inalienabili

giovannibarbar1

QUO_2016_256_0811

Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004 Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00

L’OSSERVATORE ROMANO

GIORNALE QUOTIDIANO

Unicuique suum

POLITICO RELIGIOSO

Non praevalebunt

Anno CLVI n. 256 (4 7. 3 9 1 ) Città del Vaticano lunedì-martedì 7-8 novembre 2016

.

y(7HA3J1*QSSKKM( +.!=!=!"!:!

Appello del Papa per il giubileo dei carcerati celebrato all’indomani dell’incontro con i movimenti popolari

Atto di clemenza

Nuova denuncia degli interessi economici e criminosi che alimentano la tratta di esseri umani

Detenuti, movimenti popolari, vittime

della tratta degli esseri umani:

sono le tre categorie di “ultimi”, di

donne e uomini in cerca di un riscatto,

che il Papa ha voluto incontrare

tra la fine della scorsa e l’inizio

di questa settimana. Tre appuntamenti

particolarmente significativi in

questa fase conclusiva dell’anno santo

della misericordia, che hanno avuto

il loro momento culminante nella

messa domenicale celebrata dal Pontefice

il 6 novembre nella basilica di

San Pietro per i partecipanti al giubileo

dei carcerati. Ed è per loro che

Francesco all’Angelus ha rivolto «un

appello in favore del miglioramento

delle condizioni di vita» nelle strutture

di detenzione, ribadendo «l’importanza

di riflettere sulla necessità

di una giustizia penale che non sia

esclusivamente punitiva, ma aperta

alla speranza e alla prospettiva di

reinserire il reo nella società». E in

proposito ha chiesto alle «competenti

autorità civili di ogni Paese la possibilità

di compiere» — proprio nel

contesto giubilare — «un atto di clemenza

verso quei carcerati che si riterranno

idonei».

All’omelia Francesco ha ricordato

che la speranza non deve essere soffocata

e che imparando dagli sbagli

del passato si può cambiare vita e

reinserirsi nella società. E per dare

un segno tangibile del proprio impegno

personale, nel pomeriggio ha

incontrato nella residenza di Santa

RA B AT, 7. Con l’urgenza — e l’obbligo

— di passare dalle parole ai fatti,

si è aperta oggi a Marrakech, in Marocco,

la ventiduesima Conferenza

dell’Onu sul clima (Cop22). Scienziati,

ambientalisti e politici, sono

riuniti fino al 22 novembre per discutere

l’attuazione dello storico accordo

sul clima di Parigi, che ha

l’ambizioso obiettivo di contenere

l’innalzamento delle temperature

globali al di sotto dei 2 gradi centigradi.

E a questo processo ha fatto

riferimento Papa Francesco all’Angelus

di domenica, auspicando che esso

«sia guidato dalla coscienza della

nostra responsabilità per la cura della

casa comune».

L’accordo di Parigi, adottato alla

fine del 2015, è stato firmato da 192

paesi ed è stato finora ratificato da

100 paesi che producono il 70 per

cento delle emissioni nocive mondiali

(il senato italiano ha dato il via libera

definitivo il 27 ottobre scorso).

Marta un gruppo di detenuti della

casa circondariale Due Palazzi di Padova.

In precedenza, nel pomeriggio di

sabato 5, il Papa aveva partecipato

nell’aula Paolo VI alla conclusione

del terzo incontro mondiale dei movimenti

popolari. Ai rappresentanti

di numerose organizzazioni venuti a

Roma da tutte le periferie dei cinque

Bandiere dei paesi partecipanti alla Cop22 di Marrakech (Reuters)

continenti, Francesco ha rivolto un

lungo e appassionato discorso nel

quale ha esortato tra l’altro a contrastare

la tirannia del denaro che genera

paura, diseguaglianza e violenza,

denunciando inoltre la «bancarotta

dell’umanità» che si consuma sulla

pelle dei migranti, mentre si spendono

«somme scandalose» per salvare

le banche.

Aperta in Marocco la ventiduesima conferenza mondiale sul clima

Dalle parole ai fatti

A Marrakech, sul tavolo dei colloqui,

ci saranno, nel dettaglio, proprio

gli obiettivi stabiliti alla conferenza

parigina, dove i paesi hanno

preso impegni per abbattere le emissioni

di gas a effetto serra. Tra punti

di vista e interessi molto differenti, i

negoziatori dovranno arrivare a concordare

una serie di processi che

rendano successivamente possibile

mettere in pratica l’accordo attraverso

provvedimenti legislativi concreti

per ridurre le emissioni di gas serra,

aumentare l’efficienza energetica, accelerare

la transizione verso le energie

rinnovabili.

Ci sono inoltre alcune delicate

questioni da risolvere, a cominciare

dal meccanismo per verificare il livello

di gas serra prodotto da ciascun

paese o il finanziamento di politiche

climatiche nelle nazioni più

DA M A S C O, 7. Dopo Mosul l’obiettivo

è Raqqa. Le Forze democratiche

siriane (Sdf) a maggioranza curda,

sostenute dagli Stati Uniti, hanno

infatti annunciato ieri di avere cominciato

l’offensiva contro la città

controllata dalle milizie del sedicente

stato islamico (Is) in Siria. Nel

frattempo procede a rilento l’avanzata

delle forze lealiste irachene per

conquistare Mosul, mentre i peshmerga

hanno annunciato l’avvio

dell’offensiva finale per la liberazione

della città irachena di Bashiqa.

L’offensiva contro Raqqa, considerata

la roccaforte dell’Is in Siria, è

iniziata stamani all’alba quando i

combattenti curdi hanno attaccato

la città da “tutti i fronti” dopo raid

effettuati nella notte dalla coalizione

anti-Is a guida statunitense. Alcune

fonti riferiscono di violenti combattimenti.

È stata una donna, in divisa militare

e affiancata da altri ufficiali, a

dare ieri la notizia dell’avvio dell’offensiva.

Jihan Sheikh Ahmad, presentata

come la portavoce delle Sdf,

ha detto che l’operazione è stata denominata

“ira dell’Eufrate”. Una

chiara risposta al nome di “scudo

Infine, nella mattina di lunedì 7, il

Papa ha ricevuto i partecipanti a un

incontro promosso da Renate, la rete

delle religiose europee impegnate

contro la tratta degli esseri umani.

Per ribadire che queste moderne forme

di schiavitù costituiscono «un

vero crimine contro l’umanità».

PAGINE 4, 5, 7, 8

svantaggiate. Sul tavolo anche il

problema di come “comp ensare” i

paesi poveri più colpiti dal surriscaldamento

climatico, con siccità, inondazioni

e ondate di maltempo sempre

più frequenti.

I colloqui dovranno servire, quindi,

ad assicurare l’impegno concreto

e tempi certi, ma anche a garantire

un piano per l’erogazione di 100 miliardi

di dollari l’anno per aiutare i

paesi in via di sviluppo a fronteggiare

i cambiamenti climatici. L’obiettivo

primario del summit marocchino

— previsto nell’ambito della convenzione

quadro dell’Onu sui cambiamenti

climatici — è decidere le strategie

da adottare per ridurre le temperature

della Terra e arrivare a un

accordo definitivo nel 2018.

Secondo le stime Onu, servono

dai 5000 ai 7000 miliardi di dollari

annui per raggiungere un modello

di sviluppo sostenibile. «È urgente

passare a una fase di basse emissioni

e di resilienza climatica», ha più volte

sottolineato il segretario generale

dell’Onu, Ban Ki-moon.

Ai lavori a Marrakech è prevista la

partecipazione di oltre 3000 delegati,

tra cui 43 capi di stato.

Mentre prosegue l’avanzata delle forze irachene su Mosul

Offensiva contro Raqqa

Forze irachene avanzano da sud verso Mosul (Reuters)

dell’Eufrate” scelto dalla Turchia

per l’operazione che dall’agosto

scorso la vede impegnata nel sostenere

gruppi di ribelli siriani che

combattono sì contro l’Is, ma anche

contro le milizie curde Ypg, maggioritarie

nelle Sdf, che Ankara considera

“t e r ro r i s t e ” in quanto legate

ai separatisti del Pkk turco.

La portavoce ha sottolineato che

all’operazione prendono parte

Alla vigilia del voto per la Casa Bianca

Fine

di una campagna furiosa

di GIUSEPPE FIORENTINO

lla fine è tutto rientrato:

all’immediata vigilia del voto

A per la Casa Bianca, il Federal

Bureau of Investigation (Fbi)

ha fatto sapere che il nuovo filone

delle indagini sulle email di Hillary

Clinton non costituisce materia per

30.000 miliziani. L’inviato

speciale degli Stati

Uniti per la lotta all’Is,

Brett McGurk, ha confermato

l’avvio dell’offensiva,

sottolineando che

Washington fornisce copertura

aerea attraverso

bombardamenti, così come

avvenuto in passato

in occasione di altre operazioni

militari nel nord

della Siria contro i jihadisti.

McGurk ha assicurato

che le autorità statunitensi

sono in contatto con

quelle di Ankara per valutare

la situazione, ma

ritengono che l’iniziativa

contro l’Is nel nord della

Siria debba spettare a

“forze locali”.

Nel frattempo, in Iraq,

per tentare di bloccare

l’avanzata delle truppe

irachene e dei loro alleati, i jihadisti

hanno incendiato 19 campi petroliferi

e, come ha riferito la Bbc, una

nube tossica ha avvolto Mosul e le

zone circostanti. Inoltre, i jihadisti

hanno rivendicato una serie di attentati

che hanno causato almeno 27

morti.

un’incriminazione della candidata

democratica. L’annuncio del direttore

dell’Fbi, James Comey (repubblicano

ma nominato da Obama),

che il 28 ottobre aveva comunicato

con una lettera al Congresso la riapertura

del caso, ha tuttavia creato

ulteriore incertezza in un elettorato

già molto disorientato. Una situazione

che ha anche provocato

grandi oscillazioni nei mercati, grazie

alle quali qualche potente fondo

di investimento avrà visto gonfiarsi

il proprio portafogli.

Ma l’annuncio di nuove indagini

su Hillary Clinton ha ulteriormente

invelenito una campagna elettorale

che anche senza l’iniziativa dell’Fbi

sarebbe passata alla storia per la

sua asprezza. Nessuno tra i politologi

più accreditati ricorda una corsa

alla presidenza statunitense in

cui uno dei candidati abbia minacciato,

come ha fatto Donald

Trump, di intraprendere iniziative

legali a carico del suo concorrente,

in caso di vittoria, o di non riconoscere

l’esito del voto, in caso di

sconfitta. Anche per questo Donald

Trump è stato da molti definito

come un candidato irrituale, roboante

come le sue proposte — tra

le quali la costruzione di un muro

al confine con il Messico per arginare

l’immigrazione e un’inedita alleanza

con la Russia di Putin — e

criticabile per alcuni suoi atteggiamenti

sessisti o canzonatori verso i

portatori di disabilità.

Ma forse è proprio questo suo

essere decisamente al di fuori dei

canoni del politicamente corretto a

rendere il candidato repubblicano

attraente per quella parte dell’elettorato

contraria all’establishment

politico, che sarebbe rappresentato

da Hillary Clinton, ex first lady ed

ex segretario di Stato. C’è una parte

degli Stati Uniti arrabbiata con

la classe dirigente per gli effetti di

una globalizzazione che ha impoverito

zone industriali un tempo

floride e che per questo ascolta con

piacere i proclami protezionistici di

Trump. È in larga misura quella

stessa parte del Paese che teme l’invadenza

dello Stato e che è pronta

a difendere diritti considerati inalienabili,

come il libero possesso

delle armi da fuoco.

Su questa fetta di America, Hillary

Clinton, accreditata dagli ultimi

sondaggi di due o tre punti di

vantaggio, non può davvero sperare

di fare presa, nemmeno pubblicando

i dati sulle presunte evasioni

fiscali milionarie di Trump. La candidata

democratica raccoglierà invece

buona parte del voto femminile,

ispanico e in generale di tutti

quei settori della popolazione che

si sono sentiti minacciati od offesi

dalla retorica del magnate newyorkese.

E probabilmente riceverà il

consenso di una parte della classe

media che potrebbe beneficiare di

una politica fiscale incentrata

sull’aumento delle imposte per i

più ricchi.

Resta poi il capitolo della politica

estera, settore in cui il presidente

degli Stati Uniti gode di maggiore

autonomia rispetto alle questioni

interne, soprattutto se, come

potrebbe accadere anche questa

volta, una parte del Congresso viene

controllata dal partito avverso a

quello dell’inquilino della Casa

Bianca. Se, come accennato,

Trump ha fatto della sua simpatia

per Putin un cavallo di battaglia,

Clinton può vantare un’esp erienza

fuori dal comune. L’«Economist»,

nel suo ultimo editoriale prima del

voto, sottolinea come la candidata

democratica abbia in misura diversa

contribuito al dialogo con Cuba,

all’accordo sul nucleare iraniano e

all’intesa con la Cina per limitare il

surriscaldamento globale. Traguardi

che certo non esauriscono gli

scenari di possibile intervento statunitense.

Ma comunque traguardi

importanti, dai quali una nuova

presidenza potrebbe ripartire.

NOSTRE

INFORMAZIONI

Il Santo Padre ha ricevuto

questa mattina in udienza:

l’Eminentissimo Cardinale

George Pell, Prefetto della

Segreteria per l’Economia;

le Loro Eccellenze i Monsignori:

— Claudio Gugerotti, Arcivescovo

titolare di Ravello,

Nunzio Apostolico in Ucraina;

— Javier Echevarría Rodríguez,

Vescovo titolare di Cilibia,

Prelato della Prelatura

personale dell’Opus Dei.

Il Santo Padre ha accettato

la rinuncia al governo pastorale

dell’Arcidiocesi metropolitana

di Newark (Stati Uniti

d’America), presentata da

Sua Eccellenza Monsignor

John J. Myers.

Provvista di Chiesa

Il Santo Padre ha nominato

Arcivescovo Metropolita

di Newark (Stati Uniti

d’America) Sua Eccellenza

Monsignor Joseph W. Tobin,

C.SS.R., finora Arcivescovo

Metropolita di Indianapolis.

Nomina

di Vescovo Ausiliare

Il Santo Padre ha nominato

Vescovo Ausiliare di Bafoussam

(Camerun) il Reverendo

Monsignor Emmanuel

Dassi Youfang, del clero di

Bafoussam, Membro della

«Communauté de l’Emmanuel»

e Vicario Generale della

medesima Diocesi. Gli è

stata assegnata la Sede titolare

vescovile di Esco.


pagina 2 L’OSSERVATORE ROMANO

lunedì-martedì 7-8 novembre 2016

Bambini tra i migranti soccorsi

negli ultimi salvataggi (Ansa)

May dall’India parla al mondo imprenditoriale

B re x i t

e investimenti

LONDRA, 7. Incrementare gli investimenti

nel Regno Unito anche in fase

di Brexit. È il messaggio che il

primo ministro britannico, Theresa

May, ha lanciato al mondo imprenditoriale

in India, nel suo primo

viaggio ufficiale fuori dall’E u ro p a .

Nel frattempo, sul fronte interno,

ha anche annunciato che il suo governo

a dicembre presenterà il ricorso

sul verdetto dell’Alta corte

che impone il voto parlamentare sul

processo di uscita dall’Ue.

Incontrando il primo ministro indiano,NarendraModi,

Mayhaaffermato

di voler «trasformare la

Gran Bretagna nell’avvocato più

impegnato e appassionato al mondo

del libero scambio». E ha riconosciuto

«l’importanza degli investimenti

indiani nell’economia britannica»

che danno lavoro a oltre

100.000 persone, invitando New

Delhi a fare anche di più «nel momento

in cui Londra è impegnata

nella Brexit».

Sulla stessa lunghezza d’onda,

Modi ha chiesto alla folta delegazione

di imprenditori britannici di

esplorare le opportunità che offre al

mondo dell’industria internazionale

il programma da lui lanciato «Make

in India».

Prima del colloquio ufficiale,

May e Modi si erano ritrovati al

«vertice tecnologico India-Uk»,

svoltosi sempre a Nuova Delhi.

Inaugurando la manifestazione, il

premier indiano aveva incoraggiato

le parti a espandere le loro relazioni

commerciali, visto che «negli ultimi

cinque anni l’ammontare degli

scambi commerciali bilaterali è rimasto

stabile» e considerato che

«l’India è il terzo più importante

investitore in Gran Bretagna, e che

Bulgaria

al ballottaggio

per le elezioni

p re s i d e n z i a l i

SOFIA, 7. Per conoscere il nuovo

presidente della Bulgaria sarà

necessario attendere il ballottaggio

previsto per il prossimo 13

novembre. Nel primo turno di

ieri, a sorpresa, ha vinto il candidato

dell’opposizione, il generale

in congedo Rumen Radev, ex capo

dell’aviazione militare, sostenuto

dal partito socialista.

