunga esperienza

di gallerista, ha saputo dare i

giusti respiri ai lavori, realizzando

un sobrio catalogo delle opere.

Un ringraziamento va anche ai collezionisti

che hanno messo a disposizioni

le loro opere, tra le quali vi

erano vere perle d’arte che altrimenti

sarebbero rimaste prigioniere

nelle collezioni e non sarebbero

state godibili alla massa degli appassionati.


“Quello dell’artista Gianpaolo

Pasini è un processo

scultoreo vitale di notevole

creazione dove l’armonia e

la bellezza delle forme

aprono un discorso spirituale,

umanistico e comunicativo

di fondamentale

importanza. Egli, servendosi

della materia del

legno per realizzare le sue

imponenti sculture, associa

il senso della carica

espressiva alla manualità

con singolare impegno artistico

e con una rappresentazione

sapiente di particolare

operatività. Il legno,

che si trasforma e

che si anima di una vena

poetica, diventa libertà stilistica

e processo di interpretazione

simbolica rinnovandosi

in un percorso di eleganza e di sorprendente soluzione

tecnica”.

MOSTRA D'ARTE DI NATALE

DAL 28 NOVEMBRE AL 7 DICEMBRE 2016

ANNA MARIA GIORDANO - PIERCARLO MARCHI - GIANPAOLO PASINI - ADRIANO ZAMUNER- ZOLLY

ANNA MARIA GIORDANO

“Degustazione” acrilico su masolegno

cm. 50 x 60 - 2014

Testi critici di Monia Malinpensa

“Attraverso un’espressiva

profonda, in grado

di tradurre ogni

elemento descrittivo in

vera emozione, l’artista

Anna Maria Giordano

ci mostra un

discorso pittorico rilevante

e personalissimo.

Ella, con una

ricerca che va dal figurativo

all’astratto, e-

videnzia un’evoluzione

di concreto risultato.

Ricordi, fantasie,

momenti, sogni e sensazioni

vivono nell’opera

in un contesto

gestuale-cromatico

simbolico di originale

effetto creativo. L’impianto

volumetrico, di

suggestiva realizzazione,

e la costruzione della superficie, di notevole struttura, ci regalano

una visione di forma e di concetto decisamente attuale dall’ evidente

qualità chiaroscurali”.

GIANPAOLO PASINI

“Scoppio” - legno d’ulivo, sasso

e spago - cm 110x40 - 2013

PIERCARLO MARCHI

“Intrecci” tecnica mista su tela e compensato

cm. 111x115 - 2014

“L’artista Adriano Zamuner, in arte Zolly, con grande originalità e

sensibilità, riesce a comunicare attraverso le sue opere pittoriche un

linguaggio favolistico-surreale profondamente sentito che lascia i

segni visibili di un forte temperamento e di una resa descrittiva di

particolare evidenza. La capacità di ricerca è per Zolly determinante

nel suo percorso artistico; egli concretizza i sogni, la realtà e la fantasia

con un’inventiva di rara potenza estetica proprio per dar vita

alla sua creatività e alla sua personale visione. La modulazione scenografica

del colore, la qualità compositiva e la suggestiva scansione

tonale si fondono in una interpretazione comunicativa di

rilevante studio che testimonia una singolare conoscenza dei mezzi

e una notevole maturità segnico-formale”.

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ORARIO GALLERIA: DAL LUNEDI AL SABATO DALLE 15,00 ALLE 19.00

“Da una spazialità

cromatica e materica

al di fuori dei

canoni comuni e

da un procedimento

tecnico impegnato,

nascono le opere

dell’artista Piercarlo

Marchi; esse riflettono

una contemporaneità

di notevole

innovazione espressiva

e ci comunicano

un’evoluzione

continua.

Emerge un linguaggio

informale dirompente

in cui la ricerca

dei materiali,

l’ideazione compositiva

ed il tracciato

segnico vivono in una loro visione creativa di assoluta fantasia

mentre la struttura densa e forte del colore trionfa di intensità

emozionale”.

ADRIANO ZAMUNER- ZOLLY

“Aletheia”- olio su tela - cm. 40 x 80 - 2016


104

Nel segno della Musa

Le interviste di Marilena Spataro

“Ritratti d'artista”

Maestri del '900

Ugo Guidi, nel ricordo dei figli

Vittorio e Fabrizio

marilena.spataro@gmail.com

Ugo Guidi, apprezzato scultore

e artista del ‘900, un

maestro del suo tempo.

Pure, la sua fama, ieri come

oggi, nonostante l'apprezzamento degli

ambienti artistico-culturali, nonché accademici,

di cui tra l'altro faceva parte,

è andata poco più' in là dei confini della

sua Toscana. Come si spiega?

Vittorio: «Si dice “Fortuna” quando il

talento incontra l’occasione e mio padre

non ha avuto fortuna. Per temperamento

era un uomo capace di godere

del poco e che viveva in stretto contatto

con la natura, stimolo costante del suo

operare. Amava coltivare amicizie sincere,

fondate su valori sicuri e mai li

avrebbe poi traditi. Per amicizia con Ottone

Rosai e Piero Santi si legò alla

Galleria l’Indiano di Firenze, in seguito

diretta da Paolo Marini, che tutto erano

fuorché mercanti in grado di introdurre

un loro artista in un circuito nazionale

di collezionisti e aste, il che è essenziale

per una divulgazione di conoscenza,

spesso anche a dispetto di valori veri.

Al suo quesito rispondo: non ha trovato,

né voluto, né cercato un gallerista o

mercante d’arte in grado di proporlo in

un contesto nazionale ed oltre».

Lei e suo fratello Fabrizio avete creato

una Casa Museo dedicata a vostro

padre, ricca di sue opere e d'importanti

testimonianze sulla sua figura artistica

e umana e su artisti e intellettuali

di livello nazionale, suoi amici

ed estimatori. Tuttavia l'impressione

che si ha è quella di un progetto circoscritto

ad ambienti più locali che nazionali.

Di una dimora d'artista dove

tenere viva la memoria di chi ci ha vissuto

e lavorato, ma nell'assoluto rispetto

della sua personalità, che per

Guidi fu di uomo schivo, lontano dal

fragore del successo, da outsider dell'arte...

Vittorio: «La mia è stata una scelta,

condivisa a suo tempo con mia madre e

mio fratello Fabrizio, di conservazione

e tutela di un ambiente unico in Versilia

e poco rintracciabile in Italia. La conservazione

dell’ambiente come si trovava

alla scomparsa di mio padre nel

1977, ha fatto sì che, a seguito di Amico

Museo, promosso dalla Regione Toscana

nel 2005, entrassimo a far parte

delle Case della Memoria con i più importanti

artisti e uomini di cultura di

ogni tempo, da Leonardo a Piero della

Francesca, a Michelangelo, Dante, Giotto,

Boccaccio. Siamo stati inoltre inseriti

nel sito ufficiale delle Case Museo

Italia. Dal 2007 ospitiamo, tra le opere

di Ugo Guidi, mostre d’arte contemporanea

ed abbiamo superato le 120 esposizioni.

Abbiamo partner nazionali ed

internazionali, come l’università di

Nanchino e collaborazioni con Fondazioni

e Mibact. Lo scorso anno hanno


ichiesto il nostro patrocinio

ben 95 mostre in Italia

ma anche in Europa e

nel resto del mondo.

