Agricoltura e Cooperazione sul Garda Bresciano (1841-2016) - Cantine La Pergola

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Agricoltura e Cooperazione sul Garda Bresciano (1841-2016) - Cantine La Pergola

Pier Giuseppe Pasini

AGRICOLTURA

E COOPERAZIONE

SUL GARDA BRESCIANO

(1841-2016)

Cantine La Pergola


Pier Giuseppe Pasini

AGRICOLTURA

E COOPERAZIONE

SUL GARDA BRESCIANO

(1841-2016)

Cantine La Pergola, Moniga del Garda


Parte tutto dalla terra. E dai modi – dalla cultura – con cui la

si coltiva. Per questo l’agricoltura spicca non solo fra le attività

produttive, ma anche fra quelle umane, arrivando ad essere tecnicamente

definita settore primario.

Abbiamo inoltre a disposizione una sola parola, ma infinite

sono le sfumature di cui è portatrice. Perché l’agricoltura si manifesta

e si declina secondo la vocazione e la tradizione proprie

di un territorio, di chi lo vive e lo lavora, in una parola: il terroir.

Sul Garda, e in particolare in Valtènesi, l’agricoltura è stata

l’asse portante dell’economia locale e del vivere sociale per secoli,

il fulcro di una economia rurale alla base della sopravvivenza

delle popolazioni del Lago, che, per il proprio sviluppo, ha beneficiato

fin dagli inizi dell‘Ottocento dell’essenziale strumento

della cooperazione, come testimonia la nascita, già nel 1841,

della Società Lago di Garda.

Pier Giuseppe Pasini, esperto e studioso appassionato dell’agricoltura

gardesana, avendo indagato un arco di 175 anni del

nostro passato più recente, ci mette a disposizione una messe di

conoscenze quasi completamente sconosciute.

Nel primo capitolo descrive le caratteristiche dell'agricoltura

gardesana dall'Unità d'Italia fino agli anni '70 del secolo scorso,

mentre nel secondo illustra le iniziative a carattere associativo

e cooperativo che in quell'epoca fiorirono e la caratterizzavano,

mettendo un accento particolare sulla viticoltura, una forma di

cultura della natura che, nel territorio gardesano e ancor più in

Valtènesi, assume un rilievo particolare per l’entità dell’estensione

territoriale, del peso economico e del significato sociale.

Il terzo capitolo ci presenta le condizioni nelle quali nasce e

poi si concretizza – anche in precise norme giuridiche – l'esigenza

della difesa dell'identità, qualità e valore dei prodotti agri-

3


4

coli e in particolare del vino, per poi raccontarci l'esperienza di

Cantine La Pergola, una realtà particolare in ambito cooperativo

e vitivinicolo sorta negli ultimi 40 anni. Segue nel capitolo successivo

la descrizione di realtà cooperative ancora oggi vive in

ambito agricolo.

Oggi assistiamo al raggiungimento di obiettivi agognati da

decenni: con il recente riconoscimento europeo del disciplinare

del vino Valtènesi doc, il 14 luglio 2011, il Consorzio Valtènesi ha

riscoperto e raggiunto l’obiettivo che i nostri più prossimi antenati

avevano già intravisto nel 1942, quando vollero promuovere

il Consorzio volontario produttori vino rosso della Valtènesi per

tutelare il valore e l’identità dei vini del proprio territorio.

Conforta oggi, dopo aver ondeggiato per 50 anni tra varie

denominazioni come Riviera, Garda e Garda classico (tutte interessanti

ma non identitarie), vedere finalmente anche il territorio

viticolo della Valtènesi proteso a promuovere la propria identità.

Questa sensibilità alla identità territoriale non solo si ritrova

nel disciplinare del Valtènesi doc, ma anche in altre iniziative,

fra le quali citiamo l’attuale riqualificazione della strada costiera

gardesana della Valtènesi e l’istituzione del Parco Naturale della

Rocca di Manerba. Due iniziative nate grazie al contributo di

architetti, ambientalisti, esperti internazionali, giovani studenti,

nonché lungimiranti amministratori locali e cittadini sempre più

attenti al tema ambientale.

Anche la nuova configurazione della cooperativa Cantine La

Pergola (forma breve di Cantine della Valtènesi e della Lugana

La Pergola), annunciata proprio dando alle stampe questo libro,

è testimonianza di questa sensibilità: si tratta della riscoperta di

un tratto importante della storia della viticoltura della Valtènesi.

La Pergola, oltre che una tecnica nota di allevamento della

vite succeduta al pal de bus, è una località storica di Moniga (qui

ha sede la cooperativa vinicola), che si trova su un tratto paesaggistico

della statale Gardesana occidentale. Lì, fin dal 1920,

si producono vini di qualità, in particolare il noto e prestigioso

Chiaretto di Moniga del Garda, località che per anni è stata il


cuore della Valtènesi dell’enologia, come risulta da pubblicazioni

e da prestigiosi testimonianze, fra le quali quella del Professor

Michele Vescia, accademico della vite e del vino.

Cantine la Pergola non ha ereditato solo il luogo sede della

cantina e il nome, ma la missione di concorrere a rappresentare

la parte agronomica ed enologica della produzione cooperativa

locale, producendo vini dai vigneti dei piccoli produttori che,

spesso anziani, abbandonano e lasciano i terreni in conduzione

alla Cooperativa. Con essi la Cooperativa fin dagli inizi ha offerto

– e continua ad offrire – lavoro e prospettive ai giovani; realizza

sperimentazioni agronomiche ed enologiche, come quelle effettuate

e pubblicate sul vitigno autoctono Groppello; protegge

l’ambiente, coltivando da sempre con il metodo biologico. Con

il sacrificio e l’abnegazione di soci e lavoratori vuole continuare

ad essere lievito nel territorio, così come è stato nei 35 anni trascorsi

dalla sua legale costituzione ad oggi.

Oltre a ciò, Cantine della Valtènesi e della Lugana (abbreviato

in Civielle), quale strumento al servizio del comparto vitivinicolo,

si occupa di offrire servizi tecnologici rivolti al miglioramento e

alla valorizzazione dei vini e iniziative di promozione della commercializzazione,

facendosi ambasciatrice dei vini e del territorio

gardesano in ogni continente.

Il prezioso racconto delle vicende storiche descritte in questo

libro assume un ulteriore particolare rilievo in quest’anno, che

coincide con il 130° anniversario della costituzione a Milano della

prima Associazione della Cooperazione Italiana: la Lega Nazionale

delle Cooperative e Mutue.

Un ringraziamento sentito a Pier Giuseppe Pasini per aver

scoperto, ripercorso e messo in luce pagine sconosciute di storia

gardesana, utili ancor oggi a coloro che si dedicano a disegnarne

il futuro.

Sante Bonomo

Presidente di Cantine la Pergola

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7

INTRODUZIONE

Affrontare il tema della cooperazione negli anni del suo

maggiore sviluppo nella riviera bresciana del lago di Garda,

e della Valtènesi in particolare, significa tracciare un profilo

delle condizioni economiche e sociali di questa terra negli

anni che vanno dall’unificazione d'Italia ai giorni nostri.

E significa di pari passo tracciare la storia della peculiarità

agronomica di un territorio vocato ad una agricoltura principalmente

arborea piuttosto che all’agricoltura erbacea.

Vite, olivo, ed agrumi nell’alta riviera, hanno fatto la storia

secolare di questo territorio sopportandone peripezie,

turbamenti climatici, calamità naturali ed epidemie capaci

di annientarne o ridimensionarne in maniera drastica le

produzioni. La terribile crisi agraria che si verificò in Europa

nella seconda metà dell’800 e che non risparmiò neppure

il territorio gardesano, fu causa di una povertà sempre

più diffusa che colpì soprattutto il mondo contadino contribuendo

spesso al triste fenomeno dell’emigrazione.

Chi rimaneva nelle campagne, per sopravvivere era costretto

a ricorrere a prestiti presso gli usurai. Il tenore di

vita delle classi contadine stava scivolando verso un piano

di sempre maggiore miseria. La guerra commerciale italo

francese provocò danni notevoli alle campagne andando

a colpire in maniera particolarmente grave la produzione


8

vinicola. La nascita della cooperazione nel mondo agricolo

non fu solo la rivolta del piccolo contadino o del bracciante,

del mezzadro o del salariato sfruttato, contro l’avidità

dell’usuraio o la prepotenza del padrone. La cooperazione

fu innanzitutto la risposta ai bisogni delle persone in modo

efficiente e secondo metodi imprenditoriali. Ma fin dal suo

nascere la cooperazione non fu una semplice risposta ai bisogni

materiali, come avremo modo di vedere più avanti in

modo maggiormente approfondito.

Nonostante la povertà dilagante essa riuscì a dare risposte

a bisogni più elevati di quelli materiali, a bisogni di socialità,

di stima e di senso alle proprie fatiche. E se la penisola

italiana non aveva ancora trovato la sua unità politica

quando in Inghilterra, in piena rivoluzione industriale, un

gruppo di 28 tessitori spinti dalla pesante crisi economica,

decise di costituire, nel 1844, nella cittadina inglese di Rochdale,

la Rochdale Equitable Pioneers Society, mettendo

insieme un piccolo capitale e aprendo un negozio cooperativo,

in cui vendevano prodotti integri a prezzi ragionevoli,

con lo scopo “di migliorare la situazione economica

dei soci”, fissando i principi per la gestione della società

cooperativa e così segnando di fatto la data di nascita della

cooperazione, proprio sul lago di Garda, nel 1841 si era costituita,

a Gargnano, in forma cooperativa la Società Lago

di Garda per la vendita, in forma associata degli agrumi che

qui si producevano.

Nasceva dunque la cooperazione a metà dell’800 e si

inaugurava un periodo che, alimentato dai primi incoraggianti

risultati fece dello strumento cooperativo codificato

a Rochdale, un modello da imitare in ogni parte d’Europa.

Fu in questo contesto che si inserì il grande fermento cooperativo

che, sull’esempio di quanto stava avvenendo al-


trove, si affermò anche nella riviera bresciana del Garda ed

in Valtènesi. Filantropi di estrazione liberale e cattolica, parroci

e confraternite religiose locali gestirono società di mutuo

soccorso, cooperative e circoli ricreativi. Le prime cooperative

furono vere e proprie fucine per restituire fiducia ai

lavoratori e stima in se stessi e negli altri e per ricostruire il

senso dell’esistenza in un mondo che stava cambiando con

estrema rapidità.

La cooperazione si presentò come un formidabile strumento

di democrazia e di convivenza sociale per ritrovare

i legami tra l’uomo e il suo territorio, tra la gente e il proprio

ambiente. Analogamente le casse rurali nacquero sulla

base della necessità di liberare dallo sfruttamento e dalla

piaga dell’usura lavoratori e piccoli proprietari diretto coltivatori

e di rompere le catene del bisogno che opprimevano

anche la dignità delle persone.

Artefice primo della cooperazione di credito avviata in

Germania fin dal 1846 fu Friedrich Wilhelm Reiffeisen. In

Italia Leone Wollemborg, economista, giurista e uomo politico

discendente da una ricca famiglia della borghesia padovana

fondò la sua prima cassa rurale nel1883.

Grazie all’ impegno solidale, anche per la società agraria

rivierasca fu possibile evitare il tracollo, superare le difficoltà

e mantenere un ambiente ed un territorio capace di conservare

le sue peculiarità produttive.

Tutto questo però non fu sufficiente, nella prima metà

del ‘900 a garantire prospettive di crescita e di benessere

per cui, per assicurare un futuro a coltivazioni e produzioni

così caratteristiche e tipiche come quelle dell’olio d’oliva

e del vino, fu giocoforza puntare sul riconoscimento e

la difesa della qualità e sulla valorizzazione della tipicità.

Recuperando anche, nonostante le delusioni per l’infelice

9


10

esito di alcune esperienze di cooperazione avvenute nella

zona, quello spirito solidaristico caratteristico della cooperazione

in grado di dare risposte alla frammentazione

della proprietà agricola ed alla tentazione dell’abbandono

di coltivazioni agrarie, nella illusione, o nella prospettiva di

facili guadagni, inseguendo più remunerativi progetti speculativi

di sottrazione edificatoria degli spazi agricoli che

per secoli avevano garantito equilibrio ambientale e fascino

paesaggistico.

In questo contesto di parziale abbandono dell'agricoltura

e di invecchiamento progressivo degli addetti, nella

fase di riflessione che succederà alla stagione del '68, così

ricca di fermento e nuove speranze, e in presenza di una

crisi occupazionale paragonabile a quella dei nostri giorni,

si assiste, verso il finire degli anni '70, e in tutto il territorio

nazionale, alla nascita e alla crescita di un nuovo fenomeno

cooperativo. È costituito da giovani, studenti, neodiplomati,

laureati, semplici operai o figli di agricoltori che avevano

abbandonato le fatiche e la povertà della terra nei primi

anni del dopo guerra, e che, appassionati di agricoltura,

si uniscono ora ad esperti agricoltori per rinvigorire con

energie fresche il comparto agricolo. A favorirli - certo non

finanziariamente, almeno qui sul Garda Bresciano- sono

le innovazioni delle normative giuridiche per la coltivazione

delle terre incolte (legge 440/1978) e per lo sviluppo

dell'occupazione giovanile in agricoltura (legge 285/1977),

che diedero all'Italia intera nuove speranze di ripresa e sviluppo.

Questo fenomeno si presentò anche sul Garda con

esperienze cooperative che, a distanza di quasi 40 anni,

sono ancora vive e capaci di contagiare con il proprio positivo

entusiasmo.

Novembre 2016


Il clima mite del lago ha favorito le coltivazioni dei limoni. La prima cooperativa

gardesana - Società Lago di Garda- nasce a Gargnano, nel 1841.

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LE CARATTERISTICHE

DELL’AGRICOLTURA

GARDESANA

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LE CARATTERISTICHE

DELL’AGRICOLTURA

GARDESANA

All’avvento dell’Unità d'Italia le condizioni dell’agricoltura

gardesana, così come del resto quelle dell’agricoltura

della provincia di Brescia si presentavano in uno stato di

notevole prostrazione. “Nel 1852 la crittogama della vite

aveva già aggredito gran parte dell’agricoltura vinicola:

nel ’53 prese piede l’atrofia ne’ bachi da seta, ed ambidue

questi flagelli invasero in breve la provincia tutta, per sopracarico

di sventure, anche malattie contagiose nel ’55 la

percossero vitalmente, avendo tanto i municipi che i privati

dovuto per ciò sopportare ingenti spese” 1 . A questo andava

aggiunta la scarsità dei prodotti agricoli che aveva caratterizzato

in tutta la provincia il decennio 48-58 a causa delle

persistenti siccità e delle frequenti grandinate che avevano

devastato le coltivazioni. D’altra parte ad aggravare le condizioni

dell’agricoltura erano venute anche le esose imposizioni

fiscali e tributarie dell’Austria, dopo i moti del ’48, a

colpire la proprietà, mettendola nell’impossibilità non solo

1. Bettoni Lodovico, Relazione sulla condizione dei possessori d’immobili

nella provincia di Brescia del Conte Lodovico Bettoni, 2° edizione, Brescia

1862, Tip. del giornale La Sentinella Bresciana, pag. 118


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di procurare nuovi investimenti ma pure a conservare le posizioni

2 .

Già nel 1857 i deputati della Congregazione Provinciale si

rivolsero all’Imperial Regia Luogotenenza per ottenere dal

governo austriaco una riduzione di imposte ricordando le

tristi condizioni in cui versava l’economia. "in causa del fallito

prodotto dei bozzoli, non solamente mancano le [..] fonti

seriche di sostegno al bisognoso, ma lamentar dobbiamo il

licenziamento avvenuto di molte migliaia d’uomini che davano

opera alla sfrondatura e potatura dei gelsi, all’educazione

dei filugelli, come pure la conseguente soppressa circolazione

del numerario nei mesi estivi, che procura i mezzi

necessari per comperare il grano da spedire specialmente

negli alpestri loro domicili; inoltre giova ricordare che mancata

essendo nei contadini pressoché tutta la loro metà dei

bozzoli, si ritrovano inetti a soddisfare le anticipazioni avute

in generi ed in denari dai loro padroni, i quali pure, nella impossibilità

di sostenere le spese ordinarie dell’andamento

agrario, effettuano a quest’ora un insolito restringimento al

numero dei braccianti, ed abbandonando ogni pensiero di

straordinarie migliorie all’agricoltura, si dichiarano anzi forzati,

per mancanza di mezzi a diminuire le spese più necessarie

di animali, concime e lavori ordinari; e siccome assai

pochi sono gli agiati, i quali dopo tanti versamenti ordinari

e straordinari abbiano un fondo di riserva per le eventuali

urgenze, così ne conseguirà una limitazione anche nella privata

beneficenza.

Quasi tutti i comuni della provincia bresciana, per progredire

nel pagamento delle rate del prestito nazionale,

sono costretti a ricorrere a mezzi patrimoniali, alienando

stabili e cartelle del Monte e dello stesso prestito, con

danno evidente dei medesimi pel deprezzamento in cui si

trovano le carte pubbliche ed i fondi, e diversamente sarebbero

impossibilitati a corrispondere ai propri impegni,

2. Ibidem, pag. 118


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attesa la assoluta mancanza dei mezzi comunisti a concorrere

al pagamento delle quote assegnate ai singoli comuni,

i quali ebbero anche il sopraccarico delle spese avvenute in

forza del cholera nel passato anno 1855... Molti possidenti

hanno assunto mutui passivi per sopperire alle imposizioni

sostenute dal 1848 in poi, ed anche per mantenere i lavori

campestri, massime quelli che stanno nell’area di 65.548 iugeri

di vigne sterili dalla crittogama da cinque anni, come

pure gli abitanti dei comuni boschivi dell’estensione di iugeri

136.939 il cui prodotto è insignificante” 3 . All’indirizzo

della Congregazione Provinciale faceva eco la Camera di

Commercio che nel medesimo periodo rilevava con preoccupazione

lo stato di decadimento della vitivinicoltura

gardesana e le nefaste conseguenze di tale situazione sulle

condizioni economiche delle popolazioni locali.

Secondo tale relazione il valore del vino prodotto nel distretto

di Salò che dalla media del decennio 1842-51 risultava

essere di lire austriache 1.235.550, nel triennio 1852-54

si era ridotto a sole 187.570 lire, cosicchè la rendita ottenuta

dal suolo compresi tutti gli altri prodotti, che in ciascuno

anno del decennio 1842-51 era ammontata a lire 1.735.828,

in quel triennio si era ridotta a lire 573.276; dalla quale dedotta

l’imposta di lire 320.000 non rimanevano che 253.276

lire mentre la rendita censuaria che era stata attribuita al

distretto ammontava a lire 630.703” 4 .

“E si noti – aggiungeva la Camera di Commercio nella

sua relazione – che la proprietà fondiaria v’è aggravata da

un debito di cinque milioni di lire. I proprietari dovendo

provvedere al mantenimento dei coloni e sostenere le gravi

spese di coltivazione dei vigneti e di nuove piantagioni,

rese indispensabili dalla mortalità cagionata dalla crittogama

e dagli straordinari freddi, a supplire ai consueti bisogni

delle familiari amministrazioni, si videro costretti a ricorrere

3. Cocchetti Carlo, Brescia e sua provincia..., cit., pagg. 194-195

4. Ibidem, pag. 208


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a mutui. Questo palliativo, che non toglie il male, mancò

per la diminuzione dei capitali disponibili, e i fondi vitati,

per i debiti ipotecari ond’erano già affetti, e pel considerevole

deprezzamento, presentarono troppa incerta garanzia,

cosìcché il credito fondiario ne rimase, si può dire, annichilito.

Ai mutui tennero dietro le volontarie, poi le espropriazioni

per debiti fiscali e privati a condizioni rovinose pei

proprietari, ed in generale può affermarsi che il valore dei

fondi aviti è diminuito di una buona metà” 5 .

A rendere ancora più gravi tali condizioni vennero le

battaglie della seconda guerra d’indipendenza che si combatterono

nella parte meridionale della regione gardesana

e portarono con sé la devastazione e la distruzione delle

colture nei territori di Lonato, Pozzolengo, Sirmione e San

Martino che furono teatro dei combattimenti 6 .

Le particolari condizioni climatiche e la conformazione

geografica dell’ambiente fecero sì che le coltivazioni arboree

assumessero un ruolo predominante nell’economia

agricola gardesana, ad esse erano massimamente dedicate

le attenzioni e le cure degli agricoltori, a scapito delle altre

coltivazioni che venivano praticate solo in maniera integrativa.