Radev, stando agli exit poll,

avrebbe sopravanzato Tsetska

Tsacheva, il presidente del parlamento

candidato del partito conservatore

al governo Gerb, data

favorita da tutti i sondaggi. Nessuno

dei due ha tuttavia ottenuto

il 50 per cento dei voti più

uno necessari per l’elezione diretta

al primo turno. Pertanto,

Radev e Tsacheva andranno al

ballottaggio fra una settimana.

In base alle proiezioni della

Gallup international, citate dalla

tv pubblica Bnt, Radev ha ottenuto

il 26,7 per cento delle preferenze,

mentre a Tsacheva è andato

il 22,5 per cento. Un risultato

inatteso, indicano gli analisti

politici, dal momento che tutti

i sondaggi della vigilia elettorale

indicavano un successo al

primo turno della candidata del

partito conservatore al governo.

Al terzo posto, con il 15 per cento

dei voti, si è piazzato il nazionalista

Krasimir Karakachanov. I

candidati in lizza erano ventuno.

Durante la campagna elettorale,

Radev ha proposto di rimuovere

le sanzioni contro la Russia,

pur riconoscendo in pieno l’appartenenza

della Bulgaria alla

Nato e all’Unione europea.

la Gran Bretagna è il principale investitore

del G20 in India».

Intanto, per quanto riguarda il

fronte del dibattito sulla Brexit, tutto

interno alla Gran Bretagna, Theresa

May ha fatto sapere che il suo

governo rispetta l’indipendenza dei

giudici e il verdetto dell’Alta corte,

che impone un voto parlamentare

per avviare il processo di uscita

dall’Ue, ma ha ribadito di avere valide

ragioni per presentare un ricorso

contro tale decisione. « C re d o

nell’indipendenza del nostro sistema

giudiziario — ha detto ai giornalisti

— e la rispetto come rispetto la

libertà della stampa, poiché entrambi

sono importanti e sono pilastri

della nostra democrazia». Successivamente

ha chiarito che il governo

ritiene di avere «forti argomenti legali»

da opporre al verdetto emesso

giovedì scorso, confermando l’intenzione

di «sottoporre questi argomenti

alla Corte suprema» in occasione

del ricorso già previsto per

d i c e m b re .

D all’area dell’opposizione è intervenuto

in queste ore il leader laburista,

Jeremy Corbyn, per tornare

a chiedere al governo di negoziare

con Bruxelles un’uscita che non

precluda al Regno Unito l’accesso

al mercato unico. Corbyn ha sottolineato

che Londra, se necessario,

«potrebbe rivedere alcune pretese

in materia di restrizioni alla libera

circolazione delle persone».

C’è poi la posizione del fronte

promotore del referendum sulla

Brexit: il leader dell’Ukip, Nigel

Farage, si è appellato alla piazza

euroscettica dell’isola, evocando addirittura

lo scenario di «forti proteste

popolari».

I media danno spazio a commenti

su possibili scenari politici. Si

sottolinea che il percorso si farebbe

accidentato per May se la Corte suprema

non dovesse accettare di ribaltare

il verdetto dell’Alta corte.

Alla camera dei comuni la sua maggioranza

può contare su pochi seggi.

E i media sottolineano che i paladini

di una cosiddetta «soft Brexit»,

diversa dalla «hard Brexit»

impostata da May, non sono pochi.

Qualcuno ipotizza anche la carta

delle elezioni anticipate per rafforzare

la maggioranza, ma finora

May ha escluso questa via, pur godendo

al momento del netto favore

nei sondaggi.

Quando si parla di «soft Brexit»

si intende un negoziato che punti a

contenere il più possibile lo strappo

da Bruxelles. L’opposizione, per

esempio, finora ha chiesto al governo

di impegnarsi a negoziare con

l’Unione europea il «mantenimento

dell’accesso dell’industria britannica

al mercato unico». Questo è il primo

punto. Poi, c’è anche la richiesta

di «garanzie sull’intangibilità

delle norme europee a tutela dei lavoratori,

sui temi dell’ambiente e

sul ruolo dei consumatori». Inoltre,

c’è l’invito a «compensare con fondi

pubblici ad hoc eventuali investimenti

esteri perduti». Tutti temi sui

quali si trattando.

Ancora tragedie nel Mediterraneo sulla rotta dei migranti

Morta per proteggere i figli

BRUXELLES, 7. Non si ferma la strage

nel Mediterraneo. Ancora una

volta, accanto al numero delle molte

persone salvate, c’è anche, purtroppo,

il bilancio dei corpi senza vita

recuperati in mare. La nave approdata

questa mattina nel porto di Palermo,

in Sicilia, aveva infatti a bordo

1045 migranti e 10 salme. Tra

queste c’è anche quella di una donna

di 30 anni del Mali, schiacciata a

prua del barcone mentre con il suo

corpo proteggeva i suoi due bambini

di sei e nove anni, come raccontato

dai sopravvissuti.

Rafforzata la cooperazione

Accordi economici

tra Serbia e Cina

RIGA, 7. Il governo della Serbia ha

firmato con la Cina importanti accordi

in campo economico e infrastrutturale.

Accordi che rafforzano

notevolmente i rapporti fra Pechino

e il paese ex jugoslavo, con Belgrado

che punta a porsi come interlocutore

privilegiato del colosso asiatico

nei Balcani e nell’Europa cent

ro r i e n t a l e .

Le due principali intese — siglate

durante il quinto vertice fra Cina e

16 paesi dell’Europa centrorientale e

dei Balcani, che si è concluso ieri a

a Riga, capitale della Lettonia — riguardano

l’abolizione reciproca del

regime dei visti e la costruzione del

primo tratto della nuova linea ferroviaria

ad alta velocità tra Belgrado

e Budapest, capitale dell’Ungheria.

La Serbia — ricordano gli analisti

— è il primo paese europeo a concludere

con la Cina un accordo

sull’abolizione del regime dei visti,

che varrà per soggiorni fino a trenta

giorni. «Ci aspettiamo un gran

numero di turisti e uomini d’affari

cinesi nel nostro paese», ha detto il

primo ministro serbo, Aleksandar

Vučić, commentando con i giornalisti

l’intesa con Pechino.

L’accordo sulla nuova linea ferroviaria

veloce Belgrado-Budapest,

per un ammontare di 319 milioni di

dollari, consentirà di ridurre i tempi

di percorrenza in treno fra le due

capitali, circa 340 chilometri, da ot-

La furia della tromba d’aria che si è abbattuta su Ladispoli alle porte di Roma (Ansa)

I profughi, di varia nazionalità,

sono stati accolti dalla task force

coordinata dalla prefettura di Palermo

con i volontari di Caritas e Croce

rossa. Le forze dell’ordine hanno

già avviato indagini per individuare

gli scafisti. Secondo i testimoni, uno

di loro avrebbe cercato di gettare in

mare il corpo della donna ma è stato

bloccato da alcuni migranti. I

due figli della donna sono inconsolabili

ma in buone condizioni di salute

e si sta cercando di individuare

il fratello della madre che sembra sia

in Italia già da due anni.

to a meno di tre ore. Oltre a Vučić,

al vertice di Riga hanno preso parte

il primo ministro cinese, Li

Keqiang, e i capi di governo di altri

15 paesi della regione balcanica.

La Cina, che ha messo a punto

una linea di credito di 10 miliardi

di dollari a favore di progetti in

Europa centrorientale e nei Balcani,

punta a rafforzare la cooperazione

in particolare nei settori delle infrastrutture

e dell’alta tecnologia.

Leader dell’Eta

arrestato in Francia

MADRID, 7. Fonti del ministero

dell’interno spagnolo hanno confermato

ieri l’arresto — da parte

della polizia francese ad Ascain,

nel sud, vicino al confine con la

Spagna — del leader dell’Eta (Euskadi

Ta Askatasuna), Mikel Irastorza.

Secondo le forze di sicurezza

spagnole, Irastorza era il

massimo esponente del movimento

basco indipendentista ancora

latitante. Il suo fermo è stato possibile

grazie alla collaborazione tra

agenti della direzione generale

C’è anche un altro sbarco da segnalare,

avvenuto nella tarda serata

di ieri: 122 migranti, tra cui 27 donne

e 41 bambini, sono arrivati nel

porto di Roccella Jonica, in Calabria,

dopo essere stati soccorsi sulla

barca a vela su cui viaggiavano.

Sembra siano di nazionalità siriana,

irachena, somala e ucraina.

Intanto, sul piano del dibattito

politico, il ministro degli esteri italiano,

Paolo Gentiloni, e il commissario

europeo per le migrazioni, Dimitris

Avramopoulos, hanno firmato

una lettera aperta, consegnata al

quotidiano «La Repubblica», in cui

tornano a sottolineare l’imp ortanza

di «investire nella pace e nello sviluppo

dell’Africa», che equivale a

«investire anche nella sicurezza e

nella prosperità dei paesi europei».

Nella lettera si ricorda che «entro il

2050 la popolazione dell’Africa raggiungerà

i 2,4 miliardi di persone» e

che «per sfruttare il potenziale positivo

di questo dividendo demografico

senza precedenti» servono «buone

politiche e non chiusure egoistiche».

Il presupposto condiviso da

Gentiloni e da Avramopoulos è che

«l’Europa ha le risorse per favorire

la realizzazione in Africa di infrastrutture

economiche e sociali che riducano

la spinta all’emigrazione».

E si sottolinea la nuova strategia

dell’Ue fondata su partenariati con

vari paesi africani «per migliorare la

gestione dei flussi in funzione della

situazione specifica di ciascun paese

partner», nonché lo stanziamento di

500 milioni di euro per vari progetti

in Niger, Mali, Senegal, Etiopia e

Nigeria. In quest’ottica, Gentiloni e

Avramopoulos annunciano la loro

visita congiunta in Niger, Mali e Senegal

il 10 e 11 novembre.

Conferite 24 lauree nell’università di Camerino

Volontà di ripresa

tra le macerie del terremoto

della sicurezza interna francese e

la guardia civile spagnola.

Nel 2011 l’Eta, che in circa 40

anni di sanguinosa lotta armata ha

provocato la morte di oltre 800

persone, ha annunciato di avere

rinunciato all’uso della violenza,

ma non si è sciolta formalmente.

«L’arresto — ha detto il nuovo ministro

degli interni, Juan Ignacio

Zoido Álvarez — rappresenta la

perdita della persona incaricata a

gestire l’arsenale che l’Eta ha ancora

in suo possesso».

Due vittime e ingenti danni

per il maltempo nel Lazio

ROMA, 7. Con il conferimento di 24

lauree, l’università di Camerino,

uno dei centri più colpiti dal sisma

nel centro Italia, ha dato un segno

importante di volontà di ripresa. Lo

ha sottolineato il commissario

straordinario alla ricostruzione, Vasco

Errani, che ha preso parte oggi

alla cerimonia nella cittadina delle

M a rc h e .

Di rinascita delle zone terremotate

si è parlato anche a Montecitorio,

dove sicurezza e urgenza sono

state indicate dalla presidente della

camera, Laura Boldrini, come parole

chiave in apertura della sessione

dedicata ai sindaci italiani. Boldrini

ha sottolineato che «la messa in sicurezza

del territorio italiano è la

vera grande opera pubblica di cui

ha bisogno l’Italia». All’i n c o n t ro

erano presenti 600 primi cittadini,

tra i quali quelli dei comuni più

colpiti dal sisma, che hanno ribadito

la richiesta di essere alleggeriti

più possibile dai lacci della burocrazia

nelle azioni di intervento sul

territorio.

Al momento è il maltempo ad

aggravare la situazione nelle zone

colpite dal sisma, dove nelle ultime

ore è piovuto e si è registrato un

forte vento.

Ma tra le emergenze c’è anche

quella di difendere il patrimonio artistico:

i carabinieri stanno indagando

sul furto dalla chiesa di Nottoria,

un borgo nei pressi di Norcia

quasi cancellato dal sisma, del

«perdono di Assisi», tela del pittore

francese Jean Lhomme, datata 1631,

ben nota agli storici dell’arte. Il dipinto

è stato portato via presumibilmente

da persone esperte.

E proprio per fronteggiare episodi

di sciacallaggio da oggi anche

l’esercito schiererà proprio personale

militare accanto alle forze dell’ordine

nei pattugliamenti.

ROMA, 7. Una tromba d’aria ha flagellato ieri

pomeriggio l’area nord di Roma, causando

due vittime e diversi feriti. Ladispoli, sul litorale,

e Cesano vicino al lago di Bracciano, sono

state le zone più colpite.

Le vittime sono un indiano e un pensionato.

Il primo, un giovane di 25 anni, è stato colpito

da un cornicione che si è staccato in via Ancona

a Ladispoli, mentre il secondo, un ex maresciallo

dell’esercito di 74 anni, è morto schiacciato

da un albero a Cesano.

Quello che rimane dopo il passaggio della

violenta tromba d’aria è uno scenario di distruzione.

Decine gli interventi di soccorso effettuati

a seguito delle richieste arrivate ai centralini

di emergenza.

A Ladispoli è rimasta gravemente danneggiata

la caserma dei carabinieri e una palazzina

è stata letteralmente sventrata dalla forza del

vento. Danni si sono avuti anche alla linea

elettrica della stazione ferroviaria e i binari sono

stati ostruiti da alberi sradicati. Il traffico

dei treni è stato sospeso per circa un’ora e poi

parzialmente riattivato.

A Roma oltre 70 gli alberi caduti. In diverse

zone sono stati segnalati allagamenti e disagi

per rami caduti. Allagamenti anche a Roma

sud, da via Laurentina a via Cristoforo Colombo,

a via Ostiense.

L’OSSERVATORE ROMANO

GIORNALE QUOTIDIANO

Unicuique suum

Città del Vaticano

o r n e t @ o s s ro m .v a

w w w. o s s e r v a t o re ro m a n o .v a

POLITICO RELIGIOSO

Non praevalebunt

GI O VA N N I MARIA VIAN

direttore responsabile

Giuseppe Fiorentino

v i c e d i re t t o re

Piero Di Domenicantonio

cap oredattore

Gaetano Vallini

segretario di redazione

Servizio vaticano: vaticano@ossrom.va

Servizio internazionale: internazionale@ossrom.va

Servizio culturale: cultura@ossrom.va

Servizio religioso: religione@ossrom.va

Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998

photo@ossrom.va w w w. p h o t o .v a

Segreteria di redazione

telefono 06 698 83461, 06 698 84442

fax 06 698 83675

s e g re t e r i a @ o s s ro m .v a

Tipografia Vaticana

Editrice L’Osservatore Romano

don Sergio Pellini S.D.B.

direttore generale

Tariffe di abbonamento

Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198

Europa: € 410; $ 605

Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665

America Nord, Oceania: € 500; $ 740

Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30):

telefono 06 698 99480, 06 698 99483

fax 06 69885164, 06 698 82818,

info@ossrom.va d i f f u s i o n e @ o s s ro m .v a

Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675

Concessionaria di pubblicità

Il Sole 24 Ore S.p.A.

System Comunicazione Pubblicitaria

Ivan Ranza, direttore generale

Sede legale

Via Monte Rosa 91, 20149 Milano

telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214

s e g re t e r i a d i re z i o n e s y s t e m @ i l s o l e 24 o re . c o m

Aziende promotrici della diffusione

Intesa San Paolo

Ospedale Pediatrico Bambino Gesù

Società Cattolica di Assicurazione

Credito Valtellinese


lunedì-martedì 7-8 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 3

Nuovi spazi

di fiducia

e di dialogo

a Caracas

CARACAS, 7. Si aprono in Venezuela

nuovi spiragli di dialogo tra

governo e opposizione. Il segretario

generale dell’Unione delle nazioni

sudamericane (Unasur), Ernesto

Samper, in una lettera inviata

venerdì scorso a governo e opposizione

esorta le parti a non abbandonare

il dialogo politico, che

ha avuto inizio la settimana scorsa,

affermando che il superamento

delle difficoltà in cui versa il paese

— alle prese da mesi con una grave

crisi economica, politica e istituzionale

— sarà possibile solo se

si darà priorità al dialogo.

Tuttavia Samper ha invitato le

parti a non creare false aspettative

sui risultati di questo processo.

Inoltre, facendo riferimento al

prossimo incontro tra il governo

di Nicolás Maduro e opposizione,

prevista a Caracas per l’11 novembre,

il segretario generale dell’Unasur

ha sottolineato che si

stanno costruendo spazi di fiducia

e di dialogo per poter successivamente

affrontare i temi fondamentali.

A sua volta, il vicesegretario di

stato americano, Thomas Shannon,

al ritorno la settimana scorsa

da una visita di quattro giorni a

Caracas, rispondendo ad alcune

domande dei giornalisti sul dialogo

aveva sottolineato che «si tratta

di un processo fragile ma molto

importante», perché «rappresenta

la migliore opportunità per trovare

una via d’uscita all’impasse attuale».