Nove tesi sono state

fatte su Ugo Guidi e il

suo museo. Che mio

padre fosse la persona

che afferma nella sua

domanda è vero, non è

vero rispetto alla nostra

dimensione, che cresce

costantemente nel panorama

artistico nazionale

ed internazionale. Da anni

coinvolgiamo le 20 Accademie

di BB. AA. statali italiane

con la mostra “Il Maestro presenta l’Allievo”

– Premio Ugo Guidi, selezione

dei migliori allievi. Collaboriamo anche

ad un progetto “Arte dal Carcere” con

il coinvolgimento dei detenuti delle 193

carceri italiane. Siamo una piccola casamuseo

ma

ogni giorno l’attenzione

che ci

viene rivolta ci allontana

sempre più dall’ambito

toscano per proiettarci in

ambiti di più grande respiro».

Fabrizio: «La Casa Museo non è una

nostra ma la nostra casa!

Lasciata cosi da nostro padre e mantenuta

nelle stesse condizioni prima da

nostra madre e poi da noi».

Che ricordo conservate della vostra infanzia

con Ugo Guidi padre e con Ugo

Guidi artista?

Vittorio: «Il rapporto padre-figlio che è

presente in ogni persona prevale sul ricordo

dell’artista. Ogni attimo della sua

giornata era improntato alla ricerca artistica

e spesso viveva chiuso nei suoi

pensieri. Naturalmente la famiglia è

stata importantissima per i suoi equilibri

perché in essa ha trovato gli affetti e le

tranquillità che gli permettevano di liberare

le energie nella costante ricerca

dell’arte. Lascio volentieri parte della

risposta a mio fratello Fabrizio per un

ritratto più intimo ed affettivo».

Fabrizio: «Una presenza continua, certa

e fondamentale quella del babbo, anche

se lontana da ogni forma d'indirizzo


106

educativo nel crescere i figli, compito

lasciato alla mamma Giuliana, donna

forte energica e intelligente, unita a nostro

padre come un tutore ad un giovane

albero. Definirei la nostra famiglia come

un gruppo riunito intorno al focolare.

Credo che sia molto significativo,

per la definizione dell'uomo Ugo Guidi,

un mio ricordo di oltre 57 anni fa di mio

padre a colloquio con Padre Emidio,

parroco e mio insegnante di religione

alle elementari. Incuriosito dalla visita

inaspettata ho assistito a questo dialogo.

Padre Emidio: “Professore, vorremmo

che lei realizzasse il monumento a San

Francesco da posizionare nella nuova

piazza davanti alla chiesa”. Esultavo già

alla sola idea, quando la risposta di mio

padre mi fece raggelare: “Ma come,

viene da me? Quando qui a trecento

metri c'è il mio maestro Arturo Dazzi.

Se non lo conosce ce l’accompagno

io!.” Cosi fece ed in seguito Dazzi realizzò

il monumento».

Quanto hanno inciso i luoghi e la cultura

della sua terra sulla personalità di

vostro padre. Quale la traccia più visibile

che hanno lasciato e che maggiormente

si coglie nel suo lavoro e nella

sua poetica?

Vittorio: «L’educazione e la terra natia

sono imprescindibili nella formazione e

nella creazione delle opere di mio

padre. La Versilia incantata e incontaminata

dei primi del ‘900 è stata culla e

stimolo per la sua poetica. Un’attenzione

accentuata per questo lembo di

terra sospeso tra mare e monti, tra terra

e cielo, si è impregnato nella sua anima

e lui con acuta sensibilità l’ha trasferito

nelle sue opere. Le opere che maggiormente

testimoniano questo rapporto sono

quelle della prima maturità, anni ’50,

nelle sculture come “Il Tosatore”, “I Pescatori”,

“Uomo col maialino”, poi,

forse, è ancora più presente e impregnata

nelle opere degli anni ’60 e ’70

anche se in una interpretazione più libera

e sognata».

Ugo Guidi era più scultore o più pittore?

Vittorio: «Ovviamente scultore. Tutta la

sua produzione grafica gode dell’impostazione

e della volumetria scultorea

portata a evidenziare valori plastici ed

anche nelle opere prettamente pittoriche

si nota la necessità della resa marmorea.

Il segno che domina nel disegno e nella

pittura è fermo e asciutto come un colpo

di scalpello, non ha né indecisioni né ripensamenti

e le ampie curvature o gli

abbracci segnici del foglio palesano

sempre la potente forma scultorea».

Nella sua ricca produzione egli ha attraversato

un po' tutte le correnti della

sua epoca, avanguardie comprese.

Qual è la connotazione stilistica che ne

caratterizza maggiormente il lavoro?

Vittorio: «La formazione artistica di

Ugo Guidi è molto articolata in quanto

frequenta un Istituto d’Arte, l’Accademia

di Carrara nei corsi di scultura e architettura

ed è quindi un profondo conoscitore

della storia dell’arte cui si abbina

una formazione tecnica superlativa.

Nel suo sviluppo artistico attraversa

varie fasi da un iniziale naturalismo

classico ad una rilettura del romanico

toscano, ad una modellazione della

creta di sapore etrusco-romano, ad una

rivisitazione di una religiosità arcaica,

per cui è difficile un inquadramento

specifico anche se la deformazione allargata

dei volti che attraversa le varie


fasi è una cifra stilistica costante in ogni

periodo. Forse la cosa più innovativa

per uno scultore toscano come lui, nato

nella terra del marmo, è quella di aver

reso omaggio al marmo con la sua

opera utilizzando la terracotta per ricreare

una figurazione e una ambientazione

che è propria del marmo stesso.

Mio padre ha lavorato il marmo in gioventù

e poi ha preferito utilizzare vari

tipi di pietre per il loro colore e calore

emotivo, anche se è il tufo locale, e-

stratto nelle cave minori delle Apuane,

il tufo di Porta, il materiale che, pur

nella ruvidezza e difficoltà della lavorazione,

ama maggiormente e che è in

grado di ispirarlo. Queste le sue parole:

“Incidere con lo scalpello il sasso duro

della Versilia (umile materia) è per me

fonte d'ispirazione. Questi informi massi

mi suggeriscono in una visione embrionale

il lento svolgersi dei piani e dei

volumi”».

Quali i moventi poetico esistenziali da

cui traeva ispirazione il lavoro di

Guidi?

Vittorio: «Era un sensibile e profondo

osservatore della natura, attento alla

poetica delle cose semplici e genuine

che ricreava con amore, passione e attenzione.

Scolpiva, plasmava, dipingeva

o disegnava nella sua casa-atelier

e nel suo giardino. Non è mai appartenuto

a nessun gruppo o movimento

anche se ha avuto contatti e relazioni

approfondite con i più grandi artisti, letterati

e uomini di cultura del suo tempo.

Firenze era il suo luogo prediletto per

esposizioni e incontri. Anche in questo

caso illuminanti sono le sue parole:

“Penso che la vera arte sia frutto di un

duro lavoro di preparazione: un vero

scultore deve avere una base artigianale

perfetta, che gli dia modo di esprimersi

come il suo istinto e la sua personalità

gli consentono. La ricerca di forme

nuove senza mai perdere di vista la propria

natura (vigilando sempre i propri

istinti) è per me cosa essenziale, perché

non bisogna dimenticare che l'artista

deve essere espressione del suo

tempo”».

Come era il rapporto con gli allievi e

con le giovani generazioni del suo

tempo del Maestro Guidi?