Così accadde che quando qualcuna delle coltivazioni

arboree venne colpita da malattia o calamità naturali, la

classe agricola -sia proprietaria che coltivatrice – si trovò a

dover fronteggiare situazioni di estrema gravità da cui non

riuscì ad emergere che a distanza di anni ed al prezzo di

numerosi sacrifici. D’altra parte nel primo ventennio post

unitario l’agricoltura gardesana dovette sopportare le conseguenze

dei mutamenti di mercato derivati dai capovolgimenti

politici e quelle della nuova legislazione italiana che

con l’introduzione della tassa sul macinato nel 1868 non

favorì certo il miglioramento delle condizioni di vita delle

5. Ibidem, pag. 208

6. Pieri Piero, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962


19

classi agricole 7 . Dal canto suo la proprietà agricola gardesana

si trovava nella condizione di non poter far fronte a

spese eccezionali, in quanto veniva da un decennio preunitario

che l’aveva notevolmente indebolita e nel medesimo

tempo era impreparata ad introdurre innovazioni colturali

che migliorassero le produzioni agricole.

La più caratteristica delle coltivazioni gardesane era

senza dubbio quella degli agrumi, che favorita dalle particolarmente

miti condizioni, richiedeva tuttavia una grande

quantità di cure ed attenzioni, in special modo nella stagione

fredda.

Praticata da sola, non consociata ad altre coltivazioni,

occupava una superficie abbastanza limitata; 60 ettari circa

distribuiti essenzialmente nei comuni di Limone San Giovanni,

Gargnano, Toscolano e Maderno 8 .

Superficie superiore a quella destinata all’agrumicoltura

era occupata dall’olivicoltura che,sia pure con diversa frequenza

ed intensità, si trovava presente in tutto il territorio

della riviera gardesana. Ma se l’agrumicoltura poteva essere

in qualche modo considerata una coltivazione intensiva,

non altrettanto accadeva per l’olivicoltura, quasi mai praticata

in maniera esclusiva, ma generalmente associata alla

vite o ad altri alberi da frutto.

Difficile quindi stabilire quanta fosse la superficie destinata

esclusivamente all’olivicoltura; il Marchiori nella sua

monografia sulle principali coltivazioni della provincia di

Brescia indicava per il mandamento di Gargnano la presenza

di ettari 1,20 di superficie olivata ogni cento ettari

di superficie territoriale; nel mandamento di Lonato essa

scendeva poi a ettari 0,21 – 0,30 per ogni cento ettari di

7. Romani Mario, Un secolo di vita agricola in Lombardia (1861-1961),

Milano, Giuffrè, 1963

8. Bettoni Lodovico, L’agricoltura nei contorni del lago di Garda, (estratto

dal giornale "L’Italia Agricola"), Milano, Bernardoni, 1877, pag. 2


20

superficie e ad ettari 0,11 – 0,20 nel mandamento di Salò 9 .

Particolarmente importanti erano gli oliveti di Limone

San Giovanni, di Tignale e di Tremosine; dei colli sopra

Gargnano, Toscolano, Maderno, Gargnano e Salò. Nella

regione collinare particolarmente estesa era la coltivazione

a Moniga ed a Padenghe, dove l’olivicoltura veniva, per importanza,

subito dopo la viticoltura. Scendendo più a sud

l’ulivo andava mano a mano diminuendo, avvicinandosi a

Desenzano ed ancora più a Rivoltella, per scomparire del

tutto in Lugana; solo si ripresentava sul promontorio di Sirmione

10 .

Scarsa attenzione veniva dedicata alla coltivazione dell’olivo

e le cure non erano così assidue come avrebbero dovuto

per garantire un rendimento elevato e costante. Solo la

caduta della produzione agrumicola fece sì che all’olivicoltura,

almeno nella zona settentrionale della regione gardesana

venissero dedicati maggiore spazio e maggiori cure,

nella speranza di rimpiazzare con il prodotto degli olivi, il

mancato frutto degli agrumi 11 .

Per il resto l’olivicoltura veniva praticata con metodi tradizionali

e non si poteva certo dire che fosse progredita;

anche la quantità di olivi coltivata era rimasta sostanzialmente

stazionaria. A Desenzano ed a Rivoltella, la presenza

degli oliveti era diventata pressoché inesistente dopo che

per i rigidi inverni del 1829 e del 1859 gran parte degli ulivi

era andata distrutta e gli agricoltori vi avevano sostituito

la coltura del gelso, ma negli anni tra il ’60 ed il ’70 nel comune

di Desenzano erano state messe a dimora non meno

di 6 mila piante, ed un migliaio circa in quello di Rivoltel-

9. Marchiori Pietro, Le principali coltivazioni della provincia di Brescia con

10 carte illustrative (Relazione pubblicata dal "Comizio Agrario di Brescia")

Brescia, Tip. Queriniana, 1884, pag. 6

10. Benedini Bortolo, Terra e agricoltori nel Circondario di Brescia, Brescia,

Apollonio, 1881, pagg. 34 -35

11. Bettoni L., L’agricoltura..., cit., pag. 54


21

la 12 . Le qualità di olivo maggiormente diffuse nella riviera

benacense erano la casaliva, la gargnà e la miniol e quasi

sempre la coltivazione avveniva in consociazione con quella

della vite, mentre il terreno sottostante era utilizzato seminandolo

a frumento, a granturco, o, assai spesso, a fagioli 13 .

Alla vite era destinato gran parte del territorio della

riviera gardesana, ed i centri di sua massima coltivazione

erano i paesi della Valtènesi: Moniga, Manerba, San Felice,

Portese, Puegnago, Polpenazze, Raffa, Soiano,dove i

vigneti si estendevano senza interruzione sia al piano che

sulle colline. “Il viaggiatore che da Salò si reca a Desenzano,

sia passando per Portese, S. Felice, o per Raffa, o Puegnago,

Polpenazze, scorge da ogni lato una successione di

vigneti, non interrotta da fondi messi completamente ad

altra coltura. Questi vigneti secolari, forse millenari si mantengono

continuamente mediante scavo di buche e rimesse

di barbatelle laddove i vecchi ceppi periscono. Il terreno

è completamente ingombro di radici dei gelsi che perirono

o di quelli che sparsi ne’ filari più o meno rigogliosamente

vegetano” 14 .

Il Marchiori dava un indice di 6-10 ettari di terreno coltivato

a vite su 100 ettari di superficie territoriale nel mandamento

di Gargnano, dai 21 ai 30 ettari nel mandamento di

Salò e dai 61 ai 70 ettari nel mandamento di Lonato 15 .

Balza dunque evidente con quale intensità si dovettero

far sentire le conseguenze dell’invasione dei vigneti della

crittogama e dell’oidio, a cui solo valsero limitatamente i

rimedi dell’irrorazione con lo zolfo. D’altra parte, così come

l’invasione della malattia della gomma aveva messo in gi-

12. Benedini B., Terra e agricoltori cit., pagg. 34-35

13. Bettoni L., L’agricoltura..., cit., pag 40; Solitro G., Benaco, cit., pagg.

162-63

14. "Brescia Agricola. Giornale agricolo commerciale", Brescia, Annate da

1844-85 a 1888-89, presso Biblioteca Civica Queriniana

15. Marchiori P., Le principali coltivazioni..., cit., pagg. 5-6


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nocchio i produttori d’agrumi, la crittogama che per un decennio

(1854 -1864) aveva quasi completamente annullato il

prodotto della vite, travolse la proprietà viticola ed aggravò

le condizioni di vita della classe colonica . “Non passa giorno

che in questi paesi non si vedano aste volontarie o giudiziarie,

insomma la proprietà in Riviera manca di stabilità

pel difetto del vigente sistema di coltivazione, pel quale la

media delle spese di coltivazione è sproporzionata in confronto

alla media di produzione” 16 .

Così scriveva “Brescia Agricola” nel 1884, a oltre vent’anni

dal quadro drammatico rilevato dal Bettoni nel suo bilancio

della provincia di Brescia o dalle ancora gravi notizie

della Camera di Commercio del 1869.

La coltivazione della vite era solitamente associata ad

altre colture: con l’olivo, con il gelso, con il frumento, il granoturco

o i legumi e l’erba da foraggio, e quasi sempre era

fatta a palo secco ed a filari. Ma mentre nei centri del mandamento

di Gargnano non vi veniva prestata grande cura,

particolare attenzione si poneva nei centri viticoli maggiori

alla simmetria degli impianti, anche se poi dal punto di vista

della qualità degli interventi colturali, non si avevano

particolari differenze. La produzione media in vino in ragione

di ettaro veniva calcolata tra i 30 ed i 35 ettolitri, anche

se non mancavano, in annate particolarmente abbondanti

ed in condizioni favorevoli produzioni di 50-60 ettolitri di

vino. “Vi hanno delle viti a palo secco che portano più di 50

chilogrammi di grappoli. Sonvi però plaghe, specialmente

sulla Riviera superiore, ove l’olivo, il gelso, il lauro, ombreggiano

il campo ed ove la vite è assai trascurata, onde il prodotto

non compensa le spese” 17 .

Secondo il Bettoni, la regione gardesana dava una rendita

vinicola pari alla settima parte del prodotto totale della

provincia. Caduta dunque la produzione a livelli irrisori nel

16. "Brescia Agricola...", cit., anno 1884

17. Bettoni L., L’agricoltura..., cit., pag. 89


23

decennio a cavallo dell’unità, essa tornò gradatamente ad

aumentare dopo il ’65, grazie alla cura dello zolfo; la Camera

di Commercio calcolava che la produzione per il 1869,

per tutta la provincia di Brescia, ammontasse a 300.000

ettolitri. Così come la trasformazione delle olive, anche la

trasformazione delle uve non sempre veniva praticata con

la dovuta cura e neppure veniva posta troppa attenzione ai

consigli volti a suggerire modificazioni ai sistemi tradizionali

di lavorazione o all’introduzione di nuove tecniche.

La fabbricazione del vino - scriveva il Bettoni - è fatta

dai produttori immediati delle uve, dai proprietari, dagli affittuali

e dai coloni e non è oggetto di speciale industria.

Questa circostanza influisce sinistramente sui vini del circondario

e specialmente sopra quelli della Riviera del lago

di Garda. Se sussistessero società per la fabbricazione del

vino e se queste tenessero depositi abbondanti, verrebbero

tolti molti errori e pregiudizi e si otterrebbero vini più

gustosi e di maggior durata. Facendo inoltre capo ad esse

negozianti nazionali ed esteri, in poco tempo il credito del

vino benacense si aumenterebbe a dismisura.” Ed il Solitro

a sua volta scriveva “I casi di grosse partite di vino andato

a male, d’intere cantine guastate e cedute poi a vilissimo

prezzo per aver trascurato quelle diligenze e cautele che

si richiedono nella fabbricazione del prezioso liquore, non

furono per lo passato così rare da non poter servire d’utile

esempio e di ammaestramento ai più ostinati”. Ma ciò era

dovuto anche ad altre cause, come annotava ancora il Solitro:”

Nella regione del Benaco, specialmente lungo la riva

occidentale la proprietà fondiaria è molto frazionata; credo

sia anche questo uno dei motivi per cui non si è potuto ancora

aver qui un tipo stabile di vino. Secondo l’abilità e diligenza

di questo o quel proprietario abbiamo dell’eccellente

vino di Manerba, di Raffa, di Moniga, di Puegnago, ma

non abbiamo il vino benacense che possa varcare il confine


24

della regione lombarda non solo, ma d’Italia” 18 . E tuttavia,

il vino del Garda era considerato il migliore della provincia

di Brescia, ambito in cui esso in gran parte veniva smerciato.

Ma alcune partite varcarono i confini dell’Italia e raggiunsero

“ Nuova York e Rio Janeiro, Alessandria d’Egitto e

Jokoama, la Svizzera, la Francia, la Germania, l’Inghilterra,

che ebbero del vino del Garda, lo gustarono e lo pagarono

bene” 19 .

Colpita dalle malattie e dalle calamità naturali, l’agricoltura

gardesana evidenziò tutta la sua fragilità e mise in

luce come la sua crisi non fosse tanto un fatto congiunturale

quanto una vera e propria crisi strutturale che la caratterizzò

nel primo cinquantennio post’unitario e dalla quale fu

possibile uscire solo attraverso radicali trasformazioni che

andarono via via introducendosi con sempre maggiore ampiezza

e intensità a partire dai primi anni del ‘900 e che lo

scoppio della prima guerra mondiale colse nel pieno del

loro sviluppo.

La coltivazione degli agrumi, nonostante i rimedi tentati,

per altro con scarsi risultati, non si riprese più; i giardini, abbandonati,

rimasero lungamente incolti o vennero utilizzati

per altre coltivazioni. D’altra parte a decretare la fine dell’agrumicoltura

contribuirono in maniera notevole le mutate

condizioni di mercato a cui in un primo tempo i produttori

avevano ritenuto di potersi facilmente adattare, confidando

nella migliore qualità dei loro prodotti 20 .

Nella “Relazione della direzione del Comizio Agrario

Circondariale di Salò per l’annata 1897” si leggeva: “La

principale ricchezza della Riviera, il limone, va gradatamen-

18. Solitro G., Benaco, cit., pagg. 240-241

19. Relazione della Camera di Commercio e Arti di Brescia a S.E. il Ministro

d’Agricoltura Industria e Commercio sopra la statistica e l’andamento industriale

e commerciale del proprio distretto per l’anno 1869

20. Relazione della direzione del Comizio agrario circondariale di Salò per

l’annata 1897, Brescia, Tip. Istituto Pavoni, 1898


25

te scomparendo. La esiziale concorrenza fattale dai limoni

meridionali, che si mandano al nord sopra ogni piazza

a prezzi perfino di perdita, ha rovinato completamente la

nostra plaga, senza recar giovamento a quella meridionale.

Quindi anche i proprietari, che hanno fin qui fatto sforzi

grandissimi per tenere in assetto i loro agrumeti, è loro giocoforza

abbandonarli.”

L’olivicoltura fu ancora a lungo praticata con i criteri tradizionali:

“Tutta la regione del Garda non dà all’olivo l’importanza

che esso ha e la sua coltivazione non ha quelle

cure e quella estensione che dovrebbe avere. Partendo da

Limone San Giovanni ove il progresso raggiunto in questa

coltura è ragguardevole, i paesi che s’incontrano discendendo

verso Desenzano curano sempre meno l’olivo, finché

giunti in Valtènesi constatiamo lo strano fenomeno che

i contadini, nella gran maggioranza non conoscono affatto

la potatura, non sanno curare la carie e se il padrone non si

decide a chiamare operai della Riviera propriamente detta,

questa povera pianta rimane in balia di se stessa e dei suoi

nemici, deperisce e muore. Non è affatto raro il caso di trovare

olivi che da vent’anni non furono né potati né curati

del marcio. In Valtènesi adunque questa coltivazione in luogo

di aumentare diminuisce. Alle piante che deperiscono

e muoiono non si sostituiscono piante giovani” 21 .Ed ancor

più grave la situazione si presentava scendendo verso sud a

Desenzano, Rivoltella, Lonato dove l’olivo si trovava a combattere

la concorrenza del gelso che alimentava la bachicoltura

locale, discreta fonte di reddito. Uno dei punti di maggiore

debolezza era stato ed era ancora il sistema di propagazione

dell’olivo che veniva fatta per polloni o per ovoli;

dai primi anni del ‘900 si iniziò però a preferire le pianticelle

già innestate provenienti da seme che davano maggiore

21. Razzetti Carlo, Impianto e coltivazione degli olivi, in “Il Risorgimento

agricolo”, anno IV, 1903 n. 3-4


26

garanzia di riuscita. 22 Dal 1903 al 1913 il Consorzio Agrario

della Riviera ne collocò 16.800 acquistate direttamente in

Toscana. D’altra parte una maggiore cura nella potatura ed

una più assidua e razionale concimazione dimostrò che la

produzione poteva facilmente essere migliorata.

La viticoltura fu, tra le coltivazioni tipiche gardesane,

quella che subì maggiori trasformazioni e attirò su di sé

le maggiori attenzioni. La prima risposta che l’agricoltura

gardesana diede all’invasione della crittogama degli anni

preunitari, fu una risposta prettamente produttivistica per

conseguire la quale non si esitò ad estendere irrazionalmente

la coltivazione della vite, particolarmente nella regione

collinare, anche nelle aree marginali e meno adatte.

La mancanza del prodotto uva fece salire enormemente

i prezzi di questa, tanto più che non era possibile a quei

tempi l’importazione delle uve meridionali, e l’agricoltore,

nella speranza di rimediare alla rovina in cui era caduto, si

diede ad aumentare, a raddoppiare la coltivazione della

vite. Così scomparvero i campi liberi e parte dei prati trasformati

in vigneti; si spezzarono le piane larghe con nuove

piantagioni di viti e si abbandonò quasi del tutto la coltivazione

del frumento. Si trasformarono in vigneti anche dei

boschi che esistevano nella parte alta delle colline, ma però

non in proporzioni rilevanti. Le conseguenze del nuovo indirizzo

sbagliato si sentirono immediatamente. Si lamentò

la deficienza forte dei foraggi e delle stramaglie, diminuì la

produzione del frumento ed i vecchi forni cessarono di cuocere

il pane fatto in casa. Aumentarono assai gli acquisti del

legname per le viti; la produzione del granoturco, coltivato

senza interruzione in piane strette, raramente con stallatico

rubato alle viti diminuì al punto che ora è inutile seminarlo.

Di contro non si ebbe lo sperato aumento del prodotto

uva, perché le cure anticrittogamiche non furono mai fatte

bene, specialmente col sopraggiungere della peronospera

22. Bettoni L., L’agricoltura..., cit., pagg. 79 -93


27

e perché lo scarso letame che prima manteneva in buona

vegetazione poche viti, ora doveva essere sufficiente per

un numero quasi doppio. La deficienza dei foraggi fece diminuire

il bestiame da lavoro. La depressione economica

iniziò l’emigrazione dei contadini. All’aumento enorme di

spese generali e di tasse, si unì la diminuzione generale dei

prodotti aggravata dalla mortalità del bestiame. Si può dire

che da una lunga serie d’anni l’agricoltore assiste impotente

allo sfacelo lento della proprietà, sfacelo che purtroppo

continua” 23 .

Scriveva Carlo Omodeo Salè nel suo saggio su “Avvicendamenti

e consociazioni colturali della Riviera Bresciana

del Garda nel quadro della evoluzione agricola nell’ultimo

cinquantennio” pubblicato in Memorie dell’Ateneo di Salò

(1940): “...il decennio che precedette il 1885 fu floridissimo

nel commercio ed anche nella esportazione del vino. [....]

Ben presto dal periodo di floridezza accennato si passò ad

altro di crisi profonda che culminò nell’ultimo decennio del

secolo scorso. Innanzitutto crisi di mercato: venuta meno

l’esportazione e sopraggiunte altre ragioni di carattere

economico–politico concomitanti, il prezzo dell’uva discese

notevolmente dai massimi di lit.34,5 al quintale.. a valori

minimi di 17 lire. Diminuì contemporaneamente la produzione

da un valore medio di 16 a 17 quintali per ettaro a

10 e 11 quintali. Quest’ultimo fatto era dovuto allo sfruttamento

eccessivo dei terreni nel periodo precedente colle

consociazioni illogiche e la deficienza di concime, ma più

ancora al diffondersi e all’aggravarsi prima dell’oidio e poi

della peronospora. Fu specialmente grave la peronospora.

Ad essa da principio non si diede la dovuta importanza

giacché produceva danni lievi, non solo, ma, secondo alcuni,

arrecava qualche vantaggio per la gratuita sfogliatura

parziale prima della vendemmia. Ma successivamente al-

23. Razzetti C., La Valtenesi agraria, in “Il Risorgimento Agricolo”, anno 1,

n.7 , agosto 1900


28

largò il suo campo di azione ed attaccò oltre che le foglie

anche i grappoli, prima e dopo la fioritura, l’uva durante il

suo sviluppo e gli stessi grappoli che vi corrispondevano.

Di modo che i danni andavano via via crescendo, giungendo

a distruggere anche l’intero raccolto. Ma i rimedi efficaci

ritrovati per i due parassiti indicati, basati sul largo impiego

di cuprici liquidi e di zolfo, aggravarono enormemente le

spese di coltivazione e di difesa. Di modo che in quel periodo

si può ritenere che tutte le aziende agricole della Riviera

del Garda fossero in perdita. Molti terreni infatti cambiarono

di proprietà ed il prezzo per ettaro discese a Lit.1.000

ed anche a meno.di qui fallimenti, disoccupazione, miseria,

emigrazione in larghissima scala...”. Tuttavia non sempre,

allo scarso raccolto corrispondeva uno scadente prodotto,

ma talora la qualità del vino riusciva ottima e non rimaneva

priva di mercato, anche se avevano cominciato a fare la loro

comparsa i vini meridionali che venivano smerciati a danno

della produzione locale 24 . E la Gazzetta Ufficiale del circondario

di Salò “Il Garda” puntualmente dava notizia dell’andamento

del mercato vinicolo: “Anche nei nostri paesi è

cominciato lo smercio dei vini meridionali, a tutto danno

del prodotto locale”(sabato 2 novembre1899). “In Valtènesi

a Manerba, Moniga, Raffa e Portese abbiamo delle ottime

qualità di vino, di solito molto apprezzato nella stagione

invernale e speriamo che abbia a cominciare presto la vendita”.