L’opposizione venezuelana ha

risposto ieri all’esortazione del segretario

generale dell’Unasur tramite

una missiva firmata dal segretario

generale del Tavolo

dell’Unità nazionale (Mud), Jesus

Torrealba, in cui si sottolinea che

«il ruolo di coloro che dall’esterno

accompagnano in buona fede questo

processo non è quello di qualificare

come “v e ro ” o “falso” questa

o quella aspettativa, ma di aiutare

i venezuelani a creare le condizioni

affinché sia il popolo a decidere,

attraverso il voto, quale aspettativa

si dovrà compiere». Torrealba

ha aggiunto che «fortunatamente

il ruolo fondamentale svolto

ora dal Vaticano nel processo

di aiuto e accompagnamento nel

conflitto venezuelano ci permette

di mantenere un cauto ottimismo

sulle possibilità di questo imminente

processo di dialogo nazionale».

Violenti combattimenti

nello Yemen

Tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump

Rettilineo finale

verso la Casa Bianca

WASHINGTON, 7. La corsa per la Casa

Bianca è approdata al rettilineo

finale. Domani 8 novembre gli statunitensi

si recheranno alle urne per

scegliere il loro presidente per i

prossimi quattro anni.

Ora si gioca l’ultima sfida tra la

candidata democratica, Hillary Clinton,

e il suo rivale, il repubblicano

Donald Trump, dopo mesi di una

turbolenta e agguerrita campagna

elettorale in tutto il paese. I due

candidati nelle ventiquattro ore finali

saranno in alcuni stati-chiave per

conquistare gli ultimi elettori.

Clinton, avanti nei sondaggi nazionali,

è data per favorita, mentre

con il passare delle ore le probabilità

per Trump sembrano ridursi. In

questo ha giocato un ruolo fondamentale

la “november surprise” ossia

la decisione dell’Fbi, a meno di 48

ore dal voto, di scagionare completamente

la Clinton dagli sviluppi

sull’emailgate, lo scandalo riaperto

dai federali a undici giorni dalle elezioni

senza alcun elemento concreto

in mano. La candidata democratica

è salita sul palco della città dell’Ohio

poco dopo che il direttore

dell’Fbi, James Comey, per la seconda

volta, l’ha assolta per la vicenda

del Mailgate. Tuttavia nel suo discorso

non ha fatto nessun riferimento

alla vicenda, ma ha voluto

sottolineare un messaggio di unità e

atteggiamento positivo in contrasto

con «l’America buia che emerge dalla

visione» di Trump. Quindi, per la

Clinton, dopo la “october surprise”

che l'aveva fatta precipitare nei sondaggi,

si è aperto un nuovo spiraglio

di ottimismo. Oggi si prepara a concludere

la campagna con un maxi

evento. Tra i suoi ospiti personaggi

di grande calibro. A Philadelphia e

in Pennsylvanya, uno degli stati in

bilico, insieme a lei saliranno sul

palco il presidente Barack Obama,

la first lady Michelle, il marito Bill,

la figlia Chelsea, e Bruce Springsteen.

Prima di Philadelphia, Hillary

sarà in altri due stati incerti. La

North Carolina (15 grandi elettori

sui 270 necessari per conquistare la

Casa Bianca) e poi in Michigan (16

grandi elettori). Qui interverrà anche

Obama.

L’opposizione contesta il voto non monitorato internazionalmente

Ortega rieletto

presidente del Nicaragua

MA N A G UA , 7. Il presidente Daniel

Ortega ha ottenuto un nuovo mandato,

il terzo consecutivo, e questa

volta insieme alla consorte, Rosario

Murillo, come vicepresidente. Come

ha annunciato la commissione

elettorale, Ortega ha infatti vinto le

elezioni presidenziali che si sono

svolte ieri in Nicaragua e che l’opposizione

ha definito una farsa.

Il presidente della commissione

elettorale, Roberto Rivas, ha riferito

che finora sono stati scrutinati circa

due terzi dei voti e che di questi

Ortega ha ottenuto il 71 per cento,

SANA’A, 7. Nonostante gli sforzi

delle Nazioni Unite per trovare

un’intesa che permetta di rilanciare

il dialogo tra i belligeranti nello Yemen

non si fermano i combattimenti

tra le forze del presidente Abd

Rabbo Manosur Hadi, riconosciuto

dalla comunità internazionale e sostenuto

da una coalizione guidata

dall’Arabia Saudita, e i ribelli huthi.

Quattro ribelli e sei soldati lealisti,

tra cui un generale, sono rimasti

uccisi negli scontri a nord e nel

centro del paese. Il generale lealista,

Yahia Khayati, ha reso noto

una fonte militare, è morto in un

ospedale saudita dove era stato trasportato

dopo essere rimasto gravemente

ferito nella provincia di Hajja,

vicino alla frontiera saudita.

E, intanto, un’organizzazione di

difesa dei diritti umani yemenita ha

denunciato ieri che nei combattimenti

in corso nella città meridionale

di Taiz vengono compiuti crimini

di guerra contro centinaia di

civili. L’organizzazione Mwatana

parla di sistematiche uccisioni e ferimenti

di uomini, donne e bambini

non combattenti nella terza più

grande città dello Yemen. I ribelli

huthi assediano Taiz dallo scorso

marzo e i residenti affermano che

più di 1600 civili sono stati uccisi

nel corso dei combattimenti.

Il conflitto — spesso dimenticato

dai media internazionali — sta devastando

l’intero paese, già uno dei

più poveri dell’area. Oltre 7000

morti, 35.000 feriti, tre milioni di

sfollati, abusi, crimini di guerra.

«Una catastrofe umanitaria senza

precedenti» ha detto recentemente

il vice segretario per gli affari umanitari

delle Nazioni Unite, Stephen

O’Brien. La popolazione è priva di

cibo, medicine, acqua e carburante.

Elettori in fila in un seggio a Managua (Ap)

sbaragliando gli altri cinque candidati,

peraltro poco noti.

L’ex comandante sandinista, uno

dei capi della guerriglia che combattè

il regime di Anastasio Somoza

negli anni settanta e che compie 71

anni l’11 novembre, è dunque il vincitore

di queste elezioni. Indignata

l’opposizione, che ha denunciato

l’involuzione, quasi dinastica, del

sistema istituzionale, e contestato

l’assenza degli osservatori dell’O r-

ganizzazione degli stati americani e

dell’Unione europea, che così non

hanno potuto monitorare la consultazione.

Trump, che ha affermato che la

Clinton «è protetta da un sistema

corrotto», andrà in Florida (statochiave

con 29 grandi elettori), North

Carolina, Pennsylvanya (20 voti),

New Hampshire (4 voti) e, per chiudere,

in Michigan. Entrambi i candidati

attenderanno martedì l’esito del

voto a New York.

In questa fase finale non sono

mancanti ulteriori colpi di scena.

Donald Trump al comizio di Reno,

in Nevada, è stato improvvisamente

trascinato via dal palco dagli agenti

del Secret Service. L’episodio ha fatto

scatenare una polemica sui media,

perché alcuni fedelissimi dell’entourage

del candidato, su Twitter e altri

social media, subito dopo l’incidente

hanno cavalcato l’ipotesi di un possibile

attentato. Una ipotesi presto

smentita dagli investigatori e dalle

forze dell’ordine, che non hanno trovato

sul posto alcuna arma da fuoco.

Si sarebbe trattato, come spiegato

dallo stesso Secret Service, di un

giovane contestatore che tentava di

esporre un cartello.

Il partito filo-curdo boicotta

il parlamento turco

AN KA R A , 7. Dopo l’arresto di nove

suoi deputati, tra cui i leader Selahattin

Demirtaş e Figen Yüksekdağ,

il partito filo-curdo Hdp ha

deciso di boicottare i lavori del parlamento

turco. Per protestare contro

i recenti arresti, i parlamentari dell’Hdp

non parteciperanno sia alle

sedute in aula che a quelle in commissione

nell’assemblea di Ankara.

Nelle elezioni legislative del giugno

2015, l’Hdp ha superato l’alta

soglia di sbarramento del 10 per

cent, riuscendo a entrare per la prima

volta in parlamento e diventando

la terza forza politica. Per decidere i

prossimi passi, hanno fatto sapere

fonti del partito filo-curdo riprese

dalle agenzie di stampa internazionali,

«ci saranno consultazioni con il

popolo in tutto il paese». Nel frattempo,

il gruppo parlamentare continuerà

comunque a riunirsi.

Da parte dell’esercito nigeriano nel sud-est

Operazioni contro Boko Haram

ABUJA, 7. Almeno ottantacinque

persone, soprattutto donne e bambini,

sono state tratte in salvo ieri dai

soldati nigeriani, che hanno ripreso

il controllo delle città di Chukungudu,

Geram e Bulankassa, confinanti

con il lago Ciad, da mesi sotto il

controllo dei terroristi islamisti del

gruppo di Boko Haram. Lo ha reso

noto un portavoce dell’esercito, aggiungendo

che negli scontri a fuoco

cinque ribelli e un soldato sono rimasti

uccisi. Nel corso della vasta

operazione, le truppe hanno anche

scoperto una fabbrica di esplosivi e

recuperato varie bombe, giubbotti

esplosivi, moto e auto. Tutto materiale

che i jihadisti utilizzano quasi

quotidianamente per perpetrare attentati

e violenze varie.

Ben diversa la sorte toccata a

quattro donne, barbaramente uccise

in un villaggio del nord-est. In base

al dettagliato racconto del portale di

notizie Jeune Afrique, le vittime —

tra i 27 e i 45 anni — sono state raggiunte

nelle proprie case da una

quindicina di miliziani e sgozzate a

sangue freddo perché i loro mariti si

sarebbero rifiutati di unirsi alle file

del terrorismo jihadisti. I quattro

uomini sono inoltre sospettati di lavorare

come informatori per le autorità

locali.

Poche ore prima, l’esercito di

Abuja ha annunciato che una delle

studentesse rapite due anni fa a

Chibok dai miliziani islamisti di

Boko Haram è stata ritrovata insieme

al figlio di 10 mesi. Secondo

La decisione dell’Hdp — rilevano

gli analisti politici — scatena nuovi

allarmi sulla situazione in Turchia,

dopo che già l’Unione europa aveva

parlato di «democrazia compromessa»

con l’arresto dei deputati curdi,

accusati di presunti legami con il

partito del lavoratori del Kurdistan,

(Pkk), fuorilegge in Turchia.

Dopo l’annuncio del boicottaggio,

il premier, Binali Yildirim, ha invitato

l’Hdp a fare marcia indietro. «Venite

in parlamento e dite quello che

volete, ma nessun politico può abusare

della sua posizione per proteggere

il terrorismo», del Pkk, ha dichiarato

il primo ministro.

Stamani, intanto, è iniziata la prima

udienza del processo per la strage

di Ankara del 10 ottobre del 2015,

quando un doppio attacco suicida

attribuito al cosiddetto stato islamico

(Is) provocò oltre 100 morti durante

un corteo pacifista curdo.

quanto riporta l’emittente Bbc, la

ragazza è stata ritrovata a Pulka, vicino

alla città di Gwoza, nello stato

settentrionale di Borno. Nella zona

— che separa la Nigeria dal Camerun

— i soldati tengono sotto controllo

la foresta di Sambisa, dove i

miliziani hanno una loro base.

La notizia del ritrovamento della

giovane e del suo bambino giunge a

circa un mese di distanza dalla liberazione

di altre ventuno ragazze, a

seguito di una lunga e delicata trattativa

con Boko Haram condotta

dalla Croce rossa internazionale e

dal governo della Svizzera.

Fino ad allora, si era avuta conferma

del rilascio di una sola studentessa,

una ragazza di 19 anni. In

tutto, furono oltre 270 le studentesse

sequestrate dal gruppo islamista nella

città nordorientale di Chibok,

nell’aprile del 2014. Oltre 50 ragazze

riuscirono a fuggire il giorno successivo

alla cattura, ma di tante altre

non si hanno più notizie da mesi. Il

governo nigeriano si è detto fiduciosi

di arrivare a breve alla liberazione

di tutti gli ostaggi.

Sanguinoso attentato suicida

a Mogadiscio

MO GADISCIO, 7. Non conosce sosta

la violenza degli estremisti di

Al Shabaab a Mogadiscio, capitale

della Somalia, polveriera di instabilità

per tutto il Corno d’Africa.

Un attentatore suicida a bordo

di un’autovettura imbottita di

esplosivo si è fatto saltare ieri in

aria nei pressi di un convoglio militare

vicino alla sede del parlamento.

Lo hanno reso noto fonti

della polizia riprese dall’agenzia di

stampa Afp, precisando che la potente

deflagrazione ha provocato

la morte di due soldati e numerosi

feriti, anche civili, alcuni dei quali

sono stati ricoverati in ospedale in

gravi condizioni.

L’attentatore ha colpito i soldati

che transitavano sull’imp ortante

svincolo stradale di Sayidka della

capitale e subito dopo, raccontano

testimoni oculari, enormi nuvole

di fumo si sono levate nel cielo.

Secondo il capitano della polizia,

Mohamed Hussein, l’attentatore

suicida intendeva causare un

Spari sulla folla

a Juba

numero di vittime molto più alto,

ma ha fallito l’obiettivo perché ha

centrato solo uno dei veicoli del

convoglio militare.

I fondamentalisti del gruppo

terroristico di Al Shabaab — che,

secondo le ultime stime, conta attualmente

tra i 7000 e i 9000 combattenti

— hanno rivendicato poco

ore dopo l’attentato. I terroristi

hanno già più volte colpito quest’anno

a Mogadiscio, mentre gran

parte del territorio somalo continua

a essere devastato da sanguinose

attacchi della guerriglia e violenze,

che hanno causato mezzo

milione di morti.

Ripetute violenze che, di fatto,

non si sono mai interrotte dall’intervento

internazionale del 1991 e

che rischiano di mettere a repentaglio

il già fragile equilibrio e il futuro

democratico del paese africano,

alle soglie delle elezioni presidenziali,

in programma tra dicembre

e l’inizio del prossimo anno.

JUBA, 7. Almeno 11 persone sono

morte dopo che un uomo non

identificato ha sparato a raffica

contro una piccola folla radunata

in un sobborgo della capitale sudsudanese

Juba per vedere in televisione

una partita di calcio della

premier league britannica. Lo riferisce

l’emittente Bbc, citando media

locali, secondo i quali «l’assassino

è fuggito nonostante la pronta

risposta delle forze di sicurezza».

Altre sedici persone sono rimaste

ferite. La polizia ha aperto

un’inchiesta. La strage è avvenuta

a Gure, sobborgo di Juba.

Il paese africano è in pieno caos

da mesi, dopo i sanguinosi scontri

a fuoco tra i sostenitori del presidente,

Salva Kiir, e i miliziani

dell’ex capo dei ribelli (e per breve

tempo vice presidente) Riek Machar.

Quest’ultimo si trova attualmente

in Sud Africa.


pagina 4 lunedì-martedì 7-8 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO lunedì-martedì 7-8 novembre 2016 pagina 5

«Vi chiedo di continuare ad aprire strade

e a lottare» perché «questo nostro dialogo,

che si aggiunge agli sforzi di tanti milioni

di persone che lavorano quotidianamente

per la giustizia in tutto il mondo, sta

mettendo radici». È l’esortazione rivolta

da Papa Francesco ai partecipanti al terzo

incontro mondiale dei movimenti popolari,

ricevuti in udienza nell’Aula Paolo VI,

nel pomeriggio di sabato 5 novembre.

Fratelli e sorelle buon pomeriggio!

In questo nostro terzo incontro esprimiamo

la stessa sete, la sete di giustizia, lo

stesso grido: terra, casa e lavoro per tutti.

Ringrazio i delegati che sono venuti

dalle periferie urbane, rurali e industriali

dei cinque continenti, più di 60 Paesi, che

sono venuti per discutere ancora una volta

su come difendere questi diritti che radunano.

Grazie ai Vescovi che sono venuti

ad accompagnarvi. Grazie alle migliaia

di italiani ed europei che si sono uniti oggi

al termine di questo incontro. Grazie

agli osservatori e ai giovani impegnati

nella vita pubblica che sono venuti con

umiltà ad ascoltare ed imparare. Quanta

speranza ho nei giovani! Ringrazio anche

Lei, Cardinale Turkson, per il lavoro che

avete fatto nel Dicastero; e vorrei anche

ricordare il contributo dell’ex Presidente

uruguaiano José Mujica che è presente.

Nel nostro ultimo incontro, in Bolivia,

con maggioranza di latinoamericani, abbiamo

parlato della necessità di un cambiamento

perché la vita sia degna, un

cambiamento di strutture; inoltre di come

voi, i movimenti popolari, siete seminatori

di cambiamento, promotori di un p ro -

cesso in cui convergono milioni di piccole

e grandi azioni concatenate in modo creativo,

come in una poesia; per questo ho

voluto chiamarvi “poeti sociali”; e abbiamo

anche elencato alcuni compiti imprescindibili

per camminare verso un’alternativa

umana di fronte alla globalizzazione

dell’indifferenza: 1. mettere l’economia al

servizio dei popoli; 2. costruire la pace e

la giustizia; 3. difendere la Madre Terra.