Vittorio: «Era un insegnante severo e

intransigente in quella che doveva essere

la formazione dell’allievo, ma era

pronto al dialogo a fronte di domande

intelligenti. Consigliava inoltre di non

legarsi a commesse o al mondo commerciale

in quanto avrebbero posto dei

limiti e condizionamenti alla creazione

personale. Un suo allievo dei primi anni

del dopoguerra, Parviz Tanavoli, scultore

iraniano, quando il numero dei frequentanti

l’Accademia di Carrara si

contava sulle dita di una mano, recentemente

mi ha scritto così: “Suo padre

mi ha insegnato tanto, infatti mi ha fatto

cominciare daccapo. Gli sarò sempre

grato”».

La Casa museo da voi creata è evidentemente

finalizzata a portare avanti

l'insegnamento di vostro padre. Quali

le forme con cui perseguite tale obiettivo?

Vittorio: «Attraverso l’Associazione

“Amici del Museo Ugo Guidi onlus”

proponiamo non solo mostre ma anche

presentazione di libri, piccoli concerti

di musica classica e folk, reading di

poesia e letteratura, performance. Il fine

è puramente culturale permettendo a


108

giovani critici e giovani artisti di relazionarsi

con noi. Moltissimi giovani

trovano ancora oggi interesse per le

opere di mio padre e trovano stimoli

dalla sua opera fondata sulla continua

ricerca artistica. Anche attraverso le

“Edizioni Museo Ugo Guidi” proponiamo

libri di arte ma anche di letteratura,

fotografia, libri per bambini. Per

capire pienamente quello che abbiamo

fatto può essere interessante visitare il

sito del museo (www.ugoguidi.it). Comunque

l’obiettivo è quello di una crescente

collocazione del Museo Ugo

Guidi in un ambito nazionale ed internazionale

congiuntamente alla definitiva

“scoperta” del valore artistico

dell’opera di Ugo Guidi».

Quale è il ricordo che ancora vi commuove

quando pensate a lui?

Vittorio: «Tanti sono i ricordi che mi legano

al babbo, legati alla sua timidezza,

ritrosia, alla purezza di spirito,

ma anche alla lucida disamina del

mondo artistico nel quale viveva.

Quello più commovente si lega alla

sempre più cosciente consapevolezza

che sarebbe scomparso a breve, era

stato colpito da un tumore, per cui mi

confessò con dolore che il più grande

dispiacere era quello di lasciare sola la

moglie Giuliana, nostra madre, e che

avrebbe voluto che le sue opere, che

considerava come figli, entrassero a far

parte di musei. Mia madre è vissuta

altri 19 anni conservando e cercando di

valorizzare la sua opera con importanti

mostre, noi figli abbiamo fatto

museo della sua casa».

Fabrizio: «Un giorno quando

stava male, negli

ultimi giorni di vita,

dopo aver dipinto dei

pescatori che tiravano

su una rete piena di pesci

guizzanti, colto da un acuirsi del

dolore, con un gesto rabbioso

cancellò con un colpo di pennello

i pesci provocando delusione

soprattutto a Giovanna,

mia futura moglie.

Dopo averlo accompagnato

al divano per

riposarsi, mi prese la mano

e mi disse “Come siete buoni!”. Allora

gli raccontai della delusione di

Giovanna per aver visto cancellati

i pesci. Il giorno dopo i pesci

erano tornati nella rete!».


erica caMPaNeLLa

“Virgo” - Olio su rame - cm. 50 x 60 - 2016

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110

TOULOUSe LaUTRec:

L’aMORe PeR La VITa

Di Francesco Buttarelli

Colui che era nato da un matrimonio

tra due cugini entrambi

discendenti da due

casati fra i più antichi e nobili

dell’aristocrazia francese, passerà

alla storia come il cantore de “La

Belle Epoque”; quel breve intensissimo

periodo di splendore, di inquietudine,

di delirante dolcezza, di poesia

e di immortalità. Ancora oggi,

quando il nostro pensiero vola verso

la viva e gaia Mont Martre di fine Ottocento,

la prima figura che sovviene

alla mente è quella di Lautrec; poiché

fu lui il testimone attento e fedele di

quel mondo, l’unico che riuscì meglio

di ogni altro, a trarre dalle immagini

fugaci di una vita tutta provvisoria,

la verità segreta di una condizione

umana eterna. Toulouse Lautrec

non aveva pregiudizi morali,

Le “maisons closes”

“The lady of the star harbour” - 1899

dipingeva per una sua necessità vitale,

poiché la pittura gli dava gioia,

soprattutto dopo i due gravi incidenti

che ne sconvolsero la vita.

Nel maggio del 1878, mentre si trovava

nella casa D’Albì, scivolo sul

pavimento del salone rompendosi il

femore sinistro, purtroppo l’anno

successivo si fratturerà il femore destro.

Costretto a letto per lunghi periodi,

sottoposto ad estenuanti interventi

e cure, acquisisce la consapevolezza

che le sue gambe non cresceranno

più. Con il trascorrere degli

anni avrà un aspetto deforme, e sarà

la pittura a salvarlo, facendolo innamorare

della vita.

Stimolato dalla turbinosa e caotica

vita parigina, Lautrec propone idee

nuove non aderendo ad alcun movimento

artistico, ma ammirando al

tempo stesso impressionisti e simbolisti,

e riuscendo a non legarsi ad alcuna

scuola o corrente. Attraverso la

sua indipendenza e la sua dignità riuscirà

ad imporsi in un’ epoca di ardua

concorrenza. La vocazione di Lautrec

proveniva dal dolore, dall’impossibilità

di una vita normale, eppure egli

riuscì a trovare la sua ispirazione nell’esuberanza,

nella ricchezza, nella

varietà della vita che vedeva scorrergli

intorno. Sensibile, espressivo, usò

pochi colori puri che gli permisero di

raggiungere risultati di sorprendente

novità, soprattutto nei manifesti e


“Ambassadeurs: Aristide Bruant” - 1892 - manifesto

Marcelle Lender doing the bolero in ‘chilperic’ - 1895

nelle litografie a colori. Fondamentale

l’incontro con Van Gogh nel

1886, tra loro si scambieranno i segreti

della loro concezione cromatica.

Ormai la sua vita è indirizzata, può

proseguire da solo per il cammino che

si è scelto e da questo momento la sua

esistenza, pur ricchissima di piccoli

episodi non registrerà più avvenimenti

o mutamenti notevoli. Nel quartiere

Bohemien di Mont Martre, fra i

locali notturni, le case chiuse, i balli

e i caffè dove una folla eterogenea

vive turbinosamente ai margini della

società, Lautrec scopre il suo mondo

dove più facilmente gli riesce di inserirsi,

dove la sua stessa deformità

sembra passare inosservata e dove la

vita frenetica, spensierata e amara che

gli scorre intorno offre sempre nuovi

spunti alla sua curiosità umana e al

suo irrequieto pennello.

Nel 1893 espone alla galleria Goupil

tutte le opere ispirate all’ambiente

di Mont Martre; il successo è discreto

e la mostra suscita l’approvazione del

grande Degas. Anche il teatro lo attira

profondamente e per gli spettacoli di

prosa egli prepara manifesti e programmi,

dedicando inoltre quadri e litografie

ad attori e attrici famosi. Nel

1895 si reca a Londra e lì incontra

Oscar Wilde. Non vuole perdere un

attimo di vita, così entra a far parte

del circolo della Reveu Blanche che

raccoglieva in quegli anni gli ingegni

più vivi della èlite intellettuale parigina,

vi stringe molte amicizie, legandosi

in particolare ai fratelli Natanson,

editori della rivista; sovente soggiorna

nella loro casa che è meta di

artisti internazionali. Nulla lo ferma

continua il suo lavoro con ritmo febbrile

alternando ai quadri i manifesti,

i disegni umoristici per i giornali, le

illustrazioni di libri, le litografie a colori.