(9 novembre 1889). “Da parecchi giorni vediamo arrivare

col tram nei nostri paesi vagoni di uva meridionale

colla quale molti intendono fare vino da taglio coi nostri

scadenti, ma molti invece prepareranno sotto il battesimo

del vino meridionale dio sa quale bevanda”. (27 novembre

1890).

Nel 1898 ritornò a presentarsi la peronospora. “la rapidità

dello sviluppo della peronospora è quasi incredibile e

24. "Il Garda. Gazzetta settimanale del Circondario di Salò", annate 1889-

91, Salò, Tipografia Faustino Conter & C.


29

ben lo sanno gli agricoltori che nel 1898 si videro in 48 ore

portata via quasi tutta l’uva; lo stesso accadde nel 1900”.

Intanto preannunciata da pressanti inviti a non aspettarla

con le mani in mano senza far nulla, dalla Francia dove aveva

duramente colpito la viticoltura locale, si affacciò ai confini

della regione gardesana la filossera, che già dal 1879 si

andava diffondendo nell’Italia e che già era comparsa nella

parte occidentale della provincia di Brescia. Le prime avvisaglie

si ebbero nel 1901 con il rinvenimento di alcuni focolai

di infezione a Bedizzole; nel 1902 fu la volta di Carzago 25 .

Nel 1905 le esplorazioni compiute dalla Regia delegazione

antifilosserica di Lonato rilevarono anche a Padenghe

e Manerba la presenza della filossera che superato l’arco

delle colline si avviava ormai ad invadere tutta la regione

gardesana 26 . Carlo Omodeo Salè scriverà in proposito: “Ma

la vera rivoluzione è stata determinata, come si disse,dalla

comparsa (per quanto tardiva rispetto alle altre regioni

d’Italia) e dalla rapida diffusione della filossera. Se questa

risultò, alla fine, forse benemerita, fu certamente agli inizi

disastrosa, per modo che, molte proprietà, grandi e piccole,

si sfasciarono, mentre altre furono date in affitto a prezzi

irrisori. Conseguenza dolorosissima della crisi così grave fu

la emigrazione. Osserva il Rossetti che in un solo anno il

10% della popolazione abbandonò la Valtènesi... e che il

sindaco di un comune di 700 abitanti firmò nell’annata 70

precetti esattoriali”. Nel tentativo di fermare l’espansione

dell’epidemia, sollecitato dai comuni della zona, il MAIC

emise un decreto con cui sospese l’esportazione dai comuni

di Manerba e Padenghe di alcune materie che avrebbero

potuto facilitarne la propagazione. Ma intanto l’infezione

si manifestò anche a Moniga, poi nel 1906 a Portese. Il 31

dicembre 1910 il ministero dell’Agricoltura dichiarò sospetti

di infezione filosserica tutti i comuni dei mandamenti di

25. "Il Risorgimento Agricolo", anno III, n. 1-2

26. La filossera in Valtenesi, Ibidem, anno VI, n. 14, 1905


30

Gargnano, Salò e Lonato, ad eccezione di quelli già dichiarati

ufficialmente filosserati. Nel 1911 all’elenco si aggiungevano

i comuni di Polpenazze, Volciano e Muscoline e nel

1912 i comuni di Salò, Gardone Riviera, Soprazzocco e Villanuova.

27 Per affrontare il problema filossera i comuni dei

paesi maggiormente viticoli istituirono dei consorzi antifilosserici

che provvedessero alla ricostituzione dei vigneti.

Nacquero così nel 1911 i consorzi antifilosserici di Manerba,

Moniga, Soiano, Polpenazze, Puegnago, Raffa, San Felice,

Portese e Padenghe a cui il ministero concesse un sussidio

di Lit. 2.700. Nel 1912 i consorzi comunali si consorziarono

nella federazione dei consorzi di difesa della viticoltura

della Riviera Bresciana del Garda, su proposta della regia

delegazione antifilosserica e nel 1913 nacquero i consorzi

di Volciano e di Campoverde.

La ricostituzione dei vigneti colpiti dalla filossera offrì

l’occasione per una loro riduzione ed una loro razionalizzazione.

Alla coltivazione a palo da buco si sostituì la coltivazione

a spalliera con pali di legno, con evidente risparmio.

Alle viti originali vennero sostituite viti americane il cui

adattamento al suolo veniva accertato mediante accurate

analisi dei terreni in cui dovevano essere collocate. Secondo

i dati ufficiali del catasto agrario del 1909 la produzione

di uva della regione gardesana ammontava a q.li 254.730 di

cui 18.070 prodotti nella regione montuosa e 236.660 nella

regione collinare. La produzione media per ettaro era, nella

parte montana di q.li 26,7 e di q.li 26,3 nei vigneti della regione

collinare; la superficie destinata esclusivamente alla

viticoltura era di 7.334 ettari nella regione collinare e di ettari

515 nella parte montuosa 28 .

Per meglio comprendere in quale contesto maturarono

le prime iniziative di solidarietà e di cooperazione val

la pena ricordare quali fossero le condizioni di vita della

27. Ibidem, anno VII, n. 7, 1906

28. Catasto Agrario del Regno d’Italia, Lombardia, zone 40 e 43


Il frontespizio della prima pagina del primo numero della rivista

31


32

società agricola gardesana, in quanto al precario funzionamento

del sistema produttivo corrispondeva un altrettanto

grave e precario contesto sociale.

La coltivazione del suolo, solo in minima parte, nella riviera

gardesana era praticata in economia dal proprietario,

e ciò avveniva quasi esclusivamente nella regione montana

dell’alta riviera. Non particolarmente diffusa era la conduzione

dei fondi in affittanza, il cui contratto aveva la durata

di nove anni ed il cui canone veniva solitamente pagato in

due rate, l’una a maggio, l’altra a novembre. Nel contratto

l’affittuale si obbligava a tenere sul fondo un conveniente

numero di bestie per consumare i prodotti del suolo, ma

non sempre questa clausola veniva osservata. D’altra parte

il contratto era quasi sempre stipulato nella forma più

semplice, talora veniva fatta una scrittura privata, ma assai

spesso il contratto era solamente verbale. L’affittuale dunque

esercitava l’industria agraria con propri capitali: “il bestiame

per le arature e per i trasporti, gli attrezzi rurali, i pali

i vimini e lo zolfo per le viti, più una parte di grano per la

semina ed una quantità di foraggio e di strame per sopperire

all’insufficienza del prodotto dello stabile e denaro per

le spese impreviste”.

Il sistema di conduzione dei fondi più diffuso nella zona

era invece il contratto di mezzadria, un contratto che era

“in uso da molto tempo” e che non presentava caratteri

molto diversi dai contratti di mezzadria in vigore nella collina

lombarda del tempo, ma il tipo di coltivazioni e le dimensioni

dei possedimenti, peraltro spesso frammentati e

non contigui, facevano sì che esso fosse ritenuto il più adeguato,

all’interno del quale però si ritagliavano condizioni

particolari e varietà di clausole che mutavano di volta in

volta, da contratto a contratto, a seconda degli usi locali. Il

proprietario assegnava al colono ed alla sua famiglia la casa

di abitazione a titolo gratuito, e in taluni casi anche un piccolo

orto per il quale però richiedeva un compenso, sep-


33

pur minimo. La divisione del prodotto avveniva nel modo

seguente: dove il prodotto della vite era abbondante due

terzi spettavano al proprietario ed un terzo al colono; se

il prodotto era scarso veniva diviso a metà. Il frumento, il

granturco e gli altri cereali venivano pure divisi a metà, ma

al colono era fatto obbligo di provvedere a proprie spese

all’acquisto delle sementi. Al colono veniva fatto obbligo

di allevare i bachi da seta ed il ricavato della vendita veniva

diviso a metà. A carico del colono erano le scorte vive

necessarie alla coltivazione del podere, mentre il fieno per

il bestiame, i pali e i vimini per le viti erano a carico del

proprietario. Al colono spettava il pagamento della tassa

di famiglia e quella sul bestiame, inoltre il proprietario imponeva

al mezzadro l’obbligo di un determinato numero di

carreggi per il trasporto di derrate e di materiali, mentre il

mezzadro si impegnava ad offrire al proprietario, a titolo di

regalìa, un numero fisso annuo di polli e di primizie dell’uva

e dei frutti. Anche il prodotto delle olive veniva diviso a

metà, ma anche in questo caso il colono era tenuto a donare

al padrone una regalìa, che mentre per l’uva era fissata

in un quindicesimo del prodotto totale, variava da colonìa

a colonìa. E così come per l’uva era tenuto a prestare la

sua opera nella cantina padronale “per tutte le operazioni

attinenti alla fabbricazione del vino compresa la svinatura”

al colono spettava la spesa di conduzione al torchio delle

olive e della torchiatura.

Durante l’anno, fino all’epoca del raccolto, il proprietario

veniva incontro alle necessità del colono con sovvenzioni

in granoturco e anticipazioni in denaro che venivano poi

detratte al momento di chiudere i conti. Accadeva assai

spesso così che nelle annate meno felici il mezzadro chiudesse

i suoi conti in rosso, perennemente indebitato nei

confronti del proprietario e solo nelle annate migliori riusciva

a restituire quanto gli era stato anticipato. Accadeva

anche però che il proprietario diffidasse dei suoi mezzadri,


34

Costruzione del Consorzio Agrario al Crociale di Manerba


35


36

Il Consorzio terminato.

convinto che gli sottraessero parte dei prodotti, cosa che

per altro probabilmente succedeva, data la povertà delle

condizioni di vita, per cui i mezzadri, non ottenendo sovvenzioni

dai proprietari, erano costretti ad indebitarsi con

estranei che praticavano condizioni di usura. E il problema

delle sovvenzioni non era l’unico per cui il mezzadro era

costretto a ricorrere ad estranei che nulla avrebbero dovuto

aver a che fare con la conduzione del podere. Il contratto

di colonìa faceva obbligo al mezzadro di fornire il bestiame

necessario alla coltivazione del fondo, ma ben pochi erano

quelli che possedevano i buoi della loro stalla. Per poterne

disporre ricorrevano alla soccida, che quasi sempre veniva

praticata in forme assai onerose, per cui i prodotti del suolo

spettanti al mezzadro finivano per non essere quasi mai

sufficienti a far fronte alle necessità della famiglia colonica

e del podere 29 .

Nella regione gardesana la famiglia colonica era compo-

29. Marchiori P., Monografia sulle condizioni dell’agricoltura e della classe

agricola del circondario di Salò, in Atti della Giunta per la inchiesta agraria e

sulle condizioni della classe agricola, vol. VI, Tomo I, Roma, Forzani e C., 1882


37

sta mediamente da sei ad otto individui ed un coltivatore

era in grado di lavorare un ettaro e mezzo di terreno nella

parte collinare. Solitamente, data la ridotta dimensione

delle possessioni, una sola famiglia colonica bastava alla

normale conduzione di un fondo e la permanenza su un

podere da parte di una famiglia mezzadrile era abbastanza

lunga e non era infrequente che al padre subentrassero i figli

e ciò anche per più generazioni. Tuttavia non mancarono

casi in cui i mezzadri oppressi dai debiti abbandonassero i

fondi “lasciando un debito che più non pagano”, oppure,

quando la crisi si faceva più grave e la speranza di annate

positive sfumava, abbandonavano i fondi “per costituirsi

braccianti o lavoratori avventizi” quando non ricorrevano

all’emigrazione.

Dal quadro sin qui presentato si può comprendere come

per il mezzadro, legato al fondo dalla compartecipazione

al prodotto, il cinquantennio post’unitario non fu particolarmente

felice e le condizioni economiche della famiglia

mezzadrile erano spesso più misere di quelle di chi, come i

salariati, poteva godere di una retribuzione fissa in denaro,

per cui si può comprendere come vi fossero mezzadri che

alla sicurezza del rapporto mezzadrile preferivano trasformarsi

in braccianti o in salariati, liberandosi di tutti quegli

oneri che il contratto di mezzadria comportava. Tuttavia

esso rimase predominante in tutta la regione meridionale

della riviera gardesana e conservò immutate le sue caratteristiche

fino a quando ai primi del novecento non si iniziò

ad introdurre, nel sistema di coltivazione tradizionale,

le prime innovazioni colturali, vuoi sotto la spinta della necessità,

vuoi sotto lo stimolo dei nuovi orientamenti agrari

volti a riequilibrare la debole e sempre meno remunerativa

agricoltura gardesana. E ancora qualche annotazione sulle

condizioni di vita dei lavoratori della terra che vengono definite

“molto meschine”. Tra le più frequenti cause di morte

vi sono malattie intestinali e problemi alle vie respiratorie.


38

Coltivazione del mais in Valtènesi

Le abitazioni sono spesso malsane, umide, poco areate. Ma

la malattia che più di tutte colpisce gli adulti è la pellagra,

provocata dalle carenze dell’alimentazione 30 .“Il cibo usuale

dei contadini è la polenta, salame, polli, erbaggi, beve vino

30. Benedini B., Terra e agricoltori, cit., pagg. 154-157


39

nella primavera e nell’estate... non mangiano di solito carne

di beccaria...Il cibo ordinario ed abituale dei contadini consiste

nei legumi, nel sorgo turco e nelle carni insaccate di

maiale e non si fa uso di vino che nei tempi estivi e durante

i lavori faticosi”. “Il vivere del colono e dell’operaio è molto

meschino, è basato principalmente sul grano turco che si


40

mangia tutti i giorni con erbaggi, legumi e poco pesce..”.

Così in due inchieste condotte sulle condizioni di vita dei

lavoratori delle campagne condotte prima e dopo l’unità

d’Italia. Si comprende quindi come, in tale situazione, chi

fosse solo un poco sensibile alle condizioni dei lavoratori

della terra cogliesse al volo l’opportunità che la cooperazione

mostrava di poter dare. E come l’adesione delle classi

lavoratrici e proprietarie fu subito entusiastica, vincendo

le ritrosie di cui l’atavico individualismo aveva permeato

fino ad allora l’animo contadino 31 .

31. Czoerning Karl, Agricoltura e condizioni di vita dei lavoratori agricoli

lombardi 1835-1839, Milano, Editrice Bibliografica, 1986.


Pompeo Gherardo Molmenti (1852 –1928)

41


42


43

LE INIZIATIVE

DI SOLIDARIETÀ

SOCIALE


44


LE INIZIATIVE

DI SOLIDARIETÀ

SOCIALE

45

I primi due decenni post unitari non furono per la regione

gardesana particolarmente ricchi di iniziative volte a favorire,

direttamente ed indirettamente le condizioni dell’economia

agricola. Già all’avvento dell’Unità tuttavia, sul Garda

era operante da circa un ventennio una delle più significative

esperienze di cooperazione nata in un’epoca in cui

ancor poco si parlava di cooperazione, ma che le condizioni

dell’alta riviera occidentale del Garda ampiamente giustificavano.

Mentre infatti l’agricoltura bresciana e lombarda

in generale erano ancora caratterizzate da una produzione

di sussistenza volta al soddisfacimento dei consumi delle

classi proprietarie e produttrici, l’agricoltura dell’alta riviera

occidentale del Garda si era consolidata nella produzione

mercantile degli agrumi. E proprio i difficili rapporti con

il mercato provocarono la nascita della “Società Lago di

Garda”, costituita con una prima scrittura l’8 marzo 1840 e,

successivamente, definitivamente confermata il 6 gennaio


46

1841 per iniziativa del consigliere di Gargnano Giuseppe

Pederzani “allo scopo di vendere con reciproca eguaglianza

comunalmente i limoni” 32 . La proprietà era notevolmente

frammentata per cui se si eccettuano i pochi grandi possidenti

che potevano direttamente provvedere mediante una

propria organizzazione alla commercializzazione dei limoni,

tutti gli altri, al momento di vendere i loro raccolti erano

in balìa dei commercianti che badavano maggiormente ai

propri interessi che a quelli dei produttori. 33 Nata dunque

per sottrarre i produttori d’agrumi dalle mani di mediatori

e speculatori, la Società Lago di Garda dette vita ad una efficace

organizzazione commerciale che si estendeva a nord

nel cuore dei paesi dell’Europa orientale, spingendosi sino

ai mercati della Russia.

Alla nuova società diedero subito la loro adesione 254

possidenti, e benché i soci non superassero i due terzi dei

possessori di giardini d’agrumi, nel 1863, agli inizi del primo

decennio post unitario, nei magazzini della Società Lago di

Garda confluiva il prodotto di 12.000 campate di giardini, e

nel 1879 quello di 17.400 campate.

I soci, che all’inizio della Società erano suddivisi in permanenti-obbligati

cioè per tutta la durata della Società – ed

annuali, partecipavano alla vita della società esprimendo

il loro diritto di voto sulla base delle loro possessioni. Chi

aveva 100 campate aveva diritto ad un voto, chi ne aveva

200 a due voti, chi ne aveva trecento ed oltre a tre voti, e chi

invece possedeva meno di cento campate aveva diritto ad

esprimere da uno a tre voti solo se munito di procura di altri

32. Samuelli Tomaso, Origine della Società Lago di Garda ed operazioni

da essa compite durante un quarantennio, Salò, Tipografia Faustino Conter,

1883

33. Erculiani Giuseppe, La Società Lago di Garda. Sue origini – Scopi e

sviluppo dal 1840 al 1940, pubblicato in memoria di Pederzani Giuseppe di

Gargnano che la ideò, volle e creò, Brescia, Tipografia R. Codignola, 1940 –

XIX


47

soci; diversamente egli era escluso dalle votazioni. La costituzione

del capitale sociale doveva avvenire in maniera

abbastanza indolore per i possessori di giardini d’agrumi,

mediante la trattenuta di una cifra percentuale sul ricavato

dei limoni venduti, in ragione, dapprima, di un soldo milanese

sul ricavato netto di 100 limoni per formare un fondo

di cassa divisibile fra i soci al termine della società o del loro

rapporto con essa, poi del 2% sul ricavato netto dei limoni.

Il fondo di cassa costituito con una trattenuta proporzionale

al conferimento dei limoni fatto da ogni socio, non diventava

proprietà della società, ma rimaneva accreditato ad ogni

socio e di sua proprietà, con diritto di riscatto al termine del

contratto sociale o all’uscita dalla società. Il capitale veniva

quindi formandosi con una piccola parte dei prodotti messo

a risparmio da ciascun socio, così che ognuno costituiva

una quota di capitale sociale proporzionata alle sue forze,

senza nessun grave sacrificio e veniva in possesso di una

cartella di credito.

Proprio in questo meccanismo era insito uno dei punti di

debolezza della società che non seppe né poté arginare le

difficoltà sorte nella produzione agrumiera, ma sopravvisse

sino ai nostri giorni, mutando i suoi scopi, adattandosi alla

nuova realtà, incapace di assumere un ruolo di promozione

e di guida verso la ripresa di una coltivazione che sulle

sponde occidentali del Garda vantava tradizioni plurisecolari.

“Lo sviluppo che assunse l’azienda negli anni di prosperità,

la quantità di frutta che affluiva nei magazzeni, il bisogno

di sollecitarne la vendita, la speranza di maggiori e

più vantaggiosi affari mercé l’istituzione di figliali poste più

vicine ai consumatori, furono le ragioni che consigliarono

nell’anno 1846 la istituzione in Vienna di un’agenzia estiva

più tardi tramutata in permanente; nel 1848 fu decisa l’apertura

di una filiale a Milano e il medesimo anno venne


48

aperto in Verona un magazzino estivo, che però ebbe pochi

anni di vita. Il 1857 vide la attivazione di altre due case filiali:

l’una a Trieste alla quale oltre allo smercio dei limoni gardesani

sarebbe spettato il compito di estendere il commercio

ed altri rami congeneri, quali esempio limoni meridionali,

aranci, frutta secche, che affluivano nel porto di Trieste”;

l’altra a Praga.

Appare evidente lo sviluppo della Società sulle direttrici

commerciali dell’impero Austro-Ungarico, che da un lato

aveva sempre costituito il naturale sbocco della produzione

agrumicola locale, dall’altro lato avrebbe potuto comportare

difficoltà e turbamenti al momento dei mutati rapporti

politici successivi al passaggio dell’area gardesana al Regno

d’Italia.