Quel giorno, con la voce di una “carton

e ra ” e di un contadino, vennero letti, alla

conclusione, i dieci punti di Santa Cruz

de la Sierra, dove la parola cambiamento

era carica di gran contenuto, era legata

alle cose fondamentali che voi rivendicate:

lavoro dignitoso per quanti sono

esclusi dal mercato del lavoro; terra per i

contadini e le popolazioni indigene; abitazioni

per le famiglie senza tetto; integrazione

urbana per i quartieri popolari;

eliminazione della discriminazione, della

violenza contro le donne e delle nuove

forme di schiavitù; la fine di tutte le guerre,

del crimine organizzato e della repressione;

libertà di espressione e di comunicazione

democratica; scienza e tecnologia

al servizio dei popoli. Abbiamo ascoltato

anche come vi siete impegnati ad abbracciare

un progetto di vita che respinga il

consumismo e recuperi la solidarietà,

l’amore tra di noi e il rispetto per la natura

come valori essenziali. È la felicità di

“vivere bene” ciò che voi reclamate, la

“vita buona”, e non quell’ideale egoista

che ingannevolmente inverte le parole e

propone la “bella vita”.

Noi che oggi siamo qui, di origini, credenze

e idee diverse, potremmo non essere

d’accordo su tutto, sicuramente la pensiamo

diversamente su molte cose, ma

certamente siamo d’accordo

su questi

punti.

Ho saputo anche di incontri e laboratori

tenuti in diversi Paesi, dove si sono

moltiplicati i dibattiti alla luce della realtà

di ogni comunità. Questo è molto importante

perché le soluzioni reali alle problematiche

attuali non verranno fuori da

una, tre o mille conferenze: devono essere

frutto di un discernimento collettivo che

maturi nei territori insieme con i fratelli,

un discernimento che diventa azione trasformatrice

“secondo i luoghi, i tempi e le

p ersone”, come diceva sant’Ignazio. Altrimenti,

corriamo il rischio delle astrazioni,

di «certi nominalismi dichiarazionisti (slogans)

che sono belle frasi ma che non riescono

a sostenere la vita delle nostre comunità»

(Lettera al Presidente della Pontificia

Commissione per l’America Latina, 19

marzo 2016). Sono slogan! Il colonialismo

ideologico globalizzante cerca di imporre

ricette sovraculturali che non rispettano

l’identità dei popoli. Voi andate su

un’altra strada che è, allo stesso tempo,

locale e universale. Una strada che mi ricorda

come Gesù chiese di organizzare la

folla in gruppi di cinquanta per distribuire

il pane (cfr. Omelia nella Solennità del

Corpus Domini, Buenos Aires, 12 giugno

2004).

Poco fa abbiamo potuto vedere il video

che avete presentato come conclusione di

questo terzo incontro. Abbiamo visto i

vostri volti nelle discussioni su come affrontare

“la disuguaglianza

che genera

violenza”. Tante proposte, tanta creatività,

tanta speranza nella vostra voce che forse

avrebbe più motivi per lamentarsi, rimanere

bloccata nei conflitti, cadere nella

tentazione del negativo. Eppure guardate

avanti, pensate, discutete,

proponete e

agite. Mi congratulo con voi, vi accompagno

e vi chiedo di continuare ad aprire

strade e a lottare. Questo mi dà forza,

questo ci dà forza. Credo che questo

nostro dialogo, che si aggiunge

agli sforzi di tanti milioni di

persone che lavorano quotidianamente

per la giustizia in tutto

il mondo, sta mettendo radici.

Vorrei toccare alcuni temi più

specifici, che sono quelli che ho

ricevuto da voi e che mi hanno

fatto riflettere e che ora vi riporto,

in questo momento.

1. Il terrore e i muri

Tuttavia, questa germinazione, che

è lenta — quella alla quale mi riferivo

—, che ha i suoi tempi come tutte le

gestazioni, è minacciata dalla velocità

di un meccanismo distruttivo che opera

in senso contrario. Ci sono forze

potenti che possono neutralizzare questo

processo di maturazione di un

cambiamento che sia in grado di spostare

il primato del denaro e mettere

nuovamente al centro l’essere umano,

l’uomo e la donna. Quel “filo invisibile”

di cui abbiamo parlato in Bolivia,

quella struttura ingiusta che collega

tutte le esclusioni che voi soffrite, può

consolidarsi e trasformarsi in una frusta,

una frusta esistenziale che, come

nell’Egitto dell’Antico Testamento,

rende schiavi, ruba la libertà, colpisce

senza misericordia alcuni e minaccia

costantemente altri,

per abbattere

tutti come bestiame fin dove vuole

il denaro divinizzato.

Chi governa allora? Il denaro.

Come governa? Con la frusta della

paura, della disuguaglianza, della

violenza economica, sociale, culturale

e militare che genera sempre

più violenza in una spirale

discendente che sembra non finire

mai. Quanto dolore e quanta

paura! C’è — l’ho detto di recente

— c’è un terrorismo di base che

deriva dal controllo globale del

denaro sulla terra e minaccia l’intera umanità.

Di questo terrorismo di base si alimentano

i terrorismi derivati come il narco-terrorismo,

il terrorismo di stato e

quello che alcuni erroneamente chiamano

terrorismo etnico o religioso. Ma nessun

popolo, nessuna religione è terrorista! È

vero, ci sono piccoli gruppi fondamentalisti

da ogni parte. Ma il terrorismo inizia

quando «hai cacciato via la meraviglia del

creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì

il denaro» (Conferenza stampa nel volo di

ritorno del Viaggio Apostolico in Polonia,

31 luglio 2016). Tale sistema è terroristico.

Quasi cent’anni fa, Pio XI

p re v e d e v a

l’affermarsi di una dittatura economica

globale che chiamò «imperialismo internazionale

del denaro» (Lett. enc. Q u a d ra g e s i -

mo anno, 15 maggio 1931, 109). Sto parlando

dell’anno 1931! L’aula in cui ora ci troviamo

si chiama “Paolo VI”, e fu Paolo VI

che denunciò quasi cinquant’anni fa, la

«nuova forma abusiva di dominio economico

sul piano sociale, culturale e anche

politico» (Lett. ap. Octogesima adveniens,

14 maggio 1971, 44). Anno 1971. Sono parole

dure ma giuste dei miei predecessori

che scrutarono il futuro. La Chiesa e i

profeti dicono, da millenni, quello che

tanto scandalizza che lo ripeta il Papa in

questo tempo in cui tutto ciò raggiunge

espressioni inedite. Tutta la dottrina sociale

della Chiesa e il magistero dei miei

predecessori si ribella contro l’idolo denaro

che regna invece di servire, tiranneggia

e terrorizza l’umanità.

Nessuna tirannia si sostiene senza sfruttare

le nostre paure. Questo è una chiave!

Da qui il fatto che ogni tirannia sia terroristica.

E quando questo terrore, che è

stato seminato nelle periferie con massacri,

saccheggi, oppressione e ingiustizia,

esplode nei centri con diverse forme di

violenza, persino con attentati odiosi e vili,

i cittadini che ancora conservano alcuni

diritti sono tentati dalla falsa sicurezza

dei muri fisici o sociali. Muri che rinchiudono

alcuni ed esiliano altri. Cittadini

murati, terrorizzati, da un lato; esclusi,

esiliati, ancora più terrorizzati, dall’a l t ro .

È questa la vita che Dio nostro Padre

vuole per i suoi figli?

La paura viene alimentata, manipolata...

Perché la paura, oltre ad essere un

buon affare per i mercanti di armi e di

morte, ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge

le nostre difese psicologiche e spirituali,

ci anestetizza di fronte alla sofferenza

degli altri e alla fine ci rende crudeli.

Quando sentiamo che si festeggia la

morte di un giovane che forse ha sbagliato

strada, quando vediamo che si preferisce

la guerra alla pace, quando vediamo

che si diffonde la xenofobia, quando constatiamo

che guadagnano terreno le proposte

intolleranti; dietro questa crudeltà

che sembra massificarsi c’è il freddo soffio

della paura. Vi chiedo di pregare per tutti

coloro che hanno paura, preghiamo che

Dio dia loro coraggio e che in questo anno

della misericordia possa ammorbidire i

nostri cuori. La misericordia non è facile,

non è facile... richiede coraggio. Per questo

Gesù ci dice: «Non abbiate paura»

(Mt 14, 27), perché la misericordia è il miglior

antidoto contro la paura. È molto

meglio degli antidepressivi e degli ansiolitici.

Molto più efficace dei muri, delle inferriate,

degli allarmi e delle armi. Ed è

gratis: è un dono di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutti i muri cadono.

Tutti. Non lasciamoci ingannare. Come

avete detto voi: «Continuiamo a lavorare

per costruire ponti tra i popoli, ponti

che ci permettano di abbattere i muri

dell’esclusione e dello sfruttamento» (Documento

Conclusivo del II

Incontro mondiale

dei movimenti popolari, 11 luglio

2015, Santa Cruz de la Sierra, Bolivia).

Affrontiamo il terrore con l’a m o re .

Il secondo punto che voglio toccare è:

l’Amore e i ponti.

Un giorno come questo, un sabato,

Gesù fece due cose che, ci dice il Vangelo,

affrettarono il complotto per ucciderlo.

Passava con i suoi discepoli per un

campo da semina. I discepoli avevano fame

e mangiarono le spighe. Niente si dice

del “p a d ro n e ” di quel campo... soggiacente

è la destinazione universale dei beni.

Quello che è certo è che, di fronte alla fame,

Gesù ha dato priorità alla dignità dei

figli di Dio su un’interpretazione formalistica,

accomodante e interessata della norma.

Quando i dottori della legge lamentarono

con indignazione ipocrita, Gesù ricordò

loro che Dio vuole amore e non sacrifici,

e spiegò che il sabato è fatto per

l’uomo e non l’uomo per il sabato (cfr.

Mc 2, 27). Affrontò il pensiero ipocrita e

presuntuoso con l’intelligenza umile del

cuore (cfr. Omelia, I Congreso de Evangelización

de la Cultura, Buenos Aires, 3

novembre 2006), che dà sempre la priorità

all’uomo e non accetta che determinate

logiche impediscano la sua libertà di vivere,

amare e servire il prossimo.

E dopo, in quello stesso giorno, Gesù

fece qualcosa di “p eggiore”, qualcosa che

irritò ancora di più gli ipocriti e i superbi

che lo stavano osservando perché cercavano

una scusa per catturarlo. Guarì la mano

atrofizzata di un uomo. La mano, questo

segno tanto forte dell’operare, del lavoro.

Gesù restituì a quell’uomo la capacità

di lavorare e con questo gli restituì la

dignità. Quante mani atrofizzate, quante

persone private della dignità del lavoro!

Perché gli ipocriti, per difendere sistemi

ingiusti, si oppongono a che siano guariti.

A volte penso che quando voi, i poveri

organizzati, vi inventate il vostro lavoro,

creando una

cooperativa, recuperando

una fabbrica fallita, riciclando gli scarti

della società dei consumi, affrontando

l’inclemenza del tempo per vendere in

una piazza, rivendicando un pezzetto di

terra da coltivare per nutrire chi ha fame,

quando fate questo state imitando Gesù,

perché cercate di risanare, anche se solo

un pochino, anche se precariamente, questa

atrofia del sistema socio-economico

imperante che è la disoccupazione. Non

mi stupisce che anche voi a volte siate

sorvegliati o perseguitati, né mi stupisce

che ai superbi non interessi quello che voi

dite.

Gesù che quel sabato rischiò la vita,

perché, dopo che guarì quella mano, fariseiederodiani(cfr.

Mc 3, 6), due partiti

opposti tra loro, che temevano il popolo

e anche l’impero, fecero i loro calcoli e

complottarono per ucciderlo. So che molti

di voi rischiano la vita. So — e lo voglio

ricordare, e la voglio ricordare — che alcuni

non sono qui oggi perché si sono

giocati la vita... Per questo non c’è amore

più grande che dare la vita. Questo ci insegna

Gesù.

Le 3-T, il vostro grido che faccio mio,

ha qualcosa di quella intelligenza umile

ma al tempo stesso forte e risanatrice. Un

progetto-ponte dei popoli

di fronte al

progetto-muro del denaro. Un progetto

che mira allo sviluppo umano integrale.

Alcuni sanno che il nostro amico il Cardinale

Turkson presiede adesso il Dicastero

che porta questo nome: Sviluppo Umano

Integrale. Il contrario dello sviluppo, si

potrebbe dire, è l’atrofia, la paralisi. Dobbiamo

aiutare a guarire il mondo dalla

sua atrofia morale. Questo sistema atrofizzato

è in grado di fornire alcune “p ro -

tesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo:

crescita economica, progressi tecnologici,

maggiore “efficienza” per produrre

cose che si comprano, si usano e si

buttano inglobandoci tutti in una vertiginosa

dinamica dello scarto... Ma questo

mondo non consente lo sviluppo dell’essere

umano nella sua integralità, lo sviluppo

che non si riduce al consumo, che

non si riduce al benessere di pochi, che

include tutti i popoli e le persone nella

pienezza della loro dignità, godendo fraternamente

la meraviglia del creato. Questo

è lo sviluppo di cui abbiamo bisogno:

umano, integrale, rispettoso del creato, di

questa casa comune.

Un altro punto è: Bancarotta e

salvataggio.

Cari fratelli, voglio condividere con voi

alcune riflessioni su altri due temi che, insieme

alle “3-T” e all’ecologia integrale,

sono stati al centro dei vostri dibattiti degli

ultimi giorni e sono centrali in questo

periodo storico.

So che avete dedicato una giornata al

dramma dei migranti, dei rifugiati e degli

sfollati. Cosa fare di fronte a questa tragedia?

Nel Dicastero di cui è responsabile il

Cardinale Turkson c’è una sezione che si

occupa di queste situazioni. Ho deciso

che, almeno per un certo tempo, quella

sezione dipenda direttamente dal Pontefice,

perché questa è una situazione obbrobriosa,

che posso solo descrivere con una

parola che mi venne fuori spontaneamente

a Lampedusa: vergogna.

Lì, come anche a Lesbo, ho potuto

ascoltare da vicino la sofferenza di tante

famiglie espulse dalla loro terra per motivi

economici o violenze di ogni genere,

folle esiliate — l’ho detto di fronte alle autorità

di tutto il mondo — a causa di un

sistema socio-economico ingiusto e delle

guerre che non hanno cercato, che non

hanno creato coloro che oggi soffrono il

doloroso sradicamento dalla loro patria,

ma piuttosto molti di coloro che si rifiutano

di riceverli.

Faccio mie le parole di mio fratello

l’Arcivescovo Hieronymos di Grecia:

«Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo

nei campi profughi è in grado

di riconoscere immediatamente, nella sua

interezza, la “b a n c a ro t t a ” dell’umanità»

(Discorso nel Campo profughi di Moria, Lesbos,

16 aprile 2016). Cosa succede al

mondo di oggi che, quando avviene la

bancarotta di una banca, immediatamente

appaiono somme scandalose per salvarla,

ma quando avviene questa bancarotta

dell’umanità non c’è quasi una millesima

parte per salvare quei fratelli che soffrono

tanto? E così il Mediterraneo è diventato

un cimitero, e non solo il Mediterraneo...

molti cimiteri vicino ai muri, muri macchiati

di sangue innocente. Nei giorni di

questo incontro — lo dite nel video —

quanti sono i morti nel Mediterraneo?

La paura indurisce il cuore e si trasforma

in crudeltà cieca che si rifiuta di vedere

il sangue, il dolore, il volto dell’a l t ro .

Lo ha detto il mio fratello il Patriarca

Bartolomeo: «Chi ha paura di voi non vi

ha guardato negli occhi. Chi ha paura di

voi non ha visto i vostri volti. Chi ha

casa. E anche per affrontare le cause profonde

per cui migliaia di uomini, donne e

bambini vengono espulsi ogni giorno dalla

loro terra natale.

Dare l’esempio e reclamare è un modo

di fare politica, e questo mi porta al secondo

tema che avete dibattuto nel vostro

incontro: il rapporto tra popolo e democrazia.

Un rapporto che dovrebbe essere

naturale e fluido, ma che corre il pericolo

di offuscarsi fino a diventare irriconoscibile.

Il divario tra i popoli e le nostre attuali

forme di democrazia si allarga sempre

più come conseguenza dell’enorme

potere dei gruppi economici e mediatici

che sembrano dominarle.

I movimenti

popolari, lo so, non sono partiti politici e

lasciate che vi dica che, in gran parte, qui

sta la vostra ricchezza, perché esprimete

una forma diversa, dinamica e vitale di

partecipazione sociale alla vita pubblica.

Ma non abbiate paura di entrare nelle

grandi discussioni, nella Politica con la

maiuscola, e cito di nuovo Paolo VI: «La

politica è una maniera esigente — ma non

è la sola — di vivere l’impegno cristiano al

servizio degli altri» (Lett. ap. Octogesima

adveniens, 14 maggio 1971, 46). O questa

frase che ripeto tante volte, e sempre mi

confondo, non so se è di Paolo VI o di

Pio XII: “La politica è una delle forme

più alte della carità, dell’a m o re ”.

re le democrazie che stanno attraversando

una vera crisi. Non cadete nella tentazione

della casella che vi riduce ad attori secondari

o, peggio, a meri amministratori

della miseria esistente. In questi tempi di

paralisi, disorientamento e proposte distruttive,

la partecipazione da protagonisti

dei popoli che cercano il bene comune

può vincere, con l’aiuto di Dio, i falsi

profeti che sfruttano la paura e la disperazione,

che vendono formule magiche di

odio e crudeltà o di un benessere egoistico

e una sicurezza illusoria.