L’abuso dell’alcool minaccia

ormai la sua salute e nel

1899 la madre lo fa ricoverare

in una clinica ove trascorre

i tre mesi più brutti

della sua vita. Per provare

ai medici di essersi ristabilito

dipinge a memoria una

serie di scene ispirate al

circo, e grazie a questi capolavori

eseguiti con piccoli

spezzoni di matite riconquista

la sua libertà. La

sua salute è ormai minata,

così quando sente la fine

vicina corre al castello di

Malromè nella Gironda, il caldo rifugio

dove sua madre lo attende sempre;

qui nel luglio del 1901 è colto da

paralisi e a soli 37 anni muore tra le

braccia di sua madre. Genio della pittura

e dell’arte, profondo conoscitore

dell’animo umano mi piace pensarlo

e ricordarlo nella sera in cui ritrasse

una fanciulla inglese incontrata in un

bar di Le Havre, era stanco, malato,

febbricitante, eppure l’amore per

l’arte gli consentì di creare un capolavoro

in una sola notte …… una tela

dalla quale traspare l’amore per la

vita.

The Kiss - 1892 - collezione privata


112

Angela Balsamo

“IN OGNI MOMENTO

IN OGNI OCCASIONE...

DONA UNA ROSA...

è PER SEMPRE NON APPASSIRà MAI

COME L’AMORE...”

“METTI LA PASSIONE SUL

PIEDISTALLO...

REGALA ALL’AMOR TUO

UNA ROSA DI CRISTALLO”

pittura su cristallo con tecnica al rovescio

Studio: 00012 Guidonia (Roma)

Viale Parco Azzurro, 20

0774 365045 - Cell. 338 2448902

balsamo.a.m@virgilio.it


Letizia Lo Monaco

L’oltre dell’arte al femminile

Testo critico di Paola Simona Tesio

What Is She (n.1 ) - pennarello su carta - cm 47,7 x 33 - 1996

Face-Off - pennarello ed acrilico su cartoncino

cm.70 x 50 - 2015

La parola eleganza riporta inevitabilmente

a significati aulici

e profondi, concerne

elementi quali la grazia e la

ricercatezza, ma anche una fulgida

attitudine che scaturisce dai moti

dell’animo sgorgando in ineguagliabili

ricchezze espressive. È una qualità

sublime che riguarda non

soltanto la cura dell’aspetto esteriore

ma anche quella rarità di stile

che emerge nel fare umano delle persone

più elette. La vita di Letizia Lo

Monaco è caratterizzata da eleganza

e bellezza, non soltanto estetica ma

valoriale, elementi che divampano

dal suo spirito e si svelano nelle sue

melodiose produzioni artistiche che

si librano allo sguardo intessute di

tematiche interiori, esistenziali, sociali,

cariche di voci, di suoni, di

memorie capaci di proiettarsi verso

il farsi di un radioso divenire. La sua

investigazione della condizione

umana è sempre una corda tesa: un

andare verso ed oltre. Analizza la

sfera femminile con una straordinaria

sensibilità intuitiva indagando la

forma psichica delle donne, il loro

percorso, le difficoltà, tracciando,

mediante le sue sinuose linee estetiche,

l’apertura di un passaggio, una

breccia aldilà dei sentieri perduti.

Quante maschere siamo costretti ad

indossare nella società, autoimposte

od imposte dagli altri, per nascondere

il vero volto di noi stessi, le nostre

ferite più intime.

Il drammaturgo Luigi Pirandello

aveva colto il concetto del nascondimento,

svelabile soltanto attraverso

una filosofia del lontano: «Imparerai

a tue spese che lungo il tuo cammino

incontrerai ogni giorno milioni

di maschere e pochissimi

volti». Anche per la teoria della Gestalt

la percezione umana si fonda

sull’esperienza unica di ogni singolo

essere ed è pertanto soggettiva. Il

modo in cui ci vedono gli altri è

quindi molteplice, in continuo mutamento,

basato sulle esperienze

personali e coincide con l’interrogativo

che pone Pirendello in “Uno,

nessuno e centomila”: «L’idea che

gli altri vedevano in me uno che

non ero io quale mi conoscevo; uno

che essi soltanto potevano conoscere

guardandomi da fuori con

occhi che non erano i miei e che mi

davano un aspetto destinato a rendermi

sempre estraneo, pur essendo

in me, pur essendo il mio per loro

(un “mio” dunque che non era per

me!); una vita nella quale pur essendo

la mia per loro, io non potevo

penetrare, quest’idea non mi diede

più requie. Come sopportare in me

questo estraneo? Questo estraneo

che ero io stesso per me? Come non

vederlo? Come non conoscerlo?

Come restare per sempre condannato

a portarmelo con me, in me,

alla vista degli altri e fuori intanto

dalla mia?».

Letizia Lo Monaco, attraverso la sua

acuta analisi, traduce queste sollecitazioni

vivificandole in pura materia

estetica, trasponendole nel fare del

suo gesto.

“Monda”, dalle linee sinuose, rie-


114

Atomi autoreferenti in autoreferenziale Epifania - dittico (1-2) china e acrilico su

cartocino - cm. 50 x 50 - opera presente alla collettiva d'arte Fragile - Catania 2015

Atomi autoreferenti in autoreferenziale Epifania - dittico (2-2) china e acrilico su

cartocino - cm. 50 x 50 - opera presente alla collettiva d'arte Fragile - Catania 2015

voca i tratti arcaici delle veneri antiche,

il rimando all’archetipo ancestrale,

nonché Gea, la Madre Terra,

dispensatrice di Vita. Non a caso la

donna raffigurata è accovacciata su

di un cerchio, incarnazione del mondo

che ritroviamo nel concentrico

guizzante di energia che si dipana

alle sue spalle quale emanazione

dell’Anima Mundi. A quest’opera

l’artista collega l’Epifania dell’esistenza,

sottendendo il concetto ciclico

della vita (vita/morte/vita), fil

rouge che rimane intessuto in altri

suoi intensi lavori, tra cui il dittico

“Atomi autoreferenti in autoreferenziale

epifania”. Qui le linee si

conformano ad una spirale il cui

centro tuttavia è sempre l’essere

umano nella sua gettatezza nel

mondo; tematiche che hanno un’assonanza

con il tema del Dasein heideggeriano.

Per l’artista l’esserci ha

come caratteristica il riuscire ad

agire vagliando le differenti possibilità

dell’esistenza. L’individuo, aldilà

della sua gettatezza, può

mutare il proprio cammino e, mediante

le risorse interiori, compiere

scelte virtuose. Gli atomi rossi

“fluttuanti dispersi” personificano

le esistenze dissipate nel vortice

della vita.

“The Overcoming” si inserisce in

questo filone investigativo connesso

alle dinamiche esistenziali ed indica

il superamento, o meglio, la vittoria.

La prima immagine che sovviene

allo sguardo è quella del

simbolo femminile, cerchio di cui

non si intravedono l’inizio e la fine

bensì la sua consequenzialità: un ricongiungimento

continuo per ricominciare

ogni volta. È la rappresentazione

temporale della natura

con lo svelarsi ed il susseguirsi delle

stagioni nella similitudine del farsi

dell’umanità. Raffigura la terra o il

ventre materno (è quindi fertilità),

da cui scaturisce il sospiro vitale e

rimanda ai mutamenti biologici

degli esseri, alla fusione e all’interconnessione.