Ma il 1855 aveva portato nei giardini d’agrumi la malattia

della gomma che già a metà degli anni ’60 aveva ridotto

la produzione di limoni a circa un quarto della produzione

normale. I magazzini della Società Lago di Garda che nel

decennio 40-49 avevano raccolto 59.333.281 limoni estivi e

66.181.311 nel decennio 50-59, nel decennio 60-69 ne ricevettero

solamente 32.343.282 e 21.284.276 nel decennio

1870-79. Rimanendo pressoché invariato il numero dei soci

che conferiva alla società i suoi prodotti.

La vasta organizzazione commerciale posta in essere dalla

società divenne sovradimensionata rispetto alla quantità

di prodotto che ancora era in grado di immettere sul mercato,

e venne gradatamente smantellata per ridurre costi

che divenivano insostenibili e non più remunerativi.

Così, nel 1859 venne decisa la soppressione dell’agenzia di

Praga, che serviva come scalo per le piazze commerciali della

Boemia e della Moravia e di quella di Trieste; il 13 settembre

1862 fu decisa la cessazione della casa di Milano ed il 20 aprile

1871 si deliberò la liquidazione della filiale di Vienna.

La grande avventura commerciale si era praticamente


49

conclusa, e la Società Lago di Garda ridimensionata nel suo

scopo fondamentale si trovò a battere altre strade. Tuttavia

essa era riuscita ad esercitare una positiva influenza per i

proprietari di giardini d’agrumi proprio in questa congiuntura

sfavorevole per la produzione limoniva. Infatti pur ammettendo

che la diminuita produzione abbia contribuito a

tenere elevato il prezzo degli agrumi, si deve rilevare come

i ricavi garantiti dal momento dell’entrata in funzione della

società furono superiori a quelli conseguiti dai produttori

limonivi nei periodi precedenti; ad una media decennale di

List. 3,42 per 100 limoni naturali, nel decennio 1832-1841,

corrispose, nel periodo 60-80 un ricavo depurato per 100

limoni, di Lit. 3,90 nel primo quinquennio, 5,17 nel secondo,

6,82 nel terzo e 5,73 nel quarto, con una media ventennale

di Lit. 5,40 (+ 1,98). E di tale migliore remunerazione non

godettero solo i soci, ma tutti i produttori d’agrumi, giacché

il peso della Società Lago di Garda fu tale da determinare

tutto l’andamento del mercato.

Allorché la caduta della produzione agrumicola si delineò

in tutta la sua gravità la Società Lago di Garda si trovò

economicamente impreparata non solo a favorire la ricostituzione

dei giardini distrutti, così da garantire la continuità

della coltivazione, ma non fu in grado nemmeno di disporre

di capitali da impiegare “nella istituzione di piazze gratuite

all’ospedale di Salò per cura di possidenti di giardini

caduti nell’indigenza; nell’organizzazione di un consorzio di

mutuo soccorso fra i proprietari dei giardini ed i giardinieri;

nella fondazione di società mutua contro i danni degli incendi

dei giardini; nell’impiego degli studi superiori a figli

di proprietari di giardini”.

La Società Lago di Garda nata per favorire la commercializzazione

degli agrumi rimase legata a questo suo scopo

primitivo, ma ridottosi il volume d’affari in questa attività ritenne

di poter estendere i suoi interessi ad altre produzioni


50

locali. Così nel 1877 si decise di accogliere nella società anche

chi, non possedendo giardini d’agrumi fosse possessore

di piante di lauro e di fondare un apposito opificio “onde

lavorare tutte le bacche dei vecchi e nuovi soci e vendere

l’olio in comunione”, giacché trovava smercio sugli stessi

mercati ove la Società vendeva i limoni.

Nel 1902 infine il consiglio di amministrazione decise la

creazione di un moderno oleificio che entrò in funzione nel

1903 in Gargnano, che provvedesse alla lavorazione delle

olive ed al commercio dell’olio. Nel primo anno furono lavorati

Kg. 225.336 di olive e Kg. 430.737 nel secondo anno

di attività, conferiti da 150 soci che subito aderirono all’iniziativa.

Mentre la Società Lago di Garda si garantiva la sopravvivenza

espandendosi in nuovi settori, adeguando le sue

strutture e le sue attività alle mutate condizioni della locale

agricoltura, a Salò si costituiva, nel giugno del 1885 il Comizio

Agrario circondariale.

Se dunque le iniziative volte ad intervenire in maniera

diretta sull’agricoltura nei primi decenni post’unitari avevano

a che fare con l’indifferenza delle classi contadine, la

regione gardesana non rimase estranea, soprattutto dopo

il 1880 al fermento di iniziative che operando sul piano assistenziale,

creditizio e cooperativo tesero a migliorare le

condizioni di vita della classe agricola, in sintonia con quanto

accadeva nel resto del bresciano e delle altre regioni

del regno. E se altrove le disagiate condizioni della classe

agricola dettero vita ad una spinta rivendicativa che andò

sempre più accentuandosi sino a trasformarsi in un’aperta

conflittualità sul finire del secolo, grazie anche al diffondersi

del socialismo, la regione gardesana non fu particolarmente

coinvolta da aperti conflitti tra possidenti e operai e salariati

agricoli in conseguenza delle caratteristiche strutturali

dell’agricoltura dominata dalla piccola proprietà e dalla


51

mezzadria e dall’insignificante presenza del bracciantato. In

queste condizioni trovarono ampie possibilità di affermazione

le iniziative di mutuo soccorso, lontane da ogni valenza

rivendicativa, anche quando in altre parti della provincia

la spinta al confronto di classe aveva posto le basi per la trasformazione

delle società di mutuo soccorso in organismi

più apertamente sindacali. Liberali e cattolici furono dunque

i promotori delle numerose società di mutuo soccorso

che un po’ ovunque sorsero nella regione gardesana 34 .

Nel giugno del 1885 si era costituito a Salò il Comizio

Agrario Circondariale. 35 Istituiti con legge del 1866 a metà

fra l’obbligatorio ed il volontario, i comizi agrari avevano il

compito di adoperarsi per far conoscere le migliori coltivazioni,

i migliori metodi colturali, i più perfezionati strumenti

ed in genere stimolare ogni intervento atto a promuovere

pratiche dimostrazioni, esposizioni di prodotti, di macchine

e di strumenti rurali” in una parola avevano “l’incarico di

promuovere tutto ciò che può tornare utile all’incremento

dell’agricoltura”. Inizialmente istituiti per i capoluoghi di

provincia, nel 1879 vennero estesi anche ai capoluoghi di

circondario, ma prima che Salò vedesse nascere il suo Comizio

si dovettero attendere ancora sei anni. A presiederlo

fu chiamato il conte Lodovico Bettoni, possidente e studioso

d’agricoltura, membro della Deputazione Provinciale di

Brescia, deputato e senatore del regno. Ma nato fra la diffidenza

e l’indifferenza il comizio agrario non riuscì a superare

le difficoltà che incontrò sul suo cammino e nel 1898

al nascere del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera

cessò ogni sua attività e quei proprietari che maggiore attenzione

avevano dedicato ai problemi agricoli divennero

34. Cavalleri Ottavio, Il movimento operaio e contadino nel bresciano (1878

-1903), parti II e III, Roma, ed. Cinque Lune, 1972

35. Comizio Agrario Circondariale di Salò, Relazione della direzione all’Assemblea

dei soci dell’8 gennaio 1887, Brescia, 1887, Tip. Istituto Pavoni


52

i primi soci del nuovo organismo 36 . Tuttavia nei suoi pochi

anni di attività promosse conferenze sulla peronospora e la

fillossera, l’allevamento del bestiame e l’albericoltura; iniziò

a creare vivai di alberi da frutto, peri, meli peschi, castagni

e viti americane che distribuì tra i soci, avviò esperienze di

allevamento di nuove razze di bestiame bovino e soprattutto,

in collaborazione con l’osservatorio meteorologico di

Salò, iniziò un servizio giornaliero di previsioni del tempo a

vantaggio degli agricoltori della regione 37 .

Altre iniziative rimasero sulla carta e non videro realizzazione.

Scriveva nel numero del 15 novembre 1890 la Gazzetta

settimanale del circondario “il Garda” :[...] non intendiamo

di fare appunto alla direzione del comizio; sappiamo

bene anche noi che essa non ha mancato, in parecchie occasioni

di chiamare a raccolta i soci; ma questi non si sono

mai dati per intesi, al punto che si capisce benissimo come

siano cascate le braccia anche ai pochi di buona volontà,

ed ora le sorti delle istituzioni camminano come Dio vuole.

Nell’anno agricolo testé compiuto non sarebbero mancate

le occasioni per radunarsi e gli argomenti da trattare: l’acquisto

del solfato in comunione; lo sviluppo e la cura della

peronospora; il contributo dei coloni nella spesa, i risultati

ottenuti ecc, ecc, erano tutte questioni che potevano dar da

discorrere parecchie volte ai nostri agricoltori se avessero

voluto. Nell’ottobre del 1889 il comizio aprì la sottoscrizione

per la provvista del solfato di rame; ma ben pochi risposero

all’appello, tanto che la maggior quantità del solfato

fu ritirata dai membri della direzione. Le due o tre sedute

indette per discorrere di questi ed altri argomenti affini an-

36. Comizio Agrario Circondariale di Salò, Relazioni per gli anni 1887,

1889, 1897, Brescia 1888, 1890, 1898, Tip. Istituto Pavoni

37. Relazione del direttore dell’osservatorio meteorologico di Salò, allegata

alla relazione della direzione del Comizio Agrario Circondariale di Salò per

l’anno 1887


53

darono sempre diserte, ed ora da molti mesi non si sente

più nemmeno parlare del comizio, quasi non esistesse [...] si

è detto e ripetuto che i nostri contadini sono per massima

avversi a introdurre modificazioni o innovazioni agricole e

che i padroni devono sudar sangue prima di farle adottare;

noi possiamo invece affermare il contrario, ad onore e lode

di questa benemerita classe di lavoratori; e cioè abbiamo

sentito i contadini dichiarare che nel venturo anno faranno

la irrorazione di primavera come cura preventiva della

peronospora, mentre i rispettivi padroni non ne sono forse

altrettanto persuasi, e lo dimostrano non occupandosi

dell’acquisto del solfato di rame in questa stagione che è

quella indicata per averlo a buon prezzo” 38 .

Se però il periodo che va dall’unificazione al 1880 vide

predominare l’attività filantropica dei liberali, gli anni successivi

videro farsi massiccio l’intervento cattolico che non

si limitò alla creazione di società di mutuo soccorso dichiaratamente

confessionali ma estese la sua iniziativa ad organizzare

il credito rurale ed a promuovere, mediante la cooperazione

l’approvvigionamento delle merci e la lavorazione,

la trasformazione e la vendita delle derrate agricole.

Il 1859 aveva visto a Salò la nascita della prima Società

di Mutuo Soccorso, nella quale accanto ai lavoratori della

terra, ai mezzadri, si collocavano i possidenti, i proprietari,

paternalisticamente rivolti alle sofferenze della classe economicamente

più debole, secondo una preoccupazione

filantropica tipica del mondo liberale lombardo risorgimentale

39 .

La società che si era costituita agli inizi del 1859 quando

ancora la regione gardesana era terra austriaca aveva

subito raccolto l’adesione di 187 soci, divenuti 407 nel di-

38. "Il Garda. Gazzetta settimanale del circondario di Salò", 15 novembre

1890

39. Cavalleri O., Il movimento..., cit., pagg. 91 – 93


54

cembre dello stesso anno dopo la liberazione dall’Austria.

Scopo dell’iniziativa: la costituzione di un fondo comune

al quale attingere per la distribuzione di sussidi in caso di

malattia, di infortunio o di infermità, in modo che, nella disgrazia,

non venissero a mancare i mezzi di sostentamento.

All’iniziativa dei liberali si Salò, che era stata la prima in provincia

di Brescia, altre fecero seguito a Desenzano e Lonato

nel 1862, a Toscolano nel 1863, a Rivoltella nel 1864 ed a

Pozzolengo nel 1874 40 .

Di ispirazione dichiaratamente cattolica furono le Società

di Mutuo Soccorso di Gardone Riviera, Gargnano e

San Felice di Scovolo nel 1885 e quella di Roè Volciano del

1892. Ma mentre tutte queste operavano entro un raggio

d’azione che non superava i limiti dei confini parrocchiali,

per quelle di ispirazione cattolica, e dei confini comunali

per quelle aconfessionali, nell’85 e nel ’90 sorsero due società

di mutuo soccorso che esercitavano la loro influenza

sul territorio di più paesi. La prima venne fondata nel 1885

in Bedizzole per iniziativa di Don Francesco Gorini e Giuseppe

Schena che assunse la denominazione di “Società

operaia agricola cattolica federativa di mutuo soccorso di

Bedizzole e paesi limitrofi”; ad essa fecero capo soci provenienti

da Gavardo, Goglione Sopra, Nuvolento, Virle Treponti

oltre che naturalmente da Bedizzole. La società, che

raccolse 251 soci, oltre ad avere una sezione giovani ai quali

era richiesto un contributo mensile di lit.0,15, era suddivisa

in tre categorie che versavano un contributo mensile di

lit. 1,80, lit. 1,20 e lit. 0,60. Il sussidio, che per i giovani era

di lit. 0,20 giornaliere, veniva erogato per intero nei primi

due mesi di malattia e dimezzato per i successivi due mesi.

L’azione della società tuttavia non si esauriva in questa funzione

assistenziale, ma si esplicava in molteplici attività che

andavano dalla concessione di prestiti a favore dei soci,

40. Ibidem, pagg. 106 -107


55

all’organizzazione di pellegrinaggi ed alla diffusione della

stampa cattolica, avvalendosi anche di una struttura organizzativa

che comprendeva due biblioteche ambulanti, una

banda musicale ed un corpo filodrammatico. Caratteristiche

non dissimili da quelle della società di mutuo soccorso

di Bedizzole ebbe la “Società operaia agricola cattolica

federativa di mutuo soccorso di Salò e paesi limitrofi” che

sorse il 1° ottobre 1890 raccogliendo 158 soci ed estendendo

la sua influenza su quasi tutta la zona del basso Garda 41 .

Accanto al problema dell’elevazione morale e sociale della

classe agricola non meno grave apparve la necessità di un

credito agricolo che sottraesse il piccolo proprietario ed il

mezzadro dalle mani degli usurai ai quali essi erano costretti

a ricorrere per fare fronte agli impegni ed alle necessità

dell’azienda agricola. 42

Significativa e, oserei dire ancora di attualità, l’acuta analisi

che il sindaco di Salò e vicepresidente del Consorzio

Agrario Cooperativo, avvocato Marco Leonesio, fece della

situazione nel presentare il suo “Programma per la costituzione

di una società anonima cooperativa di credito e sindacato

agricolo a capitale illimitato fra gli agricoltori dei

mandamenti di Salò e Gargnano”.

“... ad un complesso di altre circostanze, per la cui influenza

i capitali si distolsero in questa seconda metà del

secolo dalla agricoltura, venne ad aggiungersi, quale nuova

causa di maggior depressione, la azione governativa,

vuoi colle imposte d’ogni maniera fatte più gravi dalle formalità

imbarazzanti di accertamento e dal modo vessatorio

di percezione, vuoi col favorire sempre il divorzio del capitale,

principalissimo aiutatore di ogni azienda economi-

41. Ibidem, pag. 292. Importante inoltre è la raccolta di statuti disponibile

all’Archivio Storico Micheletti

42. De Maddalena Aldo, Credito e banche a Brescia nei secoli XIX e XX, in

Storia di Brescia, vol IV, parte XV


56

ca, dalla agricoltura. Ond’è che se non soccorre la privata

iniziativa vedremo in breve scomparire nella voragine del

fallimento tutti i piccoli proprietari, che sono tanta parte e

per ogni riguardo la più sana della nazione [....] È risaputo

che, salve rarissime eccezioni, il reddito medio dei fondi

è inferiore assai a quello che chiamasi interesse legale

del capitale (5%) [...] ne consegue che i piccoli possidenti

veggonsi costretti a soggiacere al peso di interessi troppo

sproporzionati alla potenzialità del terreno, se anche hanno

la fortuna di trovare il denaro presso qualche banca ad un

tasso relativamente modico, e il lavoratore (colono o bracciante)

deve lasciarsi spolpare da chi gli somministra credito

quanto è indispensabile al sostentamento della famiglia.

E sì che in genere non puossi immaginare vita più sobria e

parsimoniosa di quella dei nostri piccoli proprietari di fondi

e dei nostri contadini! Il facile impiego del denaro, qui

in modo assai rimuneratore, là in modo comodo [...] fece

sì che la rendita dello stato ed i titoli ad essa parificati, le

azioni industriali, la Cassa di Risparmio di Milano, la Cassa

Depositi e Prestiti e Casse Postali, la Banca Nazionale e le

Banche Popolari hanno in mille e diverse guise attratto a sè

tutti i grossi e piccoli risparmi, compiendo l’ufficio di altrettante

piovre divoratrici del denaro, la cui circolazione nelle

vene della patria agricoltura venne perciò a farsi sempre

più scarsa e lenta, rendendola anemica e inetta a sostenere

il più piccolo urto.

Se anche una parte soltanto del deanro che ad interesse

medio del 3 e 1/4% fosse impiegato, con non minore sicurezza

e con maggiore profitto degli stessi depositanti, presso

i nostri agricoltori diventerebbe coefficiente potentissimo

di produzione e di benessere. Né si dica che il risparmio

accumulato nelle casse di detti istituti di previdenza,

rifluisce ancora a beneficio dell’agricoltura. Se si eccettua

quanto la Cassa di Risparmio di Milano dedica agli scopi


57

del credito fondiario – e ognuno sa come per i piccoli possidenti

il credito fondiario sia null’altro che un miraggio –la

massima parte di quei risparmi è destinata ad alimentare

le speculazioni industriali ed edilizie nei grandi centri, e ad

incoraggiare l’eseguimento di opere pubbliche delle Provincie

e dei Comuni, mentre gli agricoltori possono attingervi

in assai scarsa misura, ricorrendo alle Banche Popolari,

i cui prestiti cambiari a un interesse relativamente alto,

anziché l’aiuto della redenzione rappresentano non di rado

per i piccoli possidenti l’anticamera dell’estrema rovina” 43 .

Purtroppo il progetto di credito agrario che andasse oltre i

confini comunali era destinato a rimanere tale.

Fu l’istituzione delle Casse Rurali che riuscì a rendere

meno drammatiche le conseguenze della crisi dell’agricoltura

che anche nella regione gardesana si andavano sempre

più acuendo. “ogni giorno infatti si andava scoprendo

la miseria estrema in cui versava una schiera sempre più

fitta di coltivatori diretti che, non volendosi arrendere al capitalismo

agrario dilagante nelle regioni della Lombardia

e del Veneto, rimanevano vittime delle incertezze del mercato

e delle pesantissime tassazioni imposte per pagare

gli impegni contratti per la realizzazione amministrativa e

politica dello stato italiano[...] l’idea di diffondere quindi le

casse rurali nel mondo agricolo ebbe in breve tempo pieno

successo. Le casse rurali diventarono per molte famiglie

l’ancora di salvezza, il mezzo per dare impulso ad iniziative

in campo agricolo, lo strumento di elevazione morale

e sociale dei contadini. Oltre che salvare le classi agricole

dall’usura, le casse rurali avevano lo scopo di offrire ad esse

i mezzi per provvedere ad una coltura razionale della terra,

43. Programma per la costituzione di una società anonima cooperativa di

credito e sindacato agricolo a capitale illimitato fra gli agricoltori dei mandamenti

di Salò e Gargnano, Salò, Tip. Giò Devoti succ. F. Conter e C., 1892,

pagg. 4-5


58

mettendo a loro disposizione il capitale necessario a condizioni

convenienti anche per non costringerle a precipitare

la vendita dei raccolti” 44 .

La prima cassa rurale ad essere istituita nella regione

gardesana fu, nel 1894, la “Cassa Rurale di San Felice di

Scovolo” seguita nel 1895 dalle Casse Rurali di Depositi

e Prestiti di Bedizzole e di Manerba e nel 1896 da quella

di Sirmione, dalla Cassa Rurale Cattolica di Lonato e dalle

Casse Rurali di Rivoltella e Vesio di Tremosine. Nel 1898

nasceva la Società Casa Rurale di Limone San Giovanni ed

infine nel 1902, veniva fondata la Cassa Rurale diprestiti di

Volciano.