Sappiamo che «finché non si risolveranno

radicalmente i problemi dei poveri,

rinunciando all’autonomia assoluta dei

mercati e della speculazione finanziaria e

aggredendo le cause strutturali della inequità,

non si risolveranno i problemi del

mondo e in definitiva nessun problema.

L’inequità è la radice dei mali sociali»

(Esort. ap. Evangelii gaudium, 202). Per

questo, l’ho detto e lo ripeto, «il futuro

dell’umanità non è solo nelle mani dei

grandi leader, delle grandi potenze e delle

élite. È soprattutto nelle mani dei popoli;

nella loro capacità di organizzarsi ed anche

nelle loro mani che irrigano, con

umiltà e convinzione, questo processo di

cambiamento» (Discorso al II

i n c o n t ro

mondiale dei movimenti popolari, Santa

Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). Anche la

Chiesa può e deve, senza pretendere di

avere il monopolio della verità, pronunciarsi

e agire specialmente davanti a «situazioni

in cui si toccano le piaghe e le

sofferenze drammatiche, e nelle quali sono

coinvolti i valori, l’etica, le scienze sociali

e la fede» (Intervento al vertice di giudici

e magistrati contro il traffico di persone

e il crimine organizzato, Vaticano, 3 giugno

2016). Questo è il primo rischio: il rischio

di lasciarsi incasellare e l’invito a mettersi

nella grande politica.

Il secondo rischio, vi dicevo, è lasciarsi

corrompere. Come la politica non è una

questione dei “p olitici”, la corruzione non

è un vizio esclusivo della politica. C’è

corruzione nella politica, c’è corruzione

nelle imprese, c’è corruzione nei mezzi di

comunicazione, c’è corruzione nelle chiese

e c’è corruzione anche nelle organizzazioni

sociali e nei movimenti popolari. È

giusto dire che c’è una corruzione radicata

in alcuni ambiti della vita economica,

in

particolare nell’attività finanziaria, e

che fa meno notizia della corruzione direttamente

legata all’ambito politico e sociale.

È giusto dire che tante volte si utilizzano

i casi di corruzione con cattive intenzioni.

Ma è anche giusto chiarire che

quanti hanno scelto una vita di servizio

hanno un obbligo ulteriore che si aggiunge

all’onestà con cui qualunque persona

deve agire nella vita. La misura è molto

alta: bisogna vivere la vocazione di servire

con un forte senso di austerità e di umiltà.

Questo vale per i politici ma vale anche

per i dirigenti sociali e per noi pastori.

Ho detto “austerità” e vorrei chiarire a

cosa mi riferisco con la parola austerità,

perché può essere una parola equivoca.

Intendo austerità morale, austerità nel

modo di vivere, austerità nel modo in cui

porto avanti la mia vita, la mia famiglia.

Austerità morale e umana. Perché in campo

più scientifico, scientifico-economico,

se volete, o delle scienze del mercato, austerità

è sinonimo di aggiustamento...

Non mi riferisco a questo, non sto parlando

di questo.

A qualsiasi persona che sia troppo attaccata

alle cose materiali o allo specchio,

a chi ama il denaro, i banchetti esuberanti,

le case sontuose, gli abiti raffinati, le

auto di lusso, consiglierei di capire che

cosa sta succedendo nel suo cuore e di

pregare Dio di liberarlo da questi lacci.

Ma, parafrasando l’ex-presidente latinoamericano

che si trova qui, colui che sia

affezionato a tutte queste cose, per favore,

che non si metta in politica, che non si

metta in un’organizzazione sociale o in

un movimento popolare, perché farebbe

molto danno a sé stesso, al prossimo e

sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso.

E che neanche si metta nel seminario!

Davanti alla tentazione della corruzione,

non c’è miglior rimedio dell’austerità,

questa austerità morale, personale; e praticare

l’austerità è, in più, predicare con

l’esempio. Vi chiedo di non sottovalutare

il valore dell’esempio perché ha più forza

di mille parole, di mille volantini, di mille

“mi piace”, di mille re t w e e t s , di mille video

su youtube. L’esempio di una vita austera

al servizio del prossimo è il modo

migliore per promuovere il bene comune

e il progetto-ponte delle “3-T”. Chiedo a

voi dirigenti di non stancarvi di praticare

questa austerità morale, personale, e chiedo

a tutti di esigere dai dirigenti questa

austerità, che — del resto — li farà essere

molto felici.

Care sorelle e cari fratelli,

la corruzione, la superbia e l’esibizionismo

dei dirigenti aumenta il discredito

collettivo, la sensazione di abbandono e

alimenta il meccanismo della paura che

sostiene questo sistema iniquo.

Vorrei, per concludere, chiedervi di

continuare a contrastare la paura con una

vita di servizio, solidarietà e umiltà in favore

dei popoli e specialmente di quelli

che soffrono. Potrete sbagliare tante volte,

tutti sbagliamo, ma se perseveriamo in

questo cammino, presto o tardi, vedremo

i frutti. E insisto: contro il terrore, il miglior

rimedio è l’amore. L’amore guarisce

tutto. Alcuni sanno che dopo il Sinodo

sulla famiglia ho scritto un documento

che ha per titolo “Amoris laetitia” — la

“gioia dell’a m o re ” — un documento

sull’amore nelle singole famiglie, ma anche

in quell’altra famiglia che è il quartiere,

la comunità, il popolo, l’umanità. Uno

di voi mi ha chiesto di distribuire un fascicolo

che contiene un frammento del

capitolo quarto di questo documento.

Penso che ve lo consegneranno all’uscita.

E quindi con la mia benedizione. Lì ci

sono alcuni “consigli utili” per praticare il

più importante dei comandamenti di

Gesù.

Il Pontefice esorta i movimenti popolari a impegnarsi per contrastare la tirannia del denaro che genera diseguaglianza e violenza

Seminatori di cambiamento

E denuncia la bancarotta dell’umanità che si consuma sulla pelle dei migranti mentre si spendono somme scandalose per salvare le banche

L’unico antidoto

A colloquio con José Mujica

paura non vede i vostri figli. Dimentica

che la dignità e la libertà trascendono la

paura e trascendono la divisione. Dimentica

che la migrazione non è un problema

del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale,

dell’Europa e della Grecia. È un

problema del mondo» (Discorso nel Campo

profughi di Moria, Lesbos, 16 aprile

2016).

È, veramente, un problema del mondo.

Nessuno dovrebbe vedersi costretto a fuggire

dalla propria patria. Ma il male è

doppio quando, davanti a quelle terribili

circostanze, il migrante si vede gettato

nelle grinfie dei trafficanti di persone per

attraversare le frontiere, ed è triplo se arrivando

nella terra in cui si pensava di

trovare un futuro migliore, si viene disprezzati,

sfruttati, e addirittura schiavizzati.

Questo si può vedere in qualunque

angolo di centinaia di città. O semplicemente

non si lasciano entrare.

Chiedo a voi di fare tutto il possibile; e

di non dimenticare mai che anche Gesù,

Maria e Giuseppe sperimentarono la condizione

drammatica dei rifugiati. Vi chiedo

di esercitare

quella solidarietà così

speciale che esiste tra coloro che hanno

sofferto. Voi sapete recuperare fabbriche

dai fallimenti, riciclare ciò che altri gettano,

creare posti di lavoro, coltivare la terra,

costruire abitazioni, integrare quartieri

segregati e reclamare senza sosta come la

vedova del Vangelo che chiede giustizia

insistentemente (cfr. Lc 18, 1-8). Forse con

il vostro esempio e la vostra insistenza, alcuni

Stati e Organizzazioni internazionali

apriranno gli occhi e adotteranno le misure

adeguate per accogliere e integrare pienamente

tutti coloro che, per un motivo o

per un altro, cercano rifugio lontano da

Vorrei sottolineare due rischi che ruotano

attorno al rapporto tra i movimenti

popolari e politica: il rischio di lasciarsi

incasellare e il rischio di lasciarsi corromp

ere.

Primo, non lasciarsi imbrigliare, perché

alcuni dicono: la cooperativa, la mensa,

l’orto agroecologico, le microimprese, il

progetto dei piani assistenziali... fin qui

tutto bene. Finché vi mantenete nella casella

delle “politiche sociali”, finché non

mettete in discussione la politica economica

o la politica con la maiuscola, vi si

tollera. Quell’idea delle politiche sociali

concepite come una politica v e rs o i poveri,

ma mai con i poveri, mai dei poveri e

tanto meno inserita in un progetto che

riunisca i popoli, mi sembra a volte una

specie di carro mascherato per contenere

gli scarti del sistema. Quando voi, dal vostro

attaccamento al territorio, dalla vostra

realtà quotidiana, dal quartiere, dal

locale, dalla organizzazione del lavoro comunitario,

dai rapporti da persona a persona,

osate mettere in discussione le “mac

ro re l a z i o n i ”, quando strillate, quando

gridate, quando pretendete di indicare al

potere una impostazione più integrale, allora

non ci si tollera, non ci si tollera più

tanto perché state uscendo dalla casella,

vi state mettendo sul terreno delle grandi

decisioni che alcuni pretendono di monopolizzare

in piccole caste. Così la democrazia

si atrofizza, diventa un nominalismo,

una formalità, perde rappresentatività,

va disincarnandosi perché lascia fuori

il popolo nella sua lotta quotidiana per la

dignità, nella costruzione del suo destino.

Voi, organizzazioni degli esclusi e tante

organizzazioni di altri settori della società,

siete chiamati a rivitalizzare, a rifonda-

Con una sola lingua

Con il loro bagaglio di storie, segnate spesso da

percorsi accidentati e da piccoli e grandi gesti di

resistenza quotidiana, oltre tremila persone

provenienti da sessanta paesi hanno concluso

nell’Aula Paolo VI il terzo incontro mondiale dei

movimenti popolari e di quelle forme di autoorganizzazione

di coloro che, nelle diverse parti del

mondo, sono vittime della cultura dello scarto. Per il

cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente

del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace,

«questa è la fase dell’azione», basata «sul metodo

della dottrina sociale della Chiesa: vedere-giudicareagire.

La cultura popolare è fatta di incontro e

dialogo; ed è dall’incontro e dal dialogo che nasce la

capacità di costruire alternative al pensiero unico e

alla cultura dello scarto».

«Siamo qui oggi — ha spiegato il porporato — p er

trasformare quest’aula in uno spazio di dialogo, per

renderla ancora più bella con la ricchezza e il calore

del nostro incontro». In apertura di udienza, il

cardinale ha presentato ai delegati l’intervento di

Ndao Moustapha, senegalese che vive a Barcellona e

rappresenta il Sindacato popolare dei venditori

ambulanti. Quindi è stato proiettato il video che

riassume i momenti più significativi di questo terzo

incontro. Poi, in chiusura, le parole di Edilma

Méndez, del Movimento mondiale dei lavoratori

cristiani, che prima di leggere le proposte di azione

per il cambiamento assunte dai movimenti popolari

del mondo in dialogo con Papa Francesco ha

ribadito: «Abbiamo vissuto una nuova pentecoste in

cui le lingue diverse diventavano un’unica lingua:

quella della giustizia, della libertà e della

uguaglianza».

In Amoris laetitia cito un compianto

leader afroamericano, Martin Luther

King, il quale sapeva sempre scegliere

l’amore fraterno persino in mezzo alle

peggiori persecuzioni e umiliazioni. Voglio

ricordarlo oggi

con voi; diceva:

«Quando ti elevi al livello dell’a m o re ,

della sua grande bellezza e potere, l’unica

cosa che cerchi di sconfiggere sono i sistemi

maligni. Le persone che sono intrappolate

da quel sistema le ami, però cerchi

di sconfiggere quel sistema [...] Odio per

odio intensifica solo l’esistenza dell’odio e

del male nell’universo. Se io ti colpisco e

tu mi colpisci, e ti restituisco il colpo e tu

mi restituisci il colpo, e così di seguito, è

evidente che si continua all’infinito. Semplicemente

non finisce mai. Da qualche

parte, qualcuno deve avere un po’

di

buon senso, e quella è la persona forte.

La persona forte è la persona che è capace

di spezzare la catena dell’odio, la catena

del male» (n. 118; Sermone nella chiesa

Battista di Dexter Avenue, Montgomery,

Alabama, 17 novembre 1957). Questo lo

ha detto nel 1957.

Vi ringrazio nuovamente per il vostro

lavoro, per la vostra presenza. Desidero

chiedere a Dio nostro Padre che vi accompagni

e vi benedica, che vi riempia

del suo amore e vi difenda nel cammino

dandovi in abbondanza la forza che ci

mantiene in piedi e ci dà il coraggio per

rompere la catena dell’odio: quella forza è

la speranza. Vi chiedo per favore di pregare

per me, e quelli che non possono

pregare, lo sapete, pensatemi bene e mandatemi

una buona onda. Grazie.

di MARCELO FIGUEROA

«A essere in gioco è il destino

dell’umanità». In un’intervista all’O s-

servatore Romano, José Alberto Mujica

Cordano, già presidente della repubblica

di Uruguay, ha toccato molti

degli argomenti al centro dell’i n c o n t ro

mondiale dei movimenti popolari:

mercato, armamenti, guerre, povertà e

ingiustizie.

Il mondo è in crisi. Cosa pensa dell’impegno

per la costruzione della pace?

Credo che la costruzione della pace

sia un compito permanente e sistematico,

perché l’uomo, nonostante i progressi

della civiltà, non ha saputo

svincolarsi dal ricorso alla guerra come

mezzo per imporre fini politici o

economici, che in ultima istanza sono

sempre all’origine del conflitto. Stando

così le cose, la lotta per la pace è

quasi permanente, perché

è l’unico

antidoto che abbiamo per evitare che

l’uomo faccia uso di tale mezzo. Purtroppo,

contrariamente a quanto sostengono

gli storici, penso che usciremo

dalla preistoria umana solo quando

il flagello della guerra scomparirà

tra noi. E finché non ci riusciremo,

continueremo a restare nella preistoria

dell’umanità. La guerra non ha alcun

senso e, fatto ancora più grave, in

modo diretto o indiretto, è un tacito

castigo per coloro che ne sono meno

responsabili, per coloro che ne hanno

meno colpa. A soffrire di più sono

quelli che non partecipano alla guerra

e che non hanno nulla a che vedere

con essa, ossia le popolazioni civili, i

bambini, gli anziani, i diseredati, che

finiscono col pagare il prezzo più alto,

mentre la gente che la decreta sta

seduta dietro un computer a migliaia

di chilometri di distanza. L’evoluzione

tecnologica, accentuatasi nel tempo,

ci obbliga a capire che la lotta per

la pace è l’unico strumento che abbiamo.

Potremmo anche sembrare pacifisti

o idealisti, ma prepararsi alla guerra

è interrompere il progresso di una

società. L’umanità, sommando le spese

militari mondiali, consuma molti

milioni di dollari al minuto per armarsi;

eppure in molti casi si sente dire

che non ci sono i mezzi per combattere

la fame. Se riuscissimo, non

dico ad abolirle, ma quanto meno a

dimezzarle, ci sarebbero tante risorse

da poter destinare alle grandi questioni

mondiali come la lotta alla povertà

e all’indigenza. Dovremmo investire

risorse nella promozione della vita dei

più deboli, addirittura con strategie

per aumentare la futura richiesta aggregata

nel pianeta, ossia strapparli

alla povertà e inserirli nella domanda.

La religione tacita di oggi è il mercato.

Lei parla di egoismo, di povertà e d’ingiustizia.

Quale influenza ha Papa

Francesco nell’auspicato processo di cambiamento?

Ancora non possiamo misurare i

frutti immediati, perché nella storia

dell’umanità i cambiamenti verranno

dall’uomo stesso o non verranno; e affinché

vengano dall’uomo stesso, l’uomo

deve capire, o per lo meno devono

esistere ampie fasce maggioritarie

che facciano propri questi temi. Perché

le parole di Francesco comincino

a camminare in modo indipendente e

autonomo, si diffondano e si trasformino

in opinione pubblica nel mondo,

occorre dare loro tutto l’app oggio

possibile. A essere in gioco è il destino

dell’umanità e forse anche la continuità

della specie.

Com’è la situazione in America latina?