È il caos primordiale e

contemporaneamente l’evoluzione

verso l’ordine; è un universo aperto

carico di significazione. Opera maestosa

in cui vi ritroviamo sintetizzata

la sinuosità delle forme di

Afrodite che si guarda nello specchio

e ricorre altresì il pensiero pirandelliano

tanto caro all’artista:

«Infrontar gli occhi per caso nello

specchio con qualcuno che stava a

guardarmi nello specchio stesso. Io

nello specchio non mi vedevo ed ero

veduto; così l'altro, non si vedeva,

ma vedeva il mio viso e si vedeva

guardato da me». Il guardarsi e l’essere

contemporaneamente guardati

racchiude il mistero del rispecchiamento

già noto a Socrate, quando

suggerisce ad Alcibiade che osservando

qualcuno negli occhi si scorge

il proprio volto nella pupilla dell’altro.

La pupilla funge pertanto da

specchio: è nell’altro da me che riconosco

me stesso. Del resto, come

insegna anche il mito di Narciso, le

superfici riflettenti hanno una duplice

funzione: l’illusoria apparenza

o lo svelare del vero. Questa “raffigurazione

ermeneutica”, tracciata

con così abile segno da Letizia Lo

Monaco, rievoca altresì il motto delfico

“Conosci te stesso” ed innumerevoli

figure mitiche o archetipi

femminili come Estia, dea del focolare,

il cui simbolo del tondo si rifà

proprio agli antichi focolari. Rimanda

infine all’Ensō, parola giapponese,

che significa cerchio e che

in questa ideazione simboleggia l’illuminazione,

la crescita spirituale,


The Overcoming (La Vittoria) - acrilico su cartoncino - 50 x 50 cm - 2015

il superamento degli ostacoli. Nella

pittura Zen il modo in cui viene tracciato

questo cerchio rileva l’anima

dell’artista: la sua integrità oppure le

sue lacerazioni e pertanto soltanto

l’essere umano integro e spiritualmente

puro può delinearlo nella sua

completezza. In questo caso il cerchio

rosso è acceso, vivido, gravido di emozioni

e nelle sue frastagliature presenta

la trama del vissuto proteso

come un arco verso il divenire. Connesse

alla frammentarietà del sé si

possono inscrivere opere come “What

Is She?”, “Samur-I” e “Face-Off”.

L’indagine che compie sulla donna

potrebbe essere definita sociologicaculturale.

Il suo sguardo attento coglie

innumerevoli sfumature

dell’umano e delle variabili del contesto

in cui è situato a vivere. “What Is

She?” pone un profondo interrogativo

che si dipana tra le parti scomposte

della figura, che solo apparentemente

celano reminiscenze picassiane. La

domanda esistenziale affiora con impeto

allo sguardo del riguardante e

pungola con insistenza “Che cosa è

lei?”. Una donna certamente, ma disgiunta,

disaggregata, ferita. Come

sottolinea la stessa artista: «Si tratta

di una denuncia sociale, al femminile,

in quanto ontologicamente la

donna è sempre violata, divisa in

due, separata tra l’essere e il dover essere».

Se si pensa alla società contemporanea,

alle conquiste “di genere” o

al raggiungimento di una posizione

privilegiata, per l’universo femminile

i traguardi risultano spesso costellati

da lacerazioni, rinunce e tormenti. Le

divinità antiche incarnano i numerosi

aspetti del femmineo, le loro qualità

e capacità; non a caso nel disegno

compaiono i tratti delle veneri arcaiche

che si compenetrano con la contemporaneità

in un continuum di

rimandi che si ripropongono nella storia

dell’umanità, nelle differenze e

identità di popoli e culture. L’occhio

della figura è soltanto abbozzato, intriso

di melanconia, le labbra sono

grandi, rosse, i seni e le curve prominenti:

disgregazione e sofferenza che

sottendono il divario tra il vero volto

dell’interiorità celato dietro le maschere

imposte.

In “Samur-I” si assiste ad un’interessante

scomposizione bidimensionale

di matrice cubista, in cui affiora

l’emozione sensibile, esperienziale,

percettiva ed emotiva nei confronti

della Vita. Compare sin dalla denominazione

dell’opera l’incompletezza

della parola, e risuona la “I” inglese,

che definisce Io; un Io che, seppur

frammentato, è alla ricerca dell’integrità

come un indomito guerriero che

lotta per affermare i propri ideali e valori.

Sul viso sono impressi piaghe e

sofferenza, gli occhi appena accennati

paiono socchiusi in una smorfia di dolore,

ma nonostante questa condizione

la donna combatte ancora per la

propria autoaffermazione.

“Face-Off”, che etimologicamente indica

lo scontro, il conflitto ed il confronto,

è un lavoro di efficace sintesi.

Il volto femminile ritratto è diviso in

due distinte metà, simbolo di dissociazione,

il ritratto di un’anima ferita

che non è ancora riuscita ad affermare

il proprio sé; una sublime sintesi delineata

con tratto privo di esitazioni.

L’artista comunica con una lucida

prossimità istintiva. Clarissa Pinkola

Estés nel saggio “Donne che corrono

coi Lupi” fornisce coinvolgenti suggestioni:

«Riparare l’istinto ferito, bandire

l’ingenuità, apprendere gli

aspetti più profondi della psiche e

dell’anima, trattenere quel che abbiamo

appreso, non volgerci altrove,


116

Samur-I - olio su tela - cm. 50 x 70 - 2015

Monda - sanguinia su carta - cm. 33 x 47,7

proclamare a gran voce che cosa vogliamo…

tutto ciò richiede una resistenza

sconfinata e mistica […]

Dobbiamo enunciare con voce chiara

la nostra verità ed essere capaci di

fare quanto è necessario nei confronti

di ciò che vediamo [… ] Quando la

vita dell’anima è minacciata non soltanto

è accettabile tirare una riga, è

indispensabile […] Siamo influenzati

da molte collettività[…]di qualunque

tipo siano[…]sviliscono e scoraggiano

gli sforzi non conformi alle loro preferenze[…]La

nostra sfida, nell’interesse

dell’anima selvaggia e dello

spirito creativo, è di non amalgamarci

in nessuna collettività, è di distinguerci

da coloro che ci circondano,

gettando eventualmente

dei ponti dietro di noi, e decidendo se

farli robusti o abbozzarli soltanto. Di

qualunque collettività faccia parte,

la donna non deve adeguarsi ma arricchirla

dalla sua speciale fragranza.

La separazione della sua vita e della

sua mente dal pensiero collettivo appiattito

e lo sviluppo dei suoi talenti

originali sono tra le imprese più importanti

che una donna possa progettare

e compiere».