Attorno alle casse rurali, sotto la spinta e lo stimolo alla

cooperazione ed alla solidarietà nata da queste esperienze

sostenute e propagandate dai cattolici e dal clero locale

cui ripetutamente si era fatto appello da parte di chi si

preoccupava di cose agricole, perché servendosi della sua

autorità morale si facesse propagatore del rinnovamento e

del miglioramento agricolo sorsero e si svilupparono cooperative

di consumo, società di assicurazione contro i danni

della mortalità del bestiame, cooperative agricole o unioni

rurali, cantine sociali e latterie cooperative che trasformarono

il volto dell'economia di alcuni paesi 45 .

Particolarmente caratteristica e unica nel suo genere in

tutta la provincia bresciana fu l’ “Unione agraria della cassa

rurale cattolica per acquisti e vendita collettiva di bozzoli”

di Manerba ed è interessante notare come questa istituzione

sia poi servita da esempio sulla cui esperienza nel 1899 il

Consorzio Agrario Cooperativo della Rivera del Garda, con

sede in Manerba organizzò su più vasta scala l’ammasso

44. Cavalleri O., Il movimento operario e..., cit., pag. 323

45. Fappani Antonio, Il movimento Cattolico a Brescia, Brescia, Edizioni

del Moretto, s.d.


59

sociale dei bozzoli 46 . Ma la cooperazione si estese anche

alla trasformazione dei prodotti della terra o dell’allevamento

per cui oltre alle latterie sociali di Vesio e Pieve di

Tremosine del 1893, nel 1900 sorse a Liano di Gargnano la

Latteria Sociale di Sasso e Navazzo e nel 1902 la Latteria

Sociale di Tignale, e Cantine Sociali vennero create a Limone

San Giovanni, Tremosine, Manerba e Prandaglio 47 . Nel

neonato Regno d’Italia già alla fine del 1862 si contavano

443 società di mutuo soccorso e nel 1886 veniva costituita

a Milano la Federazione delle società cooperative italiane,

denominata dal 1893 Lega Nazionale delle Cooperative. Le

azioni di governo di Crispi e dei suoi immediati successori

condussero l’Italia in una profondissima crisi economica

che, dopo essere sfociata in scontri di piazza repressi sanguinosamente

preparò l’entrata in scena di Giovanni Giolitti

(1892). L’economia italiana, sorretta da una congiuntura

internazionale favorevole, dalla ristrutturazione del sistema

bancario, dall’incentivo alle grandi opere pubbliche, dalla

nuova politica industriale impostata dal ceto dirigente liberale,

mostrò segni di confortante dinamismo, proprio in

questo periodo è fissata nell'anno 1896 la nascita del Chiaretto.

Lo stato, tra il 1904 ed il 1910 intervenne con ben dodici

provvedimenti legislativi volti a favorire più o meno direttamente

la cooperazione e si passò dalle 3800 società esistenti

nel 1902 alle 5065 del 1910. Poi fu il primo conflitto

mondiale e riflessi negativi si registrarono anche nel settore

cooperativo salvo riprendere in maniera consistente tra il

1919 e il 1920 stimolato in parte dalla forte disoccupazione,

dall’altro dall’aumento sfrenato dei prezzi.

Fra il 1919 ed il 1924, in un periodo di grande confusione

e tensione sociale, il fascismo, nell’intento di ostacolare l’a-

46. Cavalleri O., Il movimento operaio e..., cit., pagg. 344-345

47. Ibidem, pagg. 349-350


60

vanzata delle forze socialiste e cattoliche, colpì duramente

la cooperazione, bruciando e distruggendo sedi e minacciando

i cooperatori. Solo nel 1923 il primo governo Mussolini

diede il via ad un processo di normalizzazione che

avviò l’opera di revisione dei problemi cooperativi da parte

del partito nazionale fascista.

Dal 1925 al 1927 il regime sciolse la confederazione ed

intraprese una radicale riorganizzazione dei settori cooperativi;

fu creato l’Ente Nazionale Fascista per la cooperazione

con sede a Roma e le cooperative furono inquadrate

nell’ordinamento corporativo.

Nei giorni che seguirono l’8 settembre 1943 il fascismo

provò a fare leva anche sulla cooperazione ma le sorti dell’Italia

stavano per cambiare e le forze antifasciste posero le

basi per la ricostruzione di cooperative libere e democratiche.

Ricostituite la Confederazione Cooperativa Italiana e

la Lega Nazionale delle Coopertive e Mutue, nonostante

il mondo della cooperazione fosse spesso al centro di

discriminazioni da parte dello stesso governo e vittima di

un vero e proprio ostracismo, si giunse alla legge Basevi

approvata nel settembre 1947 contenente “provvedimenti

per la cooperazione” che sanciva sia i principi solidaristici

e democratici cui dovevano ispirarsi le società cooperative,

sia le clausole che avrebbero dovuto certificare il rispetto

del requisito della mutualità stabilito dalla Costituzione.

Quanto alle casse rurali, come tutto il mondo cooperativo,

negli anni trenta, furono anch’esse destinate a seguire

i piani organizzativi voluti dal regime fascista, impegnato

nella ricerca di un sempre più ampio e vasto consenso popolare.

Le casse rurali, costrette dapprima ad associarsi alla Federazione

fascista Casse Rurali, poi all’Ente assistenza casse

rurali dovettero poi approdare all’Ente fascista di zona,

in un clima di malcelata ostilità da parte del regime che


61

detestava il fatto che fossero nate, per gran parte, dall’iniziativa

cattolica. Del resto, la ricerca del consenso da parte

del fascismo, passava anche attraverso un rigido controllo

delle autonomie locali, di cui le casse rurali erano un’espressione.

Così, nell’ambito di un generale riassetto del

sistema creditizio italiano e con l’intento di modernizzarle

accrescendone l’operatività, il regime, con leggi del 1932

e 1934 imponeva loro la cessazione delle dirette attività di

commercio dei prodotti ed attrezzi agricoli da lasciare ai

Consorzi Agrari 48 .

Sottoforma di cooperativa nel 1898 era nato il Consorzio

Agrario della Riviera Bresciana del Garda allo scopo di

“acquistare per conto proprio o di terzi e distribuire ai propri

soci e agli agricoltori in genere, merci, prodotti, attrezzi,

macchine, scorte vive e morte, occorrenti all’ esercizio

dell’agricoltura e al consumo delle famiglie coloniche; vendere,

sia per conto proprio, sia per conto di terzi, i prodotti

agrari dei soci o degli agricoltori in genere, aprire nei luoghi

dove saranno richiesti dal bisogno, appositi spacci per

la vendita di prodotti agrari; acquistare macchine, attrezzi

ecc. Per darli in prestito od in affitto; stabilire laboratori od

opifici per la lavorazione di prodotti agrari; facilitare le operazioni

di credito agrario dei propri soci, esercitare assicurazioni

agrarie, nei limiti della Riviera bresciana del Garda,

raccoliere le offerte e le domande di lavoro agrario e agire

come ufficio di collocamento” 49 .

Il consorzio, presieduto dal Principe Scipione Borghese,

proprietario terriero con vaste possessioni nei comuni di

Manerba, San Felice, Portese e Moniga, passò dagli 82 soci

del primo anno di attività agli 821 del 1912 e procurò di creare

immediatamente una capillare rete di vendita, aprendo

48. Zane Marcello, Banca di Bedizzole Turano Valvestino 1895 – 2005

49. Statuto del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera Bresciana del

Garda, Salò, Tip. Pirlo e Veludari, 1898


62

prima un magazzino a Manerba, sede del consorzio, poi

a Lonato ed ai Tormini, lungo la linea ferroviaria, quindi,

appoggiandosi prima alla Società Lago di Garda e poi alla

Cooperativa agricola di Sasso e Navazzo ne aprì uno a

Gargnano. Le merci che venivano offerte ai soci venivano

sottoposte ad un rigoroso controllo della qualità, così da

garantire i soci acquirenti che, in caso di non rispondenza,

venivano regolarmente rimborsati, anche se ciò talora non

bastava a convincere i contadini ed i piccoli proprietari che

finivano per cedere alle lusinghe dei commercianti i quali

non esitavano ad approfittare della loro ignoranza 50 .

Tuttavia il volume d’affari fu subito considerevole e dalle

100.000 lire del 1899 si passò alle 333.000 del 1912. Ad accrescere

il volume d’affari del consorzio concorse anche la

vendita collettiva dei bozzoli, per i quali era stato istituito

sin dal 1900 un ammasso sociale che sottrasse gli agricoltori

alle pretese degli speculatori e degli ammassatori privati,

promuovendo nel medesimo tempo un’azione di pressione

per la revisione del medio dei bozzoli di Brescia, apparso

inquinato da contrattazioni fittizie e da manovre tendenti a

mantenere basso il prezzo dei bozzoli con grave danno dei

produttori 51 .

L’ammasso dei bozzoli incontrò subito il favore dei coltivatori,

ma non poté sottrarsi alle difficoltà a cui era esposto

il mercato nazionale, anche se, consolidatosi nel corso degli

anni contribuì in maniera determinante a garantire tranquillità

al mercato locale della produzione bacologica.

Tuttavia “la tutela degli interessi materiali degli agricoltori

è certo utilissima cosa, ma è ancora più utile mettere

in grado gli agricoltori di comprendere i benefici che loro

50. "Il Risorgimento Agricolo", anno I, n.8 del 15 settembre 1900, Anno II

n. 7 dal 15 aprile 1901, anno VI n. 12 del 30 giugno 1905

51. Razzetti Carlo, Un poco di storia, in "Il risorgimento Agricolo", anno II

n. 11-12 del 1 luglio 1901


63

arrecano le istituzioni cooperative, e di avvalersi con cognizione

di causa di tutto quel materiale che la scienza agraria

moderna pone oggi a loro disposizione.

Ciò che manca altrove e qui è l’istruzione agraria che

centuplica i vantaggi delle moderne scoperte relative all’agricoltura.

In altre parti d’Italia fanno ottima prova e danno

splendidi risultati le Cattedre Ambulanti d’Agricoltura che

hanno lo scopo di portare l’istruzione agricola in mezzo ai

proprietari ed ai contadini (la prima esperienza in Lombardia

nell'anno 1900). Compreso dell’immensa utilità di tale

istituzione, il consiglio del Consorzio si è posto all’opera e

colla autorevole ed efficacissima cooperazione del comm.

avv. Marco Leonesio è riuscito a raccogliere per sottoscrizioni

private più di £ 4.000 annue e per cinque anni consecutivi”.

“Tutti dicono: i nostri contadini sono ignoranti,

sono immersi nei pregiudizi, sono schiavi di pratiche false

e dannose; e sta bene, ma chi pensa a redimerli da questa

ignoranza, a trarli dai pregiudizi, a convincerli che le loro

pratiche sono false e dannose? [...] Avessimo almeno i maestri

ambulanti come in Germania, che girano per le campagne

a tener informati gli agricoltori dei nuovi trovati, dei

nuovi metodi di coltivazione, ma nulla di questo” 52 .

Anche la Cattedra, come già il Consorzio da cui essa

emanava, nacque per l’impegno e l’iniziativa dei privati

che preoccupati delle condizioni in cui versava l’agricoltura

gardesana decisero di promuoverne la creazione, così che

le nuove tecniche, le nuove macchine agricole, i concimi,

gli zolfi e i fosfati che l’agricoltore e il colono acquistavano

presso i magazzini del Consorzio o delle unioni rurali e delle

casse rurali, potessero essere utilizzati correttamente e

largamente e la produzione agricola della zona ne fosse au-

52. Zucchini Mario, Le cattedre ambulanti di agricoltura (1886 - 1935) in

"Rivista di storia dell’agricoltura", 1970, pag. 221 e seguenti


64

mentata e migliorata 53 . “Il Consorzio agrario è un elemento

di lotta degli agricoltori, perciò è vitale e la vita sua sarà lunga

e feconda. Non basta che il Consorzio venda zolfo, zolfati,

concimi, attrezzi, ma deve pensare alla conservazione e

allo smercio dei prodotti agrari degli agricoltori, deve porre

allo studio tutti i problemi di economia agraria nei rapporti

tra proprietari e contadini in materia di tributi. Deve preparare

il terreno adatto ad altre associazioni che si occupino

esclusivamente della lavorazione e dello smercio dei singoli

prodotti agrari come latterie, oleifici, cantine sociali ecc.

Le cattedre non possono e non debbono vivere all’infuori

di questo intenso movimento economico, anzi se vorranno

essere durature, efficaci, se vorranno partecipare dell’entusiasmo

professato nei Consorzi, debbono unire, amalgamare

l’operato puramente agrario con quello ben più difficile

e interessante dei consorzi. E chi meglio del direttore della

Cattedra, che consacra la sua vita all’insegnamento agrario

può con maggiore competenza e costanza dedicarsi allo

studio e allo sviluppo dell’opera dei Consorzi”.

In ossequio ai suoi compiti istituzionali le Cattedra iniziò

la sua attività concentrando la sua attenzione su quello che

era il maggior problema del momento e sul quale era più

che mai necessario richiamare l’attenzione di proprietari e

contadini.

La viticoltura era infatti colpita dalla filossera e la Cattedra

istituì dei corsi settimanali d’innesto in quasi tutti i comuni

viticoli della zona, accompagnandoli con conferenze

sulla fillossera ed ispezioni ai vigneti, sia compiute spontaneamente

dal direttore della cattedra, sia su richiesta degli

agricoltori o delle pubbliche amministrazioni preoccupate

che la nuova malattia si propagasse devastando le coltivazioni.

In tali interventi la Cattedra dapprima sostituì e poi

53. Razzetti Carlo, Cattedra Ambulante e Consorzio Agrario, in "Il Risorgimento

Agricolo", Anno I, n. 6, 1 agosto 1900


65

coadiuvò l’azione del Consorzio antifilosserico bresciano

a cui venne demandato il compito di tutelare la viticoltura

provinciale, intervenendo sia per prevenire, sia per isolare i

casi di infezione che si manifestavano, così da arginare l’avanzata

della malattia, sia per selezionare nuovi ceppi di viti

e predisporre vivai con cui ricostituire i vigneti fillosserati 54 .

“I sottoscrittori sono tutti proprietari di terreni viticoli e

devono di conseguenza rivolgere speciali cure alla viticoltura

della regione collinare. Per rispondere a questo importantissimo

compito, la Cattedra si occupò delle istruzioni

pratiche sulla fillossera sull’innesto delle viti americane [...]

in un mese e mezzo la Cattedra ha impartito l’istruzione

sull’innesto in 19 comuni, in una settimana a 463 alunni dei

quali 55 si meritarono il premio e 122 si distinsero”.

Supporto e strumento di diffusione dei principi di agricoltura

moderna propugnati dalla Cattedra e informatore sulle

iniziative sociali ed attività promosse dal Consorzio Agrario

fu “Il Risorgimento agricolo” che uscì regolarmente a partire

dal 14 aprile 1900 55 . Organo ufficiale della Cattedra Ambulante

e del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera

Bresciana del lago di Garda, esso divenne anche la voce

ufficiale dell’associazione “Pro Montibus” del circondario

di Salò e della Società dei viticoltori della Riviera bresciana

del Garda. Notizie pratiche di agricoltura, consigli per l’oleificazione

e la vinificazione, suggerimenti per la conservazione

delle derrate agricole, consigli su come combattere

la fillossera o la diaspis pentagona o l’afta epizootica si accompagnavano

alle notizie sui mercati e sui prezzi, alle relazioni

sull’attività della Cattedra e del Consorzio, ai bilanci

54. "Il Risorgimento Agricolo", Relazione sull’operato della Cattedra Ambulante

d’agricoltura in Salò per l’anno 1902, anno III, n. 1-2 del 31 gennaio

55. "Il Risorgimento Agricolo", A chi riceve il Giornale, anno I n. 1 del 14

aprile 1900


66

delle associazioni cooperative a loro collegate, agli studi

sulle varie zone agricole, ai risultati dei campi sperimentali,

alle informazioni sulle operazioni, sugli acquisti e le vendite

di merci presso i magazzini del consorzio, o ancora sulla

necessità di modificare il patto colonico, o l’abolizione del

dazio sul grano.

Dove non arrivava la presenza diretta della Cattedra

giungeva la voce dei suoi insegnamenti attraverso le pagine

del bollettino che significativamente era stato chiamato “Il

Risorgimento agricolo”. Intanto, grazie all’azione concorde

di cattedra e consorzio, la riviera gardesana aveva visto sorgere

nuove cooperative e nuove iniziative sull’esempio delle

istituzioni sociali nate nell’ultimo decennio del 1800 ma

che rispetto a quelle si proponevano di esercitare la propria

attività in ambiti territoriali notevolmente più vasti di quelli

ristretti in cui quelle erano sorte e si erano sviluppate.

“A Vesio per cura e virtù di Don Giacomo Zanini socio

del nostro Consorzio fioriva e fiorisce tuttora una latteria

sociale. Perché non trasportare i benefici di tale ottima istituzione

cooperativa anche in Riviera? Dopo diverse difficoltà

si riuscì a far funzionare la latteria sociale dei comuni

di Gardone Riviera, Maderno e Toscolano, la quale oggi è

floridissima e smercia panna, latte e burro agli Hotels che

per la Riviera sorgono numerosi”. La nuova latteria sociale

incominciò a funzionare nell’ottobre del 1899 e riunì un

gran numero di piccoli proprietari in difficoltà nel commercializzare

il loro latte e derivati nei periodi in cui sul mercato

la domanda diminuiva 56 .

Interessante fu anche il cammino dell’Oleificio Sociale

Benacense di Toscolano anch’esso nato per iniziativa del

Consorzio agrario che si proponeva in questo modo di migliorare

la qualità dell’olio, aumentare il rendimento delle

56. Latteria Sociale dei Comuni di Gardone Riv. Maderno, Toscolano, in "Il

Risorgimento Agricolo", anno I, n. 10, 15 novembre 1900


67

olive e migliorare l’utilizzazione delle sanse, in una parola di

immettere sul mercato un prodotto di qualità superiore e

garantire ai produttori un maggiore utile dalla lavorazione

delle olive. “Già nel 1899 venne diramata ai soci una circolare

nella quale si proponeva la creazione d’un oleificio in

Valtènesi a Manerba e uno in Riviera che avessero per il momento

intenti modesti. Più che altro si tendeva a fare delle

esperienze sulla resa e sulla qualità dell’olio.

I risultati che si sarebbero ottenuti in alcuni anni d’esercizio

dovevano dare gli elementi per poter proporre la creazione

di un grande oleificio. Le adesioni furono numerose e

gli studi compiuti si risolsero nel concetto che per la Riviera

propriamente detta la località adatta per l’impianto dello

stabilimento era in Toscolano, centro della produzione delle

olive.

A Toscolano potevano facilmente affluire tutte le olive

del lago come già vi affluivano tutte le sanse prodotte dagli

oleifici delle due sponde” 57 . I moderni impianti dell’oleificio

permisero di conseguire, rispetto alla lavorazione tradizionale

un maggior rendimento d’olio per ogni quintale di oliva

che andava da un minimo di 800 grammi ad un massimo

di tre kg e mezzo, a seconda delle partite. L’oliva di ciascun

socio veniva lavorata a parte per stabilire la resa in olio e le

olive venivano pagate in base all’olio ottenuto, mediante

acconti immediati e successivamente si procedeva al saldo.

L’oleificio pagava pure i trasporti per le olive provenienti da

località distanti secondo le norme stabilite dal regolamento

interno che dava disposizioni anche in merito alla consegna

delle olive. Ai soci veniva garantito un interesse del 5% su

ogni azione sottoscritta. L’oleificio provvedeva direttamente

alla vendita dell’olio che veniva retribuito ai soci tenendo

conto della qualità dell’olio ricavato dalle loro olive, così da

57. Razzetti Carlo, L’oleificio sociale benacense, in "Il Risorgimento Agricolo",

n. 17, 5 settembre 1902


68

corrispondere loro il valore reale della loro produzione 58 .

La rete di vendita che puntava a privilegiare la vendita al

minuto, e solo in un secondo momento si orientò anche sui

negozianti, si concentrò essenzialmente sul mercato interno,

non tralasciando però di cercare sbocchi sul mercato internazionale,

particolarmente nel nord Europa. Sul mercato

interno, oltre che servirsi, come era naturale, della rete distributiva

del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera,

organizzò la vendita del proprio prodotto confezionato in

fiaschi, dapprima a Brescia, affidando la propria rappresentanza

alla Premiata Latteria di Borgosatollo che vendeva il

latte a domicilio a oltre 1.600 famiglie, e poi a Milano, dove

la rappresentanza fu affidata ad una impresa di fornitura di

ghiaccio a domicilio, approfittando così, come a Brescia, di

una clientela già formata.