È cruciale. L’America latina è un

continente molto contraddittorio, probabilmente

è quello che ha ancora il

margine maggiore di risorse vergini e

potenziali, con una riserva di acqua

dolce di carattere strategico; ma è anche

il più ingiusto della terra, quello

dove le ricchezze sono distribuite

peggio. In tutto il continente oggi ci

sono una trentina di persone che possiedono

una fortuna che uguaglia

quella di trecento milioni di latinoamericani

e i cui patrimoni personali

stanno crescendo a un tasso annuale

del 21 per cento, ossia guadagnano

più dell’andamento dei Pil dei Paesi

della regione. Questo dato denota

chiaramente il terribile processo di

concentrazione della ricchezza che si

sta verificando in America latina. Non

a caso l’uomo più ricco del mondo è

un latinoamericano, sebbene il continente

rappresenti solo il dieci per cento

dell’economia mondiale. Io non sono

credente ma nutro ammirazione

politica per la Chiesa cattolica e credo

che le parole di Francesco siano fondamentali

per la regione. Perché il

continente ha bisogno di margini di

unità, che finora non ha avuto, se

vuole esistere nel mondo di oggi.

Uno dei suoi assi di unità, a parte la

lingua, è la sua tradizione cattolica

apostolica romana e Francesco incarna

tutto ciò: per questo lo sento così

vicino.

Lei ha un rapporto personale con il

Pontefice. Che cosa vi unisce?

Credo che, per cammini diversi, entrambi

percepiamo il dramma umano

e le condizioni della tragedia umana

che sta alla base dell’America latina, e

anche del mondo. In questo c’è identificazione.

Io mi identifico con Francesco,

mi identifico anche con tutti

coloro che nella società stanno lottando

perché ci siano pace ed equità nel

mondo, e che a volte seguono altre

credenze e religioni. Abbiamo bisogno

di apertura e di dialogo, per vedere

il dramma dell’ingiustizia che sta

alla base dell’umanità di oggi e che è

doppiamente inaccettabile perché

l’uomo ha, come mai prima nella sua

storia, tutti i mezzi per sradicarla.

L’uomo non ha mai avuto tanto come

ora, lo sviluppo tecnologico oggi è infinito.

Capiamo il

linguaggio della

natura ricorrendo alla scienza e alla

tecnologia. La

felicità dell’umanità

non è un’utopia! E la sensazione di

impotenza e d’ingiustizia dinanzi a

tutto ciò è enorme.


pagina 6 L’OSSERVATORE ROMANO

lunedì-martedì 7-8 novembre 2016

Santi Buglioni, «Seppellire i defunti»

(1528, particolare)

di ROMANO PENNA

A proposito dell’istruzione Ad resurgendum

cum Christo, sul tema del post

mortem e della sepoltura, dal punto

di vista di una teologia biblica, si

possono fare tre semplici considerazioni.

La prima riguarda l’antrop ologia

tipica della fede cristiana. È quanto

mai significativa la definizione, che

il filosofo platonico Celso verso la fine

del II secolo dava dei cristiani, e

che in realtà era un’accusa contro di

loro, e cioè che essi sono filosômatoi,

«amanti del corpo» (in Origene,

Contro Celso, 7, 36); secondo lui, invece,

si può raggiungere Dio soltanto

mediante l’anima. A parte il possibile

significato esclusivamente fisicista

dell’aggettivo, la definizione è

pertinente, come conferma la sentenza

del cristiano Tertulliano di poco

posteriore, secondo cui Caro cardo

salutis, «la carne-corporeità è il cardine

della salvezza» (Sulla risurrezione,

8, 2). In effetti, proprio a livello

di antropologia il versante culturale

tanto ebraico quanto cristiano, che

qui è concorde, si differenzia irrimediabilmente

da quello greco, e la fede

nella risurrezione ne è la riprova

più evidente.

Certo è che secondo la Bibbia il

corpo non corrisponde affatto al

«carcere» di platonica memoria (cfr.

C ra t i l o , 400c), come conferma un

minimo di filologia. Infatti la Bibbia

greca detta dei Settanta impiega ampiamente

il termine sôma, ma per

tradurre ben tredici vocaboli dell’originale

ebraico. Tra di essi, quello

che gli si avvicina di più è bāśā r,

Per vincere

il tabù

della morte

LONDRA, 7. Si chiama «L’arte di

morire bene» ed è il nuovo sito

(www.artofdyingwell.org) promosso

dalla Conferenza episcopale di

Inghilterra e Galles nel quale si

spiega il segreto della buona morte,

quella che si vive a casa, circondati

da parenti e amici, accompagnati

— se possibile e per

chi fosse interessato — da un sacerdote

che incoraggia perché

questo ultimo viaggio sarà il ritorno

a quel Gesù che ci ama da

sempre. Il sito comprende diverse

sezioni, che affrontano argomenti

come «La perdita di una persona

cara», «Occuparsi di chi muore»,

«Parlare della morte» e offre consigli

pratici insieme alle risorse

spirituali sulle quali la Chiesa

conta da secoli.

«Quello che vedo tutti i giorni,

nel mio lavoro, accanto a pazienti

malati terminali — spiega al Sir la

dottoressa Kathryn Mannix, specialista

in cure palliative, che ha

collaborato, da consulente, alla

messa a punto del nuovo sito della

Conferenza episcopale di Inghilterra

e Galles — è la paura di

quello che non si conosce. I progressi

compiuti dalla medicina

fanno sì che vengano ricoverati in

ospedale anche pazienti per i

quali, ormai, non c’è più nulla da

fare. Il risultato — ha aggiunto —

è che si muore quasi sempre in

ospedale e il resto della società

non sa più che cos’è la morte. Sì,

certo, vediamo fini drammatiche

alla televisione o al cinema ma

non si tratta certo della realtà».

Secondo Mannix, sul sito i vescovi

cattolici hanno messo quelle

parole antichissime che, da sempre,

accompagnano nell’ultimo

passaggio della vita e che, ormai,

quasi nessuno pronuncia più fatta

eccezione per chi lavora nelle cure

palliative. «E anche consigli

molto pratici su come sia importante

parlare con i propri cari di

dove si vuole morire e come».

Anche secondo Scott Sinclair,

portavoce di “Marie Curie”, una

delle più importanti charities di

cure palliative del Regno Unito,

«i britannici non amano parlare

di morte e dottori e infermieri

non sono preparati per accompagnare

i pazienti in questo ultimo

viaggio. Il risultato è che molti

arrivano alla morte da soli, anche

se fisicamente circondati da altre

p ersone».

Nell’istruzione «Ad resurgendum cum Christo»

La promessa

data al cristiano

«carne» (non certo nel senso fisiologico

o alimentare), che indica l’uomo

nella sua radicale caducità, sia

pure con sfumature semantiche ampie.

Corrispondentemente manca in

ebraico un vocabolo che indichi, sia

l’anima nel senso platonico di psychē

come componente di un’antrop ologia

bipartita, sia nel senso aristotelico

di noûs come mente razionale. È

ben vero che l’ebraico biblico, mentre

ignora un preciso vocabolo corrispondente

a «corpo» (vivente), conosce

invece cinque vocaboli per dire

«anima», tra cui i termini più

prossimi sono nefeš, «essere vivente,

vita», e rûah, «respiro, spirito»; ma

essi indicano soltanto aspetti diversi

dell’unica condizione umana, il primo

dei quali si contrappone piuttosto

alla morte e il secondo alla carne.

San Paolo afferma che «se noi

abbiamo sperato in Cristo solo per

questa vita, siamo da commiserare

più di tutti gli uomini» (1 Corinzi,

15, 19) Con ciò l’apostolo intendeva

dire, non soltanto che sarebbe da

commiserare chi si consegnasse a un

Cristo incapace di dare un avvenire

alla nostra vita, ma pure che l’appartenenza

a lui non può essere soltanto

di carattere spirituale poiché invece

coinvolge l’intera identità personale

dell’individuo, che comprende

come co-essenziale la sua dimensione

corporea.

In secondo luogo la fede cristiana

comprende la proiezione verso una

futura risurrezione. E questa avrà

luogo, non solo grazie al potere genericamente

vivificante di Dio, ma

soprattutto in virtù della risurrezione

di Gesù Cristo da morte con la forza

dello Spirito santo. La risurrezione

di Gesù fornisce pertanto la promessa,

la garanzia, l’esempio e la primizia

della risurrezione universale, che

perciò può essere considerata come

una «estensione della risurrezione di

Gesù a tutto il genere umano»

(Congregazione per la dottrina della

fede, Lettera su alcune questioni concernenti

l’escatologia, 17 maggio 1979,

n. 2). In modo più specifico, secondo

il quarto vangelo, Gesù in persona

dice di essere «la risurrezione e la

vita» (Giovanni, 11, 25). Va dunque

precisato che la concretezza della risurrezione

finale deriva non soltanto

dalla condivisione di una idea tipica

dell’ebraismo, ma soprattutto

dall’oggettività e dal realismo della

risurrezione di Cristo, come è stata

fin da subito testimoniata dagli apostoli

e trasmessa a tutti i credenti.

Da parte sua, dunque, l’evento

pasquale vissuto da Gesù Cristo implica

una componente di efficacia e

di duplicazione per tutti gli altri

morti. È soprattutto san Paolo a insistere

ripetutamente su questa dimensione

cristologica della risurrezione

finale, non solo per dire che

«ci sarà una risurrezione dei giusti e

degli ingiusti» (Atti degli apostoli, 24,

15), ma soprattutto per affermare che

«colui che ha risuscitato Cristo dai

morti darà la vita anche ai vostri

corpi mortali» perché «egli sia il primogenito

tra molti fratelli» (Romani,

8, 11.29), sicché «egli è principio,

primogenito di quelli che risorgono

dai morti» (Colossesi, 1, 18), e «se

crediamo che Gesù è morto ed è risorto,

così anche Dio per mezzo di

Gesù radunerà con lui coloro che

sono morti» (1 Tessalonicesi, 4, 14).

Soprattutto l’apostolo dedica al tema

l’intero capitolo 15 della prima

lettera ai Corinzi, dove tra l’a l t ro

Il cardinale Nichols sulla pratica delle adozioni forzate in Gran Bretagna tra il 1945 e il 1976

O ccorrevano

compassione e sensibilità

LONDRA, 7. Il presidente della Conferenza

episcopale di Inghilterra e

Galles e arcivescovo di Westminster,

cardinale Vincent Gerard Nichols,

ha chiesto perdono a tutti gli inglesi

per il dolore causato a centinaia di

migliaia di ragazze-madri costrette

ad abbandonare i propri bambini attraverso

la pratica dell’adozione forzata,

usata frequentamente nel periodo

tra il 1945 e il 1976.

Nel corso della registrazione di

un documentario dal titolo «Lo

scandalo delle adozioni in Gran

Bretagna», che dovrebbe andare in

onda il prossimo 9 novembre

sull’emittente britannica I T V, il cardinale

Nichols ha dichiarato che la

condotta delle agenzie per le adozioni

che hanno agito per conto della

Chiesa cattolica in Inghilterra

hanno spesso «mancato di compassione

e di sensibilità. La Chiesa cattolica

comprende e riconosce le sofferenze

causate. Le pratiche di tutte

le agenzie di adozione — ha aggiunto

il presidente della Conferenza

episcopale di Inghilterra e Galles —

riflettono i valori sociali di quel

tempo e, a volte, mancavano perfino

di compassione e sensibilità. Pertanto,

ci scusiamo per il dolore e per il

danno provocato da alcune agenzie

legate a istituti religiosi».

L’avvocato Carolyn Gallwey, si è

rivolta al ministro dell’interno britannico,

Ambra Rudd, chiedendole

di aprire al più presto un’inchiesta.

Nel corso della registrazione del documentario,

l’avvocato Gallwey ha

spiegato che le donne venivano convinte

a non raccontare a nessuno

quanto era loro successo. Ma adesso

— ha proseguito Gallwey — queste

madri hanno il diritto di scoprire

cosa è avvenuto in quegli anni e

l’unico modo per farlo è attraverso

una pubblica inchiesta».

Tra il 1945 e il 1976, si sono verificate

in Gran Bretagna circa mezzo

milione di adozioni, che hanno riguardato

bambini nati da giovani

madri, prese in carico da alcune organizzazioni

religiose legate alla

Chiesa cattolica e alla Comunione

anglicana. Nel 1976, il parlamento

decise di cambiare la legge decidendo

di affidare alle autorità locali la

responsabilità di gestire le adozioni

in Gran Bretagna. Un fenomeno attivo

in quegli anni anche in Irlanda,

dove nel 2014 è stata aperta un’inchiesta

riguardante alcune case di

accoglienza che ospitavano appunto

ragazze-madri.

leggiamo: «Se Cristo non è risuscitato,

allora è vana la nostra predicazione

ed è vana anche la vostra fede.

(...) Ora, invece, Cristo è risuscitato

dai morti, primizia di coloro che sono

morti. Perché, se per mezzo di

un uomo venne la morte, per mezzo

di un uomo verrà anche la risurrezione

dei morti. Come infatti in

Adamo tutti muoiono, così in Cristo

tutti riceveranno la vita. (...) Come

abbiamo portato l’immagine dell’uomo

terreno, così porteremo l’immagine

dell’uomo celeste» (1 Corinzi,

15, 13-14. 20-22. 49).

In terzo luogo, e soprattutto, c’è

un dato che differenzia inevitabilmente

il cristianesimo dalla originaria

e pur condivisa fede ebraica nella

risurrezione, sapendo tra l’altro che

l’ebraismo ortodosso proibisce la

cremazione dei defunti. Si tratta del

fatto che per il cristiano non occorre

aspettare la fine dei tempi o anche

solo la morte individuale per vivere

la comunione con Cristo, poiché

questa comincia già fin d’ora. Lo si

vede preannunciato nelle parole del

Gesù terreno quando si rivolge a chi

vorrebbe seppellire il proprio padre

prima di andare dietro a lui: «Tu seguimi

e lascia che i morti seppelliscano

i loro morti» (Ma t t e o , 8, 22),

come a dire che la morte con la connessa

sepoltura è secondaria rispetto

al personale coinvolgimento della sequela

di Gesù. Ma è soprattutto la

fede pasquale ad accentuare questa

dimensione identitaria del cristiano.

Lo si trova espresso con tutta la

chiarezza possibile nelle lettere di

san Paolo. L’apostolo infatti afferma

che già a partire dal battesimo «siamo

intimamente uniti a lui» (Romani,

6, 5) così da poter dire: «Non sono

più io che vivo ma Cristo vive in

me» (Galati, 2, 20). Altrove si legge

persino che con Cristo non solo

«siete sepolti con lui nel battesimo»,

ma che «con lui siete anche risorti»

(Colossesi, 2, 12), e addirittura che

«Dio ricco di misericordia ci ha risuscitati

e ci ha fatti sedere nei cieli in

Cristo Gesù» (Efesini, 2, 6). Proprio

nelle lettere paoline si parla ripetutamente

del battezzato come «uomo

nuovo» (Efesini, 2, 15; 4, 24). A

monte c’è il discorso sul cristiano come

«nuova creatura» (2 Corinzi, 5,

17; Galati, 6, 15) caratterizzato da

una «novità di vita» (Romani, 6, 4),

che si apre sulla quotidianità di ciascuno.

Proprio questa novità è «la

parte migliore che non sarà tolta»,

come dice Gesù di Maria alla sorella

Aveva 95 anni

La scomparsa

di monsignor

Francesco Ceriotti

VARESE, 7. Si svolgeranno martedì

alle ore 11, nella parrocchia della

Santissima Trinità a Samarate, in

provincia di Varese, i funerali di

monsignor Francesco Ceriotti, storico

direttore dell’Ufficio nazionale

per le comunicazioni sociali

della Conferenza episcopale italiana

(Cei), deceduto sabato scorso

all’età di 95 anni. Nato a Samarate

il 21 aprile 1921, Ceriotti venne

ordinato sacerdote il 29 maggio

1943. Per molti anni svolse il proprio

ministero sacerdotale nella

diocesi di Milano, dove si occupò

anche di cinema e sale parrocchiali.

Negli anni settanta venne chiamato

alla Cei, dove di fatto ha costituito,

e guidato per circa venti

anni, l’Ufficio per le comunicazioni

sociali. È stato, tra l’altro, protagonista

del Progetto culturale,

presidente della fondazione Comunicazione

e cultura, della nascita

dell’agenzia Sir, di Tv2000 — di

cui ha assunto la direzione ad interim

per qualche tempo a 91 anni

compiuti — e di Radio InBlu.

«Don Francesco — ha detto il prefetto

della Segreteria per la Comunicazione,

Dario Edoardo Viganò

— ha vissuto gli anni del

grande impegno della Chiesa nel

mondo del cinema con lo sviluppo,

negli anni Sessanta, delle sale

cattoliche, cercando di muoversi

anche nel dedalo complesso e difficile

della distribuzione». Nel

maggio del 2013 Papa Francesco

gli aveva fatto i suoi personali auguri

per il settantesimo anniversario

di ordinazione sacerdotale.

Marta (Luca, 10, 42). Determinante

resta il riferimento a Gesù Cristo,

poiché solo suo è il «nome nuovo»

dato al cristiano secondo l’Ap o c a l i s s e

(2, 17; 3, 12). E se altrove si legge di

una polemica paolina contro chi sostiene

che «la risurrezione è già avvenuta»

(2 Timoteo, 2, 18), si tratta

solo di una avversione alla tesi gnostica

secondo cui bisognerebbe ritenere

negativa la corporeità per affermare

un puro spiritualismo di stampo

greco; ma rimane ferma la dimensione

reale anche se arcana

dell’uomo “nuovo”, che è tale solo

nella prospettiva della fede oltre che

nella conseguente e coerente condotta

della vita morale.