Letizia Lo Monaco, attraverso la sua

arte, parla direttamente alle donne e

all’umanità con voce sublime che diviene

incisiva pittura capace di destare

gli animi assorti esortandoli al

risveglio interiore.

www.letizialomonaco.com - cell. 328/0124238


Il viaggio attraverso il tempo

di aNNa ROMaNeLLO

a cura di Svjetlana Lipanovic

OCCHIO DELLA VOLUTA

2016 - cm.110 x 220

Foto su carta ignifuga con interventi

in xilografia e tecnica mista

Nel magnifico sito archeologico

delle Case Romane

del Celio, si è inaugurata il

22 settembre 2016 una interessante

mostra di Anna

Romanello. L’artista - performer calabrese

vanta una lunga esperienza didattica

e artistica, contraddistinta dalla

creatività originale ed innovativa. In

seguito agli studi conseguiti all’Accademia

di Belle Arti di Brera a Milano,

scelse di specializzarsi presso l’Ecole

Nationale Superieure des Beaux Arts a

Parigi. L’incontro con uno dei maestri

del dopoguerra S.W. Hayter, il più importante

incisore di quel periodo e fondatore

dell’Atelier 17, fu determinante

per il suo percorso artistico. Il celebre

Atelier 17, una fucina d’idee, le diede

la possibilità di perfezionare il suo innato

talento e di collaborare con artisti

rinomati a livello mondiale. La sua

passione artistica si indirizzò verso

l’incisione, dove applicò la nuova tecnica

elaborata da S. W. Hayter. Dopo

il ritorno a Roma, frequenta la Calcografia

Nazionale e dal 1972 insegnò

nelle Accademie di Belle Arti. Dal

1986 è stata docente di Tecniche dell’Incisione

e negli ultimi anni, ha insegnato

all’Accademia di Belle Arti

nella Città Eterna, dove trasmise il suo

prezioso sapere, alle nuove generazioni.

Nello stesso tempo la sua ricerca

dell’inesplorate espressioni, produsse

innumerevoli stampe calcografiche a

colori simultanei, spesso arricchite con

collages fotografici ed applicando tecniche

d’avanguardia. Le opere si possono

ammirare nelle prestigiose gal-

lerie e collezioni quali: The British

Museum Londra, Biblioteca Nazionale

Parigi, Biblioteca Nazionale Praga e

Bratislava, Calcografia Nazionale di

Roma, Museo E. Caraffa de Cordoba,

Biblioteca Nazionale di Firenze, ecc.

Inoltre, l’attenzione dell’artista si è rivolta

anche, verso la pubblicazione dei

Libri d’Artista in Italia e Francia. Le

pagine di queste piccole, affascinanti

opere d’arte, sorprendono con le divertenti

soluzioni grafiche. Il lungo elenco

delle mostre personali e collettive

realizzate durante la sua carriera piena

di successi, ci parla della sua presenza

in Italia e nel mondo tra cui: Parigi al

Centre Georges Pompidou con il “Ile

Manifeste du Livre d’Artiste”, “Parcours”

al festival d’Avignone, all’Istituto

italiano di Cultura di Vienna e


118

INVISIBILE

TRACCIA

cm.51x70

opera fotografica su

plexiglass incisa a

punta elettrica e

punta secca

L’OMBRA DI PROSERPINA

cm.99x79,5

due opere su forexincise a punta

elettrica e tecnica mista

Vancouver, Sibari nel Museo Archeologico

della Sibaritide, Parigi Galleria

Arte Viva, Ljubljana “21th International

Biennal of Graphic Art, ecc..

L’attuale mostra alle Case Romane del

Celio a Roma è il risultato delle esperienze

passate e di una lunga ricerca

dei luoghi adatti per la sua immersione

nella storia. La Romanello ha

scelto gli spazi antichi della Roma del

IV sec. d.C. per sviluppare l’idea conduttrice

dell’esposizione, con l’inserimento

delle opere ispirate al passato,

ma create con le tecniche e materiali

contemporanei. Il mitico passato e il

presente si fondono creando la metamorfosi

della realtà conosciuta. Gli

spazi delle Domus, dove passeggiando

si percepisce l’atmosfera dell’epoca

imperiale, acquistano una nuova dimensione,

illuminati dalle opere esposte.

La luce, una parte integrante delle

installazioni, crea effetti magici, rischiarando

l’oscurità secolare. Il

primo passo dell’artista verso l’ideazione

delle presenti creazioni, iniziò

fotografando il suggestivo posto. Successivamente,

le fotografie stampate

sull’acetato o Pvc, hanno subito delle

trasformazioni effettuate dall’artista.

Il risultato finale sono le immagini di

forte impatto dove la pittura e i segni

incisi creano visioni misteriose. L’inesauribile

fonte d’ispirazione è la

forma del capitello con la voluta a spirale.

Il motivo indica lo scorrere del

tempo senza inizio e senza fine che si

rinnova continuamente. All’ingresso,

nella Sala di Passaggio si notano le

sette Stele in legno dai colori vivaci,

dove l’artista ha scelto il numero magico,

per annunciare una serie di messaggi

simbolici, nascosti nelle opere.

All’interno della Sala dei Geni, la

carta ignifuga con le immagini del capitello

si è trasformata in colorata installazione,

“L’occhio della voluta”.

Le “Orme 2016”, color arancio sono

installazioni di sei collages su legno,

accompagnate da sfere in plexiglass

contenenti tessere in mosaico. Su un

altare si trova un’opera ovale lavorata

e incisa dal nome “Tra Bacco e Cerere”,

una meravigliosa riproduzione

degli affreschi del Ninfeo. L’attenzione

dei visitatori è attirata dalla colonna

in marmo, con la riproduzione


LIBRO D'ARTISTA 2016 - cm. 30x39x13.5 Libro in plexiglass,

anfora e opere grafiche

STELE 2016 da cm.100x9 x4,5

Istallazione di 7 opere su legno con interventi in xilografia e tecnica mista

della stessa su legno del titolo “Colonna

Domus 2016”. Le due installazioni fotografiche

su plexiglass “Invisibile traccia”

e “Amphora” riproducono gli

elementi antichi con colori ripresi dagli

affreschi delle Domus. Accanto al sarcofago

sono sospese le sei opere in acetato

“Sarcophage” che si completano a

vicenda, tramite le trasparenze creando

l’immagine definitiva. Il “Libro d’Artista”

esposto in una delle sale viene adagiato

affianco all’altare, dove si scorge

dal contenitore in plexiglass inciso e dipinto,

un’autentica anfora e varie opere

grafiche. L’affresco nel cortile delle

Domus dedicato al Ninfeo di Proserpina

si è magicamente trasformato nell’Ombra

di Proserpina, due opere in forex.

Nello sdoppiamento della scena tra il

muro e l’opera, l’artista si è raffigurata

creando un particolare effetto ottico

dove il confine si confonde tra l’esistente

e il creato. Tutte le opere sono incise

e arricchite da varie tecniche

pittoriche.

Il complesso mondo visionario di Anna

Romanello si comprende

perfettamente dalle sue

parole: “Io viaggio

attraverso il tempo,

percorrendo le immagini

del passato

ferme, fisse,

immobili da

secoli e le ferisco,

le traccio

come la lama

che lacera una

ferita, con un

gesto violento

e tragico”.

Il suo viaggio

personificazione

della stes- sa

vita, continua nell’incessante

ricerca

delle soluzioni

dove convivono passato

e presente nelle

creazioni artistiche di rara

bellezza.

TRA BACCO E

CERERE 2016"

cm. 89x64.5x4

Opera su PVC

incisa a punta

elettrica e tecnica

mista


120

“La foto sulla schiena”

UN TÈ cON LUIGI FOGLIaTI

di Giusi Lorelli

info@giusilorelli.com

«B

reve storia di Mani

China sulla mia strada

una fresca mattina

Preso da impulso e

forte empatia, la presi

con me e la portai via

Lei era bella potente e gioiosa, decisi

di metterle in testa una rosa

Rossa la rosa e lei si animò, e di lì

a poco l’amore sbocciò…»

[…]

Luigi Fogliati, fotografo genovese,

è uno di quegli artisti dei quali è

impossibile indovinare l’età. In lui

e nel suo lavoro si mescolano elementi

nuovi e antichi, un po’ classici

e un po’ punk come gli ingredienti

di un piatto esotico. Le sue

immagini sono eleganti ma anche

ruvide, accattivanti e spigolose

nello stesso tempo, insomma

non si sa mai da che

parte ti salterà alle spalle. Da

poco mi è giunta notizia di

un suo nuovo lavoro intitolato

Breve storia di una Mani

China e non ho potuto fare a

meno di incontrarlo per scoprire

qualcosa in più sul suo

modo di intendere e fare

arte.