Minore fortuna ebbero, stranamente, due iniziative legate

alla produzione vinicola. Cantine sociali erano sorte a

Limone San Giovanni, a Tremosine, a Prandaglio ed a Manerba.

“Parrà inverosimile che a Manerba siasi costituita una

cantina sociale, senza nessun lavoro preparatorio, senza

statuti, senza discussioni. Eppure una cantina sociale c’è

e ne parliamo di proposito, perché la sua istituzione torna

a grande onore dei promotori. Ma poiché tutte le cose

hanno il loro principio tornerà utile spiegare la genesi della

improvvisata cantina sociale. Prima che incominciasse la

vendemmia, gli agricoltori della Valtènesi, esaltati un po’

dalle notizie tristi sul raccolto delle uve dell’Italia meridionale,

pretesero dalle loro uve prezzi elevatissimi, eccessivi.

E come succede sempre che agli eccessi succedono gli eccessi

opposti, avvenne che i compratori di uve, spaventati

dalle domande esagerate, decisero di non comprare uva.

58. Razzetti C., La rendita delle olive, in "Il Risorgimento Agricolo", n. 12,

31 gennaio 1903


69

Il raccolto abbondantissimo del Piemonte dava ragione ai

compratori e per vari giorni, durante la vendemmia, i nostri

paesi non videro, come si suol dire, un cane che cercasse di

acquistare un po’ d’uva. Alle grandi speranze subentrarono

la riflessione prima, il panico poi e i prezzi precipitarono di

sette o otto lire al quintale. Ma non bastava questo ribasso;

molta uva rimaneva ancora invenduta, massime a Manerba.

Come potevano fare quei poveri proprietari che sono senza

botti. O vendere quasi per nulla l’uva, o trovare una via d’uscita

più conveniente. Quale? A Manerba esiste una cassa

rurale che esercita il credito tra i piccoli proprietari e che

ha loro portato molti benefici al paese facendo diminuire

la piccola usura. E poiché l’uva è il principale prodotto del

paese bisognava salvare da una mezza rovina una parte di

questi piccoli proprietari. La Cassa poi era direttamente interessata

ad impedire la crisi. Gli amministratori della cassa

rurale ebbero la felice idea di pensare alla costituzione di

una cantina sociale. Per fortuna in Manerba esiste una cantina

ricca di botti ma che non viene usata dalla proprietaria

Signora Lucia Vitalini. In questa cantina i soci della Cassa

portarono la loro uva, che venne intanto pagata Lit. 15 al

quintale” 59 .I tempi per la costituzione di una grande cantina

sociale che potesse coinvolgere gran parte del territorio

della riviera vennero però considerati prematuri dal

Consorzio Agrario Cooperativo che ritenne invece maturi i

tempi per la creazione di una distilleria cooperativa da collocarsi

a Manerba.

“Per le distillerie si può fare questo ragionamento semplicissimo

– dichiarava il prof. Carlo Razzetti in una conferenza

tenuta a Manerba il 19 aprile 1903 – ove le vinacce

provengano da vini molto alcoolici l’industria della distillazione

è indubbiamente remunerativa [...] La nostra regione

produce vini da 10 a 13 gradi d’alcool e perciò ci troviamo

59. Cavalleri O., Il movimento operaio..., cit., pagg. 349-350


70

L'ammasso del grano ai magazzini del Consorzio


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nelle condizioni favorevoli alla distillazione[...] Una distilleria

capace di lavorare 5.000 q.li di vinacce non è certamente

troppo grande per noi che nei soli comuni di Padenghe,

Moniga, Manerba, Soiano, Polpenazze, Puegnago, Portese,

San Felice e Raffa abbiamo 2.800 ettari di vigneto. Ora

calcolando appena una produzione di q.li 10 di uva per ettaro

abbiamo una produzione di 28 mila q.li di uva, cioè

di q.li 7.000 di vinaccia. E non tengo conto di Lonato e di

Desenzano che fanno complessivamente oltre 1.500 ettari

di vigneto e di Salò, Volciano e Caccavero che ne fanno

oltre 800 ettari. Ma badate che sono stato assai basso nella

produzione dell’uva poiché si potrebbe portarla intorno a

q.li 15 per ettaro. L’impianto della distilleria porterebbe una

spesa di £ 11.000” 60 .

Il momento sembrava propizio, anche perché “la nuova

legge sugli spiriti ha voluto lievemente favorire la costituzione

delle distillerie cooperative [...]”. Inoltre il governo per

favorire la costituzione delle distillerie cooperative mise a

disposizione, a titolo di prestito gli apparecchi perfezionati

di distilleria che deteneva nei suoi magazzini di macchine

agricole. Ma l’entusiasmo non bastò e di fronte ad una più

attenta disamina dei costi, dell’effettivo beneficio ch’essa

avrebbe dovuto portare e il modo con cui da parte di alcuno

dei promotori si intese condurre in porto l’operazione, il

Consorzio abbandonò l’iniziativa e pur non osteggiandola

apertamente accentuò il suo disimpegno. Non così il Consorzio

Antifilloserico Bresciano che proprio in quel periodo

era impegnato a promuovere in altre zone viticole bresciane

ben quattro distillerie cooperative 61 .

60. Per una distilleria cooperativa in Valtenesi, (conferenza tenuta a Manerba

dal direttore del Consorzio Agrario Cooperativo della Riviera Bresciana del

Garda), in "Il Risorgimento agricolo", n. 18, 30 aprile 1903

61. Distillerie infatti furono create in quel tempo a Muscoline, in Franciacorta

e sul lago d’Iseo


73

La distilleria cooperativa della Valtènesi e Riviera del

Garda vide la luce nei primi mesi del 1906 e fu legalmente

costituita con l’emissione di azioni da lire 10 ciascuna da

sottoscriversi da parte dei soci ed iniziò a predisporre le

sue attrezzature in Cunettone. Ma poiché la preparazione

dell’iniziativa era stata “più semplicistica di quella che preludiò

la primitiva proposta del 1903 del Consorzio Agrario

di Manerba, e per cause che certo non erano state attentamente

studiate e previste nella fase costitutiva come pure

per il sovradimensionamento del progetto con conseguente

maggiore onere per i soci, onere tanto esagerato da non

rendere più remunerativa per i soci la partecipazione all’impresa,

essa non sopravvisse per più di due anni e nel 1908

l’esperienza poteva considerarsi conclusa” 62 con la conseguenza

di aver ingenerato ulteriore diffidenza verso la cooperazione

in chi vi si accostava con non poche incertezze e

titubanze, e sconforto in chi della cooperazione agricola si

era fatto promotore e propagatore.

Sollecitato dalle difficoltà del mercato che o non assorbiva

l’eccedenza di produzione vinicola della Riviera gardesana,

oppure smerciava vini dalle provenienze più disparate

spacciandoli come vini della riviera, si levava, nell’agosto

del 1907, l’invito ai produttori vinicoli a costituirsi in sindacato

vinicolo per tutelare i loro interessi e garantire maggiore

serietà al mercato.

“Anche oggi s’accentua un rinvilìo impressionante dei

prezzi del vino; (eppure l’anno scorso non se n’è prodotto

granché!) e quel che è di peggio in vista della sperabile

abbondanza del prossimo raccolto, pare vada delineandosi

una corrente ribassista anche per l’anno venturo! Quali

le cause? Quali i rimedi? Dirò subito che il prezzo attuale

del vino non è tale da sgomentare il coltivatore della vite;

62. La Distilleria Cooperativa di Manerba, in "Il Risorgimento Agricolo", n.

10, ottobre 1906


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Cantina in Valtènesi negli anni Trenta


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Lavoratrici agricole in cascina negli anni Quaranta


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tutt’altro, non dirò neppure, restringendo le mie osservazioni

alla Riviera del Garda che qui la superproduzione dell’uva

possa essere causa di rinvilìo dei prezzi del vino, poiché,

dato il sistema estensivo di coltivazione della vite adottato

in quasi tutta la Riviera e la finezza del nostro prodotto, qui

da noi certamente non si può parlare di superproduzione

[...] la disponibilità del commercio del vino è dunque per

noi della Valtènesi quello che determina l’attuale crisi ed

è di tale natura da rendere vano ogni nostro sforzo individuale

per eliminarla, per essa si rende necessario il sindacato

vinicolo della Riviera del Garda. Si dice che alcuni

negozianti sparsi per la Riviera ed altrove vendano del vino

che della Riviera non ha che il nome, perché proviene e da

Brescia e da Mantova e da Trani; difatti ognuno che sia stato

anche solo a Brescia, o a Milano, o anche in centri minori

della nostra stessa provincia e sia entrato in uno di quegli

spacci che portano la scritta ‘Vino di Riviera’ avrà sentito

che razza di broda che rivolta lo stomaco viene presentato

molte volte sotto la speciosa etichetta di vino di Riviera, e

intanto il negoziante che paga poche lire d’imposta, che

non patisce la grandine ma riposando all’ombra, dorme

tranquillo i suoi sonni, intasca illeciti guadagni, mentre il

vignaiuolo che trema ad ogni rumor di tuono, che si rompe

tutto l’anno le braccia alla fatica e paga forti imposte e zolfi

e fosfati, vede le sue cantine ingombre di vero vino di Riviera

e non ‘c’è verso di poterlo smerciare” 63 . Pochi incontri

preparatori e la nuova Società dei viticoltori della Riviera

Bresciana del Garda e Comuni limitrofi si costituì e fissò la

sua sede in Salò, iniziando la promozione di una serie di

iniziative che purtroppo lo scarso numero dei soci ed il conseguente

ridotto potere contrattuale fece inesorabilmente

naufragare. Nel settembre 1909, preso atto della situazione

63. Silvioli Enrico, Il sindacato vinicolo della Riviera del Garda, in "Il

Risorgimento Agricolo", n. 15, 31 agosto 1907


79

sfavorevole, delusa per la cancellazione da parte del Maic

del contributo che in precedenza le era stato assegnato,

deliberò la sospensione di ogni attività 64 .

“I soci della Società dei Viticultori della riviera Bresciana

del Garda presa visione della relazione e del bilancio presentati

dal Consiglio d’Amministrazione dichiararono: di

approvare l’opera dispiegata dal proprio Consiglio d’Amministrazione

per quanto essa non abbia corrisposto agli

sforzi fatti per dar vita rigogliosa ed attiva al proprio sodalizio

e di approvare ancora la relazione ed il bilancio presentati,

in pari tempo ritenuto: che non vi ha nessuna ragione

di sciogliere la Società in quantoché tutti gli scopi che la

medesima si era prefissa e che sono elencati nello Statuto

Sociale, rappresentando vitali questioni la cui risoluzione è

di evidente attualità e che solo per mancanza di mezzi non

è stato possibile dare esecuzione ad alcune delle iniziative

proposte, e che d’altro lato la liquidazione non apporterebbe

nessun beneficio e non farebbe che aumentare la

sfiducia e il discredito alle Istituzioni Agrarie locali esistenti:

delibera che la Società dei Viticoltori della Riviera Bresciana

del Garda:1 ) si mantenga costituita continuando ad

esistere sì da poter essere in ogni momento chiamata alla

realizzazione e al compimento di nuovi benefici o alla soluzione

di nuovi problemi imposti dall’accolta degli interessi

dei viticultori; sospendendo pel momento ogni e qualsiasi

dovere od obbligo legale o corresponsione pecuniaria annuale

o vitalizia dei propri soci; 2 ) che sia affidato il fondo

di cassa e tutto il materiale esistente alla Direzione della

Cattedra Ambulante d’Agricoltura di Salò, perché essa se

ne valga nel miglior modo che crede per aiutare i viticultori

e promuovere o dar corso al programma fissato dallo

64. Relazione della Società dei viticultori della Riviera Bresciana del Garda

e Comuni limitrofi con sede in Salò, in "Il Risorgimento Agricolo", n. 16 e n.

17, 1909


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Statuto, come pure dandole facoltà di invitare nuovamente

a raccolta sotto l’egida della Società già costituita tutti i

viticultori, appena le necessità locali impongano a suo avviso

la riorganizzazione delle varie forze individuali sparse ed

inattive”.


Manifesto di una delle prime edizioni della “Festa del Vino” di Polpenazze del

Garda

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LA LUNGA BATTAGLIA

PER LA DIFESA

DELLA QUALITÀ


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LA LUNGA BATTAGLIA

PER LA DIFESA

DELLA QUALITÀ

Così mentre si combatteva la battaglia per la ricostituzione

dei vigneti prendeva forma e consistenza la lunga battaglia

per la difesa della qualità. Il primo tentativo compiuto,

a livello di Parlamento nazionale, di disciplinare la denominazione

d’origine dei vini risale al 1904; nel 1914 venne

approvato un ordine del giorno, proposto dall’onorevole

Ottavi, con il quale si sosteneva la necessità di “tutela delle

marche di origine e delle denominazioni dei vini tipici”. Ma

solo nel 1920, dopo la fine del primo conflitto mondiale,

il parlamento riprese in esame quella proposta, più rivolta

alla tutela della tipicità di un vino piuttosto che al suo stretto

legame territoriale e viticolo.

Un passo avanti fu compiuto con l’approvazione della

proposta recante ‘Disposizioni per la difesa dei vini tipici’

formulata dall’onorevole Arturo Marescalchi nel 1924,

trasformata in legge nel 1926 con un iter attuativo che si

concluse solo nel 1930. Tuttavia né questa legge né la successiva

del 1937 avente come titolo ‘Provvedimenti per la

viticoltura e la produzione vinicola’ che aboliva ogni dispo-


86

Moniga nel 1930 in una panoramica da Soiano

sizione precedente e tentava di porre rimedio alle carenze

della normativa precedente riuscirono nell’intento di tutelare

e valorizzare viticoltura e vini tipici. Ottorino Milesi nel

suo “Il vino e i vini bresciani” scrive:”... Ai buoni propositi

peraltro non fecero seguito i necessari regolamenti di applicazione......Infatti

quelle denominazioni riconosciute ad

alcuni vini di pregio, non controllate nel territorio e nella

paternità viticola, furono più dannose che utili in quanto

dilatarono le produzioni di ‘quei vini’ in modo del tutto abnorme

appropriandosi spesso della dizione di alcune denominazioni

geografiche originalmente destinate a modeste

quantità”. Per mettere ordine nel settore con una filosofia

nuova e chiaramente territoriale, sia viticola che enologica

si dovrà arrivare al 1963 65 . A livello locale l’entrata in guerra

dell’Italia nel maggio 1915 colse i vignaioli ed i viticoltori

65. Milesi Ottorino, Difesa dell’identità e tipicità del vino, in Il vino e i vini

bresciani, pagg. 55-57, Brescia, CCIAA, s.d.


87

gardesani nel pieno della crisi provocata dalla filossera ed

alle prese con una ricostituzione dei vigneti destinata a durare

fino agli anni trenta del novecento.

Ma la battaglia per la viticoltura si combatteva di pari

passo anche sul fronte della trasformazione delle uve e il 16

settembre del 1939 (il XVII dell’era fascista) la sezione vitivinicoltura

del consorzio provinciale tra i produttori dell’agricoltura

prese l’iniziativa di istituire “un Enopolio di fortuna

al quale si potranno conferire uve da vinificare in locali

adibiti a questo scopo dall’enopolio ed anche da vinificare

sotto la guida di provetti tecnici nelle cantine stesse degli

aderenti” 66

Tuttavia neppure l’impegno della lavorazione comune

delle uve riuscì ad ottenere per il vino della Valtènesi un

riconoscimento di qualità superiore per cui protestarono i

podestà della Valtènesi: i vini locali avrebbero potuto essere

classificati, se non proprio di prima categoria, almeno

di seconda. Invece no, nessuna distinzione di merito, ed

anche i vini della Valtènesi finirono tra i vini di terza categoria,

dove erano compresi, come scriveva il 9 marzo del

1942 (XX) il prefetto di Brescia rispondendo all’esposto dei

podestà, “la maggior parte dei buoni vini italiani”. Tuttavia,

proseguiva rassicurante, si stia tranquilli, perché il comitato

“ha riconosciuto che il valore di pregio delle singole

produzioni dovrà essere riesaminato prima della prossima

campagna vinicola”. Intanto i produttori si accontentino di

vedersi pagato il loro vino come vino di terza categoria.

I produttori però non furono per niente soddisfatti ed

in attesa che le autorità competenti decidessero di riesaminare

la questione, il 12 settembre 1942 parteciparono

a Brescia ad una riunione presso l’ispettorato provinciale

dell’agricoltura per esaminare e discutere uno Statuto del

“Consorzio volontario produttori vino rosso della Valtènesi

66. Pasini Pier Giuseppe, Dai campi al campeggio, in Manerba 900, pagg.

66-67, Garda, Centro Studi per il territorio benacense, 1987


88

Veduta aerea del territorio di Moniga: nel 1938 (in alto) e dieci anni dopo


89

(Riviera Bresciana Garda)”. Recitava l’articolo uno dello statuto

(che è composto di 39 articoli): “Tra i produttori di vino

rosso della Valtènesi (Riviera Bresciana Garda) è costituito

senza limiti di durata il consorzio volontario per la difesa di

detto vino e del suo marchio d’origine, cosicché sotto la

denominazione di cui sopra venga commerciato solamente

il vino che dai vitigni della suindicata plaga viene prodotto.

La sede del Consorzio è in Brescia presso l’Unione provinciale

fascista degli agricoltori con ufficio di amministrazione

a Manerba”. Per Manerba, che aveva visto nascere la prima

cantina sociale ed il Consorzio Agrario Cooperativo della

Riviera agli inizi del secolo, era l’occasione per tornare ad

essere la capitale della viticoltura rivierasca.

La zona di produzione del vino rosso della Valtènesi

comprende oltre i territori comunali di S. Felice del Benaco,

Puegnago, Manerba, Polpenazze, Padenghe, anche quelli

limitrofi di Salò e Volciano.

Dal territorio di Salò sono esclusi i vigneti promiscui ad

ortaggi ed i terreni irrigui, quelli delle frazioni di S. Bartolomeo

e Serniga e comunque posti a oltre 250m. s.l.m.”

(art.3)

Questa la definizione del vino rosso della Valtènesi:

“Concorrono alla produzione di tale vino i seguenti vitigni:

il groppello che è il vino di base la cui percentuale va dal 45

al 60% ed oltre; mentre il restante è costituito da un misto

in proporzione varia oltre che di vecchi vitigni locali: schiava,

berzamino nostrano, corva, trebbiano ecc., di vari vitigni

forestieri, principalmente: Barbera, Nebbiolo, Sangiovese.

Il vino della Valtènesi è di solito governato con uve all’uopo

conservate di Groppello, Corva, Berzamino nostrano e Trebbiano.

Esso di norma non viene invecchiato ma è consumato

nell’annata di produzione. I suoi caratteri organolettici

sono i seguenti: colore rosso rubino, trasparente, profumo

delicato, sapido, asciutto, armonico con sapore amarognolo

di mandorla. Se giovane è frizzante. Invecchiando il suo


90

colore tende al rosso mattone. L’alcole in volume si aggira

fra i 10,5 e 12% ed oltre; l’acidità totale tra 6-7,5” 67 .

Intanto, accanto ai non indifferenti sforzi di possidenti e

piccoli coltivatori nella ricostituzione dei vigneti, non mancavano

le iniziative volte a far conoscere oltre i confini locali

la vitivinicoltura della Valtènesi. Nel settembre del 1921, il

sindaco di Puegnago Domenico Tebaldini guidava in Valtènesi

i partecipanti al Congresso enologico nazionale svoltosi

a Brescia.

Ma la Valtènesi non era solo vino rosso. Nella sua opera

del 1924 “I vini tipici d’Italia”, Arturo Marescalchi, uomo politico

e appassionato studioso di enologia scriveva a proposito

dei vini gardesani: “... le uve a vino rosso coltivate maggiormente

sono il groppello, vitigno longevo e di prodotto

abbondante, uva ricca di zucchero e tannino, ben colorata.

Talora si usa come a Moniga vinificarla da sola levando il

mosto dalle vinacce dopo 42/48 ore per ottenere il chiaretto.”

Già, il chiaretto. Premiato all’Esposizione bresciana del

1904 con medaglia d’oro, a soli otto anni dalla sua invenzione.

Era infatti il 1896 quando a Moniga, Pompeo Molmenti

storico e studioso di storia dell’arte, giunto qui dalla natìa

Venezia per sposare Amalia Brunati, discendente d’una nobile

e ricca famiglia di Salò, appassionatosi alla coltivazione

delle terre portategli in dote dalla moglie, vinificò per la

prima volta in riviera il “chiaretto”. Durante i suoi numerosi

viaggi in Francia aveva apprezzato i vini rosé, specialmente

quelli della Loira e di essi si era fatto spiegare il metodo di

vinificazione.