In conclusione, resta chiara e indiscutibile

la dignità del corpo umano,

che la sepoltura per inumazione evidenzia

maggiormente. Ma è altrettanto

chiaro che la dignità del cristiano

non è riducibile alla sola dimensione

corporea, di cui tuttavia è

indubbio che l’esito finale comporterà

una trasformazione: «È seminato

nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità;

è seminato nella miseria,

risorge nella gloria; è seminato nella

debolezza, risorge nella potenza; è

seminato corpo animale, risorge corpo

spirituale» (1 Corinzi, 15, 42-44).

Il criterio per distinguere il futuro

dal presente non è una semplice riflessione

filosofica — magari anti-platonica

— e tantomeno una mera

prassi esequiale, bensì è il modello

cristologico della risurrezione, sicché

«sia che viviamo sia che moriamo

siamo del Signore» (Romani, 14, 8).

In una parola, non conta soltanto

ciò che si depone nel sepolcro ma

ciò che ne consegue non solo come

oltrepassamento della vita storica,

ma anche, secondo la fede cristiana,

come sua continuità, innovativa sul

piano fisico ma ininterrotta sul piano

spirituale.


Sua Eccellenza Rev.ma Mons. Sergio

Pagano, Prefetto dell’Archivio Segreto

Vaticano, con tutto il personale partecipa

al dolore del Dott. Ambrogio Piazzoni

per la morte della madre

Signora

MARIA

e offre preghiere di suffragio cristiano.


Nella prima mattinata del lunedì 7 novembre

c.a. il Signore ha chiamato a sé

Monsignor

LUIGI GIULIANI

Canonico Vaticano

Sua Eminenza Reverendissima il Signor

Card. Angelo Comastri, Arciprete della

Basilica Papale Vaticana, e i Capitolari

di San Pietro mentre danno l’annuncio

della sua scomparsa e ricordano con

edificazione il Confratello, innalzano al

Signore preghiere di suffragio.

Il Rito Esequiale avrà luogo il mercoledì

9 novembre p.v., alle ore 10, all’Altare

della Cattedra, nella Basilica Papale

Va t i c a n a .


lunedì-martedì 7-8 novembre 2016 L’OSSERVATORE ROMANO

pagina 7

Ministranti d’eccezione

Il Papa ribadisce che la tratta di esseri umani è una moderna forma di schiavitù

Crimine contro l’umanità

Donne e bambini vittime di reti malavitose e di potenti interessi economici

La tratta è «una moderna forma di schiavitù, che viola la dignità,

dono di Dio, in tanti nostri fratelli e sorelle e costituisce un vero

crimine contro l’umanità». Lo ha ribadito Papa Francesco ricevendo

in udienza nella mattina di lunedì 7 novembre, nella Sala

Care sorelle e fratelli,

INDICAZIONI

Accanto ai più deboli

do il cordiale benvenuto a voi che prendete

parte a questa Seconda Assemblea

della Rete Religiosa Europea contro la Tratta

e lo Sfruttamento. Ringrazio Suor Imelda

Poole per le sue gentili parole di saluto

da parte vostra e vi offro i miei più sinceri

auguri perché queste giornate di preghiera,

riflessione e confronto siano fruttuose.

Opportunamente questa vostra Assemblea

ha luogo a Roma durante il Giubileo

Straordinario della Misericordia. In

questo tempo di grazia, tutti noi siamo

invitati ad entrare più profondamente nel

mistero della misericordia di Dio e, come

Le persone che lavorano contro la tratta

di esseri umani sono grate per l’incoraggiamento

e la testimonianza rese da Papa

Francesco. Lo ha detto suor Imelda

Poole, presidente di Renate, nel saluto

rivolto a Francesco all’inizio dell’udienza.

La suora ha sottolineato il valore

dell’impegno del Papa, sin dagli inizi

del pontificato, contro questo fenomeno

drammatico. In particolare, ha ricordato

il convegno sul tema «La tratta delle

persone: la schiavitù moderna. Le persone

indigenti e il messaggio di Gesù Cristo»,

svoltosi il 2 e il 3 novembre, alla

Casina Pio IV in Vaticano.

La religiosa ha rimarcato che il Papa,

portando la gioia di Dio e la compassione,

ha dato molta speranza ai volontari

per continuare la missione a favore delle

vittime di questo crimine, nonostante i

pericoli e le difficoltà. Suor Poole ha riconosciuto

che l’attività pastorale del

Pontefice ha sostenuto la visione di

quanti operano in Renate: ossia, che

ogni persona ha dei diritti naturali che

provengono dalla dignità stessa dell’essere

umano.

Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice

Domenica 13 novembre

Messa celebrata da Papa Francesco

Il 13 novembre 2016, XXXIII D o-

menica del Tempo Ordinario,

in occasione del Giubileo delle

persone socialmente escluse, alle

ore 10, il Santo Padre Francesco

celebrerà la Santa Messa

nella Basilica Vaticana.

Per la circostanza, l’Ufficio

delle Celebrazioni Liturgiche

del Sommo Pontefice comunica

quanto segue:

Chiusura delle porte sante

L’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice

comunica che domenica 13 novembre p.v. sarà effettuata la chiusura

delle porte sante delle basiliche papali nei seguenti orari:

— San Giovanni in Laterano: ore 17.30, santa messa;

— Santa Maria Maggiore: ore 18, santa messa;

— San Paolo fuori le Mura: ore 17, vespri e santa messa.

Città del Vaticano, 7 novembre 2016

Monsignor Guido Marini

Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

Clementina, i partecipanti alla seconda assemblea di Religious in

Europe Networking Against Trafficking and Exploitation (Renate),

la rete delle religiose europee impegnate accanto alle vittime del

traffico di esseri umani.

Potranno concelebrare:

- i Cardinali, i Patriarchi, gli

Arcivescovi e i Vescovi, che si

troveranno, alle ore 9.15, nella

Cappella di San Sebastiano in

Basilica, portando con sé: i

Cardinali e i Patriarchi la mitria

bianca damascata, gli Arcivescovi

e i Vescovi la mitria bianca;

- i Sacerdoti, muniti di apposito

biglietto, rilasciato dal Pontificio

Consiglio per la Promozione

della Nuova Evangelizzazione,

che si troveranno, alle

ore 8.30, al Braccio di Costantino,

portando con sé amitto, camice,

cingolo e stola verde.

Città del Vaticano, 7 novembre

2016

Monsignor Guido Marini

Maestro delle Celebrazioni

Liturgiche Pontificie

il Buon Samaritano, portare il balsamo di

tale misericordia alle tante ferite presenti

nel nostro mondo.

Una delle più dolorose di queste ferite

aperte è la tratta di esseri umani, una moderna

forma di schiavitù, che viola la dignità,

dono di Dio, in tanti nostri fratelli

e sorelle e costituisce un vero crimine contro

l’umanità. Mentre molto è stato fatto

per conoscere la gravità e l’estensione del

fenomeno, molto di più resta da compiere

per innalzare il livello di consapevolezza

nell’opinione pubblica e per stabilire un

migliore coordinamento di sforzi da parte

dei governi, delle autorità giudiziarie, di

quelle legislative e degli operatori sociali.

Come ben sapete, una delle sfide a

questo lavoro di sensibilizzazione, di educazione

e di coordinamento è una certa

indifferenza e persino complicità, una tendenza

da parte di molti a voltarsi dall’altra

parte (cfr. Esort. ap. Evangelii gaudium,

211) mentre potenti interessi economici

e reti criminose sono all’opera. Per

questa ragione esprimo il mio apprezzamento

per il vostro impegno al fine di accrescere

la coscienza sociale circa la dimensione

di questa piaga, che colpisce

specialmente le donne e i bambini. Ma in

modo del tutto speciale vi ringrazio per la

vostra fedele testimonianza al

Vangelo della misericordia,

come è dimostrato dal vostro

impegno nel recupero e nella

riabilitazione delle vittime.

La vostra attività in questo

ambito ci ricorda gli «enormi

e spesso silenziosi sforzi che

sono stati fatti per molti anni

da congregazioni religiose,

specialmente femminili» nel

prendersi cura di coloro che

sono stati feriti nella loro dignità

e segnati dalle loro

esperienze (cfr. Messaggio per

la Giornata Mondiale della

Pace 2015, 5). Penso in modo

particolare al contributo specifico

offerto da donne

nell’accompagnare altre donne

e bambini in un profondo

e personale itinerario di guarigione

e di reintegrazione.

Care amiche e amici, ho fiducia

che la vostra condivisione

di esperienze, di conoscenze

e di competenze contribuirà

in questi giorni ad una più

efficace testimonianza del

Vangelo in una delle grandi

“p eriferie” della nostra società

contemporanea. Affidando voi

e tutti coloro che voi servite

all’amorevole intercessione di

Maria, Madre di Misericordia,

di cuore vi imparto la mia benedizione

come pegno di

gioia e di pace nel Signore.

Mentre assicuro a tutti voi il

mio ricordo nella preghiera, vi

chiedo, per favore, di pregare

per me.

Grazie!

Le nomine di oggi riguardano la Chiesa

in America e in Africa.

Joseph William Tobin

arcivescovo di Newark

(Stati Uniti d’America)

Nato a Detroit, Michigan, il 3 maggio

1952, il 21 agosto 1976 ha emesso la professione

solenne nella congregazione del

Santissimo Redentore. Nel 1975 ha ottenuto

il baccalaureato in filosofia presso

l’Holy Redeemer college a Waterford,

nel Wisconsin; nel 1977 il master of religious

education e nel 1979 il master of

divinity (teologia pastorale) presso il

Mount Saint Alphonsus major seminary

ad Esopus, New York. Ordinato sacerdote

il 1° giugno 1978, è stato vicario

parrocchiale (fino 1984) e poi parroco

(fino al 1990) di Holy Redeemer a Detroit;

vicario episcopale nell’arcidio cesi

(1980-1986), parroco di Saint Alphonsus

a Chicago (1990-1991). Nel 1991 è stato

I dodici ministranti, tutti reclusi nei

penitenziari di Palermo, Brescia e Busto

i testi in inglese e spagnolo. Mentre

Valtin, albanese in carcere a Brescia,

Arsizio, accompagnano con lo alla preghiera dei fedeli ha chiesto,

sguardo Papa Francesco mentre saluta

nove detenuti — tra loro una giovanissima

rom mamma di due bambini —

davanti alla cappella della Pietà, con

la stessa dignità riservata ai capi di

stato. Per fare i ministranti alla messa

celebrata dal Pontefice in San Pietro

domenica 6 novembre, in occasione

del loro giubileo, si sono preparati bene

con i loro cappellani e con i cerimonieri

pontifici. Per fortuna ad allentare

la loro tensione ci pensa Filippo,

il figlio di tre anni di Cristina, educatrice

nella sua lingua, «al Padre di guarire

le ferite dei carcerati». E anche per

Jun Feng, in cella a Bergamo, è stata

«una gioia indescrivibile» pregare in

cinese «per i cristiani perseguitati».

La scelta di Francesco di mettere al

primo posto i detenuti e i loro familiari,

insieme gli agenti della polizia penitenziaria

e ai volontari, è «un segno

che rilancia il valore della dignità di

ogni persona», dichiara al nostro giornale

il ministro della giustizia del governo

italiano, Andrea Orlando. «Alcuni

a Rebibbia, che regala al Papa la

passi compiuti finora — ha riconosciuto

— sarebbero stati impensabili

sua automobilina preferita, strappando

senza il contributo e la spinta del Papa

a tutti un sorriso.

che ha posto proprio la questione del

Ad accompagnare i ministranti ci

rispetto della dignità dei detenuti e

sono quattro diaconi, volontari nelle

della misericordia come cardine del

giubileo». L’impegno, ha assicurato il

ministro, presente in basilica con i

suoi collaboratori, è «arrivare a

una profonda trasformazione della

vita penitenziaria».

Ma non è certo solo la giornata

giubilare per gli italiani. Ci

sono oltre mille detenuti

di altri undici

paesi: Inghilterra,

Lettonia, Madagascar,

Malesia,

carceri di Padova, Salerno, Palermo e

Cuneo. A fare da colonna sonora a

questi incontri personali del Papa prima

della messa sono le voci del coro

Papageno di Bologna, composto da

carcerati della Dozza. Poi, finalmente,

ecco Francesco che si avvicina alla Pietà

per vestire i paramenti liturgici. E i

ministranti non resistono più: vanno

verso il Papa che allarga le braccia per

stringerli in un abbraccio. Sono loro a

porgergli il pastorale, scolpito in legno

d’ulivo «dai nostri “colleghi” di Sanremo:

avevamo visto in tv il Papa impugnarlo

la domenica delle palme».

Tutti e dodici si erano anche preparati

«bei discorsi per l’o ccasione»,

confidano; ma poi a Francesco sono

riusciti a sussurrare solo il proprio nome,

la richiesta di una preghiera per sé

e soprattutto per i propri familiari,

qualche dono e un grazie. «Grazie per

averci dato ascolto e dignità» dice

Giuseppe che, emozionatissimo, non si

è fermato un momento per dare una

mano nella preparazione: insieme ad

altri due detenuti nel carcere milanese

di Opera ha prodotto in un anno seicentomila

particole destinate alle parrocchie.

E nella messa la comunione è

stata fatta proprio con le ostie realizzate

dai tre detenuti, che stanno dando

vita al progetto «il senso del pane».

Non nasconde l’emozione neppure

Sergio, detenuto a Cuneo, che con la

moglie e il figlio ha partecipato all’offertorio.

E fino all’ultimo hanno letto

e riletto le parole da proclamare

all’ambone i detenuti che si sono offerti

volontari per letture e intenzioni

di preghiera. È toccato al nigeriano

Kelly e all’argentino Federico Gonzalo,

in prigione a Busto Arsizio, leggere

Nomine episcopali

Messico, Paesi Bassi, Spagna, Stati

Uniti d’America, Sud Africa, Svezia e

Portogallo. Con l’accento ecumenico

della delegazione luterana svedese.

Tutti insieme hanno varcato la porta

santa, dando vita a una processione

iniziata alle 7 e durata due ore. E così

alle 9 la basilica era stracolma: tutti

pronti ad ascoltare cinque testimoni.

Daniel, romano di diciannove anni, ha

confidato di aver «incontrato la misericordia

in carcere» ed è «pronto a

chiedere perdono alle persone a cui ho

fatto del male». Ciro porta con sé una

condanna all’ergastolo già da venticinque

anni: «Confrontarmi con il dolore

delle vittime mi ha fatto capire ancora

di più il male che ho commesso». Parla

della figlia che non vede crescere. E

anche di dolore misto a speranza, insieme

a Elisabetta che sei anni fa ha

visto morire il figlio quindicenne:

«L’incontro con chi ha le mani insanguinate

mi ha liberato dall’odio e dal

rancore». Il postulatore della causa di

beatificazione del giudice Rosario Livatino,

assassinato nel 1990, ne ha rilanciato

la visione concreta di giustizia.

Mentre Roberta, ispettrice della

polizia penitenziaria, ha riconosciuto

che nel suo lavoro «bisogna anzitutto

stabilire una relazione con la persona

e non fermarsi all’e r ro re » .

Tutta questa preparazione spirituale

alla messa ha fatto sì che quando il

Papa, alle 10, ha iniziato la messa si

respirasse in basilica «un’aria di libertà

e speranza» confida l’arcivescovo Rino

Fischella ricordando che «celebrazioni

per i carcerati si stanno svolgendo in

tutto il mondo». Hanno concelebrato

i cardinali Comastri, De Giorgi e Baldisseri,

sei vescovi e centottanta sacerdoti

che vivono la missione in carcere.

eletto consultore generale dei redentoristi

e il 9 settembre 1997 superiore generale.

È stato riconfermato il 26 settembre

2003. Nello stesso anno è divenuto

vice-presidente dell’Unione dei superiori

generali. È stato membro del consiglio

per i rapporti tra la Congregazione per

gli istituti di vita consacrata e le società

di vita apostolica e le Unioni internazionali

dei superiori e delle superiore generali

(2001-2009). Nominato segretario

della Congregazione vaticana per i religiosi

il 2 agosto 2010 ed elevato alla sede

titolare di Obba, con dignità di arcivescovo,

ha ricevuto l’ordinazione episcopale

il 9 ottobre. Trasferito a Indianapolis

il 18 ottobre 2012, in seno alla

Conferenza episcopale è stato presidente

eletto del comitato per il clero, la vita

consacrata e le vocazioni e di quello per

l’evangelizzazione e la catechesi. Presiede

anche il sottocomitato per il catechismo.

Lo scorso 9 ottobre è stato preconizzato

cardinale.

Emmanuel Dassi Youfang

ausiliare di Bafoussam

( C a m e ru n )

Nato il 7 agosto 1967 a Baham, diocesi

di Bafoussam, ha studiato zoologia

presso l’Università statale a Yaoundé.