Prima domanda di rito:

come nasce il progetto di

Breve storia di una Mani

China?

Come sempre mi accade

quando lavoro, è nato d’impulso.

Dopo alcuni scatti mi

sono reso conto che stavo

Breve storia di una Mani China, Luigi Fogliati, 2016


Breve storia di una Mani China, Luigi Fogliati, 2016

trovando qualcosa di preciso, che parlava

di me, di un’esperienza che stavo

vivendo e allora sono andato avanti. Le

immagini sono venute da sole, è bastato

seguirle.

Le immagini sono accompagnate da

un testo in versi scritto da te. Ti capita

spesso di accoppiare fotografie e parole?

Scrivo molto e da sempre. Finora però

le mie pagine erano sempre rimaste nel

cassetto sotto forma di appunti e serbatoi

d’ispirazione. In questo lavoro invece

sono riuscito a combinare le due

cose, ma è la prima volta.

Questo binomio mi ha fatto pensare ad

una sorta di fotoromanzo rock…

È vero, può farlo pensare, ma nonostante

tutto questo lavoro è il distillato

di un’esperienza. È molto più romanzata

la realtà!

Raccontami la tua giornata tipo di fotografo.

Come inizia un progetto?

Sono un istintivo, prendo la macchina

fotografica ed esco. Non mi preoccupo

mai se da quell’inizio nascerà immediatamente

un’opera, un progetto più lungo

oppure nulla. Coinvolgo spesso altre

persone, le chiamo e le incontro per fotografarle;

a volte mi chiedono cosa devono

fare o come devono mettersi in

posa quando ancora non ho un’idea precisa.

Allora semplicemente sto con loro

e aspetto che le condizioni si creino da

sé. Non so come, ma succede sempre.

Che rapporto hai le tecniche di postproduzione

digitale?

Non molto stretto. In generale le tecniche

della fotografia mi interessano

poco, tant’è vero che qualche anno fa ho

venduto le reflex e tutti gli obiettivi che

avevo per lavorare solo con una Fujifilm

mirrorless e un 23mm. È la suggestione

dell’immagine che mi interessa,

i suoi colori e le sue luci, più che la precisione.

Ovviamente un minimo di postproduzione

è necessaria, ma i software

come Photoshop li uso poco perché il

grosso del mio lavoro si svolge prima,

nella fase di scatto.

Qualcuno potrebbe dirti che in un

certo senso il tuo modo di lavorare è

un’involuzione rispetto alle infinite

possibilità tecnologiche di oggi…

Ma io sono un grande estimatore della

tecnologia e non solo di quella fotografica.

Ho iniziato a fotografare a tredici

anni con una Kodak Instamatic ma poi

il digitale mi ha aperto dei mondi e ne

sono grato. Solo che non tutto mi serve.


122

Breve storia di una Mani China, Luigi Fogliati, 2016

Non disdegno i teleobiettivi, ma per

quello che faccio la corta distanza è fondamentale,

per questo uso solo un grandangolo.

Spiegati meglio.

A me interessa l’essere umano e devo

per forza stargli vicino. La reazione reciproca,

l’empatia sono gli elementi

fondamentali di un ritratto vivo che solo

la vicinanza può garantire. Fotografare

un volto da dieci metri può aiutarti a rubare

l’attimo inatteso, ma se non c’è

contatto tra soggetto e fotografo, il risultato

è troppo freddo per le mie esigenze.

Cosa vorresti che il pubblico apprezzasse

nelle tue fotografie?

La grande domanda…(ridiamo)…Posso

dire che mi rende felice quando viene

apprezzata l’onestà di mettere il proprio

vissuto a disposizione degli altri. Mi

piace senza dubbio colpire, senza la pretesa

di comunicare qualcosa di definitivo,

perché il senso del mio lavoro

rimane privato. Mi interessano molto

meno i commenti tecnici.

Non ti disturbano quindi le interpretazioni

fantasiose?

In realtà mi divertono molto… Per me

il lavoro finisce nel momento in cui io

lo decido. Quello che poi le persone vedono

nelle mie immagini quando ci si

immedesimano non mi toglie nulla,

anzi, a volte scopro cose molto interessanti

e inaspettate, a volte invece mi

vengono dette cose che proprio non

c’entrano niente. Pazienza.

Breve storia è una serie di otto scatti.

Quanto è importante essere sintetici

oggi con la tecnologia digitale?

È importante ma ci si arriva piano

piano, è un percorso. All’inizio credo

che tutti usino la propria digitale come

una specie di mitragliatrice, è normale.

Sarebbe bello però che un approccio più

sintetico venisse insegnato nei corsi di

fotografia. Anche perché è in questa

brevità che, secondo me, finisce la fotografia

pura e semplice e inizia l’arte. È

proprio nelle parti non raccontate, solo

suggerite che si mette in moto l’immaginazione

e l’interpretazione. La fotografia

non fa discorsi lunghi, è come

una freccia.

Che rapporti hai con il mercato dell’arte,

con le gallerie?

Una volta non mi curavo di tutto questo.

Oggi invece penso che condividere il

proprio lavoro sia un aspetto molto importante

e le gallerie sono certamente i

luoghi più adatti.

Progetti futuri per Breve storia? Dove

ti piacerebbe portarla?

Una piazza che mi attira molto è Berlino.

Lì c’è un’aria frizzante a livello

culturale e in particolar modo nel campo

della fotografia. E poi è una città con

cui ho parecchie affinità e nella quale

conservo molti ricordi.

Chiudiamo con un’ultima domanda di

rito. Che senso ha per te la fotografia?

Nella mia vita è proprio come una medicina.

Quando stai male prendi una

medicina e guarisci, almeno temporaneamente.

Con la fotografia è lo stesso.

Mi serve per guarire.

Per chi fosse stato stuzzicato da Breve

storia di una Mani China consiglio vivamente

di seguire la pagina Facebook

Luigifogliati Imbottigliaimmagini.


124

IL TeLeSIa MUSeUM DI

SaN ROBeRTO:

UN PONTe cHe UNISce L'ITaLIa

NeL NOMe DeLL'aRTe

Roberto Coccoloni

Parla calabrese e toscano.

Ma il suo linguaggio è

quello internazionale. E' il

linguaggio dell'arte. Il Telesia

Museum, museo civico di arte

moderna e contemporanea, di San

Roberto, ridente cittadina aspromontana,

in provincia di Reggio

Calabria, a poco più di due anni

dalla sua inaugurazione, si arricchisce

di altre importanti e prestigiose

opere, tra cui tre sculture. Fino a

oggi il Telesia ha potuto contare su

un patrimonio di trecento opere donate

da artisti italiani, sia famosi

che emergenti, messe amorevolmente

insieme da Riccardo Ghiribelli,

art director delle Giubbe

Rosse di Firenze, lo storico

caffè artistico letterario frequentato

da sempre da artisti

di fama internazionale. Il

dialogo tra la scena artistica

toscana e la cittadina di San

Roberto nasce dall'assiduo e

infaticabile impegno della

pittrice e poetessa sanrobertese,

Marilena Licandro, che ebbe l’intuizione,

dopo aver donato alcuni

suoi dipinti al suo Comune, di

creare in paese una collezione permanente

di opere di artisti realizzando

un museo. A tal fine individuò

come location una vecchia

palazzina abbandonata, che con il

tempo e con la volontà di tanti, a partire

dalla sua stessa ideatrice, si trasformò

da antico edificio in decadenza

a luogo d’arte. Il percorso

tracciato dalla Licandro continuerà

anche dopo la sua morte, avvenuta

prematuramente; a portarlo avanti

con tenacia e determinazione saranno,

oltre all'associazione Tele-


Renzo Margonari - Vadelanscape - 1977 - tempera, acrilico, pastello.