Tornato a Moniga, applicò la vinificazione in rosato delle

rosse uve locali e – si dice – “inventò” il chiaretto: un vino

rosa chiaro tendente al cerasuolo, dal profumo equilibrato

di fiori e frutta, dal sapore asciutto, armonico e sapido

destinato ad avere un’affermazione tale che a lungo i pro-

67. Statuto del Consorzio Volontario produttori Vino Rosso della Valtenesi

(Riviera Bresciana Garda) 1942, in A.C.M. categoria XI agricoltura 1942


91

duttori di Moniga e della Valtènesi dovettero combattere

per difenderne nome e qualità dall’avidità di commercianti

che spacciavano per “chiaretto di Moniga” vini di tutt’altra

natura e tutt’altra provenienza. Negli anni del fascismo la

cooperazione, inquadrata ed irreggimentata aveva anche

localmente subito non poche battute d’arresto, e le priorità

in agricoltura erano andate alla battaglia del grano

ed al perseguimento dell’autarchico soddisfacimento del

fabbisogno alimentare italiano. I già ridotti capitali a disposizione

dell’agricoltura subirono un’ulteriore contrazione e

solo le casse rurali, riuscirono in qualche modo a sovvenire

alle necessità dei coltivatori e dei produttori agricoli. L’economia

di guerra, il difficile periodo della repubblica sociale

e l’immediato dopoguerra, il venir meno della spinta

propulsiva della cooperazione, tradottasi in alcuni casi nel

fallimento di esperienze cooperative che ingenerarono un

clima di sfiducia e di prostrazione furono per l’agricoltura il

suggello di una crisi economica legata alle negative annate

agricole che colpirono duramente la viticoltura e soprattutto

il commercio vinicolo. Ogni anno, nel corso degli anni

cinquanta, dagli amministratori locali della Valtènesi si invocava

l’autorità del Prefetto di Brescia perché intervenisse a

determinare il mercato delle uve tra produttori e commercianti,

senza ottenere però grandi risultati 68 .

Era il febbraio del 1952 quando il sindaco di Moniga Pietro

Ghirardi nel corso di un’assemblea dei rappresentanti

dei proprietari terrieri, dei capi famiglia mezzadri e dei

piccoli proprietari convocata in municipio dichiarava: “...

premesso che nel territorio del Comune si produce una

quantità di vino pregiato denominato ‘Rosato’ o più comunemente

‘Chiaretto di Moniga’ e che tale produzione si

aggira sui 10.000 quintali annui di uva, pari a 7.000 quintali

di vino, premesso inoltre che in sito esistono stabilimenti

68. Pasini Pier Giuseppe, Moniga. Storia di una comunità tra Ottocento e

Novecento, pagg. 85- 87, Grafo, 1997


92

Pigiatura dell'uva nel 1962


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Lavaggio trucioli a lago per filtrare il vino (1950)


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Lavaggio trucioli a lago per filtrare il vino (1950)


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di produzione vini per una capacità media di 60 – 70 mila

ettolitri annui tutti esitati col nome di ‘Chiaretto di Moniga’;

fatto presente che da qualche anno i produttori locali trovano

serie ed insormontabili difficoltà per collocare all’atto

della vendemmia il prodotto; che nella passata raccolta solamente

1/3 della produzione totale è stata comprata dai

grossisti di Moniga e anche questa quantità ad un prezzo

inferiore a volte a quello delle uve prodotte nei comuni

contermini, rilevato il fatto che nessun produttore ha la

possibilità di lavorare, per mancanza di attrezzatura e di

locali la propria uva, e che perciò stesso è obbligato a vendere

a qualsiasi prezzo pur di non veder deperire un prodotto

così delicato; richiamata nuovamente l’attenzione sul

divario esistente fra l’uva comperata in luogo dai grossisti

locali che è quella che dà il nome al pregiato ‘Chiaretto di

Moniga’ e la impressionante quantità di vino venduto sotto

tale nome, l’assemblea, espressione genuina e completa

dei precipui interessi della popolazione... di fronte alla resistenza

constatata nella categoria dei commercianti vinicoli

che usando il nome di un prodotto ben definito, esportano

sul mercato nazionale, prodotto non propriamente locale;

fa voti... ecc. ecc.”. A loro rispondeva, in maniera non troppo

rassicurante, l’ispettorato agrario di Brescia, indicando

però quale poteva essere la via d’uscita:

“... Lo stato di disagio della viticoltura è generale ed

è determinato da cause specifiche concomitanti e bene

identificate e per ben attenuarla occorrono le invocate disposizioni

di legge e soprattutto quella per la difesa della

denominazione di origine dei vini genuini ed accreditati

commercialmente, quale ad esempio ‘Chiaretto di Moniga’.

L’ispettorato agrario ha promosso tempo addietro attraverso

la stampa una campagna per denunciare le notevoli

moltiplicazioni fraudolente di questo vino pregiato, e

tale campagna ha avuto risonanza nazionale richiamando

l’attenzione degli organi governativi competenti”.


99

Ma bisogna dire che fu una attenzione dagli esiti assai

scarsi se ancora nel ’56 il sindaco di Moniga era costretto a

scrivere al prefetto di Brescia una lettera alquanto preoccupata.

Nel 1957 produttori e commercianti sembravano vicini

ad un accordo; i commercianti si impegnarono all’acquisto

di tutte le uve prodotte localmente definendo il prezzo

in base al grado zuccherino; nello stesso tempo riprese ad

operare l’Enopolio della Valtènesi, divenuto proprietà dei

produttori, così pure le cantine del Consorzio Agrario. Ma

il problema stentava a trovare stabile soluzione. E intanto

l’attenzione sul Chiaretto di Moniga, nel bene e nel male

era sempre intensa.

La nostra clientela francese desidera, a pasto, del vino

chiaretto di Moniga – scriveva un ristoratore di Ventimiglia

rivolgendosi al sindaco del paese – Non si rivolga a negozianti

perché non nutriamo eccessiva fiducia e poiché si

tratta di fare affermare qui un vino diremo tipico è necessario

che non interferiscano i negozianti con prodotti simili...”

Ma il Chiaretto continuò per anni a scorrere a fiumi anche

negli anni successivi, così che non furono pochi gli interventi

tesi ad arginare il fenomeno. “...Questo comune è

a conoscenza che codesta ditta mette in vendita del vino

da pasto con la seguente impressione su bottiglie di vetro:

Cantine di Maguzzano – Vino superiore da pasto – S.A. Immobiliare

del Garda-Maguzzano di Moniga’. Poiché, fino a

prova contraria Maguzzano è frazione del comune di Lonato

e dista da Moniga ben km. 5, prima di procedere per altre

vie a tutela del prodotto di Moniga, si prega....ecc ecc..”

O ancora: “Questo Comune è a conoscenza che codesta

ditta mette in vendita vino delle proprie Cantine con la seguente

etichetta ‘Boni – Chiaretto di Moniga – Cantine f.lli

Boni – Moniga del Garda. Poiché non risulta che codesta

ditta abbia mai avuto in questo comune stabilimento alcuno

di lavorazione e produzione e tanto meno un deposito

o quant’altro di simile, si prega...”


100

La difesa della qualità e della tipicità era ancora lontana,

nonostante da tempo i viticoltori della Valtènesi si stessero

battendo per ottenere la costituzione di un consorzio di

tutela. Il mondo della viticoltura e della cooperazione nel

mondo agrario locale era destinato a procedere ancora per

anni tra delusioni e battute d’arresto, seppure non mancasse

qualche significativa iniziativa. Alcuni convegni, come

quello dell’Accademia Italiana della Vite del 1953 ebbero il

merito di proporre in modo nuovo i problemi della viticoltura

che in quegli anni andò incontro alle delusioni della cooperazione

con il fallimento dell’Enopolio di Manerba e di

lì a poco alla chiusura di quello di Puegnago, promosso dal

capo dell’Ispettorato Agrario di Salò, Vittorio Di Martino.

La spinta propositiva si era oramai andata affievolendo, il

desiderio di cimentarsi con nuovi progetti sembrava essere

un capitolo chiuso e le numerose riunioni tra agricoltori non

Panoramica di Moniga presa dalla strada statale (1954) nei pressi della Pergola


101

servivano spesso ad altro che ad esprimere lamentele 69 .

Nel 1959 si tenne il primo Convegno sui vini bresciani,

nell’ambito dell’Esposizione Industriale Bresciana e si parlò

di vini più che di vite. Nel luglio del 1960, a Moniga, nel

corso di un incontro promosso dal direttore dell’ ispettorato

agrario di Salò e del sindaco della cittadina, i produttori

vinicoli della zona vararono un Consorzio per la tutela

dei vini della Valtènesi. Ne dava conto il Giornale di Brescia

nell’edizione del 30 luglio. “Il vino, sin dai tempi di Noè, ha

sempre dovuto esibire un suo ‘certificato di residenza’, unico

elemento valido per renderlo bene accetto sulla mensa

dei buongustai. Per questo si tende, sempre con maggior

frequenza, a falsificare l’origine di certi vini, assegnando

loro, per valorizzarli, i nomi di zone notoriamente famose

per i loro vigneti pregiati, dai quali si ricavano vini altrettanto

fini e di alta qualità. Fra queste zone, vi è anche il lago

di Garda, patria del famoso ‘Lugana’, del ‘Chiaretto’, del

‘Rosso riviera’, del ‘S. Sivino’ e di altri tipi che sono tuttora

l’oggetto di una spietata ed illecita concorrenza da parte di

prodotti che sappiamo bene come, hanno tentato di confondere

le idee dei consumatori con denominazioni sibilline

ed assolutamente fuori dalla realtà. Da qui le ragioni

per cui i produttori locali si sono riuniti per discutere ed

approvare la costituzione di un consorzio che tuteli il nome

e l’origine dei vini gardesani”. Con l’intensificarsi di queste

iniziative si gettavano le basi per la costituzione, nel 1962,

del Consorzio volontario per la difesa dei vini tipici e pregiati

della provincia di Brescia. Il neonato consorzio impostò

i problemi vitivinicoli locali su basi rigorosamente scientifiche,

sia per quanto riguardava il settore agricolo della

produzione, sia per quanto riguardava l’altrettanto importante

e non disgiunto problema della commercializzazio-

69. Vescia Michele, I vini bresciani, relazione all’Accademia Italiana della

vite e del vino, Brescia, 1974, dattiloscritto


102

Attesa per la consegna delle uve

ne e della vendita 70 . Unitamente a questo si impostò uno

studio scientifico sul problema tecnico della vinificazione,

produzione, stabilizzazione e conservazione del prodotto.

“Questo ente - affermava Michele Vescia nel corso di un

convegno promosso nel 1967 dalla Comunità del Garda su

“Lo sviluppo economico della regione del Garda”- che per

la prima volta, come strumento modernissimo, ha chiamato

a raccolta tutti i produttori per discutere sui propri problemi

onde uscire da un paternalismo tradizionale per acquistare

una moderna veste di democratica discussione e di difesa

dei propri interessi, presentò agli enti competenti, fra

i primissimi in Italia, i Disciplinari di produzione che permettevamo

agli agricoltori interessati di usufruire di quanto

previsto nella legge del 12 luglio 1963, al fine di ottenere il

riconoscimento e la tutela dei propri vini. Ora i produttori

possono con soddisfazione vedere approvati, con decreto

presidenziale, i disciplinari di produzione dei vini della ‘Ri-

70. Mazza Attilio, Cento anni di vita contadina, in Vecchia Valtenesi, Confraternita

del Groppello, Edizioni del Moretto, 1985


103

Manerba, attesa consegna delle uve negli anni Cinquanta

viera del Garda’ e del ‘Lugana’...ecc” 71 .

Fu dunque negli anni sessanta del secolo scorso che la

viticoltura della Valtènesi per i suoi vini prese l’unico indirizzo

possibile per garantirsi una sopravvivenza remunerativa,

cioè quello di una produzione di pregio altamente qualificata.

Era infatti impossibile immaginare una produzione

tale da garantire una massa critica capace di sostenersi attraverso

la quantità, in un ambiente naturale quale quello

della Valtènesi o più in generale del Garda, sia per la giacitura

dei terreni sia per l’ambiente climatico. “Stabilito perciò

che il nostro avvenire è nella produzione di pregio, - dichiarava

ancora Michele Vescia nel 1967 –è necessario che

alla legge per la tutela delle denominazioni di origine dei

vini vengano affiancati quei seri consorzi volontari fra i produttori,

i quali sono gli unici che appaiono in grado di po-

71. Vescia Michele, Lo sviluppo e le prospettive della viticoltura gardesana

e della produzione vinicola con particolare riferimento ai recenti provvedimenti

delle comunità europee, in Lo sviluppo economico della regione del Garda, vol.I,

pagg. 57-61


104

Lavoratori agricoli in posa


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terla far rispettare e di completarne il controllo soprattutto

qualitativo...Bisogna però considerare, che il desiderio di riorganizzazione

e di riassettamento della nostra viticoltura si

è scosso da pochi anni e solamente in alcuni produttori avveduti

ha trionfato quella coscienza vitivinicola, che molto

spesso, per varie cause, è venuta a mancare nella generalità

dei nostri viticoltori. È chiaro che se problemi annosi hanno

trovato, per volontà di alcuni, il modo di essere impostati

su sagge direttive, è necessario che le autorità responsabili

diano a questi, che già da soli hanno saputo trovare la forza

dii risorgere sulla strada giusta, tutto quell’aiuto che possa

essere necessario a completare l’opera.”

Per la viticoltura della Valtènesi era il tempo della rinascita,

dopo aver conosciuto anni di crisi profonda, ed era

anche giunto il momento di vincere la diffidenza che il fallimento

delle tante e significative esperienze cooperative

aveva ingenerato nel mondo agricolo locale alimentando

un rigurgito di individualismi. Era il tempo di tornare alla

cooperazione, perché la qualità aveva bisogno di unità e di

capacità produttive ed imprenditoriali in grado di mettere

anche i piccoli e medi coltivatori nella condizione di trarre

profitto dalle opportunità che la normativa italiana ed europea

sulla tutela delle produzioni tipiche di qualità offriva

ed offre.


Giovani e agricoltori, soci fondatori di Agri-Coop Alto Garda Verde,

a fine anni Settanta.

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CANTINE

LA PERGOLA


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CANTINE

LA PERGOLA

111

A metà degli anni Settanta del secolo scorso, l’agricoltura

locale gardesana si ritrovò nuovamente in crisi e, per

molte delle cantine che si limitavano alla sola commercializzazione,

giunse il tempo della chiusura. In poco più di un

decennio, tra il 1970 e il 1990, chiusero a Moniga varie cantine

storiche (basti citare Bonomini, Colosio, Frassine-Bolla,

Chiappini, Simoni), e la capacità di produzione e stoccaggio

dei vini calò da oltre 150mila ettolitri di vino a soli 15mila.

Occorreva affrontare la situazione da nuovi punti di vista.

Così, il 6 maggio 1982, per iniziativa di un gruppo di piccoli

viticoltori, veniva costituita a Moniga del Garda la Cantina

Sociale Valtènesi, con l'obiettivo di ottenere per i produttori

soci un'equa remunerazione dell'uva, mediante la vinificazione

e l'imbottigliamento diretto del vino. Al termine

del primo esercizio, i soci erano 20.


112

La costituzione della Cantina sociale era la logica prosecuzione,

nonché lo sbocco in ambito vinicolo, dell'attività

di una piccola cooperativa di giovani ed esperti viticoltori

che pochi anni prima, nel 1979, avevano dato vita alla

cooperativa Valtènesi Verde. Una realtà che attraverso la

coltivazione di terre incolte o mal coltivate -in quel periodo

presenti anche in Valtènesi- procurò lavoro a giovani desiderosi

di dedicarsi al lavoro associato e non subordinato in

agricoltura, praticando –da pionieri- il metodo della agricoltura

biologica, all'epoca non ancora codificato in norme

di legge.

Si partì con risultati brillanti nonostante la congiuntura

economica sfavorevole, e si confermò definitivamente

l'idea, nuova e unica nel suo genere, di operare anche in

favore di piccole cantine, la cui barriera al mercato era rappresentata

dalla mancanza di impianti idonei al confezionamento

e dalla conseguente vendita del vino a prezzi poco

remunerativi, spesso in damigiane. Venne così "inventato"

l'imbottigliamento su impianti mobili scarrabili: sale di imbottigliamento

e confezionamento che venivano trasportate

nelle piccole cantine per procedere alle operazioni di

imbottigliamento.

La Cantina aveva preso avvio nell’azienda di uno dei soci,

un coltivatore diretto che mise a disposizione le proprie

strutture ed attrezzature fino al 1987, quando dalle Cantine

Lamberti di Verona venne acquisita la sede attuale in località

Pergola a Moniga, inizialmente in affitto, e successivamente

acquistata nel 1990. L’immobile era stato costruito

dal produttore valtellinese Nino Negri negli anni tra il 1920

e il 1930 per la vinificazione del Chiaretto di Moniga e del

Rosso Riviera, destinati soprattutto al mercato regionale.

Oltre alla Cantina, Nino Negri costruì lì a fianco la locanda

La Pergola (detta "La Pergolina"), punto d’incontro di


113

produttori, mediatori e commercianti di uve e di vino del

territorio. Così la ricorda il Professor Michele Vescia: ”Il baricentro

della zona era la trattoria la Pergolina, stretta fra

l’attuale Cantina Sociale, allora Cantina Negri, e la Cantina

Frassine, [...] facilmente raggiungibile e dove, o per incontrarsi

o per mangiare, tra una visita e un’altra ai vigneti, avvenivano

gli incontri con lo scambio di vedute che formavano

il mercato” (in Groppello e Dintorni, 2013, Confraternita

del Groppello, pag. 70).

Dopo i primi esercizi sociali, brillanti per la remunerazione

delle uve, si ebbero non poche difficoltà di sviluppo.

E infatti, tra il 1987 ed il 1990, la cantina fu sull’orlo di

chiudere per difficoltà gestionali e finanziarie. Ne conseguì

un'azione convinta di capitalizzazione e di investimenti da

parte dei soci: nel 1991 l’azienda fu ricapitalizzata portando

il capitale sociale da poche migliaia a 360milioni di lire, con

una quota minima di 20milioni a socio, e con il passaggio

da una mentalità prettamente solidaristica a quella di una

cooperativa che, pur non rinunciando alla mutualità, si inseriva

nelle regole competitive del mercato puntando alla

solidità patrimoniale. Questo passaggio fu marcato dalla

nascita della nuova denominazione sociale Cantine della

Valtènesi e della Lugana, a segnalare lo stretto legame della

Cantina con le due aree viticole di provenienza delle uve,

rispettivamente ad est –la Valtènesi- e a sud –la Lugana- del

Lago di Garda.

Negli anni successivi si accompagnarono, agli investimenti

immobiliari e tecnologici, svariate azioni di comunicazione

per avvicinare i prodotti ai consumatori: ne sono

esempio le iniziative di degustazione sui battelli che attraversano

il Garda e i convegni su viticoltura e territorio.

La consapevolezza della necessità di far conoscere i vini

locali, via via paradossalmente diventati sempre più scono-


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Cantine La Pergola (già Cantine Negri nel secondo dopoguerra) cartolina d’epoca


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Cantine La Pergola (già Cantine Negri nel secondo dopoguerra) cartolina d’epoca


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Interno di Cantine La Pergola (già Cantine Negri nel secondo dopoguerra)

cartolina d’epoca


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sciuti al mercato, portò all'invenzione da parte della Cantina,

il 21 marzo 1996, di Garda&Vino, la prima enoteca locale

dedita alla degustazione e alla commercializzazione dei vini

prodotti in Valtènesi e Lugana, nella cui sala si svolgeranno

per anni iniziative culturali, informative ed enogastronomiche

di altissimo livello.

L'anno successivo, per ancor meglio rispondere alle esigenze

dei più piccoli produttori di uva, la Cantina promuoverà

la costituzione di una nuova cooperativa: Viticoltori

del Garda -conta oggi 65 soci- a cui verrà affidata l’attività

di raccolta e vinificazione, e il cui prodotto verrà conferito

a Cantine della Valtènesi e della Lugana per il confezionamento

e la commercializzazione.

Nel 1998, sempre per iniziativa della Cantina, è la volta

della costituzione del Centro Servizi Agroalimentari, con

l’obiettivo di migliorare l’efficienza e la qualità delle aziende

agricole e vitivinicole, l’innovazione e la divulgazione

delle nuove tecnologie e delle conoscenze scientifiche, le

certificazioni di qualità e la promozione di iniziative per lo

sviluppo e la commercializzazione dei prodotti tipici in Italia

e all’Estero.