Poi è entrato nel seminario maggiore interdiocesano

Paul VI di Douala per gli

studi filosofici e teologici. Ha conseguito

la licenza in teologia fondamentale

nel 2012 all’Ecole Cathédrale - Faculté

Notre Dame di Parigi. È membro della

Comunità dell’Emmanuel dal 1997. Ordinato

sacerdote il 16 giugno 2001 per la

diocesi di Bafoussam, fino al 2009 è stato

parroco e rettore del santuario mariano

e vicario generale (2009-2010). Dopo

gli studi parigini nel 2012 è tornato in

diocesi come vicario generale e parroco.


pagina 8 L’OSSERVATORE ROMANO

lunedì-martedì 7-8 novembre 2016

Ai detenuti il Pontefice ricorda che la speranza non deve essere soffocata

Catene spezzate

Imparando dagli sbagli del passato si può cambiare vita e reinserirsi nella so cietà

«C’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società. Ma in questo modo

si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri

senza rendercene conto»: è quanto denunciato da Papa Francesco durante la messa

celebrata domenica mattina, 6 novembre, nella basilica vaticana, in occasione del giubileo

dei carcerati. Ecco la sua omelia.

Il messaggio che la Parola di Dio oggi

vuole comunicarci è certamente quello

della s p e ra n z a , di quella speranza che non

delude.

Uno dei sette fratelli condannati a morte

dal re Antioco Epifane dice: «Da Dio si

ha la speranza di essere di nuovo da lui risuscitati»

(2 Mac 7, 14). Queste parole

manifestano la fede di quei martiri che,

nonostante le sofferenze e le torture, hanno

la forza di guardare oltre. Una fede

che, mentre riconosce in Dio la sorgente

della speranza, mostra il desiderio di raggiungere

una vita nuova.

Allo stesso modo, nel Vangelo, abbiamo

ascoltato come Gesù con una semplice risposta,

ma perfetta, cancelli tutta la banale

casistica che i sadducei gli avevano sottoposto.

La sua espressione: «Dio non è

dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono

per lui» (Lc 20, 38), rivela il vero

volto del Padre, che desidera solo la vita

di tutti i suoi figli. La speranza di rinascere

a una vita nuova, quindi, è quanto siamo

chiamati a fare nostro per essere fedeli

all’insegnamento di Gesù.

La speranza è dono di Dio. Dobbiamo

chiederla. Essa è posta nel più profondo

del cuore di ogni persona perché possa rischiarare

con la sua luce il presente, spesso

turbato e offuscato da tante situazioni

che portano tristezza e dolore. Abbiamo

bisogno di rendere sempre più salde le radici

della nostra speranza, perché possano

portare frutto. In primo luogo, la certezza

della presenza e della compassione di Dio,

nonostante il male che abbiamo compiuto.

Non esiste luogo nel nostro cuore che non

possa essere raggiunto dall’amore di Dio.

Dove c’è una persona che ha sbagliato, là

si fa ancora più presente la misericordia

del Padre, per suscitare pentimento, perdono,

riconciliazione, pace.

Oggi celebriamo il Giubileo della Misericordia

per voi e con voi, fratelli e sorelle

carcerati. Ed è con questa espressione

dell’amore di Dio, la misericordia, che

sentiamo il bisogno di confrontarci. Certo,

il mancato rispetto della legge ha meritato

la condanna; e la privazione della libertà è

la forma più pesante della pena che si

sconta, perché tocca la persona nel suo

nucleo più intimo. Eppure, la speranza

non può venire meno. Una cosa, infatti, è

ciò che meritiamo per il male compiuto;

altra cosa, invece, è il “re s p i ro ” della speranza,

che non può essere soffocato da

niente e da nessuno. Il nostro cuore sempre

spera il bene; ne siamo debitori alla

misericordia con la quale Dio ci viene incontro

senza mai abbandonarci (cfr. Agostino,

Sermo 254, 1).

Nella Lettera ai Romani, l’ap ostolo

Paolo parla di Dio come del «Dio della

speranza» (Rm 15, 13). È come se volesse

dire anche a noi: “Dio spera”; e per paradossale

che possa sembrare, è proprio così:

Dio spera! La sua misericordia non lo

lascia tranquillo. È come quel Padre della

parabola, che spera sempre nel ritorno del

figlio che ha sbagliato (cfr. Lc 15, 11-32).

Con un gruppo di detenuti di Padova

Grido alla misericordia

Nel pomeriggio di domenica 6 novembre, presso

la residenza di Santa Marta, Papa Francesco

ha incontrato un gruppo di detenuti della casa

circondariale “Due Palazzi” di Padova. Uno

di loro, Armand, ha rivolto al Pontefice le seguenti

parole.

Caro Papa Francesco, noi, umili carcerati,

siamo qui davanti a te certi di rappresentare

anche chi non c’è. Essere vicini a te è un

dono, è una grande felicità per tutti noi.

Oggi sarà, sicuramente, una giornata indimenticabile

del nostro vivere da cristiani.

Tu che hai percorso tante strade, ardue, dolorose

e soprattutto con grande coraggio e

semplicità, ci sei di esempio. Tu che hai

portato la parola di Dio nei posti più infelici

della terra, sei per noi un punto di riferimento.

Tu, oggi, sei qui con noi e, ascoltandoci,

inviti la nostra speranza di vivere la

vita in maniera più serena, ci fai sentire in

compagnia di nostro Signore che ha scelto

te Francesco come suo rappresentante per

farci capire quanto importante è la parola

di Dio e quanto importanti siamo per Lui,

noi, umili figli peccatori.

Dalle nostre celle la domenica ti vediamo

e preghiamo con te e per te.

Nel mondo ci sono tanta sofferenza e

tante atrocità che l’essere umano continua

ad alimentare. Il tuo grido alla misericordia

è quello di aiutare i più deboli, è da tanti

accolto, ma troppi sordi, egoisti e senza fede

non hanno orecchie. Tu, Papa Francesco,

continua a parlare dalla tua finestra,

noi ti ascoltiamo e preghiamo con te perché

le persone cambino e si convertano.

Noi carcerati conoscevamo il male, sappiamo

cosa significa e per questo chiediamo

perdono. Oggi abbracciati tutti insieme, noi

carcerati ti chiediamo di guidarci e amarci

come figli, nel nostro lungo percorso, per le

nostre famiglie che insieme hanno sofferto

in silenzio e ci hanno sorretto.

Papa Francesco, oggi i nostri cuori ne

formano uno, grande e pieno d’amore, ma

mai come il tuo. Grazie per tutto quello

che rappresenti e ci trasmetti.

Non esiste tregua né riposo per Dio fino a

quando non ha ritrovato la pecora che si

era perduta (cfr. Lc 15, 5). Se dunque Dio

spera, allora la speranza non può essere

tolta a nessuno, perché è la forza per andare

avanti; è la tensione verso il futuro per

trasformare la vita; è una spinta verso il

domani, perché l’amore con cui, nonostante

tutto, siamo amati, possa diventare

nuovo cammino... Insomma, la speranza è

la prova interiore della forza della misericordia

di Dio, che chiede di guardare

avanti e di vincere, con la fede e l’abbandono

in Lui, l’attrattiva verso il male e il

p eccato.

Cari detenuti, è il giorno del vostro

Giubileo! Che oggi, dinanzi al Signore, la

vostra speranza sia accesa. Il Giubileo, per

la sua stessa natura, porta con sé l’annuncio

della liberazione (cfr. Lv 25, 39-46).

Non dipende da me poterla concedere,

ma suscitare in ognuno di voi il desiderio

della v e ra libertà è un compito a cui la

Chiesa non può rinunciare. A volte, una

certa ipocrisia spinge a vedere in voi solo

delle persone che hanno sbagliato, per le

quali l’unica via è quella del carcere. Io vi

dico: ogni volta che entro in un carcere mi

domando: “Perché loro e non io?”. Tutti

abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti.

In una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato.

E l’ipocrisia fa sì che non si pensi

alla possibilità di cambiare vita: c’è poca

fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento

nella società. Ma in questo modo si

dimentica che tutti siamo peccatori e,

spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene

conto. Quando si rimane chiusi

nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli

idoli di un falso benessere, quando ci si

muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano

leggi di mercato che schiacciano

le persone, in realtà non si fa altro che

stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo

e dell’autosufficienza, privati

della verità che genera la libertà. E puntare

il dito contro qualcuno che ha sbagliato

non può diventare un alibi per nascondere

le proprie contraddizioni.

Sappiamo infatti che nessuno davanti a

Dio può considerarsi giusto (cfr. Rm 2, 1-

11). Ma nessuno può vivere senza la cer-

tezza di trovare il perdono!

Il ladro pentito,

crocifisso insieme a

Gesù, lo ha accompagnato

in paradiso (cfr.

Lc 23, 43). Nessuno di

voi, pertanto, si rinchiuda

nel passato!

Certo, la storia passata,

anche se lo volessimo,

non può essere riscritta.

Ma la storia

che inizia oggi, e che

guarda al futuro, è ancora

tutta da scrivere,

con la grazia di Dio e

con la vostra personale

responsabilità. Imparando

dagli sbagli

del passato, si può

aprire un nuovo capitolo

della vita. Non

cadiamo nella tentazione

di pensare di

non poter essere perdonati.

Qualunque cosa,

piccola o grande, il

cuore ci rimproveri,

«Dio è più grande del

nostro cuore» (1 Gv 3,

20): dobbiamo solo

affidarci alla sua miser

i c o rd i a .

La fede, anche se

piccola come un granello

di senape, è in

grado di spostare le

montagne (cfr. Mt 17,

20). Quante volte la forza della fede ha

permesso di pronunciare la parola p e rd o n o

in condizioni umanamente impossibili!

Persone che hanno patito violenze o soprusi

su loro stesse o sui propri cari o i

propri beni... Solo la forza di Dio, la misericordia,

può guarire certe ferite. E dove

alla violenza si risponde con il perdono, là

anche il cuore di chi ha sbagliato può essere

vinto dall’amore che sconfigge ogni

forma di male. E così, tra le vittime e tra i

colpevoli, Dio suscita autentici testimoni e

operatori di misericordia.

Oggi veneriamo la Vergine Maria in

questa statua che la raffigura come Madre

che tiene tra le braccia Gesù con una catena

spezzata, la catena della schiavitù e

della prigionia. Ella rivolga su ciascuno di

voi il suo sguardo materno; faccia sgorgare

dal vostro cuore la forza della speranza

per una vita nuova e degna di essere vissuta

nella piena libertà e nel servizio al

p ro s s i m o .

Chiesto dal Papa all’Angelus

Un atto di clemenza

«Sottopongo alla considerazione delle

competenti autorità civili di ogni Paese la

possibilità di compiere, in questo anno santo

della misericordia, un atto di clemenza

verso quei carcerati che si riterranno idonei

a beneficiare di tale provvedimento». Lo ha

chiesto il Papa all’Angelus recitato con i

fedeli presenti in piazza San Pietro il 6

novembre dopo la celebrazione della messa

per il giubileo dei detenuti. Prima della

preghiera mariana il Papa ha commentato

il vangelo domenicale.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

A pochi giorni di distanza dalla solennità

di Tutti i Santi e dalla Commemorazione

dei fedeli defunti, la Liturgia di

questa domenica ci invita ancora a riflettere

sul mistero della risurrezione dei

morti. Il Vangelo (cfr. Lc 20, 27-38) presenta

Gesù a confronto con alcuni sadducei,

i quali non credevano nella risurrezione

e concepivano il rapporto con

Dio solo nella dimensione della vita terrena.

E quindi, per mettere in ridicolo la

risurrezione e in difficoltà Gesù, gli sottopongono

un caso paradossale e assurdo:

una donna che ha avuto sette mariti,

tutti fratelli tra loro, i quali uno dopo

l’altro sono morti. Ed ecco allora la domanda

maliziosa rivolta a Gesù: quella

donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie

(v. 33)?

Gesù non cade nel tranello e ribadisce

la verità della risurrezione, spiegando

che l’esistenza dopo la morte sarà diversa

da quella sulla terra. Egli fa capire ai

suoi interlocutori che non è possibile applicare

le categorie di questo mondo alle

realtà che vanno oltre e sono più grandi

di ciò che vediamo in questa vita. Dice

infatti: «I figli di questo mondo prendono

moglie e prendono marito; ma quelli

che sono giudicati degni della vita futura

e della risurrezione dai morti, non prendono

né moglie né marito» (vv. 34-35).

Con queste parole, Gesù intende spiegare

che in questo mondo viviamo di realtà

provvisorie, che finiscono; invece nell’aldilà,

dopo la risurrezione, non avremo

più la morte come orizzonte e vivremo

tutto, anche i legami umani, nella dimensione

di Dio, in maniera trasfigurata.

Anche il matrimonio, segno e strumento

dell’amore di Dio in questo mondo,

risplenderà trasformato in piena luce nella

comunione gloriosa dei santi in Paradiso.

I “figli del cielo e della risurrezione”

non sono pochi privilegiati, ma sono tutti

gli uomini e tutte le donne, perché la

salvezza portata da Gesù è per ognuno

di noi. E la vita dei risorti sarà simile a

quella degli angeli (cfr. v. 36), cioè tutta

immersa nella luce di Dio, tutta dedicata

alla sua lode, in un’eternità piena di

gioia e di pace. Ma attenzione! La risurrezione

non è solo il fatto di risorgere

dopo la morte, ma è un nuovo genere di

vita che già sperimentiamo nell’oggi; è la

vittoria sul nulla che già possiamo pregustare.

La risurrezione è il fondamento

della fede e della speranza cristiana! Se

non ci fosse il riferimento al Paradiso e

alla vita eterna, il cristianesimo si ridurrebbe

a un’etica, a una filosofia di vita.

Invece il messaggio della fede cristiana

viene dal cielo, è rivelato da Dio e va oltre

questo mondo. Credere alla risurrezione

è essenziale, affinché ogni nostro

atto di amore cristiano non sia effimero e

fine a sé stesso, ma diventi un seme destinato

a sbocciare nel giardino di Dio, e

produrre frutti di vita eterna.

La Vergine Maria, regina del cielo e

della terra, ci confermi nella speranza

della risurrezione e ci aiuti a far fruttificare

in opere buone la parola del suo Figlio

seminata nei nostri cuori.

Al termine dell’Angelus, il Papa ha lanciato

l’appello per il provvedimento di grazia ai

detenuti, quindi ha parlato della conferenza

di Marrakech sul clima, ha ricordato la

beatificazione dei martiri albanesi e ha

salutato i vari gruppi presenti.

Cari fratelli e sorelle,

in occasione dell’odierno Giubileo dei

carcerati, vorrei rivolgere un appello in

favore del miglioramento delle condizioni

di vita nelle carceri in tutto il mondo,

affinché sia rispettata pienamente la dignità

umana dei detenuti. Inoltre, desidero

ribadire l’importanza di riflettere

sulla necessità di una giustizia penale

che non sia esclusivamente punitiva, ma

aperta alla speranza e alla prospettiva di

reinserire il reo nella società. In modo

speciale, sottopongo alla considerazione

delle competenti Autorità civili di ogni

Paese la possibilità di compiere, in que-

sto Anno Santo della Misericordia, un

atto di clemenza verso quei carcerati che

si riterranno idonei a beneficiare di tale

p ro v v e d i m e n t o .

Due giorni fa è entrato in vigore l’Accordo

di Parigi sul clima del Pianeta.

Questo importante passo avanti dimostra

che l’umanità ha la capacità di collaborare

per la salvaguardia del creato (cfr.

Laudato si’, 13), per porre l’economia al

servizio delle persone e per costruire la

pace e la giustizia. Domani, poi, comincerà

a Marrakech, in Marocco, la nuova

sessione della Conferenza sul clima, finalizzata,

tra l’altro, all’attuazione di tale

Accordo. Auspico che tutto questo processo

sia guidato dalla coscienza della

nostra responsabilità per la cura della casa

comune.

Ieri a Scutari, in Albania, sono stati

proclamati Beati trentotto martiri: due

vescovi, numerosi sacerdoti e religiosi,

un seminarista e alcuni laici, vittime della

durissima persecuzione del regime

ateo che dominò a lungo in quel Paese

nel secolo scorso. Essi preferirono subire

il carcere, le torture e infine la morte,

pur di rimanere fedeli a Cristo e alla

Chiesa. Il loro esempio ci aiuti a trovare

nel Signore la forza che sostiene nei momenti

di difficoltà e che ispira atteggiamenti

di bontà, di perdono e di pace.

Saluto tutti voi pellegrini, venuti da

diversi Paesi: le famiglie, i gruppi parrocchiali,

le associazioni. In particolare, saluto

i fedeli di Sydney e di San Sebastián

de los Reyes, il Centro Académico

Romano Fundación e la Comunità cattolica

venezuelana in Italia; come pure i

gruppi di Adria-Rovigo, Mendrisio, Roccadaspide,

Nova Siri, Pomigliano D’A rc o

e Picerno.

A tutti auguro una buona domenica.

Per favore, non dimenticatevi di pregare

per me. Buon pranzo e arrivederci!

More magazines by this user
Similar magazines