Angelo Vadalà - Studio ominidi - olio su tela - cm 35x50

sia, attualmente presieduta da

Maria Cotroneo, che nel nome della

sua fondatrice sta gestendo il Museo,

l'amministrazione comunale,

che si è battuta pervicacemente,

nella figura del Sindaco Roberto

Vizzari, fino a ottenere i fondi necessari

alla ristrutturazione del vecchio

palazzo oggi divenuto, appunto,

la bella palazzina liberty che

ospita il Telesia Museum. L'intervento

delle Giubbe Rosse e del suo

direttore artistico, Riccardo Ghiribelli,

che sulla traccia di Marilena

Licandro hanno continuato a raccogliere

l’entusiasmo degli artisti e le

loro opere, hanno fatto il resto, diventando

determinanti nel conferire

al Telesia un respiro di livello internazionale

quale realtà museale tra

le più prestigiose dell'Italia Meridionale.

Ed è proprio grazie a questa sinergia

e collaborazione tra istituzioni

e associazioni private in un impegno

comune, che si è giunti, nel

2014, alla nascita ufficiale del Museo

Telesia, piccola, grande perla

che raccoglie il pensiero artistico

contemporaneo su cui a sua volta si

va a innestare un'idea di sviluppo

del territorio e delle sue bellezze

naturali nel nome della cultura e

dell’arte. Il comune di San Roberto

incastonato com'è, tra il Massiccio

dell'Aspromonte, a cui piedi è adagiato

e “protetto” da una natura di

rara suggestione e incontaminatezza,

e la fantasmagoria, unica al mondo,

di una veduta mozzafiato qual è

quella dello Stretto di Messina, aggiunge,

con questa importante iniziativa

museale un ulteriore valore,

non solo al suo territorio, ma all'intera

area dello Stretto. Un punto di

vista condiviso appieno dal direttore

artistico del Museo, Riccardo

Ghiribelli, che al riguardo afferma:

«Attraverso la cultura e l'arte si

possono intraprendere progetti ed

iniziative che arricchiscono non

soltanto il sapere, ma il sentimento

di comunità, questi gli obiettivi perseguiti

fin dall'inizio dai fondatori


126

Marilena Licandro - Lighea - 2005 - olio su tela.

del Museo, me per primo. Dipingo

da più di cinquanta anni e conosco

molti artisti, quando ho cominciato

a mettere insieme le opere per questo

progetto ho riscontrato un entusiasmo

mai visto. Tutti quelli che

ho consultato hanno aderito quasi

tutti subito all'iniziativa, donando

l'opera e manifestando compiacimento

nel saperla inserita in spazi

espositivi che appartengono a una

località che gode anche di un grande

fascino naturalistico, dove il

dialogo tra cultura e natura, cultura

e territorio, diventa caratteristica

ed essenza per la crescita

sociale ed economica collettiva, peraltro

tutta la Calabria potrebbe vivere

di cultura e turismo».

Il percorso museale, ideato dalla

pittrice Conni Solari, segue dei criteri

estetici legati alle cromie, senza

però trascurare di mantenere il giusto

equilibrio tra artisti più noti e

meno noti. «Per dare onore a tutti»

sottolinea, con la sua solita saggezza,

Ghiribelli. che insieme allo

scrittore e giornalista Jacopo Chiostri,

responsabile degli eventi letterari

delle Giubbe Rosse, si è recato

personalmente lo scorso mese di

settembre a San Roberto per la consegna

di nuove e prestigiose opere

che sono andate ad arricchire la

collezione del Telesia. «Il nostro

intento è quello di continuare

adesso con una raccolta

di sculture, di cui oggi ne ho

consegnate tre, intendiamo

anche realizzare una fontana

nella piazza di fronte

al Museo. Grazie all’idea

iniziale di Marilena Licandro

ed alla forza propulsiva

del sindaco e

della sua giunta siamo

riusciti in cinque anni a costruire

un simile gioiello e

questo non è poco. Ora occorre

andare avanti arricchendo

gli ambienti museali

con altre importanti

e significative o-

pere dell'arte contemporanea

in un progetto

che veda coinvolta

l'intera cittadina e comunità

dello Stretto» conclude il

direttore artistico.

Tra i nomi più noti presenti al Telesia,

si ricordano quello di Renzo

Margonari, uno dei grandi artisti

italiani, l’unico vivente del surrealismo

in Italia, di Angelo Vadalà,

conosciutissimo negli Usa, di

Franco Scuderi, importante nome

Valerio Savino

della scultura

italiana contemporanea.

Presenti anche molti giovani.

Una stanza è poi dedicata agli

artisti calabresi, tra cui è presente,

con parecchi dipinti, la fondatrice

del Museo, Marilena Licandro, riconoscibili

per la sensibilità poetica

che racchiudono, sensibilità alla qua-


Interno del Telesia Museum,

prima a destra, la presidente Maria Cotroneo

e due socie del direttivo dell'Associazione Telesia

Franco Cappellini

le fu improntata tutta la vita e la

personalità di questa straordinaria

donna e artista calabrese. Quanto

alle ultime opere che hanno trovato

collocazione nel Museo, la direttrice,

Maria Cotroneo, con grande

compiacimento dichiara :«Con le

recenti donazioni, il Telesia Museum

si è arricchito di nuovi e bellissimi

lavori, ma soprattutto

grazie al contributo e all’impegno

del direttore artistico Riccardo

Ghiribelli, è stata inaugurata la sezione

scultura, sono state, infatti,

già donate tre splendide opere in

legno, in pietra e in marmo di Carrara.

L'indimenticabile Marilena Licandro,

anima e motore di questo

nostro progetto, sosteneva: “L’arte

del presente è l’anima del futuro.

Nutriamola”. L’arte contemporanea

è l’anima del futuro, perché

con la sua capacità di offrire nuovi

scenari e nuove prospettive, rappresenta

uno stimolo costante alla

creatività degli italiani e all’innovazione

sociale ed economica. Al

Telesia Museum si affida una missione:

divenire un centro di eccellenza

culturale, dinamico e capace

di creare sinergie e relazioni, di

dialogare oltre i confini del tempo

e dello spazio, sui valori dell’arte,

sull’etica del bello, per riscoprire

quel modo di essere cittadini italiani

ed europei orgogliosi e consapevoli,

protagonisti di un grande

passato e proiettati verso un futuro

luminoso».

Fin dall'inaugurazione, il Telesia è

stato simbolicamente consegnato

alla comunità all’Area dello Stretto,

come tappa di itinerari turistico–culturali

in rete con le opportunità offerte

dagli altri Comuni che di questa

fanno parte.

Info:

www.telesiamuseum.it

Aperto al pubblico nei

fine settimana

Visite didattiche su prenotazione


la rivista d’Arte, cultura e informazione

20.000 copie distribuite nelle Fiere d’Arte

Internazionali e in abbonamento

Acca Edizioni Roma

00133 Roma - Via G. B. Scozza, 50 - Tel. 06 2014041- Cell. 329 4681684

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