Da allora in Cooperativa è un susseguirsi di azioni di crescita

e consolidamento: ampliamento dell’immobile, nuovi

impianti, azioni di promozione dei prodotti in Italia e all’estero

in vista di nuovi e più impegnativi progetti.

In questo periodo i vini raggiungono l'eccellenza come

documentano la quantità e qualità dei riconoscimenti che

la cooperativa riceve, a partire da Moniga con la conquista

del Trofeo Pompeo Molmenti, ad Asti con l'Oscar della

Douja d'Or, la medaglia d'oro al Mondiale di Bruxelles, e

decine di altri premi che "tappezzano" le pareti della sede

sociale.

A fine 2011 la crisi finanziaria impone alla Cooperativa


121

una battuta d’arresto forzata: è l’occasione per fermarsi e

riflettere sul significato del proprio esistere e sulle prospettive

future. I soci non si perdono d’animo e capitalizzano la

Cooperativa con oltre 1milione di euro; la Cooperativa si

riorganizza e torna ad investire sia in impianti, sia in azioni

per la crescita delle vendite sui mercati internazionali, e a

immaginare nuove prospettive.

È in questo contesto che, riflettendo sul legame con la

terra e con la propria storia, e immaginando di volerla comunicare

al pubblico di estimatori dei suoi prodotti, maturerà

la decisione - sancita con l'assemblea straordinaria dei

soci del 10 febbraio 2016 - di ampliare la denominazione

sociale, con l'inserimento del nome La Pergola, e con la

creazione del nuovo brand Cantine La Pergola.

Oggi, Cantine della Valtènesi e della Lugana La Pergola

(abbreviato in Cantine La Pergola) è una società agricola

cooperativa a mutualità prevalente con una base sociale di

14 soci ordinari (tra cui le cooperative agricole Viticoltori

del Garda, Valtènesi Verde e Agri-coop Alto Garda Verde

e alcuni soci lavoratori) e 25 soci sovventori. Rappresenta

inoltre 35 aziende vitivinicole.

I vigneti coltivati dai soci della Cooperativa coprono

una superficie di 80 ettari circa, distribuiti su tutte le DOC

gardesane: Valtènesi - Riviera del Garda Classico, Lugana e

San Martino della Battaglia. Vengono coltivati direttamente

30 ettari di terreni, di cui 17 a vigneto e il rimanente a oliveto

e seminativi: sono gli appezzamenti che i soci affidano

alla gestione della Cooperativa e dove la Cooperativa ha

realizzato il primo vigneto sperimentale a Groppello, i cui

risultati sono stati pubblicati nel 2010 da parte del Consorzio

Garda Classico e dal Centro Vitivinicolo Provinciale di

Brescia in Groppello, l’autoctono della Valtènesi.

Dall’impegno nella valorizzazione del terroir, che ha visto


122

La Cantina Cremisan di Betlemme-1885


123


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la Cooperativa impegnata in prima linea, è nata poi la denominazione

d’origine controllata Valtènesi.

Ciò che più conta nella cooperativa, dunque, non sono

i numeri o la dimensione (anche se i prodotti confezionati

superano il numero non insignificante di 4milioni di bottiglie),

ma gli obiettivi e il significato nel territorio e nel settore

vitivinicolo. L’attenzione per l'ambiente è massima e ha

portato fin dagli inizi all'adozione del metodo dell’agricoltura

biologica sul cento per cento dei terreni in conduzione

diretta, esteso progressivamente a tutti i terreni dei soci.

Anche la sensibilità per i meno fortunati è da sempre

presente nella Cooperativa. Per i non vedenti la Cooperativa

produce dal 1996 la linea di vini Bacco di Homerus, a

sostegno del progetto internazionale di vela autonoma per

non vedenti ideato sul lago di Garda dal campione mon-

Il Trofeo Pompeo Molmenti premia il miglior Chiaretto dell'anno a Moniga del

Garda


125

diale di vela Alessandro Gaoso, con l’obiettivo ambizioso

di consentire ai non vedenti di veleggiare autonomamente.

Nei suoi vent'anni di storia il progetto ha dimostrato la

propria validità nel mondo con eventi realizzati in Europa,

Americhe, Medio Oriente e Oceania, come l’attraversamento

delle Colonne d’ Ercole con la scorta del veliero italiano

Amerigo Vespucci e l’approdo in Terra Santa durante

l’intifada 2003 a bordo del veliero Bamboo. Da quest'ultima

iniziativa è scaturito il progetto di sviluppo e riqualificazione

dei vini prodotti dalla storica e prestigiosa cantina vinicola

salesiana di Cremisan, in Terrasanta, i cui nuovi vini, nati

da vitigni autoctoni, e distribuiti in Italia dalla Cooperativa,

sono recensiti da prestigiose guide internazionali come

Wine Spectator. L’intento del progetto è quello di creare

relazioni che permettano di contribuire al diffondersi della

cultura della pace, in un territorio che da sempre versa

in condizioni socio-politiche

estreme.

La sensibilità che ha portato

la Cooperativa a impegnarsi

in queste particolari

esperienze internazionali, ha

altresì stimolato la voglia di

commercializzare i vini del

proprio territorio in ogni continente,

come avviene oggi,

anche in vista di nuovi progetti

di sviluppo della propria

capacità produttiva, necessari

e richiesti sul territorio e in

attesa di essere realizzati.

Pubblicazione realizzata con i dati provenienti dal primo vigneto sperimentale di

Cantine La Pergola 2007 - 2010.


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LE COOPERATIVE

VERSO IL FUTURO


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LE COOPERATIVE

VERSO IL FUTURO

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È radicandosi nel territorio che la Cooperazione agricola

ha trovato e ancora oggi trova la motivazione alla propria

esistenza e l’indubbia motivazione al continuo migliorarsi,

sia essa impegnata nell’olivicoltura o nell'allevamento, nella

viticoltura o nella produzione di latte, nella floricoltura o

nella gestione del verde forestale o pubblico, o in qualsiasi

altro campo cada sotto il grande cappello dell’Agricoltura.

Nel territorio gardesano sono molte le realtà cooperative

tuttora operanti in agricoltura: ne citiamo alcune, tra le

più significative per tradizione e attività.

La Latteria Turnaria di Tignale, nata nel 1904 come latteria

sociale, ha avviato la trasformazione delle olive a partire

dalla metà degli anni Novanta, arrivando a produrre, oggi,

una linea di prodotti interamente biologici.

Sempre parlando di olio, a San Felice del Benaco è operativa

la Cooperativa agricola San Felice, sorta nel 1946,


130

quando l’ansia della ricostruzione e della ripresa economica

si fece stimolo all’iniziativa sociale. Le innovazioni tecnologiche

in frantoio, la continua attenzione alla qualità delle

olive, ai tempi e alla modalità di raccolta, alla frangitura in

tempi brevissimi e alle analisi effettuate immediatamente

su ogni singola partita di olio ottenuto, han fatto sì che il

prodotto sia di qualità superiore, certificata anche dalla denominazione

di origine protetta Garda Bresciano D.O.P. e

in grado di soddisfare i gusti dei consumatori più esigenti.

A Tremosine, opera l’Alpe del Garda, nata nel 1980 per

mano di un gruppo di allevatori e montanari che, una volta

costituita la cooperativa, costruì un caseificio, allo scopo di

trasformare il latte prodotto negli allevamenti di bovini esistenti

sul territorio dell'Alto Garda. La decisione di allevare

esclusivamente capi di razza Bruna Alpina, per la produzione

di latte e quindi formaggi di estrema qualità, è stata una

scelta coraggiosa dell’Azienda Agricola della cooperativa,

che tuttora qualifica Alpe del Garda sui mercati.

Nel basso Garda è operativa Garda Latte dal 1965, con

produzioni di grana padano e provolone DOP e allevamento

suinicolo.

A Gargnano va citata l'Agri-coop Alto Garda Verde s.a.

onlus. Costituita da giovani agricoltori il 26 maggio 1978, la

cooperativa si è progressivamente specializzata nell’offerta

di servizi di manutenzione ad alta specializzazione per il

verde forestale, pubblico, privato e sportivo, con macchinari

all’avanguardia che le consentono di effettuare ogni tipo

di potatura, idro-semina e lavori di ingegneria naturalistica.

Punto di riferimento per il territorio, la cooperativa realizza

e gestisce anche limonaie ed è in grado di produrre piante

di olivo da varietà autoctone dell’area del Garda. Fiore

all’occhiello della Cooperativa l’inserimento nel mercato

del lavoro di decine di persone svantaggiate.


131

A Limone troviamo la Cooperativa agricola possidenti

oliveti, costituita nel 1919 da ventotto piccoli proprietari

guidati dal parroco don Giovanni Morandi. La cooperativa

è tutt’ora attiva, con ben 450 piccoli produttori soci olivicoltori.

Per la floricoltura citiamo Valtènesi Verde Società Agricola

Cooperativa, a Lonato del Garda, costituita nel 1979

da giovani appassionati di agricoltura ed esperti contadini.

Su una superficie di oltre 10mila m2 di serre in vetro completamente

automatizzate coltiva, in primavera, coloratissime

gerbere, cascanti surfinie, verbene, composizioni multicolore

di varie essenze, portulache, annuali per bordure e

aiuole e gerani in grande varietà e colori. I mesi estivi sono

destinati alla produzione di piante verdi da interno come i

ficus, le sanseverie, le beaucarnee e le dracene. In autunno

le serre si colorano in modo spettacolare con la fioritura

delle migliaia di ciclamini e stelle di Natale.

Per concludere, abbiamo Antica Qualità Benacense, una

cooperativa di recente costituzione, nata a Manerba dalla

volontà di alcuni storici produttori della Valtènesi, allo scopo

di valorizzare la produzione vitivinicola e olivicola del

Garda, cercando di coniugare tradizione e sviluppo, attraverso

la salvaguardia del territorio. La cooperativa valorizza

l’agricoltura d’eccellenza e sostiene la commercializzazione

della produzione olearia e vitivinicola, ma soprattutto trasforma

l’uva e l’oliva che una quindicina di soci conferitori

coltivano su circa 30 ettari di vigneto e 20 di oliveto.

Ecco dunque che la cooperazione, con multiformi attività,

evoca messaggi che superano le caratteristiche dei prodotti

e coinvolgono ed evocano storie di uomini e donne

che rendono viva, attiva e importante ancor oggi la cooperazione

nelle aree rurali del Garda.


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GLOSSARIO


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Circondario

Il circondario amministrativo del Regno d’Italia è stato

un ente intermedio tra la provincia e il mandamento. Fu

istituito nel 1859 con la legge Rattazzi, come nuova denominazione

della “provincia” del Regno di Sardegna, che

corrispondeva all’arrondissement francese. In seguito alla

graduale annessione allo stato sabaudo degli altri territori

della penisola, l’istituto del circondario fu esteso alle nuove

province, sostituendo, nello specifico, l’istituto del distretto

del Regno delle Due Sicilie. I circondari vennero soppressi

nel 1927. Le città capoluogo dei circondari erano sede

di sottoprefettura, di tribunale, di catasto e uffici finanziari.

Il circondario era a sua volta suddiviso in mandamenti. Il

circondario di Salò e di Brescia furono aboliti, come tutti i

circondari italiani, nel 1927, nell’ambito della riorganizzazione

della struttura statale voluta dal regime fascista, la quale

portò anche all’accorpamento di diversi piccoli comuni:

Comizio agrario circondariale (1866 – 1923)

Pochi anni dopo l’unificazione nazionale, sulla falsariga

delle Camere di commercio e arti il governo istituì in ogni

capoluogo di circondario (decreto 23 dicembre 1866) i Comizi

agrari, con lo scopo di promuovere le attività utili alla

valorizzazione ed all’avanzamento tecnologico dell’agricoltura.

Gli antecedenti dei Comizi agrari vanno cercati in

organismi con funzioni analoghe attivati fino dalla seconda

metà del secolo XVIII nei maggiori stati europei e nella

prima metà del secolo successivo nel regno di Sardegna. I

comizi, che non dipendevano dal Ministero dell’agricoltura,

ma rappresentavano enti pubblici territoriali (anche in ciò ri-


135

calcando l’ordinamento delle camere di commercio), avevano

il compito di consigliare al governo le misure necessarie

per il miglioramento del rendimento agricolo circondariale,

fornendo altresì i dati e le analisi necessarie ad una più avvertita

politica ed amministrazione del settore agricolo, che

peraltro in quel periodo era ancora la prima fonte di produzione

della ricchezza nazionale.

I Comizi agrari suggerivano al governo le “provvidenze

generali e locali atte a migliorare le condizioni dell’agricoltura”

(art. 2), raccoglievano ed offrivano al governo ed alla Deputazione

provinciale le notizie che fossero richieste nell’interesse

del settore agricolo, “adoperandosi a far conoscere

e adottare le migliori colture, le pratiche agrarie convenienti,

i concimi vantaggiosi, gli strumenti rurali perfezionati”

(art. 4). Infine, i Comizi agrari erano deputati a studiare “le

industrie affini all’agricoltura di utile e possibile introduzione

nel paese”. Tra i vari compiti loro assegnati figura anche

la promozione di concorsi, sperimentazioni ed esposizioni

di prodotti e macchine agricole, e la messa a punto regolamenti

igienici e contro la diffusione delle epizoozie. Tra i

compiti assegnati ai Comizi agrari dalla commissione governativa

che nel 1865 promuove la loro istituzione è prevista

anche la formazione della Camera provinciale dell’agricoltura,

ente rappresentativo degli interessi degli agricoltori, che

avrebbe esteso al settore agricolo istituzioni modellate su

quelle già attivate o in via di consolidamento negli altri settori

produttivi. L'organo amministrativo del comizio agrario

era la direzione, composta da un presidente, da un vicepresidente,

da un segretario e da quattro consiglieri delegati

eletti ogni anno. Costituivano il Comizio agrario tutti coloro

che, interessandosi al progresso dell’agricoltura, facessero

richiesta di iscrizione. Ai Comizi agrari partecipava anche ad


136

un rappresentante per ogni comune del circondario (eletto

dal consiglio comunale relativo). Spettava al prefetto indire

la riunione costitutiva e mantenere i contatti tra i Comizi

della provincia e il Ministero. Dal punto di vista finanziario, i

comizi funzionavano grazie ad un fondo comune costituito

col concorso dei propri membri e grazie ai sussidi concessi

dallo Stato, dalla Provincia e dai comuni del circondario. La

scarsa efficienza di questa organizzazione consultiva indusse

dunque il governo a studiare una profonda riforma del

settore, che si concretizzò nel regio decreto 30 dicembre

1923, n. 3229 (decreto 30 dicembre 1923 b). Tale decreto

provvide ad istituire, nelle province il cui Consiglio provinciale

ne avesse fatto richiesta, i Consigli agrari provinciali

Deputazione Provinciale

Nel 1865 la prima legge comunale e provinciale dello stato

unitario italiano (legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato

A) istituì quale organo esecutivo della provincia la deputazione

provinciale (e deputati provinciali erano detti i suoi

membri), eletta dal consiglio provinciale ma presieduta dal

prefetto, investita anche di funzioni di controllo sulle amministrazioni

comunali. Con la legge 30 dicembre 1888 n. 5865

la “tutela”, ossia il controllo di merito sugli atti delle amministrazioni

locali, fu trasferito dalla deputazione provinciale

a un organo di nuova istituzione, la giunta provinciale amministrativa

(da non confondersi con quella che in seguito si

chiamerà giunta provinciale), presieduta dal prefetto e composta

da due consiglieri di prefettura e da quattro membri

effettivi (più due supplenti) eletti dal consiglio provinciale.

Con il testo unico comunale e provinciale del 1889 fu introdotta

la figura del presidente della deputazione provincia-


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le, eletto dalla stessa e diverso dal presidente del consiglio

provinciale. Nel 1922, con l’avvento del fascismo, gli organi

democratici provinciali furono soppressi e sostituiti da organi

di nomina governativa (secondo la legge comunale e

provinciale del 1928 un preside in luogo della deputazione

e un rettorato, composto da 4 a 8 rettori, in luogo del consiglio).

In seguito alla caduta del fascismo, l’amministrazione

provvisoria delle province fu disciplinata con R.D.L. 4 aprile

1944, n. 11 che la affidò, in attesa del ripristino del sistema

elettivo, a un presidente e a una deputazione provinciale,

nominati dal prefetto. Con la legge 8 marzo 1951, n. 122 fu

ripristinato il sistema elettivo e la deputazione provinciale

assunse l’attuale nome di giunta provinciale.

Cattedra ambulante di agricoltura

Le cattedre ambulanti di agricoltura furono per quasi

un secolo la più importante istituzione di istruzione agraria,

rivolta in particolare ai piccoli agricoltori, con l’apporto

delle istanze più avanzate degli ambienti intellettuali e dal

mondo della docenza, prima libera, poi di ruolo, proveniente

dalle scuole e dagli istituti tecnici. Nel 1907, un primo

provvedimento venne a disciplinare la vita delle cattedre e

il reclutamento del personale. La materia fu regolamentata

nuovamente nel 1928 con un decreto e nel 1935 le cattedre

furono trasformate in ispettorati provinciali dell’agricoltura,

cessando di essere emanazione delle iniziative locali e diventando

uffici esecutivi del Ministero dell’agricoltura e delle

foreste. Alla novità data dall’istituzione delle cattedre ambulanti

si affiancò, progressivamente, la sempre maggiore

specializzazione dei docenti, che impartivano insegnamenti

tecnico-pratici itineranti.


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Consorzio agrario

I Consorzi Agrari nacquero in forma di società cooperative

sul finire del ‘800, per svolgere principalmente la funzione

di gruppi di acquisto (soprattutto concimi chimici e

macchine agricole) a favore degli agricoltori. Assorbirono

negli anni molte delle funzioni che erano prima assunte da

altre istituzioni create a favore degli agricoltori, in particolare

dei Comizi agrari, che erano regolati dal R.D. 3452 del

23 dicembre 1866, e della Società degli Agricoltori Italiani,

ma che avevano fatto fatica a decollare. Dal 1926 i vari Consorzi

agrari divennero “l’organo commerciale della Federazione

Provinciale degli Agricoltori”: essi offrivano infatti un

credito agrario senza interessi nei confronti degli acquisti di

sementi, concimi, macchine agricole, bestiame e tutto ciò

che era necessario all’attività produttiva agricola: in questo

modo venivano abbattute l’usura bancaria e la speculazione

realizzata dai grandi distributori privati. I Consorzi agrari,

perfettamente inseriti nella politica agraria del fascismo (appoggiando

bonifica integrale, Battaglia del grano, ecc.), organizzarono

anche la gestione ammassi. Si trattava in questo

caso di “ammassare” appunto tutti i prodotti primari per

l’alimentazione nei Consorzi agrari per favorire una maggiore

razionalizzazione ed efficienza nel settore e mantenere

la nazione pronta in caso di necessità, trasformando più facilmente

l’economia civile in economia di guerra. Nel 1935

si verificò il primo ammasso volontario del grano, quando i

Consorzi agrari ammassarono 12 milioni di quintali di grano,

mentre nel 1938 ne vennero ammassati 40 milioni di quintali

per le esigenze autarchiche. Il 30 maggio 1932, con legge

n.752, venne costituito l’Ente Finanziario dei Consorzi Agrari,

per agevolare l’assetto finanziario dei Consorzi stessi;

mentre con il regio decreto legge del 5 settembre 1938 e


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la legge del 2 febbraio 1939 vennero costituiti di Consorzi

Agrari Provinciali, che univano i compiti e le funzioni di Consorzi

agrari e della Federazione, subendo una razionalizzazione

che li riduceva da 196 a 94 (uno a provincia).

Cantine La Pergola imbottiglia i propri vini anche in versione

Bacco di Homerus, a sostegno del Progetto Homerus ideato

da Alessandro Gaoso, che ama chiamare queste bottiglie

"contenitori di solidarietà".


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141

FONTI ARCHIVISTICHE

E A STAMPA


142

FONTI ARCHIVISTICHE E A STAMPA

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148

Relazione per l'inchiesta agraria Jacini


149


INDICE

7 Introduzione

13 Le caratteristiche dell'agricoltura gardesana

43 Le iniziative di solidarietà sociale

83 La lunga battaglia per la difesa della qualità

109 Cantine La Pergola

127 Le cooperative verso il futuro

133 Glossario

141 Fonti archivistiche e a stampa


Finito di stampare nel novembre 2016

per conto di Cantine La Pergola

Progetto grafico e stampa: Premier Padenghe sul Garda (BS)

Fotografie: Archivio Pier Giuseppe Pasini

Cantine La Pergola

Coordinamento: Max Bocchio, Liliana Baronio

Simboli grafici: Marta Andreoni


15€

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